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UN VOTO “TRA VIRGOLETTE”
Mentre gli italiani vogliono tornare alla normalità

È stato detto che quella del 20 e 21 settembre è stata fra le prime chiamate alle urne in Europa dopo la terribile ondata pandemica e, nonostante i timori della vigilia, tutto pare si sia svolto nella normalità.
Non era per nulla scontato; meglio così e bravi tutti. Una volta tanto l’Italia ha dato prova di non ispirarsi al modello Cialtron Eston.
Ma sono i risultati a tenere banco nel dibattito pubblico.

Si potrebbe dire che sia stato un voto complessivamente tra virgolette.

Per prima cosa, il quasi 70 a 30 dei sì al referendum costituzionale è un esito che non ammette distinguo. Ma solo tra virgolette, perché è ancora presto per valutare le conseguenze della riduzione di onorevoli e senatori, congiuntamente al progetto di riforma elettorale in discussione in Parlamento. Un sistema proporzionale che, come detto da Roberto D’Alimonte in audizione della Commissione affari costituzionali a Montecitorio lo scorso 24 giugno, “priva gli elettori della possibilità di decidere chi governa e lascia i partiti liberi di decidere a piacimento con chi allearsi dopo il voto”.

Se si pensa che questo cambiamento è voluto principalmente dal partito che ha fatto della democrazia diretta la propria stella cometa, altro che tagli alla casta verrebbe da dire. Il problema è che i pentastellati non sarebbero i soli ai fornelli a condividere questa ricetta e allora staremmo per assistere a un solenne ritorno delle segreterie di partito.

Ricapitolando: da una parte si esulta per un taglio storico delle poltrone in una ritrovata sintonia del Palazzo con la volonté dei cittadini, dall’altra il simulacro di armonia è destinato a mostrare intatto il fossato, perché i nuovi parlamentari più che eletti saranno pienamente nominati. Con competenze, capacità e attaccamento al territorio che è facile lasciare immaginare, per collegi elettorali nel frattempo diventati come delle siberie.

Un minuto dopo l’esito del voto referendario, qualcuno ha gridato alla conseguente illegittimità dell’attuale Parlamento, sovradimensionato secondo la riscritta norma costituzionale. Conseguenza del verbo dal sen fuggito sarebbe stata l’invocazione di elezioni anticipate (prima del semestre bianco, durante il quale il Presidente della Repubblica non può sciogliere le camere), se evidentemente non fosse stato ricordato all’irruenza di prevalente marca padana, che non si è mai visto un tacchino chiedere di anticipare il Natale.

A proposito di irruenza padana, Matteo Salvini ci sta facendo una capa tanta col cartello con sopra scritto: “Da 46 a 70 consiglieri regionali”, per celebrare la vittoria della sua Lega alle regionali. Qui le virgolette sono d’obbligo e basterebbe fare la somma: era stato lui a porre l’asticella elettorale su un punteggio tennistico (6 a 1), se non un 7 a zero, mentre è finita 4 a 3; perde prima la sfida in Emilia-Romagna e perde anche in Toscana nonostante stavolta non sia andato per citofoni in campagna elettorale; la stratosferica affermazione di Luca Zaia in Veneto (73,5%) è il risultato di una lista personale che è quasi tripla rispetto ai voti del partito e la Lega, in generale, esce dalle regionali con un 13,1 rispetto al 33,1 delle Europee 2019.

Oltre alle virgolette, si può dire che la formazione leghista a due punte per fare il pieno dei voti stia mostrando delle crepe, perché i risultati paiono venire più da quella di governo, mentre quella che non sa stare seduta a tavola sbaglia goal anche a porta vuota.
E qualche problema potrebbero iniziare ad averlo anche certi contesti locali in cui si è ricorso allo stesso schema di gioco.

Il problema è che li perde a destra a favore di Giorgia Meloni (vincente nelle Marche ma sconfitta in Puglia), in un rimescolamento di carte che se, da un lato, mette in crisi il modello salviniano di Lega nazionale (rispetto al ritorno di un respiro più autonomista), d’altro canto non lascia presagire un tranquillo traghettamento del popolo verde su sponde più moderate.

Per restare in paragone fluviale, si è detto che la contesa regionale ha visto un vincitore: Nicola Zingaretti.
Anche qui, però, non è campato in aria usare le virgolette. È vero che ha retto come un insospettabile argine a una bomba d’acqua da molti data in arrivo, tanto che c’era già chi si scaldava a bordo campo per l’ennesima sostituzione di segretario, ma le vittorie di Campania e Puglia avvengono con nomi che si pongono ai confini dell’ortodossia piddina.

In ogni caso, l’affermazione, si dice, dà ora fiato al ritrovato Pd per porre sul tavolo di palazzo Chigi alcuni punti con più decisione: si rincorrono gli esempi di Mes, decreti sicurezza di Salvini, ius soli…
Certo è difficile per l’alleato di governo – M5S – nascondere il tonfo regionale del 7,2 %, rispetto al 35,6 del 2018, intestandosi il 70 a 30 referendario, al cui risultato, peraltro, hanno contribuito anche quasi tutti gli altri partiti.

