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PRESTO DI MATTINA
Natale: contemplativi sotto gli alberi

Ogni notte di Natale, per 13 anni, ho scritto per la gente della parrocchia una storia sugli alberi.

Cominciai con quello che voleva vedere le sue radici; terminai con la storia dell’albero di santa Francesca Romana, un cotogno, nel 2010. Poi altri racconti ho sparpagliato nei quaderni pastorali, per tenere vivo il pensiero che anche gli alberi, immagine e simbolo del misterioso legame tra il cielo e la terra, tra ciò che è già e ciò che deve ancora venire, condividono con noi una vocazione contemplativa.

Sì, proprio così: perché è degli alberi e degli uomini essere contemplativi, tendere oltre se stessi, verso un compimento che è ad un tempo in loro ed a loro trascendente; portati ad inabissarsi in profondità e ad innalzarsi nelle altezze e aprirsi e comunicarsi tra loro con rami e foglie.

La contemplazione è esperienza di transito, di superamento e attraversamento di confini, del proprio limite, pone nel luogo dell’altro. Mette in comunicazione realtà lontane, propiziando l’incontrarsi delle differenze portatrici di accrescimento e sviluppo.

Contempla, infatti, colui che resta aperto al venire del nuovo, nella notte al venire del giorno. Per questo l’albero può essere preso a emblema della rinascita dopo la morte.

Come gli alberi, nascosti nel solstizio d’inverno, contemplano il solstizio d’estate, così noi nel mistero del Natale contempliamo quello della Pasqua: ognuno a suo modo, nella sua notte oscura, contempla attendendo l’aurora messaggera del giorno.

Nel salmo che apre il libro del salterio è detto dei contemplativi nel cui cuore mormora giorno e notte la parola di Dio: sono come alberi alti piantati lungo corsi d’acqua, che il frutto matura ad ogni stagione e le foglie non vede avvizzire (1,3).

Anche se è notte, vi è una fonte che colui che contempla conosce. Questa fonte, sempre sorgiva del mistero nascosto in ogni vita, in ogni fede, in chi ama e spera, è cantata dal mistico e poeta di Fontiveros in Castiglia, san Giovanni della Croce [Qui]: il quale la riconosce nascosta nel pane eucaristico, ma è visibile pure in ogni pane che si frange e si condivide con gli altri:

«Ben so io la fonte che sgorga e scorre, anche se è notte! Quell’eterna fonte sta nascosta, ma ben so io dov’essa ha sua dimora, anche se è notte. Sua origine non so, non ve n’è alcuna, ma so che tutte l’origini in sé aduna, anche se è notte.

So ch’esservi non può cosa più bella, che cieli e terra bevon d’ella, anche se è notte. Ben so che fondo in essa non si trova e che nessuno mai potrà guadarla, anche se è notte. La sua chiarezza mai non s’offusca, so che ogni luce da essa è venuta, anche se è notte.

So che tanto copiose son le sue correnti, che cielo e terra irrigano e le genti, anche se è notte. La corrente che nasce da tal fonte ben so quanto è grande e onnipotente, anche se è notte. La corrente che da queste due procede so che nessuna d’esse la precede, anche se è notte.

Codesta eterna fonte sta nascosta in questo vivo pan per darci vita, anche se è notte. Qui se ne sta, chiamando le creature, che dell’acqua si sazian, anche se è buio, perché è notte. Questa viva fonte, cui anelo, in questo pan di vita io la vedo, anche se è notte
(Canto dell’anima che si rallegra di conoscere Dio per mezzo della fede).

Ho ritrovato in questi giorni un testo scritto nel 2006, scaturito come un flusso di coscienza, nella notte dell’ultimo giorno degli esercizi spirituali con i confratelli a Marola, Reggio Emilia. Un racconto. Solstizio d’estate lo avevo titolato.

Quale sorpresa rileggerlo ora come fosse la prima volta nel solstizio d’inverno. Ma non lo avrei rigirato a voi se non mi avesse convinto la lettura – anche quella inattesa sorpresa – di una poesia di Guido Cavalli: Nel Castagneto (Diabasis, Parma 2016).

Nella prefazione Claudio Risé annota come il poeta «cerchi nella terra, nel bosco, nelle vene d’acqua le parole che danno forma ai suoi versi. E le trova, profonde come le radici dei suoi alberi e arbusti, e cautamente occhieggianti, come le cortecce dei loro tronchi»; come l’odore dei boschi di castagno:

«È l’odore dei boschi di castagno./ È la cosa più antica che c’è in me./ Come nel giorno della creazione/ lo spirito aleggiava sulle acque/ buie ma piene di suoni, colori/ tenuti nella mano e sussurrati,/ così l’arca del ricordo sembra/ vuota ma dentro raccoglie la voce del pensiero quando parla».

Marola 20 giugno 2006.

«Dopo la cena, dal ritiro di Marola mi avvio silenzioso per un sentiero che, dall’ampia radura a fianco della Chiesa millenaria dedicata a Maria Assunta, fatta costruire da Matilde di Canossa si inoltra nel bosco dei castagni secolari. È ancora chiaro. La luce indugia ritardando l’appuntamento all’orizzonte con il buio. Non vuole cedere il passo alla notte trattenendosi ancora un poco dentro il bosco a ridisegnarne un’ultima volta le sue forme.

