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Nine lives, it ain’t over/nine lives, live for ten

Sono giorni, mesi, anni ormai, che la musica rock cade a pezzi ma soprattutto: perde i pezzi.
Perde così tanti pezzi che anche mia madre nei giorni scorsi me l’ha fatto notare.
Io ho sempre sentito che la morte di Lemmy, dopo il natale di qualche anno fa, abbia davvero scoperchiato un nerissimo vaso di pandora.
Dopo di lui – lui di cui si diceva che sarebbe sopravvissuto a un eventuale olocausto nucleare con la sola compagnia degli scarafaggi – Pam!
Bowie, Dale “Buffin” Griffin dei Mott The Hoople dopo qualche giorno, Prince e un’altra caterva di gente più o meno famosa e famosissima poi Overend Watts dei Mott The Hoople e Chuck Berry quest’anno più un’altra caterva di gente più o meno famosa o famosissima e poi, sorpresona, ultimo, Chris Cornell l’altra settimana.
Qualcun’altro mi ha fatto notare che forse, ormai, la musica rock è roba da museo.
Ovviamente non ci voglio credere ma in realtà mi sforzo di non crederci.
Ovviamente è anche una questione, purtroppo, meramente fisiologica.
Questo brutto mondo va avanti, noi siamo solo delle scoreggine nello spazio e le rockstar, anche se provviste di un luccicosissimo mantello, sono proprio come noi: scoreggine nello spazio.
Triste ma è così.
Ancora più triste: stiamo invecchiando tutti.
Però: chi se ne frega.
La cosiddetta musica rock ha sempre una cosa dalla sua: quel bellissimo vitalismo cosmico di stile “toh un bel dito medio e dimmi se in frigo ci sono almeno due birre”.
Segue ruttone più scoreggina che vorrebbe andare nello spazio, giustamente.
È per questo che, più o meno da quand’è morto Lemmy, ho sentito un bisogno davvero fisico di ributtarmi bellamente, quasi esclusivamente, nella cosiddetta musica rock.
Doveva succedere.
Dopo anni persi ad ascoltare vecchi bluesman fingerpicker, folkettari riscoperti, arpeggiatori vari, terzomondismi più o meno occulti ma sempre e comunque di dubbio gusto e – bene o male – con quel certo non so che che fa quel certo effetto “da aperitivo” o “da pianobar” o comunque “da ristorazione” mi son detto: ma che due maroni.
Ma è questo che voglio io dalla vita?
Ma no.
Potrei morire domani anch’io, perché come ho detto prima, anch’io, proprio come quelle rockstar, purtroppo o per fortuna, sono una scoreggina nello spazio.
E me ne fregio (cit.), se posso dire la mia.
In più – sempre se posso dire la mia – dopo un po’, mi stavo davvero annoiando.
E sono tornato dove sto bene.
In quest’epoca di disprezzo totale per un qualunque tentativo, una qualunque aura di classicità, ho finito per esplorare persino la musica classica ma soprattutto: sono tornato ai grandi classici.
Chuck Berry, Buddy Holly, Beatles, Doors, R.E.M., Nirvana, i mai dimenticati Stooges ma anche cose un po’ meno apprezzate dalla morale comune come quei grandiosi pagliacci dei Kiss e quei geni ingiustamente sottovalutati degli Aerosmith.
Perché sono un ragazzo di campagna, sempliciotto, forse anche immaturo.
Poi oh, le avevo pensate tutte, mi stavo anche sentendo un po’ precocemente invecchiato e ho capito perché.
Il perché era davanti al mio naso ed era davvero lampante: avevo trascurato le doverose coccole a una certa fetta del mio corrado genetico (cit.) ovvero la cosiddetta musica rock.
Ovvero: quella cosa che ultimamente, complice anche lo scarso ricambio generazionale e certe paturnie borghesoidi derivanti da questa deriva hipster sostenibile sulla carta ma insostenibile sul groppone, viene comunemente bollata – con un certo snobismo – come Ruooock.
E allora via, “toh un bel dito medio e dimmi se in frigo ci sono almeno due birre”, segue un bel ruttone, scoreggina se c’è – e se c’è non vedo proprio il motivo per trattenerla – e soprattutto: alza un po’.
Quindi se giovani e vecchi stanno morendo io, di nuovo, me ne frego e me ne fregio.
Nel frattempo preparo anche la Resistenza, così, quando il tempo me lo concede provo a fare umilmente la mia parte.
Mi attacco alla chitarra e/o al basso e butto giù le mie umili idee perché da quando ho 15 anni lo devo e lo voglio fare.
E poi non mi voglio proprio rassegnare né su di me e né sul resto del mondo.
Non ce la faccio proprio.
Potranno e potremo morire tutti ma – se posso citare il Carducci, Joe, quello americano – “l’interazione in tempo reale fra una o più chitarre, un basso, una batteria e quello che volete” resterà sempre qualcosa di insostituibile e (almeno per me) la botta più pesa somministrabile al mio esile ma bendisposto corpicino.
Che muoia chi vuole, ma, come disse un altro Corrado, anche lui genetico, a modo suo: non finisce qui.

Nine Lives (Aerosmith, 1997):

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