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Energie rinnovabili: la grande illusione verde.

In Italia, forse più che in altri paesi europei, si stanno mettendo grandi risorse per realizzare la ormai citatissima “transizione energetica”.
In realtà, siamo di fronte a una grande illusione, o meglio a un grande inganno. Quando il nostro governopurtroppo con l’appoggio di alcune storiche associazioni ambientaliste, a cominciare purtroppo da Legambiente – vede la risoluzione di tutti i problemi del riscaldamento globale nell’ incentivazione delle rinnovabili (eolico e fotovoltaico in primis) si sta sbagliando di grosso.

Come sostengono i giovani che hanno sfilato prima a Milano prima, poi a Roma, infine a Glasgow nel novembre scorso (più di 100.000 persone) per protestare contro l’inazione dei politici a livello mondiale e reclamare la Giustizia Climatica, non basta abbandonare le energie fossili e cambiare il sistema di produzione dell’energia. Bisogna cambiare il nostro modello di sviluppo, praticando un taglio netto ai consumi e abbattere l’emissione di CO2 grazie all’azione di assorbimento da parte degli alberi, gli unici in grado di convertirla con la fotosintesi. Se non imbocchiamo questa strada non sarà possibile invertire la rotta.

Il fenomeno del riscaldamento globale non dipende dai punti di vista, ma avviene naturalmente, indotto dall’accumulo di gas climalteranti nell’atmosfera. Pensare di curare questo male unicamente con la totale sostituzione del fossile (in 30 o quarant’anni) con fonti di energia cosiddetta ‘pulita’ o ‘rinnovabile’, è una vana speranza. L’ennesimo inganno delle lobbies energetiche.

Il movimento di dissenso contro gli impianti di rinnovabili – che dice no all’eolico industriale selvaggio e al fotovoltaico nei terreni agricoli – si è diffuso nel nostro Paese soprattutto nel Sud e nel Centro Italia, là dove i danni ambientali al territorio e al paesaggio sono più evidenti e devastanti.
Purtroppo si tratta di un movimento ancora scarsamente rappresentato nelle grandi manifestazioni pubbliche dove si contano le migliaia di partecipanti. Credo che le ragioni siano due. La prima: tra molti “ambientalisti” e tra la popolazione in generale, e in particolare in quella dei centri urbani, non si è ancora sviluppata una coscienza critica informata e documentata sugli impatti negativi che derivano dalla realizzazione di questi impianti, delle vere e proprie istallazioni industriali. La seconda: che i territori dove sorgono i nuovi impianti sono i luoghi periferici e poco popolati. Gli stessi luoghi dove avvengono gli approvvigionamenti delle materie prime (le miniere di terre rare) e dei componenti indispensabili al loro funzionamento (le fatidiche batterie, senza le quali non si può stoccare l’energia prodotta).

Servirebbe prima di tutto chiamare le cose con il loro vero nome. Parliamo quindi di impianti eolici e fotovoltaici industriali, perché tali sono, e abbandonare le false diciture e gli eufemismi ingannevoli. Troppo comodo, infatti, usare parole al miele come “parchi eolici” o “agrivoltaico”.
Sappiamo bene come le parole influenzino  l’immaginario e il pensiero comune, come possano trasformare un oggetto da indesiderato a ricercato. Se poi pensiamo che Legambiente se n’è uscita con un libro; “Parchi nel Vento : guida turistica ai parchi eolici” [Vedi qui]per indirizzare il turismo green  verso l’apprezzamento del sacrificio di sangue dei paesaggi italiani per la salvezza dell’umanità dal riscaldamento globale, c’è da perdere ogni fiducia nella specie Homo Sapiens.

Siamo abituati a guardare gli impianti voltaici da lontano: guidando in autostrada, nel lontano orizzonte, li scambiamo per graziosi mulini a vento. Per capire, bisogna avvicinarsi. E conoscere qualche numero. La gran parte dei progetti di sfruttamento dell’energia del vento prevede oggi la realizzazione di grandi impianti, costituiti da un minimo di 5/10 fino a decine, talvolta centinaia, di pale (vedi gli impianti in Calabria, Basilicata, Sardegna, Puglia eccetera).
Impianti di enormi dimensioni, veri e propri ecomostri.  Attualmente le cosiddette ‘torri’ (di cemento armato) superano anche i 200 metri di altezza. Senza contare la profondità dello scavo per la realizzare la base in calcestruzzo, che arriva anche a 30 metri di profondità e ad occupare una superficie grande come un campo di calcio. I numeri variano in funzione della tipologia e dell’altezza della pala e delle caratteristiche del sottosuolo dove si va a erigerla. Più grandi sono le pale maggiore è la quantità di energia prodotta e, di conseguenza, il costo unitario per ogni watt prodotto diminuisce. Quindi l’interesse delle imprese è quello di realizzare pale sempre più grandi che, purtroppo, sono anche maggiormente impattanti sull’ambiente. Lo stesso si può dire del fotovoltaico a terra.

Il problema della scelta del sito dove istallare le pale segue naturalmente i criteri e gli obbiettivi dell’approccio industriale: minor costi e più redditività, quindi maggiori profitti. Numero uno: trovare un luogo facilmente raggiungibile con mezzi pesanti e molto ingombranti. Numero due: scegliere un luogo dove il vento soffi per la maggior parte dell’anno e la cui velocità sia sufficientemente alta, ma mai eccessiva, altrimenti il sistema si blocca.
Peccato che in Italia, durante l’estate, abbiamo calma di vento praticamente dappertutto. Ma anche le condizioni atmosferiche invernali del luogo prescelto non devono essere estreme, per non interferire con il funzionamento delle pale.

Per il resto (sempre per la logica industriale sopra citata) non si va tanto per il sottile.
Non si guarda se il luogo prescelto è situato in vicinanza di abitazioni. Non si pensa ai mammiferi che vi abitano, agli uccelli di passo o che ci nidificano stabilmente, agli alberi e alla vegetazione che dovrà essere sacrificata per realizzare l’impianto con tutti gli annessi e connessi per il trasferimento dell’energia (centraline, cavi ecc..). Non ci si ferma davanti agli sbancamenti, milioni di metri cubi di terra e roccia per creare le nuove strade necessarie per raggiungere i siti, strade che dovranno sopportare automezzi carichi di tronconi di cemento prefabbricati pesanti centinaia di tonnellate.
L’ambiente? Il paesaggio? I valligiani e i contadini? Tutti sacrificati sull’altare della grande 2svolta ecologica.

Sappiamo degli impegni dei governi – vedremo se saranno rispettati – per ridurre le emissioni di CO2 e rispondere al velocissimo aumento della temperatura terrestre che preoccupa non poco gli scienziati e l’opinione pubblica. Nulla si dice, però, delle pressioni esercitate dalle imprese interessate alla realizzazione degli impianti di rinnovabili, allettate dai sicuri profitti garantiti dagli incentivi pubblici.
Grazie a questi incentivi, dal 2005 in avanti, i grandi produttori di energia da fonti rinnovabili hanno goduto di guadagni costanti e sicuri, scaricando i costi di questa operazione sulle bollette dei consumatori.
E così, mentre si elargiscono lauti compensi agli industriali poco o nulla viene detto e fatto per attivare un percorso di risparmio energetico veramente efficace. Per raggiungere i nuovi obiettivi della UE, Il nuovo PNIEC, cioè Il ministro Cingolani prevede al 2030 la produzione di 27 GW da fonti programmabili (idroelettrico, biomasse e geotermico) e ben 87 GW da fonti non programmabili (eolico e fotovoltaico) per un totale di 114 GW da fonti sostenibili. Si tratta quindi di un + 58 GW da rinnovabili non programmabili (eolico e fotovoltaico) in nove anni [Qui].

Gianluigi Ciamarra, Italia Nostra Campobasso, ha fatto un po’ di calcoli [Vedi qui]. Per l’attuazione della politica green allo studio del Governo è previsto un importante sacrificio non solo economico, ma soprattutto ambientale e culturale a carico nostro e delle future generazioni. Raggiungere entro il 2030 una produzione di ben 70 miliardi di Watt, triplicando in 9 anni la potenza installata di eolico e fotovoltaico agrario, significherebbe tappezzare 5.000 km di crinali appenninici con altissime macchine eoliche – le macchine di nuova generazione misurano 260 metri di altezza, pari ad un grattacielo di 80 piani – e ricoprire con estesi impianti solari oltre 200.000 ettari di terreni sottraendoli all’ agricoltura.

Come già accennato, accade che in Italia siano le regioni del Centro e del Sud – le aree meno industrializzate e meno popolate e quindi anche meno soggette alla produzione di gas climalteranti – a pagare per le maggiori quote di CO2 prodotte nelle regioni del Nord e nelle aree più industrializzate e popolate.
E’ nelle prime (Sardegna, Calabria, Puglia, Sicilia, Molise, Basilicata, la Tuscia nel Lazio e gli Appennini in Emilia e Toscana) infatti, che sono stati autorizzati e realizzati la maggior parte degli impianti eolici, imponenti, invasivi del territorio e deleteri per l’ambiente e il paesaggio.

Dalle scelte di politica energetica dei nostri governi, passati e presenti, sembra proprio che il futuro delle aree interne del Centro e Sud Italia debba passare dalla realizzazione di centinaia di nuovi impianti di rinnovabili, che non creano occupazione e allontanano i sogni di sviluppo turistico e culturale di bellissimi territori, prima incontaminati, poi trasformati, ancora una volta, in terre di rapina (land grabbing).

Per il fotovoltaico accade più o meno la stessa cosa. Centinaia di ettari di terreno agricolo e pascolo sono sottratti alla produzione del settore primario per essere sacrificati sull’altare dell’energia pulita. Il suolo non vive più come tale, ma solo quale supporto per i pannelli e le infrastrutture necessarie al loro funzionamento. Tutto ciò va ad incidere profondamente sull’equilibrio di un territorio, trasformandolo in un “non luogo”, espropriandolo della sua specificità ed unicità paesaggistica.

Tra l’altro, dobbiamo constatare che, nonostante l’istallazione di decine e centinaia di nuovi impianti di rinnovabili, non è stato ancora chiuso nessun impianto a fonti fossili, a cominciare dal carbone
Lo dicono i numeri. Scriveva Enzo di Giulio il 6 settembre scorso sulla rivista online Energia: “Nei primi sei mesi del 2021 le emissioni (di CO2 n.d.r.) generate dal settore elettrico mondiale sono aumentate del 12% si legge nel nuovo Global Electricity Review che Ember (think tank indipendente sul clima e l’energia, focalizzato sull’accelerazione della transizione dell’elettricità globale dal carbone al pulito n.d.r.) lancia con lo sconfortante slogan “Building back badly” (Ricostruire male). Un dato che fa vacillare anche il secondo pilastro della strategia globale: non solo l’elettricità pulita continua a non penetrare nei consumi finali, ma ora le rinnovabili non riescono neanche a decarbonizzarla” [qui].

