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PER UN’ECOLOGIA DELLA PAROLA

Osa sapere è il libro che Ivano Dionigi, latinista e già Magnifico Rettore dell’Università di Bologna, ha pubblicato nella primavera dell’anno scorso. Un libro premonitore, quasi fosse in grado di prevedere quello che sarebbe accaduto da lì a poco.
Osare di sapere per prendersi carico della complessità e delle incognite. E le incognite non hanno ritardato a comparire.

Il sapere è divenuto la linea di demarcazione tra noi e la pandemia. Il sapere della scienza ci ha illuminato la strada, ha reso meno dolorose le nostre clausure. La scienza che ci era sempre sembrata appartenere ad un altro mondo, distante da noi, è entrata nell’ordinarietà delle nostre vite quotidiane.

Nonostante i nostri apparati e le nostre protesi ipertecnologiche, ancora prevale nella cultura e nella formazione che frequentiamo la separazione tra cultura umanistica e cultura scientifica, tra cultura della mano e cultura del cervello. Nella scuola lo studio delle discipline umanistiche ancora soppianta di gran lunga lo studio di quelle scientifiche. Una incongruenza che resiste, che da sola avrebbe dovuto suggerire di rivedere alla radice il nostro sistema formativo, per cui le arti del trivio e quelle del quadrivio non hanno mai goduto di uguale dignità. Pare che non siamo ancora riusciti a pensionare né Gentile né Croce.

Sarebbe sufficiente riprendere in mano il De rerum natura di Lucrezio, per comprendere la nostra distanza dal saper coniugare umanesimo e scienza. Nel suo Come stanno le cose Piergiorgio Odifreddi ci spiega che tutte le grandi teorie scientifiche di oggi sono esposte e difese nei canti del poeta latino, come tutte le grandi superstizioni umanistiche di ieri sono criticate e attaccate nelle sue invettive.

La scienza è formulazione di ipotesi, è ricerca, confronto di dati, non è la certezza della verità, anzi la forza della scienza sta proprio nella sua provvisorietà, nel suo esporsi alla falsificazione, perché se così non fosse non potrebbe progredire, con notevole discapito per l’umanità.
Non fornisce le illusioni che accompagnano la cultura umanistica, la quale affonda le sue radici nella doxa, nell’opinione, nello sguardo altro che non pretende di essere dimostrato, perché, contrariamente alla scienza, ogni prodotto dell’estro umano non ha bisogno di prove ma solo di originalità e meraviglia.
Alla scienza si addice il silenzio, la scarsità di parole, il rigore nell’uso; alla cultura umanistica la parola pastosa, abbondante, il vociare della prolusione e della retorica.

Il villaggio globale è sopraffatto dalle parole, parole in ogni dove, ovunque si possa dire o scrivere. Le parole s’arrampicano sui muri, si esibiscono dai manifesti, abitano ogni nostro indumento, fino ai più intimi. Ora le parole si sono accomodate con un indiscusso diritto di cittadinanza, padrone di un porto franco, invasive come germi, negli sms, nei whatsapp, nei social, appropriandosi perfino dei cinguettii.

Come novelli Ciceroni di massa sperimentiamo quella che Ivano Dionigi definisce la duplicità della parola: dia-bolica e sim-bolica, la parola che divide e la parola che unisce.
Parole senza identità e padrone si precipitano con miliardi e miliardi di caratteri neri ad applaudire o a confutare, a sostenere o a condannare, è la retorica del logos, del pathos e dell’eros che si scatena nella pandemia dei social. Le parole si schiantano, si urtano, si frantumano in cascate di iperboli.
La globalizzazione dei nuovi sofisti, i maestri della retorica, gli illusionisti del discorso, i manipolatori dei significati nell’intento di far apparire più validi i ragionamenti meno validi, migliore il discorso peggiore.

Ci stiamo muovendo verso il progressivo abbattimento delle nostre impalcature mentali, se è vero che pensiero e linguaggio sono inseparabili. Non è che al moltiplicarsi delle parole corrisponde il moltiplicarsi dei pensieri, al contrario più le parole crescono più sono vuote di pensiero, anzi finiscono per deformarsi come giustamente osserva nel suo libro Dionigi.
Cita alcuni esempi. La parola ‘dignità’, confiscata da una maggioranza e tradotta in un decreto; la parola ‘politica’, derubricata a contratto tra due parti; la parola ‘pace’, confinata all’ambito fiscale e ridotta a sinonimo di condono; la parola ‘rifugiato’, identificata con clandestino; la parola ‘straniero’, deprivata della sua carica umana e sacra di ospite (hospes) e ridotta al nemico (hostis).

