Tag: rumore

L’ossessione del sei e balle spaziali varie
…un racconto

L’ossessione del sei e balle spaziali varie
Un racconto di Carlo Tassi

Mentre distrattamente raccolgo i miei pensieri sparpagliati, confortato da gradevoli rumori di fondo, di nuovo mi chiedo perché mai il tempo funzioni a multipli di sei. Ovviamente alludo a quei miserabili di un tempo passato che adesso non ricordo. Quelli che han deciso che il tempo dovesse misurarsi in questo modo, dagli orologi ai calendari, sempre sei.
Sei per dieci fa sessanta, come i secondi in un minuto, come i minuti in un’ora. Sei per quattro fa ventiquattro, come le ore in un giorno. Sei per cinque fa trenta, come i giorni in un mese. Sei per due fa dodici, come i mesi in un anno. Multipli di sei come dicevo.
E questo pensiero mi perseguita anno dopo anno, per tutti gli anni della mia esistenza. Sarà che la somma delle cifre della mia data di nascita fa trentasei, sei per sei per l’appunto!
Non c’è scampo all’ossessione del sei. Specie quando il mio numero preferito è otto. Per qualche tempo ho perorato invano la sua causa, essendo l’otto palindromo e simbolo d’infinito. Ma non c’è stato verso, dato che da più parti è stata sollevata l’obiezione relativa all’unidirezionalità del tempo e al suo ipotetico inizio.
Quindi niente da fare, l’otto resterà soltanto il mio numero preferito e nulla più.

Altra questione che mi tormenta è quella dei rumori nello spazio siderale. Un falso galattico, come dire.
Ma come si può ragionevolmente pensare che la gente possa credere che nel vuoto cosmico esistano rumori molesti o di ogni altro tipo? Ve lo immaginate? Il rumore di un vettore a protoni o di un raggio fotonico?
Wham! Booamm! Blam! Ka-pow…
O il baccano fatto da una supernova che esplode?
Broooommmm! Kratatoooommmm…
Com’è possibile se nello spazio i rumori non esistono? Se le onde sonore non hanno nulla a cui aggrapparsi?
Il buio, il freddo, il vuoto assoluto… nel più assoluto silenzio. Esattamente come la morte!

Per questo ho scelto di restarmene buono buono a casa mia, ad ascoltare i miei rumori preferiti, nel tepore del mio termosifone, nella luce calda e soffusa della mia abat-jour, nel tempo scandito dal ticchettio del mio orologio da parete. Le fusa della mia gatta, il respiro del mio cane, le chiacchiere con mia moglie. Poi le cazzate dette in tv, come i bang bang spaziali nei film di fantascienza, tanto improbabili quanto indispensabili.
Stupidaggini come queste aiutano, in un modo o nell’altro, in un mondo e nell’altro, rumore o silenzio che sia. Il pensiero fluttua libero nello spazio profondo, regolato da un tempo impalpabile, indefinibile.
I problemi restano irrisolti, ma noi sopravviviamo lo stesso… o almeno ci proviamo.

E fanculo al numero sei!

Bang Bang Bang (Mark Ronson, 2010)


Per leggere tutti gli articoli, i racconti e le vignette di
Carlo Tassi su questo quotidiano clicca sul suo nome.
Per visitare il sito di Carlo Tassi clicca [Qui]

OLTRE LE PAROLE
Raggiungere l’Infinito attraverso il nostro Finito

 

Ricordo che l’emozione dominante avvertita una volta tornato dalle lunghe vacanze in montagna, da bambino, era il fastidio per il rumore, in particolar modo quello del traffico.
Dopo pochi giorni, il mio orecchio si abituava al ritmo ordinario della vita di città e tutto era accettato come fine reale della vacanza estiva e ritorno alla normalità.
Ancora non potevo sapere che quella sarebbe stata una immagine che mi avrebbe aiutato nelle scelte fatte poi da adulto.
Quello stesso silenzio che da bambino ascoltavo così profondo solo sopra i duemila metri, lo avrei ritrovato da adulto, con mia grande sorpresa, dentro di me.

Amo le parole. Alcune sono sempre con me. Altre non le uso mai, proprio non le sopporto.
Una di quelle che mi hanno accompagnato fino a qui è assorto.
Essere assorto nel senso di tutto preso da, ma non in modo frenetico, anzi, al contrario, non dipendente dalle cose fuori, ma concentrato sull’interiorità.
Quando si è assorti quasi il mondo scompare con tutto il suo carrozzone variopinto, non si è più toccati da nulla, ma si sente via via l’allargarsi dello spazio del silenzio tutto intorno a noi.

Non vorrei essere frainteso.
Amo il chiasso di una classe di ragazzi durante l’intervallo a scuola, gli scherzi fatti tra amici, la musica ad altissimo volume di un concerto.Tirare tardi dopo una cena in vacanza è bellissimo!
Non sono fatto per la vita eremitica.
Voglio solo dire che non finisce lì.
Che il meglio deve ancora arrivare e che l’ho visto giungere davvero solo quando la giovinezza diventa ricordo.

Perché serve la stagionatura, proprio come per certi cibi o per un buon vino.
Serve avere visto soprattutto cosa è la fine.
Averla vista nel volto di una persona cara.
Quando il dolore strappa la pelle e gonfia gli occhi.
Quando si bestemmia contro il cielo. Quando sembra che il senso sia terminato.
È allora che un altro sguardo si posa sulle cose.
È la vera perdita della verginità, dove quella sessuale è solo la anticipazione inconscia di una perdita inaccettabile, tanto che deve essere ammantata di piacere per essere vissuta positivamente, anzi cercata.
Dopo, tutto cambia. Soprattutto la notte, tempo non  più solo dedicato ad un sonno ristoratore, ma anche quello della materializzazione dei propri fantasmi.
E cambiano le giornate.
Bisogna inventarlo un senso per alzarsi tutte le mattine.
Poi giorno dopo giorno, ma serve tempo, ecco che motivazioni e azioni diventano più lente perché ognuna ha bisogno di essere scelta, voluta, ben ponderata.
E alla sera ci si ritrova a ripensare quanto amore si è ricevuto e quanto dato.
E i conti non tornano mai.
Ma va bene così.

Nasce un piacere strano, prima sconosciuto, nel viaggiare dentro, a rimanere con sé stessi.
Solo cosi si possono riconoscere e mettere assieme i pezzi.
Solo così tornano i ricordi.
E i ricordi è necessario scriverli. Tutte le cose che non si scrivono si perdono.
Fortunato chi ha l’abitudine di tenere un diario. Ritroverà quando servirà il proprio tesoro intatto.

Non sopporto le etichette, figurarsi quando, per sminuirne il significato, viene appiccicato il cartellino di  tristezza a questo genere di considerazioni.
Tristezza è un’altra parola a me cara.
Tra i sentimenti, infatti, quello della tristezza è forse tra quelli più profondi, ma anche quello interpretato in modo maggiormente ambiguo.
Scrive Alessandro D’Avenia: “La tristezza è uno di quei sentieri sul crinale della vita, che spesso non vogliamo affrontare, perché la nostra cultura accetta solo il ‘positivo’ e ci priva così del coraggio per vincere la paura del ‘negativo’. Eppure la tristezza è un sentimento ‘positivo’, perché ci pone in condizione di guarire dal dolore che la genera: il nostro corpo si difende dalla malattia segnalandola proprio attraverso il sintomo di dolore. Noi invece vogliamo eliminare dalla vita tutto ciò che ci sembra ‘improduttivo’, come macchine da cui ci si attende sempre una performance ineccepibile. Ma noi siamo vivi e dobbiamo rivendicare il nostro diritto alla tristezza come vita ferita che cerca di guarire.”

