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Letture da brivido, buon Natale… in giallo

Il Natale con le sue atmosfere suggestive ha affascinato scrittori di ogni tempo. Accanto al ‘bianco Natale’ fatto di sogni, bontà, leggerezza, romantiche riunioni familiari in stupende ambientazioni montane con paesaggi da fiaba, trovano posto anche quei romanzi thriller e noir che col Natale potrebbero avere poco a che vedere, ma in realtà hanno trovato spunto e ispirazione proprio ed esattamente in questo periodo festoso. Ed è così che il ‘bianco Natale’ si tinge di giallo, le luci degli addobbi si spengono per lasciar posto alla penombra, la neve candida si sporca, la bontà è soppiantata dalla spietatezza e i rapporti gioiosi previsti dall’ occasione si rivelano in tutta la loro inconsistenza e fragilità. Autori come Georges Simenon, Agatha Christie, A. Conan Doyle, Ken Follet, Jo Nesbø e molti altri, non hanno resistito all’attrattiva del Natale come sfondo della loro narrativa, perché nel periodo dei buoni sentimenti, delle intenzioni più nobili e dei propositi per un attimo autentici, possono emergere anche quelle ombre che covano nel fondo dell’animo umano, che non conoscono tempo e luogo per manifestarsi.
Nel racconto “Un Natale di Maigret” di Georges Simenon (1951), scritto in California nel periodo più prolifico dell’autore, il celebre ispettore riceve una strana visita il giorno di Natale, tra i manicaretti della moglie e l’imperversare di una nevicata. Una vicina di casa, Loraine Martin, accompagnata da un’amica, riferisce ciò che la nipotina di 7 anni, Colette, costretta a letto con una gamba ingessata, racconta di aver visto nella notte. Si tratta della visita di Babbo Natale il quale, dopo averle regalato una bambola, è sparito nel buco del pavimento dopo aver tolto alcune assi, pronto a continuare il suo giro presso altri bambini. Le indagini dell’ispettore Maigret conducono alla scoperta che Loraine Martin è stata l’amante del suo datore di lavoro sparito da diverso tempo e al sospetto che nulla sia come sembra, compreso quel Babbo Natale fuggevole e decisamente in carne ed ossa… Loraine verrà smascherata e dovrà rispondere dei suoi misfatti.
“Il mistero del dolce di Natale” di Agatha Christie (1940), è un singolare racconto dal sapore particolare. “Questo libro è come un pranzo di Natale preparato da un vero chef. E lo chef sono io!”, così lo presentava l’autrice. Uno chef d’eccezione che affila i coltelli, presenta un antipasto fatto di rubini scomparsi, sforna una prima portata a base di amori infelici con contorni di litigi coniugali (magari con il delitto). Il dessert è una torta di more al sapore di sogni premonitori e infine un amaro, accompagnato da complotti familiari. Il mistero è servito.
E’ Natale anche per il celebre detective Scherlock Holmes, la creatura di A. Conan Doyle destinata a risolvere, spesso in modo poco ortodosso, i casi più difficili. Questa volta si trova ad affrontare, Natale o no, una questione ingarbugliata i cui protagonisti sono un cappello malconcio e una grossa oca bianca nel cui becco viene trovata una pietra azzurra di grande valore, rubata alla contessa Morcar in un prestigioso albergo di Londra. Sospetti, indagini, acute deduzioni; una storia di ordinaria follia con un epilogo felice in cui, ancora una volta, la giustizia trionfa.
Legato al Natale è anche il romanzo di Ken Follett “Nel bianco” (2004), ambientato in Scozia, nei pressi di Glasgow. E’ una fredda notte di Natale quando un gruppo di terroristi tenta di trafugare un importante virus dai laboratori della Oxenford Medical. Si tratta dell’Istituto di ricerca biologica in cui è stato prodotto in via sperimentale un farmaco attivo non ancora testato sull’uomo, contro una pericolosa variante del virus Ebola. Una storia movimentata con più protagonisti: Stanley Oxenford lo scienziato, suo figlio Kit (uno dei terroristi), Antonia Gallo responsabile della sicurezza. La banda criminale riesce ad eludere i sistemi di allarme e riesce a sottrarre il farmaco dall’area protetta. Una tormenta di neve non permetterà loro di allontanarsi dalla zona e troveranno rifugio proprio nella casa di Stanley. Sarà un Natale drammatico, all’insegna della tensione, nel timore per la possibile diffusione di una pandemia senza antidoto. La lunga notte di Natale finirà e la banda sarà sgominata, merito di Antonia Gallo, ‘Toni’.
E ancora di Natale si parla in “Il Natale di Flavia de Luce” di Alan Bradley (2014), in cui l’autore ci conduce nell’Inghilterra degli anni ’50. Un Natale che si preannuncia particolarmente triste per l’undicenne Flavia, la protagonista e che in realtà si rivelerà tutt’altro che noioso. Il padre, sommerso dalle difficoltà economiche, cede in affitto parte della sua dimora a una troupe cinematografica. Durante le riprese avvengono incidenti inattesi, episodi inquietanti e perfino un raccapricciante assassinio. La giovane Flavia avrà modo di esercitare il suo fiuto incredibile malgrado l’età, dimostrando acume e furbizia. In “La ragazza senza volto” di Jo Nesbø (2005) ci racconta del Natale norvegese del 2003. Stankic, un killer croato, arriva a Oslo e uccide Robert Karlsen, ufficiale dell’esercito della Salvezza, durante il concerto di Natale. La difficoltà degli investigatori nasce dall’impossibilità di identificare l’assassino per la sua straordinaria capacità di modificare i tratti del volto e dal costante interrogativo sul movente e sul mandante. Un Natale tra nevi scandinave e intrighi internazionali.
Al Grande Nord appartiene anche il romanzo “La voce” dello scrittore islandese Arnaldur Indridason (2002). Mancano pochi giorni a Natale e l’ispettore Erlendur Sveinsson viene chiamato a investigare sull’assassinio del custode Guòlangur, ritrovato nella sua stanza presso un lussuoso hotel di Reykjavik, riverso sul letto, vestito da Babbo Natale. Nessuno sembra conoscerlo a fondo e nessuno può fornire informazioni. Si scopre che ha un passato di giovane voce bianca, di bambino prodigio, un raro talento canoro, e che è omosessuale, motivo della sua rottura con la famiglia di origine. Le indagini dell’ispettore navigano tra molte difficoltà, tra personaggi grotteschi, storie parallele, matasse intricate di indizi, dettagli, deduzioni, segni fuorvianti. E si scopre quanto marciume si nasconda dietro la facciata di irreprensibilità ed eleganza.
Natali strani, in questa parte della letteratura, che ne ridimensionano lo spirito, associano la gaiezza della festività all’umanità più spietata. Ciò nonostante e per fortuna, il Natale continua a rimanere ‘the most wonderful time of the year’, il periodo più scintillante e luminoso, una specie di Santo Graal che tutti rincorriamo, mantenendo la stessa percezione gioiosa di sempre, da bambini e da adulti, nonostante le assenze, i vuoti, le disillusioni della vita, i cambiamenti esistenziali. Si chiama ‘la certezza del Natale’.

I luoghi mitici dell’identificazione

Esistono luoghi che da sempre hanno ispirato e rafforzato il senso di appartenenza, abbattuto barriere sociali, incentivato legami, indotto a una condivisione di qualche tipo. Hanno da sempre favorito un sentire comune, un’esternazione di pensiero ed emotività che porta facilmente ad un sodalizio, alla voglia di aggregazione che funziona secondo proprie regole e propri tempi.
Sono spazi di inclusione riconoscibili, familiari, che profumano di tempi passati, spesso citati nei film e nei romanzi ma esistiti realmente in tutta la loro valenza e caratterizzazione. E forse qualcuno di essi continua ad esistere in qualche piccola realtà urbana, in qualche paese non raggiunto e stritolato completamente dalla contemporaneità. Si possono chiamare ‘Bar Sport’, ‘Cinema Italia’, Parco Caduti, Piazza Garibaldi, angoli di città e agglomerati di periferia in cui arrestare l’estraniante frastuono del mondo per tuffarsi in un’atmosfera più autentica, a misura d’uomo. Parco Caduti di una volta, con le panchine, gli incontri tra proprietari di cani e sorridenti babysitter, anziani in vena di ricordi e compiaciuti operatori ecologici che per un attimo dimenticano il lavoro e si fermano ad ascoltare. Cinema Italia con i seggiolini consunti e tante storie da rappresentare, lacrime commosse e risate, famigliole in cerca di divertimento e spettatori solitari che per qualche ora dimenticano la solitudine. Piazza Garibaldi, dove c’è sempre una fontana circolare con bordi su cui sedere, chiacchierare, fermarsi anche solo per poco con la certezza che qualcuno c’è sempre.
E poi c’è il Bar Sport. Chi non ha mai bevuto un caffè al Bar Sport? Non importa se lo sport c’entra poco o per nulla: l’idea rimane quella dell’apertura, il movimento, la vitalità, l’energia, il calore di un ambiente che nel tempo è andato a perdersi, offuscato o soppiantato da altro. Sono i luoghi mitici della narrazione e dell’ascolto ormai estinti o in via d’estinzione proprio come l’orso polare o il pinguino imperatore; luoghi di senso che hanno esercitato la loro funzione sociale di catalizzatori di sensazioni, pensieri, confidenze, confessioni, dichiarazioni, umori e malumori, progettualità, chiacchiere leggere e ragionamenti impegnativi. Bar Sport era un punto sicuro, luogo di cori di risate ma anche di attenzione e ascolto, sede delle incazzature più genuine, dei grandi proclami su faccende di politica e sport, delle ‘sparate’ così alte da sembrare perfino vere, della tuttologia che serba un fondo di saggezza, delle battutine sagaci, delle confidenze di una cert’ora, delle grandi trasformazioni bicchiere dopo bicchiere: un luogo dove c’era anima, umorismo, semplicità che non è sempliciotteria.
Lo stesso posto che troviamo in “Il bar delle grandi speranze”, (2005), dell’autore statunitense J.R. Moehringer che in questo romanzo racconta la propria vita. Cresciuto senza padre, con una madre indebitata fino al midollo e scappata da vite scomode, viene allevato da zio Charlie, barista al Dickens rinominato poi Publicans. Nel locale l’autore ascolta le storie di molti uomini, seduto su uno sgabello al bancone di legno appiccicoso. Sente il padre che fa lo speaker in radio e parla con quella voce irraggiungibile senza poterla visualizzare, rincorrendola tutti i giorni sulle stazioni radiofoniche. Passano gli anni e inizia a frequentare con successo l’università: studio, delusioni d’amore, esperienze, vita. Continua ad ascoltare le storie dei clienti del Publician, le raccoglie e le scrive ma il bar stesso gli impedisce di progredire e realizzarsi e ogni drink in più è un ostacolo alla sua ascesa. Il padre diventa ogni barista di turno che gli riempie il bicchiere. Deciderà che è arrivato il tempo del cambiamento radicale, si allontanerà dalle tentazioni del bar per ritornare solamente dopo la grande svolta interiore. […] Ci andavamo per ogni nostro bisogno. Quando avevamo sete, fame, quando eravamo stanchi morti. Ci andavamo quando eravamo felici, per festeggiare, e quando eravamo tristi, per tenere il broncio. Ci andavamo dopo i matrimoni e i funerali, a prendere qualcosa per calmare i nervi, e appena prima, per farci coraggio. Ci andavamo quando non sapevamo di cosa avevamo bisogno, nella speranza che qualcuno ce lo dicesse. Ci andavamo in cerca d’amore, di sesso, o di guai, o di qualcuno che era sparito, perché prima o poi capitava là. Ci andavamo soprattutto quando avevamo bisogno di essere ritrovati.” […] Luoghi soppiantati oggi dal proliferare dei non-luoghi, apparsi ovunque dagli anni ’90. Sono i grandi spazi del consumo, diventati segno e simbolo del nostro rapporto attuale con la collettività e col mondo, svuotato e impoverito.
Gli spazi di inclusione attuali, nati e sviluppatisi come grandi scatoloni commerciali nel Nord America degli anni ’40 e ’50, gli Shopping Malls, raccolgono il nostro bisogno di appartenenza in modo automatico e asettico, assecondando il rito quotidiano dell’acquisto, centralità delle nostre esistenze. I non-luoghi vengono trasformati in mete di pellegrinaggio verso le cattedrali del consumo ammiccanti, popolose, promettenti perché si è ‘in’, inseriti in un gruppo sociale, oppure ‘out’, esclusi dalla sicurezza di appartenenza, in base al possesso di un numero minimo di oggetti acquistabili. Questo è ciò che rende palese e inequivocabile la mappa dell’appartenenza o dell’esclusione. Non c’entra nulla l’ascolto, il dialogo, la disponibilità al vero incontro con l’altro perché è ciò che si acquista a diventare anche strumento stesso per raccontare di sé e quindi mezzo di comunicazione. C’era una volta il Bar Sport, racconteremo: non sarà nostalgia, né rimpianto, perché alla fine ci si adatta e si impara a sciorinare altre verità. Ma dovremo convenire come fosse tutto più facile…

I pensieri del Comandante

“L’ansia è il fondo di una bottiglia rotta, piantata tra lo sterno e lo stomaco, per quanto coraggio ti toglie ti ricompensa con la paura”. Si preannuncia un gran bel duetto intellettuale, domenica alle 18,30 – “rigorosamente dopo la Spal” – al circolo Blackstar, fra Cristiano Mazzoni (scrittore sempre in prima fila a difesa degli ultimi e della giustizia sociale, perdutamente innamorato – oltreché del rosso – dei colori biancoazzurri, al suo debutto lirico) e Mazzoni Cristiano (cognome e nome proprio come nella locandina di presentazione dell’evento simpaticamente si fa appellare per distinguersi dall’omonimo), anch’egli scrittore di riconosciuto talento, anch’egli ferrarese oltreché amico del suo omologo gemello d’anagrafe. Spunto del dialogare, dissertare e disquisire in libertà sarà “I pensieri del Comandante”, nuova pubblicazione (edizioni Freccia d’Oro) del C.M. che si confronterà con M.C. e con tutti coloro che presenzieranno, al circolo Arci di via Ravenna 104, a questo incontro che si preannuncia ricco di parole, pensieri e passione.

Scrive l’autore della sua poetica raccolta: “Premessa, doverosa premessa. Chi dovesse imbattersi, per sbaglio o – peggio – per scelta in queste pagine, deve essere consapevole di ciò che l’attende. Ammesso e non concesso che per bontà, carità o convinzione arrivi alla fine del libro, il lettore non si imbatterà in un testo di poesie (cosiddetto) canonico. Infatti, l’autore (io), non è a conoscenza della tecnica, della metafora, del sillogismo, né del dolce e neppure dell’amaro stil novo. Alle terzine e quartine preferisco le cinquine (della tombola)… Le parole che scrivo sono raggruppate in frasi che stanno insieme grazie alla giusta miscela tra pensiero e rabbia, tra sogno e materialità, ma fondamentalmente, impastate con la voglia e il bisogno di scriverle. Questo libro è dedicato a mio suocero, grande uomo; e le uniche due vere poesie presenti sono quelle inserite nella post-fazione, scritte da lui dopo la nascita delle mie figlie”.

“I pensieri del Comandante”, edizioni Freccia d’Oro sarà presentato domenica 8 dicembre alle 18,30 al circolo Arci di via Ravenna 104

Nota sull’autore, Cristiano Mazzoni – Figlio unico di madre impiegata e padre sindacalista, Cristiano Mazzoni nasce a Ferrara, nell’autunno caldo del 1969, nelle case popolari a due chilometri dal centro cittadino. Ha pubblicato Batiguàza. Resoconto di una adolescenza (Este Edition 2011), Parole dissociate. Memorie e pensieri (Este Edition 2012). Nel 2014, in occasione dei mondiali di calcio, un suo racconto “Speriamo di non cadere”, viene inserito in una raccolta dal titolo “Racconti Mondiali”, edito da Autodafé Edizioni di Milano. Nel 2015 un suo racconto dal Titolo “Petrolchimico” è inserito in una raccolta pubblicata sempre da Autodafé. Con Autodafé pubblica il suo primo romanzo “Il Bar dei Giostrai” nel 2017. Alcuni suoi pensieri e articoli sono stati pubblicati da Ferrara Italia. E’ in redazione a “Lo Spallino” dove scrive di un grande amore. Scrive, come autoanalisi, per raccontare, soprattutto a se stesso, che non è mai troppo tardi per autodeterminarsi”

Gianrico Carofiglio a Ferraraitalia: “Incompetenza e demagogia al Governo. All’Italia serve ben altro”

“Con i piedi nel fango”: un titolo eloquente quello del libro-intervista sulla politica che Gianrico Carofiglio presenterà domani (venerdì 29 alle 15,30 a Ibs Ferrara). “La politica è fare i conti con le cose come sono davvero: cioè spesso non belle e non pulite – è scritto nella presentazione del volume -.  Bisogna entrare nel fango, a volte, per aiutare gli altri a uscirne. Ma tenendo sempre lo sguardo verso l’orizzonte delle regole, dei valori, delle buone ragioni”.
E’ l’occasione per ascoltare un intellettuale lucido, appassionato e tagliente, noto al grande pubblico soprattutto per i suoi splendidi romanzi (fra i quali la serie dell’avvocato Guerrieri e quella del maresciallo Fenoglio). Ma i numerosi e illuminanti saggi di cui, pure, è autore, forniscono chiavi di comprensione e preziosi elementi di consapevolezza relativi al mondo in cui viviamo. Il suo è uno sguardo che tiene insieme gli aspetti antropologici e quelli politici, investigando il carattere e le propensioni individuali, nonché vizi, vezzi e (spesso perdute) virtù della sfera pubblica.
Una perla che fa storia a sé nella ricca produzione dell’autore è, poi, “Passeggeri notturni”, raccolta di brevi e folgoranti considerazioni sul vivere, che traggono spunto da fatti reali, talvolta impastati in oniriche ispirazioni.

“Con i piedi nel fango” è edito da GruppoAbele e riporta l’articolata e appassionante conversazione fra l’autore e il giornalista Jacopo Rosatelli. L’incontro di domani è organizzato dal dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Ferrara, grazie all’inesausto prodigarsi del professor Andrea Pugiotto, costituzionalista, che con Carofiglio dialogherà. Lo scrittore, che è stato magistrato e senatore,  ha accettato di anticipare a Ferraraitalia alcune delle riflessioni che faranno da filo conduttore alla conversazione, che sarà accompagnata dalle letture del Centro teatro universitario di Ferrara.

La politica è spesso inganno. Nel libro lei sostiene che i meccanismi comunicativi che stanno dietro a pratiche di manipolazione funzionali all’acquisizione del consenso debbano essere conosciuti e padroneggiati pure dal politico onesto. Vuol chiarire questo passaggio?
Sostengo che il politico onesto debba conoscere le tecniche di manipolazione per potersene difendere, ma escludo che debba o possa usarle perché la manipolazione non è mai etica. Ritengo invece che la politica onesta debba impadronirsi di efficaci strumenti di comunicazione che tengano conto, in una pratica etica, del fatto che spesso le scelte politiche sono emotive e non razionali.

Afferma, però, che in alcuni casi la menzogna o la reticenza siano necessari. In quali?
Mi riferisco perlopiù all’omissione: ogniqualvolta sia indispensabile per un interesse superiore (che non può mai essere quello personale del politico in questione) e non implichi la manipolazione dei destinatari.

Per quanto concerne le abilità strategiche, lei sostiene che il politico onesto quando non può sottrarsi al confronto con il mascalzone (o l’imbecille) deve essere capace di neutralizzarne le mosse scorrette. Come?
Prima di tutto bisogna conoscere quelle mosse, come dicevamo prima. Poi una buona tecnica, fra le tante, è rendere manifesto il tentativo di manipolazione, svelare l’inganno. È uno dei modi più semplici ed efficaci per neutralizzarlo.

Scardinando un luogo comune, afferma che al politico consapevole conviene dichiarare i propri limiti e i propri errori. Perché?
Perché gli errori rendono amabili, diceva Goethe. Intendeva che gli errori (quelli che si è capaci di ammettere, naturalmente) sono un segno della nostra umanità. Inoltre ammettere gli errori ci consente di apprendere da essi e dunque progredire.

Giusto! Ma un conto sono gli errori, ben altro invece sono spregiudicatezza e malafede. In questo senso, è d’accordo con Luciano Violante, al quale fa riferimento nel libro, quando ci segnala che in Italia i confini fra illegalità e politica sono stati spesso evanescenti?
Spesso, sì. Purtroppo.

Sullo sfondo il tema centrale, quindi, è ancora una volta verità e menzogna. Al riguardo, principalmente a causa dei sistemi di diffusione delle informazioni tipici dei social network, la possibilità di smentire le false notizie è pesantemente ostacolata, in conseguenza del meccanismo virale di propagazione delle cosiddette ‘fake news’, che di fatto rende impossibile ripercorrere tutti i canali di propagazione. E’ d’accordo?
Parzialmente. È vero che la fondamentale differenza sta nel meccanismo – e dunque nella velocità – di propagazione. Non direi però che sia sempre inibito ogni serio tentativo di rettifica.

A proposito di verità, nel testo lei argutamente segnala tre suggestive rimodulazioni anagrammate del termine: ‘relativa’, ‘rivelata’, ‘evitarla’. Io personalmente  sto con Popper, Pirandello e Zagrebelsky e considero la verità frutto di una ricerca inesausta, condotta con la consapevolezza di non poterne mai pienamente comprendere l’essenza e dunque sempre gravata dal dubbio di un possibile fraintendimento… Lei, che prima di essere scrittore è stato giudice, che rapporto ha con la verità?
Amichevole ma circospetto. L’idea di fondo è che buona parte di quello che chiamiamo verità dipenda dai punti di vista. Bisogna dunque accettare che anche nel nostro punto di vista (che di regola, per ovvie ragioni di miopia, ci sembra il migliore) ci siano profili difettosi e veri e propri errori. Bisogna imparare a guardare le cose dal punto di vista dei nostri interlocutori e anche dei nostri avversari. Questo ci rende più tolleranti e più capaci di cogliere la complessità dell’oggetto: la verità, appunto.

Lei per cinque anni è stato Senatore, eletto nelle liste del Pd. Pensa in futuro di potersi ancora direttamente impegnare in politica?
Non saprei. Quella è un’esperienza passata. Se sorgessero le condizioni, se avessi l’impressione di potere essere davvero utile ci penserei.

Infine, transitando dall’analisi all’attualità, che giudizio dà dell’attuale governo e che futuro immagina per il nostro Paese?
Molto negativo. Una miscela pericolosa di incompetenza, demagogia e arrivismi personali. Immagino – mi auguro – un futuro in cui il nostro Paese sia sorretto da mani ben più esperte. Mani guidate da un senso dell’etica della democrazia che vedo quasi del tutto assente in chi sta governando in questo non fortunato periodo.

 

Per saperne di più, si può leggere anche la cronaca dell’incontro con l’autore in libreria “Gianrico Carofiglio a Ferrara” [fai clic sul titolo per andare alla pagina linkata]

palle natale

Tutto un altro Natale

Il Natale è il protagonista indiscusso in numerosi romanzi e racconti: si presenta festoso e leggero, intimistico e sentimentale, sacro e solenne, consumistico e superficiale. Le mille sfaccettature di una festa che comincia ben prima del 25 dicembre ed elargisce i suoi effetti oltre questa data. La festività più attesa dell’anno, che con il cambiare dei tempi si è adattata a nuovi canoni, mantenendo comunque sempre quel tocco di mistero. Ritorna puntuale con il suo carico di emozioni, i suoi riti, le sue luci e i suoi colori che hanno finito col perdere gran parte del loro significato. Le decorazioni in serie hanno preso il posto delle delicatissime e affascinanti sfere in vetro soffiato del passato; le luci intermittenti colorate al posto delle fiammelle delle candeline, il karaoke natalizio invece dei canti che trascinavano anche i più stonati. L’attesa a mezzanotte di Gesù Bambino con i doni – perché di questo si trattava, e non di Babbo Natale – lasciava i bambini col fiato sospeso come se proprio quella notte dovesse avvenire il miracolo dei miracoli. Non è sterile nostalgia o rimpianto per tempi diversi: è semplicemente un’immagine indelebile, che contiene tutto il calore incontaminato di una festa che ha cambiato i connotati.

In ‘Il Natale di Poirot’ di Agatha Christie (1939), tre giorni prima della festività l’anziano Simeon Lee riunisce i suoi figli che non vedeva da vent’anni. Comunica che vuole cambiare testamento, li insulta e li schernisce per divertimento. La sera di Natale si sente un grido pietrificante provenire dal piano superiore della casa e viene rinvenuto il cadavere di Simeon, in una pozza di sangue. Il mitico ispettore Poirot indaga e scopre che nessuno di familiari presenti poteva contare su un alibi credibile. Un intricato giallo come solo Agatha Christie sapeva immaginare e scrivere; una famiglia impegnata in intrighi, segreti, relazioni complesse, che a Natale scopre le sue carte tra eredità, diamanti misteriosamente comparsi, menzogne e, infine, la resa dei conti.
Ben diverso è il Natale che Giovannino Guareschi, scrittore, giornalista e umorista, descrive in ‘La favola di Natale’, nata in un campo di concentramento tedesco, nello Stalag XB di Sandbostel, nel dicembre 1944, dove lo scrittore si trovava internato. L’autore scriveva che le muse che lo avevano ispirato erano Freddo, Fame e Nostalgia. E’ la storia di Albertino, del suo papà prigioniero, della mamma e della nonna, di piccole creature buone o cattive che vivono e parlano in un bosco fantastico. Ma è anche la storia di quegli uomini affamati e sofferenti che ascoltavano il prigioniero Guareschi, in una baracca del lager e ascoltando le letture, mantenevano la speranza del ritorno. L’autore scrisse questa favola rannicchiato nella cuccetta inferiore del misero letto a castello, desideroso di dare voce ai sentimenti del momento, interpretando anche l’angoscia e allo stesso tempo la speranza degli altri. E’ la storia di Poesia, prigioniera nel campo, che tenta la fuga nascondendosi nella gerla di Babbo Natale; dei tre Re Magi illustrati come tre nanetti che sembrano usciti dal cartellone pubblicitario di qualche fabbrica di posate perché reggono come doni una forchetta, un coltello e un cucchiaio; del re della Pace e il re della Guerra; di panettoni che sanno di cielo e di bosco. Ma soprattutto di Albertino che vuole raggiungere il suo papà e gli scrive. “Posta per il nr. 6865! Da quattro mesi il nr. 6865 non riceve posta ed eccolo generosamente ricompensato della lunga, penosa attesa. Perché si tratta di una lettera d’importanza eccezionale, una lettera piena di ricami, angioletti d’oro, stelle di neve e zampette di gallina. ‘Caro papà, è natale e io penso a te…’”.
C’è poi un racconto classico della letteratura americana, ‘Ricordo di Natale’ di Truman Capote (1958), in cui l’autore trasferisce i suoi ricordi più vivi autobiografici di quel Natale in cui, scrive, vuole fissare uno dei pochi momenti felici trascorsi nella sua infanzia. Alla soglia delle festività natalizie, in un paesino dell’Alabama, Buddy, un piccolo orfano di sette anni e Sook, una lontana e anziana cugina pazzerellona creano un legame profondo, lontani dai parenti che mal tollerano la loro presenza in casa. La loro complicità fatta di amore e amicizia è quella che si stabilisce tra abbandonati, emarginati, poveri e soli, ma ricchi nella loro interiorità. Il bambino e l’anziana tagliano di nascosto un abete nella foresta per farne un albero di Natale e impiegano i loro scarsi risparmi per comprare farina, uvetta e whisky per fare il panfrutto, che verrà spedito con semplicità e desiderio di donare anche a Mrs Roosvelt, la moglie del Presidente degli Stati Uniti. Un racconto pieno di calda partecipazione e rimpianto struggente. Alla fine, ognuno di noi trova collocazione in un proprio Natale in cui riconoscersi, sentirsi e rifugiarsi; un Natale che smuova i sentimenti più belli e profondi, che restituisca ricordi sopiti, propositi dimenticati, pensieri e progetti rivitalizzanti per sé e per gli altri. Se non riusciamo a trovare tutto ciò dentro di noi, non possiamo pretendere di trovarlo sotto l’albero. Buon Natale!

Woolf, scrittrice e femminista

di Francesca Ambrosecchia

Scrittrice, saggista e attivista. Pochi giorni fa, il 25 gennaio, si è celebrato il 136esimo anniversario della nascita di Virginia Woolf.
Grande figura femminile nel mondo della letteratura e nella lotta per il riconoscimento della parità dei diritti tra i due sessi. Scrittrice acuta e femminista.
La sua personalità si formò in un ambiente facoltoso, ricco di personaggi di spicco della letteratura vittoriana dell’epoca e la sua istruzione grazie alle lezioni di latino e francese impartite dalla madre e dalla lettura di un gran numero di libri presenti nella biblioteca del padre. La sua vita fu però costellata da abusi, frequenti crisi depressive e sbalzi d’umore fino all’epilogo del suicidio.
L’interesse dell’autrice per la parità dei diritti emerge in svariate delle sue opere e per via del suo avvicinamento con le suffragette e quindi alla lotta per l’emancipazione femminile. La si può definire, anche per via dei suoi ideali, come una delle prime romanziere (donne) della storia.

“…Per tutti questi secoli le donne hanno svolto la funzione di specchi, dotati della magica e deliziosa proprietà di riflettere la figura dell’uomo a grandezza doppia del naturale…”
Virginia Woolf

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

Gerusalemme

L’INTERVISTA
“Il mio romanzo-verità sul Medioriente”. Parla il militare pacifista che ama Grossman e De Andrè

Il nome deriva dall’inchiostro utilizzato per tracciarla sulla mappa geografica: ‘linea verde’, così viene chiamato il confine che separa Israele dai territori palestinesi occupati. Proprio da questa linea prende il titolo il primo romanzo di Francesco Diodati, classe 1956, originario di Spezzano Albanese in Calabria, ferrarese di adozione, ufficiale dell’esercito italiano da poco transitato nelle riserve: “La linea verde” (Feltrinelli).
Ci ha lavorato per due anni e dopo molti rifiuti è riuscito a pubblicarlo da esordiente partecipando al concorso del portale ilmiolibro.it (oltre a Feltrinelli, fra i partner ci sono L’Espresso e la Scuola Holden), di cui ha vinto l’edizione 2012-13 nella sezione gialli-noir.
“La linea verde” parte dalla domanda: c’è una possibilità di pace per israeliani e palestinesi? “Il cuore mi porterebbe a dire sì, ma la ragione mi dice di no, che è ancora troppo presto purtroppo”, risponde Francesco. Anche il suo romanzo è diviso fra cinismo e sentimenti, fra chi si batte per il processo di pace e chi, su entrambi i fronti, è pronto a tutto pur di proteggere ciò in cui crede, anche a ricorrere a mezzi illeciti. Il romanzo di Francesco usa la vicenda della corrispondente Susan Foster per far conoscere ai più le vicende e le contraddizioni passate e presenti della Città Santa e del conflitto israelo-palestinese.

linea verde copertina
La copertina del romanzo La linea verde (Feltrinelli)

Francesco nel tuo libro si intrecciano diversi filoni, o meglio colori: oltre alla linea verde del titolo, c’è il giallo della spy story, c’è il rosso di cui è insanguinata da decenni, per non dire da secoli, la Terra Santa, c’è il rosa dei sentimenti e c’è anche il grigio dell’ambiguità che vela una realtà nella quale non ti puoi fidare di nessuno e niente è come sembra.
In effetti è così, hai centrato il senso del volume: in realtà sono tre libri in uno. C’è la parte storica, improntata sul conflitto israelo-palestinese, c’è una storia d’amore e poi c’è la spy story. “La linea verde” è nato perché volevo parlare del conflitto fra israeliani e palestinesi, che secondo me è, almeno in parte, alla radice di quello che sta succedendo oggi nel mondo, anche solo per il fatto che alcuni la prendono come pretesto, come alibi per le proprie azioni.
Volevo parlare di questa delicata e intricata faccenda che si trascina da almeno un secolo, dall’inizio del Novecento se non dalla fine dell’Ottocento, ma non sarei stato in grado di scrivere un saggio storico, perché non ho le competenze. Perciò ho considerato il conflitto israelo-palestinese come sfondo reale di una storia inventata: quella della giovane, ambiziosa giornalista Susan Foster che viene catapultata a Gerusalemme come corrispondente perché il suo mentore la convince ad andare al suo posto. Quindi è attraverso gli occhi di Susan, fra le pieghe della sua vicenda, che si intravvede la storia e la realtà di quei luoghi.

Perché ti interessa così tanto parlare dei conflitto israelo-palestinese?
Perché a modo mio voglio dare una mano, di far conoscere ai più questo problema. Se ne sa pochissimo, pochi hanno la voglia di approfondire veramente questo intreccio e queste problematiche ormai inestricabili, e quel poco che si conosce spesso si fa finta di non saperlo. Quello che vorrei stimolare è proprio una curiosità, la ricerca del perché esistono queste vicende.
Entrambe le parti non sono scevre da responsabilità, ma certo non nascondo che a mio parere chi oggi è oppresso è il popolo palestinese. Se domani saranno gli israeliani, sarò con gli israeliani.

Qual è la linea verde di cui si parla nel titolo?
È la linea di confine separa Israele dai territori abitati dai palestinesi, occupati durante la Guerra dei Sei giorni del 1967: Cisgiordania e Gerusalemme Est. Territori ‘occupati’ perché nonostante diverse risoluzioni dell’Onu Israele non si mai ritirato e anzi ha continuato a costruire insediamenti.

Susan sembra essere l’unica a riuscire a muoversi attraverso la linea verde…
Sì, quando arriva è animata dal desiderio di raccontare la realtà in maniera equidistante, però mano a mano che scrive i suoi articoli e le storie in cui si imbatte si rende conto che il popolo oppresso sono i Palestinesi e lo fa trasparire nel suo lavoro. Questa è la prima parte della storia, che termina quando lei rimane coinvolta suo malgrado in oscure trame di potere dei servizi segreti israeliani e paga un caro prezzo, per cui se ne torna in America con l’intenzione di non far più ritorno in Terra Santa. Nella seconda parte, invece, farà ritorno a Gerusalemme perché capirà che le ferite si possono rimarginare solo lì dove sono state originate: è da questo momento che abbraccia apertamente la causa palestinese, cercando di fare tutto ciò che può per favorire il processo di pace.

“La linea verde” è il tuo primo romanzo: quanto ci hai lavorato e come ti sei documentato? So che hai fatto parte dell’esercito, la tua è stata un’esperienza sul campo?
Ho lavorato al libro dal 2008 al 2010, svolgendo un grande lavoro di ricerca. È proprio per questo che molti come te mi chiedono se sono stato nei luoghi che descrivo, ma non è così: non sono stato a Gerusalemme, però mi sono basato sulle testimonianze di chi ha vissuto quei territori e l’atmosfera che si respira.

Come hai lavorato sui personaggi? Ti sei ispirato a persone reali?
I protagonisti, Susan Foster e il suo compagno israeliano, sono completamente inventati. C’è invece un personaggio che incarna quella che per me è la speranza per questa terra, si chiama Aaron Avnery e nel libro è l’astro nascente della politica israeliana, colui che con la fermezza delle proprie idee, con la propria tolleranza, sembra riuscire a smuovere le coscienze di molti israeliani. Ecco per Aaron mi sono ispirato al famoso scrittore israeliano David Grossman, chi segue lui e il suo lavoro non può non riconoscerlo.

francesco diodati
Francesco Diodati

Possiamo aprire una piccola parentesi sulla realtà? Abbiamo già accennato al fatto che hai passato gran parte della tua vita professionale nell’esercito, qual è la tua opinione sui recenti tragici avvenimenti di Parigi e sulle reazioni che stanno seguendo?
Non è facile fare un’analisi esaustiva. Quello che mi sento di dire è: bisogna fare attenzione quando succedono fatti come quelli di Parigi perché non tutto è quello che sembra, anzi in questi casi quasi mai ciò che sembra è quel che è. Dietro questi atti e questi cani sciolti, che sono carne da macello a cui fanno il lavaggio del cervello, pare che ci sia l’Isis, ma fermiamoci un attimo e chiediamoci: conveniva all’Isis fare quello che ha fatto, quando il giorno dopo la Francia ha invocato una coalizione internazionale e, insieme alla Russia, ha iniziato a bombardare la capitale Raqqa? Quando succedono questi episodi non sempre è sufficiente ascoltare i telegiornali, bisogna leggere i giornali e informarsi anche su internet, e poi bisogna sempre tenere a mente che è come con un prestigiatore: attrae l’attenzione del pubblico sulla mano destra, mentre con la sinistra esegue il trucco del gioco di prestigio. Ci siamo chiesti se si vuole distogliere la nostra attenzione?

E per quanto riguarda l’intervento armato?
Ora come ora l’Isis certo in qualche modo va fermato, ma non basta l’intervento armato. Contestualmente deve essere fatta un’azione diplomatica che non può partire dall’Europa, perché come in altri campi dal punto di vista diplomatico non c’è unità d’intenti, come stiamo vedendo.

Avviandoci verso la conclusione alleggeriamo un po’ l’atmosfera. Oltre alla scrittura, hai altre due passioni: il calcio, ma soprattutto Fabrizio De Andrè.
Sì, ho praticato il calcio a livello agonistico fino a 35 anni e poi ho seguito mio figlio, ora mi limito a guardarlo. De Andrè, invece, è una passione che dura dall’adolescenza: i suoi primi dischi non li compravo nemmeno io, ma ascoltavo quelli dei miei cugini perché ero ancora troppo piccolo. Mi dovevo far perdonare qualcosa, un rimorso che rimarrà per sempre tale: non l’ho mai ascoltato suonare dal vivo. Quando il suo ultimo tour “Anime salve” fece tappa a Ferrara avevo preso da tempo un impegno molto importante, ma sapevo che avrebbe suonato anche qui vicino, mi pare a Padova, perciò non andai convinto di ascoltarlo in quel concerto. Purtroppo la tournée fu sospesa e la tappa successiva venne annullata perché Fabrizio aveva già problemi di salute. Ci ho rimuginato per anni e anni; dato che strimpello un po’ la chitarra e canto abbastanza bene, ho sempre pensato che mi sarebbe piaciuto fare una serata per ricordare Fabrizio De Andrè, ma non sapevo come fare. Poi ho incontrato un violinista gli ho parlato della mia idea e lui si è offerto di darmi una mano; così in due anni sono riuscito a trovare uno a uno questi ragazzi, molto più giovani di me, ma che condividevano questo mio progetto di una serata come tributo a De Andrè. Alla fine eravamo in 11. Il 17 settembre 2011 abbiamo debuttato alla Sala Estense, avrebbe dovuto essere la nostra prima e unica serata, ma ci siamo chiesti perché fermarci lì: dopo due anni di serate siamo stati insigniti da Dori Ghezzi e dalla Fondazione Fabrizio De Andrè dell’importante riconoscimento di tribute band ufficiale.

L’ultima domanda è: continuerai a fare lo scrittore?
L’idea ci sarebbe e ho già iniziato le prime pagine di un nuovo eventuale romanzo, ma scrivere per quanto mi riguarda è molto faticoso, soprattutto per il lavoro di ricerca che mi prende moltissime energie. Come con “La linea verde” vorrei prendere spunto da accadimenti storici per costruirci sopra una trama inventata: questa volta tratterei una vicenda ci riguarda più da vicino, la prima colonizzazione italiana in Africa a fine Ottocento, in Somalia ed Eritrea.

Foto di Aldo Gessi

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L’INTERVISTA
Carla Vistarini, autrice tout court: “Scrivere davvero è un piccolo inferno”

Carla Vistarini ha scritto i testi di canzoni di successo per cantanti come Ornella Vanoni (“La voglia di sognare”), Mina (“Buonanotte buonanotte”), Mia Martini (“La nevicata del ’56”), Riccardo Fogli, Patty Pravo, Renato Zero, Amedeo Minghi, Alice e i migliori interpreti della musica italiana; storiche le sue collaborazioni con i musicisti Luigi Lopez e Tony Cicco. Come autrice di programmi televisivi ha collaborato, fra gli altri, con Piero Chiambretti, Gigi Proietti, Fabio Fazio, Maurizio Costanzo, Loretta Goggi, Sergio Bardotti (Sanremo 1998); nel 1995 ha vinto il premio David di Donatello per la sceneggiatura del film “Nemici d’infanzia” di Luigi Magni. E’ autrice di numerose commedie teatrali (nel 1987 ha vinto il premio I.D.I., assegnato dall’Istituto del Dramma Italiano), ora, in libreria è disponibile “Se ho paura prendimi per mano”, il suo secondo romanzo che sta presentando in giro per l’Italia.

Com’è iniziata la tua avventura nel mondo della musica?

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Copertina della versione giapponese di “Ritratto Di Donna” (Vistarini-Lopez-Cantini) cantata da Mia Martini

Moltissimi anni fa, quando, con un gruppo di altri adolescenti come me, ci riunivamo in alcuni “luoghi sacri” della musica rock e pop di Roma come il Piper e gli studi della Rai di via Asiago da dove si trasmetteva “Bandiera Gialla”, lo storico programma di Arbore e Boncompagni che mandava in onda solo musica per “giovanissimi”. Tra noi ragazzini adolescenti di quel periodo c’erano alcuni personaggi che poi avrebbero fatto la storia della musica, dello spettacolo e del giornalismo. Ne cito alcuni: Renato Zero, Mita Medici, Roberto D’Agostino, Dario Salvatori, Loredana Bertè, Luigi Lopez, ecc. E c’ero anche io. Da lì alla Rca, la casa discografica che è stata una delle più grosse fucine di talenti e di musica in Italia, il passo fu breve. Molti di noi si presentarono lì e cominciammo a far sentire le nostre idee. E furono ascoltate. Diventarono dischi, successi, e poi anche storia.

A quali canzoni ti senti più legata?
Se parli delle mie, credo di amare alcuni pezzi che hanno forse avuto una diffusione minore, perché magari non erano dei singoli ma erano solo negli album, ma che sono splendidi. Cito fra tutti “S.O.S. verso il blu” di Mia Martini, “Un piccolo ricordo” di Peppino di Capri, “Re del Blu Re del Mai”, “Questo amore sbagliato” di Patty Pravo e tutte le canzoni di “Nightmare before Christmas” adattate da me in italiano per Renato Zero. Se parli della musica degli altri, allora i miei gusti volano verso il jazz.

Un brano come “La voglia di sognare” non nasce per caso, si tratta di emozioni emerse in un momento particolare della tua vita?
Ti dico una cosa che molti autori pensano ma che pochi confessano: non si scrive per emozione, ma per competenza, per professionalità. Voglio dire, il valore di uno scritto, sia esso una canzone, una poesia, o un romanzo, esiste nelle emozioni che suscita in chi legge o ascolta, non in quelle di chi scrive. Chi scrive, l’autore, è sì una sorta di accumulo di emozioni, cognizioni, cultura, masse di informazioni, che ha la grande facoltà di filtrare, scremare, selezionare, fino a lasciare in vita l’essenza, il cuore, e quello solo, di una storia, o di una canzone. Scrivere solo sull’onda di emozioni è un buon mezzo terapeutico per chi scrive, una catarsi psicologica, ma raramente tali scritti si sollevano dall’esperienza diaristica o dalla “poesia nel cassetto” che ognuno di noi ha buttato giù in un momento della sua vita. Scrivere davvero è un piccolo inferno, dove si sta a testa bassa sul foglio o sulla tastiera per ore e ore a scartare e gettare via le tante parole inutili che circondano le pochissime indispensabili.

“La nevicata del ’56” è l’esempio di come un ricordo dell’infanzia diventi un grande successo professionale?
La prima volta che vidi la neve, fu dalla terrazza della casa di famiglia, a Roma. Mio padre mi prese in braccio, avevo cinque o sei anni, e mi sollevò oltre la balaustra. I giardini della piazza sotto casa erano tutti bianchi. Poi scendemmo giù e cominciammo a giocare a palle di neve. E’ un ricordo bello, ma non fu questo a ispirarmi la canzone. Fu piuttosto, molti anni dopo, il contrasto con quello che il mondo intorno a noi, e cioè la città sua metafora, stava diventando. Il candore della neve inteso come innocenza, spazzato via, o peggio, sporcato, da un declino difficile e forse inarrestabile.

Stryx di Enzo Trapani è stato un punto di svolta per il linguaggio televisivo in Italia?
Sì. Trapani era un grande innovatore, coltissimo, ironico, sperimentatore di nuove tecnologie e nuovi linguaggi. Ho avuto la fortuna di apprendere i ferri del mestiere di autore televisivo scrivendo proprio Stryx, con Alberto Testa e Trapani stesso. Fu un programma che suscitò interesse e polemiche, e che vinse innumerevoli premi, soprattutto all’estero, come la Rosa d’Argento al Festival internazionale della televisione di Montreux, il massimo festival del settore dell’epoca.

Pavarotti & Friends da concerto a programma d’autore…
La Rai mi chiamò a dare spessore a questo grande evento della musica, il “Pavarotti & Friends”, dopo che il debutto televisivo, senza un autore a guidare la kermesse dell’anno prima, aveva dato esiti deludenti di pubblico. E così iniziai l’avventura con Luciano Pavarotti, durata per cinque o sei (perdonate la memoria) eventi indimenticabili e grandiosi, con cui sbancammo l’auditel. L’amicizia con Luciano fu spontanea e ricca di fiducia vicendevole. Tenere le fila di ciascuno di quegli eventi megagalattici era ogni volta una sfida e una soddisfazione enorme. Ogni concerto veniva registrato in piazza, al Campo Boario di Modena, in un Tir ultratecnologico della Decca Records che arrivava appositamente da Londra per la circostanza. Ricordo che per una edizione fu chiamato come regista Spike Lee, che però non aveva alcuna esperienza di regia televisiva. Il panico serpeggiò quando Spike entrò in sala regia e si mise a guardare stupefatto i macchinari, ma alla fine tutto andò bene, la serata fu ripresa grazie alla bravura della squadra della Rai.

Con Luigi Magni hai scritto la sceneggiatura di “Nemici d’infanzia”, vincendo nel 1995 il David di Donatello. In quel momento ti sei resa conto che la tua carriera era salita a un livello superiore?
Ho avuto la fortuna di lavorare sempre con grandissimi artisti, credo i massimi del mio tempo. Uno di questi è stato Gigi Magni, con cui ho vinto il David di Donatello. Che dire? Per la carriera, per il curriculum, per le Hall of fame e/o Wikipedia, ogni premio, ogni successo, ogni incontro sono senz’altro scalini di un’ascesa a un livello superiore. Per me sono soprattutto incontri con esseri umani stupendi, persone che ti donano parte di sé e accettano con gratitudine quello che tu puoi dare a loro.

Sei molto attiva sulla rete, che mondo vedi scorrere tra le “parole” di Facebook e Twitter?

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Fotoframe tratto dalla rivista Il Libraio

Credo che la rete e i social network sarebbero dei mezzi di arricchimento culturale e di miglioramento sociale enorme se non fossero usati così sciattamente come avviene oggi in molti casi. Poi c’è il fatto che molti dimenticano che ciò che viene postato in rete, in rete resta in eterno, e quindi ci si imbatte troppo spesso in assurdità cosmiche.

“Città sporca” è il tuo primo romanzo, Cosa ti ha spinto verso il genere giallo/thriller?
Amo il thriller innanzi tutto da lettrice. Va detto che sono una lettrice accanita, con la media di almeno un paio di libri a settimana. Amo molto scrittori come Chandler, Crais, Winslow, Lansdale, King, veri maestri. Insieme a molti scandinavi e ad alcuni grandi classici che hanno usato il thriller, o almeno la suspense per rendere più avvincenti i loro scritti, come Jorge Luis Borges e George Orwell. E’ per questo, credo, di preferire la narrazione a suspense, perché so quanto può essere appassionante e avvincente, consentendo a un autore che ha anche qualcosa in più da dire, di veicolarlo con leggerezza all’interno del racconto.

Quanta cura metti nel caratterizzare luoghi e soprattutto gli “improbabili” compagni di disavventura dei tuoi protagonisti?
I luoghi che descrivo non sono mai inventati, esistono tutti nella realtà. Un giorno scriverò una “Guida di Roma” in cui metterò le tappe di questa città vista attraverso i quartieri meno conosciuti, o le zone più misteriose. La città ha molte anime, e attraverso certi luoghi si possono raccontare bene. I personaggi sono il frutto di sintesi di personalità diverse, anche queste incontrate davvero nella mia vita. E per “davvero” intendo indifferentemente nella vita reale, o in quella letteraria.

“Se ho paura prendimi per mano” è il tuo nuovo romanzo, il mestiere di scrittrice è un’evoluzione naturale della tua storia di autrice… forse un punto di arrivo?

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La copertina del libro

Non c’è mai un punto di arrivo. Siamo sempre in cammino verso altro. Non sappiamo cosa riusciremo a fare o cosa troveremo lungo la strada, ma è innegabile che dobbiamo andare avanti. “Se ho paura prendimi per mano” è il racconto di un divenire. Un uomo, Smilzo, uno che ha avuto tutto e di più dalla vita, si ritrova letteralmente sotto i ponti a causa della crisi. E’ un homeless, dimenticato da tutti. La sua vita è finita? neanche per sogno. La sua vita comincia adesso, quando si ritrova a farsi carico di una piccola bambina di tre anni , piovuta dal cielo, e inseguita da una banda di criminali per le più oscure trame. Smilzo la proteggerà trovando così il riscatto della propria esistenza. “Se ho paura prendimi per mano” è un giallo con tinte di commedia e lo consiglio a tutti gli amanti del genere.

Negli ultimi tempi stai presentando il tuo romanzo nelle librerie, che Italia stai incontrando?

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Presentazione del libro con Rita Dalla Chiesa ed Enrico Vaime (Feltrinelli, Roma)

Un’Italia meravigliosa, che ha voglia di leggere, di migliorare, di parlare, di scambiare opinioni, di crescere. Persone che nella vita di tutti i giorni forse non vediamo, per la loro discrezione e riservatezza, ma che ci sono e fanno forte il nostro Paese.

Tuo padre, Franco Silva, è stato attore di cinema e televisione (“Le avventure del commissario Maigret”, “Il delitto Matteotti”), mentre tua sorella Mita Medici è conosciuta per la sua attività di attrice e show-girl. Quali opportunità si hanno provenendo da una famiglia di artisti? E quali ostacoli?
Si hanno opportunità di formazione personale, innanzitutto. Una casa di artisti è un luogo dove si legge molto, si va al cinema, a teatro, ai concerti, si scambiano opinioni, circolano persone di vivace intelletto. Tutto questo forma, struttura, la personalità. Poi cero si ha l’opportunità di venire a contatto con l’ambiente professionale più direttamente. Ma poi, al ‘redde rationem’ del valore, della qualità di ciò che si fa, si torna a essere soli, individui che devono dimostrare di saper fare meglio di altri ciò che fanno. E la risposta la dà solo il pubblico, che non fa sconti a nessuno. Il pubblico dice sì solo a ciò che ama.

La foto in evidenza è di Simone Casetta. La foto della presentazione alla Feltrinelli è di Yuri Meschini.

Presentazione del libro “Se ho paura prendimi per mano” di Carla Vistarini nella trasmissione “Mille e un libro” di Rai Uno [vedi]
Presentazione del libro all’auditorium Parco della musica di Roma, durante “Cartoon Heroes”, insieme a Luigi Lopez, suo co-autore musicale storico [vedi]

Lucio Scardino, porno-scrittura d’autore

Tra le numerose ormai performance cartacee di Lucio Scardino, focalizziamo lo zoom sul suo forte vertice letterario: “Doctor Jacki. Uno strano caso” (La Carmelina, 2010). Lucio Scardino riassembla con stile culturalmente scorretto uno dei capolavori del nuovo immaginario tecnoscientifico, all’epoca aurorale: il notissimo “Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde” di Stevenson. Persino, secondo la cifra ben nota letterario-sociale dello Scardino letterato (più conosciuto come critico d’arte ed editore), innestata nel volume con particolare e non facile intuizione.

Certa icona modernissima del Doppio, simultaneamente esistenziale e strettamente scientifica (come appunto nel Dottor Jeckyll…) è ricombinata con formula ben calcolata sulla questione più civile e sociale della sessualità alternativa o variabile, quella gay o omosessuale nello specifico, oggi anni duemila, solo parzialmente risolta ed accettata socialmente.
Scardino convince appieno a livello letterario: nessuna ostentazione paraporno o trash, la penna è sempre di squisito estetismo per così dire sintetico, vocali e consonanti come fuochi d’artificio apparentemente solo spettacolari, invece giocattoli pronti alla detonazione, contro pregiudizi e infami buon sensi, di tutte le classi o gruppi sociali, anche quelli a volte eccessivamente auto referenti come alcune stesse associazioni d’area.
Insomma, la rotta poetica e culturale è quella individuale, anti-collettiva quasi, alla Oscar Wilde o alla Genet: la diversità sessuale evocata non come Ossessione della Normalità e della normalizzazione, ma come eresia personale e sociale: da qui, forse, il complementare e parallelo sfondo del romanzo di Stevenson. Libera scienza in libero stato e libera sessualità….
Certo substrato noir stesso attinge all’archetipo letterario: crea sia gothic ottocentesco che quasi dark del duemila, soft, suffragato da una ritmica della parola e della narrazione postmoderna e minimalista ma dopo il moderno… quasi insiemistica letteraria secondo le analisi magari di un Franco Rella o della stessa Nadia Fusini e – più attualmente, forse – dello stesso Vitaldo Conte, docente di Belle arti a Roma, promotore della Trans art letteraria e artistica “estrema”. Per una atopia raffinata e giustamente provocatoria alla luce del sole o del giorno… della parola e della sessualità libera interumana in quanto tale, al di là dei codici stessi soggettivi banalmente sociologici.
Lucio Scardino, noto editore ferrarese [vedi] e critico d’arte nazionale, ha all’attivo anche numerosi volumi poetici sempre di felice trasgressione linguistica e letteraria: in particolare, “Poesie erotiche e no” e “Suicidi tentati. Poesie risorgimentali e no” (entrambe Liberty House).
Ulteriormente da segnalare un exploit (invero poco evidenziato a Ferrara): Lucio Scardino recentemente incluso in una delle antologie (letteralmente) contemporanee più rilevanti e “sovversive” del nostro tempo (e per certo eterno buon senso delle caste e delle province letterarie).Ovvero “Le Parole tra gli uomini”, antologia di poesia “gay” da Saba al presente (Baldoni edizioni), segnaliamo solo alcuni nomi: Palazzeschi Aldo, De Pisis Filippo, Pasolini Pier Paolo, Testori Giovanni, Pecora Elio, Bellezza Dario [vedi]

*da Roby Guerra “Dizionario della letteratura ferrarese contemporanea”, Este Edition-La Carmelina, ebook 2012

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Marcello Simoni, i libri maledetti

Marcello Simoni, comacchiese, anche animatore culturale ben noto per la cultura in estate sui Lidi della riviera ferrarese. Praticamente inedito in Italia, aveva già pubblicato saggi storici e archeologici, sbarcò a suo tempo persino all’estero, in Spagna.
L’Impronta, infatti, casa editrice del gruppo Algada lanciò sul mercato spagnolo la sua opera prima: “L’enigma dei Quattro Angeli”, primo romanzo che viene da certo solco fantastorico attualmente in voga, tra “Il Nome della Rosa” di Eco e il “Codice Da Vinci” di Dan Brown, la stessa fantascienza di Evangelisti, particolarmente suggestivo e di forte audience per gli amanti della lettura. Benefico ritorno alla scrittura come mistero, reinventato in chiave moderna, su sfondi storici re-immaginati, quasi micro brainstorming alla ricerca di universi paralleli, secondo certe teorie quasi esoteriche della fisica contemporanea.
Poi, con l’opera prima in Italia, “Il mercante dei libri maledetti” (Newton Compton, 2012), medesima vincente cifra letteraria, ancor più raffinata ipnotica, è clamorosamente ‘esploso’ un bestseller all’americana quasi, vincitore del Premio Bancarella 2012.
Un successo francamente strameritato, per uno dei migliori nuovi scrittori contemporanei italiani, capace di mixare alta letteratura e appunto narrazioni di grande audience, fascino misterioso (oltre certa moda facile del ‘noir’), non a caso proveniente da aree prossime a Spina e agli etruschi, archetipi oggi parlanti tramite una penna – Simoni è anche storico/archeologo – non comune, non solo letteraria, ma potente e solida, in certo senso di diamante ‘scientifico’.
Ulteriormente, Simoni ha confermato la grande freschezza (e audience) dell’opera d’esordio in Italia, in particolare con i romanzi successivi (sempre per Newton Compton) fino al recentissimo, “L’abbazia dei cento peccati” (2014), ovvero “La biblioteca perduta dell’alchimista”, “Il labirinto ai confini del mondo” (con cui ha completato la trilogia inaugurata con l’opera prima italiana), “L’isola dei monaci “, Premio Lizza d’Oro 2013. L’ ultima opera, “L’abbazia dei cento peccati”, ambientata a Ferrara, Pomposa e Reims, è un nuovo vertice narrativo che ne fa oggi forse lo scrittore di punta ‘neostense’ e postmoderno: un delizioso fanta gothic all’italiana.

*da Roby Guerra, “Dizionario della letteratura ferrarese contemporanea”, Este Edition, La Carmelina eBook, 2012 [vedi]

Per saperne di più, visita il sito della New Compton [vedi], il sito del “Premio Bancarella” [vedi] e una recensione de “L’abbazia del cento peccati” [vedi].

Dario-Franceschini-ministro-ferrara

IMMAGINARIO
Buon compleanno, Dario.
La foto di oggi…

Oggi è il compleanno di Dario Franceschini. Uomo politico, avvocato e scrittore, da febbraio è Ministro dei beni, attività culturali e turismo nel governo Renzi. E’ nato a Ferrara il 19 ottobre 1958. E a Ferrara muove i primi passi di impegno politico, ancora ragazzo, all’interno del liceo scientifico Roiti. Qui, a metà degli anni ’70, fonda l’Associazione studentesca democratica di ispirazione cattolica e centrista. Negli ultimi anni, alla passione politica affianca quella letteraria e firma tre romanzi, editi da Bompiani.

OGGI – IMMAGINARIO PERSONE

Dario-Franceschini-ministro-ferrara
Dario Franceschini in un’immagine recente dopo la nomina a ministro del governo Renzi

Ogni giorno immagini rappresentative di Ferrara in tutti i suoi molteplici aspetti, in tutte le sue varie sfaccettature. Foto o video di vita quotidiana, di ordinaria e straordinaria umanità, che raccontano la città, i suoi abitanti, le sue vicende, il paesaggio, la natura…

[clic sulla foto per ingrandirla]

La luce tenue della pianura Padana affascina ancora

Niente è più come prima. O meglio, non è più come ce la siamo sempre immaginata, la tipica Emilia Romagna. Bisogna chiedere agli anziani com’era negli anni cinquanta e sessanta, quando non si riusciva a vedere a un palmo dal naso per la nebbia, che in autunno dalla mattina alla sera tuffava le città e i paesini alle sponde del Po in spesse matasse di cotone, come dalla poesia di Attilio Bertolucci Nebbia e nebbia per giorni. Cosa sarebbero stati i primi film di Michelangelo Antonioni, i romanzi di Riccardo Bacchelli o di Giorgio Bassani, le fotografie di Luigi Ghirri senza l’eterna nebbia? Ci sono ancora quelle giornate piene di foschia e di nebbia, ma bisogna soltanto guardare le ciminiere dell’industria chimica all’orizzonte di Ferrara per capire da dove provengono queste serate d’autunno, appiccicaticce e impenetrabili. Da nessun’altra parte d’Italia si vedono così tante biciclette nelle stradine di campagna o in città, come in Emilia. Appena si lasciano, però, queste stradine fuori mano, un tir dopo l’altro passa rombante su quelle strade ricche di storia come la via Emilia o la via Romea. Ci sono ancora anche le bandiere rosse ad ornare molti giardini, ma non ci abitano più i comunisti di una volta, fieri di mostrare le proprie convinzioni politiche. L’Emilia è rimasta “terra rossa”, anche se non si vedono più la falce e il martello, ma l’emblema della Ferrari con la sede principale a Maranello, nei pressi di Modena. La maggior parte dei comuni emiliani sono tuttora gestiti da partiti che sicuramente non sono di destra. Ma anche questa egemonia della sinistra politica va svanendo ad ogni votazione. A parte i vecchi compagni d’una volta, qui nessuno vuol esser chiamato “comunista”. Peppone, il funzionario del partito comunista dall’atteggiamento stalinista e di fede cattolica, creato da Giovanni Guareschi, è da tempo divenuto una “figura da cartolina”, come anche la sua astuta controparte cattolica, Don Camillo. Se poi è sempre vero che c’è ancora un prete in ogni paesino, allora al giorno d’oggi spesso è di origine polacca o africana. Ci sono addirittura chiese sconsacrate che ospitano pezzi di antiquariato o che sono diventate cinema a luci rosse. In alcune cittadine vivono ormai tanti musulmani quanti cristiani. Mentre le commemorazioni della Resistenza antifascista sbiadiscono sempre di più, diventando semplici riti di dovere delle autorità politiche locali, i negozianti di souvenir attorno alla tomba del Duce a Predappio non hanno di che lamentarsi perché gli affari non vanno male. Nessuno ha descritto così attentamente, in modo laconico ma allo stesso tempo poetico, lo smantellamento della cultura ebraica in Italia e le deportazioni degli ebrei italiani nei campi di sterminio tedeschi, come il ferrarese Giorgio Bassani. Deportazioni di ebrei, di cui però non pochi erano stati fedeli seguaci di Mussolini fino alle leggi razziali del 1938!
Attorno a città come Bologna, Parma, Modena, Piacenza, Reggio Emilia, Ferrara, Ravenna o Rimini, con le loro splendide piazze e i loro palazzi rinascimentali, si sono formate spesse croste di supermercati, outlet, autolavaggi e discoteche che si possono trovare dappertutto in Europa. Forse però, le periferie italiane sono ancora più noiose, ancora più commercializzate e brutte che nel resto d’Europa. Forse qui la distruzione dei paesaggi da parte dell’edilizia selvaggia è così deprimente e dolorosa, perché le immagini nelle nostre menti sono ingenue e idilliache. Ma nonostante l’evidente uniformazione di tante città e di tanti paesini sul Po, qui è ancora possibile scoprire favolosi misteri. Per la fantasia degli scrittori e degli artisti, questa è ancora una terra molto fertile. E l’orgoglio della popolazione locale per la “bella pasta”, il prosciutto di Parma o la piadina romagnola è tuttora imbattuto. In ogni piccolo paesino c’è una trattoria con un menù che al di là delle Alpi si può soltanto sognare. E anche se le feste dell’Unità, tradizionalmente feste comuniste, hanno perso il loro nome e ogni significato politico, a queste feste, che possono durare anche settimane intere, si cucina ancora come ai tempi delle vecchie cooperative comuniste.
E si è anche orgogliosi della letteratura dell’Emilia Romagna, che ha donato alla cultura italiana opere immortali e scrittori indimenticabili. I libri di scuola sonno pieni di autori nati, cresciuti e morti proprio qui, o che qui hanno ambientato i loro romanzi o i loro racconti. Ariosto, Pascoli, Bassani, Baccelli, Guareschi, Malerba provengono da questi luoghi. Pier Paolo Pasolini è nato nel Friuli, a Casarsa delle Delizie, e lì è stato anche sepolto assieme a sua madre, ma ha vissuto per anni a Bologna. Neanche Umberto Eco è emiliano (è nato in Piemonte, ad Alessandria), vive però da decenni a Bologna e a San Marino, quel minuscolo Stato autonomo in mezzo alla Romagna. Anche Mario Soldati era piemontese, ma amava i paesaggi della pianura Padana e così le dedicò alcuni dei suoi più bei racconti di viaggio. Gianni Celati è di Sondrio, in Lombardia, ma come nessun altro scrittore italiano ha dedicato racconti meravigliosamente affettuosi ai “matti padani”, una razza di civette che si trova nei pressi del Po. Le figure letterarie di Ermanno Cavazzoni, nativo di Reggio Emilia, forse sono ancora più bizzarre, più stravaganti e ancor più fantasiose. Chi non ha ancora letto i suoi racconti non riuscirà mai a comprendere le particolarità dei Padani, le loro stranezze, il loro modo di fare spesso un po’ i ribelli. Importanti giornalisti italiani come Enzo Biagi, Gianni Brera e Sergio Zavoli sono nati qui. Lo sfortunatamente già deceduto Lucio Dalla e Francesco Guccini, due dei grandi cantautori degli anni settanta e ottanta, sono di Bologna e di Modena. E a Zocca, un paese vicino a Bologna, è nato Vasco Rossi, una delle rock star più grandi degli ultimi decenni. Per non dimenticare naturalmente due veri giganti del cinema italiano: Federico Fellini di Rimini e Michelangelo Antonioni di Ferrara. Cesare Zavattini, forse conosciuto all’estero soltanto dai cineasti come geniale sceneggiatore (“Umberto D”) e “impresario di cultura”, è di Luzzara, vicino a Parma. Tonino Guerra, sceneggiatore del film forse più popolare di Fellini Amarcord e collaboratore di registi come Angelopoulus, è di Sant’Arcangelo nelle vicinanze di Rimini.
Nei testi di autori più giovani, come Ugo Cornia, Daniele Benati, Giulia Niccolai o Simona Vinci invece, si sente fortemente che la velocissima industrializzazione ha lasciato un segno su questa regione e ne ha distrutto il paesaggio. Ma così come la tenue luce della pianura Padana riesce ancora a donarle un aspetto magico, nei testi letterari, più o meno vecchi, si riesce ancora a trovare un’Italia che forse non esiste più. O almeno non esiste in questa forma, nella realtà, ma che qui in Emilia Romagna riesce ancora ad emanare un fascino particolare, grazie all’atmosfera malinconica e nebbiosa della pianura e grazie alla comicità surreale che guizza in tanti discorsi. E se non la si trova più nella realtà, sicuramente si trova nella letteratura che questa regione ha dato.

[Traduzione dal Tedesco all’Italiano a cura di Thomas Lietfien]

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L’occhio di periscopio

Il giornalismo online in questi ultimi anni ha innescato una profonda trasformazione del nostro modo di informarci. Le notizie sono immediatamente disponibili attraverso la rete, continuamente aggiornate, facilmente reperibili. L’informazione è abbondante, la cronaca è ampiamente garantita. Quel che risulta carente è una chiave di interpretazione dei fatti, uno strumento di analisi capace di fornire una lettura che si spinga oltre la superficie degli avvenimenti. FerraraItalia ha questa ambizione: offrire commenti, analisi, punti di vista che contribuiscano alla formazione di una più consapevole coscienza del reale da parte di ciascuno e a vantaggio di tutti, come imprescindibile condizione per l’esercizio di una cittadinanza attiva e partecipe. Ferraraitalia è un quotidiano indipendente globale-locale che sviluppa un’informazione verticale tesa all’approfondimento, perseguito con gli strumenti giornalistici dell’inchiesta, dell’opinione, dell’intervista e del racconto di vicende emblematiche e in quanto tali rappresentative di realtà più ampie, di tendenze, di fenomeni diffusi (26 novembre 2013)

Redazione

Direttore responsabile: Francesco Monini
Collettivo di redazione: Vittoria Barolo, Nicola Cavallini, Simonetta Sandri, Ambra Simeone, Carlo Tassi, Bruno Vigilio Turra
Segreteria di redazione: Paola Felletti Spadazzi

I nostri Collaboratori: Sandro Abruzzese, Francesca Alacevich,Alice & Roberta, Catina Balotta, Fiorenzo Baratelli, Roberta Barbieri, Grazia Baroni, Davide Bassi, Benini & Guerrini, Gian Paolo Benini, Marcello Bergossi, Loredana Bondi, Marcello Brondi, Sara Cambioli, Marina Carli, Emanuela Cavicchi, Liliana Cerqueni, Ciarìn, Riccarda Dalbuoni, Roberto Dall'Olio, Costanza Del Re, Jonatas Di Sabato, Anna Dolfi, Laura Dolfi, Francesco Facchiano, Franco Ferioli, Giovanni Fioravanti, Giuseppe Fornaro, Maura Franchi, Riccardo Francaviglia, Andrea Gandini,Sergio Gessi, Pier Luigi Guerrini, Sergio Kraisky, Francesco Lavezzi, Daniele Lugli, Carl Wilhelm Macke, Beniamino Marino,Carla Sautto Malfatto, Fabio Mangolini, Cristiano Mazzoni,Giorgia Mazzotti, Paolo Moneti, Francesco Minimo, Alice Miraglia,Corrado Oddi, Fabio Palma, Roberto Paltrinieri, Valerio Pazzi,Carlo Perazzo, Federica Pezzoli, Gian Gaetano Pinnavaia, Mauro Presini, Claudio Pisapia, Redazione, Francesco Reyes, Raffaele Rinaldi, Laura Rossi, Radio Strike, Gian Pietro Testa, Roberta Trucco, Federico Varese, Ranieri Varese, Gianni Venturi, Nicola Zalambani, Andrea Zerbini

Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

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