Stiamo rischiando l’incuria delle parole e il loro immiserimento. Ciò che è più pericoloso è l’uso ingannevole delle parole a cui la politica tende ad assuefarci, perché non potrà che produrre un sovvertimento della nostra vita civile. Lo tsunami potrebbe scatenarsi da un momento all’altro se si abbassa la guardia, se le parole dalle pagine di Zuckerberg esondassero nel paese.

“Osa sapere (sapere aude) è l’imperativo kantiano che comprende quello tecnico e scientifico. Quel sapere la cui importanza abbiamo appreso in questi mesi di lotta per la sopravvivenza, scoprendo che ci è indispensabile, ma nello stesso tempo che ci mancano le competenze per decifrarlo.
Nella sua opera principale l’antropologo Gregory Bateson invitava ad andare verso una ecologia della mente, è giunto il momento di praticarla, unitamente ad una ecologia della parola.

Quando i rifugiati eravamo noi

Immigrati, migranti, rifugiati, profughi, richiedenti asilo: una nomenclatura rigorosa che richiede un distinguo per sentirsi ed essere rigorosamente ‘politically correct’. Puntualizzare, specificare, attribuire la categorizzazione precisa prevista sembra essere prioritario per non far torto a nessuno e non sconfinare nell’impreparazione, nella gaffe. Ma davvero deve essere così? Quello che emerge è il fenomeno nel suo insieme: una grande marea di persone che approdano in Italia per transitare, rimanere, ripartire, attendere, chiedere, sperare, tentare, arrendersi, osare, disilludersi, a volte ribellarsi. Che si sia d’accordo o meno. E’ una realtà di fatto quotidiana, con riscontri di cronaca a scansioni regolari su cui si scatenano opinioni contrastanti, riflessioni disparate o disperate.

L’elemento umano dovrebbe superare le etichette, nonostante l’aspetto legale richieda una definizione precisa, anche perché chi è propenso al rifiuto e alla discriminazione tout court non sta certo a guardare lo status, come chi è pronto all’accoglienza e all’accettazione non lo fa con un ‘tu sì e tu no’. Forse merita ricondurre il fenomeno migratorio all’interno di un quadro più vasto, che faccia riferimento a quelle pagine di storia destinate all’archiviazione, ma meritevoli di menzione perché non bisognerebbe mai scordare quello che siamo stati. La figura del ‘rifugiato’ emerge per la prima volta nei risvolti della Prima Guerra Mondiale, quando un conflitto di quelle proporzioni va a creare situazioni di pesante emergenza e le nazioni interessate si devono porre il problema della gestione di masse costrette agli spostamenti forzati. Le zone dei fronti di combattimento, furono evacuate e si assistette al triste esodo in numeri massicci di interi nuclei familiari, villaggi, regioni, con il conseguente spopolamento di territori e sradicamento dal proprio habitat. Italiani, austriaci, polacchi, boemi e moravi ma anche belgi, serbi e gli armeni furono interessati a un’evacuazione senza precedenti e senza distinzione di sorta. Erano quelle popolazioni che più di altre subivano il grande conflitto, costituite prevalentemente da donne vecchi e bambini perché gli uomini, quelli abili, erano al fronte.

I numeri sono il dato significativo delle proporzioni di questo fenomeno: 1.000.000 di belgi rifugiati in Olanda, 250.000 in Germania; 1.000.000 di serbi, 1/3 della popolazione, costretti a lasciare le proprie case. 75.000 trentini, 150.000 friulani delle valli dell’Isonzo e del Carso furono convogliati verso nuove destinazioni; 632.000 sudditi italiani furono costretti a partire dalle provincie di Belluno, Udine, Vicenza, Treviso per essere collocati in modo sparso altrove, all’interno e all’estero, nei campi profughi della Boemia, Moravia, Stiria e Bassa Austria. L’ordine di evacuazione entro 24 ore, l’attesa del treno, il viaggio, i controlli delle commissioni di ispezione, l’arrivo e la sistemazione provvisoria, lo smistamento e la destinazione finale. Una via crucis per interminabili file di esseri umani. Un bilancio molto pesante. ‘Città di legno’, questo era il nome attribuito ai campi di accoglienza che aumentavano di dimensioni man mano che arrivavano i convogli con gli sfollati. Si affaccia alla storia una prima immagine di lager, anche se quella più conosciuta sarà un’altra ben più terribile questione.