Addentrandomi, mi accorgo così che tutto è ancora vario e ben distinto: colori, forme e odori. L’occhio cade ovunque ed è attirato da sempre nuovi squarci, da differenti scenari; affonda sempre oltre per cercarne la fine e mai si sazia del nuovo che gli si presenta.

Tutto, sotto lo sguardo, varia in continuazione: le sagome dei tronchi, l’ondulazione del terreno, la disposizione dei rami e delle foglie, e tuttavia tutto è comune e familiare trattandosi di un esteso bosco di castagni.

Dentro a questo vivaio naturale a questa famiglia patriarcale più che centenaria, mi verrebbe da esclamare: “guarda, finalmente tante diversità in comunione“. Ma non è forse così – mi dico – anche se non si trattasse di un bosco di tutti castagni.

Infatti in mezzo a questa comunanza vegetale, pur essi in comunione, sono aceri, qualche quercia, alcuni cedri neo-comunitari e qualche pino, che svetta dritto tra arbusti vari. Questa sparuta minoranza non sembra minimamente intimorita dalla maggioranza, ma fa anch’essa la sua bella figura. Qui ogni albero è ammirato e tutti sono accolti, grandi e piccoli e la diversità non fa paura, perché la terra è di tutti, ed il sole si fa tutto a tutti senza privilegi di sorta.

Mentre cammino ascolto il bosco, e lui mi regala la memoria del vento che rincorre e si intreccia con quella del mio spirito tra le fronde. Lo spirito è attratto ora qua ora là, si distende in alto, in basso si china subito dopo, poi si gira in continuazione. Chiamato da tante voci, colori, forme quasi si disperde e si dispera, così egli rincorre ogni più piccolo rumore, ogni visione che gli si presenta: non vorrebbe perdere nessun invito.

Ma poi ecco, si ferma davanti ad un castagno centenario, perché ricorda il grande castagno di Camaldoli: il tronco di circa sei metri di diametro, scavato dal tempo come una grotta di eremiti. Riesce perfino a vedervi dentro un monaco raccolto intento alla sua lectio.

Egli si ricorda poi il bel nome del castagno, chiamato l’albero del pane, per via della farina di castagna che, una volta, teneva il posto di quella di grano che mancava. Un pane difficile quello che del frutto del castagno, perché prima se ne deve affrontare il pungente riccio. “Lo stesso è del pane della comunione” – rimugina e rumina lo spirito dentro di me –  non nutre se non si vive in comunanza e lo si pone al centro della difficile comunità.

Mi accorgo che anche i volatili del bosco accumulano ritardo al giorno, imitando la ritrosia della luce ad entrare nella notte. Anch’essi sembrano presagire che questa notte sarà la più corta dell’anno. Domani sarà il solstizio d’estate, il giorno più lungo.

E forse perché vorrebbero rendere questa notte ancora più breve che essi indugiano a ritirarsi silenziosi nelle loro dimore, quasi che per una volta fosse possibile cogliere il giorno nascere, non dalla notte, ma dal giorno che l’ha preceduto.

“Un giorno senza tramonto” – prorompe d’improvviso la voce dello spirito in me – “il giorno del sole di giustizia che verrà su di noi”.

In un attimo, come sterpaglia a cui si appicca il fuoco, mi sono sentito avvinto dalla memoria struggente di quel giorno promesso e benedetto, portato quasi fin sulla sua soglia. Un attimo, un attimo subito inghiottito dalla penombra del bosco fattasi d’improvviso più oscura e minacciosa.

Ritornato sui miei passi e raggiunta l’ampia radura vicino alla chiesa mi sono girato indietro a guardare, pensando di vedere ormai solamente, di quel bosco, una massa oscura ed informe. Ed invece, nonostante il tramonto ormai inoltrato, il bosco dei castagni rimaneva ancora chiaro, le cime degli alberi sembravano trattenere ancora la luce, al modo di quelle nubi all’orizzonte che, oscure e cupe nella loro massa, ai bordi risplendono ancora degli ultimi riflessi del tramonto.

Solo allora mi sono accorto che quel supplemento di chiarore veniva dalla fioritura dei castagni, erano i loro lunghi e bianchi fiori penzolanti alla brezza della sera, come addobbi liturgici disposti per la festa del nuovo giorno, che mi annunciavano, nel solstizio d’estate, la memoria dolce e struggente insieme del Giorno senza tramonto, del giorno di Cristo Signore».

Il suo Dies Natalis nella Pasqua a venire.

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PRESTO DI MATTINA
Scrivo a voi parole inaudite

«Volevi essere scrittrice. Volevi scrivere? Che cos’era in te/ che doveva raccontare la propria storia?/ La storia che deve essere raccontata/ è il Dio dello scrittore, un Dio che ordina/ da dentro il sonno, con voce silenziosa: “Scrivi”». Così Ted Hughes [Qui], in un testo poetico tratto da Lettere di compleanno, nel quale ricorda la moglie poetessa e scrittrice Sylvia Plath,[Qui] il loro legame tormentato, finito in modo tragico.

