Tag: riqualificazione urbana

L’ultima sorpresa: una colata di cemento a ridosso delle Mura!
Un sindaco che tratta i cittadini come bambini

Come premessa

Oggi è lunedì 11 luglio. Ieri notte ho letto, spero con attenzione, il documenti che il Comune di Ferrara ha appena messo a disposizione della cittadinanza. La relazione dell’impatto economico,  il keyplay e le tavole di progetto degli interventi da realizzare: l’ipermercato di via Caldirolo, il parcheggio di viale Volano, il restauro ei la nuova destinazione d’uso della ex caserma Pozzuoli del Friuli.
Non sono né un ingegnere, né un architetto, né un urbanista (confido che nei prossimi giorni alcuni di loro intervengano su questo quotidiano) ma credo di aver capito abbastanza bene le intenzioni di fondo che animano il progetto complessivo messo in campo dal sindaco Allan Fabbri e la sua Giunta. Ho anche compreso – non ci vuole poi molto – l’entità e l’impatto sociale e ambientale su Ferrara dei tre “progetti di riqualificazione” che già questa mattina, verranno votati in Consiglio Comunale, ottenendo il prima via libera.

Il peccato originale di chi governa la città

Se è vero che ai bambini piacciono le sorprese, io ero addirittura un fanatico. A Natale o per il mio compleanno avevo in testa uno o più desideri, ma mi guardavo bene da spifferarli ai miei genitori. Da loro pretendevo assolutamente una sorpresa, prendendomi l’ansia e il rischio di ricevere un regalo indesiderato.

Non sono tra quelli che inveiscono, sempre e comunque, contro ogni scelta della amministrazione di Ferrara. Ho ad esempio ho apprezzato molte iniziative culturali, mostre, spettacoli.
Altre iniziative mi sono invece sembrate sbagliate o addirittura pericolose per la città e la società ferrarese. Ne ricordo due in particolare: la triste e indecorosa vicenda dei buoni pasto [Vedi qui] su cui recentemente il tribunale ha condannato il Comune di Ferrara per le scelte discriminatorie nella compilazione delle liste, e la vera e propria ossessione per la sicurezza del vicesindaco sceriffo deciso a ingabbiare piazze e parchi pubblici [Qui].

Ho capito però qual é la cosa più grave, il peccato originale, il comportamento ingiustificabile della Giunta a trazione leghista di Alan Fabbri e Naomo Lodi. In poche parole, trattare i cittadini come bambini piccoli, i bambini di cui sopra. E non solo i cittadini – che presi tutti insieme sono (o dovrebbero essere) i Signori di Ferrara – ma anche i sindacati, le associazioni, gli ordini professionali, gli artigiani, perfino i commercianti.
Sindaco e Giunta decidono senza confrontarsi e consultare nessuno. E solo dopo presentano le loro scelte al Consiglio Comunale e alle tante espressioni della città ferrarese. Evidentemente questa amministrazione non conosce i fondamenti della democrazia partecipativa.

Ricordo, ad esempio, il nodo biblioteche pubbliche, un tema particolarmente caro alla cittadinanza ferrarese e su cui, a più riprese, sono state raccolte migliaia di firme e presentate proposte. Inascoltate. Uscendo dal lockdown, in coincidenza con il pensionamento di tanti bibliotecari, l’amministrazione ha evitato le richieste del sindacato, delle associazioni, dei lettori organizzati. E ha deciso d’imperio e messo in opera la sua soluzione: orari ridotti, esternalizzazione di due biblioteche, nessun impegno sullo sviluppo del sistema bibliotecario e sulla costruzione di una nuova grande biblioteca nella zona sud della città. Una sorpresa, appunto, un pacco regalo, incartato e con tanto di fiocco.

Altra sorpresa. Da almeno un’anno e mezzo si sapeva che l’amministrazione stava tessendo contatti con il manager di Bruce Springsteen per includere Ferrara nelle tre tappe italiane del Tour 2023 del Boss. Stiamo parlando di un grande artista, amato a Ferrara come in tutto il mondo, e bravo il sindaco che è riuscito a finalizzare l’operazione.
E qui arriva il ‘pacco’ sorpresa, il fulmine a ciel sereno: il megaconcerto (almeno 50.000 persone) si farà nel cuore del Parco Urbano, il cuore verde (e delicatissimo) di Ferrara. La location prescelta sta suscitando da più parti critiche e perplessità, una petizione popolare ha già raccolto 2.000 firme [Vedi qui], si propongono almeno due valide location alternative, ma, almeno finora, il sindaco Fabbri è apparso irremovibile: il concerto si farà, si deve fare nel Parco Urbano. Con il fondato sospetto che il Comune si sia già legato le mani con l’organizzazione del Tour già un anno fa. Senza dire niente a nessuno.

Breve parentesi storica 

Ora, ci si può domandare se questo peccato originale – chiamiamola pure autocrazia – sia un vizio che germoglia a Ferrara in con coincidenza con la storica vittoria della Destra o invece abbia radici più antiche, se insomma anche i governi di Centrosinistra abbiano peccato di autocrazia, di scarsa o nulla passione e volontà di confronto con la società cittadina nelle sue varie forme. Se coltiviamo un po’ di onestà intellettuale (merce rarissima nella Sinistra politica ferrarese) dobbiamo riconoscere che la risposta giusta è la seconda.

I più vecchi ricordano il quindici anni di Roberto Soffritti sindaco, soprannominato non a caso ‘il Duca’. Un duca che ebbe anche idee illuminanti – una visione alta se la si confronta con le idee vecchie e i progetti riciclati del sindaco Alan Fabbri – ma comunque un duca, uno che prima decideva e poi informava il popolo.

Il medesimo vizio l’abbiamo visto in opera negli ultimi 20 anni in cui la città è stata governata dai partiti del Centrosinistra.
Ma dove nasce questo vizio antico che con la Destra al potere e Alan Fabbri sindaco raggiunge l’apice? Perché si smette il dovere civico del confronto preventivo, perché non si ascolta più la voce della periferia? Perché si progetta, si decide e si opera come Pericle, senza che il sindaco Fabbri possa vantare la metà della metà  della statura del grande autocrate ateniese?