I più vasti Barackenlager furono quelli di Braunau e Mitterndorf. Quest’ultimo nasce in un piccolo villaggio a 25 km da Vienna, 150 abitanti, una chiesetta e una bottega. Nel 1914 cominciano ad arrivare i profughi galiziani e polacchi evacuati dalle linee belliche all’avanzata dei russi. Nel 1915 diventerà rapidamente una vera e propria città di baracche fondata sull’emergenza e la precarietà, 12.000 esseri umani di ogni provenienza, stipati in 280 per baracca. Nella cittadella veniva fornita assistenza medica ai malati ma per numerosi bambini non c’era molto da fare perchè minati e provati dalle condizioni di indigenza e debilitati dalle malattie infettive morivano irrimediabilmente. Era una città artificiale suddivisa rigorosamente in blocchi, una cucina ogni 4 baracche, una lavanderia a vapore, opifici e laboratori, magazzini, la scuola, la farmacia, gli ambulatori, l’ufficio postale e la chiesa, luogo religioso e culturale dove era possibile coltivare e mantenere in vita le tradizioni di ciascuna etnia. Per ogni internato era previsto un sussidio di 90 centesimi al giorno più la copertura dell’assistenza sanitaria e il vitto. Una gestione difficile su un così elevato numero di presenze. Alcide de Gasperi, in un suo discorso al Parlamento di Vienna, si pronunciò sulla condizione dei profughi, lamentando come il sistema li avesse isolati. Chiese che potessero liberamente scegliere tra la permanenza nelle baracche e una libera colonia; sottolineò l’importanza che i campi fossero organizzati in modo che gli sfollati potessero contare su una rappresentanza sulla base di quella dei comuni. Chiese, soprattutto, che il sussidio fosse aumentato e le condizioni di vitto migliorate. Un tentativo che non ebbe molto seguito, interrotto dalla fine della guerra, lo smantellamento delle città di legno e il rientro nelle proprie terre da parte della maggioranza dei profughi. Un’immagine storica che acquista ancora più significato se si considera il fenomeno attuale.

La Storia continua: si scappa dalla fame, dalle carestie, dalla guerra ora come allora anche se il quadro attuale differisce per modalità, impatto e conseguenze. I migranti percorrono la rotta dei Balcani (attualmente interrotta per le barriere che molti stati, come Ungheria, hanno eretto) e la rotta del Mediterraneo per approdare in Europa. Una road map mutevole, soggetta a variazioni e cambiamenti ma sempre attiva. Ogni minuto, secondo i dati forniti dal Ministero dell’Interno, 24 persone migrano: il 51% sono minori, per legge inespellibili, nel 2016 erano 25.846, dal 1 gennaio ad oggi sono 5551. Le nazionalità dichiarate allo sbarco dimostrano che i Paesi di provenienza sono nell’ordine decrescente: Nigeria, Bangladesh, Guinea, Costa d’Avorio, Gambia, Senegal, Marocco, Mali, Eritrea… Una grande rappresentanza di Stati africani, alcuni in guerra civile, della cui situazione conflittuale sappiamo poco o non ne parliamo. La Germania risulta essere il Paese più richiesto dai migranti e su 181.436 approdi in Italia nel 2016, solo poco più di 70.000 sono rimasti sul nostro territorio. I richiedenti asilo vengono inseriti in un programma di ricollocamento, sceglieranno il Paese dove poter andare e la loro richiesta dovrebbe essere valutata nell’arco dei 4-8 mesi in attesa del consenso del Paese richiesto. Attualmente le persone coinvolte nel ricollocamento sono 8876.

Dove trascorreranno questo periodo? Nel 1915 i Barackenlager austriaci fornivano rifugio agli sfollati tra disagi e difficoltà; oggi i campi profughi accolgono i rifugiati superando spesso la soglia numerica prevista tra non minori problemi. Un sottile filo rosso, dunque, che lega la storia di popoli ed epoche diverse, che dovrebbe rammentarci la nostra stessa storia. Per dirla con Churchill, “ Più puoi guardare indietro, più puoi guardare avanti”.

L’INTERVISTA
Pio D’Emilia, l’inviato Sky che racconta con umanità l’odissea dei migranti

E’ diventato per tutti un volto noto e familiare. Pio D’Emilia ha scardinato la maniera tradizionale, un po’ impettita e distaccata, di fare informazione televisiva. Inviato da Sky alla frontiera fra la miseria e la speranza per raccontare l’esodo dei migranti, è riuscito a trasformare la loro vicenda da un fatto a una storia. Nei suoi servizi traspaiono le emozioni. Il suo modo di narrare questa epopea è fuori dagli schemi e richiama la sensibilità di grandi reporter quali Ryszard Kapuscinski o Tiziano Terzani.

Si ritrova nella loro concezione di giornalismo?
Assolutamente sì – replica convinto D’Emilia, che ha accettato di raccontarsi a Ferraraitalia -. Non ho conosciuto il primo, mentre ho avuto il piacere – e talvolta lo ‘spiacere’ – di incrociarmi spesso con Tiziano. Ma ce ne sono tanti altri, che ammiro e rispetto, sia italiani che stranieri. Purtroppo sempre di meno: scarsa preparazione umana e professionale, pigrizia fisica e mentale, censura e soprattutto autocensura stanno uccidendo un certo tipo di giornalismo…

Di Kapuscinski condivide l’idea che il giornalista non possa essere neutrale ma debba schierarsi e dare voce a chi voce non ha?
L’obiettività nel senso di neutralità non esiste, né nelle parole, né tantomeno nelle emozioni. Pensiamo solo all’Afghanistan, a quando gli attuali terroristi e ‘tagliagole’ erano chiamati, dalle grandi agenzie, “combattenti per la libertà”, eccetera eccetera. Certo, bisogna sempre cercare di essere il più possibile precisi nel fornire dati e descrivere situazioni, ma poi l’analisi e anche il giudizio – perché no – deve esserci e deve essere sincero. Poi da che parte stare dipende: io preferisco, da sempre, stare dalla parte del ‘torto’…

Prima di decidere se rendere pubblica un’informazione valuta sempre l’effetto che la notizia sortirà? E, nel caso, questo condiziona la sua scelta?
In genere no. Solo in alcuni casi di cronaca nera, in cui per esempio sono coinvolte famiglie, bambini… Ma per fortuna non mi capita spesso di dovermene occupare.

I suoi servizi su Sky evidenziano una grande preparazione e insieme una forte empatia nei confronti dei migranti di cui riporta vicende, storia personali, speranze, delusioni, drammi. Qualcuno in redazione o nell’ambiente professionale ha espresso critiche per questo sue essere partecipe?
Beh, la ‘preparazione’ dovrebbe essere uno dei doveri dei giornalista, tenuto a documentarsi prima di affrontare un argomento o vicenda e poi, se si occupa di un particolare settore (nel mio caso, l’Asia orientale) aggiornarsi continuamente. Io dei migranti sapevo poco o nulla, ma appena sono partito ho cercato di documentarmi attraverso letture e contatti personali. Nello stesso tempo cerco di restare aggiornato sulla ‘mia’ materia: in questi giorni ad esempio sono successe delle cose in Cina e Giappone di cui ovviamente non mi sono potuto occupare (anche se me l’avevano chiesto!) ma mi sono sempre tenuto aggiornato. Ma non è un peso, è una cosa che fai volentieri, di cui senti il bisogno, e di cui ahimè si sente sempre più la mancanza. Lo vedo in molti colleghi, che prendono questa professione come qualsiasi altra: dalle ore alle ore… E quando sono ‘fuori turno’ o in vacanza, staccano la spina. Io non riesco mai, a staccarla.
Quanto all’empatia e alle eventuali critiche: su Facebook e sul sito di Sky ricevo quotidianamente centinaia di commenti. Diciamo che per l’80% sono positivi, 10% negativi e 10% veri e propri insulti. Mi sta più che bene. Per quanto riguarda i pareri all’interno di Sky – una redazione dove si tende a dare una immagine di neutralità – debbo dire che la stragrande maggioranza dei colleghi mi sta esprimendo, almeno a parole, grande sostegno e solidarietà. Direttora compresa. La quale pare che un giorno, durante la riunione di redazione, mi abbia additato a esempio di “Inviato” e di come si possa prendere posizione. Ma per farlo, pare abbia detto, occorre avere una certa età e sopratutto credibilità. E Pio le ha entrambe… (ride di gusto)