Si scrive per vivere e si vive per scrivere, ho pensato leggendo l’introduzione di Nicola Gardini a Poesie, nei Meridiani Mondadori: «La scrittura, per Hughes, era conseguenza diretta del fatto di vivere, era il vivere stesso e si nutriva di questo. Era un dono. Bastava accettarlo. Nel caso dei poeti ‘alla Plath’, invece, alla scrittura tocca il duro compito di mandare avanti una vita, tra pene e difficoltà che non saranno mai completamente dette, non ricompenseranno mai lo sforzo dell’ispirazione».

Scriveva per vivere la Plath. Ha vissuto per scrivere Hughes. Egli riconosceva ‘scrittura’ in ogni cosa; trascriveva ogni pensiero suscitato ovunque, in ogni incontro, nei luoghi, nei fatti, nei gesti. Di più: «Tutti; per Hughes, scrivono. Scrive la volpe zampettando sulla neve, scrivono i moscerini sull’aria, scrivono le cime dei rami … Il mondo intero è ricoperto di segni, di ‘print‘. E lo spazio è percorso, suddiviso, ordinato da reti (webs, nets), maglie (meshes), linee, viottoli, muretti; crinali e orizzonti – quanti orizzonti! – entro cui si dispongono e delimitano a vicenda cose ed esseri viventi; come geroglifici su un immenso foglio: il piano del Reale che si incastra in quello del Simbolico (il linguaggio), come direbbe Lacan», (ivi, XIII).

Con lo scrivere si intravede una lontananza da percorrere, inizia una itineranza vigile e faticosa, scrutatrice nell’oscurità, in un tempo come sospeso, in attesa che arrivi l’intuizione, il venire alla luce, come occhi chiari spuntare dal buio, il nascere di parole interiori che grazie alla scrittura otterranno una nuova potenza comunicativa, come il passare dalla solitudine silente dell’orologio al suo ticchettio: il guadagno di una nuova pagina pronta.

Nella poesia La volpe pensiero viene descritto l’incipit di questa itineranza: «Immagino la foresta di questo momento di mezzanotte:/ qualcos’altro è vivo/ oltre la solitudine dell’orologio/ e questa pagina bianca dove si muovono le mie dita./ Attraverso la finestra non vedo stelle:/ qualcosa di più vicino/ seppure più affondato nel buio/ sta penetrando la solitudine:/ freddo, delicatamente come la neve scura,/ il naso di una volpe tocca fronde, foglie;/ due occhi servono un movimento che ora/ e ancora e ancora e di nuovo/ lascia nitide impronte nella neve/ tra gli alberi, e con cautela l’ombra/ zoppa indugia vicino ai ceppi e dentro buche/ di un corpo che ha l’ardire di avanzare/ attraverso radure, un occhio,/ un verde che cresce in intensità,/ brillante e concentrato,/che se ne viene per le sue faccende/ finché di colpo con acuto e caldo puzzo di volpe/ non entra nel buco scuro della testa./ La finestra è ancora senza stelle; 1’orologio ticchetta,/ la pagina è pronta», (ivi, 11-13).

Scrivi!” è pure il comando del Dio dell’alleanza che con Mosè e i profeti ha voluto aprire al Sinai una “scuola di scrittura” per il suo popolo, affinché imparassero a leggere e a scrivere, così che tutti potessero conoscerlo e conoscersi tra loro, dal più piccolo al più grande, senza la mediazione di troppi maestri e in quella intimità profondissima e silente che unisce il Maestro interiore al discepolo – direbbe Agostino – in quell’intreccio degli affetti che lega colui che ha scritto un testo ad ogni suo lettore presente e futuro: «Il Signore disse a Mosè: “Scrivi queste parole, perché sulla base di queste parole io ho stabilito un’alleanza con te e con Israele», (Es 34,27).

Di più. È proprio Lui che si mette a scrivere e si rivela, nascondendosi nelle scritture. Lui che leggendo i desideri, i moti, l’alfabeto, le lettere secretate nel cuore umano, vi corrisponde, scrivendo su tavole di pietra: «Il Signore disse a Mosè: “Sali verso di me sul monte e rimani lassù: io ti darò le tavole di pietra, la legge e i comandamenti che io ho scritto per istruirli”. Le tavole erano opera di Dio, la scrittura era scrittura di Dio, scolpita sulle tavole», (Es 24, 12; 32, 16).

Egli scrisse quelle parole perché si restasse liberi – un codice per la libertà – e si continuasse a perseguire la nostra incompiuta nascita all’amore, cammino verso una terra promessa, una liberazione per comunanza di vita condivisa nella forma di un popolo peregrinante verso la sua meta: «Sono sceso per liberarlo dal potere dell’Egitto e per farlo salire da questa terra verso una terra bella e spaziosa, verso una terra dove scorrono latte e miele» (Es 3, 8).

Ma come gli fu facile scrivere su tavole di pietra, così altrettanto impegnativa e tremendamente ardua fu invece lo scrivere e riscrivere per quarant’anni sulle tavole di carne dei cuori umani. Una conquista a caro prezzo, anche per gli anni a seguire, a prezzo della trafittura del cuore, delle mani, dei piedi, del capo: il prezzo di una vita. Ma “nada te turbe nada te spante” direbbe Teresa d’Avila.

