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PRESTO DI MATTINA
L’amore che sparge il buon profumo tra la gente

Cosa si ha davanti agli occhi quando si contempla la liturgia? Credo di poter dire una bellezza che oltrepassa il gusto estetico: una bellezza generativa di un incontro che ravviva il cuore e lo fa ‘estroverso’, perché in grado di avvicinarci a quella realtà di dono e di dedizione senza misura da cui ininterrottamente essa viene generata.

Mi riferisco a quel concetto di ‘bello’ colto da san Tommaso d’Aquino, indagando le qualità che accomunano ogni dato di realtà e al tempo stesso la trascendono; i c.d. ‘trascendentali’ propri della filosofia scolastica, in cui l’Aquinate annovera l’ ‘uno’ (unum), il ‘vero(verum), il ‘buono’ (bonum), e per l’appunto il ‘bello’ (pulchrum), inteso anche come ‘proporzione’, ‘perfezione’, ‘armonia’ generativa di uno stupore contemplativo e di gioia per il dono che irresistibilmente ti fa ripartire per dirlo agli altri.

Un concetto che non è poi così distante da quello espresso da Cristina Campo quando scrive che “più si conosce la poesia, più ci si accorge ch’essa è figlia della liturgia, la quale è il suo archetipo” (Sotto falso nome, Milano 2002, 21). Per lei la bellezza è “una virtù teologale, la quarta, la segreta, quella che fluisce dall’una e dall’altra delle tre palesi. Ciò è evidente nel rito, appunto, dove Fede, Speranza e Carità sono ininterrottamente intessute e significate dalla Bellezza”.

Ma rapportata alla liturgia, la riflessione di san Tommaso sul bello ci aiuta anche a comprendere come essa non si riduca a oggetto di contemplazione, poiché essa comporta di conseguenza un gesto comunicativo, un insieme comunitario che apre alla partecipazione e al dialogo della salvezza. Lungi infatti da suscitare una solitaria estasi estetica, la liturgia è contemplazione in atto, incontro; un’esperienza plurale di amore che si comunica e si riceve. Nella liturgia la contemplazione diventa infatti actuosa partecipatio, per realizzare la quale “la Chiesa si preoccupa vivamente che i fedeli non assistano come estranei o muti spettatori a questo mistero di fede, ma che, comprendendolo bene nei suoi riti e nelle sue preghiere, partecipino all’azione sacra consapevolmente, piamente e attivamente” (Sacrosanctum concilum 48).

Del resto, se chiedessimo a san Tommaso se vi sia qualcosa di più grande della contemplazione della verità, penso che risponderebbe senza esitazione “Contemplata aliis tradere”, precisando che così “come illuminare è più che risplendere soltanto, del pari comunicare agli altri le verità contemplate è più del solo contemplare” (Somma Teologica, IIa IIae q.188, a 6).

A ben vedere, allora, la liturgia e la sua bellezza non sono esattamente da contemplare, ma la verità del mistero è contemplata e proposta alla vita del popolo di Dio. Questa è l’intentio profundior, lo spirito più profondo della riforma liturgica; che risulta così come luogo di equilibro, di convergenza, di congiunzione tra la via contemplativa (contemplatio) e quella pastorale (actio).

Va detto anche che la riforma liturgica del Concilio vaticano II aveva suscitato grande contrarietà, se non aperta disapprovazione da parte di Cristina Campo. In lei prevaleva il timore di perdere quella dimensione mistica e contemplativa insita nella celebrazione dei misteri della fede. Senza tacere la convinzione che si sarebbe dispersa tutta la ricchezza poetica, musicale, linguistica della liturgia pre-riforma. Per questo ancora oggi qualcuno ideologicamente la ripropone come antagonista della riforma conciliare.

Ciò non m’impedisce tuttavia di considerare Cristina Campo come sorella spirituale di poesia e di contemplazione; non solo asceta nella scrittura poetica, ma nella vita, la sua, tutta nascosta e raccolta in quel silenzio, che è cosa viva. Non diversa dall’esperienza vissuta da quelle Madri del Deserto, dette Ammas, ascete cristiane presenti in Egitto, in Siria tra il IV e il V secolo in forme comunitarie o eremitiche.

Ma la comunanza che avverto per Cristina Campo, non m’impedisce nemmeno di considerare infondati i timori di un impoverimento della liturgia riformata. Ritengo anzi che essa costituisca uno dei frutti più preziosi di quel “gioco misterioso e amoroso della Provvidenza in dialogo con la storia al fine di risvegliare in noi quello spirito di profezia proprio della chiesa di Dio” che fu il Concilio secondo il futuro Papa Paolo VI (Lettera pastorale all’arcidiocesi ambrosiana per la Quaresima 1962). Lo stesso che si chiedeva che cosa si sarebbe dovuto rispondere a coloro che, nel tempo a venire, si domanderanno che cosa faceva la chiesa cattolica in quel momento? “Amava – egli suggeriva – sarà la risposta; amava con cuore pastorale. Anzi è stato un triplice e grande atto di amore: verso Dio, verso la chiesa, verso l’umanità” (Discorso di inizio IV sessione del Concilio, 14 settembre 1965).

Il Concilio, per il vero, non ha dato una definizione di liturgia, ma ha preferito soffermarsi su quanto essa opera: far vivere l’esperienza dell’amore cristiano, ri-attuando ogni volta, qui e ora “l’opera della nostra redenzione” (SC 2). Un’opera singolarmente amorosa, quella dell’agape, nella quale ci è dato contemplare e vivere quell’amore più grande che è il dare la vita nella forma del Crocifisso risorto. Un amore così potente da vincere la morte, che costituisce il fine ultimo della liturgia come «culmine e fonte» della vita cristiana, da perseguire non solo annunciando la buona notizia di Colui che, per amore è morto, è risorto e viene, ma attuandolo e partecipandolo a tutti, tanto nella liturgia della Parola di Dio, quanto e ancor più nella liturgia eucaristica, in cui avviene quel meraviglioso e admirabile commercium tra la nostra umanità e quella del Figlio amato (agapētós), umanità di Dio per noi.

La liturgia – più precisamente – parla di Dio raccontando e praticando il suo amore, in una triplice espressione: l’amore che è venuto, l’amore che viene e l’amore di nuovo veniente. Essa è, dunque, al contempo, memoria di una storia di amore, rappresentazione attuativa di questo amore e apertura prognostica e attesa di quello che verrà dal futuro.
Dice il concilio: “Cristo è sempre presente nella sua Chiesa, e in modo speciale nelle azioni liturgiche. È presente nel sacrificio della messa… è presente con la sua virtù nei sacramenti, al punto che quando uno battezza è Cristo stesso che battezza. È presente nella sua parola, giacché è lui che parla quando nella Chiesa si legge la sacra Scrittura. È presente infine quando la Chiesa prega e loda, lui che ha promesso: Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, là sono io, in mezzo a loro” (Mt 18,20)”, (SC 7).

Vivere la liturgia comporta allora il lasciarsi prendere da quest’amore e divenirne il buon profumo tra la gente. Per questo la messa non finisce con la celebrazione del rito, ma deve compiersi nella vita. Non diversamente dalla fede che – come ci ricorda ancora Tommaso – non si può fermare all’enunciato, e tanto meno alla professione del Credo la domenica, ma si compie solo rendendo vive e presenti nella propria quotidianità le espressioni della confessione di fede (S.Th 1,1,2).

Sotto questo profilo, il Concilio si è rivelato un enorme progresso nel processo di autocoscienza della chiesa. Scoprendosi relativa come la luna in rapporto a quel sole che è il Cristo, essa ha ritrovato il bene spirituale della sua esistenza missionaria: ‘vangelo tra la gente’, vedendo così oltre l’orizzonte ristretto di una dimensione ecclesiocentrica ed eurocentrica per assumere una visione planetaria ed estroversa. Così l’altro bene spirituale messo in campo dal Concilio è stato la prossimità della chiesa al mondo, per donare al mondo ma pure per ricevere da esso (Cfr. Guadium et spes 44), in quella forma di santità ospitale significata nella parabola del samaritano.

“La liturgia cristiana – ci ricorda ancora Cristina Campo – ha forse la sua radice nel vaso di nardo prezioso che Maria Maddalena versò sul capo e sui piedi … sembra che il Maestro si innamorasse di quello spreco incantevole. Non soltanto lo oppose alteramente alla torva filantropia di Giuda che, molto tipicamente, ne reclamava il prezzo per i poveri: Avrete sempre i poveri, ma non avrete sempre me, ma (il Maestro) addirittura replicò quel gesto la sera dopo, quando, precinto e inginocchiato, lavò con le Sue mani divine i piedi dei dodici Apostoli, allo stesso modo che Maddalena, scivolando tra il giaciglio e il muro, aveva lavato i Suoi. Dio, come osservò uno spirito contemplativo, si ispira volentieri a coloro che ispira”. (ivi 132).

Ancora una volta si dirà: cosa fa la liturgia? E la risposta sarà sempre la stessa: essa ama, al modo della Maddalena che lava i piedi a Gesù e dello stesso Gesù che lava i piedi ai suoi, essa continua ad amare attualizzando questo amore perennemente sorgivo di nuova umanità, attraverso la reciprocità del servizio: “come ho fatto io così fate anche voi, gli uni gli altri” (Gv 13,15); la liturgia ci fa come Cristo, ci fa sua famiglia. Come lui dunque inviati: non per essere serviti ma per servire e donare agli altri Colui che si è ricevuto in dono (Cfr. Mc 10,45).

A questa ‘visione amante’ della liturgia faccio corrispondere le ‘visioni ardenti’ di un mistico e poeta che fu anche scienziato e paleontologo, il gesuita padre Pierre Teilhard de Chardin ne La messa sul mondo, la sua liturgia cosmica: “Poiché ancora una volta, o Signore, non più nelle foreste dell’Aisne (Fronte francese della I Guerra mondiale), ma nelle steppe dell’Asia, sono senza pane, senza vino, senza altare, mi eleverò al di sopra dei simboli sino alla pura maestà del Reale; e Ti offrirò, io, Tuo sacerdote, sull’altare della Terra totale, il lavoro e la pena del Mondo. Lì in fondo, il sole appena incomincia ad illuminare l’estremo lembo del primo Oriente. Ancora una volta, sotto l’onda delle sue fiamme, la superficie vivente della Terra si desta, vibra e riprende il suo formidabile travaglio. Sulla mia patena, porrò, o Signore, la mèsse attesa da questa nuova fatica e, nel mio calice, verserò il succo di tutti i frutti che oggi saranno spremuti. … Ricevi, o Signore, questa Ostia totale che la Creazione, mossa dalla Tua attrazione, presenta a Te nell’alba nuova. Questo pane, il nostro sforzo, so bene che, di per sé, è solo una disgregazione immensa. Questo vino, la nostra sofferenza, non è purtroppo, sinora, che una bevanda dissolvente. Ma, in seno a questa massa informe, hai messo – ne sono sicuro perché lo sento – un’irresistibile e santificante aspirazione che, dall’empio al fedele, ci fa tutti esclamare: O Signore, rendici uno!”, (Inno dell’universo. La messa sul mondo, Brescia 1992, 9 e 10).

I RITI CAMBIATI:
nella pandemia reinterpretiamo la nostra esistenza

Quando si dice che è ‘un rito’, si intende qualcosa che stancamente ripete se stessa. Poi ci sono ‘i riti’, i riti al plurale che sono cerimonie, celebrazioni, culti con le loro liturgie, laiche e religiose. Non possiamo fare a meno dei riti, perché i riti confermano le nostre appartenenze. La famiglia ha i suoi riti, una volta legati al desco. Il corteggiamento ha i suoi riti, fino all’anello di fidanzamento e alla promessa. Il lavoro ha i suoi riti, le entrate e le uscite, le divise come paramenti sacerdotali, le ore di fatica. Anche la memoria ha i suoi riti negli anniversari. A guardarci intorno scopriamo che tutta la nostra esistenza è una costante di riti, procedure, recite, rappresentazioni, liturgie, copioni.

Poi, un giorno accade che il grande palcoscenico della vita improvvisamente prende la forma del coro del dolore e della cavea della paura. Il rito si spezza, si frantuma, il complesso delle norme che lo definiscono e lo descrivono viene meno. È accaduto in questi giorni di eccezionalità, in cui abbiamo dovuto difenderci dal rischio del contagio.
I riti sono cambiati, altri ne sono stati confezionati come l’uso della mascherina e il distanziamento fisico. Altri ancora sono stati negati come la condivisione del lutto. La morte, che una volta era accompagnata dai vivi, per confermare che la vita non si ferma, è stata lasciata sola, tenuta a distanza, perché non sapevamo se la vita avrebbe continuato a scorrere, tanto la morte dominava incontrastata sui nostri timori e sui nostri rifugi.

Le comunità si riconoscono nei loro riti, che sono il racconto dei loro miti e la costruzione delle loro simbologie, le forme che abbiamo dato alla narrazione della nostra cultura. Al posto dei riti sono rimaste le autobiografie, quelle che lasciamo scritte ogni giorno sui social a cui accediamo, a cui affidiamo la trasmissione dei messaggi come parte di noi stessi, di quello che siamo. Lasciamo testimonianza della qualità delle nostre biografie. Qualcuno un giorno studierà le forme che hanno assunto i nostri racconti e i prodotti dei nostri pensieri come l’espressione di una cultura indigena.

Non ci siamo resi conto che si è aperta la porta per uscire dal rito, per uscire dalle nostre autobiografie. Che non abbiamo più nulla da celebrare. Perché quella che abbiamo vissuto non è una pausa, non è una sospensione, ma è stata una rottura delle nostre sacralità, dei riti a cui eravamo convocati, dei nostri sacerdozi. Forse l’ultimo episodio di una stagione che ha rincorso le ombre delle costruzioni che ci siamo eretti. Abbiamo dovuto dismettere le nostre anime colpite dallo stupore della sorpresa, dall’imprevedibilità dell’imperscrutabile, abbiamo scoperto di tremare, di essere come la tribù ancestrale che teme l’ira delle divinità. Abbiamo veduto e ascoltato lo sciamano pronunciare la sua preghiera agli dei, agli idola specus, nello spazio lasciato vuoto pure dal tempo, sotto le intemperie della natura.

Questa rottura è una ferita benefica che ha sollevato il velo sulla nudità che siamo, sulla  fragilità delle nostre liturgie, sull’insensato abbarbicarci alle ridondanze che si infrangono contro l’inatteso e l’improvviso, e non ci sono altari da innalzare e numi da pregare. La nostra solitudine è fuori e dentro di noi, temere la solitudine è come temere se stessi, l’unica speranza è quella di non coltivare speranze per prendere la vita nelle nostre mani. Senza fingerci cammini e mete, continuare ad arare, a coltivare la terra, a piegarci alla fatica per coloro che verranno dopo di noi e forse ce ne saranno riconoscenti, come si usa, nella memoria.

Siamo usciti dai riti e dalle nostre autobiografie per ritrovare il cielo stellato sopra di noi e la legge morale dentro di noi. Occorre fare igiene nelle nostre menti, provvedere alla raccolta differenziata dei cascami delle nostre certezze, correre il rischio della pulizia delle nostre presunzioni. Sgombrarle dall’occupazione dei pensieri sedimentati, dagli incartamenti degli incanti. Dimenticare le usanze per far spazio alle incognite, svuotare gli abiti della zavorra di cui li abbiamo caricati, seminare per dare inizio a nuovi raccolti. Ripartire dall’interrogativo socratico Ti Esti, che cos’è? Che cos’è quello di cui parliamo, che cos’è quello che facciamo, che cos’è quello che siamo, che cos’è quello che vogliamo essere.

Il nuovo secolo ancora non aveva posto nell’urna le ceneri del venir meno del sentimento religioso, del tramonto della metafisica e della crisi delle ideologie. La dimensione globale della pandemia ci ha posto con inesorabile prepotenza innanzi al nostro Essere e al nostro Tempo, per dirla con il filosofo, alla sfida nuova, alla capacità di saperla cogliere, alla necessità di dare una svolta ermeneutica alle nostre vite, al coraggio di reinterpretare l’intera dimensione umana. E questo con ogni probabilità è solo il primo capitolo, perché altri ben presto se ne aggiungeranno, e non potremo correre se non ci libereremo delle pastoie che ancora legano le nostre menti.

La notte dei morti

Quella del due novembre non è una notte come le altre. In questo giorno si lascia il razionale da parte. È il giorno dove le candele illuminano il sentiero a chi non è più di questo mondo. Il giorno della preghiera, degli antichi riti, della fiamma, dei tre segni della croce, dello specchio coperto, dell’acqua che si trasforma in sangue se usata non correttamente. È il giorno dei morti che si fanno vicini. È la notte con le loro processioni. Il momento nel quale i più coraggiosi vedranno l’incedere di chi fu, nell’acqua del bacile messa vicino alle finestre. La notte del riflesso nel buio. Delle ombre che si muovono. Delle chiese lasciate aperte. Dei cimiteri che si illuminano. La morte, in questo giorno, torna ad essere una questione della vita.

ELOGIO DEL PRESENTE
La paura, il rito collettivo degli auguri e la responsabilità individuale

Il rito che accompagna il nuovo anno testimonia la necessità di scandire il tempo lineare della vita che scorre sempre in fretta, dando a esso un significato. Gli auguri che ci scambiamo esprimono soprattutto il bisogno di caricare di speranza il futuro, in primo luogo quello che riguarda noi stessi, e poi anche quello che riguarda la società in cui viviamo. “Anno nuovo e vita nuova” è la sintesi popolare che sorregge questa universale esigenza: pensare il cambiamento, renderlo permeabile alla speranza che sapremo migliorare noi stessi e ciò che sta attorno a noi.
Per un dispositivo psicologico ci piace pensare che girare la pagina di un calendario possa rappresentare un elemento facilitatore per esprimere desideri, per sostenere propositi mai mantenuti e, prima di tutto, per essere più saggi. Ognuno si dà obiettivi personali ed esprime le proprie speranze a modo suo. Facciamo bilanci, ripercorriamo gli elementi salienti dell’anno passato. Esorcizziamo le paure di un futuro che per definizione non conosciamo con il grande rito collettivo degli auguri.
Lo stesso accade per quanto riguarda la vita pubblica. Quest’anno i commenti di molti autorevoli quotidiani interpretano un sentimento diffuso: la divaricazione crescente tra le attese positive per la ricerca scientifica e l’innovazione tecnologica e la sfiducia rispetto alle possibilità di sciogliere i nodi relativi al contesto socio-economico e a un assetto politico-istituzionale in uno stato di persistente fragilità. Si preconizzano nuove tecnologie capaci di prestazioni fino ad oggi impensabili, come un treno ad altissima velocità tra Milano e Roma o scoperte scientifiche in grado di migliorare la cura di molte malattie: per esempio si annuncia il vaccino contro il virus dell’ebola nel prossimo anno, mentre si proclama che nel 2015 per la prima volta il vaiolo non ha fatto più vittime in Africa.

Tuttavia il 2015 sembra aver aumentato l’incertezza al di là dei ricorrenti riferimenti al ritrovato ottimismo. Per quanto riguarda lo scenario socio-economico, il 2016 dovrà fronteggiare gli stessi problemi dell’anno passato. Come potrebbe non essere così, del resto? Prevale la generale convinzione che le gravi questioni che abbiamo affrontato nell’anno appena finito non siano alle spalle. Dovremo convivere con il rischio del terrorismo, confidando che i governi sappiano coordinare strategie efficaci per arginarlo e sconfiggerlo. Dovremo fare i conti con imponenti processi migratori fino a ora rimossi o accettati in nome della solidarietà, senza un ragionamento ampio sulle condizioni necessarie per fronteggiarli positivamente e senza democrazie solide ed efficienti in grado di favorire l’inclusione. Dovremo convivere con le difficoltà della politica nel fare i conti con le crescenti diseguaglianze sociali e regionali, con una crescita economica bassa, con la difficoltà di creare occasioni di lavoro per tutti, con un sistema dell’istruzione non all’altezza delle sfide, con la persistente sfiducia diffusa e un paese a due velocità. Dovremo convivere con una politica assestata su scorciatoie demagogiche e che non sembra in grado di fare un coraggioso investimento nella qualità dei rappresentanti.
In questo quadro dai toni preoccupanti l’unico ancoraggio sembrano gli inviti alla responsabilità individuale opportunamente richiamati dal presidente Mattarella. Se prendiamo sul serio gli auguri che ci scambiamo all’inizio dell’anno, non ci resta che partire da qui, non perché ciò sia sufficiente, ma perché è ciò che comunque ci compete.

Maura Franchi vive tra Ferrara e Parma, dove insegna Sociologia dei Consumi presso il Dipartimento di Economia. Studia le scelte di consumo e i mutamenti sociali indotti dalla rete nello spazio pubblico e nella vita quotidiana.
maura.franchi@gmail.com

Messa-in-scena

PUNTO DI VISTA
Effetto sacro, ma la messa è finita

Dissacrante. Letteralmente dissacrante. E’ la sensazione che si ricava dalla visione di “Messa in scena”, spettacolo in programmazione (anche per i due prossimi sabato) al Teatro Off di Ferrara. Il rito è l’oggetto della vivisezione del gruppo di artisti del laboratorio Assemblea, capitanati da Marco Sgarbi con la regia di Giulio Costa. Sul palco si esibiscono una quindicina di artisti che assumono il ruolo di partecipanti a una funzione religiosa. La prima parte dello spettacolo mostra il loro straniamento, l’essere insieme e al contempo isolati, soli con se stessi.
Gli attori ascoltano immobili, occhi sbarrati, le parole della litania, poi meccanicamente si dispongono in fila per ricevere, quasi come automi, l’ostia – il corpo di Cristo – da un sacerdote assente, surrogato dal pubblico in sala, al quale mostrano – in uno dei rari momenti di intenzionale autenticità – l’espressione del loro sconcerto per una comunione attesa ma impossibile.

Messa-in-scenaNell’interludio fra la prima e la seconda parte gli attori, che fungono da convenuti alla liturgia, lasciano la scena e tornano a sedere fra il pubblico, mentre Sgarbi assume la funzione del celebrante, non prima di avere provveduto ad allestire lo spazio fintamente sacro della chiesa. Fintamente, poiché a scena aperta si assiste alla costruzione degli oggetti che rappresentano la sacralità del rito: il pulpito, l’altare, i paramenti della chiesa e del sacerdote ricavati da ordinari scampoli di stoffa e infine la trasmutazione del vino di fiasco in vin santo. Insomma, l’infingimento disvelato, l’oggetto di culto ricondotto dall’ascritta spiritualità alla comune materialità.

Messa-in-scenaE con la successiva celebrazione della messa si torna a uno stato di solitudine, stavolta del sacerdote, che si trova ‘in scena’ senza i fedeli, a riempire da solo uno spazio vuoto, a pronunciare perciò invocazioni inaudite. Si svolge, dunque, una sorta di gioco di atomizzazione, attraverso il quale gli elementi tipici del rito vengono scomposti e sezionati, mentre le cose risultano ricondotte alla loro tangibile materialità costitutiva, per mostrare, ad esempio, che i paramenti del luogo sacro celano semplici assi di legno inchiodati, con la diligenza di un falegname, dal sacerdote che è messo di Dio e al contempo uomo e come tale opera. E il suo agire è perizia, semplice perizia. Umano, troppo umano, si potrebbe affermare pensando a Nietzsche.
Il gioco di specchi e rimandi si sviluppa fra parvenza e sostanza, ed emerge ciò che usualmente celato (o rimosso) genera l’effetto sacro: oggetti comuni in se, insignificanti, trasfigurati in simboli del culto con semplici applicazioni di ingegno artigianale.

Messa-in-scena
(foto di Chiara Ferrin)

Così, durante i preparativi, una comune bottiglietta di plastica per l’acqua sta accanto all’ampolla benedetta, in una volutamente stridente giustapposizione fra sacro e profano, come pure l’ordinaria bottiglia da sfuso è il recipiente dal quale sgorga nell’ampolla stessa il “sangue di Cristo”. Mentre il prete, sotto la tonaca, indossa una banale camicia azzurra che nulla ha di trascendente, se non la vaga allusione celeste!
Però i chiodi confitti a rinsaldare il legno della mensa sono tre, simbolico richiamo cristologico, a segnalare l’ambivalenza dei gesti.
“Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date” enuncia il sacerdote, un’esortazione che non pare rivolta agli immaginari partecipanti alla funzione (assenti dalla scena), ma direttamente al pubblico presente in sala; il lungo silenzio d’attesa che segue a generare imbarazzo, impazienza, fastidio, conferma i grandi tempi scenici dell’ottimo Sgarbi che, esaurito il compito sacerdotale, prende commiato con espressione d’uomo, rapita e perplessa, svuotata d’ogni forza. Seguono applausi ‘scossi’.

Lo spettacolo nell’insieme convince per la sua capacità di suscitare emozioni e di interrogare il pubblico. Il collettivo di Ferrara Off ha il coraggio di sperimentare e riesce a provocare lo spettatore.
In quest’opera la sacralità è ricondotta al rito e il rito alla sua funzione primigenia, quella di rassicurare, come se, da un nostro atto, dipendesse la capacità di controllo su ciò che in realtà sfugge al nostro pieno dominio.
Il bisogno inappagato della ricongiunzione col Padre, simboleggiato dalla mancata comunione, appare peraltro specchio e metafora di questo nostro tempo storico, al di là delle implicazioni religiose, poiché il senso di anomia è diffuso e la condizione di orfani vale anche per i laici che hanno smarrito radici ideali e valori comunitari fondativi.
“Messa in scena”, insomma, funziona e colpisce.

Messa-in-scena
(foto di Chiara Ferrin)

Il dibattito finale, che come d’uso si svolge dopo le rappresentazioni al teatro Off coinvolgendo artisti e pubblico in un confronto stimolante, conferma anche in questo caso come le opere d’arte assumano vita propria e rivelino valenze che spesso travalicano le intenzioni dell’autore (o, per restar in metafora, del loro creatore). E questo epilogo post-testuale risulta in fondo emblematica metafora nella metafora di un’opera che è gioco d’ombre e di specchi, il cui corollario non poteva essere altro che un così è se vi pare, a ribadire che ciascuno interpreta, pirandellianamente, secondo il proprio sentimento.

Messa-in-scenaLa sintesi è che si tratti, comunque, di una provocazione ben riuscita, alla quale forse è mancato solo il colpo (di teatro) conclusivo, per esempio con un plateale disvelamento quale la ‘svestizione’ dell’altare e la riconduzione del vin (santo) al prosaico ‘aceto’. Un chiusura però che Sgarbi, sorprendentemente, rivela essere stata parte di una precedente rappresentazione dell’opera, corroborata in quel caso proprio dall’azione di un sacerdote che, ripresi panni umani, ripiega i cenci e prima di abbandonare il proscenio si disseta bevendo un vino che, a recita sacra conclusa, è tornato ad essere ormai solamente quel che è: vino e nulla più. Un contro-senso che conferisce il tocco in più alla Messa in scena.

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