La domanda globale di elettricità, infatti, da gennaio a giugno 2021 è cresciuta del 5% rispetto ai mesi pre-pandemia, superando abbondantemente la crescita dell’elettricità pulita, che ha potuto soddisfare solo un 57% della domanda totale, il restante 43% è stato coperto da un aumento dell’energia da carbone ad alta intensità di emissioni.
Da qui si comprende come
la crescita economica imponga un continuo aumento di consumi energetici; anche se ci illudono con le nuove auto a elettricità, con la realizzazione di migliaia di pale eoliche e centinaia di ettari di pannelli a energia solare, la crescita del PIL impone maggiori consumi di energia, in una rincorsa senza tregua.

Alla fine, dovremo farci una domanda, molto scomoda: ma siamo proprio sicuri che, quando avremo ricoperto le regioni del Centro e del Sud Italia di pannelli solari e di pale eoliche, avremo davvero diminuito le emissioni di gas serra? O non avremo inutilmente deturpato e distrutto per sempre gran parte del nostro patrimonio paesaggistico e naturale? Complimenti!

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UN’ONDA GIOVANE E IMPETUOSA TRAVOLGE MILANO:
“La Giustizia Climatica la vogliamo subito!”

 

2 ottobre 2021 : Anche oggi a Milano continua la  passerella di ministri e primi ministri all’incontro internazionale di preparazione della COP26 (qui) la Conferenza delle Parti sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite che si riunirà a Glasgow, in Scozia, dal 31 ottobre al 12 novembre prossimi .

Fuori dal palazzo, in contemporanea, gli attivisti dei movimenti per la lotta al riscaldamento globale ci sono tutti per partecipare al contro-vertice: l’Eco-Social Forum, l’incontro delle associazioni e dei movimenti  (qui il programma degli eventi).
Decine di migliaia di manifestanti, soprattutto giovani e giovanissimi, chiedono a gran voce un reale cambiamento di rotta nella politica e nell’economia degli Stati/Nazioni. Uno STOP definitivo al consumo di fonti fossili per produrre energia, causa principale dell’aumento della temperatura atmosferica  e dei cambiamenti climatici.

L’obiettivo è chiaro ed è sempre lo stesso: bisogna limitare il riscaldamento globale al di sotto di 1,5 gradi, Un obbiettivo che  purtroppo negli ultimi vertici tra gli Stati è già stato messo in discussione, tanto che ora si parla di non superare i 2 gradi.
Tra i due valori c’è un’enorme differenza rispetto all’impatto sugli ecosistemi e alla vita delle persone che vivono nelle zone più a rischio.

Non è più tempo di raccontare bugie e di fare discorsi inutili, ai quali nessuno crede più. Le connessioni causali esistenti tra quanto succede nel mondo per effetto dei cambiamenti climatici e le attività umane che generano i gas serra – tra cui l’anidride carbonica e il metano sono quantitativamente i più rappresentati –  sono conosciute da almeno 40 anni. E da tanto tempo climatologi e scienziati ne denunciano gli effetti devastanti per la vita umana e animale sul pianeta. Fino ad ora inutilmente.
Oggi non si può più aspettare, denunciano gli attivisti, si deve agire subito e in modo radicale! (leggi l’appello)

Da anni e, più intensamente, negli ultimi mesi, decine di organizzazioni grandi e piccole di ogni parte del mondo si sono preparate, studiando i problemi ambientali del proprio territorio, a questo momento di confronto per elaborare una piattaforma comune da portare alla COP26 di  Glasgow.

Cambiare rotta significa cambiare sistema sociale, economico e produttivo, perché il capitalismo (vecchio e nuovo) non ha prodotto solo gli enormi danni all’ambiente che tutti conosciamo, ma anche una forte ingiustizia climatica.

Ci sono Paesi del Sud del mondo – come Le Filippine, l’India e il Bangladesh, le isole del Pacifico, i Paesi dell’Africa sub-sahariana e dell’America del Sud –  nei quali gli effetti del riscaldamento climatico si fanno già sentire fortemente e gli attivisti denunciano come i Paesi più ricchi, dove vengono prodotte le maggiori quantità di gas climalteranti, sono rimasti completamente indifferenti  ai loro appelli e alle loro proteste, proseguendo colpevolmente nelle loro attività distruttive.

Gli attivisti per il clima di questi Paesi hanno rifiutato di riconoscersi come Sud del Mondo e la discriminazione basata su criteri produttivistici e si sono organizzati in una rete chiamata MAPA (Most Affected People and Areas) che significa: Popoli e Territori Maggiormente Colpiti, sottintendendo dai cambiamenti climatici.
Dalla loro protesta nasce il Movimento per la Giustizia Climatica (Climate Justice), rivendicata anche da molti gruppi europei quali Fridays for Future, Parents for FutureExtintion Rebellion, Ende Gelände, Giudizio Universale. Sono loro ad affermare chiarezza lo stretto legame tra diritti umani e diritto al clima come un unico diritto alla vita.

Milano, Friday for Future (su licenza Wikimedia Commons)
Milano, Friday for Future (su licenza Wikimedia Commons)

Il 29 settembre ha avuto luogo presso l’Università Statale di Milano l’evento Next generation: climate litigation, durante il quale è stata presentata la prima causa climatica contro lo Stato italiano che ha preso il via il 5 giugno scorso-
Più di 200 ricorrenti, tra cui 162 adulti, 17 minori (rappresentati in giudizio dai genitori) e 24 associazioni impegnate nella giustizia ambientale e nella difesa dei diritti umani hanno deciso di intraprendere un’azione legale (qui) contro lo Stato Italiano per inadempienza  climatica, ovvero per l’insufficiente impegno nella promozione di adeguate politiche di riduzione delle emissioni clima-alteranti, cui consegue la violazione di numerosi diritti fondamentali riconosciuti dalla nostra Costituzione.
L’azione legale, attraverso un atto di citazione davanti al Tribunale Civile di Roma, chiede la condanna dello Stato, imponendogli di realizzare un drastico abbattimento delle emissioni di gas serra entro il 2030, in modo da centrare l’obiettivo dell’Accordo di Parigi sul clima: il contenimento massimo del riscaldamento globale entro 1,5°C

In contemporanea, all’Eco Social Forum, sempre a Milano, si svolgono i lavori e gli eventi della Climate Justice Platform (qui il programma), aperti il 30 settembre e che proseguiranno fino a domenica 3 ottobre.

Che cosa caratterizza questa piattaforma? Due cose: l’analisi della relazione tra la  crisi ecologica/climatica e quella sociale e politica globale e l’età dei partecipanti, in prevalenza giovani e giovanissimi.
Sono loro le vittime predestinate del cambiamento climatico, pertanto i principali soggetti interessati a che la crisi globale venga affrontata dai governi in modo definitivo. Vogliono partecipare ai processi ed essere coinvolti nelle scelte. Vogliono farla finita con il paradigma della crescita infinita, costruita sul dominio esercitato sui territori e sui corpi, sullo sfruttamento e la speculazione sul lavoro.

Salvare il pianeta vuol anche dire mettersi dalla parte dei popoli indigeni, contro la supremazia colonialista che i Grandi del mondo esercitano sui Paesi meno avanzati. Qui a Milano, a difendere i diritti dei popoli nativi e delle società rurali, sono presenti organizzazioni come Survival International, il Movimento per la Decrescita Felice, A SUD onlus, Animal Save international.

Dopo lo sciopero globale per il clima di venerdì 24 settembre che ha visto scendere in piazza tantissimi giovani in 70 città italiane [Vedi qui], il 1 ottobre un fiume di 50,000 ragazze e ragazzi, anche giovanissimi, arrabbiati ma pieni di speranza, hanno sfilato per le strade di Milano per il Friday for Future.

In testa al corteo, due ragazze con le idee chiare, Greta Thunberg (svedese) e Vanessa Nakate (ugandese), per dire che dal Nord al Sud del mondo, i giovani lottano per il medesimo obiettivo: la giustizia climatica. E contro gli stessi nemici: l’indifferenza e le bugie dei politici e degli Stati, la non volontà dei governi a compiere azioni urgenti ed efficaci per ridurre le emissioni inquinanti e contenere il riscaldamento globale.

Infine Ieri, sabato 2 ottobre 2021 – a conclusione di una ‘settimana verdissima’ piena di seminari, incontri, scambi culturali e di lotte – la Global March for Climate Justice, organizzata da Climate Open Platform e Fridays for Future Milano. Un corteo di almeno 30.000 persone, cui hanno aderito decine di gruppi, associazioni e movimenti, nazionale e locali.

A Milano il pensiero e il variegato movimento antagonista ha mostrato tutta la sua forza. Vuole salvare la Terra (“E’ l’unica che abbiamo”) e vuole cambiare il mondo. Dopo Milano la lotta continua, fra meno di un mese c’è un appuntamento importantissimo.
In Scozia, dal 31 ottobre al 20 novembre 2021, si terrà la 26esima edizione della COP, il vertice tra le nazioni del mondo per fare il punto sui cambiamenti climatici. Potrebbe essere l’ultima occasione per trovare un accordo. Ma a Glasgow convergeranno anche tutti i movimenti e gli attivisti ambientalisti. La loro voce è sempre più forte. I governi sono avvertiti.

Cover: Fridays For Future, Berlin, 24.09.21 (licenza Wikimedia Commons)

La generazione Greta e gli adulti benpensanti

Stanno riscuotendo un grande successo sui social le affermazioni, in risposta alle manifestazioni dei giovani contro il cambiamento climatico, di un giornalista australiano. Tradotte più o meno fedelmente, suonano così: “Voi siete la prima generazione che ha preteso l’aria condizionata in ogni sala d’aula; le vostre lezioni sono tutte fatte al computer; avete un televisore in ogni stanza; passate tutta la giornata a usare mezzi elettronici; invece di camminare a scuola prendete una flotta di mezzi privati che intasano le vie pubbliche; siete i maggiori consumatori di beni di consumo di tutta la storia, comperando in continuazione i più costosi capi di abbigliamento per essere ‘trendy’; la vostra protesta è pubblicizzata con mezzi digitali e elettronici.” .

L’autore di queste frasi è Andrew Bolt. Intanto, chi è costui? E’ un giornalista australiano noto alle cronache, tra le altre cose, per aver negato il fenomeno della vendita massiva di bambini aborigeni alle ricche famiglie bianche. Ha anche affermato (lui, figlio di immigrati olandesi) che l’Australia stava per essere colonizzata dall’immigrazione che stava trasformando, a suo dire, il paese da una casa in un hotel. Ha poi di recente difeso pubblicamente il cardinale George Pell, assolto dall’accusa di abuso su minori perchè non provata “oltre ogni ragionevole dubbio”. [Ca va sans dire, Pell afferma che l’omosessualità è sbagliata e non è vero che gli omosessuali siano discriminati, e ha condotto una campagna volta ad impedire l’adozione alle coppie omosessuali. Non so se questa divaricazione tra moralismo pubblico e vizi privati vi ricorda qualcosa].

Ma torniamo a Andrew Bolt, il giornalista neostar, censore di Greta Thunberg, che viene portato ad esempio come colui che finalmente smaschera l’ipocrisia dei giovani viziati che manifestano contro la crisi climatica. Analizzo ogni sua affermazione, che i suoi sostenitori definiscono di grande buon senso: “Voi siete la prima generazione che ha preteso l’aria condizionata in ogni sala d’aula”. Immagino che lui (che ha 62 anni) invece lavori in una sauna con tasso di umidità al 98 per cento, pur di preservare il suo paese dall’eccesso di ozono nell’aria. Ma sarebbero “i giovani” di adesso i primi ad avere “preteso” l’aria condizionata.  “Le vostre lezioni sono tutte fatte al computer”; lui invece scrive ancora con carta, penna e calamaio. “Passate tutta la giornata a usare mezzi elettronici”; lui invece si illumina casa, da quando è nato, con lampade a petrolio e comunica con segnali di fumo.  “Invece di camminare a scuola prendete una flotta di mezzi privati che intasano le vie pubbliche”; lui invece in ufficio ci va facendo la maratona ogni giorno, ne sono certo. “Siete i maggiori consumatori di beni di consumo di tutta la storia, comperando in continuazione i più costosi capi di abbigliamento per essere ‘trendy'”; a differenza sua, che indossa abiti di 40 anni fa e non ne ha comprati altri (come tutti quelli della sua generazione, del resto). Poi arriva il vero capolavoro del suo ragionamento: “Ragazzi, prima di protestare, spegnete l’aria condizionata, andate a scuola a piedi, spegnete i vostri telefonini e leggete un libro, fatevi un panino invece di acquistare cibo confezionato. Niente di ciò accadrà, perché siete egoisti, mal educati, manipolati da persone che vi usano, proclamando di avere una causa nobile mentre vi trastullate nel lusso occidentale più sfrenato. Svegliatevi, maturate e chiudete la bocca. Informatevi dei fatti prima di protestare”. I giovani quindi devono morire di caldo in estate, tornare nelle grotte, accendersi un fuoco coi legnetti per scaldarsi d’inverno e leggere a lume di falò per avere la credibilità che dia loro il diritto di protestare. Solo loro, naturalmente. Tutti gli altri, tutte le generazioni precedenti possono continuare a fare il cazzo che gli pare. Non hanno mica problemi, loro. Intanto non protestano. Poi tra vent’anni saranno morti, per cui che gli frega del pianeta che lasceranno ai figli. Che si arrangino.

Vorrei capire che razza di buon senso sarebbe quello di attribuire all’ultima generazione, nata al massimo venticinque anni fa, le colpe di un collasso climatico i cui prodromi sono rinvenibili come minimo nell’era dello sfruttamento massiccio dei combustibili fossili. Vorrei che qualcuno mi spiegasse per quale motivo i ventenni di adesso non avrebbero il diritto di lottare perchè anche loro, dannazione, usano il pc o l’automobile. Vorrei che qualcuno mi spiegasse per quale ragione loro non possono parlare, perchè sono viziati, mentre noi possiamo continuare a fare come nulla fosse perchè non stiamo sempre a fare casino. Ci facciamo i cazzi nostri, noi. Questa è la nostra scriminante, il salvacondotto che ci consente di continuare a precipitare dal centesimo piano dicendo “sono al trentesimo e ancora va tutto bene”. Perchè non rompiamo i coglioni.

A me pare che l’ipocrisia stia tutta dalla parte degli adulti, che pretenderebbero che la generazione che combatte per un mondo diverso conducesse una esistenza monacale e premoderna per conferire credibilità alle proprie rivendicazioni. Come se il mondo nel quale sono nati e si trovano a vivere, come se questo modello di sviluppo nel quale si muovono, spesso con una consapevolezza ispirata a quell’ istinto di autoconservazione che noi abbiamo perduto, lo avessero creato loro vent’anni fa. Vengono in mente le parole di Vasco Rossi quando cantava “siamo solo noi, che non abbiamo vita regolare,
che non ci sappiamo limitare…siamo solo noi, quelli che non hanno più rispetto per niente, neanche per la gente”.

 

 

 

manifestazione Friday for future

FERRARA: UN CORTEO ALLEGRO PER SALVARE IL PIANETA

Non sono di Ferrara, ma sto imparando ad amarla, semplicemente passeggiando a piedi o in bici per le sue strade. È una città di una bellezza sconcertante soprattutto il suo centro storico, dove affascinano i palazzi antichi perfettamente conservati e la luce del sole batte sui mattoni rossi.

Oggi poi l’ho amata maggiormente. Ferrara è una delle mille città che ha aderito allo sciopero climatico promossa dai FFF (Fridays for future) e PFF (Parents for future) per segnalare a chi governa il mondo l’urgenza della emergenza ambientale.Ne ha scritto ieri Marcella Ravaglia su questo giornale [vedi qui]

Alcune centinaia di cittadini – tanti i giovani e i bambini – donne (in maggioranza) e uomini, hanno marciato per la città partendo da Porta degli Angeli, fino a piazza del Municipio. Con slogan e striscioni, hanno coinvolto la cittadinanza, dalle scuole ai negozianti, ai semplici passanti.

Ferrara è la città delle biciclette, ha in qualche modo dei buoni presupposti. Non è un caso quindi che la manifestazione sia riuscita perfettamente. Quello che mi ha commosso è stata l’adesione di anziani e bambini, animati da un forte voglia  cambiamento e di partecipazione, ma anche tanta allegria.

Arrivati nella piazza Municipale, gli interventi di associazioni, movimenti (Plastic free, FFF, Politici per caso, Extinction Rebellion) e liberi cittadini.

Intanto, in tantissime città d’Italia e del mondo si marciava con lo stesso obbiettivo. Dare la sveglia ai nostri governanti. Greta Thunberg, la giovane attivista che ha dato inizio a questo grande movimento, è intervenuta nella affollatissima manifestazione di Berlino.

Le foto che ho scattato e che illustrano questo breve reportage, non rendono giustizia della manifestazione. L’atmosfera e l’empatia si può percepire solo partecipando. E solo partecipando si può cercare di salvare il mondo.

NON ABBIAMO PIÙ TEMPO.
Intervista a un giovane attivista di Friday For Future

 

Roma – Venerdì 19 marzo è stata una data importante, non solo per l’Italia, ma per  tutto il mondo: decine di migliaia di persone hanno partecipato alla Giornata Mondiale di Azione per il Clima per ricordare quanto sia grave il problema del riscaldamento globale. Purtroppo gli effetti di decenni di emissioni inquinanti sono sotto gli occhi di tutti e il problema riguarda anche il nostro stile di vita, non solo i governi. Fridays For Future (assieme a Greenpeace e altre importanti associazioni) ha organizzato questa importante iniziativa per proteggere il clima e ricordare la situazione drammatica che viviamo da molti anni, e che non riguarda solo gli esseri umani, ma minaccia la sopravvivenza di animali, piante e di tutte le forme di vita esistenti sul Pianeta.
A Roma, come in tante altre città italiane si sono attivati in molti, soprattutto i ragazzi, scendendo in piazza (rispettando le norme anti-covid) e attraverso iniziative, incontri e dirette online. Abbiamo posto qualche domanda a Emanuele Genovese, romano, giovane esponente di Fridays FF, un’organizzazione a cui stanno aderendo sempre più giovani.

Ciao Emanuele, grazie per la disponibilità. Per prima cosa: come e quando nasce Fridays FF ? E in quanti attivisti siete a Roma e nel Lazio?
Fridays nasce dalle prime azioni di rivolta di Greta Thunberg, iniziati circa 5 anni fa. Successivamente il movimento si è allargato in altri Paesi del mondo. Si interseca anche  con altri movimenti che già esistevano, come Youth for climate, Greenpeace e altri, che insieme rappresentano i principali movimenti ecologisti. Per adesso a Roma contiamo su una ventina di attivisti e di alcune decine di altri partecipanti, anche se al momento siamo limitati dalle restrizioni causate dalla pandemia.

Come vi siete organizzati per il 19 marzo a Roma?
Abbiamo preso spunto dalla manifestazione di Berlino. Abbiamo preparato molti cartelli e con noi si zono attivati anche alcuni gruppi musicali appoggiati dai Centri Sociali.

Quali sono i punti programmatici principali? E, più in  in generale, secondo voi quali ricerche scientifiche dovrebbero essere finanziate per combattere il riscaldamento globale?
I punti principali riguardano il trasporto pubblico e soprattutto i treni ad alta velocità, gli investimenti sulle energie rinnovabili al 100 % entro il 2030 , lo sviluppo di un’ economia circolare (che riguarda tutto il settore industriale) e una riduzione sostanziosa degli allevamenti intensivi. Conosciamo bene da parecchi anni i danni provocati da questi allevamenti e quindi è necessario sviluppare un piano per salvaguardare la biodiversità. Per quanto riguarda le ricerche scientifiche ce ne sono molte in programma ma purtroppo spesso i ricercatori che propongono idee innovative vengono ascoltati poco e alcune ricerche non vengono sostenute finanziariamente come sarebbe giusto.

Come si prospetta secondo voi la situazione internazionale per quanto riguarda l’emergenza climatica, ora che Biden è il nuovo presidente USA ?
La situazione internazionale è certamente migliorata, ma siamo ancora lontani dal rispetto degli accordi di Parigi, e abbiamo pochi anni di tempo prima che la situazione degeneri ulteriormente. Però siamo ancora agli inizi del mandato di Biden, mancano diversi elementi per capire bene. E’ chiaro poi che gli USA pesano moltissimo sia a livello economico-politico sia per la quantità di emissioni inquinanti.

Quali potrebbero essere secondo voi gli effetti negativi a breve termine legati al riscaldamento globale?

Antartide, l’iceberg A68, il più grande del mondo si sta sciogliendo (Foto Pierre Marcuse, flicks.com, licenza Creative Commons)

Se parliamo di effetti a breve termine, sicuramente, a causa della zoonosi, si rischiano altre pandemie dovute alla deforestazione e alla devastazione degli ecosistemi. Un altro problema preoccupante che riguarda molte zone costiere, e naturalmente anche l’Italia, è l’innalzamento del livello dei mari dovuto allo scioglimento di parti sempre più ampie delle calotte glaciali col rischio di sommergere intere zone popolate. Inoltre, lo  scioglimento del permafrost, in molte parti del pianeta contribuirà non solo alla diffusione di nuovi virus, ma anche all’aumento consistente di gas serra in atmosfera, metano in particolare, al momento sepolto sotto lo strato di ghiaccio perenne, come già sta rischiando di accadere in Siberia. Questo è quanto sostengono ormai molti scienziati che si occupano da tanti anni di questi problemi.

Grazie Emanuele, faremo il possibile per far arrivare a quante più persone il vostro messaggio. A volte è necessario ripetere anche cose risapute per tenere sveglie le coscienze.
Va anche ricordato che il riscaldamento globale sta già portando a un crescendo di disastri ambientali (uragani, tornadi, inondazioni, siccità), che a loro  volta causeranno un aumento delle migrazioni di massa. Secondo stime prudenziali della Banca Mondiale potrebbero esserci più di 143 milioni di profughi da Paesi non sviluppati, in particolare dall’Africa, che da sempre soffre di scarsità di acqua e cibo. Serve quindi sostenere al massimo questi movimenti ambientalisti e promuovere comportamenti collettivi più responsabili.

Riscaldamento globale o cambiamento climatico?
L’importanza del framing

Siamo nel 2002, George W. Bush è arrivato da un anno alla Casa Bianca e ha un problema: come minimizzare la questione ambientale.
Il riscaldamento globale era stato infatti al centro della campagna elettorale del suo sfidante, Al Gore, e anche se era stato sconfitto, il tema si era ormai radicato nel discorso pubblico.
È quindi il momento di entrare in azione per il mago delle parole Frank Luntz. Repubblicano, consulente politico e di comunicazione, maestro del framing. Si tratta dell’azione di creare frame, ovvero cornici mentali cariche di significato che inquadrano i concetti; il formato nel quale ci viene presentata una determinata informazione incide sulle nostre decisioni. Una volta inoculata la cornice nel discorso pubblico, essa sarà il nuovo “campo di gioco”.
L’idea geniale di Luntz è la seguente: il Presidente, i suoi collaboratori e, con l’effetto domino, anche chi è politicamente più distante non dovranno parlare di “riscaldamento globale”, bensì di “cambiamento climatico”.
L’espressione “riscaldamento globale” richiama immediatamente il nocciolo del problema: la temperatura globale si sta alzando, ciò porta e porterà a disastri naturali, l’essere umano è responsabile. Parte della strategia infatti è deresponsabilizzare l’uomo, facendo leva sulle incertezze scientifiche (per quanto invece esista un generale consenso da parte della comunità scientifica).
Al contrario, l’espressione “cambiamento climatico” è apparentemente neutra e, come ha notato il linguista George Lakoff, la parola “clima” è capace di suscitare alla mente qualcosa di piacevole, come una spiaggia o delle palme al mare.

Una ragazzina di nome Greta

Lei è Greta Thunberg e con il suo cartello “sciopero scolastico per il clima” ha fatto il giro del mondo. Ha iniziato saltando la scuola tutti i venerdì per recarsi di fronte al parlamento svedese per sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema dei cambiamenti climatici, causati dall’arroganza e dall’incuria dell’uomo, e soprattutto per scuotere i politici nel tentativo di ottenere risposte concrete.
La sua protesta in un primo momento isolata, è diventata virale grazie ai social, come ormai sempre più spesso accade. Ed effettivamente le si deve attribuire il merito di aver dato origine ad una manifestazione mondiale che, pochi giorni fa, ha richiamato in piazza un numero tale di ragazzi che da molti tanti anni ormai non si vedeva più.
Lungi da me voler fare la disfattista e ben venga che una ragazza così giovane si preoccupi di temi ambientali con così tanto fervore, ma di fronte ad eventi che manifestano cosi platealmente il loro aspetto positivo, e sul quale quindi si tende spontaneamente a concentrarsi tralasciando il resto, io, per mia abitudine, cerco di non lasciarmi accecare o guidare solo dall’aspetto emotivo, perché alle cose si può attribuire il giusto valore solo se si valutano a tutto tondo. E allora mi trovo a domandarmi se sono davvero disposta a credere che una sola bambina possa ottenere dai politici del mondo ciò che anni di accordi e trattati non hanno ottenuto, ed interessi economici hanno impedito.

Le proteste antisistema che rigenerano il sistema

Il film tributo del 2018, Bohemian Rhapsody, diretto da Bryan Singer, ci ha riproposto una delle più belle esibizioni dei Queen, quella al Live Aid di Bob Geldof. Una manifestazione organizzata allo scopo di raccogliere fondi per aiutare il popolo etiope che nel 1985 versava in una grave carestia. La ricostruzione cinematografica fa trasparire che la partecipazione fu dettata più da motivi personali che per la volontà di aiutare l’Etiopia. Un dettaglio che poco interessa quando si guarda a quelle meravigliose scene con Freddie Mercury che canta ad uno stadio pieno all’inverosimile.
Sul Live Aid e sulla Band Aid che ne seguì molti artisti espressero pesanti critiche, Morrissey degli Smiths disse “… uno può avere grande preoccupazione per il popolo etiope, ma è un’altra cosa rispetto a infliggere torture quotidiane al popolo inglese. E non è stato fatto timidamente, era la cosa più ipocrita mai fatta nella storia della musica popolare. Persone come Thatcher e la famiglia reale potrebbero risolvere il problema etiope in dieci secondi. Ma la Band Aid ha evitato di dire questo, rivolgendosi invece ai disoccupati”. Forse la critica più centrata a mio avviso. Coloro che dettano le regole, creano i problemi e traggono i profitti, non intervengono mai per risolverli definitivamente, anche se restano gli unici a poterlo fare.
I profitti sono per pochi e solo le colpe, inevitabilmente, sono solite essere distribuite.
Nelle campagne televisive di raccolta fondi vengono solitamente mostrati bambini straziati dalla fame e mamme dai seni vuoti per fare appello al senso di umanità dei disoccupati di Morrisey, un modo triste per distribuire le colpe anche con coloro che magari non sono mai usciti dal loro quartiere. Non si parla mai del fatto che se invece venissero semplicemente distribuiti i profitti non ci sarebbero bambini a morire di fame.
Nel tempo c’è stato anche Bono Vox degli U2 a chiedere con forza la cancellazione del debito pubblico dei paesi poveri. Cosa che aveva fatto anche il presidente del Burkina Faso Thomas Sankarà di cui pochi oggi ricordano il discorso all’Onu dell’ottobre del 1984 o quello del luglio del 1987, in occasione della riunione dell’Oua (Organizzazione per l’Unità Africana) ad Addis Abeba. Esattamente tre mesi prima di essere ucciso da quel mondo che non voleva accettare si mettesse in discussione l’impianto neoliberista basato sullo sfruttamento dell’uomo e della natura e che utilizzava proprio il debito come strumento per accaparrarsi le risorse, e la finanza come mezzo per aumentare i profitti del capitale.
A fine anni ’90 fu la volta del Movimento studentesco “La pantera”. Si protestava e si occupava da Palermo a Bologna, passando dalle facoltà di Psicologia e Scienze Politiche di Roma, contro il progetto di riforma che prevedeva una trasformazione netta in senso privatistico delle Università italiane. Il movimento della pantera prese poi una piega fondamentalmente pacifista districandosi tra i vari tentativi di strumentalizzazione.
Ci fu anche ampio spazio per il movimento no global nato intorno al 1999 in occasione della Conferenza Ministeriale dell’Omc (l’Organizzazione mondiale del commercio) a Seattle negli Stati Uniti. Un movimento che fu identificato come il “popolo di Seattle” e che si scagliava contro il sistema predatorio di banche e multinazionali che riducevano gli Stati a territori di conquista senza che questi mettessero in campo difese per limitare lo sfruttamento dell’ambiente e del lavoro minorile nei paesi del terzo mondo. Chiedevano che i governi la smettessero di attuare politiche non sostenibili da un punto di vista ambientale ed energetico, imperialiste, non rispettose delle peculiarità locali e dannose per le condizioni dei lavoratori. Una decina di anni dopo fu seguito da “Occupy Wall Street”, movimento più decisamente indirizzato contro gli eccessi della finanza.
Ma a precedere Greta Thunberg in tema di proteste per l’ambiente e di rimbrotto verso gli adulti insensibili, e anche a contenderle il titolo di attivista più giovane, ci fu la 12enne Sevren Suzuki, ovvero “la bambina che zittì il mondo per 6 minuti” con un bellissimo discorso all’Onu nel 1992 in cui chiedeva appunto ai potenti più o meno le stesse cose che si stanno chiedendo di nuovo in questi giorni. Non so se qualcuno se ne ricordasse, ma vale la pena di rileggerlo cercandolo su internet per scoprire quanto sia del tutto attuale e soprattutto quanto sia facile nascondere le cose mettendole alla portata di tutti.
Ma oggi la protesta si rinnova con le stesse parole e l’intensità dei nuovi e più potenti mezzi di comunicazione. È l’ora del Movimento per la salvaguardia del clima e della Terra di Greta Thunberg. Le istanze sono le stesse e in alcuni casi addirittura le parole, anche questa generazione è convinta di essere quella giusta per cambiare il mondo e per ricordare ai vecchi i loro errori, poi “… sei entrato in banca anche tu” cantava Antonello Venditti.
I film non anticipano la realtà, spesso descrivono quello che succede ma che solo alcuni riescono a vedere ed è il caso di Matrix, scritto e diretto dai fratelli Andy e Larry Wachowski. Alla fine della trilogia, il protagonista Neo si ritrova di fronte alla mente, il computer centrale che aveva preso possesso dell’intera pianeta. Gli vengono mostrate le immagini di centinaia di altri Neo che avevano già messo in discussione il sistema centinaia di volte e che erano giunti altrettante volte al suo cospetto.
Ma non erano nati per caso, erano nati per volontà del sistema stesso che aveva necessità di dare una speranza di cambiamento che però confermasse alla fine l’indissolubilità di tutto il costrutto. Dovevano lottare contro il sistema non per cambiarlo ma solo per mostrare che era possibile farlo, lasciando scorrere il dissenso in un solco preciso e controllabile.
Alle persone non piace sentirsi in gabbia, protestano o si ribellano solo quando è indispensabile e comprendono di non avere altre possibilità. Quindi basta nascondere la gabbia oppure rendere libera e democratica la protesta. Anche una ragazzina di 16 anni può cambiare tutto, i giornali lo dicono, le televisioni mandano immagini di grandi manifestazioni di piazza, i grandi della terra approvano e… noi ci crediamo.
L’ultimo Neo della serie riuscirà a cambiare davvero e distruggere l’infame sistema della Matrix tecnologica che aveva preso il sopravvento sugli esseri umani, riducendoli a batterie da Pc. Ma lo farà andando all’origine del male, togliendo la corrente e l’approvvigionamento di energia al sistema basato sui freddi codici binari.
Greta può essere davvero l’ultima dei Neo? Gli studenti richiamati in piazza che sfilano con i loro cartelli in una mano, sanno da dove vengono le materie prime per lo smartphone che stringono nell’altra? Scriveva qualche tempo fa Amnesty international “…pochi di noi però hanno la consapevolezza del fatto che il cobalto, elemento grazie al quale si riesce a produrre quelle batterie, viene ottenuto attraverso il lavoro sottopagato e inumano di adulti e bambini nelle miniere della Repubblica democratica del Congo (Rdc)…” e sono storia recente le polemiche sugli assemblaggi esteri dell’americano iphone, solo in parte risolte o dimenticate, il che nell’odierna Matrix ha lo stesso significato.
Non c’è bisogno di rinunciare alla tecnologia, c’è bisogno di rinunciare ai metodi disumani per renderla disponibile al mondo.
E il mondo, nella pratica rappresentato da tutto ciò che va in Tv, non si è risvegliato mentre Tony Blair chiedeva scusa ammettendo che l’Iraq non aveva mai avuto armi di distruzione di massa. E nemmeno quando venivano alla luce i retroscena dell’attacco francese in Libia ma anzi già incombe la scelta su un nuovo intervento militare in Venezuela per “motivi umanitari”. Il mondo, i giornali e le Tv e quindi i 16enni e gli studenti universitari di economia, non hanno approfondito una sola delle parole di Mario Draghi quando diceva che la Bce “ha ampie risorse per far fronte alle crisi” … e che … “i soldi della Bce non possono finire” mentre si negavano risorse per la ricostruzione dell’Aquila e mentre la disoccupazione ristagna all’11 percento perché le aziende chiudono per mancanza di credito.
La Nuova di Ferrara scrive che un italiano su due non riesce a curarsi perché non ha i soldi per farlo e lo Stato non può garantire un’assistenza completa a tutti mentre nessuno ha fatto caso che in audizione al Senato americano Alan Greenspan, governatore della Fed, dichiarava che i soldi non sarebbero stati un problema se si fosse voluto aumentare i sussidi. A Greenspan seguì, dopo la crisi del 2008, Ben Bernanke che in un’intervista spiegò che i soldi per salvare le banche non erano quelli dei contribuenti ma quelli creati schiacciando un pulsante, perché “così opera una Banca Centrale”. Il potere non si nasconde, chi potrebbe risolvere in 10 secondi i problemi ha uno stuolo di privilegiati a disposizione per confondere le idee anche quando dice pubblicamente la verità.
Il riscaldamento globale non si ferma perché poche persone perderebbero troppi soldi e quindi diventa accessibile a tutti l’aria condizionata, magari a rate.
Nessuno fa caso a quanto sarebbe semplice salvare il mondo dalla fame e dal riscaldamento globale mentre Greta sciopera e non va a scuola.
Sgombriamo il dubbio. Non c’è un complotto e non c’è una regia occulta che muove i fili, Matrix era solo un esempio. Ma Black Rock esiste davvero e gestisce un patrimonio di 6.000 miliardi di dollari, esistono multinazionali delle armi, dei farmaci e del cibo ed esistono amministratori delegati che hanno come missione quella di distribuire proventi agli azionisti. Ci sono borse valori che vedono girare in un giorno quanto uno Stato muove di Pil in un anno e soprattutto ci sono legislatori che studiano per depotenziare gli Stati. Ci sono Banche Centrali che possono creare denaro e controllare i debiti degli stati ma siamo stati convinti che queste non debbano essere strumenti degli stati, e quindi dei cittadini, ma un mezzo dei mercati per condizionare la democrazia.
A che serve lottare per lo scioglimento dei ghiacciai se non chiediamo che tutto questo cambi e comprendiamo che è solo il risultato di una scelta? A che serve scendere in piazza per il lavoro se il tasso di disoccupazione viene fissato in base al livello di inflazione desiderato dagli investitori?
E perché pensiamo non ci sia lavoro in un paese dove non ci sono abbastanza infermieri, medici, muratori, impiantisti, poliziotti, insegnanti, assistenti sociali e le città sono sporche? Sicuramente è tutta colpa nostra, perché non siamo competitivi, perché c’è la Cina, perché siamo piccoli e corrotti come l’inquinamento dipende dal fatto che andiamo a lavorare in auto invece di usare la bici.
Nessuno di noi è stato ascoltato veramente quando ha protestato in piazza anche se ha avuto l’impressione di aver fatto la sua parte. E non lo sarà adesso, anche perché a farlo è una ragazzina di 16 anni e cosa ci può essere di più innocente e innocuo in questo sistema malato su cui abbiamo incentrato il nostro sviluppo?
I governatori delle banche centrali, i grandi finanzieri, gli amministratori delegati della Black Rock non li ascolteranno mai. Non metteranno in atto cambiamenti epocali perché Greta glielo sta chiedendo, magari faranno qualche donazione insieme a qualche dichiarazione certo, ma poi tutto ritornerà come prima aspettando il prossimo Neo.
Il sistema si combatte in un solo modo: con la consapevolezza che si sta colpendo davvero il sistema. Riprendendosi in mano la capacità di trasformare le istanze in progetti politici a lungo termine. Si scende in piazza per contarsi e ritrovarsi intorno ad un’idea ma poi bisogna mantenere la linea nel tempo considerando che uno degli errori più classici degli ultimi tempi è allontanarsi dalla politica che invece è l’unico modo per cambiare le cose.
Banchieri, finanzieri e speculatori non ascolteranno mai ragazzini in protesta oggi come non lo hanno fatto ieri, quindi bisogna concentrarsi realmente su cosa chiedere. Ed è inutile pretendere dalla Cina o dal paese in ritardo con lo sviluppo rispetto all’Occidente di svilupparsi in maniera diversa e senza inquinare, in un mondo che si basa sul modello di sviluppo che eleva la concorrenza a valore trainante e considera la competitività una scelta ineluttabile. È una contraddizione in termini, non ha logica.
Non si può chiedere di non essere concorrenziali in un mondo basato sulla concorrenza e quindi l’inquinamento in questo mondo non si può fermare, facciamocene una ragione. Il neoliberismo si basa sullo sfruttamento di ogni cosa e ogni cosa diventa un bene e quindi prezzabile, anche l’essere umano e la luna.
Abbiamo scelto, o ci siamo ritrovati per scelte altrui, un modello di sviluppo. Studiamolo prima e poi contestiamolo. Smettiamola di chiedere il solito cambio delle tende all’edificio costruito sulla palude.
Quando si parla di alta velocità, si parla di arrivare 10 minuti prima da qualche parte, e per farlo siamo disposti a distruggere o trasformare interi territori. Il problema è capire perché oggi c’è tanto bisogno di correre e dove stiamo andando. Se quei 10 minuti servono a tutti noi, compresi i disoccupati di Morrisey o invece a qualcuno serve che noi corriamo come dei criceti sulla ruota. Tra aerei supersonici e treni superveloci che attraversano il mondo e che già ci permettono in una sola vita di fare centinaia di volte il giro del mondo, cosa ci siamo persi veramente?
Nel 2017 gli Stati hanno speso 1.739 miliardi in armi mentre i membri dell’Oecd spendono circa 150 miliardi per progetti di cooperazione allo sviluppo ma sarebbe ingenuo chiedere quello che sembrerebbe logico chiedere, ovvero che almeno il 10% della spesa militare venga destinato agli aiuti.
Ciò che va chiesto finalmente e coerentemente è ancora un cambio di modello antropologico di sviluppo, ripartire dagli anni ’70 quando ancora si stava sviluppando, tra le tante contraddizioni, la democrazia e mentre si lottava per il salario a differenza di oggi che si accetta la compressione salariale perché la colpa è dei mercati e dello spread, cioè anche qui si è spersonalizzata la responsabilità mentre i profitti scompaiono nelle mani sapienti di pochi. All’epoca si poteva forse pretendere democrazia perché c’era qualcuno o qualcosa a cui poterla chiedere: lo Stato. Oggi esiste la globalizzazione guidata dall’economia, ovvero la negazione della cornice democratica e le istanze vanno indirizzate ai mercati, allo spread o a entità sovranazionali che distribuiscono colpe e non soluzioni.
Ciò che impone il momento è la definizione delle cause reali dello svilimento dei valori dell’umanità per chiedere poi che siano ripristinati. Guardare a fari come la nostra Costituzione e alla Dichiarazione dei diritti dell’uomo del ’48, studiare i principi della rivoluzione americana, quella inglese e quella francese. Ancorarsi a basi sicure, pretendere che l’azione politica sia indirizzata a questo, sapendo che l’arco temporale è lungo perché richiederà almeno la partecipazione consapevole di milioni di cittadini che vogliono tornare ad esserlo, smettendo di essere indirizzati anche quando protestano.

Per saperne di più http://www.noisappiamo.it/

Una lettera invettiva dalla parte di Greta:
“I burattini sono loro, tutti quegli adulti che snobbano la vostra protesta”

da Cristiano Mazzoni

Io invece Greta, ti ringrazio.
Per il coraggio e la forza della tua acerba adolescenza, per la luce di una utopia, all’apparenza impossibile.
Chi c’è dietro ? Non me ne frega nulla. La dietrologia dei perdenti, la cattiveria da social, le analisi di raffinati giornalisti, talmente contro da essere omologati al pensiero comune che sta distruggendo il mondo. Personaggi pubblici che devono scatenare su di te la rabbia di non essere come te, la bruttezza della cattiveria, l’odio verso la semplicità, la bontà vista come un disvalore.
Chi ti critica, Greta, lo fa solo ed unicamente perché non può più dare il cattivo esempio (cit.). E’ allucinante quanto sia strana la percezione che la (g)gente ha di se stessa: moltitudini di cliccatori seriali sono convinti di avere idee diverse dalla massa, quando essi stessi “sono la massa”, i ribelli nei confronti delle ribellioni. Postano foto in cui tu Greta, bevi (udite, udite) da un bicchiere di plastica, sai che mancanza di coerenza. Cosa avresti dovuto fare ? Arrampicarti su una pianta di cocco, staccarlo con i denti, svuotarlo con le unghie e creati un bicchiere primitivo?

Ma che mondo è quello dove non si tollerano gli atti semplici e la volontà di cambiare di una adolescente, e si chiudono gli occhi sulla merdosa cattiveria dei potenti o di chiunque abbia una minima visibilità?
Dietrologi compulsivi, sentenziatori seriali, sputa-giudizi, proprio com’era quella storia della pagliuzza e della trave.
Sì, io sto con Greta e con i ragazzi che sono andati in piazza. Io non pretendo la loro consapevolezza completa, la conoscenza specifica dei motivi e le fini analisi di chi vi intervista in piazza e monta il servizio solo per dimostrare i limiti della vostra età.
I burattini sono loro, tutti quegli adulti che snobbano la vostra protesta. Sì, quelli che ritengono degli eroi i Gilet Gialli francesi e dei teppisti i ragazzi del G8 di Genova.

Mi fa schifo questo mondo.
Lo diceva un signore di Treviri, il capitalismo contiene al suo interno “il germe della propria autodistruzione”. Ed è proprio quello che hai detto tu, Greta, certo con le tuo parole, ma il significato è quello.
Noi adulti vi stiamo lasciando le macerie di un mondo che mai abbiamo voluto cambiare, che ci ha visti ‘appecorati’ dietro un qualunquismo malato; non ci siamo mai presi il rischio di pensare in maniera globale. Addirittura abbiamo sdoganato il sovranismo, i “prima noi e poi loro”. E le guerre di religione, i nostri valori, la nostra società. Il possesso, il potere, le certezze assolute, i dogmi.
Ma la terra è una, non ha confini, il mare, i fiumi, l’aria non sono una nostra proprietà, non si legano a uno Stato, scorrono.

Saremo la prima razza animale che si autodistruggerà per colpe proprie, una roulette russa giocata con una pistola d’oro massiccio, dove ogni anno aggiungiamo un proiettile. Fra poco, pochissimo, il caricatore sarà pieno. E l’ipotesi di spararci un colpo in testa, sarà una certezza.
Politicanti ‘puzzolenti’, hanno detto che “Tutti i giorni sono buoni per marinare la scuola’. Che gente triste, che schifo di personaggi che sguazzano negli stagni del potere.
Chissà se un giorno Greta, quando sarai vecchia, te li ricorderai i nomi di chi oggi, ora, ha scherzato sulle tue idee, sulle tue parole, sulle tue azioni.

Mi piacerebbe che sugli ultimi libri di scuola – quelli che verranno bruciati per scaldare una popolazione mondiale sconfitta, affogata nel lusso e agonizzante per le colpe dei potenti – fossero scritti i nomi e le parole dei colpevoli. Sì, gli oligarchi che ora stracciano gli accordi sul clima, quelli che pensano alle invasioni, dimenticandosi delle cause, quei grassi fantocci che succhiano il petrolio e lo scambiano con le armi, insomma tutti quelli seduti nelle stanze dei bottoni.
Coloro, che avrebbero potuto incidere, ma hanno sempre e solo pensato al loro tornaconto personale, dimenticandosi, che la scritta game over, vale per tutti.
Il mondo ci è stato dato in gestione dai nostri figli, e noi glielo restituiremo in condizioni peggiori di come a noi fu consegnato dai nostri padri.

Io Greta sto dalla tua parte, le mie figlie sono poco più grandi e poco più piccole di te, con le mie mille responsabilità, con il mio immobilismo, con il mio conformismo, forse pure con la voglia di ribellarmi sempre più sopita dagli anni, voglio credere che la tua generazione sia migliore della mia.
Nella speranza, che il vento del cambiamento esista e parta dal nord e che soffi talmente forte da spazzar via la polvere di catrame, che ha intasato l’animo, di quelli che una volta, si chiamavano esseri umani.

“Scrostati piccolo, lasciami lavorare!”
La risposta dei padroni del vapore ai ragazzi del Friday for future

Per salvare il pianeta dal riscaldamento globale, per assicurare un futuro alla razza umana e alle nuove generazioni “non c’è più tempo”. Per esporre questa clamorosa, pacifica, coloratissima denuncia, venerdì 15 marzo milioni di giovani e giovanissimi sono scesi nelle strade e nelle piazze di tutto il mondo. Centinaia di migliaia in 180 città italiane. Alcune migliaia anche nella bella addormentata Ferrara, risvegliatasi dopo un lungo sonno.
L’appello di Greta Thunberg , la ragazzina di Stoccolma dalla faccia tonda e il breve sorriso, ha prodotto un maremoto. I numeri imponenti del Friday for future hanno stupito e spiazzato tutti: i media, i professionisti della politica, i padroni dell’economia. I capi di Stato. I padri, le madri, tutto il mondo degli adulti.
E Adesso? “Grazie ragazzi” c’era scritto su un cartello verde. E i ringraziamenti davvero si sprecano: Grazie ragazzi di avercelo ricordato… avete ragione… ne terremmo conto… correremo ai ripari…
In una vignetta di Francesco Tullio Altan, una bambina alza un cartello con sopra il tondo del pianeta malato. Accanto a lei un omone nerboruto, svastica sull’avambraccio e mitra spianato, le risponde: “lasciateci lavorare ragazzini”. A me è venuto lo stesso pensiero. Mi è tornata in mente mia madre (mi torna in mente quasi ogni giorno) e una frase del mio lessico famigliare: “Scrostati piccolo, lasciami lavorare!”.

Ai ragazzini che vorrebbero salvare il mondo vorrei dare il mio modesto consiglio: non fidatevi dei sorrisi e dei ringraziamenti. Vi stanno – vi stiamo – imbrogliando. Fate attenzione. Avete di fronte il gigante Golia. O il Pifferaio magico, un tipo alla Mark Zuckerberg. O Leland Gaunt, il fascinoso proprietario dell’emporio “Cose Preziose” di Stephen King.
Prima il liberismo, oggi il neoliberismo, ci hanno letteralmente sommerso di oggetti, servizi, opportunità. Nel corso di tutta la storia dell’uomo, il capitalismo si è rivelato di gran lunga il sistema economico più efficiente, veloce e progressivo: la prima, la seconda, la terza, la quarta (quella che viviamo oggi) rivoluzione industriale hanno cambiato la faccia del pianeta e la vita di ognuno di noi. E dopo la caduta del Muro, è rimasto in campo solo lui, un sistema unico che governa il mondo. In Occidente e in Oriente. Nell’emisfero Nord come nel Sud. Nelle megalopoli fino al più sperduto villaggio.
Quasi 200 anni fa, un grande filosofo e geniale osservatore del suo tempo (un ebreo tedesco nato a Treviri, Renania) aveva centrato il problema: c’è qualcosa di perverso e di pericoloso in questo meraviglioso sistema di produzione, un motore interno potentissimo ma che alla lunga consuma e distrugge se stesso e tutto quello che gli sta intorno. Il capitalismo sembra proprio l’albero della cuccagna. Ma non lo è: produce merci ma anche sangue, sfruttamento dell’uomo sull’uomo, alienazione, infelicità. Trent’anni prima di lui, un oscuro poeta italiano, nato a Recanati e di fama postuma, sentiva sulla sua pelle e dava voce al medesimo disagio verso “la modernità”.

Ma insomma, magari a qualcuno non piace Leopardi, o ancora trema davanti al barbone di Karl Marx. Lasciamo perdere ‘Lo zibaldone’ e il ‘Primo Libro del Capitale’. Parliamo di oggi. Qui e ora.
Fra 11 anni, dicono gli scienziati dati alla mano, sarà veramente troppo tardi. Il riscaldamento globale avrà effetti irreversibili sul clima e sull’ambiente. Effetti che già oggi tocchiamo con mano, ogni giorno, a tutte le latitudini. La terra, l’aria, l’acqua si ribellano agli uomini che l’hanno violentata: i deserti avanzano, i poli si sciolgono, il clima impazzisce.
“Non c’è più tempo”, denunciano i ragazzi del Friday for future. La risposta della politica, dell’economia, della finanza è sempre la solita: “Grazie ragazzi ma lasciateci lavorare”, o peggio ancora: “Tranquilli ragazzi, ci stiamo già lavorando”. Politica, Economia, Finanza, insomma i padroni del vapore, si sono limitati a inventare qualche nuovo nome. Il più abusato è “sviluppo sostenibile”. Ed eccone un altro: “green economy”: non vi si apre il cuore solo a sentirlo?

Alla conferenza sul clima di Parigi del dicembre 2015, 195 paesi hanno adottato il primo accordo universale e giuridicamente vincolante sul clima mondiale. Era il frutto di molti compromessi e grandi mediazioni, in tanti lo giudicavano timido e insufficiente, ma segnava un traguardo storico. Quel traguardo oggi appare già irraggiungibile. L’America di Trump rinnega gli impegni firmati da Obama. Cina, India e perfino i Paesi del Golfo, oltre al petrolio, continuano a costruire centrali a carbone. E neppure le misure prese dalla debole Europa sembrano all’altezza dell’emergenza clima. Nella stanza dei bottoni pesano gli interessi del presente, molto più dei timori per il futuro. Nessuno Stato sembra avere la voglia, la lungimiranza, il coraggio di invertire la rotta.
I ragazzi del Friday for future l’hanno capito benissimo. Non credono più al diluvio di buone intenzioni e di parole vuote dei padroni del mondo. Vogliono cambiare tutto: il nostro modo di produrre, consumare, abitare, vivere. E bisogna farlo in fretta, perché il tempo sta scadendo.

Il modello neoliberista – il tabù economico che nessuno vuole infrangere – ci ha allevato nel mito dello sviluppo inarrestabile, del progresso infinito, delle “magnifiche sorti e progressive” (Leopardi, La ginestra, 1836). Oggi quel modello, tanto potente quanto iniquo, ci presenta il conto finale. Ed è un conto salato. In lista non c’è solo un pianeta in pericolo, ma decine di milioni di profughi, disoccupazione e disperazione, lavoro nero e nuove forme di schiavitù. Il terzo millennio si è aperto all’insegna della diseguaglianza: i ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri.
Mentre chiudo questo commento, le 2,30 di notte di lunedì 18 marzo dell’anno del Signore 2019, accendo la televisione e leggo i titoli di RaiNews24. Tifone colpisce Mozambico, Zimbawe, Malawi, almeno 100 vittime. Devastanti alluvioni in Indonesia, 58 morti. Per oggi forse può bastare: vediamo domani.
A Greta Thunberg vogliono dare il Nobel per la Pace. Un alto riconoscimento? C’è il rischio che assomigli a una medaglietta di latta. Un modo per dirle: “Grazie Greta, sei bravissima…. ma adesso scrostati piccola, lasciaci lavorare!”

I disastri ambientali e la piaga del negazionismo

di Chiara Balestra

Mi trovo spesso a pensare al comportamento errato dell’uomo, a come non porti rispetto alla propria terra di origine. Ogni giorno vedo i miei coetanei buttare i rifiuti per terra, che si tratti di mozziconi di sigaretta, pacchetti di plastica o bicchieri di plastica, come se per loro fosse una cosa da niente. Non ci riflettono, come quando un minuscolo moscerino gli gira intorno: lo uccidono, non lo soffiano via o lo osservano, gli tolgono la vita, lo eliminano. D’altra parte come si può portare rispetto delle cose altrui se prima non lo si ha per sé stessi?

Sono rimasta colpita da un  film-documentario che si intitola ‘Before the flood’, che in italiano significa ‘punto di non ritorno’, condotto dall’ambasciatore di pace degli Usa Leonardo Di Caprio, contro i cambiamenti climatici. Di Caprio si batte per dimostrare a tutti una verità scomoda: il cambiamento climatico legato ai combustibili fossili prodotti dall’uomo per le sue attività industriali, anche se c’è ancora chi nega l’evidenza delle catastrofi che compiono davanti ai nostri occhi, come innondazioni, uragani, scioglimento dei ghiacciai. La cosa più grave di questo comportamento è la consapevolezza.

La consapevolezza delle nostre azioni, di come stiamo distruggendo il nostro pianeta: dovremmo essere guidati da un governo che si occupa della salute e della salvaguardia dell’uomo e dell’ecosistema, ma ancor più tristemente sono proprio i politici che confondono l’opinione pubblica per i propri vili interessi.
Come ben sappiamo la combustione di carbone e petrolio rilascia nell’aria monossido di carbonio, che è la principale causa del cambiamento climatico.
Gran parte della nostra economia si basa sui combustibili fossili: carbone, petrolio e gas naturale. Il petrolio è soprattutto destinato al settore dei trasporti mentre il carbone e il gas naturale vengono ripiegati per l’elettricità, non esiste un carburante fossile pulito. La prima ripresa del film viene girata nella punta settentrionale di Buffin Hailand, una delle principali isole che compongono l’arcipelago artico canadese. Qui è stato riscontrato, da studiosi e persone del posto che, mentre in passato il ghiaccio era solido e blu, ora gli si attribuisce la forma di un gelato dal colore celeste. Il ghiaccio c’è ancora ma si scioglie molto più velocemente. Gli stessi studiosi hanno stimato che nel 2040 sarà possibile la navigazione del Polo Nord, visto che l’impiego eccessivo di combustibili fossili provoca lo scioglimento dei ghiacci. L’Artico esercita la funzione di condizionatore d’aria per l’emisfero settentrionale e la sua scomparsa determinerebbe il cambiamento delle correnti e dei cicli climatici, con conseguenti inondazioni, siccità e sviluppi catastrofici. Sarà la trasformazione ambientale più drammatica mai avvenuta nella storia.

Poi il conduttore si reca in Florida, negli Stati Uniti d’America, dove incontra il presidente Obama che gli spiega che è costretto a intervenire per le inondazioni di cui è vittima lo Stato: improvvisamente il livello del mare si innalza salendo dai tombini e allagando le città. Gli interventi sono l’innalzamento delle strade e pompe elettriche – pagate dai cittadini – che garantiscono un rimedio per tale fenomeno soltanto per 40-50 anni massimo.

Ricordiamo che il 97% dei climatologi considera la  teoria del riscaldamento globale una verità scientifica esattamente come la teoria della forza di gravità. Di Caprio intervista il noto scienziato Michael E. Mann, autore insieme ad altri scienziati del grafico definito ‘bastone da hockey’ perché indica un raffreddamento a lungo a termine e poi un’improvviso riscaldamento molto veloce e senza precedenti. In seguito alla diffusione di questo grafico Mann, come lui stesso racconta nel film, è stato diffamato sulle pagine del ‘Wall street journal’ e su ‘Fox news’, definito un ‘ciarlatano’ e attaccato dai membri del Congresso e perfino minacciato di morte. Ci sono personaggi, spiega Mann, che confondono l’opinione pubblica su questa tematica e lui fece appunto dei nomi, riferendosi ai fratelli Cook – una specie di macchina propogandistica per il negazionismo dei cambiamenti climatici – e ai gruppi come ‘American for prosperity’ che fa capo direttamente ai fratelli Cook.
Lo stesso Mann denuncia il fatto che il Presidente della commissione ambientale del Senato e i membri delle Camere sono supportati finanziariamente anche dai produttori del settore petrolifero. Ecco il motivo per cui non si riesce a far passare un progetto a tutela dell’ambiente al Senato: perché le lobby foraggiano i negozionisti che bloccano qualsiasi proposta ambientale. Successivamente Di Caprio si sposta in Cina, dove solo nell’area intorno a Pechino e nell’isola di Shangon il consumo complessivo di carburante è pari a tutti gli Stati Uniti e il livello di tossicità arriva alle stelle. Ma una cosa buona c’è: è l’invenzione di un’applicazione fatta dal presidente cinese grazie alla quale i dati delle industrie non a norma dal punto di vista della sostenibilità ambientale vengono resi trasparenti a tutti gli abitanti. La Cina sta investendo notevoli risorse in energie rinnovabili, eoliche o solari, per esempio i pannelli ricoprono anche le industrie, edifici.

Il documentario mostra che in India solo una piccola parte della popolazione ha diritto all’elettricità. Nei villaggi rurali le persone utilizzano il letame delle mucche per ricavare le cosiddette torte di sterco che, una volta bruciate, costituiscono l’unica fonte di energia.
In Indonesia l’80% delle foreste è stato distrutto, attraverso incendi dolosi, per l’insediamento di palme da olio per produrre l’olio di palma da commercializzare a basso costo per la produzione dei cosmetici e la cucina più industrializzata. Le aziende ottengono, attraverso modi illeciti, autorizzazioni per bruciare intere piantagioni mettendo a repentaglio la vita dell’intera popolazione, anche preziose specie di animali saranno destinate a scomparire.

La soluzione a questi problemi c’è, per esempio la Carbontax, una tassa sul carbonio: si tassano tutte quelle attività nocive che hanno ripercussioni sulla società e, di conseguenza, aumentando i costi si disincentiva la popolazione ad acquistare i prodotti incriminati. Bisognerebbe puntare maggiormente sulle energie rinnovabili, fotovoltaico, eolico e idroelettrico, che non emettono sostanze nocive e tossiche per l’atmosfera. L’obiettivo dell’accordo della conferenza di Parigi stipulato nel 2015 è di tenere il riscaldamento globale inferiore ai 2 gradi centigradi; 195 paesi del mondo si sono impegnati per portare a termine questo obbiettivo, ogni cinque anni tutti i paesi decidono se restare dentro questo accordo: proprio quest’anno il neo presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato la volontà di uscire dall’accordo definendo il global warming “Una truffa”.

Il pericolo è che si arrivi ad un punto di non ritorno e il benessere del nostro pianeta si definitivamente compromesso

BORDO PAGINA
I ghiacciai e il Non Riscaldamento globale

Uno dei dogmi insospettati del pensiero unico è il cosidetto Global Warming o Riscaldamento Globale. O meglio per questioni più di natura(sic!) ideologico ambientalista e relativamente pseudoscientifica, come dimostrano anche previsioni storiche come quelle del Club di Roma essenzialmente sballate e anche altre , si sopravvalutano e mistificano certe dinamiche per logiche di Potere e Lobby misconosciute o quasi, al passo con lo choc del futuro del nostro tempo che privilegia come risposte soprattutto velleitarie opzioni antitecnologiche e antiprogressiste. I media stessi riflettono certo analogo regressivo spirito del tempo, rimbalzando notizie parziali e più di fonte sociologica che strettamente scientifica. Gran parte dei teorici dominanti del riscaldamento globale hanno deboli basi strettamente scientifiche, la stessa Climatologia non è una scienza relativamente esatta come le cosiddette Scienze Naturali, fisica, matematica eccetera. Vero che la maggior parte della comunità scientifica parla di Global Warming, ma esiste da anni una minoranza, lo stesso Zichichi, Battaglia e altri scienziati noti scettici se non “negazionisti”. Il copione puntuale dei ghiacciai in scioglimento dovuto al Global Warming è oggi smentito da uno studio recentissimo , si veda MeteoWeb link in fondo a cui rimandiamo. Va da sé i Ghiacciai a quanto pare si sgretolavano anche in tempi insospettabili, nell’ultima grande era glaciale… “Lo rivela una ricerca pubblicata sulla rivista Nature dal gruppo dell’università americana del Michigan coordinato da Jeremy Bassis…. “Abbiamo dimostrato che non c’è bisogno del riscaldamento atmosferico per innescare eventi di disintegrazione su larga scala di un ghiacciaio, basta che l’oceano si scaldi un po’ e cominci a ‘solleticarne’ i bordi” (…..). Ergo… CO2 e Cambiamenti Climatici, Kyoto trattati vari tutta una bufala? Nientaffatto… I “negazionisti” cosiddetti non negano affatto un cambiamento climatico in atto, ma lo interpretano in senso strettamente naturalistico, cicli eoni (migliaia e anche milioni di anni…) in certo senso della storia della Terra, storia di cui si conosce oggettivamente soltanto in chiave parziale e in progress, e non – essenzialmente- per questioni d’inquinamento atmosferico ed umano industriale… E quindi, anche se più complessa e articolata (non necessariamente in tale ottica strettamente scientifica il clima in mutazione avrà effetti solo negativi) la sfida presente e futura resta prioritaria. Nello stesso tempo semplicemente, almeno in democrazie aperte alla Popper per intenderci, in un campo, dove la verità scientifica è sempre provvisoria e verosimile e inquinamenti culturali e purtroppo anche ideologici sono sempre in agguato, lo spettro ampio d’indagine domanda, anche a livello mediatico, un doppio sguardo, una doppia modulazione, finora stranamente quasi assente dai dibattiti salottieri e nell’opinione pubblica spesso poco dotata di basi scientifiche e preda di certo irrazionalismo contemporaneo.

http://www.meteoweb.eu/2017/02/i-ghiacciai-si-sbriciolano-come-migliaia-di-anni-fa-ecco-lo-studio-che-nega-la-correlazione-con-il-riscaldamento-globale/856068/#D29zPslEkFQVCCUC.99

riscaldamento-globale-2014

Riscaldamento globale: 2014 caldissimo, soprattutto in Europa

di Riccardo Viselli

A dimostrarlo ci sono 134 anni di sistematiche e puntuali rilevazioni della temperatura registrate in una novantina di stazioni dislocate in tutto il mondo: l’aumento della temperatura è una tendenza globale e costante, un problema che interpella i governi di tutto il mondo.

In questo articolo si riportano i risultati delle analisi dei dati di 88 stazioni di misura delle temperatura della bassa atmosfera ubicate in America settentrionale (24), Europa (42), Asia (18), Africa (2) ed Oceania (2). La fonte dei dati è il Goddard Institute for space studies della Nasa e le stazioni considerate sono solamente quelle che hanno iniziato a registrare i dati nel quinquennio 1880-85, sono tuttora in funzione e mostrano interruzioni continuative non superiori a 20 anni. Ai dati delle stazioni che hanno iniziato a registrare i dati in aree rurali, oggi inglobate in un grande centro urbano, è stato necessario apportare una correzione che depurasse la temperatura dagli effetti locali (emissioni industriali e domestiche, traffico veicolare, consumi energetici che all’inizio del periodo di misura erano inesistenti) e gli algoritmi utilizzati, frutto di studi approfonditi, tengono essenzialmente conto della densità di popolazione e della sua variazione nel tempo: ne consegue che, laddove questo parametro è risultato costante, non viene effettuata alcuna correzione.*

Il periodo nel quale si sono concentrate le temperature massime è inequivocabilmente il quinquennio 2010-14 con quasi il 45% dei record termici seguito dal decennio 2000-2009 che raccoglie oltre il 25% dei record di caldo: questo dato merita una certa considerazione in ragione del fatto che circa il 70% delle stazioni ha fatto registrare il record positivo della serie negli ultimi quindici anni.

Di contro, la concentrazione degli anni più freddi si è distribuita nettamente nei primi decenni di misurazione (1880-89 con quasi il 30% delle stazioni e 1890-99 con oltre il 20%), anche se non è trascurabile il 15% registrato dal periodo 1940-49. Si evince, da questo primo parametro considerato, che i record termici negativi sono stati registrati all’inizio del periodo di misura considerato, mentre i record positivi nella parte terminale della serie temporale considerata.

L’anno più caldo, in accordo con quanto sopra riportato, è risultato nettamente il 2014, con oltre il 25% delle stazioni che hanno fatto registrare il record positivo in questa annualità seguito dal 2007 con oltre il 15%. Gli anni con più record negativi, invece, sono risultati il 1885 ed il 1888 con quasi l’8% delle stazioni che hanno fatto registrare il minimo termico in ciascuna di queste annualità. In nessun caso, è stato registrato il record termico negativo nel periodo che va dal 1986 al 2014.

Utilizzando il metodo della variazione della retta di interpolazione lineare emerge che nel 94% delle stazioni è stato registrato un aumento nel periodo 1880-2014, una percentuale che oggettivamente lascia pochi dubbi circa una tendenza al riscaldamento globale, confermato dal fatto che in solo il 2% delle stazioni è stata registrata una diminuzione. L’incremento termico medio è stato notevole e pari a 1,26 °C. Anche il calcolo con il metodo della variazione della media mobile trentennale conferma quanto evidenziato nel precedente paragrafo: nell’82% delle stazioni è stato rilevato un aumento ed in nessun caso una diminuzione e l’incremento termico medio è stato pari a 1,10 °C. Infine, anche il calcolo con il metodo della stazione unica virtuale conferma quanto sopra evidenziato: la variazione della media mobile trentennale della stazione unica è stata pari a +1,06 °C e la variazione della retta di interpolazione lineare è stata pari a +1,22 °C. Questo metodo evidenzia inoltre che, dopo la diminuzione continua registrata nel quadriennio 2007-2010, nel 2011 si è avuta una nettissima ripresa delle temperature. Nei prossimi anni sarà interessante verificare se la tendenza mostrata dal 2007 ed interrotta dal 2011 verrà ripresa.

E’ stata infine condotta una ulteriore analisi sulle sole stazioni ubicate in aree con popolazione inferiore a 300mila abitanti per verificare se le conclusioni a cui si è giunti considerando l’intero campione sono confermati. In questo caso il numero delle stazioni è pari a 40 e nessuna è ubicata in Africa. I risultati sono sostanzialmente identici: nel periodo 1880-2014 la variazione termometrica è comunque superiore al grado centigrado, la maggior parte dei record caldi sono stati registrati negli ultimi quindici anni (68% delle stazioni) e nel 48% delle stazioni la temperatura del 2014 è ubicata al di sotto del 5° percentile. Si può quindi concludere che la tendenza all’incremento termometrico non è verosimilmente riconducibile ad effetti locali dovuti alle “isole di calore urbane”.

* Occorre precisare che, per convenzione, si sono considerate in aumento le temperature delle stazioni in cui le variazioni sono state superiori a 0,30 °C, in diminuzione le temperature delle stazioni in cui le variazioni sono state inferiori a -0,30 °C e invariate le temperature in tutti gli altri casi. Per quantificare le variazioni delle temperature sono stati utilizzati tre metodi: variazione della media mobile trentennale, variazione della retta di interpolazione lineare e variazione nella stazione unica virtuale risultante dei dati delle 88 stazioni.

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Lo yoga e l’arte del rispetto

“Siamo in questo mondo per portare pace e felicità a tutti gli esseri viventi. Per raggiungere questo obiettivo dobbiamo adottare stili di vita pacifici e non dannosi e una non interferenza nella felicità degli altri”. Swami Nirmalananda

Quando ci si avvicina alla pratica dello yoga, inevitabilmente emerge il tema del vegetarianismo. Prima o poi la questione viene a galla, perché yoga e rispetto di ogni tipo di essere vivente sono strettamente legati e interconnessi. Pare difficile, infatti, prescindere dalla riflessione sul controllo del proprio corpo, della propria respirazione e del proprio battito se non ci si vede e ci si immagina immersi e facenti parte di un mondo naturale più esteso.
Parte di un ciclo, che si apre e si chiude, liberi ma rispettosi. Forse la riflessione non è immediata e arriva dopo qualche tempo e in seguito a una vera, intensa e cosciente dedizione alla pratica dello yoga, ma arriva. La simbiosi fra yoga e vegetarianismo è chiara laddove si pensi al fatto che la base dello yoga è la gentilezza, il rispetto della vita di ogni essere vivente, che deve essere libera e felice, e la considerazione che le azioni della propria devono contribuire in qualche modo alla felicità e alla libertà di tutti. Perché ciascuno di noi ha un ruolo da spendere e una responsabilità, ciascuno può fare qualcosa. Mai pensare che da soli non possiamo cambiare nulla. Mangiare carne o pesce significa privare della vita un altro essere vivente che spesso viene cresciuto e allevato proprio per soddisfare l’appetito umano, che si trova in batteria proprio per questo, alimentato con cibi di origine animale, quando per natura spesso è erbivoro. A nulla varrebbe la considerazione che gli animali si cacciano loro stessi per natura, perché non mangiamo tigri o leoni. Il latte, poi, anche quello viene sottratto al piccolo cui sarebbe dedicato, al quale la natura ha pensato, perché disponibile alle e dalle madri che hanno appena partorito, per i loro cuccioli, non certo per noi. Non è semplice sposare queste teorie né vogliamo farcene paladini (anche se, ammettiamo, ci ispirano una certa simpatia, o non ve ne parleremo), anche perché ognuno è abbastanza grande da comprendere ragioni e magari limiti di pensieri come questi. Certo è che le riflessioni di molti libri, fra i quali uno particolarmente interessante di Sharon Gannon, fondatrice del metodo Jivamukti Yoga (“Yoga and Vegetarianism”, Mandala Publishing, 2008, 144 p.), non vanno sottovalutate, soprattutto quando, dati alla mano, evidenziano anche il legame fra consumo di carne e riscaldamento globale (secondo le Nazioni unite l’allevamento di carne a uso alimentare comporta un aumento delle emissioni di gas a effetto serra maggiore di quello provocato dai trasporti), inquinamento idrico (la maggior parte dei rifiuti degli allevamenti, che contengono pesticidi, erbicidi, antibiotici e ormoni, finiscono in fiumi e oceani), uso dell’acqua (oltre la metà dell’acqua consumata negli Stati Uniti, ad esempio, è usata per l’allevamento di animali), terra e suolo (sempre negli Stati uniti, oltre l’80% dei terreni è utilizzato per allevare animali e grano/alimenti ad essi dedicati), deforestazione (aumenta per fare spazio ai terreni necessari per il punto precedente), grano (sempre sul suo, americano, l’80% del grano coltivato e il 95% di altri cereali, sono destinati ad alimentazione animale), petrolio (anche qui la percentuale di combustibile fossile destinato all’allevamento è altra, oltre un terzo di tutti i combustibili fossili usati in America), mari e oceani (si stanno svuotando di vita, spesso anche a causa di una pesca selvaggia, indiscriminata e non controllata). Senza dimenticare i benefici per la salute, in un’alimentazione povera di colesterolo, ormoni e grassi.
A mio avviso, tali riflessioni sono importanti, non vanno sottovalutate e, indipendentemente da un’applicazione più o meno rigorosa, credo che vadano conosciute. Sharon, nel libro citato, ricorda, poi, che gli uomini non sono biologicamente ‘disegnati’ come mangiatori di carne: anatomia e fisiologia suggeriscono il contrario, basti pensare che abbiamo bocche e denti piccoli. La vita, poi, è sacra, insegna lo yoga, siamo esseri spirituali grazie al nostro respiro. Ecco perché nello yoga la respirazione è tanto importante e va conosciuta, seguita e curata. Il respiro è connesso all’aria che tutti respiriamo. Se respirare significa vivere, allora non bisogna interrompere ‘l’alito di nessuno’, nemmeno quello degli animali. Respirare, quindi, ma connessi al tutto. Sempre.
Se lo yoga non pare, quindi, rappresentare solo un modo di essere, esso si riferisce piuttosto a un modo di vivere in armonia con il tutto dell’esistenza. Senza carne o pesce o solo con i frutti della terra, vale la pena mettersi in comunicazione con la vera essenza del mondo. Il suo respiro. Perché come trattiamo gli altri determina la nostra stessa realtà.

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