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La clausura e il sogno di una fuga

Svolacchio con la mente ripercorrendo ciò che mi ha maggiormente impressionato in questa clausura fisica che sta diventando mentale suggerita e giustamente imposta da chi ci difende o tenta di difenderci scientificamente dal maledetto morbo o meglio ( senti come fa fino!) vairus. Mi s’invita alla pazienza mentre conto i giorni che mi rimangono prima della chiusura della mostra Canova-Thorvaldsen che voglio e devo assolutamente vedere. La sfida al divieto era stata decisa qualche giorno fa; poi il mio amico, grande critico d’arte, anche lui operando di nascosto alla famiglia prontissima come la mia a dargli l’ostracismo, rinuncia a causa di un leggero raffreddore di cui si è prontamente rimesso (n.b. abita in Veneto vicino a Vicenza….). Ora la scommessa è: riusciranno i nostri eroi a prendere il treno (orrore!!!) in un giorno fausto come il 13 venerdì? Tramiamo il viaggio in segrete telefonate che s’estendono anche alla Svizzera da cui dovrebbe arrivare la comune amica che tuttavia ha forti dubbi di poter essere riammessa nella ‘polita’ terra senza virus. Frattanto, febbrilmente, sposto la data delle vacanze romane offertemi per il mio ormai imminente genetliaco e aiutato dal ‘santo’ Lorenzo, tecnico che andrebbe continuamente tenuto in servizio attivo. Trionfalmente riesco a impossessarmi di due biglietti per la mostra di Raffaello. Lo comunico fremendo di gioia alla mia vicepresidente che mi ride in faccia (ovviamente con la mascherina anche se siamo al telefono!) facendomi notare che, come socio Icomos, avrei avuto diritto al biglietto gratuito. Assumo un tono annoiato e le domando: “Chi avrebbe fatto poi la coda per il biglietto restante, essendo due in famiglia?”, poi, esultando di piacevole nonchalance, le comunico che appena arrivato a Roma sarei andato a cena da Hang Zhou che come si sa è il miglior ristorante cinese d’Italia se non d’Europa. Rullano i tamburi quando poi mi viene comunicato che la mostra su De Pisis sarà trasferita a Palazzo Altemps a Roma qualche tempo prima del soggiorno romano. E mentre mi lancio esibendomi senza pudore in pescheria in un balletto coronarico –un passo avanti e due indietro-decido di adottare come saluto a distanza il gesto immortale di Alberto Sordi non più accompagnato da ‘lavoratoriii’ ma da “coronaaaa”.
In città alla noia greve si aggiunge l’eterno ritorno dei personaggi di cui ormai tacere è bello. Che clangore di piatti rotti fra le parti contendenti! E’ proprio vero. ‘Ferara’ non cambierà mai, non può cambiare. Frattanto con il passo pesante del fato si chiudono tutte le conferenze e le manifestazioni culturali che riempivano il mio carnet. Ultimo di ieri lo spostamento del Convegno internazionale padovano sui giardini fissato il 2 aprile e rimandato al 15 giugno. Rivedo film meravigliosi alla televisione ma ormai sto scivolando verso lidi infrequentabili. Un popolare show mi produce le convulsioni e devo per forza evitarlo; i seriosi dibattiti tra gli intendenti mi producono crisi frequenti di narcolessia o per fare il figo di tripanosomiasi africana essendo quasi tutti dedicati agli effetti del vairus. Mi rimangono le vicende amorose del Cavaliere ma sono ormai troppo ripetitive.
La nonna mi avrebbe detto severamente “Ti annoi? Allora studia!”. Prudentemente i nipoti informati della mia minacciata escursione mi fanno prudenziali telefonate per vedere se sia il caso di mettermi in isolamento. Mi telefona Francesca Cappelletti che mi avverte che se avessi deciso di vedere la mostra di Georges de la Tour a Milano i biglietti omaggio erano alla cassa e questo mi rende orgoglioso perché vengo trattato da pari a pari da una delle maggiori critiche d’arte!
Come finirà???? Non so né voglio saperlo fino al 12 marzo data ultima per comprare il biglietto del treno.
Il mio grato pensiero ora va a Francesca del Libraccio che assieme alle sue meravigliose ragazze mi indicano libri, mi sorridono, rendono ancora la libreria l’unico, vero posto di contrasto al vairus per cui, scritto il mio pezzullo, comincio la lettura del romanzo di Eshkol Nevo, L’ultima intervista. Appunto.