Qualcosa che ha letto o sentito sui media, in relazione ai fatti di cui è testimone, l’ha particolarmente infastidita?
In questi giorni non ho davvero avuto tempo di leggere la ‘concorrenza’. Confesso di non aver molta stima per la stampa italiana, tranne rare eccezioni. C’è molto pressappochismo, superficialità, per non parlare di plagio e molta fantasia. Mi dispiace dirlo perché conosco molti colleghi in gamba che ci lavorano, ma Repubblica è il simbolo di questa dilagante cialtroneria

Quali risposte auspicherebbe dalla politica e dalle istituzioni?
La creazione immediata di una task force. Uomini e risorse da inviare sul luogo per creare un corridoio umanitario efficace e logisticamente sostenibile. L’Europa dovrebbe europeizzare la vicenda, toglierla dalle mani dei singoli Paesi e approvare immediatamente il famoso “asilo politico europeo”. Chi ci sta ci sta, gli altri fuori, a cominciare dai neo-unni ungheresi.

Riesce a tracciare un sommario affresco dell’umanità che si muove intorno a lei in queste settimane?
La cosa più importante è uscire dal concetto di “rifugiato”, “profugo” etc etc e puntare su quello di “migrante”. Non so se si è notato, ma io cerco sempre di usare questa parola. Migrare è un sacrosanto diritto umano: un diritto esercitato nei secoli da vari popoli, compreso il nostro. Il resto sono chiacchiere, strumentalizzazioni, banalizzazioni. Tra la gente che ho visto e frequentato in queste settimane c’è un unico elemento in comune: quello di voler/dover andarsene dalla propria terra/casa/paese e andarsene in un altro. Le motivazioni sono varie, ma l’obiettivo è comune. E va compreso e rispettato. Chi si esce con frasi come “ci possono essere potenziali terroristi” o è idiota o è in malafede. Spesso, entrambe le cose. Uno non abbandona la propria casa, la propria ‘terra’, le proprie radici senza un valido motivo. Chiediamolo ai nostri nonni.

Infine una nota personale: vivere in Giappone, ormai da molti anni, è una scelta di vita o professionale? E come mai proprio lei, dal Lontano Oriente, è stato chiamato a seguire questa epopea dei migranti nel cuore antico dell’Europa?
Personale inizialmente, poi anche professionale. Ci sono andato nel lontano 1979, appena laureato in legge, con una borsa di studio per un master di procedura penale internazionale. All’epoca ero avvocato, avevo conosciuto una donna giapponese (che poi scoprii essere una terrorista…) e volevo entrare in uno studio penale internazionale. Ma sul posto ho cambiato idea e professione. Ho cominciato a scrivere degli articoli per l’Espresso e… da cosa è nata cosa. Troppo lungo per raccontarlo qui, ma se vuoi e se ci sarà occasione di una mia visita lo farò volentieri (raccogliamo al volo l’opportunità e gli rivolgiamo l’invito a Ferrara per un incontro pubblico). Ho avuto la fortuna di vivere una vita molto interessante. E sopratutto di fare – più o meno ben pagato (in passato non sempre) – un lavoro che avrei fatto gratis. Lo dico sempre ai miei figli: vi auguro di poter fare altrettanto, ma la vedo molto difficile.
Quanto al perché abbiano mandato proprio me, beh è stato per caso. Anche se un po’ me la sono cercata. Io ero in vacanza a Misurina, dove ho il mio buon ritiro montano, e vedendo in tv gli improvvisi sviluppi della vicenda e non vedendo un nostro inviato, ho spedito un messaggio alla direzione dicendo che forse era il caso di mandare qualcuno. Erano tutti in vacanza, anche loro e chi era al ‘timone’, in quei giorni forse aveva sottovalutato la cosa. Il giorno dopo mi chiama il capo degli esteri, ringraziandomi per la segnalazione e dicendomi: “Perché non te ne occupi tu? Sei il nostro inviato delle catastrofi”, riferendosi al fatto che in passato mi sono occupato di guerre, tsunami, emergenze nucleari, tifoni vari e rivolte. A me le sfide piacciono e ho accettato, anche se francamente pensavo fosse una trasferta di qualche giorno. Ora è quasi un mese che sto in giro. E confesso di essere anche un po’ provato, fisicamente. Ma poi penso ai migranti, e mi vergogno di sentirmi stanco.

