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LO STESSO GIORNO
Gino Bartali, tra il Tour de France e l’olocausto

18 luglio 1914
nasce Gino Bartali, il ciclista che salvò 800 ebrei dall’olocausto

Oggi, a cent’anni di differenza, il ciclista professionista viene ancora ricordato da tutti per le sue numerose imprese. L’intramontabile, chiamato così per la sua capacità di tornare in pista a metà anni ’40, durante gli anni della sua carriera vinse tre Giri d’Italia (1936, 1937, 1946) e due Tour de France (1938, 1948), oltre a numerose altre competizioni.  Gino viene anche ricordato per la staffetta partigiana, l’aiuto che diede agli ebrei durante la seconda guerra mondiale.
Il ciclista dalla fortissima fede religiosa, dopo la guerra non si staccò mai dalla propria tessera dell’Azione Cattolica, aiutò centinaia di ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale. Allo scoppio della guerra Gino era già un ciclista professionista, e questo gli permise di avere molta più libertà di spostamento dovendo continuare ad allenarsi. Dal 1943, in seguito all’occupazione tedesca dell’Italia, Bartali che era già un corriere della resistenza, giocò un ruolo fondamentale nel soccorso degli ebrei.

Gino Bartali nacque in provincia di Firenze, a Ponte a Ema, questo stesso giorno, il 18 luglio 1914. A nove anni fu mandato garzone nel negozio di biciclette dell’ex corridore Oscar Casamonti, e qui per la prima volta Bartali scoprì il suo amore per la bicicletta. Nel giro di due anni si costruì da solo la prima bicicletta. Nonostante la bici rudimentale e la poca forza nelle gambe ancora da bambino, Bartali sfrecciava tra le vie toscane sognando un giorno di poter competere con i più grandi.
Vinse la sua prima corsa il 19 luglio 1930, gareggiando con la bici da lui costruita alla corsa locale Rovezzano-Rosano. Purtroppo venne squalificato perchè aveva superato di un giorno il limite massimo di età. Ciò nonostante quella vittoria, quella primissima vittoria, segnò Bartali a vita, regalandoci il campione che oggi tutti conosciamo.
Da allora il Ginettaccio corse numerose competizioni come ciclista dilettante, fino a quando, nel 1934, vinse la sua quinta Coppa di Bologna, e decise di passare al professionismo. Solo due anni dopo, nel ’36, vinse il suo primo giro d’Italia, dimostrandosi per la prima volta uno dei migliori ciclisti presenti in Italia. Per quattro anni il dominio del toscano fu indiscusso, vinceva tutte le competizioni presenti. Tra una vittoria e l’altra non rinunciò mai a una vita fatta di mangiate e bevute, era conosciuto nell’ambiente come uno dei pochi atleti che non seguiva una dieta ferrea e fatta di privazioni.
Nel 1940 incontrò per la volta quello che sarebbe diventato il suo più grande rivale: Fausto Coppi. Si conobbero come amici e compagni di squadra, fu infatti Bartali ad insistere per avere Coppi come gregario, ma subito tra i due nacque una rivalità in sella alla bici. La loro rivalità ebbe però vita breve, perchè con l’entrata in guerra dell’Italia, i campionati e i giri vennero sospesi.

Durante la guerra Bartali indossò la divisa della GNR, la guardia nazionale repubblicana, una forza armata con compiti di polizia interna e militare. In realtà durante quegli anni Gino fu un perno fondamentale dell‘organizzazione clandestina DELASEMDurante i suoi allenamenti Bartali nascondeva foto e documenti nel cannone della sua bicicletta, portandoli ad Assisi dove venivano stampati documenti falsi che lo stesso Bartali portava agli ebrei nascosti. Nel 2006, quando gli fu conferita la medaglia d’oro al merito civile si stimò che con la sua staffetta salvò la vita a quasi 800 ebrei.
Per questo suo impegno durante la guerra, tenuto nascosto quasi a tutti per molti anni, ebbe numerose riconoscenze. Al ciclista non interessavano i titoli o le riconoscenze, lo si evince anche dalle parole che pronunciò durante una delle numerose cerimonie:
«Il bene si fa, ma non si dice. E certe medaglie si appendono all’anima, non alla giacca.».

Finita la guerra Bartali tornò a gareggiare nonostante in molti, giudicandolo troppo vecchio e fuori forma, si scagliarono contro la sua scelta. Nel ’46 vinse il Giro d’Italia, e a seguirlo di soli 47′ il suo ex compagno di squadra, Coppi.
Nasce in questa occasione una delle rivalità più storiche del ciclismo: Bartali vs. Coppi, il primo cattolico e simbolo della democrazia cristiana, il secondo iscritto al Partito Comunista. La rivalità tra due amici che era di più di semplice competizione sportiva, era un simbolo della polarizzazione della società, della spaccatura tra le due grandi correnti. É comprovato che lo stesso De Gasperi, fondatore della DC, chiamò l’amico e conoscente per incitarlo a vincere e a compiere un’impresa epica così da rasserenare gli animi.

Bartali morì per un attacco di cuore nel primo pomeriggio del 5 maggio 2000, all’età di 85 anni, nella sua casa di piazza cardinal Dalla Costa a Firenze. Fu sepolto però nel suo paese natale, Ponte a Ema, dove tutto il suo viaggio cominciò. Ginettaccio insegnò a tanti il rispetto e l’amore. Il suo insegnamento ancora oggi non è stato dimenticato, i suoi valori cristiani divennero giustizia sociale. Piccoli gesti, come il famoso passaggio della borraccia al rivale Coppi, sono il simbolo di un uomo che credeva nel rispetto e nella dignità e aveva fatto di questi i suoi valori guida.

“Io sono un povero stradino ignorante, con scarsa educazione, però rispetto tutte le opinioni e intendo essere rispettato”’. 

 

cane

“Il cane che ha visto Dio” e altri animali

 

Si chiama Galeone il cane che ha visto Dio nel lungo omonimo racconto di Dino Buzzati [Qui]. E poi c’è Nanà, la cagnolina abbandonata che Giovanni Eterno adotta a Roma. Infine Cane blu, il peluche che, nell’ultima puntata della serie tv Doc.Nelle tue mani, compare come un amuleto di bene a dare forza ai malati gravi di Covid 19.

la boutique del misteroGaleone è il cane-coscienza, che nel paese di Tis tutti credono sia stato il compagno fedele dell’eremita morto in un luogo isolato fuori dal paese e lì sepolto dalla comunità. Si aggira tranquillo per le strade e nella piazza senza fare altro che fissare gli uomini, poi riprende con passo dinoccolato il suo cammino di cane senza più padrone.

Siccome deve avere visto Dio nelle notti in cui dal rifugio dell’eremita si irradiavano raggi di luce bianca, una luce soprannaturale, ora i paesani lo percepiscono come il controllore dei loro comportamenti. Ne temono il giudizio, perché dentro di lui deve esserci una scheggia di Dio. Temendolo, rigano dritto. Col tempo la chiesa si ripopola durante la messa, il fornaio riprende a distribuire con onestà il pane ai poveri e così via.

hotel padreternoAnche Nanà dal canto suo compie un miracolo. Per capirlo dobbiamo spostarci dentro un’ altra narrazione, Hotel Padreterno di Robert Pazzi [Qui]. Si tratta dell’ultimo romanzo pubblicato dallo scrittore ferrarese: la stesura è durata tre anni, ma alla fine ha prodotto un racconto intenso e al tempo stesso leggero alla lettura, tra realismo e visionarietà , giocato come è sul piano umano e su quello divino, con la città di Roma al centro.

Dio si è preso una “vacanza dall’eternità” e ora passeggia per le strade e le piazze della città dentro al corpo di Giovanni Eterno, un anziano signore di 78 anni. È Dio nella sua versione umana a osservare la vita, a incontrare persone di ogni tipo, a fare amicizia con un bambino speciale e la sua famiglia.

Nanà arriva in un giorno qualunque ed è lei a scegliere, con uno sguardo adorante, questo anziano signore che la porta con sé e la fa adottare dalla famiglia del bambino. Le procura cibo e affetto, ora che Nanà ha partorito i suoi cuccioli e li deve allattare.

Tra tutti i sentimenti e i patimenti umani, che Dio sta provando in queste settimane, Nanà sa infondergli il più forte, quello della maternità. Giovanni, che è Padre nei cieli e padre di Emmanuele qui sulla terra, riceve dalla cagnolina il senso del suo essersi umanizzato e la consapevolezza della missione che è venuto a compiere proprio qui nella Città Eterna, prima di ritornare là dove i suoi santi lo attendono con ardore impaziente. E’ venuto a portare nuova linfa alla nostra nazione che invecchia e sente spenta la voglia di vivere.

doc - nelle tue maniCane blu” è stata la battuta condivisa da medici e infermieri dell’ospedale milanese in cui lavora il quasi-primario Doc, lanciata come un grido di guerra davanti ai casi difficili. Ci è stata fatta conoscere, sapientemente, solo nella puntata più recente di questa serie televisiva tanto seguita [Qui].

Attraverso un lungo flash back abbiamo ritrovato i nostri eroi del reparto di medicina generale  impegnati nella lotta contro il Covid, con le tute da astronauti e la scenografia distopica delle sale di terapia intensiva.

Fra spavento e voglia di catarsi assistiamo alle loro fatiche e se nella abnegazione dei loro gesti a un certo punto compare quello di consegnare a un papà intubato il cane di peluche del suo bambino è fatta: ci travolge un’empatia totale e cane blu entra nel nostro linguaggio. Non sarà una scheggia di Dio, ma è segno della resilienza a cui siamo chiamati. ‘Resilienza’, la parola è passata anche ai piani economici nazionali e si avvia a essere abusata.

Meglio cane blu, che oltre a indicare il bisogno di fare fronte ai guai indica anche come farlo, con la condivisione. Nel reparto a un certo punto Doc mette su una canzone ben ritmata e si mette a ballarla. Con lui medici e infermieri cominciano ad ancheggiare e a portare in alto le braccia e noi sorridiamo, scaricando con guizzo ariostesco tutta la tensione emotiva di prima.

Jerusalema è una preghiera espressa in lingua venda dal musicista africano Master KG [Qui] che ha avuto molto successo nel 2021; molti forse non sanno che contiene la richiesta di salvezza a Chi non è di questo mondo, tuttavia se l’hanno ascoltata oppure ballata in gruppo hanno compiuto il primo passo.

Fin qui ho chiamato in causa tre cani, tutti usciti da racconti sulla vita ma indiscutibilmente veri. Me li ha fatti incontrare nel quotidiano una nuova piccola sintonia con ciò che sto leggendo o guardando alla tv. Incontrare cani nella vita, come nelle fiction, del resto non è difficile.

Nella mia giornata incontro anche gatti, passerotti e merli:  sono “i sereni animali che avvicinano a Dio” – come li ha definiti Saba –  a cui preparo mattina e sera il cibo da lasciare in giardino. In realtà se qualcuno mi interrompe  mentre sbriciolo il pane dico: “ Un attimo che finisco la mia azione francescana e arrivo!”

E nel dire ‘francescana’ penso al santo e insieme a Papa Francesco, che intervistato da Fazio nella puntata di domenica 6 febbraio a Che tempo che fa ha pronunciato frasi tanto potenti quanto semplici sul bisogno che abbiamo di condivisione e di amicizia.

Potrei cambiare queste due ultime parole con ‘dignità’ e ‘rispetto reciproci.

Ora devo leggermi per bene gli articoli n. 9 e n.41 della Costituzione, che sono stati modificati di recente dal Parlamento; so che le modifiche apportate intendono garantire una maggiore sostenibilità ambientale, la tutela della salute e la sicurezza della collettività, la tutela degli animali. Ma vorrei saperne di più. Magari per scoprire un’altra scheggia di empatia tra un atteggiamento collettivo e le mie briciole di pane.