DIARIO IN PUBBLICO
Roma e dintorni

Lentamente si esauriscono le ondate dei migranti del divertimento. Compiaciuti, gli organizzatori degli eventi cominciano a numerare l’elenco delle presenze in città mentre il gesto della statua di Savonarola che è silenziosa testimonianza agli ‘eventi’ indica ormai la posa consueta del cellulare alzato al cielo per testimoniare ( cosa?) forse il necessario ‘io c’era’.

Davanti alla tv la sera dell’ultimo dell’anno, dopo confortanti prelibatezze portate da Roma e la visione di vecchi film, una fuggevole occhiata all’angosciosa cascata di fuoco dal Castello mai abbastanza deprecata per il rispetto che ho alla storia e all’uso che se ne fa e, mentre medito, come sfida al cielo s’alzano le braccia di ignoti dai volti sconosciuti che tali rimarranno nonostante il braccio puntato al cielo. La sera del primo giorno Venti/Venti assistiamo un po’ a disagio allo spettacolo di Roberto Bolle, raffinato e popolare assieme. Ma chi l’avrà visto? In quanto lo spettacolo che sbanca non è affidato all’arte coreutica, ma sono i gorgheggi delle vecchie glorie canore rappresentate a Potenza dalla colossale ex diva del canto avvolta in veli bianchi e il marito in cappellino di paglia e un altro pseudo cantante ambiguamente vestito con guantini, zazzera bianca e sottanuccia da Madonna ( cantante of course).

Roma si offre in tutta la sua (fredda) gloria e luce. Corriamo tra un frullar di taxi alla mostra su Canova – non un granché – forse perché sono arrivato alla saturazione dopo 30 anni di studio matto e disperatissimo, ma ci rifacciamo con le strepitose esposizioni di Lucien Freud – Francis Bacon e la scuola di Londra. Lo stesso luogo, il Chiostro del Bramante, sembra la sede ideale per le imprese dei due artisti: anfratti, i luoghi segreti fatti apposta per testimoniare le deviazioni dei due grandi protagonisti del Novecento inglese e della scuola da loro creata. L’emozione risulta ancor più viva pensando alla fascinazione che Bacon esercitò su Giorgio Bassani. Basterebbe pensare alla prima edizione de L’airone e alla copertina di Bacon, il celebre ‘Figure on a Couch’ (1962) che inaugura la nuova stagione tra scrittura e figura dell’ultimo Bassani. La storia ricorda che per l’edizione del ‘Romanzo di Ferrara’ lo scrittore ferrarese chiese all’editore un’opera di Bacon ma il pittore non diede il permesso e il volume uscì ‘in bianco’.

    

Frida Kahlo è ormai personaggio fisso tra le presenze ineliminabili della cultura figurativa, siano Caravaggio o gli Impressionisti, e del richiamo che esercita sui visitatori.

L’esposizione è la perfetta idea di cosa voglia o debba essere oggi la conoscenza di un artista: la vita possibilmente disagiata o tragica, gli appetiti sessuali indistinguibili, la ferocia della vita, l’ascesa all’Olimpo dei grandi. Qui c’è tutto esposto in modo intelligente e posso dire ‘ruffianesco’. Ma se presentano o presenteranno allo stesso modo Raffaello o Leonardo ecco che la nuova metodologia ci porterà a risultati m’immagino, ma non mi auguro, deludentissimi.
Continua l’esplorazione dei luoghi romani frequentati da anni. Decidiamo di recarci al Pompiere elegante ristorante ebraico al Ghetto vicino all’Enciclopedia italiana. A pranzo ci si recava assieme a mangiare tutti noi che in quel momento si lavorava in quella sede divenuta tristemente famosa perché proprio lì in via Caetani venne trovata la macchina col cadavere di Moro . Ed ecco che un anziano cameriere dalla chioma e barba candida mi abbraccia dopo aver pronunciato a gran voce il mio nome. Al tempo era apprendista nello stesso ristorante e si ricordava perfettamente di me. La sera poi da Sonia, Hang Zhou in cinese, tra le foto degli artisti e dei politici che frequentano quel luogo gustiamo le meraviglie della vera cucina cinese.

 
Ma ancora Roma mi lascia un segno di disagio che non riesco a scacciare. La gente corre freneticamente in cerca di quel di più che la città può offrire ma che mi lascia con un senso di vuoto dentro. Forse il riflesso della politica?

Il lusso degradato ad outlet ha invaso la città. Le vetrine rilucenti delle vie della moda attraggono la vista ma non i clienti che si riempiono di tutte le borse possibili con i prodotti dell’outlet. Sembra quasi che scopo ultimo sia possedere la borsa o la scatola piuttosto che il contenuto. Come in politica. Appunto.

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