Tag: rosario fiorello

PRESTO DI MATTINA
La fede dove non t’aspetti

 

Meraviglia di una fede che non t’aspetti, scaturita dall’intimo di una vita. Ti prende questa fede di sorpresa, e là dove non sospetti, è lei che trova te, come ti trova amore. «Trovommi Amor del tutto disarmato» direbbe il Petrarca, che aggiunge: «Erano i capei d’oro a l’aura sparsi/che’n mille dolci nodi gli avolgea,/e’l vago lume oltra misura ardea/di quei begli occhi, ch’or ne son sì scarsi;/e ’l viso di pietosi color’ farsi,/i’ che l’esca amorosa al petto avea,/qual meraviglia se di sùbito arsi?». Gli fa eco, con meraviglia non minore, la poetica di Giovanni della Croce per il quale guizzo di fiamma è la forma della fede come amore: «O fiamma d’amor viva, Che sì dolce ferisci L’alma, ed al centro più profondo vai; Poiché non sei, più schiva, L’opra, se vuoi, finisci, Rompi la tela al dolce incontro omai».

È proprio sorpresa di un incontro che non t’aspetti quello che fa aderire la fede all’«ordo amoris». L’espressione è di Agostino ed è ripresa da Pascal (come «l’ordre du coeur») e da Max Scheler nei suoi scritti sulla fenomenologia e l’amore. In tutti si coglie la convinzione che il sapere della fede passa attraverso un cuore. Se l’intelligenza e le sue ragioni (l’intellectus fidei) non vengono abitate dalla fides cordis; se la fede non segue l’ordinamento, il ritmo sullo spartito dell’amore, «anche se parlasse tutte le lingue degli uomini e degli angeli, se riuscisse a spostare le montagne sarebbe come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna: il resto di un nulla»(1 Cor 13,1). Così il credere, come il celebrare, o tesse la vita e si muove in essa, ad essa arriva e da essa riparte, o non serve a niente, perché ripete il nulla del suo vuoto: un tessere senza filo.

Come un libro scritto dall’amore, la fede, con il suo fare e il suo dire, pur nascosta dentro, esonda fuori per chi la incontra. Cristiana Campo, annotando la poesia Estasi di John Donne (1572-1631), riporta l’osservazione del critico letterario Giorgio Melchiori (1920-2009) che evidenzia in questo testo «l’uso amoroso del linguaggio teologico: il corpo come libro sacro, evangelo di una rivelazione. Ciò è di pochi poeti, e di pochissimi amanti, mentre il contrario è di tutti i mistici» (La tigre assenza, 265).

Come c’è un vangelo nascosto in ogni persona, così non c’è vita umana senza fede: magari quella che non t’aspetti, per quanto elementare essa possa dirsi e presentarsi. Del resto la vita nascente, infante, l’ha d’istinto quello di affidarsi. Un praticare l’alterità per imparare a vivere, per apprendere l’amore. Per Giovanni della Croce la fede, e la stessa esperienza mistica, come esperienza amorosa, determinano un collocarsi, un installarsi nella realtà stessa, nel cuore stesso della Scrittura, della Chiesa e della vita per realizzarle. La realtà presente è il luogo decisivo per incontrare l’Altro; il luogo in cui la fede rivela quella tenacia d’amore di cui parla il Cantico, quella che le grandi acque della morte non possono spegnere. “Tenace come una carezza” direbbe Ungaretti: «Periva il cuore. La tenace tua carezza Allontanò le tenebre, Le lacrime frenate a lungo Sgorgarono felici», (Vita d’uomo.Tutte le poesie, 314).

Lo stesso linguaggio della fede attraversa tutti gli ambiti della nostra esistenza: “far credito”, “provare l’affidabilità”, “fidarsi di qualcuno”, “essere di parola, mantenerla”. Una ‘soglia’ deve essere varcata, un confine attraversato in ogni esistenza umana in via di personalizzazione e di socializzazione. Passaggio verso un luogo di vulnerabilità è l’alterità che connota il credere: come una debolezza, perché si viene a dipendere dalla affidabilità dell’altro che si svela a poco a poco maturando la fiducia.

Imparare a credere è l’esercizio più umano. Non solo: è quello che ci rende sempre più umani, capaci di una libertà che si fa responsabile, che rende a sua volta affidabili per gli altri. La fede principia con il coraggio di praticare l’alterità con amore. Scrive Max Scheler: «Per questo l’amore è sempre stato per noi anche, nel contempo, l’atto originario con cui un ente – senza smettere di essere questo limitato ente – abbandona se stesso, per avere parte e prendere parte ad un altro ente». Il conoscere della fede «presuppone quindi sempre questo atto originario: un abbandonare sé e i suoi stati, i suoi propri contenuti di coscienza, un trascenderli, per giungere, per quanto possibile, ad un’esperienza vissuta di incontro col mondo. E quel che chiamiamo “reale”, effettivo, presuppone innanzitutto un atto del volere… [etico, che] presuppone a sua volta un amare, che lo preceda nella direzione e nel contenuto. L’amore, quindi, sempre risveglia alla conoscenza e al volere, anzi è la madre dello spirito e della ragione stessi» (Scritti sulla fenomenologia e l’amore, 118). La fede e l’amore hanno lo stesso luogo: l’umano vivere. E la fede è chiamata a pronunciarsi e ad esercitare la propria testimonianza sulla affidabilità dell’amore degli altri e dell’Altro.

Nei vangeli “la fede dove non t’aspetti” è stata pure l’esperienza fatta da Gesù nei tre anni del suo ministero, dentro e fuori la Palestina. Egli sembra non trovarla nei referenti e negli ambienti religiosi istituzionali, refrattari e increduli. Una sfiducia respingente e generativa di conflittualità sfocia in uno scontro aperto, tanto che egli alla fine dovette restare nascosto. “La fede dove non t’aspetti” egli la scopre invece nei piccoli; e lo stupore è tale che si cambia in esultanza: «In quella stessa ora Gesù esultò di gioia nello Spirito Santo e disse: “Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza”» (Lc 10,21-24; Mt 11,25-30).

Gli viene incontro all’improvviso mentre è in cammino per strade secondarie, attraversando poveri villaggi, nelle figure samaritane, negli amici come Lazzaro, Marta e Maria. Addirittura egli trova davvero grande la fede della donna siro fenicia, una pagana che lo rincorre senza rassegnarsi ai suoi rifiuti, ma ribattendo parola su parola: «[Dissero i discepoli]: “Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!”. Egli rispose: “Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele”. Ma quella si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui, dicendo: “Signore, aiutami!”. Ed egli rispose: “Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini”. “È vero, Signore – disse la donna -, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni”. Allora Gesù le replicò: “Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri”» (Mt 15, 26-27).

La stessa cosa accade nel racconto del centurione romano e del suo servo malato. Essendo egli pagano, non voleva mettere in difficoltà Gesù, facendolo entrare nella sua casa; così egli «mandò alcuni amici a dirgli: “Signore, non disturbarti! Io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto; per questo io stesso non mi sono ritenuto degno di venire da te; ma di’ una parola e il mio servo sarà guarito. Anch’io infatti sono nella condizione di subalterno e ho dei soldati sotto di me e dico a uno: “Va’!”, ed egli va; e a un altro: “Vieni!”, ed egli viene”. All’udire questo, Gesù lo ammirò e, volgendosi alla folla che lo seguiva, disse: “Io vi dico che neanche in Israele ho trovato una fede così grande!”». Così fu con Zaccheo e lo stesso evangelista Matteo entrambi odiati pubblicani, perché esattori delle tasse imposte al popolo dai Romani.

Ma Gesù la scorge nascosta e ammutolita in una madre vedova, nel villaggio di Nain, mentre va a seppellire l’unico figlio. È talmente oscurata dal suo dolore che sembra ormai senza più fede e per questo non si avvede nemmeno della presenza di Gesù. Ma questi non ha bisogno di parole: è lui che la scorge in quello che c’è nel cuore, in quell’indicibile dolore che lo spinse a muoversi, senza attendere un richiamo, appena la vide, e ne ebbe compassione: «Non piangere!», questo solo le disse, prima di restituire a lei e alla vita il figlio.

Altre volte, come nell’episodio della figlia morente di Giairo, il capo della sinagoga, la cui fede è messa alla prova da persone accorse in fretta, che gli dicono di non importunare più il maestro perché la figlia è morta. Vediamo Gesù farsi sostegno a quella fede ormai inaridita sul punto di smarrirsi e gli dice: «Non temere, continua solo ad aver fede!» (Mc 5, 21-43). Dieci lebbrosi furono guariti quella volta, ma uno solo ritornò indietro a ringraziare ed era un samaritano, un forestiero, un eretico.

Il bene della fede che non t’aspetti Gesù lo semina nelle sue parabole: quella dei due figli ai quali il padre chiede di andare a lavorare nella vigna: il primo disse sì andrò, ma poi non andò; il secondo figlio disse subito di no, ma poi andò. O quando domanda al dottore della legge, dopo la parabola del samaritano: «Chi gli fu prossimo di quei tre passati sulla strada?» «Chi ha avuto compassione di lui» fu la risposta. Gesù gli disse: «Va’ e anche tu fa’ lo stesso».

Ci ricorda la lettera agli Ebrei che Gesù «imparò l’obbedienza dalle cose che patì» (Eb 5,8), dall’esperienza di quella fede condivisa con i poveri e i piccoli che è pratica di ospitalità verso tutti, e che apprende affidandosi a colui che egli chiamava “il Padre suo” rivelandolo come il Dio affidabile a cui prestare fede; imparando pure dalla “fede che non t’aspetti”, un abbandonarsi fiduciosi per lasciarsi trasformare. Ci ricorda Paolo che nel vangelo, che è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede, si rivela l’affidabilità di Dio, da fede a fede, come sta scritto: «il giusto per fede vivrà» (Rm 1,17)

Sta terminando la settimana detta “Laetare”, un “ristori” si direbbe oggi, nel rigore del tempo quaresimale. Così in questa settimana ci ha accompagnato un ritornello, annuncio di buone notizie che ha inteso anticipare la gioia, l’ormai vicina gioia pasquale, una luce alla fine del tunnel della quaresima: «Rallegrati, Gerusalemme, sfavillate di gioia con essa, voi che eravate nel lutto e voi tutti che l’amate radunatevi». (Is 66,10-11). Una letizia che non t’aspettavi.

All’inizio di questa settimana, sorpresa di una fede di cui non si vedeva traccia alcuna: un whatsapp di un amico che diceva «guarda, per il tuo prossimo mattutino e poi sono sicuro che ti evocherà una scintilla giusta». A seguire un girasole e un filmato con Laura Pausini che raccontava a Fiorello gli esordi della sua passione musicale, cresciuta in parrocchia con i canti della messa. Poi, improvvisamente intona un canto di chiesa e lo ripete insieme alle persone che erano presenti; sembrava la messa della domenica Laetare in parrocchia: «E sarai servo di ogni uomo, Servo per amore, Sacerdote dell’umanità». Fiorello sgranava gli occhi incredulo e, al canto dell’Osanna, pure lui si lascia coinvolgere da quel coro parrocchiale improvvisato. Ed era tale l’entusiasmo loro che a me sembrava uscisse fuori con le parole anche la loro fede nascosta dentro. Non era più un semplice canto, ma sulle loro labbra la musica e la gioia erano diventate una lode e un rendimento di grazie. Mi sembrava proprio di stare a messa, ed ho pensato è proprio vero: Hilarem datorem diligit Deus», il Signore ama chi dona con gioia.

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica di Andrea Zerbini, clicca [Qui]  

DIARIO IN PUBBLICO
Il semi-vaccinato: notizie dal fronte

 

E finalmente, nonché orgogliosamente, mi presento alla Fiera per ricevere l’agognata prima dose di vaccino anti-Covid. L’organizzazione è perfetta, aiutata anche dal rispetto che i giovani medici, infermieri, assistenti sanitari, laureandi professano nei confronti dei ‘fragili’ vecchietti. L’infermiere che mi pungerà mi accoglie con un sonoro: “Buonasera, Gian Antonio!” e alla risata che accompagna la mia sorpresa ad essere chiamato così rispondo che il pomposo doppio nome da decenni è sostituito dal più pratico Gianni. Mi sento dentro un po’ troppo radical chic nel distinguere tra il nome affibbiatomi dalla levatrice Carolina – mamma consenziente – e il nom de plume più pratico e meno ‘artistico’.

Nella sala di attesa, dopo la vaccinazione, corrono veloci le ultime notizie, tra cui quella della presenza del celebre presidente di Ferrara Arte, venuto ad ispezionare la zona dove verrà collocata l’enorme installazione di Gaetano Pesce della poltrona-donna trafitta dalle frecce, regalata dall’artista alla nostra città; ma invano si tenterà di estorcermi qualsiasi giudizio sulla Maestà sofferente. Si ha diritto anche alla privacy del giudizio.

A casa, sentendomi in forma, senza quei piccoli disturbi che di solito accompagnano, si dice, la somministrazione del vaccino, mi sistemo in poltrona, pronto a sfidare la riprovazione dei miei amici culturalmente più schizzinosi e quindi a vedere ed ascoltare il Festival di Sanremo e da quel momento…. mi si prospetta una visione del mondo che mai avrei saputo immaginare. Una specie di gigante che, mi dicono, sia un grande giocatore di calcio pronuncia detti da terzo millennio con un sorriso malvagio e immediatamente si sviluppa una discussione se il numero delle sue scarpe sia il 46 o non invece il 47! Rattristato dalla mia docta ignorantia tendo l’orecchio al canto di personaggi che raccontano al nulla la loro esperienza di vita. Uno poi agita una treccia lunga metri con una vaga rassomiglianza con la mia adorata Mina.

Poi ecco arriva LEI. Meravigliosa. Una apparizione avvolta in sete e lustrini dove tutto è tondo: viso, corpo, vestiti e ricami. È la splendida Orietta Berti, che porta con somma grazia le cappe sante ricamate dovunque, quasi fosse appena tornata dal cammino di Compostela o dal Mont Saint-Michel. Canta una canzone dedicata all’amore della sua vita, il mitico Osvaldo, e immagino la lacrimuccia che spunta sulle ciglia della casalinga di Voghera, come avrebbe commentato il sublime Arbasino. Poi, tra le spiritosaggini del nasuto Amadeus e del suo compare di lazzi Fiorello, si apre un commento apparentemente serio tenuto dalle signore dell’informazione: Giovanna Botteri e Barbara Palombelli. Una serie di banalità tutte condivisibili. E in un momento privilegiato eccola, la grande, immensa Ornella Vanoni. Il volto è una maschera orrenda dove s’aprono due occhi che trafiggono; la bocca una pompa di reflusso, che nulla ha di umano. E un apparente modesto vestito nero fa intravvedere, velato, un maestoso seno di ottantenne che raggiunge agevolmente l’ombelico. Ma appena intona il suo canto ecco che la magia ritorna e quella voce racconta e ci dice che non sono solo canzonette.

Oggi, festa della donna, vado al mercato in compagnia di Lapo, un delizioso peloso che sempre più mi rende difficile e quasi insopportabile l’assenza di un’altra, Lilla. Ma la realtà implacabile si fa strada: alla nostra età non possiamo permettercela. Quasi disperato saccheggio lo stand dei fiori e fresie, margherite, tulipani, giacinti invadono la casa. Fra pochissimo il tempo scandirà un altro anno di vita reale e, incalzato a scegliermi un regalo, cerco invano tra libri, dischi, cachemire e scarpe qualcosa che possa contrastare l’effetto pandemico. Invano.

La crudele giornata si conclude con ciò che temevo di più. Il grande congresso pavesiano che si terrà a Parigi non può essere fatto né in presenza né in autunno, bensì ad Aprile, perciò mi si invita mestamente ad accettare le regole della ‘distanza’ e parlare in piattaforma.

Peccato.

Per leggere gli altri interventi di Gianni Venturi nella sua rubrica Diario in pubblico clicca  [Qui]

In copertina: Ornella Vanoni, Raffaella Carrà e Orietta Berti, 1960 (Wikimedia Commons)

Ascoltare Sanremo?

Va beh, e allora? Parto, come ogni bravo radical chic ad ascoltare i pensosi discorsi pronunciati a “ Di martedì”. Mi sposto impaziente su “Carta bianca”, poi, furtivamente come accadeva ai bei tempi dell’impegno, mi sintonizzo sul Festival. Sembra una distrazione calcolata ma nel tempo delle scuse riesco a captare i singhiozzi di Tiziano Ferro, la scatenata esibizione di Rita Pavone in formato ancor più mignon. Avvolta in bianchi veli s’avanza una Tosca/Romina rediviva mentre il suo Cavaradossi/AlBano dall’inconfondibile lobbia di paglia bianca le gorgheggia accanto e quasi cade dalle perfide scale.
Poi, dopo esser ritornato al ‘serio’ programma e avere ascoltato un’ennesima riflessione sull’effetto del voto e sui veleni che straziano il governo, ritorno all’Ariston dove si avanza un donna elegantissima, dal viso dolente che comincia a parlare. Un discorso che potrebbe essere preso a modello per descrivere gli orrori del mondo raccontato, non con un dimesso tono, ma con la fierezza della donna che vive nel mondo dei grandi e ne capisce la storia la grandezza l’orrore:
“Mia madre Zakia, che tutti chiamavano Nadia, ha preso il suo ultimo treno quando io avevo 5 anni. Si è suicidata, dandosi fuoco. Ma il dolore era una fiamma lenta che aveva cominciato a salire e ad annerirle i vestiti quando era solo un’adolescente. Il suo corpo era qualcosa di cui voleva liberarsi, era stato la sua tortura. Perché mia madre Nadia fu stuprata e brutalizzata due volte: a 13 anni da un uomo e poi dal sistema che l’ha costretta al silenzio, che non le ha consentito di denunciare. Le ferite sanguinano di più quando non si è creduti. L’uomo che l’ha violentata per anni, il cui ricordo incancellabile era con lei, mentre le fiamme mangiavano il suo corpo, aveva le chiavi di casa.”. Chi parla è Rula Jebreal. Il pubblico dell’Ariston allora si trasforma da palestra del nazional-popolare ad aula di un tribunale dove si giudica uno dei delitti che solo da poco sembra scuotere le coscienze (se le scuote davvero!): il femminicidio e la violenza verso le donne. Non è un caso dunque che proprio lì si consumi un rito non stupido ma legato, non so se veridicamente o meno, ad una constatazione fondamentale, quella che ci invita a riflettere che l’altra metà del cielo può e deve testimoniare ciò che siamo e che non vorremmo essere, al di là della loro venustà esibita come trofeo. Di tutto questo ha scritto una riflessione memorabile Francesco Ceccarelli su Repubblica del 6 febbraio ’20 dal titolo “Sanremo il gran successo della nostalgia”.
Il giorno dopo afferro il toro per le corna e decisamente mi sintonizzo sul Festival. Fiorello fa intelligentemente lo stupido poi, a tarda sera, il palco si fa portatore di dolore e di speranza. In una carrozzina munita di strani dispositivi giace un corpo. Una voce metallica che esce da una macchina pronuncia queste parole: “Io sono Paolo ho 22 anni e ho la Sla, l’ho scoperto 4 anni fa”. Inizia così “Io sto con Paolo”, la canzone che racconta e ripercorre la storia di Paolo Palumbo, giovane affetto da sclerosi laterale amiotrofica che sognava di fare lo chef. Salito sul palco insieme all’artista Christian Pintus, Paolo ha portato il brano che aveva presentato a Sanremo Giovani, scartato ma ripescato da Amadeus per l’esibizione di stasera. “Il mio corpo è diventato una prigione”, dice il 22enne grazie ad un sintetizzatore vocale, accompagnato dalla voce di Pintus e con l’aiuto del fratello Rosario.
La più sofisticata tecnologia al servizio di un paio d’occhi vivacissimi che rompono il silenzio e che lo impongono al Festival. Non mi sono pentito di avere rotto la consegna e di essermi lasciato trascinare nel più bieco luogo nazional-popolare.
Canticchio le canzoni dei Ricchi e Poveri e non faccio più selezioni ‘intellettuali’. C’è Sanremo? Vediamo cosa propone. Ai miei tempi, massimo segno di distinzione era la stola di visone; ora anche le ‘sciure’ sanno che è cafonaggine esibire il pelo almeno che non sia finto. Ma nella immensa platea e gradinate, quando risuonano canzoni di cui non capisco né il senso né il valore, viene ribadita la funzione di trasmettere un appello, di far risuonare il senso del disagio, di farci sentire almeno compartecipi di ciò che è ingiusto e malato nel nostro mondo. Nasce allora la condivisione della tragedia di Gessica Notaro sfregiata dall’acido che le ha gettato in faccia il suo fidanzato, e si resta colpiti del suo triste sorriso che inframezza la canzone in cui racconta con Antonio Maggio la sua vicenda.
Poi l’attesa per Roberto Benigni, compagno di tante imprese a Firenze, si stempera nella oggettiva difficoltà di proporre a quel pubblico il canto d’amore più complesso e reale della storia: il Cantico dei Cantici. Forse c’è una presunzione al fondo della sua proposta. Credere che quel pubblico possa compartecipare quell’evento in quel luogo; un’impresa francamente improponibile. Ma se l’attore riempie le piazze leggendo Dante o commentando i Dieci Comandamenti, come mai questo pubblico è così assente e annoiato? Forse per un eccesso di spiegazione? Forse perché mischiare il più antico canto d’amore con le spiegazioni simboliche di un connubio sessuale esercitato dentro un contesto religioso può apparire troppo audace? Ecco allora l’affannosa e troppo lunga spiegazione iniziale, lo smorzarsi del lato comico, il tendere al serio pur in un contesto lontanissimo da quei problemi. L’ossessiva ambizione di Benigni di venire a capo di testi difficili, pur preservando leggerezza e vivacità, questa volta non ha retto con l’impatto di un luogo il più lontano possibile da quella impresa. Ma eroicamente ha provato!
Ora ho finito di sbirciare ciò che accade al Festival. Posso recarmi al cinema, leggere libri noiosi, scrivere saggi senza sentirmi escluso dalla …società!
Il mio ‘dovere’ l’ho fatto. E… vinca il migliore.

L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

L’occhio di periscopio

Il giornalismo online in questi ultimi anni ha innescato una profonda trasformazione del nostro modo di informarci. Le notizie sono immediatamente disponibili attraverso la rete, continuamente aggiornate, facilmente reperibili. L’informazione è abbondante, la cronaca è ampiamente garantita. Quel che risulta carente è una chiave di interpretazione dei fatti, uno strumento di analisi capace di fornire una lettura che si spinga oltre la superficie degli avvenimenti. FerraraItalia ha questa ambizione: offrire commenti, analisi, punti di vista che contribuiscano alla formazione di una più consapevole coscienza del reale da parte di ciascuno e a vantaggio di tutti, come imprescindibile condizione per l’esercizio di una cittadinanza attiva e partecipe. Ferraraitalia è un quotidiano indipendente globale-locale che sviluppa un’informazione verticale tesa all’approfondimento, perseguito con gli strumenti giornalistici dell’inchiesta, dell’opinione, dell’intervista e del racconto di vicende emblematiche e in quanto tali rappresentative di realtà più ampie, di tendenze, di fenomeni diffusi (26 novembre 2013)

Redazione

Direttore responsabile: Francesco Monini
Collettivo di redazione: Vittoria Barolo, Nicola Cavallini, Simonetta Sandri, Ambra Simeone, Carlo Tassi, Bruno Vigilio Turra
Segreteria di redazione: Paola Felletti Spadazzi

I nostri Collaboratori: Sandro Abruzzese, Francesca Alacevich,Alice & Roberta, Catina Balotta, Fiorenzo Baratelli, Roberta Barbieri, Grazia Baroni, Davide Bassi, Benini & Guerrini, Gian Paolo Benini, Marcello Bergossi, Loredana Bondi, Marcello Brondi, Sara Cambioli, Marina Carli, Emanuela Cavicchi, Liliana Cerqueni, Ciarìn, Riccarda Dalbuoni, Roberto Dall'Olio, Costanza Del Re, Jonatas Di Sabato, Anna Dolfi, Laura Dolfi, Francesco Facchiano, Franco Ferioli, Giovanni Fioravanti, Giuseppe Fornaro, Maura Franchi, Riccardo Francaviglia, Andrea Gandini,Sergio Gessi, Pier Luigi Guerrini, Sergio Kraisky, Francesco Lavezzi, Daniele Lugli, Carl Wilhelm Macke, Beniamino Marino,Carla Sautto Malfatto, Fabio Mangolini, Cristiano Mazzoni,Giorgia Mazzotti, Paolo Moneti, Francesco Minimo, Alice Miraglia,Corrado Oddi, Fabio Palma, Roberto Paltrinieri, Valerio Pazzi,Carlo Perazzo, Federica Pezzoli, Gian Gaetano Pinnavaia, Mauro Presini, Claudio Pisapia, Redazione, Francesco Reyes, Raffaele Rinaldi, Laura Rossi, Radio Strike, Gian Pietro Testa, Roberta Trucco, Federico Varese, Ranieri Varese, Gianni Venturi, Nicola Zalambani, Andrea Zerbini

Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

Clicca sull’Autore per i suoi contributi.
CONTATTI
Inviare i comunicati stampa a: redazione@ferraraitalia.it
Inviare lettere al giornale a : interventi@ferraraitalia.it


FERRARAITALIA
Testata giornalistica online d'informazione e opinione, registrazione al Tribunale di Ferrara n.30/2013

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi