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PRESTO DI MATTINA /
L’ospitalità nomade di Edmond Jabès

 

Il deserto, luogo della domanda infinita

«Dov’è il cammino? Il cammino è sempre da trovare. Un foglio bianco è pieno di cammini. Si sa che ci sarà molto da camminare, molto da patire. Si ripercorrerà lo stesso cammino dieci volte, cento volte. Come avviene che noi, pur avendo dinanzi il cammino tracciato, o i nostri possibili cammini, prendiamo generalmente quello che ci allontana dalla meta e ci porta altrove, dove non siamo – ma forse ci siamo? – salvo quando l’ispirazione ci guidi e siamo in stato di passività o grazia; ma è raro, rarissimo, e quelli che lo sono – in stato di grazia – ignorano di esserlo. Tanto più che essere in stato di grazia significa spesso smarrire il cammino abituale per seguirne di più segreti, più misteriosi» (Edmond Jabès [Qui], Il libro delle interrogazioni, Marietti Casale Monferrato, 1985, 46).

Il tempo del cammino è tempo della lontananza, si è abitati dall’assenza, in cui visibile e invisibile si confondo all’orizzonte, la meta appare e scompare come un miraggio nel deserto. Incompiuta, spoglia, indecifrata rimane la parola, resta solo la domanda orfana di una risposta certa.

Ma nel silenzio la domanda avanza, senza sosta, come battito di granello di sabbia su un altro granello, quasi un effetto domino, generando sempre nuove interrogazioni: illimitati battiti trapuntano così il deserto come le stelle la notte.

Si termina la lettura di questo libro di Edmond Jabès abitati dall’inquietudine. Credevi di essere arrivato alla fine del libro e delle sue interrogazioni ad una risposta ferma ed invece le domande ricominciano dal di dentro ad interrogarti, a metterti alle strette. Ti costringono a restare insoddisfatto: a ritornare questionante.

Ogni interrogazione è una costrizione, che ti obbliga a cercare risposte, ma proprio nel legarti ti libera, dice Jabès: «ogni costrizione è un fermento di libertà perché non impedisce di avanzare verso la libertà».

La domanda ti fa nomade, ti pone in esilio, ti fa tornare all’origine, al deserto esodico e a quella parola altra che è principio di ospitalità: «Ad ogni domanda l’Ebreo risponde con un altro interrogativo. Il mio nome è una domanda e la mia libertà è nella mia propensione alle domande.

Sapere è porre domande, rispose Reb Mendel [Qui]. “Cosa ricaveremo da queste domande? Cosa ricaveremo da tutte le risposte che ci costringeranno a porre altre domande, se ogni domanda può nascere solo da una risposta che non soddisfa?” Disse il secondo discepolo -. “La promessa d’una nuova domanda”, rispose Reb Mendel» (I, 103).

Per Jabès gli ebrei si riconoscono tra loro da uno sguardo mai soddisfatto. Per l’ebreo c’è una mancanza sempre da colmare, una lontananza sempre da raggiungere, un vuoto sempre da riempire:

«l’insoddisfazione è una delle origini della sua interrogazione. Ogni sofferenza è per lui una sofferenza vissuta. Porta il peso della propria storia, che la conosca o no. Dirò di più: porta il peso della Storia.

Ci si può solo domandare se interrogare abbia un senso senza inquietudine. C’è qualcosa di orribile, da un lato, nel constatare la sofferenza; dall’altro, nel dire che nonostante tutto ha un suo aspetto positivo.

Che cosa resterebbe all’ebreo se non avesse almeno la speranza che la sua storia, la sua sofferenza, la sua inquietudine saranno alla fine un fermento, un’esperienza esemplare che ciascuno deve anche fare sua? Questa esperienza è adatta per risvegliare una coscienza che rischia di assopirsi» (Jabès, Dal deserto al libro, Conversazione con Marcel Cohen, Elitropia, Reggio Emilia 1983, 113).

Restare nell’inquietudine per restare svegli, per assumere la responsabilità della memoria dei morti tra i vivi, per non assopirsi ed essere fagocitati dall’indifferenza che è l’oblio più tenace, il sonno di coloro che dimenticano i dimenticati.

L’inquietudine e camminare nel deserto memori della memoria, ospitati fuori di sé solo nella promessa, il segreto di una grazia.

In questo libro Jabès parla attraverso la storia frammentata di Sarah e di Yukel che sono «l’immagine dell’amore ferito… Questa storia non aveva bisogno di essere raccontata. Per questo resta frammentaria. La loro biografia vera è talmente annientata dall’ampiezza del dramma storico dell’assassinio di sei milioni di uomini, donne, bambini – che non li riflette più.