GERMOGLI
Rifugiati
L’aforisma di oggi

Si celebra oggi la Giornata Mondiale del Rifugiato, voluta dalle Nazioni unite, per sensibilizzare sulla condizione di tale categoria di migranti. Un invito a una riflessione sui milioni di rifugiati costretti a scappare da guerre e violenze e a non dimenticare che dietro ognuno di loro c’è una storia che merita di essere ascoltata. Storie di sofferenze, di umiliazioni ma anche di chi vuole ricominciare a ricostruire il proprio futuro.

giornata-mondiale-rifugiato
Gianni Rodari

Ci sono cose da non fare mai,
né di giorno né di notte,
né per mare né per terra:
per esempio, la guerra.

(Gianni Rodari)

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la giornata…

Il marciapiede dell’Ambasciata

Da MOSCA – Un uomo spazza il marciapiede, rapido, veloce, a tratti fulmineo. Le foglie cadute dagli alberi vicini continuano a disturbarlo, il vento inclemente e freddo continua a portarne.
La bandiera dell’Ambasciata palestinese sventola con la stessa forza ed energia di quelle foglie un po’ ispide e dispettose. Quello spazio è talmente ordinato che è quasi trasparente.
Sono le sette e mezzo di un fresco mattino estivo, di ieri resta poco. La sera prima, il ricevimento dell’ambasciatore si era concluso con successo, tante signore ingioiellate e macchine blindate dai vetri spessi e rigorosamente velati di nero. Poco alcol ma tanta musica, balli, chiacchiere e segreti sussurrati. Storie di coppie, di fidanzamenti, di tradimenti e magari di spie. Lui era partito poco prima dell’inizio della festa e aveva sbirciato e intravisto personaggi noti dell’alta società moscovita, tutti sorridenti e ben vestiti. Aveva finito la sua giornata di oltre dodici ore, sempre uguale, sempre eternamente lunga, sempre così faticosa e inutile.
Spazza il marciapiede la mattina, e poi pomeriggio e sera, e ancora mattina-pomeriggio-sera. Spazza pure il cortile, mattina-pomeriggio-sera. Sempre gli stessi gesti, la stessa salopette blu. Tutto deve essere lindo, sempre, nessuna foglia-ramo-rametto, carta-cartina-cartaccia, o peggio ancora nessuna gomma da masticare. Lo incrocio ogni mattina, questo signore che vigila sul lindore dell’entrata all’ambasciata palestinese, un uomo che sento più volte chiamare Yuri. Yuri vieni qui per favore, Yuri vai là, Yuri torna un attimo indietro, Yuri cosa fai, Yuri come mai, Yuri cosa dici, Yuri dove sei. E Yuri arriva, placido e rassegnato, come ogni mattina, come ogni sera.
Quasi sempre alla stessa ora mattutina, mentre passo io, Yuri si scansa per lasciar passare quattro uomini muscolosi e alti, dai capelli biondi rigorosamente a spazzola, che sbarrano la strada e fanno entrare qualcuno nella macchina blu parcheggiata a vista lungo il marciapiedi, forse lo stesso ambasciatore che la sera prima aveva accolto i suoi gentili e illustri ospiti.
Poco più in là vedo avvicinarsi alcuni ragazzi con una bottiglia di birra in mano. E’ la prima volta che li noto e sicuramente passano di lì casualmente, ma lo scenario è di vera suspense, quasi da film alla James Bond e io m’immagino chissà cosa. Cosa ci fanno con una birra in mano di prima mattina? Nascondono o tramano qualcosa? Cosa si dicono?
Divertente vivere qui certe volte, l’ambiente, fatto di stereotipi, si presta, la fantasia vola davvero lontano, mentre sullo sfondo di ogni mio passo e pensiero si staglia l’imponente edificio del Ministero degli esteri, uno dei grattacieli staliniani detti le sette sorelle.
Un giovane garzone che trasporta le bombole d’acqua destinate alla vicina banca carica goffamente la sua mercanzia su un carrellino che non potrebbe reggere nemmeno qualche valigia. Parcheggia lontano dall’entrata della banca, non può sostarvi troppo vicino.
Due gatti miagolano e attraversano la strada, un corvo vola su un tetto, un’ombra bianca che ricorda l’omino della Lagostina è proiettata sul muro a fianco dell’ambasciata. Quasi vigile accompagnatore del nostro buon Yuri. O forse è semplicemente il suo angelo custode che lo accompagna ogni mattina.
Sì, perché ancora non lo sapete, ma Yuri arriva da un paese in guerra, scampato ai più terribili orrori. Spazzare quel marciapiedi, al cospetto di un ambasciatore tanto gentile, per lui oggi è la salvezza. Terrà, quindi, lindo quello spazio. Rigorosamente.

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