A tutt’oggi sembra ch’Egli non abbia ancora rinunciato alla vincolante, rischiosa e ardimentosa, amorosa promessa fatta a Geremia: «Questa sarà l’alleanza che concluderò con loro dopo quei giorni porrò la mia legge dentro di loro, la scriverò sul loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo. Non dovranno più istruirsi l’un l’altro, dicendo: “Conoscete il Signore”, perché tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande» (Ger 31, 33-34).

Gesù ha scritto con il dito sulla sabbia una sola volta. Ha scritto ciò che passa non appena giunge il vento, perché ciò che è perdonato scompare, per sempre. Quello che gli stava più a cuore invece, il mistero di Dio racchiuso nella sua umanità, l’esperienza della compassione provata dal Padre per i suoi figli, e la sua per i suoi fratelli, questa l’ha scritta con la sua intera esistenza.

Un maestro che insegnava con autorità, perché scriveva con la sua vita per generarla in quelli che incontrava per la strada, con la parola, i segni e l’effusione del suo spirito. «Bisogna nascere di nuovo» diceva a Nicodemo un maestro in Israele, anche se si è vecchi: «Non ti meravigliare se ti ho detto: “Bisogna che nasciate di nuovo”. Non meravigliarti se ti ho detto: “Dovete nascere dall’alto. Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va: così è chiunque è nato dallo Spirito“» (Gv 3,7).

Quel comandamento nuovo Gesù lo scriveva strada facendo, al vivo sulla sua pelle, con una scrittura carnale, con mani e piedi di uomo, con cuore di carne, con lo sguardo degli occhi penetranti l’abisso, anche quello più oscuro; con il respiro e l’udito di chi non spezza una canna incrinata né spegne un lume fumigante; con la voce di chi dice “alzati e cammina”, o “donna non piangere” e, senza sottrarsi alla morte, nell’ultima cena condividendo il suo stesso corpo, dato come un pane ai discepoli: «prendete e mangiatene tutti», e così si continuerà a dire nei secoli dei secoli.

Volete andarvene anche voi?” chiese il Rabbi una volta ai suoi. Rispose Pietro per tutti: «da chi andremo Signore», solo le tue parole, viventi scritture, restano impresse in modo indelebile sulle pagine di quel libro che è la nostra vita.

La scrittura di Marco, ispirata da Pietro, che lo chiama figlio e lo arruola nei suoi viaggi missionari come suo interprete a Roma, è come “lo stilo di uno scriba veloce”. Egli scrive il suo vangelo srotolandolo in appena 16 capitoli, come su una pergamena che mostra il testo e lo nasconde nello spazio breve di aprirsi e avvolgersi di nuovo. Rivela così, facendo intravedere solo un poco e poi rimandando al dopo, il segreto più intimo di Gesù, il suo essere il messia e il figlio di Dio.

Luca, il caro medico lo chiama Paolo e suo “compagno di lavoro”. È lo scriba meticoloso che ha compiuto prima di cimentarsi nell’impresa «ricerche accurate su ogni circostanza, fin dagli inizi per scriverne un resoconto ordinato». È lo scriba della mansuetudine di Cristo, e pure il redattore e poi cronista, sul campo degli Atti degli Apostoli, della vita nascente, delle vicende e del cammino in diaspora della nuova famiglia di Gesù, prima e dopo la Pasqua. Scriba della missione Spirito, il compagno consolatore che suggerisce le parole da dire davanti ai tribunali e sospinge i discepoli fuori dai luoghi chiusi, sempre oltre fino alle periferie della terra.

Paolo, lo scriba di Cristo, che dice di essere «linfimo degli apostoli, e non degno neppure di essere chiamato apostolo, perché ho perseguitato la Chiesa di Dio», dopo essere stato afferrato da Cristo ha dettato molte lettere, firmandole anche di suo pugno, lettere alle comunità che aveva fondato; egli scrive perché «leggendo ciò che ho scritto, potete rendervi conto della comprensione che io ho del mistero di Cristo» (Ef 3,4), e ricorda anche ai faticosi e amati cristiani di Corinto che: «La nostra lettera siete voi, lettera scritta nei nostri cuori, conosciuta e letta da tutti gli uomini. È noto infatti che voi siete una lettera di Cristo composta da noi, scritta non con inchiostro, ma con lo Spirito del Dio vivente, non su tavole di pietra, ma sulle tavole di carne dei vostri cuori», (2 Cor 3,2-3).

Ma è Giovanni, il discepolo caro a Gesù, il presbitero che scrive alle chiese, quello accolto da Maria come figlio sotto la croce, e che la prese con sè come madre ad Efeso: è Giovanni lo scriba del “mistero indicibile di Dio”, del suo Verbo fatto carne, presente come luce nelle tenebre nelle vicende umane; narratore del futuro di Dio nascosto tra le pieghe minacciose della storia umana quando giungerà a compimento.

