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DIARIO IN PUBBLICO
Le feste di laurea dei giovani ferraresi conformisti

Di ritorno da una importante serata a Mirandola in cui si erano radunate un’ottantina di persone, capeggiate dal sindaco, dall’assessore alla cultura e dal presidente dell’associazione Pico della Mirandola, per ascoltare Portia Prebys e chi scrive relazionare sul Giardino dei Finzi-Contini, il taxista ci riporta a Ferrara verso le 11 di sera.
Imbocchiamo via Terranuova per svoltare poi in via Savonarola e di fronte alla chiesa di San Francesco troviamo un muro di giovani col bicchiere in mano, sguardo fisso, occhio sbarrato, che circondano tre o quattro coetanei incoronati d’alloro. Da lontano un brivido premonitore ci aveva avvertito del rito che si stava compiendo, quando nell’aria notturna si era liberato il gracidio del “dottore, dottore”, che raggiunge il diapason nella parola forse più amata dal popolo ‘itagliano’. Quel vaffa… che imperversa non solo nella politica, ma che diventa parola di culto quando, in seguitissimi spettacoli, celebri star di stanza permanente nei salotti televisivi lo intonano riferendolo a signore anche anziane tra gli scroscianti e convinti applausi della platea.

Tentiamo un primo passaggio, ma lo sguardo vacuo e leggermente minaccioso della ‘meglio gioventù’ ci avverte di non insistere. Pazientiamo per un po’ e l’autista Nicola, che ha compiuto i suoi studi e l’Università proprio a ‘Ferara’, un centimetro alla volta riesce con laboriose manovre ad aprirsi un varco nel muro umano. Il silenzio tombale dei poveretti abitanti nelle case circostanti ci dice che ormai quelli sono il modo e la maniera inestirpabili del rito della raggiunta maturità(!). Intendiamoci non sono né un fustigatore dei costumi né tanto meno un nostalgico del tempo passato, quando per i maschi la festa di laurea si concludeva nei casini e le giovani al massimo organizzavano una ‘festina’ nei ‘baladur’ in zona. Celebre ‘Le due fontane’ ribattezzate ‘Le due pompe’.
Ciò che urta la mia antica sensibilità è la volgarità e il conformismo delle scelte, di queste scelte, che riducono i giovani allo stato di pecore con susseguente deposito di deiezioni nel muro dell’antica e bella chiesa. Il bicchiere in mano, lo sguardo impenetrabile, la barbetta minacciosa, la scollatura procace, il belletto cadaverico che contrasta con le labbra color sangue.
Poi, forse, se diventeranno persone impegnate, lavoratori convinti (se troveranno lavoro), genitori modello in qualche momento ricorderanno quel rito con nostalgia o vergogna.
Quello che contesto è il conformismo nel perseguire modelli non solo obsoleti, ma francamente stupidi, legati a un’idea di goliardia che non dovrebbe esserci più o si sarebbe dovuta adeguare a tempi ben diversi, quando ormai la forza dirompente del ‘vaffa…’ diventa triste memoria di una sua vitalità ormai scomparsa. E si veda la parabola del Grillo nazionale.
Così quando per ragioni di percorso dopo mezz’ora ripetiamo la stessa ‘manfrina’ stancamente mi adeguo e secondo la prassi americana di fronte al muro umano alzo il dito medio. Non serve a nulla in quanto quegli sguardi non vedono in quanto tutti sono presi dal loro narcisismo nel celebrare il rito. Scrive Denise Pardo su ‘L’Espresso’: “Ora, l’aria da sorci verdi del tempo sta rendendo il “vaffa”, il deprecato grido di battaglia dei grillini quasi un “poffarbacco” contemporaneo. O forse si è fatta l’abitudine al genere e questo è di nuovo un segno malefico”

La città della cultura frattanto tenta di adeguarsi alla improrogabile e agognata promozione della Spal in serie A. Mentre le minacciose grida degli sportivi che invocano l’apertura di non so quale gradinata portano la polverizzazione dei biglietti per partite fondamentali si tenta di programmare un nuovo volto del quartiere che ospita lo stadio.
Chissà se nella mia tarda età riuscirò a vederne qualche frutto.
Si apre il salone del Restauro e dei Musei. Fa bene al cuore vedere turisti che fotografano non le vetrine delle leccornie o intenti a farsi selfie spiritosi, ma i monumenti della città, spesso quelli meno reclamizzati. Tra le proposte non sempre condivisibili sul binomio ormai imprescindibile cultura-economia il Salone dimostra una vitalità davvero convincente. Venerdì parteciperò alla giornata dei Musei e la proposta dei temi sembra davvero allettante.
In questa primavera che segue un inverno primaverile sembra che i luoghi della mente e dello spirito siano i più bersagliata dalla follia.
Ultimo: l’attacco al Parlamento di Londra. E un pensiero mi tormenta. Non sarà che il concetto di imitazione produca danni irreversibili alla cultura, alla società, alla democrazia?
Un discorso forse ingenuo che, tuttavia, induce alla riflessione, specie su fatti minori come il muro umano di giovani col bicchiere in mano.

ALTRI SGUARDI
La rivoluzione del museo del ministro Franceschini: eclissi o rinascita della cultura?

di Maria Paola Forlani

La religione dell’arte ha i suoi proseliti e i suoi luoghi di culto: i musei. Destinati a ospitare la bellezza, essi stessi divengono spesso belli ancor più delle opere che ospitano, non solo per l’insieme delle collezioni, ma per il connubio delle stesse con l’architettura, la luce, lo spazio, la decorazione e l’atmosfera dell’ambiente.

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Il museo Guggenheim di Bilbao

Questa capacità dominante dell’architettura, o comunque del luogo, è stata particolarmente percepita nell’epoca contemporanea, dando luogo alla costruzione di edifici nei quali il progetto architettonico prevale sulle opere che contiene. L’esempio lampante tra molti è il Museo Guggenhem di Bilbao di Frank Gehry.
Tra i musei del passato però, la cui qualità architettonica peraltro è sempre rilevante, ve ne sono non pochi il cui fascino non proviene solo dall’architettura o solo dalle opere, bensì dal felice rapporto fra contenitore e contenuto. L’importanza delle modalità espositive è sempre stata sentita e lo è sempre di più. Sta anzi divenendo una disciplina a sé stante e nel visitare un’esposizione non si giudicano più soltanto le opere esposte, ma anche, talvolta soprattutto, il modo in cui sono esposte. Autore (o autori), regia (o sceneggiatura) e scenografia assumono quindi pesi quasi equivalenti, in un’esposizione o nell’allestimento di un museo come in uno spettacolo teatrale.
Luoghi di contemplazione, i musei risentono dell’aura mistica di luoghi in qualche modo sacri: cattedrali dell’arte, monasteri di bellezza. E nei casi frequenti in cui essi sono stati in origine abitazioni di collezionisti o di artisti riescono a documentarci anche una condizione di vita perduta, assumendo uno straordinario significato storico ed evocativo che sarebbe pressochè impossibile ricostruire. Il museo spesso, è stato detto, è l’orfanotrofio delle opere d’arte, nate per altre destinazioni e a queste sopravvissute, qui trovano protezione e visibilità. Malgrado questo traumatico cambiamento di vita, talora esse riescono a ristabilire con il nuovo ambiente un armonioso quanto miracoloso rapporto e a ricostruire l’aura del luogo di provenienza, palazzo, chiesa, casa, atelier e così via. Non a caso spesso erano e sono edifici storici a venire adibiti a musei.
Il convegno “La “rivoluzione del Museo” tra eclissi e rinascita della cultura?”, tenutosi all’edizione appena conclusa del Salone del Restauro nell’ambito del progetto internazionale “La città dei musei” (a cura di Letizia Caselli), ha posto il problema di come il museo dinamico possa essere proteso alla ricerca.
Il progetto “La città dei musei. Le città della ricerca” presentato nel 2015, si propone di affrontare in modo costruttivo e propositivo l’argomento della ricerca nei musei con alcuni puntuali riflessioni. La recente riforma Franceschini ha riorganizzato il sistema museale italiano dal punto di vista amministrativo e giuridico con la costituzione di venti musei autonomi e di una rete di diciassette Poli Regionali che dovrà favorire il dialogo continuo fra le diverse realtà museali pubbliche e private del territorio, ma ha affondato le radici in problemi complessi e di lunga data.
Una riforma che ha suscitato non poche reazioni e perplessità, quando non di aperta contrarietà, sia da parte di esperti della cultura italiana sia di alcune componenti degli stessi apparati ministeriali.
Le ‘antiche’ e diverse questioni riguardano innanzitutto il ruolo, la funzione e lo status effettivo dell’istituto museale, la sua autonomia scientifica e formativa, in un momento di debolezza e cambiamento del concetto tradizionale di cultura e delle categorie culturali e in un contesto di risorse drasticamente ridotte, personale scientifico insufficiente, terziarizzazione spinta, non solo dei servizi, ma anche della produzione culturale.

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Ѐ necessaria una nuova visione. Visione in cui istituzioni, università e musei dovranno innanzi tutto formarsi e formare per poter affrontare una realtà che richiede figure diversamente formate rispetto a quelle di oggi e nella quale vanno declinati e focalizzati modi specifici di ricerca, poi condivisi tra paesi diversi, in allineamento con le tendenze che si stanno affermando nelle principali città europee, anche in funzione di finanziamenti e progetti concreti.
Tuttavia il convegno “La “rivoluzione del Museo” tra eclissi e rinascita della cultura?” ha risentito, nel dibattito e nelle relazioni, proprio di tutte le ambiguità della nuova riforma e della pesante alleanza con il privato per il recupero di nuove risorse, auspicate dal Ministro come ‘unica salvezza’ del patrimonio artistico. In realtà le sedicenti verità sui privati, spesso privi di finalità umane e di vera crescita, si scontrano con il metro della Costituzione. L’articolo 9, e i suoi nessi con gli altri principi sui quali è stata fondata la Repubblica, ha spaccato in due la storia dell’arte, rivoluzionando il senso del patrimonio culturale. La Repubblica tutela il patrimonio per promuovere lo sviluppo della cultura attraverso la ricerca (art.9) e questo serve al pieno sviluppo della persona umana e per la realizzazione di un’uguaglianza sostanziale (art.3).
Oltre al significato universale del patrimonio, questo sistema di valori ne ha creato uno tipicamente nostro: il patrimonio appartiene a ogni cittadino – di oggi e di domani, nato o immigrato in Italia – a titolo di sovranità, una sovranità che proprio il patrimonio rende visibile ed esercitabile. Il patrimonio ci fa nazione non per via di sangue, ma per via di cultura e, per così dire, iure soli: cioè attraverso l’appartenenza reciproca tra cittadini e territorio antropizzato. Perché questo altissimo progetto si attui è necessario, però, che il patrimonio culturale rimanga un luogo terzo, cioè un luogo sottratto alle leggi del mercato. Il patrimonio culturale non può essere messo al servizio del denaro perché è un luogo dei diritti fondamentali della persona. E perché deve produrre cittadini: non clienti, spettatori o sudditi.

La conoscenza è l’unica medicina capace di curare, fermare, forse vincere questa epidemia di disumanizzazione. Nella nuova riforma Franceschini il dominio dei privati è destabilizzante, i nuovi direttori, come reali ‘dittatori’ senza nessun approccio reale con le sovrintendenze (ormai sparite), creano fantasmi nei collaboratori silenziosi, i più giovani sono privi di possibilità di entrare come veri protagonisti di una vera collaborazione o ‘ricerca’ retribuita, ma restano sudditi senza possibilità di uno spiraglio di un lavoro in prospettiva.
I privati hanno creato, spesso, vere dispersioni di capitali e oltraggi architettonici ormai incurabili. Mi riferisco alle violenze strutturali della dimora del conte Vittorio Cini, in via Santo Stefano a Ferrara, che ha perduto i suoi contorni medioevali per la bramosia di ‘ipotetici’ acquirenti della diocesi che hanno trasformato un luogo di cultura e d’arte in un ambiguo ‘condominio’, mentre le biblioteche e la collezione d’arte sono scomparse.

Fondi europei: le opportunità e le sfide per il mondo culturale italiano

Solitamente quando si pensa ai fondi europei per il settore culturale, la prima linea di finanziamento che viene in mente è Europa Creativa, in particolare il sottoprogramma Cultura. Meno immediato è, probabilmente, il collegamento con Horizon 2020, il programma quadro europeo per la ricerca e l’innovazione.
Se Europa Creativa ha lo scopo di rafforzare la competitività del settore culturale e creativo per promuovere una crescita economica intelligente, sostenibile e inclusiva, l’obiettivo di Horizon 2020 è assicurare che l’Europa produca scienza e tecnologia di livello mondiale in grado di stimolare la crescita economica e affrontare le sfide sociali che si stanno presentando e si presenteranno. Proprio qui si aprono grandi potenzialità per il nostro patrimonio culturale, con il sottoprogramma delle “societal challenge”, le sfide prioritarie per la società (finanziato con 1,309 miliardi di euro in sette anni, dal 2014 al 2020). La sfida in particolare è quella dell’Europa “in un mondo che cambia – società inclusive, innovative e riflessive”, intendendo con quest’ultimo termine società “che costruiscono il proprio futuro a partire da una riflessione sul proprio passato, sui valori espressi dal proprio patrimonio culturale”, come ci ha spiegato Fabio Donato, docente di economia delle aziende culturali all’Università di Ferrara e rappresentante italiano a Bruxelles nel Comitato di Programma di Horizon 2020, che abbiamo incontrato in occasione del Salone del Restauro di Ferrara.

Fabio Donato

Secondo Donato l’Italia sta ottenendo grandi risultati su questo versante. Nel 2013 l’Italia si è battuta ed è riuscita a ottenere una grande vittoria mantenendo gli aspetti dell’inclusività e dell’identità culturale all’interno delle linee di finanziamento. E la linea italiana è passata nuovamente con “Understanding Europe”, uno delle quattro macro-aree delle calls per i finanziamenti 2016-17, che supporta progetti volti alla costruzione di una società europea che sia basata sul dialogo e sulle persone. Non solo, secondo i dati forniti da Fabio Donato, il nostro paese sta avendo successo anche sul piano dei progetti: “nel 2014 l’Italia è stato il primo paese come coordinatore dei progetti vincitori” e “nel 2015 i dati, seppur ancora provvisori, ci dicono che il contributo finanziario ottenuto è pari all’11,40%”. La vera novità è però il riconoscimento dell’Italia “fra i tre paesi punti di riferimento, insieme a Uk e Germania”, sottolinea il professore.

