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The Great Energy Swindle
(la grande truffa dell’energia)

“The great rock’n roll swindle” è un film del 1980 nel quale il manager dei Sex Pistols, Malcolm Mc Laren, racconta che il punk fu una gigantesca operazione commerciale fintamente iconoclasta per fare un mucchio di soldi. Una truffa (swindle, appunto). Con il senno di poi e il fiuto di sempre, Mc Laren diceva solo una parte della verità; ma non può essere considerato impostore chi, in sostanza, dà dell’impostore a se stesso.

Il primo a parlare di truffa sui prezzi dell’energia è stato l’attuale Ministro per la Transizione Ecologica, Roberto Cingolani, che non può certo, in materia, essere definito un impostore.
Poi si è defilato, perché un ministro ha l’obbligo della prudenza e della diplomazia – o forse più banalmente perché gli hanno detto che è meglio se sta zitto. Sta di fatto che durante la guerra in Ucraina le forniture del gas russo all’Europa e all’Italia non si sono mai interrotte.
Quindi non c’è stato, finora, nessun problema di squilibrio tra domanda e offerta di gas che possa giustificare il decollo dei prezzi al consumo. 

Per spiegarne le ragioni cito chi di sicuro non è un comunista- populista-incompetente- nemico-del- mercato, cosa che potrei essere io. Alfonso Scarano, analista finanziario indipendente;

Dice Scarano, rispondendo a un’intervista di Andrea Trucco su Valigia Blu: “Il problema in Italia dipende innanzitutto dal fatto che Arera (l’ente pubblico che vigila sul mercato dell’energia elettrica e del gas naturale) fa riferimento ai dati del mercato spot sul gas naturale. L’aumento del prezzo sul mercato finanziario ha portato a un’induzione degli aumenti di prezzo nei consumi perché Arera prende questi dati in maniera quasi automatica, asettica, anche se questi sono staccati dal cosiddetto prezzo doganale, cioè quello relativo al gas fisico che passa nei gasdotti e sul quale vengono poi calcolate le accise. Per dirla in maniera più semplice: il prezzo fisico si è distaccato da quello speculativo… La mia tesi, o potremmo dire un legittimo sospetto, è che ci sia stata una manipolazione del mercato TTF che mira a stravolgere gli equilibri geopolitici. Penso per esempio al fatto che nel giro di poco tempo gli USA sono riusciti a piazzare all’Europa 15 miliardi di metri cubi di GNL a prezzi esorbitanti: un risultato impensabile appena pochi mesi fa. Ma soprattutto ha permesso ai nostri tre operatori principali sul gas, vale a dire ENI, Snam ed Edison, di posizionarsi in una rendita parassitaria, lucrando con la differenza tra i prezzi reali alla fonte e i prezzi speculativi”.

Ancora – perché quando un addetto ai lavori dice le cose bene, non si può dirle meglio: “…anche una tassazione maggiore non risolve del tutto la questione. Bisogna andare alla radice del problema, rivolgendosi al mercato TTF di Amsterdam e rivolgendosi a trader professionisti, anche perché si tratta di un mercato talmente di nicchia che si conoscono tutti gli operatori. Serve un’inchiesta internazionale, seria e di parti terze, per capire se determinati soggetti hanno stabilito cartelli e accordi sottobanco”. Infine: “Se ci fosse una reale volontà politica si potrebbero obbligare aziende come Eni a restituire ciò che hanno guadagnato a chi ha perso tanto o tutto.” (per l’intervista integrale leggi qui).

Queste dichiarazioni sono di Alfonso Scarano, analista finanziario indipendente. Che non sarà l’oracolo di Delfi, però, se il primo a parlare di “truffa” sui prezzi dell’energia è stato l’attuale Ministro per la Transizione Ecologica, Roberto Cingolani, molto inserito negli ambienti che contano e certamente aduso alla cautela, credo che siamo messi male.

Poi ci sono i fenomeni che stanno al governo ma che non riescono a stare zitti (non nel senso di Cingolani, voce dal sen fuggita). E dovrebbero invece tacere, visto che hanno emanato una norma che (timidamente) vorrebbe far pagare ai nostri produttori di energia una tassazione straordinaria sui profitti straordinari che hanno accumulato in questi mesi, e non ci riescono assolutamente.
Allora, i casi sono tre: o scrivono male le norme (grave, per dei seri e competenti, anzi, i “migliori”); o hanno fatto male i calcoli del gettito previsto (visto che hanno incassato un decimo dello stimato); oppure chi non paga se ne frega dello Stato e dei cittadini, e questo menefreghismo è praticato, tra le altre, da un’azienda che è detenuta al 30% dallo Stato.

Invece si permettono anche di pontificare. Tipo il nostro spocchioso quant’altri mai Luigi Marattin (deputato di Italia Viva), che dà del populista sovietico a Maurizio Landini, mentre dovrebbe  chiedersi per quale arcana ragione, invece dei 10 miliardi di sovrattassa alla aziende del gas per gli extraprofitti che il governo (di cui Marattin fa parte) doveva incassare entro giugno. sono arrivati solo 800 milioni. E magari, da grande economista quale dice di essere, trovare un rimedio a questa vergognosa disfatta dello Stato.

In Italia chiunque parli di misure redistributive – che prelevino da chi accumula ricchezze e restituiscano a chi perde reddito e potere d’acquisto – è un ‘populista’. Punto e a capo.

Invece i fautori del laissez-faire , i liberal liberisti, per i quali i mercati non sono speculativi, ma fanno semplicemente il loro mestiere, sono le persone serie.
Peccato, però, che la loro mitologica ‘classe media’, quella che  dichiarano di voler difendere, scivolerà nel giro di tre bollette nell’incubo di non avere i soldi per fare la spesa. E intanto le imprese, a una a una, stanno chiudendo i battenti, perché produrre in perdita a causa del caro energia non conviene. Evviva il neoliberismo.

alpi apuane

DAL MARMO ALLA MONTAGNA
Stregoneria capitalista ed ecologia nelle Alpi Apuane

 

Nella rubrica La vecchia talpa (che vi invitiamo a visitare), trovano posto gli articoli extra-large: i brevi saggi, gli approfondimenti, le testimonianze… Crediamo infatti ci sia bisogno, almeno qualche volta, di “scavare più in profondo”, studiare origini o conseguenze di un fatto, un fenomeno che i media mainstream tacciono completamente, oppure ci fanno passare velocemente e superficialmente sotto gli occhi.  Per leggere La vecchia talpa occorre solo prendersi un po’ di tempo, magari nel fine settimana, magari spegnendo per mezzora televisione, pc e cellulare: Buona lettura.
(La Redazione)  

Il superamento della dicotomia soggetto-oggetto è oggi determinato dall’aut-aut vita-morte; lo sfruttamento, divenuto sovrastruttura autonomizzata, cultura dello sfruttamento, è arrivato al limite oltre il quale è la fine delle risorse naturali; la prima unità realizzata tra specie umana e mondo è dunque quella degli sfruttati.[1]
Non abbiamo dunque, nella società capitalista, un caso compiuto e altamente contagioso di possessione? Di possessione collettiva? Un’operazione gigantesca, non già segreta ma a cielo aperto, di manipolazione mentale, d’influenzamento comportamentale attraverso i media, la pubblicità, l’architettura? Non è attraverso lo spirito che siamo in prima istanza incatenati? Le cose che ci impediamo di fare o di pensare, non sono forse strappate alla radice da un condizionamento permanente e devastante del nostro pensiero? Un militante diceva recentemente che l’attuale problema climatico ed ecologico è, innanzitutto, un problema di ordine psicologico. È tale la discrepanza fra i nostri discorsi, i nostri valori e i nostri atti, da rientrare a buon diritto nella patologia mentale. Quale forza può indurci a una simile negazione e condannarci a una simile impotenza, se non una sorta di affatturazione?[2]
L’impresa che fa coincidere l’asservimento, la messa a servizio e l’assoggettamento, ovvero la produzione di quelli e quelle che, liberamente, fanno quel che devono fare, ha un nome antico. È qualcosa di cui i popoli più diversi – tranne noi moderni – conoscono la natura temibile, e la necessità di sviluppare mezzi adeguati per difendersene. Il suo nome è stregoneria.[3]

Il canto della montagna: partizioni e riduzionismo

Si racconta che qualche giorno prima della ‘strage del Bettogli’ del 1911, nella quale morirono 10 operai nelle cave di marmo di Carrara travolti da una frana, alcuni cavatori e tecchiaioli avessero avvertito i padroni: c’era qualcosa di strano, “il monte cantava”[4]. Da queste parti il capitalismo, nella forma devastante che conosciamo oggi, era ancora agli inizi, ma i presupposti che ne hanno permesso l’ascesa imperiosa erano già presenti in quella tragica vicenda: la ‘natura’ non canta, non parla, e gli umani (“gli uomini”, si sarebbe detto) devono dominarla ed estrarre da essa valore. Una partizione radicale: di qui l’umano, di là la ‘natura’, un soggetto e un oggetto[5]. Un’unica relazione possibile: quella del controllo, dello sfruttamento e del dominio. Eppure, qualcuno sapeva ancora ascoltare il monte. Sordi i padroni e il loro soldo; schiacciati sotto le macerie gli operai.

Quel che resta oggi del monte Bettogli, Carrara, Alpi Apuane. Foto di Gianluca Briccolani. www.apuanelibere.org 

La partizione, uno dei trucchi necessari al funzionamento del capitalismo: dividere le parti del reale, confinarle per poterle capitalizzare. Se l’ecologia radicale oggi, in tutte le sue applicazioni, ci rivela la continuità e l’interdipendenza di ogni parte della realtà, il riduzionismoè invece la forma epistemologica necessaria per dinamiche quali il valore di scambio e il profitto. Come notò il fisico ed epistemologo Marcello Cini già molti anni fa:

La riduzione a merce di un bene implica sempre che a esso venga attribuito un valore quantitativo, e dunque che di esso venga definita l’unità di misura. Si vede dunque che il riduzionismo epistemologico è il prerequisito per poter procedere al riduzionismo del mercato. L’esempio più ovvio è il riduzionismo genetico. Soltanto attribuendo a un gene una proprietà specifica indipendente dal contesto esso può essere privatizzato per mezzo di un brevetto, ed essere immesso sul mercato con un valore determinato. Se invece si riconosce – come dimostrano i recenti progressi della genetica – che le proprietà di un gene dipendono dal contesto intracellulare e dai messaggi provenienti dal resto dell’organismo e dal mondo esterno, la pretesa di farne oggetto di proprietà intellettuale perde la sua giustificazione ‘scientifica’ e rivela la sua vera natura di appropriazione privata, volgarmente un furto, di un bene comune[6].

Medesima sorte spetta alle montagne apuane che quel marmo contengono: bene comune reso pietra e sempre più spesso polvere, merce sul mercato. Questa visione, costruita sulla violenza che spezza ciò che è continuo, oggi mostra su scala mondiale tutta la sua distruttività: la sindemia[7] di Covid-19 evidenzia come la crisi ambientale diventi immediatamente sanitaria[8], economica, sociale, politica. Mai come adesso paghiamo – e molti altri più di noi pagano – l’immane costo di una concezione partitiva del mondo. Mai come oggi è necessario reimparare il canto della montagna.

Stregonerie: cattura e mercificazione

Come altri luoghi nel mondo, la provincia di Massa-Carrara è un emblema angosciante di questo riduzionismo e uno scenario particolarmente chiaro di come funzioni il capitalismo nella sua declinazione estrattivista[9]. Le immagini parlano da sole. Che si arrivi in provincia da nord o da sud, che si giunga dal mare o dall’entroterra, lo sguardo non può che imbattersi sulle Alpi Apuane, montagne aguzze a pochi chilometri dal mare, per lo più sconosciute nonostante un ecosistema dalla ricchezza unica al mondo con tanto di bollino UNESCO[10]. Montagne meravigliose e fragili perché carsiche: devastate, mangiate, piene di buchi e ferite, talvolta capitozzate, divorate al loro interno come da un mostro per estrarne il marmo e ridurle in polvere. Un intreccio di bellezza e devastazione che è valso loro la sequenza di apertura del celebre documentario Antropocene. L’epoca umana[11], un viaggio attraverso 43 disastri ambientali tra i più rilevanti al mondo.

Alla scarsa fama delle Alpi Apuane si oppone quella mondiale del marmo. E già qui incontriamo un primo paradosso o, meglio, un primo risultato di quella che potremmo chiamare stregoneria capitalista[12]Siamo sul piano del linguaggio, che però ha una precisa ricaduta nel modo in cui concepiamo e poi costruiamo il mondo e il nostro rapporto con esso: a ben vedere, quel che conosciamo come “marmo” è prima di tutto “montagna”, risultato materiale di un processo lungo decine di milioni di anni, che la nostra arroganza cieca ci permette di distruggere in un attimo; le due cose sono in fondo un’unica cosa. Ad una forma di linguaggio segue la mercificazione, o forse viceversa, poco importa. E infatti, girando per questi luoghi, si sente una specie di mantra che viene ripetuto in un coro unanime da imprenditori, politici e “catturati”: «Carrara è il marmo e il marmo è Carrara». Più che un mantra, il coro assume le inquietanti forme di un incantesimo, appunto stregonesco: mercificare e disanimare il vivente. Si sa che Carrara è una città, fatta di persone, circondata da montagne, attraversata da un torrente impetuoso, bagnata dal mare; e il marmo è un particolare tipo di pietra, oggi, in questo mondo, molto redditizia. Eppure, dietro ad un banale slogan economico-politico, vi è qualcosa di molto più profondo e molto più globale: il there is no alternative di thatcheriana memoria, salmo capitalista per eccellenza, e, di nuovo, il riduzionismo più violento, la mercificazione della vita, la negazione di ogni complessità, di ogni ecologia e, quindi, di ogni alternativa a ciò che lo slogan ammette. Così funziona la cattura capitalista, e così nella sua declinazione apuana: «Voi non siete umani, siete marmo. O commerciate il marmo o sarete poveri. Ve lo dice la storia, dal tempo dei romani».

La storia, in realtà, dice proprio il contrario, dato che da quando l’attività estrattiva e i fatturati delle aziende sono esponenzialmente aumentati, la disoccupazione e la povertà locale, assieme ai costi ambientali e in termini di salute, sono solo cresciuti. Ma la stregoneria serve anche a questo, a incantare il popolo dicendo che non c’è alternativa. O meglio, ogni alternativa è presentata come “infernale”: fermare le attività distruttive significherebbe fermare il lavoro e quindi morire di fame; smettere di inquinare significherebbe tornare all’età della pietra; chiedere salari più alti vorrebbe dire incentivare la delocalizzazione, e così via. Una strategia assodata: rappresentare gli assetti del proprio dominio come l’unica realtà possibile. Ogni sistema di potere si fonda sulla sua presunta inevitabilità.

La vista dalla “cava dei poeti”, sopra a Carrara, durante la manifestazione del 24 ottobre 2020 lanciata dal percorso Athamanta, in difesa delle Apuane. Foto di Gianluca Briccolani. 

Violenza e dissociazione

Nell’impresa capitalista a partizione e mercificazione si affianca la dissociazione[13]. La prima costituisce la forma mentis, il presupposto di partenza; la seconda è una necessaria conseguenza del processo; ma per tenere in piedi la baracca la terza è fondamentale. Costruendo un mondo partitivo, ecco che chi lo vive viene completamente dissociato dalla relazionalità costitutiva del reale: impariamo a vivere il mondo come spezzettato fino a perdere completamente – nelle enclave dell’ipermodernità – l’esperienza dell’interezza. Non si tratta di un discorso astratto o teorico, ma pienamente empirico con ricadute materiali precise e devastanti. È ciò che, ad esempio, hanno cominciato a denunciare maestre e maestri di città come Milano, dove bimbe e bimbi pensano che i polli abbiano quattro zampe perché nella confezione del supermercato ci sono quattro cosce. Un esempio che tendiamo con un po’ di arroganza a sottovalutare perché, si sa, sono bimbi, ma che in realtà ha la stessa valenza di quello che succede quando osserviamo un bagno di lusso in marmo senza avere l’idea della montagna spezzata e di ciò che ne consegue. Ma il capitalismo funziona così bene, che la dissociazione raggiunge livelli molto maggiori. Così arriviamo all’utilizzo odierno della montagna distrutta: essa si trasforma in polvere finissima per poi finire nelle colle o nel dentifricio che usiamo la sera prima di coricarci, magari guardando dalla finestra del bagno proprio quelle montagne, senza accorgerci di cosa sta succedendo a loro e, quindi, a noi.

La dissociazione non nasce con la produzione di carne industriale per supermercati o con quella di dentifrici sbiancanti. È all’origine stessa del capitalismo e poi replicata lungo tutta la sua linea di sviluppo, ed è indissociabile da un altro elemento centrale a tale impresa: la violenza, che da epistemologica si fa materiale. È una rilettura dell’opera di Marx a consentirci, oggi, di parlare di “stregoneria capitalista”. Laddove la maggioranza dei suoi contemporanei vedeva il funzionamento del capitalismo come un normale e naturale sviluppo della competizione tra umani a fronte di risorse limitate, Marx svelava l’inganno e ricordava a tutti che, in realtà, «nella storia reale la parte importante è rappresentata, come è noto, dalla conquista, dal soggiogamento, dall’assassinio e dalla rapina, in breve dalla violenza»[14]. Le ricchezze accumulate nel colonialismo, la creazione delle enclosures, la distruzione di ogni tipo di economia e di rapporto non volti al plusvalore, sono alcune delle violenze da occultare per far sì che la macchina risulti “naturale”. Se c’è competizione e violenza è perché, si sa, homo homini lupusLa dissociazione serve a non rendersi conto che, al contrario, di “naturale” non c’è proprio nulla. Sono in molti oggi ad aver messo in luce il filo rosso che lega le prime concezioni della “natura” come ente separato del V secolo a.C., alla scienza moderna meccanicista e riduzionista del 1500-1600 e questa all’affermazione del capitalismo[15].

All’accumulazione originaria seguono ciclicamente altre fasi di accumulazione necessarie e altrettanto violente, come le odierne forme del neocolonialismo, o subdole, come quelle del “capitalismo biocognitivo”[16] o dell’informazione. La dissociazione persiste quando non ci rendiamo conto che la devastazione ecologica e la sindemia, le migliaia di migranti morti e imprigionati e le nuove forme di schiavitù sono frutto diretto e condizione necessaria del capitalismo estrattivo. Noi oggi siamo implicati in questa dinamica, volenti o nolenti. Per comprendere più chiaramente il concetto di dissociazione, sono perfette le parole della studiosa Silvia Federici:

“la separazione della produzione dal consumo ci induce a ignorare le condizioni in cui è stato prodotto ciò che mangiamo, indossiamo o usiamo per lavorare, il suo costo sociale ed ecologico, e il destino delle popolazioni sulle quali scarichiamo i nostri rifiuti. […] dobbiamo superare lo stato di diniego e irresponsabilità in cui oggi viviamo riguardo alle conseguenze delle nostre azioni, dovuto al modo distruttivo in cui è organizzata la divisione del lavoro nel capitalismo, altrimenti la produzione della nostra vita diventa inevitabilmente produzione di morte per altri.”[17]

Dal “realismo capitalista” alla realtà

Pochi giorni fa il neoministro della “transizione ecologica” Roberto Cingolani ha dichiarato con serenità che il mondo è pieno di “ambientalisti radical chic, oltranzisti e ideologici”, e che questi sarebbero addirittura più pericolosi della “catastrofe climatica”[18]. Persiste, forse in Italia più che altrove, l’idea che la questione ecologica sia qualcosa di stampo “morale” e non piuttosto profondamente ontologica ed epistemologica. La banalizzazione del discorso vuole ridurre la critica ecologista ad un “non bisogna distruggere la natura perché è bella e importante” o “non dobbiamo fare violenza agli animali perché anche loro soffrono”. L’ecologia sembra poi essere qualcosa che si pone in netto contrasto con il lavoro tout court, lasciando intendere che, se la si pratica realmente, “non si morirà di inquinamento ma di fame”, parole del ministro. Da una parte le “belle e nobili idee”, dall’altra il duro e lucido realismo. Ma c’è un ulteriore ribaltamento stregonesco: per i governanti è la transizione ecologica a dover essere “sostenibile”, non il sistema produttivo, come a dire: certo, va fatta, ma trovando il modo affinché non modifichi troppo gli assetti di quel sistema che ci porta oggi di fronte alla catastrofe. È il paradosso, o meglio, la presa in giro, del dire di voler cambiare (perché ormai i costi sono tali che è evidente quanto sia necessario farlo) senza voler intaccare il nocciolo del problema. All’ecologia la visione “etica” del mondo, al capitalismo le chiavi della realtà. Il punto è che oggi dovremmo affermare l’esatto contrario: l’ecologia esprime il tessuto più profondo della realtà e della vita e non riconoscerlo non può che portare ad altra violenza e devastazione; mentre questo specifico modo di produzione e governo che chiamiamo capitalismo è una scelta (im)morale tra molte possibili.

Oggi sono proprio le scienze più dure, dall’epigenetica alle neuroscienze, dalla biologia alla fisica, a permetterci di fare un passo in più e dire che la “visione ecologica” non è un optional “carino”, ma ciò che permette la vita sulla terra, qualcosa che non possiamo continuare a mettere in secondo piano. La realtà è che noi, e non solo noi, siamo la naturaNelle terre del marmo gli industriali, ed in coro i politici, hanno anticipato l’attuale ministro di alcuni anni. Con tanto di pagine a pagamento sui giornali, descrivono gli ambientalisti come romantici amanti delle passeggiate in montagna e dei fiori, del tutto ignari dell’economia del territorio.

Ciò che stenta ad emergere, sia localmente che globalmente, è quella che, con Ivan Illich, potremmo chiamare “controproduttività paradossale”, ovvero l’evidenza che per la collettività (ma non per pochi privati) i costi di alcune istituzioni e strumenti hanno superato di gran lunga i benefici[19]. A livello globale, solo per parlare in termini economici, che sono quelli che “si fanno meglio ascoltare”, l’ultimo rapporto dell’Organizzazione internazionale del lavoro dell’ONU sostiene che i cambiamenti climatici causeranno una perdita economica di 2.400 miliardi di dollari e di 80 milioni di posti di lavoro nel mondo nei prossimi 10 anni. L’aumento della temperatura potrebbe causare la perdita del 60% delle ore di lavoro tra gli agricoltori e tra chi lavora nella filiera agricola[20].

Se usciamo dal nostro piccolo e sempre più ristretto pezzo di mondo privilegiato, o se quantifichiamo i danni provocati da inquinamento, cambiamenti climatici, “cibo spazzatura” o stress da ritmi turbocapitalisti, ecco che questa lettura può essere difficilmente negata. Viviamo una sorta di “nemesi”[21].

Oggi Nemesi è […] endemica; è il contraccolpo del progresso. […] La massima parte della sofferenza provocata dall’uomo è oggi il prodotto secondario di iniziative che in origine miravano a proteggere il comune mortale nella sua lotta contro l’inclemenza dell’ambiente e le crudeli ingiustizie inflitte dalle élites. La fonte principale del dolore, della menomazione e della morte è oggi un tormento procurato […]. I disturbi più diffusi, l’impotenza e l’ingiustizia sono effetti collaterali di strategie finalizzate al progresso. Nemesi è ormai così universalmente presente che la si crede parte integrante della condizione umana.[22]

E per di più la si crede inevitabile, il costo necessario per mantenere in piedi quello che continuiamo a sostenere sia, nonostante tutte le evidenze concrete, “il migliore dei mondi possibili”. “Non c’è alternativa”, dicevano i governanti negli anni ’80, e il ritornello non è cambiato. Nonostante tutto, il “realismo capitalista” continua a imperare, occultando proprio la realtà delle cose.

Una forma moderna di colonizzazione: un territorio in polvere[23]

Il caso locale di questa piccola provincia è particolarmente interessante perché rivela al microscopio dinamiche attive anche a livello macroscopico. Gli esempi più spaventosi e radicali del meccanismo estrattivista si ritrovano soprattutto nei paesi economicamente più poveri, ma ricchi di risorse. Eppure osservare “il fuori” ci serve soprattutto a rileggere “il dentro”, accorgendoci di cose che magari davamo per scontate.

Passeggiando per il centro storico di Carrara si ha l’impressione di essere in un luogo da poco terremotato. Tolte le macerie, c’è la stessa aria di vuoto e sospensione. Cartelli “affittasi” e “vendesi” dappertutto, palazzi dall’aspetto nobile con gli infissi chiusi e gli intonaci scrostati, pochissima gente per le strade, un ritmo lento, quasi immobile, che pare essere di un’altra epoca. Molti dicono che è colpa della politica, di un mancato piano di “turistizzazione” e commercializzazione del centro, come è avvenuto nelle cittadine vicine. In realtà, qui si è solo affermata una diversa forma di colonizzazione. Per estrarre valore da un territorio si può scegliere la pista del turismo di massa, intrapresa dalla quasi totalità dei centri italiani ormai omologati e tutti simili, o quella dell’industria, del distretto minerario, dell’agricoltura intensiva. Anche se con intensità differente, il risultato è il medesimo: gli e le abitanti di quel territorio o si piegano alla monocoltura di turno, o periscono o provano a resistere. Raul Zibechi ha messo in luce «la sintonia del modello estrattivista con l’esperienza coloniale. […] Nella sfera economica, l’estrattivismo ha prodotto economie di enclave simili a quelle indotte nelle colonie»[24]. A ben vedere, anche qui l’economia del marmo riguarda sempre meno il territorio e la cittadinanza e sempre più un piccolissimo gruppo di imprenditori milionari (tra cui la nota famiglia Bin Laden) che arrivano a quotare in borsa le proprie aziende.

Carrara ormai funziona a tutti gli effetti come un distretto minerario: anche se il “lapideo” dovrebbe garantire un rapporto minimo tra blocco e scarto di 25 a 75, sono state introdotte norme stravolgenti che permetto che il rapporto arrivi a 5 a 95[25]. Le moderne tecnologie permettono di estrarre marmo in quantità e velocità enormi; negli ultimi trent’anni si è distrutta più montagna che nei precedenti duemila. Per di più, sotto la luce del sole, l’amministrazione comunale offre concessioni di cava più lunghe a quelle aziende che promettono di costruire opere di pubblica utilità (scuole, strade, etc.), esempio lampante di quella connivenza pubblico-privato, tipica dell’estrattivismo, che sancisce la resa del primo e lo strapotere del secondo. I numeri possono aiutarci in questa analisi poiché, pur dando per vero che “la montagna non parla”, i costi della devastazione in corso sono più chiari di qualsiasi discorso.

Bacino di Torano, dal monte Pesaro, Carrara. Foto di Gianluca Briccolani www.apuanelibere.org 

Partendo dall’ambiente, è provato che l’estrazione del marmo apuano sta distruggendo uno dei sistemi carsici più fragili e unici in Europa e sta provocando l’inquinamento del bacino idrico più importante della Toscana, mentre i costi dei filtri speciali per le acque potabili in provincia sono a carico della cittadinanza. La ricchezza di biodiversità vegetale – 30% della flora italiana con circa 20 endemismi[26] – è in pericolo a causa del cambiamento climatico e dell’attività estrattiva. Questa è stata determinante anche nelle diverse alluvioni che negli ultimi vent’anni hanno colpito Carrara – con una donna morta nel 2003 e milioni di euro di danni – sia per via della cementificazione e dell’innalzamento degli alvei dei fiumi dovuti agli scarti dell’attività estrattiva (marmettola), che per la modifica sostanziale dei crinali montuosi.

A questo punto il “realismo capitalista” ci farebbe dire che tutto questo è un problema, ma d’altra parte non si possono chiudere le imprese e licenziare i lavoratori. Se non muori di inquinamento – o di alluvione – muori di fame, Cingolani docet.

E invece sul piano economico e del lavoro assistiamo al classico scenario paradossale delle dinamiche estrattiviste: una provincia con un tasso di disoccupazione più alto rispetto alla media toscana[27] e con solo circa l’1% della popolazione impiegato nella filiera del marmo, che vede pochissimi imprenditori aumentare sempre di più i loro fatturati (e gli utili) a fronte di un calo costante di posti di lavoro e di una popolazione provinciale sempre più povera. Numeri alla mano, se nel 1994 si contavano circa 3000 lavoratori, oggi ce ne sono circa 1700[28]. Ci sono aziende con 11 dipendenti e utili di quasi 14 milioni di euro (40% del fatturato), e Comuni che, nonostante le grandi entrate pagate dagli imprenditori delle cave[29], sono indebitati per i costi indiretti della monocoltura del marmo (infrastrutture come la “strada dei marmi” costruita con soldi pubblici, costi del dissesto idrogeologico e in termini di salute, incapacità di sviluppare economie differenziate). Certamente i 2000 operai non muoiono di fame, però troppo spesso muoiono sul lavoro. L’Inail nel quinquennio 2015-2019 ha registrano 7 morti[30], dando alla provincia il primato negativo nel settore delle attività estrattive. Ci sono poi da considerare i moltissimi infortuni, anche gravi: dal 2005 al 2015 l’Asl ne registrava 1258, circa uno ogni due giorni[31]. Ma c’è di più, perché il capitalismo estrattivo non favorisce l’economia in generale, come si potrebbe pensare, ma precisi modelli economici. E quindi ai danni si aggiungono le beffe: mentre ci si nasconde spudoratamente dietro l’immagine dell’arte marmorea di Michelangelo (oggi solo lo 0,5% del marmo è destinato al settore artistico), almeno l’80% delle montagne viene distrutto per fare polvere, carbonato di calcio per la grande industria (dentifrici, colle, cosmesi, abrasivi). Fondamentalmente sono due le produzioni che si è scelto di privilegiare: il blocco, venduto intero ai ricchi compratori esteri e quindi lavorato in lidi lontani, salvo poi tornare sui mercati locali; e il carbonato di calcio, trasformato in polvere principalmente dalle multinazionali Omya e Imerys. Mentre un tempo il detrito era un problema perché era solo uno scarto della lavorazione, oggi distruggere la montagna in modo indiscriminato comunque rende, anche la polvere di marmo ha un suo mercato. Così, per mantenere i livelli di produttività, nonostante i posti di lavoro calino, è necessario distruggere sempre di più. I processi di trasformazione intermedi in loco spariscono e gli studi d’arte fanno fatica a recuperare la materia che gli imprenditori preferiscono vendere altrove. Uno scenario tutt’altro che candido, quello del celebre marmo di Carrara.

Storie, appunti, immagini

C’è una storia locale che ributta sul piatto il discorso stregonesco con precisione inquietante. È noto che per tutto l’Ottocento, e almeno fino al 1919, fosse prassi usuale per i “padroni” di cava consegnare lo stipendio agli operai direttamente nelle cantine di vino, anch’esse spesso di proprietà degli imprenditori del marmo. A quel tempo il lavoro in cava era terribile, faticoso, mal pagato e molto pericoloso, e ciò faceva sì che il vino fosse una sostanza utile ad anestetizzare il disagio degli operai. La dinamica era semplice e denunciata apertamente sulla colonne de Il Cavatore:

«Ora, questo è un sistema poco decoroso, e molto dannoso, perché se invece le paghe fossero fatte sul lavoro, come logicamente dovrebbe essere, molti ma molti operai non avrebbero l’occasione di assottigliare il loro ben già misero guadagno, ingoiando una quantità di alcool, che, oltre al nuocere loro alla salute, alleggerisce le tasche. La paga fatta col sistema odierno, obbliga l’operaio ad attendere per ore e ore nell’osteria l’arrivo di quel benedetto Messia del capo cava. E mentre attende beve»[32].

La prassi era talmente diffusa e problematica che la Camera del Lavoro, nel contratto del luglio 1919, dovette specificare al comma 8 bis: «La paga agli operai sarà corrisposta se possibile sul lavoro, in ogni caso in Carrara purché non avvenga mai nelle cantine e non oltre le 17»[33].

Quando anni fa andai a fare ricerca nel foggiano, intorno al “ghetto” di Rignano, nelle zone di caporalato legate alla raccolta del pomodoro, mi raccontarono una storia simile: i caporali che (sotto)pagavano i migranti per il lavoro massacrante, allo stesso tempo offrivano loro, nelle “baraccopoli” in cui alloggiavano, droghe e prostituzione, riprendendosi così parte del denaro. Vite sottratte e corpi catturati.

In effetti l’estrattivismo lo si sente nel corpo, col corpo. Anche a Carrara lo si scova con i sensi, lo si vede e lo si sente nelle cicatrici del territorio. Le montagne circondano il paese e molti sentieri che le raggiungono partono direttamente dal centro. Se si ha la fortuna di poterli camminare una mattina di qualunque giorno lavorativo, si vive l’angosciante sensazione di assistere alla scena del mostro macchinico che si mangia la montagna. Le cave sono moltissime (circa 165 attive e 510 inattive nelle Apuane) e salendo per i sentieri spesso le si affianca o si aprono di fronte all’improvviso, non appena gli alberi del bosco si interrompono, come enormi parcheggi lunari di un bianco accecante. Il verde si spezza verticalmente in pareti alte decine di metri che lasciano intendere le dimensioni dei blocchi, mentre al di sotto colate di detriti, dette ravaneti, si stendono verso il basso come frane immobili. Salendo il sentiero 40 si passa davanti alle cave di Torano, bacino storico. Non si vedono quasi mai, perché il bosco è abbastanza fitto e ripido, ma non si smette per un secondo di sentirle. Una paradossale sensazione: intorno i segni della vita, uccelli, piante, insetti, l’odore dell’origano selvatico, quello forte dell’elicriso dove picchia più sole; a poche decine di metri, al di là degli alberi, uno sventramento in corso, rumori di ferro su pietra, camion, ruspe, motori. Il rumore è assordante e profondo, certi tonfi sono lunghi e gravi, toccano diverse tonalità, come capita con i tuoni. Bastano quelli per rendersi conto che i mezzi moderni permettono in poche ore di estrarre dalla montagna ciò che in passato richiedeva decine di giorni. Talvolta, quando è limpido e tira vento, dai sentieri più alti capita di vedere una polvere bianca che si alza dai piazzali di cava lontani, come una sorta di nebbia o un fantasma che vaga per posarsi altrove e penetrare dappertutto.

Forse il parallelismo è forte, ma la marmettola mi fa pensare alla cocaina di cui parla Taussig in una sua ricerca, e non solo per il suo essere polvere bianca, ma anche per il suo essere divenuta il “nuovo oro”. Dice l’antropologo nel suo studio sulla Colombia: «Il Museo dell’Oro tace anche il fatto che, se un tempo era l’oro a determinare la politica economica della colonia, quello che oggi modella il paese è la cocaina […]. Non parlare della cocaina, non mostrarla, significa insistere con lo stesso rifiuto della realtà che il museo pratica in relazione alla schiavitù»[34]. Se su circa cinque milioni di tonnellate di marmo estratte all’anno quattro sono detriti, è anche perché il carbonato di calcio, la polvere bianca, è il nuovo oro. Ricchezza per pochi, pericolo per molti.

Il Carrione, il fiume che attraversa il centro, ha due facce: quella trasparente delle domeniche in cui non piove e non si lavora in cava, dove il bianco del fondo rende l’acqua ancora più limpida; e poi quella che svela l’inganno, la faccia dei giorni di pioggia, quando l’acqua è un fango grigio, bianco e marrone, quasi densa, come nelle alluvioni. A metà del centro storico il corso d’acqua che scende dalle cave incontra un affluente che invece arriva dal versante “pulito”, intatto. Il primo è fango bianco, il secondo acqua limpida: per qualche metro sembrano proseguire come separati dentro lo stesso letto, poi il primo si mangia il secondo, che sparisce. Non è solo una questione di “brutti fanghi da vedere”, di innalzamento degli alvei dei fiumi e di alluvioni. La marmettola uccide. Polvere di marmo e acqua si impastano in un composto denso che cementificando il fondo lo soffoca, impedendo la vita tipica dei torrenti e dei fiumi. A piogge finite, quando la portata dell’acqua diminuisce, laddove il corso fa delle curve o vi sono ostacoli, si vedono addossati questi mucchi di pasta biancastra simile all’arenino dei muratori, ed è evidente a chiunque che li non può nascere nulla.

Marmettola nel letto del torrente Carrione, centro storico di Carrara. Foto dell’autore.

Il viaggio della marmettola è lungo e profondo: dai piazzali di cava scola, scende, si infiltra nelle falde, arriva in città, prosegue verso il mare. Sotto casa nostra, da un muro antico, esce una fontana di acqua sempre freschissima, che ti fa sentire di vivere in montagna anche se sei a 100 metri dal livello del mare e 10 minuti dal poterlo raggiungere. Perde un poco da sotto, all’altezza della strada, dove si forma una piccola pozzanghera da cui spesso il nostro cane beve. Poco tempo fa mi ci è caduto l’occhio e ho visto una patina muschiosa, tipica di dove l’acqua ristagna, ma mi sono accorto che aveva una sfumatura bianca. Ho passato sopra un dito e mi è sembrato ci fosse marmettola. Magari è l’ossessione dell’abitante preoccupato… eppure qui si paga nelle bollette i costi di una depurazione due volte più complessa della media. Eppure nel maggio del 1991 a Carrara per due settimane l’acqua potabile venne fornita dalle autocisterne della Protezione Civile, perché le sorgenti risultavano inquinate dagli idrocarburi utilizzati in cava[35].

Guardo le montagne dalla finestra per una boccata d’ossigeno. Le piogge dell’altro ieri hanno ribadito che il prossimo disastro è vicino, o forse in corso. Il ministro Cingolani si è appena lasciato scappare un fuori onda simbolicamente perfetto: “Non c’è Greta che tenga!”[36]. Mi è sembrato un adolescente in gara col compagno di classe.

Il torrente Carrione a valle (a circa 1 km dal mare), con la sua portata biancastra di marmettola dopo le prime piogge autunnali. Foto di Giacomo Faggioni.

Eppure talvolta accade anche qualcosa che uno scenario del genere non lascerebbe sperare e che personaggi di questo tipo non sanno vedere. Qualcosa di molto semplice e tuttavia sorprendente: capita di trovare dei fiori. Fiori rari, a volte unici, endemici, che amano l’altura e, soprattutto, trovano la forza di nascere nelle piccole crepe del marmo, sulla nuda roccia delle cave abbandonate, lasciate in pace. Capita che nei territori della devastazione torni la vita, un po’ come Il fungo alla fine del mondo studiato dall’antropologa Tsing[37], capace di nascere nei terreni più degradati dall’azione umana. Questi fiori non hanno una loro “economia competitiva”, eppure sono molto belli, e mi chiedo se non possano insegnarci qualcosa di molto importante sul vivere nelle rovine del capitalismo. Domanda retorica. D’altronde ormai lo sappiamo bene: nulla è più resistente, capace di innovarsi e di resistere alla catastrofi come le piante[38].

Saxifraga aizoides, variante Atrorubens, uno dei circa 20 endemismi apuani. La parola “saxifraga” significa “frangi sassi” e si suppone sia legata alla capacità del genere di bioerodere materia inorganica. Foto di Gianluca Briccolani www.apuanelibere.org 

Eco-logiche

Lilium bulbiferum, comunemente noto come Giglio di San Giovanni. Foto di Gianluca Briccolani. www.apuanelibere.org 

Il capitalismo non è solo un modo di organizzare il lavoro e la produzione. È un modo di vedere il mondo, di concepire se stessi e la realtà che viviamo, di vivere le relazioni: è un cosmo completo. Il dominio ed il controllo anziché che la reciprocità, l’individuo come chiuso e indipendente anziché costituito dalla relazione con tutto ciò che lo circonda, la natura-oggetto anziché parte stessa di noi, la violenza partitiva, sono le sue premesse specifiche. Relegare tali questioni all’ambito teorico fa parte del trucco che impedisce di ripensare l’intero sistema e di pensarne altri, nuovi e differenti. L’ecologia radicale, oggi, ha forse la forza di fare ciò che altri paradigmi non sono riusciti a fare in passato, ovvero includere le dimensioni più profonde dell’essere nella lotta politica per la pretesa e la costruzione di mondi migliori di questo. Attraverso le sue lenti, il problema economico e politico diventa ontologico ed epistemologico. Di fronte all’ecologia, la stregoneria capitalista inizia a perdere pezzi, ad essere meno “naturale”, il cielo di carta si strappa: è evidente anche a noi, oggi, a noi privilegiati, che questo non è il migliore dei mondi possibili e che la realtà, e soprattutto la vita, rispondono ad altre logiche e necessitano altre pratiche.

Questo contributo è uscito con altro titolo sulla rivista online Altraparola.

Note:
[1] Piero Coppo, Psicopatologia del non-vissuto quotidiano. Appunti per il superamento della “psicologia” e per la realizzazione della salute, (1980),  Nautilus, Torino, 2006, p. 19.
[2]«Lundi matin», 1/12/2015, in Stefania Consigliere & Paolo Bartolini, Strumenti di cattura. Per una critica dell’immaginario tecno-capitalista, Jaca book, Milano, 2019, p. 13.
[3] Isabelle Stengers & Philippe Pignarre, Stregoneria capitalista. Pratiche di uscita dal sortilegio, (2005), IPOC, Milano 2016, p. 48.
[4]“Il monte canta” è un modo di dire che si usa in cava per dire che “si assesta”. Il tecchiaiolo è un operaio specifico addetto al controllo del fronte di cava per evitare la caduta di massi pericolanti. Sul termine “padrone”, invece, è interessante notare che ancora oggi è facile sentire gli operai parlare del “proprio padrone” piuttosto che del titolare.
[5] Per le riflessioni attorno alla partizione si veda, tra altrә, Tim Ingold, Isabelle Stengers e Philippe Descola. Si veda la collettanea Mondi multipli. Oltre la grande partizione, vol. I, a cura di Stefania Consigliere, Kayak editore, Lecce, 2014.
[6] Marcello Cini, La scienza nell’era dell’economia della conoscenza, in Carlo Modonesi, Il gene invadente – riduzionismo, brevettabilità e governance dell’innovazione biotech, Baldini Castoldi Editore, Milano, 2006, pp. 35-50, in Per una scienza critica. Marcello Cini e il presente: filosofia, storia e politiche della ricerca, a cura di Elena Gagliasso, Mattia Della Rocca, Rosanna Memoli; ETS, Pisa, 2015.
[7] Mentre il termine pandemia indica la diffusione di un agente infettivo in grado di colpire più o meno indistintamente chiunque e dovunque, la sindemia pone l’attenzione sulla relazione tra la componente biologica e quella socio-ambientale. Indica, quindi, non solo la relazione pericolosa tra più malattie, ma anche tra queste e la condizione economica, sociale ed ambientale delle persone. Il Covid-19, in questo senso, ha dimostrato la sua pericolosità in maniera differenziale, in particolar modo sulle persone in condizioni già svantaggiate. Si ascolti l’intervista di Contro radio a Sara Gandini, ricercatrice e docente di epidemiologia e biostatistica all’università statale di Milano, in https://www.controradio.it/covid-the-lancet-approccio-sbagliato-e-sindemia-non-pandemia/ , consultato il 29/11/2020. Per l’articolo cui l’intervista fa riferimento, si veda https://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736(20)32000-6/fulltext , consultato il 29/11/2020.
[8] Il caso del Covid-19 è emblematico per sottolineare la relazione devastante tra deforestazione, distruzione del rifugio animale, possibilità di spillover, infrastrutture e mobilità capitaliste e crisi sanitaria. Una relazione che, mentre nei primi mesi di sindemia è stata evidenziata, è andata via via scomparendo dal dibattito pubblico. Non a caso, forse, visto che implica un ripensamento strutturale del modo capitalista di governare il mondo.
[9] Con estrattivismo non ci si riferisce solo all’estrazione di risorse naturali, ma ad una precisa modalità di azione del capitalismo fondata «sulla sottrazione sistematica di ricchezza dai territori, combinata con il trasferimento di sovranità sugli stessi, da chi li vive a chi li depreda. […] Conflitto, violenza, controllo militare del territorio, connivenze politico-corporative in cui Stato e mercato non si distinguono più […], povertà estrema e ricatto occupazionale, criminalizzazione del dissenso, corruzione sistematica […]. Tutti questi non sono danni collaterali […] bensì le condizioni senza le quali l’estrattivismo stesso non prolifera», in L’estrattivismo e il suo modello d’attacco. L’esperienza di Re:Common, Giulia Franchi e Filippo Taglieri, in Epidemia 03, 2020, pp.11-12. Per un approfondimento si veda Raul Zibechi, La nuova corsa all’oro. Società estrattiviste e rapina, Museodei by Hermatena, 2016.
[10]Il sito delle Alpi Apuane è Geo Parco UNESCO dal 2011 e Parco naturale regionale dal 1985. Tuttavia è noto che la mappa del Parco è frutto di un compromesso politico tra le istanze ambientali e quelle imprenditoriali, motivo per cui molti bacini estrattivi sono rimasti esterni o definiti “contigui” al parco, ovvero inclusi nella superficie del Parco ma non rientranti nelle aree protette dall’estrazione. Oggi le aree contigue sono 39 con circa 80 cave attive (in totale se ne contano circa 165). Un paradosso: di fatto si tratta di un Parco naturale che prevede al proprio interno un’attività estrattiva dall’altissimo danno ambientale. Tra cavilli burocratici, definizioni ambigue ed esplicite trasgressioni di legge, la tutela ambientale è spesso sottomessa all’attività estrattiva. Per un approfondimento si legga l’intervento critico della studiosa Franca Leverotti, consigliera di Italiana Nostra, del 02/07/13 in http://www.parcapuane.toscana.it/DOCUMENTI/PARTECIPAZIONE/partecipazione_index.htm
[11] Regia di Jennifer Baichwal, Nicholas de Pencier e Edward Burtynsky, Canada, 2018.
[12]Diversi studi antropologici hanno rivelato come, in passato, alcuni paesi periferici alle economie capitaliste, quando venivano in contatto – per lo più violento – con esse, leggevano le dinamiche economiche e di potere che gli “occidentali” importavano attraverso la categoria di stregoneria. In questi contesti, infatti, chi si arricchiva sfruttando la forza vitale degli altri – spesso portandoli alla morte – e chi non redistribuiva le ricchezze nella comunità, era accusato di essere stregone. Ai loro occhi era perciò evidente che l’economia capitalista fosse una forma di stregoneria. Oggi questo termine è stato ripreso e approfondito, affiancando all’accumulo di ricchezza e allo sfruttamento della vita altrui anche le dinamiche di mercificazione del vivente, di occultamento della storicità e della violenza del capitalismo – spesso visto come un normale sviluppo dell’economia “naturale” – e della cattura dei suoi “adepti”. Per un approfondimento si veda Isabelle Stengers & Philippe Pignarre, op. cit., oppure  Stefania Consigliere & Paolo Bartolini, op.cit.
[13] Si veda Stefania Consigliere, Archeologia della dissociazione, in Strumenti di cattura, op. cit., pp. 9-91.
[14] K. Marx (1867), La cosiddetta accumulazione originaria, in Id., Il Capitale. Critica dell’economia economica, vol. I, cap. XXIV, Editori Riuniti, Roma 1994, p. 778. Come nota Consigliere, è lo stesso linguaggio di Marx ad aprire alla dimensione dell’immaginario e della “magia”: il “feticismo della merce”, le “fantasmagorie”, i “sogni di una cosa”. Si veda Stefania Consigliere, Archeologia della dissociazione, in Strumenti di cattura, op. cit.
[15] Si veda Carlo Perazzo, In-comune. Nessi per un’antropologia ecologica, Asterios, Trieste, 2021.
[16] Secondo l’economista Andrea Fumagalli, «nel capitalismo biocognitivo, ovvero in un contesto dove l’attività non produttiva tende a zero (tutto ciò che facciamo quotidianamente entra, in modo diverso, in modo più o meno diretto, spesso inconsapevolmente, nella catena di valore), il lavoro produttivo è senza fine e la dicotomia nuova che si presenta è quella tra lavoro remunerato e lavoro non remunerato». L’accumulazione viene dal fatto, ad esempio, che per le piattaforme come Facebook gli utenti che usufriscono del servizio sono a loro volta produttori, forza lavoro che mette a valore (per altri e gratuitamente) le proprie informazioni, i propri saperi e desideri. Si veda https://www.kabulmagazine.com/capitalismo-biocognitivo-intervista-andrea-fumagalli/ , o A. Fumagalli, Bioeconomia e capitalismo cognitivo. Verso un nuovo paradigma di accumulazione, Carocci, 2007.
[17] Silvia Federici, Il punto zero della rivoluzione. Lavoro domestico, riproduzione e lotta femminista, (2012), Ombre Corte, Verona, 2014, p. 155.
[18]Si veda https://www.ilfattoquotidiano.it/2021/09/01/il-ministro-cingolani-ospite-di-renzi-attacca-gli-ambientalisti-quelli-oltranzisti-e-radical-chic-sono-peggio-della-catastrofe-climatica/6307526/
[19] Gli studiosi di Illich notano una differenza tra questo concetto e quello di “esternalità negativa”, più simile alle conseguenze negative di un dato strumento (ad es. l’inquinamento e l’automobile). La “controproduttività paradossale” si avrebbe quando un dato strumento o istituzione finiscono per generare l’esatto contrario di ciò per cui sono stati creati. Tuttavia, se consideriamo questo concetto in termini ampi e ci limitiamo a sostenere che il fine della creazione di un dato lavoro è il benessere generale, può risultare più efficace e più evocativo del primo.
[20]Si veda il rapporto Lavorare su un pianeta più caldo. L’impatto dello stress termico sulla produttività del lavoro e il lavoro dignitoso, Organizzazione internazionale del lavoro, 2019, in https://www.linkiesta.it/2019/10/riscaldamento-globale-perdita-posti-lavoro/ . Per “misurare” la crisi ecologica in termini più ampi si veda  Daniel Tanuro, È troppo tardi per essere pessimisti. Come fermare la catastrofe ecologica imminente, Alegre, Roma, 2020.
[21]Secondo la Treccani, Nemesi è la personificazione, nella mitologia greca e latina, della giustizia distributiva, e perciò punitrice di quanto, eccedendo la giusta misura, turba l’ordine dell’universo.
[22]Ivan Illich, Bisogni di Tantalo, in Per una storia dei bisogni, (1977-78), Mondadori, Milano, 1981, p. 146.
[23]Per una critica alla gestione del territorio si vedano i canali di Athamanta, percorso di sperimentazione politica in difesa delle Alpi Apuane e di critica al capitalismo estrattivo https://athamanta.wordpress.com/ , e il dossier di Casa rossa occupata, Apuane e marmo: tra mitologia, lavoro, natura e coscienza collettiva, in  https://casarossaoccupata.wordpress.com/2020/02/11/dossier-cave/ . Per un breve riassunto delle ultime mobilitazioni https://ilmanifesto.it/meno-cave-di-marmo-piu-fiori-di-athamanta-sulle-alpi-apuane/ . Per una riflessione sulla questione locale dei beni estimati e bene comuni si veda l’intervista a Paolo Maddalena https://www.legambientecarrara.it/2016/09/15/videointervista-al-prof-paolo-maddalena-i-beni-estimati-e-le-cave-apuame-sono-proprieta-collettiva/ . Per un quadro storico-economico del settore marmo e il ruolo dello Stato si veda MatteoBartolini, Storia di un fallimento. Dalla scomparsa di Imeg alla crisi del sistema marmo.
[24]Raul Zibechi, La maledizione dell’estrattivismo, CNS Ecologia politica, n. 5, anno 26, maggio 2016.
[25]Si veda l’articolo di Legambiente Carrara, Regolamento agri marmiferi: l’ambiente dimenticato, 31/01/2020, in https://www.legambientecarrara.it/2020/01/31/regolamento-agri-marmiferi-lambiente-dimenticato/[26]Le Alpi Apuane conservano anche una notevole geodiversità: il 13,5% delle specie mineralogiche italiane. Si veda Antonio Bartelletti, Conservazione e promozione della geodiversità nel Parco Regionale delle Alpi Apuane, 2018.
[27] Si veda http://dati.istat.it/Index.aspx?QueryId=25524
[28] È da notare che i lavoratori al monte, in cava, sono praticamente gli stessi di 25 anni fa, mentre sono dimezzati quelli al piano, gli addetti alla lavorazione del marmo. Ciò rende evidente che la materia è diretta altrove e ha sempre meno ricaduta occupazionale a livello locale.
[29] Secondo i dati di Confindustria nel 2015 la cosiddetta “Tassa Marmi” raggiungeva i 27 milioni di euro annui ai Comuni di Carrara, Massa e Fivizzano.
[30]Si veda https://www.inail.it/cs/internet/comunicazione/news-ed-eventi/news/news-dati-inail-attivita-estrattive-2020.html
[31]Si veda https://www.ansa.it/toscana/notizie/2016/04/14/frana-apuane-nove-morti-negli-ultimi-dieci-anni_8c8d7b9c-cf3b-432c-bc99-c4714039a4f2.html
[32]Ercole Cargoli, Oh! Quei capi cava, in Il Cavatore del 21 settembre 1912, in Gino Vatteroni, Sindacalismo, anarchismo e lotte sociali a Carrara dalla prima guerra mondiale all’avvento del fascismo, Edizioni “Il Baffardello”, 2006, p. 51. Il Cavatore era il giornale della Camera del Lavoro locale.
[33]Concordato del 18 luglio 1919, in Il Cavatore del 26 luglio 1919, in Gino Vatteroni, op. cit., p. 52.
[34]Michael Taussig, Il mio museo della cocaina. Antropologia della polvere bianca, (2004), Milieu, Milano, 2019, p. 8.
[35]Gli industriali al tempo uscirono sui giornali dicendo che gli sversamenti erano opera di “ecoterroristi”, che le cave non avevano responsabilità e chiedevano all’amministrazione comunale di mettere sotto vigilanza le sorgenti. Il Comune, per non dare loro troppo fastidio, fece solo un’ordinanza per limitare lo sversamento e si impegnò a mettere nuovi filtri a carbone attivo alle sorgenti. Fortunatamente le inchieste di Legambiente dimostrarono la responsabilità delle imprese, ma questo angosciante teatrino non ha mai smesso di andare in scena. Di nuovo torna in mente Taussig, quando sostiene che lo Stato colombiano era “una buffonata, uno spettacolo di marionette”. La sudditanza del Comune di Carrara alle imprese del marmo è talmente evidente e storica che “lo spettacolo di marionette” è un’immagine perfetta. Pochi mesi fa, quando il Comune ha presentato il nuovo “regolamento degli agri marmiferi” (notare che si parla del marmo come qualcosa di coltivabile e non di finito), gli industriali hanno reagito come se nulla al mondo potesse intaccare il loro modo di lavorare. Le imprese hanno avviato immediatamente 50 contenziosi legali per opporsi ad un regolamento, tra l’altro, per nulla rivoluzionario, che i movimenti ambientalisti locali hanno mostrato essere in perfetta continuità col passato. Ma nulla deve intaccare lo status quo e nessuno deve permettersi di dire nulla: no alternative. La cosa interessante è stato l’atteggiamento del Comune, il tono, quasi di scuse, con il quale ha risposto, auspicando maggiore collaborazione con le imprese. Si veda Come le cave inquinano le sorgenti, a cura di Giuseppe Sansoni, Legambiente Carrara, 2006; per il regolamento https://athamanta.wordpress.com/2020/05/03/zoom-regolamento-agri-marmiferi/
[36]Si veda https://www.ilfattoquotidiano.it/2021/09/28/ansia-da-prestazione-dopo-il-confronto-con-thunberg-cingolani-si-promuove-non-ce-greta-che-tenga-il-fuorionda/6336002/ .
[37]Anna Lowenhaupt Tsing, Il fungo alla fine del mondo, Keller, Rovereto, 2021.
[38]«La loro costruzione modulare è la quintessenza della modernità: un’architettura cooperativa, distribuita, senza centri di comando, capace di resistere alla perfezione a ripetuti eventi catastrofici senza perdere funzionalità e in grado di adattarsi con grande rapidità a enormi cambiamenti ambientali», Stefano Mancuso, Plant revolution. Le piante hanno già inventato il nostro futuro, Giunti, Firenze, 2017.

pala eolica impianto eolico

Energie rinnovabili: la grande illusione verde.

In Italia, forse più che in altri paesi europei, si stanno mettendo grandi risorse per realizzare la ormai citatissima “transizione energetica”.
In realtà, siamo di fronte a una grande illusione, o meglio a un grande inganno. Quando il nostro governopurtroppo con l’appoggio di alcune storiche associazioni ambientaliste, a cominciare purtroppo da Legambiente – vede la risoluzione di tutti i problemi del riscaldamento globale nell’ incentivazione delle rinnovabili (eolico e fotovoltaico in primis) si sta sbagliando di grosso.

Come sostengono i giovani che hanno sfilato prima a Milano prima, poi a Roma, infine a Glasgow nel novembre scorso (più di 100.000 persone) per protestare contro l’inazione dei politici a livello mondiale e reclamare la Giustizia Climatica, non basta abbandonare le energie fossili e cambiare il sistema di produzione dell’energia. Bisogna cambiare il nostro modello di sviluppo, praticando un taglio netto ai consumi e abbattere l’emissione di CO2 grazie all’azione di assorbimento da parte degli alberi, gli unici in grado di convertirla con la fotosintesi. Se non imbocchiamo questa strada non sarà possibile invertire la rotta.

Il fenomeno del riscaldamento globale non dipende dai punti di vista, ma avviene naturalmente, indotto dall’accumulo di gas climalteranti nell’atmosfera. Pensare di curare questo male unicamente con la totale sostituzione del fossile (in 30 o quarant’anni) con fonti di energia cosiddetta ‘pulita’ o ‘rinnovabile’, è una vana speranza. L’ennesimo inganno delle lobbies energetiche.

Il movimento di dissenso contro gli impianti di rinnovabili – che dice no all’eolico industriale selvaggio e al fotovoltaico nei terreni agricoli – si è diffuso nel nostro Paese soprattutto nel Sud e nel Centro Italia, là dove i danni ambientali al territorio e al paesaggio sono più evidenti e devastanti.
Purtroppo si tratta di un movimento ancora scarsamente rappresentato nelle grandi manifestazioni pubbliche dove si contano le migliaia di partecipanti. Credo che le ragioni siano due. La prima: tra molti “ambientalisti” e tra la popolazione in generale, e in particolare in quella dei centri urbani, non si è ancora sviluppata una coscienza critica informata e documentata sugli impatti negativi che derivano dalla realizzazione di questi impianti, delle vere e proprie istallazioni industriali. La seconda: che i territori dove sorgono i nuovi impianti sono i luoghi periferici e poco popolati. Gli stessi luoghi dove avvengono gli approvvigionamenti delle materie prime (le miniere di terre rare) e dei componenti indispensabili al loro funzionamento (le fatidiche batterie, senza le quali non si può stoccare l’energia prodotta).

Servirebbe prima di tutto chiamare le cose con il loro vero nome. Parliamo quindi di impianti eolici e fotovoltaici industriali, perché tali sono, e abbandonare le false diciture e gli eufemismi ingannevoli. Troppo comodo, infatti, usare parole al miele come “parchi eolici” o “agrivoltaico”.
Sappiamo bene come le parole influenzino  l’immaginario e il pensiero comune, come possano trasformare un oggetto da indesiderato a ricercato. Se poi pensiamo che Legambiente se n’è uscita con un libro; “Parchi nel Vento : guida turistica ai parchi eolici” [Vedi qui]per indirizzare il turismo green  verso l’apprezzamento del sacrificio di sangue dei paesaggi italiani per la salvezza dell’umanità dal riscaldamento globale, c’è da perdere ogni fiducia nella specie Homo Sapiens.

Siamo abituati a guardare gli impianti voltaici da lontano: guidando in autostrada, nel lontano orizzonte, li scambiamo per graziosi mulini a vento. Per capire, bisogna avvicinarsi. E conoscere qualche numero. La gran parte dei progetti di sfruttamento dell’energia del vento prevede oggi la realizzazione di grandi impianti, costituiti da un minimo di 5/10 fino a decine, talvolta centinaia, di pale (vedi gli impianti in Calabria, Basilicata, Sardegna, Puglia eccetera).
Impianti di enormi dimensioni, veri e propri ecomostri.  Attualmente le cosiddette ‘torri’ (di cemento armato) superano anche i 200 metri di altezza. Senza contare la profondità dello scavo per la realizzare la base in calcestruzzo, che arriva anche a 30 metri di profondità e ad occupare una superficie grande come un campo di calcio. I numeri variano in funzione della tipologia e dell’altezza della pala e delle caratteristiche del sottosuolo dove si va a erigerla. Più grandi sono le pale maggiore è la quantità di energia prodotta e, di conseguenza, il costo unitario per ogni watt prodotto diminuisce. Quindi l’interesse delle imprese è quello di realizzare pale sempre più grandi che, purtroppo, sono anche maggiormente impattanti sull’ambiente. Lo stesso si può dire del fotovoltaico a terra.

Il problema della scelta del sito dove istallare le pale segue naturalmente i criteri e gli obbiettivi dell’approccio industriale: minor costi e più redditività, quindi maggiori profitti. Numero uno: trovare un luogo facilmente raggiungibile con mezzi pesanti e molto ingombranti. Numero due: scegliere un luogo dove il vento soffi per la maggior parte dell’anno e la cui velocità sia sufficientemente alta, ma mai eccessiva, altrimenti il sistema si blocca.
Peccato che in Italia, durante l’estate, abbiamo calma di vento praticamente dappertutto. Ma anche le condizioni atmosferiche invernali del luogo prescelto non devono essere estreme, per non interferire con il funzionamento delle pale.

Per il resto (sempre per la logica industriale sopra citata) non si va tanto per il sottile.
Non si guarda se il luogo prescelto è situato in vicinanza di abitazioni. Non si pensa ai mammiferi che vi abitano, agli uccelli di passo o che ci nidificano stabilmente, agli alberi e alla vegetazione che dovrà essere sacrificata per realizzare l’impianto con tutti gli annessi e connessi per il trasferimento dell’energia (centraline, cavi ecc..). Non ci si ferma davanti agli sbancamenti, milioni di metri cubi di terra e roccia per creare le nuove strade necessarie per raggiungere i siti, strade che dovranno sopportare automezzi carichi di tronconi di cemento prefabbricati pesanti centinaia di tonnellate.
L’ambiente? Il paesaggio? I valligiani e i contadini? Tutti sacrificati sull’altare della grande 2svolta ecologica.

Sappiamo degli impegni dei governi – vedremo se saranno rispettati – per ridurre le emissioni di CO2 e rispondere al velocissimo aumento della temperatura terrestre che preoccupa non poco gli scienziati e l’opinione pubblica. Nulla si dice, però, delle pressioni esercitate dalle imprese interessate alla realizzazione degli impianti di rinnovabili, allettate dai sicuri profitti garantiti dagli incentivi pubblici.
Grazie a questi incentivi, dal 2005 in avanti, i grandi produttori di energia da fonti rinnovabili hanno goduto di guadagni costanti e sicuri, scaricando i costi di questa operazione sulle bollette dei consumatori.
E così, mentre si elargiscono lauti compensi agli industriali poco o nulla viene detto e fatto per attivare un percorso di risparmio energetico veramente efficace. Per raggiungere i nuovi obiettivi della UE, Il nuovo PNIEC, cioè Il ministro Cingolani prevede al 2030 la produzione di 27 GW da fonti programmabili (idroelettrico, biomasse e geotermico) e ben 87 GW da fonti non programmabili (eolico e fotovoltaico) per un totale di 114 GW da fonti sostenibili. Si tratta quindi di un + 58 GW da rinnovabili non programmabili (eolico e fotovoltaico) in nove anni [Qui].

Gianluigi Ciamarra, Italia Nostra Campobasso, ha fatto un po’ di calcoli [Vedi qui]. Per l’attuazione della politica green allo studio del Governo è previsto un importante sacrificio non solo economico, ma soprattutto ambientale e culturale a carico nostro e delle future generazioni. Raggiungere entro il 2030 una produzione di ben 70 miliardi di Watt, triplicando in 9 anni la potenza installata di eolico e fotovoltaico agrario, significherebbe tappezzare 5.000 km di crinali appenninici con altissime macchine eoliche – le macchine di nuova generazione misurano 260 metri di altezza, pari ad un grattacielo di 80 piani – e ricoprire con estesi impianti solari oltre 200.000 ettari di terreni sottraendoli all’ agricoltura.

Come già accennato, accade che in Italia siano le regioni del Centro e del Sud – le aree meno industrializzate e meno popolate e quindi anche meno soggette alla produzione di gas climalteranti – a pagare per le maggiori quote di CO2 prodotte nelle regioni del Nord e nelle aree più industrializzate e popolate.
E’ nelle prime (Sardegna, Calabria, Puglia, Sicilia, Molise, Basilicata, la Tuscia nel Lazio e gli Appennini in Emilia e Toscana) infatti, che sono stati autorizzati e realizzati la maggior parte degli impianti eolici, imponenti, invasivi del territorio e deleteri per l’ambiente e il paesaggio.

Dalle scelte di politica energetica dei nostri governi, passati e presenti, sembra proprio che il futuro delle aree interne del Centro e Sud Italia debba passare dalla realizzazione di centinaia di nuovi impianti di rinnovabili, che non creano occupazione e allontanano i sogni di sviluppo turistico e culturale di bellissimi territori, prima incontaminati, poi trasformati, ancora una volta, in terre di rapina (land grabbing).

Per il fotovoltaico accade più o meno la stessa cosa. Centinaia di ettari di terreno agricolo e pascolo sono sottratti alla produzione del settore primario per essere sacrificati sull’altare dell’energia pulita. Il suolo non vive più come tale, ma solo quale supporto per i pannelli e le infrastrutture necessarie al loro funzionamento. Tutto ciò va ad incidere profondamente sull’equilibrio di un territorio, trasformandolo in un “non luogo”, espropriandolo della sua specificità ed unicità paesaggistica.

Tra l’altro, dobbiamo constatare che, nonostante l’istallazione di decine e centinaia di nuovi impianti di rinnovabili, non è stato ancora chiuso nessun impianto a fonti fossili, a cominciare dal carbone
Lo dicono i numeri. Scriveva Enzo di Giulio il 6 settembre scorso sulla rivista online Energia: “Nei primi sei mesi del 2021 le emissioni (di CO2 n.d.r.) generate dal settore elettrico mondiale sono aumentate del 12% si legge nel nuovo Global Electricity Review che Ember (think tank indipendente sul clima e l’energia, focalizzato sull’accelerazione della transizione dell’elettricità globale dal carbone al pulito n.d.r.) lancia con lo sconfortante slogan “Building back badly” (Ricostruire male). Un dato che fa vacillare anche il secondo pilastro della strategia globale: non solo l’elettricità pulita continua a non penetrare nei consumi finali, ma ora le rinnovabili non riescono neanche a decarbonizzarla” [qui].

La domanda globale di elettricità, infatti, da gennaio a giugno 2021 è cresciuta del 5% rispetto ai mesi pre-pandemia, superando abbondantemente la crescita dell’elettricità pulita, che ha potuto soddisfare solo un 57% della domanda totale, il restante 43% è stato coperto da un aumento dell’energia da carbone ad alta intensità di emissioni.
Da qui si comprende come
la crescita economica imponga un continuo aumento di consumi energetici; anche se ci illudono con le nuove auto a elettricità, con la realizzazione di migliaia di pale eoliche e centinaia di ettari di pannelli a energia solare, la crescita del PIL impone maggiori consumi di energia, in una rincorsa senza tregua.

Alla fine, dovremo farci una domanda, molto scomoda: ma siamo proprio sicuri che, quando avremo ricoperto le regioni del Centro e del Sud Italia di pannelli solari e di pale eoliche, avremo davvero diminuito le emissioni di gas serra? O non avremo inutilmente deturpato e distrutto per sempre gran parte del nostro patrimonio paesaggistico e naturale? Complimenti!

Ministero della Transizione o della Finzione Ecologica?
Una rete sociale diffusa scrive un piano alternativo

 

Finalmente  anche l’Italia si è dotata di un Ministero della Transizione Ecologica. Tutta una serie di fatti, però, mi fanno venire il dubbio se non siamo, invece, di fronte ad un Ministero della Finzione ecologica.
Intanto, qualche giorno fa, è arrivata l’approvazione della Valutazione di Impatto Ambientale per 11 nuovi pozzi per l’estrazione di idrocarburi, di cui ben 7 in Emilia-Romagna. Tempo addietro è stato deciso di prevedere una procedura semplificata per l’autorizzazione all’ipotizzato CCS di Ravenna, che dovrebbe diventare il più grande impianto di cattura e stoccaggio della CO2 in Europa, con cui ENI intende utilizzare i propri giacimenti di gas a largo della costa ravennate per immettervi la CO2 proveniente da processi industriali o dai suoi stessi impianti, prolungando così il ricorso alle fonti fossili, mentre, sempre a Ravenna, il Progetto Agnes, basato sulle rinnovabili, potrebbe entrare in funzione nel 2023, ma tale data rischia di andare più in là proprio per i lunghi tempi autorizzativi.
Forse qualcuno potrebbe pensare che sono elementi di dettaglio, tutt’ al più segnali inquietanti, ma circoscritti. Se, però, alziamo lo sguardo a ciò che si sta predisponendo sul Recovery Plan, e, segnatamente, sulla missione Rivoluzione verde e transizione ecologica”, le preoccupazioni aumentano ulteriormente. Su questo punto, il lavoro è ancora in corso, il governo Draghi sta rimettendo le mani all’elaborazione del precedente piano, ma, da quanto è dato conoscere, si sta andando in una direzione negativa, che sa molto di ‘greenwashing’ ed è poco attenta e utile per affrontare seriamente il problema del contrasto al cambiamento climatico e di un passaggio forte verso le energie rinnovabili e a un nuovo modello di produzione e consumo energetico.

Il materiale a disposizione è abbastanza complesso e lì non si esplicita una strategia chiara, al di là delle risorse significative a disposizione (circa 70 miliardi di €, che potrebbero persino lievitare attorno agli 80, su un totale di circa 220  miliardi dell’insieme del Recovery Plan). Ci ha pensato, però, qualche giorno fa, in un’intervista su Repubblica,  il neoministro alla Finzione ecologica Cingolani a chiarire il tutto [Vedi qui], sostenendo che la transizione energetica si appoggerà sull’utilizzo del gas, in ossequio ai piani dell’ENI, e che poi, con il 2050 si potrà pensare alla fusione nucleare.
Ora, una simile ipotesi significa allungare la vita all’utilizzo delle fonti fossili, com’è anche il gas, ritardare il passaggio alle energie rinnovabili e, soprattutto, non porsi il tema decisivo, che è quello di puntare all’ autoproduzione e al consumo distribuito consentito da queste ultime, superando un’opzione di sistema centralizzato e tendenzialmente autoritario, quello che deriva appunto dall’utilizzo delle energie fossili e del nucleare.
Né si può stare più tranquilli, esaminando, sempre all’interno della missione “Rivoluzione verde e transizione ecologica”, quanto previsto a proposito di tutela del territorio e della risorsa idrica. Qui, oltre alle poche risorse indicate (complessivamente  circa 15 miliardi, ma di cui 10 già previsti, per un saldo quindi di circa 5 miliardi, mentre si stima che solo per una serio Piano di contrasto al dissesto idrogeologico ce ne vorrebbero 26 nell’arco di diversi anni), viene riproposta, anzi rafforzata, un’idea di ‘riforma’ degli affidamenti del servizio idrico per favorire la completa privatizzazione dello stesso, in particolare nel Mezzogiorno, dopo che nel Centro Nord già la fanno da padrone le grandi multiutilities quotate in Borsa, IREN, A2A, HERA e ACEA. Sarebbe, proprio a dieci anni dai referendum sull’acqua, la definitiva certificazione dell’annullamento della volontà popolare, dopo che essa è stata già fortemente disattesa in questi anni.

Il quadro non è molto migliore nella nostra Regione
In Emilia Romagna, nel dicembre scorso, si è giunti alla definizione del Patto per il Lavoro e il Clima, sottoscritto, oltre che dalla Regione, da diversi altri soggetti, dalle Associazioni di impresa ai sindacati confederali, da Legambiente ai Comuni capoluogo e altri ancora.
Chi non l’ha sottoscritto è stata la Rete regionale per l’Emergenza Climatica e Ambientale (RECA), nata da circa un anno e che per la prima volta è riuscita a raggruppare in una visione comune 76 tra Associazioni e Comitati regionali e territoriali che intervengono, da vari punti di vista, sui temi del contrasto al cambiamento climatico, della conversione ecologica e della difesa dei Beni Comuni.
RECA ha deciso di non firmare perché quel Patto non rappresenta la svolta necessaria per mettere in campo politiche adeguate per affrontare proprio questi ultimi temi. Infatti, al di là degli obiettivi generali individuati – il passaggio alle energie rinnovabili al 100% in Regione entro il 2035 e l’azzeramento delle emissioni climalteranti entro il 2050 –  che possono essere condivisibili, in realtà nel Patto per il Lavoro e il Clima non sono definiti i tempi e gli interventi che dovrebbero portare alla loro realizzazione, né gli impegni da mettere in atto in questa direzione già in questa legislatura.
Di fatto, si continua a tacere, il che vuol dire continuare ad andare avanti lungo scelte che contraddicono quegli obiettivi, come il forte ricorso a grandi opere stradali e autostradali, il ricorso massiccio ad aree dedicate alla logistica senza affrontare la questione del consumo di suolo che ciò determina, il via libera al Centro di Cattura e Stoccaggio (CCS) di Ravenna.
Quest’ultimo progetto è una scelta sbagliata; il CCS è infatti basato su tecnologie costose e non ben verificate, di fatto alternativo al ricorso rapido alle fonti rinnovabili, un vero e proprio tentativo di mettere sotto la sabbia la CO2 emessa anziché evitare di produrla.
Ancora, non ci sono scelte convincenti e coraggiose su diversi punti: solo per esemplificare, non c’è cenno alla ripubblicizzazione del servizio idrico, proprio quando potenzialmente si apre questa possibilità a Bologna con la scadenza della concessione a Hera alla fine di quest’anno. Manca una politica che punti fortemente alla riduzione dei rifiuti prodotti e al loro riciclaggio, così come al superamento degli inceneritori, mentre non sono indicati forti investimenti sul trasporto pubblico e per la riduzione significativa del parco automobilistico privato.
Insomma, per tutto un’insieme di valutazioni, la Rete regionale per l’Emergenza Climatica e Ambientale ha deciso di scrivere il proprio “Patto per il clima e il lavoro” [per leggere il Patto di RECA clicca Qui], un piano alternativo a quello elaborato dalla Regione e sul quale si intende aprire un confronto vasto con le persone e nella società regionale.
Sono davvero tante le realtà e le intelligenze collettive che lavorano per disegnare una reale transizione e conversione ecologica, per la difesa e la valorizzazione dei Beni Comuni. sia a livello territoriale che nazionale: una prospettiva sempre più necessaria per il mondo che viene e che dobbiamo costruire.

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