Tag: rivoluzione

LO STESSO GIORNO
Il sogno anarchico della Banda del Matese

4 aprile 1877
Nasce la Banda del Matese

San Lupo è un piccolo paese dell’appennino meridionale collocato vicino al Matese, il massiccio roccioso dell’appennino sannita. In questo paesino, la sera del 4 aprile 1877, presso la taverna Jacobelli prende vita la Banda del Matese.
Quando il giorno precedente Carlo Cafiero arrivò nel Matese sembrava un uomo d’affari; con abiti eleganti e aria signorile.Tutti lo scambiano per un gentiluomo inglese in cerca di affari. Così come Carlo, anche Pietro Ceccarelli ed Enrico Malatesta erano in abito elegante quando accolsero l’ultimo arrivato.
Erano tre tra i rappresentanti più importanti del movimento anarchico italiano, riconosciuti e sostenuti anche dal Congresso di Berna. In occasione di quello stesso congresso internazionale anarchico, Cafiero e Malatesta avevano sottolineato l’importanza di un ruolo attivo sul territorio: i contadini, per quanto riportato dagli esponenti italiani, aspettavano l’arrivo di uomini coraggiosi capaci di guidarli nella liberazione dal nuovo padrone piemontese, sfruttatore come i Borboni, usurpatore e avido di tasse.

Con questo obiettivo, un gruppo di una trentina di anarchici la notte del 4 aprile si ritrova nella taverna Jacobelli decisi ad organizzare una rivoluzione. Per un caso fortuito, un gruppo di carabinieri insospettiti dall’assembramento così insolito per il piccolo paese, fece irruzione nella taverna. Il gruppo di anarchici, ormai scoperto, aprì un caotico e rocambolesco conflitto a fuoco contro le forze dell’ordine, ferendo due carabinieri e riuscendo a procurarsi una via di fuga.
Parte del gruppo riuscì a salvarsi e per due giorni vagò nei boschi dirigendosi a nord verso il vicino paese di Letino. Non immaginando di avere la fortuna dalla propria parte, la mattina dell’8 aprile, sventolando la bandiera rossa e nera al vento, la banda riuscì ad entrare in paese ed occupò il municipio.
Con il sostegno del popolo, per lo più contadini, si impossessarono di una partita di armi sequestrata a dei bracconieri. Dichiararono decaduto Vittorio Emanuele II, abolirono la tassa sul macinato e bruciarono tutti i registri sulle imposte, simbolo dello sfruttamento dei contadini. 
Esaltati dalla vittoria appena riportata, replicarono la scena durante il pomeriggio nell’adiacente comune del Gallo. Gli anarchici festeggiavano, i contadini li inneggiavano come salvatori e liberatori, ma l’euforia era destinata a durare poco.

Le forze dell’ordine arrivarono in massa.
Esercito e carabinieri erano numerosissimi, forse anche alla luce della stretta amicizia tra Nicotera, ministro degli interni, e Achille del Giudice, il più ricco e potente proprietario terriero del Matese. I carabinieri inseguirono e accerchiarono gli anarchici, dal 9 al 11 questi cercarono di resistere e scappare come potevano, senza mai aprire uno scontro a fuoco diretto coi carabinieri. Il 12 aprile, esausti da quel tentativo di fuga, gli ultimi appartenenti al gruppo si arresero e furono arrestati.

Sicuri di andare in contro alla corte marziale, i militanti anarchici furono invece sottoposti a un regolare processo, anche grazie a Silvia Pisacane. Silvia aveva 25 anni e conosceva bene quelle zone in cui si mosse il gruppo anarchico. Intelligente e sveglia sapeva di politica, custodiva gelosamente le carte del padre Carlo, del quale aveva ben chiari gli ideali. Quando il padre Carlo rimase ucciso durante la sua famosa spedizione nel regno delle Due Sicilie, Silvia ancora piccola venne adottata dal compagno d’armi Giovanni Nicotera. Proprio grazie a questa sua parentela diretta con il ministro degli interni, Silvia riuscì a far ragionare il padre adottivo. La minaccia del giudizio sommario era scongiurata. Evitata la forca per corte marziale, il gruppo avrebbe comunque dovuto affrontare un tribunale pronto a condannarli tutti all’ergastolo.

Ancora una volta la fortuna è dalla parte degli anarchici. Vittorio Emanuele II morì quasi un anno dopo, e il potere finì tutto nelle mani del figlio Umberto I. La fortuna per il gruppo fu che il popolo contadino li sosteneva a pieno e, insieme a loro, in molti nutrivano simpatia per quelle idee rivoluzionarie che ricordavano il risorgimento. Per questo il re neo-incoronato, non volendo subito inimicarsi la popolazione, concesse un’amnistia per i crimini commessi e salvò così gli anarchici del Matese.

Ancora oggi una targa è appesa sul muro del comune a San Lupo:
“Da questo luogo il 4 aprile 1877, mossero gli anarchici del gruppo di Cafiero e Malatesta, divisando un moto insurrezionale di libertà per le genti del meridione d’Italia. Un sogno di riscatto rimasto senza compimento”
(San Lupo 24.4.1998)

Ogni lunedì, per non perdere la memoria, seguite la rubrica di Filippo Mellara Lo stesso giorno. Tutte le precedenti uscite [Qui]

cristiano mazzoni

Una “bandiera rossa” nel Collettivo Ultimo Rosso:
Cristiano Mazzoni ha presentato il suo libro

 

Perché si scrive poesia? È una delle domande ricorrenti che faccio a chi la scrive e la legge. La stessa domanda è stata posta a Cristiano Mazzoni, che il 3 dicembre ha presentato il suo ultimo libro presso la Galleria Carbone.
Senza troppi giri di parole, Cristiano risponde a Pier Luigi Guerrini che ha moderato l’incontro “scrivo per necessità, se non scrivessi e non ricevessi un riscontro da chi (anche per sbaglio) mi legge, forse non sarei qui”. La poesia quindi come necessità, come forma d’espressione e d’arte salvifica. Un libro come diario di vita e un modo per incontrare l’altro per ricevere da lui conforto, e perché no, anche per fortificare la propria autostima.

Non a caso la raccolta di Cristiano, circa duecento pagine, è la somma di dieci anni di vita. Poesie che raccontano il mito rivoluzionario di Che Guevara, quasi un ‘maestro di vita’ per il nostro. Non a caso la bandiera rossa continua a sventolare, metaforicamente e non solo, dall’inizio alla fine della raccolta “Sventola bandiera, ricordati di essere vera,/ tu rappresenti tutti noi,/le tue righe abbracciano due secoli,/la tua memoria sta nella storia,/mai più scolorita, mai più abbandonata,/ ogni gradino del tuo curvone,/porta la tua gente, oltre il tempo presente”.

band statale 16

Le note musicali della Band Statale 16, che per la presentazione de I pensieri del Comandante hanno proposto diverse canzoni da Sergio Endrigo alla cantante anarchica Lalli (fra le tante), hanno ben incorniciato le poesie sociali imperniate sul lavoro in fabbrica di cui Mazzoni conosce tutti gli aspetti più alienanti. Il mondo delle battaglie sindacali e sociali per il bene della comunità dei lavoratori di cui sente parte attiva e rivoluzionaria, ma di cui soprattutto ne condivide la parte più umana e sensibile.
Perché sono i lavoratori i veri eroi: “Metalmeccanico, tu nasci dalla rivoluzione industriale,/flange, dadi, bulloni e tiranti,/serraggio e sflangiatura dei tempi moderni”. In questo mondo che tende a sopraffarli, a dividerli, a comprarli, a disgregarli e a sfruttarli “dove siete compagni,/non vi trovo, vi ho perso, mi sono perso,/combattete nemici creati da altri […] perché sognate con le parole dei vostri oppressori,/al vento si disperde la vostra rabbia,/indirizzata male e mai capita”.

La nostalgia e la malinconia sono i tasti toccati sulle corde delle poesie legate soprattutto ai ricordi dei genitori e delle persone care perdute: “papà siamo coetanei,/oramai è ufficiale, quasi non credo,/quasi non mi vedo,/il tempo soffia, sotto la cenere o anche auguri mamma,/oggi è il tuo compleanno,/hai smesso di invecchiare tre anni fa,/ed io non ho più tolto la testa dalla sabbia”.
D’altronde i ricordi migliori vengono descritti come foto e proprio nelle foto sfogliate alle volte si trova la vera occasione per scrivere

Vecchie foto di mondi antichi,
scatole da scarpe piene di ricordi,
contorni frastagliati, immagini ingiallite.
Mio padre giovane, nella miseria della borgata,
mia madre bella e sorridente, felice, nel lungo dopo guerra.

E poi c’è il calcio (quello giocato) nelle borgate di periferia che è metafora di vita come fa notare Pier Luigi Guerrini prendendo a prestito le parole di Pier Paolo Pasolini e Valerio Magrelli che del calcio ne hanno parlato con passione, analizzandone tutte le sfaccettature più vere e umane. Così è anche per Cristiano che in più di una poesia né parla con il filtro dell’infanzia: “sogno di un bambino, i ragazzi entrano in campo dal tunnel degli spogliatoi,/sembra di sentire il rimbombo dei loro tacchetti,/il campo è verde come il tappeto di un biliardo,/si schierano a centrocampo, con quella maglia di una/bellezza che toglie il fiato”.

E infine molte, molte poesie legate a figure storiche della politica, della letteratura e dello sport che hanno influenzato la vita e l’immaginario di Cristiano, come quelle di Don Gallo, Pasolini, Enrico Berlinguer, Sandro Pertini, Pietro Mennea, ma anche molti personaggi che sono solo i suoi eroi personali portati all’attenzione del lettore ignaro, che tramite la sua scrittura appassionata, vi riesce a scorgere la commozione e l’affetto sincero dell’autore.

Cristiano Mazzoni

Il libro dalla copertina rossa (di quale altro colore poteva essere?) non è solo la somma di dieci anni di vita di Cristiano, ma anche la descrizione di un’immaginario storico politico di un’Italia altra, un po’ sognata ma anche vissuta, e che a volte ha deluso, ma che continua incessantemente e sinceramente a lottare con i mezzi che ha a disposizione che – permettetemi di dire – non sono solo la famiglia, la voglia di democrazia, l’utopia dell’uguaglianza sociale, il lavoro, ma anche la poesia e la letteratura, perché la cultura quella del dialogo e perché no, anche dello scontro civile, può rendere liberi e migliori, come è venuto fuori dal dibattito scaturito subito dopo la presentazione tra il pubblico che era seduto nella saletta. Ma cos’è la poesia per Cristiano?

Poesia

La poesia non si impara, né si insegna,
non si trova, né si crea,
e infatti, io la cerco,
inutilmente,
tra le lettere, di questa stupida,
tastiera.

 

Cover e foto nel testo di Valerio Pazzi

mappamondo rivoluzine

la rivoluzione, la rivoluzione – un racconto

 

c’eravamo noi, una volta, tutti intenti ad aspettare la rivoluzione in senso allargato con la bandiera di quel gran figo del Che, che era il nostro simbolo di lotta contro i genitori, contro i prof, contro i padroni delle fabbriche, intenti a trovare la libertà dalla religione, dal sesso, dallo studio, dal progresso che ci costava la natura, ci avremmo guadagnato l’ecologia, tutte quelle cose che erano importanti, allora, ci autogestivamo quando ci riuscivamo e occupavamo, eravamo tutti contro la polizia, eravamo tutti intenti a cercare di cambiare il mondo che non ci andava, se quello che ci sparavamo in testa o in vena ci piaceva molto di più allora lo inseguivamo, non la pensione, non le case-famiglia, non gli ospizi o come li chiamiamo oggi case di riposo, questi ragazzi ora sono tutti fannulloni, non hanno ideologia, non hanno spina dorsale, tranne mio nipote, forse, dove sono i nostri tempi?

dove sono andati, piegati in valigie che trasporteremo con le rotelle fino in camera nostra, dove ci lasceranno questi infami rammolliti? perché mio nipote ha problemi, invece, lui non è così, eravamo lì a creare un futuro e ora sono qui a lamentarsi di non riuscire ad arrivare a fine mese, loro che hanno sempre avuto tutto, dove lo hanno messo, forse lo hanno venduto, hanno venduto le ‘madonne d’oro’ che gli abbiamo regalato al battesimo per pagare le cambiali, idioti, massa di fannulloni, andate ad arrabbiarvi in piazza come facevamo noi, perché non fate nulla? state a comprarvi il televisione a schermo piatto, e non riuscite a comprarvi il pane, eravamo lì noi a cambiare tutto, ora siamo chiusi negli ospizi a farci prendere a schiaffi dalle infermiere, e voi? non fate niente?

– sono stato uno sciocco ad andare giù in piazza oggi, a protestare contro la riforma della scuola e del lavoro, questa legge di stabilità fallita, sono instabile io, nelle riprese della tv non sono venuto poi molto bene, insieme agli altri, tutti ammassati, come potevamo uscir bene, avessero almeno ritoccato le immagini con Photoshop, e la rai, e mediaset, altro che televisioni nazionali, sono degli impostori, non sono capaci neppure a fare delle interviste decenti, che qui sono diventati tutti prossimi alla rivoluzione, prossimi a spaccare le vetrine dei negozi, a strappare le marche dalle merce, cazzo, per poco ho mancato la serie in tv, che sfiga, ci siamo persi il video di Caparezza, gli articoli che lo criticano, che poi non sono mai le stesse persone, allora bisogna difenderlo, è un grande Caparezza, andare su you tube a dire la propria, contro quelli di Amici, che ci hanno rotto, meglio Caparezza, la musica è rivoluzione

– sono stato un vero sciocco a venire qui, intanto la polizia che ci ha caricato ha goduto più di noi, e non c’erano quelli con i passamontagna a difenderci o a fare casino, o a spaccare i bancomat, io non li ho mai visti, non ho mai capito se ci fanno o ci sono, in tv dicono che sono dei criminali, facinorosi, spaccano tutto, ma sono di destra o di sinistra? quale destra, quale sinistra? sono stanco, vengo qui in mezzo ai cortei per protestare, mica per vedere gente che sfascia tutto, voglio protestare con ordine, voglio guardare le belle ragazze, prima di tutto il rispetto per gli altri, voglio spaccare le linee nemiche, però sono stato uno sciocco, la prossima volta lascio il video recorder accesso, magari mi registro la nuova puntata, senza spoiler, oppure chiedo al mio vicino, ehi, ascolta sai per caso se in streaming trovo la puntata di…

tu non sai di cosa parli, sei sempre lì ad aspettare che qualcuno ti dica cosa guardare, cosa mangiare, cosa pensare, lì di fronte al computer, ad aspettare di capire quale modello di i-phon val bene una notte, non capisci le mie esigenze ho bisogno di fare un figlio, che a breve non potrò più, mi va in cancrena quella parte del corpo che ancora sopravvive a stento, prima che sia troppo tardi, dobbiamo fare un figlio e tirarlo su come Puffy che è così amato, non lo vedi, spazzolo il suo pelo una volta al giorno e gli compro solo la pappa migliore, lo so, lo sento che tu non pensi ad altro, però un figlio, un figlio è diverso,

diamo vita a una generazione nuova di zecca, una generazione che si ripete, il nostro futuro che si manifesta, finalmente, non credi? questo presente che continua a non cambiare, ho il corpo che sta morendo di speranza, solo un paio d’anni e non avrò più l’occasione, è come uno sconto all’unieuro, dobbiamo battere forte adesso, questa rivoluzione della coppia, prima di stancarci di fare all’amore in maniera tradizionale, che poi ci viene di essere speciali, meglio speciali che morti, siamo ancora in tempo, sbrigati, non cominciamo con lo scambio di coppia, lo scambio d’amore, ce lo siamo venduto insieme all’emancipazione, lavoro io, ora fino a quando farò un figlio, poi solo calci dal capo, un figlio, un figlio è diverso, non credi?