La letteratura e la poesia quando arrivano ad essere sublimi, liriche, arrivano a comprendere la vera natura dell’uomo e toccano inevitabilmente la tristezza.
Ma questa consapevolezza non genera rassegnazione.
Pensiamo a Leopardi, un lottatore della vita che cerca la bellezza.
Pensiamo a Ungaretti e paradossalmente a Pavese.
Fa comodo tacciare in modo svalutativo la tristezza, per portare le persone a non pensare, a vivere alla superficie una vita a metà.
“È che la tristezza sa aprire squarci che permettono di guardarsi dentro da una prospettiva nuova. Rende consapevoli. Dunque umani”, scrive Massimo Gramellini.
Si tocca la tristezza solo quando si va in profondità, quando ci si toglie la maschera.
Quando si avverte la solitudine.
Quando ci si accorge della sofferenza.
Di fronte a tali realtà non viene certo da ridere, ma può nascere l’impulso alla condivisione.
Tristezza è il sentimento che permette di avvicinarci all’altro, spinti dalla compassione verso di lui.
Avere lo stesso cuore. Tutto ciò non porta all’immobilità.
Anzi rimanere assorti nell’immergersi nella poesia, nella letteratura, nella contemplazione del bello, anche fisico, del corpo della propria donna per esempio, porta, dalla presa in carico del nostro limite, della nostra triste condizione comune, alla ricerca della vera nostra forza.
Quella forza che ci permette di rimanere umani, quando sentiamo nell’altro il bisogno della nostra presenza, unico modo per realizzare una aspirazione altrimenti inottenibile: raggiungere l’infinito attraverso il nostro essere finito.

Tronco spezzato

La forza del vento impetuosa che non lascia scampo a chi nasconde, sotto una corteccia fiorente, il marciume del proprio animo. È l’invisibile che abbatte il nostro essere. L’impeto improvviso e furioso di un qualcosa che non vedi arrivare. E tra tutti, l’unico ad attrarre l’attenzione e colui che, tra gli altri, si piega e si spezza. Non simbolo di fedeltà alle proprie radici, ma tana e covo per chi ti logora dall’interno. Simbolo, al massimo, del moderno decadimento, con un unico enigma che rimane: Che rumore fa un albero che cade in una foresta dove non c’è nessuno ad ascoltare?

L’ossessione del sei e balle spaziali varie

AVVISO AI NAVIGANTI

Il modo migliore per affrontare ‘Accordi’ è leggere l’articolo ascoltando in sottofondo il brano proposto. Buona lettura e buon ascolto.

Bang Bang Bang (Mark Ronson, 2010)

Mentre distrattamente raccolgo i miei pensieri sparpagliati, confortato da gradevoli rumori di fondo, di nuovo mi chiedo perché mai il tempo funzioni a multipli di sei. Ovviamente alludo a quei miserabili di un tempo passato che adesso non ricordo. Quelli che han deciso che il tempo dovesse misurarsi in questo modo, dagli orologi ai calendari, sempre sei.
Sei per dieci fa sessanta, come i secondi in un minuto, come i minuti in un’ora. Sei per quattro fa ventiquattro, come le ore in un giorno. Sei per cinque fa trenta, come i giorni in un mese. Sei per due fa dodici, come i mesi in un anno. Multipli di sei come dicevo.
E questo pensiero mi perseguita anno dopo anno, per tutti gli anni della mia esistenza. Sarà che la somma delle cifre della mia data di nascita fa trentasei, sei per sei per l’appunto!
Non c’è scampo all’ossessione del sei. Specie quando il mio numero preferito è otto. Per qualche tempo ho perorato invano la sua causa, essendo l’otto palindromo e simbolo d’infinito. Ma non c’è stato verso, dato che da più parti è stata sollevata l’obiezione relativa all’unidirezionalità del tempo e al suo ipotetico inizio.
Quindi niente da fare, l’otto resterà soltanto il mio numero preferito e nulla più.

Altra questione che mi tormenta è quella dei rumori nello spazio siderale. Un falso galattico, come dire.
Ma come si può ragionevolmente pensare che la gente possa credere che nel vuoto cosmico esistano rumori molesti o di ogni altro tipo? Ve lo immaginate? Il rumore di un vettore a protoni o di un raggio fotonico?
Wham! Booamm! Blam! Ka-pow…
O il baccano fatto da una supernova che esplode?
Broooommmm! Kratatoooommmm…
Com’è possibile se nello spazio i rumori non esistono? Se le onde sonore non hanno nulla a cui aggrapparsi?
Il buio, il freddo, il vuoto assoluto… nel più assoluto silenzio. Esattamente come la morte!

Per questo ho scelto di restarmene buono buono a casa mia, ad ascoltare i miei rumori preferiti, nel tepore del mio termosifone, nella luce calda e soffusa della mia abat-jour, nel tempo scandito dal ticchettio del mio orologio da parete. Le fusa della mia gatta, il respiro del mio cane, le chiacchiere con mia moglie. Poi le cazzate dette in tv, come i bang bang spaziali nei film di fantascienza, tanto improbabili quanto indispensabili.
Stupidaggini come queste aiutano, in un modo o nell’altro, in un mondo e nell’altro, rumore o silenzio che sia. Il pensiero fluttua libero nello spazio profondo, regolato da un tempo impalpabile, indefinibile.
I problemi restano irrisolti, ma noi sopravviviamo lo stesso… o almeno ci proviamo.

E fanculo al numero sei!

Silenzio

In un mondo di rumore, frettoloso, caotico e disordinato, l’unica soluzione per intraprendere un cammino sembra quella del doversi fermare, riflettere, magari fare anche un passo indietro. L’unico vero alleato è il silenzio, nel quale si può ritrovare anche chi davvero ti è vicino.

“Grida e tutti ti sentono. Sussurra e solo chi ti è vicino capisce quello che dici. Taci e solo il tuo amico migliore sa ciò che vuoi dire.”
Linda MacFarlane

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

Disturbi sonori, ne soffre il 16,2% degli italiani. Il silenzio chiama…

Il silenzio, questo sconosciuto. La tranquillità delle orecchie (e non solo), tempi lontani.

Quasi un quinto degli europei soffre di disturbi sonori dovuti al rumore proveniente dalla strada o prodotto dai vicini: la proporzione è doppia per chi vive in città rispetto a chi sta in campagna, e diminuisce a seconda del numero di persone che vivono in casa. Gli italiani sono sotto la media Ue per i fastidi provocati dai rumori molesti. E’ quanto emerge dai dati Eurostat relativi al 2016. Secondo questi, il 17,9% degli europei è vittima del rumore: il 23,3% nelle aree urbane e il 10,4% in quelle rurali. Gli italiani che patiscono di disturbi sonori sono invece il 16,2%, mentre erano il 18,3% nel 2015. I Paesi dove la gente si lamenta di più del rumore, ovvero circa una persona su quattro, sono Malta (26,2%), Germania (25,1%) e Olanda (24,9%), seguiti da Portogallo (23,1%), Romania (20,3%), Grecia (19,9%) e Lussemburgo (19,7%). Lo stato più ‘silenzioso’, con il minor numero di ‘problemi sonori’, è invece l’Irlanda (7,9%), seguito da Croazia (8,5%), Bulgaria (10%) ed Estonia (10,4%). In generale, a livello Ue ad essere più sensibili al rumore sono i ‘single’, con il 20,8% di persone che si sono lamentate dei vicini o della strada, poi le coppie, con il 17,8%, e infine le famiglie più numerose, con il 16,6%. In particolare, il 18,4% delle famiglie senza figli è infastidita dal rumore, mentre la percentuale scende al 17,5% per quelle con figli.

Sono i dati che ANSA pubblica il 2 gennaio 2018, dati attuali, che fanno riflettere. Da non credere, ma proprio durante le vacanze natalizie pensavo all’importanza del silenzio, a quanto mi mancava, alla sua insostituibile funzione terapeutica, a quanto il rumore sia ormai il primo insopportabile e fastidioso compagno quotidiano di molti di noi. Troppi. Non per nulla durante la pausa festiva mi sono dedicata, fra gli altri, alla lettura de ‘Il silenzio’, di Erling Kagge (Einaudi, 2017, 120 p.) e di ‘Elogio del silenzio. Come sfuggire al rumore del mondo’, di John Biguenet (Il Saggiatore, 2017, 176 p.).

Kagge ricorda come, in media, perdiamo la concentrazione ogni otto secondi e come la distrazione sia ormai uno stile di vita, l’intrattenimento perpetuo una brutta abitudine che ciascuno ormai ha preso. E quando incontriamo il silenzio, lo viviamo come un’anomalia, come un qualcosa di strano ed estraneo che non ci aspettiamo: spesso, invece di apprezzarlo, ci sentiamo a disagio e persi. Erling Kagge, al contrario, del silenzio ha fatto una vera scelta di vita. Nei mesi passati da solo nell’Artide, al Polo Sud o in cima all’Everest, ha imparato a fare propri spazi e ritmi della natura oltre che a immergersi in un silenzio interiore ed esteriore: un incommensurabile tesoro e una fonte di rigenerazione che tutti possediamo a cui è però difficile attingere, immersi come siamo nel frastuono, nel chiacchiericcio (e nel rumore continuo) della vita quotidiana. Ma che cos’è veramente il silenzio? Dove lo si può trovare? E perché oggi è tanto importante? A queste tre domande Kagge fornisce trentatré possibili e interessanti risposte, riflessioni scaturite da esperienze, incontri e letture, tutte animate da un’unica certezza: che il silenzio sia la chiave per comprendere la vita. Cercare il silenzio. Non per voltare le spalle al mondo, ma per osservarlo e capirlo. Perché il silenzio non è un vuoto inquietante aldilà della nostra portata ma l’ascolto dei suoni interiori che abbiamo sopito e dimenticato. Magari non riconosciuto.

Anche John Biguenet si domanda cosa sia il silenzio. Se una semplice assenza di suono, un’estrazione del pensiero o se, come scrisse Saramago, in realtà non esista, perché anche la nostra voce e i nostri pensieri riflessi in noi, in fondo, hanno un suono, quasi un’eco. Quello che è certo è che in esso si possono riordinare pensieri scossi dai ritmi frenetici di ogni giorno, trovare pace da delusioni, incertezze, soprusi, ingiustizie. Riposare. Mentre oggi la scienza, ricorda l’autore – attraverso gli esperimenti con la camera anecoica (ambiente di laboratorio strutturato per ridurre il più possibile la riflessione di segnali sulle pareti. Il termine, dal greco, significa infatti “privo di eco”) – pone in dubbio la sua reale esistenza, autori come William Shakespeare, Laurence Sterne, Mark Twain, Edgar Allan Poe e Rainer Maria Rilke, e pittori come Mark Rothko e Marcel Duchamp, si sono interrogati sul significato del silenzio e sulla sua rappresentazione in letteratura e arte. Biguenet in questo bellissimo libro indaga le mutevoli sembianze del silenzio: premio o punizione, arma letale o strumento di resistenza, vuoto da riempire o sensazione di pienezza, bene di lusso o disturbo da evitare. Il silenzio è oggi spesso, e sempre di più, prerogativa dei ricchi, continua l’autore. Di chi può avere il privilegio oltre che i mezzi per vivere lontano dal rumore che non produce, da sferraglianti rotaie, da fabbriche chiassose o da roboanti autostrade. Alcune automobili di lusso vengono prodotte a rumore quasi zero, le lounge silenziose degli aeroporti sono prerogativa di pochi. Anche gli scompartimenti silenziosi dei treni costano di più, laddove è proibito il telefonino o parlare a voce alta. Lo stesso dicasi per atolli isolati o alberghi intimi abilmente e unicamente posizionati in luoghi lontani dalla folla e immersi nella natura. Sembrerebbe proprio che chi è più povero è più rumoroso, o meglio che abbia meno diritto al silenzio. In un mondo febbrile, snervante, sfiancante, rumoroso e caotico, sempre più spesso il silenzio sa esprimere meglio delle parole le passioni umane. Inseguirne l’incantesimo e la magia è oggi il modo migliore per curarci di noi stessi. Un privilegio?

ferrara-notte

LA NOTA
Di notte a Ferrara

Nel linguaggio politico si parla di un ‘failed State’ (Stato fallito) quando non c’e più la possibilità di stabilire un regime democratico nel quadro di uno Stato o di una regione con confini chiari. Non ci sono più leggi e regolamenti per gestire i comportamenti della gente che vivono in quel territorio. Talvolta, passando in piena notte a Ferrara, fra piazza Travaglio e piazza Verdi, in via Carlo Mayr o in via delle Volte, ci si sente davvero in un ‘failed district‘, un territorio senza regole, un vero ‘wild east’ di una volta.
Via Carlo Mayr, di giorno una strada pubblica, aperta a tutti, di notte diventa una strada di fatto privata, totalmente bloccata dai clienti delle cosiddette ‘street bar’. Nemmeno io provo grande nostalgia per la città silenziosa e noiosa di qualche tempo fa, la ‘Ferrara funerale’, e mi piace l’idea della ‘movida’, ma talvolta il rumore diventa insopportabile come in un cantiere con le perforatrici ad aria compressa. Grazie a Dio, personalmente sento quel casino notturno solo da lontano perché la nostra camera da letto è collocata verso le Mura. E non capisco neppure perché il viluppo di stradine in questo storico quartiere di Ferrara sia diventato con gli anni sempre più una sorta di bagno pubblico a cielo aperto, per qualsiasi ‘bisogno umano‘. Sento un grande rispetto per i residenti che mattina dopo mattina curano il quartiere dove vivono. Grande rispetto anche per le donne e gli uomini della nettezza urbana, che ogni giorno fanno un lavoro spesso sgradevole per riportare un po’ di civiltà in un quartiere che, di notte, non sembra affatto appartenere all’Europa del XXI secolo ma ad un ‘failed State’, fuori dal tempo e dallo spazio.
Auguro una buona estate a tutti quelli che devono vivere e dormire nel piacevole e storico ambiente ferrarese, compresi gli ospiti stranieri. Sperando che l’ufficio del turismo e le autorità preposte leggano questa nota.

L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

L’occhio di periscopio

Il giornalismo online in questi ultimi anni ha innescato una profonda trasformazione del nostro modo di informarci. Le notizie sono immediatamente disponibili attraverso la rete, continuamente aggiornate, facilmente reperibili. L’informazione è abbondante, la cronaca è ampiamente garantita. Quel che risulta carente è una chiave di interpretazione dei fatti, uno strumento di analisi capace di fornire una lettura che si spinga oltre la superficie degli avvenimenti. FerraraItalia ha questa ambizione: offrire commenti, analisi, punti di vista che contribuiscano alla formazione di una più consapevole coscienza del reale da parte di ciascuno e a vantaggio di tutti, come imprescindibile condizione per l’esercizio di una cittadinanza attiva e partecipe. Ferraraitalia è un quotidiano indipendente globale-locale che sviluppa un’informazione verticale tesa all’approfondimento, perseguito con gli strumenti giornalistici dell’inchiesta, dell’opinione, dell’intervista e del racconto di vicende emblematiche e in quanto tali rappresentative di realtà più ampie, di tendenze, di fenomeni diffusi (26 novembre 2013)

Redazione

Direttore responsabile: Francesco Monini
Collettivo di redazione: Vittoria Barolo, Nicola Cavallini, Simonetta Sandri, Ambra Simeone, Carlo Tassi, Bruno Vigilio Turra
Segreteria di redazione: Paola Felletti Spadazzi

I nostri Collaboratori: Sandro Abruzzese, Francesca Alacevich,Alice & Roberta, Catina Balotta, Fiorenzo Baratelli, Roberta Barbieri, Grazia Baroni, Davide Bassi, Benini & Guerrini, Gian Paolo Benini, Marcello Bergossi, Loredana Bondi, Marcello Brondi, Sara Cambioli, Marina Carli, Emanuela Cavicchi, Liliana Cerqueni, Ciarìn, Riccarda Dalbuoni, Roberto Dall'Olio, Costanza Del Re, Jonatas Di Sabato, Anna Dolfi, Laura Dolfi, Francesco Facchiano, Franco Ferioli, Giovanni Fioravanti, Giuseppe Fornaro, Maura Franchi, Riccardo Francaviglia, Andrea Gandini,Sergio Gessi, Pier Luigi Guerrini, Sergio Kraisky, Francesco Lavezzi, Daniele Lugli, Carl Wilhelm Macke, Beniamino Marino,Carla Sautto Malfatto, Fabio Mangolini, Cristiano Mazzoni,Giorgia Mazzotti, Paolo Moneti, Francesco Minimo, Alice Miraglia,Corrado Oddi, Fabio Palma, Roberto Paltrinieri, Valerio Pazzi,Carlo Perazzo, Federica Pezzoli, Gian Gaetano Pinnavaia, Mauro Presini, Claudio Pisapia, Redazione, Francesco Reyes, Raffaele Rinaldi, Laura Rossi, Radio Strike, Gian Pietro Testa, Roberta Trucco, Federico Varese, Ranieri Varese, Gianni Venturi, Nicola Zalambani, Andrea Zerbini

Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

Clicca sull’Autore per i suoi contributi.
CONTATTI
Inviare i comunicati stampa a: redazione@ferraraitalia.it
Inviare lettere al giornale a : interventi@ferraraitalia.it


FERRARAITALIA
Testata giornalistica online d'informazione e opinione, registrazione al Tribunale di Ferrara n.30/2013

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi