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Solo in Italia il Tour europeo del Boss invade il verde protetto. E Monza e Ferrara insorgono.

 

Ultimamente, tra musica rock/pop  e sostenibilità ambientale, nel Bel Paese ci sono alcune importanti frizioni. A quella arcinota, con protagonista The Boss e due dei suoi futuri concerti in Italia, è tornata a riproporsi, come coda di un’analoga polemica già infuriata tre anni fa, prima della chiusura di queste manifestazioni a causa della pandemia, proprio sui nostri lidi, quella con protagonista Lorenzo Jovanotti con il suo Jova Beach Party, che in una delle sue prime tappe si è fermata vicino alla Pineta di Marina di Ravenna.

La cosa sconcertante però non è questa. Il nostro è il Paese delle polemiche, dei cento campanili, dei leader che stanno al governo, ma che si chiamano fuori ad ogni piccola o grande scelta timidamente impopolare. Quello che lascia perplessi è che le polemiche infuriano anche tra ambientalisti, non tutti contrari alle scelte che sono al centro della discussione. Ma perché stupirsi. Anche i virologi, importanti esponenti del mondo scientifico, hanno litigato e stanno litigando sulla lettura dei fatti.

Se in matematica, cambiano le premesse – tecnicamente le assunzioni o ipotesi – le conclusioni saranno completamente diverse. La scienza non è un monolite e quindi nemmeno l’ambientalismo, che nelle sue migliori espressioni alla scienza si rifà. Saranno infatti sempre le premesse a fare il discrimine e l’onestà intellettuale, che da queste premesse, razionalmente, porta a determinate conclusioni e quindi alle scelte.

E’ insomma sempre una questione politica, perché le premesse di un discorso nascono da lì, da quello che si chiamava e si dovrebbe ancora chiamare governo della polis. Allora, se scorriamo le tappe del lungo tour che l’anno prossimo porterà The Boss e la mitica E. Street Band in giro per l’Europa [Qui], una prima annotazione balza agli occhi: le uniche location collocate all’interno di ambienti naturali sono in Italia, rispettivamente a Ferrara e a Monza (la terza tappa italiana del Tour è prevista a Roma al Circo Massimo).

Alla scelta di Monza e dei suoi prati, ci si è arrivati dopo l’indisponibilità di San Siro, dove il Boss si è esibito in tutte le precedenti tourné. Come a Ferrara, entusiasti gli amministratori, nettamente contrario meno il Comitato Parco locale [vedi l’articolo su Milano Today], che già in passato si è opposto a questo tipo di eventi – ad esempio per il concerto di Ligabue alcuni anni fa – per i danni all’ecosistema che decine di migliaia di persone inevitabilmente comportano.

Per le nostre attività, anche per pulire una porzione di bosco, dobbiamo firmare fior di carte, sottolinea Matteo Barattieri, referente di un gruppo di volontari che opera all’interno del gioiello naturale del parco dell’autodromo di Monza, in un post su Facebook – e garantire che lasceremo le aree interessate dalle cose che organizziamo nelle stesse condizioni di partenza. [Vedi qui] 

Per il Parco Bassani, si tratta invece della prima volta in assoluto, per una manifestazione di questa portata. Legambiente e altre associazioni sul territorio ferrarese si sono immediatamente attivate per contestare questa assurda location, ma, anche se a titolo personale, Ermete Realacci, fondatore e ancora presidente onorario di questa grande associazione ambientalista, si è detto più che possibilista sulla sostenibilità dell’evento. [Qui]. 

Premetto che non conosco in maniera approfondita il contesto naturalistico e faunistico del parco Urbano. – Afferma Realacci nella sua intervista – Di base, comunque, non sono contrario al fatto che si facciano concerti in luoghi diversi dagli stadi, dunque nei parchi. E’ un’esperienza ormai consolidata. L’importante è che si riesca, dopo il concerto, a ripristinare l’integrità ambientale del luogo“. Mi pare quasi un nonsense, perché dopo l’irruzione di decine di migliaia di persone in un ambiente naturale, non è materialmente possibile che tutto resti come prima, a meno che non si pensi che ripulire da una montagna di rifiuti un’area voglia dire ripristinarla ambientalmente.

In Europa infatti nessuno lo sostiene, altrimenti non si capisce la scelta di usare solo Stadi o aree vocate all’interno delle città, per i concerti del Boss. A conferma di quello che scrivo, riporto quanto dichiarato lo scorso maggio, da Claudio Trotta il promoter dei concerti di Springsteen in Italia.
Con il progetto A.R.M.O.N.I.A, Trotta ha inaugurato un nuovo sistema di realizzare concerti, incontri e conferenze più rispettoso della natura. Un esempio su tutti: si utilizzano luci autoalimentate. “È ovvio che non possono essere tutti così” – dice il manager – ma è importante prendere coscienza di questo fatto: i grandi concerti hanno spazi già pronti, stadi e palazzetti, che possono essere usati senza problemi. Andare nella natura significa metterla in alcuni casi in disordine. Non sarebbe forse meglio che tutti noi cercassimo di evitare o limitare le nostre opzioni rispetto alle location? Molto importante è anche la disponibilità del pubblico a utilizzare sempre meno mezzi di trasporto inquinanti e invasivi”.[qui la versione integrale].

Un’altra interessante annotazione è quella del prezzo dei biglietti, così come si evince dal sito ufficiale Bruce Springsteen Tickets, Tour Dates & Concerts 2022/2023, per alcune date, questi non sono ancora disponibili, ma per le altre, normalmente i prezzi di partenza sono più bassi di quelli italiani, probabilmente perché la collocazione è in ambienti più ampi, quasi sempre Stadi, che anche se non vocati a manifestazioni di questo tipo, offrono logisticamente un supporto sicuramente migliore sul piano organizzativo, una capienza più adeguata alla domanda ed innegabilmente un molto più basso impatto ambientale.

Come denuncia la cantante Elisa [Vedi qui] che ha inaugurato lo scorso 28 giugno il suo tour “Back to the future”, l’Italia non ha infrastrutture adeguate alla fruizione di musica a basso impatto ambientale e quindi l’organizzazione di grandi eventi musicali in giro per la penisola deve confrontarsi con non pochi problemi.

Il dopo Covid – sempre che sia effettivamente finita – ha lasciato non poche macerie in ambito culturale e in particolare, nella fruizione della musica, la ripresa a tutto tondo dei concerti, oltre a rivelare la gran voglia di lasciarsi alle spalle due anni di restrizioni, rappresenta sicuramente una boccata d’ossigeno per le migliaia di maestranze che campano, più o meno precariamente, sulle tournée delle star musicali.

Se il tour di Elisa si appoggia a Legambiente, attraverso la quale sostiene una campagna per la riforestazione di alcune aree del nostro Paese, oltre a fare da testimonial per  SDG ACTION [Qui] (la campagna  delle Nazioni Unite per sensibilizzare contro i cambiamenti climatici), Jovanotti e la sua riedizione del JOVA BEACH PARTY si avvale della collaborazione con il WWF, che lo ha difeso tre anni fa e continua a coprirlo in questi giorni dalle infuocate polemiche che accompagnano diverse delle sue tappe, sulle spiagge nostrane.

Come deve atteggiarsi allora un ambientalista di fronte a questi diversi punti di vista all’interno di importanti organizzazioni che si dichiarano e complessivamente sono, a difesa delle ragioni dell’ambiente?
Dobbiamo accordarci almeno sulle premesse: grandi eventi come quelli di cui abbiamo parlato, non possono assolutamente avere location in aree delicate sul piano degli equilibri naturalistici. L’impatto non è valutabile e comunque dovrebbe valere il principio di precauzione, soprattutto perché ci sono alternative praticabili (anche a Ferrara o a Milano – Monza) e che nulla tolgono alla magia di un concerto.
Accettare il confronto su questa semplice verità, a mio modo di vedere, non è possibile.
Piccoli concerti possono funzionare, mega raduni mai.

Per chiudere queste mie brevi considerazioni, vi propongo, come sempre, il testo di un brano musicale. Questa volta ho scelto una canzone, credo poco nota, di Roberto Vecchioni, Canzonenoznac” , tratta da un album del 1975, “Ipertensione”. Il titolo è palindromo ed è il modo migliore per presentare questo brano, che se non conoscete vi consiglio di ascoltare. L’ho scelto per associazione con il tema del mio articolo. A voi ogni rimando e considerazione ulteriore.

ll leader della parte scura,
dietro una barba quasi nera,
diceva cose alla sua gente,
a voce bassa come sempre;
e ricordava cose antiche,
proibite ma pur sempre vive,
come il martini con le olive.
Dal millenovecentottanta
anno di grazia e d’alleanza,
felice e immobile la gente
viveva solo del presente;
ma lui a quei pochi che riuniva
come una nenia ripeteva
quel suo programma che chiedeva.
Fosse permesso ricordare,
fosse permesso ricordare,
poi ricordò che era vietato
nel mondo nuovo anche il passato.

Il leader della parte chiara,
con quella cicatrice amara
sul mento a forma di radice,
gridava “Abbasso questa pace”.
Coi pochi giovani insultava
la polizia che costringeva
soltanto ad essere felici:
ed abbatteva e rifaceva
palazzi d’arte e di cultura
e delle bibite e del niente
sì, ma soltanto con la mente; e all’occorrenza le prendeva
davanti ai giudici abiurava,
ma appena uscito risognava.
Fosse possibile cambiare
fosse possibile sperare
ma la speranza era un difetto
nel mondo ormai così perfetto.

E il leader con la cicatrice
credeva l’altro più felice,
e l’altro quello con la barba,
di lui diceva “È pieno d’erba”
si sospettavano a vicenda
di fare solamente scena
d’essere schiavi del sistema
e l’uno l’altro beffeggiava
e l’altro l’uno ricambiava,
pur descrivendo alla rinfusa
due volti di una stessa accusa:
che era impossibile cambiare,
tornare indietro, andare avanti
avere voglia di sbagliare.

Come ad esempio ricordare
Come ad esempio ricordare
questo ricordo era un difetto
nel mondo ormai così perfetto,
né si poteva più cambiare
né si poteva più sperare
questa speranza era un difetto,
nel mondo ormai così perfetto.

E il leader della parte chiara
pianse di rabbia quella sera
seduto sopra la sua vita
perduta come una partita;
ma il servofreno dentro il cuore,
che scatta al minimo segnale,
gli eliminò tutto il dolore.
E il leader della parte scura
contando i passi e la paura
si avvicinò alle parti estreme
dove correva un giorno il fiume,
ricostruendo da un declivio
l’ultima chiesa, un vecchio bivio,
l’acqua e l’amore che non c’era,
si sentì stanco in quel momento,
tolse la barba e sopra il mento,
apparve a forma di radice
quella sua vecchia cicatrice.

Se vuoi leggere e firmare la petizione popolare SAVE THE PARK che ha già raggiunto e superato le 21.000 firme [la trovi Qui]

Cover: il “Bosco Bello”, il Parco di Monza dove è inserito l’autodromo. Nel parco è prevista la location del Tour europeo di Bruce Springsteen.

Roberto Vecchioni racconta Storie di felicità

Non ci sono ricordi di una carriera musicale, concerti, canzoni o spettatori. Ma momenti di vita, semplici, puri bellissimi, quelli di un cantautore che è stato ed è felice, che ama la vita e le sue mille sfaccettature, che cura i sentimenti con parole e pensieri. Nel suo ultimo libro ‘La vita che si ama. Storie di felicità’, Roberto Vecchioni incanta il lettore, veleggiando fra poesie e ritratti, versi, citazioni classiche e richiami lirici che fanno emergere l’amore immenso per la moglie e i quattro figli e la fiducia nella vita. C’è anche Saffo, tra tutti.

Il tempo passa, la felicità va catturata, imbrigliata, Vecchioni suggerisce come farlo. Essa non scompare, al contrario, resta in eterno, va solo capita e (ri)vissuta ogni giorno, facendo tesoro dei momenti felici, piccole cose e momenti che vivono con noi e attraverso di noi. Il testo è diviso in 13 lettere immaginarie dedicate ai figli, missive da inviare loro per trasmettere la gioia e la bellezza di piccoli attimi di vita quotidiana del cantautore-professore che orientano e riorientano ogni giorno la sua esistenza. Vicende che rappresentano attimi immensi di felicità, momenti da condividere e ricordare, da portare con sé. In ogni racconto compare un personaggio chiave, dallo studente brillante che rischia di essere bocciato all’esame di maturità a cause delle sue pene d’amore, fino al padre giocatore e alla madre affettuosa, a un improbabile Chomsky, sfidato a scacchi, o allo stesso Vecchioni che, ogni anno, imperterrito, sistema le luci di Natale nella casa vicino al lago, oasi di serenità.

A chiudere le lettere, bellissimi testi di canzoni dedicate ai figli. La preferita di Vecchioni è ‘Quest’uomo’, in cui il cantante grida l’incapacità di stare lontano dagli amati Edoardo, Arrigo, Carolina e Francesca, per cui ringrazia la sempre presente Daria, moglie e artefice di queste meraviglie. Felicità, forza della parola, bellezza e, allo stesso tempo, difficoltà di essere padre sono i filoni di queste avvolgenti e incantevoli pagine. Contro l’“educazione alla performance” a tutti i costi che domina le nostre vite e, nei momenti più difficili e di sofferenza, difendendosi con la cultura. Ricordando Dostoevskij.

 

Roberto Vecchioni La vita che si ama. Storie di felicità, Einaudi, 2016, 160 p.

FRA LE RIGHE
Vivere l’attimo: Roberto Vecchioni insegna come essere felici

vecchioni-libro
Quando, a sedici anni, leggevo Epicuro mi dicevo che, forse, da grande l’avrei capito quell’inno all’imperturbabilità, quella necessaria privazione di sconvolgimento come unica via alla felicità. Ho continuato a non capirlo (e a non perseguirlo) cercando risposte in saggi e libri che spiegavano la felicità come un manuale di cucina. Ingredienti, tempo di cottura e difficoltà di preparazione.
“La vita che si ama. Storie di felicità” (Einaudi, 2016) di Roberto Vecchioni, dedicato ai suoi quattro figli, è mito, dolore, lavoro, amicizia e famiglia, tutto insieme perchè la vita è una continua miscellanea di elementi, a volte ingovernabili, a volte stupefacenti, a volte da fare schifo.
E la felicità fluttua, troppo facile scambiarla per un balzo di entusiasmo o peggio ancora per serenità, parente della noia. Ma allora che cos’è? “La felicità non si definisce” è l’incipit del libro, “c’è, c’è sempre, e non solo negli attimi che sconvoglono il cuore, ma nella consapevolezza sognante dell’esserci e non subirla, la vita”.
Insomma crearla questa felicità, esserne demiurghi, “farla accadere e saperla cogliere dove s’acquatta” dice Vecchioni. Ci vuole allenamento alla vita, a guardare tra gli interstizi, tra i gesti e le relazioni perchè dove potrebbe stare la felicità se non in mezzo alle cose e dietro gli abbagli. Che poi sia comodo vestirla di un abito semplice, quello delle piccole cose, dell’assenza di dolore alla maniera di Epicuro o di un’aurea mediocritas tra il tanto e il poco, è facile e anche un po’ consolatorio. Ma per Vecchioni no, felicità è ricerca, ignoto, paura, sfida, nuovi inizi. Come il mito di Orfeo che il professore ci spiega come a scuola non l’avevamo colto: il cantore scende agli inferi per sfidare con la sua musica, con ciò che meglio sa fare, i demoni e la morte, per commuoverli agendo. Ci riesce ed è più forte, può riprendersi Euridice, che però è morta, non è più quella donna, ora Orfeo lo sa, perciò si volta e la lascia dov’è.
La felicità non fa i conti con l’inganno del tempo, almeno non con quello orizzontale, dice Vecchioni. Il tempo orizzontale è il rassicurante inanellare attimi, mettere ordine ai frammenti, riconoscere lo scorrere in successione tra un prima e un dopo, tralasciare il cambiamento che avviene sempre in noi. Tempo orizzontale è la visione d’insieme che vuole abbracciare tutto, mette conseguenze, compone un mosaico di tessere. “L’inganno del tempo orizzontale ci salva la vita”, se ci fosse sempre un nuovo inizio, sai che smarrimento ogni volta, sai che paura l’indefinito con la sua mancanza di contorni.
Ma ci sono alcuni, “i bambini, i pazzi, i geni, i poeti” che non conoscono il tempo orizzontale perchè vivono in quello “verticale”, senza prima nè dopo. Il tempo verticale è spalancato, non si nutre di ricordi nè di attese, è quell’attimo lì dove dentro ci sta tutto e dove tutto si può vivere.

Tutta la luce che si può

Il suo nemico è Ulisse Ruiz, astuto, imbroglione seriale pronto a tutto. Lui di cognome fa Quondam che, in latino, significa un tempo indefinito. Stefano Quondam si trova a fare i conti con il suo tempo a disposizione destinato a finire troppo in fretta perché suo figlio Marco, adolescente, è affetto da progeria, una malattia che il tempo lo divora. Marco invecchia fisicamente di otto anni ogni anno. Una velocità contro natura e fin troppo misurabile, un tempo che ti si schiaccia addosso con tutta la sua pesantezza e non vola più leggero come dovrebbe essere a quell’età.
Che senso hanno avuto le corse e i traguardi di Quondam di fronte a un destino che mostra la fine poco più in là?
Il tempo per Marco si sta riducendo al lumicino, Quondam deve provare a espandere questa luce e farla diventare fiamma, bellezza e risposta alla paura di tutti e due. Quondam è un docente di letteratura greca e cerca questa risposta, assieme a Marco, in quel mondo, nei poeti lirici, in Omero e negli autori tragici che hanno saputo mettere l’uomo al centro di tutto: sentimenti umani, dolori, fughe, morte, paura, compassione. L’uomo di allora trovava se stesso in quelle liriche e vedeva se stesso rappresentato su quelle scene. Quondam sa che è ancora così, la natura umana è sempre la stessa, si vive ancora di umanità e ipocrisia, vendetta e disperazione, dolcezza e passione. Vuole lasciare un dono a Marco, “l’orgoglio di essere uomini e di vivere in questa rivelazione; perché non importa quanto si vive, ma con quanta luce dentro, senza rimpiangere e senza piangere”. Quondam legge al figlio Saffo, Alceo, Archiloco, Euripide e Omero e gli parla di Aiace, l’eroe che con coraggio percorse la sua strada di valore e con libertà si uccise.
Ma Marco chiede vita, non letteratura, chiede di non finire così presto. Quondam risponde che non può dargli cose, può solo insegnargli “la bellezza di vedere e di amare”, l’attenzione alla luce percependo il tempo attraverso le emozioni che lo possono dilatare e non nell’angoscia di uno scorrere troppo lento o troppo veloce che sia.
Dopo la morte di Marco, Quondam Aiace perderà la sua battaglia professionale con il collega Ulisse a cui è affidato un ruolo prestigioso, e come Aiace compirà la sua follia, il suo atto di coraggio e di rabbia contro tutti, preda di fantasmi, scambiando sogno e realtà.
E come è stato per Marco che, prima di morire, non ha avuto più paura, per Quondam arriva il momento di non avere più paura di vivere.

“Il mercante di luce”, Roberto Vecchioni, Einaudi, 2014

GERMOGLI
Ricomincia la scuola
e tutti nutriamo grandi speranze…
L’aforisma di oggi

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la giornata…

aforisma-vecchioni
Roberto Vecchioni

Speriamo che quest’anno finalmente cambi. La vogliamo intensa, seria e appassionante. La vogliamo un’esperienza unica, che faccia la differenza, che elevi. Perché il mondo va storto e ha bisogno di persone in grado di sanarlo con sogni importanti e grandi passioni. Perché il tempo è scaduto e non si può più sbagliare.

“Bisogna ricominciare da capo e fare scuola, farla pesantemente, con gli esami a settembre, la meritocrazia.” (Roberto Vecchioni)


renzi

ACCORDI
L’uomo che si gioca
il cielo a dadi

Ogni giorno un brano intonato alla temperie generale o a ciò che la giornata prospetta…

Il brano musicale scelto oggi è in omaggio al nostro presidente del Consiglio. E’ lui, Matteo Renzi, che si gioca (anche per noi) il cielo a dadi. Speriamo che la mano sia fortunata…

La canzone è scritta e interpretata da Roberto Vecchioni, giovanissimo nel video di YouTube che qui vi proponiamo. Il testo va interpretato in maniera allusiva, è pura poesia

roberto-vecchioni
Roberto Vecchioni

Roberto Vecchioni,
L’uomo che si gioca il cielo a dadi

[clicca il titolo per ascoltare]

 

[clicca la foto per ingrandirla]

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