Per cattiveria, per calcolo politico? No, la risposta è molto peggio: per disabitudine.

In molti a Sinistra hanno strologato sulle cause della grande sconfitta nelle elezioni comunali del 2019. Quasi nessuno, però, ha evidenziato che il giudizio negativo sulla politica classe espressa dal Centrosinistra e quindi il ‘tradimento’ di tanti elettori era dovuto in buona parte alla alla deriva autocratica del governo municipale, una deriva che nemmeno i nuovi poteri assegnati al Primo Cittadino dalla ‘legge sui sindaci’ può giustificare.

Tre brutti regali per Ferrara

Vengo allora brevemente – altri hanno più competenza per entrare nel dettaglio – all’ultima sorpresa della Giunta Fabbri. Una sorpresa col botto, anzi, un uovo di pasqua (per l’Opposizione in Consiglio Comunale e per tutti i cittadini ferraresi) che di sorprese ne contiene 3. Il tutto pubblicizzato come una grande idea di riqualificazione urbana, capace di donare a Ferrara un volto nuovo.

Non c’è dubbio che, anche solo da una veloce lettura dei documenti, che l’ultima sorpresa del sindaco Fabbri supera, per ampiezza e gravità, tutte quelle precedenti. I tre progetti, infatti, non sono dei semplici ritocchi urbanistici, ma prefigurano di un piano che, se attuato (dio non voglia), è destinato a cambiare in peggio il volto della città di Ferrara, stravolgendo la sua fisionomia e tradendo la sua vocazione. Dell’idea, nessuno in città ne sapeva nulla; il Comune di Ferrara – non sappiamo quando, ma almeno un anno fa –  aveva commissionato lo studio socio-economico e la redazione dei progetti preliminari di intervento edilizio a ditte di Milano e  Ravenna.

Nascerà una Ferrara moderna e al passo delle sfide del Terzo Millennio? E’ probabilmente quello che pensa il sindaco e la sua maggioranza. Al contrario, il profumo che mi arriva al naso leggendo la documentazione è un salto indietro nel tempo . L’idea di fondo che anima il piano è tutta novecentesca, vecchia di più di cinquant’anni, a prima degli anni Settanta del secolo scorso, quando Ferrara (e non solo Ferrara) capì l’importanza decisiva della restauro e della tutela del suo Centro Storico, della valorizzazione della suo patrimonio verde, dello sviluppo dei servizi alla persona.

E’ il cemento – il vecchio caro cemento del Boom economico – che domina i tre progetti che si vorrebbe mettere in cantiere. Tanto cemento è tanto Privato.

Ecco quindi l’Ipermercato di via Caldirolo – corre voce che ci sia già un preaccordo con Esselunga, molto amica di Salvini e della Lega – a ridosso delle Mura e della sua preziosa cintura verde. Un  ipermercato ,(anche questa un’idea di distribuzione commerciale ormai sorpassata)  di cui tutti sanno che non v’è nessun bisogno.

Un parcheggione, altro cemento, in Viale volano, anche qui a due passi dalla cinta muraria. Che fantasia.

Infine, l‘idea e il progetto, tutt’altro che geniale e tutto privatistico, di recupero e riqualificazione della grande area della ex caserma Pozzuolo del Friuli. Un mega studentato vespaio, edilizia privata, altri negozi. Per realizzare il tutto, ci si mangia un bel pezzo del grande spazio interno scoperto per realizzare nuovi volumi.

Oggi Il Consiglio Comunale, voterà una delibera di indirizzo. Poi comincerà l’Iter, passo per passo questa brutta idea diventerà realtà. L’augurio è che i ferraresi riescano a fermare il motore, Perché sono cittadini, non bambini piccoli.

A proposito, se vuoi leggere e firmare la petizione popolare SAVE THE PARK che ha già superato le 3.500 adesioni [firma qui la petizione]

LETTERA APERTA
NO ALLA COLATA DI CEMENTO ALL’EX MOF

OGGETTO: risistemazione area ex MOF

Ill.mo Sindaco e Consiglieri Comunali,
in relazione alla nostra precedente comunicazione, in quanto cittadini residenti nella zona Rampari di San Paolo, Corso Isonzo, Acquedotto ci rallegriamo del dibattito che si è aperto su quanto riportato in oggetto, anche attraverso i media cittadini, perché è auspicabile che la sistemazione della zona possa avvenire col massimo consenso. Ci rallegriamo soprattutto del fatto che il progetto originario sia stato temporaneamente fermato per riflettere su una migliore sistemazione che tenga conto dell’evoluzione delle esigenze cittadine, rispetto al parcheggio multipiano concepito secondo concetti urbanistici e sociali decisamente superati, soprattutto dopo gli eventi degli ultimi mesi. Abbiamo in particolar modo apprezzato l’intervento del Consigliere Comunale Francesca Savini in una recente riunione del consiglio, durante la quale è stata sottolineata la necessità della revisione del progetto e della sistemazione dell’area secondo le nuove esigenze.
Non siamo meravigliati delle prese di posizioni di alcuni esponenti politici locali che si sono sollevati nella difesa di un progetto che evidentemente avevano negli anni appoggiato, ma l’avvedutezza politica dovrebbe consigliare di cogliere i cambiamenti e le nuove situazioni sociali ed opportunità economiche piuttosto che arroccarsi su posizioni superate per difendere idee non più adeguate.
Il problema è estremamente sentito dagli abitanti delle vie circostanti all’ex-mof per lo stato di abbandono nel quale si trova attualmente il parcheggio, così come le costruzioni adiacenti sul lato più interno, frequentate da uccelli e topi. È per questo motivo che alcuni abitanti, alla notizia del blocco dei lavori, hanno sentito la necessità di esprimere opinioni avverse, manifestate anche a noi direttamente, nel timore che l’attuale situazione si possa protrarre nel tempo.
Ma la volontà di cambiare non può avvenire un una direzione che rischia di essere peggiore dell’attuale con una costruzione di 50 ml sul lato di Corso Isonzo, 100 ml sul lato di Rampari di San Paolo e 8 ml di altezza (10 ml se si considera il blocco ascensori). Una colata di cemento di 40.000 metri cubi a ridosso delle Mura che va dalla Palazzina verde su Corso Isonzo recentemente ristrutturata fino a via Della Grotta. Un insulto visivo per gli abitanti dell’intera città e dei suoi visitatori, senza considerare l’uscita su via Rampari con l’inquinamento delle auto che dovranno fermarsi al semaforo all’incrocio con Corso Isonzo. Non si possono, inoltre trascurare i costi di gestione per illuminazione, pulizie, manutenzione e sorveglianza se si vuole evitare che l’edificio si presti, come spesso accade in questi casi a luogo di atti illeciti. Il multipiano generebbe 500 posti auto rispetto agli attuali 200. Ma liberando la parte del parcheggio dagli autobus nella parte che si affaccia su via Darsena si potrebbero liberare altri posti auto, ammessa e non concessa la necessità di disporre di una maggiore area per la sosta delle auto, visto che il parcheggio Centro storico su viale Kennedy è
sempre vuoto e si riempie solamente in circostanze particolari. Lo stesso ex Mof non è mai pieno pur non essendo a pagamento. Se dovesse mai esserlo si svuoterebbe ulteriormente a discapito delle vie circostanti.
Il progetto prevede l’abbattimento, con tutto lo spazio che c’è, di alcuni platani di notevoli dimensioni, presenti a ridosso di Corso Isonzo su un filare parallelo alla stessa via, all’interno del muro di cinta dell’ex mof. Riteniamo invece necessario mantenere ed integrare (laddove mancante) il filare di platani aumentando la fascia verde per mantenere l’effetto di “galleria verde” secondo il concetto di Città Giardino che andrebbe ulteriormente sottolineato ricostruendo
il circuito verde delle mura con elementi vegetali e paesaggistici, passando attraverso l’acquedotto, con piste ciclabili e pedonali nel rispetto delle norme di sicurezza, ora mancanti, per chi vuole percorrere l’intero circuito murario. In questo modo si creerebbe una barriera verde togliendo alla vista esterna delle abitazioni circostanti il parcheggio interno che andrebbe comunque sistemato con aiuole, richiami vegetali e pavimentazione a prato.
Le possibilità di spendere altrimenti parte dei finanziamenti del Piano Periferie sono molteplici: ad esempio. la riqualificazione di via Foro Boario (integrazione dei numerosi platani mancanti, come già fatto in Corso Isonzo); completamento della pista ciclabile sul lato nord tra via Sardi e via Bologna;riqualificazione di tutto la zona banchina sul lato sud ovest, dove parcheggi irregolari si alternano a tratti di marciapiede, a piccole zone verd) o il quartiere lato est di via Bologna tra l’Ippodromo e via Wagner (compresa l’area tra le e ferrovie), da non trascurare la Darsena che se venisse riqualificata per le passeggiate sul fiume favorendo la nascita di punti di ristoro darebbe
un’ulteriore spinta alla vocazione turistica della città. In definitiva verde, punti di ritrovo e svago al posto di cubi di cemento che soffocano la città visivamente ostacolando piuttosto che favorendo le attività sociali e ricreative. Ambiente non fine a se stesso ma al servizio dei cittadini creando migliori condizioni di vita e opportunità economiche

In tempi di Coronavirus e delle conseguenti necessità di distanziamento sociale si ritiene opportuno che gli spazi urbani liberi (da sempre liberi) siano mantenuti per le più diverse esigenze che dovessero insorgere o essere proposte quali spettacoli, cinema all’aperto, eccetera. Fiduciosi di poter essere ascoltati sull’argomento inviano vivi saluti:

Seguono Firme certificate dai documenti di identità:

1. Vittorio Ticchiati, 2. Roberta Galeotti, 3. Massimo Mastella, 4. Paola Guzzinati, 5. Michele Mastella, 6. Massimo Mandrioli, 7. Flavio Mandrioli, 8.Zaira Zucchi, 9. Debora Boni, 10. Antonella Cherubino, 11. Sergio Goffi, 12. Marzia Marzola, 13. Michele Cavallari, 14. Daniela Marmocchi, 15. Francesca De Sisti, 16. Milla Roma, 17. Massimo
Furiani, 18. Liliana Bacilieri, 19. Serafina Disclafani, 20. Andrea Brandolini, 21. Massimo Brandolini, 22. Maria Toselli, 23. Giovanni Fioravanti, 24. Renata Patrizi, 25. Anzio Contadini, 26. Roberta Cattolini, 27. Simonetta Danieli, 28. Maria Modena, 29. Rino Brina, 30. Davide Bruno, 31. Giorgia Legato, 32. Francesca Rosso, 33. Katia Frigato, 34. Silvia Burlacu, 35. Massimo Mantovani, 36.Bruna Zoppellaro Bozzato, 37. Giovanni Battista Ivo Bozzato, 38. Nella Graziutti, 39. Rosanna
Figliuzzi, 40. Anna Maria Monaci, 41. Cristina Secchi, 42. Gennaro Silvestro, 43. Mara Ballarin, 44.Franco Chiereghin, 45. Marcella Chiereghin, 46. Barbara Angelini, 47.Riccardo Loberti, 48.Cristian Fogli, 49.Daniela Stefani, 50.Francesca Parisi, 51.Maurizio Bertaglia, 52. Elisabetta Bottai, 53.Gabriella Prisco, 54. Luca Petrucci, 55. Angela Garatti, 56. Giorgio Prevedel

N.B. Rispetto alla precedente lettera le firme sono aumentate e sono in ulteriore aumento,

LA RIQUALIFICAZIONE DI CEMENTO
“Spero che questa Giunta abbia il coraggio di bloccare il nuovo mostro della Darsena”

Marzia Marchi – Ambientalista

Gentile direttore,

Trovo veramente curioso che ogni intervento di cosiddetta riqualificazione urbanistica si traduca inevitabilmente in una nuova colata di cemento!
L’avevo scritto in occasione della fantomatica piazza Verdi che da parcheggio, una volta riqualificata si è trasformata in immenso dehoors per i bar circostanti. Costi pubblici e guadagni privati!
Pertanto, spero davvero che questa Giunta abbia il coraggio di bloccare il nuovo mostro della Darsena, ovvero il parcheggio multi piano dell’ex Mof. Una struttura che qualcuno definisce agile perché in acciaio e reversibile!!! Ovvero un manufatto di acciaio che dovrà contenere migliaia di auto e di corriere! Ms che colata di cemento serve per sostenere questa strutturina agile? E dunque, quando l’ex assessore Fusari parla del più importante progetto di riqualificazione urbanistica di Ferrara, ha una visione ben limitata della città se riqualificare significa invitare auto ad avvicinarsi al centro, cioè aumentare mobilità inquinante in prossimità delle mura, in strade mal conformate per grande traffico e in una zona densamente abitata.

