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Scuola: gli ultimi difensori della fortezza Bastiani

 

Ormai la letteratura sulla crisi del nostro sistema scolastico è sterminata, ognuno ne analizza le cause da diverse angolazioni ma la conclusione è sempre la stessa, la nostra scuola resta la “grande disadattata” di cui scriveva Bruno Ciari negli anni ’70 del secolo scorso.
Istat, Invalsi, Ocse e tutti i rapporti di Education at a Glance ormai da decenni denunciano i mali di cui soffre il nostro sistema formativo a cui mai nessun governo ha però pensato di porre seriamente rimedio.

La macchina dell’istruzione, oggi, contro le sue intenzioni, è diventata un formidabile amplificatore delle diseguaglianze. Per saperlo non avevamo certo bisogno del tempismo editoriale della Nave di Teseo che in occasione del salone del libro di Torino, pubblica Il danno scolastico, con il sottotitolo significativo: “La scuola progressista come macchina della diseguaglianza”. Opera a quattro mani del sociologo Luca Ostillio Ricolfi e signora, l’ex professoressa Paola Mastrocola.

Una operazione commerciale che porterà vantaggio alle casse della casa editrice, ma che nulla aggiunge alle riflessioni necessarie per risollevare dal disastro il sistema formativo del nostro paese. Anzi, i topos sono sempre gli stessi di quella cultura nostalgica che non riesce a distogliere gli occhi dal passato e che non sa guardare avanti.

La rovina della scuola avrebbe avuto inizio nel lontano 1962 con il governo Fanfani IV e con Aldo Moro ministro dell’istruzione.  Da lì nascerebbe il vulnus della scuola media unica, quella senza latino, vulnus alla scuola severa e rigorosa, alla scuola delle bocciature, alla scuola dei maestri e dei professori di una volta (per non parlare della zia Ebe di Ricolfi), quelli che erano autentici formatori, di cui si è persa ogni traccia.

Poi è stato tutto un precipitare attraverso il ’68, don Milani e Barbiana, l’abolizione del maestro unico, Luigi Berlinguer fino ai giorni nostri, senza salvare nulla e nessuno.

Tutto questo si vuole ora dimostrare, fornendo i dati della ricerca sociologica. Viene il sospetto che i nostri autori in questi anni abbiano vissuto dentro la bolla delle loro convinzioni, senza mai affacciarsi fuori per cui non si sono accorti che ben altri dati assai drammatici andavano disegnando lo stato critico del nostro sistema formativo.
Così nell’intervista rilasciata al Giornale in data 15 ottobre, il sociologo Ricolfi si dimostra disarmato, la china è talmente scesa in basso che è impossibile risalirla, sostiene, ormai  non resta altro che lo strumento della provocazione.

È che la scuola progressista non c’è, non c’è mai stata, la vedono solo Ricolfi e sua moglie nelle loro allucinazioni.
Di Barbiana ce n’è stata una sola e la scuola statale ha continuato a funzionare inalterata nel suo impianto che risale ai tempi della legge Casati e della riforma Gentile. Con i licei, gli istituti tecnici, fino agli istituti professionali ricettacolo di ogni fallimento scolastico e sociale. Un convivere di vecchio e nuovo, con il vecchio che non è mai scomparso e il nuovo che non è mai diventato nuovo. La scuola dell’ibrido, organizzata per ordini, direzioni, cattedre, discipline e scrutini, radicata nel passato ma sempre precaria come il suo personale.

Del resto lo stesso Ricolfi (docente universitario) lo riconosce implicitamente, quando sostiene che: “Però ci sono delle regolarità: se uno studente prende un voto alto, ma non 30 e lode, posso solo indovinare che quasi certamente non ha fatto né il liceo sociopsicopedagogico né il liceo linguistico. Se prende 30 e lode, invece, vado a colpo sicuro: ha fatto il classico.”

È vero che la nostra scuola dell’inclusione, grande conquista degli anni ’70, non è in grado di colmare gli svantaggi, che il successo formativo è ancora un fallimento, perché spesso alle promozioni non corrispondono le competenze. Ma le cause non sono quelle sostenute da Ricolfi e Mastrocola, non sono dovute a una classe docente non più severa perché sopraffatta dalla cultura progressista e dai suoi slogan: “la scuola dell’obbligo non può bocciare”, il “diritto al successo formativo” che hanno trovato negli studenti e nelle famiglie (nonché nei media) un terreno fertilissimo su cui prosperare”.

Le cause sono la povertà storicamente cronica delle nostre scuole, lasciate senza risorse per combattere gli svantaggi, per consentire i recuperi, per lottare contro la dispersione, per garantire la formazione continua degli insegnanti.
Risorse finanziarie, umane, di mezzi, di strutture e di spazi a causa di quella stessa cultura dei Ricolfi e Mastrocola che ha governato il paese per oltre vent’anni, dalla Moratti alla Gelmini, anche loro però accusate dai nostri autori di aver ceduto al virus del progressismo educativo.
Ognuno ha il suo deserto dei Tartari, la sua fortezza Bastiani da presidiare.

Infatti l’ipotesi della scuola progressista dannosa in quanto produttrice di diseguaglianze, la cui dimostrazione Paola Mastrocola affida ai dati della Fondazione Hume del marito Ricolfi, ha un solo obiettivo, sempre quello: dimostrare il fallimento della scuola statale.

Per gli autori, la scuola dello Stato è alla deriva, ormai non è più recuperabile. Non resta che la soluzione prospettata vent’anni fa, nel lontano febbraio 2001, da Giuseppe Bertagna, Dario Antiseri e Ferdinando Adornato tra i sottoscrittori dell’Appello per la scuola della società civile: “Una scelta decisiva e non più rinviabile …consiste nell’abbandonare il modello statalista ancora dominante nel nostro Paese, per fare spazio ad un nuovo assetto fondato sulle espressioni più vive e dinamiche della società civile. In tal senso va favorito il passaggio del sistema dell’istruzione e della formazione da organismo dello Stato a strumento a servizio della società civile”.

Pare però che in tutti questi anni i nostri intellettuali si siano dileguati e, in buona compagnia di Ricolfi e Mastrocola, non si siano accorti che siamo entrati in un secolo del tutto nuovo e che le loro ricette della nonna o della zia per i nostri figli non sono buone neppure per farci un solo giorno di scuola.

Per leggere gli altri articoli di Giovanni Fioravanti della sua rubrica La città della conoscenza clicca [Qui]

LECTIO MAGISTRALIS
Tre allieve speciali per una scuola Normale

 

Hai mai immaginato di fare un bel discorsino al tuo professore, al tuo capo, al tuo Rettore, per toglierti qualche sassolino dalla scarpa, e di farlo nel momento più ecumenico, quello in cui vieni insignito di un diploma, gratificato da un trenta e lode o premiato con una promozione? Quel momento in cui la gioia per il premio, coronamento di tanti sforzi, svolge una funzione pacificatrice, e ti senti appagato al punto da tornare in pace con il mondo? Hai mai immaginato di perturbare il clima paludato della tua premiazione con un discorso che fa volare toghe e stole come una tromba d’aria nel cielo terso?

Virginia Magnaghi, Valeria Spacciante e Valeria Grossi lo hanno fatto. il 23 luglio scorso, durante la cerimonia di consegna dei diplomi di laurea alla Normale di Pisa. Lo hanno fatto da studentesse “eccellenti”, che è il solo modo per essere credibili quando scompigli le parrucche, perché se lo fai da “normale” alla Normale passi per quello/a che protesta perchè non ha voglia di studiare.

Hanno premeditato tutto, con livida determinazione. Hanno iniziato il loro discorso dichiarando “profonda gratitudine verso ogni componente della Scuola: … al corpo docente, ma anche, per la presenza costante e l’aiuto concreto, al personale tecnico amministrativo, alle addette e agli addetti alle aule, alla portineria, al personale dei collegi, alle lavoratrici e ai lavoratori di mensa e biblioteca.”
Poi hanno iniziato a far vorticare l’aria. Hanno attaccato il sistema universitario ‘neo-liberale’, inteso come “un’università-azienda in cui l’indirizzo della ricerca scientifica segue la logica del profitto, in cui la divisione del lavoro scientifico è orientata a una produzione standardizzata, misurata in termini puramente quantitativi. Un’università in cui lo sfruttamento della forza-lavoro si esprime attraverso la precarizzazione sistemica e crescente; in cui le disuguaglianze sono inasprite da un sistema concorrenziale che premia i più forti e punisce i più deboli, aumentando i divari sociali e territoriali.”.

Queste parole già contengono alcune lancinanti verità sul mondo accademico e del lavoro italiano: la ricerca viene finanziata solo se porterà profitti (il contrario della logica della ricerca, che include in sè l’idea di nicchia e la possibilità del fallimento); conta quanto pubblichi (o quanto produci, o quanto vendi, o quanto arresti), non come lo fai; puoi vivere una vita di lavoro, dentro o fuori da un ateneo, senza  avere mai la certezza della stabilità del tuo impiego; i “capaci e meritevoli” non sono affatto facilitati, ma possono arrivare in fondo non grazie all’Università italiana nel suo complesso, ma malgrado essa. Pensa alla forza eversiva di queste parole pronunciate da tre laureate eccellenti in una delle università di eccellenza.
Perché la Normale di Pisa non è un ateneo normale: è uno dei pochissimi atenei italiani nel quale i docenti e i ricercatori sono aumentati, mentre attorno “le iscrizioni alle università sono scese del 9,6%, e nel 2020 la popolazione tra i 25 e i 34 anni con istruzione terziaria in Italia si aggirava intorno al 29%, contro il 41% della media europea. … dal 2007 al 2018 le borse di dottorato bandite dalle università italiane sono diminuite del 43% (56% al sud); tra il 2008 e il 2020 nelle università statali i ricercatori sono diminuiti del 14%, e le recenti e parziali stabilizzazioni non sono che una goccia nell’oceano, dato che ben il 91% degli assegnisti di ricerca si vedrà escluso dall’università italiana; il personale a tempo determinato è ormai ben maggiore del personale a tempo indeterminato (e inoltre nel personale precario le donne sono sovrarappresentate).”

A questo punto Virginia Magnaghi, Valeria Spacciante e Valeria Grossi sganciano la bomba.
“In questo contesto, noi, i cosiddetti “eccellenti”, siamo certamente quelli fortunati. Ma quale eccellenza tra queste macerie? Che valore ha la retorica dell’eccellenza se, fuori da questa cattedrale nel deserto, ci aspetta il contesto desolante che abbiamo descritto? Noi crediamo che di fronte a tutto questo la Scuola non sia senza colpe. Ha infatti promosso quella retorica dell’eccellenza e della meritocrazia, che legittima il taglio delle risorse. Ha incoraggiato la creazione di piccoli poli “di eccellenza” iper-finanziati, lasciando invece in secondo piano i rapporti con l’ateneo che più ci sta vicino e con cui più sarebbe opportuno collaborare, l’Università di Pisa.”.
Non so se è chiaro. Non lo è abbastanza? Allora leggi bene il passo che segue: “La nostra selezione in base al merito e l’intreccio tra didattica e ricerca sono due tra i principi basilari del “modello-Normale”. Nei fatti, tuttavia, troppo spesso questi principi si traducono nella retorica del merito e del talento come alibi per generare una competizione malsana e per deresponsabilizzare il corpo docente: per il semplice fatto di aver superato una selezione, dovremmo essere in grado di navigare da soli attraverso il complesso sistema accademico. C’è un modo di dire molto popolare in queste aule e cioè che alla Normale si viene buttati subito in acqua, ed è così che, pur di non affogare, si impara a nuotare in fretta. E tuttavia oggi a diplomarsi con noi non ci sono tutte le persone con cui abbiamo condiviso il nostro percorso: la loro assenza ci pesa ed è una sconfitta per la Scuola. Anche tra i presenti una buona parte ha imparato a nuotare solo a prezzo di anni di malessere. Vorremmo dirlo con chiarezza: non è grazie a, ma nonostante questo principio che siamo arrivati qui. Il risultato è stato quello di convivere cinque anni con la sindrome dell’impostore, senza sentirci mai all’altezza del posto che avevamo vinto. C’è chi ha adottato una performatività esasperata per compensare il proprio senso di inadeguatezza, sfruttando con spirito esibizionistico i seminari e gli interventi a lezione. C’è chi, invece, ha evitato di porre domande e chiedere spiegazioni per paura del giudizio altrui. Questa pressione sociale non è solo causa di un generico malessere; è piuttosto una stortura sistemica grave, che può avere conseguenze estreme sulla salute fisica e psicologica.”.

Queste parole sono un atto di denuncia pesantissimo. Fuori dalla scuola degli eccellenti, lo Stato abbandona al proprio destino gli studenti, ma anche i professori, tagliando progressivamente i fondi. Ma anche dentro la Normale (alla quale si accede con un rigido esame di ammissione) la maggior parte si perdono per strada. Costoro che non ce la fanno, sono davvero i non meritevoli, o sono invece i meno adatti, quelli che non si adeguano al meccanismo della competizione, della performance, del mettersi in mostra per adulare o “fregare” i docenti e diventare, opportunisticamente, i loro cocchi? E’ questo il meccanismo di crescita dei “migliori” ? E quanto queste parole ti ricordano quello che accade nel tuo ufficio, nella tua aula, nel tuo studio? A me lo ricordano tanto.

Le tre allieve riservano poi parole durissime alla disparità di trattamento nell’accesso e nella successiva carriera tra uomini e donne, considerando come un’aggravante il fatto che ciò accada anche alla Normale : “vi invitiamo anche a prestare attenzione sempre, durante le lezioni, nei corridoi, a ricevimento, quando di fronte a voi avete una donna: vi chiediamo di pensare due volte quando una ricercatrice è incinta, quando una professoressa è madre, o quando un’allieva rimane ferita davanti a un commento che a voi è parso innocente: si tratta magari di una reazione a un cliché da anni ripetuto, introiettato e ritenuto innocuo, ma che tale non è. Perché se è vero che in questa stanza siamo privilegiati, allora dovremmo essere noi per primi a sfruttare questo privilegio per informarci, per formarci, per sensibilizzarci e soprattutto per cambiare le cose.”.

E quanto sono vere e anticonvenzionali le parole con le quali concludono il loro intervento: “E’ significativo che nessuno di noi si riconosca nella retorica dell’eccellenza su cui la Scuola poggia. E questo non solo perché la consideriamo parte integrante di un modello insostenibile, ma anche e soprattutto perché la troviamo incompatibile con l’incompletezza e la fallibilità di ognuno di noi.”

Ho già parlato su queste pagine del mito della meritocrazia: [qui]

Non esito a definire formidabili le considerazioni di queste allieve: formidabili per il contenuto e per il contesto nel quale sono state pronunciate.
Sono parole al tempo stesso amare e dolci, disperate e fiduciose.
Sono imbevute di amarezza e disperazione per lo stato in cui versa il mondo accademico (e non), ma sono irradiate della speranza che esistono ancora giovani così lucidamente capaci di testimoniare i problemi, e così combattive da avere il coraggio di esporli direttamente dentro la fossa dei leoni, o dei Baroni.

Il testo integrale del discorso

Il mondo tra deficit e risparmio:
Un 2020 da ricordare

 

Il 2020 sarà un anno da ricordare, su questo non ci sono dubbi. Dal punto di vista finanziario è successo tanto, i governi sono scesi in campo per combattere la pandemia incrementando i deficit pubblici, eguagliando e superando addirittura i livelli della Seconda Guerra mondiale.
Ovviamente le misure, sotto forma di politiche fiscali, sono state diverse a seconda dei paesi e hanno riflettuto, in genere, il portafoglio di ognuno.
Di conseguenza, a fronte di un deficit contenuto della ricca e potente Germania che ha registrato un 4,2 per cento, c’è il Giappone che pur essendo stato meno colpito ha aumentato il deficit del 9.2 per cento, fino agli Stati Uniti che sono arrivati al 15,8 per cento. Biden, per il 2021, ha proposto complessivamente uno stimolo fiscale di 1.600 miliardi di dollari.
L’Italia è arrivata ad un deficit del 10,8 per cento e ha speso poco più di 178 miliardi di euro per sopperire ai danni causati dalla pandemia.

È interessante notare che, secondo i dati dell’Abi, i depositi bancari degli italiani sono aumentati da gennaio 2020 a gennaio 2021 di 181 miliardi di euro, questo farebbe pensare che la spesa dello Stato sia diventato il corrispettivo credito per i suoi cittadini, il che non sarebbe da considerare un male.
Da considerare poi che la spesa dello Stato (quindi il debito pubblico) del 2020 è praticamente gratis in quanto acquistato interamente dalla Banca d’Italia e dalla Bce. A fine 2020 la Banca d’Italia deteneva oltre 556 miliardi di Titoli mentre la Bce circa 170 miliardi e la notizia, in un mondo meno capovolto del nostro, dovrebbe rendere più sereno il sonno degli italiani.
A questo dato se ne affianca un altro relativo all’andamento della Borsa che a Marzo 2020 aveva toccato 13.000 punti e che ad Aprile ritroviamo a 25.000. Non siamo ai massimi, considerando che nel 2007 e prima della grande crisi, eravamo a oltre 40.000 punti ma è chiaro che la pandemia, almeno in questo settore, è stata superata.

Cosa significano questi numeri. C’è una spesa dello stato, un debito, sostenuta dalle banche centrali e quindi indolore per tutti ma che non si trasforma in guadagno in maniera altrettanto uniforme. L’aumento della liquidità, in sostanza, viene tenuto fermo sui depositi bancari oppure trasformato in speculazione finanziaria.
La società viene divisa tra chi è costretto a dare fondo al proprio salvadanaio e quelli che hanno aumentato a dismisura i propri guadagni, si pensi ad Amazon o alle case farmaceutiche. Tra l’altro l’aumento della disoccupazione permette salari più contenuti per cui la forbice sociale continua ad allargarsi.
Potremmo dire, per concludere, che i numeri dimostrano la possibilità di avere le risorse finanziarie per risollevarsi dalla crisi ma che queste servono a poco, se non ad aumentare la disuguaglianza, quando sono indirizzate male o non indirizzate per niente. La moneta senza politica aiuta il grande business e la rendita finanziaria mentre la gente ha individuato come nuovo nemico il dipendente, meglio se pubblico, segnando il passaggio dal conflitto generazionale (gioventù versus anziani pensionati), attualmente di cattivo gusto, al conflitto tra categorie.
L’importante, ovviamente, è che non si parli di classi.

SCUOLA FIRST: impressioni di settembre…
Anche Ferrara scende in piazza il 25 giugno

“Settembre poi verrà ma senza sole” sono le parole di una strofa di Settembre, una canzone di Peppino Gagliardi, famosa negli anni Settanta. Le stesse parole potrebbero essere adatte per definire la situazione che sta vivendo la nostra scuola pubblica; infatti, pur avendo la certezza che a settembre la scuola non ripartirà ‘normalmente’, gli amministratori nazionali e locali stanno lavorando con grande lentezza. assolutamente ‘al buio’ per preparare le condizioni per il rientro.
È evidente che a settembre la comunità scolastica ha un assoluto bisogno di ripartire in presenza: bambine, bambini, ragazze, ragazzi, insegnanti, lavoratori, lavoratrici e famiglie hanno resistito per tre mesi, materialmente e psicologicamente, per far fronte all’emergenza.

Dopo questo enorme sforzo collettivo, e quando ormai tutte le attività produttive del Paese sono già state riavviate, la scuola ha bisogno di ricominciare in presenza perché senza scuola non c’è politica, non c’è giustizia, non c’è uguaglianza, non c’è crescita umana e nemmeno economica.
Per quanto il problema della ripartenza sia complesso, io penso che non ci potrà mai essere una soluzione ‘lluminosa’ se non ci si avrà il tempo di lavorare seriamente, insieme, con tempi distesi, guidati dalla luce di un faro rappresentato dalla scuola in presenza.

È sotto gli occhi di tutti come il nostro non sia un Paese che investe sulla sua scuola per investire sul proprio futuro-. Io però speravo, ingenuamente, che in un momento così delicato si sarebbero unite le forze per reperire le idee e le risorse necessarie per mettere la scuola, intesa come ‘organo costituzionale’, in grado di poter esercitare la propria funzione. Invece, le priorità di questa classe politica sono altre: basta guardare alle risorse promesse ad Alitalia e FCA e confrontarle con quelle destinate alla scuola per accorgersi subito della sproporzione a sfavore del nostro sistema educativo.

Inoltre, dopo mesi di ‘scuola dell’assenza’, ancora oggi – nonostante la Commissione Tecnico Scientifica presieduta dal Professor Patrizio Bianchi abbia concluso i suoi lavori un mese fa – il Ministro dell’Istruzione Lucia Azzolina non ha ancora emanato le linee guida indispensabili per far ripartire le scuole in presenza e in sicurezza.
Le anticipazioni relative a questo documento destano molta preoccupazione. Non sono infatti previste risorse straordinarie, né investimenti strutturali, né personale aggiuntivo. Non c’è nessun impegno per garantire una riapertura in sicurezza. Si parla di “riduzione del tempo scuola”, di didattica a distanza, di formazione sulle nuove tecnologie… e non è un caso che siano in uscita proprio le linee guida per la didattica digitale integrata e per la sua valutazione. Si rischia lo stravolgimento della scuola della Costituzione.

Non è quello che i genitori si aspettano.
Non è quello che gli insegnanti chiedono..
Non è quello che serve al mondo della scuola.
Non è quello di cui il Paese ha bisogno.

In un momento in cui occorreva unire gli sforzi per mettere la scuola al centro dell’agenda politica, in cabina di regia stanno lavorando al risparmio e in maniera raffazzonata per indirizzare la scuola verso un settembre di didattica a distanza, di spezzatini organizzativi senza logica e criterio, di tempi ridotti e di spazi democratici ristretti.

Wake me up when september ends (“Svegliami quando settembre finirà”) dei Green Day, una canzone di tutt’altro genere musicale rispetto a quella citata nell’incipit, interpreta bene il modo di vivere dei molti che si aspettano che una soluzione, prima o poi, cadrà dal cielo. Mi spiace ma credo che la scuola di tutti debba essere progettata insieme. E credo che nessuno meglio di chi vive la scuola quotidianamente, possa occuparsene con cognizione di causa portando avanti i sogni e i bisogni collettivi.

Un’altra scuola è possibile rispetto a quella che sembra uscire dalle linee guida del Ministro ma, ora come mai, è necessario che i genitori, gli insegnanti, gli educatori, il personale amministrativo, i dirigenti, i cittadini uniscano le proprie forze per chiedere che i Comuni e le Province trovino spazi per tutte le scuole di ogni ordine e grado, per reclamare risorse straordinarie, per avere personale docente e Ata adeguato alle esigenze della scuola, per assumere i docenti precari, per ottenere degli investimenti strutturali per l’edilizia scolastica, per avere una corretta prevenzione sanitaria, per pretendere di essere informati, per poter partecipare al progetto di ripartenza e per scrivere insieme le pagine di questo nuovo patto di corresponsabilità educativa.

Per questo, anche a Ferrara si è costituito il Coordinamento  “Priorità alla scuola”: un movimento formato da cittadini, genitori, insegnanti, educatori, operatori della scuola, professionisti che, come in altre 70 città italiane, porterà in piazza queste rivendicazioni. Per Ferrara la manifestazione, quindi l’appuntamento per tutti coloro che vogliono la scuola al primo posto (#scuolafirst), è il 25 giugno, in piazza Savonarola, alle ore 18,00.
Dopo avergliele “cantate”scendendo in piazza, avremo più forza e forse dovranno ascoltarci. Anche a Ferrara chiederemo impegni precisi ad amministratori pubblici e dirigenti scolastici. C’è in ballo la nostra scuola pubblica, un Bene Comune, un bene prezioso che oggi è in pericolo. Siamo in tanti, e siamo disposti a rimboccarci le maniche: settembre è vicinissimo e non c’è un minuto da perdere.

Comunque la pensiate, buona partecipazione alla manifestazione e alle iniziative successive.
Qui la pagina facebook di Ferrara: https://www.facebook.com/PasFerrara/ 
Qui la pagina nazionale: https://www.facebook.com/prioritaallascuola/
Qui la mail per segnalare il proprio interesse alle iniziative future: prioritaallascuolaferrara@gmail.com

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
La scuola delle carenze

Grande disadattata per Bruno Ciari, classista per i ragazzi di Barbiana, nel corso di mezzo secolo la nostra scuola da fabbrica di esclusione sociale si è mutata in apparato di emarginazione culturale.
Non adatta né al recupero sociale né alla compensazione degli svantaggi, non utile, in definitiva, ad assolvere al dettato costituzionale di rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana.
Del resto l’insipienza politica che in questi decenni ha accompagno la questione dell’istruzione nel nostro paese non poteva che condurre qui, forse dobbiamo ringraziare i nostri insegnanti se non è accaduto di peggio.
Una scuola a disagio di fronte al disagio dei giovani. Una scuola malata che non cura i malati, una scuola sanatorio, considerate le percentuali con le quali si moltiplicano alunne e alunni con disturbi specifici dell’apprendimento dalla primaria alle superiori.
Se gli ospedali non funzionano, non sono i pazienti che hanno sbagliato ad ammalarsi, eventualmente è il sistema che deve essere in grado di correggersi. Più preparazione professionale, più strutture, più ricerca, e soprattutto più risorse che consentano di mettere in opera tutto questo.
Così, se l’Invalsi, l’istituto nazionale che si occupa di monitorare l’andamento dell’istruzione, continua a verificare che non tutte le ciambelle escono con il buco, anzi i processi sono in netto peggioramento, non è che dobbiamo cambiare le nostre ragazze e i nostri ragazzi, che sono quello che sono, ma, con ogni evidenza, sarà necessario capire cosa non va nella pratica dell’insegnamento-apprendimento. Non è che la cosa è nuova, neppure di ieri o dell’altro ieri, è da tempo che i segnali si manifestano e gli appelli si sprecano.
Solo due anni fa, ad esempio, fece scalpore l’allarme lanciato da 600 docenti universitari che, con lettera indirizzata al governo, sollecitavano interventi urgenti per rimediare alle carenze con cui gli studenti escono dalle nostre scuole. Da allora: silenzio.
La novità di quest’anno non fa che peggiorare il quadro. Per la prima volta l’Invalsi ha testato gli studenti al termine delle scuole superiori. Ne è uscita la prova provata che non solo il sistema non funziona a conclusione del primo ciclo di istruzione, ma che la situazione resta invariata, se non più grave, anche alla fine del secondo ciclo. Le carenze accumulate a tredici anni sono le stesse a diciotto.
Di cure e di medici al capezzale non se ne vedono. I cerusici in giro pare che siano più propensi all’ignoranza che all’istruzione. C’è chi sostiene che la scuola non funziona perché non è più quella di prima, dimenticando, o sottacendo, che quella di prima era la scuola di Dio, Patria e Famiglia. Qualcuno invoca il ritorno all’uso dei grembiuli, qualcun altro pensa che tutto si possa risolvere con l’autonomia regionale differenziata.
Le responsabilità, accompagnate all’inettitudine politica, sono gravissime. Da un ministro all’altro la situazione della scuola nazionale è andata via via sempre più deteriorandosi e la crescita del debito pubblico ha ridotto all’osso le risorse da destinare all’istruzione di giovani e adulti. Del resto i voti si prendono promettendo meno tasse anziché più istruzione.
Il quadro è presto fatto, crescono la dispersione scolastica e la generazione neet, le competenze linguistiche e matematiche degli adulti italiani sono tra le più basse dei paesi Ocse, oltre un terzo delle nostre ragazze e dei nostri ragazzi giungono al compimento del loro ciclo di studi con gravi carenze in lettura, matematica e inglese in un paese sempre più divaricato tra nord e sud.
Il modo ci sarebbe per uscire da questa situazione: ripensare tutto il sistema dell’istruzione in chiave di apprendimento permanente e coinvolgere gli insegnanti a partire dalla loro formazione. Nessuna rivoluzione scolastica oggi può prescindere da queste condizioni.
Nulla di particolarmente nuovo. È tempo, almeno venticinque anni, che a casa nostra, tra varie distrazioni, ce lo andiamo ripetendo. Ma nella continua inerzia.
Non servono più molti discorsi, ciò che è veramente necessario è cambiare l’idea novecentesca dell’istruzione, rivelatasi ormai ampiamente inadeguata e soprattutto convincersi che occorre puntare sulla selezione, sul protagonismo e sulla valorizzazione degli insegnanti, perché solo loro che lavorano dentro alla scuola la possono salvare.
Non c’è riforma che possa cambiare l’istruzione, se non la professionalità e la passione di chi ogni giorno incrocia gli occhi delle nostre ragazze e dei nostri ragazzi. Insegnanti che di queste doti ne hanno da vendere ce ne sono in giro per le aule del nostro paese, basterebbe darsi da fare a cercarli, a riconoscerli e a chiedere il loro aiuto. Ma, per favore, evitiamo di lasciar sproloquiare i soliti soloni.

Un mondo sempre più vecchio e sempre più iniquo

Il mondo invecchia. A dircelo è l’Institute for Health Metrics and Evaluation di Bill e Melinda Gates con un grafico che mostra l’età media nel 2017.

Nei primi posti dell’invecchiamento ci sono la maggior parte dei Paesi europei, quattro dei quali nei primi cinque

Posizione Nazione Età media Regione
1 Giappone 47 anni Asia
2 Germania 45 anni Europa
2 Italia 45 anni Europa
3 Grecia 44 anni Europa
3 Bulgaria 44 anni Europa
3 Portogallo 44 anni Europa

Seguono con un’età media di 43 anni: Austria, Croazia, Lettonia, Lituania, Slovenia, Spagna e, unico Paese non europeo, Bermuda.

La classifica non tiene conto dei paesi estremamente piccoli come il principato di Monaco che, se considerato, diventerebbe il Paese più vecchio in assoluto con una età media di 53 anni.

L’Africa, invece, è il continente che ha i paesi con l’età media più bassa, due addirittura si fermano a quattordici anni mentre ben altri 7 paesi si devono “accontentare” di occupare la seconda posizione con sedici anni di età media.

Posizione Nazione Età media Regione
1 Chad 14 anni Africa
1 Niger 14 anni Africa
2 Afghanistan 16 anni Asia
2 Angola 16 anni Africa
2 Burkina Faso 16 anni Africa
2 Mali 16 anni Africa
2 Somalia 16 anni Africa
2 Sudan del Sud 16 anni Africa
2 Uganda 16 anni Africa

Unico paese non africano in questa classifica è l’Afghanistan, il cui primato probabilmente è dovuto alle devastazione della lunga guerra ancora in corso.

Seguono altri paesi con un’età media di 17 anni: Benin, Burundi, Etiopia, Madagascar, Malawi, Nigeria, Tanzania, Zambia, Yemen e Timor-est. Anche qui tutti africani fuorché gli ultimi due.

Secondo alcune proiezioni dell’Onu che arrivano fino al 2060 si prevede che l’età media in alcuni paesi europei arriverà addirittura ai 50 anni, in particolare in Spagna, Italia, Portogallo e Grecia, e successivamente Germania, Polonia, Bosnia e Croazia.

Tutti i paesi nord-americani supereranno i 40 anni di età media (Canada 45 anni e Messico 44 mentre gli Usa si manterranno mediamente più giovani a quota 42 anni). Più vecchi al Centro e Sud America dove il Brasile raggiungerà i 47 anni di età media.

L’invecchiamento procede di pari passo con l’aumento della popolazione. “Prevediamo ancora che per il 2050 la popolazione raggiungerà i 9,1 miliardi” ha dichiarato Hania Zlotnik, direttore della Divisione Popolazione del Dipartimento degli Affari Economici e Sociali (Desa), presentando quest’anno la Revisione 2008 del ‘Word Population Prospects’. Secondo il documento nove paesi contribuiranno per metà all’incremento mondiale nel periodo compreso tra il 2010 e il 2050: India, Pakistan, Nigeria, Etiopia, Stati Uniti, Repubblica Democratica del Congo (Drc), Tanzania, Cina e Bangladesh.

E’ importante notare che la popolazione dei paesi in via di sviluppo passerà dai 5,6 miliardi del 2009 ai 7,9 miliardi nel 2050, mentre la popolazione delle regioni più sviluppate non cambierà di molto, passando da 1,23 a 1,28 miliardi.

Dovrebbe spaventarci di più la crescita della popolazione oppure il suo invecchiamento? Dipenderà tutto probabilmente dal tipo di sviluppo.

John Maynard Keynes spiegava nel 1936, quando usciva la ‘Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta’, che il capitalismo aveva due grossi difetti. Il primo era quello di non essere in grado di garantire tassi di disoccupazione sufficientemente bassi, il secondo che provocava una ripartizione della ricchezza arbitraria e priva di equità. Creava cioè disuguaglianza.

Oggi che il capitalismo è diventato finanziario e ha mostrato la sua parte peggiore, possiamo apprezzare la sua analisi in tutta la sua attualità, infatti, secondo il World Inequality Report  2018 presentato a Parigi alla metà di dicembre scorso, “A livello mondiale, tra il 1980 e il 2016 l’1 per cento più ricco della popolazione mondiale ha intascato il doppio della crescita economica rispetto al 50 per cento più povero”, ha spiegato l’economista Lucas Chancel, principale coordinatore del rapporto.

Questo grafico mostra come la mancanza di equità nella distribuzione della ricchezza vari significativamente da regione a regione. Nel 2016, la porzione di reddito nazionale intascato dal 10 per cento più ricco è stata del 37 per cento in Europa, del 41 in Cina, del 46 in Russia, del 47 in America del Nord e attorno al 55 per cento nell’Africa subsahariana, in Brasile e in India. Fino a toccare la punta massima nei paesi del Medio Oriente, con il 61 per cento.

Uno sviluppo basato sull’accumulazione finanziaria perpetrato da una piccola parte della popolazione mondiale che detta le condizioni e impone le soluzioni, creerebbe un mondo di tensioni e una moltitudine di persone costretta a elemosinare pane e lavoro. Laddove la moneta continuasse ad essere un bene da tesaurizzare, i debiti un male da punire e la concorrenza il motore della crescita sappiamo fin da ora che sarebbe impossibile fornire un minimo di previdenza sociale, sanità o pensioni. L’unico futuro possibile allora sarebbe quello di un mondo di anziani super potenti con libero accesso a tutte le risorse, mentre il resto della popolazione giovane lavorerebbe per fornirle.

Altra soluzione, auspicabile, sarebbe la fine di questo tipo di capitalismo in favore di uno sviluppo equo e solidale nei confronti dei più deboli, di noi stessi e della natura che ci ospita. Basato sulla tecnologia che è già in grado di assicurare il necessario a tutti con il minimo sforzo e ancora di più ne sarà capace domani. Un’ipotesi del genere dovrebbe necessariamente prevedere la fine dell’accumulo finanziario, dello sfruttamento delle risorse umane e naturali e una netta separazione tra finanza e beni reali, i quali andrebbero equamente distribuiti.

La scommessa del Venezuela, una bomba per l’economia mondiale

Venezuela: abbiamo considerato tutto?

“Il Petro – si legge sul sito web dedicato https://www.petro.gob.ve/index.html – è uno strumento che consoliderà la stabilità economica e l’indipendenza finanziaria del Venezuela, unitamente a un progetto ambizioso e globale per la creazione di un sistema finanziario internazionale più libero, equo ed equilibrato”.
Il petro è una cripto valuta, è venezuelana ed è la prima controllata da un governo statale. Dal 21 agosto 2018 la Banca centrale di Caracas pubblica il valore del petro rispetto alle principali valute estere fissato ad un prezzo fisso di 60 $ e legato direttamente alle riserve di oro, ferro, alluminio, diamanti e petrolio. Ad oggi, in ogni caso, un altro fallimento del contrastato governo venezuelano in quanto impossibile anche solo capire quanto sia stato raccolto dalla sua sottoscrizione.
Un tentativo di Maduro, promosso in realtà già da Chavez nel 2009, di difendere le materie prime di cui il Venezuela è ricco e di svincolarsi dal dollaro. Ovviamente negli Usa fu subito impedita ogni transazione in petro e Trump rispose con nuove sanzioni, questa volta indirizzate all’oro (di cui il Venezuela è il secondo produttore al mondo). “Sono stati impediti tutti i rapporti commerciali con aziende connesse al settore aureo venezuelano e, di conseguenza, ora Caracas si trova in difficoltà nel ricevere certificazioni estere sulla qualità della materia prima” ha spiegato Vasapollo, docente di Politiche Economiche Locali e Settoriali presso La Sapienza, al seminario internazionale ‘Relazioni politico-economiche ed autodeterminazione dei popoli: la Nuestra America di Martì e la Patria Grande di Bolivar per una futura umanità’, tenutosi all’Università di Roma La Sapienza il 27 novembre 2018.
Le misure imposte da Trump hanno impedito l’acquisto di debito venezuelano, l’acquisto di titoli della società pubblica che controlla il petrolio, di ogni altra società venezuelana e di società partecipate dal governo di Caracas, nonché bloccato ogni finanziamento in dollari al Paese. In sostanza, il Venezuela è stato escluso dal mercato più grande del mondo (il dollaro rappresenta tra il 40 e il 60% delle transazioni finanziarie globali). “Ne hanno risentito, di conseguenza, le importazioni di cibo, medicinali, pezzi di ricambio e così via. Si tratta delle sanzioni più gravose che abbiano mai colpito un Paese latinoamericano nell’intera storia del Sud America, peggiori di quelle contro Cuba” ha aggiunto l’ambasciatore del Venezuela in Italia, Juliàn Isaìas Rodrìguez Dìaz, durante lo stesso seminario.
Seguire il vil denaro, anche nelle sue accezioni moderne ed elettroniche, aiuta a capire qualcosa in più dei tragici avvenimenti che si stanno susseguendo in questi giorni in Sud America e quel che vorrei fare con queste righe è stimolare la ricerca e l’approfondimento, senza dare giudizi.
Ripartiamo dall’inizio.

Le insidie al potere del dollaro

Stampare denaro non costa nulla da quando Nixon decretò la fine degli accordi di Bretton Woods, ovvero dal 1971. Fino ad allora per farlo bisognava avere dell’oro come sottostante ma già la Fed si era accorta che la guerra del Vietnam e la corsa agli armamenti avevano fatto sì che ci fosse in circolo un volume di dollari di 6/7 volte superiore al corrispettivo valore delle riserve auree.
Gli Stati Uniti ne stampano tanti e praticamente a costo zero, comprano beni e servizi in tutto il mondo, ma la Cina, la Russia e tutti gli altri pagano dollari veri per avere le stesse cose. Attualmente, il debito pubblico statunitense ha raggiunto il livello record di 21 trilioni di dollari, superando il 100% del Pil.
Questo vuol dire, nel caso unico degli Usa, che il mondo finanzia la sua spesa. Il mondo compra il debito USA perché questi possa comprare i beni che importa e che il mondo stesso gli vende. Non è difficile da capire, così come comprendere che lo possano fare solo gli Usa grazie al controllo militare del mondo. Ma come il sistema di Bretton Woods crollò quando alcuni paesi cominciarono a chiedere indietro oro al posto dei dollari, così il sistema attuale potrebbe crollare se alcuni paesi cominciassero a chiedere qualcosa di più reale del dollaro o, magari, semplicemente qualcosa di diverso, in pagamento delle proprie esportazioni.
Ergo, bisogna stare sulla difensiva e per tali motivi è interesse degli Stati Uniti, che ha, oltre ad un debito pubblico finanziato dall’estero, anche un deficit di bilancia commerciale che superava gli 800 miliardi di dollari nel 2018, mantenere politiche debitorie e far sì che la domanda di dollari sia costantemente sostenuta dall’estero perché con quei pezzi di carta ci paga i beni che importa.

Le insidie al potere del dollaro e gli assetti geopolitici

Questi sono un po’ dei motivi che rendono Maduro più detestabile di quanto magari sia davvero e si trovano anche un po’ di fondamenta per le sanzioni contro il Venezuela. Ma il pericolo viene anche da altri luoghi. Ad esempio, l’India ha siglato con la Russia il più importante contratto di difesa denominato in rubli dal 1991, come affermato ad Ottobre del 2018 dal vice premier russo Yury Borisov. Pechino sta scambiando energia con la Russia in yuan e spinge i suoi principali fornitori di petrolio in Arabia Saudita, Angola e Iran a fare lo stesso. La Banca di Russia in un anno ha incrementato la quota di attività cinesi nelle sue riserve auree di 48 volte. La Turchia sta cominciando a comprare grandi quantità di grano in rubli e le società petrolifere russe stanno cambiando la valuta dei contratti da dollaro a euro. Dal momento che la Cina è il primo importatore mondiale di petrolio, è logico che voglia acquistarlo nella propria valuta e quindi evitare le commissioni di cambio sulle transazioni. E la Cina insieme alla Russia parla di queste cose con Caracas, dato che il Venezuela dispone dei più vasti giacimenti di petrolio del pianeta (shale oil a parte), e comunque sembra che Pechino abbia già lanciato un contratto future sul greggio denominato in yuan.
Se un Paese vive di materie prime, come fa il Venezuela, non ha un gran futuro ma di sicuro una priorità strategica per la propria economia è limitare la propria esposizione al rischio valutario statunitense.

Le insidie al potere del dollaro, gli assetti geopolitici ma anche colonialismo, imperialismo e neoliberismo

Facendo di nuovo un passettino indietro, senza esagerare, arriviamo alla dottrina Monroe (5° Presidente degli USA) che sanciva, il 2 dicembre 1823, la supremazia degli Stati Uniti nel continente americano e sottolineava che gli Stati Uniti non avrebbero tollerato alcuna intromissione negli affari americani da parte delle potenze europee.
Dottrina contro il colonialismo da una parte, ma anche dottrina considerata come la primissima formulazione teorica dell’imperialismo statunitense. E in effetti la teoria fu rivista da Theodore Roosevelt (26° Presidente degli Usa) che la utilizzò come base per affermare una forma di egemonia sul continente americano, una specie di no fly zone, un protettorato sull’area centroamericana e caraibica, che durante la guerra fredda servì anche a giustificare interventi politici e militari statunitensi in America centrale e meridionale.
Da sempre la politica estera degli Stati Uniti consiste nel dividere il mondo in Stati amici e Stati canaglia, e di questi fanno parte tutti coloro che la pensano diversamente. Chiunque rischia di diventare un dittatore quando c’è bisogno di giustificare un intervento armato per avere l’approvazione e l’aiuto del mondo civilizzato e legato al potere del dollaro. Gran Bretagna e Canada in primis e poi Europa a seguire.
La sola vicenda dell’Iraq di Saddam Hussein, con annesse scuse postume di Blair, dovrebbe bastare per calmare gli animi sul Venezuela e stimolare quanto meno la prudenza. Personalmente ho dato un’occhiata ad alcuni cambiamenti che si sono avuti fin dall’insediamento del “dittatore” Chavez e mi hanno lasciato perplesso.
Utilizzando come fonte gli ultimi aggiornamenti del Ci World Factbook si osserva che la mortalità infantile in Venezuela passa dal 26,17% del 2000 al 12,2% del 2016; la linea della povertà è passata dal 67% del 1997 al 19,7% del 2015; il tasso di alfabetizzazione dal 91% del 1995 al 97% del 2016; il Pil pro capite in dollari americani è passato dagli 8.000 del 1999 ai 12.400 dollari del 2017.
Insomma ci sono altri aspetti da considerare per la comprensione del fenomeno venezuelano e della rivoluzione chavista che Maduro ha provato a portare avanti, che non dovrebbero escludere il potere, in pericolo, del dollaro. E poi gli assetti geo-politici, una considerazione globale di quanto successo in tutto il Sud America e le altre rivoluzioni contro le imposte dottrine neo liberiste o i rimedi già imposti altre volte dagli USA e benedetti dalla comunità internazionale chiamata ad essere coesa e solidale con la “democrazia occidentale”.

Per chiudere: “La guerra è una mafia”

Smedley Darlington Butler (1841 – 1940) è stato un generale statunitense insignito due volte della Medal of Honor, la più alta decorazione militare assegnata dal Governo degli Stati Uniti. Durante la sua carriera di marine durata 34 anni partecipò ad azioni militari nelle Filippine, in Cina, in America Centrale e nei Caraibi durante le guerre della banana. Guerre così soprannominate ad indicare una serie di occupazioni, azioni di polizia e interventi militari attuati dagli Stati Uniti nel Centroamerica e nei Caraibi tra il XIX secolo e la prima metà del XX. Il Generale ci lasciò questa frase, tra le tante: “Ho trascorso trentatré anni e quattro mesi in servizio militare attivo come membro della forza militare più agile di questo paese, il Corpo dei Marines. Ho prestato servizio in tutti i gradi commissionati dal secondo tenente al maggiore generale. E durante quel periodo, ho passato la maggior parte del mio tempo a fare l’uomo muscolare di alta classe per il Big Business, per Wall Street e per i banchieri. In breve, ero un racketeer, un gangster per il capitalismo, uno di quelli che ritirano il pizzo.
Ho aiutato la United Fruits (oggi Chiquita) in Honduras nel 1903; ho contribuito a ripulire il Nicaragua per la Banca d’affari Brown Brothers (oggi Bbh) dal 1902 al 1912. Nel 1914 ho reso il Messico un posto sicuro per i petrolieri americani. Ho portato la luce nella Repubblica Dominicana per gli interessi delle imprese della canna da zucchero nel 1916. Ho fatto in modo che Cuba e Haiti diventassero un posto accogliente per i ragazzi della National City Bank (oggi Citigroup Inc.), in modo che potessero rendere profitti. Ho contribuito a stuprare una mezza dozzina di repubbliche centroamericane a beneficio di Wall Street.”
E conclude “… potrei dare dei consigli ad Al Capone. Il meglio che lui sia riuscito a fare è stato operare in tre quartieri. Io l’ho fatto in tre continenti”.

in copertina illustrazione di Carlo Tassi

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Chiamati a mettersi in gioco

È gennaio e c’è il silenzio sopra Ferrara. Tra neppure cinque mesi si voterà per il governo della città dei prossimi anni e solo rumors sgusciano qua e là dagli angoli delle strade.
Qualche cavaliere si appresta a scendere in lizza ma ancora esita a far conoscere i suoi proclami.
L’aria che si respira e che le nebbie rendono pesante pare portatrice di un destino già scritto: la città sarà bottino dei barbari.
La politica che fino ad oggi ha governato la città tace, quasi sopraffatta da un senso di impotenza, timorosa di offrirsi al futuro.
Ricalcando le orme di esperienze vicine che hanno rispedito a casa i barbari, con intelligenza alcuni giovani hanno chiamato all’appello le meningi dei loro cittadini a mettere nero su bianco la città che vorrebbero.
Idee coraggiose e generose da affidare a chi sarà disposto a fare il nostro San Giorgio, il daimon che salverà la città dal drago.
Allora viene da interrogarsi come in questo mondo globale, sempre più complesso, tutto si sia frantumato, tutto si sia parcellizzato. La politica si ritira incapace di interpretare il pensiero collettivo, si affida all’energia degli atomi in grado di muoversi ed attrarsi, di aggregarsi in molecole sociali.
Le grandi narrazioni non le scrive e non le racconta più nessuno. La nostra solitudine sociale nasce dal fatto che siamo stati abbandonati a noi stessi da una politica che è fuggita lontano per decidere le nostre sorti altrove, distante dalle donne e dagli uomini in carne ed ossa e dai loro bisogni.
Questo è accaduto e il nostro destino ci è rimasto tra le mani. Il lontano che si avvicina a noi non è la politica, ma l’altro come noi che ci chiede aiuto, che ci chiede solidarietà, che ci chiede di accoglierlo.
E allora pensare la città non è facile. Non è quella di un lustro, ma quella del futuro. Non servono pensieri corti, ma pensieri lunghi. Neppure le parole servono più. Narrano solo belle illusioni.
L’iniziativa dei promotori della “Città che vogliamo” esprime il bisogno di coralità. La consapevolezza che ognuno è chiamato a fare la sua parte, a rispondere della responsabilità che come cittadino porta nei confronti della città che abita.
C’è l’idea che non basta un’amministrazione per governare la città, ma che ognuno è chiamato ogni giorno a fare la sua parte per realizzare un progetto condiviso, nutrito insieme, in grado di dare forma alla città e al suo futuro. Tutti siamo chiamati a metterci in gioco, a contribuire attivamente, con la partecipazione, con i nostri pensieri e le nostre competenze.
Proiettare la città lontano dalla mediocrità e verso il futuro dipende solo da noi, se siamo disposti con le scelte di ogni giorno, con la coerenza dei nostri comportamenti a far parte di questa coralità e insieme scrivere i brani da intonare.
Si tratta però di non rimanere intrappolati nei particolarismi, perdendo lo sguardo verso il tutto che invece può aiutare a scovare proposte e idee per sconfiggere il rischio di una scarsità di futuro.
In questo mondo globale è solo ricominciando dalle città, giocando in prima persona che si può essere della partita.
Le regole ci sono, le ha dettate l’Agenda Onu 2030 per lo Sviluppo Sostenibile. Sconfiggere la povertà, sconfiggere la fame riguarda anche noi, con l’occhio attento ai bisogni dell’altro. La salute e il benessere; l’istruzione di qualità; la parità di genere; le acque pulite e servizi igienico-sanitari; l’energia pulita e accessibile; lavoro dignitoso e crescita economica; imprese, innovazione e infrastrutture; ridurre le diseguaglianze; città inclusive e comunità sostenibili; produzione e consumo responsabile; lotta contro il cambiamento climatico.
Obiettivi che in questi anni la città ha fatto propri aderendo all’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (Asvis).
Non possiamo venir meno a questo impegno culturale e civile, continuare a percorre questa strada è anche nostra responsabilità, dipende dalle scelte che compiamo per il futuro della nostra città e del nostro saperla abitare.
È nostra la responsabilità di misurarci con la dimensione sociale delle sperequazioni e delle asimmetrie non giustificabili in termini di libertà umane, di accesso alle risorse e alle opportunità sia per le generazioni presenti che per quelle future.
La città ha bisogno di intelligenza e di intelligenze, ha quindi la necessità di recuperare la cultura della partecipazione, il diritto alla città condivisa, pensata e vissuta insieme.
Per un futuro che non sia mediocre, ma delle persone, in corpo e voce, sono i luoghi dell’incontro e del confronto che vanno aperti, qualificati e moltiplicati. Dunque sono ineludibili scelte politiche che antepongano a tutto la centralità della formazione e dell’informazione, la loro fruizione e la loro mobilitazione.

in copertina elaborazione grafica di Carlo Tassi

La nuova centralità del lavoro

di Grazia Baroni

Il concetto di lavoro è uno di quelli che sarebbe assolutamente necessario riformulare per adeguare la narrazione sociale all’evoluzione storica che l’umanità ha compiuto nel mondo occidentale, specificatamente nelle democrazie europee degli ultimi settant’anni, dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale.
La pace ha permesso a tutti i campi della ricerca, dalla fisica alla medicina, dalle scienze della terra alle scienze umane, di raggiungere un’evoluzione tecnologica da fantascienza. Allo stesso tempo la qualità democratica dell’organizzazione degli Stati ha permesso un’evoluzione della coscienza sociale e umana mai raggiunta prima.
L’evoluzione scientifica e umanistica della società occidentale è stata talmente rapida e profonda che non è stato possibile adeguare il linguaggio e quindi la sua narrazione. Questo ha creato una discrasia tra la realtà e la sua interpretazione tanto profonda da generare disagio non solo sociale ma spesso anche esistenziale e soggettivo.
Il lavoro rappresenta il luogo in cui questa evoluzione si concretizza ed è per questo che è proprio il concetto di lavoro che più urgentemente dev’essere riqualificato e ridefinito perché possa corrispondere di più alla coscienza umana e sociale fin qui maturata.

Con la prima rivoluzione industriale l’essere umano capisce che può emanciparsi dalla natura e dalla servitù della gleba, da lì in poi il lavoro viene concepito come la capacità di trasformare, attraverso l’ausilio delle macchine, la fatica in merce. Con la seconda rivoluzione industriale il lavoratore comprende di poter cambiare il suo stato sociale attraverso l’acquisizione di quei beni che gli permettano di liberare il proprio tempo dallo stato di necessità per poter finalmente godere del benessere acquisito.
Ebbene, il concetto classico del lavoro, frutto delle due rivoluzioni industriali e base di tutta l’analisi marxista, il lavoro considerato come merce di scambio che ha portato, è vero, all’emancipazione di ampi strati della società, deve oggi essere superato. Questo perché l’informatizzazione e la robotizzazione hanno messo in evidenza che questo modello di lavoro era ed è meccanico, non umano.
Il processo di informatizzazione dell’industria sta via via eliminando la necessità della presenza umana nella produzione dei beni, beni destinati peraltro a ridurre sempre di più la quotidiana fatica della sopravvivenza.
Nella catena produttiva il lavoro umano viene progressivamente svalutato dalla concorrenza delle macchine che hanno costi assolutamente irrisori. Il lavoro umano non può più essere equiparato alla produzione di merce, deve altresì essere riconosciuto come espressione della personale creatività e della soggettiva volontà di uscire dalla ripetitività e di trasformare il mondo, migliorandolo.

Il lavoro dovrebbe riconoscersi essenzialmente nella creatività umana e non nel consumo – ciò che consuma per definizione non sviluppa – soprattutto perchè la quantità di beni necessari a soddisfare i bisogni di un’umanità in continua espansione non è sostenibile a livello globale, visto anche le risorse limitate del nostro pianeta.
Le materie prime rinnovabili poi necessitano comunque di un processo di trasformazione più lento che solo un uso intelligente e oculato può garantire. Modificare la qualità della produzione richiede una ricerca di strategie, strumenti e forme innovative che consentano ai nuovi beni di durare nel tempo, oggi invece la strategia dominante è quella dello spreco di risorse e dell’invecchiamento precoce del prodotto per obsolescenza.
L’evoluzione della coscienza di sé ha fatto sì che l’essere umano non si riconosca più solo nel possesso di beni, essa richiede caratteristiche di finalità, prospettive e relazione, insomma una qualità della vita adeguata alle sue aspirazioni sia per le attuali che per le future generazioni.

Note sull’autrice
Gazia Baroni, nata a Torino il 25 febbraio del 1951. Ha ottenuto il diploma di liceo artistico e l’abilitazione all’insegnamento. Laureata in architettura, ha insegnato disegno e storia dell’arte nella scuola superiore di secondo grado. Ha partecipato alla fondazione della cooperativa Centro Ricerche di Sviluppo del Territorio (Crst) e collaborato ad alcuni lavori del Centro Lavoro Integrato sul Territorio (Celit). Socia e collaboratrice del Centro Culturale e Associazione Familiare Nova Cana.

Quando lo Stato sceglie la disoccupazione: l’economia neoclassica e la strategia del ribasso occupazionale

Scegliere tra sotto-occupazione e disoccupazione è la regola nell’economia neoclassica, economia che predilige l’alta disoccupazione e vince grazie al consenso dei cittadini.

L’Ansa ci informa che all’ILVA ci saranno all’incirca 4.000 esuberi, cioè dovranno essere licenziati 4.000 dipendenti. A coloro che rimarranno sarà applicato il jobs act, quindi niente garanzie assicurate dall’art. 18, e saranno cancellate anzianità e precedenti trattamenti economici.
Di certo non sarà il caso di lamentarsi per le nuove condizioni contrattuali, infatti rispetto ai licenziati che andranno ad aumentare l’esercito dei disoccupati italiani, chi rimarrà potrà ritenersi “fortunato” perché almeno avrà conservato il lavoro. E in tempo di crisi e di disoccupazione che supera il 10 per cento, si sa, un impiego a “tutele crescenti” pagato magari anche 800 euro al mese è, più o meno, una manna dal cielo.
Il punto è che l’italiano medio, oggi, può scegliere tra un’occupazione sottopagata e la disoccupazione, e persino nel pubblico, per la gioia dei neoliberisti della domenica tipo il censore Giannino, non si sta più tanto bene come una volta. Sempre di più i lavoratori convergono verso lo stesso punto, lo stesso destino ma incoscientemente divisi verso il baratro. Infatti se è vero che le grandi ditte assumono i nostri ingegneri a 1.400 euro al mese, che le banche non offrono più le belle condizioni lavorative di una volta, che le aziende del mitico nord-est faticano a rimanere aperte e che multinazionali come Ikea o MacDonald offrono quel che il mercato richiede, nel pubblico non si sta poi tanto meglio.
Il precariato continua ad esistere nell’insegnamento ed è stato introdotto nelle forze armate, le forze dell’ordine invecchiano perché si assume molto di meno anche se la sicurezza dei cittadini ne risente, infermieri e medici sono palesemente sotto organico. Tutti hanno visto i loro stipendi bloccati per anni e per tutti, e in maniera solidale, le pensioni verranno calcolate con il contributivo e saranno sempre più basse e distanti nel tempo.
La struttura sociale nella quale viviamo accetta questa condizione perché viene presentata ad arte come unica possibile. La scuola neoclassica che attualmente governa l’economia, e che non è più politica proprio per eliminare la possibilità di un coinvolgimento sociale o statale nelle decisioni che strutturano la nostra vita, non ammette l’esistenza di altre teorie economiche e quindi modella le sue decisioni in base a quello che c’è al momento.
E cosa c’è oggi? Abbiamo l’euro e i cambi fissi pur non avendo più una moneta legata all’oro, i capitali sono liberi di circolare senza restrizioni anche se questo causa crisi continue e dipendenza dai mercati finanziari, la finanza a sua volta è stata deregolamentata nonostante si sia concordi nell’attribuirle la colpa delle continue bolle, la BCE stampa soldi come se piovessero ma nulla arriva ai cittadini. Le banche falliscono ma vengono salvate dagli Stati a spese dei cittadini o dei risparmiatori (che stranamente vengono fatte sembrare categorie separate), Stati che però mai si spingono a salvare piccole o medie aziende in crisi il che potrebbe salvare tanti posti di lavoro e magari evitare il ristagno dell’economia reale.
Quindi la scuola neoclassica dell’economia (non economia politica) ragiona su quello che c’è e non su quello che potrebbe essere. Su una struttura che vede da una parte i ricchi che diventano sempre più ricchi nonostante le crisi, e dall’altra i lavoratori ai quali si possono togliere diritti e abbassare gli stipendi e quindi diventano sempre più poveri. Una struttura, insomma, che funziona molto bene per qualcuno e meno bene per altri. Altri che però si lamentano poco e si distraggono facilmente.
Infatti mentre i parlamentari (solo casualmente di sinistra) digiunano per lo “ius soli” che di sicuro gli porterà molto consenso, tutti si disinteressano delle politiche di austerità che vengono applicate solo ad alcune categorie sociali e del fatto che tutti gli interventi economico-politico-sociali non cambiano il quadro generale, anzi bloccano la crescita e aumentano la disuguaglianza a causa della elitaria distribuzione del benessere. Scelte che mantengono costantemente alta la disoccupazione, che in un mondo normale dovrebbe essere la preoccupazione principale per un governo di sinistra.
Mai far mancare però al ragionamento che, negli ultimi anni, ogni volta che si sono tenute delle elezioni la gente ha votato per i partiti che propendevano all’austerità (cioè abbattimento dei debiti pubblici, eliminazione della spesa a deficit e privatizzazioni con condimento di libero mercato e globalizzazione) e quindi, conseguentemente, ha accettato il mantenimento di un’alta disoccupazione e, per chi lavora, la perdita dei diritti acquisiti e di un trattamento pensionistico decente. Quindi perché lamentarsi? Forse l’idea che non esista alternativa è davvero incredibilmente profonda.
L’economia al comando tende a lasciare tutto come è adesso, con il beneplacito dei cittadini, e sposta le risorse esistenti da una parte all’altra a seconda del consenso che vuole ottenere senza mai crearne di nuove. Senza mai nemmeno provare a riformare la struttura affinché si possa scegliere, finalmente, tra un lavoro pagato bene e un lavoro pagato meno bene, tra un lavoro sedentario e uno che ti faccia viaggiare. Una struttura che tenda, finalmente, al pieno impiego con tutte le garanzie conquistate in decenni di lotte.
Ma per fare questo bisognerebbe vedere oltre la dottrina economica neoclassica al potere, immaginare che possano esistere altre dottrine economiche e, soprattutto, capire che se un governo decide di mettere risorse per la ricostruzione dopo un terremoto togliendole ai fondi per i diversamente abili, non ha cambiato politica economica, ha solo spostato risorse.
E anche che, se verranno licenziate 4.000 persone senza intervenire, ha fatto una scelta, quella di aumentare il numero dei disoccupati in modo tale che tanti altri accettino condizioni sempre peggiori pur di lavorare.

L’automazione della produzione: l’opportunità per liberarci dalla schiavitù del lavoro

In un’intervista di qualche mese fa Bill Gates, il fondatore della Microsoft nonché uomo più ricco del mondo, ragionava sul fatto che l’automazione sta portando via posti di lavoro. Questo crea un problema e la soluzione poteva essere tassare i robot e investire i soldi ricavati in formazione per i nuovi disoccupati.
Gates ammette che un’operazione di questo tipo potrebbe però rallentare la crescita delle aziende stesse, se il costo di queste tasse fosse a loro addebitato, in quanto smetterebbero di adottare robot nel ciclo produttivo. Ma proprio questo rallentamento sarebbe auspicabile, visto che ancora non siamo pronti a gestire un mondo così automatizzato.
La proposta della robot tax, in realtà, era già stata rifiutata dal parlamento europeo proprio per il suo effetto negativo sulla competitività: se aumenta il costo dell’utilizzo del robot le aziende non investono in automazione.
Meglio sarebbe, sostiene qualcuno, pensare a un reddito di cittadinanza per sostenere chi in futuro sempre più spesso perderà il lavoro a favore dei robot.

I punti, dunque, sono il lavoro e i soldi. Trovare un altro lavoro a chi lo perde e assicurare in qualche modo un reddito a chi è in cerca per potersi comprare il pane e pagare le tasse. Ma se i robot esistono e si pensa possano sostituire l’uomo, prima o poi lo sostituiranno in tutto, magari lasciando solo piccole aree alla creatività umana. Sarebbe quindi inutile perdere tempo a formare lavoratori visto che tutto prima o poi potrà essere fatto da automi A questo punto, le soluzioni sembrerebbero essere sostanzialmente due: il restringimento della popolazione umana ai padroni dei ‘mezzi di produzione’, accompagnati solo da quegli indispensabili creativi necessari alla loro perpetrazione, oppure la rinuncia al progresso.
Nel primo caso, il lavoro sarà funzionale agli interessi di sopravvivenza di quella cerchia di superuomini che si saranno accaparrati la conoscenza e il denaro non avrà più senso in quanto i beni e i servizi saranno già di proprietà di quei pochi e quindi non ulteriormente scambiabili e nemmeno utilizzabili come riserva di valore visto che il valore sarà già stato realizzato.
Nel secondo caso, continueremo a scendere in miniera.

Ma proviamo a ripartire di nuovo con riflessione e scenari diversi e proprio da oggi.
Il problema esiste, i robot stanno svuotando le fabbriche e sempre più sostituiranno le professioni, il futuro appartiene all’intelligenza artificiale. Il problema esiste, ma per fortuna non è un problema ma una risorsa, un regalo, una porta su un nuovo futuro che ci potrebbe rendere tutti più felici, più sani, più longevi. L’intelligenza artificiale potrebbe essere la nostra astronave per la galassia del futuro, quella che finalmente ci farà uscire dalle miniere, dalla ripetitività delle nostre azioni quotidiane, dall’andare in ufficio quando potremmo fare le stesse cose, già oggi, schiacciando dei tasti da casa.
Siamo già collegati a reti locali, a reti geografiche, wireless, domotica. Controlliamo dalla nostra sdraio al mare l’allarme di casa e l’impianto di condizionamento, ma anche da comode poltrone l’atterraggio di un robot su qualche luna di Giove. Però pensiamo sia normale nel 2017 correre di buon mattino per passare otto ore su una catena di montaggio e abbiamo paura che prima o poi un androide impasti la malta al posto nostro. Abbiamo paura perché il ragionamento che propone Bill Gates davanti alla porta del futuro è: “chi ci pagherà lo stipendio?” oppure “chi ci darà i soldi per fare la spesa?”. Un discorso talmente vecchio da mettere i brividi, come se davanti alla possibilità di respirare aria pulita per il resto dell’eternità mi preoccupassi che le centraline che controllano lo smog potrebbero rimanere inutilizzate.

Il problema nel futuro futuribile, come nel presente invivibile, è la produzione e la conseguente distribuzione delle necessità della vita. La soddisfazione dei bisogni umani e l’impiego delle risorse non sfruttate dovrebbero essere il faro, sempre! Spiegato ai neofiti vuol dire che oggi abbiamo milioni di persone che vorrebbero lavorare, ma per ragioni di controllo delle risorse e del loro accaparramento da parte di una piccola parte della popolazione, vengono lasciate a casa. Di conseguenza queste risorse non utilizzate generano l’insoddisfazione dei bisogni (non mi fanno lavorare, non guadagno, non compro, non si produce, non si vende e via da capo), il tutto in un contesto che reclama lavoro (cioè utilizzo di queste risorse): argini dei fiumi da sistemare, strade da pulire, servizi da incrementare, case da mettere in sicurezza sismica, ospedali da ridotare di medici e infermieri, anziani da accudire, etc..

In futuro, tanti robottini spaleranno le strade, lavoreranno in campagna per approvvigionare le città, cureranno le catene di montaggio, costruiranno le case, ripareranno le strade, taglieranno l’erba. Ci libereremo cioè dalla schiavitù di doverci procurare da mangiare attraverso il lavoro, facendoci fare un salto paragonabile alla scoperta dei benefici dell’agricoltura che permise di passare dal primitivo errante al moderno stanziale. In un contesto del genere, il nostro problema dovrebbe essere la moneta?
Il vero problema sarà di fare in modo che non lo sia. Di riappropriarci della fantasia di immaginare un futuro migliore e della realtà di pensare che tutte quelle risorse che i robot creeranno non dovranno essere appannaggio di pochi uomini, cioè esattamente quello che sta succedendo oggi, ma un bene dell’umanità intera e che le risorse dovranno essere ben distribuite in quanto frutto dell’ingegno umano. Evitare gli oligopoli della conoscenza, della produzione, delle risorse e dei bisogni e fare in modo che il benessere sia patrimonio dell’umanità.

Insomma futuro futuribile o presente invivibile è sempre la stessa storia: il problema non è il denaro, ma i pomodori e il pane. Affrontare il futuro come stiamo affrontando il presente complica dannatamente le cose, inverte i paradigmi e tutto sembra incredibilmente difficile e che solo pagine e pagine di formule possano darci la soluzione. Ma il presente è necessariamente già passato, manca solo la nostra comprensione, la fantasia di ritornare alla realtà reale in cui, come diceva Ezra Pound, “il denaro non ti copre, non lo puoi mangiare e non ti riscalda”.

SOCIETA’
Il declino dell’impero occidentale

Quella che stiamo attraversando è più di una crisi. Sembra piuttosto un momento di disgregazione che ha a che fare con la morte di una vecchia civiltà fondata sul consumo materiale spinto ad estremi eccessi, sull’idolatria dell’io, la competizione e l’interesse egoistico. Sembra allo stesso tempo un momento emergente che ha a che fare con la nascita di qualcosa di completamente diverso, i cui contorni ancora non appaiono delineati. Tutto sembra in bilico tra una speranza ben fondata ed un pessimismo altrettanto ben fondato.
Qua e la si colgono segni evidenti di una creatività operante che sta minando i vecchi modelli ma sembra ancora molto forte la tendenza a guardare indietro, ad usare soluzioni ed idee ormai obsolete per affrontare epocali problemi sistemici. La diffusione globale di una mentalità ego riferita e fondata su una razionalità tecnica calcolante, ha portato ad una situazione che produce risultati collettivi che forse nessuno, preso singolarmente, vorrebbe. In questa prospettiva vediamo davanti a noi un futuro minaccioso, che invano i leader cercano di rendere roseo con appelli piuttosto penosi all’ottimismo; un futuro in cui l’ampiezza e la gravità dei problemi presenti non sembra più risolvibile tramite le stesse logiche e strategie che li hanno creati e che, ottusamente, i vari potentati cercano ancora di applicare. E’ uno scenario carico di sintomi patologici che vede una serie di disconnessioni crescenti tra sfere autoreferenziali che sembrano proseguire, alimentate da implacabili logiche interne, lungo traiettorie indipendenti, distruttive per la specie umana e per il sistema terra nel suo complesso.

Vi è innanzitutto una micidiale frattura tra l’obbligo di crescita illimitata e le risorse limitate del pianeta, esito di una corsa dissennata che ha portato a superare ampiamente la capacità della natura di reintegrare quello che annualmente viene consumato.
C’è uno scostamento insostenibile a livello demografico dove, da una parte ci sono i paesi più ricchi ed avanzati tecnologicamente con tassi di crescita negativi che mettono in crisi quel che resta del welfare (sanità e pensioni soprattutto) e, dall’altra, paesi poveri con tassi esplosivi tali da rendere impossibile ogni sforzo di regolazione mediante robuste politiche sociali.
C’è una disconnessione fortissima tra l’economia reale su cui dovrebbe fondarsi la crescita e il sistema finanziario che, anziché fornire capitali indispensabili per lo sviluppo e il benessere collettivo è diventato un gigantesco quanto incomprensibile meccanismo basato sull’azzardo e mirato alla massimizzazione del profitto a prescindere da qualsiasi tipo di ricaduta nella vita reale.
C’è una drammatica rottura tra reddito e ricchezza con una concentrazione sempre più spinta di quest’ultima in pochissime mani: dove l’1% della popolazione mondiale detiene più ricchezza del rimanente 99% (rapporto Oxfam) e dove sembra che 85 Paperoni detengano da soli una ricchezza equivalente al 50% della popolazione più povera (pari 3,5 miliardi di persone).
C’è una disconnessione profonda tra felicità e consumismo, tra Pil e benessere, poiché appare ormai in tutta evidenza che, superata una certa soglia, più consumo non implica affatto maggiore felicità né per i singoli, né per le famiglie né per le collettività.
C’è un drammatico problema di proprietà dei beni dove il ricorso costante alla privatizzazione continua a distruggere i beni pubblici, comuni e collettivi, trascinando tutto nella macchina infernale della competizione esasperata e della finanziarizzazione; e a fronte di questo imperio del mercato che regola i beni privati, vengono meno le idee per la gestione del bene pubblico e mancano sitemi per la gestione dei beni comuni che pure esistono e sono esistiti lungo tutta la storia dell’uomo.
C’è un problema di perdita e cambiamento del lavoro dove milioni di posti vengono sostituiti rapidamente dall’automazione e dalle macchine intelligenti; milioni di persone vengono gettata nell’insicurezza (e non raramente nella povertà) e non si capisce ancora come vedere le nuove opportunità che si vengono a creare né tantomeno le modalità attraverso cui garantire ai nuovi possibili lavori adeguate remunerazioni.
C’è una profonda disconnessione tra gli investimenti in ricerca scientifica e tecnologica e la gravità ed ampiezza dei problemi che dovrebbero essere affrontati a livello globale, poiché, in un mondo privatizzato e abbandonato alla cieca forza del mercato, i capitali vengono attratti verso le maggiori opportunità di guadagno piuttosto che verso i reali bisogni delle persone.
C’è una evidente crisi di leadership democratica caratterizzata dalla discrepanza sempre più forte tra le elite politiche e tecnocratica che prendono ufficialmente le decisioni (in base alle pressioni e ai diktat delle lobby finanziarie ed economiche) e le popolazioni che queste decisioni devono subire.
C’è infine un drammatico problema di governance dietro il quale si intravede lo scontro tra elite promotrici della globalizzazione uniformante e le forze focalizzate sulla valorizzazione delle identità e delle differenze regionali.

Si tratta di una serie di aree problematiche (ed altre forse se ne potrebbero aggiungere) che raramente vengono lette ed affrontate insieme come sarebbe invece assolutamente necessario. L’attuale organizzazione della conoscenza ereditata dalla modernità tende invece a separare, a scomporre in ambiti di pensiero approfonditi quanto autoreferenziali, a costruire sfere di dominio sconnesse la une dalle altre, che tendono a generare con grande facilità esternalità negative di cui nessuno si ritiene responsabile. Ed infatti, malgrado le discrepanze evidenti ogni santo giorno si esalta la crescita e l’aumento del Pil, si celebra la finanza, si cantano i vantaggi delle privatizzazioni, si plauda ad ogni facilitazione offerta al libero scambio di merci e persone, si loda indiscriminatamente la tecnologia, si abbraccia e si spinge in ogni modo il consumo. E non si vedono le esternalità che in questo modo vengono scaricate sul sistema globale compromettendone il funzionamento.
Ecco allora profilarsi di fronte a noi quel futuro inquietante che ci impone, pena la sopravvivenza, di cambiare paradigma, di fare un passo evolutivo, di attingere ad un livello più profondo dell’essenza umana, che sia forse più vicino alle pascaliane ragioni del cuore, più lontano dagli algoritmi impersonali della ragione tecnica, lontanissimo, soprattutto, dall’ideale dell’automa consumista che nel consumo cerca invano la felicità.

Alla base di tutto possiamo riconoscere tre relazioni fondative profondamente interconnesse ed inseparabili che toccano tutti ed ognuno: il rapporto dell’uomo (di ognuno di noi) con la natura e il pianeta in relazione al quale si configura la sfida ecologica; il rapporto tra gli uomini, ovvero dell’uomo con l’uomo attraverso le molteplici forme familiari, comunitarie, sociali ed istituzionali, su cui si fonda la sfida socio economica globale; il rapporto con noi stessi, con la nostra singolare interiorità, dove si gioca la sfida spirituale e culturale più importante.

La circolarità delle tre relazioni e, conseguentemente delle tre sfide, mostra esemplarmente come la responsabilità per il futuro sia cosa che riguarda tutti. Quando si osservano le aree problematiche nel loro insieme, appare infatti un quadro nel quale idee, teorie, comportamenti e istituzioni contribuiscono direttamente o indirettamente ad aggravare o alleggerire i problemi. Problemi che noi stessi abbiamo generato, con la conclamata incapacità di cogliere la totalità e con la focalizzazione su sottosistemi che, gestiti malamente, massimizzano i profitti (per pochi) e socializzano le perdite, scaricando le loro esternalità sull’ambiente, sulla società e sulla soggettività dei singoli, compromettendone il benessere e la felicità.

Il nostro tempo è adesso: se ancora la parola democrazia ha un senso, sta a noi cambiare prospettiva, mettere al centro della nostra visione un approccio collaborativo, sistemico, responsabile e co-creativo; sta a noi pensare e richiedere nuove forme istituzionali che possano favorire il nascere di una realtà emergente che va curata e indirizzata a beneficio di tutti. Sta a noi superare le vecchie categorie obsolete ed evitare di perdere tempo e risorse in polemiche sterili che nascondono i veri problemi e impediscono di cogliere le nuove opportunità.

IN PRIMO PIANO
Andiamo a picco nel mare della burocrazia.
Ecco come salvarsi dall’ossessione del controllo

Alzi la mano chi non ha una pessima opinione della burocrazia ed alzi la mano chi, immaginando la burocrazia, non pensi subito all’Italia. Alzi la mano, infine, chi non associa la burocrazia all’inefficienza, ad un passato superato dall’avvento delle tecnologie digitali e dalla avvenuta conquista di nuove libertà.
Ebbene, nel tempo del web e dell’informazione globale, il tema della burocrazia – le cui radici risalgono fino all’Egitto dei faraoni – è, invece, quanto mai attuale, e come spesso accade per le questioni importanti, dato per scontato; sorte questa, che lo accomuna ad altri concetti simbolo dell’occidente come democrazia, libertà e diritti.
Come noto, il termine burocrazia designa l’insieme di pubblici uffici e pubblici funzionari delegati a gestire e controllare, in modo impersonale ed unitario, i processi amministrativi necessari ad attuare quanto stabilito e regolato dal potere centrale di uno Stato. Per estensione si chiama burocrazia anche l’apparato amministrativo di partiti, sindacati, scuole, aziende. L’impersonalità, il ricorso alla norma scritta, l’onnipresenza della gerarchia, l’automaticità delle procedure, ne sono caratteristiche chiave insieme alla conclamata resistenza al mutamento.

La mentalità del burocrate si è andata conformando in ottemperanza a queste regole e si è tosto caratterizzata per l’adesione incondizionata al principio del rispetto della norma, ripiegandosi spesso sul valore degli atti e della carta a dispetto dei risultati, della chiarezza, dello spirito di servizio e della capacità di tenere relazioni significative con i cittadini. Spinta all’estremo la mentalità burocratica diventa patologica e condiziona pesantemente i fruitori del servizio con la sua incomprensibile implacabilità: il soggetto che ne cade vittima, dal fortino della sua specializzazione tecnica, può agire in contrasto alle leggi, ai valori e ai fini dell’organizzazione di appartenenza, in casi estremi può agire nell’illegalità mantenendo la parvenza della legalità. Ciò che conta non è il retto agire secondo standard morali e valoriali, non sono le azioni realmente svolte né le conseguenze di esse: ciò che conta, alla fine, è semplicemente avere le carte a posto. Questo tipo di mentalità è fortemente spinta da una società che fa della produzione e riproduzione del controllo il suo feticcio e la sua regola; controllare i prodotti, le organizzazioni e i loro processi, controllare i territori, controllare la rete internet, controllare gli ambienti chiusi, controllare i bilanci e i flussi finanziari, controllare le persone e i loro comportamenti sul lavoro. Le motivazioni che caratterizzano questo tipo di mentalità sembrano collocarsi tra due opposte tendenza: da un lato il freddo calcolo connesso al possesso del potere e alla possibilità di servirsene in modo legalmente non sanzionabile e, dall’altro, il senso di impotenza e mancanza di potere, l’insicurezza che porta a trincerarsi dietro le regole e le norme che proteggono dall’onere di assumere una responsabilità diretta e personale.

Questo tipo di mentalità burocratica, che non raramente degenera nel malaffare, non è affatto confinata nei meandri della Pubblica Amministrazione: essa è presente, seppure con forme e gradazioni diverse, in molti settori della vita sociale e contribuisce ampiamente a quel crollo della fiducia e a quella ossessione crescente per il controllo che caratterizza i nostri giorni. La penetrazione di questo tipo di mentalità è davvero sbalorditiva.

La si nota nella clamorosa proliferazione di linee guida, regole, norme, regolamenti, leggi, che hanno reso la Comunità Europea un labirinto disorientante dove si perdono gli stessi burocrati; una mole di atti che nessun singolo individuo è in grado di conoscere e maneggiare in autonomia, spesse volte in contraddizione tra di loro e con le immancabili postille che fin troppo spesso negano la sostanza degli intendimenti iniziali. Una complessità che di fatto depotenzia la buona politica, favorisce il potere delle lobby e rende impossibile qualsiasi forma di verifica al cittadino. La si intuisce nei grandi progetti finanziati dall’Unione Europea, dove buona parte delle risorse deve essere impegnata nella pura gestione e rendicontazione amministrativa, attività per la quale esistono un gran numero di imprese specializzate e di professionisti in grado di parlare la neolingua burocratica inaccessibile ai profani e, appunto, di produrre le carte giuste nel giusto momento, secondo i precisi standard dell’iter burocratico.

Lo si nota nei complicatissimi adempimenti che riguardano le imprese non meno che nella vita quotidiana dei singoli, dove ormai diventa difficile operare senza l’assistenza di qualche professionista capace di aiutare il cittadino a districarsi nella babele di norme ed aggiornamenti che riguardano tasse e tributi, adempimenti e scadenze amministrative varie. La si vede all’opera nelle aziende socialmente irresponsabili ma perfettamente allineate alla lettera piuttosto che allo spirito delle norme e delle leggi, non meno che nell’agire quotidiano di manager e funzionari che compiono coscienziosamente il loro dovere in vista della esclusiva massimizzazione delle loro opportunità di carriera e della reputazione che ne ricavano.

Paradossalmente, una componente di questo spirito la si coglie anche (ed assai più tristemente), nella costante richiesta, da parte di cittadini e gruppi di cittadini organizzati, di regole e di leggi sempre più specifiche e particolari, di controlli e di verifiche che, spesso, sono avanzate proprio da coloro che fanno della condanna dell’inefficienza burocratica la loro bandiera. Si può riconoscere in questa esigenza di regolazione crescente un estensione di quella società dei controlli descritta da Michael Power che, garantendo certezze di tipo giuridico e normativo, blandisce le insicurezze crescenti dei cittadini e diffonde quell’ansia di controllo che è retaggio caratteristico di ogni burocrazia.
Le tecnologie digitali, lungi dal risolvere questi problemi, esaltano ed amplificano, potenziandole, alcune delle assunzioni di un modello burocratico che fa del controllo il suo fondamento. Oggi infatti i dispositivi digitali consentono un monitoraggio minuzioso di ogni tipo di processo, rendendo per molti versi automatico ed impersonale il faticoso compito della vigilanza; il nascente web delle cose (IOT) e solo il primo passo che porterà con ogni probabilità alla creazione di un web delle persone capace di garantire un monitoraggio totale, non solo dei comportamenti ma anche dei parametri vitali (corporei) di ogni individuo connesso. Un compito ovviamente, che può essere svolto solo da macchine calcolatrici che siano in grado di supportare potenti algoritmi di calcolo basati sull’intelligenza artificiale, un processo automatico che, tra l’altro, finirà con l’escludere un intera classe di lavoratori attualmente attivi nel settore altamente articolato dei controlli.

Soprattutto quest’ultimo aspetto inquieta profondamente gli spiriti liberi e quanti intendono fare dell’evoluzione personale, dell’apprendimento costante, della responsabilità, della partecipazione e del rapporto diretto con l’altro, l’orizzonte del loro agire. Preoccupa infatti una simile potenza tecnologica nelle mani di mentalità burocratiche patologiche; preoccupa la deriva verso l’ottemperanza ottusa alla regola rispetto ai suoi risultati e preoccupa, infine, il trasferimento della responsabilità verso meccanismi automatici impersonali anche per questioni banali e quotidiane, nella presunzione che questi, meglio degli umani, sappiano affrontare decisioni complesse e stressanti. E’ oggi improbabile che questo processo possa essere interrotto o reindirizzato stante la contemporanea e massiccia richiesta di ulteriore controllo da parte degli individui, alimentata dalla paura e dal senso di insicurezza crescente.
Si tratta di un doppio movimento con il quale bisogna fare i conti seriamente, pena la creazione di un Panopticon tecnologico che susciterebbe l’entusiasmo di Jeremy Bentham: unica soluzione è forse un salto di consapevolezza civile e personale da parte di un gran numero di cittadini, maggiore educazione, più conoscenza e responsabilità, più confidenza con la tecno-scenza e con i meccanismi psicologici e sociali che rendono carente il nostro modo di pensare; sperando, naturalmente, che lo spirito burocratico patologico non abbia ormai infettato in modo irreversibile l’intera società.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
L’indice della felicità

Che non si viva solo di prodotto interno lordo ormai è risaputo nonostante la sua tenace resistenza. Un po’ meno conosciuto è il rovesciamento del mondo se si cambia prospettiva, se la prospettiva è quella dell’Happy Planet Index. L’indice della felicità da nessuno promessa, perché si sa che la felicità non è di questa Terra, condanna biblica ancestrale, ma guarda caso la felicità si può e si deve perseguire.
Il Costa Rica, il Messico, il Vanatu e la Tailandia sono in cima alla classifica dell’Happy Planet Index 2016. Paesi occidentali considerati a livello mondiale come i più ricchi e benestanti si collocano invece molto in basso. Al contrario, diversi paesi dell’America Latina e della regione Asia-Pacifico sono ai primi posti per aspettative di vita relativamente alte e condizioni di benessere con un basso impatto ambientale.
L’Happy Planet Index (HPI) misura ciò che conta: il benessere sostenibile per tutti. Ci dice quanto bene le nazioni stanno operando per il raggiungimento di una vita lunga, felice e sostenibile da parte dei loro cittadini.
L’Happy Planet Index fornisce una bussola per guidare le nazioni, e dimostra che è possibile vivere una vita buona senza depredare la Terra.
L’Happy Planet Index combina quattro elementi per calcolare l’efficienza con la quale gli abitanti dei diversi paesi utilizzano le risorse ambientali per garantirsi una vita lunga e felice: il benessere, l’aspettativa di vita, la disuguaglianza dei risultati, l’impronta ecologica.

Happy Planet Index formula:
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Il mondo non è certo felice e la felicità è sempre meno nella prospettiva delle persone, recenti indagini rivelano che la maggioranza delle persone sia negli Stati Uniti che in Europa pensa che la loro vita non stia migliorando. All’orizzonte dei paesi dell’opulenza non c’è la felicità, ma crisi, instabilità, disuguaglianze sempre più crescenti e la sfida onnipresente del cambiamento climatico.
Una causa di tutto ciò è la priorità testarda data al PIL, alla crescita economica come obiettivo centrale dei governi.
In effetti, la crescita del PIL di per sé non significa una vita migliore per tutti, in particolare nei paesi che sono già ricchi. Non riflette le disuguaglianze nelle condizioni materiali tra le persone in un paese. Non esprime il valore delle cose che contano davvero per la gente come le relazioni sociali, la salute, il loro tempo libero. E soprattutto, una crescita sempre più economica non è compatibile con i limiti delle risorse naturali.
L’Happy Planet Index è una visione alternativa, ci fornisce un quadro più chiaro della vita delle persone. Lo fa misurando quanto tempo la gente vive, come le persone stanno vivendo le loro vite, catturando le disuguaglianze nella distribuzione delle risorse senza fare affidamento sulle medie.
Nell’Happy Planet Index l’Italia si colloca al sessantesimo posto su centoquaranta paesi del mondo. Alta aspettativa di vita, tra le più alte nel mondo, dopo il Giappone, punteggio medio in materia di benessere, ma ciò che incide come per tutti i paesi sviluppati è l’impronta ecologica, la cura per la tutela dell’ambiente, il suo sfruttamento per produrre ricchezza che ci vede in profondo rosso, in compagnia con la Svezia che pur avendo indici eccezionali per aspettativa di vita, benessere, equità sociale ha un altissimo indice di impronta ecologica.
Le nazioni occidentali ricche registrano livelli alti di speranza di vita e di benessere, ma non raggiungono complessivamente punteggi elevati nell’Happy Planet Index a causa dei costi ambientali che comporta il loro sviluppo economico. Gli Stati Uniti si collocano a 108 posti di distanza dal primo della classifica che è il Costa Rica, totalizzano un punteggio abbastanza alto per aspettativa di vita e benessere, ma con una impronta ecologica che è una delle più pesanti del mondo.
Ciò che emerge dall’Happy Planet Index è ciò a cui accennavamo all’inizio, l’idea di un capovolgimento del mondo, dei nostri punti di vista, paesi distanti da noi, dalle nostre culture, da come siamo stati abituati a leggere il mondo ci offrono, molto di più del nostro sistema occidentale, della nostra cultura occidentale, diversi elementi per riflettere, per costruire economie sostenibili, che offrano un benessere relativamente alto, una vita felice di lunga durata senza costi troppo elevati e irreversibili per l’ambiente.
Sono i paesi dell’America latina, dell’Asia e del Pacifico, solo poco tempo fa ancora in via di sviluppo, forse il mondo sta cambiando direzione e noi continuiamo a guardare dalla parte sbagliata.

Strategia della vongola

Da una parte la paura, dall’altra la speranza. A rappresentare con efficacia il contrasto, ecco il montaggio (non casuale) di un servizio del Tg3 che, nei giorni di Gorino, mostra in rapida sequenza prima i volti tirati dei residenti che sibilano “noi siamo buoni e pacifici, finché non ci invadono…”; e di contrappunto l’espressione serena di una ragazza di Sarajevo – che gli invasori li ha conosciuti davvero -, la quale racconta come la sua casa sia crollata sotto le bombe e lei, fuggita dal dramma a un passo dalla laurea, abbia ricominciato tutto daccapo a Ferrara e abbia poi raggiunto il traguardo degli studi nel nostro ateneo pur dovendo ripetere tutti gli esami. E lo dice senza rancore per nessuno, con lo sguardo limpido, auspicando un futuro migliore per tutti, parlando con consapevole lucidità dei problemi che ci attraversano.

E’ racchiuso in queste due immagini contrapposte il senso della tragedia che stiamo vivendo. C’è chi sbarra occhi, cuore e cervello davanti a una realtà che, piaccia o non piaccia, va affrontata con raziocinio e non con i forconi. E c’è chi invece si prodiga, non si arrende, persevera nella ricerca e caparbiamente insegue l’orizzonte di un’esistenza degna.

Occorre forse rispolverare un post-it della memoria per comprendere davvero il dramma attuale. Lo sfruttamento coloniale delle potenze occidentali in Africa ha causato duecentocinquanta milioni di morti. A proposito di invasi e invasori… Un giogo durato più di quattro secoli (di cui permane tuttora la sudditanza economica) segnato da schiavitù, barbarie, feroci ingiustizie, depauperamento selvaggio di ogni risorsa mineraria e agricola (basti pensare a diamanti, rame, oro, zucchero, cotone, cocco, té, caffé, caucciu che hanno fatto la fortuna degli imperi d’occidente e dei suoi mercanti). I contrasti di oggi sono figli delle nostre colpe, non possiamo ignorarlo. Frutto della sopraffazione nei confronti di popolazioni inermi. Non dimentichiamolo.

Poi, con questa consapevolezza ben fissata in testa, possiamo ragionare dell’oggi e valutare seriamente, accanto al dovere di solidale accoglienza, anche le problematiche che spesso s’accompagnano ai fenomeni migratori, a cominciare dal dramma della criminalità, e le conseguenti necessarie forme di tutela da adottare. Ma senza scivolare nella massificazione dei giudizi e senza dimenticare lo sfruttamento operato dalle cosche nostrane (gente italica, per intenderci) che speculano su questi drammi e sulla fragilità di chi ne è protagonista; ricordiamoci dunque anche delle vergognose ruberie perpetrate di frequente pure dai colletti bianchi di casa nostra, che prosperano sulla miseria e fanno business a tutti i livelli, dall’accoglienza, all’assistenza, all’inserimento lavorativo, con caporali e generali sempre all’opera…
E poi consideriamo che se questo risulta per molti il tratto più appariscente dell’immigrazione, non è però quello dominante. In media si macchia di reati un immigrato su quattro: non è poco ma non ci deve far scordare dei tre che si comportano correttamente. Pensiamo quindi anche alla maggioranza dei migranti che fra mille difficoltà vivono pacificamente fra noi, contribuendo con il loro lavoro al soddisfacimento di nostri bisogni, svolgendo spesso occupazioni che noi e i nostri figli rifiutiamo.

Certo, lo sappiamo: al fondo, in tanti prevale l’irrazionale timore dello straniero. E questo è un baratro pericoloso perché obnubila la mente. Il coraggio, si dice, genera eroi. E la paura, invece? Quando prevale non c’è da attendersi nulla di buono. La paura si nutre di mostri e da essa scaturiscono altri mostri. La paura induce chi ne è preda a rinserrare il chiavistello e a premere il grilletto al primo rumore sospetto. E’ successo, succederà sempre. Nella comunità impaurita il singolo smarrisce la propria umanità e si annulla in una moltitudine berciante, popolata di sceriffi, giustizieri fai da te pronti a emettere sentenze ed eseguire condanne. Per questo il grido “restiamo umani” è ben più di uno slogan. E’ un’invocazione all’intelletto, l’antidoto al terrore che si genera a ogni strage e in ogni frangente in cui l’individuo sente insidiate le proprie sicurezze. L’istinto di vendetta è atavico, la volontà di sopraffare per non essere sopraffatti, pure. Ma secoli di storia e di progresso ci devono rendere più forti degli impulsi. E aiutarci a comprendere che, se non vince la razionalità, tutti perderemo tutto, in un titanico scontro che lascerà solo macerie fumanti sulla crosta di un mondo già agonizzante, segnato da violenza, sopraffazione, guerre sanguinose. Un mondo ormai al limite del collasso civile e ambientale, a causa della miopia e degli egoismi di quella specie mai estinta che è l’uomo-rapace, di ogni razza, credo o colore che sia.

IL DOSSIER SETTIMANALE
Sharing Economy e altre economie

Negli ultimi decenni l’inesorabile traiettoria della civiltà occidentale ha sancito l’esistenza di due fratture epocali. La prima è la rottura tra società ed economia derivante dal tentativo di ridurre la prima alla seconda; il distacco tra un società che si vorrebbe ridotta alla sommatoria di comportamenti di consumatori separati ed un’economia che postula l’equivalenza tra persone e consumatori, ha fatto tornare in auge nei modi più strani quelle relazioni e quei rapporti che si connotano in termini religiosi, sentimentali, spirituali, etnici e comunitari ,che la pretesa omologante del consumismo razionalista insito nel progetto di globalizzazione pensava di aver spazzato via in modo definitivo. Una separazione che ha anticipato il distacco dall’economia reale della finanza, diventata cifra del potere e potenza imperante incontrastata a livello mondiale. Queste separazioni sono in parte attribuibili al tradimento e alla miseria di una politica che ad ogni livello ha perso la sua funzione più nobile, quella di guidare, orientare e dar senso alla vita sociale organizzata, per diventare invece braccio e strumento dei poteri finanziari ed economici.

Da questa deriva avrebbe potuto salvare il richiamo costante ai valori contenuti nella Costituzione Italiana che, non a caso, da anni, da destra e da sinistra, si cerca di demolire. L’Articolo 2 cita infatti i doveri inderogabili di solidarietà economica, politica e sociale; l’Articolo 41 tutela dagli eccessi dell’economia di mercato e così recita: “L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”.
Si tratta di un tema ben presente anche in altre costituzioni europee come quella tedesca dove esplicitamente si dichiara: “La proprietà impone degli obblighi. Il suo uso deve servire al tempo stesso al bene della collettività”.

Questi richiami istituzionali al bene comune, alla solidarietà, all’utilità sociale non sono tuttavia andati completamente perduti così come non è andata persa definitivamente la volontà di reinserire l’economia nel sistema dei valori sociali. Tra quanti esplorano soluzioni alternative concetti come quelli di economia del bene comune, economia solidale, economia di comunità, economia del dono, economia circolare, economia post-crescita, economia della decrescita felice ed altri ancora, rappresentano altrettanti tentativi di superare un modello dissipativo che sta inesorabilmente corrodendo i fondamenti stessi delle società.
Si tratta di un linguaggio che usa un alfabeto basato sulle nozioni tipicamente sociali di bene comune, fiducia, apprezzamento, solidarietà, etica, condivisione di valori e risorse, diametralmente opposto al vocabolario aggressivo dell’economia dominante largamente ispirato alla metafora della guerra, dello scontro, della competizione senza quartiere e della sopravvivenza del più adatto. Una prospettiva che procede insieme alla convinzione che qualcosa stia cambiando, in meglio, nella consapevolezza delle persone.

D’altro canto sono anche certi esiti inattesi della tecnologia a modificare aspetti che sembravano consolidati e a proporre nei fatti soluzioni innovative. Internet sta cambiando le regole del gioco mettendo in relazione diretta produttori e consumatori, disintermediando le catene di produzione del valore, aprendo le organizzazioni alla possibilità di attingere alle conoscenze disponibili nella folla sterminata di soggetti connessi; l’internet delle cose rende intelligenti oggetti, processi ed ambienti di vita; attraverso big data e gli algoritmi di calcolo dell’intelligenza artificiale si possono estrarre informazioni e conoscenze inimmaginabili fino a poco tempo fa cambiando il modo stesso di fare scienza e ricerca sociale.

In questo contesto mutevole e complesso si afferma la cosiddetta sharing economy, basata sulle piattaforme digitali collaborative e, forse, su un modo differente di vivere la società e di pensare l’economia.

 

Sharing Economy e altre economie – vedi il sommario

norvegia

UN’ALTRA ECONOMIA
Norvegia, un esempio di sviluppo da seguire

Se il Pil è un indice in grado di darci un’idea molto semplificata dello stato di salute di un’economia, esso però non è in grado di fornirci un’immagine precisa riguardo il benessere delle persone che in questa economia si trovano calate. Dal 1993 ci gioviamo però del contributo di due grandi economisti: il pakistano Mahbub Ul Haq e l’indiano Amartya Sen, che hanno concepito l’Indice di sviluppo umano Isu (in inglese Hdi: Human development index). La ricerca di un nuovo indice, in grado di offrire una fotografia più appropriata del benessere e dello sviluppo delle popolazioni, fu fortemente incentivato dall’Onu quando, sul finire degli anni ’80, divenuta evidente l’inadeguatezza del Pil a rappresentare lo sviluppo dei Paesi, emerse l’esigenza di un metro di valutazione che tenesse in considerazione, oltre al valore dei beni e servizi prodotti all’interno di uno Stato, anche quello dei capitali naturali che vanno perduti nella creazione di tali valori: si pensi ad esempio al disboscamento o all’insalubrità dell’aria dovuta ad attività industriali massicce. L’Isu considera inoltre il capitale ‘sociale’ di cui le persone possono godere: il tasso di alfabetizzazione e la speranza di vita sono, assieme al reddito, fondamentali nella determinazione di tale valore. L’Isu può fornire valori che vanno da 0 a 1 ed è calcolato in millesimi. Fino al 2009 il grado di sviluppo dei Paesi era dato dal valore assoluto dell’Isu e veniva considerato con questi parametri: da 0,9 a 1 Paesi a Sviluppo Umano Molto Alto; da 0,8 a 0,9 Paesi ad Alto Sviluppo Umano; da 0,5 a 0,8 Paesi a Medio Sviluppo Umano; da 0 a 0,5 Paesi a Basso Sviluppo Umano.
Dal 2010 in poi, tuttavia, si è preferito utilizzare un metro relativo per il calcolo dello Sviluppo dei Paesi, in maniera da avere un’indicazione più chiara sulla loro collocazione nella graduatoria dello sviluppo. Nella statistica il primo 25% comprende i Paesi con tasso di Sviluppo Umano “molto “alto; a seguire: alto, medio, basso. Ebbene negli scorsi due anni il titolo di miglior Paese in cui vivere è andato alla Norvegia, già primo altre 11 volte in passato e sempre nelle prime posizioni della classifica assieme a Giappone, Svezia, Canada, Australia, Islanda e Finlandia. L’Italia si trova al 12° posto, quindi fra i Paesi a Sviluppo Umano Molto Alto, e addirittura al 6° posto per quanto riguarda l’aspettativa di vita.
Tuttavia è da tenere in considerazione il campanello d’allarme che suona per quanto riguarda l’istruzione: il Bel Paese si ferma infatti al 22° posto per indice di istruzione e solo al 30° posto per qualità dell’insegnamento e risultati raggiunti raggiunti in termini di competenze da parte degli studenti. Se si pensa che l’istruzione di oggi è lo sviluppo del domani e si considera il fenomeno della “fuga di cervelli” dei laureati verso terre con prospettive lavorative migliori, è facile supporre che il futuro potrebbe presto presentare scenari non confortanti.
Fanalino di coda della classifica Isu sono i Paesi dell’Africa subsahariana: Niger, Congo, Repubblica Centraficana e Ciad dove, nonostante la presenza di materie prime e spesso anche di fonti di energia fossile, a una situazione politica spesso instabile si aggiungono le assenze di servizi igienico-sanitari idonei e la carenza di strutture scolastiche in grado di formare le generazioni che presto dovranno prendere in mano le redini di tali Paesi. Alla scarsità di capitale si affianca l’ombra di malattie mortali come ebola e Aids, problemi che rendono i Paesi africani incapaci di sfruttare in maniera efficiente le suddette materie prime di cui pure dispongono; esattamente il contrario di ciò che sta riuscendo a fare la Norvegia, la cui economia è florida grazie anche allo sfruttamento delle riserve naturali di gas metano e di petrolio: prima esportatrice europea di greggio, nonché terza nel mondo, essa ha attorno al petrolio il 25% del suo Pil, per non parlare delle riserve minerarie di ferro, carbone, rame, zinco e titanio. La Norvegia brilla inoltre per la sua capacità di sfruttare energia idroelettrica con 105,6 miliardi di kWh all’anno. Ma non è tutto: il 22% del Pil norvegese è dato dal settore terziario e in particolare di mercati bancario, assicurativo e finanziario. Notevoli anche i risultati raggiunti per quanto riguarda l’istruzione: nel Paese, infatti, la scuola è obbligatoria sin dal 1736 e a oggi il 100% della popolazione oltre all’età infantile è scolarizzata. Il capitale umano creato da tale scolarizzazione viene ben investito dallo Stato, il quale, in piena crisi, si è trovato di fronte a valori di disoccupazione massimi del 4,1% lo scorso anno; valori certo allarmanti per un Paese in cui la disoccupazione media oscilla solitamente attorno al 2%, ma allo stesso tempo chimerici per Paesi come il nostro in cui da ormai diversi anni la disoccupazione si misura a due cifre. La strategia economica Norvegese si basa su quello che potremmo definire un “interventismo calcolato” dello Stato a supporto delle industrie, e forse questo è uno dei fattori fondamentali che spingono la Norvegia a non entrare nell’Unione Europea, nella quale i sussidi statali alle imprese sono vietati.
Probabilmente è proprio da questo dato che l’Unione dovrebbe prendere esempio: un buon grado di sviluppo non deriva semplicemente dal possesso di grandi quantità di materie prime, bensì dal loro utilizzo consapevole nel rispetto dell’ambiente e delle generazioni presenti e future. Forse il divieto di intervento degli Stati Membri a supporto delle loro imprese potrebbe nel tempo generare effetti perversi; al contrario, un intervento statale, purché cauto e pertinente, può essere fonte di benessere ed espansione democratica. Come osserva il giornalista Adriano Sofri “il petrolio coincide ovunque con la tirannide e l’oscurantismo (con poche eccezioni, ora il Ghana, forse). Siccome il petrolio finisce, i norvegesi ne hanno fatto una risorsa da accantonare largamente per le generazioni a venire, e hanno selezionato i loro partner economici in modo da escludere dittatori e violatori di diritti umani e corrotti”.

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L’OPINIONE
I conti del Comune, qualcuno sta dando i numeri

Prima il Movimento 5 stelle denuncia un deficit di 12 milioni nei conti dell’amministrazione comunale (dovuto a oltre 4 milioni di mancate entrate e 7 di spese non preventivate), parla di “crisi senza precedenti” e annuncia la richiesta di dimissioni nei confronti dei vertici del governo locale.
Poi interviene il sindaco Tagliani, stizzito, che nega la sussistenza di un buco nei conti del Comune, parla di “certificata ignoranza” e ricorda che di avere approvato “un consuntivo da cui risulta un avanzo di 30 milioni”.
Infine entrano i campo i revisori dei conti del Comune (citati da Estense.com, come peraltro gli altri protagonisti della vicenda). Enrico Deidda Gagliardo sostiene che “i 12 milioni di euro non sono un buco, sono solo una variazione al bilancio di previsione approvato lo scorso anno” e ritiene che “dire che quello è un buco sia una lettura tecnicamente sbagliata”. Il suo collega Paolo Rollo aggiunge che si tratta “solo di una differenza di risorse a disposizione rispetto a quanto preventivato, dovuta da un lato a minori entrate e maggiori spese e, dall’altro lato, alle nuove regole contabili”.
Entrambi concordano sul fatto che “la manovra è corretta dal punto di vista tecnico“. Ora, quest’ultima espressione ne richiama un’altra, che analogamente scindeva l’aspetto tecnico da quello sostanziale: “L’operazione è perfettamente riuscita ma il paziente è morto”. Al di là della battute, la questione è seria e seriamente ingarbugliata.

Proviamo a capire e a domandare.
Prima questione: non si tratta di un “buco”, ma solo di “minori entrate e maggiori spese”. Come dovremmo chiamare allora il risultato di una tale operazione?
Seconda questione: la “differenza di risorse a disposizione rispetto a quanto preventivato” sarebbe dovuta (oltre al fatto di ‘guadagnare’ meno e spendere di più) anche alle “nuove regole contabili”. Che c’entrano le “regole” contabili con ciò che concretamente entra ed esce dalle casse? (par di capire che il problema riguardi i parametri che certificano l’esigibilità della somme previste in entra, ma sarebbero graditi lumi in proposito).
Terza questione: Scrive Estense che “i 30 milioni di avanzo del consuntivo 2014 vantati da Tagliani non sono di fatto disponibili, se non nella limitatissima cifra di circa 700mila euro” e indirettamente attribuisce tale espressione ai revisori. Anche qui sorge una domanda: fra 30 milioni e 700mila euro passa una bella differenza, chi c’è ala regia? Il mago Silvan? Chi sta bluffando?

La vicenda si presta a una duplice chiave di lettura.

Se stiamo al merito della disputa contabile tra sindaco e Movimento 5 stelle sul risultato di cassa del Comune, quel che va riaffermato è il dovere delle istituzioni di spiegare alla cittadinanza – con chiarezza, senza fumosità o giri di parole – come stanno effettivamente  le cose: se ci sia un debito o un avanzo e quale sia l’entità.

Il sindaco Tiziano Tagliani
Il sindaco Tiziano Tagliani

Ma, numeri a parte, c’è un problema squisitamente politico da segnalare, ed è relativo alla logica dell’esternazione del sindaco circa i 30 milioni di avanzo. Innanzitutto Tagliani si è tirato addosso una facile obiezione: perché aumentare le tasse locali se la cassa è piena?
Questo però attiene alla dialettica politica. C’è invece un più rilevante aspetto di natura sostanziale da segnalare: non c’è alcun motivo di vanto e nessuna ragione per essere orgogliosi del ‘risparmio’. Una pubblica amministrazione ha risorse contingentate che deve saper gestire e impiegare con oculatezza. La virtù non sta certo nel risparmio, ma nell’equilibrata e lungimirante capacità di spesa, perché è solo impiegando tutti i fondi e le risorse disponibili, fino all’ultimo centesimo, che si può cercare di soddisfare i bisogni della collettività, realizzando quanti più possibili interventi di pubblica utilità. Gestire un bilancio tenendo i soldi in tasca è gravissimo, tanto più quanti più sono i soldi non spesi, perché significherebbe che è manca la progettualità e la capacità di realizzo delle risorse a disposizione.

Invece il paradosso attuale, dovuto forse ai distorcenti e perversi effetti degli imperanti diktat del patto di stabilità, è che appare più bravo chi più accantona. Al riguardo la battaglia da condurre resta quella per un aumento delle risorse; e le proteste di Comuni ed enti locali rispetto ai tagli della spesa imposti  dallo Stato dovrebbe valere a prescindere dal fatto che al governo ci siano i nemici o gli amici.

Lunedì e martedì è convocato il Consiglio comunale “per discutere le variazioni al bilancio di previsione 2015”. Contiamo, a conclusione, di saperne di più. Confidiamo di non trovare conti in rosso. Ma altrettanto desolante sarebbe scoprire che davvero sono rimasti sotto al mattone un sacco di milioni con i quali si sarebbero potute fare molte cose utili per la nostra città.

ombrelli-mazzini

GERMOGLI
Fantasia.
L’aforisma di oggi

ombrelli-mazziniNon sempre è necessario spendere tanto per ottenere qualcosa di interessante. Talvolta le idee contano più dei soldi. E ci sono buone idee che si possono realizzare con zero spese o quasi. Un caso recente è quello di via Mazzini coperta da ombrelli colorati. Dopo una settimana dall’inaugurazione, la gradevole sensazione iniziale si conferma: il simpatico cielo colorato non stanca, ma al contrario rallegra la via. L’intuizione è della vulcanica Alessandra Scotti, titolare di FEschion coupon, artefice di numerose iniziative pubbliche che hanno il pregio di coniugare alla matrice commerciale apprezzabili risvolti in termini di socialità e di valorizzazione del tessuto urbano. In questo caso si è sommato l’impegno e l’entusiasmo dei negozianti della zona. Ma con fantasia e creatività si può sopperire anche alla scarsità di risorse. E questo vale per tutti e in tutti i campi. 

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Jean Piaget

“Se volete essere creativi, rimanete in parte bambini, con la creatività e la fantasia che contraddistingue i bambini prima che siano deformati dalla società degli adulti” (Jean Piaget)

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la giornata…

soldi

Poco da tanti o tanto da pochi

Per garantire ai cittadini possibilità di indirizzo e di controllo, a partire dagli anni Settanta si è avviato un poderoso processo di decentramento amministrativo. Enti e servizi sono stati sottratti all’impunità garantita dalla lontananza e incardinati al territorio.
Ora è iniziata la retromarcia: la nuova tendenza si esprime nella formuletta “area vasta” e impone la riaggregazione di ciò che prima si era smembrato.
Un esempio per tutti: la creazione delle Unità sanitarie locali successivamente trasformate in Asl, cioè aziende, in nome di un efficientismo sbandierato ma non praticato. Adesso capita invece che l’Asl di Ferrara distolga lo sguardo dai quartieri e dalle frazioni e lo indirizzi verso altre realtà urbane, Bologna e Imola. La nuova logica è quella dell’economia di scala; la necessità è allargare il bacino di riferimento in termini di approvvigionamento e di utenti, per ridurre le uscite e accrescere i proventi. Un analogo riassetto, sempre in ambito sanitario, è avvenuto di recente per il 118, il servizio di pronto intervento.

Dietro questo apparente impazzimento c’è la presa d’atto che le cose, così come sono, contabilmente non stanno in piedi. Di conseguenza si cerca una via d’uscita. Il problema vero è la carenza di risorse e si tenta di ovviare con escamotage organizzativi.
Ma visto che servono soldi, c’è una strada sicura per reperirli. Fino ad ora è stato preso alla lettera il provocatorio Petrolini che esortava a prelevare il denaro dove si trova, cioè presso i poveri “che ne hanno poco, ma sono tanti”!
Io preferirei invece che si lasciassero istituzioni e servizi comodamente sotto casa e sotto lo sguardo vigile dei cittadini; magari creando alleanze e facendo rete in un sistema consortile, ma restando ciascuno ancorato al proprio territorio. E per reperire il denaro auspico il rivoluzionamento della prassi: i soldi li si prenda là dove realmente si trovano, presso i ricchi che sono pochi ma ne hanno tantissimi…

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Equità e decenza: a tagliare gli stipendi d’oro si parte dal nord-est

Ci piace richiamare qui, la conclusione dell’articolo di un recente fondo del Corriere del Veneto dal titolo “Per l’equità e per la decenza”, a proposito della riduzione dei tantissimi super stipendi dei manager delle aziende municipalizzate e pubbliche nel Veneto, anche perché, per ora, si parte a da questa parte del nord-est: “[…] l’etica di un nuovo civismo e della nuova politica oggi fa un piccolo-grande passo in avanti. Sottolinearlo ci dà soddisfazione, ma non basta. Noi continueremo a dire che molti altri piccoli passi vanno compiuti nel rispetto della dignità collettiva e delle finanze di un Paese la cui irriformabilità vorremmo fosse sempre più contraddetta.”
Si parte con Acque veronesi dove il manager accetta di ridursi il super stipendio di ben 50 mila euro, poi dalla Regione veneto scatta un’articolazione della Veneto spending review con ben 28 nomi di manager più pagati incasellati in un riquadro del quotidiano del gruppo Corsera.
Anche questi segnali rappresentano una piccola ma significativa parte di quei tagli di cui il “cambia verso” del premier Matteo Renzi parla, quando spiega il modo in cui si andranno a recuperare quelle risorse dalle storture e devianze della spesa della pubblica amministrazione. Un segno di equità, anche per i tanti italiani che non arrivano alla fine del mese, per quel disastroso 42% di giovani disoccupati secondo le ultime stime, e ai pensionati da 450 euro al mese. Un atto dovuto per schiodare privilegi e clientele che si annidano nelle organizzazioni decentrate, come le Regioni, i Comuni e le tantissime aziende pubbliche locali, le partecipate, alle quali ormai è affidata quasi in toto la gestione dei nostri servizi e che sono arrivate ad essere oltre trentamila.
Ci sono piccole battaglie che tutti siamo chiamati a compiere, anche per aiutare il nostro Paese e i tanti territori delle provincie italiane ad uscire dalle secche dei silenzi e delle indifferenze diffuse, ma ancora di più per compiere un atto di orgoglio civico, alzando finalmente la testa, per dire “ci sto anch’io!”.
Non è questa la sede per capire cosa faranno la Sicilia, la Basilicata e l’Emilia-Romagna, ma sarebbe bello vedere che anche lì qualcosa si muove. Anzi vi chiediamo, carissimi signori amministratori (presidenti, sindaci, amministratori delegati ed unici…) di agire in questo senso e subito, perché questo paese deve farcela. E non fermatevi solo ai manager, andate dentro ai rivoli dei vostri apparati e stanate le incrostazioni e le resistenze.

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