È chiamato dalla tradizione “l’aquila di Dio”. Si credeva un tempo che l’aquila potesse rinnovare la sua giovinezza e rinascere immergendosi in una sorgente d’acqua purissima, e così i suoi occhi divenuti trasparenti, innocenti alla luce, potessero fissare con lo sguardo il sole senza restarne abbagliati. È Giovanni il teologo che, reso trasparente al mistero dell’amore del Padre fonte del primo amore, perché tutto immerso in lui, scrive ciò che ha visto in visione nelle lettere alle sette chiese nel libro dell’Apocalisse: «Appena lo vidi, caddi ai suoi piedi come morto. Ma egli, posando su di me la sua destra, disse: “Non temere! Io sono il Primo e l’Ultimo, e il Vivente. Scrivi dunque le cose che hai visto, quelle presenti e quelle che devono accadere in seguito”», (Ap 1, 17-19).

In una prima lettera che inviò alla sua comunità in diaspora si legge che scriveva loro perché fossero consapevoli di possedere la vita e la comunione in Dio per la fede nel suo Figlio e per lo stile di comunione fraterna tra di loro. Balza subito agli occhi, nella lettera, l’insistenza delle ripetizioni, quasi che volesse scrivere ad uno ad uno dei suoi lettori e al tempo stesso abbracciarli tutti: «Scrivo a voi figlioli… scrivo a voi padri… scrivo a voi giovani… Ho scritto a voi… ho scritto a voi… ho scritto a voi».

Le tre età stanno a indicare la totalità dei destinatari: «Carissimi, non vi scrivo un nuovo comandamento, ma un comandamento antico, che avete ricevuto fin da principio. Il comandamento antico è la parola che avete udito. E tuttavia è un comandamento nuovo quello di cui vi scrivo, il che è vero in Cristo e in voi», (1Gv 2, 7). «Dio è amore», ecco il comandamento sempre nuovo e sempre antico; in questo semplicissimo detto giovanneo troviamo ricapitolato tutto il suo vangelo come fosse una miniatura.

Oso sbilanciarmi e dire allora che forse scrivere per Giovanni ha significato nascere e far rinascere dallo Spirito. Credo proprio di sì. Un continuo invito a passare dall’oscurità alla chiarezza, dal disamore all’amore, come il venire alla luce dell’aurora. Di più: «Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza» (Gv 10,10). Scrivere è un venire sempre di più alla luce per ricevere la vita in abbondanza quella simboleggiata dall’immagine del Regno: «se uno non rinasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio» (Gv 3,3).

Ma se si rinasce è come dire vedere nel groviglio oscuro, deterministico del destino umano illuminarsi un segreto, generarsi una pienezza di umanità, di relazioni in libertà, di una intimità di amore protesa all’infinito, oltre «la siepe, che da tanta parte dell’ultimo orizzonte il guardo esclude». Ciò che si è visto e non può essere detto lo si può scrivere, perché scrivendo si salvano le parole “in-audite” facendole nascere nel corpo della scrittura.

È Maria Zambrano [Qui] che ha ricentrato tutto il suo pensiero, e non un aspetto solo, sulla nascita e non più sulla morte. Il suo pensiero ha determinato così l’inversione di un paradigma dominante della filosofia esistenzialista e non solo. ‘Essere’ è per Maria Zambrano un ‘essere-per-la-nascita’, un nascere che porta l’uomo a un «risveglio dell’intimo fondo della persona», lo porta ad essere persona.

Una continua itineranza: dall’ ‘essere-per-la morte’ verso ‘un-essere-per-la-luce’. (Cf S. Zucal, Filosofia della nascita, Brescia 2017, 431- 507). Nel suo libro Verso un sapere dell’anima (Milano 1991), in cui scrive delle due forme del sapere filosofico, quello di ragione e quello poetico, per ritrovare nella vita l’amicizia perduta di un pensiero non solo teorico ma esistenziale e politico, la Zambrano scrive un intero capitolo sul Perché si scrive?

«[Per] salvare le parole dalla loro vanità, dalla loro vacuità, dando loro consistenza, forgiandole durevolmente, è lo scopo che persegue, anche senza saperlo chi scrive davvero». Scrivere è l’esercizio «di una potenza di comunicazione», una grazia, a chi scrive, perché si «accresca la sua umanità, che porti l’umanità dell’uomo a limiti appena scoperti, ai limiti del valore umano, dell’essere umano, con l’inumano, ai quali lo scrittore giunge, vincendo nel suo glorioso incontro di riconciliazione con le parole tante volte traditrici».

«Salvare le parole dalla loro esistenza momentanea, transitoria, e condurle nella nostra riconciliazione verso ciò che è durevole, è il compito di chi scrive. Ma le parole dicono qualcosa. Che cosa vuol dire lo scrittore e a quale scopo? Perché e per chi? Vuole dire il segreto, ciò che non si può dire a voce perché troppo vero; le grandi verità non si è soliti dirle parlando. La verità di ciò che accade nel seno nascosto del tempo è il silenzio delle vite, e che non può essere detto. “Ci sono cose che non si possono dire“, ed è in dubitabile. Ma è proprio ciò che non si può dire che bisogna scrivere. Scoprire il segreto e comunicarlo sono i due stimoli che muovono lo scrittore. Allo scrittore nella sua solitudine il segreto si rivela non del tutto, ma in un divenire progressivo. Scopre a poco a poco il segreto nell’aria e sente il bisogno di fissare il suo tracciato per poter poi alla fine abbracciare la totalità della sua figura… »

«Lo scrittore scaglia fuori di sé, dal suo mondo e quindi dall’ambiente che può controllare, il segreto trovato. Non sa che effetto produrrà a seguito della sua rivelazione, né può dominarlo con la sua volontà. Perciò è un atto di fede. Puro atto di fede è lo scrivere e ancor di più, perché il segreto rivelato non smette di essere tale per chi lo comunica scrivendolo… »

«È un atto di fede lo scrivere, e come ogni fede, di fedeltà. Lo scrivere richiede fedeltà prima di ogni altra cosa: essere fedeli a ciò che chiede di essere tratto fuori dal silenzio… Chi scrive, mentre lo fa, deve far tacere le proprie passioni e, soprattutto, la sua vanità. La vanità è una gonfiatura di qualcosa che non è riuscita a essere e si gonfia per coprire il suo vuoto interiore. … »

«La fedeltà crea in chi la rispetta la solidità, l’integrità del suo stesso essere. La fedeltà esclude la vanità, che consiste nell’appoggiarsi su ciò che non è, su ciò che non è verità», (ivi, 23-32).

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Siamo tutti la fenice

La fenice è un uccello mitologico presente in moltissime culture: dall’Egitto all’Asia, dalla Grecia al Medio Oriente, dall’India alla Russia. È divenuta anche simbolo cristiano, e la sua narrazione è talmente potente per l’uomo che ancora oggi è ampiamente usata nella cultura popolare e nel folclore. Le storie riguardo ad essa sono molto variegate, ma in genere si tratta di un animale che, dopo una longeva vita, viene bruciata mentre si trova nel suo nido; dalle fiamme, o dalle sue ceneri, si rigenera e comincia una nuova vita.
La sua morte e resurrezione simboleggiano anche tutte le piccole morti e resurrezioni che possono accadere nell’arco della vita di ciascuno. In un certo senso, è anche simbolo della resilienza, ovvero la capacità di far fronte in maniera positiva alle avversità, coltivando le risorse che si trovano dentro di noi. È il saper reagire e rialzarsi più forti di prima, adattandoci ai cambiamenti.
Il 2020 ha messo alla prova tutti, ci ha segnato intimamente. Per certi versi è stato veramente un annus horribilis. Lo abbiamo salutato volentieri, ma non dobbiamo fermarci al semplice e puro lamento, capace solo di appesantire ulteriormente l’aria. In fondo, il 2021 è solo il prosieguo del 2020, ma se cerchiamo di rinascere allora può essere davvero un anno “nuovo”. Sappiamo che non sarà tutto facile e che incontreremo di nuovo le nostre fragilità, ma non importa quante volte siamo caduti, ma quante volte ci saremo rialzati.
Allora ecco qualche atteggiamento utile per essere resilienti in questo nuovo anno:
mantenere il sorriso, accettare il cambiamento, non aver paura di prendere decisioni, saper chiedere aiuto, ascoltare se stessi, accettare se stessi, guardare il lato positivo delle cose, aprire il cuore agli altri, non stancarsi mai di imparare.

Il nido delle cicale
l’ultimo romanzo di Anna Martellato parla di rinascita

“Ho incontrato persone e mi sono chiesta perché continuassero a fare proprio quelle scelte, così ne ho scritto, facendo diventare romanzo certi temi che riguardano molti”. Raggiungo al telefono Anna Martellato, collega, conosciuta anni fa a Venezia, quando di lei mi colpì la propensione ad ascoltare e a familiarizzare. Anna Martellato ha pubblicato per Giunti Il nido delle cicale, un romanzo in cui si sentono i profumi e si vedono i colori, come a essere immersi in quella lingua di lago di Garda dove Mia, la protagonista, cresce e cambia pelle.
“Mia è una donna che spesso si gira dall’altra parte, scappa da una gabbia familiare a un nido che, in realtà, è un’altra gabbia ancora, si porta dietro blocchi che a un certo punto vanno affrontati, con non poco dolore, ma poi finalmente sciolti”, spiega Anna che nel romanzo ha voluto parlare di rinascita e mutamento, come quello delle cicale che dopo essere state dormienti sotto terra, escono alla luce in un corpo nuovo. “Le cicale aspettano il momento giusto per uscire, ho preso in mano il guscio e ho visto un taglio chirurgico, vengono fuori proprio da lì e da sole, anche Mia esce da sola da una situazione, affronta il dolore che è quello del rapporto col compagno e quello del passato e dei legami familiari, poi non torna più indietro”.
Nel romanzo, la protagonista si trova davanti a una scelta e prima ancora di decidere come fare, deve decidere se vuole sapere fino in fondo la verità. Una voce allora la guida, mostra, indirizza: come un daimon, un nucleo antico, la voce illumina una crepa, quella parte di vita sconosciuta che Mia può accettare o rifiutare del tutto. “Ognuno di noi ha una saggezza innata – spiega Anna – che a un certo punto si fa sentire, se stiamo in silenzio sappiamo sempre che direzione prendere”. Ed è con questa saggezza che Mia affronta una scoperta dopo l’altra, riprende i legami sospesi con il passato, primo fra tutti con la madre a cui prova a indicare una strada per uscire dal dolore: “Sono convinta che ciascuno abbia le chiavi della propria felicità che non vengono mai consegnate dagli altri e per questo Mia tenta di spiegare alla madre, da cui si era allontanata, che può ancora fare qualcosa di concreto per salvarsi da tutto quel buio, ma deve farlo da sola, come lo sta facendo Mia”.
È una famiglia smembrata dalla perdita, quella di Mia, ma è anche una famiglia da cui si può ricominciare perché c’è una madre che Mia può finalmente affrontare e un padre che l’aspetta sempre preparandone l’arrivo.

CITTA’ VUOTA:
E il mio esame di maturità? E il test all’università? Eppure sono convinta…

Non avevamo tempo e adesso ne abbiamo troppo.
Quando penso a Ferrara, alla mia città, non riesco a fare a meno di immaginarmi le vie del centro brulicanti di persone in bicicletta, di fretta. Piazza Ariostea superata quest’anno da piazza Verdi, rumorosa e piena di giovani universitari che non si fanno fermare neanche dalle rigide temperature invernali.
Eppure adesso è tutto fermo, grigio, surreale.
La mia città sì è trasformata in una nuova Pripyat, dove il suono più assordante è il silenzio.
Eppure, basterebbe entrare in una qualunque casa italiana dal primo giorno di quarantena a questa parte, per rendersi conto di quanto rumore ci sia invece tra quattro mura. Quando mai ci è capitato di essere costretti a stare in casa fermi con la nostra famiglia? Da quanto era che non passavo del vero tempo con mia madre?

La vita va avanti ma si è fermata.
Nel mio caso avrei dovuto avere il test d’ingresso per l’università il 24 marzo, ma come potete immaginare è stato annullato con largo anticipo e posticipato a data da destinarsi. È strano pensare come un evento così estraneo a tutti noi, proveniente dall’altro capo del mondo sia riuscito a giungere fino a qui e a monopolizzare le nostre vite. Vivo in un costante stato di incertezza, cosa ne sarà del mio futuro? E del mio esame di maturità? E dell’Università? Sono consapevole della collettività di questo momento: siamo tutti sulla stessa barca, immobili e attoniti. La gente muore e noi possiamo solo aspettare in casa per non essere i prossimi.
Eppure io sono convinta che in fondo, anche questo virus ci lascerà qualcosa.
Se non la consapevolezza che non tutto dipende da noi, la capacità di fermarci e preoccuparci per il prossimo. È un periodo paradossale dove la nostra consapevolezza è altruismo, la nostra inattività aiuta i medici, il nostro rimanere a casa ci aiuterà ad uscire il prima possibile.
Dopo ogni disastro, guerra o pestilenza che sia, c’è sempre stata una rinascita ed io mi auguro che il mondo post-covid19 possa essere un punto di partenza per molti di noi. E quando finalmente potremo riprendere a camminare per i nostri vicoli, fermiamoci un attimo a respirare e a vedere quanta bellezza abbiamo intorno a noi.
È questa la nostra vera casa.

LA NOTA
A Palermo l’orgoglio di chi crede nella propria città

Palermo sta cambiando; in meglio. Per esempio: si stanno aprendo importanti zone pedonali, è attivo il car-sharing, gli autobus sono frequenti (il 101 ogni tre minuti) e si introducono i tram. Per non parlare poi delle osterie in cui i profumi e i colori si sommano ai sapori dei loro piatti.
Passeggiare è piacevole, e non solo seguendo le indicazioni delle guide turistiche. Sono interessanti le Sale al Genio, che ospitano una mostra privata di maioliche di grande interesse, in cui si apprezza lo spirito del valore conservativo e non del mercato. La chiesa dello Spasimo, che cerca di ritrovare il suo fascino in un quartiere antico quanto difficile, la Kalsa, rappresenta bene il contrasto mistico tra decadenza e resilienza. L’ho visitata con una simpatica guida che ne ha parlato con orgoglio e competenza. In zona ho visitato l’orto botanico, che ha piante meravigliose di tutto il mondo; la natura si sa difendere contro l’incuria. Ho visto tanti palazzi, tante storie. A palazzo Steri, ora rettorato, ho visitato le celle dell’inquisizione la cui storia mi è stata raccontata con grande impegno da una giovane guida: anche in questo caso sentivo l’orgoglio palermitano di chi crede nella propria città.

E’ bello sentire i siciliani che credono nel futuro e che sperano un giorno di vedere valorizzata la loro storia. Molti sono costretti a lavorare fuori, ma sperano di tornare. Anche l’emozionante quadro di Guttuso tornato dell’Expo, la “Vucciria”, è una meraviglia. Curioso come sua moglie Mimese, quando andò a vivere a Palazzo Galati fece togliere un bel mosaico con un pavone perché uccello portatore di sventura. Ora nel palazzo restaurato c’è un B&B che consiglio perché ti godi una sincera ospitalità, ti svegli con una bella fetta di torta e guardi la terrazza di fronte al teatro Massimo.