C’è però anche il rovescio della medaglia: “il tasso di successo dei progetti è molto basso”. “Potrebbe sembrare un paradosso”, ma la causa va ricercata “nell’alto numero di progetti presentati”: più è ampio il numero di partenza delle candidature, più diminuisce il rapporto fra quelli finanziati e quelli che non hanno successo. Questa grande partecipazione può essere letta positivamente, come segno che “sui temi della cultura il paese c’è e investe grande energia”; purtroppo però “a volte arrivano progetti non adatti dal punto di vista non contenutistico, ma tecnico e finanziario” e questo “mette a rischio il capitale reputazionale del paese”.
Le parole chiave che il mondo della cultura italiano dovrebbe giocare in Europa dunque sono: inclusività e valori culturali condivisi. Il nostro patrimonio culturale e ambientale è una grandissima risorsa sia dal punto di vista economico sia, anzi soprattutto, come fattore identitario e veicolo di inclusione e coesione sociale. Ecco perché deve diventare sempre più accessibile, comprensibile, fruibile per essere conosciuto e condiviso in misura sempre maggiore. Dovremmo cominciare a considerare i beni culturali un ecosistema all’interno del quale convivono e devono collaborare diverse realtà sociali, istituzionali, economiche, e dovremmo pensare alla conservazione e valorizzazione del nostro patrimonio non come alla conservazione e tutela di pietre, ma di valori culturali significativi per diversi gruppi di persone, comprese le generazioni future. Contrariamente a quanto spesso pensiamo, quando si tratta di ‘heritage’, l’Italia c’è ed è un punto di riferimento, ma si può e si deve fare ancora di più.

Guarda l’intervista a Fabio Donato

 

L’EVENTO
Il rapporto fra città e musei, se ne parla al Salone del Restauro di Ferrara

Durante il Salone del Restauro, nell’ambito del progetto internazionale “La città dei musei. Le città della ricerca” – responsabile scientifico Letizia Caselli – promosso da Acropoli srl in collaborazione con Bologna Fiere, giovedì pomeriggio in Sala Ariostea (Pad. 5), dalle ore 16.30 si terrà l’incontro “Cambiamo aria. Porte aperte nei musei” organizzato da Siti. Quotidiano on line dell’Associazione Beni Italiani Patrimonio Mondiale Unesco” (www.rivistasitiunesco.it) e Ferraraitalia.

La tavola rotonda si incentra sul tema della città e dei musei. Ferrara: patria degli Estensi, della Metafisica e di tanti altri strati che appartengono alla sua identità storica. Ma qual è la sua immagine, il suo volto culturale oggi?
Ne parlano in modo interdisciplinare, amministratori della cultura, docenti universitari, presidenti di associazioni di tutela e conservazione del patrimonio artistico e naturale, managers di imprese della cultura creativa.
Il processo della rigenerazione delle identità e delle differenze decostruite dalla globalizzazione è una sfida che riguarda ogni città che intende ri-costruire un’identità collettiva condivisa e spendibile fondata su un’autentica consapevolezza. Oggi si parla di identità non più solo locale, ma ci si confronta con una società multietnica. L’incontro è aperto alla comunità scientifica e a tutta la cittadinanza.

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Tavola rotonda “Cambiamo aria. Porte aperte nei musei”
Introduce Letizia Caselli
Presiede Ingrid Veneroso, coordinatrice di Siti. Quotidiano on line dell’Associazione Beni Italiani Patrimonio Mondiale Unesco
Interventi di
Massimo Maisto, assessore alle Politiche culturali del Comune di Ferrara
Patrizia Fiorillo, professore di Arti visuali, Università degli Studi di Ferrara
Michele Pastore, presidente della Ferrariae Decus – Associazione per la tutela del patrimonio
storico e artistico di Ferrara e la sua provincia
Antonio Scuderi, fondatore e CEO di Capitale Cultura, Verona
GianniVenturi, presidente dell’Associazione Amici dei musei e monumenti ferraresi

Giovedì 7 aprile 2016, Sala Ariostea, Pad. 5, ore 16.30-18.30

L’APPUNTAMENTO
Al Salone del Restauro di Ferrara un convegno sul futuro dei musei

da organizzatori

Si terrà venerdì mattina nell’ambito del Salone del Restauro di Ferrara il convegno “Musei & Musei. Verso il sistema museale nazionale?”, organizzato da Anmli- Associazione Nazionale dei Musei di Enti Locali e Istituzionali, in collaborazione con TekneHub-Università di Ferrara e con il patrocinio del Comune di Ferrara.

Anna Maria Visser, Franco Marzatico, Paola Marini per web_0

Il convegno intende mettere a fuoco l’attuale situazione dei musei italiani, alla luce delle riforme del Ministro Franceschini, che hanno valorizzato i musei statali, conferendo l’autonomia a 20 musei di particolare rilievo e nominando i direttori responsabili in seguito a una selezione internazionale.
Sono stati creati per i restanti musei statali i Poli Museali Regionali, che coordinano il servizio pubblico di fruizione e di valorizzazione sul territorio, avendo la possibilità di creare il sistema museale nazionale, con accordi con gli altri enti e le organizzazioni non statali.
Durante il convegno si discuteranno in particolare i riflessi che può avere la riforma sui musei degli Enti Locali, che sono la maggioranza dei musei italiani. Come potrà essere organizzato il sistema museale nazionale? Quali sinergie si potranno attivare per il territorio? Quali benefici e quali criticità ci possono essere per i musei degli enti locali?
L’Anmli, con l’introduzione e il coordinamento di Anna Maria Montaldo, presidente dell’Associazione, ha chiamato a confronto rappresentanti del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e rappresentanti del mondo delle Autonomie Locali, per concludere con la testimonianza di due dei direttori dei nuovi musei autonomi, passati dalla direzione di importanti istituti comunali a quella impegnativa di due musei statali autonomi.

Introduzione e presidenza Anna Maria Montaldo, Presidente ANMLI
Ne parlano:
Giuliano Volpe, Presidente Consiglio Superiore del MiBACT
Fabio Donato, Presidente Comitato tecnico Scientifico Musei del MiBACT
Ugo Soragni, Direttore generale Musei del MiBACT
Mario Scalini, direttore del Polo museale Emilia – Romagna
Anna Maria Visser, ANMLI, Comitato tecnico scientifico Belle Arti del MiBACT
Alessandro Zucchini, Direttore dell’Istituto Beni Culturali della Regione Emilia- Romagna
Massimo Maisto, Vicesindaco e Assessore alla Cultura del Comune di Ferrara
Franco Marzatico, ANMLI, Sovrintendente Beni Culturali della Provincia di Trento
Laura Carlini, Direttrice Istituzione Bologna Musei
Paola Marini, ANMLI, Direttrice delle Gallerie dell’Accademia di Venezia
Enrica Pagella, ANMLI, Direttrice dei Musei Reali di Torino

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“Musei & Musei. Verso il sistema museale nazionale?”, venerdì 8 aprile dalle 9.30 alle 13.30, Sala Belriguardo, Padiglione 4, presso il Salone del Restauro – Ferrara Fiere

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Il museo vivo della conoscenza

Sono piccoli gioielli, creati da maestri artigiani a partire dalla fine del’400, e poi diventati oggetti di moda e di collezioni-culto nel corso dell’800. Poi basta; c’è stato un lungo oblio. Adesso queste opere a smalto su rame del Rinascimento italiano diventano oggetto di nuovi studi, catalogate per la prima volta in maniera sistematica grazie a una collaborazione internazionale. In campo il museo del Louvre e la fondazione Cini di Venezia. Con Ferrara – già culla del Rinascimento, dove li si modellava, acquistava e desiderava – che torna a puntare i riflettori su questi piccoli capolavori di artigianato artistico. Il salone del Restauro, dal 6 al 9 maggio a Ferrara Fiera, ospiterà infatti lo studio del progetto e il lancio di un nuovo museo che renda la conoscenza viva all’interno della comunità. Lo racconta per noi Letizia Caselli dell’Università Iuav, Istituto universitario di architettura di Venezia.
Appuntamento venerdì 8, ore 10,30-12,30 nella sala Diamanti, alla Fiera di Ferrara, via della Fiera 11.

di Letizia Caselli*
Con gli auspici del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo sarà promosso a partire da maggio 2015 il progetto internazionale “La città dei musei. Le città della ricerca”, con l’idea di un nuovo museo, il museo della viva conoscenza.
Un luogo in cui si incontrano e discutono le intelligenze di Paesi diversi legati da progetti comuni. In cui proprio le intelligenze, le persone sono il vero capitale sociale.
In un momento in cui si pone l’urgenza di riflettere assieme su un futuro possibile fatto non solo di grandi mostre e di consumo effimero, ponendo il giusto accento sullo status e il ruolo del “patrimonio comune” pressoché dimenticato o dominato dalla retorica della globalizzazione, nel più vasto contesto delle preoccupazioni politiche e culturali delle società e dei differenti Paesi.
Aspetti che dialogano con l’esigenza accademica “aperta” che cerca di ripensare i valori da tramandare, il canone scientifico da proporre proprio a partire dagli oggetti del patrimonio comune con una nuova e ritrovata funzione per l’istituto museale
Tutto questo mentre il mondo dei musei italiani ha risorse drasticamente ridotte, personale scientifico insufficiente, terziarizzazione spinta non solo dei servizi ma anche della produzione culturale drasticamente tagliata. Un mondo in cui le opere “giacciono”.
L’occasione del progetto internazionale dedicato al corpus mondiale degli smalti su rame detti veneziani del Rinascimento italiano promosso dal Département des Objets d’art del Musée du Louvre in collaborazione col Centre de Recherche et de Restauration des Musées de France e la Fondazione Giorgio Cini di Venezia, consente di mettere in campo sul territorio la presenza di uno dei più grandi musei del mondo insieme a istituzioni italiane di prestigio – presenza che può essere opportunamente indirizzata alla creazione di ulteriori scambi e progetti – dato il percorso già tracciato ad opera solo delle singole volontà e soprattutto dagli stessi temi e metodi di ricerca innovativi proposti ad ampio raggio, in chiave risolutamente interdisciplinare.
Testimonianza di squisita raffinatezza nel più ampio contesto della produzione culturale e sociale del Rinascimento italiano, tali opere d’arte suscitano oggi una collaborazione di alto livello tra ricercatori francesi e italiani.
Si tratta di una produzione esclusiva e rara – ci sono pervenuti meno di trecento oggetti in rame smaltato – tradizionalmente riferita a Venezia da Émile Molinier già nel 1891 e negli anni venti da Lionello Venturi, che l’ha immessa nell’asse della storiografia italiana.
Il metallo, che dà la forma all’oggetto, fa da supporto ad una decorazione riccamente colorata, formata da vetri bianchi, blu, viola o verdi, posti a strati su un fondo di vetro bianco opaco o su una miscela di colore bianco e traslucido. Il tutto è ornato da lumeggiature in rosso e turchese e la doratura assume un ruolo molto importante in questa decorazione caratterizzata da un fantasioso repertorio floreale e vegetale.
Ammirati e collezionati nell’Ottocento – periodo in cui si formarono le principali collezioni europee –, questi oggetti, la cui origine risale alla fine del Quattrocento, furono poi dimenticati.
La maggioranza dei pezzi, presenti nei principali musei e collezioni del mondo, è formata da servizi composti principalmente da coppe a volte con coperchio, piatti, bacili, saliere, brocche e fiaschette. Altre tipologie includono cofanetti, candelabri e uno specchio mentre alcune paci, ampolline e reliquari attestano anche un uso religioso.
Mai catalogati e pressoché inediti sono stati studiati scientificamente, con gli orientamenti della ricerca ora rivolti a studiare la datazione, a impostare i criteri della la cronologia, delle forme e della decorazione ripensando la questione dei luoghi o del luogo di produzione, con il ruolo di Venezia da approfondire e indagare.
Lavoro proposto per la prima volta al grande pubblico italiano insieme all’aspetto tecnico e materico che caratterizza la preziosa tipologia artistica.
Un’esperienza forte questa della ricerca sugli smalti detti veneziani, che pone alla comunità scientifica internazionale, pur senza alcuna sponsorship, la necessità e l’urgenza di porre la cultura e la conoscenza – e al massimo grado – al centro dei grandi processi di trasformazione del nostro tempo.
Si tratta di cogliere la felice ma piccola circostanza di un movimento “vivo” e nuovo di studio tra Italia e Francia, di intrecci di alto e vario livello, per lanciare e discutere un modello di sviluppo a scala più grande insieme a una contaminazione positiva e a una visione costruttiva del futuro.
Visione in cui istituzioni, università e musei devono innanzi tutto formarsi e formare per poter affrontare una realtà in cui sono richieste figure diversamente tornite da quelle di oggi, in cui vanno declinati e focalizzati nodi specifici di ricerca poi condivisi tra Paesi diversi, in allineamento con le tendenze che si stanno affermando nelle principali città europee anche in funzione di finanziamenti e progetti concreti.
Dimensioni infine che andranno ricercate e individuate singolarmente – da ognuno – per essere poi conosciute, elaborate, trasmesse in una prospettiva culturale evoluta e poste all’intera collettività sociale e istituzionale.
Una città dei musei dunque non separati dalla vita normale di tutti i giorni – “musealizzati” e “tombificati” – ma musei come elemento dinamico, essenziale del tessuto urbano animato da un movimento d’insieme alla scoperta della sua propulsione conoscitiva.

* Letizia Caselli è ricercatrice dell’Università Iuav

Programma Seminario di studio

VENEZIA E PARIGI. GLI SMALTI DIPINTI SU RAME DETTI VENEZIANI DEL RINASCIMENTO ITALIANO
MUSEI E RICERCA INTERDISCIPLINARE. UNA NUOVA ALBA DEL PATRIMONIO CULTURALE

Lancio del progetto internazionale
“La città dei musei. Le città della ricerca”
Ferrara, Salone dell’Arte del Restauro e della Conservazione dei Beni Culturali e Ambientali XXI edizione
Venerdì 8 maggio 2015
Sala Diamanti – Padiglione 5
Ore 10.30-12.30

Indirizzi di saluto

Alto rappresentante del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo

Introduce e coordina Letizia Caselli, responsabile scientifico del progetto internazionale “La città dei musei. Le città della ricerca”

Françoise Barbe, Le corpus mondial des émaux peints sur cuivre dits vénitiens de la Renaissance italienne, conservatrice, Département des Objets d’Art, Musée du Louvre, Paris

Béatrice Beillard, Les altérations des émaux avec une approche détaillée sur les émaux dits vénitiens du Musée du Louvre, restauratrice al Musée du Louvre, Paris

Discussione

Introduce e coordina Ileana Chiappini di Sorio, presidente onorario Amici dei Musei e Monumenti Veneziani e Università Ca’ Foscari di Venezia

Prolusione di Tommaso Montanari, Università degli Studi di Napoli Federico II
Musei: luoghi di pensiero o di intrattenimento?

Discussione e conclusioni

Interviene Giovanni Alliata di Montereale, nipote di Vittorio Cini

Servizio di traduzione simultanea

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“Alimentarsi di beni culturali, energia per il cervello”. Aperta la ‘cucina’ al salone del Restauro

“Nutrire il pianeta, energia per la vita”, questo è lo slogan di Expo 2015 che ha appena aperto le proprie porte a Milano. Marcello Balzani – professore del dipartimento di Architettura dell’ateneo ferrarese e responsabile scientifico del Teknehub di Ferrara – ha coniato per noi lo slogan “Alimentarsi di beni culturali, energia per il cervello”: ecco così spiegato il patrocinio di Expo alla XXII edizione di “Restauro. Salone dell’arte del restauro e della conservazione dei beni culturali e ambientali”, che si svolge a Ferrara Fiere fino al 9 maggio.

salone-restauro“Centocinquantaquattro fra convegni, seminari e incontri in 4 giorni”, “uno dei rarissimi casi di connubio tra parte espositiva e parte convegnistica”, così descrive “Restauro” l’architetto Carlo Amadori di Acropoli srl, il capo progetto della manifestazione. Quest’anno il consueto appuntamento con il mondo del restauro e della conservazione dei beni culturali e ambientali a Ferrara apre le proprie porte al pubblico più tardi rispetto al solito proprio in ragione dell’importante riconoscimento arrivato dalla manifestazione milanese: “Abbiamo colto questa occasione per poter avere un aumento di internazionalizzazione”, spiega Amadori.

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Lo scalone monumentale in stato di degrado del convento di Santa Maria in Vado

Il patrocinio di Expo si affianca così al sostegno che “Restauro” fin dall’inizio riceve dal Mibact, anzi quest’anno l’economia della cultura, da sempre “il nostro orientamento e il nostro programma, viene a coincidere con la linea assunta dal ministero per i Beni e le attività culturali e il turismo”, sottolinea Amadori. Proprio la riforma attuata dal Mibact troverà a “Restauro” numerosi momenti di approfondimento. Altro tema molto sentito, questa volta per quanto riguarda l’Emilia Romagna, è la ricostruzione post-sisma, a cui “Restauro” rivolge fin dal 2013 una doverosa attenzione. “Stiamo entrando nella fase di ricostruzione e rivitalizzazione dei centri storici colpiti – ci spiega l’architetto – e “Restauro” è l’occasione per fare il punto della situazione soprattutto su quest’ultimo tema che è fondamentale, dopo la prima fase della messa in sicurezza”. Per questo “ci sarà un padiglione intero dedicato al post-terremoto con una mostra specifica chiamata “Terreferme. Emilia 2012: il patrimonio culturale oltre il sisma”, curata dal segretariato regionale per l’Emilia-Romagna: la narrazione di ciò che è stato fatto e di come sono state rese più efficienti le procedure di intervento per la salvaguardia del patrimonio culturale, ma soprattutto un racconto rivolto al futuro perché la condivisione della conoscenza è lo strumento più forte per la tutela del patrimonio culturale.
Al termine della nostra conversazione non potevamo non chiedere all’architetto perché all’inizio di questa avventura, che ha portato il Salone del restauro a diventare un’eccellenza a livello nazionale e internazionale, la scelta è caduta su Ferrara. “Il primo anno tutto è partito da un’iniziativa coordinata da me e dall’Istituto dei beni culturali della Regione Emilia Romagna. Abbiamo chiesto alla Regione quale poteva essere la sede ideale per il tema che volevamo trattare e da subito l’indicazione è stata Ferrara, che in quel periodo aveva tra l’altro appena terminato il nuovo quartiere fieristico su progetto di Vittorio Gregotti. Da allora siamo rimasti anche in forza dell’importanza via via data dalla città al ruolo dei beni culturali: Ferrara è stata dichiarata patrimonio dell’Unesco non solo per il centro storico, ma anche per il territorio circostante e ha un’attività culturale di tutto rispetto. Non si può poi dimenticare l’importante presenza della facoltà di Architettura e del Teknehub, che sono partner fondamentali della manifestazione”.
Proprio con il professor Balzani, responsabile scientifico del Teknehub, abbiamo parlato di due degli appuntamenti più importanti di questa edizione: Smart museum e Inception, candidato in uno dei rami di finanziamento del programma quadro europeo Horizon 2020 e ammesso al finanziamento dalla Commissione.

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Restauro conservativo della ‘Madonna del cardellino’ di Raffaello Sanzio (150)

Partendo dalla riforma del ministero, “che sta mettendo al centro il tema del museo e una politica di riconfigurazione dei ruoli museali, abbiamo individuato questo tema trasversale dello Smart museum: “una sorta di logo per varie iniziative per comprendere la problematica museo a 360°, non solo a livello nazionale, ma anche europeo e internazionale”. Uno degli aspetti più interessanti, secondo quanto ci spiega Balzani, è che la prospettiva si allarga al sistema museo: “dalla politica conservativa alle possibilità di sviluppo nel e per il territorio”. Il tutto con l’obiettivo di uscire dal luogo comune per molti italiani che il museo sia solamente “un edificio”, una specie di “zoo dei beni culturali”, dove si ammirano per esempio quadri e pale d’altare fuori dalla loro collocazione originale e quindi, per forza di cose, risemantizzati: il museo è “un’idea”, che entra in relazione “con lo spazio, con il territorio” e, non ultimo, con la comunità e con essi può e deve trovare “intersezioni”, per esempio con il turismo e con le industrie dell’artigianato artistico, mettendo insomma “a sistema lo straordinario patrimonio artistico e culturale diffuso italiano”.

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Marcello Balzani

A questo punto Balzani rientra nel suo ruolo di professore e ci domanda: “Perché l’Italia ha un patrimonio culturale così imponente?” “La risposta che non si dà mai, ma anche la più indiscutibile, è che li abbiamo conservati e protetti, altrove li hanno abbandonati, persi, distrutti. L’Italia da almeno 200 anni percorre la strada della conservazione”, ora la nuova grande scommessa è “mettersi insieme agli altri, uscire dai confini italiani e sforzarsi di creare rapporti internazionali. Il Salone del restauro di Ferrara rappresenta un’occasione in questo senso perché crediamo che non si può essere bravi da soli, si è più bravi insieme agli altri”.
Arriviamo così a Inception. “Inclusive cultural heritage in Europe through 3D semantic model”, questo è il suo nome per esteso, si è classificato primo su 87 partecipanti alla call di Horizon 2020 per le tecnologie applicate ai beni culturali. Verrà sviluppato da un consorzio di quattordici partner provenienti da dieci paesi europei, guidato però dal Dipartimento di architettura dell’Università di Ferrara. Per questo, per Balzani, è l’“occasione per dire che gli italiani sono bravi, perché vincere una call europea non è una cosa banale: abbiamo lavorato intensamente e fatto un progetto di grande serietà. Il messaggio positivo da lanciare è: mettendoci insieme e facendo squadra possiamo vincere”.

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Elaborazione in 3D della Piazza dei Miracoli a Pisa

Tra le principali innovazioni proposte: le metodologie innovative per la realizzazione di modelli 3D e lo sviluppo di una piattaforma open standard per contenere, implementare e condividere i modelli digitali. Il progetto risponde al tema dei “contenuti” che si trovano sul web a proposito dei beni culturali, che “spesso sulla rete sono banalizzati e diventano strumenti di consumo per poi fare altro”. Per quanto riguarda la tecnologia con Inception “abbiamo spostato l’attenzione dall’idea del bene culturale come oggetto allo spazio in cui si ritrovano le persone: ci siamo detti analizziamo anche lo spazio dei beni culturali e lo spazio come bene culturale in se stesso. Pensandoci bene è un’interpretazione molto italiana: l’Italia è piena di grandi spazi d’arte non solo di grandi opere d’arte, viviamo in centri storici e vicino ad aree archeologiche, siamo sempre immersi in una qualità del paesaggio che unica al mondo”.
Tutto ciò avendo sempre in mente “un approccio inclusivo ai beni culturali”: “quando i cittadini si avvicinano alle piattaforme web affrontando il tema dei beni culturali si devono ritrovare”, in altre parole bisogna superare la dinamica dualistica banalizzazione-iperspecializzazione. “Dobbiamo trovare i significati corretti per definire i contenuti dei beni culturali”: “la cultura è sempre una scelta che non deve essere contaminata dalla superficializzazione del sistema attuale dell’on-line”. “Inception – conclude Balzani – può essere una grande opportunità per far emergere questi temi e risolverli attraverso la tecnologia stessa, orientata finalmente a dare un significato e un contenuto” che devono essere spiegati, capiti, condivisi e utilizzati, uscendo dalla logica degli effetti speciali e da “un rapporto di consumo a basso livello di interazione formativa”.
A “Restauro” saranno presentati, come da tradizione, numerosi casi di restauri eccellenti: lo stato di avanzamento del progetto di risanamento della Domus Aurea sotto la guida della Soprintendenza archeologica di Roma e il progetto di illuminazione a led della Cappella Sistina a cura del professor Antonio Paolucci, direttore dei Musei Vaticani, sono solo due esempi. A questi bisogna aggiungere la delegazione scientifica costituita in collaborazione con il Louvre di Parigi, che porterà a Ferrara la presentazione ufficiale del progetto internazionaleLa città dei musei. Le città della ricerca”, promosso dal Mibact e coordinato da Letizia Caselli. Infine l’importante appuntamento con Icom (International council of museums) in vista della 24° Conferenza generale, che si terrà a Milano nel luglio 2016 e tratterà il tema del rapporto tra musei e paesaggi culturali.
Proprio in ragione della grande attenzione riservata in questa edizione 2015 al tema del museo e del suo rapporto con il territorio e la comunità, a “Restauro” non poteva mancare l’Anmli – Associazione nazionale dei musei di enti locali e Istituzionali. Sono circa tremila in tutta Italia, molto diversificati fra loro, “rappresentano l’ossatura del sistema museale italiano”, come sottolinea Anna Maria Visser, presidente dell’Associazione fino al 2006, e in ragione di questa loro diffusione capillare “hanno un fortissimo legame con il territorio, le città e le comunità, di cui sono espressione e specchio”. In altre parole il loro è un “ruolo importante, ma allo stesso tempo delicato e mutevole perché svolgono una funzione di cerniera fra diversi aspetti e istanze”.
Il convegno AnmliMuseo e comunità”, che si svolgerà nel pomeriggio di venerdì 8 maggio, arriva in un “momento molto delicato di trasformazione perché la riforma del Mibact ormai sta per partire. “Ponendo al centro i musei, anche con i poli museali regionali – spiega la professoressa Visser – offre la possibilità di integrare le realtà museali sul territorio con un mandato forte per una gestione sinergica”: insomma “può essere la chiave di volta per cercare di porre fine alla separatezza che è esistita fino ad ora”.

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Anna Maria Visser

Lo scopo dei vari interventi sarà fornire spunti di riflessione sulla partecipazione degli utenti, soprattutto quelli più prossimi ai musei, “non solo in termini di audience e turismo, ma in un’ottica più ampia di fruizione critica”. Verranno anche portati esempi concreti di musei chesono usciti dalle proprie mura, andando a cercare il territorio”: la loro “capacità di innovazione” risiede nella ricerca di “fruizione partecipata e costruzione di nuovi significati e appartenenze”. “In fondo non è che il ritorno al “museo civico” nel senso proprio di questa espressione”, conclude Anna Maria Visser.
Come avrete capito a “Restauro” il cibo per la mente a disposizione è veramente molto, al pubblico rimane la scelta se assaggiare un po’ di tutto o scegliere oculatamente alcune prelibatezze.

Il programma della manifestazione in continuo aggiornamento è consultabile al sito [vedi].

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‘Restauratori senza frontiere’, i medici del patrimonio culturale

In prima linea per curare le ferite di “corpi” resi immortali dalla storia, ma fragili dal tempo, feriti dalle guerre e dalle calamità naturali o, semplicemente, minacciati dall’abbandono e dall’incuria.

Dopo Medici Senza Frontiere, ecco scendere in campo anche in professionisti dell’arte, pronti a fornire un “primo soccorso” a musei, monumenti e siti a rischio in Italia e nel mondo, come veri “medici” del patrimonio culturale. Il paragone è d’obbligo per questi starter innovativi.

La recente creazione del network italiano di Restauratori Senza Frontiere (Rsf), onlus dedicata alla conservazione e al restauro del patrimonio artistico in Italia e nel mondo, sta sfruttando il potente ruolo della rete nell’identificare il possibile contributo di singoli esperti, organizzazioni, associazioni attive e interessate all’etica della tutela, nel promuovere divulgazione culturale e aggregazione fra professionisti di un settore. L’associazione riserva, anche, uno spazio ai giovani, che potranno avere una vetrina aperta su questo mondo, con occasioni reali di partecipazione.

Uno dei primi obiettivi dell’associazione sarà quello di monitorare lo stato di conservazione di monumenti e opere d’arte italiane, mappando sia le eccellenzeche le emergenze, e di creare una rete di professionisti – tutti volontari – in grado di intervenire sulle priorità. A valutarle e curare i progetti specifici sarà un comitato scientifico presieduto da M.L. Tabasso, specialista in chimica dei materiali, con una lunga esperienza all’Istituto Superiore per la Conservazione e il Restauro (Iscr) e all’Iccrom (il Centro internazionale di Studi per la Conservazione e il Restauro dei Beni culturali creato dall’Unesco); al progetto hanno già aderito, molti esperti di rinomanza internazionale (per citare alcuni, si pensi a Stefano De Caro, direttore dell’Iccrom, a Friedrich Von Hase, direttore del Museo di Magonza, all’egittologo Francesco Tiradritti e a storici dell’arte come Claudio Strinati e Marcello Fagiolo Dell’Arco).

L’Organizzazione gestirà, poi, la progettazione, il finanziamento e la realizzazione di iniziative in ambito nazionale e internazionale finalizzate alla protezione e alla conservazione del patrimonio artistico mondiale, dei monumenti storici e di tutti i segni tangibili delle civiltà del passato, beni inestimabili per le nazioni di oggi. Il Fund raising sarà parte fondamentale delle attività di Rsf e permetterà di supportare progetti a cui anche i giovani professionisti potranno aderire per imparare e entrare nel mondo della conservazione. Una sorta di talent scout-job hunter.

A fine gennaio 2014, è partita la campagna d’iscrizioni per creare un database in cui ciascun volontario può inserire il proprio curriculum. Attraverso la rete sarà realizzata una mappa geo-localizzata delle specializzazioni per intervenire in modo rapido ed efficace sul territorio in caso di emergenze, con nuclei operativi formati da esperti di diversi settori, dai geologi ai fisici, dagli architetti ai restauratori. Fra gli obiettivi, c’è anche la formazione di personale in loco durante le missioni. L’associazione si propone di agire in collaborazione con le organizzazioni internazionali umanitarie e di protezione civile, stipulando convenzioni in Italia e all’estero, e conta di essere operativa sul campo già dall’estate.

Le parole d’ordine saranno quindi: salvaguardia, restauro, manutenzione, competenza, volontariato, solidarietà, partecipazione, dialogo, etica.

Tra le attività ne risalta una di estrema importanza, ossia il coinvolgimento delle popolazioni locali e quindi dei cittadini, attraverso varie iniziative che porteranno a donazioni, cooperazioni e azioni di volontariato in un modo del tutto libero e consapevole. La cultura e la sua salvaguardia sono in rete, tutti possono partecipare.
L’associazione farà rete dunque attraverso la rete.

 

[Il testo è disponibile sul sito della Scuola di scrittura Omero]

[http://www.restauratorisenzafrontiere.com]

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Salone del restauro di Ferrara: il restauro della villa romana di Silin a Leptis Magna, ovvero una bella storia di cooperazione italo-libica

E’ in programma per questa mattina, alla sala Marfisa, la presentazione dei progetti internazionali dell’Istituto superiore per la conservazione e il restauro (Iscr): esperienze di conservazione, restauro e formazione tra Mediterraneo e Medio Oriente, tra cui il progetto di restauro della villa romana di Silin a Leptis Magna, realizzato grazie alla cooperazione delle istituzioni culturali italo-libiche.

Quando, nel 2012, ho visitato per la prima volta Leptis Magna, sono rimasta colpita dalla bellezza del luogo ma anche, e soprattutto, dalla sua storia e dai colori quasi conturbanti, dominati dall’azzurro intenso del cielo che si perde in un amoroso, profumato e lungo abbraccio, con quello del luccicante mar Mediterraneo. Nessuna nuvola all’orizzonte, nessuna ombra intorno, ero circondata solamente da una luce abbagliante e accecante e dalla forte impressione di calcare, orme di dignità imperiale. Solo io e il passato, il mio, il vostro, il loro-nostro.

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Teatro Leptis Magna, foto di Simonetta Sandri

Durante una successiva visita al sito, conservatosi perfettamente perché rimasto coperto di sabbia per secoli, mi hanno portato a scoprire la villa di Silin, a circa 15 km di distanza da Leptis, un edificio da sogno, degno dell’ambientazione di un romanzo storico dalla trama intrecciata e viva, un luogo di primaria importanza per il patrimonio archeologico, storico e culturale della Libia, in considerazione dell’unicità del complesso, per stato di conservazione, articolazione architettonica ed estensione degli apparati decorativi, oltre che per sinuosa bellezza oggettiva. Un gioiello.
L’aria profumava di salsedine, fiori colorati abbracciavano il complesso, la generosità del mare Nostrum ci portava un altro dono da riscoprire insieme ad amici e colleghi che mi accompagnavano. La villa, a quanto mi dicevano gli archeologi con i quali ho avuto la fortuna di collaborare in passato su progetti in Libia ma anche in Algeria, era la spettacolare residenza di uno dei facoltosi notabili locali di estrazione punica, “romanizzati” nei gusti e nei costumi del vivere quotidiano.
Lo scavo del complesso residenziale è stato condotto dal Dipartimento delle antichità della Libia in anni relativamente recenti. Il vasto edificio – circa 50 gli ambienti coperti – risale al II sec. d.C. La fronte a mare appare articolata in portici colonnati e giardini. L’impianto è suddiviso in due settori: uno, di rappresentanza, a occidente, l’altro a oriente, gravitante su un vasto giardino al quale è collegato il nucleo circolare delle terme. Quasi tutti gli ambienti recano decorazioni pavimentali, musive o in marmi commessi, e intonaci dipinti parietali.
Ancor oggi memore di tanta bellezza, che rimane fra i miei ricordi più belli, scopro, con gioia e soddisfazione, che il progetto di restauro della villa Silin viene presentato proprio a Ferrara, la mia città. Che coincidenza e che legame per me! Non potevo, allora, non tentare di contagiarvi col mio entusiasmo e di condividere con voi, attenti lettori, questa meraviglia che, fra l’altro, testimonia una forte e storica collaborazione fra le nostre istituzioni culturali più prestigiose e quelle libiche. Conoscendo poi, personalmente, il livello di competenza, preparazione, impegno e passione tanto di Barbara Davidde (direttore del Nucleo interventi di archeologia subacquea dell’Istituto superiore per la conservazione e il restauro, ISCR), di Luisa Musso (professoressa all’Università di Roma Tre) che di Giabar Matug e di Adel El Turki (del Dipartimento delle antichità della Libia, DoA), senza dimenticare quello del loro giovane ed entusiasta gruppo di studiosi e restauratori, mi pareva un’ottima occasione per parlarvi del progetto di Silin.

Da molti anni, infatti, l’Università degli Studi Roma Tre, con la missione archeologica diretta dalla prof.ssa Musso, ha condotto studi e interventi conservativi volti ad assicurare l’integrità di alcuni dipinti murali e mosaici della villa, poiché la sua posizione in riva al mare e i restauri, condotti con metodi non all’avanguardia alla fine degli anni ’70, ne avevano compromesso gli apparati architettonici e decorativi. La situazione della struttura a fine 2011 era tale da richiedere la formulazione di un nuovo piano organico d’interventi, il monumento era a grave rischio di perdita. Pertanto, nell’aprile del 2012, il DoA, l’Università degli Studi Roma Tre e l’Iscr hanno firmato un accordo di collaborazione per restauro della Villa di Silin. Ad essi si sono affiancati l’Università di Ferrara e quella di Roma La Sapienza, ognuna con specifiche finalità.

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Restauro e formazione on the job di Villa Silin, gentile concessione dr.ssa Barbara Davidde

La relazione, presentata alla sala Marfisa, illustra le fasi del cantiere pilota, iniziato nel 2012 e ancora in corso, finanziato dal Mibact e diretto dall’archeologa dell’Iscr, Barbara Davidde. Nella prima fase del progetto, sono stati intrapresi studi e analisi dello stato di conservazione della villa e dei fattori di rischio ambientale e antropico che ne mettono a rischio l’integrità. Tali studi hanno portato alla realizzazione di un rilievo laser scanner di tutto il complesso, allo studio del degrado biologico e ambientale e all’individuazione di metodologie d’intervento adeguate. Con questo primo finanziamento è iniziato anche un cantiere pilota di pronto intervento conservativo, dove tali metodologie sono state applicate su un campione di pavimenti musivi e affreschi. Nella primavera del 2013 è partito un secondo cantiere di restauro, che ha visto realizzarsi il pronto intervento conservativo dei pavimenti musivi del peristilio della villa.

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Restauro e formazione on the job di Villa Silin, gentile concessione dr.ssa Barbara Davidde

Ad una formazione sul cantiere, sono seguiti, nell’estate 2013, corsi di formazione per operatori tecnici per il restauro riservati al personale del Dipartimento delle antichità della Libia, organizzati insieme all’Unesco. Per cinque settimane, sono stati formati 35 conservatori e tecnici delle sezioni del Dipartimento di tutto il Paese (Sabha, Sabratha, Tripoli, Leptis Magna, Benghazi e Shahat), su alcune aree prioritarie: mosaici, affreschi murari, collezioni di artefatti (bronzi, ceramiche e vetri), pietre. Con l’occasione è anche partito il laboratorio di conservazione a servizio e beneficio futuro dell’intero territorio libico, e sono stati restaurati alcuni pezzi provenienti dalla collezione del museo di Bani Walid, gravemente danneggiati durante la recente rivoluzione.

 

 

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Formazione su cantiere, gentile concessione dr.ssa Barbara Davidde

Insieme all’Università La Sapienza, si è, poi, dato inizio alla sperimentazione di nuovi materiali per il restauro dei mosaici allettati su cemento armato, che ha previsto lo smontaggio di un settore del pavimento del peristilio, da riposizionare, nella primavera del 2014 (sicurezza-paese permettendo), con malta idraulica e speciali fibre di basalto. Tale tipo di materiale viene utilizzato, per la prima volta, per il restauro dei mosaici, possibile valido esempio per pavimenti musivi con analoghi problemi conservativi, per la presenza di cemento e ferro, come in molte aree archeologiche del Mediterraneo. L’esperienza ha permesso la redazione di un Piano conservativo generale, che potrà essere esteso al restauro dell’intera villa romana, che richiede un intervento complessivo; per questo, sono in corso di progettazione le nuove coperture che sostituiranno le attuali, ormai in degrado, in collaborazione con la Facoltà di architettura dell’Università di Ferrara.

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Particolare Villa Silin, gentile concessione dr.ssa Barbara Davidde

Vista l’importanza del monumento, il prestigio e l’esperienza delle istituzioni coinvolte, la realizzazione del restauro e la valorizzazione della villa di Silin potrebbe essere un intervento di grande impatto mediatico e, soprattutto, rappresentare, dal punto di vista scientifico, un’importante occasione di studio e di messa in opera di metodologie e materiali all’avanguardia. Non andrebbero sottovalutate nemmeno le ricadute socio-economiche del progetto, poiché nel corso dei lavori di restauro si potrebbe realizzare una vera e propria riqualificazione tecnico-scientifica del personale locale, con la possibilità di partecipare a corsi di formazione e aggiornamento professionale, anche in Italia. La formazione del personale locale è di primaria importanza per la corretta gestione e la manutenzione del sito archeologico, negli anni successivi al restauro. Queste attività potrebbero favorire l’occupazione nel territorio e incrementare le opportunità di scambio culturale fra Italia e Libia, che oggi, purtroppo, soffre ancora di gravi problemi di stabilità e sicurezza.

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Villa Silin, vista, foto Simonetta Sandri

La nostra speranza va a una Libia riappacificata, capace di accogliere le più belle aspettative.

Per vedere il sito di Leptis Magna [vedi il video] e [leggi]

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Il Salone del restauro racconta la ricostruzione dell’Emilia

Salone del restauro al via a Ferrara. E’ la prima e la più importante manifestazione a livello nazionale dedicata all’arte del restauro e alla conservazione del patrimonio artistico italiano. Quattro giorni di eventi, incontri e dibattiti al quartiere fieristico di Ferrara per la 21a edizione da oggi a sabato 29 marzo . L’inaugurazione con Dario Franceschini, ministro dei Beni culturali, alle 12 in Fiera.

Uno spazio importante quest’anno sarà dedicato alla ricostruzione post-sisma con diretto coinvolgimento di una ventina dei Comuni del cosiddetto “cratere del sisma”, ospitati in Fiera all’interno dello stand della Regione e degli ordini professionali di architetti, geometri e ingegneri. E’ previsto uno spazio-evento dedicato e un convegno in cui verrà illustrato il progetto Re-building, che prevede iniziative integrate a supporto dei Comuni colpiti dal sisma. Il progetto, tra l’altro, è coordinato proprio dal Centro ricerche urbane, territoriali e ambientali (Cruta) dell’Università di Ferrara. Diciannove delle comunità coinvolte dalle scosse del maggio 2012 saranno al salone per dar voce alle loro problematiche, esperienze e alle esigenze delle loro realtà cittadine non solo emiliane, ma anche lombarde e venete.

Il Salone sarà anche un’occasione per presentare il dettaglio degli interventi già fatti, ha spiegato in occasione della presentazione in Regione l’assessore regionale alla programmazione territoriale, Alfredo Peri. Pur ammettendo che i tempi per la ricostruzione “purtroppo non saranno brevi”, Peri ha ricordato che il programma delle opere pubbliche e dei beni culturali (per complessivi 1,3 miliardi di euro) è già avviato. Per il 2014 “c’è un piano annuale di investimento di 530 milioni”.
Due convegni affronteranno il tema delle chiese coinvolte nel sisma, che sono 555 e hanno subito danni e richiedono lo sviluppo di progetti di restauro e riqualificazione. Tra i relatori Antonio Paolucci, già ministro dei beni culturali e soprintendente del polo museale di Firenze, ora in veste di direttore dei Musei vaticani, che sarà affiancato dal delegato pontificio del Consiglio della cultura Carlos Alberto de Pinho Moreira Azevedo.

Il Salone è anche l’occasione per conoscere la mappatura di aziende innovative e talenti del territorio di Ferrara: giovedì 27 marzo alle 16, al Padiglione 5 della sala Ermitage della Fiera verrà presentato “Atmosfera creativa”, il progetto di indagine di Sipro, l’Agenzia per lo sviluppo di Ferrara. Un focus sulle attività di architetti e produttori di eccellenze, blogger e organizzatori di eventi, editori e operatori turistici per soppesarne quantità e qualità. L’obiettivo: individuare a Ferrara criticità e opportunità di crescita per i settori culturali e creativi, mettendo a fuoco le peculiarità del territorio per cercare di trovare un percorso condiviso di sviluppo economico e produttivo.
Convegni e incontri tecnici illustreranno esperienze di formazione, restauro e conservazione su opere e manufatti che hanno interessato praticamente tutte le regioni d’Italia. Oltre 250 poi gli espositori, con importanti adesioni anche dall’estero, che animeranno la ricca proposta espositiva: produttori di materiali, tecnologie, attrezzature museali, servizi e software, centri per il restauro, enti di promozione turistica, fondazioni bancarie, Università, Accademie di Belle arti e enti pubblici. Protagonista al Salone è il Mibac, ministero per i Beni e le attività culturali, assieme ai suoi differenti Istituti.

All’interno dei padiglioni culturali, le mostre hanno lo scopo di divulgare i risultati dei più prestigiosi interventi nel campo del restauro, evidenziare interventi innovativi, su capolavori di arte passata, moderna e contemporanea. Tra questi la presentazione degli ultimi restauri dei Bronzi di Riace, il restauro della Pietà di Giovanni Bellini della pinacoteca di Brera, il restauro della Cappella della Sindone di Torino.

Fiera di Ferrara, dal 26 al 29/3/2014 ore 9.30-18.30. Ingresso a pagamento.

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