Mentre la Darsena giace arenata nel suo fango mefitico, senza barche e ora anche senza alberi. La stessa zona, già stuprata dall’orribile torre inutilizzata che svetta sul fallimentare Darsena City, aveva bisogno di ben altro intervento di riqualificazione che non un nuovo mostro a complicarne lo skyline.
Il mercato dell’auto è in crisi e la mobilità automobilistica dovrà prima o poi cedere al passo ad una mobilità sostenibile, ovvero metropolitane leggere e soprattutto biciclette.
Proprio davanti all’ex Mof è stata inaugurata in pompa magna la ridicola striscetta di 100 metri di pista ciclabile che nasce e sparisce nel nulla. Ecco, la riqualificazione urbanistica nell’ambito di un piano periferie avrebbe dovuto progettare una rete di viabilità ciclistica che dalla periferia conduce al centro in sicurezza.

Ma è più comodo seguire il percorso dannatamente tracciato in questo Paese: coniugare lo sviluppo al consumo di suolo. Non dovrebbe scendere un solo chilo di nuovo cemento sul nostro martoriato territorio, invece si continuano a progettare autostrade, vedasi l’altro scellerato progetto Cispadana, tanto per rimanere a casa nostra.
Sulla qualità ambientale di questa Giunta ho la stessa scarsa fiducia che avevo nei confronti di quella precedente, ma spero che, se non altro per ragioni di contrapposizione politica, non si dia avvio all’ennesimo scempio architettonico dell’ormai ex quartiere Giardino. Poi i mostri restano! Come l’orrendo stadio, sovradimensionato rispetto al contesto e tra un po’, temo, anche rispetto allo scopo!

Ferrara nata dall’acqua rinnega il fiume, ma la rinascita passa dal Volano e dalla darsena

Ferrara nasce sull’acqua ma lo ha dimenticato. Ha dimenticato il fiume, rinnegando la sua natura intrinseca. Bisognerebbe invece riscoprire il Po, il Volano, il Primaro e farli tornare ad essere una risorsa” dice Leonardo Delmonte, guardando fuori dalla finestra del suo ufficio in direzione della darsena. È una splendida giornata di sole e il paesaggio d’acqua, inedito per molti ferraresi, è bello nella sua diversità. La banchina è vuota e il sole crea sulla superficie del fiume dei suggestivi giochi di luce. In fondo, i retro delle case sono semi coperti da dei canneti e alcune anatre starnazzanti immergono il collo nell’acqua in cerca di cibo.

Leonardo Delmonte è uno dei fondatori dell’associazione ‘Basso Profilo’, nata nel 2007 all’interno della facoltà di Architettura di Ferrara, con l’obiettivo di individuare il ‘basso profilo’ come motore di un nuovo metodo progettuale che parte, appunto, dal basso. A sua volta ‘Basso Profilo’ è il capofila del consorzio ‘Wunderkammer’ che dal 2012, in seguito alla vincita di un bando indetto dal Comune di Ferrara, ha come sede operativa il Palazzo Savonuzzi: ex magazzini fluviali sulla darsena del Po di Volano, costruiti nel 1940 dall’ing. Savonuzzi e restaurati nel 2004. Un grande spazio polifunzionale che diventa un centro culturale con l’intento di coinvolgere persone di tutte le età in attività che vanno dai campi estivi per bambini e l’insegnamento delle lingue straniere, grazie all’associazione ‘Encanto’, ai corsi e i concerti di musica moderna, organizzati dall’associazione ‘Musicisti di Ferrara’ sempre facente parte del consorzio, o le attività di riscoperta del fiume portate avanti dall’associazione ‘Fiumana’.

Wunderkammer, che in lingua tedesca significa ‘camera delle meraviglie’, in riferimento alla pratica, diffusa da alcuni collezionisti del XVI-XVIII secolo, di raccogliere in stanze apposite degli oggetti fuori dall’ordinario, si prefigge di reinterpretare in chiave moderna questo concetto e concentrare nei propri spazi la produzione artistica giovanile e le attività rivolte alla cittadinanza attiva. “Lo spazio interno, che abbiamo voluto il più possibile aperto e flessibile- spiega Delmonte- lo intendiamo come tutt’uno con l’esterno. Di fatto, vista anche la nostra posizione, abbiamo a che fare con due realtà: la darsena e l’elemento acqua e il quartiere Giardino e il verde urbano. Questi due temi a Ferrara sono meno distanti di quel che possa sembrare: entrambe le aree, infatti, sono unite dalla stessa carenza di vocazione identitaria. Da una parte ci si è dimenticati della matrice naturale, dall’altra si è voltato le spalle al fiume”. Il quartiere Giardino è stato costruito riprendendo il concetto di ‘città-giardino’, ovvero una città ideale capace di inglobare il paesaggio rurale nei siti urbanizzati. Eppure, se ora si parla di Gad a Ferrara, l’impressione è prevalentemente negativa. ”Il quartiere fa parte del centro- dice Delmonte- eppure viene avvertito come periferia. Diciamo che è come una auto profezia che si avvera: ci si sente ai margini e si vive come se lo si fosse. Ci sono realtà intese come problematiche: la stazione, lo stadio e lo stesso ex Mof sono tutti punti di scambio che stressano il quartiere. Il fatto stesso che in questo punto della città si interrompano le mura cittadine è un elemento da non sottovalutare. Vi sorgeva una fortezza pontificia, poi abbattuta, e il vuoto che è rimasto interrompe il cerchio delle mura: uno degli elementi più famigliari ai ferraresi a da qui il senso di estraneità che ne deriva”. Eppure sono proprio questi elementi di differenza che per Leonardo Delmonte sono la vera forza del quartiere.”La differenza è un valore, bisogna spezzare il circolo vizioso e farlo diventare virtuoso. Certo, a Ferrara, tra le linee precise create da Biagio Rossetti, lo spazio libero e l’erba alta spaventano. Altrove uno spazio come quello del tratto di mura del quartiere Giardino sarebbe liberamente usato dai cittadini per prendere il sole o leggere un libro, invece nel quartiere lo spazio pubblico più utilizzato è la piazza dell’Acquedotto, ossia uno spazio molto monumentale ed asfaltato”. Lo stesso discorso, spiega Leonardo Delmonte, vale per la darsena. Quello che fino ad un passato recente era un luogo di scambi, anche commerciali, e di incontro, è oggi per lunghi tratti abbandonato. La maggior parte dei cittadini ferraresi non intendono le vie fluviali come un luogo fruibile per la navigazione o per una semplice passeggiata lungo la banchina. In effetti vi sono alcuni ostacoli: primo fra tutti il fatto che esistono una marea di cancelli e recinzioni che dividono la banchina che costeggia il Volano, in tanti pezzetti isolati tra loro.