C’è da aggiungere, sempre in tema di virgolette, che laddove è stata messa in campo (Umbria, 2019, e ora in Liguria), sia pure a costo di non pochi mal di pancia, l’alleanza elettorale Pd-5 Stelle esce con le ossa rotte. E questo è un problema, perché è uno dei presupposti politici del governo Conte bis.

Non occorre, invece, usare le virgolette per definire il risultato di Matteo Renzi, alla prima prova delle urne. Vista l’ininfluenza del suo Italia Viva persino in Toscana, alcuni vanno giù pesante ribattezzandolo per la circostanza Italia morta.

Volendo tentare una sintesi del voto, si potrebbe dire che esce una domanda di tregua allo stato di emergenza che stringe questi tempi tribolati senza sosta.
Gli italiani sono sembrati dire che ne hanno abbastanza dell’emergenza pandemica, climatica (nel libro Terra bruciata Stefano Liberti scrive che rispetto ai 328 eventi meteo estremi del 2010 oggi se ne contano 1.665), ed economica e si sono rivolti alla politica per chiedere un po’ di normalità e tranquillità, che tra l’altro dovrebbero essere gli ingredienti essenziali per usare come dio comanda i 209 miliardi del Recovery Fund, più – se si vuole – i 37 del Mes.
Riusciranno i nostri (tra virgolette) eroi?

L’INTERVISTA
Veronesi: “Giurisprudenza? Più aperta e dinamica. La riforma? Via il Senato, ma rafforzare i controllori”

Giurisprudenza bella e impossibile ha perso in questi ultimi anni quella sua patina di inaccessibilità che induceva molti studenti a iscriversi o a emigrare a Bologna. Merito anche di un appassionato nucleo di docenti che hanno reso meno austera e severa la facoltà e più permeabile al rapporto con la città. “E’ vero – riconosce Paolo Veronesi, professore associato di Diritto costituzionale – C’è una maggiore apertura nei confronti della comunità e sono stati introdotti percorsi di alta specializzazione che offrono nuove prospettive professionali, al di là degli sbocchi classici nell’avvocatura, nella magistratura e nel notariato. Vi sono corsi svolti in lingua inglese, rapporti di partenariato con Università straniere come Strasburgo e Granada (con percorsi che consentono il conseguimento del “doppio titolo”) e una particolare attenzione alle opportunità offerte dalle borse Erasmus. Inoltre è stata attivato il dottorato di ricerca in “Diritto dell’Unione europea e ordinamenti nazionali” che, tra l’altro, è frequentato anche da laureati stranieri”.
Di questo nuovo impulso sono in qualche modo artefici in prima linea i costituzionalisti della facoltà (oltre allo stesso Veronesi, Andrea Pugiotto, Giuditta Brunelli e Roberto Bin). Significativi sono anche i ruoli apicali ricoperti da alcuni ordinari della facoltà nell’ambito del governo di ateneo che proprio al vertice ha un giurista, il rettore Pasquale Nappi, e fra i prorettori il dinamico Alessandro Somma. Gli studenti apprezzano e la piccola emorragia di qualche anno fa è oggi completamente riassorbita.

Particolare visibilità esterna e notevoli consensi, anche in termini di pubblico, hanno ricevuto i cinque incontri del ciclo “Passato prossimo” che si sono svolti fra novembre e dicembre alla libreria Ibs. “E’ stato un bel momento di confronto fra esperti di varia provenienza, storici, intellettuali e città – commenta Veronesi –. Stiamo lavorando per cercare di riproporre questo format anche per il prossimo autunno. Non c’è ancora nulla di certo se non la volontà di proseguire su questa strada, mantenendo una formula che è risultata vincente. Ma già in precedenza c’erano state altre iniziative di successo, in quel caso su temi attinenti alla realtà carceraria: i materiali sono stati raccolti in due volumi pubblicati dalla casa editrice Ediesse. Però ritengo sia stato importante il cambio di paradigma: avere affrontato snodi e momenti fondamentali della vita costituzionale italiana e i conseguenti risvolti sulla realtà politica e sociale del Paese ha generato attenzione. Per il futuro stiamo vagliando diverse possibilità: io comunque credo si debba mantenere questo sguardo trasversale e diacronico”. E possibilmente riproporre anche l’associazione con forme di espressione artistica che attraverso differenti canali di comunicazione rafforzano il messaggio, come è avvenuto per il ciclo “Passato prossimo” accompagnato dalle piece teatrali di Mauro Monni che hanno saputo coinvolgere ed emozionare il pubblico attorno alle vicende di Gian Giacomo Feltrinelli e Aldo Moro.

In tema di snodi costituzionali, la domanda ad uno studioso attento come Veronesi sull’attuale riforma in discussione al Parlamento è d’obbligo. Qual è la sua valutazione?
Si tratta di riforme attese da tempo: il dibattito è iniziato già negli anni ottanta. Negli anni novanta il Parlamento, nel modificare il titolo V, non ha dato buona prova di sé e, successivamente, la pessima legge di modifica costituzionale messa a punto dal governo Berlusconi è stata fortunatamente affossata dal referendum del 2006. Devo riconoscere che, nonostante le strumentalizzazioni politiche, l’attuale progetto ha ben poco a che fare con quello bocciato nove anni fa. Anche se, com’è naturale, al suo interno si trovano scelte decisamente apprezzabili ed altre che appaiono invece più problematiche in vista della loro applicazione.
Ci fa qualche esempio?
Complessivamente la proposta ha una sua dignità, una sua ‘ratio’. Positivo è il fatto che si affrontino congiuntamente i nodi della riforma elettorale e di quella costituzionale. Apprezzabile è che la soglia per conseguire il premio di maggioranza sia stata fissata al 40 per cento (prima nel Porcellum non c’era alcuna soglia). Importante è che si superi il bicameralismo perfetto, un meccanismo molto diffuso nel secondo dopoguerra come risposta alle derive parlamentari che determinarono gli orrori del fascismo e del nazismo. Ma oggi quell’esigenza va tutelata in maniera diversa, tant’è che prima o poi tutti gli altri Stati se ne sono allontanati: tale modello dilata infatti enormemente i tempi di approvazione delle leggi e tende a non funzionare affatto come una garanzia. Noi siamo rimasti gli unici a mantenere in vigore questo meccanismo.
E qual è oggi la forma corretta di tutela?
Oggi c’è la necessità di accelerare i tempi di decisione, quindi i parlamenti debbono poter deliberare in fretta. Al contempo va preservata (se non rafforzata) la solidità degli organi di controllo: Presidente della Repubblica, Corte costituzionale e Magistratura. Proprio quelli che Berlusconi con la sua riforma (e con leggi collegate) voleva indebolire.
Cosa invece non va?
Negativo è che, nella legge elettorale, resti ancora quell’assurdità che è la pluri-candidatura, una presa in giro per gli elettori: non è serio consentire di presentarsi in differenti collegi; i cittadini hanno diritto di sapere chi stanno eleggendo. Perlomeno, rispetto alla sconcezza della legge approvata nel 2005, è stato limitato il numero dei collegi nei quali ci si può candidare. Poi, io personalmente avrei preferito altri sistemi elettorali, ma – da giurista – valuto quel che si sta approvando e mi pare complessivamente accettabile, anche se potrebbe qua e là insorgere qualche problema di applicazione in relazione al procedimento legislativo così come si delinea dalla riforma.
Che giudizio dà del controverso nodo Province?
La riforma costituzionale prevede l’abolizione delle Province dopo che la legge Del Rio ha messo un tampone al pasticcio combinato dal governo Monti, il quale pensava di eliminarle senza prima modificare le norme costituzionali che le contemplano. Personalmente la loro cancellazione mi lascia perplesso, anche se occorreva senz’altro rimeditarle a fondo. E’ un ente che ha una sua storia e i cui si incardina un sentimento comunitario. Sono in fondo il gradino appena più alto a quello dei Comuni, un’invenzione tipicamente italiana, piena espressione della nostra storia. Sotto il profilo del riconoscimento identitario le province mi sembrano più significative e riconosciute delle Regioni, frutto di una concezione federalista che non ci è mai appartenuta.
La scelta al vertice dello Stato di un presidente come Mattarella che viene dal mondo giuridico ed è stato sino a ieri membro della corte Costituzionale la rassicura?
E’ significativa. Il Presidente della Repubblica è un organo di garanzia i cui poteri aumentano considerevolmente nelle fasi di crisi. Lo abbiamo visto bene con Napolitano. Si potrà discutere il merito di talune sue scelte, non certo la loro legittimità. Ciò che ha fatto rientra pienamente nel dettato costituzionale. Qualcuno polemizza perché i recenti governi “non sono stati eletti dal popolo”. E’ quando mai in Italia lo sono stati? Da noi il corpo elettorale elegge il Parlamento che assegna la fiducia al governo, ed è ciò che è sempre avvenuto in questi anni. Napolitano non ha tracimato dalle sue competenze, gli attacchi che gli sono stati rivolti erano finalizzati a raccogliere facili consensi, così come accadde con Ciampi e Scalfaro prima di lui. Guardando a figure di Presidenti del passato, molti più dubbi, al contrario, sollevano i comportamenti di Cossiga, l’interventismo di Gronchi, le ambiguità di Segni e di Saragat.
Tutti temi che potranno essere oggetto di futuri incontri pubblici…
Ci stiamo ragionando per l’autunno.
A proposito del vostro lavoro, quali iniziative avete in programma a breve termine?
Il 10 marzo, in aula magna a Giurisprudenza, abbiamo organizzato un convegno dal titolo “Stati e crimini contro l’umanità” in cui discuteremo della recente sentenza costituzionale che ha affermato la risarcibilità dei danni provocati dai crimini di guerra e contro l’umanità di cui s’è macchiata la Germania del Terzo Reich: un tentativo di modificare quella consuetudine internazionale che ha sino ad ora impedito il risarcimento delle vittime e dei loro eredi. In aprile affronteremo invece il tema della “galera amministrativa” degli stranieri in Italia, in cui approfondiremo la realtà dei Centri di identificazione ed espulsione.

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