La storia è fatta di accenni. È necessario un riferimento per riconoscere un cammino. Sarah et Yukel parlano come se già fossero i testimoni e le vittime designate della storia (Dal deserto alla parola, 93-94).

Il deserto è esperienza di apertura incondizionata verso il tutto ed il nulla; è rottura anche da tutto ciò che precede e che trattiene, è esperienza di solitudine in cerca di ospitalità.

 

L’interrogazione nasce da una rottura

Questa rottura si riferisce alla stessa condizione ebraica. Jabès afferma che non bisogna dimenticare di essere il «nucleo di una rottura». Di più: «La rottura è nel cuore dei miei libri “come il nocciolo nel frutto”. Spingerò più in là la metafora dicendo che da questo nocciolo nasceranno altri frutti, altri alberi.

È così anche per l’interrogazione che può svilupparsi solamente a partire da una rottura. C’è una verginità della domanda come c’è una verginità del frutto staccato dall’albero. Questo perché ogni domanda è indipendente dalle altre – così come ogni frutto ha la sua sorte – partecipando tuttavia a un destino comune» (ivi, 111-112).

 

Il libro da una ferita

 Il libro delle interrogazioni inizia con le parole «tu sei colui che scrive ed è scritto e subito dopo un invito: «Segna con una traccia rossa la prima pagina del libro perché la ferita è invisibile al suo inizio» (ivi, 6-7).

«Vi ho riferito le mie parole. Vi ho parlato della difficoltà di essere Ebreo, che si confonde con la difficoltà di scrivere; perché ebraismo e scrittura sono la stessa attesa, stessa speranza, la stessa consunzione.

Guarda vivere la parola. Guarda vivere le parole. Dopo, ascolta… Il silenzio che è il termine e il principio, l’anima delle parole… lascia che il silenzio assolva, senza cedimenti, al ruolo di nocchiero» (ivi, 55; 57; 62).

Ecco allora l’unico conforto dello scrittore: «Sarei confortato – dice Jabès – se i miei libri continuassero a suscitare una qualche inquietudine. Non penso che i miei libri siano “illeggibili”. Non penso che siano oscuri. Diventano illeggibili solamente se vi si cerca una certezza.

II lettore ideale è quello che attraverso i miei libri sappia assumere le sue personali contraddizioni, la sua propria vertigine e impari, a poco a poco, a non lasciarsi spaventare» (Dal deserto alla parola, 192-193).

L’interrogazione come l’inquietudine ci permettono il riconoscimento dell’alterità, d’altri e pure nostra; ci fanno andare oltre l’immagine e l’identità conosciuta, come nomadi in un deserto ritorniamo esuli, stranieri. La domanda che genera apprensione ci rende così estranei a noi stessi come separati e sradicati, senza più un luogo, in cerca di un nuovo accoglimento.

Fondamentale per Jabès è allora l’allegoria del deserto come paradigma dell’interrogazione, che diventa scuola di ospitalità, spaesamento di sé e inatteso e stupito ritrovamento nella prossimità all’altro, luogo, meta e nuovo inizio di quel cammino sempre da cercare che è la fraternità.

«Prima di pensare al luogo dove stabilirti, cerca la via d’uscita per la tua inquietudine». Questa via è l’ospitalità nomade.

Nell’ospitalità lo straniero diventa familiare e colui che ospita diviene straniero. Nel deserto ricorda Jabès «mi sono accorto, un giorno, che, nella sua vulnerabilità lo straniero poteva contare soltanto sull’ospitalità. Che altri poteva offrirgli. Proprio come le parole beneficiano dell’ospitalità offerta a loro dalla pagina bianca e l’uccello di quella che senza condizioni gli offre il cielo» (Il libro dell’ospitalità, 4 di copertina).

Per i nomadi del deserto l’ospitalità è connaturale come l’ambiente in cui vivono, come la sabbia, il vento, l’aurora, il tramonto la pioggia e la sete, come lo sguardo puntato oltre l’orizzonte, perché considerano il deserto la loro dimora, anche quando leva le tende e si incammina di nuovo verso l’infinito, verso un dove che non sa.

 

L’ospitalità nomade (di Edmond Jabés)

«- Un ricordo. È passato molto tempo. Nel deserto del Sinai. Eravamo insieme.

Tu ed io. – Più di mezzo secolo è trascorso, da allora. – Avevamo appena attraversato il canale di Suez, eravamo allegri. Avevamo due mesi dinanzi a noi per visitare la Palestina, la Siria e il Libano, percorrere in lungo e in largo quei paesi, traversarli, come un libro insieme molto antico e tuttavia recente.

Paesi scritti e riscritti senza fine con le parole a loro più proprie. Pagine perdute, pagine ritrovate.

– Avevi una macchina nuova. Una cabriolet grigia, di fabbricazione americana. L’interno era tappezzato di cuoio blu. – Eravamo ben attrezzati: cinque thermos di tè ghiacciato, diverse scatole di alimenti conservati, un vecchio bidone di metallo riempito d’acqua che tenevamo come riserva nel cofano insieme con un’asse di legno e alcuni metri di tela metallica. L’acqua per l’eventualità che la vettura si fosse surriscaldata – c’eran più di cinquanta gradi all’ombra -, l’asse di legno e la tela metallica nel caso di insabbiamento.

Ce l’avevano detto. La pista un poco indefinita che seguivamo non sempre era visibile. Rischiavamo di insabbiarci in ogni momento.

Cielo e sabbia ci apparivano come le due dimensioni dell’infinito.

Andavamo a bassa velocità, finché non ci trovammo di fronte a una duna che il vento molto forte della sera aveva eretto, granello sopra granello, lungo tutta l’ampiezza della pista.

– Una duna alta almeno due metri. – Bisognava ad ogni costo aggirarla. M’illudevo sulla manovra. Di colpo la macchina si piegò su un fianco.

– Ricordo. Il sole ci traversava la pelle. Tuffammo le mani nel cofano, e lo sconforto fu totale quando scoprimmo che il percorso sassoso e accidentato sul quale c’eravamo avventurati – d’altra parte, che altro si poteva fare? – aveva avuto ragione dei nostri thermos. Rovinati, tutti e cinque.

– Bevemmo – senza riuscire a dissetarci, si capisce – l’acqua torbida, giallastra, col retrogusto d’olio rappreso, che era nel recipiente. – Anzitutto: non esporsi alla luce. Aspettare.

Il cielo aveva la trasparenza di un cristallo che un’aquila altera sembrava volesse graffiare con i suoi artigli e poi lacerare, senza alcuna pietà. La sera avremmo visto i frammenti del cristallo trasformarsi in diamanti: “ … come delle lune nane“, dicevi.

Ma no. L’aquila, evidentemente, non ci degnava delle sue attenzioni.

– La notte era fresca. Che contrasto! Scrutavamo l’orizzonte, attenti al minimo rumore che fosse sorto. Una carovana, diretta verso Suez, ci avrebbe certamente avvistato e ci avrebbe soccorso.

– Ricordo. Attendemmo, invano. Trentasei ore, forse più. Tu dicesti, a quel punto: “Bisogna tornare indietro, rifare nell’altro senso il cammino”.

Ero poco disposto ad accompagnarti. Quella lunga marcia mi spaventava. Dopotutto, non stavo mica poi tanto male là dov’ero. Mi sentivo persino bene, in quel momento. Avevo la sensazione che lentamente stavo per entrare nella morte. Piano piano, senza rendermene affatto conto. Senza averne piena coscienza.

– M’avevi preoccupato.

– Non tardasti a convincermi.

– Credi che t’avrei abbandonato alla sorte?

Appena tramontato il sole, riprendemmo la strada.

Di buon passo.

Sentivamo in lontananza gridare i nibbi rossi.

Ne seguivamo il volo, la fuga improvvisa. Attorno, gli avvoltoi esploravano il territorio, incoraggiati forse da una iena solitaria il cui grido la prima volta ci fece sobbalzare. Era davvero vicina a noi, e non ce n’eravamo accorti.

– Sì, mi ricordo.

La pista che seguivamo fedelmente ci rassicurava. Non potevamo perderci. – Verso la mezzanotte una voce potente, profonda, sorse dal fondo della notte, c’inchiodò sul posto. Un nomade ci bloccava il passaggio. Un fantasma.

Ci occorse un po’ di tempo per persuaderci ch’era un essere vivente.

– L’uomo ci rivolgeva delle domande con evidente interessamento. Ci teneva a sapere dove eravamo diretti. Gli raccontammo la nostra disavventura.

Rifletté, poi a bruciapelo ci disse: “Vengo con voi. Cercheremo delle scorciatoie. Arriveremo a El-Shatt prima dell’alba”. E aggiunse, forse per metterci a nostro agio:” Non siete forse miei ospiti?”.

– Passammo davanti al posto dove lui s’era accampato, più in basso della pista. Calpestammo il suo territorio. Qui egli era dappertutto in casa sua. Si considerava in certo modo responsabile di noi, anche se in questo caso non poteva trattarsi di responsabilità vera e propria, quanto piuttosto di un’idea di ospitalità che appartiene proprio a chi è nato nel deserto. Colui che in modo inatteso vi si presenta davanti ha sempre un posto riservato sotto la tenda. È l’inviato di Dio.

– All’alba, come previsto, arrivammo a destinazione.

Non sapevamo come testimoniargli la nostra riconoscenza.

Gli offristi del denaro: lo rifiutò, come turbato.

Era tanto grande ai suoi occhi la tua indelicatezza che essa doveva essere per forza innocente.

Sorridendo, ci tese la mano e scomparve.

– Due giorni dopo, mentre viaggiavamo con una macchina dell’esercito guidata da un giovane soldato e messaci a disposizione dallo Stato Maggiore, ci ritrovammo un’altra volta dinanzi al suo accampamento. Chiedemmo all’autista di fermarsi.

Il tempo di salutare un amico.

A Suez avevamo acquistato, pensando a lui, un otre d’acqua potabile e alcuni scampoli vivaci di tessuto per la sua famiglia.

Ci vide subito e si diresse verso di noi per invitarci a bere una tazza di tè. Perché fece mostra di non conoscerci? Un atteggiamento che ci parve strano, e un poco ci urtò.

Sbagliavamo. Evidentemente non avevamo riflettuto abbastanza su che cos’è l’ospitalità per i beduini.

Se il nostro ospite ci aveva ricevuto fingendo di non conoscerci, era per sottolineare che noi due restavamo ai suoi occhi gli anonimi viaggiatori che in nome dell’ancestrale ospitalità della sua tribù egli aveva dovuto onorare in quanto tali: se così non avesse fatto, la nostra improvvisa visita avrebbe preso il sapore di un ritrovarsi effimero.
(Il Libro dell’ospitalità, Raffaello Cortina editore, Milano 1991, 86-92)

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica di Andrea Zerbini, clicca [Qui] 

IL TESTAMENTO SOCIALE DI PAPA FRANCESCO
ombre e luci dell’enciclica “Fratelli tutti”

Fratelli tutti è la terza enciclica di papa Francesco, dopo Lumen fidei del 29 giugno 2013 (iniziata da Benedetto XVI e firmata da Bergoglio) e Laudato sì (24 maggio 2015).
La firma è del 4 ottobre sulla tomba di San Francesco ad Assisi, festa del santo patrono d’Italia: un papa gesuita sempre più francescano.
Del resto, come il poverello di Assisi ha dato il nome al suo pontificato e lo ha ispirato a scrivere Laudato sì (l’enciclica per la terra), il “Santo dell’amore fraterno” (2) è alla base di Fratelli tutti.
Ispirazione questa volta condivisa con “altri fratelli che non sono cattolici” (286), come Martin Luther King, Desmond Tutu e il Mahatma Gandhi, oltre al beato Charles de Foucauld.

Il lungo documento non è un trattato sulla fraternità universale, cifra stilistica ormai di un magistero, con tutti i pro e i contro, che si caratterizza più per un linguaggio spirituale e psicologico che per una teologia sistematica.
Ma anche Fratelli tutti va letto non tanto e solo per quello che dice, ma come lo dice; vale a dire quell’incedere pastorale e non dottrinale che risale allo stile di papa Roncalli e del concilio Vaticano II, ma che non prende congedo da un’uguale profondità teologica. Vero e proprio principio organizzativo di una postura della Chiesa che vuole essere Mater prima ancora che Magistra.

Per quel poco di sintesi che si può fare di otto capitoli sviluppati in 287 paragrafi, si può cominciare con quello che non c’è nell’enciclica.
Non sbaglia Roberta Trucco su Ferraraitalia [Vedi qui] a rilevare la mancanza del termine sorelle accanto ai fratelli.
La pensa così anche il moralista Simone Morandini (Il Regno): “forse una maggiore attenzione per la dimensione complementare della sororità avrebbe arricchito un testo sul versante delle relazioni di genere”. Specie se si pensa che per Assisi è difficile pensare a Francesco senza Chiara.

Nell’enciclica non c’è, poi, un accenno sul tema rovente degli abusi sessuali e neppure c’è un solo riferimento alle opacità e intrighi dentro le mura vaticane.
La recente vicenda clamorosa dell’acquisto della Santa Sede di un immobile in Sloan Avenue a Londra, pagato 200 milioni di euro (ben oltre, si dice, il suo valore effettivo), è il coperchio sollevato di una pentola dentro cui da tempo ribollono scontri tra cardinali, monsignori, manager, affari, giri di denaro, comprese le offerte dei fedeli (l’obolo di San Pietro), su cui ora sono al lavoro avvocati e giudici.
Tutti aspetti che è difficile pensare estranei alla fraternità, innanzitutto dentro la Chiesa.
Si può dire che il quasi 84enne Bergoglio non abbia la forza per porre il dito, per quanto papale, su alcuni fronti, la cui temperatura è così alta da far pensare ai cavi dell’alta tensione.

Se le forze sono mancate tanto a papa Ratzinger quanto adesso a Bergoglio, si fatica a trattenere il dubbio inquietante se, pensando agli intrighi vaticani, la curia romana non sia riformabile né da destra, né da sinistra.

Proprio per il peso epocale di questi banchi di prova, assumono particolare peso le parole di commento all’enciclica di Mons. Victor Fernández, argentino, vescovo di La Plata, dato per molto vicino a Bergoglio: “Direi che è il grande testamento sociale di papa Francesco”.

Fin dal primo capitolo (Le ombre di un mondo chiuso) il pontefice dà voce a preoccupazioni al limite di un proprio pessimismo. Quasi solcando una distanza, come scrive Massimo Faggioli su Commonveal, rispetto alla ventata di fiducia del documento conciliare Gaudium et spes (1965) e in una una certa, e per certi versi sorprendente, continuità con il pessimismo di Benedetto XVI sulla modernità.
Fino ad arrivare a dire che in un mondo “senza una rotta comune (…), fra il singolo e la comunità umana sia ormai in corso un vero e proprio scisma” (31). Termine che come nessun altro nel linguaggio ecclesiale significa rottura.

Lo sguardo preoccupato è rivolto a un processo di globalizzazione che causa distanze, paure, chiusure. Liberismo, paradigma tecnocratico della finanza e della rete, populismi e nazionalismi, portano alla chiusura egolatrica dell’ ”io” a scapito del “noi” e producono la cultura dello scarto (188).
Parole che sentono prepotentemente l’eco degli effetti della pandemia: “non ci dimentichiamo degli anziani morti per mancanza di respiratori, in parte come effetto di sistemi sanitari smantellati anno dopo anno” (35).

La parabola del buon samaritano (Lc 10, 25-37), porta la riflessione nel solco biblico, per dire che lo spazio della fratellanza nel rispetto della dignità umana va cercato oltre ogni steccato e confine. L’assistenza e la compassione al malcapitato del racconto evangelico vittima dei briganti, non viene dal sacerdote, né dal levita, le persone perbene e timorate di Dio che passano oltre, ma dal samaritano, cioè da quanto di più spregevole, impuro, detestabile e pericoloso, si potesse immaginare secondo l’ortodossia del tempo.

Parallelamente, oltre ogni confine papa, Francesco guarda gli immigrati – da accogliere, proteggere, promuovere, integrare (129) – e oltre ogni confine ecclesiale estende lo spazio di costruzione della fraternità, quando cita per cinque volte Ahmad al-Tayyeb, grand imam di al-Azhar (la moschea-università del mondo islamico al Cairo), con il quale firmò il Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune, il 4 febbraio 2019 ad Abu Dhabi.

Sull’onda di quella che è stata chiamata un’antropologia relazionale, Fratelli tutti si spinge fino a schierarsi senza mezzi termini contro la pena di morte e la guerra, prendendo definitivamente congedo in terreno ecclesiale anche dal concetto di “guerra giusta”. Così come annovera la fame tra i crimini compiuti contro l’umanità.
Tutti temi che sono munizioni nelle mani di quanti criticano da tempo papa Francesco, perché il suo magistero osa toccare con sconcertante disinvoltura il sancta sanctorum dell’ordine mondiale economico e finanziario, con le sue leggi e regole del mercato, della produzione, della ricchezza.

Argomenti che rafforzano anche gli avversari interni a Bergoglio, reo di una navigazione verso la diversità che sacrifica i principi di verità sull’altare di un’indistinta carità, finendo per allentare il senso di un’appartenenza identitaria. Un cammino che irretisce storiche alleanze politiche, ritenute anche tatticamente utili per la difesa dei principi non negoziabili.
Ma, come scrive Marcello Neri su Il Mulino on line, la risposta di papa Francesco è chiara: “ci sono urgenze più impellenti che devono impegnare la coscienza cristiana in questo momento”.

Quello di Fratelli tutti, in altri termini, ha tutta l’aria di essere l’appello di chi sente con senso profetico che l’umanità si sta avvicinando al punto di non ritorno.
Papa Francesco sembra drammaticamente consapevole di un precipizio che, se non si cambia rotta – per il creato e per l’uomo – si avvicina pericolosamente e decide di entrare nei panni della sentinella che, come nella Bibbia, sa di non essere amata perché non cerca consensi. E tenta di delineare, pur con tutti i limiti di un discorso non sistematico, un’architettura del mondo, delle relazioni umane e della pace, che ha bisogno anche di un artigianato della fratellanza, fatto dei gesti e della testimonianza di tutti.

Cover: Udienza pubblica settimanale, Papa Francesco, Piazza San Pietro, Città del Vaticano. Foto di Mario Roberto Duràn Ortiz (Wiki Commons)

I DIALOGHI DELLA VAGINA
Montalbano sono!

“Sai che ti dico, che se tu non puoi parlare, lo faccio io: sono stanca di aspettare una tua telefonata, una tua visita, una tua qualsiasi proposta. Io aspetto, aspetto…sono in attesa da una vita, sospesa tra il tuo lavoro e quello che dovrebbe accadere in un futuro che non arriva mai. Ma secondo te è normale che tu non mi abbia cercata per giorni? Che tu non ti chieda come sto io, cosa faccio, come mi sento? Salvo, c’è una sola cosa che può giustificare il tuo comportamento: tu non mi ami più. O comunque non abbastanza da fare qualcosa per me. Ed io, adesso, sono stufa di dare priorità solo a quello che è meglio per te. Io voglio pensare a me. Perdonami, forse non è giusto dirtelo per telefono ma sono davvero esausta. Per me la nostra storia è alla fine.”
Livia a Salvo Montalbano
Il metodo Catalanotti, Andrea Camilleri (Sellerio 2018)

Da quando la conosco, sono sempre stata dalla parte di Livia. La fidanzata di Montalbano è una donna messa in stand by che ha deciso di non aspettare più. E non è urgenza d’altro o impazienza, Livia si è svuotata: non è più piena di lui, dell’importanza, dell’amore che ha mandato avanti tutto per anni. È finita la malinconia dolce di cui un rapporto a distanza si nutre, la bolla di perfezione degli incontri si è rotta, bucata dalla stanchezza di una vita esausta in sala d’aspetto.
Come Livia, ce ne sono di donne che a un certo punto si stancano di dedicarsi a un amante, a un marito, a qualcuno che non vuole esserci. Ma per stancarsi bisogna avere aspettato tanto, essersi fatte andare bene l’attesa edulcorata dal pensiero che qualcosa sarebbe arrivato.
La proiezione sposta lo sguardo in avanti, il pensiero è proteso verso una data, una sera, un fine settimana, ma intanto sfugge il presente che è fatto di sostanza, soddisfazioni, inceppamenti, invecchiamento, rinascite, cioè la vita vera che Livia ha vissuto sospesa in attesa di Salvo, quasi al di sopra della realtà. Ma il qui e ora è un’altra cosa, è Salvo che non chiama per giorni, è Livia che aspetta fino a non poterne più. La distonia fra le due vite, quella che c’è e quella che immagini arriverà, si appiana quando Livia si sente finalmente libera di ricomporre lo sfasamento tra il tempo con e il tempo senza Salvo.
È un punto di non ritorno per una donna, può arrivare anche dopo una vita in cui all’altro si è dato un tale potere di gestione del tempo e del rapporto da averne perso la percezione. Livia ora vuole un tempo tutto suo, dove per Salvo non c’è più posto.

Cari lettori, siete mai stati in attesa di qualcuno? Oppure avete mai lasciato qualcuno ad aspettarvi? Com’è finita?

Potete scrivere a parliamone.rddv@gmail.com

I DIALOGHI DELLA VAGINA
Restare amici o chiudere del tutto? Le storie dei nostri lettori

Ripartire, riallacciare o staccarsi per sempre? I nostri lettori raccontano come, nella vita, non sempre si riesca a mettere un punto a capo.

Insegnamenti…

Cara Riccarda,
io sono un enorme punto e virgola anche quando cambio font. Mi piace che le persone che ho amato continuino a fare parte del mio romanzo. Se le ho amate è perchè in qualche modo mi hanno arricchita regalandomi o insegnandomi qualcosa o trasformandomi sempre un po’ in una persona migliore o più forte. Mettere un punto, andare a capo, significherebbe rinnegare quegli insegnamenti e la persona che sono diventata anche grazie a loro.
Debora

Cara Debora,
una volta pensavo che le storie finite, andate male, fossero state tempo perso. Mi sbagliavo perchè guardavo solo l’epilogo ignorando prologo e svolgimento. Credo nel principio di trasformazione che ogni esperienza vissuta con una persona ci porta. Qualcosa arriva sempre e va capitalizzato, il tempo, poi, fa acquisire senso al tempo che pensavamo inutile.
Riccarda

La famiglia… impossibile cancellarla

Cara Riccarda,
il punto a capo della scrittura credo non sia in grado di porsi nella vita.
Forse esco un po’ dal tema delle storie d’amore che leggo fra le tue righe, ma l’argomento che hai proposto mi ha fatto immediatamente ripensare alla curiosa storia familiare di un’amica.
Lei che, uscita di casa molto giovane per dissapori coi genitori, da più di un ventennio ripete che basta, punto, è tutto cancellato, la sua vita è ripartita da capo con nuovi affetti “più meritevoli”.
Come spettatore di una insolita commedia, la sento ripetere queste parole per convincere se stessa e gli altri che sia davvero così, ma la famiglia che oggi disprezza è come un punto e virgola, sempre pronto a ricordarti che il vissuto esiste ed è una parte di te.
A.L.

Cara A.L.,
vissuto familiare, aiuto. In questo caso, credo che non esista nemmeno la punteggiatura, il flusso è unico e ininterrotto anche se siamo scappati dalla nostra famiglia d’origine. I nostri primi ricordi ci parlano della nostra famiglia, i nostri primi modelli affondano e spesso si impantanano là, e per quel che mi riguarda dico per carità. A noi la scelta di provare a costruirci la nostra personale storia, fatta anche di quel vissuto che non ci abbandonerà mai, ma potrà essere visto come un buon esempio di cattivo esempio.
Riccarda

Perse le tracce rimane pur sempre il ricordo

Cara Riccarda,
mi è successo una sola volta e non è bastato un punto a capo, ho dovuto chiudere il libro e non riaprirlo mai più.
F.

Cara F.,
a me è capitato una volta sola di vivere l’interruzione di un rapporto importante di cui ho perso le tracce. Non ho più sentito né visto quella persona, ma per me rimane un libro con tanti post-it colorati appiccicati alle pagine che, ogni tanto, i miei ricordi ripropongono. Non posso farci niente, sono solo ricordi.
Riccarda

Un limbo di dubbi e opportunità

Cara Riccarda,
credo che azzerare completamente qualcosa che abbiamo vissuto sia veramente difficile. Malgrado tutto, se la relazione era importante, si resta come in una specie di limbo, forse ancora incapaci di decidere come proseguire, ma non scartando la possibilità di una seconda opportunità. Naturalmente varia da soggetto a soggetto, ma se i momenti vissuti insieme sono stati intensi, credo che il desiderio di riprovarli sia forte e magari si è disposti a lasciare momentaneamente da parte l’orgoglio e cercare di riallacciare qualcosa che sino a poco tempo prima regolava i battiti del nostro cuore. Dopo aver accantonato l’orgoglio, bisogna poi trovare il coraggio per fare il primo passo, cosa non facile, perché i dubbi cominceranno a minare la nostra sicurezza: e se non ne vuole più sapere?; e se ha già trovato qualcuna/o? ci sono tanti e se…. . Credo comunque vada la pena di tentare, almeno un volta, prima di azzerare tutto. Più facile la decisione se il nuovo tentativo lo fa l’altra persona, mentalmente siamo in vantaggio perché abbiamo il potere di decidere se accettare oppure no, possiamo valutare meglio, perché già sappiamo che se ci è richiesto di riprovare, vuol dire che l’altra persona tiene ancora a noi, se capitasse a me, accetterei, perché se siamo stati bene insieme, qualcosa di bello avevamo visto in noi, forse l’abbiamo perduta con il tempo, con gli errori, ma possiamo sempre tentare di ritrovarla e forse non ce ne pentiremmo. Dovesse andare male anche il secondo tentativo, non concederei più occasioni e neppure le cercherei, sarebbe solo farsi del male. Serberei comunque tutto il bello che mi è stato donato e chiamerei esperienza la parte negativa, un aiuto per districarsi meglio nel futuro, anche se sono convinto che in amore, malgrado tutte le esperienze che possiamo avere, quando il cuore viene colpito, si dimenticano tutte le precedenti e ritorniamo ingenui.
Gigi

Caro Gigi,
c’è una cosa che con grande fatica cerco di praticare e non sempre ci riesco: sospendere le domande. Questo mi capita quando me ne sono fatta troppe senza risposte soddisfacenti. È incredibile come certe domande portino un peso talmente elevato che dopo un po’ è meglio lasciare stare. Ho scoperto che le risposte arrivano lo stesso, a distanza di tempo, inaspettate e leggere.
Riccarda

Potete scrivere a parliamone.rddv@gmail.com

I DIALOGHI DELLA VAGINA
In litigio veritas

Eccessi, parole che feriscono, toni alterati. Se poi si sbatte la porta o ci si lancia qualcosa è la litigata perfetta. In litigio veritas. Rimangiarsi tutto e sperare che l’altro dimentichi in fretta, è come usare il dolcificante nel caffè dopo un vassoio di cannoli. La verità è già uscita tutta, la ‘nostra’ verità rimasta dentro per convenienza o timore si è finalmente presentata. E se si ricomincia, si riparte da lei che non sbotta mai per caso e non ci molla finchè non conquista il proprio spazio fuori di noi e in faccia a qualcun altro.
Daniela si è sentita dire da Franco che passare insieme una giornata, fare qualcosa in due sarebbe stato impensabile, già sopportarla due ore era troppo. Tre anni insieme, un bel po’ di serate spese ad aspettare e fai pure che non mi dà fastidio, quando invece dentro qualcosa stava montando.
E una notte d’estate, in cinque minuti, il rapporto è finito con una porta tirata dietro: Franco ha lasciato libera, urlando, la sua verità, carica di livore, diretta e pronta all’uso. Quelle parole erano lì in attesa del loro turno, da tempo aspettavano che l’equilibrio si spezzasse per infilarsi tra la sopportazione un po’ logora e la velocità di un pensiero che aveva già tracciato internamente un percorso.
Certe frasi escono perchè in qualche modo le abbiamo dentro, si ingrossano mute nelle retrovie quando la compiacenza di facciata vince e si nascondono quando la ragione dice che è meglio lasciare perdere. Ma i pensieri trattenuti, inascoltati e scomodi diventano una verità parallela e spiazzante per l’altro che non può immaginare di quanta vita propria sia cresciuta.
L’occasione è sempre una sciocchezza, un pretesto che non c’entra niente e accade quando la nostra verità si sente stretta da troppo tempo in un angolo angusto da cui, però, riesce a vedere cosa capita là fuori: accondiscendenza ostentata, equilibrismi nel bene della coppia, orizzonti di tranquillità da non turbare.
Daniela, in pochi minuti, ha avuto un’unica risposta a domande che non aveva mai posto se non a se stessa, creando a sua volta una sua verità sospesa che finalmente è uscita: perchè non siamo mai andati in ferie insieme? Perchè ci vediamo nei ritagli? Perchè non dormi mai a casa mia?
Tutto era diventato chiaro.
Dopo quella porta sbattuta, due persone, ormai libere dalle ombre reciproche, si sono rimesse in moto separatamente, alleggerite dalla verità.

Vi è mai successo che una verità, maturata dentro, si sia imposta all’improvviso? Cos’è cambiato dopo averla detta? E l’altro come ha reagito?

Potete scrivere a: parliamone.rddv@gmail.com

I DIALOGHI DELLA VAGINA
Che sollievo! La leggerezza che trasforma il vuoto

“Festeggiamo stasera?”
“Festeggiamo”.
A e R, quindici anni di amicizia e stessi appuntamenti con la vita. Si erano trovate una sera a cena, si erano guardate e avevano tirato un sospiro di sollievo: ne erano finalmente uscite, tutte e due avevano lasciato alle spalle due uomini a cui avevano dato troppo.
Lo scarto tra la rottura di una storia e la vera fine, cioè quando non è più niente, è un limbo melmoso di domande, rimproveri, aspettative e fantasie che ha un tempo determinato. Prima o poi scade, finisce e si porta via il grigio e l’inquietudine di cui si nutriva. La vera fine è quando la storia trova il capolinea nella testa perché tutto diventa chiaro.
Di questo stavano ragionando, quella sera, A e R che si erano imbattute in uomini abbastanza simili, propensi alla manipolazione, alla mitologia di se stessi, all’abilità di creare nella donna una forma di dipendenza affettiva che, nel tempo, distrugge l’autostima e l’autonomia.
“Non avrei mai pensato di arrivare a dire che sto meglio senza, ma è così – aveva detto R la cui rottura era più recente – ho finalmente la mente libera dalla sospensione, non sono più in bilico tra qualche suo cenno e l’indifferenza, le mie energie adesso sono tutte per me”.
“Ci sono uomini che alimentano constantemente nella donna l’attesa che poi si risolve in brevi momenti spacciati per grandi concessioni che, a lungo andare, ti fanno veramente perdere la misura di cosa conti in un rapporto – rispose A -, mi chiedo come abbiamo fatto a caderci, abbiamo ceduto a un fantasma, ci siamo subordinate a una sagoma gonfia che per fortuna adesso possiamo vedere per ciò che è. Ma ora godiamoci questo alleggerimento, la liberazione da una zavorra interiore che non c’è più”.
Entrambe avevano vissuto il peso del vuoto creato da qualcun altro, ma che peso ha il niente se non quello delle aspettative deluse? L’assenza come si misura? Con la concretezza delle cose vissute o con l’evanescenza di quelle che non saranno mai?
Ma arriva un momento in cui la pesantezza della perdita diventa sollievo e il vuoto si trasforma in spazio disponibile per tanto altro. Testa e tempo sono complici di questa svolta: capisci che è ora di andare via da quel posto che non è più il tuo, ti trovi in mano le chiavi di un grande archivio che conterrà tutto, persino la malinconia.
E a voi è mai capitato di essere schiacciati da un abbandono per poi scoprirvi sollevati da un male che non c’è più?

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