Proprio il recupero della darsena è uno degli obiettivi dell’associazione Basso Profilo che, ogni anno, promuove delle iniziative volte a far riscoprire ai cittadini ferraresi questo spazio quasi dimenticato. E’ nato così, nel 2015, il progetto ‘Smart Dock’ che, in sinergia con il progetto ‘Idrovia Ferrarese’, mira ad avviare un processo di coinvolgimento diretto della cittadinanza nella riscoperta del fiume e promuovere una rigenerazione urbana della Darsena S.Paolo. Spiega Delmonte, coordinatore del progetto, che “un bene comune non lo si può disegnare né si può imporre un vincolo di affezione con un area cittadina. Si possono però creare delle abitudini per far vedere con uno sguardo diverso ciò che si ha quotidianamente davanti agli occhi. Bisogna costruire un habitat nuovo con l’intento di abbattere quei muri invisibili che impediscono di vivere gli spazi pubblici come propri, e viceversa”.

Il progetto ‘Smart Dock’, costruito a partire dai concetti di consapevolezza, familiarità e sguardo laterale, si è sviluppato attraverso laboratori didattici con le scuole, una mostra realizzata in collaborazione con il circuito di biblioteche ferraresi e l’Archivio di Stato, tre mesi di musica jazz o elettronica in darsena, con un’ottima affluenza di pubblico, e l’esperimento dell‘Idropolitana’, promossa dall’associazione Fiumana e Asd Canoa, che ha organizzato delle suggestive gite in battello sui canali cittadini e il fiume Po fino alla laguna di Venezia. Come suggerisce Leonardo Delmonte “bisogna riappropriarsi di una visione sui tempi medi. Oggigiorno c’è troppa frenesia e i risultati si vogliono vedere subito. Bisogna calcare anche un po’ la mano, invitando i cittadini a non aver paura del nuovo”.

La rigenerazione urbana precede la riqualificazione. La parola d’ordine è ‘apertura alle novità’: ci vogliono occhi nuovi ed una nuova mentalità per costruire una nuova darsena.

(Foto di Leonardo Delmonte, Tonina Droghetti e Bruno Droghetti)

Evento musicale ‘Un fiume di musica’ foto di Bruno Droghetti
Laboratorio ‘Darsena bene comune’ foto di L.Delmonte
Evento musicale ‘Electro dock’ foto di L.Delmonte
Canoa Club foto di Tonina Droghetti

Case popolari, la denuncia di Acer: “3.500 persone in lista di attesa ma non ci sono soldi per costruire né per ristrutturare”

3.segue – La terza tappa del mio viaggio nell’edilizia pubblica ferrarese mi porta a confrontarmi con il direttore di Acer Ferrara Diego Carrara. Una premessa va fatta: avere un’intervista in quest’ambito non è cosa scontata. Da parte degli addetti c’è spesso ritrosia nel parlare, reticenza, uffici stampa che fanno da filtro… Questa volta è andata diversamente: lo stesso Carrara mi ha chiamato per chiedere un incontro, giovedì, ore 16, sede Acer.
Giungo in zona in netto anticipo, io che sono ritardatario cronico, non volevo far magre figure, ma sono riuscito ad arrivare comunque in ritardo all’incontro, una sola mia scusante: parcheggiare è stato arduo. Dopo pochi minuti di attesa mi accoglie Carrara ed entriamo nel suo studio: un’ampia sala, alla mia destra una scrivania, sulla parete svariati volumi, di fronte un tavolo con delle sedie. Ci accomodiamo l’uno davanti all’altro. E’ il mio interlocutore a rompere il ghiaccio: un po’ di chiacchiere su di me (sì, l’intervista si è capovolta), un po’ sul calcio, il basket (non sono un calciofilo, quindi ho deviato la discussione su lidi a me noti), il tutto per creare un’atmosfera meno formale. Ma poi ci si addentra nella vera intervista, e si ristabiliscono i ruoli.

Diego Carrara
Diego Carrara

Si parte con qualche parola e precisazione sulla conferenza naturalmente: “L’obiettivo della giornata – dice Carrara – era quello di rendere noti al territorio gli interventi di edilizia pubblica e l’importanza della riqualificazione urbana. Noi abbiamo paura che il tema della riqualificazione, un gran tema, di prospettiva per il futuro, sia sacrificato sull’altare della ‘mancanza di risorse’. In Italia mancano le risorse per far tutto, ma, primo non è così, secondo bisogna decidere se si vuole dare priorità a questo impegno per la riqualificazione della città”. E ancora sulla conferenza del 3 febbraio: “Era una giornata dedicata solo a questa parte della nostra attività, su ciò che ha fatto Acer in città e in provincia. Soprattutto sul perché non costruire nuovi pezzi di città, ma recuperare quello che c’è”.

Il tono è sicuro, di chi ha esperienza e vorrebbe parlarne, noto anche una certa voglia di darmi quanti più dati possibili, persino di tipo ‘storico’, e infatti parte della discussione iniziale si incentra sugli inizi dell’edilizia popolare italiana, dai primi del ‘900 con Tupini, passando per la legge Fanfani, fino all’Ina-casa per arrivare ai giorni nostri. Parla anche della storia di Ferrara sotto questo aspetto: “La città si sviluppa col petrolchimico, la Montecatini, unita all’agricoltura producendo fertilizzanti. A Barco e Pontelagoscuro si trasferiscono molte famiglie operaie, soprattutto marchigiane, per questo lì ci sono molti edifici popolari. Perciò abbiamo attuato un processo di riqualificazione in quei luoghi, è un piano che va avanti da 20 anni, per colpa della discontinuità degli investimenti e finanziamenti.” Il tema della mancanza dei fondi sarà una parte centrale della nostra conversazione. “Alla fine degli anni ’90 – prosegue Carrara – finiscono i fondi ‘Gescal‘ (Gestione Case per i Lavoratori, ndr), uno strumento che consentiva, attraverso prelievi in busta paga a dipendenti e datori, di costruire alloggi per i lavoratori. Un meccanismo del fisco che ha permesso di mantenere un sostanziale contributo a questo tipo di edilizia, creando alloggi riscattabili nel tempo dai possessori”.

La parte storica qui si ferma, e il direttore lancia la prima accusa: “Oggi in Italia ci sono un numero di alloggi popolari che variano tra i 900.000 e un milione, circa un 3% del costruito, un numero minimo se guardiamo ad altri Paesi europei, dove si arriva anche al 10%”. Inizia ad aprirsi, e si passa da un lato ‘tecnico’ ad un lato più ‘umano’ della questione, affermando che “ora il fabbisogno abitativo si è trasformato: si è passati da alloggi per i lavoratori, ad alloggi per i meno abbienti”.
Un’altra ‘accusa’ riguarda la modalità di gestione delle case popolari in passato: “Una parte delle case, che a mio parere doveva rimanere in affitto, è stata venduta. La casa in questo modo è divenuta strumento per aumentare il proprio patrimonio: chi non riusciva ad aumentare la propria ricchezza in altri modi, lo faceva così, acquistando case per poi rivenderle, attraverso la speculazione immobiliare”. Fa, su questo tema anche una precisazione su alcune statistiche, dicendo che “in Italia risulta che l’80% delle persone ha una casa, ma ciò è sbagliato: c’è chi possiede più case, e chi invece nessuna. Questa media andrebbe rivista”. E sempre sul tema della speculazione dice: “Ci sono molte abitazioni non occupate, soprattutto nella zona dei Lidi. In quei posti si è assistito al fenomeno della ‘seconda casa’, un’esigenza che ha determinato una fortissima cementificazione. Ci sono molte case che vengono utilizzati per brevissimi periodi. Un costruito non usato che ha finito per devastare anche il territorio. Anche per questo oggi parliamo di riqualificazione invece che occupare nuovo suolo”.

Dopo questo lungo dialogo sulla situazione storica e attuale, non posso far a meno, vista la mia scorsa ‘passeggiata domenicale’, di fare una domanda nello specifico sui due studentati, quello di via Putinati e quello di via Darsena, costruito da un privato con un cospicuo contributo di finanziamenti pubblici a fondo perduto e che ora è vuoto e inutulizzato. Noto persino un cambiamento di tono, più triste: “L’operazione del nuovo studentato (quello in Darsena, ndr) non è stata in linea con i bisogni di sviluppo della città. Lo abbiamo gestito per due anni, cercando di tirarci fuori qualcosa di buono e non ci siamo riusciti perché i costi per mantenere quella struttura sono alti e rischiano di essere scaricati sugli studenti. L’idea dello studentato in Putinati, che invece funziona bene, nasceva per dare una risposta alla grande mole di studenti che facevano, e fanno, domanda di alloggio, Domanda che supera l’offerta (abbiamo 54 posti in Putinati), proprio questo credo abbia portato alla costruzione di uno studentato ex-novo in via Darsena. Penso che si potesse fare in altro modo. Le cose sappiamo poi come sono andate. Credo che Ferrara abbia spazio per piccole residenze universitarie, con meno impatto visivo”. Quando lo studentato fu dato all’Acer in gestione, il presidente era Ivan Ricci, e proprio su di lui il direttore chiarisce: “È un capitolo chiuso. Ivan non ha avuto nessuna responsabilità anzi, ha dato un contributo per far sì che l’Acer potesse continuare a lavorare al meglio negli anni. Quello che è successo ha coinvolto alcune persone che lavoravano qui, e che oggi sono fuori. Pubblichiamo da qualche anno tutti i bilanci, proprio per dare la massima trasparenza. Ogni singola spesa, ogni singolo euro è sul nostro sito internet piuttosto che pubblicata, così da rendicontare a tutti il nostro operato. Addirittura in tutta la vicenda, l’Acer si è costituita parte civile”. Capitolo chiuso quindi sul caso giudiziario che qualche anno fa ha coinvolto l’ex presidente Ricci e alcuni dipendenti Acer, con accuse che andavano dalla concussione alle mazzette.

Lasciato questo argomento, torniamo sul tema della vita nelle abitazioni Erp, ossia di edilizia residenziale pubblica: “L’Acer fa ogni due anni dei sondaggi per rilevare la qualità e la soddisfazione degli occupanti (ci tiene a sottolineare che usa questo termine con accezione del tutto positiva, ndr). Da questi ci risulta che dobbiamo migliorare sulle manutenzioni, si fanno degli errori, ma la percentuale delle lamentele è sul 5%, praticamente una ‘lamentela fisiologica’ ”.
Tornando su Barco, gli chiedo cosa pensi lui sulla qualità dell’aria e mi dice che “il problema del petrolchimico e di quello che il cittadino percepisce è delicato. Noi non abbiamo elementi per mettere in dubbio la qualità dell’aria come fa qualcuno, anche perché l’Arpa (Agenzia Regionale Protezione Ambientale dell’Emilia-Romagna) ha fatto molti controlli che non hanno segnalato situazioni critiche. Qualcuno ha addirittura affermato che i nostri alloggi a Barco avessero delle emissioni dannose, ma abbiamo effettuato delle indagini chimiche che hanno smentito il tutto”.
Sul tema ambientale però ci tiene a precisare la posizione dell’Acer: “Ci impegniamo sul fronte dell’inquinamento, cercando di innovare le tecnologie di riscaldamento, puntando soprattutto sul centralizzato e proprio gli alloggi di Barco sono stati recuperati con questi criteri. Migliorare questo quartiere sotto vari aspetti è stata un’azione lodevole”.
Da Barco, passiamo al Gad, che è lì a due passi dalla sede del colloquio, gli chiedo se l’Acer ha qualche progetto o sta partecipando alla ripresa di quella zona ma di nuovo il tono diventa malinconico: “Non c’è nessun piano da parte nostra attualmente. Abbiamo, qualche tempo fa, aiutato a gestire gli alloggi, ma ora il problema più grave è l’ordine pubblico e la questione sociale, più che edile”.

Da questo traggo spunto per chiedere di un’altra ‘zona calda’ di Ferrara, il Palazzo degli Specchi, sul quale mi dice: “È completamente abbandonato, mai entrato in attività, progettato come centro direzionale ma mai entrato in funzione.” “Una ‘cattedrale nel deserto’?” gli chiedo, citando il sindaco Tagliani. Sorride e mi dice: “Un deserto senza cattedrale!” e continua sull’argomento affermando che “l’abbandono ha portato all’occupazione abusiva e noi ora stiamo lavorando per dare una risposta a quel ‘buco nero’ della città per farne degli alloggi a canore ‘calmierato’, cioè ridotto fino al 30% rispetto al canone di mercato, così da rispondere al fabbisogno che abbiamo visto esserci di alloggi. Riqualificare tutta l’area intorno, come l’abbandonato PalaSilver, soprattutto perché è una zona dal forte impulso commerciale. Renderla quindi non solo attrattiva ma vivibile, aumentandone anche i servizi come ciclabili e linee dei bus”.

diego carraraSu questa tema il mio interlocutore non ha bisogno di tante domande domande, è stesso lui ad aprirsi, va a ruota libera… Mi spiega che “il reddito della città, dopo vari nefasti eventi, è diminuito, quindi dare case in affitto, più basso rispetto al mercato, dà la possibilità di creare anche un indotto economico, chi spende meno per affitto e bollette, ha un reddito maggiore da poter utilizzare in altre attività. Per questo siamo attenti su tutti gli aspetti”.
Ho notato più volte nella conversazione delle frasi che il direttore tende a ripetere: crederci, ambiente, sociale, pubblico. E proprio sul pubblico, con tono fiero mi dice: “Siamo orgogliosamente pubblici, sono orgoglioso di quello che facciamo, diamo un alloggio ai cittadini, su mandato dei Comuni, e cerchiamo di farlo bene.” E sempre sulla questione degli investimenti sul pubblico aggiunge: “Nell’attuale situazione economica ci sarebbe bisogno di nuova edilizia popolare, perché ci sono quattro milioni di persone che hanno un reddito con il quale potrebbero permettersi a stento questo tipo di alloggi. Ci sarebbe bisogno di dare risposta a questo fabbisogno, che l’Onu definisce ‘primario’. Ci guardiamo intorno e troviamo esempi come la Germania, che per fronteggiare l’emergenza immigrati, ha stanziato cinque miliardi d’euro per la realizzazione di 400mila nuovi alloggi” e proprio sull’immigrazione dice: “L’integrazione passa anche da questo, soprattutto senza creare quartieri ghetto, ma facendo un ‘mix sociale‘”. Fa anche una citazione cinematografica per spiegarmi quella che è la situazione dell’Acer nel rapporto con le persone: “Come ci insegna Scola nel film ‘Brutti, sporchi e cattivi’, non è facile trattare con gli indigenti, non sono remissivi come ci si potrebbe immaginare anzi, sono spesso aggressivi, lo dico anche per conoscenza diretta, provenendo da una famiglia operaia. Oggi avere a che fare con chi sta male, per mille motivi, è difficile, abbiamo subito minacce, abbiamo dovuto ricorrere più volte a chiamare la Polizia. In questo luogo la sofferenza sociale viene fuori e noi siamo la prima linea di protesta”. Suona quasi come uno sfogo questa sua ultima affermazioni, mi spiega anche che ciò è dovuto anche al fatto che “a Ferrara non siamo noi ad assegnare gli alloggi, ma il Comune con le sue graduatorie, ed è difficile spiegarlo alla gente”. E proprio su questo confessa che “in qualche raro caso abbiamo anche dovuto sollecitare il Comune per velocizzare le assegnazioni”, ma precisa subito che “abbiamo adottato con i Comuni delle ‘buone pratiche’ per contrastare la lentezza burocratica, ma le buone pratiche non sono spesso sufficienti a rispondere ad un fabbisogno in aumento, non abbiamo mai avuto così tante persone agli sportelli. E’ una situazione grave, e dovrebbe essere la Politica ad agire: bisogna cessare con i tagli al settore pubblico, e questo appello dovrebbe arrivare fino a Roma. Quando tra qualche anno non ci saranno più fondi neppure per la manutenzione, come faremo? Ancor di più visto che oggi siamo rientrati nelle zone sismiche, e quindi oltre all’ordinaria manutenzione, dobbiamo anche effettuare i consolidamenti statici, come agiremo? Chi ci sarà a rispondere ad una situazione di povertà in aumento?”. Il tono si fa accorato, preoccupato, si agita quasi il direttore Carrara, è evidente che si tratti di una questione che gli sta a cuore.

Persiste a parlarmi delle sue preoccupazioni, legate anche all’immigrazione: “La politica della casa deve tornare ad essere una politica nazionale. Siamo alla frontiera dell’immigrazione, di recente non abbiamo visto un euro, solo 400 milioni qualche anno fa, che però sono serviti a ripristinare un patrimonio in tutta Italia, una goccia nel mare. Il patrimonio pubblico (riferito agli Erp) della sola Ferrara è stimato sui 550 milioni d’euro, lo vogliamo valorizzare? E anche se non riuscissimo a fare del nuovo, che sarebbe già una clamorosa sconfitta, perché abbiamo 3500 persone ogni anno in lista d’attesa, almeno riusciremo a mantenere bene quello che abbiamo? L’Emilia-Romagna, secondo recenti ricerche, avrebbe bisogno di 20/25 mila nuovi alloggi, servono fondi”. Un appello lanciato quasi con rabbia, lo si percepisce dai suoi occhi, dai gesti che si fanno più ampi.
Passata più di un’ora il direttore non sembra stanco, anzi, ci tiene a concludere affermando che “la nostra proposta è, citando Pasolini, fare progresso, non solo sviluppo, così da creare un volano economico. Mettere mano alla riqualificazione e rigenerazione significa produrre valore aggiunto, progresso appunto. Non un’edilizia speculativa, ma la creazione di edilizia pubblica che dia sviluppo economico, non meramente consumistico, ma che migliori la vita della gente, far ripartire la macchina della nazione perché ‘se non parte l’edilizia, non parte nessuna industria’”. Mi sorge un dubbio sulle possibilità di intromissioni mafiose, ma su questo Carrara è chiaro: “Il rischio c’è ma non dobbiamo farci fermare dalla paura, un Paese che si blocca è un Paese che muore”.
Leggo nel suo sguardo fierezza quando mi parla di quella che lui, usando un inglesismo, chiama mission: “Noi ci crediamo, investiamo in scienza e cultura, lavoriamo in sinergia con l’Università per creare nuove tecnologie e innovazioni. Investire su una casa a basso costo e impatto ambientale vuol dire qualificare e migliorare la vita dei cittadini.”

Oramai ho fin troppo materiale. Ho cercato di far parlare il più possibile in questo mio articolo il direttore Diego Carrara, senza aggiungere quasi nulla di mio, perché questo fosse un resoconto il più oggettiva possibile. Naturalmente l’operazione è stata ostica, essendo abituato a introdurre il mio punto di vista, ma credo sia necessario, in questo viaggio nel mondo dell’edilizia popolare, dare spazio anche a chi vuole parlare e spiegare le cose dalla propria prospettiva. Io, dal mio, posso solo dire che il colloquio ha aumentato la voglia di addentrarmi in questo ambito fatto di leggi, appalti, investimenti, soldi, cattedrali, deserti, zone d’ombra e veri monumenti, ma prima di tutto di persone con i loro bisogni e le loro speranze.
Lascio l’ultimo parola di questo lunghissimo scritto a Carrara, ché l’interrogativo che pone, solo apparentemente retorico, mi è rimasto stampato dentro: “Abbiamo un grandissimo patrimonio pubblico, perché dobbiamo buttare a mare una ricchezza che ha fatto crescere intere generazioni?”.

3. continua

L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

L’occhio di periscopio

Il giornalismo online in questi ultimi anni ha innescato una profonda trasformazione del nostro modo di informarci. Le notizie sono immediatamente disponibili attraverso la rete, continuamente aggiornate, facilmente reperibili. L’informazione è abbondante, la cronaca è ampiamente garantita. Quel che risulta carente è una chiave di interpretazione dei fatti, uno strumento di analisi capace di fornire una lettura che si spinga oltre la superficie degli avvenimenti. FerraraItalia ha questa ambizione: offrire commenti, analisi, punti di vista che contribuiscano alla formazione di una più consapevole coscienza del reale da parte di ciascuno e a vantaggio di tutti, come imprescindibile condizione per l’esercizio di una cittadinanza attiva e partecipe. Ferraraitalia è un quotidiano indipendente globale-locale che sviluppa un’informazione verticale tesa all’approfondimento, perseguito con gli strumenti giornalistici dell’inchiesta, dell’opinione, dell’intervista e del racconto di vicende emblematiche e in quanto tali rappresentative di realtà più ampie, di tendenze, di fenomeni diffusi (26 novembre 2013)

Redazione

Direttore responsabile: Francesco Monini
Collettivo di redazione: Vittoria Barolo, Nicola Cavallini, Simonetta Sandri, Ambra Simeone, Carlo Tassi, Bruno Vigilio Turra
Segreteria di redazione: Paola Felletti Spadazzi

I nostri Collaboratori: Sandro Abruzzese, Francesca Alacevich,Alice & Roberta, Catina Balotta, Fiorenzo Baratelli, Roberta Barbieri, Grazia Baroni, Davide Bassi, Benini & Guerrini, Gian Paolo Benini, Marcello Bergossi, Loredana Bondi, Marcello Brondi, Sara Cambioli, Marina Carli, Emanuela Cavicchi, Liliana Cerqueni, Ciarìn, Riccarda Dalbuoni, Roberto Dall'Olio, Costanza Del Re, Jonatas Di Sabato, Anna Dolfi, Laura Dolfi, Francesco Facchiano, Franco Ferioli, Giovanni Fioravanti, Giuseppe Fornaro, Maura Franchi, Riccardo Francaviglia, Andrea Gandini,Sergio Gessi, Pier Luigi Guerrini, Sergio Kraisky, Francesco Lavezzi, Daniele Lugli, Carl Wilhelm Macke, Beniamino Marino,Carla Sautto Malfatto, Fabio Mangolini, Cristiano Mazzoni,Giorgia Mazzotti, Paolo Moneti, Francesco Minimo, Alice Miraglia,Corrado Oddi, Fabio Palma, Roberto Paltrinieri, Valerio Pazzi,Carlo Perazzo, Federica Pezzoli, Gian Gaetano Pinnavaia, Mauro Presini, Claudio Pisapia, Redazione, Francesco Reyes, Raffaele Rinaldi, Laura Rossi, Radio Strike, Gian Pietro Testa, Roberta Trucco, Federico Varese, Ranieri Varese, Gianni Venturi, Nicola Zalambani, Andrea Zerbini

Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

Clicca sull’Autore per i suoi contributi.
CONTATTI
Inviare i comunicati stampa a: redazione@ferraraitalia.it
Inviare lettere al giornale a : interventi@ferraraitalia.it


FERRARAITALIA
Testata giornalistica online d'informazione e opinione, registrazione al Tribunale di Ferrara n.30/2013

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi