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Il mio bagno

Nella mia casa ci sono due bagni. Uno per gli ospiti e uno mio. Il mio è bianco e azzurro, ha un grande vasca, un abbaino che si apre sul tetto. Il pavimento è suolato con piastrelle dalle varie sfumature di blu. Il blu del mare, quello del cielo, quello della notte e quello delle scarpe da ginnastica che mi piacciono tanto. Le pareti sono bianche così come i sanitari e i due mobili: un pensile e l’armadio specchiera. Quando non ne posso più di preoccupazione e pensieri ricorrenti, mi chiudo a chiave là dentro, riempio la vasca e mi immergo nell’acqua. Più che ciò che chiudo dentro il bagno è per me importante ciò che riesco a chiudere fuori. Più o meno tutti i guai del mondo: ciò che si sente sulla ‘peste’ che imperversa, la preoccupazione per la salute dei miei cari, per il lavoro, per il paese, per la macchina fotografica che ho rotto, per la lista della spesa che continua ad allungarsi, mentre di braccia per portare a casa tutto quel che compro, continuo ad averne due. L’acqua calda è accogliente, amniotica, riporta a uno stadio primordiale di galleggiamento. Come gli iceberg dei mari del nord, che stanno per un terzo fuori dall’acqua e per i due terzi sotto, così sto io con la testa fuori e il resto sommerso. Il caldo dell’acqua è accogliente, è il ventre del mondo che ci protegge.

Fuori dal ventre del mondo c’è  la storia di una pandemia con i suoi infiniti corollari, come una piovra dai tanti tentacoli che cresce a dismisura, con una forza disumana. Non resta che chiedersi come migliorare la situazione, come fermare la piovra.  Del ‘senno di poi sono piene le fosse’, cercare i capri espiatori inutile, le previsioni per il futuro incerte, il complottismo e l’idea di un virus creato in laboratorio per distruggere i ‘non si sa chi’ balzana. La mediocrità imperversa anche nella ricerca della ragionevolezza. Gli sciacalli volano alto sopra la carne del mostro. A poco serve rivedere Octopussy – Operazione piovra. Il film del 1983 diretto da John Glen. Il tredicesimo film della saga di James Bond, il sesto e penultimo interpretato da Roger Moore. A poco serve rivedere La piovra, serie televisiva italiana con Michele Placido, andata in onda dal 1984 al 2001, dove si racconta l’espansione dei molteplici tentacoli della criminalità organizzata. Questa piovra è nuova, diversa, uccide a colpo sicuro, preferisce i maschi e le persone anziane. Serve un nuovo vigore, una nuova argomentazione e una nuova onestà.

Fuori dal ventre del mondo ci sono i bambini Siriani dilaniati dalle bombe. Una situazione drammatica che non vede fine. Un’umiliazione di tutti i diritti fondamentali umani, una tristezza così grande che potrà trovare adeguato sfogo solo nel senso di colpa di tutti gli uomini nati. Un’infanzia negata è l’inizio di qualsiasi dramma, l’anticamera della povertà vera, quella che non ti garantisce risorse sufficienti per affrontare il resto della vita. Nel pianto dei bambini siriani ci sono tutte le lacrime della terra. Nel sangue dei bambini siriani c’è il rosso di un dolore ingiusto, di tanti dolori ingiusti, di tutti. Per quale motivo siamo diventati così gretti da non fermare questa atrocità? Perché ciascuno di noi non urla con tutto il fiato che ha in gola che non vuole questo, che se c’è giustizia qualcuno prima o poi pagherà? Siamo diventati così indifferenti a noi stessi da non soffrire più del nostro stesso dolore, da non prendere in considerazione una via avversa alla rassegnazione. I bambini Siriani muoiono e noi non sappiamo più che questo è un problema nostro, che volendo si potrebbe almeno urlare. Nell’immaginario di tutti chi può davvero fare qualcosa è un essere sconosciuto, vagamente ubicato, nato in qualche luogo lontano, o forse nemmeno quello. Di fatto non è un problema nostro. A noi resta solo una spinta alla sopravvivenza che cerca di ‘non vedere’. (Bisogna andare avanti, noi siamo lontani, il supermarket chiude alle 18.00. Manca il latte. Prendiamo anche un po’ di insalata). Anche la lista della spesa resta fuori, mi ossessiona già abbastanza.

Certe volte del mio bagno e della sua acqua ho proprio bisogno, non potrei sopravvivere senza, verrei sopraffatta dal mio stesso pensare, dalla mia impotenza e dalla mia incredulità. Verrei annientata dall’ira per ciò che è ingiusto, da tutta la sua atrocità. Nel ventre del mondo c’è ancora un po’ di pace. Quella della mia vasca da bagno e della sua acqua colorata. Nel ventre del mondo ci sono bei ricordi miei e di tutti. C’è l’arte con tutte le sue infinite possibilità, c’è la gente che cammina un po’ qui e un po’ là, c’è il sole e le sue infinite divinità. Nel ventre del mondo c’è la presunta verità e un po’ di gioia che abbatte la mediocrità. C’è Bianca che suona il corno e sussurra delle note sparse. C’è mia madre che fa un dolce con le fragole, i miei nipoti che corrono in bicicletta sulle ali di un tramonto arancione. C’è Leo che ride e traccia con le sue mani belle degli strani girighori sul sofà. C’è il tempo del raccolto e quello della nebbia, c’è il perdono e molta pietà.

Nell’acqua calda del mio bagno ritrovo un po’ di pace e uno scudo ai tentacoli della mediocrità. Nell’acqua calda la tensione sulle tempie si allenta, il mio cervello diventa morbido, si accoccola nel cranio, si appisola e sogna la felicità. Il mio bagno è bianco e blu, dalla finestra entra il profumo dell’erba e il colore acceso del cielo. Gli asciugamani sono bianchi, di spugna morbida, quella che asciuga meglio, che non graffia e non si sfalda. Dall’acqua esco, asciugo le braccia, mi fermo a guardarle perché sono bianche e lucide, bianche e rosa. I capelli gocciolano, come tante piccole bisce che vogliono andarsene, come piccoli tentacoli di una piovra marina che vanno addomesticati subito. I tentacoli, quelli piccoli ci sono dappertutto. Bisogna riconoscerli e salvare la normalità. Finisco di asciugarmi e dovrò riaprire quella porta. Tornare di là.

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