Insomma io credo che la nostra bella Italia abbia tanti posti fantastici da vivere come se fosse (perché lo è) casa nostra e in particolare con i siciliani che credono in un mondo migliore.

ACCORDI
Rinascita.
Il brano di oggi…

“Un giorno credi di essere giusto, e di essere un grande uomo. In un altro ti svegli e devi cominciare da zero…”. È questo l’incipit di Un giorno credi, brano di Edoardo Bennato del 1974 che parla di riscatto, di ricerca di forza per rialzarsi dopo situazioni che tolgono anche l’anima. Sono tante oggi, purtroppo, le storie di vite spezzate, distrutte, storie di persone che da un giorno all’altro sono costrette a fuggire dalle loro case, dai loro paesi. Ma, per fortuna, tante sono anche le storie di chi ce l’ha fatta; storie di chi, nonostante tutto, è rinato.

Ogni giorno un brano intonato a ciò che la giornata prospetta…

Leggi l’articolo intonato:

STORIE – Esistenze interrotte, la nuova vita ferrarese di tre rifugiati politici

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L’EVENTO
Nascita, rinascita e sfascio di una casa del popolo

Costruzione e decostruzione della casa del popolo “Rinascita” di San Vito di Spilamberto (Modena), attraverso corpo e voce di Elsa Bossi e Giulio Costa, ovvero: il riciclaggio umano e morale delle casa del popolo, dalle origini ai giorni nostri. Lo spettacolo “Immobili”, scritto da Giulio Costa, ultima replica sabato 21 febbraio (ore 21) al Teatro Off di Ferrara, racconta in due punti di vista a volte dissonanti, a volte in perfetta sintonia, ma esposti attraverso il contrasto di genere, un pezzo di Novecento italiano attraverso una istituzione fondamentale per chi l’Italia l’ha fatta. Gli attori raccontano, a fine spettacolo, la passione che ha portato alla nascita della pièce minimale e incisiva, già portata in tournée tre anni fa e riproposta per raccontare ancora una volta la storia di una casa che rischia di essere spazzata via da una nuova distorsione storica e speculativa. In un dibattito ancora aperto e urgente: Rinascita è a oggi di nuovo indifesa, a rischio chiusura, grazie all’ennesimo intervento residenziale.

casa-del-popolo-immobiliSul palco, all’inizio dello spettacolo, c’è una timida e innocua scatola di cartone. Il prete a mo’ di don Camillo preoccupato della nascita di una casa del popolo sfoga in un concitato e caldo dialetto modenese le sue preoccupazioni con la perpetua sul confessionale, timoroso che il bracciante voglia mangiarsi non solo gatti ma anche il parroco. Si trasforma poi nel sindacalista visto come un demonio dal prete di pochi minuti prima, mentre lei a estrarre numeri, e lui sul pulpito a parlare della nascita della cooperativa di lavoro consumo, il cui compito sia quello di regolare i prezzi, dare solidarietà al lavoratore e resistere al padrone. Quel padrone osteggiato da una donna fiera e progressista, erede di suffragette e sostenitrice del diritto di sciopero, che avrebbe voluto studiare e che invece è piegata sotto al bastone del padrone. Lei, la sorella, reclama il diritto alla cooperativa per essere tutelata e il dovere del lavoratore di fare sacrifici per ottenere diritti e una paga adeguata; lui, il fratello, difende il padrone nel quale vede il diritto alla propria continuità di esistenza, di fronte al quale obbedire e piegare la testa.

casa-del-popolo-immobiliCi prova un altro lui, a farle piegare la testa: arriva il 19 luglio 1921, i diritti operai sono aboliti. I fascisti bruciano le case di associazione, tra queste anche Rinascita. Lui srotola le calze lungo il polpaccio, camicia nera e piglio arrogante e ‘super partes’ interroga lei, una insegnante che tenta di difendersi verbalmente dalle sue violenze fisiche e verbali, che la accusa di non essere all’altezza della patria. Poi lei è una staffetta impegnata in gruppi di difesa della donna, che tiene testa a un lui partigiano e risolutorio. Passano i mesi, ad alta voce: novembre, poi febbraio, poi marzo. Giornali, vestiti, lettere, e arriva il settembre 1943. Rinascita viene faticosamente ricostruita dopo la Liberazione, sull’altalena del contrasto tra comunisti e democrazia cristiana. Con fatica, con amore, meticolosamente, prima; poi non più.

casa-del-popolo-immobiliAlla fine dello spettacolo la scatola di cartone si è moltiplicata, ingrossata come un tumore, è diventata un casino di cemento spartito tra gli ex compagni, sbrigativi e annoiati, ben ripuliti, che pensano di essere andati oltre i giochi dei comuni mortali. La casa del popolo è sfasciata senza dibattito, una ragazzina molestata dal gruppetto di amici del cuore che è diventata tutto a un tratto il “branco”. Di rosso è rimasto il colore della polo, indumento di scena, su cui ammicca un coccodrilletto: ha vinto lui. Le sane gazzarre tra Don Camillo e l’onorevole Peppone sono spente per sempre nei vecchi televisori stipati nelle soffitte. Roba da rigattieri, ormai.

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Foto di Daniele Mantovani

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