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LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
L’era dell’incompetenza e i rischi per la democrazia

Il test nucleare di Castle Bravo è divenuto tema d’esame per parlare della conoscenza come illusione. L’aveva già detto Stephen Hawking: “Il più grande nemico della conoscenza non è l’ignoranza, è l’illusione della conoscenza”. Riproponendo l’antica virtù socratica di sapere di non sapere. La conoscenza come ricerca continua, inesausta, permanente, che non giunge mai al traguardo perché ogni certezza è sempre superata dall’interrogativo del dubbio, dalla falsificazione dietro l’angolo come ci ha segnalato Karl Popper.
Ma non è questo che si è voluto proporre alla riflessione degli studenti che hanno scelto “L’illusione della conoscenza” come traccia da sviluppare per la prima prova della maturità. Bensì l’invito ad elaborare le loro considerazioni su “un paradosso dell’età contemporanea, che riguarda il rapporto tra la ricerca scientifica, le innovazioni tecnologiche e le concrete applicazioni di tali innovazioni”. Sull’uso della conoscenza come arroganza e dissennatezza, sulla mente umana che può improvvisamente comportarsi come un computer impazzito o male programmato.
Il fatto è che quanto accaduto il 1° marzo del 1954 nell’atollo di Bikini pare non sia stato causato dall’illusione della conoscenza, non si sarebbe cioè trattato di un incidente, ma, al contrario, di un esito tragicamente ricercato.
Così come non regge la tesi per cui la mente umana funziona come un elaboratore elettronico sostenuta dai due scienziati cognitivisti, Steven Sloman e Philip Fernbach, autori del testo da cui è stato tratto il brano proposto agli studenti.
Si è scritto che i millennials sono una generazione disorientata, se gli si voleva dare una mano ad esserlo di meno, “L’illusione della conoscenza”, la traccia maggiormente scelta per la prima prova dell’esame di stato, non deve certo averli aiutati. Soprattutto per la sua equivocità nel confondere la conoscenza e le sue illusioni con l’etica della scienza, che sono questioni decisamente differenti.
Il “paradosso dell’età contemporanea”, proposto alle argomentazioni dei candidati, assomiglia pericolosamente a quello che, circa quattro secoli fa, portò il Sant’Uffizio a processare e condannare Galileo Galilei per aver condotto la ricerca scientifica, con l’uso della nuova tecnologia del cannocchiale, fino a sfidare le sacre scritture e la verità rivelata.
Il tema della conoscenza, dunque, riproposto come l’eterno ritorno dell’arroganza prometeica che osa sfidare gli dei.
La proposta ministeriale suggerisce il sapere come presunzione che spingerebbe a considerare infallibili e immodificabili le conquiste della scienza, in linea con i moderni detrattori delle competenze. Insomma, contro l’illusione della conoscenza è legittimo essere anche NoVax e terrapiattisti.
Perché si è voluto mettere gli studenti di fronte al tema della conoscenza come arroganza irrazionale, anziché davanti all’angosciante incremento esponenziale di ignoranza da cui quotidianamente siamo accerchiati, senza quasi accorgercene?
Un brano tratto dal libro di Tom Nichols, “La conoscenza e i suoi nemici”, forse sarebbe stato più appropriato ai tempi che viviamo. Al termine del loro percorso di studi, per i nostri giovani maturandi avrebbe potuto essere più opportuno riflettere sul loro ingresso nell’era dell’incompetenza e sui rischi che questo comporta per l’utilità dei loro studi oltre che per la democrazia.
Si poteva ragionare di società della conoscenza, quella promessa dall’Europa con il Memorandum di Lisbona nel marzo 2000 e ancora non realizzata, fino agli orizzonti aperti dalle ricerche neuroscientifiche.
Non può essere, dunque, semplicemente un caso o un peccato di omissione, se si è scelta per l’esame di stato una citazione dall’opera di due cognitivisti, tralasciando tra l’altro, credo di proposito, di citare il sottotitolo dell’opera di Sloman e Fernbach: “L’illusione della conoscenza. Perché non pensiamo mai da soli”. Il contributo più stimolante del lavoro dei due scienziati statunitensi: la conoscenza come mente collettiva. L’uomo come “costruttore di significati”, come attivo “inventore della realtà”, alla Watzlavick, per intenderci. Orizzonti ben diversi da quelli proposti dall’angusta traccia d’esame.
Come Nicla Vassallo anch’io sto dalla parte di Prometeo “per la sua complessità umana dedita alla scienza, e, al pari della scienza, prono alla ribellione, metafora del pensare e di una conoscenza svincolata dal mito”.
Così scrive nel suo “Non annegare. Meditazioni sulla conoscenza e sull’ignoranza”. A proposito, “Non annegare”, ecco un altro testo da cui sarebbe stato più indicato trarre spunti da offrire alla riflessione dei primi maturandi del millennio. Anche solo per quella citazione in esergo presa a prestito dal libro di Pasquale Villari, “Di chi è la colpa? O sia la pace e la guerra”: “Che cosa dunque bisogna fare? Voi dite che le moltitudini sono ignoranti. Ma noi abbiamo aperto scuole sopra scuole, abbiamo creato un esercito di professori, abbiamo aggravato il bilancio dello stato, abbiamo tentato i nuovi sistemi; e voi dite che si vada male in peggio”.

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IL FATTO
Retromarcia del Comune, “la casa terremotata è agibile”. Ma il perito: “Può crollare”

Da tre anni vivono in un appartamento in affitto. La loro casa, colpita dal terremoto, è stata dichiarata inagibile con ordinanza comunale e classificata a grado di rischio E, il più alto. Ma un paio di mesi fa il Comune di Vigarano è ritornato sui suoi passi e il sindaco Barbara Paron ha emesso una nuova ordinanza, stavolta di revoca della precedente, collocando l’abitazione in classe A (nessun danno e rischio) e autorizzando la famiglia, composta da padre, madre e due figli, uno dei quali minorenne, a rientrare come se nulla fosse accaduto.
In mezzo però ci sono stati tre lunghi anni di abbandono dalla residenza e soprattutto la paura di tornarci a vivere. Perché tutti i tecnici e i periti consultati dalla famiglia Zaniboni certificano che la struttura è gravemente danneggiata e inagibile e una nuova scossa potrebbe essere fatale e porre a repentaglio la vita degli occupanti. Metterla in sicurezza e riparare i danni del sisma ha costi esorbitanti, nell’ordine di centinaia di migliaia di euro.

Più che comprensibile, dunque, lo sconcerto, l’avvilimento e la rabbia dei proprietari. I quali hanno tentato in ogni modo di spiegare le proprie ragioni. Ma in Municipio continuano a sbattere contro una stessa risposta, sempre la stessa, un diniego senza appello. Così si sono rivolti al Tar, al Prefetto, al Difensore civico e a qualificati periti. Fra questi  l’architetto Stefano Gatti, che opera anche come consulente del Tribunale di Perugia. Interpellato per la sua riconosciuta autorevolezza, in 72 pagine di perizia giurata conferma i danni strutturali e i conseguenti rischi e legittima la richiesta formulata dai signori Zaniboni, che attendono un contributo per provvedere al ripristino delle condizioni di agibilità. Ciò che afferma coincide sostanzialmente con il contenuto della relazione dei tecnici incaricati dalla protezione civile che hanno compilato la famigerata scheda Aedes confermata anche dai tecnici incaricati dai proprietari. Tutto quadra, insomma; salvo che ora il Comune, a tre anni di distanza, ha cambiato idea ed è tornato sui propri passi ricusando ciò che per primo aveva certificato dopo il terremoto.

“Ricordo quella notte con sgomento – racconta la signora Gloria. Già nel pomeriggio l’orologio a pendolo si era fermato due volte: si tratta di meccanismi molto sensibili e questo strano fatto – mai accaduto prima – mi aveva inquietata, mi era parso presagio di qualcosa la cui drammaticità però certo non potevo immaginare. La notte ho avvertito quel boato spaventoso avvicinarsi e immediatamente sono corsa nella stanza dei miei figli, li ho abbracciati stretti mentre sentivo cadere su di noi la sabbia dalle tavelle del soffitto. Non credevo saremmo sopravvissuti…”.

Le tracce della violenza del sisma sono visibili anche nel giardino che cinge la casa, a ridosso della ciclabile del Burana. Il cappello di un camino in pietra si è staccato dal basamento e ha fatto un giro di novanta gradi su se stesso. Evidenti crepe passanti hanno tagliato la base di numerose colonne che sorreggono il tetto e non c’è stanza del fabbricato che non porti il marchio della violenza subita. Fa impressione vedere l’ abitazione abbandonata a se stessa, due volte vittima di una sorte malevola, muta testimone di una situazione grottesca e paradossale, che la famiglia Zaniboni sta vivendo come un nuovo terremoto esistenziale.

“Proviamo un miscuglio di sconcerto e ribrezzo passando per le strade del nostro paese quando osserviamo che stalle e fienili fatiscenti e inutilizzati prima della scossa ora sono stati totalmente ricostruiti grazie ai contributi per il sisma.  Non capiamo sulla base di quale criterio si siano utilizzati i fondi pubblici, visto che a noi viene negata la possibilità di rientrare in sicurezza nella nostra abitazione, compromessa proprio dal terremoto” commentano amaramente i proprietari.
Il nostro immobile oltretutto, ristrutturato fra il 1995 e il 1998, era in perfette condizioni. A questo punto, esasperata, la famiglia Zaniboni rivolge a noi e – ancora una volta – a se stessa tutti gli interrogativi che la tormenta. Perché ben quattro tecnici della protezione civile hanno stimato il danno pericoloso al punto da dichiarare la casa inagibile? Perché tutti i tecnici ai quali l’hanno fatta vedere (ben nove, tra ingegneri e architetti) l’hanno considerata compromessa dal punto di vista strutturale e per questo bisognosa di un indispensabile intervento di messa in sicurezza?”.

A questi rovelli se ne aggiungono altri, relativi alle recenti decisioni assunte dal sindaco che, sconfessando le precedenti ordinanze, ha dichiarato la piena agibilità della casa. “Perché – si domandano ancora i proprietari – se il criterio adottato dai nostri amministratori è di far rientrare i terremotati nelle proprie case ‘in sicurezza’ per noi questa cautela non vale e ci viene beffardamente risposto che il rientro in casa che il Comune ora ci consente ‘è una facoltà e non un obbligo’?”.

L’ impresa 3M Costruzioni – a cui la famiglia Zaniboni si è rivolta per chiudere le tante crepe e provvedere a un ripristino di minima – si è addirittura rifiutata di intervenire, confermando che il fabbricato è compromesso strutturalmente e l’impresario non avrebbe svolto il lavoro per non assumersi responsabilità su quel che potrebbe capitare in futuro…

“Ma tutto questo ai responsabili del Comune evidentemente non interessa – concludono sconsolati -. Tanto se la casa dovesse un giorno crollare a seguito di altre scosse e in conseguenza al fatto di non essere stata messa in sicurezza, peggio per chi ci rimane sotto… Tanto nessuno ha mai colpa di niente”.

La frustrazione, però, non ha generato inerzia. La famiglia Zaniboni sta combattendo con determinazione la partita per vedere riconosciuti i propri diritti. Ha fatto ricorso al Tar, si è rivolta al Prefetto, al Difensore Civico e non è intenzionata a fermarsi.
“Siamo anche pronti a mettere persa la casa, ma vogliamo batterci con tutti gli strumenti e le nostre forze contro chi, con il proprio comportamento, atti e decisioni, sta mettendo a repentaglio la nostra vita. Lo facciamo per i nostri figli, affinché almeno loro possano credere negli ideali e nelle istituzioni. Vogliamo ottenere un ripristino della legalità che in tutta questa vicenda è stata arbitrariamente travisata e negata.
Per questo motivo abbiamo deciso di rendere pubblica la nostra storia, magari simile a tante altre. Vogliamo far sentire la nostra voce pensando  possa rappresentare anche coloro che per mancanza di coraggio, forza, determinazione oppure per sfiducia non hanno potuto o voluto parlare e lottare”.

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GERMOGLI
Rischia: sogna!
L’aforisma di oggi

Sognare e rischiare. Vale la pena.

Il mondo è nelle mani di coloro che hanno il coraggio di sognare e di correre il rischio di vivere i propri sogni. (Paulo Coelho)

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Un edificio che rappresenta il sogno architettonico realizzato a Tresigallo, in provincia di Ferrara (foto di Anna Maria Mantovani, FotoClub Ferrara)

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la giornata…

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SALUTE &BENESSERE
Tacchi alti, gioie e dolori

Quante donne in tutto il mondo portano i tacchi alti con regolarità. I tacchi alti, croce per le donne e delizia per gli uomini, donano grazia, eleganza, femminilità e una giusta dose di sana sensualità. E’ anche vero però che l’uso continuato di scarpe coi tacchi ha i suoi effetti collaterali e causa spesso problemi anche gravi. Recenti ricerche hanno dimostrato che i tacchi alti hanno un effetto negativo sulla salute fisiologica e le donne dovrebbero pensarci due volte prima di indossare la loro coppia preferita di tacchi a spillo. Tre su quattro soffrono di un costante dolore al piede e fastidi correlati (calli, dolori artritici agli alluci, dita a martello, verruche plantari).
Indossare il tacco alto è dannoso per il corpo perché questo è stato ‘progettato’ per avere una ripartizione del peso corporeo del 53% sul retropiede e del 47% sull’avampiede, quindi ogni modifica di questo parametro comporta problemi più o meno seri. Già un tacco di 4 cm ribalta in toto queste percentuali, più il tacco è alto più le conseguenze sono evidenti e si riscontrano vari disturbi: peggioramento della lordosi lombare (con una spinta in avanti del bacino con conseguente ptosi viscerale che può portare ad una minore peristalsi intestinale e, quindi, nei casi più gravi, alla stitichezza); altri dolori di schiena in zona lombare; situazioni di ristagni e comparsa d’inestetismi come la cellulite, questo perché la funzione del piede che normalmente durante il passo funge da pompa periferica per il ritorno linfatico verso l’alto tramite due sue strutture (il triangolo della volta e la soletta venosa di Lejars), viene alterata dalla posizione assunta con i tacchi; infine, da un punto di vista muscolare, si evidenzia l’accorciamento delle catene statiche posteriori.
Dita a martello e duroni sono fra le principali malattie causate dalle punte della calzatura addirittura con piccoli tacchi. Altro svantaggio evidente dei tacchi alti è una diminuzione della stabilità con aumento del rischio di distorsione della caviglia o di cadute con esiti dannosi per altre parti del corpo. Un effetto meno evidente di chi porta tacchi alti è una maggiore suscettibilità al mal di testa e all’emicrania. Anche se non c’è alcuna prova scientifica dell’associazione tacco-mal di testa, molte donne ritengono che la crescente tensione muscolare a causa dei tacchi possa contribuire.
A livello posturale globale, il tacco alto sposta il baricentro corporeo in avanti con la conseguenza inevitabile di un recupero della posizione all’indietro attraverso una iperutilizzazione dei muscoli posteriori di lombi e schiena in generale. Ciò genera spesso dolori lombari misconosciuti di tipo mialgico. A livello podalico specifico, il tacco alto sposta quasi tutto il peso corporeo di due centimetri solo sulla parte anteriore avampodalica con conseguente insorgenza di metatarsalgie, alluce valgo, dita a martello e via dicendo.
Attraverso un controllo posturale è possibile stabilire il rapporto fra asse del corpo e centimetri di tacco. La femminilità è donna, quindi bandire del tutto i tacchi sarebbe una violenza, visto che tra l’altro anche le scarpe completamente piatte comportano problemi
Per evitare problemi alla salute, si possono seguire una serie di accorgimenti, e indossare tacchi stratosferici solo occasionalmente. Indubbiamente, i tacchi inferiori ai 5 cm, ma anche fino a 7, non sono causa di eccessivo stress per la colonna come invece lo sono i tacchi a spillo. Tuttavia, spesso il problema non è solo l’altezza dei tacchi ma anche la capacità che si ha o meno di portarli.

Suggerimenti
Se si parte da zero e non si è mai indossato un paio di scarpe con il tacco alto in tutta la vita, optare inizialmente per un tacco basso, dai 2 ai 5 cm. Esercitarsi camminando in giro per casa a lungo, poi usarli qualche volta per uscire e fare brevi passeggiate. Lo scopo è raggiungere una piena stabilità con tacchi bassi, per poi passare a tacchi di 8 o 10 cm! Provare le scarpe con il tacco nel pomeriggio inoltrato: i piedi saranno più gonfi dopo una giornata in piedi, quindi si tratta del momento migliore per trovare scarpe comode e della misura giusta.
Dopo aver acquistato scarpe con il tacco c’è una sola cosa da fare: esercitarsi in casa, è proprio questo l’esercizio giusto per diventare una maga dei tacchi, e soprattutto un modo per abituare i piedi e modellare le scarpe. Dopo aver sperimentato per qualche tempo le scarpe con il tacco, provare a camminare tenendo un libro in equilibrio sulla testa. Le prime volte il libro cadrà subito, ma quando rimarrà fermo vorrà dire che si sarà trovata un’ottima stabilità.

Altri piccoli consigli
– Evitare di irrigidire le ginocchia: ginocchia e caviglie devono essere morbide;
– se le caviglie non sono ben salde, correggere la posizione;
– non sbilanciare il peso in avanti;
– mantenere una posizione ben eretta, petto in dentro e spalle in fuori: il controllo è nei glutei e nella parte inferiore della schiena;
– sentirsi rilassate, non rigide.

Rivolgersi all’osteopata di fiducia per i consigli del caso.

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ELOGIO DEL PRESENTE
Smart food: la scelta giusta scaturisce dal confronto

Mentre l’attenzione alla salute si impone come elemento trainante delle scelte alimentari, l’espressione smart food si accompagna ad una crescente varietà di casi. Espressione destinata ad avere successo perché tende a rassicurare il consumatore che la sua scelta può proteggerlo da rischi e da frodi e a rafforzare l’idea che restano in capo a lui il controllo e la selezione della migliore opportunità tra le tante offerte da cui è sommerso.
E’ davvero possibile compiere scelte alimentari giuste? E a quali condizioni? Ad esempio, qual è l’influenza della rete e delle informazioni diffuse da una larga varietà di siti dedicati al food? Non vi è dubbio che l’alimentazione è uno dei temi più discussi in rete, in una varietà di format che spaziano dalla cucina, all’educazione alimentare. Possiamo dire che la rete migliora le scelte o che favorisce l’adesione a bufale prive di fondamento? Se le persone sono più informate, come mai si affermano mode alimentari per lo più prive di fondamento e come mai esplodono sui banchi dei supermercati i prodotti gluten free, quando la popolazione che ha reali problemi di celiachia rappresenta al massimo l’un per cento della popolazione?
Un’altra domanda non banale: qual è il ruolo delle etichette nell’informazione? Se cresce l’attenzione alle etichette e migliora la normativa che obbliga le imprese ad una maggiore trasparenza, questo migliora la capacità di scelta delle persone? Ormai la maggior parte dei prodotti alimentari è corredato da etichette (a dire il vero più o meno leggibili e comprensibili). Ma il consumatore non è spesso in grado di decodificare le informazioni contenute in esse e per lo più subisce le suggestioni delle immagini. Le etichette sono costruite in modo da porre l’accento su alcuni valori e non su altri e, anche nella migliore delle ipotesi, la loro presenza sulla confezione non è una garanzia di una scelta consapevole.
Più in generale, auspichiamo un consumatore più informato, ma quale ruolo hanno le informazioni? E’ proprio sulla base di informazioni che scegliamo? O le emozioni sono sempre il principale driver della scelta, anche quando evochiamo valori, orientamenti etici o preferenze personali? E come potrebbe non essere così se, da parte delle imprese, ad una domanda di trasparenza si sostituiscono spesso risposte che toccano altre corte e sollecitano dinamiche di paura e rassicurazione, di imitazione e identificazione?
Anche di questi temi discuteremo durante il Festival di Altro Consumo, al terzo anno della sua edizione a Ferrara. Da anni l’Associazione AltroConsumo svolge un importante lavoro di informazione a supporto delle scelte del consumatore. Un lavoro che, mi piace sottolinearlo, non è imperniato tanto sulla denuncia di frodi e falsi, sulla stigmatizzazione di questa o quest’altra industria multinazionale, ma sull’attenta comparazione dei prodotti e dei loro componenti. Un lavoro più impegnativo, che richiede competenze su diversi fronti, nutrizionali, giuridiche e così via e che dovrebbe essere trasferito in tanti ambiti dell’informazione, ad esempio quella dei talk show.

Maura Franchi – Laureata in Sociologia e in Scienze dell’Educazione. Vive tra Ferrara e Parma, dove insegna Sociologia dei Consumi. Studia i mutamenti socio-culturali connessi alla rete e ai social network, le scelte e i comportamenti di consumo, le forme di comunicazione del brand. maura.franchi@gmail.com

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ELOGIO DEL PRESENTE
Prendi i soldi e scappa: la pericolosa libertà dei pensionati in Gran Bretagna

“Prendi i soldi e scappa”: è quello che nel Regno Unito potrebbero fare migliaia di lavoratori con la riforma delle pensioni appena varata dal governo Cameron. La riforma prevede che ciascun lavoratore con 55 anni di età possa ritirare tutto il montante dei contributi previdenziali da lui versati nella propria vita lavorativa. Un quarto della somma non è tassata, mentre tre quarti sono sottoposti a tassazione ordinaria. Il governo considera la misura come uno strumento importante per attivare la spesa delle famiglie, con l’auspicio che dia un ulteriore impulso alla crescita economica. Chi ritira tutti i propri contributi non avrà più diritto ad una pensione pubblica.
Qualche commentatore, anche in Italia, ha messo l’accento sulla libertà di scegliere di cominciare una nuova vita, magari in luoghi lontani dalla vita abituale. Ma, come è stato sottolineato anche in Gran Bretagna, i lavoratori che ritireranno tutti i propri contributi correranno seri rischi di trovarsi completamente senza risorse in età avanzata. Non tutti, infatti, spenderanno i contributi pensionistici per altri investimenti con cui mantenersi durante la vecchiaia, tanti potranno usarli per ragioni contingenti: per concedersi una vacanza di lusso o un premio speciale, per fare fronte ad una necessità immediata o per tentare un progetto che non necessariamente avrà successo.
Il caso ha ricevuto una certa attenzione anche nel nostro Paese, anche se le differenze dei sistemi previdenziali non suggeriscono, per fortuna, analogie praticabili. Nel sistema pensionistico inglese, una gran parte delle pensioni sono private e la norma del riscatto è già prevista.
Vale la pena argomentare le ragioni per cui una simile linea comporta alti rischi sociali, al di là del fatto che il sistema previdenziale dovrebbe essere tra le questioni stabilite secondo modelli di welfare condivisi e non affidati alle scelte dei singoli cittadini. La libertà di scelta non è sempre consigliata quando eventuali errori di valutazione, potrebbero gravare sulla comunità.
Ipotizziamo la soluzione estrema di un individuo che per bisogno o per improvvidenza non stipuli nessun piano pensionistico, oppure intraprenda un progetto che si rivela sbagliato, tale scelta graverebbe poi sulla collettività in quanto aumenterebbe il numero di persone in condizione di indigenza. A quel punto, basterà ricordare al singolo che, come prevede la legge inglese, era stato informato del fatto che non avrebbe avuto diritto ad altre risorse previdenziali?
E’ noto, gli individui non hanno una razionalità perfetta, non sono capaci di calcolare costi e benefici degli investimenti a lungo termine: il rischio che compiano scelte inopportune in questo caso è molto alto. Inoltre, nelle nostre decisioni le emozioni hanno sempre un ruolo importante e le emozioni agiscono nel presente e non favoriscono scelte proiettate nel futuro.
L’idea di rendere flessibili le uscite da un lavoro per poi avviarne un altro risponde invece ad una tendenza epocale, quella di riprogettare la propria vita secondo esigenze e desideri che possono mutare nel tempo. Allora, il sistema pensionistico dovrebbe tenere conto di una maggiore flessibilità desiderabile e non penalizzare il lavoro di coloro che, per le più varie ragioni, desiderano svolgere altre attività anche dopo avere raggiunto l’età della pensione. Si tratta di un elemento di libertà personale. Sostenere che ciò sarebbe in concorrenza con i giovani è, nei fatti, completamente privo di senso.

Maura Franchi – Laureata in Sociologia e in Scienze dell’Educazione. Vive tra Ferrara e Parma, dove insegna Sociologia dei Consumi. Studia i mutamenti socio-culturali connessi alla rete e ai social network, le scelte e i comportamenti di consumo, le forme di comunicazione del brand.
maura.franchi@gmail.com

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Nasce Periscope, il mondo in diretta streaming dal cellulare

Il suo ingresso nell’ampia scena dominata dal web e dai social network non è passato inosservato, poiché ormai tutto quello che sfonda in rete è destinato ad entrare prepotentemente nella nostra quotidianità: è quello che sta accadendo nelle ultime settimane con la nascita di Periscope, applicazione per smartphone creata da Joe Bernstein e Kayvon Beykpour e completamente interfacciata con la già ben nota Twitter.
Periscope sulla carta è “l’acqua calda”, niente di apparentemente rivoluzionario o mai visto prima dal punto di vista tecnico, poiché si avvale di una piattaforma sulla quale un utente può inserire un video che tutti gli altri utenti iscritti possono visualizzare. Nulla di sconvolgente, in un’epoca nella quale Skype e YouTube oramai sono conosciuti anche da chi un computer non lo ha mai preso in mano.

periscope-twitterQuello che però rende Periscope una vera e propria novità, forse destinata a padroneggiare il mercato di internet, come i pilastri appena citati, è la diretta simultanea, la possibilità ovvero di registrare con il proprio telefono qualsiasi cosa si desideri in qualsiasi momento della giornata e trasmetterlo in diretta streaming al mondo. Parallelamente, gli utenti possono visualizzare cosa sta trasmettendo in quel preciso istante chi si è scelto di seguire, ed interagire tramite il più classico servizio di messaggistica istantanea. Tutto molto più facile a farsi che a dirsi.
Ecco che paiono chiare le sue enormi potenzialità, applicabili in svariati settori: tutti oggi possiamo crearci la nostra personalissima televisione ed il nostro broadcast, dove il broadcast siamo noi stessi. Grazie alla già citata integrazione con Twitter, inoltre, il nostro profilo Periscope saprà chi già seguiamo in rete e cosa più ci interessa, facilitando così la ricerca delle dirette o addirittura permettendoci di venire avvisati con una notifica quando un nostro “follower” crea una diretta. E per non far mancare nulla, i video distribuiti in diretta possono anche essere registrati e resi disponibili per la visione in un secondo momento nelle 24 ore successive alla loro creazione.
Proprio su quest’ultimo punto sta la differenza con Meerkat, un’applicazione uscita un paio di mesi fa e molto simile a Periscope che, nonostante godesse di numerosi consensi, limitava la visione degli utenti alla mera diretta facendo scomparire il contenuto alla conclusione della stessa. Importante diviene infatti sottolineare che già da tempo esistono piattaforme in grado di offrire servizi analoghi a quelli che offre Periscope, su tutti Younow, Livestream e Ustream.

Le caratteristiche che rendono Periscope davvero un prodotto nuovo, e soprattutto pronto ad una rapida espansione, sono l’immediatezza e la freschezza: creare una diretta è tanto semplice quanto pubblicare un tweet o un post, come semplice è accedere ai numerosissimi contenuti e cercarne di diversi ogni secondo che passa. Possiamo passare così dalla visione di una conferenza stampa ad una persona che passeggia per le vie di una città, dal backstage di una trasmissione televisiva alla recita dello spettacolo di fine anno delle elementari. In Italia, personalità note al grande pubblico come Fiorello e Jovanotti hanno cominciato ad utilizzare Periscope già dal giorno della sua uscita (il 26 marzo scorso), quest’ultimo, attivissimo, più volte al giorno dialoga con il suo pubblico e mostra il dietro le quinte delle prove dall’interno degli studi di registrazione. Già attive sono inoltre tutte le principali testate giornalistiche e i giornalisti stessi, svariate case editrici, partiti politici, musei e trasmissioni televisive. Su Periscope sono state create dirette all’esterno del Tribunale di Milano durante le tragiche vicende del 9 aprile scorso, mentre a Ferrara risulta particolarmente attivo il Palazzo dei Diamanti, che in vista della prossima apertura della mostra “La rosa di fuoco” ha mostrato l’arrivo delle opere e tiene aggiornati gli interessati sulle ultime news.
Provando personalmente l’applicazione, tra i live non creati dagli utenti che già seguo, mi sono imbattuto in una ragazza che si spostava in lungo e in largo per Parigi, chiedendo ai suoi utenti che cosa volessero andare a visitare della capitale francese, e lei prontamente si spostava verso il luogo prescelto, a piedi o se necessario con i mezzi pubblici. Un’altra ragazza si riprendeva durante lo svolgimento dei suoi compiti scolastici, chiedendo informazioni e consigli agli utenti, mentre altre persone ancora cantavano canzoni su richiesta. Il tutto quasi sempre seguito già dall’inizio della diretta da non meno di un centinaio di utenti, che nel caso di live di personalità famose ovviamente aumentano in modo esponenziale. Numeri incredibili se si pensa che Periscope per adesso è disponibile solo per dispositivi Apple (a breve lo sbarco su Android).
Tutto insomma può essere ripreso e distribuito su Periscope, senza (per ora) alcun tipo di limitazione; uno dei pochi punti a sfavore probabilmente è la qualità del video, molto bassa e tutt’altro che professionale per ovvi motivi di fruizione e caricamento in rete.

Come è accaduto (e come continua ad accadere) per ogni nuovo prodotto di diffusione di massa sulFoto 15-04-15 18 14 48 web, l’iniziale entusiasmo per la novità si scontra presto con le preoccupazioni e i problemi che questa incontrollabile diffusione potrebbe provocare. Lo stesso Twitter in queste settimane sta cercando di rivedere i propri regolamenti, in modo tale da controllare maggiormente la pubblicazione dei contenuti e tutelare il più possibile i suoi utenti e la piattaforma stessa.
Periscope potrebbe divenire uno scomodo concorrente dei media tradizionali, basti pensare alla possibilità di riprendere un concerto, un film al cinema, una partita di calcio, ma anche un incredibile mezzo di diffusione libera e incontrollata di violenza, pornografia, illegalità, anonimato. Senza contare l’effetto “grande fratello”, sempre di grande attualità. Problemi già noti sul versante social network, settore nel quale anche Periscope si sta ritagliando il proprio spazio e che da anni divide la società in favorevoli e contrari, in chi ci vede il male del giorno d’oggi e in chi invece vede queste nuove tecnologie come una enorme possibilità per il futuro.
Ma al di là dei comprensibili dubbi circa la diffusione di Periscope, credo sia interessante analizzare questo nuovo prodotto tecnologico come un’opportunità, soprattutto per quanto riguarda un mondo, quello dell’informazione, in costante evoluzione e mutamento. L’informazione oggi non può prescindere dal web, piaccia o no, e servizi come Periscope, se utilizzati in maniera corretta, non possono che portare vantaggi e migliorie. Periscope incarna tutto ciò che l’utente medio del web di oggi richiede nella sua ricerca di informazioni: immediatezza, semplicità e soprattutto condivisione. Il mondo in costante diretta, quando e dove lo vogliamo, una nuova frontiera nel modo di fare giornalismo. La notizia, grazie a Periscope, può essere oggi diffusa con un tempismo, un realismo ed una diffusione (con tanto di interazione) spaventosi, e la stessa notizia può successivamente essere approfondita e condivisa in un modo inedito ed innovativo rispetto ai meccanismi classici della rete o i mass media tradizionali.
In un certo qual modo potrebbe giovarne anche la veridicità e la trasparenza delle fonti, grazie ad un contatto visivo diretto e riconoscibile (gli stessi profili ufficiali degli utenti popolari di Twitter vengono segnalati con una spunta azzurra) con chi sta dall’altra parte dello schermo e dell’ambiente che lo circonda mentre diffonde il proprio messaggio.

Certo è ancora molto presto per parlare di rivoluzione, il prodotto è ancora neonato e in fase di assoluta sperimentazione, sia tecnica che pratica. Appare chiaro tuttavia che Periscope, così come viene già teorizzato in questa sua fase quasi embrionale, è destinato a continuare a far parlare di sé e modificare molto, se non tutto, di quello che già abitualmente pratichiamo sulla rete. Molto più di una semplice moda passeggera.
La caccia ai cuoricini (così vengono segnalati sulla schermata della diretta tutti i nuovi “spettatori”), quindi, è ufficialmente aperta.

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L’OPINIONE
Dentro o fuori dall’euro

Quelli che affermano che molti dei problemi dell’Italia si risolverebbero uscendo dall’euro dicono una sciocchezza? Pare proprio di sì (e ciascuno faccia pure mentalmente l’elenco). Lo scrive Salvatore Biasco, docente di Economia alla Sapienza di Roma (Il Mulino 1/2015).

Concordata o meno che sia, l’eventuale uscita italiana dalla moneta unica europea produrrebbe una serie tale di sciagure da delineare uno scenario da “si salvi chi può”. Cominciamo dagli operatori, italiani e stranieri, che per proteggere risparmi e patrimoni, al solo sentore della cosa inizierebbero a disinvestire dall’Italia con riflessi più che prevedibili sul fantomatico spread. Alzi la mano, poi, chi se la sente di dire agli italiani che con lo spread non si mangia. Già, perché per piazzare i titoli del secondo o terzo debito pubblico più alto al mondo ridenominato in lire bisognerà alzare i tassi d’interesse.
Alcuni però dicono che, nel nome del “Chi ce lo fa fare”, è arrivata l’ora di dire basta ad una penosa ed onerosa ‘corvée’ del debito, ricorrendo ad una sua svalutazione o, come dicono i più eleganti, ad una sua ristrutturazione. Così gli sforzi possono essere concentrati su politiche economiche più redistributive. Parole e teorie che, a detta di Biasco, trascurano lo spettro della fuga di capitali, con conseguenze da non augurarsi.
Però, si ribatte, con la lira in tasca tornerebbe in auge la leva monetaria nazionale della svalutazione. Moneta svalutata uguale prodotti italiani più competitivi sui mercati esteri e via col circolo virtuoso di esportazioni, più produzione, crescita, occupazione…
Purtroppo è tutto da dimostrare che l’idea stia in piedi, perché sulla bilancia commerciale oltre alle esportazioni ci sono anche le importazioni, specie di materie prime. Se con i prezzi in lire quelli delle materie prime importate crescono (e quindi sale l’inflazione), non solo, bisogna vedere quanto competitivo resta il made in Italy con la benzina, ad esempio, a tremila lire il litro, ma c’è qualcuno che abbia pensato che l’inflazione significa una spirale dalla quale è bene tenersi alla larga?
Ma non basta. Con l’ipotesi svalutazione, mettiamo, dal rapporto debito/Pil attuale al 130 per cento a quello del 60 per cento, siamo davvero così sicuri che i possessori dei nostri titoli ci rivolgeranno applausi a scena aperta per avere centrato il traguardo Maastricht?
Qui i possessori, cioè creditori, sono di due tipi. Ci sono quelli stranieri, che immaginiamo il loro umore dal momento che si ritrovano meno soldi di quelli che hanno prestato allo Stato italiano. Poi ci sono i creditori italiani. In buona parte sono banche. Sono note le grida di gioia di taluni a vedere le sanguisughe finalmente pagare le conseguenze di una crisi partita proprio dalla finanza.
Peccato che buona parte dei pacchetti azionari sono nelle tasche dei risparmiatori che sarebbero, così, i veri mazziati. Che poi sono gli stessi ad avere anche buona parte del debito pubblico tricolore, a sua volta svalutato.
E’ questo l’augurio che alcuni vogliono fare all’Italia? Senza contare l’effetto domino che un’economia come quella nazionale (che vale molto di più del tre per cento di quella greca nella sola Ue) può provocare su scala internazionale. E se il contagio si propaga fra stati e investitori, qualcuno vorrebbe spiegare dove trovare la domanda estera per le nostre esportazioni?

Qui Biasco introduce la seconda parte del ragionamento. Partendo dalla formula coniata da Michele Salvati (direttore de Il Mulino), l’economista della Sapienza lascia questa ipotesi dell’uscita dall’euro definita “catastrofe”, per entrare nella non meno preoccupante dell’”asfissia”. Rimanendo dentro l’euro è inutile negare che senza un governo del cambio l’Italia ha un problema di persistente difficoltà competitiva. Difficile perciò, stando così le cose, sfuggire a un progressivo declino (asfissia) fatto di decurtazione continua della spesa pubblica, di spending review, di compressione dei redditi (la stessa riforma del mercato del lavoro, ha detto Vittorio Zucconi, sembra scritta con la penna di Confindustria), impoverimento dei ceti medi, progressive privatizzazioni del pubblico e vendite in mani straniere di firme del made in Italy.
Dunque, la strada dell’uscita dall’euro è il trauma, mentre rimanerci a queste condizioni è un lento declino. Si dice che c’è la strada delle riforme. E’ chiaro a molti che se l’Italia avesse migliori pubblica amministrazione, burocrazia, scuola, università e giustizia si andrebbe meglio. E’ anche vero, però, che se la riforma della pubblica amministrazione significa togliere di mezzo le Province (ossia l’1,2 per cento della spesa pubblica) – come sta avvenendo con ritardi, contraddizioni fra piani normativi, governo, regioni, sezioni delle Corti dei conti, incertezza di risorse, di funzioni e sulla sorte di 20mila dipendenti e chissà cos’altro ancora – non c’è da brindare.

La verità, prosegue Biasco, è che “non saranno le riforme a farci risalire la china”, sia quelle istituzionali che della pubblica amministrazione. Ma allora non c’è via d’uscita fra catastrofe e asfissia? Ci sono tuttavia un paio di ragioni che farebbero propendere per la seconda strada. E non perché sia meglio essere rosolati a fuoco lento piuttosto che esplodere in un colpo solo.
Primo: in un mondo come questo i fili della speranza, e cioè della crescita, sono essenzialmente esogeni. E’ perciò in un contesto di integrazione che va giocata la partita e non in un anacronistico isolamento nazionale, inesorabilmente indietro rispetto alle lancette della storia. E’ quindi in questo ordine delle cose che, piaccia o non piaccia, va posto il tema europeo che la crescita non è – i fatti lo dimostrano – il prodotto differito dell’austerità.
Solo che questo tema non andrebbe banalizzato, come si è sentito finora, rimproverando all’inquilino di turno a Palazzo Chigi di non battere i pugni sul tavolo di Bruxelles. Il ragionamento, se c’è una classe dirigente degna del nome, è di dottrina e di politica insieme: se ci sono spazi per ritenere che l’Europa sia capace di una crescita che non chiede solo sul fronte dell’offerta, ma anche su quello della domanda, lo si dica ora o mai più. Se c’è una strategia che vada oltre la semplice e illusoria soluzione della riduzione di diritti e libertà (da quelle civili a quelle del lavoro), lo si dica adesso e su questo si costruiscano alleanze.

Lo scrive chiaro e tondo anche Guido Rossi (Il Sole 24 Ore del 29 marzo): la politica si svegli dal torpore, non continui a lasciare i destini europei in mano alle tecnocrazie – economiche, burocratiche e finanziarie – perché in ballo ci sono i valori democratici fondamentali che tengono insieme stati membri e culture, in un un progetto non fondato sulla deriva di ineguaglianze, distanze sociali e minori opportunità in favore di pochi. Sul versante interno della politica questo significa, per esempio, che chi si ritiene forza riformista, non lasci la bandiera della critica all’Europa a chi predica la strada della “catastrofe”, che sull’onda di un malcontento destinato a crescere avrà sempre più facile gioco elettorale, ma la agiti con altrettanta energia spiegando perché è esattamente nella visione comunitaria che si può ancora evitare il peggio.

E lo si faccia, possibilmente, non con lo sguardo rivolto alle prossime urne (com’è possibile fare o rifare alleanze con chi predica la strada della catastrofe?) ma alle prossime generazioni, perché liberali o no, non servirà a nessuno un paese impoverito, scioccamente liberalizzato, indebolito di libertà e tutele e con un settore pubblico mercificato.

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Gli ambienti dell’apprendimento nel tempo delle reti

Per una bambina di un anno una rivista è un Ipad che non funziona [vedi]. Tra i 2 e i 4 anni: 4 bambini su 10 usano uno strumento touch screen per giocare o guardare video. I nuovi schemi mentali consentono di usare intuitivamente il medium senza pensare, hanno effetto sulla percezione del corpo e dello spazio, ad esempio la tastiera entra stabilmente negli schemi motori.
Ho riflettuto su questi temi nel corso di una conferenza organizzata da Daniela Cappagli nell’ambito del ciclo promosso da Istituto Gramsci e Istituto di storia contemporanea di Ferrara e rivolto agli insegnanti. Ragionare sui cambiamenti indotti dalle tecnologie sull’apprendimento significa assumere che le tecnologie non sono semplici strumenti, ma pratiche condivise che cambiano le abitudini e le opportunità per gli individui e che creano un nuovo ambiente. Per definizione un ambiente propone sfide di adattamento.
Il termine nativi digitali sottolinea la discontinuità nei modi di utilizzare le tecnologie delle generazioni cresciute al tempo di Internet. Non si tratta però di un concetto anagrafico, ma cognitivo ed esperienziale: è una questione di capacità. Le conseguenze delle tecnologie della comunicazione nella costruzione dell’identità e delle relazioni non sono interpretabili in termini di fuga verso il virtuale. Le reti divengono luoghi del quotidiano, segnati dalla condivisione di esperienze con un numero ampio e indefinito di persone. Si crea un nuovo spazio sociale in cui entrano anche persone mai incontrate dal vivo. Mentre si riducono le distanze relazionali, si crea un’identità fluida e flessibile, ma talvolta precaria e incerta. Cresce l’influenza dei legami deboli, vale a dire dei legami esterni alla famiglia e ai gruppi ristretti, ma le reti non sono egualitarie: non tutti i membri di una comunità usufruiscono gli stessi vantaggi dall’appartenenza ad una stessa rete. Si apre un nuovo contesto di informazioni, che ha aspetti positivi e negativi. Quelli positivi hanno a che fare con l’esplorazione (la rete dilata i contesti entro cui fare esperienza del mondo esterno. Ciò vale per la dimensione privata e individuale quanto per quella pubblica e sociale) e lo scambio di risorse attraverso le sharing practice.
Quelli negativi sono stati fin troppo richiamati. Rischi di superficialità, distrazione, imitazione, persuasione, solitudine, ansia. Più interessante la linea di analisi che sottolinea le trasformazione del funzionamento cerebrale, per effetto di un sovraccarico cognitivo e l’impossibilità di assimilare l’eccesso di informazione o per l’esternalizzazione di funzioni come la memoria.
Diverse ragioni rendono indispensabile che gli insegnanti si misurino con le sfide proposte dal nuovo ambiente del Web. Il Web è una palestra per imparare ad abitare i luoghi sempre più complessi del nostro quotidiano. Il web richiede competenze: competenze tecnologiche sempre più raffinate e competenze sociali per gestire i diversi contesti di relazioni in cui siamo coinvolti, governare gli spostamenti da uno all’altro e per renderli coerenti o almeno non dissonanti tra loro.
Si ampliano le opportunità di espressione creativa: la possibilità di realizzare progetti, di lavorare insieme, di pensare con le mani. Soprattutto, si ampliano gli ambienti di apprendimento informale, quelli più rilevanti per la nostra formazione.

Maura Franchi  è laureata in Sociologia e in Scienze dell’Educazione. Vive tra Ferrara e Parma, dove insegna Sociologia dei Consumi e Social Media Marketing. Studia i mutamenti socio-culturali connessi alla rete e ai social network, le scelte e i comportamenti di consumo, le forme di comunicazione del brand.
maura.franchi@gmail.com

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Misurare le ‘performance’ con indici e indicatori: vantaggi e rischi

L’ideologia manageriale nata nelle aziende si è diffusa nell’intera società sostenuta da una filosofia, da metodi, strumenti e riti: essa è fondata sul calcolo, sull’efficienza, sul rapporto costi-benefici, sulla misurazione continua della performance, sull’uso sistematico di indicatori e di indici che sostituiscono di fatto il rapporto diretto con le persone. E’ fuor di dubbio che questo approccio porti dei vantaggi per le organizzazioni ma, insieme a questi, porta anche numerosi rischi e veri e propri problemi patologici che emergono con forza quando saperi, nati e cresciuti nel mondo delle grandi imprese orientate al profitto, vengono applicati con poco discernimento nelle piccole e medie imprese dei distretti industriali, nel mondo del non profit e nella Pubblica amministrazione.

Che forma assume questo sapere quando viene applicato al problema delle persone che lavorano in un’organizzazione o, meglio, al cosiddetto tema della gestione delle risorse umane? Che relazione ha tutto questo con la qualità dell’offerta e il perseguimento dei fini dell’organizzazione?
La disciplina del management, si sa, è molto semplificatrice, orientata al concreto; adotta spesso un’immagine di essere umano riduttiva ed eccessivamente schematica. In questa prospettiva l’azione gestionale cerca di definire i comportamenti umani usando regole e norme, e si sforza di influenzarli attraverso meccanismi basati su incentivi e disincentivi, il cui scopo ultimo è quello di stimolare la motivazione ed aumentare le performance.

Questo tipo di strategia si regge su due semplici assunti:
• il lavoro comporta sforzo e fatica e le persone tendono a farlo controvoglia;
• la motivazione principale delle persone, se non l’unica, è rappresentata dal guadagno o dal timore di perderlo.

Negli ultimi decenni dispositivi fondati su questi assunti sono entrati a far parte del senso comune (si trovano citati perfino sui giornali sportivi e di moda) ed hanno trasformato profondamente le relazioni umane contribuendo grandemente a sostenere il passaggio dalla logica del dovere, dell’onore derivante dall’applicazione impeccabile delle proprie capacità, del gusto derivante dal lavoro ben fatto, alla logica asettica degli obiettivi e della performance basata su indici e incentivi. L’esperienza dimostra però che queste procedure, così apparentemente razionali, spesso falliscono: gli uomini e le donne che vi sono sottoposti infatti, modificano il proprio comportamento ma non necessariamente nel senso immaginato dagli “astuti” pianificatori.

Perché questo accade? Che effetti causano queste strategie razionali che sembrano nascondere ad un tempo una straordinaria presupponenza ed una altrettanto grande ingenuità? Perché malgrado tutto, tanto gli apostoli dell’ordine manageriale con i suoi metodi di gestione, azione e valutazione, quanto la vulgata comune continuano a credere nell’assoluta necessità di misurare e premiare il merito?
Per dirimere almeno in parte la questione, conviene concentrare l’attenzione sulla motivazione (che è l’altra faccia del bisogno) e sull’ambiente di regole in cui le persone agiscono.

Contrariamente ad alcuni pregiudizi, le persone agiscono in base ad (almeno) due tipi di motivazione molto diverse tra di loro:
• la motivazione intrinseca legata al gusto di fare qualcosa che piace e dà soddisfazione;
• la motivazione estrinseca connessa al posporre la soddisfazione e sostituirla con guadagni successivi solitamente di tipo monetario.

Questi due tipi di motivazione rispondono a bisogni personali molto differenti e non sono sommabili tra di loro: azioni come il dono, l’altruismo, il volontariato o il rispetto delle norme sociali, la responsabilità verso l’ambiente e il rispetto verso le culture, sono fondate su motivazioni intrinseche delicate e complesse. Introdurre la remunerazione economica in tale sistema – come mostrano esemplarmente le ricerche condotte da Bruno Frey – è non solo inutile ma anche dannoso: un po’ di azione interessata immessa in un sistema disinteressato è sufficiente a distruggerlo.

Un’organizzazione è composta da più persone; al suo interno tuttavia le modalità con cui queste interagiscono sono diverse:
• in alcuni casi lavorano in gruppo (con altre persone);
• in altri casi in relativa autonomia (accanto ad altre persone).

Costruire indici e meccanismi di misurazione della performance nei due casi è molto diverso. Sembrerebbe logico affermare che il lavoro di squadra richieda incentivi collettivi (evitando con cura quelli personali) mentre per l’altro tipo di lavoro meglio si adattino incentivi individuali. Tuttavia non è detto che i due sistemi funzionino sempre. Per quanto riguarda il primo, la letteratura è concorde nel mettere in risalto come nel gruppo possa annidarsi il “passeggero clandestino” che approfitta degli sforzi degli altri ed è del pari noto il fenomeno della regressione della “performance” verso la media, dove i più capaci abbassano la propria prestazione e si adattano a fare meno di quello che potrebbero o perdere addirittura la propria motivazione.

Un incentivo è una forma premiante che implica regole ed una certa competizione; tuttavia per vincere il premio:
• si può correre più forte degli altri;
• si può sabotare l’azione degli altri concorrenti.

Nelle organizzazioni a volte è l’eccesso di concorrenza che mette le persone a lavorare le une contro le altre, distruggendo quella fiducia che è indispensabile al lavoro di squadra. E’ quello che accade quando, non essendo possibile confrontare performance in rapporto a prestazioni specifiche ed oggettive, si confrontano le persone per ordinarle lungo una graduatoria: una strategia che impatta pesantemente sulle emozioni e che tende a distruggere lo spirito di squadra e a favorire l’imbroglio.

Indici ed incentivi vengono sempre inglobati nelle strategie personali dei diversi attori sociali e vengono considerati come vincoli ed opportunità; in tale situazione:
• alcuni tendono a spostare l’attenzione dalla reale qualità del lavoro alla massimizzazione degli indici stessi e
• alcuni ad eliminare quelle componenti del lavoro che non sono espressamente riconosciute dalle misurazioni.

Si tratta di un rischio gravissimo che investe proprio quelle mansioni multitasking (per loro natura complesse e difficili) che riguardano gran parte dei processi di lavoro che sono tipici del mondo dei servizi e, più in generale, dei nuovi contesti lavorativi.

Di fronte a queste difficoltà potrebbe sembrare buona cosa ridare valore al giudizio dei capi, a quello dei superiori. Questo giudizio tuttavia è particolarmente soggettivo, non verificabile ed è esposto agli inganni dei furbi e ai raggiri degli adulatori e dei ruffiani (yes men). Senza nulla togliere all’utilità potenziale della valutazione basata su indici e su incentivi, il quadro che emerge è tutt’altro che chiaro ed omogeneo come mostra esemplarmente la raccolta di casi riportata nel saggio “Le strategie assurde” della sociologa aziendale Maya Beauvallet (le cui tesi sono qui liberamente riprese). Si intuisce piuttosto l’esistenza di un pregiudizio meccanicista, retaggio della vecchia cultura industriale e burocratica, che rappresenta un po’ il trionfo della logica della gestione su quella della leadership. Emerge insomma (e con molta chiarezza) che il tema della misurazione della performance per il riconoscimento di incentivi in grado di contribuire a migliorare la qualità del servizio (o prodotto) offerto è tutt’altro che di facile soluzione.

Prima di predisporre un meccanismo di incentivi o un indice è importante dunque considerare gli effetti imprevisti e quelli perversi che può produrre in varie parti del sistema e, inoltre, gli effetti collaterali che possono gravare anche sui soggetti non direttamente interessati come i cittadini e i pazienti, i clienti, gli utenti dell’organizzazione che attiva il sistema di indici ed incentivi.

Se sei un manager o un dirigente, prima di farlo, pensaci bene! Passaparola!

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La centrale a biogas di Goro fa paura, si profila una marcia indietro

Non vogliono la centrale biogas ad alghe nella Sacca di Goro, “è troppo pericolosa”, dicono: incerti ambientali, rischi d’incidente e incognite sulla salute pubblica. Troppe ombre sul futuro dei loro figli e dell’economia costiera giocata sull’industria delle vongole e, da qualche tempo, anche sul turismo naturalistico.

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Probabile marcia indietro sulla costruzione della centrale biogas di Goro, evidente la pericolosità per salute e ambiente

Parola del neonato Comitato antibiogas, presieduto da Angelo Morinelli e radunato in assemblea ieri sera per ribadire il “no” all’impianto industriale. Per il Comitato il d-day più importante sarà il 9 aprile, quando i dissidenti raggiungeranno in bus la Provincia di Ferrara per fare una pacifica pressione sulla conferenza dei servizi, perché rinunci all’idea di dare il via libera all’impianto.
La centrale, curata fin dal progetto da alcune società della holding forlivese Cclg spa, il cui business contempla tra gli altri la sfera delle energie rinnovabili, ha perso fascino strada facendo. La valorizzazione energetica delle alghe si è afflosciata, per eliminarle dalla Sacca si cercheranno soluzioni alternative.
Salvo colpi di scena, il Consiglio comunale, a febbraio favorevole all’impianto tanto da piegare un terreno agricolo alle esigenze della sua costruzione, farà marcia indietro revocando la propria delibera. “Sono venuti meno i requisiti di interesse pubblico con cui è stata giustificata la posizione dell’Amministrazione – spiega Cristina Fabbri, vice presidente del Comitato – Il passo indietro del Comune ci fa molto piacere”. Parole diplomatiche, utili alla causa, ma dalle retrovie le voci sono altre: il ripensamento comunale era inevitabile, i presidenti delle cooperative hanno ritirato l’adesione all’accordo raggiunto con la società costruttrice della centrale e, di conseguenza, è decaduta la voce “interesse pubblico” su cui si reggeva il progetto.

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Probabile marcia indietro sulla costruzione della centrale biogas di Goro, evidente la pericolosità per salute e ambiente

L’assenza del sindaco e della maggior parte degli amministratori non smentisce il pensiero che serpeggia in sala ed esprime lo strappo tra la politica, le sue scelte e la società civile. A gettare acqua sul fuoco è il presidente Morinelli, che giudica gli amministratori colpevoli di superficialità per non aver approfondito i pro e i contro della produzione di biogas e compost dalle alghe. “In realtà l’apporto delle alghe è pari al 30 per cento di quanto si dovrebbe bruciare, sono solo un pretesto per creare l’impianto. Sarebbe meglio usarle per fare compostaggio senza le emissioni di tre motori sempre accesi e la presenza di serbatoi con liquidi inquinanti”, precisa il ruralista Michele Corti, docente universitario di zootecnia di montagna all’Università di Milano e ospite della serata organizzata dal Comitato. “Gli impianti sono forzature spinte dagli incentivi – dice – Si parla di usare scarti di legno, ma chi garantisce non siano trattati con sostanze nocive?”. Cosa si manda in fumo? Liquami zootecnici, fanghi industriali, cascami di animali macellati? Quali rifiuti? E, soprattutto, quali sostanze gassose si mescolano all’aria? Gli interrogativi di Corti sono quelli di tutti i presenti, tanto più che la visura camerale relativa alla ditta di costruzione della centrale, riferisce della presenza nella cordata di un’azienda di smaltimento di rifiuti industriali, urbani e tossici. Il che è motivo di grande preoccupazione per i goresi. “Se siamo qui non è certo per la politica, ma per il nostro futuro e quello dei nostri figli”, ribadisce Cristina Fabbri.

“La ditta dice che sosterrà i costi di costruzione dell’impianto, in realtà li paghiamo in bolletta, sono soldi che rientrano nei generosi incentivi dell’Italia – continua il professore – C’è poi molto da dire sulla posizione della centrale, in una zona confinante con il Parco del Delta del Po, nella Sacca, dove la profondità dell’acqua non supera i 60 centimetri. Basta un incidente, anche il più piccolo, per compromettere un ambiente tanto fragile”. La lista delle controindicazioni è senza fine: dal rischio di esondazione, che vedrebbe sommerso l’impianto e versati gli inquinanti in un mare stagnante, a quello di una perdita che potrebbe infilarsi nell’idrovora di Bonello con un conseguente disastro per gli allevamenti di vongole. “E’ una centrale complessa, l’unica in riva al mare, dove la salsedine con la sua potenza corrosiva, potrebbe favorire il deteriorarsi prematuro dell’impianto e dare vita a problemi seri per la salute e l’ambiente – continua – Faccio un esempio, se si versa per sbaglio il compost prima che sia stabilizzato ci si può trovare a fronteggiare batteri pericolosi”. Salmonella, eutero cocchi coliformi e molti altri bacilli pericolosi per l’uomo e anche per l’habitat marino. Lo sanno bene in Germania, dove le biogas sono responsabili della metà delle emergenze ambientali da incidente. L’Italia è sulla buona strada. Un esempio per tutti: il divieto di balneazione sul Garda tra Padenghe e Lonato durante la passata stagione estiva. C’è poco da scherzare.

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Probabile marcia indietro sulla costruzione della centrale biogas di Goro, evidente la pericolosità per salute e ambiente

Arrivato al capitolo economia, Marchi ricorda come sia impensabile sposare la ciclabile panoramica, pensata per il turismo naturalista, con la presenza di un impianto industriale circondato dal filo spinato, con silos alti 10 metri mimetizzati da una siepe di cipressi dalla quale emergono quattro metri di serbatoi d’acciaio verde sulla cui cima, di tanto in tanto, brilla una torcia alta sette metri. Cose da Blade Runner. Ce n’è quanto basta per smorzare l’entusiasmo turistico che si cerca di accendere intorno al Parco del Delta del Po in ogni fiera internazionale dedicata alle vacanze verdi. Insomma, bisogna decidere cosa si vuole essere. Parco o ricettacolo di strutture industriali? Qual è la scelta politica definitiva di fronte a convivenze impossibili? La tutela dell’ambiente non può conciliarsi con la sua industrializzazione, che nulla c’entra con lo sviluppo. “Il Parco del Delta del Po ha consegnato le proprie osservazioni alla Provincia durante la Conferenza di Servizi del 27 febbraio, contenevano diversi interrogativi e richiami alle prescrizioni previste dall’ente di tutela. E’ stupefacente come il Comune non abbia tenuto conto degli strumenti sovraordinati prima di esprimersi positivamente sulla realizzazione della centrale – spiega Marino Rizzati presidente del circolo Delta Po Legambiente – Sono stati ignorati vincoli che impediscono la costruzione di questo tipo di impianti. E’ noto come nelle zone pre-parco i rifiuti, perché di questo si tratta, non possano essere lavorati. Speriamo che il passo indietro dell’Amministrazione sia di buon auspicio, in caso contrario il Comitato dovrà denunciare le violazioni di legge”.

L’augurio, insiste Rizzati, è quello di una soluzione dettata dal buonsenso e dalla legalità. Una soluzione ispirata dalla consapevolezza di dover arginare i rischi elencati da Luigi Gasparini di Medici per l’Ambiente. “Le emissioni delle biogas sono considerate falsamente frutto di energia rinnovabile – dice – le quantità di biossido di azoto per le biogas sono dalle 5 alle 10 volte superiori a quelle consentite per le centrali turbogas”. Anche sull’aria non ci siamo. Troppi inquinanti e parametri, dice Gasparini, tarati sugli adulti piuttosto che sui bambini. Va da sé l’aumento dei rischi per la salute.
“I sindaci possono fare molto per impedire la costruzione di una biogas purché intervengano per tempo”, spiega in una video intervista l’avvocato Maria Calzoni. “In sede di Conferenza di Servizi il soggetto più importante è il primo cittadino, che ben conosce il suo territorio e quindi dovrà verificare se è idoneo ad accogliere una centrale”. E ancora: “Il Comune di Goro per difendere la salute e la sicurezza può insistere sul fatto che l’impianto stravolge la programmazione del territorio. Nella provincia di Padova un sindaco ha bloccato sette centrali e quando un primo cittadino si unisce a un comitato le cose cambiano”, conclude.

Non è il caso di Lendinara da dove proviene Antonella Marzara di Intercom Ambiente, un impegno per l’habitat nato dalla malattia, la leucemia, che l’ha colpita. “Vivo circondata da centrali biogas e spero che qui non si faccia – esordisce – Intorno a casa ce ne sono quattro, bruciano di tutto. Ogni 12 minuti passano 30 camion, di notte e di giorno, sono carichi di scarti puzzolenti tanto da non stendere nemmeno più i panni all’aperto, sto con le finestre chiuse per il cattivo odore”. Da sentinella dell’ambiente ha controllato l’attività degli impianti, fotografato, catturato immagini proibite di una poltiglia scura, il digestato, sparpagliato sui campi alla chetichella. Ha denunciato ed è stata minacciata. “Ho ricevuto dei proiettili, a quel punto è intervenuta la magistratura – racconta – Il problema è che di fronte agli incidenti, le domande su effetti e responsabilità restano senza risposta. E’ il modo di operare di finti agricoltori a caccia di incentivi statali facili”. E ancora: “La Bagnolo Power è a 300 metri dall’ospedale di Trecenta, lavora come un inceneritore, brucia 5 mila chili di legno l’anno – spiega – E’ come se 22 mila camini urbani fossero sempre accesi. Vogliamo parlare di chi brucia rifiuti ospedalieri e poi si regala il compost. Il 25 aprile alla Bio Power c’è stata un’implosione, i gas sono comunque fuoriusciti, quanti e quali non è dato sapere. Mancava persino la centralina prevista dalla legge per fare i rilevamenti. Tutto questo per dire che il fenomeno non può essere ignorato”. Non si può sopportare, come le è successo, di sentirsi dire che la malattia è un danno collaterale accettabile a fronte dei vantaggi offerti dal progresso. Molto meglio un passo indietro.

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I giornalisti: sempre in contatto con lo spirito del mondo

Quando sono a Ferrara, faccio sempre un salto alla Biblioteca Ariostea per un aggiornamento, e il più delle volte mi fermo nella Sala periodici a leggere giornali e riviste. Questa sala ha una storia lunga e nobile, e mi piace sempre consultare la vecchia e un po’ polverosa “Nuova Antologia”. La coda degli autori che hanno scritto per la rivista è lunghissima e piena di grandi firme come Palazzeschi, Bacchelli, Ungaretti, Montanelli, Salvemini, Jemolo, Calamandrei, Bobbio, per citare solo una rosa di nomi illustrissimi. Nel numero dell’Aprile/Giugno 2004 ho trovato un bel pezzo di Claudio Magris, anche lui molto legato alla tradizione repubblicana e azionista di un’Italia che non c’è più. Il suo articolo è intitolato Giornalismo e Cultura – Una riflessione sul ruolo dell’informazione. È scritto ancora in ”epoca offline”, ma i contenuti valgono anche per i tempi d’oggi, per l’epoca digitale. Siamo, in questi anni, testimoni e collaboratori di una svolta quasi rivoluzionaria nel settore dell’informazione, ma io credo che i valori fondamentali del giornalismo abbiano resistito, nonostante una pressione fortissima sia del mondo politico sia dei mercati consumistici. Tutto è diventato molto, molto più veloce rispetto solo a qualche anno fa, ma spesso – non sempre – anche più superficiale e sfuggevole e monocolore. L’etica professionale del giornalismo, però, e il suo compito principale rispetto alla cultura odierna, in Italia come in Germania, come nell’intera Europa, vale per tutti i media, off line o on line.
E cito dall’articolo di Magris: “Se la lettura del giornale, come diceva Hegel, ha sostituito la preghiera del mattino e mette il lettore in contatto con lo spirito del Mondo e col suo operare nella storia, il giornalismo ha, oggi più che mai, un’enorme importanza e responsabilità nella formazione della cultura di un Paese.” E aggiunge, “Il quotidiano è il brogliaccio di un tentacolare e gigantesco romanzo ormai globale, che si disperde e dissolve in mille rivoli subito spariti.” Si tratta della nostalgia di un intellettuale d’altri tempi per un giornalismo che è scomparso dall’era digitale? Non credo, perché il compito o, detto in modo più grave, la necessità di un giornalismo serio, sobrio e credibile, c’era ai tempi dei nostri nonni e c’è oggi, anche se in un ambiente tecnologico molto diverso.
Per questo l’associazione Journalisten helfen Journalisten (Giornalisti aiutano giornalisti), di cui sono il coordinatore per Monaco, ha molto sostenuto la lettera di Ana Lilia Pèrez, una giornalista messicana messa sotto scorta perché fa ricerche sul mercato delle droghe e il suo nome si trova in cima alle liste nere. Per un anno ha vissuto clandestinamente in Germania, protetta e spesata da noi. Recentemente ha scritto: “L’unica cosa che desidero è il ritorno in patria, accendere il computer e cominciare a scrivere un nuovo articolo.”
A volte, la professione del giornalista è davvero molto rischiosa e pericolosa, in Germania, in Italia, nel mondo. Ci sono momenti in cui può diventare un lavoro noioso, quando si deve fare per esempio un servizio su una festa parrocchiale in provincia, o si deve andare ad una conferenza stampa di un tizio del mondo politico nel territorio desolato del delta del Po. Ma nella maggior parte dei casi, la partecipazione come giornalista (sia off line che on line) alla formazione della cultura di una città e ancora di più di un Paese, crea quel seme di speranza che contribuisce a migliorare la vita di tutti.

Di seguito, l’articolo uscito in occasione dei 20 anni dell’Associazione “JhJ” (Giornalisti aiutano giornalisti) 1993–2013

“Non sono un nazionalista, sono un giornalista” – Mladen Vuksanović (1942-1999)

In molti Paesi l’esercizio della professione giornalistica è spesso accompagnata da grossi rischi. Secondo dichiarazioni di “Reporters Sans Frontiers”, negli ultimi 15 anni sono stati uccisi oltre 800 giornalisti durante lo svolgimento del loro lavoro. In tutto il mondo molte centinaia di essi vengono arrestati e spesso torturati. Soltanto in particolarissimi casi, quelli più eclatanti, l’opinione pubblica viene informata sul destino di colleghi perseguitati, feriti, espulsi ed arrestati. Ancora più raramente si conoscono i pericoli che corrono le loro famiglie.

JhJ fu fondata nel 1993, quando la guerra nella ex-Jugoslavia fece le prime vittime. Uno dei primi fu Egon Scotland, inviato speciale della Suddeutsche Zeitung, ucciso nel 1991 in Croazia.
JhJ è un’associazione indipendente che non fa riferimento ad alcun partito politico. Ha come suo compito principale quello di offrire aiuto a colleghe e a colleghi che si trovano in situazioni di pericolo, fornendo loro e alle loro famiglie solidarietà ed aiuto concreto, in modo diretto ed informale.
JhJ interviene con aiuti in denaro, acquisto di beni ed assistenza, laddove, in caso di situazione di pericolo, non siano già intervenuti in forma ufficiale gli organismi preposti, e vi sia la possibilità di un intervento diretto.
Lo sforzo più importante di JhJ è stato sinora operato nei territori dell’ex Jugoslavia, in Bosnia, Croazia, Serbia e Kossovo. In oltre 150 casi sono stati aiutati i giornalisti e le loro famiglie, con donazioni di derrate alimentari, assistenza in caso di cure mediche, protezione e tutela dei bambini, sostegno economico-logistico per il ripristino di materiali distrutti quali computer, macchine da scrivere e attrezzature fotografiche. In molti casi JhJ ha offerto aiuto ed assistenza per il rientro in Bosnia a colleghi espulsi a seguito della guerra.
L’Associazione ha inoltre aiutato i colleghi a pubblicare i loro articoli sulla stampa di lingua tedesca.
E’ attiva una fitta rete di contatti con giornalisti provenienti da tutte le zone dell’ex-Jugoslavia. JhJ si mette volentieri a disposizione per agevolare e promuovere i contatti.
Sono pervenute anche richieste da colleghe e colleghi dell’Algeria, Turchia, Tunisia, Albania, Nigeria, Afghanistan, Namibia, Indonesia, Angola e Togo. Quando è stato possibile, gli aiuti in denaro sono andati direttamente ed informalmente ai colleghi interessati e alle loro famiglie.
JhJ collabora a stretto contatto con RSF Reporters Sans Frontiers. Sono stati inoltre instaurati contatti con il Committee to Protect Journalists (Comitato di protezione dei giornalisti) di New York, con IFEX (Toronto), Rory-Peck-Trust (Londra), con Amnesty International, così come con gli incaricati alla stampa di OCSE (Organizzazione per la sicurezza e la collaborazione in Europa).
L’azione di solidarietà di JhJ è portata attualmente avanti da oltre 130 giornalisti di Germania, Austria e Italia. Il lavoro, a puro titolo onorifico, si svolge all’interno di JhJ. Si tratta di un’ associazione di pubblica utilità senza scopo di lucro, e si finanzia esclusivamente con le quote dei soci e con donazioni (le offerte in denaro sono detraibili dalle tasse).

I riferimenti per JhJ sono:
Dr. Roman Arens (Basler Zeitung), Roma
Christiane Schlötzer (Sueddeutsche Zeitung) Istanbul
Carl Wilhelm Macke (free lance) Monaco di Baviera/Ferrara

L'INFORMAZIONE VERTICALE
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L’occhio di periscopio

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Redazione

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