– è stato trattato come un pupazzo, un burattino lui, assieme a loro, li abbiamo svenduti per bene, tremila euro per il tragitto, credeva che sarebbe arrivato con la sua famiglia in un paese migliore, non so cosa ci sia di migliore in Italia, credevano che avrebbero trovato un lavoro per sfamare i loro figli qui, invece sono arrivati per stare nelle baracche, per chiedere un sussidio che nessuno in tempo di crisi riceve, neppure gli italiani, figurati loro, figurati lui con la sua famiglia di ‘negri’, di poveracci, ma noi ci abbiamo guadagnato tremila euro a persona, e abbiamo buttato a mare gli zaini con l’insulina, e ora loro sono stati trattati da fantocci, lui è morto in fondo al mare assieme alla sua famiglia di ‘negri’, e non cercavano la rivoluzione, loro, non sapevano.

– ho letto un libro interessante, mica come quelli che stanno ore e ore su facebook, i libri non sono tutti uguali, quelli che leggo io sono molto meglio, dicono che ce ne sono altri di interessanti, li vendono sui siti specializzati con lo sconto del 15%, ma non sono di qualità, se li compri on-line, ci sono quelli di qualità che sono pochi, pochissimi, un 10% grandi case editrici e meno del 5% piccole case editrici, chiudessero tutte le collane, me lo auguro che finiscano tutte male, sprofondassero tutte in fondo al mare, insieme agli editori, ai commercianti, ai trasportatori, ai grafici, ai critici, a tutti quanti, solo così si potrà rivoluzionare il sistema cultura, facciamo come il sindaco di Venezia, buttiamo a mare certi tipi di libri che non fanno bene ai bambini, siamo tutti bambini, abbiamo bisogno di libri di qualità, ma io no,

io ho letto su questo libro che sono speciale, gli altri che non l’hanno fatto si freghino tutti, poi dicono che c’è la crisi, ovvio, avete visto che libri che circolano in giro? non dovrebbero, non sono ‘fascista’, sia bene inteso, lo dice il mio amico che di libri qualcosa ne capisce, e io lo ripeto, che la storia che mi ha raccontato mi ha convinto davvero, fino a domani almeno, poi ci vorrebbe solo una bella pulizia, che permetta di pubblicare solo libri di qualità, stipendiare gente che ne sappia davvero di libri, non quello che mi ha denigrato sul blog di letteratura, dice di essere il curatore di certe collane, ma è sbagliato, non lui, sarebbe meglio che cambiassero tutti i dirigenti, meglio che a decidere di libri di qualità ci fosse il mio amico, che lui davvero ne capisce o io al massimo.

– avere tutti difficoltà a concentrarsi, a rimanere in piedi nonostante si sia rinfrescato il clima, il caldo lo si sente dentro, il surriscaldamento di una notizia bomba che scoppia, che subito si è a catapulti in rete, per vedere se c’è qualcuno con cui parlare, c’è questa difficoltà a incontrarsi per strada e mi raccomando non toccarsi che si prende l’aviaria o forse la scabbia, sono arrivate con gli immigrati, mentre a esportare la paura di toccarsi ci siamo solo noi, voi siete quelli che ad avere la difficoltà di concentrarsi, poi prendete il supradyn mattina e sera, che mancano abbastanza sali minerali, e invece della banana troppo plebea, avete inventato il gatorade, con lo sviluppo, la ricerca,

l’invenzione rivoluzionaria, che cambierà il vostro modo di vivere, di mangiare di concentrarvi, sulle partite di pallone, sulle gare di temptation island, chi resiste di più a cornificare l’altro, è una ricerca di mercato, lo sapete come vanno certe cose, è uno sviluppo delle dinamiche di coppia, voi fate l’esperimento e non calcolate i risultati, lasciate lì le statistiche sociali, avete difficoltà a fare quattro + quattro senza il ginseng in pillole, sicuramente è più efficace quello di marca che quello in polvere da sciogliere, voi avete difficoltà a stare in piedi, morite dal sonno, nel sonno in cui vivete

– te ne sei sempre fregato di me, pensavi solo alla tua ‘fabbrichetta’ a quanti milioni ci potevi tirare su, a quanti operai avresti potuto fregare, mentre io sono diversa da te, da tutti i tuoi conti, dal tuo bilancio finito che a fine anno chiude sempre in positivo con il pronto intervento del commercialista, sono un’artista, cosa credi, scrivo per una rivista di moda, sono una fashion blogger, io creo e non voglio saperne dei tuoi miliardi, creo per un’intera sfilata di moda e poi la promuovo, solo così cambierò il mondo con il mio stile, è inconfondibile dice la testata giornalistica, te ne sei fregato anche della mamma, che le riusciva solo di farsi regalare gioielli al posto delle mutande che non le sfilavi, almeno non a lei, ora ho altri bisogni e necessità,

tu non puoi capire il mio mondo e io non capirò mai il tuo, uscirò con la macchina che mi hai regalato e andrò in discoteca, questo è il mio campo di confronto, non certo quel capannone con quell’enorme puzza di agenti chimici, sei tu che mi hai portato a questo punto, sei tu la mia droga, anche se quella buona me la faccio arrivare dal miglior laboratorio, amici fatti grazie alla moda, grazie all’arte e alla creatività, rivoluzioneremo lo stile, e tu cosa puoi capire, stai pure con le tue puttane, con i tuoi operai, ti sfilerò qualche centone nel sonno, sporchi soldi, ci sputo su, capitalista, sporco capitalista

– era al centro dell’attenzione, la notizia che predica le loro idee, affascinanti come allora, infatti lo sono adesso, che i giornalisti sono pronti a dirti tutta la verità di cui sono in possesso, tutto quello che ci è dato sapere, parzialmente compreso da te, parzialmente offerto da loro, che sembrano uscire come topi nella notte, a tirare su manifesti nuovi per ogni nuova protesta fantascientifica, l’imminente uragano, l’imminente presa di potere, l’imminente crisi, l’imminente guerra, e poi ti mettono in bocca le parole che ti sei faticosamente cercato su internet o in tv,

un’improvvisazione da predatori e la tua ricerca non va a buon fine, in cerca di novità, chi mai sarà quel nuovo conduttore, c’è chi presenta le notizie e lo hanno già notato per fare un film hard da scaricare su you porn, ah, che rivoluzione, la rivoluzione che non c’era o che c’è sempre stata, la circonvoluzione delle idee, di notizie troppo condivise, la rivoluzione è uno stile, un libro, un giornale, un padre, una madre, una manifestazione, la rivoluzione è nel passato o dentro uno ospizio futuro, nella mente di chi non ce l’ha fatta, nelle strade, sulle carrette del mare, ah, la rivoluzione, la rivoluzione è solo un giro intorno al sole, un cambiamento repentino di stagioni.

Selvaggio è il cuore
L’amore raccontato nel Messico della rivoluzione è l’ultimo romanzo di Nicoletta Canazza

Un contesto rivoluzionario in cui si muovono uomini di ideali e donne di volontà. Selvaggio è il cuore è l’ultimo romanzo di Nicoletta Canazza, per la collana Literary Romance. La giornalista de Il Gazzettino, che ha già pubblicato romanzi, racconti e scritto sceneggiature, ama definire ‘rosa’ questo romanzo in cui tutti i canoni del genere sono rispettati, ma le sfumature sono anche altre. È la storia di un’epopea familiare che vive nel Messico di inizio Novecento ed è la vita di donne che rifiutano un futuro preordinato, già deciso e fanno scelte di libertà e di stile molto moderne.
Selvaggio è il cuore è frutto di una revisione dopo essere stato nel cassetto per un po’ di tempo, i mesi di lavoro da casa e di confinamento sono stati l’occasione per dare vita a una storia nata anni prima.
“Il romanzo era quasi compiuto – mi racconta Nicoletta durante una presentazione a una rassegna letteraria –, quando l’ho ripreso in mano i personaggi hanno iniziato a parlarmi, quasi a chiedere che questa storia venisse finita e mandata al suo destino, così l’ho sfoltito e terminato”. E una casa editrice ha subito risposto, mandando in stampa il romanzo. I personaggi si muovono tra scenari esotici evocativi, ciascuno di loro porta in dote intrecci e vite parallele che infittiscono la storia, ma il nucleo centrale è l’amore, fatto di passione e allontanamenti, compromessi e abbandoni. Gabriel ed Helena si cercano, si scelgono e sono complici, di loro Nicoletta fa parlare gli occhi, perché può non servire altro a mandare avanti le situazioni.
“Credo che l’incontro tra due amanti – spiega Nicoletta – debba essere descritto più con l’allusione che con il dettaglio, come al cinema: le cose si devono intuire senza bisogno di spiegarle, questo rende più complice il lettore e più interessante la narrazione”.
In un precedente romanzo, Tanto non ti amerò, ambientato ai giorni nostri, Nicoletta affonda nella disaggregazione suprema a cui una famiglia può arrivare, perché la freddezza del calcolo soppianta il calore del nucleo originario, e così anche in Selvaggio è il cuore, è la famiglia che tutto può, ma anche tutto distrugge, un punto centrifugo e centripeto insieme.
“Le famiglie sono microcosmi in cui avviene di tutto, basta leggere la cronaca, mi ha sempre interessato cogliere certi meccanismi di conflitto che possono sorgere tra consanguinei e in questo romanzo intreccio l’amore, il latifondo, l’eredità, la competizione e il ritrovamento”.
Un libro avvincente fino all’ultima pagina in cui donne e uomini tessono il proprio destino lottando da protagonisti.

La rivoluzione di Guido d’Arezzo… O Guido da Pomposa?

Prima di lui il mondo girava in un verso, e dopo di lui quel verso superò se stesso. Il monaco che avrebbe per sempre cambiato il modo di cantare e suonare, inventando la musica moderna, era un italiano che visse a cavallo tra I e II millennio. Possibile che sia nato vicino a Ferrara?

Siamo in pieno Medioevo. La società è intrisa di religiosità e il cristianesimo pervade città e campagne. Molto diffusi sono i centri di spiritualità, dove suore, frati, monache e monaci meditano e si dedicano al territorio. Fra le attività predilette spicca il canto, particolarmente vitale nella liturgia di allora, per il quale è richiesto uno studio importante grazie all’imitazione mnemonica di chi già conosce le melodie. Una notazione musicale esiste, ma si serve di segni posizionati in corrispondenza delle sillabe, senza valore di durata o altezza dei suoni, fungendo così da traccia per il canto. Tali segni, detti neumi, seguono una tipologia definita adiastematica o in campo aperto, e l’apprendimento avviene grazie al monocordo, antico strumento progenitore del più recente clavicordo. Un ragazzo nato sul finire del X secolo, tuttavia, è destinato a scombinare per sempre le carte in tavola. Forse nel 992, forse ad Arezzo, nasce colui che diventerà famoso come Guido d’Arezzo, monaco benedettino, musicista e teorico, tra i più studiati nell’età medievale. Dal 1013 Guido diviene monaco presso l’Abbazia di Pomposa, e durante l’abbaziato di Guido di Pomposa dà il via a un’invenzione senza precedenti, ma già una questione emerge proprio dal suo essersi formato e fatto monaco nella località ferrarese. Per ricostruire una qualsiasi biografia, infatti, il luogo di nascita più naturale, per un novizio, è la zona dove poi viene intrapresa la carriera monastica. Una lettera che Guido scrive a un confratello sembrerebbe confermarlo, eppure è la stessa lettera a contenere un’espressione interpretata come decisiva per la determinazione di Arezzo quale città natale, espressione però riferibile anche semplicemente alla sua dimora abituale. A ogni modo, l’intuizione che si accende nella sua mente è di quelle osteggiate all’inizio ma poi osannate per sempre. Come in casi simili, tutto nasce da un problema: ogni canto, per poter essere eseguito, necessita in maniera incontrovertibile di essere ascoltato dalla viva voce di chi lo conosce, e soprattutto imparato con un notevole sforzo di memoria. Non solo, poiché in questo modo si rischia che ognuno interpreti e personalizzi il canto a proprio piacimento. La questione è dunque pedagogica e la sua soluzione talmente eccezionale che già al tempo Guido viene prontamente convocato dal papa Giovanni XIX, curioso di sapere come sia in grado di ridurre a un anno o due il tirocinio decennale richiesto per formare i cantori ecclesiastici. Il metodo è presto detto: si tratta di un nuovo sistema di notazione ed esecuzione musicale, la solmisazione, che consente la lettura ed esecuzione dei canti a prima vista. La musica compare così scritta su un rigo musicale, composto da un insieme di quattro linee, il tetragramma, antenato del pentagramma di oggi. Le linee appaiono contrassegnate da lettere-chiave che indicano l’intonazione del divenire melodico, servendosi anche di colori. Su questo schema, avviene la rappresentazione di sei suoni ascendenti, e la loro successione è associata per comodità ai versi di un inno liturgico dedicato a San Giovanni: sono così nate in seguito le attuali note musicali. Ma Guido non tradisce mai la sua vocazione pedagogica, che conferma inventando il solfeggio e la mano armonica, un mezzo meccanico che insieme ai suoi vari trattati mitiga la vita degli scolari a lui sottoposti. Il papa non può, di fronte a tale stupore, esimersi dal premiare il monaco con un prestigioso riconoscimento, invitandolo a istruire persino il clero di Roma, nonostante i passati rifiuti dell’ambiente pomposiano dovuti alla inevitabile possibilità per chiunque, ora, di poter imparare l’arte della musica.

Il celebre monaco italiano, di Arezzo o Pomposa, fu il primo a porre a sistema i timidi tentativi di qualche suo predecessore. Diede il via libera alla definizione dei generi e alla conservazione delle opere. Se ancora oggi possiamo suonare Vivaldi o De André, è insomma merito suo.

TACCUINO POLITICO
I rischi della ‘rivoluzione passiva’ italiana

La classe dirigente della destra è nel pallone. Ufficialmente si inventa complotti internazionali per denigrare il nuovo governo, ma se parli con qualcuno di loro ti dicono ciò che pensano: Salvini ha fatto harakiri. Si comprende la soddisfazione a sinistra per la fine di un’alleanza sciagurata e il ritorno al governo. Ma per il Pd i motivi per festeggiare finiscono qui. La nuova maggioranza è il frutto di un’occasione politica sfruttata con intelligenza, ma non espressione di un cambiamento maturato nella società. Gramsci parlerebbe di un episodio classico di ‘rivoluzione passiva’.
a) Il Pd torna al governo avendo alle spalle una sconfitta storica (4 marzo 2018) le cui cause non sono mai state analizzate. E il M5s passa disinvoltamente da un’alleanza con la destra estrema ad un governo con la sinistra senza dare spiegazioni, quasi si trattasse semplicemente di cambiare di spalla al fucile.
b) La nomina di Roberto Gualtieri al ministero dell’Economia è la vera novità politica della nuova maggioranza. Insieme al neo-commissario europeo Gentiloni e al ministro Pd per gli Affari Europei costituisce un asse che mette fuori gioco il folle nazionalismo anti-europeo della destra salviniana. A sostegno di questa svolta sono opportune le parole del Presidente della Repubblica: “Ora è necessario rivedere il patto di Stabilità europeo per tornare a crescere”. Insieme alla revisione delle regole di Dublino sull’immigrazione e alla creazione di un’area fiscale comune.
c) La filosofia del programma di governo è opposta a quello della maggioranza precedente: prevalgono i valori dell’inclusione e della solidarietà. E questa è buona cosa per cominciare ad archiviare il tempo dell’odio e dei capri espiatori. Ma le proposte sono generiche e aperte a interpretazioni diverse. Alcuni esempi. Si dice che bisogna realizzare nuove infrastrutture tenendo conto dell’impatto sociale e ambientale. Bene. Ma sono bastate alcune dichiarazioni della neo-ministra De Micheli per aprire una polemica nella maggioranza ancora prima del suo insediamento ufficiale. E sull’immigrazione e sui decreti salviniani disumani, oltre ad evocare le responsabilità dell’Europa, come verranno radicalmente cambiati? Senza dimenticare che c’è ancora una nave, con i profughi a bordo, che aspetta di poter attraccare in porto. E sulla giustizia? E’ un po’ poco parlare genericamente di riduzione dei tempi e riforma del Csm. Fermiamoci qui, con solo un’ultima e fondamentale aggiunta. Non si parla con chiarezza su come intervenire per diminuire il debito pubblico e come mettere insieme le risorse finanziarie indispensabili per una crescita di qualità e per creare lavoro. Si rischia di passare dalla demonizzazione dell’Ue alla fede nello ‘stellone’ d’Europa, ma ciò non ci assolve dalla nostra responsabilità nell’aver creato un debito-mostro che non è fra gli ultimi dei nostri problemi strutturali.
d) Il distacco tra la società e la politica è grande. E il Pd ritorna al governo senza aver fatto i conti con le cause della perdita di legami sociali fondamentali per una forza popolare. Scriveva nell’aprile 2013 l’inascoltato Fabrizio Barca: “L’incapacità di governare della sinistra non deriva da un deficit di potere, bensì da un deficit di conoscenza e partecipazione nelle decisioni e nell’attuazione. Bisogna costruire un nuovo partito per un nuovo programma e un nuovo metodo di governo”. Siamo ancora fermi lì. Non c’è stata batosta elettorale sufficiente a far capire ai dirigenti del Pd che devono uscire dai loro stanchi e infecondi riti. Sì, è vero che il nuovo segretario Zingaretti ha vinto le primarie parlando della necessità di aprire porte e finestre, ma nella pratica non è ancora successo nulla in questa direzione.
Conclusione. Il nuovo governo è frutto di un disastro tattico della destra, di una manovra intelligente della classe dirigente del Pd e di un ruolo positivo svolto da Conte. Ma dietro alla nuova maggioranza non c’è un cambio di segno culturale e civile nel Paese. Se non si lavora per risolvere questa contraddizione il Conte due anziché rappresentare un ‘nuovo inizio’, sarà archiviato come l’ennesimo episodio di trasformismo all’italiana. E per la sinistra potrebbe significare una catastrofe.

ARCHIVIO DELLA MEMORIA
La commedia macabra del terrorismo e il nero lenzuolo della fine

Stavo scendendo dalla collina, il clima era splendido, se avessi dovuto scegliere il giorno perfetto, ecco ci ero dentro. Così ragionavo tra me e me facendo attenzione a dove mettevo i piedi, le zolle erano ancora un po’ sollevate e mi capitava, affrontando la discesa ripida, di inciampare, scivolare e capitombolare giù. Ma non ci furono incidenti, la mia mente, di solito abbastanza confusa, tentò di fregarmi facendomi immaginare asini che volano o, peggio, facendomi tornare alla memoria il tentativo poetico che la sera prima avevo composto per cercare il sonno prefigurandomi una notte tranquilla, per favore senza sogni: “Saliamo – avevo scritto, nel pensiero – saliamo ogni giorno sul Golgota della nostra vita, guidati da una cultura incosciente e la sera scivolo giù da quel monte per finire nel pattume della società”: sul monte ora c’ero davvero, sicché, inciampando qua e là, mi ritrovai sotto un albero di ciliegie marasche e ai miei piedi il corpo immoto di una ragazza. Uno straccio pareva. Mi fermai di botto, quel corpo sconosciuto, le braccia così bianche sulla terra bruna, mi aveva trasferito in un altro mondo, chissà quale e chissà dove, l’aria muoveva soltanto la maglietta, i jeans – mi pare che quell’essere indossasse i jeans – erano aderenti alle gambe e l’aria della pur splendida primavera non era in grado di scompigliare gli indumenti.

E tu chi sei?, chiesi al sole e al vento, ma nessuno rispose. Un filo di sangue aveva formato una macchia sul petto della ragazza. Allora cercai di ricostruire la piccola popolazione che aveva preso possesso della cascina Spiotta lassù in alto: sapevo che doveva esserci o esserci stato il capo della banda di terroristi, comandati da Renato Curcio, poi Massimo Maraschi, quindi il sequestrato Vallarino Gancia, chiamato anche il “re dello spumante”. Non ricordavo altri. Una sola donna: lei, rivoluzionaria della prima ora, Margherita (Mara) Cagol, fondatrice delle Brigate Rosse, figlia di noti intellettuali altoatesini.

Avevo la bocca arsa dalla sete, c’erano le ciliegie, chiesi scusa al cadavere e cominciai a mangiare i frutti vermigli; finalmente arrivò una pattuglia formata da due carabinieri. Chi è?, chiesi indicando il cadavere. E lei?, fu la risposta. Giornalista, dissi piano, non si sa mai, pensai: ero già in disaccordo con la mia santa professione. C’era stata una furiosa sparatoria, mi informarono i carabinieri, erano morti due militi, era morta la Mara, Curcio era scappato, il rapito era stato liberato, ma, insomma, non era stata una grande operazione di polizia. Il magistrato inquirente mi disse che aveva richiesto l’intervento di una pattuglia consistente, non di pochi uomini, “ma non lo scriva”, si raccomandò, “sapevamo che nella cascina Spiotta c’era il commando brigatista”. Capii allora che esistevano ordini superiori. E il brigatista catturato, chiesi, che fine gli fate fare? “Quello lo incrimino per il sequestro e per l’omicidio”. Ma alla fine dell’iter giudiziario il brigatista fu liberato. Costume italiano. Mi accorsi così che l’affare Brigate rosse era veramente una faccenda di Stato sulla quale il cittadino-pantalone non doveva mettere occhio, nemmeno dal buco della serratura (quello usato da noi giornalisti).

La commedia macabra era appena cominciata, per anni ci sarebbero stati ammazzamenti brutali, quando non selvaggi, giudici inquirenti pilotati dall’alto, spie, ladri di Stato, assassini assoldati per tenere in ebollizione questa nostra società dominata da loschi figuri, loschi figuri quasi sempre di volgare ignoranza: “No – pensai parlando al cadavere – questa non è la Rivoluzione, è una violenta scazzottatura”. Di giorno in giorno aumentavano i motivi di odio, lo stato di polizia non aiutava certo a rappacificare una società pronta sempre a farsi iniqua, a condannare i più deboli, a mandarli al macello con un’indifferenza sconcertante, a fare guerre per l’onore del principe e tutto al fine di costruire un Paese sempre più ignorante, la gente, o il popolo se vuoi, soffocato da stupide burocrazie in cui non rimane che annegare, naturalmente con la benedizione di un porporato: come comanda la società di oggi. Era questo il Paese che volevamo?
Non so, quel giorno di primavera ero preso da quel cadavere che guardava il cielo, sinceramente io guardavo le marasche, mi faceva pena quell’essere che aveva scelto di uccidere ed essere ucciso per ricominciare dal nulla… Siamo dominati da un sordo rancore, la poesia è stata cancellata e con essa la bellezza che pur esiste, abbiamo dilaniato la nostra intelligenza, che è il nostro Dio, ci hanno gettato addosso un nero lenzuolo, ci hanno asciugato le poche lacrime rimaste. Andiamo pur avanti. Si fa per dire andiamo avanti. Non era questa la rivoluzione.

Futuro di ieri, futuro di domani…

di Lorenzo Bissi

Immaginatevi di essere nei primi anni del novecento, di possedere una macchina ed essere un amante della velocità. Aggiungete anche di essere un poeta ed uno scrittore piuttosto affermato, di stampo decadentista e liberty.
State sfrecciando con la vostra macchina a tutta velocità per una strada di campagna, improvvisamente due ciclisti vi tagliano la strada: come lanciati da una catapulta finite dritti dentro ad un fossato.
Siete vivi, vi ripescano, e indovinate un po’? Vi siete finalmente riusciti a liberare degli orpelli della poesia decadentista, non volete più guardare al passato, ma essere proiettati fieramente verso il futuro, vi rendete improvvisamente conto che per affrontare la vita serve audacia, coraggio, arditezza, vitalità.
Siete un uomo nuovo, un uomo futurista.
Così il giorno 20 febbraio del 1909 è nato il manifesto del futurismo di Filippo Tommaso Marinetti; è questo un inno al progresso, all’azione, all’audacia, alla vita.
È rivoluzione pura. L’intenzione è quella di bruciare tutto ciò che è vecchio: al rogo Venezia in primis, e le biblioteche, covi di ragnatele e di scheletri di morti.
Che lo sguardo degli uomini sia sempre rivolto verso il futuro, verso il progresso; si corra in avanti senza meta, l’importante è che lo si faccia con violenza, con forza, con aggressività, con vivacità.
Si faccia la guerra, perché è l’unico modo per ripulire il mondo da chi non è capace di combattere, dalla feccia della società.
E in questo irrazionale grido si legga la passione per la propria nazione, l’attaccamento irrefrenabile alla vita, l’obbligo morale di fare poesia, di fondare una nuova cultura.
Oggi, rivolti ad ammirare il passato, estasiati da questa vitalità, siamo sedati dal Nulla, nemico tremendo perché invisibile, e aspettiamo sempre che un nuovo Manifesto del futurismo lo scriva qualcun altro…

“1. Noi vogliamo cantare l’amor del pericolo, l’abitudine all’energia e alla temerità.
2. Il coraggio, l’audacia, la ribellione, saranno elementi essenziali della nostra poesia.
3. La letteratura esaltò fino ad oggi l’immobilità pensosa, l’estasi ed il sonno. Noi vogliamo esaltare il movimento aggressivo, l’insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo ed il pugno.
4.Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova; la bellezza della velocità. Un’automobile da corsa col suo cofano adorno di grossi tubi simili a serpenti dall’alito esplosivo… un’automobile ruggente, che sembra correre sulla mitraglia, è più bello della Vittoria di Samotracia.
5. Noi vogliamo inneggiare all’uomo che tiene il volante, la cui asta ideale attraversa la Terra, lanciata a corsa, essa pure, sul circuito della sua orbita.
6. Bisogna che il poeta si prodighi con ardore, sfarzo e munificenza, per aumentare l’entusiastico fervore degli elementi primordiali.
7. Non v’è più bellezza se non nella lotta. Nessuna opera che non abbia un carattere aggressivo può essere un capolavoro. La poesia deve essere concepita come un violento assalto contro le forze ignote, per ridurle a prostrarsi davanti all’uomo.
8. Noi siamo sul promontorio estremo dei secoli!… Perché dovremmo guardarci alle spalle, se vogliamo sfondare le misteriose porte dell’impossibile? Il Tempo e lo Spazio morirono ieri. Noi viviamo già nell’assoluto, poiché abbiamo già creata l’eterna velocità onnipresente.
9. Noi vogliamo glorificare la guerra – sola igiene del mondo – il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore dei libertari, le belle idee per cui si muore e il disprezzo della donna.
10. Noi vogliamo distruggere i musei, le biblioteche, le accademie d’ogni specie, e combattere contro il moralismo, il femminismo e contro ogni viltà opportunistica e utilitaria.
11. Noi canteremo le grandi folle agitate dal lavoro, dal piacere o dalla sommossa: canteremo le maree multicolori e polifoniche delle rivoluzioni nelle capitali moderne; canteremo il vibrante fervore notturno degli arsenali e dei cantieri, incendiati da violente lune elettriche; le stazioni ingorde, divoratrici di serpi che fumano; le officine appese alle nuvole per i contorti fili dei loro fumi; i ponti simili a ginnasti giganti che scavalcano i fiumi, balenanti al sole con un luccichio di coltelli; i piroscafi avventurosi che fiutano l’orizzonte, e le locomotive dall’ampio petto, che scalpitano sulle rotaie, come enormi cavalli d’acciaio imbrigliati di tubi, e il volo scivolante degli aeroplani, la cui elica garrisce al vento come una bandiera e sembra applaudire come una folla entusiasta.”

Filippo Tommaso Marinetti

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

BORDO PAGINA
Intervista a Claudio Pisapia: verso Ferrara 3.0 e r-evoluzionaria?

D- Pisapia, i Liberal che fine hanno fatto?
R – Dunque, qui non voglio cimentarmi nelle differenze tra liberismo e liberalismo anche perché di certo non mi sento all’altezza di un Croce o di tutte le trattazioni in merito. Semplifichiamo, così capisco anche io, dicendo che sebbene la parola si accosti a libertà, non sempre questa ne dà il giusto significato. Tutti vogliamo essere liberi e tutti vorremmo prendere liberamente le nostre decisioni e partecipare alle decisioni comuni.
Un sistema che ti permette la proprietà privata, la sua difesa in opposizione alle aspirazioni di altri che devono contenersi davanti alle tue aspettative e desideri, è sicuramente il sistema migliore, più antico, più adatto all’essere umano. Il capitalismo se lo facciamo nascere con lo sviluppo dell’agricoltura e il primo recinto va in questa direzione per capirsi.
Poi succede che magari uno più forte viene e ti abbatte il recinto oppure, ai giorni nostri, ti dice che il denaro è una merce più importante delle patate o dei pomodori e prende il controllo dello strumento. Per farlo deve convincerti che i suoi interessi coincidano con i tuoi e alla fine arrivi a credere che produrre dei biglietti di carta o degli impulsi elettronici è più difficile che aspettare che un raccolto arrivi a maturazione e grazie a quella che potremmo definire “ingegneria del consenso” (che non ho inventato io ovviamente) riesce a proportela come la cosa migliore perché “tutti fanno o la pensano così”.
Oggi il capitalismo è liberismo o liberal ed è anche finazcapitalismo, come diceva Gallino. Quindi è il nulla più assoluto, tutto frullato per un prodotto finale senza anima dove si dice tutto e il contrario di tutto. Libertà, massima aspirazione dell’essere umano, insieme a mercati e capitali liberi e globalizzazione, massima schiavizzazione attraverso il debito delle popolazioni mondiali e concorrenza sleale dove vince solo il più forte e dove le imprese locali e i territori non vengono tutelati.
L’unico che potrebbe mettere freno a questo è lo Stato che opera esattamente come dovrebbe operare … uno Stato. Questo concetto è stato rubricato come statalismo, nazionalismo, populismo e soprattutto contrario alla libertà, quindi non Liberal. Libertà di chi? Di quelli che operano sui mercati e fanno partire il ciclo di cui sopra. Ricordatevi gli interessi in conflitto che il vero Liberal cerca di nascondere con il solito “siamo tutti nella stessa barca” che è come dire che Marchionne ha gli stessi problemi e gli stessi interessi dell’operaio dell’ILVA.
Il liberismo, o liberalismo, diventa la dottrina dominante e grazie al consenso della massa (che è impegnata a vestirsi tutta allo stesso modo, a farsi gli stessi tatuaggi, a bere lo stesso aperitivo credendosi assolutamente originale e unico) diffonde le sue malattie: concorrenza sfrenata, globale è bello, lo sfruttamento che cos’è?, se la banca fallisce è colpa del direttore ladro o della corruzione).
Come rispondo secco alla tua domanda allora? Il liberal è intorno a noi, un po’ dentro di noi oramai nella sua versione malata, come un virus. Oggi Liberal è Renzi molto di più di Berlusconi, la Serracchiani molto di più della Boldrini, lo era Pannella e lo è la Bonino e la Fornero, Monti e Draghi. Cioè tutte quelle persone che prendono decisioni non a favore del popolo ma dettate dagli interessi dei mercati finanziari, delle borse, degli equilibri di bilancio, della tutela della contabilità piuttosto che della crescita e dello sviluppo sostenibile dell’essere umano. Sono coloro che sanno perfettamente come funziona il sistema ma non hanno un interesse in conflitto con gli interessi del salumiere all’angolo sotto casa tua.
Cominciamo a chiederci cosa abbiamo da spartire noi con questi e forse cominciamo a metterci sulla strada giusta. Forse dovremmo scindere le cose e coniare un significato accettabile per liberale diverso da liberismo. Qualcosa per dire non sono altro e che vada incontro all’esigenza delle contrapposizioni, oppure potremmo dire semplicemente “sono umano” e fregarcene.

D- Pisapia, Ferrara nel 2020, il tuo sogno?
R – Qui andiamo nel concreto insomma. Come ti ho detto penso che la riscossa debba partire dal locale e il mio locale è Ferrara per cui ho la risposta alla tua domanda. Nel 2019 Ferrara sarà più “illuminata”, partecipativa, avrà preso forma e sarà operativa come Centro di partenza per una riscossa nazionale, per una nuova visione e un nuovo paradigma antropologico. Congressi, conferenze, dibattiti aperti. Un laboratorio alla luce del sole. I ferraresi sapranno di cosa si parla quando si dirà economia locale, progettare il futuro, sistema monetario e avrà visto esempi concreti di tutto questo. Attenzione, storicamente per le rivoluzioni (io parlo in senso culturale e filosofico ovviamente) basta una percentuale di persone consapevoli. Quanti ce ne vorranno? 10.000 persone informate, che possano dire “noi sappiamo” sono un numero sufficiente.

Autobiografia in libertà di Claudio Pisapia
“Dunque, sono nato esattamente 50 anni fa a Cava dè Tirreni e, come direbbe Massimo Troisi, una “ridente cittadina del sud Italia” in provincia di Salerno. I portici di Cava ricordano un po’ Bologna. Una conca umida in mezzo ai monti ma a tre o quattro chilometri da Vietri sul Mare e quindi dalla Costiera Amalfitana. Ho vissuto molto a Roma e per qualche anno a Riyadh per lavoro. Poi ho scelto di venire a Ferrara, una cittadina di provincia dalle luci basse la sera, viva a sprazzi, che secondo me vuole aprirsi ma non riesce ancora ad aggregarsi e per la quale mi piacerebbe contribuire ad accendere luci più illuminanti. Ho frequentato il liceo classico e poi mi sono un po’ diviso tra lavoro e università, laureandomi nel 1994 in Scienze Politiche (una volta c’era l’indirizzo politico-internazionale, adesso non saprei).
A Ferrara grazie all’incontro con alcuni “ragazzi” predisposti allo studio e alla ricerca abbiamo messo su un laboratorio con l’intento iniziale di capire noi il perché della crisi del 2008, da dove siamo partiti, poi quella del 2011 e poi siamo ripartiti da capo, dalla macroeconomia e dal sistema monetario. Ci siamo chiesti, perché il sistema funziona così male? Da dove vengono i soldi? Chi li crea? Sono davvero merce? Capita la base tutto è sembrato più facile e a questo punto bisognava dirlo agli altri, alle persone. Il 2013 abbiamo chiesto a molti economisti di venire a Ferrara e abbiamo realizzato conferenze con prof. del calibro di Amoroso, Sapelli, Galloni, Rinaldi, Zibordi, Cattaneo e una tappa del Barnard – Mosler tour che ha visto all’Apollo la partecipazione di quasi 700 persone. Abbiamo iniziato poi noi a fare degli incontri dove spieghiamo la base della macroeconomia ma soprattutto la filosofia, l’idea che bisogna partire dalle basi e dalla comprensione che il sistema non è neutrale, come non è neutrale la moneta, non esiste per sua autonoma decisione, non ha una vita separata dalle nostre intenzioni. Siamo noi che all’inizio dobbiamo decidere quali sono i nostri obiettivi e tutto diventa uno strumento adattabile al fine. Non bisogna perdere il controllo o cedere gli strumenti. Scrivo con costanza su ferraraitalia.it e da un po’ anche su scenarieconomici.it. Mi è stato chiesto di partecipare, e ho accettato, alla rivista trimestrale vivere sostenibile e da dicembre prossimo sarò presente su cartaceo. Intervengo a volte su estense.com con qualche lettera al direttore. Mi ha ospitato anche il blog hackthematrix.it e curo un paio di blog: Claudiopisapia.blogspot.it ospito temporaneamente il pensiero del Gruppo Cittadini Economia di Ferrara e li vengono pubblicizzate tutte le attività in corso. Poi claudiopisapia.info, appena messo su, ospiterà prettamente il mio pensiero. Sto preparando un libro che sarà autoprodotto, auto stampato e auto tutto, con il fine di finanziare le attività del Gruppo Economia, per cui sarà possibile comprarlo nelle occasioni degli incontri che saranno promossi nei prossimi mesi.”

Info:
http://scenarieconomici.it/la-gabbia-di-claudio-pisapia/
http://scenarieconomici.it/nixon-e-il-1971-finisce-lera-delloro-di-claudio-pisapia/
http://scenarieconomici.it/il-referendumrealta-o-finzione-di-claudio-pisapia/
http://www.ferraraitalia.it/author/claudio-pisapia

Adiòs!

Fidel Alejandro Castro Ruz, 13 agosto 1926 – 25 novembre 2016
L’ultimo simbolo vivente della grande utopia del novecento ci ha lasciati.
Saranno felici i nuovi fascisti (quelli vecchi sono già mummificati nelle loro casse da tempo), mentre ai nuovi capitalisti, di Fidel, non gliene è mai fregato una virgola…
E’ giunto il momento di consegnare questo simbolo alla storia, giusto così!
Fidel aveva vinto. Aveva sfidato il Gigante e l’aveva battuto in casa sua, in quell’America che non scherzava affatto (a costo di eliminare il suo stesso presidente).
E il Gigante si vendicò isolando Cuba dal resto del mondo per decenni. Ma i cubani dimostrarono di essere un grande popolo proprio grazie a questo, nonostante gli yankees e nonostante le manie di persecuzione dello stesso Fidel… Un popolo che non ha mai perso il vizio dell’allegria!

Palio 2.0, tutte le anticipazioni del presidente.
La rivoluzione di Stefano Di Brindisi:
dal ‘Maggio Ferrarese’ agli animalisti

Stefano di Brindisi, classe 1961, è a suo agio nella poltrona della redazione. Il volto mediterraneo incorniciato da una folta barba sale e pepe, il sorriso buono, la risposta pronta. E soprattutto le idee chiare. Anche se generalmente non ama parlare di sé, si scioglie, si lascia andare a confidenze e, soprattutto, tratteggia il profilo del Palio 2.0 con qualche anticipazione…

Scopriamo chi è l’uomo che avrà in mano le sorti di una delle istituzioni più caratteristiche e cruciali per il futuro della città, il Palio. Azzardare un breve cenno biografico richiede un abile dono di sintesi: insegnante tecnico di Judo dal 1986, avvocato, appassionato golfista, contradaiolo agguerrito sotto le insegne di San Giacomo, e ora primo presidente proveniente da una contrada eletto all’unanimità… A lei non piace stare con le mani in mano, vero?
No, effettivamente, non tralascio niente, mi piace fare molte cose, sono un tipo eclettico.

Quale tratto unisce le varie esperienze della sua vita?
Sicuramente c’è un elemento di competitività, nel senso che amo gareggiare. Fa parte del mio carattere. Sfidare se stessi e gli altri però prevede un elemento essenziale che è il rispetto delle regole, la lealta, la conoscenza di se e dell’avversario e la condivisione dei momenti con gli altri.

So che nonostante i numerosi impegni continua ad esercitare come insegnante di judo.
Sì, tengo ancora una palestra in via Cassoli, insieme all’amico Alessandro Grande. Judo Format si chiama.

Un servizio reso anche alla città dato che è in una zona gad.
Infatti c’è bisogno di gente che si impegni nel quartiere, non dimentichiamo che lì c’è pure San Giacomo. A dire il vero molte altre associazioni.

Legata al judo c’è anche un’altra attività in realtà…
Sì, esatto. Si tratta dell’insegnamento dello sport, in particolare del judo, ai ragazzi portatori di handicap. E’ un lavoro che mi dà molto, una passione forte. Abbiamo fatto anche un ottimo lavoro con i ragazzi ipovedenti partecipando anche a campionati nazionali.

E il golf?
Il golf è uno sport unico, dove tu sei l’arbitro di te stesso. E’ straordinario e il rispetto delle regole è tutto.

Ma come fa a fare tante cose, con successo per altro?
Dormo poco, ho giornate molto lunghe. Al mattino e parte del pomeriggio seguo lo studio, poi mi ritaglio il tempo per il judo e soprattutto per la gestione dell’Ente Palio. Non c’è nessun segreto: la cosa fondamentale è l’organizzazione, creare una struttura di persone dinamiche, non è che faccio tutto io, tutt’altro. Io sovrintendo. Il comando è un servizio che va reso con grande responsabilità e anche grande umiltà. Intorno a me ho persone bravissime che fanno un lavoro eccellente e che vanno promosse e sostenute. Tutto il resto è disciplina.

E la sua storia con il Palio?
Sono entrato nella contrada di San Giacomo da ragazzino. Facevo il tamburino. In seguito sono dovuto uscire per diversi impegni lavorativi. E finalmente sei anni fa gli amici di San Giacomo mi chiesero di fare il presidente della contrada. Dopo una fase di ragionamento, accettai con molto entusiasmo.

Il presidente dell'Ente Palio di Ferrara, Stefano Di Brindisi
Il presidente dell’Ente Palio di Ferrara, Stefano Di Brindisi

Veniamo al Palio. Straordinaria novità la sua elezione.
Assolutamente, non era mai successo che il presidente fosse un’emanazione di una contrada e per di più che su di lui convergessero i voti all’unanimità. Sono molto orgoglioso.

Acclamato dai “principi elettivi” o agnello sacrificale in una fase difficile?
No, nessun capro espiatorio, non ce n’è bisogno. Svolgerò il mio compito con spirito di servizio. Conosco bene i punti forti e i punti deboli della situazione.

Ora parliamo della sua attività di presidente. Cosa succederà?
Le posso dire quali sono i miei obiettivi.

Prego.
Obiettivo numero uno: rendere l’ente Palio più forte, portarlo fuori dalle difficoltà. Metterlo in sicurezza, per così dire. E’ il grande obiettivo. Creare una nuova struttura attraverso la costituzione di una società con l’ente Fiera. Senza questa possibilità non avrei mai accettato. E’ fondamentale.

Una fase di innovazione assoluta insomma?
Certo, ma è una necessità imprescindibile dal punto di vista tecnico, giuridico e per le possibilità di organizzare tanti eventi.

Una volta realizzata questa società, i due enti conserverebbero la stessa autonomia che hanno oggi?
Certo, ma si potenzierebbe la capacità della realtà del Palio di movimentare la vita culturale ed economica della città.

Obiettivo numero due?
Quello culturale. E’ fondamentale rafforzare il legame tra Ferrara e il Rinascimento. E’ una carta vincente. Vede, la cultura può essere vissuta in modo attivo o passivo. Le persone vogliono non solo studiare e prepararsi, ma anche esserci fisicamente, fare le cose, organizzare rappresentazioni, eventi, eccetera.

Obiettivo numero tre?
Diciamocelo francamente: il Palio ce lo invidiano in tutto il mondo. Quindi dobbiamo intercettarlo questo mondo, internazionalizzare. Prima però bisogna conquistare tutti i ferraresi.

Ecco, punto dolente. Ferrara è una città ostica per certe cose. Non facile. Anche nei confronti del Palio ci sono luci e ombre intense.
Il Palio in città è molto apprezzato da una buona parte, direi un cinquanta percento, alcuni sono indifferenti. Bisogna lavorare anche in quel bacino.

Il primo passo per internazionalizzare gli eventi?
E’ già stato preparato: domani alle dieci e mezza in Castello ci sarà un avvenimento molto importante: ci incontreremo con i consoli dell’Emilia Romagna perché si possa giocare in squadra per portare nelle varie nazioni l’immagine del nostro Palio. E’ un servizio anche per il Paese.

Pensiamo all’offerta per la città, cosa prevede di fare? Può farci alcuni esempi?
Prima di tutto voglio coinvolgere i privati, non tanto o non solo per catalizzare gli investimenti, ma per invitare a spendere facendo, nel senso che chi vuole contribuire può farlo economicamente ma anche a livello organizzativo progettando eventi all’interno dei nostri spazi. E poi sto pensando ad un pacchetto turistico.

Ci può anticipare qualcosa?
Il Palio è certamente una risorsa dodici mesi all’anno. Ma non dimentichiamo l’importanza dei giorni tradizionali di gare e sfilate, che hanno un richiamo culturale che deve farci acquisire autorevolezza. Sto studiando un pacchetto turistico intanto per gli eventi di maggio.

Una sorta di “Maggio Ferrarese”?
Esatto.

In chiusura, veniamo alle gatte da pelare. A proposito di gatte da pelare, gli animalisti. E’ evidente lo scontro in atto per gli eventi legati alle corsa dei cavalli piuttosto che ad altre manifestazioni. Come pensa di risolvere la questione?
Lei mi parla di animalisti: animalisti o no, siamo tutti interessati alla salute di un cane come di un cavallo. Non si tratta di fare le cose nonostante o contro qualsivoglia associazione. Io invito gli animalisti a lavorare con noi, a confrontarsi serenamente e in libertà in modo da apportare miglioramenti in termini di sicurezza. Noi accettiamo consigli, se possiamo fare meglio non vedo perché non farlo.

usa-cuba

LA BELLEZZA CI SALVERÀ
Visitare Cuba… in attesa di un’altra Rivoluzione

I nostri mesi invernali sono ideali per visitare I’area Caraibica.
Piove a tratti e con intensità, siamo ai tropici, ma quando i giorni sono soleggiati si possono toccare i 35°, ottimi per un fantastico bagno nel Mar Caraibico.
Cuba è l’umanità carnosa che conosciamo, è la vegetazione che deborda, è il ballo e il canto, è ‘el ron’ (o rum), i cocktail sulle auto americane, è il coloniale e il barocco, il sole, il mare, l’Hemingway Special e la Revolucion o, perlomeno per chi vuol vedere, quel sogno drammaticamente infranto che ha ubriacato diverse generazioni e alimenta ancora qualche nostalgico – molti italiani – che si aggira per L’Avana nel nome del Che e di Fidel. Cuba è unica nell’universo caraibico per quel clima decadente che si respira per le vie di L’Avana. Palazzi oggi fatiscenti che lasciano immaginare una città superlativa e ricca al tempo della borghesia e dei mercanti di tabacco, di caffè, della canna da zucchero, coltivate da quei diversi milioni di schiavi neri forzatamente imbarcati dall’Africa.
Cuba ha capi orgogliosi, ma è rassegnata nella gran parte della popolazione: è in ginocchio, ha un’economia senza finanza e con nessun punto di forza, salvo il turismo per stranieri, che però può contare su pochissime strutture accettabili di ricezione. Minima la conoscenza dell’inglese (ostacolato), si parla solo spagnolo quindi un italiano si arrangia, ma sempre lì si finisce: “come va con il modello Fidel?” Con molta diffidenza e riluttanza i cubani ne parlano, senza dimenticare che fra canti, musica, danze in ogni angolo, ci troviamo nel pieno di una dittatura comunista, che opprime gli oppositori con i metodi usuali.
Viaggiare attraverso Cuba in auto è piacevole, gli autisti negoziano i costi dei percorsi e potete scegliere fra auto americane Dodge, Chevrolet, Ford, Pontiac dal ‘50 fino al ‘58 (con nuovi motori Hyunday, Mitshubishi). Le buche non vengono chiuse, il vero dramma dei driver è che rischiano i semiassi ogni volta che escono, mentre sul ciglio stradale troneggia martellante la propaganda politica del Che e di Fidel: “El pueblo unido jamás será vencido”.
Le vallate delle piantagioni del tabacco, un vero paradiso naturale, ospitano in condizioni per noi europei perlopiù inaccettabili, una popolazione all’apparenza serena; i mezzi di locomozione più popolari sono i piedi, il calesse, il cavallo. Le case dell’interno sono estremamente povere e contrastano con quelle eleganti del quartiere abitato dalla nomenclatura di L’Avana, l’area Miramar: pulita, ariosa con ville e parchi destinati ai politici locali e agli ospiti internazionali.
Trinidad deve essere visitata: un gioiello di città con cinquecento anni di vita, con case coloniali barocche intorno alla Plaza Mayor e dove, dalle finestre aperte, si possono ammirare con invidia arredi coloniali e liberty quasi fossero negozi di antiquari illuminati dai meravigliosi lampadari con cascate di gocce di cristallo.
I musei sono chiusi, tranne quello della Rivoluzione, dove si celebra la vittoria nella Baia dei Porci.
Le verdi campagne a fianco delle strade sono ricchissime d’acqua, ma non sono coltivate. I cubani ci dicono che se uno lancia un seme dopo un giorno già cresce qualcosa, ma nessuno è incoraggiato a coltivarle.
Un universo multietnico che oggi pare viva un’integrazione felice in un equilibrio sperimentale fra bianchi, di colore, mulatti, meticci e i pochi Indios salvatisi dall’occupazione spagnola.
I cubani, liberati dalla dittatura di Batista nel 1959 dalla rivoluzione castrista, sono stati poi costretti dallo stesso Castro in una camicia di forza con la quale non è consentito conoscere il mondo e che oggi intrappola e condanna al silenzio la generazione digitale.

cuba

Un paese purtroppo orientato verso un destino incerto e senza obiettivi, a meno che qualcosa non succeda.
Ed ecco apparire Obama e la soluzione, a poche miglia marine verso la Florida, nel passato via di fuga dei perseguitati da Castro e oggi orizzonte di nuove opportunità, ma che viaggiano in direzione opposta. Da ieri, per la prima volta dopo 88 anni, un Presidente Usa è in visita nell’isola caraibica, per una tre giorni di carattere politico e…commerciale: una compagnia alberghiera americana ha appena firmato un accordo per la gestione di tre strutture a L’Avana.
Le diverse sfumature con le quali i cittadini cubani vivono le aspettative, nell’attesa di una seconda rivoluzione, non limitano il loro guardare verso Nord, verso quella terra a stelle e strisce che potrebbe rappresentare la nuova frontiera per intraprendere un nuovo cammino e realizzare nuovi sogni in una nuova rivoluzione che, è un augurio, non li spogli di una cultura secolare e di una identità originale.
Ci hanno detto “la teoria della rivoluzione è una cosa, la pratica purtroppo è diversa”.
Cuba è affascinante, visitatela subito. Miami è troppo vicina.

NOTA A MARGINE
La rivoluzione degli ebook, una bomba ancora inesplosa

In tanti ancora faticano anche solo a concepirlo: innaturale, rigido, non si può sfogliare, non se ne possono collezionare file intere sugli scaffali di una libreria. Questo si dice di lui. E poi, la ‘scusa’ più originale di tutte: non profuma di carta.
Ovviamente stiamo parlando dell’ebook, il libro elettronico (o digitale che dir si voglia), diffuso ormai da molti anni, ma che a differenza di tante altre innovazioni nei campi della cultura (musica e cinema) fatica ancora a trovare il suo vero e proprio consolidamento. Tutto comprensibile se pensiamo alla lunga storia di un settore come l’editoria, di sicuro tra quelli dalla tradizione più longeva a livello globale e difficili da modificare per storia e tradizione, ma da anni in profonda crisi. Eppure già in tanti leggono in digitale e tutti noi, in fondo, sappiamo che prima o poi qualcosa accadrà e sempre più persone trasferiranno le proprie letture sui nuovi dispositivi.

Per fare il punto su questa fase di transizione nel mondo e nel nostro territorio, si è svolta un’interessante conferenza in Biblioteca Ariostea inserita nella rassegna “Viaggio nella comunità dei saperi” a cura dell’Istituto Gramsci e dell’Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara. Titolo dell’evento “Le nuove frontiere dell’ebook”, relatore il responsabile delle attività culturali del servizio biblioteche e archivi del comune di Ferrara Fausto Natali, introdotto dal direttore della biblioteca Enrico Spinelli e da Daniela Cappagli del Gramsci. Un’occasione per conoscere più a fondo cosa sono e come si utilizzano i libri digitali, oltre che per discutere circa alcuni punti interrogativi ancora in sospeso: come sta cambiando il mondo del libro? Quali sono i pro e i contro? In quanti leggono digitale e attraverso quali dispositivi?

Natali, a quanto pare lettore digitale da parecchi anni, ha fatto una doverosa premessa: in Italia è ancora molto basso il numero annuale di lettori. Le statistiche più recenti indicano, infatti, che solo il 13% della popolazione legge almeno un libro al mese e ciò si ripercuote inevitabilmente sul mondo della cultura (di solito chi non legge è meno propenso a frequentare cinema, teatri, concerti) e sui lettori di domani (i figli sono più indotti a leggere se lo fanno anche i genitori).
Tuttavia le vendite di ebook in Italia non sono assolutamente in calo: sono 4 milioni e mezzo gli italiani che nel 2015 hanno letto almeno un libro elettronico, e se è vero che oltre il 90% di chi acquista libri online predilige il cartaceo, è vero pure che molti tra questi decidono di comprare anche in formato digitale.
Leggermente in calo, ma con numeri comunque molto alti, la situazione del libro digitale negli Stati Uniti: gli ebook rappresentano il 20% dell’intero mercato dell’editoria, con un’industria come Amazon (leader indiscusso del settore, nonché pioniere dell’editoria digitale e da qualche anno anche editore del Washington Post) in possesso del 65% di questa quota.

Se quindi, in linea di massima, il mercato degli ebook è stabile o in crescita, lo stesso si può dire dei lettori e-reader. Come spiegato anche da Natali, ciò non è casuale vista l’enorme diffusione dei tablet e soprattutto degli smartphone, che oggi sono più di sette miliardi in tutto il mondo. Una diffusione che non va assolutamente sottovalutata, dato che lo smartphone è il device oggi prediletto dalla maggior parte delle persone per fare qualsiasi cosa in ogni momento della giornata. A quanto pare, anche leggere libri. Non è forse un caso quindi il fatto che un colosso come Apple abbia deciso, a partire dal prossimo aggiornamento del proprio sistema operativo per dispositivi mobili, di integrare la ‘modalità notturna’ per non affaticare gli occhi durante la lettura al buio, sintomo di un’attenzione privilegiata ai tanti lettori che preferiscono lo schermo luminoso al più consigliabile (almeno per le letture scorrevoli e longeve) inchiostro elettronico degli e-reader.

Natali è poi entrato nei dettagli più tecnici, specificando quali dispositivi utilizzare a seconda delle esigenze, i formati da privilegiare per una più vasta fruizione, la gestione dei Drm e dei meccanismi di protezione dei diritti, la catalogazione delle librerie online e così via. Questioni scontate per i nativi digitali e per alcuni della generazione dei millenials, ma di difficile comprensione soprattutto per quella fascia di lettori più in età, la stessa che probabilmente pone la maggiore resistenza a questa innovazione. Tuttavia il profilo del lettore oggigiorno non sembra cambiare a seconda della tecnologia utilizzata per leggere: secondo Natali è davvero solo questione di abitudine, il prodotto finale ovviamente è sempre e solo il contenuto del libro in sé.
Interessanti anche i dati che riguardano i piccoli editori e le auto-pubblicazioni (tra quelli che hanno goduto maggiormente di questo cambiamento) e la pirateria, ancora poco diffusa in questo settore, ma una probabile bolla pronta a esplodere nel caso di un consolidamento.
In sintesi, è chiaro che il futuro degli ebook e degli e-reader è ancora estremamente imprevedibile: Natali ricorda come le previsioni che qualche anno fa volevano la completa transizione dal cartaceo al digitale nel 2017 non si siano in realtà avverate. Un errore da ricercare probabilmente nella mancata capacità degli operatori del settore nel trovare una formula davvero innovativa e soprattutto in grado di diffondere capillarmente la lettura digitale.

Nel frattempo Ferrara non è stata certo ad aspettare, si è rimboccata le maniche: il servizio bibliotecario offre il prestito di libri digitali, iniziative come “Pane e Internet” aiutano la diffusione di queste nuove tecnologie e tante altre idee sono in cantiere per favorire un futuro nel quale il magico mondo del libro sia in grado coniugare tradizione e innovazione.

L’OPINIONE
La rivoluzione delle macchine

Robotica e digitalizzazione stanno cambiando il mondo. La nuova rivoluzione delle macchine sta costruendo un contesto che a molti appare completamente diverso rispetto a quello delle generazioni passate. Gli impatti di questo passaggio repentino sulla società e sulla vita di milioni di persone non cessano di sollevare dubbi, entusiasmi e paure. In particolare il lavoro sembra essere messo in forte discussione in un ambiente che diventa sempre più interconnesso grazie ai miliardi di connessioni tra le cose, popolato da macchine più intelligenti che interagiscono con esso e poco alla volta sostituiscono quei settori di lavoro umano nei quali avevano trovato posto le persone fuggite prima dall’agricoltura e poi dall’industria per effetto della prima e seconda rivoluzione industriale. Rispetto a quegli eventi epocali oggi e nell’immediato futuro bisogna fare anche i conti con l’incremento demografico e, soprattutto, con gli squilibri e le tensioni drammatiche, che esso comporta.
Se in prospettiva di lungo periodo questa appare una tendenza quasi certa che obbliga a riflettere seriamente sul futuro del pianeta e dell’uomo, nel breve periodo restano ampi margini di incertezza e quindi di manovra. Già adesso segni evidenti di questi processi si mostrano con sempre maggiore chiarezza; espulsioni di quote crescenti di lavoratori dai processi produttivi contrattualmente protetti e precarizzazione sistematica del lavoro a causa dell’automazione sempre più spinta che si insedia proprio in quei luoghi (fabbriche e pubblica amministrazione) dove più sicuro era stato il possesso del “posto”.
Diminuzione delle pratiche di delocalizzazione poiché i computer e le macchine automatiche rendono più economica la produzione anche rispetto ai costi già bassi che possono essere strappati nei paesi più poveri e meno tutelati sindacalmente.
I segni di questa sostituzione sono osservabili dappertutto ma stranamente passano sottotraccia: distributori automatici di cibi preconfezionati e biglietti, bancomat che consentono di svolgere molte operazioni, prenotazioni on line, macchine automatiche per fotografie, distributori automatici di benzina, sportelli autostradali intelligenti, sono solo alcuni degli esempi che abbiamo quotidianamente sotto agli occhi ma ai quali non pensiamo in termini di perdita di posti di lavoro e di sostituzione e spiazzamento del lavoro umano con quello delle macchine.
Tutto questo avviene tramite le tecnologie ma non esclusivamente a causa di esse: le regole di funzionamento del capitalismo finanziario imperante entro cui tutto questo si realizza sono state infatti prima motivate culturalmente e quindi imposte politicamente dai governi dominanti che hanno sposato e sostenuto un’ideologia liberista privilegiando specifici soggetti a svantaggio di altri e affermandola ormai come un fatto naturale incontrovertibile, necessario e sufficiente.

Comunque sia sempre più persone sono costrette seriamente a riflettere sul loro futuro in termini di possibilità occupazionale, di possibilità di lavoro. Automazione e digitalizzazione stanno infatti aggredendo il lavoro di quella gigantesca classe media entro la quale sono confluiti nel dopoguerra operai ed impiegati di ogni settore. Paradossalmente sono proprio quei lavori di concetto che nella vecchia società industriale sembravano difficili e per i quali era indispensabile un lungo percorso di apprendimento (quelli del mitico “posto fisso”, i lavori di concetto tipici del terziario, per i quali era indispensabile l’ambitissimo “pezzo di carta”, le occupazioni impiegatizie entro le fabbriche e le Amministrazioni) quelli attualmente più facili da sostituire; sembrano invece ancora poco minacciati i lavori basati sull’interazione umana diretta, sulla artigianalità e la sapienza dei gesti (per lungo tempo poco valorizzati nell’epoca industriale) poiché proprio essi sono per le macchine attuali più difficili da replicare.
E’ vero che tutto ciò che si può descrivere attraverso una procedura può essere industrializzato e tutto ciò che è industrializzato può essere tranquillamente automatizzato e digitalizzato; è anche vero però che il processo si presenta oggi più veloce e virulento in certi settori ed investe in forma differente, differenti lavori e professioni.

Almeno nel breve periodo molte persone dovranno dunque riflettere con non pochi timori su domande che riguardano il lavoro: in quali ambiti digitalizzazione e automazione espelleranno più lavoratori? Quali lavori e professioni saranno più minacciati di sostituzione? Che nuovi lavori si potranno inventare per vivere?

Allo stesso modo politici e decisori dovranno interrogarsi circa l’impatto sociale ed economico delle tecnologie; quale potrà essere il nuovo significato del lavoro in un economia di abbondanza di beni e servizi? Sono accettabili le enormi differenze generate da un sistema che premia enormemente pochissime persone? E’ possibile rinunciare al lavoro come meccanismo retributivo quasi esclusivo senza pregiudicare l’equilibrio sociale e l’identità delle persone? Quali dispositivi sociali dovranno essere pensati per regolare i comportamenti delle persone mantenendo un regime di libertà diffusa? Quali settori privilegiare in termini di priorità e di investimenti?

Quasi 20 anni fece scalpore la notizia che Deep Blue, il supercomputer Ibm, riuscì nell’impresa di sconfiggere Kasparov, il campione del mondo di scacchi; meno scalpore ha fatto invece la notizia più recente che dei giocatori dilettanti di scacchi lavorando insieme ad un normale computer, sono stati capaci di battere sia grandi maestri umani che macchine specializzate nel gioco estremamente potenti, lasciando intravvedere una possibile via per uscire dallo stallo: quella appunto della collaborazione uomo macchina, strategia capace di allontanare i due estremi dello scontro luddista basato sulla paura e della schiavitù tecnologica fondata sull’ignavia.

Questa collaborazione con le macchine intelligenti spinge, lavorativamente parlando, ad abbandonare ogni compito routinario e strutturato per sposare la logica della creatività e dell’innovazione, dell’imprenditorialità e della originalità. Intuire, escogitare, fare domande intelligenti, subodorare, influenzare, pensare fuori dagli schemi, combinare e ricombinare, rimescolare, interpretare dati, imparare ad imparare, flessibilizzare, discernere informazioni, riconoscere pattern, comunicare in modo complesso, comprendere empaticamente, diventano tutte capacità importanti per vivere bene in un ambiente intelligente che favorisce l’auto-rganizzazione e l’auto-aprendimento basato sulla tecnologia.
Più lavoro fuori dalle routine e dalle fabbriche, diversa educazione, differente idea di lavoro, decentralizzazione della produzione e co-produzione, invenzione di nuove forme d’impresa e di nuovi lavori sembrano poter scaturire da uno stato di complementarietà positiva con le macchine intelligenti; forse, la possibilità di creare quel valore che non appare oggi nel Pil attraverso le infinite pratiche di economia condivisa e informale che già oggi danno senso e scopo alla vita di milioni di persone.
In attesa ovviamente di ripensare seriamente l’intera economia e il posto del lavoro nella civiltà del futuro.

nobel-quartetto

RIFLETTENDO
Una bella notizia (finalmente) per il Mediterraneo

E mentre scoppia l’inferno contro i pacifisti di Ankara, cadono le bombe a grappolo russe in Siria, si distruggono le meravigliose rovine di Palmira, si attaccano convogli in Iraq, l’Iran testa missili a lunga gittata e qualcuno si perde pure a parlare di Marino, una bella notizia, fioca ma intensa e forte, occupa poche righe dei giornali. Troppo poche.

È quella di un Paese che reagisce alla violenza, quella del premio Nobel per la Pace 2015 assegnato al Quartetto per il dialogo nazionale tunisino “per il suo contributo decisivo alla costruzione di una democrazia pluralista in Tunisia dopo la rivoluzione dei Gelsomini del 2011” (qui, il 1 marzo 2011, il regime del generale Zine El Abidine Ben Ali era collassato sull’onda delle grandi manifestazioni di piazza). Nel 2014, avevamo già sentito parlare di candidatura al Nobel per la Pace alla tunisina Lina Ben Mhenni [vedi], la blogger-attivista, tra i pochi a non nascondersi dietro uno pseudonimo, che aveva raccontato con coraggio gli eventi più cruenti della rivoluzione in Tunisia nel 2011. Ma poi, nulla di fatto. Oggi il paese che si affaccia sul Mediterraneo torna alla ribalta non solo, e non più, per il dolce clima delle sue belle spiagge o dei musei affollati sconvolti dagli attentati che non perdonano, ma per altro, per qualcosa di bello, qualcosa di buono, una speranza di rinascita.

Le cosiddette “Primavere arabe” non sembrano avere avuto un grande successo, ma nella luminosa e laboriosa Tunisia il loro destino sembra aver incontrato qualche porta aperta in più. Nato nel 2013, “quando il processo di democratizzazione era sul punto di crollare sotto il peso di assassini politici e disordini”, continua la motivazione del gruppo di Oslo, “il Quartetto è riuscito a creare un processo politico pacifico in un momento in cui la Tunisia era sull’orlo della guerra civile. E così ha messo il Paese nelle condizioni di stabilire una costituzione e un sistema di governo che garantisca i diritti fondamentali a tutto il popolo tunisino indipendentemente dal genere, dal credo politico o dalla fede”. Cosa che purtroppo, non tutti i paesi vicino sono riusciti a fare, se si pensi, ad esempio, alla Libia. Ma non solo. Il premio è stato assegnato al Quartetto in quanto tale e non alle singole organizzazioni rappresentanti della società civili, che comunque vanno menzionate: il sindacato Ugtt (Union générale tunisienne du travail), la confederazione degli industriali Utica (Union tunisienne de l’industrie, du commerce et de l’artisanat), la lega dei diritti umani Ltdh (Ligue tunisienne des droits de l’homme) e l’Ordine nazionale degli avvocati.
Il “dialogo nazionale” tra gli islamisti del partito Ennahda (il “Movimento della Rinascita” ovvero Movimento al-Nahda), allora al potere in Tunisia, e l’opposizione era iniziato ufficialmente il 25 ottobre 2013 (dopo la grave crisi politica seguita agli assassini di due figure importanti della sinistra laica, Chokri Belaïd il 6 febbraio e Mohamed Brahmi il 25 luglio 2013) e puntava a formare un governo indipendente oltre che ad adottare la futura Costituzione. Il che era avvenuto puntualmente a fine gennaio 2014. Questo compromesso raggiunto con fatica era stato accompagnato dalle dimissioni del primo ministro Ali Larayedh, del partito Ennahda, che dirigeva il paese dopo la sua vittoria elettorale dell’ottobre 2011 e la sua sostituzione con un tecnocrate, l’ingegnere Mehdi Jomaâ, il 29 gennaio 2014.

Tutti i maggiori analisti concordano nel sostenere che il lavoro attento e prezioso del quartetto ha permesso alla Tunisia di smorzare il conflitto tra islamisti e anti-islamisti che minacciava di far sprofondare il paese nel caos. Un processo di ricerca di soluzioni consensuali che ha infine portato, il 31 dicembre 2014, all’elezione del presidente Beji Caid Essebsi, politico e avvocato tunisino, capo del principale partito anti-islamista, Nidaa Tounès. Essebsi, sulla pagina facebook della presidenza, si è felicitato del riconoscimento, sottolineando l’importanza del modello tunisino nel mostrare la via d’uscita alle altre crisi regionali. Il presidente della Lega tunisina per i diritti umani, Abdessattar Ben Moussa, ha detto alla radio che questo premio “prova come il dialogo sia l’unica via per risolvere una crisi, e non le armi”. Il vero messaggio, per noi, è che la democrazia non si importa (o si esporta) ma si costruisce insieme, fianco a fianco, con un dialogo e un ascolto continui oltre che con attività costruttive e intelligenti di diplomazia parlamentare. E che, come una splendida fenice, risorge dalle sue ceneri e dal dolore. Una speranza, per il Mediterraneo, che l’himar’ (l’ odio), si trasformi in ‘hiwar’ (dialogo).

  • Alcune tappe importanti del Quartetto:

– 25 luglio 2013: Il Quartet (Ugtt, Utica, Onat, Ltdh), denuncia l’assassinio di Mohamed Brahmi e decide di sospendere il dialogo nazionale iniziato a maggio 2013;
– 30 luglio 2013: L’Ugtt propone lo di scioglimento del governo in carica e la scelta di una personalità indipendente incaricata di fornate un governo tecnico entro 7 giorni;
– 6 agosto 2013: Il Presidente dell’Assemblea nazionale costituente (Anc) Mustapha Ben Jaafar sospende i lavori della stessa fino all’apertura di un dialogo fra tutti gli attori;
– 22 agosto 2013: il Movimento Ennahdha accetta l’iniziativa dell’Ugt ossia lo scioglimento del governo di Ali Larayedh, la sua sostituzione con un governo di “competenze nazionali” e il mantenimento dell’Anc fino al 23 ottobre;
– 31 agosto 2013: i partiti all’opposizione sottopongono varie proposte al Quartetto;
– 4 settembre 2013: il Quartetto annuncia il fallimento dei negoziati con il Fronte di salvezza nazionale;
– 10 settembre 2013: il Quartetto presenta un piano (“feuille de route”) per il lancio della sua iniziativa che parte dalle dimissioni del governo e dalla ripresa dei lavori dell’Anc;
– 20 settembre 2013: Ennahdha aderisce all’iniziativa del Quartetto e comunica la sua disponibilità a iniziare il dialogo nazionale senza condizioni;
– 21 settembre 2013: il segretario generale de l’Ugtt ritiene che la risposta di Ennahdha sia rimasta ambigua sule dimissioni del governo nei tempi indicati;
– 26 settembre 2013: marce pacifiche in tutto il paese a sostegno del Quartetto;
– 28 settembre 2013: il Quartet annuncia l’adesione di Ennahdha alla sua iniziativa;
– 3 ottobre 2013: L’Ugtt annuncia l’inizio, sabato 5 ottobre 2013, del dialogo nazionale, al Palazzo dei Congressi di Tunisi.

 

life is sacred

INTERNAZIONALE
“Life is sacred”: la rivoluzione gentile di Antanas Mockus

Può una matita spuntarla contro la canna di una pistola? Memori di quello che è diventato un simbolo della libertà di espressione dopo gli attentati alla redazione del giornale satirico francese Charlie Hebdo, la risposta non può che essere sì. Anche se la matita deve essere lasciata in un cassetto per quattro anni, prima di poterne adoperare la grafite.

Non è un caso se il documentario “Life is sacred” dell’antropologo e regista danese Andreas Dalsgaard è suddiviso in due parti, titolate rispettivamente Pace e Speranza. Dalsgaard ha avuto accesso ad aspetti della vita unici di Antanas Mockus, professore di matematica e filosofia, e rettore universitario, poi sindaco di Bogotà e candidato alle elezioni presidenziali colombiane nel 2010, è un intellettuale e politico in grado di insegnare alle persona a riutilizzare le parole pace e speranza.
Amato dai suoi studenti prima, dai suoi concittadini poi, non è tipo che si risparmia battute risposte salaci, quando meritate; né riflessività apparentemente passiva nelle conferenze stampa dove è incalzato da giornalisti. Soprannominato “l’uomo dei pantaloni” per avere candidamente mostrato il sedere durante una protesta pacifica degli studenti contro l’aumento delle tasse, e inventore del vaccino contro la violenza che somministra a entusiasti bambini.
Si maschera da supereroe ed esorta ogni cittadino a proteggere e aiutare l’altro, come se fossero tutti fratelli. O compagni. Alla base, l’idea utopica di una società in cui educarsi a vicenda, quasi trasformando la città in una gigantesca aula universitaria, in cui giocolieri gentili fermano autobus con un gesto della mano.
“La tua vita è sacra”, “L’unione fa la forza”, sono le frasi che ci si scambia agli incontri di partito.
Slogan sussurrati prima a bassa voce da un uomo solo, poi a voce un pò più alta da una piazza gremita. Un incitamento cauto, quasi una litania, un mantra. Che esplode grazie all’improvvisazione e l’energia di un flashmob, alle margherite di carta sventolate dai bambini durante le manifestazioni, alle magliette verdi, come il colore del partito che rappresentano, indossate da sostenitori entusiasti, al calore e alla forza che trae dalle persone che lo sostengono, ai colori che accompagnano la vita dell’uomo che conosce ombre e dispiaceri, calunnie e minacce, che vive sotto scorta.

E’ la voce di Katherine, studentessa ventiduenne e volontaria del partito verde, che ci introduce al panorama della Colombia. Un Paese dominato dalla violenza, che ne è ormai prepotente mezzo comunicativo, dal sistema del narcotraffico ideato da Pablo Escobar negli anni Settanta; da una élite economica e politica che non ha mai disdegnato gruppi paramilitari.
Un Paese che vive una situazione sociale e politica agli opposti: da una parte l’idealismo ottimista di giovani e studenti che credono in una possibile trasformazione del Paese; dall’altro tentazioni golpiste, corruzione e prevaricazione.
Un Paese in cui più di cinquemila giovani risultano desaparecidos, uccisi da paramilitari e mascherati da guerriglieri, con il duplice scopo (spesso ottenuto) di intimorire i cittadini ed eliminare i dissidenti.
Il documentario, girato in quattro anni di riprese e presentato in occasione della rassegna Mondovisioni al Festival Internazionale, ripercorre la campagna elettorale delle presidenziali del 2010 in cui Mockus era candidato leader con il Partito Verde, per poi terminare nel 2014 con la vittoria di Juan Manuel Santos, che per ironia del destino (o forse grazie a esso) era leader dell’opposizione di Mockus quattro anni prima.
Santos nel 2010 vince comprando voti, corrompendo cittadini e diffondendo voci false (il “rumor” e lo “humour”) di cui è maestro il consulente J. J. Réndon.
Mockus è a conoscenza dei brogli ma tiene una linea dura, per qualcuno dei suoi inaccettabile: sceglie di non denunciare le irregolarità. Molti dei suoi lo abbandonano, cercando di portare avanti le sue idee ma non considerandolo più come leader.
Quattro anni trascorrono, il prof. (come molti lo chiamano) si ritira dalla politica e per molti aficionados resta l’unica persona che poteva cambiare dentro e fuori la Colombia. Scrive, insegna, si ammala di Parkinson, si confronta con la madre artista intransigente e con la propria famiglia.
Nel frattempo, in quattro anni accade la rottura tra Santos e il suo predecessore liberale Alvaro Uribe, – il primo, ormai moderato, caldeggia un dialogo con le Farc, il secondo propugna tolleranza zero nei confronti dei guerriglieri estremisti. Uribe sostiene ora la candidatura di Zuluaga, che arrivato al ballottaggio con Santos perde. Ma in strada tutti festeggiano Mockus: quello che sa farsi da parte, quello che risponde pacatamente,
quello che continua a credere che le cose possono cambiare.

Un viaggio nell’uomo, prima ancora che nel politico, che perde con dignità pur sapendo che perde ingiustamente; che accetta la sconfitta e si congratula con l’avversario, pur sapendo che ha vinto in maniera disonesta; che si fa da parte senza smettere di essere de facto l’uomo che ha cambiato la mentalità intrisa di paura e rassegnazione.
Perché servono buoni perdenti alla democrazia, rammenta Mockus alla radio durante un appello per il voto a Sudarsky, il politico che prende le redini di ciò che è rimasto del suo partito verde di qualche anno prima. Di cui nessuno in realtà si è dimenticato, perché per strada è lui che fermano, dopo che Santos vince nel 2014; è a lui che stringono la mano imbrattata allegramente di inchiostro nero a formare una parola sola, quella “Paz!” a cui lui credeva quattro anni prima e che ha sempre evangelizzato.
Al di là del voltairiano “Non sono d’accordo con la tua idea ma farò di tutto perché tu possa esprimerla”. Al di là dell’umano troppo umano di Nietzsche.

Al di là dei sogni, come recitava il titolo italiano di un film onirico e terribile.
Diceva Kapuscinski che “il cinico non è adattto a questo mestiere”, riferendosi al giornalismo.
Non è adatto neppure al mestiere di politico, viene da dire al termine del documentario:
Mockus ci insegna che aspettare non è sbagliato, e che quando sei un grande uomo arriverà sempre il momento in cui un nano guarderà il mondo arrampicato sulle tue spalle di gigante.

papa-francesco-occhiali

NOTA A MARGINE
Dio in terra

Da solo, in un negozio del centro di Roma, a sostituire le lenti degli occhiali. Questo Papa, che si comporta come un normale cittadino, continua a destare scalpore. Ammirazione in molti, riprovazione in taluni.
Francesco, attraverso il suo esempio, sta mandando un messaggio: l’invito alla semplicità, rivolto prima di tutto ai potenti, o a coloro che tali si considerano o sono considerati. E’ un’esortazione a mantenere la sobrietà e la normalità nei comportamenti. Per conseguenza, tutti quanti siamo sollecitati a non ossequiare e non genufletterci di fronte a chi ostenta le proprie mostrine. Dignità, ecco la base del comportamento di ciascuno.
Papa Francesco è particolarmente credibile perché non solo predica, fa: mette in pratica. E’ una rivoluzione culturale quella che sta inducendo, una trasformazione dei costumi che, da sempre, vedono i ricchi e i potenti tronfi nei loro panni, compiaciuti del loro ruolo; e i ‘servi’ pronti a ossequiarli. Questo Papa sferza gli uni e gli altri: piace a chi non piacciono le gerarchie, dispiace invece a chi ama il podio.
Nella Chiesa gli si imputerà forse di minare la sacralità del suo ruolo, di comprometterne il prestigio e la ieraticità: perché il Papa è il ministro di Dio, il suo rappresentante in terra.
Ma Gesù, che era (lui certamente sì, per chi crede) Dio in terra, così si comportava: con semplicità e umiltà, pronto a fustigare i vizi, i vezzi e la superbia di coloro che amavano esibire i segni del proprio potere per farne strumento di comando e fonte di privilegio. Ed era Uomo fra gli Uomini.

ACCORDI
Uomini integri.
Il brano di oggi…

Ogni giorno un brano intonato alla cronaca di ieri e di oggi.

Il 4 agosto 1984 lo stato dell’Alto Volta diventa Burkina Faso, che significa terra degli uomini integri. Un cambiamento voluto dal presidente rivoluzionario Thomas Sankara, assassinato nel 1987 in un colpo di stato ordito dal suo vice Blaise Compaoré. Il quale, il 15 ottobre 1987, diviene presidente dittatoriale del Burkina Faso, un mandato che si interromperà grazie alla forza della popolazione burkinabè il 31 ottobre 2014.

[per ascoltarlo clicca sul titolo]

La rivoluzione non passerà in tv

lo-stato-sociale
Lo stato sociale

“Han detto la vita, la vita, la vita
è pagare i debiti che fanno i ricchi
e aspettare pure il resto,
pure il resto a calci in culo
e mi han detto che si chiamano profitti.
Hanno detto un giovane è come il Natale
o lo è tutti i giorni oppure non lo è mai.
Scegli se peccare e perderti con stile o rubare a chi ti venderai.
E se hai tutta questa voglia di scappare e neanche un posto come dici tu
Dammi un bacio che fuori è la rivoluzione che non passerà in tv” (Lo Stato Sociale)

 

ciliegio in montagna

PAGINE DI GIORNALISMO
Pensieri sul corpo morto di una terrorista

Dal basso vedevo quell’albero gonfio di foglie e di frutti, “sopra, vede? Cinquanta metri sopra l’albero, ecco quella cascina è Cascina Spiotta, è là che c’è stata la sparatoria”, mi disse un contadino. Risalii il campo un po’ faticosamente, erano due giorni che giravo come un matto per il Piemonte, da Casale Monferrato, ora ad Acqui Terme, posti stupendi che giustamente i romani frequentavano nelle loro vacanze. Erano, quelli, i dolci luoghi delle villeggiature, del benessere, erano le spa di allora: ruscelli zampillanti, acque sulfuree, acque tiepide, gran vino, tortelli (già allora?), gente burbera che parla poco, a volte scontrosa. La sparatoria si era svolta lassù, “dicono che ci sono dei morti”, aveva concluso la sua informazione il contadino, rimettendo poi in moto con due pedalate il ciclomotore e per scomparire dietro la curva cinquanta metri più avanti. Potevo fare la stessa strada, troppo lunga, preferii risalire la collina sotto un sole montagnardo di mezza mattina, sole pesante sulle spalle. Il borsello, come usava allora, era un orpello greve, antipatico, per fortuna ero allenato alla montagna: la mia piccola casa sopra San Pellegrino in Val Brembana era un rifugio sicuro, tranquillo, si udivano soltanto i gridi gioiosi di mio figlio, che giocava con l’amico Tullio, rampollo di montanari. Andava a scuola ma, soprattutto, lavorava sui campi ripidi dov’era nato, tagliava l’erba, la portava alla stalla dove io, la sera, andavo col pentolino a prendere il latte appena munto. Era un bimbetto Tullio, ma già sconciato dal lavoro; quando vedeva una nuvola in cielo si fermava e cominciava a pregare: “goccina santa, goccina santa, vieni goccina santa” ché, se pioveva, era la benedizione di Dio e della Madonna e Tullio smetteva di lavorare. Quella era montagna dura, i campi venivano tosati per dare cibo da ruminare alle bestie, ma anche per impedire che d’inverno persone e case venissero investite e travolte dalle slavine. Venivano giù a velocità incredibile, le slavine, sporche di terra, di rami, di tutto quello che trovavano sulla loro rapida discesa.

La montagna una volta era un luogo di tragedia greca; di fianco a casa mia c’era stato un grande ciliegio al quale i genitori del vecchio Giuseppe, parente di Tullio, attaccavano la corda doppia per portare su e giù dall’alto della collina il fieno, gli strumenti e perfino anche il fratellino di Giuseppe nella sua culla, un bimbo appena nato che la madre si portava al lavoro e, di tanto in tanto, gli dava la tetta. Ma quel giorno maledetto improvvisamente nella rudimentale teleferica si ruppe la corda e il cassonetto della funivia, a velocità vertiginosa, piombò a valle fracassandosi contro il ciliegio. Il fratellino di Giuseppe morì sul colpo: il padre prese la mannaia, tagliò il ciliegio, ne fece assi, con cui costruì una piccola cassapanca per Giuseppe che andava soldato: Giuseppe mi regalò quella bara, dipinta di rosso sangue, e ora il bauletto è a Roma in casa di mio figlio. Strani viaggi fanno le cose.

Salivo, dunque, la collina sempre in direzione dell’albero ricco che vedevo ormai poco più in alto. Intorno non c’era anima viva. Modi di dire, non c’era anima viva, ma quel giorno di caldo precoce e soffocante, era realtà. Quando fui sotto l’ombra protettrice delle fronde coperte di marasche, mi accorsi che ai miei piedi giaceva nell’erba un fagottone, che non era un fagottone, era una giovane donna. Guardai meglio: morta. Una delle tre vittime di quella assurda, feroce battaglia tra carabinieri e fuorilegge (5 giugno 1975). Avevano sequestrato l’industriale Vallarino Gancia e l’avevano portato lassù a Cascina Spiotta. Lo sapevano tutti, ma quegli improvvisati e sciocchi banditi no, non avevano capito che in quei meravigliosi luoghi, dove il lavoro è il lavoro, è fatica, è rinuncia, ma anche possesso e proprietà, tutti sanno tutto di tutti e le voci giravano: “le Br hanno portato a Cascina Spiotta il Gancia e lo tengono prigioniero”. Le voci erano salite fino alle orecchie degli inquirenti: “Si – mi disse il giorno dopo la sparatoria il procuratore capo di Acqui – sapevamo ed è per questo che ho chiesto al generale Dalla Chiesa di mandare su a circondare la casa un piccolo esercito. Ha invece inviato tre uomini…le pare possibile?” chiese a me. Forse lo scontro a fuoco doveva esserci, azzardai. Il suo silenzio fu una risposta eloquente.

E ora questa ragazza con la quale cominciai a dialogare, poverina, mi addolorava vederla lì perduta per sempre alla vita in un silenzio che soltanto di tanto in tanto il vento riusciva a rompere facendo frusciare le foglie e l’erba alta del prato e portando alle mie orecchie voci sconosciute provenienti dalla cascina; poi così com’erano arrivati i rumori cessavano e rimaneva quell’assurdo silenzio dell’estate. Guardavo di tanto in tanto quella ragazza così immobile, soltanto una ciocca di capelli, neri mi pare, si alzava sul capo, mossa da un refolo di vento, pareva voler sottrarsi alla morte. Non farai più l’amore, pensai a voce alta, come se lei potesse sentirmi e quelle parole mi pesarono sul cuore: com’è possibile, chiesi sempre a voce alta morire ammazzati così giovani? Poi, quasi per provocare quel povero essere domandai: si fa così la rivoluzione? Ammazzare e farsi ammazzare una mattina calda e assolata di giugno? La terrorista non si mosse. Ma la sua presenza, sia pure immota, mi spingeva a imbastire un dialogo assurdo: immaginavo la sua inutile fuga dalla cascina, a balzi giù per la collina, gli altri suoi compagni già sparsi sul prato, salvi per il momento, li sentiva sparare mentre scappavano e poi, improvvisamente più nulla, la terra l’attirò per sempre fino a che le radici del ciliegio non fermarono il suo ruzzolare e lei rimase lì a braccia aperte come a chiamare il cielo su di sé. No, le dissi ancora, questa non è rivoluzione. Ai tuoi nemici, quelli che tu avevi indicato come tuoi nemici, a loro tu servivi morta. Strappai dall’albero un mazzetto di ciliegie: ho sete, mi scusai con la morta. Intanto guardavo questo pacifico panorama, la pena che mi aveva riempito il cervello non accennava a diminuire e stavo lì imbambolato quando mi raggiunse un collega trafelato: “l’hanno identificata, è Mara Cagol, la moglie di Curcio”. Mara, le ripetei ora che conoscevo il nome, non si fa così la rivoluzione, tu sei morta per che cosa?

Per quel senso di giustizia sociale che il potere calpesta, al giorno d’oggi – vorrei dirle adesso – il terrorismo giunge da lontano, colpisce dove gli pare, taglia le teste innocenti, indifese e indifendibili. Mara, pensai, sei morta quando ancora la ribellione alle ingiustizie, alle torture dei poteri forti, alle prevaricazioni delle multinazionali aveva contorni romantici, ora viviamo dentro un film dell’orrore. Pensavi di fare la rivoluzione mentre un tuo compagno ti tradiva? A Milano, il giorno dopo, sui muri della città comparve una scritta: “Mara è viva e lotta insieme a noi”. Mara era morta.

crystal-palace-expo

Crystal Palace, gioiello dell’architettura in vetro e acciaio del primissimo Expo

Se si parla di Expo si è immediatamente indotti a pensare a Milano 2015. E’ invece il ricordo dell'”Expo delle Meraviglie” che voglio recuperare. Fu l’evento internazionale all’interno del quale venne progettato il Crystal Palace o il Palazzo di cristallo, costruito per celebrare nel piὺ fastoso e florido clima vittoriano la prima grande Esposizione universale.
“The great exhibition of the works of industry of all nations”, promossa dalla Royal Society of Arts come celebrazione delle moderne tecniche industriali, invenzioni e merci inaugurata dalla Regina Vittoria, si tenne a Londra a Hyde Park dal 1° maggio all’ 11 ottobre del 1851.

crystal-palace-expoIl Crystal Palace, un insieme di meraviglie estetiche e tecnologiche per il tempo, è il primo e monumentale fabbricato per certi versi rivoluzionario nel concetto architettonico e nei materiali utilizzati. Prende vita e forma all’interno di un contesto economico e sociale, europeo e mondiale, in profonda trasformazione grazie al contributo di eventi rilevanti come l`affermarsi e la crescita dell’industrializzazione inglese e centro-europea e la pubblicazione nel 1848 del Manifesto di Karl Marx e Friedrich Engels.
Il team di progettisti della struttura capitanati dall`architetto Joseph Paxton, giardiniere costruttore di serre, si misurò nella realizzazione dell’opera in tempi brevi, nove mesi, per un progetto fuori dagli schemi architettonici fino ad allora imperanti, e attraverso l’utilizzo in tutta la costruzione di due materiali allora sostanzialmente all’esordio della loro carriera d’utilizzo per fabbricati con quella destinazione: l’acciaio e il vetro.

crystal-palace-expoIl Crystal Palace è l’icona per antonomasia di una nuova modalità di progettare, per diversi osservatori apripista dellapoetica della leggerezza e della trasparenza”, la Glasarkitektur, un vero capolavoro di ingegneria ispirato se vogliamo alle grandi serre e che ebbe un intenso seguito e grande fortuna con le architetture che ancora oggi ammiriamo nelle stazioni ferroviarie e nelle eleganti gallerie urbane delle più importanti città italiane ed europee. Evitato l’impiego di pietre e di mattoni Paxton decide di guardare con grande fiducia e coraggio al materiale trasparente per eccellenza, da utilizzare per l’involucro esterno, nelle coperture e nelle pareti verticali: il vetro, sostenuto perimetralmente da una struttura portante leggera in acciaio ed incidendo profondamente nel rapporto fra esterno e interno della realizzazione.
Il Crystal Palace conteneva l’Esposizione universale con padiglioni espositivi, percorsi e servizi in genere per i visitatori, quindi il vetro avrebbe dovuto consentire un rifornimento consistente di luce in quanto all’interno erano ubicati oltre ai materiali esposti negli spazi dedicati, anche alti alberi e una grande quantità di piante che in questo modo potevano vivere e crescere all’interno degli spazi espositivi.

crystal-palace-expoTutte le lastre in vetro erano modulari, ne furono impiegate quasi 84.000 metri quadrati pari a 260.000 lastre in vetro piano di sei millimetri di spessore per una formato circa di un metro per tre, la dimensione massima producibile in quel momento storico e corrispondente ad un terzo della produzione vetraria inglese, la più importante quantitativamente in quel tempo nel mondo. Per fare un confronto comprensibile e sottolineare l’ardita scelta dei progettisti di allora, nel rivestimento esterno in vetro della torre Burj Khalifa a Dubai alta 830 metri e costruita 150 anni dopo sono stati impiegati quasi 170mila metri quadrati di vetro.

crystal-palace-expoMa un triste destino attendeva questo gioiello dell’architettura in vetro e acciaio. Ultimata l’Esposizione, l’intero edificio fu smontato nei suoi singoli componenti, (in analogia a ciὸ che è previsto per i padiglioni a Expo Milano 2015), trasportati con autotreni e rimontati in un altro luogo a sud di Londra, Sydenham Hill, che dal 1852 divenne la nuova ubicazione del gigante trasparente, sede di altre manifestazioni e attività. Il 30 novembre 1936 un furioso e disastroso incendio distrusse completamente l’edificio; le cronache del tempo descrivono così l’accaduto: “Di notte, luce e fumo potevano essere riconosciuti a chilometri di distanza”. Si chiudeva nel modo più drammatico la meteora del Crystal Palace, la fine di un`epoca si disse, la più spettacolare creatura di Joseph Paxton e del tempo, che aveva ospitato 28 nazioni di tutti i continenti con oltre tredicimila oggetti esposti e con la partecipazione di sei milioni di visitatori provenienti da tutto il mondo.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
La vecchia scuola dietro il polverone

C’è un grande polverone intorno alla scuola, e i polveroni bruciano gli occhi, impediscono di vedere. Ci sono anche tanti interessi, del governo, dei sindacati, delle varie corporazioni. Mai quelli giusti.
Il presidente del consiglio Renzi ha pure inviato il suo video messaggio al Paese con una semantica più potente di ogni parola, di ogni disegno di legge. Una lavagnetta d’altri tempi, con le righe bianche, il gesso e la cimosa. Come dire state tranquilli, la scuola resterà quella di sempre, forse una novità: i gessetti colorati, spesa pubblica permettendo. La cultura anziché “umanistica”, sarà “umanista”, come ha scritto al punto due della sua lavagna. Ignoranza, una svista, una scelta studiata? Chi lo sa? Ma il brivido dell’incompetenza e dell’improvvisazione di chi ti sta parlando attraversa la schiena. Messaggio rassicurante? Per nulla.
Ancora una volta il vizio italiano, tutto cambia, per restare come prima.
Sono in cattiva fede? Allora qualcuno mi faccia la cortesia di spiegarmi come sia possibile disegnare una scuola moderna lasciando inalterato il vecchio, altro vizio squisitamente italico. Come si possa pensare di innescare una riforma, senza porre mano all’impianto dell’unica vera riforma che il nostro sistema formativo abbia mai conosciuto, che, piaccia o no, resta ancora quella del 1923, di Giovanni Gentile, quella che a suo tempo fu definita come la più fascista delle riforme.
Intanto sarebbe necessario superare l’idea della scuola come un agglomerato di classi dove si va per ascoltare la lezione e per imparare. Pensare la scuola invece come ‘ambiente di apprendimento’ è un’altra cosa. Se alla classe si sostituisce il concetto di ‘ambiente di apprendimento’ chiunque comprende che si tratta di una rivoluzione, di un’altra organizzazione rispetto a quella che fino ad oggi ha nutrito l’immaginario collettivo. Significa che ogni idea di riforma non può che discendere dalla necessità in premessa di progettare nuovi ambienti di apprendimento, capaci di meglio supportare la formazione e la crescita delle generazioni del 21esimo secolo.
Il disegno di legge licenziato dalla 7a Commissione della Camera affastella dichiarazioni su dichiarazioni senza affrontare questo che è il tema centrale, da cui dovrebbe discendere l’organizzazione del sistema scolastico, una nuova professionalità docente, nuova anche nell’orario di lavoro, oltre che il ruolo della dirigenza scolastica e dell’autonomia sancita dalla legge Bassanini.
Sarebbe come occuparsi delle corsie d’ospedale anziché dell’ambiente e delle professionalità necessarie a sanare le persone.
L’articolo 1, oggetto e finalità della legge, altro non è che un generico elenco di buone intenzioni, le quali non avrebbero bisogno di vuote ridondanze, perché le norme già ci sono a partire dalla nostra Costituzione, per finire con il Dpr n. 275 del ’99 sull’autonomia scolastica. Ciò che manca sono le risorse finanziare e umane, una cultura della scuola all’altezza dei tempi. E poi ci sono le leggi da abrogare come la legge Gelmini sulla valutazione.
Usare termini come ‘apertura della scuola al territorio’ o è non riflettere sul peso delle parole o è crassa ignoranza, perché è dai decreti delegati del 1974 che la scuola è aperta al territorio, ma nel territorio non si è mai integrata. ‘Integrazione scuola territorio’ è tutta un’altra cosa, ma evidentemente difficile da concepire per questi improvvisati legislatori, perché vorrebbe dire estendere il concetto di ambiente di apprendimento oltre le cattedre e le pareti scolastiche, perché vorrebbe dire affrontare il tema complesso di tutte le forme di apprendimento quelle che ancora denominiamo come ‘formale’, ‘informale’, ‘non formale’, con bizantinismi linguistici degni solo dei gesuiti.
Penso al rapporto tra saperi e competenze, penso alla necessità di dotarsi di strumenti di misurazione e di valutazione che forniscano importanti dati sul funzionamento del nostro sistema scolastico e dei suoi istituti, penso alla necessità di personalizzare i percorsi di apprendimento, anziché inventarsi i bisogni educativi speciali, i così detti Bes. Potrei aggiungere altre importanti questioni come il tema dell’autonomia, delle certificazioni, dei debiti e dei crediti, l’etica della rendicontazione sociale e ancora altro. Tutti temi certamente citati nella legge del governo, ma anche allegramente evitati, per cui non si comprende come sia possibile pretendere di riformare il nostro sistema scolastico, se prima non si parte da questi e da questi si faccia discendere un disegno di riforma. Per non parlare delle classi, quelle che ancora catalogano apprendimenti e alunni per età anagrafica, sempre che non si sia bocciati. L’unica concessione della legge è alla possibilità di organizzare la didattica per gruppi-classe e per laboratori. Bene ai laboratori, non ai gruppi-classe. Male perché tutta la didattica della scuola dovrebbe essere laboratoriale, nel suo significato etimologico. Ma per farlo occorre un’altra organizzazione della scuola, altri spazi, un’altra cultura che non è quella della cattedra, ma su tutto questo la legge tace.
Ci si ostina con il Piano dell’offerta formativa, quando sarebbe ora che le scuole firmassero Patti formativi con i singoli alunni e le loro famiglie, oltre che con il territorio, e ne rendessero pubblica ragione.
L’elenco sarebbe lungo. La sintesi è che ancora manca la cultura nuova di cui il nostro sistema di istruzione, per essere un sistema formativo permanente avrebbe bisogno, di conseguenza mancano le parole, manca un linguaggio all’altezza del compito che si intende intraprendere.
Il problema vero e reale, come ha sottolineato Edgar Morin, è che oggi siamo di fronte ad una crisi radicale dell’educazione e dell’insegnamento. Si tratta di un altro grande problema contemporaneo, le nostre scuole, salvo rare, quanto lodevoli eccezioni, hanno perso respiro e slancio.
E per favore non mescoliamo l’ennesima sanatoria del precariato con la riforma della scuola, non c’è strada peggiore di questa per gettare in una precarietà permanente il nostro sistema di istruzione a danno dei giovani e di tutto il Paese.
Siccome di questi tempi a criticare si gufa e non si conclude niente, lasciatemi fare per una volta il legislatore, se avete voglia e tempo di sapere come questa legge l’avrei scritta andate a leggere qui. [vedi]

rivoluzione-ombrelli

IL FATTO
Hong Kong, la rivoluzione degli ombrelli: le reti
e un sorvegliato speciale

Ogni giorno, gli abitanti di Hong Kong si muovono per la loro città brulicante e affollata, accompagnati sempre dal loro ombrello, per proteggersi dalla pioggia scrosciante ma anche dal sole cocente. Dallo scorso fine settimana, invece, gli studenti che si battono per chiedere, oltre al suffragio universale, una maggiore autonomia dalla Cina, ne hanno fatto il loro simbolo. Con essi si sono protetti dai lacrimogeni lanciati dalla polizia per disperdere i manifestanti, giovani, pacifici e disarmati. O meglio, armati solo dei loro telefonini. E vedremo con che potenza li hanno usati… Ma quali sono le ragioni della protesta?

rivoluzione-ombrelli
Il logo della rivoluzione

Dal 1997, Hong Kong, ex colonia britannica, è una Regione amministrativa speciale con una certa autonomia, ma, nella pratica, controllata dalla stessa Cina. Gli accordi siglati a suo tempo tra Cina e Inghilterra prevedevano che la regione diventasse gradualmente sempre più democratica con le prime elezioni a suffragio universale a partire dal 2017. Queste elezioni avrebbero dovuto scegliere il capo del consiglio esecutivo che governa la città. Attualmente la carica è assegnata da una commissione elettorale composta da 1200 persone e totalmente filocinese. Per la Cina le elezioni libere rappresentano una concessione che potrebbe convincere altri Stati ad avanzare simili rivendicazioni. Così, al posto di normali votazioni democratiche, il governo cinese ha deciso che a contendersi la poltrona di capo dell’esecutivo saranno solo tre candidati che necessiteranno comunque dell’approvazione di Pechino. Da qui sono iniziate manifestazioni e proteste. E l’ombrello è diventato il simbolo, sul web, dei ragazzi che protestano. Il tutto partito, secondo l’Huffington Post, da un tweet del reporter di Abc News, Auskar Surbakti, che ha segnalato un grafico anonimo che si è servito di un ombrello inserito nel simbolo della pace per disegnare il “logo” di questa rivoluzione.

rivoluzione-ombrelli
Joshua Wong Chi-fung

I leader del movimento sono identificati in due giovani universitari, Joshua Wong Chi-fung e Wong Hon-leung ein, che avrebbero fondato il movimento #OccupyCentral, nel 2011. Joshua ha diciassette anni, occhiali neri e viso da bravo studente. Un giovane ‘apparentemente innocuo’ che la Cina sta dipingendo come una minaccia, magari pure una spia al servizio di potenze straniere quali gli Stati uniti (la fantasia dei governi in certi casi non ha limite). E’ stato definito dalla autorità cinesi come un “estremista”, e pure pericoloso. La sua popolarità è aumentata quando è stato arrestato durante gli scontri. Rilasciato due giorni dopo, è ora considerato la “voce” dei giovani della rivoluzione, sorvegliato speciale della Cina.

La manifestazione è iniziata fra il 27 e 28 settembre scorso, quando gran parte delle vie principali del quartiere d’affari Admilralty sono state invase. Il 28, i giovani manifestanti hanno occupato la sede del governo. E qui, i lacrimogeni hanno trovato gli ombrelli. Quando è scesa la notte sulle vie invase da tante anime, i manifestanti si sono serviti della luce dei loro smartphone per formare un’onda luminosa, quasi a formare un cerchio magico.

rivoluzione-ombrelli
I manifestanti © AFP
rivoluzione-ombrelli
I manifestanti © Alex Ogle/AFP/Getty Images

I social media hanno, in generale, giocato un ruolo fondamentale, come spesso è avvenuto nelle rivoluzioni degli ultimi anni (si pensi a Facebook durante la primavera araba). Si è, infatti, parlato delle “reti della rivolta”. Le riunioni e gli appuntamenti in strada si organizzano con WhatsApp o con FireChat, l’applicazione creata dalla società californiana Open Garden del francese Micha Benoliel per aggirare la censura. Quest’applicazione è particolarmente innovativa: servendosi del dispositivo della rete Mesh che permette d’inviare messaggi a persone vicine che usano la stessa rete, tramite intermediari-ponte, senza passare per il proprio operatore e con la semplice connettività Bluetooth, essa permette di comunicare “off the grid” (funziona quindi anche se non vi è alcuna connessione a Internet). Tuttavia, secondo Lacoon mobile security (un gruppo di ricercatori sulla sicurezza mobile) pare che sia stato recentemente inventato un virus in grado di colpire, per la prima volta, il sistema mobile di Apple per “creare caos” fra i mezzi di comunicazione dei manifestanti di Hong Kong. La guerra è aperta, pure su questo fronte.

rivoluzione-ombrelli
Il governo reagisce con la schiuma e lacrimogeni
rivoluzione-ombrelli
Le notizie hanno rimbalzato sui social network

Anche Twitter è stato un mezzo potente per diffondere immagini e messaggi. Oltre a Facebook. “Per una rivoluzione servono occhiali, una mascherina e FireChat”, scrive su twitter Stanislav Shalunov, un matematico russo esperto di internet, menzionando l’applicazione che consente oggi ai manifestanti di Hong Kong, e ad altri in futuro, di comunicare fra loro anche in assenza di segnale. Un’ulteriore dimostrazione che la tecnologia, ancora una volta, può aiutare a riunirsi, parlare, dimostrare, protestare e a far conoscere la realtà. A tutti, senza distinzione. ‘Affaire à suivre’, direbbero i francesi.

rivoluzione-web

SGUARDO INTERNAZIONALE
Chicago girl, la rivoluzione siriana pilotata dal web

Nel presentare il film, Francesco Boille, che cura per Internazionale la rassegna Mondovisioni, dice: “Chicago girl è l’esempio perfetto del documentario che cerchiamo durante l’anno per la rassegna Mondovisioni: un lavoro che unisca un evento urgente, come lo è oggi la guerra in Siria, e uno sguardo particolare su cos’è l’informazione, come si fa, e come circolano le notizie.”

Dalla sua stanza alla periferia di Chicago una ragazza americana, figlia di esuli siriani, coordina attraverso la rete la rivolta in Siria: tramite Facebook, Twitter e Skype aiuta i compagni sul campo a fronteggiare cecchini e bombardamenti, e denuncia al mondo le atrocità commesse dal regime di Bashar al Assad. “Questo – continua Boille – è un film datato perché raccoglie filmati girati dai ‘citizen journalist’ siriani tra il 2011 e il 2012, e la prima proiezione risale al novembre del 2013. Da allora la situazione è molto cambiata, si è fatta ancora più complessa con la comparsa dei guerriglieri dell’Isis. Ma “Chicago girl” rimane un documento importante e ben fatto di ciò che è successo in Siria, che è di una gravità enorme.”

Ed proprio questo il punto, i tanti ragazzi che hanno preso la telecamera e i cellulari in mano per filmare gli orrori del regime di Assad, avevano chiara l’idea di possedere un’arma formidabile, la migliore: sapevano che le centinaia e centinaia di video girati sulle strade di Homs e Damasco e pubblicati su You Tube avrebbero costituito comunque, in un momento anche lontano, la prova inconfutabile della colpevolezza del governo di Assad. “Girati, riprendi dietro di te! Riprendi, riprendi!”, “Domani usciamo ancora a filmare!”, queste alcune delle frasi che si sentono durante tutto il film. L’imperativo è continuare a filmare per sapere al mondo… per cambiare il mondo.

Nel film colpisce la determinazione di questi ragazzi che si alzano ogni giorno, si connettono con l’amica di Chicago per verificare dove si sarebbero tenute le proteste. “Quando ero al liceo pensavo ad uscire con le mie amiche, a divertirmi. Da quando c’è la rivoluzione non ho più tempo, ho troppo da fare. Sono sempre connessa, non riesco nemmeno a seguire le lezioni perché devo dare indicazioni ai miei amici su come muoversi, loro contano su di me, si fidano di me. Sono responsabile di centinaia di persone in Siria.” Perché la cosa peggiore e più pericolosa è quando le proteste sono piccole, diventa importante quindi coordinare le operazioni e ampliare i gruppi. Il suo lavoro è anche quello di tradurre le informazioni, inserire le notizie, scaricare i video, oscurare i volti delle persone, pubblicarli con data, luogo, autore, e spedire ai suoi amici materiale elettronico come piccole telecamere Bluetooth. Appena sa che un amico è stato intercettato o catturato dall’esercito di Assad, ne cancella l’utente Fb, perché la prima cosa che fanno è estorcere utente e password per rintracciare tutti gli amici della rete.
La ragazza di Chicago si dimostra una fonte sicura, una figura necessaria, “perché quando si fanno le rivoluzioni in rete – come dice un esperto che nel film spiega il senso di questo nuovo fenomeno – non basta affidarsi ai mezzi tecnologici, occorre il social network, e il social network sono le persone, la fiducia e la verifica delle informazioni.” I video pubblicati su youtube piano piano filtrano e arrivano sui media: “Quando vedo i miei video nelle breaking news della Cnn e di Al Jazeera, sento che sto facendo la mia parte nel mondo”.

“#ChicagoGirl. The social network takes on a dictator”, di Joe Piscatella, Usa/Siria, 2013, 74′

Sarà proiettato ancora domenica 5 ottobre 2014, ore 10.30 alla Sala Boldini

Tutti i documentari della rassegna, da quest’anno si potranno vedere in streaming su MyMovie, dall’8 al 15 ottobre, in una sala web dedicata a Mondovisioni.

  • 1
  • 2
L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

L’occhio di periscopio

Il giornalismo online in questi ultimi anni ha innescato una profonda trasformazione del nostro modo di informarci. Le notizie sono immediatamente disponibili attraverso la rete, continuamente aggiornate, facilmente reperibili. L’informazione è abbondante, la cronaca è ampiamente garantita. Quel che risulta carente è una chiave di interpretazione dei fatti, uno strumento di analisi capace di fornire una lettura che si spinga oltre la superficie degli avvenimenti. FerraraItalia ha questa ambizione: offrire commenti, analisi, punti di vista che contribuiscano alla formazione di una più consapevole coscienza del reale da parte di ciascuno e a vantaggio di tutti, come imprescindibile condizione per l’esercizio di una cittadinanza attiva e partecipe. Ferraraitalia è un quotidiano indipendente globale-locale che sviluppa un’informazione verticale tesa all’approfondimento, perseguito con gli strumenti giornalistici dell’inchiesta, dell’opinione, dell’intervista e del racconto di vicende emblematiche e in quanto tali rappresentative di realtà più ampie, di tendenze, di fenomeni diffusi (26 novembre 2013)

Redazione

Direttore responsabile: Francesco Monini
Collettivo di redazione: Vittoria Barolo, Nicola Cavallini, Simonetta Sandri, Ambra Simeone, Carlo Tassi, Bruno Vigilio Turra
Segreteria di redazione: Paola Felletti Spadazzi

I nostri Collaboratori: Sandro Abruzzese, Francesca Alacevich,Alice & Roberta, Catina Balotta, Fiorenzo Baratelli, Roberta Barbieri, Grazia Baroni, Davide Bassi, Benini & Guerrini, Gian Paolo Benini, Marcello Bergossi, Loredana Bondi, Marcello Brondi, Sara Cambioli, Marina Carli, Emanuela Cavicchi, Liliana Cerqueni, Ciarìn, Riccarda Dalbuoni, Roberto Dall'Olio, Costanza Del Re, Jonatas Di Sabato, Anna Dolfi, Laura Dolfi, Francesco Facchiano, Franco Ferioli, Giovanni Fioravanti, Giuseppe Fornaro, Maura Franchi, Riccardo Francaviglia, Andrea Gandini,Sergio Gessi, Pier Luigi Guerrini, Sergio Kraisky, Francesco Lavezzi, Daniele Lugli, Carl Wilhelm Macke, Beniamino Marino,Carla Sautto Malfatto, Fabio Mangolini, Cristiano Mazzoni,Giorgia Mazzotti, Paolo Moneti, Francesco Minimo, Alice Miraglia,Corrado Oddi, Fabio Palma, Roberto Paltrinieri, Valerio Pazzi,Carlo Perazzo, Federica Pezzoli, Gian Gaetano Pinnavaia, Mauro Presini, Claudio Pisapia, Redazione, Francesco Reyes, Raffaele Rinaldi, Laura Rossi, Radio Strike, Gian Pietro Testa, Roberta Trucco, Federico Varese, Ranieri Varese, Gianni Venturi, Nicola Zalambani, Andrea Zerbini

Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

Clicca sull’Autore per i suoi contributi.
CONTATTI
Inviare i comunicati stampa a: redazione@ferraraitalia.it
Inviare lettere al giornale a : interventi@ferraraitalia.it


FERRARAITALIA
Testata giornalistica online d'informazione e opinione, registrazione al Tribunale di Ferrara n.30/2013

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi