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Dopo Lui il diluvio? Macché, il diluvio c’è già stato!
Le inspiegabili ragioni del successo di una “formica elettrica”.

 

Mario Draghi si è dimesso. O dio mama!
Ma davvero il paese è in lutto? Da buon cronista dovevo fare un’immediata verifica.
Appena appresa la ferale notizia, sono subito andato a fare un giro in citta. Centro e periferie. Tutto normale. Poi ho preso il cellulare e ho telefonato agli amici in tutta Italia, da Bolzano a Catania. Nessuna visibile reazione. Come se niente fosse successo.
Sara colpa del popolo bue?
Sicuramente è il segno della distanza siderale (visibile solo con il nuovo telescopio spaziale appena entrato in funzione) tra la politica e i partiti da una parte, e il popolo che in teoria dovrebbero rappresentare dall’altra.

Ai ‘piani alti’, le dimissioni di Draghi hanno innescato una inarrestabile reazione a catena, una frana emotiva, una valanga di accuse incrociate. Tutti i leader di partito della eterogenea maggioranza larga piangono e protestano in pubblico, molti (il più accorato è Enrico Letta) implorano Draghi di restare, di non fare lo schizzinoso, di ripensarci, di aver pietà di loro. Si segnalano i soliti affabulatori: il nuovo uomo di regime Luigino Di Maio e il fine politologo Matteo Renzi. E assieme ai partiti, piangono e strillano, intingendoci il cucchiaio fino al gomito, giornalisti e commentatori, governativi (per fede o per necessità),  tutti i canali televisivi, i grandi quotidiani mainstream. Il più sparato di tutti? Sempre lui, il direttore Maurizio Molinari e la sua Repubblica.

Sono giorni (e notti) di riunioni, risse, trattative convulse per mettere insieme i cocci di una qualche maggioranza e convincere Draghi a tirare avanti almeno fino a dicembre. Ce la faranno? Come sempre, tutto dipende da lui, sarà Draghi a decidere. Domani il Presidente del Consiglio dimissionario andrà in Parlamento e finalmente sapremo: un Draghi bis o elezioni anticipate?
Messi male come stiamo, confesso che l’alternativa mi lascia indifferente e, al di là dei soliti inaffidabili sondaggi, ho la sensazione che la grande maggioranza degli italiani sia indifferente come e più di me.

Insomma, mentre partiti e media sembrano eccitati, quasi isterici per le dimissioni di Mario Draghi, il paese reale (esattamente quello che i nostri politici citano spesso senza conoscerlo affatto) non sembra per nulla traumatizzato. Al contrario, ho il sospetto che molti italiani abbiano tirato un sospiro di sollievo. Non se ne poteva più del “più bravo di tutti”, del santo taumaturgo, del gran finanziere “fazo tuto mi”, del Salvatore della patria… che invece non ci aveva salvati per niente: dall’impoverimento, dalle morti record per Covid, dall’inflazione galoppante, dalla disoccupazione e dal lavoro precario e malpagato, dalle fabbriche chiuse grazie al lasciapassare governativo ai licenziamenti e alle delocalizzazioni gratis et amore dei.

Un mistero da sondare

Mi appassiona invece provare a rispondere ad alcune domande, che tutte insieme rappresentano un vero mistero, impossibile da sciogliere. O quasi.
Per quali motivi tutta la classe politica italiana è schierata come una truppa di soldatini di stagno dietro il generale Draghi?
Perché tutti i ‘nostri alleati’, in Europa come Oltreoceano, lo ritengono una garanzia autorevole e necessaria per l’equilibrio europeo e mondiale?
E per quale arcana e oscura ragione Super Mario rappresenterebbe (come tutti ci ripetono) l’ultima e unica risorsa per salvare l’Italia?

Per favore, lasciamo perdere il suo aureo curriculum in Banca d’Italia e alla BCE.  Avrebbe salvato l’Euro? Non so, c’è pure chi la pensa diversamente, soprattutto i greci che per i diktat della troika hanno versato moltissimo sangue, ma va bene, magari come capo banchiere d’Europa ha fatto anche cose buone, come, negli ultimi anni del suo mandato, il comunque tardivo quantitative easing.

Qui però stiamo parlando di Mario Draghi Presidente del Consiglio, di quanto è riuscito a combinare nei 18 mesi in cui ha comandato con pugno di ferro la baracca Italia. Quali eccezionali risultati può vantare il suo governo? Di quali meriti, di quali medaglie si può fregiare? Se questi successi, anche solo parziali, ci fossero, allora si potrebbe capire l’entusiasmo per il governo Draghi di tutto l’establishment politico. Invece di questi successi non c’è traccia.

Corrado Oddi, su questo quotidiano, ha scritto più di un articolo denunciando, dati ufficiali alla mano, il completo fallimento delle politiche neoliberiste perseguite dal governo Draghi. Puoi leggere alcuni interventi di Oddi Qui  Qui Qui e Qui.

Ma mettiamoli in fila i grandi in-successi di Draghi.
Dal 2005 (prima della grande crisi) al 2020, in Italia il numero delle famiglie e delle persone sotto la soglia di povertà assolutè triplicato (primi in classifica in Europa e con grande distacco). Negli ultimi 18 mesi, quelli di Mario Draghi, nonostante il grande rimbalzo del PIL registrato nel 2021, i poveri sono rimasti tali e quali. A chi è andato allora il surplus di ricchezza prodotto da quel +7,5 di PIL del 2021? Sono sicuro che il lettore può arrivarci senza un mio suggerimento.

L’inflazione, lo sappiamo, è alle stelle. Metteteci pure l’onda lunga della pandemia, la guerra in Ucraina e la conseguente ‘guerra del grano’, le sanzioni alla Russia a cui la Russia ha risposto tagliando il gas all’Italia, metteteci anche la grande speculazione sui prezzi di gas e petrolio, fatto sta che i prezzi al consumo, quindi la spesa delle famiglie italiane, continuano a salire come un razzo. Fonte Istat+ 4,5 nel 2021 e + 6,4% nel primo semestre dl 2022.

Nel medesimi 18 mesi, i salari sono cresciuti poco o nulla (rimando ancora a Oddi che mostra come i salari italiani, a differenza di quelli francesi o tedeschi, siano ‘inchiodati’ da più di quindici anni). In ogni caso Draghi ha ascoltato le richieste dei sindacati ma ha fatto solo vaghe promesse. Quanto a calmierare i prezzi, il governo non ci ha neppure provato. Giusto una spuntatina alle tasse sulla benzina, qualche rimborso causa Covid e il famigerato bonus edilizio del 110%, il quale, tra l’altro, ha fatto impennare i prezzi di calce, mattoni e di tutti i materiali da costruzione.

Primi in Europa

Rimarrebbe, ultima bandiera, il figurone fatto del governo Draghi per la sua gestione della pandemia: vaccinazioni, tamponi, e quant’altro. E’ stato o non è stato Draghi a scegliere di persona personalmente Francesco Figliuolo, l’ormai celebre generale con la piuma sul cappello? Da tutto il mondo sono piovuti complimenti per la strategia italiana di lotta al virus. Nessuno ha vaccinato più di noi, anche perché nessuno ha martellato i cittadini come in Italia; grazie a Draghi, devi vaccinarti per amore o per forza… se non vuoi essere licenziato in tronco.

Non è questo il luogo per discutere ancora di vaccini e vaccinazioni (periscopio ne ha parlato diffusamente, usando sempre il beneficio del dubbio), ma c’è un dato macroscopico  –  e che nessuno ama citare –  che dimostra come nella gestione della pandemia qualcosa sia andato storto. Anzi, più di una cosa. Il dato è quello delle morti per Coronavirus – in rete trovate tabelle aggiornate quotidianamente [Vedi qui]. Provate a confrontare i numeri dei vari paesi europei. Ecco un piccolo ma significativo estratto: dall’inizio della pandemia in Italia si registrano 170.037 morti per Covid, in Francia (con una popolazione superiore all’Italia di qualche milione più) le morti sono 151.875,  in Germania (84 milioni di abitanti) 143.650. Significa che – senza la nostra campagna mediatica asfissiante, senza il ricatto della perdita del lavoro, senza la demonizzazione dei non vaccinati –  gli altri hanno fatto meglio di noi, o almeno meno peggio. La Francia ha avuto circa il 12% di morti in meno rispetto all’Italia (che diventa un -15% se si considera l numero degli abitanti dei due paesi), mentre in Germania il conto dei decessi è  inferiorie del 20% (- 30% se calcoliamo che la Germania ha 25 milioni di abitanti dell’Italia).
Saremo pure i primi per il numero di vaccinati, ma siamo primi (cioè gli ultimi della classe) anche per il numero dei morti.

Fatto sta che, per non guastare la narrazione trionfalistica e nazionalista, in Italia delle statistiche dei morti si preferisce non parlare. Come non si parla più degli ospedali in cronica e mai sanata carenza di personale medico e paramedico.
La triste verità è che anche sul fronte Covid, prima il governo Conte bis, poi il governo Draghi. non si sono coperti di gloria. Ce la raccontano, ma quelle 170.000 croci dimostrano il contrario.

La formica elettrica

Non voglio crocifiggere Mario Draghi – so anche che alla Confindustria e al suo dinamico presidente Bonomi piace tantissimo – dico semplicemente che non vedo traccia di un suo successo (basterebbe uno) nei 18 mesi di suo governo. Eppure, inspiegabilmente la sua stella brilla sempre di più. Ho rimuginato questo mistero, queste domande senza una risposta almeno plausibile.
Poi l’altra notte ho riletto La Formica Elettrica, uno straordinario racconto di Philip K. Dick. Ecco l’incipit; “Alle quattro e un quarto del pomeriggio, T.S.T., Garson Poole si svegliò, si rese conto di essere in un letto di ospedale in una stanza a tre letti e si accorse di altre due cose ancora: che gli mancava la mano destra e che non sentiva dolore”. Dopo poche righe, il medico lo informa che ha perso la mano in un incidente, che potrà avere una perfetta protesi sostitutiva e che lui, l’alto dirigente Garson Poole, non era un uomo ma un androide, “una formica elettrica” secondo il felice neologismo di Dick.

Un androide non è un semplice robot, non è fatto di metallo e di plastica. Un androide è fatto di materia organica, ha un’ intelligenza autonoma, perfino dei sentimenti. L’androide ha una capacità di lavoro sovrumana, non si stanca mai, come una formica appunto. E’ uno pseudo-uomo assolutamente indistinguibile da un uomo. Ma è molto più performante di un uomo; più veloce, più efficiente, più resistente, non sente dolore, non si ammala mai, neppure un raffreddore. Ragiona e decide meglio e più in fretta. Se programmato e assemblato bene, dimostra di essere molto intelligente. E straordinariamente furbo.

Va da sè che una formica elettrica è naturalmente destinata a una carriera formidabile. Può scalare tutti i gradini, e arrivare in alto, molto in alto. Esiste forse qualche uomo, un normale homo sapiens, capace di resistere al suo fascino? Di non trasecolare davanti alla sua competenza, sicurezza, perfezione? Chi non è tentato di farsi da parte per cedergli un qualsiasi scranno? A uno così gli puoi dare tranquillamente le chiavi di casa, cedergli la guida della tua auto o di un intero Stato.

Garson Poole, il protagonista del racconto, era arrivato in cima, governava con efficienza una grande impresa. Collaboratori e dipendenti non sapevano fosse un androide. per loro era un uomo ed era il loro capo, un capo bravissimo. Anche Garson Poole ignorava di essere un androide: credeva di essere un uomo, solo più fortunato della media, Quando si accorge di essere una formica elettrica gli crolla il mondo, ma è coraggioso, determinato, e decide… Leggete il racconto e lo saprete.

Non so se si è ancora capito, ma il mio tremendo sospetto è che l’irresistibile ascesa di Mario Draghi, il consenso e l’ossequio unanime di tutta la classe dirigente italiana (economica e politica), la decisione di dargli in mano tutte le chiavi, tutte le deleghe, tutti i poteri, possa avere a che fare con il racconto di Dick e la storia del protagonista.
Mario Draghi è una formica elettrica come Garson Poole? E se lo è, è cosciente di esserlo, o come Garson Poole pensa di essere un uomo, solo più intelligente, più capace, più fortunato della media degli uomini?  Non sono sicuro, ma da quando mi è entrato in testa quel pensiero, l’ipotesi fantascientifica di un Draghi androide mi sembra l’unica che possa spiegare l’inspiegabile.

Un consiglio e una nota 

Il consiglio. Se vi piace la fantascienza, mollate gli imperi galattici e le tre leggi della robotica del vecchio Asimov e leggete Philip Dick. Per campare ha scritto tantissimo, anche 5 romanzi all’anno, e nonostante la scimmia sulla spalla. Se non vi piace la fantascienza ma amate Franz Kafka e lo ritenete il più grande degli ultimi 150 anni, leggete i libri e i racconti di Philip Dick. Ovvio, Dick non vale Kafka, ma nelle sue prove migliori ritrovate la claustrofobia e la ragione disperata dell’autore praghese. Soprattutto leggete Dick per le sue visioni e le sue premonizioni. Cinquanta o sessanta anni fa scriveva (prevedeva) quello che sta incominciando ad accadere oggi, sotto i nostri occhi. La fine della politica cosi come l’abbiamo conosciuta, le nuove forme del potere, il dominio della tecnica e dei tecnici, la bulimia mediatica, la nuove forme di alienazione e di sfruttamento. Eccetera.

La nota. Chi è abituato a leggermi, avrà capito che con Mario Draghi e Philip Dick mi sono un po’ divertito. Probabilmente Mario Draghi non è un androide (ma non scartate a priori l’ipotesi, guardate il suo modo meccanico di camminare e di usare le mani e le braccia, l’occhio fisso, la bocca senza labbra e dritta come un segmento…). Ma se Mario Draghi non è la prima formica elettrica che arriva nella stanza dei bottoni – questo è il sottotesto della storia che ho raccontato – l’avvento di Mario Draghi rappresenta una novità assoluta, per l’Italia e per tutto il mondo. Molto pericolosa a mio avviso. Con Draghi, per la prima volta la tecnocrazia si impone, dispone, comanda, mentre la politica si inchina ossequiosa. Non è un caso che Draghi si sia portato con sè una piccola squadra di tecnici dentro il governo, e che questi siano gli unici ministri che contano qualcosa.
Quello di Draghi non è uno dei soliti ‘governi tecnici’ che abbiamo conosciuto. E non è solo il governo di ‘un uomo solo al comando’, E’ qualcosa di più e di diverso: è la tecnocrazia che si impone sulle forme della democrazia, ormai sfilacciate.
Non so dove ci porterà questo esperimento inedito. Non conosciamo come governerà la tecnocrazia, se non dalla letteratura distopica e dalla fantascienza, ma sicuramente la tecnocrazia non fa rima con democrazia. E, a differenza del populismo, non ha più bisogno nemmeno del popolo. In fondo in fondo, meglio Berlusconi che Mario Draghi.

Dicembre  2060 :
Saluti e auguri dal passato futuro

 

Finisce il 2060, e finisce l’anno del nostro passato-futuro che mese per mese ci ha raccontato Costanza Del Re da un paesino fluviale della bassa bresciana. Sono racconti, ma sono anche ricordi, sogni, riflessioni sul presente, felici intuizioni. Per chi, nella noia delle feste, volesse leggere tutte le 12 puntate (per me ne vale la pena) può trovarle facilmente su questo giornale. Perché con Ferraraitalia di ieri non ci si incarta il pesce, è un ‘quotidiano’ molto particolare, “non butta via nulla”. 
Personalmente non ho ancora quando e dove si trovi il 2060 di Costanza Del Re, se prefiguri un futuro, racconti un passato o rifletta sul presente. Forse, più semplicemente, ci mostra il Pianeta privato di Costanza. Ma è un luogo, un tempo, in cui anche noi ci riconosciamo. E possiamo incontrarci. Succede, insomma, quella strana cosa, e abbastanza rara, che chiamiamo Letteratura. 
(Francesco Monini)

Siamo a dicembre, un mese particolare. Giornate corte, freddo, umido e molte feste. Prima arriva Santa Lucia (13 dicembre) a portare i regali ai bambini, poi la festa della ‘Loertisa’ (focaccia che contiene germogli di luppolo bolliti), poi la vigilia e il giorno di Natale.

E’ un mese in cui si tirano un po’ le somme dell’anno. Chi è arrivato, chi ci ha lasciato, quanto Robot-111 sono stati assemblati, quanti messi definitivamente a riposo.
E’ anche il momento per sentirci fortunati se siamo in salute, circondati da persone che ci vogliono bene, amati. E’ il periodo giusto per coltivare la speranza che il domani sarà migliore di oggi, che il prossimo anno potremo tornare al mare, fermarci a guardare il sole che luccica sull’acqua salata e i Gabby-x che volano rasente l’acqua verso il rosso del sole che tramonta.
Ma adesso è dicembre, un mese particolare, quello di Natale.
Cosmo-111 vuole un piccolo Babbo Natale di pezza da attaccarsi su una spalla:
Babbo Natale, babbo Natale, rosso Natale, bianco Natale.  Raco calare, raco calare, toco polare, toco ricare” canta come suo solito un po’ in italiano e un po’ a modo suo, mescolando suoni che gli piacciono.

I miei figli Axilla e Gianblu si sono già messi a discutere per sciogliere il colore delle palline che addobberanno l’abete quest’anno. Pare che saranno argento e azzurro.
Mio marito dice che devo prenotare il cappone dal macellaio in modo che ce ne possano vendere uno di quelli che allevano loro. A terra, senza mangime. Poi bisognerà scegliere delle zucche mature e dolci altrimenti il ripieno dei tortelli non viene buono. Noi siamo molto tradizionalisti, mangiamo per le Feste i cibi che hanno accompagnato tutti gli ottantotto anni della zia Costanza. Sempre quelli, cucinati bene e all’ultimo momento. Non scotti, non riscaldati, non surgelati, non liofilizzati, essiccati, disidratati. L’unica eccezione è il pescandor-k al posto del vino. Questo distillato di pesche bianche piace molto ai robot-111, lo bevono in un batter d’occhi e poi rovescino indietro le telecamere in segno di grande soddisfazione.  Ci sembra giusto che anche loro possano pasteggiare traendo la maggiore soddisfazione possibile dal momento.

Quest’anno è nato Gyanny, la vera novità di questo 2060 che se ne sta andando per sempre lasciando dietro a sé ricordi, rimpianti, sofferenze e amori. Adesso ha cinque mesi ed è uno spettacolo. Luca, mio marito, per il Battesimo gli ha assemblato un robot orsetto che si chiama Orsino-121. Il robot è fatto come un piccolo orso, ricoperto di filo di mollan sgarzato color marrone, trasmette calore mantenendo il suo corpo a una temperatura costante di circa 37 gradi e mezzo. Tiene il bambino sempre caldo. Non solo, i suoi sensori gli permettono di verificare la frequenza dei battiti del cuore di Gyanny, la sua pressione arteriosa, se ha fame o sonno e se deve essere cambiato.
Orsino-121 è un babysitter molto efficiente. In quel robot-121 c’è una grande novità. La sua alimentazione avviene attraverso una pila a fissione nucleare.

La differenza tra bomba e pila atomica sta nella rapidità con la quale si libera l’energia prodotta dalla fissione nucleare di una certa quantità di uranio. Nella bomba, tutta l’energia si libera in una frazione di secondo, con effetti disastrosi. Nella pila, la reazione nucleare è rallentata, così da rilasciare l’energia in un lungo arco di tempo. La fissione nucleare è dovuta all’urto di un neutrone contro un atomo di uranio 235. L’atomo colpito si spacca liberando una certa quantità di energia e due o tre neutroni. Una parte dei neutroni si perde. Se a ogni passo della catena il numero dato dalla differenza tra neutroni prodotti e neutroni persi cresce, la reazione aumenta rapidamente fino a diventare esplosione (bomba). Se il numero diminuisce, la reazione si spegne. Se è uguale, la reazione produce energia in modo costante (pila nucleare). Nella pila, per regolare il numero di neutroni si inseriscono o si tolgono dall’uranio alcune barre di cadmio o boro, che assorbono facilmente neutroni.

Davvero affascinante. Queste nuove pile hanno una potenza incredibile e una durata impressionante. Nulla di paragonabile agli alimentatori che si sono usati fino ad ora per i robor-111. E così insieme alla nascita umana di Gyanny abbiamo assistito alla nascita di una nuova generazione di mezzani, i robot-121.  Luca dice che questi nuovi robot verranno commercializzati presto a prezzi accettabili e che avranno delle prestazioni davvero stupefacenti. Orsino-121 è il primo di una lunga catena di mezzani che sostituiranno o aggiorneranno i precedenti.  A Orsino piace il miele e anche i Frutti di Martorana (tipico dolce siciliano) anche se i cibi non sono più necessari per il funzionamento dei suoi circuiti meccatronici.  Pensiamo che l’alimentarsi di cibo umano sia diventato uno dei tanti processi imitativi appresi per prove ed errori. Sta di fatto che quei dolci gli piacciono da matti,  da Orsetti-matti-121. I frutti di Martorana sono fatti di pasta di mandorle, modellata e colorata in modo da imitare frutti e ortaggi in scala ridotta e sono bellissimi da vedere. Devono il loro nome al monastero nel quale furono inventati nel 1194, il monastero della Martorana a Palermo.

In piazza a Parda c’è una pasticceria dove ne producono di buonissimi, dobbiamo ricordarci di dire a Daniele, quando viene ad aiutarci a preparare il pranzo di Natale, di portarne un vassoio, poi glieli paghiamo. Quando arrivano li devo nascondere subito. Se Orsino-121 li trova, li mangia tutti e per Natale non resta sulla nostra tavola nemmeno un piccolo e perfetto mandarino-martorano.

E così ci ritroveremo di nuovo a Natale, tra pranzi da preparare, regali da incartare, nuovi bambini e mezzani da iniziare ai festeggiamenti e anziani (umani e mezzani) da salutare. Credo che alla fine non ci sarà molta differenza tra il Natale di quest’anno, quello di dieci anni fa, quello di cinquanta. La zia Costanza mi ha raccontato che quando era piccola suo padre faceva il presepe su un tavolino del soggiorno. Usava strani legni ripescati nel Lungone che verniciava con le sue sapienti mani. Doveva davvero essere un presepe originale e bellissimo. Altro che quelli che si comprano tutti uguali e che costano tanto!. Il professor Umberto doveva essere un vero artista, così lo ricordano la mamma e le zie. Se n’è andato da molto tempo ormai, ma il bene che ha saputo donare resta bene perenne. Questo vale per tutte le persone che ci hanno lasciato, per tutti coloro che ci hanno salutato, che sono partiti.  Il presepe più bello resta quello che si fa con i resti di legno, cartone e iuta. Con la pasta di pane, con la cartapesta fatta con le strisce di carta dei vecchi Tresciaone messi a macerare con acqua e colla. Quello che si ricopre col muschio che è attaccato ai tronchi dei tigli che costeggiano la strada che porta al cimitero di Pontalba, che si spruzza con un po’ di farina bianca. Le cose fatte in case, artigianali, uniche e anche un po’ maldestre sono curiose, piacciono anche ai mezzani, le continuano a guardare.

Ieri ho sorpreso Cosmo-111 e Canali-111 che si facevano delle strane confidenze.
“Tu cosa vuoi per Natale ?” ha chiesto Cosmo-111 a Canali-111.
“Io voglio che i bambini ridano. Marlon e Gyanny quando ridono sono belli. Quando ride Marlon e Gyanny lo vede, anche lui ride. Quando Gyanny ride e Marlon lo vede, anche lui ride”
E si torna sempre sullo stesso nodo focale. L’apprendimento per imitazione è una delle strategie fondamentali per acquisire degli stili di comportamento. Vale per i mezzani e vale anche per gli umani. Forse se uno di noi sorridesse un po’ di più sorriderebbero un po’ di più molti altri.
Tanti auguri di Buone Feste da noi umani, dai robot-111, dai robot-121, dai robot-animali-x e dalle anime dei nostri cari che ci hanno lasciato e che sorridono a queste imminenti feste da lassù.

Per leggere tutte le altre puntate, tutti i mesi del 2060 di Costanza Del Re, è sufficiente cliccare il nome dell’autore sotto il titolo. 

 

robot, robot e umani

Novembre 2060 : Giornata nazionale del sonno Mezzano

 

Il primo Novembre è un giorno particolare per Pontalba ma anche per tutt’Italia: è la giornata nazionale dei Robot-111, chiamata più comunemente Giornata nazionale del sonno mezzano. In quel giorno i mezzani non lavorano, non puliscono casa, non rispondono al citofono e al telefono, non giocano con i bambini, non cantano. In quel giorno i nostri Robot-111 semplicemente riposano. Se ne stanno fermi immobili, spenti, con gli occhi chiusi seduti sui loro piedi e con le braccia penzoloni. Sono in stand by. E’ il loro giorno per dormire, per ricaricare energie neuronali e elettriche. C’è una discussione aperta tra gli ingegneri del Centro Trescia-111 che riguarda l’utilità di tenerli al buio o, addirittura, al freddo. Comunque sia, l’ultimo giorno di ottobre vengono puliti, nutriti e complimentati per il lavoro fatto nell’ultimo anno, poi vengono messi a riposo. Il giorno seguente qualunque accidente accada, bisogna cavarsela senza di loro.

Si potrebbe pensare che un singolo giorno non sia un problema e invece è l’esatto contrario, senza mezzani si fa fatica a superare le ventiquattr’ore senza incappare in qualche guaio.  A cominciare dai bambini che, essendo abituati a giocare con i loro robot-111, strillano con la speranza che qualche parente preso per sfinimento, li riaccenda. Ma questo non succede. Tutti riconoscono ai robot-111 il diritto di riposare almeno un giorno all’anno e nessuno sgarra.

I mezzani che dormono sembrano morti. Se non fosse per le telecamere degli occhi che si muovono sotto le palpebre abbassate, verrebbe il dubbio che sia giunta la loro fine.
E’ davvero curioso, i nostri robot sognano. Sulla retina compaiono immagini di varia natura e le telecamere si muovono come se stessero vedendo un film. In realtà stanno guardando il loro sogno. Sono nella fase del sonno che corrisponde al nostro R.E.M., quella del sonno paradosso. Nonostante ci si trovi in una fase di sonno profondo, l’attività cerebrale si risveglia con un’alternanza di onde Theta, Alpha e Beta, mentre gli occhi cominciano a muoversi rapidamente (da qui il nome Rapid Eye Movement). E’ come se stessimo guardando un film, in realtà guardiamo i nostri sogni. Il corrispettivo mezzano di questa fase del sonno si chiama RA.CA.M. (Rapid Cam Movement). In questo caso non sono gli occhi che cominciano a muoversi, ma le telecamere che i robot-111 usano per vedere.

La modalità neurologica di far riposare le meningi sognando è simile tra umani e mezzani e, in entrambi i casi, serve per rigenerare il cervello. Ci permette di riposizionare gli avvenimenti della vita intrapsichica dando loro un senso e facilita una rielaborazione delle informazioni in memoria funzionale alla salute di chi sogna.
Ma cosa sognano i mezzani?
Secondo gli ingegneri del Centro Trescia-111 sognano le loro attività diurne e i loro umani di riferimento, mentre non sognano altri mezzani. Non sono interessati o capaci di rielaborare informazioni che provengono dal mondo di mezzo, cioè il loro.

Questa è una grande differenza tra noi e loro. I nostri sogni rappresentano spesso delle relazioni. Nei sogni ci innamoriamo, litighiamo, diventiamo genitori e moriamo. Tali sogni sono molto frequenti e oggetto di strani ripensamenti, in alcuni casi sono perfino in grado di orientare le nostre azioni da svegli. Spesso i sogni umani sanno indicare una via per continuare a camminare nella foresta della vita senza incappare in incidenti mortali. Anche a me è capitato una conoscente che ha deciso di sposarsi dopo aver sognato un matrimonio spumeggiante pieno di fiori, tulle bianco e luce soffusa. Il matrimonio è ben riuscito, funziona da anni e non sembra dare segnali di tentennamento. Meno male.

Altre volte i sogni umani vengono ricordati come costruzioni irrazionali del cervello che non possono orientare delle scelte ma che ci permettono delle strategie bizzarre per vincere alcuni giochi. E’ così che il sogno del “robot-111 che parla” diventa un numero che può servire per scommettere, giocare alla vivarotta e alla mortarella.
I mezzani non sognano i loro simili, così ci hanno sempre detto gli esperti, chissà se è proprio vero. Chi possiede un mezzano particolarmente intelligente sa che il tema è molto più complicato di quel che sembra.

Una volta Axilla ha chiesto a bruciapelo a Cosmo-111: “Cosmo cos’hai sognato stanotte?”
“Ho sognato che pulivo i vetri della tua stanza con una spugna nuova che lucida perfettamente!
Evvava ara prapraa an bal sagna! (evviva era proprio un bel sogno)” ha risposto Cosmo-111, dicendo la seconda frase con parole che contengono una sola vocale, come gli succede spesso.

Le pulizie di casa sono uno dei sogni ricorrenti dei mezzani. E con i sentimenti? Perché non sognano di provare amore, amicizia, dolore, odio, malinconia. “Non li sognano perché non li provano, li imitano solamente” sarebbe la risposta degli ingegneri del Centro-Trescia-111.
A questo proposito, mi viene in mente quando Maia-111 ride con il bambino del giardiniere mentre giocano a nascondino. Si sta divertendo? E’ una specie di “divertimento per imitazione” anche quello?.

Alcuni pensatori eterodossi pensano che nel sistema neuronale dei mezzani esistano sentimenti latenti che riguardano altri umani e di cui non conosciamo la codifica, altri sostengono che c’è qualcosa che permette loro di amare altri mezzani in modo che noi non riusciamo a capire.
La questione anima molti dei dibattiti pubblici di questo 2060 che si avvia alla conclusione. Siamo a novembre, ancora due mesi scarsi e anche quest’anno ci saluterà. Ma sono quasi sicura che uno dei temi di cui si continuerà a discutere anche nel 2061 è proprio questo: come la mettono i nostri mezzani con i sentimenti?. Li provano, non li provano, li provano a modo loro, oppure esclusivamente li imitano?
Nonostante continuino ad arrivare rassicurazioni da parte dei nostri tecnici che le reazioni emotive dei mezzani sono solo imitative, alla maggioranza delle persone viene il dubbio che non sia così.  Il semplice fatto che molte persone pensino che i mezzani sappiano provare dei sentimenti sta cambiando il mondo. Il passaggio dai “sentimenti come riflesso” ai “sentimenti auto-generati” è una frontiera della ricerca filosofica più che tecnica. E’ una esplorazione del mondo del possibile in cui ci può stare quasi tutto e anche il suo contrario. L’amore tra mezzani per ora esiste solo in un mondo immaginato, ma anche così, solo ammettendone la possibilità, apriamo la nostra mente e la nostra fantasia a degli scenari tanto nuovi quanto stupefacenti. Tanto innovativi quanto preoccupanti.  Non sappiamo dove tutto questo potrebbe portare. Sembra pura fantasia, ma sappiano tutti che l’immaginazione ha orientato alcune scoperte, che alcuni scrittori di fantascienza, non si sa come, hanno orientato la tecnica verso nuove frontiere. L’esplorazione dei mari e la conquista dello spazio, ad esempio. Io credo che parlare di sentimenti autentici dei mezzani sia fuori luogo. Cosa succederebbe se un bel giorno un robot-111 facesse una dichiarazione d’amore ad umano e dicesse che lo vuole sposare?. Non voglio neppure pensarci.  Per fortuna allo stato attuale questo non succede. Forse sarebbe necessario chiarire con maggiore vigore che i mezzani non provano sentimenti, il nostro presente sarebbe più semplice e il nostro futuro più realista.

Il primo di Novembre dello scorso anno ho osservato attentamente Cosmo-111 dormire.
Axilla e Gianblu erano andati a fare un giro in bicicletta, Luca era in Università e io ero rimasta a casa con Cosmo-111 che dormiva. Così mi sono avvicinata e l’ho guardato da vicino. Stava sicuramente sognando perché le telecamere si muovevano. Siccome sono apparecchiature elettroniche, si può registrare quello che i mezzani vedono. Così sono andata al PC, mi sono sintonizzata sul sistema neuronale di Cosmo-111 e mi sono messa a guardare ciò che stava sognando.
C’era un cerchio blu che spostandosi dal centro ai bordi sfumava verso il verde, si muoveva come una sostanza molle, quasi liquida, sembrava l’immagine di una galassia. All’interno della massa colorata apparivano delle minuscole bolle bianche, come delle piccole stelle morenti. Ho osservato delle nane bianche (stelle nella loro ultima fase di evoluzione) che si muovevano in un magma dalle intense sfumature verdi, fredde e bellissime. Poi ho messo a fuoco meglio e ho visto di cosa si trattava realmente. Altro che una galassia, Cosmo-111 stava sognando beatamente del detersivo verde e blu. L’ammasso gelatinoso era di un colore bellissimo e le nane banche erano le bollicine di sapone provocate dal detersivo che si stava spandendo sul pavimento.

Mi è davvero venuto da ridere. I nostri robot sognano il detersivo e si compiacciono quando è pastoso, colorato e ricco di sapone. Il sogno di Cosmo-111 è stato per me una visione rasserenante. Fin che i mezzani sogneranno sapone noi potremo sognare passioni e amori senza correre il rischio che il mondo di mezzo ci rubi ciò che davvero ci contraddistingue e ci rende unici all’interno dell’universo. Sono solo i sentimenti umani che, come perle preziose e infuocate, sanno perforare i buchi neri dell’anima e dell’universo.

robot

Ottobre  2060: Maia-111

I primi giorni di Ottobre sono quasi sempre belli. Ottobre è uno dei mesi migliori per vivere a Pontalba. La campagna sta prende la colorazione autunnale e le foglie delle piante sono un misto di verde, giallo e rosso che incanta. La temperatura è mite, il cielo azzurro intenso. Il Lungone scorre pieno d’acqua perché le turbine che ne incanalano  il corso per l’irrigazione, cominciano a rallentare il loro lavoro. Serve molta meno acqua per i campi di quanta ne serva in estate. Si possono ricominciare a mettere vestiti più pesanti, le scarpe da ginnastica con le calze di cotone che impediscono alla polvere delle stradine sterrate di entrare tra le dita dei piedi e, così facendo, di infastidire le passeggiate. Si può anche andare in giro in bicicletta lungo gli argini e ammirare questa magnifica stagione nel suo pieno splendore.

Mi siedo sotto il portico. Quello della casa dove ho sempre vissuto, in via Santoni Rosa 21 e ripenso agli ottantanove Ottobri che ho visto.  Tantissimi. I primi cinque o sei non me li ricordo bene, ma ricordo tutti gli altri.
Mentre me ne sto seduta suona il cellulare dell’orologio. Schiaccio un pulsantino e sento nitidamente la voce di Bianca, una delle nipoti di Guido. Anche Bianca vive stabilmente a Pontalba. Ha quarantacinque anni e da venticinque abita a Villa Cenaroli perché ha sposato Ludovico Giovanni Della Fontana (detto Lugo) il figlio della contessa Malù.  Lugo e Bianca hanno mantenuto Villa Cenaroli nel suo antico e intramontabile splendore, un luogo bellissimo e senza tempo. Passeggiando per il parco, tra i suoi antichi alberi, non si sa che anno sia. Potrebbe essere il 1980, oppure il 2020, oppure il 2060.  Quel parco è sempre un luogo suggestivo che piace a tutti. Da dieci anni Bianca e Lugo hanno aperto parte del parco al pubblico. Hanno fatto una strada tra gli alberi, un chiosco dove si vende il gelato con tanto di panche di legno e alcuni ombrelloni di paglia, una giostrina con i cavalli, tipo quelle che si vedono a Parigi e che fanno impazzire di gioia i bambini e di sudore i genitori.
“Ciao Bianchina, tutto bene?” dico.
“Ciao Costanza, io sto bene, grazie. Ti ho chiamato perché ho un problema con le ortensie. Hanno le foglie che stanno ingiallendo. Ho paura che abbiano preso un parassita. Quando puoi, passi a vederle?”.“Sì volentieri, ma perché non lo dici al giardiniere?”.
“Preferisco che le veda tu”.
“Ok” le dico.
“Anche Maia-111 non è in forma. Ultimamente mangia poco. Non tritura più le castagne secche degli Ippocastani per poi alimentare i suoi circuiti” aggiunge Bianca.
“Speriamo sia un problema transitorio. Altrimenti chiama il padre di Axilla. Credo che in questi giorni stia lavorando da casa” dico.

La robot Maia-111 è stata costruita apposta per Villa Cenaroli. Contrariamente a molti dei nostri mezzani, non mangia il cibo degli umani ma castagne secche, ramoscelli, foglie ed erba. Non pulisce la casa come molti suoi colleghi ma i sentieri e i ponticelli del parco, le rimesse degli attrezzi, gli argini che trattengono il Lungone nel suo corso nei momenti di maggiore piena. Dà da mangiare agli animali e accompagna i visitatori del parco. Di Villa Cenaroli sa tutto e lo sa raccontare con una dovizia di particolari e una contestualizzazione rispetto al tipo di utenza davvero impressionante. Conosce a memoria la storia della villa, del parco, dei Conti, del personale di servizio, di Pontalba, del Lungone, conosce tutte le varietà di piante e tutte le specie animali presenti nella proprietà.  Sa adattare quello che racconta a chi si trova di fronte. Sa discriminare se sta interagendo con un bambino, con una bambina, con un adolescente, con un adulto, con un italiano, con un anziano e così via. Sa fare domande profonde e circostanziate che l’aiutano a capire le caratteristiche e le preferenze della persona che ha di fronte in modo da costruire una narrazione di ciò che si sta osservando il più possibile consona alle caratteristiche del visitatore. E’ un robot-111 straordinario e preziosissimo. E’ costato a Ludo e Bianca una fortuna. Ma l’investimento è stato ampiamente ripagato, sia per la quantità di lavoro che Maia-111 sa fare, sia per le modalità in cui lo fa. Sa essere gentile, diplomatica, accogliente, divertente, colta, buffa, chiacchierona o, al contrario, silenziosa. E’ anche bellissima.  Deve il suo nome a una stella. La stella Maia (nota anche come 20-Tauri) è una stella della costellazione del Toro. Si tratta di una delle componenti dell’ammasso aperto delle Pleiadi e si trova ad una distanza di circa 440 anni luce da noi. Il suo nome proprio deriva dalla figura di Maia, una delle Pleiadi mitologiche.

Quale nome migliore per un Robot-111  che vive a Villa Cenaroli?.
Maia-111 è longilinea.  Alta un metro e cinquanta, ha braccia lunghe e, contrariamente a quasi tutti i nostri mezzani, ha anche le gambe. Gli arti inferiori le sono stati costruiti con un duplice obiettivo: uno estetico (sembrare bella),  uno pratico (le gambe le permettono di muoversi nel parco della villa senza inciampare negli arbusti e nei rami secchi, le permettono di muoversi sulla superfice sconnessa del parco con agilità e anche di entrare in acqua bassa senza danneggiare i suoi circuiti meccatronici che sono tutti posizionati nella parte alta del suo corpo). Ha gli occhi verdi scuro come le foglie estive degli ippocastani ed è interamente verniciata d’oro.
Questa mezzana d’oro è un’attrazione di Villa Cenaroli tanto quanto lo sono i castagni, i cigni e la giostra coi cavalli. Fa parte delle figure animate che danno vita a quello spettacolo unico, fuori dal tempo che si vede entrando in quel parco curato e senza rumori meccanici (si sentono cinguettii, squittii, il rumore delle foglie che friniscono quando c’è il vento, il rumore dei rami secchi che scricchiolano).

Una volta ho assistito ad una scena che mi ha colpito. Maia-111 si è messa a giocare a nascondino con  Ulisse, il bambino di uno dei giardinieri.
Il bambino si nascondeva e Maia-111 lo cercava. Quando lo trovava diceva “trovato, trovato!” e poi rideva, cioè imitava un umano che ride. Come fanno i robot-111 a ridere? Esattamente non so, ma lo sanno fare.
Sembra che si divertano, che abbiano senso dell’umorismo. Sono sicuramente dotati di auto-riflessività. Sanno fare considerazioni sul tempo che passa, sul fatto che forse domani pioverà o forse no. Ma sanno anche amare?. Non so. Gli ingegneri del centro Trescia-111 dicono di no. I nostri mezzani sono fatti di circuiti meccatronici che imparano per imitazione, si comportano in maniera riflessiva rispetto ai processi imitativi che hanno introiettato, cioè scelgono la reazione più consona allo stimolo che hanno potuto osservare. La consonanza viene definita in basa a un meccanismo per prove e errori che non ha niente di “sentimentale”. Gli ingegneri di Trescia-111 dicono che i robot-111 riescono a riprodurre dal punto di vista comportamentale, attraverso l’applicazione pratica di principi che provengono dalla logica formale, quello che noi proviamo, i nostri sentimenti, le nostre reazioni emotive, ma non le provano loro, semplicemente le imitano.
Resta il fatto che questa imitazione si riversa su di noi come se fosse un sentimento esperito esattamente come lo esperiremmo noi, come noi lo proviamo. Del resto la differenza tra ciò che sembra e ciò che è, non si esaurisce in una definizione lineare. Ciò che sembra orienta il mondo. La ricerca della consonanza tra ciò che sembra e ciò che è alimenta il senso della vita.

Gli ingegneri di Trescia-111 dicono che i mezzani non provano dolore, non soffrono, non amano in maniera altruista, ma sembra che lo sappiano fare, lo sembra al punto che molti umani si comportano ormai come se così fosse. Questa sovrapposizione tra ciò che sembra e ciò che è (una specie di sentimentalismo di ritorno alimentato elettronicamente), sta generando una deriva (preoccupante) di alcuni comportamenti e di alcune relazioni. Portando all’estremo questa riflessione e uscendo dalla dicotomia sempre più incerta umano-robot, mi chiedo da chi mai potrebbero imparare l’amore altruista i nostri robot-111 se anche noi umani non lo proviamo, non lo sappiamo insegnare, non lo riconosciamo negli altri e non lo individuiamo in nessuno (credo che sia proprio questo uno dei motivi per cui la dicotomia umano-robot andrà sempre più ad ibridarsi). Questo potrebbe tradursi in un grave problema.
A volte ho anch’io l’impressione che ci sia qualcosa che ci sta sfuggendo di mano, che ci siano ibridazioni “al limite” che, seppur indotte, cambieranno la vita di tutti. Io ho visto Maia-111 giocare a nascondino con Ulisse e se non fosse stato per la poca lunghezza delle gambe di Maia e perché ha il colore di una stella cadente, avrei avuto l’impressione che lei si stesse divertendo. Che lei stesse provando gioia, per la precisione.
Sono quasi sicura che continuando su questa strada, ad un certo punto, innamorarsi di un Robot-111 sarà tutt’altro che impossibile, ma così facendo che fine farà l’umanità? o meglio, come diventerà?

Costanza e il suo mondo sono solo apparentemente diversi e distanti dal mondo che usiamo definire “reale”, e quasi sovrapponibili ad ogni mondo interiore. Chi fosse interessata/o a visitare gli articoli-racconti di Costanza Del Re, può farlo cliccando [Qui]

coppia amori

Settembre 2060: Amori

31Ad Axilla piace Dylan, ma non sappiamo se a Dylan piace Axilla.
Cosmo-111 detesta Dylan, dice che è brutto e antipatico. Cosa non vera a detta di tutti i Santoniani. I Santoniani sbagliano raramente, a maggior ragione se si confrontano tra loro e raggiungono una visione unitaria della questione in discussione. Cosmo-111 è geloso, strano per un mezzano distinto e intelligente come lui.

Dylan è alto circa un metro e ottantacinque, non altissimo vista l’altezza media dei ventenni attuali che si attesta intorno al metro e novanta, con punte che superano abbondantemente i due metri e numeri di scarpe che superano il cinquanta.

Intorno alle altezze medie dei nostri giovani si sono diffuse le leggende metropolitane più svariate. “Hanno mangiato troppa carne contenente ormoni da piccoli, oppure hanno mangiato troppe proteine. È colpa del clima che è cambiato, della gravità della terra che è leggermente diminuita, della luna che ha aumentato il suo influsso sull’altezza (come se far crescere più o meno un bambino sia come determinare il flusso di una marea). Oppure dipende da una mutazione genetica iniziata non si capisce né come né quando, è un accidente della vita e non ha nulla a che fare con tutto ciò, oppure, al contrario, ha a che fare con tutto ciò, ma non con uno solo di questi eventi scatenati che quindi non possono essere considerati tali”.

Mia madre Cecilia racconta che quando mio fratello Enrico era piccolo una volta mi ha detto:
“Valeria devi smettere di crescere, tutti gli esseri viventi molto rari e grossi sono a rischio di estinzione, pensa a quel che è successo ai dinosauri. Alcuni erano talmente grossi e talmente grandi che mangiavano tantissimo, a un certo punto non hanno più trovato sufficienti alimenti e sono morti di fame. Altri sono stati uccisi da un grande meteorite e altri ancora si sono sbranati tra loro. Il fatto che fossero così grossi ha sicuramente influito sulla loro estinzione, sono spariti dalla faccia della terra”.

Poi Enrico era andato a prendere una delle sue ottanta statuine di dinosauro e aveva aggiunto: “Lo vedi questo? è un triceratopo, il mio preferito, non so cosa darei per vederlo vivo e invece è morto da milioni di anni e mai lo vedrò.”
Mia madre racconta che ero scoppiata a ridere ma Enrico, sempre più serio, aveva continuato imperterrito: “Ti consiglio di mangiare di meno e di stare poco al sole”.
“Poco al sole?”  gli avevo chiesto” “Si, poco al sole” aveva risposto.
“Come le piante, più stanno al sole e più crescono. Come i frutti più stanno al sole e più maturano. Vai a vedere i pomodori nel nostro orto, sono rossi ma proprio rossi e verdi non lo diventeranno più. Non devi crescere troppo perché finirai per estinguerti”.

Quando ricordano questa storia dei dinosauri, mia madre e mio fratello Enrico ridono di gusto.
“Quando saranno più grandi, dovrò raccontare questa storia a Marlon e a Gyanny. Secondo me si divertiranno anche loro” ho detto a mio fratello.
“Assolutamente no!” mi ha risposto lui.

Credo che, almeno per ora, non voglia che i suoi figli sappiano che lui era un appassionato di dinosauri con un forte dispiacere per la loro estinzione e una forte preoccupazione per la conseguente estinzione degli esseri umani che, secondo lui, stavano diventando troppo grandi.
Comunque, aldilà di questo aneddoto casalingo, i nostri attuali giovani sono molto alti, e per ora, non si sono estinti.

Dylan, il preferito di Axy, ha i capelli ricci e neri, gli occhi scuri e la pelle chiara. Credo che piaccia ad Axilla perché, oltre al buon aspetto fisico, è gentile e intelligente. Fa il terzo anno di Giurisprudenza a Trescia. Impara tutto velocemente. Un possibile secondo avvocato in famiglia. Uno lo abbiamo già, non avremmo difficoltà ad accogliere il secondo. Tutti noi ci imparenteremmo con lui volentieri, tranne Cosmo-111.“Dylan nooo. Non sa niente, non mangia il gelato, non pulisce la casa, non sa cantare!. Io non lo voglio”. Cosmo-111 è gelosissimo di Axilla, senza attenuanti. Davvero una strana storia, considerando che Cosmo-111 è un robot di nuova generazione.

Eppure l’apprendimento per imitazione scatena anche questo. Si instaura una forma di attaccamento con l’umano, di riferimento primario che assomiglia ad un matrimonio d’intenti, non programmato, ma vissuto ogni giorno. Naturalmente la relazione che si genera utilizza le modalità “possibili” dai mezzani e non prevede sesso e riproduzione. Si concretizza in una forma di affettività fatta di necessità per la sopravvivenza. Sicuramente i nostri robot-111 sono molto dipendenti da chi interagisce con loro, dà loro da mangiare, li copre e protegge dai temporali, passa qualche ora con loro giocando, oppure cantando canzoni bizzarre.

Nel mondo dei mezzani non esiste alcun legame tra attaccamento e riproduzione. La riproduzione è un fattore meccanico e basta. Negli esseri umani questo modus sembrerebbe inaccettabile, ma di fatto è prossimo a quello che a volte succede, a quello che a volte è sempre successo anche nel ‘cristallino’ mondo degli umani. Non credo che si possa parlare di riproduzione umana ‘meccanica’  ma, di riproduzione ‘necessaria’ e indipendente dai sentimenti, sicuramente sì.

Quante volte i matrimoni sono stati e sono combinati per questioni politiche, legate al rango, al ceto sociale, all’appartenenza ad una casta (in pectore o davvero esistente e riconosciuta). Quante spose bambine ci sono, quanti matrimoni combinati dalla mafia perché un mafioso sposi la figlia di un altro mafioso e i panni sporchi si possano continuare a lavare in casa.

Il progresso ha eluso alcune tradizioni, ma ha anche ingessato dentro il silenzio alcune abitudini malate. Ogni tanto qualcuno prova a raccontare cosa sia l’omertà, ma raccontandola la fa emergere e l’emersione trasfigura la mostruosità.

Ogni tanto qualcuno racconta qualcosa di drammatico ma questo qualcosa è una ricostruzione mediata dalle poche e mal ricostruite informazioni circolanti e da un misto di pietismo, luoghi comuni, culture superate, trattati di antropologia di basso livello e anche un po’ di considerazioni qualunquiste, senza alcun valore.

Dylan ovviamente non c’entra con queste mie riflessioni e con la gelosia che Cosmo-111 nutre nei suoi confronti. Non sa che Cosmo-111 è geloso di lui e forse, se lo sapesse, se ne stupirebbe, visto che non sa nemmeno di piacere ad Axy.

Però Axilla e Dylan sono amici, vanno in giro in biciletta insieme, qualche volta in gelateria con un gruppo di coetanei, frequentano l’oratorio di Pontalba e si scambiano idee sulle feste parrocchiane, sulle iniziative pastorali e sulle funzioni religiose che li vedono spesso coinvolti come lettori ufficiali delle preghiere diffuse dal pulpito ai convenuti in preghiera.

Ho imparato con l’esperienza che tutto questo ‘fare insieme’ potrebbe cementare l’amore, ma potrebbe anche avvenire il contrario. Potrebbe succedere che un bel giorno, arrivi a Pontalba un Legolas (Il più bello degli Elfi, un personaggio di Arda, l’universo immaginario fantasy creato dallo scrittore inglese J. R. R. Tolkien) a cavallo con la sua lunga chioma bionda e Axilla si metta a rincorrere il sogno che lui incarna.

Una nuova vita, nuove conoscenze, nuove abitudini e nuove speranze. L’amore scoppierà e Dylan verrà dimenticato insieme a tutto il resto. Questo potrà succedere o non succedere, dipende dagli accidenti della vita, dal caso e anche da come è fatta (dentro) una persona. C’è chi rincorre i sogni e non può vivere senza di essi e chi ama la (sua) quotidianità e non la potrebbe lasciare per nessuna ragione al mondo.

Chissà da che parte andrà il cuore di Axilla, se sceglierà Dylan, a patto che lui scelga lei, oppure incontrerà qualcun altro con altre caratteristiche che sembreranno quelle giuste, impellenti, necessarie e miracolose.

E poi, cosa sceglierà Dylan? Vorrà una ragazza come Axilla, bella, determinata, costante, diligente, con un carattere forte e dei programmi strutturati per il futuro. Potrebbe essere, ma potrebbe anche non essere. Magari arriverà una ragazza bionda con gli occhi azzurri che sa giocare a tennis, volare come una libellula e parlare di sport e di vacanze. E allora Dylan proverà a volare lontano verso il sogno e verso l’avventura che la bella tennista sembrerà incarnare. Oppure no, sceglierà Axilla e questo per sempre sarà.

Mi diverte molto pensare a quei due giovani e fare ipotesi su cosa succederà. Mi piace perché è una favola viva, un romanzo che qualcuno sta scrivendo e che prima o poi una conclusione avrà. Di fronte alla vita che evolve e porta novità, nuovi visi da studiare, nuovi discorsi da cercare di capire, nuove timidezze da eludere e nuovi dolori da confortare, mi stupisco sempre. Mi fermo sempre a guadare con discrezione le novità, come se fossi nascosta dietro una tenda. Sto là per capire come sarà il mondo nuovo, quali amori arriveranno, quali dolori ci annienteranno, quali saranno le persone che in punta di piedi entreranno sul palcoscenico della nostra vita e quali se ne andranno senza salutare e senza disturbare.

Povero Cosmo-111 che continuerà a essere geloso. Ad un certo punto dovrà rassegnarsi al fatto che Axilla non è solo sua e che la dovrà dividere con il principe dei principi e ricavarsi in questa nuova dimensione un nuovo spazio per vivere con la sua eroina. Anche per Cosmo-111, dopo un po’ di sofferenza, uno spazio continuerà ad esserci, perché Axy ama fraternamente Cosmo-111 e questo sentimento, che li ha visti crescere insieme, non cambierà. Anche Cosmo-111 maturerà una certezza: anche per lui esiste una forma strana d’eternità.

Costanza e il suo mondo sono solo apparentemente diversi e distanti dal mondo che usiamo definire “reale”, e quasi sovrapponibili ad ogni mondo interiore. Chi fosse interessata/o a visitare gli articoli-racconti di Costanza Del Re, può farlo cliccando [Qui]

bolle minuti attimi tempo

Agosto 2060: Minuti per sempre

 

Oggi fa proprio caldo. Siamo in agosto, in Lombardia, in pianura, vicino a un fiume. Insetti e umidità la fanno da padrone. Le zanzariere sono ovunque e sono determinanti per la qualità della vita. Si possono azionare con un telecomando, oppure si può programmarne la direzione, il grado di spessore, anche le modalità di rifrazione della luce, ma sempre di zanzariere si tratta.

Axilla e Cosmo-111 sono sul divano di vimini che si trova sotto il portico della casa della mamma e della zia in via Santoni Rosa 21. Axilla sonnecchia e Cosmo-111, per non essere da meno, se ne sta fermo cantando a bassa voce la sua canzone preferita: “saputo, saputo, aku aku, saputo saputo aku totú”.

Io, mia madre Cecilia e la zia Costanza siamo sedute in soggiorno, sui divani gialli che erano della nonna Anna. Sono divani vecchissimi, rimodernati più volte, sempre con della tappezzeria con lo sfondo giallo e fiori ricamati. Il tipo di fiori e il loro colore è cambiato nei corso degli anni ed è dipeso dai gusti delle persone che si sono avvicendate nella scelta e anche dai consigli dei tappezzieri che sono stati di volta in volta interpellati. Anche il tessuto è cambiato. Quello attuale è leggero, non si macchia, mantiene il calore, è lavabile. Mi ricordo che negli ultimi anni della sua vita la nonna Anna soleva dire che le innovazioni dei tessuti erano tanto importanti quanto quelle dei circuiti elettronici che permettono la vita ai nostri mezzani. Credo avesse ragione.

Questo sonnecchiare estivo permette ai minuti di dilatarsi, di diventare prepotenti e significativi. Dentro un minuto ci può stare uno starnuto, un sorriso, un’idea, la puntura di una zanzara, un sospiro. Ogni minuto è una bollicina che racchiude una briciola di vita, un pensiero limpido oppure indecente, il bagliore dell’alba o il calore del tramonto, un po’ d’azzurro e un po’ si sole, una goccia di pioggia o una lacrima. Ogni minuto è un attimo di vita, una rarità, una unicità assoluta, tanti fotoni.

Crediamo che siano rari i diamanti, gli smeraldi, gli arcobaleni, le eclissi di Luna, il transito delle comete, ma solo molto più rari i minuti. Nessuno è uguale al precedente. Ogni minuto che viviamo è unico e irripetibile e un gemello per lui non ci sarà. In questa incredibile unicità dei minuti sta il loro valore. Passato uno ne arriverà un secondo e poi un terzo e poi un quarto … ma nessuno dei tanti minuti inanellati in un’ora, in un giorno, in una settimana, in un anno sarà come il precedente. Non ne esiste uno uguale a quello appena vissuto e già bruciato, archiviato, passato, dimenticato o ricordato.

Si può ricordare un minuto per sempre? Sì.
Ripenso ai miei “minuti per sempre” e mi vengono in mente gli occhi di Axilla e Gianblu la prima volta che si sono aperti sul mondo. Io c’ero e li ho visto cercare di mettere a fuoco determinati e curiosi, me li ricordo perfettamente.

Un secondo mio “minuto per sempre” è stato la morte del nonno Umberto, il marito della nonna Anna. Il professore, come lo chiamavano tutti. Ha chiuso gli occhi per non aprirli mai più. Io c’ero. E poi l’alba sul mare, le fragole che spuntano in primavera, la faccia dei miei bambini quando hanno visto per la prima volta Cosmo-111, le lacrime di Pit-x quando Nuvola e Nembo gli hanno regalato il radicchio e adesso Gyanny che dorme.

Minuti eterni, che sanno di scoperta, di novità di stupore, d’amore. Eppure sono solo minuti. Sessanta in un’ora, millequattrocentoquaranta in un giorno. Sono piccole perle che assaporiamo continuamente, beni preziosi più dell’oro bianco, della Ferrari, dei vestiti di Chanel, di una barca a vela come Sole Verde. Sono unici, irripetibili, straordinari, incontrollabili, donati. Sono democratici perché sono di tutti, ogni essere umano può vivere dei minuti preziosi e ogni essere umano ne ricorda alcuni stupefacenti.

Penso sempre che le cose migliori di questo mondo non le abbiamo fatte noi esseri umani, non sono costruzioni o artifici per pochi, ma sono doni universali che appartengono a tutti.  Il sole è di tutti, il vento è di tutti, il mare è di tutti ed è di tutti il tempo nelle sue manifestazioni minimali (un secondo, un minuto), nelle sue manifestazioni massimali (una vita), nelle sue manifestazioni eterne (l’eternità). Ma qui ci fermiamo perché non c’è un rapporto univoco tra tempo e eternità, anzi sembrerebbero in antitesi, la fine di uno e l’inizio dell’altra. Il nuovo mondo sta tutto lì. La vita è di tutti i vivi, l’eternità una possibilità. Il tempo accompagna la vita e si ferma alle porte dell’eternità.

Alla fine, dopo discussioni lunghissime, si è deciso di fare il battesimo di Gyanny il mese prossimo. I nostri cugini, che abitano a Parda, sul lago omonimo, verranno di sicuro. Sono tanti. Io ho sette cugini, cinque maschi e due femmine, che a loro volta hanno figli. Abbiamo pensato di invitarli tutti, non solo per il grado di parentela, ma perché sono simpatici, gentili e sinceri e a noi piacciono.

Poi inviteremo i cugini di Cremantello, che sono i figli delle cugine della mamma: Leonardo, che ha cinquantasette anni e Marta, che ne ha quarantaquattro. Non so se verranno Ines, che ha ottantaquatto anni e Bella, ne ha ottanta. Ines ha problemi di vista e Bella cammina zoppa, per un problema ad una gamba che si è acutizzato ultimamente. Nonostante qualche acciacco, sono ancora perspicaci e dotate di un notevole senso dell’umorismo. Magari decidono di venire, ci farebbe piacere, soprattutto alla zia Costanza e alla mamma.

Quando mia madre Cecilia era piccola andava sempre a Cremantello, al bar Ghepardi, dove hanno sempre lavorato le cugine, e stava settimane intere con Bella. Dormivano nella stessa stanza e organizzavano la loro vita in perfetta sincronia. Questo ha cementato un legame insostituibile.

Bella è la terza sorella di mia madre (dalla cuginanza alla fratellanza per via della prossimità). E’ stata anche la sua testimone di nozze. A Pontalba le può portare Leonardo, che fa il fisioterapista per una squadra di ginnastica di Serie A e ha una macchina che può trasportare fino ad otto persone.

Poi invitiamo Francesca, che è una parente che ha più o meno la mia età  e abita vicino a noi.  A Pontalba, in vicolo Saturnina. E infine qualche amico di Enrico, mamma, zia, mio, dei ragazzi. Credo che decideremo di sceglierne al massimo un paio a testa, perché altrimenti a casa Del Re, la vecchia abitazione di campagna che ci ha visti tutti piccoli e poi cresciuti, non ci stiamo.

Il battesimo si fa in chiesa nella parrocchiale di San Protasio e poi facciamo un mega-rinfresco all’aperto. Abbiamo contattato un’azienda che fa catering. Sono già venuti a vedere il nostro cortile e a decidere con Enrico tutti i dettagli dell’allestimento.

Ora mancano i vestiti. Organizzeremo una spedizione a Trescia per sole donne. Sarà un soddisfazione. Pregusto già questo momento spensierato con le zie Cecilia e Rachele (Rachele arriverà qualche giorno prima da Torino e si fermerà una settimana), la mamma, mia sorella Rebecca e mia figlia Axilla.

Esco sotto il portico e vedo Axilla che sonnecchia. Siccome ha avvertito la mia presenza, apre gli occhi e mi guarda.
– Che hai mamma, problemi?
– No – le dico, – pensavo che dobbiamo organizzare una spedizione a Trescia per comprare i vestiti che servono per la cerimonia di battesimo del piccolo Gyanny.
– Io non voglio vestiti – mi dice lei – penso che verrò nuda -.

La guado di traverso e lei si mette a ridere.
– Ma mamma non mi avrai creduto! Per ora nudi in chiesa non si può andare, sono un po’ retrogradi … si sa. Voglio una tuta ultraleggera di Mollan (uno dei nostri nuovi tessuti super-tecnologici), sfumata dal giallo all’amaranto. L’ho vista costa 1/100 di Vitcat (la moneta virtuale che usiamo sempre).
– Vedi tu – le dico.
Io questo abbigliamento moderno non lo amo molto, appartiene più alla generazione di Axy che alla mia. Figuriamoci a quella di mia madre e delle zie.

– Facciano quel che vogliono – direbbe la zia Costanza – Io voglio un vestito blu di seta e anche una collana di perle. La zia Costanza è vecchia e un po’ antiquata, ma non sbaglia mai. Anche io voglio le perle. Per un battesimo sono adatte. E così sarà.

Caro Gyanny, avrai una grande festa. Sicuro.

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bambino nascita

Luglio 2060:
È nato Gyanny!

19 Luglio 2060. Ieri è nato Gyanny, il secondo figlio di mio fratello Enrico. Gyanny ha i capelli neri folti, la pelle molto chiara, pesa tre chili e mezzo, è lungo cinquantadue centimetri. Per ora non si capisce il colore degli occhi, ma se sono simili a quelli di suo fratello Marlon diventeranno verdi, come quelli della zia Costanza e di mia figlia Axilla. Quel verde color foglie d’autunno ha accompagnato l’esistenza di diverse generazioni di Del Re, rendendole più bella da vedere.

La famiglia è in agitazione. In via Santoni Rosa dove abitano ancora la zia Costanza e lo zio Pietro, mia mamma Cecilia a mio padre Mario, c’è un fermento incredibile. La mamma e il papà sono diventati nonni per la quarta volta. Ora lo sono di Axilla che ha vent’anni ed è la prim-nipote (così si definisce lei), di Gianblu, di Marlon e di Gyanny.

Gli zii sono diventati prozii e lo sono ormai di dieci discendenti. Ma il più piccolo è sempre il più bello, è un circuito che si esaurisce solo così. Si sta già progettando il battesimo, facendo un sacco di ipotesi sulla data migliore. “Metà Settembre, così non fa né caldo né freddo”, “primi di Ottobre, così possiamo mettergli un bel golfino di lana bianca ricamata”, “prima di Natale, sarà come avere un Gesù Bambino in carne ed ossa” e così via.

Intanto Gyanny dorme tra le braccia di sua madre e non dà segnali di preoccupazione. “Perché non conosce ancora i Santoniani” dice Axilla. Questa storia dei Santoniani se l’è inventata Axilla e adesso anche i “mezzani” chiamano i nonni e gli zii i Santoniani (gli abitanti di via Santoni Rosa, ovviamente).

Cosmo-111 e Canali-111 vanno spesso a trovare i Santoniani con i loro umani di riferimento. Anche a loro è stato comunicata la nascita di Gyanny e i loro commenti sono stati entusiasti. “Bello, bello, i bambini sono belli, giocano, cantano e mangiano il gelato!” ha detto Cosmo-111.
“Io dopo faccio i compiti, faccio i compiti anche a Gyanny come a Marlon, io faccio il doppio dei compiti. Canali-111 bravo, bravo, bravooo!”. Ha detto l’altro mezzano.

Questo è l’effetto della novità, una grande novità. È l’inizio di una nuova vita. L’inizio di un nuovo respiro, di un nuovo cuore che batterà decine di volte al minuto, centinaia all’ora, migliaia al giorno … . E’ la maggiore sfida a qualsiasi principio di razionalità meccanicistica. E’ lo stupore  del respiro, della carne calda, del pulsare delle vene, del battito perenne del cuore.

Il cuore scandisce la vita. Batte per tutto il tempo in cui lei c’è. È il tramite tra una sensazione di tempo che ci circonda e una certezza di tempo che ci vive dentro. Il cuore che batte determina e pervade tutto, è la prova che non ci sbagliamo quando pensiamo di “essere” e non solo di “volere”. Senza l’essere non c’è volere. L’esistenza è superiore al desiderare, l’esistenza è. L’esistenza esiste, l’essere è.

Cosmo-111 guarda sul cellulare la foto di Gyanny. “Bello, bello, sembra morbido”. Dice e poi fa roteare le telecamere, che gli permettono di vedere, in modo strano, sembra stupito e pensieroso insieme. I bambini sono un po’ sproporzionati, hanno la testa e gli occhi giganti e il corpo piccolo, piangono sempre e, tra rigurgiti e altro, puzzano sempre un po’. Ma sono comunque bellissimi. Si muovono, ti guardano, reagiscono agli stimoli, riconoscono i genitori e sorridono da soli.

Siamo nel 2060 eppure non esistono apparecchiature meccatroniche con una capacità di apprendimento come quella dei bambini, nemmeno lontanamente. La cosa che più impressiona è la loro capacità di essere riflessivi. I neonati pensano, riflettono su quello che succede e, traggono da questo loro pensare, delle conclusioni. Cominciano da subito a costruire un senso a quello che succede, a spiegarsi a modo loro gli strani accadimenti di questa lunga e insidiosa vita.

Nel 2060 i bambini che nascono da una mamma “vera” sono sempre meno. Molte fecondazioni avvengono ormai in provetta e i ventri artificiali (meccatronici), dove i feti possono svilupparsi e diventare dei meravigliosi bambini, funzionano perfettamente. Se uno vuole, attraverso interventi sul sistema del DNA del feto, si può decidere il colore degli occhi e dei capelli, si possono evitare  malattie genetiche, si possono condizionare delle attitudini.

Ma niente di tutto questo è stato fatto con Gyanny. Se fosse stato concepito sessant’anni fa, sarebbe stato lo stesso. È figlio di Enrico e sua moglie, senza nessun tipo di intromissione nel suo patrimonio genetico. È autentico fino al midollo e a noi piace così.

Anche Canali-111 si avvicina e guarda la foto di Gyanny.
“Ma perché tiene gli occhi chiusi? Ci sono problemi alle sue telecamere? Chiamate il Centro-Trescia-111, portatelo in assistenza per verificarne il funzionamento. È importante.” dice.
“Ma lui è un umano!” gli risponde Cosmo-111, che è sempre il più acuto.

Abbiamo appena rimarcato la distinzione tra mondo umano e mondo mezzano e questo grazie alle considerazioni di un mezzano, che ha visto subito che Gyanny non è come lui. È bastata la fotografia del bambino. Io personalmente di questa chiara identificazione e riconoscibile appartenenza, sono contenta. Come sarebbe un mondo dove non si potesse più verificare la differenza tra mezzani e umani? Innamorarsi di un mezzano che conseguenze potrebbe avere? Credere di poter far fare le pulizie di casa a un bambino, perché collocato dagli accidenti della vita e dalla cattiveria degli uomini in un ruolo puramente esecutivo, che conseguenze potrebbe avere?

Questi scenari sembrano insieme una deriva del progresso e una regressione alle nostre origini. Una pericolosa trasmigrazione in quei mondi in cui ci sono ancora gli schiavi bambini, i guerrieri bambini, in quei  territori dove a dodici anni si coltiva la terra, si colora la stoffa, si tesse al telaio, si cuciono scarpe da ginnastica per i prepotenti abitanti dei paesi ricchi. Quei paesi dove si pensa che grazie ai soldi ci si può permettere lo sfruttamento, la sopraffazione, l’indifferenza.

Nelle spinte in avanti c’è sempre un pericolo di risucchi all’indietro. Nell’innovazione c’è insito il pericolo del disastro. Nessuna di noi donne qui sedute sul divano giallo a fiori del soggiorno della casa di via Santoni dimentica che la situazione è questa. Non si può non vedere che il progresso è necessario, utile, ma anche pericoloso, deviante, adatto a molte possibili derive. Che le traiettorie di sviluppo dell’essere umano sono tortuose, che non ci muoviamo in modo rettilineo verso il miglioramento delle condizioni di vita della specie umana, ma in una specie di circuito con gradi diversi di ricorsività che dipendono dalle scoperte, dal periodo e dalle casualità.

Dove può arrivare l’intrusione sul DNA dei feti? A cosa può portarci? Ad avere bambini più sani, più intelligenti, più propensi alla solidarietà? Forse sì, ma può anche portarci all’utilizzo strumentale della varianti genetiche. Creare bambini tutti uguali, tutti seri, tutti intelligenti, ma anche tutti egoisti, cattivi con una forte propensione all’aggressività (poi non ci resterebbe che mandarli in una arena a combattere e torneremmo nel periodo dell’Impero Romano, quando i gladiatori sbranavano vivi esseri umani come loro).Si potrà in un futuro, teorico quanto aberrante, permettersi di far vivere dei piccoli Hitler con le potenzialità di sterminare definitivamente l’essere umano.

Ma per fortuna questa è solo una possibilità e forse l’essere umano si fermerà, come è già riuscito a fare in passato, impedendo al mondo di autodistruggersi, di implodere come un buco nero che risucchia tutto e non lascia più spazio a nulla, nemmeno a se stesso.

Noi donne di via Santoni, che stiamo sedute nel soggiorno della vecchia casa e pensiamo al battesimo di Gyanny, sappiamo che questi scenari sono l’estrema conseguenza, sia in positivo che  in negativo, di quello che stiamo vivendo, di quello che abbiamo già davanti agli occhi.

Guardiamo tutte la foto di Gyanny che dorme tranquillo e sappiamo che è un bambino fino in fondo, un cucciolo umano come l’abbiamo sempre visto e immaginato, senza interventi modificatori architettati per una riparazione funzionale ad alcune necessità, ma non ad altre. A noi Gyanny piace così, poi lui della sua vita farà ciò che vorrà e anche in questo si cela una potente insidia. La libertà rende liberi, nella libertà ci sta tutto il bene e tutto il male del mondo.

Non resta che sperare nel futuro, nella capacità degli uomini di amare, nella grande possibilità che ha sempre il bene di vincere sul male. Come nelle grandi saghe, nella mitologia, nell’epica, nei sorrisi e nella gioia che trionferà. Gyanny è un piccolo essere umano che dorme e per ora non sa che un grande futuro per lui ci sarà.  Ma perché l’hanno chiamato Gyanny?
Non so, io l’avrei chiamato Emanuele.

Costanza e il suo mondo sono solo apparentemente diversi e distanti dal mondo che usiamo definire “reale”, e quasi sovrapponibili ad ogni mondo interiore. Chi fosse interessata/o a visitare gli articoli-racconti di Costanza Del Re, può farlo cliccando [Qui]

robot

Giugno 2060:
Ho compiuto ottantotto anni da due mesi…

Giugno 2060.
Ho compiuto ottantotto anni da due mesi. Accidenti come sono diventata vecchia. I miei capelli sono bianchi candidi e il mio viso è solcato da una miriade di piccole rughe, come il greto di un torrente in secca. Mio marito Pietro ha ottantasei anni e sta ancora abbastanza bene, a parte l’artrosi che gli sta deformando le ossa delle mani. I miei tre nipoti: Rebecca, Valeria e Enrico sono diventati grandi e hanno intrapreso percorsi di vita diversi.

Rebecca ha cinquantotto anni, abita da sola a Portici, un piccolo cascinale ristrutturato sulle rive del Lungono. Un posto splendido pieno di poesia e di storia. Fa la giornalista per TresciaOne, uno dei nostri  giornali locali. Le piace intervistare personaggi famosi e spesso mi viene a chiedere cosa ne penso di quello che scrive. Valeria ha quarantasei anni, è sposata con Luca, ha due figli che si chiamano Axilla e Gianblu, abita nella zona industriale di Pontalba e insegna geometria analitica in Università a Trescia. Enrico ne ha trentotto e fa il direttore del Museo civico di Bugnolo. Ha un bambino di otto anni che si chiama Marlon e un secondo maschio in arrivo, chissà come lo chiameranno e come sarà.

Axilla e Gianblu vengono sempre a trovarmi con Cosmo-111, il loro super-robot. Luca, il loro papà, è un ingegnere del Centro-Trescia-111 e la programmazione di Cosmo-111 è stata fatta dai migliori ingegneri del centro. Cosmo-111 è un essere straordinario. Un “mezzano” di prim’ordine, che sa stupire, tanto è capace di imparare e reagire velocemente a qualsiasi stimolo le sue apparecchiature elettroniche intercettino. Anche ora che ha dieci anni e comincia ad essere un po’ vecchio è ancora un mezzano di prim’ordine.

Quando penso alla mia vita così lunga e piena di eventi e accidentalità la cosa che riempie maggiormente i miei ricordi sono le persone che ho incontrato. Quelle buone che hanno cercato di lasciarmi un po’ di bene e quelle cattive che mi hanno fatto del male. La distinzione tra bene e male è in questo caso estrema, non esiste un male assoluto e non esiste un ben assoluto. La forma assoluta di queste due caratteristiche appartiene all’aldilà, se un aldilà esiste.

I miei nipoti mi hanno regalato un robot-canarino che si chiama Pit-x. Vive nella gabbia con Nuvola e Nembo, due bellissimi canarino arricciati. Formano un trio straordinario che mi fa compagnia e diverte le mie giornate da vecchia arzilla.

Ieri Axilla voleva sapere com’era Albertino Canali, il mio vicino di casa che faceva il trebbiatore e che è morto da un anno. Sa che era un mio amico e che gli ero molto affezionata, anche se discutevamo sempre e non ci piacevano le stesse cose. Ho provato per una vita a fargli apprezzare la bellezza dei miei cespugli di ortensia, ma non ci sono mai riuscita.

Grazie alla domanda di Axy, mi sono trovata a ripensare all’Albertino Canali di molti anni fa, quando avevamo cinquant’anni e lui voleva spalarmi la neve davanti al portone di via Santoni, mentre io mi ostinavo a farlo con la vecchia pala del nonno senza raggiungere grandi risultati e poi all’Albertino di qualche anno fa, prima che ci lasciasse improvvisamente una bella mattina chiara di marzo.

Albertino Canali non amava i “mezzani”, diceva che lo mettevano a disagio perché avevano più memoria di lui, più vista di lui, più agilità di lui. Diceva anche che, nonostante avesse ormai quasi novant’anni, era molto più bello lui di questi “esseri di latta”. I “mezzani” non hanno gambe, sono bassi e hanno delle braccia lunghe e snodate. Solo se ti abitui a vederli puoi riconoscere anche in loro qualche grado di beltà.

Alcuni hanno braccia molto snodate e altri si muovono un po’ più a scatti, alcuni hanno telecamere perfettamente posizionate nelle orbite degli occhi e sembra effettivamente che siano dotati di pupilla, iride, cornea e cristallino, mentre altri roteano gli occhi in modo tale che è evidente l’azionamento di componenti meccaniche. Alcuni hanno la testa di una forma più tondeggiante e più simile alla nostra, mentre altri più squadrata.

Siccome noi siamo esseri umani con una forte tendenza alla socialità e con una predilezione marcata per i nostri simili, più i “mezzani” assomigliano a noi, più ci sembrano belli. Poi c’è una componente affettiva che non va mai sottovalutata: il tuo robot è più bello degli altri, perché è tuo e la sua bellezza aumenta nella stessa proporzione in cui lo senti veramente tuo.
Come tutti i rapporti affettivi, anche quello con i mezzani si deteriora se l’affettività viene tradita e il robot diventa improvvisamente brutto, meno intelligente, meno appetibile, poco unico. I sentimenti traditi sono l’origine di molti mali, il motore di molte vicende nefaste, l’inizio delle peggiori guerre, la fine di moti idilli vagheggianti.

Quando Marlon ha compiuto cinque anni (tre anni fa) Enrico gli ha regalato il suo primo robot. Un mezzano costruito al Centro-Tresia-111 direttamente da Luca, il marito di Valeria. La cosa buffa è che quando è stato chiesto a Marlon come voleva chiamarlo, lui ha riposto: “Canali-111”, il cognome di Albertino. Siamo rimasti di stucco. Di solito ai robot si danno nomi astrali. Axilla gli ha proposto di chiamarlo Nettuno, Gianblu di chiamarlo Saturno e io di chiamarlo Sole, ma non c’è stato nulla da fare, Marlon ha voluto chiamare il suo robot Canali-111 e così è stato.

Ricordo che, in una limpida mattina di gennaio con tanto bianco in cielo e in terra (era appena nevicato), Marlon è arrivato in via Santoni Rosa 21 a farci vedere il suo “mezzano”. Canali-111 è un robot con delle braccia agilissime e la testa tonda come i migliori mezzani, ma la cosa davvero particolare di questo robot è che ha un occhio per colore. Le sue telecamere sono protette da una retina in vetroresina di due colori diversi. L’occhio destro è viola, come le violette che a Pontalba riempiono gli argini del Lungone in primavera, l’occhio sinistro è verde scuro, come il corso del Lungone dopo il temporale estivo, quando la molta vegetazione trascinata nel fiume dalla furia del temporale, rende l’acqua dello stesso colore delle foglie agostine. Io non avevo mai visto un robot così bello, l’ho detto a Luca e lui mi ha risposto che ultimamente molti bambini preferiscono i robot con gli occhi di colore diverso. Gli è capita una bimba che ha chiesto per il suo robot un occhio giallo come la buccia del limone e uno bianco come lo yogurt alla vaniglia. Un occhio giallo e uno bianco, davvero una strana combinazione.

Canali-111 è anche molto intelligente, impara velocemente e se non lo trattengono, fa i compiti scolastici di Marlon in un baleno. Tutti eseguiti alla perfezione e rapidamente. Una vera tentazione per Marlon, che appena può glieli sgancia, perché sa che a Canali-111 piace farli, si diverte e poi dice di se stesso “Canali-111 bravo, bravo, davvero bravo”.
“Si, si bravissimo!” gli risponde Marlon e questo rinforzo continuo fa si che l’esecuzione del compito sfiori la perfezione ogni volta. Ma la cosa stupefacente è che, se anche Marlon non fa i i compiti perché li fa il mezzano, questo non cambia nulla del suo profitto a scuola. Anzi, sembra che sia sempre più bravo. L’avere un supporto sicuro, efficiente e colto per l’esecuzione dei compiti, ha dato una grande sicurezza a Marlon, che è bravissimo sia a scuola che a casa. Se Canali-111 fa i compiti, Marlon legge le esecuzioni e impara le soluzioni a velocità supersonica, nessuno riesce a prenderlo in castagna.

Così in maniera tacita si è creato un accordo familiare per cui Canali-111 può fare i compiti a patto che il profitto di Marlon continui a essere  eccellente. Funziona perfettamente. Marlon è bravissimo. Questa vicenda insegna, cambia delle prospettive. Per facilitare l’apprendimento più che la ripetitività dell’esercizio, che quasi sempre un compito propone, serve la sicurezza, un riferimento competente a cui attingere, una reiterazione dei successi, che facilita la riproduzione del comportamento vincente. Serve l’autostima, che la prevedibilità del risultato finale garantisce. Serve una mente libera e senza preoccupazioni. Vedere Marlon e Canali-111 fa riflettere sulle modalità migliori per insegnare ai bambini nozioni e compiti esecutivi. Tutt’altro discorso si potrebbe fare se si tratta di stimolare la creatività, che resta una caratteristica tipicamente umana.

Quando Alberino Canali ha scoperto che il Robot di Marlon si chiama Canali-111 gli sono venuti gli occhi lucidi. Senza parlare li ha messi entrambi, il bambino e il mezzano, su Marghera (il suo carretto verde) e si è avviato verso gli argini del Lungone con evidente soddisfazione. Il caso di omonimia tra il suo cognome e il nome del mezzano di Marlon, che poi un caso non è, gli ha provocato una grande gioia, che abbiamo visto suppurare da ogni poro della sua vecchia pelle e che l’ha riempito di allegria. Altro che le mie povere ortensie, per un attimo Albertino Canali ha dimenticato tutti i guai della sua lunga vita.
Lasciate fare ai bambini e ai loro robot: chi volete li possa battere!

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Maggio 2060: Galassia-111

 

Mia figlia Axilla ha vent’anni e assomiglia a mio marito Luca e alla sua famiglia.
Mio figlio Gianblu ne ha diciotto e assomiglia a mia madre e alla zia Costanza. Oltre alla somiglianza fisica, Gianblu assomiglia ai Del Re anche per aspetti caratteriali. Gli pace leggere le poesie della zia Costanza e poi interrogarla su quando le ha scritte, su chi e cosa le ha ispirate. Gli piace la vecchia soffitta della casa di via Santoni, il giardino della zia Costanza con i cespugli di ortensie, la voliera con i canarini e le due gatte soriane dal manto scuro. Ogni tanto mi ricorda che c’è un po’ di confusione sui nomi delle due gatte, ed è vero. Quella che si chiama Ombra è di color nero e quella che si chiama Nera è tigrata, a strisce marroni e nere. Le gatte non sono state chiamate così per una precisa strategia, o per divertire la gente, ma in maniera casuale. Nera ha quel nome perché la prima volta che la zia e Axilla l’hanno portata dal veterinario, questi ha aperto la cartella sanitaria del felino e ha chiesto il nome. La zia e Axilla si sono guardate senza sapere cosa rispondere, perché la gatta veniva regolarmente chiamata Gatta e non aveva un nome vero e proprio. La zia ha guardato Axilla e le ha detto:
– Dai Axy scegli un nome
– Ma io non so che nome darle – le ha risposto Axilla,
– Il primo che ti viene in mente
– Nera – ha detto Axy e così, senza farselo ripetere due volte, il veterinario ha registrato il nome e la gatta è passata dal chiamarsi Gatta al chiamarsi Nera in un batter d’occhio.

Nera è così diventato il suo nome ufficiale anche se, in casa, non riuscendo a dimenticarci il modo in cui era sempre stata chiamata, le è stato appiccicato il nuovo nome a quello già consolidato e il nome di Gatta è diventato Gatta-Nera. Già questo era un po’ una stranezza, ma non è finita lì. Gatta-Nera, prima di essere sterilizzata, ha fatto quattro meravigliosi micini. Tre li abbiamo regalati e uno l’abbiamo tenuto. È una femmina con un manto folto, lucidissimo e nero, sembra una piccola pantera. Una gatta bellissima, l’ha detto anche il veterinario.

Questa volta la zia e Axilla non si sono fatte sorprendere e, prima di portarla al controllo sanitario, hanno scelto il nome. La piccola pantera si chiama Ombra, di certo non la si poteva chiamare Nera visto che Gatta-Nera è sua madre. Così, a causa di questo strano incrocio di eventi e casualità, non è la gatta nera a chiamarsi Nera, ma la gatta tigrata detta Gatta-Nera. Ogni volta che lo raccontiamo, le persone ridono di gusto. Chi non ride è la zia Costanza che sostiene che i nomi delle sue gatte non hanno niente di buffo, anzi sono seri e molto belli. Ma lei è unica, come sempre.

Questa vicenda diverte anche Prisca, l’amica di Axilla, che se l’è già fatta raccontare più volte.
Prisca va spesso con Axilla e Galassia-111 a trovare la nonna e la zia Costanza nella vecchia casa di via Santoni Rosa al numero civico 21. Come arrivano, entrano in casa, si tolgono i cappotti e si mettono a cercare Gatta-Nera e Ombra. Anche Galassia-111 ha un cappotto impermeabile, perché le apparecchiature elettroniche temono molto le infiltrazioni d’acqua che le danneggiano irrimediabilmente. I temporali improvvisi sono una delle principali cause di morte dei nostri Robot. Queste straordinarie macchine assomigliano ai loro proprietari, li imitano e acquisiscono da loro le modalità di comportamento. Amano stare all’aperto, giocare, leggere, parlare e fare tutto quello che fanno i loro umani di riferimento, oltre a svolgere i lavori per cui sono stati programmati.

Dopo essersi tolte il cappotto Prisca e G-111 si guardano intorno e poi compiono dei saluti di rito.
Galassia-111 è molto veloce nei saluti. – Ciao a tutti – dice, mentre Prisca fa il giro di tutti gli umani di via Santoni (li chiama i Santoniani) e degli animali domestici. Poi, quasi sempre, mentre Galassia-111 dice che vuole una caramella e trova qualcuno che gliela offre, Prisca saluta Pit-x, il canarino-robot della zia.
– Ciao Pit-x, pit pit.
– Pit – risponde il robot-canarino della zia,
– pit pit – dice Prisca
– pit pit pit – dice Pit-x.

Prisca salute sempre anche le gatte:
– Ciao Gatta-Nera tigrata e ciao Ombra nera.
Abbiamo notato che i nomi delle gatte mandano in confusione i circuiti meccatronici di G-111. Comincia a dire:
– Gatta-nera-tigrata-ombra-nera – ma, in fila a quel modo, le parole non le sembrano sensate e allora comincia a mescolarle cercando di costruire una catena di senso:
– Gatta-ombra-tigrata-nera-nera – e poi: – Ombra-nera-tigrata-nera-gatta – e poi ancora: – Nera-nera-tigrata-gatta-ombra.

Nel corso di questi ultimi anni, Galassia-11 ha cercato più volte di trovare un senso alla catena di parole che si può comporre con i nomi delle nostre gatte, inanellando tutte le combinazioni possibili, fino a quando una volta ha esclamato:
– Sbaglio, sbaglio! C’è una parola in più! Non bisogna ripetere “nera” due volte ma: “Gatta-tigrata e Ombra-nera”.
Siamo rimasti di stucco. I colori delle due gatte erano stati ricomposti semplicemente eliminando una parola di troppo (il secondo nera) ed erano quelli giusti. Non sappiamo come, Galassia-111 era riuscita ad associare il vero colore delle gatte al loro nome, semplicemente eliminando il “doppio nera” e, per uno strano caso, la sequenza aveva acquisito una sua verità ed efficienza.

Il mondo dei Robot è sorprendente, l’acquisizione per imitazione combinata alla programmazione elettronico-informatica sa davvero stupire.  Dopo esserci ripresi dall’exploit di G-111 ci siamo chiesti come fare a spiegarle che in realtà non c’è un nome di troppo, ma che i nomi delle gatte non corrispondono al loro colore. Come dirle che, per una strana confusione, il nero non era associato alla gatta nera, ma era il nome proprio della gatta tigrata, come dirle che Gatta era usato, sia come nome generico, che come nome proprio, che Ombra era il nome della gatta nera, che, anche se Gatta era tigrata, non si chiamava Tigrata, ma Gatta-Nera per un miscuglio di tradizione, casualità e bizzarria di Axilla e Costanza, di fretta del veterinario. In quel momento abbiamo evitato di provarci e nessuno ha commentato l’errata conclusione del rebus da parte di Galassia-111.

Passati alcuni giorni Prisca, convinta che il suo Robot sia il più intelligente di Pontalba, ha provato a spiegarle la situazione. Abbiamo visto uno spettacolo incredibile. Il circuito elettronico che aiuta G-111 a ragionare, ha cercato di nuovo di trovare un senso logico alle informazioni che le stava trasmettendo Prisca, ma non c’è riuscito. L’abbiamo vista stare prima ferma immobile senza dire nemmeno una parola, poi cominciare a roteare le telecamere degli occhi, poi a roteare le braccia meccaniche in maniera vorticosa e, infine, l’abbiamo sentita ripetere: – nera, nera, nera, nera, nera, …- Mamma mia che spavento abbiamo preso quel giorno!.

Il cervello di Galassia-111 è andato ‘in loop’. La scienza informatica definisce ‘loop’ una operazione che si ripete in ciclo, di solito in modo controllato. Può durare N volte (cioè un numero definibile di volte), o finchè non si verifica una particolare condizione. Oppure, come nel caso di Galassia-111, si dice che un programma è andato ‘in loop’, quando si mette nelle condizioni di girare su se stesso all’infinito, a causa di un errore di programmazione, o del verificarsi di accidentalità non previste in sede programmatoria.
Povera Robot, era nei guai. Il suo cervello si era confuso ed era entrato in un potente loop, continuava a ripetere “Nera, nera, nera, nera, nera …”  con le telecamere strabuzzate dalle orbite e le braccia che mulinavano paurosamente.

Prisca vedendo la scena si è messa a piangere, mia madre a ridere di gusto e Axilla, con il suo solito sangue freddo, ha preso il telefono e chiamato Luca, suo padre, che è un ingegnere elettronico molto bravo.
– Paaaa aiuto!
– Ciao Axy, cosa ti succede?
– Galassia-111 sta male, non capisce il nome delle gatte della zia Costanza e continua a ripetere nera, nera, nera, nera, nera …
– C’era da aspettarselo – ha commentato Luca con un tono di voce poco sorpreso.
– Il mondo di via Santoni è troppo bizzarro per i nostri Robot, li mette in crisi.

Ascoltando la sua voce al telefono non si capiva se era divertito o preoccupato o un misto di queste due cose.
– Provate a farla uscire dal loop distraendola. Axy dì a Prisca di darle un gelato al pistacchio.
Così Axilla è corsa in gelateria e poi è tornata a casa con il gelato al pistacchio.
Quando Galassia-111 ha visto il gelato si è immobilizzata. Prima ha ripetuto ancora per qualche volta – nera, nera, nera., …-  e poi si è fermata, ha fatto roteare le telecamere a ha alzato le braccia verso Prisca che le tendeva il gelato. Dopo un momento di silenzio, ha detto:
– verde-pistacchio-verde-pistacchio-gelato!
Evviva era uscita dal loop.
Noi che abbiamo visto la scena siamo rimasti impressionati, mentre la zia Costanza, che era andata ad innaffiare le ortensie, ha commentato quando è rincasata e Axilla le ha raccontato l’accaduto:
– Chissà perché ti è venuto in mente di dire al veterinario che volevi chiamare Gatta con il nome Nera. Hai messo a segno un colpo straordinario.
Zia e nipote si sono guardate e sono scoppiate a ridere. Sanno di aver combinato un pasticcio.

Costanza e il suo mondo sono solo apparentemente diversi e distanti dal mondo che usiamo definire “reale”, e quasi sovrapponibili ad ogni mondo interiore. Chi fosse interessata/o a visitare gli articoli-racconti di Costanza Del Re, può farlo cliccando [Qui]

Aprile 2060 – Pit-x

 

Quando la zia Costanza compì cinquantun anni, la sua amica Teresa le regalò un canarino olandese interamente bianco. Teresa aveva saputo da Albertino Canali che la zia desiderava un canarino. Albertino le disse che Costanza glielo aveva confidato una sera d’estate mentre parlavano delle stelle cadenti. Così Terry aveva aspettato il compleanno della zia e, il 20 Aprile 2021, era arrivata con Nuvola. Nuvola fu il nome della prima canarina olandese di casa. In realtà la zia voleva chiamarla Perla, ma io e Enrico, che allora eravamo piccoli (io avevo appena compiuto tredici anni e Enrico cinque), insistemmo per chiamarla Nuvola e così fu. Nuvola visse un paio d’anni da sola e poi la zia, per trovarle una compagnia, comprò un secondo canarino olandese, questa volta maschio e color giallo intenso. Il secondo canarino fu chiamato Cirro. In quell’occasione io e Enrico non potemmo interferire con la scelta del nome perché, quando tornammo da scuola, la zia aveva già deciso e fu irremovibile. Si chiamano cirri le nubi bianche d’alta quota. Quelle esili e quasi trasparenti con una struttura fibrosa. Letteralmente ‘cirro’ significa ‘ricciolo’, ‘ciocca di capelli inanellata’. Un nome sicuramente adatto ad un canarino olandese che ha un aspetto esile e le penne arricciate.

Nuvola e Cirro vissero per dieci anni molto felici. Avevano una bella voliera banca, dove potevano volare, giocare e cantare. Avevano a disposizione una vaschetta d’acqua per fare il bagno, delle mangiatoie con semi di prima qualità, radicchio fresco appena raccolto nell’orto e ossi di seppia per grattarsi il becco. Una buona sistemazione sicuramente. Inoltre la zia era stata attenta a posizionare la gabbia in un punto della casa dove la temperatura era pressoché costante durante tutto l’anno e non c’erano spifferi d’aria pericolosi per quei piccoli e delicati volatili. Per questo Nuvola e Cirro restarono per molti  inverni nella grande cucina della casa di via Santoni Rosa, sopra un vecchio mobile che proveniva dalla casa della bisnonna Adelina. D’estate la zia spostava la voliera sotto il portico e i canarini potevano godersi la bella stagione protetti e accuditi.

La zia palava sempre con Nuvola e Cirro. “Pit” diceva lei, “Pit pit” ripetevano in coro i canarini e andavano avanti così, comunicando a modo loro per decine di minuti.
Da allora la zia Costanza ha sempre avuto canarini che discendono da quella prima coppia di “olandesi volanti”. Anche adesso che siamo a Marzo 2060, ne possiede due che, per rispettare le origini e la tradizione, si chiamano Nuvola e Nembo. Anche ‘nembo’ è il nome di una nuvola, quella scura e minacciosa che annuncia i temporali estivi e che affascina la zia. Quando sta per arrivare un temporale, si ferma sempre in mezzo al cortile con la faccia all’insù ad osservare le nuvole finchè scendono i primi goccioloni di pioggia e lei è costretta a spostarsi sotto il portico o addirittura a rincasare.

Oltre a Nuvola e Nembo nella voliera della zia abita un canarino-robot che si chiama Pit-x.
Pit-x ha delle penne artificiali gialle e verde scuro, delle ali meccatroniche che gli permettono di volare e delle piccole zampe con le quali saltella, si aggrappa ai supporti della gabbia e si gratta la testa. Ha due occhietti piccoli e neri che contengono le telecamere che usa per guardare il mondo e imparare dai suoi simili come comportarsi, un un piccolo becco arancione con il quale tritura i semi, toglie la parte interna e la ingurgita, trasformando gli alimenti in calore e poi in energia che gli serve per funzionare. Anche lui apprende per imitazione e i suoi comportamenti sono molto simili a quelli di Nuvola e Nembo.

Prima di regalare Pit-x alla zia Costanza ci abbiamo pensato un bel po’. Non sapevamo come l’avrebbe presa, né se le sarebbe piaciuto avere un robot-canarino nella sua voliera. Ci sarebbero stati degli indubbi vantaggi. Pit-x sa segnalare se le mangiatoie devono essere riempiete di semi, se manca l’acqua, se fa troppo freddo o troppo caldo, se serve riparare la voliera dal sole. Inoltre sa segnalare se Nuvola e Nembo hanno parassiti o non si sentono bene. Allo stesso modo sa registrare se ci sono pericoli esterni alla gabbia, quali un gatto in avvicinamento o delle api che ronzano nelle vicinanze. Se un canarino viene punto da un’ape muore. I pungiglioni di questi meravigliosi insetti, che tanto fanno per il benessere della terra, sono fatali per i canarini. Bisogna tenere le api lontane dalla voliera, così come tutti gli altri insetti col pungiglione. Inoltre Pit-x si accorge se ci sono bambini che tentano di infilare la mani nella voliera e cani aggressivi in avvicinamento. Si mette sempre a svolazzare e a chiamare la zia quando si avvicinano alla gabbia i due gatti arancioni di casa. Il richiamo consiste in tre Pit successivi: “Pit, pit, pit”. Il numero dei pit dipende dal tipo di problema. Un solo Pit: serve qualcosa nella gabbia. Due Pit: Nuvola e Nembo non stanno bene. Tre Pit: Ci sono problemi esterni alla gabbia. E così via.

All’inizio la zia era perplessa, ma poi l’idea di poter proteggere e accudire meglio i suoi canarini ha avuto il sopravvento e Pit-x è stato inserito nella gabbia, direttamente dagli ingegneri del Centro- Trescia-111. Per alcuni giorni abbiamo dovuto lasciare la gabbia con i suoi inquilini al centro di assistenza, in osservazione. Il piccolo robot è stato quindi settato, caricato di energia e ha cominciato la sua attività. All’inizio ha osservato i suoi due coinquilini senza fare praticamente nulla. Un po’ perché stava apprendendo e un po’ per fare in modo che Nuvola e Nembo si abituassero alla sua presenza, senza viverla come una fastidiosa interferenza nella loro soddisfacente quotidianità. Poi, un po’ alla volta, Pit-x ha cominciato a muoversi, cantare, mangiare e mandare tutti i segnali di pericolo per cui è stato programmato.

Adesso sono tre anni che Pit-x abita nella voliera della zia e si comporta molto bene. Gli altri due canarini lo hanno accolto tra loro senza problemi e se si entra nella cucina della zia li si sente cantare tutti e tre soddisfatti “pit pit pit”.La zia Costanza li guarda sempre con molto orgoglio e lo sguardo abbraccia tutti e tre i canarini allo stesso modo. Anche lei si è affezionata a Pit-x.
Purtroppo Nuvola e Nembo non hanno mai fatto piccoli. Nonostante ci sia il nido nella gabbia, Nuvola non ha mai deposto nemmeno un uovo. A volte ci chiediamo se è la presenza di Pit-x che ha interferito con l’attività riproduttiva. Potrebbe essere, ma non sappiamo in che modo. A Trescia-111 ci hanno detto che in altri casi i canarini-robot sono stati ben accolti dalle nuove nidiate, anzi che sono diventati dei bravissimi Pit-sitter per i neonati. Da noi questo non è successo.

Un giorno Pit-x è svenuto. L’abbiamo visto disteso sul fondo della gabbia col le zampette all’insù e gli occhi chiusi. Sembrava morto. Ce ne siamo accorti perché Nuvola e Nembo si sono messi a fare dei cinguettii molto strani. “Pi Pi Piii Piiiii” Una specie di gorgheggio sincopato del tutto inusuale. Anche loro pensavano che Pit-x fosse morto. Invece era un problema elettronico che è stato risolto velocemente. Quando l’abbiamo rimesso nella gabbia aggiustato, abbiamo visto che Nuvola e Nembo erano molto contenti. Saltellavano di qua e di là cantando e poi si sono messi a strappare un po’ di radicchio e l’hanno offerto a Pit-x. Lui ha mangiato il radicchio e poi dai suoi occhi sono scese due lacrime. Questa cosa ci ha impressionato. Da chi ha imparato Pit-x a piangere? I canarini olandesi non piangono mai. Ha imparato da noi umani? Ha visto qualcuno di noi piangere e ha associato questo stato d’animo ad un’emozione forte? Non sappiamo. Sappiamo solo che Pit-x sa piangere.

I processi di apprendimento di un robot avvengono per imitazione e per ricostruzione di catene neuronali che associano quel che le telecamere registrano. La spiegazione più semplice sembra quindi quella che Pit-x sappia osservare e registrare i comportamenti, non solo dei canarini, ma anche quelli di altri esseri viventi che può osservare da vicino. Questa costatazione fa riflettere. Cosa può imparare davvero un canarino-robot, fin dove può arrivare la sua modalità di apprendimento per imitazione? Un dilemma che non vale solo per i canarini ma per tutti i robot di nuova generazione. Le frontiere dell’apprendimento per imitazione sono la scommessa delle scommesse ma, per fortuna, centrano poco con la tranquilla vita che si svolge ogni giorno nell’allegra gabbia della zia Costanza. “Pit” dice la zia, “Pit Pit Pit” gli rispondono in coro i nostri tre canarini.

Avvertenza:
Costanza e il suo mondo sono solo apparentemente diversi e distanti dal mondo che usiamo definire “reale”, e quasi sovrapponibili ad ogni mondo interiore. Chi fosse interessata/o a visitare gli articoli-racconti di Costanza Del Re, può farlo cliccando [Qui]

Marzo 2060

Suona il campanello della porta e Cosmo-111 va ad aprire. E’ Prisca, l’amica di Axilla, con Galassia-111 (detta G-111), il suo robot. Chissà perché i ragazzi chiamano i robot con nomi che “provengono dallo spazio” (Cosmo, Galassia, Giove, Tempesta, Asteroide …). In realtà i nostri Robot non provengono dallo spazio, li costruiamo noi. Noi, in quanto esseri umani.
I nostri, in particolare, vengono costruiti a Trescia, città che ha un centro di assemblaggio meccanico-elettronico d’eccellenza e una facoltà di ingegneria meccatronica, in cui si studiano tutte le evoluzioni possibili di queste straordinarie macchine. Chiamarli con nomi astrali è una moda nata su Tick-Out, l’evoluzione di quel Tick Tock con cui giocavo io quando ero una ragazzina e che faceva preoccupare mio fratello Enrico. “Valeria diventerai ceca” mi diceva.

Tra loro i nostri robot si conoscono e, essendo Cosmo-111 molto bravo ad imitare il modo di fare e di pensare di Axilla e G-111 quello di Prisca, si piacciono. Sono anche loro, a modo loro, amici. Cosmo-111 cerca continuamente di insegnare a Galassia-111 il gioco delle vocali, esattamente come fa Axilla con Prisca. Questa situazione sta diventando imbarazzante. Stanno invadendo il mondo umano con un nuovo modo di comunicare, con un linguaggio che, nato da un errore, finirà per  affrancarsi dallo stigma di “sbaglio” per diventare un modo di parlare alternativo che, dal “mondo di mezzo”, trasmigrerà all’umano. I codici comunicativi degli umani e dei robot, che i due mondi “vivente” e “mediano” si sono sempre accaparrati come esclusivi e che hanno contribuito ad un forte processo identitario in vista del riconoscimento dei confini di appartenenza dei soggetti che li abitano, si stanno mescolando e, così facendo, ibridando.

“ Casa daca Galassaa-111, mangama an galata?” (Cosa dici Galassia-111 Mangiamo un gelato?)
“Ma cosa stai dicendo Cosmo-111, ho capito che stai parlando con me, ma non hai imbroccato le parole giuste”.
“Ma dai G-111, perché non impari questo gioco?. Dì gelato usando solo la A. Anzi, ripeti: galata! (gelato!)”
“Galata!” ripete rassegnata G-111, più per mangiare il gelato che per assecondare Cosmo-111.
Primo o poi cederà definitivamente e si rassegnerà anche lei a parlare con una sola vocale per volta.

I robot riflettono i sentimenti umani e vivono di luce riflessa. Apprendono osservando il nostro comportamento e lo riproducono in maniera fedele cercando di adattarlo alle situazioni, alle persone che incontrano e a tutti gli imprevisti che possono capitare. E’ un procedere per prove ed errori che rinforza alcuni tipi di comportamento piuttosto che altri. I robot mangiano il gelato che poi il loro corpo meccanico trasforma in calore e quindi in energia che loro usano per funzionare.
Ma la cosa strana è che non a tutti piacciono gli stessi gusti. Come mai a Cosmo-111 piace il gusto Spagnola con le amarene sciroppate e a G-111 il Pistacchio?

Gli ingegneri del Centro-Trescia-111 non riescono a spiegarselo, hanno fatto diverse ipotesi ma nessuna li convince del tutto. E’ forse che i robot apprendono anche i gusti per imitazione degli umani che interagiscono con loro? Il fatto è che i conti non tornano.
Ad Axilla piace il gelato al limone e Prisca mangia solo il Pino-Pinguino, un gusto dal color azzurro intenso, dolcissimo  e nauseabondo che ricorda lo zucchero filato delle fiere a cui andavo quando ero piccola. Un vero rompicapo, perché i gusti preferiti dei robot e dei loro umani di riferimento-primario non corrispondono? Ad Axilla non piace il gelato che mangia Cosmo-111 e Prisca non vuole nemmeno vedere il gelato che mangia Galassia-111, dice che il verde del pistacchio le ricorda il vomito. Ma allora, da dove vengono i gusti dei due robot?.

Abbiamo chiesto una spiegazione agli ingegneri del Centro-Trescia-111 e da questa richiesta  sono nate le teorie più svariate. Ad esempio: il passaggio al calore e quindi la trasformazione del gelato in energia, è facilitato dalle componenti (ingredienti) di alcuni gelati invece che da altri, i robot hanno imparato a preferire gli alimenti più idonei al processo di trasformazione di questi in energia essenziale al loro funzionamento. Potrebbe essere anche quello un tipo di apprendimento per prove ed errori. Ma le loro componenti meccatroniche sono pressochè uguali, allora perché Cosmo-111 mangia la Spagnola e Galassia-111 il Pistacchio?
Una seconda spiegazione potrebbe essere che  i gusti vengono selezionati grazie a un meccanismo imitativo che non centra nulla con la trasformazione in energia ma che si basa su un processo imitativo-secondario, cioè non agito in relazione alla figura di riferimento primaria, ma ad un’altra figura umana che per qualche motivo è diventata un riferimento transitorio nel momento di definizione del gusto preferito.
Cioè, per qualche motivo che non è del tutto noto agli ingegneri di Trescia, Cosmo-111 imita, mangiando la Spagnola, un umano che è stato significativo per determinare quella specifica scelta, probabilmente solo quella. Ad esempio, potrebbe essere successo che Cosmo-111 sia entrato in gelateria e che un bambino con in mano la Spagnola, lo abbia salutato, accarezzato e gli abbia chiesto se la voleva assaggiare. Cosmo-111 l’ha assaggiata  e da qui è nata la sua preferenza. Nel suo cervello si è creata una rete neuronale del tipo: Bambino-buono-bello-Cosmo-111-buona-Spagnola. Stessa cosa deve essere successa a Galassia-111 col pistacchio.
Oppure ancora: è una scelta legata al colore del gelato. Potrebbe essere che a Galassia-111 piaccia il verde del pistacchio perché gli ricorda i prati verdi delle vacanze estive. La famiglia di Prisca va sempre in vacanza a San Martino di Castrozza e lei e Prisca vanno sempre a fare le passeggiate nei boschi. L’associazione col gusto del gelato potrebbe essere arrivata per via indiretta attraverso una catena neuronale dovuta prevalentemente alla similitudine del colore del gelato con quello dell’erba di San Martino di Castrozza. Però la Spagnola è gialla con striature bordeaux, a che località l’ha associata Cosmo-111?

A Pontalba zona con quei colori che possano piacergli particolarmente, non ci sono, a meno che ci sia una similitudine col colore del tramonto. Pontalba è un paese di pianura dove d’estate si vedono dei tramonti molto colorati e, a volte, il rosso del sole invade tutto il cielo rendendolo di fuoco, altre volte l’arancione del tramonto si specchia nelle nuvole e le rende di un colore e di una forma che ricorda quella del gelato. Ma la spiegazione mi sembra un po’ troppo fantasiosa, anche se molto romantica.  Quindi per quale processo imitativo Cosmo-111 ha imparato a preferire il gelato al gusto Spagnola? Non sappiamo, abbiamo anche smesso di interrogarci sulla questione. Esattamente come i bambini che preferiscono un gelato piuttosto che l’altro, così i robot hanno le loro preferenze, che probabilmente sono un mix tra necessità, processi imitativi e accidentalità fortunose della vita.

Comunque sia, ognuno a casa nostra mangia il gelato che preferisce e lo assapora con soddisfazione.“Buunu Buunu” (Buono Buono) dice Cosmo-111,
“Buunu Buunu” (Buono Buono) dice Axilla,
“Buunu Buunu (Buono Buono) si rassegnano a ripetere in coro Prisca e Galassia-111, e tutti e quattro, con visibile soddisfazione, mangiano il gelato parlando solo con la vocale U.

Lo raccontavo una sera a Luca che, essendo un ingegnere, fa parte della categoria di professionisti che propende di più per una spiegazione di natura meccanicistica. Ci ha pensato un attimo e poi ha commentato, da papà più che da tecnico,: “ L’importante è che siano contenti, non preoccuparti troppo della genesi dei loro gusti per il gelato. Ognuno di gusti ha i suoi, vale per gli umani, per gli animali, per i vegetali e anche per i “mezzani” (sono chiamati così gli abitanti del mondo di mezzo, cioè i robot)”.
E’ vero. Ognuno di gusti ha i suoi e cercare di spiegare proprio tutto in termini razionali/ingegneristici non è di certo la strada più emozionante. In questo  mondo che cambia stiamo cambiando tutti, ci sembrano normali cose che solo qualche decennio fa venivano definite “marziane”. “Saputo, saputo, aku aku, saputo saputo, aku totù!” a volte mi sorprendo a cantare, senza nemmeno sapere cosa significhino le parole di quella canzone che piace tanto a Cosmo-111.

N.d.A.
I protagonisti dei racconti hanno nomi di pura fantasia che non corrispondono a quelli delle persone che li hanno in parte ispirati. Anche i nomi dei luoghi sono il frutto della fantasia dell’autrice.

A partire da Gennaio 2060 (questa è la terza puntata) potrete seguirr le storie di Costanza Del Re tutti i mesi su Ferraraitalia. 

Febbraio 2060

 

I racconti di Costanza Del Re sembrano appartenere a un genere a parte, qualcosa di più o di diverso dai racconti comunemente detti. Il perché sarebbe lungo dire: per rendersene conto, la cosa migliore è ricavarsi un angolo di silenzio e lasciarsi andare alla lettura: entrare nel suo microcosmo familiare (un’altra Macondo) e nella vertigine dello scorrere – avanti e indietro – del tempo. Così, ad esempio, Costanza si è pensata e ha pensato e scritto di un mondo fra quarant’anni. A partire da Gennaio 2060 (questa è la seconda puntata) potrete seguirla tutti i mesi su Ferraraitalia. Buona lettura.
(Effe Emme)

Cosmo-111 è il nostro robot di casa. E’ alto cinquanta centimetri, bianco, con un corpo tozzo, senza gambe, una grande testa e due occhi neri e rotondi che, contenendo le telecamere, gli permettono di vedere con una precisione che corrisponde alle nostre quattordici diottrie.
Ha due braccia meccaniche, snodate e  lunghe quaranta centimetri, con cui fa molte attività.
Quando parla o canta da solo usa una lingua che nessun umano conosce, mentre quando interagisce con noi parla in italiano. Purtroppo adesso comincia ad essere un po’ vecchio e ogni tanto sbaglia e comunica con noi usando un linguaggio a dir poco strano. Usa una sola una vocale per volta e dice frasi intere usando sempre la stessa. Spesso usa solo la “A” e quindi una frase del tipo “Ciao, oggi c’è il sole, voglio pulire i vetri” diventa (sostituendo in maniera sistematica la “A” a tutte le vocali presenti nella frase): “Caaa, agga c’à al sala, vaglaa palara a vatra”.

Io e Luca volevamo portarlo al Centro-Trescia-111 (il presidio di assistenza per i robot), per vedere se lo potevano curare. Ma ad Axilla e Gianblu piace da matti quando parla a quel modo, si divertono e ridono. Hanno imparato a parlare come lui e non lo vogliono portare in assistenza. Quando hanno un po’ di tempo per divertirsi, lo sfidano al “gioco delle vocali” che a casa nostra sostituisce la Playstation e Gugyweek. Ad esempio Gianblu dice a Cosmo-111: “Dai Cosmo, giochiamo al gioco delle vocali. Comincio io. Vediamo chi è il più veloce. Uso solo la U”.

Curu Cusmu,sunu davvuru fulucu chu tu sua cun nuu nun su cusu furummu sunzu du tu” (caro Cosmo sono davvero felice che tu sia con noi, non so cosa faremmo senza di te), e Cosmo-111 risponde “Curtu chu nun suputu sturu sunzu du mu, uu sunu unduspunsubulu u vu uutu sumpru!” (Certo che non sapete stare senza di me, io sono indispensabile e vi aiuto sempre!). E vanno avanti così, seri alla prima frase, sorridendo alla seconda, ridacchiando alla terza, ridendo alla quarta, ridendo sguaiatamente dalla quinta in poi.
Vista la situazione, Cosmo-111 non pensa affatto di essere ammalato ma è convinto di avere una qualità buffa e molto utile, che gli permette di allietare le giornate dei suoi due umani preferiti: quei due bambini ormai cresciuti che corrispondono ai nomi di Axilla e Gianblu.

Guardarli mentre giocano a quel modo, mi fa sempre molto riflettere; a volte le menomazioni possono essere uno svantaggio e a volte si trasformano nell’esatto contrario. E’ così anche nel mondo animale e anche in quello vegetale. La tigre bianca è albina. L’albinsmo è una anomalia congenita. E’ una deficienza causata da un difetto o da un’assenza dell’enzima tirosinasi, enzima che è coinvolto nella sintesi della melanina. Potrebbe quindi essere considerato una malattia. Ci sarebbe un enzima da ripristinare. Eppure la tigre bianca è pregiatissima, considerata bellissima e una rarità. A nessuno verrebbe mai in mente che sia malata.

Anche nel mondo vegetale è così. Il Tambalo, fiore che cresce d’estate in mezzo al granoturco, ha una strana colorazione nera con striature argentate dovuta a un difetto di pigmentazione. Eppure tutti lo raccolgono, lo mettono nei vasi, lo regalano, lo portano addirittura in chiesa. Nessuno vorrebbe il Tambalo di un colore diverso e a nessuno viene in mente di considerarlo una stranezza o una malattia, invece che una eccellente rarità.

Anche nel mondo umano è un po’ così. Ci sono modelle albine, modelle affette da pitiriasi che trasforma la loro pelle in un manto simile a quello delle mucche pezzate (un po’ del colore normale e un po’ bianco candido). Ci sono modelle calve e magrissime. Sono considerate malate? Macchè, sono considerate bellissime.

A volte la malattia si connota per sofferenza a tutti gli effetti, dolore muscolare, osseo, febbre, vomito, cefalea, mal di denti, astenia, stanchezza. Forse tutto questo può essere considerato patologia, anche se bisogna fare dei notevoli distinguo. La diversità, in quanto tale, quando può/deve essere considerata malattia? Quando provoca sofferenza?

Un bambino con i capelli rossi, che si trova in una classe di tutti bambini mori, è ammalato in quanto vive una reiterata situazione di sofferenza causata dal colore dei suoi capelli, che è diverso da quello di tutti gli altri? Credo che la definizione di malattia non sia univoca, che non lo sia la definizione di sofferenza, come non lo è la definizione di normalità.

In questo tempo che ha superato abbondantemente l’inizio degli anni 2000 d.c., io, mio marito e i miei due figli viviamo con Cosmo-111 e ci sembra normale che sia così. Ci mancherebbe se dovesse essere rottamato e soffriremmo della sua assenza. Eppure Cosmo-111 è un assemblaggio di parti meccaniche e elettroniche, non ha di certo un’anima, anche se in maniera semi-empatica (per imitazione), sa rispondere alle sollecitazioni emotive degli umani che vivono con lui e sa piangere, facendo uscire un po’ d’acqua dalle telecamere che ha al posto degli occhi.

Un giorno parlavo con la zia Costanza di Cosmo-111 e degli strani giochi che fanno con lui i ragazzi. Lei, che di solito ha sempre qualcosa da dire, è rimasta pensierosa e poi ha commentato: “E’ davvero strano che ora stia succedendo tutto questo. Sembra fantascienza e invece è realtà. Il bello è che Cosmo-111 piace anche a me. Ci siamo tutti affezionati a esseri che non sono umani e che non appartengono nemmeno al regno animale o a quello vegetale. E’ nato una specie di  “regno di mezzo”, che non so nemmeno se si possa considerare un regno di esseri viventi o un regno “altro”. Sicuramente non lo si può considerare un regno morto. Chi lo dice a Gianblu che Cosmo-111 appartiene a un regno morto? Si arrabbierebbe di sicuro. Questo strano “mondo di mezzo”  lo descriverei come un regno di proiezioni. Un mondo di esseri che vivono grazie ai sentimenti che noi attribuiamo loro, grazie alla componente emotiva traslata dagli esseri umani ai robot. Riconosciamo questa componente emotiva come uguale alla nostra, perché è la nostra. Proprio questo ci fa affezionare a questi esseri che sono come noi, sentono quello che sentiamo noi, reagiscono come noi, sia alle avversità, che alle sorprese. E’ facile stare con loro perché non sono oppositivi, non sono imprevedibili, non vanno controcorrente, sono molto servizievoli. Questo “mondo di mezzo” è la vera novità di questi ultimi decenni, è un luogo di rifugio per le nuove generazioni, è uno spazio che si sta affrancando dalla artificialità e si sta legittimando come possibile, alternativo e in qualche modo “vero”. Mi chiedo dove ci porterà tutto questo. Fino a quando questo “mondo di mezzo” resterà tale. Non mi piacerebbe che questo spazio di proiezioni-umane prendesse il sopravvento sul mondo che conoscevamo prima, fatto di relazioni vere, di sentimenti autentici, di rapporti che nascono crescono e finiscono, ma che non sono mai animati da sentimenti riflessi”.

Come sempre la zia Costanza, che pur avendo ottantotto anni è ancora molto lucida, ha ragione. Ma poi ripenso a Cosmo-111 e mi rendo conto che il mondo è già cambiato, che la “terra di mezzo” è già legittimamente al suo posto.
A cosa porterà tutto questo non lo so, lo scopriremo cammin facendo e, soprattutto, lo scopriranno Axilla e Gianblu che considerano Cosmo-111 una parte della famiglia e che, da questo sentire, non si affrancheranno per tutto il tempo della loro lunga esistenza.

Mentre cerco di immaginare com’era la vita quando mia madre e la zia Costanza avevano vent’anni e i robot erano ancora allo status nascendi, sento il campanello di casa suonare. E’ Axilla che torna dall’università, apre la porta con la sua chiave elettronica, si disinfetta le mani e si toglie il piumino verde con il collo di pelliccia. Poi si siede sullo sgabello all’ingresso e si toglie le scarpe. Cosmo-111 arriva con le ciabatte e le dice: “Maattala sana calda a camada” (mettile sono calde e comode).
“Grazaa, Casma-111, saa straardanaria (Grazie Cosmo-111, sei straordinario)” lo ringrazia Axilla e poi gli dà un bacio sulla testa. Cosmo-111 sorride e poi dice divertito: “Questa volta ti ho fregato, ho usato tutte A solo per farti ridere”. Axilla sorride, ancora più divertita di prima e Cosmo-111 se ne va, cantando la canzone che gli piace tanto, in quella lingua che solo lui conosce, perchè esclusiva degli abitanti del “mondo di mezzo”, che lo accompagna nei momenti solitari e di non-umanità.

Quel modo di parlare e cantare è il sintomo del mondo che cambia, della realtà che si affranca da se stessa per inglobare dento di sé la tecnologia come estensione di un po’ di vita, come paradigma del progresso che cammina, senza troppi pregiudizi, a servizio dell’umanità.
“Saputo, saputo, aku aku, saputo saputo, aku totù!” canta Cosmo-111 e io lo guardo mentre se ne va.

N.d.A.
I protagonisti dei racconti hanno nomi di pura fantasia che non corrispondono a quelli delle persone che li hanno in parte ispirati. Anche i nomi dei luoghi sono il frutto della fantasia dell’autrice.

 

Gennaio 2060

 

Oggi è il primo Gennaio 2060, fra un po’ compio cinquant’anni. Mio fratello Enrico ne ha quarantadue e mia sorella Rebecca cinquantasette. Io ho un marito che si chiama Luca e due figli: Axilla che ha vent’anni e Gianblu che ne ha diciotto. Vive con noi anche Cosmo-111 un piccolo robot che pulisce la casa, accende e spegne la caldaia e gli altri elettrodomestici, apre e chiude la porta quando qualcuno arriva. Cosmo-111 sta ancora abbastanza bene, anche se ha dieci anni e alcune delle sue parti meccaniche cominciano a creargli qualche problema. La zia Costanza ne ha ottantotto ed è ancora in forma, a parte le sue gambe che non la sorreggono più come una volta. Riesce a camminare e passeggiare, ma non a correre e, se il cemento non è bello liscio, inciampa. Ma lei non si lascia scoraggiare e affronta le giornate con lo stesso spirito di sempre. Scrive ancora con molta serietà e poi ogni tanto si ferma, rilegge quello che ha scritto e ride da sola divertita dalle parole che ha posizionato sulla carta.

I suoi capelli sono completamente bianchi, lisci come spaghetti e tagliati con un caschetto dritto che arriva sulle spalle. La stessa pettinatura di sempre. Lo stesso profilo per bene e molto bello. Il suo viso si è riempito di piccole rughe e lei non fa assolutamente nulla per nasconderle. Dice che le sue rughe le piacciono, sono tutti i cartellini timbrati nella sua vita, le pietre miliari di tutto ciò che è stato, di tutto quello che ha visto. I suoi occhi un po’ nocciola e un po’ verdi si sono schiariti nel corso del tempo e adesso sono ancora più belli di quando era giovane, se questo è possibile. Ogni tanto racconta ai miei figli pezzi della storia che ha vissuto, strani aneddoti che divertono tutti, oppure sue idee sul mondo e sulla vita, che, in quanto bizzarre e assolutamente autentiche, sono oggetto di riflessione da parte dei ragazzi. Ha creato un suo mondo di piccole idee alternative e controcorrente che acuiscono la curiosità delle persone e aumentano a dismisura il fascino di quella donna, ormai vecchia, ma sempre unica.

Io le sono sempre piaciuta, mi ha sempre detto. “Valeria, sei bellissima” e lo ha anche sempre pensato. Anche adesso, ogni volta che mi vede, mi abbraccia e mi guarda con compiacimento come se quello che sono e quello che faccio dipenda anche da lei, da quello che mi ha insegnato e da tutte le volte che mi ha detto “Sei bellissima”. Ed è così! Ognuno di noi è il frutto delle cose che ha imparato, delle persone che ha incontrato, delle relazioni buone che ha saputo costruire e mantenere e, soprattutto, dell’amore che gli è stato donato. Solo chi ha ricevuto amore, sa donare amore. Credo fermamente in questo. Sono stata una bambina molto amata dalla mia famiglia, dai miei vicini di casa, dai miei parenti di Cremantello e perfino da una suora di Clausura Carlottina Scalza. Si chiamava Guenda, era una cugina di Cremantello, la sorella più grande di Ines e Bella. La zia Costanza mi ha portato alcune volte a Carpino Solano, presso il convento di San Leopoldo, a trovarla. Quella donna irradiava pace sul mondo, era la serenità in persona. Anche quel ricordo accompagna la mia vita, come molti altri.

Io abito, come sempre, a Pontalba, ma nella zona industriale del Paese, perché Luca aveva una casa là e siamo andati ad abitarci quando ci siamo sposati. Rebecca abita vicino al fiume, in una piccola cascina ristrutturata che si chiama Portici e costeggia il Lungone. Mia madre Cecilia e la zia Costanza abitano ancora in via Santoni Rosa nella vecchia casa dei Del Re, di fronte a quella di Albertino e Gina Canali. Albertino è morto lo scorso anno con grande dispiacere della zia, mentre Gina e Luigi abitano ancora di fronte al numero civico 21, la nostra vecchia casa.

Axilla e Gianblu vanno quasi tutti i giorni a trovare la nonna e la zia, sono affascinati dalle vicende che raccontano e da tutti i tesori vecchi e ammuffiti costuditi nella soffitta della grande casa. In modo particolare amano farsi raccontare delle vicende di quarant’anni fa, quando c’era l’epidemia di Covid-19 e, solo in Italia, sono morte più di centomila persone.

Io allora avevo dodici anni e non ho vissuto quel periodo in maniera drammatica, ma come un tempo  di grande noia. La Lombardia è stata per due anni (2020-2021) quasi sempre in zona Rossa (era chiamata così la zona caratterizzata dalle maggiori restrizioni: limitazioni negli spostamenti, nella attività economiche, nella vita sociale, coprifuoco), e io ho vissuto quasi sempre chiusa in casa. Facevo le lezioni scolastiche attraverso una piattaforma che si chiamava Zoom e usavo WhatsApp per comunicare con le mie amiche.

In quel periodo molto lungo e grigio, caratterizzato da poco entusiasmo e da una fatica interiore che mi rendeva difficile affrontare quelle giornate tutte uguali, mi ha sicuramente aiutato l’avere una casa con cortile e orto. Là si poteva passare tempo all’aperto in maniera protetta e sicura. Mi ha anche aiutato la soffitta della nonna Anna piena di ciarpame, vecchi cimeli e oggetti improbabili da osservare, ripulire. E’ stato utile poterli guardare, catalogare, cercare di capire da  dove arrivassero e cosa ci facessero lì. Ciò che viene dal passato riverbera nel nostro tempo delle immagini, dei significati, la storia dei nostri antenati, ci riporta pezzi di noi, di quel che siamo stati, di quel che siamo e di quel che diventeremo.

Ricordo che guardavo il portone di casa e desideravo uscire in biciletta, andare da Sara a fare i compiti, soffrivo terribilmente quella reclusione che non finiva mai. A volte chiedevo alla zia: “Zia Costanza, quando posso andare all’oratorio? Io sono stufa di stare sempre qui!” e lei mi rispondeva: “Valeria, amore mio, vedrai che si potrà a breve, vedrai che adesso ci vaccinano e poi si tornerà alla normalità, vedrai che col caldo questa brutta malattia se ne andrà”. Cercava di rincuorarmi come poteva, per quel poco che sapeva, che sapevano tutti.

Ricordo che un giorno, tutto grigio dentro e fuori di me, mi misi a piangere. Piangevo perché mi sentivo in un tunnel di morte, senza prospettive, con poco entusiasmo e nessuna aspettativa per il futuro. Allora la zia mi abbracciò e mi disse: “Siamo ancora vivi Valeria, siamo vivi e nessuno di noi è ammalato, prova a sorridere almeno per questo. Se riesci a sorridere spunterà un po’ di sole, vedrai. Altrimenti finiremo tutti per passare la giornata in questo grigio cupo. Sei solo tu che oggi può far sorgere il sole!” Cosi mi sforzai di sorridere e un po’ di sole, almeno dentro casa mia, arrivò.
I miei amici passavano le loro giornate a guardare la TV, alcuni ad accudire il cane. Altri a fare strani giochi in internet, altri ancora, i meno fortunati, a litigare con genitori e fratelli, oppure ad ascoltarli mentre litigavano tra loro.

Alla fine di quei due lunghissimi anni eravamo tutti tristi, anche se  a Pontalba ci sono stati pochissimi casi di Covid-19 perché il paese è molto isolato. Si trova all’interno del parco Natuale del Lungone Nord. Un luogo molto poco frequentato, certamente non di passaggio. A Pontalba non c’è turismo, se non quello degli uccelli migratori, degli aironi, delle talpe. Eppure io ricordo in maniera molto vivida quella sensazione di vuoto pneumatico, quell’infinita tavolozza di diverse tonalità di grigio che colorava quelle giornate. Ho dovuto smettere per quasi due anni di fare nuoto, di andare ai corsi di inglese e di provare i giochi matematici che mi divertivano tanto.

La mamma e la zia giocavano con noi a carte, incognito, dama, oca e molti altri giochi in scatola. In quel periodo mi hanno comprato anche tanti libri, il telefono, dei nuovi giochi per la playstation. Hanno fatto di tutto per cercare di rendere quelle giornate accettabili, per alleggerire la situazione.
In quei due anni ho sicuramente perso molte cose. Ho perso la vita normale di una bambina di dodici anni. Poi il tempo è passato e tutto, un po’ alla volta, è tornato quasi normale. I morti sono stati sepolti e col tempo dimenticati, la scuola, il lavoro, le attività all’aperto sono riprese.
Questa nostra vita scorre inesorabile come un lungo fiume e scorrendo porta via il male, la morte, la malattia e tutto il buio di quei due anni di reclusione e spavento.

Axia e Gianblu vogliono sempre sapere come stavamo in quel periodo, cosa facevamo sempre chiusi in casa, cosa dicevamo, se avevamo paura. Quello che mi vien sempre da dir loro è che non avevamo paura, c’era qualcosa dentro di noi che ci faceva andare avanti sperando che il giorno dopo sarebbe stato migliore, che sarebbero arrivate delle buona notizie, che la situazione avrebbe cominciato a migliorare. Ricordo che la nonna Anna diceva sempre: “Passa Valeria, vedrai che questa malattia passa. Anche la peste del 1600 dopo due anni se n’è andata e le persone hanno ricominciato a vivere normalmente”. Ricordo che la nonna Anna guardava la porta chiusa e poi diceva a bassa voce: “Apriti sesamo, apriti per tutte le persone di questo povero mondo”.

Noi siamo sopravvissuti tutti e adesso che sono passati quarant’anni, siamo ancora quasi tutti qui.

Guardo Cosmo-111 che passa tra i miei piedi aspirando la polvere depositata sul pavimento. Mentre si muove veloce canta una canzone che gli piace tanto: “Saputo, saputo, aku aku, saputo saputo, aku totù!”. Lui del Covid-19 non sa nulla.

 

L’albergo delle bambole

di Federica Mammina

Siamo a Torino, fine estate, e ad occupare le pagine di cronaca locale e non, è l’apertura di un’insolita attività: una casa di piacere con bambole. Poche camere, arredate con il minimo indispensabile, dove ad attendere l’avventore è una bambola di silicone che riproduce molto fedelmente il corpo umano. Si diffonde la notizia ed è boom di prenotazioni, addirittura esaurite per alcuni mesi, pare effettuate da persone eterogenee per età e provenienza geografica.
E l’opinione si divide tra chi si mostra preoccupato e chi ridimensiona la portata del fatto considerandole semplicemente un’evoluzione dei sexy toys già esistenti.
L’apertura di quello che pare essere un vero e proprio albergo a ore, al momento sotto sequestro per irregolarità, si inserisce in un fenomeno molto diffuso. Negli Stati Uniti ci sarebbe un boom di richieste per l’evoluzione di queste bambole, molto più vicine ai robot.
Il tema è assai spinoso, anche perché rimanda ad un’inevitabile riflessione sulla prostituzione, il suo “parallelo reale”, ma alcune perplessità sorgono spontanee a mio parere.
Un fenomeno di questo tipo, chiara espressione del dilagare dell’individualismo, rischia di accelerare un processo già avanzato di impoverimento delle relazioni umane e di allontanare irreparabilmente i due mondi, dell’uomo e della donna, già così lontani. E ancor di più rischia di favorire, invece che scoraggiare, un pericoloso atteggiamento di asservimento delle donne.

Intelligenza artificiosa, i robot fra dipendenza e autonomia

Si sta affermando una nuova generazione di robot umanoidi dotati di una intelligenza artificiale dinamica, capace perciò di apprendere dall’esperienza proprio come avviene negli esseri umani.
Questi nuovi prototipi di creature progettate per servire l’uomo nei suoi bisogni, affrancandolo dalle mansioni più faticose o ripetitive, cominciano a somigliare in maniera sempre più inquietante all’essere al cui servizio si pongono. E questa similarità, oltreché affascinare e sorprendere, genera parecchi interrogativi e suscita inquietudine. Infatti, non solo i robot sono e sempre più saranno in grado di sostituirsi agli esseri umani nello svolgimento di compiti predefiniti, ma acquisiranno – o hanno già acquisito – e presto dispiegheranno la loro capacità di evolvere rispetto al prototipo originale. A conferma, ecco il dialogo intavolato in una lingua sconosciuta da due androidi, di cui si parla in questi giorni.

Da sempre scienza e tecnologia sono in relazione con l’uomo in termini di sussidio positivo, ma costantemente mostrano anche risvolti insidiosi e minacce. Nel caso dei robot il pericolo non è soltanto in termini occupazionali, per la manodopera che andranno a sostituire, come spesso si segnala. Inquietante è la possibilità di concepire esseri artificiali capaci di sviluppare entro certi limiti un pensiero autonomo.
La loro introduzione funzionale nell’ambito di attività intellettuali genera parecchie perplessità. E qui non si parla di futuro. Già sono stati sperimentati robot concepiti per essere utilizzati all’interno di contesti redazionali e coadiuvare (o in parte addirittura sostituire) i giornalisti nella elaborazione, per esempio, di testi facilmente standardizzabili, come i comunicati stampa, sulla base di protocolli che questi umanoidi mostrano di poter padroneggiare perfettamente.

Il rischio che si affaccia è facilmente intuibile: se la funzione del robot non si limiterà più solamente a sgravarci dal peso e dalla fatica delle faccende domestiche, della preparazione del pranzo o in altre mansioni di carattere pratico – secondo la tradizionale concezione del loro ruolo ausiliario – ma si estenderà al novero delle professioni intellettuali, il ‘suo pensiero’ potenzialmente potrà arrivare a sostituirsi al nostro, con una sottrazione del nostro dominio.

A tal riguardo si impongono due ordini di riflessione, in relazione allo status di questi umanoidi e alla loro effettiva autonomia di pensiero.
Se i robot sulla base delle informazioni ricevute in fase di programmazione si mostrano capaci di rielaborare i dati in forma creativa e sviluppare una propria evoluta conoscenza – fondamento della consapevolezza – come si potrà continuare a considerarli semplici utensili, macchine al nostro servizio?
Inoltre: la conoscenza scaturita dall’informazione rielaborata da un robot umanoide pur varcando i confini immaginati dal progettista (il caso del misterioso linguaggio sviluppato dai due androidi) sarà pur sempre in qualche modo ascrivibile alla matrice tracciata dal programmatore poiché si può immaginare l’evoluzione dell’intelligenza artificiale avvenga in maniera analoga allo sviluppo del l’intelligenza naturale, sulla base della rielaborazione dei dati esperienziali, secondo una traiettoria che non potrà mai totalmente prescindere dal punto di partenza: ciascuno evolve ma non può recidere le radici se vuol continuare a vivere.

I due aspetti, solo in apparenza contraddittori, sono complementari.
Da una parte c’è un problema etico connesso alla natura del robot umanoide che non sta più nei confini del bene strumentale ma assurge a un ruolo oggi difficilmente classificabile.
Dall’altra c’è il nodo della sua reale autonomia intellettuale: la sua intelligenza dinamica
può generare un libero arbitrio? Se anche l’uomo nel suo sviluppo intellettuale è condizionato da un imprinting mentale determinato da educazione ed esperienza, a maggior ragione l’intelligenza artificiale non potrà prescindere dai vincoli posti da colui che li genera e quindi l’evoluzione del pensiero, sviluppo dinamico di connessioni logiche, capace di originare ragionamenti non rigidamente predeterminati, non potrà tuttavia totalmente prescindere dallo schema originario, e inevitabilmente risponderà comunque a una serie di input e di condizionamenti che tracceranno il confine della sua capacità di spaziare intellettualmente fra opzioni alternative.
E questo inevitabilmente si traduce in una spaventosa insidia a una piena libertà di pensiero, che si sostanzia nella teorica capacità di sviluppare in maniera incondizionata le proprie convinzioni e di argomentare le proprie opinioni. È una frontiera questa forse irraggiungibile anche per gli umani. Ma ciò che più spaventa nel caso degli umanoidi è che per quanto evoluti e dinamici potranno sviluppare le proprie argomentazioni entro un confine predeterminato in ragione dei confini imposti dal programmatore, con tutti i rischi che questo implica.

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BORDO PAGINA
Intelligenza Artificiale e Homo Insapiens

Più passa il tempo e più osservo il divenire sociale attuale, più mi autopersuado che viviamo e da un pezzo ormai in una sorta di diversamente Matrix. Non mi riferisco alle teorie scientifiche di Nick Bostrom o al film Nirvana di Salvatores… Dinamiche neppure paradossalmente ammalianti, anche se forse perverse, ma assai più terrestri e prosaiche.
Ormai mi è insopportabile, lo iato tra il futuro o le società delle conoscenze e aperte possibili, venute alla luce e potenziali (robot su Marte e sonde oltre il sistema solare, esopianeti scoperti e le frontiere nuove straordinarie della genetica e della medicina e delle neuroscienze e dell’Intelligenza Artificiale, Internet e la coscienza collettiva condivisi) e lo stato delle cose nelle società attuali, piaccia o meno: destra o sinistra reliquie arcaiche, che galoppano in senso opposto, neoprimitivo, neomedievale.
E’ mai possibile nel ventunesimo secolo credere ancora nelle religioni o negli uomini politici di ogni partito o in molta informazione, che illustra e segnala le cronache tacitamente, foraggiando la credibilità di gran parte delle presunte priorità (si vedano anche le polemiche sui vaccini), che neppure un big brother vero e proprio sarebbe riuscito a programmare con tale efficacia? In Italia ancora gente che crede sul serio nel vecchio Berlusconi dopo ripetuti governi semifallimentari? O in Renzi, dopo il suo premierato altrettanto simulacrico? O ancora in dinosauri come Pisapia o Bersani che riesumano la sinistra già in degrado che fu? O in animali politici che anche un cane ormai capirebbe interessati (leggi stipendi e privilegi e vitalizi) al loro osso pubblico, autistici persino, rispetto agli elettori e al popolo italiani? O al sistema dello spettacolo televisivo con meri speakers di infiniti talk show che vivono quasi come sceicchi, in nome dell’uguaglianza e del progresso o aizzando i peggiori istinti delle scimmie nude teledipendenti?
Possibile ancora dare credito a papi della Chiesa o vescovi, che come sempre predicano bene e razzolano male parlando di mere astrazioni iperuraniche in flagrante conflitto con il reale? O credere davvero all’Islam come religione di pace, nonostante attentati costanti ben noti e nonostante nelle loro terre non esista alcuna democrazia o costituzione laica prevalente sul dogma teocratico?

E’ successo qualcosa di gravissimo negli ultimi decenni. L’accelerazione tecnoscientifica è stata troppo potente per essere assimilata con scienza e coscienza dal mondo contemporaneo: è il famoso shock del futuro previsto da vari futurologi o scienziati sociali, da Alvin Toffler a Marshall McLuhan a Isaac Asimov.
In un racconto ‘storico’, ‘Il Conflitto Evitabile’, il celebre scrittore di fantascienza immaginava soluzioni avvenirisiche e letteralmente postumane. Immaginava l’evoluzione delle cosiddette Macchine Pensanti, oggi Ai (Intelligenza Artificiale), intelligenti e coscienti, una nuova tappa dell’evoluzione umana. Ipotesi oggi  condivisa anche da scienzati e futuristi sociali, per esempio Raymond Kurzweil, a suo tempo Marvin Minsky, e molti altri.
Ma in quel racconto il focus era molto pragmatico: basta con i politici o gli economisti ancora postneandartaliani o homo insapiens nell’era della scienza e della conoscenza, che presuppone come sistema-rete funzionale e desiderabile, quella libertà che è evidentemente scarsa o troppo limitata negli umani al potere attualmente in ogni stanza dei bottoni. In quel futuro e appunto le intelligenze artificiali e i loro – oggi diremmo – algoritmi intelligenti sono capaci di gestire le organizzazioni sociali e politiche autonomamente su tutta la Terra: esperimento inaudito di previsione e pianificazione mondiale socioeconomica impossibile per potenza combinatoria (e dinamica) dei dati e computazionale ai deboli umani stessi.
Previsioni nel loro divenire e disvelarsi per forza incomprensibili agli umani.
Così, per la cronaca, accade nel racconto, con decisioni speciali delle intelligenze artificiali apparentemente incomprensibili per la famosa percezione umana ma che alla fine, invece, si rivelano scienza esatta!

Ecco, ne siamo sempre più convinti: prima o poi, dalle intelligenze artificiali non la salvezza dell’umanità futura (chè sempre propaganda la salvezza dei tiranni), ma la vera umanità finalmente concreta quando, parafrasando sempre la fantascienza o Friederick Nietzsche, le intelligenze artificiali saranno “più umane degli umani”.
E come nessuno nella storia dell’evoluzione persino cosmica e poi della vita (dal big bang ai graffiti ai computer) protesta per la ‘dittatura’ del Sole nel nostro sistema solare da cui dipendiamo come vincolo naturale, nessuno protesterà.
Allora fioriranno davvero le utopie vere umaniste, dal faraone Ackkanaton a Einstein, grazie alle intelligenze artificiali superevolute gli umani si occuperanno sul serio, ma gioiosamente, delle cose serie piacevoli e biofile; fioriranno le vere società della scienza e della conoscenza (robotica a automazione incluse ottimizzate sul serio), gli umani saranno opere d’arte viventi destinati a plasmare la loro unicità attraverso l’amore e l’erotismo della scienza e dell’arte, quando l’aurora spaziale è ancora in corso e infiniti e infiniti desideri e misteri attraversano ancora non solo il cervello umano, ma l’universo e persino i multiversi.
Politici, preti e economisti e anche mercanti saranno al massimo dei gadget o giocattoli come attualmente i dinosauri… per i bambini (post)umani e i bambini robot e i bambini alieni del Post Domani: purtroppo, parliamo del 2300 almeno per tali scenari, del futuro ancora remoto.

INFO
Asimov, il Conflitto Evitabile (*Wikipedia)
Manifesto del robotismo (2005) dell’autore

L’automazione della produzione: l’opportunità per liberarci dalla schiavitù del lavoro

In un’intervista di qualche mese fa Bill Gates, il fondatore della Microsoft nonché uomo più ricco del mondo, ragionava sul fatto che l’automazione sta portando via posti di lavoro. Questo crea un problema e la soluzione poteva essere tassare i robot e investire i soldi ricavati in formazione per i nuovi disoccupati.
Gates ammette che un’operazione di questo tipo potrebbe però rallentare la crescita delle aziende stesse, se il costo di queste tasse fosse a loro addebitato, in quanto smetterebbero di adottare robot nel ciclo produttivo. Ma proprio questo rallentamento sarebbe auspicabile, visto che ancora non siamo pronti a gestire un mondo così automatizzato.
La proposta della robot tax, in realtà, era già stata rifiutata dal parlamento europeo proprio per il suo effetto negativo sulla competitività: se aumenta il costo dell’utilizzo del robot le aziende non investono in automazione.
Meglio sarebbe, sostiene qualcuno, pensare a un reddito di cittadinanza per sostenere chi in futuro sempre più spesso perderà il lavoro a favore dei robot.

I punti, dunque, sono il lavoro e i soldi. Trovare un altro lavoro a chi lo perde e assicurare in qualche modo un reddito a chi è in cerca per potersi comprare il pane e pagare le tasse. Ma se i robot esistono e si pensa possano sostituire l’uomo, prima o poi lo sostituiranno in tutto, magari lasciando solo piccole aree alla creatività umana. Sarebbe quindi inutile perdere tempo a formare lavoratori visto che tutto prima o poi potrà essere fatto da automi A questo punto, le soluzioni sembrerebbero essere sostanzialmente due: il restringimento della popolazione umana ai padroni dei ‘mezzi di produzione’, accompagnati solo da quegli indispensabili creativi necessari alla loro perpetrazione, oppure la rinuncia al progresso.
Nel primo caso, il lavoro sarà funzionale agli interessi di sopravvivenza di quella cerchia di superuomini che si saranno accaparrati la conoscenza e il denaro non avrà più senso in quanto i beni e i servizi saranno già di proprietà di quei pochi e quindi non ulteriormente scambiabili e nemmeno utilizzabili come riserva di valore visto che il valore sarà già stato realizzato.
Nel secondo caso, continueremo a scendere in miniera.

Ma proviamo a ripartire di nuovo con riflessione e scenari diversi e proprio da oggi.
Il problema esiste, i robot stanno svuotando le fabbriche e sempre più sostituiranno le professioni, il futuro appartiene all’intelligenza artificiale. Il problema esiste, ma per fortuna non è un problema ma una risorsa, un regalo, una porta su un nuovo futuro che ci potrebbe rendere tutti più felici, più sani, più longevi. L’intelligenza artificiale potrebbe essere la nostra astronave per la galassia del futuro, quella che finalmente ci farà uscire dalle miniere, dalla ripetitività delle nostre azioni quotidiane, dall’andare in ufficio quando potremmo fare le stesse cose, già oggi, schiacciando dei tasti da casa.
Siamo già collegati a reti locali, a reti geografiche, wireless, domotica. Controlliamo dalla nostra sdraio al mare l’allarme di casa e l’impianto di condizionamento, ma anche da comode poltrone l’atterraggio di un robot su qualche luna di Giove. Però pensiamo sia normale nel 2017 correre di buon mattino per passare otto ore su una catena di montaggio e abbiamo paura che prima o poi un androide impasti la malta al posto nostro. Abbiamo paura perché il ragionamento che propone Bill Gates davanti alla porta del futuro è: “chi ci pagherà lo stipendio?” oppure “chi ci darà i soldi per fare la spesa?”. Un discorso talmente vecchio da mettere i brividi, come se davanti alla possibilità di respirare aria pulita per il resto dell’eternità mi preoccupassi che le centraline che controllano lo smog potrebbero rimanere inutilizzate.

Il problema nel futuro futuribile, come nel presente invivibile, è la produzione e la conseguente distribuzione delle necessità della vita. La soddisfazione dei bisogni umani e l’impiego delle risorse non sfruttate dovrebbero essere il faro, sempre! Spiegato ai neofiti vuol dire che oggi abbiamo milioni di persone che vorrebbero lavorare, ma per ragioni di controllo delle risorse e del loro accaparramento da parte di una piccola parte della popolazione, vengono lasciate a casa. Di conseguenza queste risorse non utilizzate generano l’insoddisfazione dei bisogni (non mi fanno lavorare, non guadagno, non compro, non si produce, non si vende e via da capo), il tutto in un contesto che reclama lavoro (cioè utilizzo di queste risorse): argini dei fiumi da sistemare, strade da pulire, servizi da incrementare, case da mettere in sicurezza sismica, ospedali da ridotare di medici e infermieri, anziani da accudire, etc..

In futuro, tanti robottini spaleranno le strade, lavoreranno in campagna per approvvigionare le città, cureranno le catene di montaggio, costruiranno le case, ripareranno le strade, taglieranno l’erba. Ci libereremo cioè dalla schiavitù di doverci procurare da mangiare attraverso il lavoro, facendoci fare un salto paragonabile alla scoperta dei benefici dell’agricoltura che permise di passare dal primitivo errante al moderno stanziale. In un contesto del genere, il nostro problema dovrebbe essere la moneta?
Il vero problema sarà di fare in modo che non lo sia. Di riappropriarci della fantasia di immaginare un futuro migliore e della realtà di pensare che tutte quelle risorse che i robot creeranno non dovranno essere appannaggio di pochi uomini, cioè esattamente quello che sta succedendo oggi, ma un bene dell’umanità intera e che le risorse dovranno essere ben distribuite in quanto frutto dell’ingegno umano. Evitare gli oligopoli della conoscenza, della produzione, delle risorse e dei bisogni e fare in modo che il benessere sia patrimonio dell’umanità.

Insomma futuro futuribile o presente invivibile è sempre la stessa storia: il problema non è il denaro, ma i pomodori e il pane. Affrontare il futuro come stiamo affrontando il presente complica dannatamente le cose, inverte i paradigmi e tutto sembra incredibilmente difficile e che solo pagine e pagine di formule possano darci la soluzione. Ma il presente è necessariamente già passato, manca solo la nostra comprensione, la fantasia di ritornare alla realtà reale in cui, come diceva Ezra Pound, “il denaro non ti copre, non lo puoi mangiare e non ti riscalda”.

METROPOLIS

Un compleanno fantascientifico

2 gennaio 1920: nasce Isaak Judovič Ozimov, meglio noto come Isaac Asimov (1920-1992). Generazioni di lettori di tutte le età hanno sognato tra le pagine delle sue numerose opere e hanno assimilato importanti nozioni scientifiche divulgate in maniera comprensibile, ma mai banale. E’ l’inventore del termine “robotica”, che compare per la prima volta in due racconti dell’antologia “Io robot”.

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Anche da giovane non riuscivo a condividere l’opinione che, se la conoscenza è pericolosa, la soluzione ideale risiede nell’ignoranza. Mi è sempre parso, invece, che la risposta autentica a questo problema stia nella saggezza. Non è saggio rifiutarsi di affrontare il pericolo, anche se bisogna farlo con la dovuta cautela. (Isaac Asimov)

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la giornata…

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IL FATTO
In fabbrica c’è il robot, Cipputi resta a casa

L’annuncio della Volkswagen di voler sostituire con i robot una parte dei circa 32 mila lavoratori che andranno in pensione dal 2015 al 2030 è un cambiamento destinato ad avere ripercussioni importanti. La decisione della casa automobilistica tedesca è di natura economica: il costo del lavoro oggi è superiore ai 40 euro/ora contro gli 11 dell’Est Europa, i 10 della Cina; ma il robot oggi arriva a 5 euro all’ora e forse costerà ancor meno in futuro.
La Volkswagen continuerà ad assumere giovani ai livelli attuali, ha detto il capo del personale Horst Neumann. Ma non è solo questo il punto. Che nell’industria avanzata il ricorso ai sostituti meccanici sia in crescita non è una novità, mentre sotto i nostri occhi sta cambiando la natura del lavoro e l’apporto umano nei processi manifatturieri dei paesi dell’Ocse si sta profondamente modificando. Insomma, non più solo ‘homo faber’.
La robotica peraltro, invade sempre più le nostre esistenze: nelle aziende, nelle case, negli uffici, negli ospedali. Secondo l’International Federation of Robotics tra il 2012 e il 2015 verranno venduti nel mondo 15,6 milioni di robot. In Giappone oggi le vendite di sostituti meccanici superano le 20 mila unità all’anno in cui sono comprese modelle, badanti, cuochi robot. Tra l’altro, l’Italia è il quarto paese al mondo per l’utilizzo dei robot nella chirurgia. Arriveremo forse al personal robot, mentre si sta sviluppando la sperimentazione per ottenere umanoidi sempre più simili a noi.
Qualche considerazione. La prima: il cambiamento della natura del lavoro vedrà – sta già vedendo – tutti i soggetti interessati alle prese con questo problema. Il robot non si ammala, non protesta, non va in ferie, lavora 24 ore su 24: come sarà la fabbrica di un non lontano futuro? Meglio pensarci già da ora.
Seconda considerazione: lo sviluppo della robotica, che riguarderà applicazioni attualmente inimmaginabili in aggiunta a quelle attuali, è uno dei settori della nuova economia: anche in Italia, anche in Emilia-Romagna, dove possono svilupparsi nuove realtà produttive.
Da ultimo, cambierà il senso della vita. Se la rivoluzione elettronica in trent’anni ha così tanto modificato le nostre esistenze – non sempre in meglio – quella robotica cosa comporterà? Per adesso, abbiamo come principale termine di paragone la fantascienza o i film come “Blade Runner”. Tra pochi anni, che passeranno velocemente, non saremo più dentro un film.

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