Fonti:

  • Roberto Pazzi, Hotel Padreterno, La nave di Teseo, 2021
  • Dino Buzzati, Il cane che ha visto Dio, in La boutique del mistero. Trentuno storie di magia quotidiana, Mondadori, 1968
  • Serie televisiva diretta da B. Catena e Martelli,  Doc. Nelle tue mani, seconda stagione, episodio di giovedì 10 febbraio 2021
  • Saba, A mia moglie, in Canzoniere, 1921

Per leggere gli altri articoli e indizi letterari di Roberta Barbieri nella sua rubrica di Mercoledì, clicca [Qui]

Occhi

Quella mattina, mentre faceva colazione, Miriam guardava rapita un telefilm. Uno di quelli americani, una serie dipanatasi nel tempo contando chissà quante puntate. Un telefilm “leggero”, ma con interpreti di valore, come fanno negli Stati Uniti dove, anche nelle pellicole più commerciali, sono impegnati attori di grande carisma ed esperienza.
Di tutto l’intrigo della sceneggiatura, l’aveva colpita una sequenza. L’anziano proprietario di un cavallo, dopo vari tentativi di curare l’animale vecchio e artritico, ormai con liquido nei polmoni, si era deciso ad abbatterlo. Alla sua maniera, naturalmente, in perfetto stile western, anche se moderno: con la carabina, puntando alla testa. Era il suo animale, il suo amico, era giunto il momento di alleviare le sue sofferenze.
Nelle sequenze in cui prendeva la mira, le ottime inquadrature del cameraman avevano immortalato la recitazione da oscar dell’attore. La decisione, l’occhio sbarrato sul mirino, il prendere la mira, l’indugio nel premere il grilletto, un battere di ciglia, l’occhio che si appanna, le emozioni che hanno il sopravvento, i ricordi, i muscoli del viso che si rilassano, lo scoramento, l’incapacità di proseguire sino al desistere, affidando il compito al veterinario. L’attore aveva fornito un’interpretazione così veritiera e umana, senza parole, perfetta nei tempi e nell’intensità, che a Miriam si era contratto lo stomaco e aveva emesso un singulto.
Quando le succedeva, la donna aveva un gesto di stizza e insieme di affetto verso se stessa, borbottando che era diventata troppo sensibile. Commuoversi davanti ad un telefilm!
Il fatto era che, al di là dell’eccellente performance dell’attore, Miriam era stata assalita dalla compassione. E dai ricordi.
Anche lei aveva avuto diversi animali. Cani e gatti che aveva amato come si potevano amare gli animali. Mantenendo cioè un distinguo con gli esseri umani. Ma solo perché appartenevano a specie diverse, non per un diverso codice comportamentale che esigeva prima di tutto — prima di tutto — il rispetto. Il rispetto per la loro condizione di cane, di gatto, di animale con marcate caratteristiche. Li aveva amati, quindi, non solo accudendoli e dando loro affetto, ma rispettando la loro natura, senza farli diventare la parodia di un essere umano.
Aveva pianto quando aveva raccolto due suoi gatti spiaccicati sulla strada, quasi un tutt’uno con l’asfalto, da doverlo grattare — il tributo pagato alla libertà che, su consiglio del veterinario, non aveva sottratto loro, rinchiudendoli a vita in casa. Aveva pianto quando aveva dovuto far sopprimere gatti e cani ormai talmente sofferenti incurabili o in agonia che, a non dar loro una morte rapida e indolore, sarebbe stato egoismo, l’ostinazione a tenerli in vita anche a costo del loro strazio.
Il telefilm terminava con una citazione di Konrad Lorenz, riferita al cane ma che, per l’occasione, la nipote del vecchio cambiò rapportandola al cavallo e donandola al nonno: La fedeltà di un cavallo è un dono prezioso, che impone obblighi morali non meno impegnativi dell’amicizia con un essere umano. Il legame con un cavallo fedele è altrettanto “eterno”, quanto possono esserlo, in genere, i vincoli tra esseri viventi su questa terra.
“Ecco” pensava Miriam. “Penso di aver avuto questa fortuna. Che anche i miei animali l’abbiano avuta”.
E le tornavano in mente gli occhi delle sue bestiole — gli occhi. Quelli che le avevano parlato con sentimento puro, con gioia e disperazione, con pena e felicità, con libertà e dedizione. Era sicura che anch’essi avessero visto le stesse espressioni nei suoi occhi. E poiché gli animali erano capaci di interpretare la mimica facciale — gli atavici segni comuni ad ogni essere vivente — anch’essi avevano capito quello che lei provava nei loro confronti. Il rispetto. L’affetto.
E le sovvennero tutti i dibattiti e i discorsi sull’eutanasia, sul testamento biologico, sull’accanimento terapeutico e sulla terapia del dolore o sulla sedazione completa, non sempre applicata, quando la situazione era irrecuperabile… — Parlo per me, — iniziava così, durante le discussioni, infervorandosi. — Io non ho paura della morte, ma del dolore, e credo di essere solo di passaggio sulla terra, perché destinata ad una vita dopo. Ed è inumano e un oltraggio alla mia dignità tenermi a forza qui, a costo di ulteriori sofferenze e di trattamenti sproporzionati ai risultati, invece di sedarmi completamente e lasciarmi andare, quando non c’è più nulla da fare. Perché solo chi patisce sa quanto è lungo un secondo di dolore.
E poi pensava ai morti per coronavirus in terapia intensiva — a quelli nel periodo più nefasto e a quelli attuali, che morivano nello stesso modo ma che, essendo in numero minore, suscitavano meno scalpore, meno riflessioni, meno interesse — e agli infermieri che avevano avuto la pietà e la compassione dell’assistenza, di tenere loro la mano, anche se guantata, sino al momento del passaggio. Pensava ai loro occhi — gli occhi — al muto linguaggio che li aveva uniti, attraverso gli strati di protezione, oltre le parole. E pensava che l’essere umano era capace di cose bellissime.

(Carla Sautto Malfatto – tutti i diritti riservati)

‘Laissez faire‘ non è uno slogan civile

Degli svaghi notturni dei giovani ferraresi, del fastidio procurato ai residenti e delle possibili soluzioni da adottare si è a lungo discusso nelle settimane scorse. Poi, come sempre, il dibattito pian piano si spegne. Ma il problemi restano aperti e insoluti. “Piazza Verdi” e la ‘movida’ di via Carlo Mayr sono specchio di situazioni che si verificano anche in altri luoghi e in altre città: conciliare aspettative e interessi divergenti non è mai cosa semplice.
Per quanto mi riguarda devo premettere, per onestà, che sono politicamente anti-leghista, sopratutto a causa della politica verso l’Europa e verso gli immigrati, per l’uso di un linguaggio spesso cosi volgare e aggressivo contro quasi tutti coloro che non gridano “Prima gli Italiani!”. Il senso della famosa sentenza ‘“law and order” richiesto da un leghista non è la stessa cosa ho in mente io. Le cose che costoro hanno presentato negli ultimi anni non rappresentano certo un modello per una nuova cultura democratica. Non voterei mai la Lega o, per me come cittadino tedesco, il partito “Alternativa per la Germania“ (Afd). ll loro antisemitismo e anti-democratciismo, la loro volgarità di linguaggio, non mi piacciono per niente.
Ma devo confessare, anche, che posso capire la politica del Comune di Ferrara, dell’amministrazione di Destra, verso la “Movida” notturna senza regole chiare.
Facciamo un esempio che mi fa arrabbiare non con il Comune ma con i clienti degli ‘streetbar’ in via Carlo Mayr: è un diritto bloccare completamente una strada pubblica come succede durante i mesi estivi quasi ogni notte? Certo, “cosi fan tutti” ma una strada pubblica ha le sue regole. Cosi invece, requisito un pezzo di città che è di tutti.
Talvolta, passando in piena notte a Ferrara, fra piazza Travaglio e piazza Verdi, in via Carlo Mayr ci si sente in un “failed district”, un territorio senza regole, dove il cliente diventa il re e il cittadino (non cliente) deve rispettare suo malgrado una legge non scritta.

Per essere chiaro: nemmeno io provo grande nostalgia per la ‘Ferrara funerea’, una città silenziosa e noiosa come è stata Ferrara per decenni. Mi piace l’idea della “movida”, con la possibilità di essere in contatto con amici e stranieri all’aperto; ma talvolta il rumore diventa davvero insopportabile come in un cantiere con le perforatrici ad aria compressa. Soprattutto venerdì o sabato notte, talvolta fino alle 4 di mattina, non è possibile dormire. Non capisco neppure perché molte stradine in questo storico e bellissimo quartiere di Ferrara siano diventate con gli anni sempre più una sorta di bagno pubblico a cielo aperto, per qualsiasi impellente “bisogno umano”.
Anche per questo avverto grande solidarietà per i residenti, che mattina dopo mattina curano il quartiere dove vivono. Grande rispetto anche per le donne e gli uomini della nettezza urbana, che ogni giorno fanno un lavoro, spesso sgradevole, per riportare un po’ di civiltà in un quartiere incantevole durante il giorno e che lo dovrebbe essere anche di notte.
“Tutti devono accettare le norme”, come ha detto la candidata sindaca della lista civica Roberta Fusari durante la campagna elettorale, ma senza un chiara indicazione di sanzione legale per i trasgressori resta un’affermazione un po’ naif .
Negli anni precedenti, di notte, purtroppo, tanti clienti degli ‘streetbar’ non hanno mai accettato le norme e non credo che le accetterebbero oggi solo perché lo chiede una rappresentante dell’opposizione in Consiglio comunale.

Ampliando il concetto, quanto succede a Ferrara è specchio di tanti piccoli diffusi disagi che insieme però rendono conflittuale il clima comunitario. Una nuova Sinistra, in Italia e in Europa, deve trovare una posizione chiara e credibile a partire già da queste situazioni di quotidiani fastidi, e non di tipo “laissez faire”: se la Sinistra non ha il coraggio di prendere posizione sui problemi della sicurezza e delle norme di convivenza, incluse le sanzioni possibili, la Destra (sia la Lega in Italia, sia l’Afd in Germania) avrà di fronte un futuro radioso per anni.
Sulla sicurezza urbana, il rispetto verso gli altri (anche verso gli stranieri) e sull’angoscia diffusa si giocherà infatti la partita politica dei prossimi anni. E, proprio per questo, “laissez faire” non è, e non può più essere, uno slogan adeguato né per una nuova Sinistra, né più in generale, per le forze che si definiscono civili e “non-populiste”.

Il rispetto: passaporto per le relazioni

Il rispetto, intenso come valore sociale, può essere considerato un atteggiamento o comportamento di riguardo. Si tratta, senza dubbio, di un valore positivo, che possiamo porre in essere nei confronti di noi stessi, quando tendiamo all’essere coerenti con quanto pensiamo e facciamo, delle persone che ci circondano, tenendo conto delle loro caratteristiche e differenze individuali e del contesto nel quale viviamo.
L’utilizzo dell’empatia, facilita il concretizzarsi di tale valore e di conseguenza l’efficacia delle relazioni interpersonali che si generano quotidianamente.

“Segui sempre le tre R: Rispetto per te stesso, Rispetto per gli altri, Responsabilità per le tue azioni”
Dalai Lama

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

LA RECENSIONE
“Spirito libero”, un viaggio senza tabù fra politica, etica e informazione

di Giovanni Brasioli

Ci sono mondi in cui l’istinto sostituisce il desiderio e l’appetito prende il posto del sogno, mondi in cui tutto diventa numero e vengono introdotti termini quali risorse umane, investimenti affettivi, consumatori; e poi c’è un mondo contrapposto, evocato da Sergio Gessi: giornalista, scrittore e docente universitario. Nel suo universo non c’è una scorciatoia per il paradiso e quindi non ci sono porte a cui bussare per chiedere oboli o assoluzioni; il percorso è senza tabù ed un racconto, spesso impietoso, intessuto di storie realmente accadute. “Spirito libero” è un contenitore di articoli, commenti, interviste con cui Gessi tratteggia un Paese in declino, raccontando le tristi ascese e le altrettanto tristi discese di alcuni dèi di passaggio: da Soffritti a Franceschini, passando per il Pci e gli altri partiti. Nemico del sentito dire, del sentito vivere e del sentito scrivere ‘il professore’ è convinto che anche quando la realtà tocca il buio più fitto c’è pur sempre qualche bussola in grado di indicare la direzione giusta. Sin dalle prime pagine l’autore si muove in “direzione ostinata e contraria”, scagliandosi contro l’idea-moloch secondo cui “se sei in dissonanza con il mondo non è il mondo che devi cambiare ma devi adeguare te stesso”. In un paesaggio di macerie – dove è stato insegnato alla gente a pensare che il contesto in cui vive sia l’unico possibile e immaginabile – Gessi (come scrive Paolo Pagliaro nella prefazione al testo) “procede con lo sguardo del corrispondente di guerra, freddo eppure partecipe”; diverte, commuove e restituisce un po’ di onore al moralismo ‘sano’, come quando spiega che il primo passo per la risalita dagli inferi è il recupero del rispetto autentico per gli altri e di conseguenza, per se stessi.
“Spirito libero” provoca il lettore interrogandolo sul da farsi, riga dopo riga, pagina dopo pagina, in un saliscendi etico che contrappone la scelta incondizionata al conformarsi. Il pronunciamento ideologico del professore declina al plurale esigenze spesso atomizzate, e ci ricorda quanto sia necessario ricominciare a pensare in una prospettiva utopistica, a costo di essere presi per folli, consapevoli che (per dirla con Nietzsche) “quelli che ballano vengono visti come pazzi da quelli che non sentono la musica”. Soltanto così si potrà creare un mondo più vivibile per tutti, anche per gli ‘schiavi, coloro che pur non avendo catene ai piedi sembrano ormai incapaci di immaginare una vera libertà.

Presentato alla libreria Feltrinelli di Ferrara da Andrea Cirelli, Tito Cuoghi e Gian Pietro Testa (che hanno dialogato con l’autore), “Spirito libero” è disponibile in tutte le principali librerie, anche online. La prefazione è di Paolo Pagliaro.

Stranezze dal Giappone: c’è una bicicletta Bianchi in strada

Tutte le cose hanno una memoria. Noi la riconosciamo e l’interpretiamo. Così Remo Bodei si affianca all’idea giapponese del valore delle cose. Non è un valore puramente economico, ma principalmente personale. La scelta di una cosa è dettata dalla nostra memoria culturale, da significati estetici e tecnici. Considerando che la scelta delle cose è riflesso della nostra personalità, le cose acquisiscono valore personale. Se c’è rispetto per la persona, c’è anche rispetto per le sue cose.
Fuori dalla vetrina di una pasticceria giapponese a Tokyo vedo una straordinaria bicicletta Bianchi. Alta tecnologia su due ruote, telaio speciale, di un bel mite azzurro tradizionale. C’è anche la borraccia, forse la stessa che nel 1952 si stavano scambiano Coppi e Bartali nella famosa tappa Losanna-Alpe d’Huez, sul passo del Galibier, del Tour de France.
Tutti le passano davanti, tutti forse l’ammirano, ma nessuno la tocca.
Perché mi deve sembrare strano?

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Stranezze del Giappone: antica tradizione e moda occidentale a braccetto

Che paghi il Comune

“Che paghi il Comune!”, un ben noto refrain. Eppure il Comune siamo noi. E se paga il Comune lo fa pure coi soldi nostri… Che c’è, allora, alla base di questa sindrome dissociativa che rende la casa pubblica un’entità estranea, talvolta nemica? Diffusa – e spesso fondata – è la percezione di un potere autoreferenziale, che risponde alle proprie logiche, incurante dei reali bisogni dei cittadini, e che piega le istituzioni a proprio vantaggio.

Riappropriarsi dei luoghi della democrazia – governo del popolo esercitato tramite i propri rappresentanti – significa scacciare i mercanti dal tempio e ripristinare il corretto ordine delle cose. Per riuscire nell’impresa bisogna saper scegliere e designare persone oneste, affidabili, capaci.

Il politico deve essere onesto, certo. Ma essere onesti non basta, il politico deve essere onesto e capace insieme. Il problema invece è che abbiamo molti politici disonesti e qualcuno, perdipiù, anche incapace.

L’onestà è un requisito imprescindibile, ma di per sé insufficiente a garantire il buon governo; per questo servono anche altre doti: competenza e lungimiranza, per esempio. Unite al sapere e magari al saper fare.

Ma non si può prescindere neppure dalla capacità di mediazione. Sì, perché mediare fa parte delle arti del governo (e della vita)… Su questo punto scivoloso, però, bisogna intendersi, perché il cosiddetto compromesso ha una faccia nobile e una ignobile – spesso prevalente in politica e in affari – che comprensibilmente genera un moto di ribrezzo. Troppe volte, anche in sede pubblica, gli accordi si stipulano al ribasso, in forma biecamente compromissoria, e sono finalizzati alla tutela di interessi opachi delle parti coinvolte che prescindono – quando non ostacolano addirittura – il compiersi del reale bene comune. Ma questa evidenza non può cancellare la considerazione del valore del nobile e imprescindibile compromesso, quello che ricerca un punto di equilibrio a salvaguardia di bisogni e legittime aspettative che, laddove non possono essere soddisfatti appieno, devono essere con saggezza contemperati nell’interesse di tutti e a tutela dei diritti di ciascuno. Ma dei diritti, non degli appetiti!

Compromesso è un termine degradato. Ma, respinto l’ignobile compromesso che ben ci è noto, va praticato il suo opposto: il compromesso virtuoso, spesso indispensabile per conciliare, nel limite del possibile, bisogni e aspettative differenti, limitando le ragioni di conflitto nell’ambito comunitario.

Non sempre però il compromesso è possibile, e talvolta non è neppure auspicabile. E’ lecito e opportuno solo laddove sia coerente con i valori che ispirano il patto di cittadinanza stipulato fra i membri della comunità.

Compromesso è mediazione, a tutela di ragioni, ideali e interessi diversi. Con questo spirito i padri costituenti scrissero la Carta che designa le norme fondanti del vivere comune, nel segno del rispetto e della reciproca tolleranza. Rispetto e tolleranza: concetti oggi estranei al lessico di molte forze partitiche.

La classe politica deve invece recuperare questa capacità di mediare al rialzo, non al ribasso. E deve potersi mostrare senza imbarazzi, senza necessità di maschere e belletti utili solo a celare un’immagine appannata. La politica deve tornare a risplendere nella propria limpida onestà. Valore – questo dell’onestà – imprescindibile ma, ripeto, di per sé insufficiente: tale pre-requisito politico deve infatti accompagnarsi alla visione, quindi alla lungimiranza, e insieme alla concreta arte ‘del fare’, attuata rigorosamente con modalità lecite e azioni limpide e trasparenti.

E’ stucchevole dover ribadire questi concetti e a qualcuno potrà apparire banale. Ma se oggi si rende di nuovo necessario enunciarli – e occorre farlo con forza – è perché evidentemente di queste condizioni basilari – e dei valori da cui promanano gli imperativi a cui il politico dovrebbe ispirare il proprio operato – non vi è più certezza, dacché in molti li hanno calpestati e infangati.

Da qui, dunque, si riparte, dalle basi. E solo su ‘queste basi’ è possibile riedificare un progetto politico, qualunque esso sia, degno di essere considerato. Parliamo, quindi, di una condizione pre-politica imprescindibile per chiunque, al di sopra degli specifici orientamenti: una condizione che precede la formulazione del progetto e del programma di governo, un dovere etico imprescindibile, che chiunque deve necessariamente rispettare. Su queste fondamenta nasce la politica, la bella politica, e germogliano la visione, il disegno programmatico, le linee operative e l’individuazione degli interventi concreti: il fare. L’operoso fare, che personalmente auspico a vantaggio del bene comune e a salvaguardia dei più deboli.

 

(Nella foto un’installazione della mostra “Inganni arcimboldeschi” allestita al museo Bertozzi & Casoni di Sassuolo)

La lega è storia nostra, riprendiamocela

Oilì oilì oilà e la lega crescerà e noialtri lavoratori vogliam la libertà”

La lega, storicamente, è stata l’espressione delle società di mutuo soccorso, delle cooperative e di tutte quelle forme di aggregazione volte a tutelare i diritti dei soggetti e delle classi oppresse, in nome dei principi di uguaglianza e solidarietà che hanno indotto (principalmente) operai, braccianti e donne (ma anche intellettuali illuminati) a unirsi per dare voce e forza alle loro lotte per il riscatto sociale e il progresso. La lega, dunque, è storia nostra, storia di chi si batte per la giustizia e l’uguaglianza: è l’espressione del bisogno degli ultimi di consorziarsi per far fronte comune e non essere travolti da uno sviluppo selvaggio, nel quale gli esseri umani sono solo ingranaggi di un sistema finalizzato all’arricchimento di pochi. Ora come allora.

Quando dico storia “nostra” non mi riferisco a vecchie (e ora spesso ingannevoli) logiche di schieramento: faccio riferimento a valori e ideali da recuperare e da riaffermare attraverso un solido progetto di trasformazione in senso progressista della società e a un coerente programma di azione.

Ci siamo fatti sottrarre questo patrimonio lasciando campo libero agli usurpatori, prima ai Bossi e poi ai Salvini che oggi esibiscono il vessillo… E la verde, biliosa Lega di oggi è quella stessa che all’inizio della propria parabola partitica si proclamava orgogliosamente “del Nord”, già alimentando fin dall’origine un inaccettabile discrimine fra settentrione e meridione, che nulla c’entra con l’antico patrimonio valoriale della lega dei lavoratori.

Oggi l’aggregazione di militanti ed elettori che sostengono la Lega (funesto baluardo erto al comando del governo nazionale) fa leva principalmente sulla giustificata e dunque comprensibile paura dei tanti che vedono compromesse le certezze acquisite grazie alle battaglie per il progresso combattute nel corso del Novecento dai lavoratori e concretizzate in una Costituzione illuminata e nelle coerenti garanzie fornite dallo Stato sociale. Acquisizioni e tutele dissipate dall’insipienza – quando non dall’indifferenza o peggio dall’ostilità – del ceto politico che ha maldestramente condizionato nell’ultimo trentennio le sorti della Repubblica e dei partiti, anche di quelli della sinistra.

Tanti cittadini, dunque, hanno aderito alla verde Lega o comunque la votano principalmente per rabbia o per sconforto, non trovando altri argini o sponde a ristoro del loro profondo malessere sociale. Fra i sostenitori attuali della Lega ci sono tanti elettori in crisi che hanno perso i loro riferimenti ideali e affrontano, nella nebbia, le incertezze del presente con disagio e talvolta disperazione.

E la paura in sé – quando non è controbilanciata da un coraggioso slancio teso al cambiamento, ma si alimenta di rancori e si limita alla brama di tutela dell’esistente o al rimpianto del vecchio – assume un pericoloso sapore regressivo e reazionario, che del reale progresso è nemico.
Inoltre, numerosi militanti della nuova Lega appaiono motivati più da appetiti che da sogni. Così, all’esca della bieca soddisfazione dell’interesse personale aderisce una consorteria di furbetti dall’indice sempre lesto ad additare i peccati altrui, ma dalla coscienza non immacolata e dall’indole incline a perdonar facilmente se stessi e le proprie ‘debolezze’: ed ecco il trionfo di una classe piccolo borghese che si scandalizza per le ruberie e le malefatte degli altri ma che è assai indulgente nel giudicar se stessa. E’ così che stiamo sprofondando in un infernale girone di qualunquisti, animati dalla brama di denaro, intenti a tutelare (più che gli ideali e l’interesse comune) il proprio preteso diritto a coltivare con ogni mezzo e indisturbati il personale tornaconto.

E’ evidente allora che il pericolo e i veri nemici non sono i disperati e i migranti, contro i quali ci si accanisce in un rigurgito di intolleranza e razzismo. La rettitudine non dipende dal colore della pelle: ci sono ladri e assassini fra i “negri” (per dirlo nel gergo muscolare dell’attuale Lega) come fra i bianchi: il discrimine è l’onestà, non la nazionalità, il convincimento politico o la fede religiosa. E i veri nemici, ora come allora – ai tempi dell’autentica virtuosa lega delle origini – sono i capitalisti, le lobby di potere: sono loro che ci vessano costringendoci al giogo. E allora evitiamo di ricadere nella trappola di chi ci spinge a combattere una guerra fra poveri per salvaguardare il proprio ruolo di dominio: apriamo bene gli occhi – e soprattutto la mente – e cerchiamo di capire in che mondo viviamo, chi regge i fili e chi sono i burattinai per non restare schiavi del nostro ruolo di burattini.

Per questo dobbiamo sottrarci alla dittatura dell’individualismo e sforzarci di ridare un senso nobile al concetto di lega e a quel grande sogno umanitario di un civile e solidale consorzio, proteso all’uguaglianza e al rispetto, al riparo dall’onta delle discriminazioni e del bieco e meschino egoismo imperante.

“La Lega” (‘Novecento’ Bernardo Bertolucci & Encardia)

Donne e montagna

“Le montagne sono le grandi cattedrali della terra, con i loro portali di roccia, i mosaici di nubi, i cori dei torrenti, gli altari di neve, le volte di porpora scintillanti di stelle” sosteneva lo scrittore, pittore e critico d’arte John Ruskin e non si può che essere d’accordo. Un tacito riconoscimento a quella parte del nostro Paese che vive tra le montagne e da esse tra linfa vitale. E in questo contesto il rapporto tra le donne e la montagna ha sempre avuto connotazioni speciali, un legame fortissimo intessuto di fatica, dedizione, coraggio, grande spirito di adattamento, rispetto e quella profonda conoscenza del territorio dettata dalla necessità di trarne benefici e sussistenza. Le donne sono sempre state le depositarie di quel sapere specifico che consentiva di interpretare e tradurre i segnali della natura, sfruttarne le risorse, mantenerne attentamente l’equilibrio e le caratteristiche, grate di tutto ciò che si poteva ricevere da un ambiente a volte magnificente, altre impervio e ostile.

Le icone della donna di montagna sono presenti in numerosi dipinti di Giovanni Segantini (Arco 1858, Svizzera 1899) che ci avvicinano a figure femminili che compaiono nell’habitat montano in tutto il loro impatto emotivo. Donne che trascinano faticosamente nella neve una slitta carica di legna, che lavorano serenamente a maglia mentre badano al pascolo del bestiame, si dissetano avidamente a una fontana di paese o reggono sulle spalle pesanti recipienti d’acqua, oppure ancora conducono una coppia di cavalli reggendoli energicamente per il morso. Altre immagini si soffermano su donne intente a raccogliere il fieno, scrutare l’orizzonte da un’altura con la voglia negli occhi di raggiungere casa, dopo una giornata di fatica massacrante. Ma la scena che dà il senso più completo e profondo dell’essere donna di montagna è quel capolavoro che rappresenta le due madri: una donna che alla luce fioca di una lanterna, nel tepore della stalla, tiene tra le braccia il proprio figlio, accanto alla mucca che veglia sul suo vitello, in un muto, complice legame tra mondo umano e mondo animale privo di mediazioni e considerazioni superflue.
La montagna ha sempre accolto una strana società e cultura al femminile in maniera più significativa che altrove per ragioni ben precise, le cui fondamenta storiche trovano giustificazione nell’emigrazione degli uomini in molte epoche e nelle guerre che allontanavano mariti, figli, fratelli, fidanzati; in molti casi anche le donne lasciavano le valli e paesi per lavorare lontano, ma dove sono rimaste, la montagna è uscita dalla marginalità, potenziando la propria cultura, conservata gelosamente, senza rinunciare all’innovazione e alla modernità che i tempi hanno via via richiesto. Le donne sono state da sempre le custodi della memoria, facendosi carico dei vivi e dei morti mantenendo attivi i legami col passato e col presente, imparando ad andare avanti da sole dove ce ne fossero state le condizioni. La presenza femminile è essenziale e preziosa per l’esistenza, la vita e la crescita culturale in tutti i suoi aspetti delle comunità alpine, anche se per molto tempo questa consapevolezza è stata soffocata dalla chiusura dell’ambiente che impediva un giusto riconoscimento: un clima sociale che imponeva ruoli rigidi e controllati, un senso del dovere intransigente che non lasciava spazio a legittime aspirazioni, paura della critica e della stigmatizzazione, conseguenti disagi nella salute fisica e nello spirito che derivavano dalla solitudine come persona ancor prima che come donna.
Oggi, la cultura di montagna ha lo stesso bisogno della componente sociale femminile e ne riconosce il valore. La donna è all’avanguardia nelle attività innovative di un’economia identitaria legata alle risorse del territorio: produzioni di qualità, turismo sostenibile, capacità comunicativa con l’esterno, visione e anticipazione. Molte donne hanno trovato spazi e collocazione con creatività ed energico entusiasmo in quegli esempi vincenti di microeconomia che a volte diventano anche eccellenza, dando un valore aggiunto a scenari naturali che sono già di per se stessi un miracolo di bellezza e fascino. La comunità ha imparato, nel tempo, a restituire alle donne quello spazio che nei vecchi stereotipi educativi era stato negato o sottratto, accordando loro più rispetto e fiducia. Sicuramente non siamo ancora arrivati ad un equilibrio ideale e i fatti di cronaca ci riferiscono ancora e purtroppo di drammi consumati spesso in famiglia ai danni delle donne a cui qualcuno si ostina a negare dignità. Il percorso è ancora da completare ma le donne di montagna non si fermano perché, come qualcuno ha fatto notare sorridendo un po’, “le donne non hanno vita facile; le donne di montagna ancora meno perché devono camminare in salita”.

Non fare agli altri…

di Federica Mammina

Nei rapporti umani, nei rapporti di amicizia, è normale ed è giusto che ci si senta liberi di chiedere qualcosa di cui si ha bisogno, che sia quella bella gonna per un appuntamento speciale, un consiglio o il conforto di un abbraccio. E può perfino diventare un’occasione per dimostrare il proprio affetto, quello che si definirebbe “esserci nel momento del bisogno”. Ciò che non è normale, e che confesso di vedere sempre più diffusa, è la convinzione che un rapporto esista esclusivamente nei momenti in cui si ha qualcosa da chiedere. Arrogandosi il diritto di non esserci più dopo aver ottenuto ciò che si pretendeva. Ovviamente fino alla successiva richiesta.
Ma i romani prima di “ut des” mettevano “do”, o sbaglio? Non fraintendete: non si tratta certo di soppesare ciò che si dà in cambio di ciò che si ottiene. La gratuità del gesto nobilita senza dubbio chi lo compie. Ma la reciprocità è segno di rispetto. Ed evitare che gli altri ci sfruttino per i propri bisogni, pretendere nei rapporti questa reciprocità, è segno di rispetto, prima di tutto verso noi stessi.

“L’allievo Tse Kung chiese: Esiste una parola che possa esser la norma di tutta una vita? Il maestro rispose: Questa parola è ‘reciprocità’. E cioè, non comportarti con gli altri come non vuoi che gli altri si comportino con te.”
Confucio

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

I DIALOGHI DELLA VAGINA
L’amico che ci prova…

Dall’amicizia alla proposta, cosa ne pensano lettrici e lettori quando qualcuno diventa inopportuno e si spinge troppo oltre, a volte ai limiti del rispetto.

Azzardi e lusinghe

Cara Riccarda,
mi è capitato diverse volte che dal mio comportamento educato si sia passati alla proposta di una notte o di una vita. Oggi compatisco e rispondo semplicemente che non sono interessata, ma la prima volta ammetto di essermi schifata da come quest’uomo sposato potesse anche solo pensare di farmi una tale proposta per poi tornare a giocare alla famiglia felice. E ho anche provato pena per quella poveretta, pur non conoscendola.
Una donna, invece, un giorno mi disse che avevo sbagliato a rifiutare la proposta perché, così facendo, avevo ferito l’ego dell’uomo. Se esistono donne convinte che si debba assecondare così l’ego del maschio, come possiamo pretendere che un uomo impari a individuare la differenza tra istinti e sentimenti?
Debby

Cara Debby,
ci credo poco alla benevolenza di queste donne che non vogliono ferire l’ego, semplicemente cedono alle lusinghe senza porsi troppi problemi. Non so rispondere alla tua domanda, però penso che se un uomo azzarda troppo, il filo si è già spezzato e allora anche l’amicizia, o quel che era, si incrina, anzi finisce.
Riccarda

Attenti all’Homo Mandrillus!

Ciao Riccarda,
quanto vuoto esprime l’uomo descritto in questa lettera. Purtroppo esistono anche questi individui che hanno un solo obiettivo: portarsi a letto la malcapitata che non si avvede della sua scarsa consistenza. Un uomo del genere è solo un egoista, i suoi non sono atti di gentilezza ma semplici calcoli per arrivare allo scopo prefissato. La gentilezza è dare senza pensare a ricevere, altrimenti si chiama calcolo. Traspare in questo personaggio la sua personale convinzione che nessuna può resistere al suo fascino, qualche moina, due parole al momento giusto e il gioco è fatto. Ho usato il termine “gioco” di proposito, perché per una persona del genere, sprezzante dei sentimenti altrui, si tratta solo di un gioco. Questo soggetto è anche un vigliacco, perché una volta resosi conto del suo comportamento, si scusa attribuendone la colpa a un modo errato di scrivere invece di scusarsi per essere stato un idiota (forse avrebbe avuto più successo). Le “doti” negative di questo soggetto, vengono esaltate dalla sua scarsa o nulla considerazione della donna, infatti a lui basta che una sia gentile o acconsenta di bere un caffè insieme per ritenersi autorizzato a tentare di portarsela a letto , ma non finisce qui, infatti per essere simpatico loda le sue doti fisiche e in ultimo le concede che è anche intelligente, dote non necessaria per i suoi scopi,perché a lui interessa l’involucro non il contenuto, pensiero evidenziato dalla mail nella quale esplicitamente le dice che gli piacerebbe fare l’amore con lei.
In questo confronto, ne esce vittoriosa la donna, che, intelligentemente, pur avendo capito le intenzioni del tipo, si pone dei dubbi, addirittura pensando di aver creato un malinteso, questo vuol dire avere rispetto delle persone perché prima di colpevolizzarle, ci si chiede sempre se è colpa nostra.
Il rispetto per la donna, quel qualcosa che manca a tanti uomini.
Approvo in pieno la reazione della donna e mi intristisce sapere che è un fatto vero, perché ci fa capire che ancora noi uomini non abbiamo raggiunto quella maturità necessaria a confrontarci con le donne, ad avere con loro un rapporto sano che non comporti l’inserimento del sesso in qualsiasi relazione si abbia con loro, in pratica, il nostro sguardo non va oltre il contenitore per scoprirne il contenuto, ci fermiamo ancora alle tette.
La bellezza non si sceglie, è un dono,essere gentili, leali, rispettare gli altri sono una nostra scelta e questo fa la differenza.
Buon lavoro e buona giornata, Gigi

Ciao Gigi,
a volte è un bene che certe cose capitino. Se lui non si fosse rivelato per quello che è e in quel modo, probabilmente lei avrebbe continuato a essere in buona fede. Per fortuna, uomini così non ce la fanno a non mostrarsi, la dichiarazione è l’atto massimo di presunzione e stupidità con cui pensano di fare centro. Il lato positivo è proprio questo, durano poco.
Riccarda

Come la volpe e l’uva…

Cara Riccarda,
credo sia capitato a ogni donna di essere vista come una macchina del sesso piuttosto che nella sua complessità e completezza. E’ umiliante e triste per chi è ‘vittima’ del proprio aspetto fisico ma ha un cervello attivo e funzionante, essere ricondotta alle sue tette.
Ci sono uomini che quando vedono una donna carina, fanno come la Fregata, un uccello che per corteggiare la femmina gonfia la sacca sotto al becco. Di uomini che si gonfiano per compiacersi è pieno il mondo e non hanno ancora capito che se vogliamo passare ‘un’ora d’amore’ sappiamo come prendercela. Trovo grottesco che l’uomo, spesso gonfio nel suo sentirsi superiore, non abbia capito che il suo piano macchinoso non serve a nulla. Se gli viene data, non è perchè ha fatto di tutto e abbiamo ceduto, ma perchè avevamo già deciso che fosse così. E quando gli viene negata? Dopo essersi ridicolizzato (per il sesso l’uomo la dignità la perde in un attimo), l’uomo fa come la volpe e l’uva, troppo acerba.
A

Cara A,
l’uva, per questo maschio volpe, sarà sempre più in alto e soprattutto acidissima, se la cerca così. Il fatto è che certi uomini non sono capaci di fare selezione in partenza e riflettere se sia il caso di fare proposte, sparano nel mucchio, e così qualche colpo indietro, non proprio indolore, gli torna sempre.
Riccarda

Potete scrivere a: parliamone.rddv@gmail.com

I DIALOGHI DELLA VAGINA
C’è chi dice no

Per lei*, due caffè e qualche telefonata di lavoro non sono niente, non aprono ad approcci che vadano oltre una conoscenza circoscritta, come tante.
Per lui (sposato e di vent’anni più vecchio), due caffè e qualche telefonata di lavoro sono il preambolo per arrivare a provarci.
Lui gentile, affabile, tendente alla confidenza, lei misurata, educata e silenziosa nel lasciare scivolare certi complimenti. Lei spera che lui capisca che non c’è storia, che eleganza è sapersi fermare cogliendo i segnali.
Finchè un giorno, lui le manda una mail scrivendo “Hai un gran bel fisico, due belle gambe, sei carina e – il che non guasta – anche colta e intelligente. Certamente sei il mio tipo e fare l’amore con te è una cosa che mi piacerebbe. Ma sono anche un po’ romantico. Quindi una bella cena, corteggiarti un po’ (come un po’ già faccio, senza grandi risultati), tutto quel gioco di seduzione che per me non può mancare. Fare l’amore per il piacere di farlo. Perché è bello, semplicemente. Perché amare qualcuno (anche se solo per una notte) è coinvolgente, sconvolgente, perché dura un’ora ma poi ti resta per tutta la vita”.
Lei non risponde, vorrebbe immediatamente prendere il telefono e urlargli come ti permetti, se sono prima carina e poi intelligente, beh sappi che quel po’ di cervello che viene dopo l’essere carina, mi basta per capire che mi fai pena perchè corteggiare una donna non è definirsi romantico, la seduzione è finezza e tu non ne hai proprio, e per favore, non sprecare la parola amare perchè amare per un’ora è un ossimoro. E poi mi fai ridere perchè nella tua presunzione di arrivare a segno, ci leggo tutta la miopia di chi non vede oltre se stesso. Sai cosa mi sconvolge? Non certo l’idea di una notte, anzi un’ora, con te, ma l’aridità di ciò che esprimi, la persuasione che usi per avvicinarti a me. Hai un pensiero tanto volgare quanto solido, tutte le tue proiezioni riducono me e quelle a cui lo avrai detto, ad accompagnatrici di una sera, scatole vuote dove fare rimbombare parole a lume di candela. Ti ha messo più a nudo la banalità con cui ti sei mostrato che averti visto senza mutande. Che ridicolo che sei, se davvero mi considerassi intelligente, avresti capito che questo non è un corteggiamento, ma è provarci fingendosi un signore. E tu non lo sei.
Lei pensa tutto questo, ma non lo chiama, aspetta, certa che si farà vivo. Si chiede se qualche suo atteggiamento possa avere creato un malinteso, ma non le sembra di essere mai andata oltre la cortesia e lo scambio professionale. Non era vera quella carineria inziale, era solo un modo per poi chiederle di andare a letto. Un machismo tronfio convinto di restare impresso in una donna per tutta la vita. Ma c’è chi dice no. No a chi dichiara che non guasta un po’ di cervello dopo le gambe, a chi pensa che buttare a caso parole cambi la sostanza di un profilo davvero basso.
Passano cinque giorni e lui scrive chiedendo se è arrabbiata e che trova strano non sentirsi per così tanti giorni. Il dovere sentirsi è troppo, come se ci fosse un rapporto speciale che non tollera il distacco. Lei non li ha mai contati i giorni, però ora capisce più chiaramente il perchè di certe telefonate ricevute ‘per salutarti’. Ha anche altri amici, colleghi, compagni di scuola che sente, ma nessuno ha mai piegato il rapporto in questo modo.
Poi lui la chiama, il tono di saluto è di chi vuole fare finta di niente, come se le parole, addirittura scritte, non avessero un peso e non avessero offeso. La reazione di lei è chirurgica, glaciale e definitiva.
Balbettando qualcosa del tipo mi sarò sbagliato a scrivere perchè ho scritto di fretta, lui le chiede scusa.
Care amiche lettrici, perchè, in certi casi, si passa da un caffè alla proposta di una notte? In che modo avete detto no ridimensionando un uomo che si era spinto troppo oltre? Come vi siete sentite?
*Una storia vera raccontata a Ferraraitalia dalla protagonista, di cui ho cercato di non disperdere l’anima tra le righe.

Potete scrivere a: parliamone.rddv@gmail.com
La rubrica va in pausa per qualche giorno, le vostre lettere saranno pubblicate il 30 giugno.

I DIALOGHI DELLA VAGINA
Uomini unici: il parere dei lettori

Lettrici, ma anche lettori, hanno definito quali sono gli uomini unici. Padri, mariti, amici, persone che fanno la differenza.

Rispetto e calcolo, a volte è difficile distinguerli

Ciao,
ho letto l’ultimo argomento sulla tua rubrica, molto interessante, credo che fornirà ottimi spunti di dialogo. Hai praticamente elencato tante di quelle qualità che dovrebbero essere patrimonio naturale di noi uomini, non tutti le hanno, siamo tutti carenti in qualcosa. A mio avviso, una delle qualità più importanti è quella di saper vedere una donna non solo come oggetto sessuale ma come persona, credimi, se si riesce ad andare oltre questa considerazione, molte strade si aprono per una reciproca comprensione e soddisfazione. La strada è ancora lunga e purtroppo anche ultimamente ho ricevuto conferme, infatti molti uomini non riescono a interagire con una donna se questa è gentile o premurosa, se per ragioni di lavoro si rivolge a loro in maniera educata, questi normalissimi comportamenti vengono ancora confusi con un’autorizzazione a provarci, chiedere il numero di telefono e scatenare tanti viaggi mentali. Mi piacerebbe che tutto questo venisse finalmente superato in modo tale da consentirci un rapporto più naturale e non di calcolo. Ho imparato molto dalle donne, qualcosa penso di averla data anche io, ma sicuramente è molto di più quello che ho ricevuto da loro, in particolare in quest’ultimo anno nel quale ho conosciuto amiche speciali. Con loro ho potuto apprezzare cosa vuol dire esserci sempre, non essere egoisti, volersi bene per quello che siamo, sorridere per le piccole cose, affrontare le proprie responsabilità senza tirarsi indietro, proteggere quando serve, ma soprattutto e questo grazie a un’amica veramente speciale, ho capito che a volte puoi creare imbarazzo a una donna se ti dimostri troppo protettivo, perché sembra che tu la consideri debole, incapace di fare da sola. Da allora agisco diversamente, offro il mio aiuto se serve, sono premuroso, facendole capire che sono pienamente cosciente del fatto che lei può fare qualsiasi cosa senza bisogno del mio aiuto, ma, qualora dovesse essere necessario, sa che può contare su di me e credo che questo soddisfi entrambi, sapere di esserci senza dover limitare la libertà e lo spazio d’azione dell’altra persona.
Detto questo, credo che sia essenziale saper ascoltare, cercare di essere attenti a piccoli particolari, gesti, che a volte possono essere richieste alle quali noi dobbiamo farci trovare pronti, in modo tale da esaudirle con discrezione. Quando si vuol bene alle persone, non dovrebbe essere difficile stare attenti a quello che ti dicono e non solo a parole, osservare se il sorriso arriva agli occhi, intuire lo stato d’animo, sapere quando tacere e quando invece una parola, un gesto, un abbraccio possono rivelarsi utili. Tutto questo discorso per concludere con l’unico vero atteggiamento che con una donna funziona sempre: il rispetto. Quando c’è questo elemento fondamentale, tutto il resto arriva facilmente
Buona giornata Riccarda.
Gigi

Caro Gigi,
il rispetto, appunto. Noi donne dovremmo imparare ad annusarli subito gli autentici per natura e quelli no. A guardarli bene, non sono proprio uguali, la spontaneità dei primi manca ai secondi. Nei non autentici c’è un’affettazione che è indizio di quel che succederà, dello scivolone in cui cadranno. Il bello è che fanno tutto da soli. La galanteria e la buona educazione precipitano se, poi si scopre, finalizzate ad altro. La cortesia calcolata dura poco, non ce la fa a resistere perchè viene sempre sopraffatta dal vero intento.
E allora crolla tutto e diventa una questione di rispetto. Mancato rispetto.
Riccarda

Ogni uomo è un vago ricordo del padre…

Cara Riccarda,
è vero, ci sono anche uomini unici, pilastri su cui contare. Pochi, ma ci sono. Uno è senz’altro mio papà, ma forse questo non vale. Poi c’è il mio grande amico G., uomo d’altri tempi, tutto d’un pezzo e con una parola sola. Lui ti dà tutto, ma se lo deludi, tutto ti toglie. Poche storie e forti, fortissimi principi morali. E’ capace di mille attenzioni per chi ama, su di lui puoi contare. Lui c’è sempre, nel bene e nel male.
Ho la fortuna di avere accanto altri due uomini speciali che stimo tantissimo, sempre gentili e attenti. Fanno le cose con il cuore e la loro dolcezza è innata. Uno è il marito dell’altra me, l’altro è la mia ‘donna mancata’. Adoro questi uomini unici.
Debora

Cara Debora,
in effetti il papà non vale. Non vale né cercarlo uguale perchè non esiste né, se non è proprio stato il massimo, tentare di ripararci con qualcun altro.
Eppure resterà sempre il nostro archetipo di uomo unico, di cui rincorreremo i tratti e gli spazi vuoti negli uomini che incontreremo.
Riccarda

Le debolezze degli uomini unici, questione di prospettive

Ciao Riccarda,
gli uomini unici ci sono, spesso si chiamano papà, ma a volte si trovano anche tra i comuni mortali.
Sono quelli che condividono le loro passioni e ti rendono partecipe della loro vita, quelli che perdonano i tuoi errori e ti chiedono scusa quando sbagliano, quelli che tornano a casa ogni sera e sono contenti di vederti, sono gli uomini che ti chiedono se sei felice e che nei piccoli gesti di ogni giorno dimostrano rispetto e discrezione.
Molto spesso gli uomini unici coincidono con quelli di cui tanto ci lamentiamo e forse i loro difetti dipendono un po’ da quale prospettiva li guardano i nostri occhi, ad eccezione ovviamente di quello definito da una tua lettrice “il maschio orango-disco rotto-sanguisuga-naufrago-mollusco-polipo” che quello, così è e così rimarrà sempre.
E.

Cara E.,
se tutto parte dalla prospettiva con cui li guardano i nostri occhi, occorre mettersi nella posizione, anzi predisposizione, giusta. E ancora più importante, è non guardare da un’altra parte.
Riccarda

Critiche, sberleffi, elogi… questione di merito!

Cara Riccarda
Dopo aver ironizzato e categorizzato il genere maschile eccomi di nuovo qui, stavolta con un messaggio diverso: il mio uomo “unico” l’ho trovato anzi è stato lui che ha trovato me. Ero “all’angolo coi pugni chiusi, con le spalle contro il muro pronta a difendermi“ incazzata e disillusa verso tutto quello che era xy.
Lui ha saputo ascoltare, parlare, aspettare, farmi vedere anche il lato positivo nelle cose, smussare il mio carattere difficile ( perché sì lo so che anche io ne ho di lati negativi eh), alleggerire il fardello che mi ero costruita negli anni.
Lui che è così come lo vedi, solido e trasparente, che non ha lati nascosti e che a pelle mi ha dato la sensazione che potevo fidarmi totalmente.
Poi anche lui ha i suoi difetti, mica è l’uomo perfetto! Però il suo essere imperfetto nella sua perfezione mi fa dire che fortuna che ho avuto a incontrarlo.
Perciò, uomini che la volta scorsa vi siete piccati vedete che in fondo non siamo solo capaci di criticare ma anche di elogiarvi… se ve lo meritate!
M.

Cara M,
gli uomini unici, dicevamo, sono quelli che fanno la differenza e mi pare che per te lui l’abbia fatta, ti ha tolta dall’angolo per abbracciarti al centro.
Riccarda

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I DIALOGHI DELLA VAGINA
Vivere contro corrente, vivere liberi di scegliere

Le nostre lettrici hanno commentato la storia di A.

Il coraggio di andare per la propria strada

Cara Riccarda, ti confesso che, pur essendo per carattere e vissuto, l’antitesi di A. ammiro e rispetto molto la sua forza: il coraggio e la capacità di andare avanti per la strada scelta senza lasciarsi influenzare dai consigli degli “altri”. Quella di A. infatti non è pura caparbietà e incosciente sfrontatezza: è una scelta meditata, consapevole e matura. A. sa quello che vuole, conosce ciò che è bene per sè e questo perché ha compiuto una scelta libera che nasce dall’esperienza e dalla profonda conoscenza di se stessi. A. non si piange addosso; A. non è a traino e non subisce.; A. è indipendente e si assume la responsabilità delle proprie scelte: A. è una donna intelligente che ha rispetto di se stessa e una grande dignità.
Grazie per i meravigliosi spunti di riflessione che ci regali ogni settimana con la tua bellissima rubrica.
Ti abbraccio.
Stefania

Cara Stefania,
credo che A. abbia molto chiaro cosa le piace e cosa non vuole e questo le permette di essere padrona delle proprie scelte. Ho conosciuto donne completamente dipendenti, impossibilitate a cambiare le cose, prigioniere di situazioni in cui riuscivano solo ad allargare le braccia senza provare a portare un cambiamento, anche piccolo, ma significativo. A volte è solo questione di visione, di paura di vedere che uno spiraglio c’è, perchè chissà cosa poi troviamo dietro.
Riccarda

Diversi modi di amare, possibile metterli d’accordo?

Cara Riccarda
A me spettavano Natale, S. Silvestro, Pasqua… poichè ero quella “ufficiale”… la moglie e so che se avessi scritto questa lettera vent’anni fa, sarebbe stata a senso unico. Questo perchè avevo la parte della moglie tradita ed ero pronta ad esternare sentimenti e parole quali: irresponsabilità, tradimento, bugie, sotterfugi. Poi grazie all’esperienza e alle tante primavere passate, ho capito che ci sono persone che riescono ad amare in maniera diversa dalla mia, amano più persone, amano non legarsi in maniera univoca per molteplici motivi, per un senso di libertà o altro ancora.
Ho imparato a non giudicare più perchè nella vita non si sa mai, perchè nessuno è il possessore della verità su come si deve amare, in quale misura, chi, come.
Ho almeno due amiche che vivono la loro vita in questo modo avendo momenti felici ed infelici come tutti del resto!
Personalmente non sono in grado di gestire una vita così e come in passato non perdonerei a mio marito una doppia vita, sempre che lo venissi a sapere ovviamente. Quindi no, non vado contro corrente e sono convinta che in entrambi le situazioni si necessiti di forza e coraggio.
N.

Cara N,
e per fortuna che non amiamo tutti nello stesso modo! Dovremmo ricordarcelo soprattutto in coppia, quando soppesiamo ciò che diamo e ci aspettiamo parti uguali. Se partissimo da questo presupposto, cioè la diversità, secondo me saremmo meno dogmatici e giudicanti. Ma non è facile, lo so, è difficile almeno quanto stare in coppia.
Riccarda

Si può vivere anche contro corrente, l’importante è rispettare se stessi

Cara Riccarda,
non so se vivere l’amore come lo vive A, sia vivere contro corrente.
probabilmente A, vive l’amore rispettando la propria natura, ascoltando il proprio cuore.
Chi può dire quale scelta di vita sia quella giusta?
Chi può sapere quale sia la felicità per quelli che sono gli altri?
Avevo tante certezze quando ero più piccola, vivendo ne ho solo una:
“non ho certezze”.
Come possiamo conoscere le dinamiche che regolano i rapporti interpersonali tra le varie coppie, per giudicare il loro modo di vivere.
Credo che vivere nel rispetto di se stesse, sia la cosa migliore che possiamo donare alla nostra vita.
Forse è questo il modo di vivere veramente contro corrente.
Siamo così abituati a impostare la nostra vita per stereotipi, guardandoci le spalle, nel timore di quello che gli altri possano pensare delle nostre scelte.
E’ a causa di questa paura, che molto spesso, si decide di percorrere la strada forse più semplice, ma che è in conflitto con la nostra vera essenza, sicuramente rispettata dagli altri, ma con una grande tristezza nel cuore per non avere ascoltato la propria voce.
A, hai tutta la mia stima e il mio rispetto.
S.

Cara S.,
per quello che conosco A, lei ha ascoltato solo se stessa e nessun altro. Credo che ciascuno abbia la propria personale felicità e si debba mettere da solo sulla strada per raggiungerla, magari la acchiappa a singhiozzo, ma almeno ha scelto da sè.
La strada degli altri porta altrove, a un simulacro di felicità, a quello stereotipo di cui parli tu. E allora che felicità è?
Riccarda

Potete inviare le vostre lettere a: parliamone.rddv@gmail.com

Essere gentili. Si può?

La gentilezza che è possibile riscontrare nei modi esteriori come predisposizione morale in questo momento è merce assai rara in quanto confusa con la rudezza, che nella vulgata è sinonimo di quel machismo immortalato nel western d’antan dal cattivo di turno. Una presa di distanza inequivocabile dalla gentilezza è il grugno di Trump, per esempio, quando con fare rudemente amicale mostra la firma con la quale sancisce la proibizione d’ingresso negli Usa ai popoli di almeno sette stati islamici. Nel segno ha ancora una volta colpito la satira di Michele Serra che ne ‘L’Espresso’ del 29 gennaio propone il grugno come l’immagine del maschio alfa odierno, i cui massimi rappresentanti sono ovviamente il presidente Usa e Putin. In che cosa consisterebbe il grugno di Trump? Ma naturalmente nel tweet con le sue essenziali battute: 140. Scopo sarebbe – e cito – “stupire o atterrire gli altri membri del branco e far capire alle femmine chi è il più prestante del circondario”. La prestanza del grugnito di Putin si misura con la sua immagine di attività sportive che ricordano, prosegue Serra, le imprese del “maschione vecchio modello”: il nostro Benny M. che saltava i cerchi di fuoco e con la mascella protrusa e il braccetto al fianco ululava grugniti da un celebre balcone. Ci sono anche oggi deboli tentativi di grugnire anche nel Bel Paese, che vanno dalla bavetta che si forma alla bocca di chi si veste con felpe possibilmente nere allo stridore da carta vetrata di altri che spalancano l’occhione e scuotono furiosamente la boccoluta capigliatura, mentre altri ancora si attaccano alla gorgia fiorentina facendo definitivamente sparire nel grugnito qualsiasi possibilità di sopravvivenza della consonante ‘c’.

Dote fondamentale dei ‘grugnanti’ è il disprezzo verso la cultura, specie di quei radical-chic a cui mi onoro d’appartenere. Va da sé che questa infame categoria usa la gentilezza (le rare eccezioni confermano la regola), che di solito non s’accompagna a quella specie di cui il presidente Usa è il massimo rappresentante cioè, come sottolinea Curzio Maltese ne ‘Il Venerdì’ del 27 gennaio, i “poorly educated”: i poco istruiti. Attenzione! Qui non si tratta di quei poco istruiti ai quali si sono rivolte le attenzioni di straordinari messia come Don Milani o Pier Paolo Pasolini o, nel presente, un papa di nome Francesco. Qui si tratta di coloro che a questioni complesse invariabilmente scelgono povere e deludenti semplicistiche risposte. In altre parole coloro che si riconoscono nelle pance e non nel cervello della razza umana. Chiamateli populisti se vi piace. A costoro è inutile proporre un ben che minimo ragionamento complesso. Questa è robaccia. Da intellettuali.
C’è un’altra categoria di gentilezza (falsa) ampiamente usata come rapporto tra chi vuol vendere qualcosa e chi deve comprarlo: dalla commessa a certi straordinari personaggi che hanno salvato intere importanti aziende, per esempio, la fabbrica un tempo italiana delle automobili. L’abbigliamento va dall’uniforme al maglioncino di cachemire rigorosamente blu. Uniformi preziose quali quelle che indossano le vendeuses nei negozi di lusso, la cui preziosità fa risaltare una gentilezza quasi sempre sconfessata dalla durezza dello sguardo che dice: “Stai attento! IO guido il gioco. E se vuoi starci: paga!”. Così qual mezzo è più efficace dello pseudo umile maglioncino blu tra i vestiti orrendi di rappresentanza dei grandi del mondo con le loro giacchette impostate su misura?

Ci sono poi uniformi meravigliose che, invece, gridano la gentilezza d’animo. Sono quelle indossate dai vigili del fuoco, dalle forze d’ordine, dai volontari, che hanno salvato e salvano vite umane travolte dalla implacabile freddezza della Natura.
Chi allora esercita ancora la gentilezza?
Chi si prende cura delle debolezze altrui e le com-patisce assieme.
Qualche giorno fa su Rai Tre al mattino parlava un pastore la cui loquela era degna di chi sta per affrontare un master in filologia. Spiegava che non è che uccidere i lupi risolva i problemi dell’attività che esercita. E’ questo un falso problema. Da loro ci si può difendere molto bene. La vera terribile situazione è l’abbandono della montagna e la trascuratezza colpevole della cura con cui si dovrebbero mettere in sicurezza le montagne e ciò che producono. Usava una gentilezza d’eloquio più affilata di qualsiasi insulto.

A coloro che se ne intendono va dunque affidato l’arduo compito di scoprire la gentilezza. Quella vera. Che non si esaurisce nel sorriso tollerante e che, al limite, può nascondersi nel ‘tu’ con cui giovani mai conosciuti mi interpellano e che ci rimangono male quando, nel mio inflessibile radicalismo, rispondo con il ‘lei’.
Perché se non si è capace di far capire che solo il rapporto paritario – quello cioè nel quale tu rispetti e pretendi rispetto e gentilezza – siamo veramente arrivati al punto di non ritorno.
Un esempio che rimarrà inimitabile mi è capitato proprio pochi giorni fa. Spinto da incomprensibili e minacciose avvertenze dell’Enel che mi prometteva di tagliarmi il gas se non pagavo una serie di bollette del 2014, nonostante i pagamenti siano da sempre affidati alla banca che non ne trovava traccia, telefono al call center. Una signora di nome Anna mi chiede sbrigativamente cosa voglio. Rispondo al mio meglio e lei conclude “Ma non se ne era accorto che non le arrivavano le bollette?” Balbettando rispondo che lo fa la mia consorte perché io poco mi ci raccapezzo, causa anche il lavoro che svolgo. Inquisitoria mi domanda: “Che mestiere fa?”
Rispondo “Il letterato”
Allora conclude prima di sbattermi giù la cornetta: “Certo! Il letterato… coglione!”.
Misteri della gentilezza.

DIARIO IN PUBBLICO
Populismo, senso di comunità e difesa del proprio ‘particulare’

In tempo di celebrazioni ariostesche evocare l’Ippogrifo è d’obbligo, anche se il mitico animale non staziona più nel castello d’Atlante, ma giace soddisfatto, anzi felice, in una trafficatissima via dove si è scelto un posto al sole.
Per chi fosse, invece, abituato ai paragoni con celebri film, allora l’evocazione sarebbe di un altro spaventoso mostro: King Kong, lo scimmione che terrorizza la città con la sua mole e la sua violenza ma che è invece delicato con la giovanetta che ama.
Fuor di metafora, la storia ha inizio quando appare su una via della città estense un grande camper, che si posiziona placidamente in una trafficatissima strada nei pressi di un incrocio. Nulla di male, direte voi, peccato però che quello che doveva o poteva essere una sosta rimovibile si diventato un posto fisso. Le strategie sono state subito messe in atto. Le macchine dei proprietari s’insinuano abilmente a tenere il posto nel ‘loco/ Fatto per proprio dell’umana spece’ come direbbe Dante: il camper ha trovato il suo Paradiso Terrestre e da lì non se ne vuole andare.
La novità corre per la via, fermenta, s’ingigantisce. La mattina il primo sguardo è per la mole inconfondibile: ci sarà? Avrà trovato pascoli verdi dove stazionare in pace? E come si sa ‘la calunnia è un venticello…’ cantava Rossini. Si fanno nomi ma immediatamente si smentiscono coinvolgimenti con importanti parenti.
Ormai è un punto di riferimento: come un pinnacolo, come un paracarro che sigla un luogo. Una meridiana, in altri termini.
E’ legale? Certo! Vien spiegato da pazienti vigili che sentenziano che non c’è nessun divieto allo stazionamento. Basta che non intralci. E su quello ci sarebbe da discutere sentendo i borbottii e gli urletti che escono dalle gole strozzate di chi entra nella via e non vede il flusso disinvoltamente allegro di chi la percorre senza mai rallentare.
Ma placidamente il cavallo d’acciaio continua a brucar spazio e a siglare il panorama estense.
Non è un fatto grave e nemmeno suscettibile di commenti, se non fosse che viene in un certo senso messo in dubbio il diritto d’espressione di una comunità, di un quartiere. Il nostro individualistico principio di appartenenza a una comunità che, come ha spiegato un interessante incontro tenutosi lo scorso martedì alla Biblioteca Ariostea – “Populismo, un vizio che conquista: la politica dei pifferai” – è ora gestito in modo che ciò che è proprio vale molto di più dell’interesse comune. E per fare un esempio molto più serio: il populismo attecchisce nel momento in cui affida al carisma di un leader la gestione non solo delle insoddisfazioni, ma anche delle pretese del singolo.

Ben più grave il caso di chi usa insulti e urla per affermare le proprie convinzioni o i propri desiderata. E’ esplosa sui giornali la polemica del critico Vittorio Sgarbi in cerca della collocazione permanente della sua collezione d’arte che offrirebbe alla città di Ferrara. Pur nel pieno rispetto di questa scelta il professor Ranieri Varese ha obiettato altro e diverso uso del palazzo Prosperi Sacrati individuato dal dottor Sgarbi come sede della collezione.
Una furia d’insulti si è abbattuta sull’ordinario di storia dell’arte dell’Università di Ferrara, accusato d’incompetenza, di non capire nulla d’arte, di avere osato esprimere un parere senza aver mai visto la collezione e, cosa ancor più grave, di aver fatto carriera sotto il “partito comunista” e per l’influenza del padre illustre italianista.
Leggermente disgustoso il tono e ancor più quelle affermazioni, che certamente non scalfiscono la serietà scientifica di Varese, ma piacciono allo stile televisivo di moda e a chi è abituato alle ‘sparate’ del dottor Sgarbi.
Secondo le regole del populismo si porta al patibolo mediatico il condannato tra le urla delle ‘tricoteuses’, che sotto la ghigliottina sferruzzano in attesa che l’ennesima testa cada. L’urlo si estende a coinvolgere innocenti animali come le capre accusate d’ignoranza e di stupidità. Ma ovviamente non parlo di quelle che beatamente brucano nel sottomura della città estense con soddisfazione e piacere di cittadini e turisti.
Sembra quasi che il rispetto per l’individuo, ma ancor più per la comunità, venga sconfitto dall’esigenza del populismo, si tratti di parcheggiare un camper o di ottenere l’uso di una sede prestigiosa per esporre le mirabilia del proprio tesoro artistico.
Siamo al punto di non ritorno oppure è possibile reintrodurre una serietà etica che il populismo sembra negare o avere sconfitto? Siamo sicuri che sia questo lo stile che ci accompagnerà nelle scelte future?

NOTA A MARGINE
L’ignoranza

Un filo sottile e robusto lega fra loro due avvenimenti importanti che hanno segnato questo primo scorcio d’anno ferrarese. Due fatti apparentemente lontani e distinti, che hanno riempito le pagine dei quotidiani, animato il dibattito e mosso l’interesse dei lettori, tantissimi su Ferraraitalia in questi giorni: circa ottantamila nella settimana che si è conclusa.

Il primo evento a cui faccio riferimento è la scomparsa di Paolo Mandini, ricordato da tutti come uomo arguto e generoso, stimato anche da chi non condivideva le sue idee perché – come stato giustamente scritto anche su questo giornale – le sue battaglie politiche e civili erano sempre volte a contrastare le idee e mai a denigrare le persone. Quando sposava una causa si batteva con tutto se stesso per realizzare l’obiettivo, sempre nel rispetto dei principi etici. La passione e le idealità che hanno guidato il suo percorso sono proprio gli ingredienti che in questi anni si sono progressivamente rarefatti e rinsecchiti, favorendo il degrado della vita pubblica al quale assistiamo. La causa è appunto l’appannamento degli ideali, unito a una scarsa considerazione del senso di responsabilità individuale che porta ciascuno ad assolvere facilmente se stesso e indulgere sulle proprie mancanze.

La tragica combinazione di questi due fattori – perdita di vista di valori e principi, fra i cui l’uguaglianza fra gli tutti gli uomini e l’indifferenza per le conseguenze dei propri atti – è uno degli elementi che spiega le disgustose frasi razziste rivolte post-mortem all’indirizzo del ragazzo nigeriano che domenica scorsa si è gettato sotto il treno, evidentemente non vedendo più davanti a sé una strada dignitosa, degna di essere percorsa. Degli inumani commenti che sono seguiti si è parlato molto anche a livello nazionale.
Qualcuno, nei forum online – prendendo le distanze – ha scritto “io non mi sento ferrarese”. Ma il problema non è la targa. Il male è diffuso e contagioso. E il male si chiama ignoranza. E’ lo sconosciuto che inquieta e spaventa. Sono la mancanza di conoscenza e l’assenza di curiosità, prima molla intellettuale, che ci inducono a opporre a ogni incognita lo scudo delle nostre povere presunte certezze, rendendoci sprezzanti e aggressivi. Si manifesta così la violenza dei deboli: i deboli di intelletto che proteggono se stessi mostrando i muscoli, la loro sola forza.

C’è un solo grande bene, la conoscenza. E un solo grande male, l’ignoranza” (Socrate)

Il problema è che la piaga è estesa e alla comunità mancano gli anticorpi. Gli anticorpi sono nel sapere e nella conoscenza. La società ignorante ignora persino il suo stesso bene e perde il rispetto per ciò che di più prezioso esiste: la vita umana, la dignità di ogni individuo, il diritto di ciascuno alla ricerca della felicità, il bisogno di saldare un solido abbraccio solidale fra gli uomini.
Il rispetto per tutti gli individui: lo ha testimoniato – praticandolo – anche ieri papa Francesco, recandosi in Sinagoga a Roma e stringendo le mani uno ad uno a tutti gli ebrei presenti. Per riaffermare: tu vali e tutti siete uguali, unici e ugualmente importanti. Un fatto simbolico, comunicativo, certo. Ma la comunicazione è parte fondamentale delle nostre vite, ed è fatta di segni. E il gesto compiuto da Francesco ha creato emozione, ha tramesso un messaggio, ha consolidato un principio.

Il nostro mondo è in crisi perché abbiamo perso il senso dei valori che lo sorreggono. Lo ha spiegato bene Fiorenzo Baratelli, in questi giorni, parlando di democrazia [ascolta la sua conferenza]. Il suo ragionamento travalica l’ambito della politica. La democrazia, fondamento di civiltà, pone a base di se stessa il principio dell’uguaglianza. Le volgari espressioni di scherno che hanno accompagnato la morte di un uomo sono il disconoscimento del valore assoluto della vita e celebrano il funerale della civiltà. Quelle disgustose manifestazioni palesano un cedimento al principio cardine. Lo sfregio all’esistenza di un solo uomo è affronto a ogni uomo libero, negazione dell’uguaglianza, ritorno alla barbarie, quando gli individui si dividevano fra padroni e schiavi e nessun codice etico né giuridico tutelava i deboli e li preservava da abusi e prevaricazioni.

Il parallelo fra le nostre inciviltà e quelle perpetrate dall’Isis, azzardato da Massimo Gramellini sulla Stampa prendendo spunto dal caso ferrarese, purtroppo ha un fondamento. Occorre alzare la guardia e riprendere con forza l’impegno: e non basta uno formale testimonianza, la salvaguardia autentica passa attraverso la pratica dei valori che nel corso dei secoli hanno progressivamente reso un po’ più vivibile e giusta la nostra società. E che oggi di nuovo vacillano. Il caso ferrarese ne è l’ennesima riprova.

Qui mira e qui ti specchia, / Secol superbo e sciocco, / Che il calle insino allora / Dal risorto pensier segnato innanti / Abbandonasti, e volti addietro i passi, / Del ritornar ti vanti (Leopardi, La ginestra)

Senza uguaglianza e giustizia sociale è il cemento comunitario che si disgrega. Il tempo di una rifondazione etica e civile è adesso. E non ci sono alibi per starsene con le mani in mano attendendo che altri per primi si muovano. Il dovere è di tutti e di ognuno. Ciascun individuo è chiamato all’azione secondo il principio della responsabilità individuale. Il movimento collettivo scaturisce dalla piena consapevolezza di ogni soggetto del proprio dovere e dalla contestuale coscienza della inadeguatezza del singolo che da solo si espone al fallimento e ha necessità di stringersi nel solidale consorzio civile.
Primo passo per la risalita dagli inferi è il recupero del rispetto autentico per degli altri. E, in conseguenza, anche per noi stessi.

imballaggi

ECOLOGICAMENTE
Un dono senza imballaggi

Il dono. Caro Babbo Natale, grazie se mi porti dei regali, ma per favore non portarmi anche tanti imballaggi.

Per le feste si riempiono prima i negozi e poi le strade di cartoni, carta, plastica che ci indicano di quanto, in fondo, la crisi abbia le sue pause, ma anche che spesso il contenitore del dono vale quanto il suo contenuto. Poi però lo dobbiamo smaltire o, se va bene, riciclare.

Si prevede che per le feste natalizie i rifiuti aumentino di un terzo a causa degli iperconsumi. Crescono in quei giorni nelle nostre case bellissime confezioni di carte colorate e cartoni per confezionare i doni da mettere sotto l’albero. Il tempo di scartare tutto tra allegria e piacere per poi buttare tutto. In verità anche prima, durante il tradizionale pranzo si producono rifiuti prima di cuocere salama, zampone, lenticchie o altri piatti della tradizione, e dopo con gli inevitabili avanzi. Per non parlare poi delle bottiglie vuote di vino e champagne.

Non intendo certo limitare e condizionare l’Importanza del valore sentimentale e affettivo di un dono, anzi. Trovo sia molto bello pensare ad un amico e fargli un regalo che gli possa piacere. La connessione tra motivazioni e scelte personale mi hanno sempre fatto riflettere su quale sia, in un mondo sempre più globalizzato e sempre più individualista, il ruolo e quale importanza abbia il dono. Se prevalga l’affetto alla società-mercato; il sentimento al consumo.

Credo che l’importanza e il rispetto dell’ambiente non debba essere dimenticato.

Qualche consiglio. Prima di tutto lo shopping: provate a non abbellire il dono con l’immagine del contenitore, pensate al regalo non al packaging. Privilegiate le confezioni semplici e puntate alla qualità del prodotto piuttosto che alla complessità del pacchetto. Meglio comunque monomateriale (solo plastica, sola carta, solo vetro) per rendere più semplice il riciclo. Meglio poi se usate carta riciclata; sarà apprezzata la vostra attenzione all’ambiente. Ma soprattutto il giorno dopo cercate di separare e riciclare correttamente. Buon Natale a tutti.

ACCORDI
A futura memoria.
Il brano di oggi…

Per il mondo di domani non dimentichiamo due ingredienti fondamentali: il sorriso e il rispetto.

Ogni giorno un brano intonato a ciò che la giornata prospetta…

[per ascoltarlo cliccare sul titolo o sul play di Youtube qua sotto]

Lucio Dalla, Futura

Leggi l’articolo intonato:
LA RIFLESSIONE <br>Verso la società della conoscenza. Concetti e tecnologie per sostenere un cambiamento epocale

 

https://www.youtube.com/watch?v=UF8zIXlBjeA

ACCORDI
Comprensione.
Il brano di oggi…

L’ascolto: è questa la prima condizione per trovare un accordo, per smussare un conflitto. Valutare attentamente le ragioni degli altri e considerarle con serenità.
Questo principio di rispetto vale per Stati e individui.

Ogni giorno un brano intonato a ciò che la giornata prospetta…

[per ascoltarlo cliccare sul titolo]

John Lennon, Give peace a chance

 

ristorante-vite

LA STORIA
Il ristorante delle vite ritrovate

Ci sono tornato e le emozioni sono state le stesse. Il ristorante Vite di San Patrignano è un posto magico; non solo mangi molto bene, ma ti ritrovi in una bella atmosfera di collina in cui prevalgono i sorrisi dei ragazzi che ti servono con gli occhi che dicono “c’è l’abbiamo fatta”. Sarà banale, ma ritrovare dei sorrisi sinceri sta diventando sempre più raro e se poi dietro si nasconde una storia difficile diventa un fantastico soffio di ottimismo.
Le loro vite hanno ritrovato un senso e un futuro che non si aspettavano. Hanno rinnovato anche lo spaccio , un posto dove si possono comprare prodotti di particolare interesse tra cui formaggi, vini (consiglio l’Aulente ) e salumi vari. Si mangia anche una ottima pizza e si fanno piacevoli aperitivi. All’ingresso un tappetino in cui al posto del solito welcome hanno scritto “rispetto”. Una bella parola che abbiamo spesso dimenticato e di cui invece servirebbe un grande ritorno.

Del ristorante ho già parlato un anno fa [leggi su Ferraraitalia], ma mi piace l’idea di riproporvi questo approdo. A cena, al tramonto, tanti piatti tra cui la novità dell’uovo impanato alle erbe aromatiche, con cestino di pane, asparagi e crema di ricotta al limone; una novità è il lepriglio che non sapevo esistesse (un animale frutto di incrocio fra lepre e coniglio) in porchetta.
Come al solito io mi diverto a guardare le persone e ho notato (ovviamente nella mia immaginazione) tanti altri strani incroci: le farolline (faraone-galline) vestite alla moda e tutte impegnate nel farsi guardare; i pavongalli (ovviamente incroci tra pavoni e galli) che sono il corrispettivo maschile; qualche aquiltoio (aquilottero-avvoltoio) che si presenta con un grosso macchinone e si vanta di essere un furbo evasore; e infine i picciondrilli (piccioni-mandrilli): coppiette con grandi programmi di amore dopocena. Fatemi sapere se trovate altre specie di umanità animale da citare.
Una piacevole serata, in cui in fondo capisci che ci vuole poco qualche volta per stare bene e sperare in un futuro migliore. Buon ferragosto a tutti.

islam-ambiente-principi

ECOLOGICAMENTE
Islam e ambiente: sguardo ai principi

Dalle statistiche attuali, l’Islam è sicuramente una delle religioni più professata al mondo. Se ne parla tanto ma non si evidenziano abbastanza i suoi insegnamenti positivi.
E ora che anche papa Francesco ha toccato il tema, perché non guardare anche da un’altra parte, per capire come, in fondo, tutte le religioni abbiano a cuore lo stesso bene comune.
Ci pareva, pertanto, interessante capire un po’ di più il legame fra Islam e Natura, che ricopre un ruolo sempre di maggior rilievo, per crescita e sviluppo. Nella visione dell’Islam, il termine ambiente non si riferisce solo alla definizione ‘popolare’ del termine, come insieme di organismi viventi e fenomeni naturali, ma comprende anche gli esseri umani. Non vi è, infatti, alcuna ragione per escludere questi ultimi, essendo essi non solo parte integrante dell’ambiente ma anche uno dei suoi elementi principali. Il benessere dell’ambiente dipende dal benessere spirituale dell’essere umano e la sua degradazione costituisce la diretta conseguenza dell’incapacità dell’uomo di coltivare la propria componente spirituale, intellettuale e fisica. Dio ha conferito piena fiducia all’essere umano assegnandogli la missione di prendersi cura, in Sua vece, dell’umanità stessa oltre che delle Sue creature. Se l’Uomo ha, quindi, il diritto di godere della terra e delle sue risorse (Corano 45:13 e 6:142), natura e animali, in quanto dono di Dio, vanno tuttavia rispettati e preservati, senza sfruttare gli altri o le generazioni future. L’universo è un bellissimo, variopinto e ricco libro aperto da rispettare nel leggerlo e sfogliarlo. Dio ha nominato e indicato all’umanità di agire come suo rappresentante e guardiano dei diritti universali (“E quando disse il tuo Signore: Io porrò sulla terra un mio vicario”, Corano II:30). La dimensione spirituale dell’ambiente è davvero forte.
La visione islamica di come sviluppare ecologicamente il mondo può essere articolata su due diversi, ma inter-relazionati, livelli. Il primo riguarda la visione che descrive la relazione tra Uomo, mondo e Dio. Il secondo è rappresentato dal quadro legale che regola la relazione fra Uomo e ambiente, da un lato, e fra Uomo e Creatore, dall’altro.
Partendo da tali elementi, proviamo a esaminare alcune regole islamiche dettate per “come lavorare con gli altri al fine di mantenere un ambiente sano condiviso”. Amare il Creato come pura espressione dell’amore divino è, e deve restare, la prima regola di ogni essere umano. I disastri ecologici sono il frutto della disobbedienza alle leggi di Dio e colpiscono tutti gli uomini senza distinzioni.

La missione dell’uomo come vicario divino: diritti e doveri verso l’ambiente
La responsabilità principale dell’Uomo resta quella di prendersi cura dell’universo e di mantenerlo, come parte integrante di esso. Il fatto che il mondo sia stato messo a disposizione dell’Uomo per avvantaggiarsene comporta anche, e soprattutto, la necessità di collaborazione fra gli esseri umani, perché a tutti è riconosciuto il diritto di sussistenza, in dignità e rispetto reciproci. L’essere umano ha l’obbligo di conservare l’universo tanto quantitativamente che qualitativamente.
Il diritto islamico indirizza la relazione tra essere umani e ambiente sullo stesso binario di diritti e doveri. Così come obbliga a conservare l’ambiente e a condividerlo con gli altri, garantisce a ognuno il diritto di risiedere in una zona pulita e bella dove vivere in pace e dignità. Ognuno resta libero di usare un ragionamento indipendente (ijtihad) per promuovere il benessere generale, basta seguire corretti principi ed applicarli nella vita quotidiana. Alcune indicazioni precise sono rivolte ad acqua, aria, terra e suolo, piante ed animali. “Ogni essere vivente proviene dall’acqua” (Corano 21:30): piante, animali ed essere umani dipendono da essa per la propria esistenza e la continuazione della loro vita. Dio ha creato la terra, ha mandato l’acqua giù dal cielo, per nutrire gli esseri umani, cosi come gli ha permesso di navigare mari e fiumi (Corano 14:32). Oltre ad una funzione vitale, l’acqua ha evidentemente anche un importante ruolo socio-religioso nella purificazione del corpo e del vestiario dalle impurità esterne. La conservazione della risorsa idrica, come elemento vitale, resta, senza dubbio, fondamentale per la preservazione e la continuazione della vita nelle sue varie forme, vegetale, animale ed umana. E’ quindi un obbligo, nel diritto islamico. Ogni azione che danneggi la funzione vitale, biologica e sociale, di tale elemento, va dunque condannata. Riconoscendo l’importanza dell’acqua come base della vita, Dio ne ha indicato l’uso come diritto comune di tutti gli esseri viventi. Un diritto inalienabile, irriconoscibile e libero.
L’elemento aria non è meno importante dell’acqua nella perpetuazione e preservazione della vita umana, animale e vegetale. Tutte le creature terrestri dipendono, infatti, dall’aria che respirano. Anche i venti hanno un ruolo fondamentale come “fertilizzanti”, nel loro ruolo nell’impollinazione (Corano 15:22). L’atmosfera pulita, in generale, occupa un posto di tutto rilievo nella conservazione della vita.
La terra ed il suolo, poi, sono essenziali per la sopravvivenza delle specie, creata per esse (Corano 55:10). Piante ed animali, infine, garantiscono la sopravvivenza. Piantare un albero e dare da mangiare attraverso i suoi frutti a un essere vivente è importante per un musulmano, poiché ridare vita alla natura significa valorizzare e proteggere ciò che Dio ci ha donato. Piantare un albero è considerata opera meritoria. Le piante, oltre a costituire fonte di nutrimento, contribuiscono all’arricchimento del suolo ed alla protezione dall’erosione di vento ed acqua. Hanno un valore immenso anche come medicinale, profumo, fibra e carburante. Gli animali contribuiscono a sussistenza di piante ed esseri umani. Contribuiscono all’atmosfera tramite il loro respiro, i loro movimenti migratori contribuiscono alla distribuzione delle piante, costituiscono cibo e forniscono all’uomo pelle, lana, carne, latte e miele. “Non vi sono bestie sulla terra né uccelli che volino con le ali nel cielo che non formino delle comunità come voi” (Corano 6:38).

Protezione dell’ambiente dagli impatti umani
Abbiamo percorso rapidamente alcuni passaggi principali dei testi sacri islamici che evidenziano l’importanza dell’ambiente nella preservazione delle generazioni presenti e future, il suo ruolo vitale in generale. Vedremo ora quali principi l’Islam prevede per la protezione dell’ambiente e dell’uomo dagli impatti di fattori esterni quali prodotti chimici e rifiuti. Danni di ogni tipo e forma sono proibiti, come principio generale. Rifiuti e sostanze pericolose, risultanti da attività umane o industriali ordinarie, devono essere trattati o eliminati con massima attenzione e cura, per garantire protezione adeguata dell’ambiente e dell’uomo dagli effetti pericolosi. Ri-uso dei beni e riciclaggio di materiali e rifiuti vanno altresì incoraggiati. Stessi principi si applicano ai pesticidi, inclusi insetticidi ed erbicidi. Riduzione e minimizzazione dei rumori vanno altresì incoraggiati, così come la prevenzione volta a ridurre gli impatti delle catastrofi naturali, quali alluvioni, terremoti, eruzioni vulcaniche, uragani, desertificazione, infestazioni ed epidemie. Si pensi solo che secondo la Carta delle nazioni islamiche del 1992, la proprietà è definita come “una funzione che può essere utilizzata solo per il bene e l’interesse della collettività” e che essa “non deve nuocere al prossimo”.

Principi, politiche e istituzioni di diritto islamico a garanzia della protezione ambientale
Se la responsabilità ultima di un’azione corretta verso la preservazione dell’ambiente risiede nel singolo individuo poiché ultimo responsabile della propria condotta di fronte a Dio, le autorità hanno evidentemente un ruolo fondamentale nell’assicurare il benessere comune e nel ridurre danni e impatti negativi sull’ambiente. Si tratta anzi di uno dei loro doveri principali. I limiti di tale interferenza sono stabiliti con precisione dal principio per cui la gestione degli affari è regolata dal bene comune. Tutte le azioni sono valutate in termini di conseguenze come beni sociali e benefici (masalih) o come danni sociali (mafasid). Pianificatori e amministratori devono sempre puntare al bene comune universale di tutti gli esseri viventi, cercando quindi di armonizzare gli interessi di tutti. Ove questo non sia possibile, e nella realtà è facile che sia così, il bene comune richiede una valutazione e una prioritizzazione che deriva dal pesare il benessere del maggior numero di persone, l’importanza e l’urgenza dei vari interessi coinvolti, la certezza o la probabilità del beneficio o del danno. Beni o interessi sociali vanno valutati secondo loro necessità ed urgenza. Vi sono necessità (daruriyat) che sono assolutamente indispensabili per preservare la religione, la vita, la posterità, la proprietà; bisogni (hajiyat) che se non assicurati comportano difficoltà e disagio, e bisogni supplementari (tahsiniyat) che coinvolgono il perfezionamento dell’etica. Nella conservazione dell’ambiente, le autorità governative devono essere impegnate nella prevenzione dei danni e nel loro rimedio.

Conclusioni
La conservazione dell’ambiente è un imperativo comandato nell’Islam. La legge divina considera la natura come un elemento fondamentale della vita umana e non. Si tratta d’indicazione morale ed etica imprescindibile e di valore assoluto. Un’indicazione forte. In tale prospettiva, va assicurata un’attenzione massima alle problematiche ambientali e al rispetto della natura, in un’ottica di vero e proprio sviluppo sostenibile. Purtroppo in numerosi paesi, anche perché colpiti da guerre e povertà molto impegno resta da assicurare e da condividere, per tutti.

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osservatorio globale

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Redazione

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Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

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