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I nostri fetenti roghi

 

In questi terribili giorni, è impossibile apprezzare come una dote ciò che dovrebbe distinguere la specie umana dalle altre specie animali: la coscienza di sé, o consapevolezza. Noi siamo consapevoli di vivere. Noi abbiamo memoria. Noi possiamo scrivere la nostra memoria, fissarla per sempre. Dovremmo  essere consapevoli di quello che abbiamo fatto e di quello che stiamo facendo, a differenza delle altre specie, che si limitano a vivere. Invece trovo che la consapevolezza sia la nostra tara d’origine, la nostra dannazione eterna. Non vivremo abbastanza per sapere se arriverà un momento in cui la specie umana la smetterà di accendere i suoi fetenti roghi e di saltarci sopra. Oppure se un giorno accenderà un rogo troppo grande, inestinguibile, che infine la estinguerà.

C’era un buffissimo uccello, chiamato Fenice, nel più remoto passato, prima di Cristo, e questo uccello ogni quattro o cinquecento anni si costruiva una pira e ci si immolava sopra. Ma ogni volta che vi si bruciava, rinasceva subito poi dalle sue stesse ceneri, per ricominciare. E a quanto sembra, noi esseri umani non sappiamo fare altro che la stessa cosa, infinite volte, ma abbiamo una cosa che la Fenice non ebbe mai. Sappiamo la colossale sciocchezza che abbiamo appena fatta, conosciamo bene tutte le innumerevoli assurdità commesse in migliaia di anni e finché sapremo di averle commesse e ci sforzeremo di saperlo, un giorno o l’altro la smetteremo di accendere i nostri fetenti roghi e di saltarci sopra. Ad ogni generazione, raccogliamo un numero sempre maggiore di gente che si ricorda“.
(Ray Bradbury: Fahrenheit 451)

LINEA 5 – SANGUE E ACCIAIO
Una storia vera

 

Molto spesso i racconti sono frutto di immaginazione, sono pensieri collegati alla realtà, alle volte, spesso, non sono veri, vengono infarciti con dalla fantasia e romanzati ad arte dal narratore.
Questo no.

Thyssen Krupp è un gruppo industriale tedesco, con sede ad Assen. I più importanti insediamenti in Italia sono a Terni e a Torino.

Un giorno, intorno ad un tavolo ovale, il management del gigante della produzione dell’acciaio decide di disinvestire nello stabilimento di Torino. In particolare, ritiene la linea 5 non idonea a rimanere in Piemonte. Meglio trasferirla a Terni.

Le scelte delle multinazionali sono spesso discutibili, ma non ammettono discussioni.

E quindi si produce senza grossa attenzione alla manutenzione e alla pulizia. Le ditte in appalto vengono eliminate, tanto ancora pochi mesi e la linea verrà trasferita. Gli operai lo sanno, protestano, ma il ricatto del quindici del mese è troppo importante, il mutuo, l’affitto, la scuola dei ragazzi, la salute, le bollette, la spesa, non si pagano da sole.

Sono mesi che si toglie, sono mesi che i livelli minimi di sicurezza calano a vista d’occhio. Gli estintori vengono sostituiti tutti, meglio optare per un estinguente a CO2 rispetto ad uno a polvere, in caso di utilizzo sporcherà meno il prodotto. Abbiamo fretta, non possiamo perdere tempo a pulire i fogli di acciaio.

Sotto alle linee dei nastri trasportatori i bacini di contenimento traboccano di olio idraulico, ma chi doveva pensare allo svuotamento? Le ditte in appalto, che non ci sono più. Non ne abbiamo bisogno, fra qualche settimana smonteremo tutto, abbiamo fretta.

I pulsanti di arresto di emergenza dislocati ogni dieci metri di linea sono stati bypassati, se li spingi non funzionano. Ma perché, chi l’ha deciso? I capi. Non è che si può interrompere il flusso ogni tre minuti perché un coglione si diverte a spingere il fungo. Ma poi è vero che alcuni pulsanti, a livello progettuale sono stati debitamente installati ma non funzionano da sempre? Mah, così si dice.

Tutta quella carta ammassata in impianto andrebbe smaltita, è fonte di innesco, ed è pure unta. Ci penseranno le ditte in appalto. Ah già, gli abbiamo tolto i contratti di manutenzione; dai, manca poco.

Li avete visti i nastri trasportatori? Nessuno li registra più, carichi con i fogli di acciaio, sbarellano da tutte le parti, alle volte fanno attrito con le travi di sostegno e producono scintille. Qualche volta capita, non sempre, che si appiccano piccoli incendi. Ma i ragazzi sono bravi e con un paio di estintori a testa li spengono. Succede quasi tutte le notti, non è un pericolo, è tutto sotto controllo. Ci sono però delle volte che uno prende in mano un estintore e lo trova vuoto, la ditta che fa le ricariche non riesce a mantenere il ritmo di riempimento, occorre chiamarla, alle volte arriva dopo due giorni, insomma sono tanti gli estintori scarichi.

La notte tra il cinque e il sei di dicembre del 2007, in turno ci sono otto operai. Otto tute blu, otto storie diverse, otto colleghi, forse amici. E’ passata da poco la mezzanotte e la linea 5 ricottura e decapaggio è stata riavviata, come sempre scodinzola un po’, si vede che i tiranti dei nastri sono lenti, mannaggia a loro. Ecco che nel trasporto delle lamine di acciaio, lo strusciamento contro le colonne fa le solite scintille. Ecco che parte la rottura di coglioni, l’incendio. Provano a spegnerlo, qualche estintore non funziona, gli altri a CO2 hanno un basso potere estinguente. C’è fermento tra gli operai, uno corre in sala quadri, avverte gli altri. Nel PLC che controlla la linea non esiste un selettore a chiave che interrompa il flusso, anzi sì, ci sarebbe una sequenza alfanumerica che impostandola blocca i nastri, ma nessuno la conosce, è troppo lunga.

L’incendio aumenta, uno dei ragazzi è pronto con la manichetta, uno prova ad aggredire l’incendio da dietro con un estintore mezzo vuoto. I circuiti idraulici si surriscaldano, un tubo cede, comincia a sputare olio sopra la carta di protezione già in fiamme, i bacini di contenimento dell’olio prendono fuoco poi, in un attimo, l’inferno. Gli otto operai vengono investiti da lingue di fuoco che li risucchiano, li accartocciano.

  • Antonio
  • Roberto
  • Angelo
  • Bruno
  • Rocco
  • Rosario
  • Giuseppe

Antonio muore subito, Giuseppe dopo tre settimane, gli altri dopo ore o giorni.

Solo Antonio B. si salverà. Qualche ustione, prognosi di alcune settimane.

Gli altri? Carne offerta sull’altare del capitale. Nessuna sfortuna, nessun caso, nessuna sorte avversa.  E’ come sparare bendati al gioco dell’orso, nelle giostre di quaranta anni fa. Ad ogni colpo l’orso passa indenne, ma poi, continuando a sparare, sparare, sparare, l’animale a un certo punto alza le zampe e cade a terra.

La Corte d’Appello di Torino condanna i dirigenti del colosso industriale per omicidio colposo. Il primo grado non riconosce l’omicidio volontario. La freddezza dell’esecuzione rimane. Ci sarà un risarcimento. Ma un figlio, un padre, un marito, un fratello, un amico, non hanno prezzo. Il sangue su quell’acciaio non sarà mai lavato.

La fiamma eterna

Nell’antichità, il sacrificio era un momento molto importante: la carne, bruciando, emanava fumo. Quest’ultimo, incorruttibile, era per gli dèi. La carne, deperibile, per gli esseri umani. Nei secoli il valore simbolico del sacrificio è cambiato, connotandosi come momento di disgrazia, sino al punto più basso: il bruciare uomini e donne. Proprio in questo strano mondo capovolto si ritrova la riflessione di chi, dandosi al fuoco per non cedere al credo altrui, alzò la testa e affrontò la morte. A questo si affida l’immortalità: i miserabili che lo uccisero poterono bruciare solo le carni, ma il suo pensiero, incorruttibile proprio come il fumo dedicato alle divinità, è giunto fino a noi, come lascito per l’eternità. Ovunque, per chiunque. Baluardo di libero pensiero e libera parola.

“Dio è in ogni luogo e in nessuno, fondamento di tutto, di tutto governatore, non incluso nel tutto, dal tutto non escluso, di eccellenza e comprensione egli il tutto, di defilato nulla, principio generatore del tutto, fine terminante il tutto. Mezzo di congiunzione e di distinzione a tutto, centro ogni dove, fondo delle intime cose. Estremo assoluto, che misura e conchiude il tutto, egli non misurabile né pareggiabile, in cui è il tutto, e che non è in nessuno neanche in se stesso, perché individuo e la semplicità medesima, ma è sé.”
Giordano Bruno

IN BREVE
La linea sottile fra disobbedienza e rivolta

No, avete passato ogni limite. Non siete d’accordo sulle decisioni di Hera? Agìte democraticamente. Un cassonetto dell’immondizia non si brucia, punto. I sacchetti dell’indifferenziata non si lasciano per strada, punto. La differenziata, se la fate, dovete farla bene, punto. Mi sembra estremamente logico che una bottiglia di vetro non vada in “sfalci e ramaglie”, o sbaglio? Con le nuove misure della tanto temuta Hera, chi prima differenziava a piacere ora ci pensa su due volte. Ma opinioni a parte, la bella vista di venerdì mattina in via Lucrezia Borgia è specchio di ignorante inciviltà. Pagate i danni, perché “una giusta punizione salda ogni debito”.

ACCORDI
Che barba.
Il brano di oggi…

Ogni giorno un brano intonato a ciò che la giornata prospetta selezionato e commentato dalla redazione di Radio Strike.

[per ascoltarlo cliccare sul titolo]

Jimi Hendrix – Wild Thing Monterey

E’ da una settimana che continua a rimbalzarmi in testa un’immagine, l’avrete vista tutti ormai: quella del rogo degli strumenti musicali. Adesso, io, dell’Isis, da bravo figlio degli anni ’90 (anzi 90aro) ho la stessa idea di un 90enne. Quando va pagata ‘sta Isis?
Mi viene male perché per me Isis resta il nome di un gruppo che non ho proprio mai ascoltato così come Kobane resta la divertentissima autostorpiatura del cognome dell’autore di “Diari”, quel simpatico ragazzo biondo di cui ho festeggiato il compleanno insieme a voi su queste pagine, su questi pixel.
Non ci metto proprio bocca perché per me è una cosa decisamente indecifrabile, diciamo che conosco i miei limiti.
Solo che qui qualcuno li ha proprio invasi i miei limiti.
La prima cosa che ho pensato non è stata “oddio-ci-invadono-libertà-democrazia-bla-bla-bla”, ma è stata: COME SI PERMETTONO?
Mi fa abbastanza arrabbiare perché ho sempre voluto molto bene al vecchio Jimi.
Magari questi non sanno neanche chi era e gli rubano i trick così, visto che nella copertina di un suo album, molto prima di loro, bruciava una chitarra.
E tutto questo solo perché non vogliono la musica.
Doppio affronto al vecchio Jimi.
Non arriverò a scomodare Nietzsche e quel suo bell’aforisma sulla musica, “la vita senza la musica sarebbe un errore”, mi limiterò a questo semplice, eterno, divino cenno storico.

L’Isis brucia gli strumenti musicali
l’almun di Jimi Hendrix con la chitarra in fiamme

Selezione e commento di Andrea Pavanello, ex DoAs TheBirds, musicista, dj, pasticcione, capo della Seitan! Records e autore di “Carta Bianca” in onda su Radio Strike a orari reperibili in giorni reperibili SOLO consultando il calendario patafisico. Xoxo <3

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