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La droga no

Fa davvero un effetto straniante ritrovarsi nuovamente la bacheca di Facebook invasa dai meme di Salvini al citofono, è come se – complice anche altro – il 2020 non fosse mai finito per davvero.
O almeno: aumenta la sensazione che questi nuovi ruggenti anni ’20 possano essere un solo enorme pastone.
Posso però intuire che ci sia ben altro a bollire in pentola.
E non mi riferisco certamente alla fine dell’epoca della “Bestia”, l’ormai mitologica creatura che gestiva il gran battage salviniano su internet.
Forse la “Bestia” si è solo trasformata in qualcosa di diverso.
In fondo – oggi come ieri – Salvini è perennemente ovunque.
Anche altre cose sono perennemente ovunque e i problemi sono – oggi come ieri – sempre gli stessi.
Sono però diventati più grossi, proprio come Salvini.
Alla luce di questo nuovo scandalo all’interno della Lega – questa volta “a base di droga” – possiamo forse immaginare un Salvini che si lancia in una pannelliana svolta antiproibizionista?
Chi lo sa?
Ma soprattutto: CHI SE NE FREGA.
Come recitava una vecchia réclame: i problemi sono tanti, milioni di milioni.
E qualcuno li ha pure contati, aggiungo io: pare siano 49 e che si automoltiplichino per altri 49 milioni per l’eternità consentendoci freddure eterne su Salvini e la Lega.
Francamente: me ne infischio.
Me ne infischio non perché ho poco senso civico ma forse perché ne ho troppo e temo sempre il peggio quindi con quegli ormai mitologici 49 milioni – come si dice qui – ci ho dato su, come con i processi a Berlusconi o Andreotti.
Vedremo cosa succede e nel frattempo buona settimana a tutti.

Baader Meinhof (Cabaret Voltaire, 1978)

SCHEI
Fratelli bianchi

Non nutro nessuna simpatia per i processi di piazza. I media scelgono i bersagli del ludibrio pubblico ben prima che il processo venga celebrato, e si guardano bene dal fare mea culpa quando (spesso) il processo vero sentenzia che quei mostri non sono mostri, o addirittura non sono colpevoli, per la legge. Magari per insufficienza di prove, ma in un paese democratico se non ci sono prove sufficienti devi essere assolto (per fortuna, aggiungo).

Per questo non ho nessuna intenzione di almanaccare su quanto abbiano effettivamente combinato quella notte i bulli di Colleferro, tra cui i famigerati fratelli Bianchi – scherzo dell’araldica, come volete che si chiamino tre fratelli uniti dal sangue proprio e degli altri, due dei quali (si dice) ammazzano di botte un ragazzo di colore? Fratelli Bianchi. E’ tuttavia molto interessante notare cosa si muove attorno a loro, comprese alcune reazioni indirettamente collegabili al fatto di Colleferro, ma definibili come onde concentriche generate dal sasso gettato nell’acqua. La prima onda, che esemplifica la classica reazione razzista “da copione”, è quel post, poi rimosso, proveniente da un profilo forse fasullo contenente riferimenti a Fratelli d’Italia e inneggiante all’eliminazione fisica di “quello scimpanzé”. Ma è la seconda onda ad essere decisamente più interessante: un utente Twitter, pensando forse di fare dell’ironia (o forse no, visto il commento di scuse postato in seguito), pubblica una foto che ritrae la cantante Emma Marrone ed il musicista americano di colore Kanye West, con la seguente didascalia: “Emma offre la cena a un ragazzo nero dopo che quest’ultimo non ha abbastanza soldi per permettersi da mangiare”. Come molti (ma non tutti) sanno, Kanye West è uno degli artisti più ricchi al mondo. Alcuni dei commenti al post sono i seguenti: “Di offrire il pranzo a un nonno italiano, in difficoltà economiche così come ce ne sono sempre di più, no eh. Solidarietà sempre e solo ai neri perché neri e ai clandestini? Vai a farti un giro ai cassonetti, vedrai cose da non smettere di piangere. Sinistronza di m…”. Oppure: “il bene si fa, ma non si ostenta. Impara capra!”, incluso citazionismo sgarbiano ad minchiam che aggiunge un tocco di grottesco. Interviene la Marrone, definisce “feccia” chi commenta, chiarisce che il nero è il signor West (o Kardashian, se preferite), appunto uno dei produttori più famosi e ricchi sfondati del pianeta, al punto che il profilo Twitter che ha postato la foto reagisce scusandosi: “non sapevamo fosse lui”, come se questo fosse ciò di cui occorreva scusarsi. Ecco, questa è la reazione più interessante. Ciò che provoca le scuse non è il fraintendimento sulla pigmentazione del musicista, che non è in discussione. Ciò che provoca le scuse è l’avere scambiato un ricco per un povero. Kanye West è ricco, il che lo pone immediatamente fuori dal mirino degli odiatori.

Credo che molti meridionali nutrano un particolare fastidio per la trasformazione truffaldina della Lega Nord in partito del riscatto meridionale. Il fastidio, immagino, è ugualmente ripartito tra il segretario attuale di questo partito e quei meridionali che hanno abboccato. Basta avere un minimo (ma davvero un minimo) di memoria, per ricordare e andare a ripescare Salvini che canta “senti che puzza, scappano anche i cani, stanno arrivando i napoletani”, il suo ostentato tifo per la Francia alla finale degli Europei di calcio del 2000, le magliette con la scritta “Padania is not Italy”, e confrontarle con il suo meridionalismo e nazionalismo di adesso. Eppure l’operazione intellettuale è meno rozza di quel che appare, e infatti su molti ha fatto presa. Si tratta di una sostituzione dell’oggetto dell’odio: dal terrone al negro, al clandestino. In questo modo è stato individuato un simbolo (l’immigrato clandestino) che unifica nel disprezzo tutti, da Palermo ad Aosta. Finalmente un nemico comune contro il quale sventolare il tricolore, col quale qualche anno fa Salvini si puliva il sedere.

Perchè questa digressione, e soprattutto: cosa c’entra tutto questo con gli schei, che sarebbe l’argomento della rubrica? La digressione non è una digressione, ed è direttamente funzionale a mostrare come stia prendendo piede un razzismo meno tradizionale e istintivo, che non si fonda sul colore della pelle o sulla etnia, ma sullo status di disperato, di povero, di reietto. Kanye West ha smesso di essere insultato da “negro”, con tante scuse, nel momento stesso in cui è stato chiarito ai pochi che non lo sapevano che si tratta di un cantante ricco e famoso. Salvini ha smesso di essere uno stronzo antimeridionalista nel momento in cui ha eletto e propagandato un nemico comune a nordisti e sudisti d’Italia, ovvero il clandestino. Questi fenomeni denotano un pericolosissimo tratto comune: il razzismo viene esercitato nei confronti di chi è povero, di chi è escluso, di chi scappa dalla miseria, dalla guerra, dalla fame. Di chi, semplicemente, cerca una possibilità in più per la sua vita. Questo tipo di razzismo della condizione sociale diventa ben presto, o è già diventato, il denominatore comune di questi nuovi fascistelli, che in effetti hanno apparentemente molto più in comune con un tronista che con Mussolini. Ma ciò dipende dal fatto che il loro razzismo non si nutre del disprezzo del negro o dell’ebreo, ma del povero, la loro esistenza è vissuta nella costante tensione verso una ricchezza da perseguire ad ogni costo e con ogni mezzo, per allontanarsi dalle proprie origini, anzi per cancellarle, per eliminare ogni traccia di ciò che si teme di essere, o della condizione nella quale si ha il terrore di precipitare. Questo razzismo si eserciterà nei confronti dei reietti sociali, e la maggior parte dei perseguitati nei prossimi anni potrebbero essere italiani.

Ferrara e l’Emilia ai tempi del leghismo

E allora, come è Ferrara al tempo della Lega? L’interrogativo ricorre spesso, a porlo sono amici che in città non vivono, curiosi di capire cosa muta in una comunità in cui – dopo settant’anni – la barra del comando cambia pilota. Ma a chiederselo sono i ferraresi stessi: quelli che la Lega hanno votato per avere conferma della loro scelta e coloro che l’hanno avversata per verificare la fondatezza della loro ostilità. I più aperti, sull’uno e sull’altro fronte, pronti eventualmente a fare ammenda e riconoscere, semmai, l’errore di valutazione…
A chi me lo domanda (e a me stesso) rispondo: non molto, in effetti. D’altronde, per realizzare un significativo cambiamento quando si è ai vertici di una organizzazione articolata e complessa – come certamente è una municipalità – servono non meno di due anni. Prima di allora ogni giudizio sarà da considerarsi un’impressione o la semplice riconferma del proprio (pre)giudizio.

Le città hanno mille articolazioni, i legami sono molteplici e complessi… Fare e disfare quando ci si cimenta in un aggregato istituzionale che consorzia fra loro decine di migliaia di persone è impresa assai complessa, e le mille normative da osservare certo non agevolano il compito e rallentano i tempi di ogni intervento. Quindi, per esprimere un giudizio sensato, bisognerà attendere e vedere quale scenario urbano si definirà e come si rimoduleranno nel concreto i rapporti di forza e gli orientamenti valoriali alla fine del prossimo anno.
Di certo chi paventava – con la Lega al comando – una sorta di sbarco dei barbari sarà rimasto sorpreso dal fatto che la città non sia stata messa a fuoco già la notte del trionfo. E, per converso, chi dapprima ha sperato nel cambiamento e poi gioito del risultato elettorale, magari si rammaricherà di non vedere ancora chiari elementi di discontinuità. Ma tant’è…

Alcune considerazioni, però, si possono fare già ora, in ordine ai segnali percepiti e al comportamento dei nuovi amministratori. Il sindaco Alan Fabbri, per esempio, dimostra di mantenere un apprezzabile equilibrio, il suo si conferma il volto bonario del leghismo: non opera strappi, dispensa più sorrisi che ghigni, dà nel complesso l’impressione di voler salvaguardare un filo di continuità con il lavoro svolto in precedenza, introducendo con cautela qualche innovazione. Anche il tribale Naomo, suo vice e alter ego, volto guerriero del partito, pur restando fedele alla sua maschera, tutto sommato (aldilà di qualche – per lui – evidentemente incontenibile sparata) non ha ancora causato eccessivi danni, né ha creato troppi imbarazzi alla città (pur con qualche nefandezza inevitabilmente già all’attivo).

Ciò che invece stupisce – ma nemmeno troppo per la verità – è la persistente incapacità di quelle che fino a pochi mesi fa erano forze di governo e ora sono opposizione, di dispiegare un’azione di contrasto seria, concreta, puntuale, efficace, fatta di proposte e progetti, di sfide lanciate ai nuovi amministratori. Ci si limita perlopiù a sterili polemiche e a baruffe di palazzo.
In questo si confermano le scarse qualità del personale politico che nei dieci anni trascorsi è riuscito a disperdere un patrimonio di credibilità e di consensi accumulato fin dal dopoguerra, che aveva mantenuto la sinistra al vertice della città per quasi 70 anni; un credito dilapidato a causa di un’amministrazione miope e supponente, anonima e priva di intuizioni, di visione e del coraggio necessario per sperimentare e innovare. La stessa pochezza si esprime oggi dai banchi del Consiglio comunale: grigiore e autoreferenzialità, scarse capacità di dialogo con il territorio e le persone che lo popolano.

Alzando lo sguardo dalla palude, è inevitabile ricordare che a fine mese, in Emilia Romagna, si vota per il rinnovo del Consiglio regionale e per il Presidente.
Stefano Bonaccini (Pd) si è costruito una solida fama di buon amministratore, al punto che la Lega ha scelto come privilegiato terreno di scontro l’ancor confusa vicenda dei bimbi di Bibbiano, facendo leva più sulle emozioni che sulla razionalità e i programmi; i verdi, poi, giocano la carta Salvini come jolly pigliatutto, per spostare l’attenzione dallo scenario locale a quello nazionale. Lucia Borgonzoni al momento, però, nei sondaggi resta qualche punto dietro l’attuale numero uno. L’esito del voto avrà certo incidenza anche sul futuro del governo nazionale.
La partita è aperta, di certo l’onda di sano e genuino entusiasmo generata dall’inatteso movimento delle Sardine ha ridestato l’orgoglio dei progressisti, che nelle piazze hanno ritrovato i capisaldi valoriali che ne hanno storicamente tratteggiato il cammino. E’ questo un elemento potenzialmente decisivo ai fini del risultato, poiché la riscoperta ‘appartenenza’ potrebbe indurre a tornare a votare una significativa parte dei molti delusi della sinistra, che negli ultimi tempi hanno invece disertato le urne, contribuendo a elevare la quota dei non votanti, salita sino allo spaventoso 62 percento dell’ultima tornata alle Regionali del 2014.
Ma il clima, oggi, appare assai diverso rispetto a quello di cinque anni fa. E anche quella commistione di mestizia e paura che si respirava e si disegnava sui volti del popolo della sinistra e ancor si percepiva appena due mesi fa, oggi ha lasciato spazio ai sorrisi di una solida speranza.

DIARIO IN PUBBLICO
Nomen omen: il destino nel nome

Questa ricerca parte dalla volontà di spiegare il significato della frase latina Nomen omen. Così Wikipedia: “La frase Nomen omen (o al plurale nomina sunt omina) è una locuzione latina che, tradotta letteralmente, significa ‘il nome è un presagio’, ‘un nome un destino’, ‘il destino nel nome’, ‘di nome e di fatto’ e deriva dalla credenza dei Romani che nel nome della persona fosse indicato il suo destino”.
Da sempre sono inquietamente a disagio con i nomi e con i loro probabili e possibili significati a cominciare dal mio, ripudiato per eccesso di pomposità e di riferimenti alla critica artistica.

Una specie di sospetto, convalidato dalla locuzione latina, mi appare in tutta la sua pericolosità in quello che più di ogni altro rimbalza dalle cronache televisive alla politica in un va e vieni senza sosta: Matteo. Questa riflessione parte dal bellissimo articolo di Francesco Merlo su “La Repubblica” del 6 dicembre titolato “Attento Matteo. Le sardine hanno uno stile”. Questa volta non si commenta il nomen omen dei due Matteo più pericolosi d’Italia, gli insopportabili Renzi e Salvini ma di colui che ha acceso simpatie e consensi tra la minoranza ragionante del nostro paese, il portavoce delle Sardine Mattia Santori. Si potrebbe obiettare che Mattia non è Matteo, ma per fugare ogni dubbio sulla perfetta coincidenza dei due nomi mi rifaccio ancora a Wikipedia.
Mattia: “Deriva dal greco biblico Ματθιας (Matthias), […], che significa […] dono del Signore […]”. Tale nome fu adattato in latino in due forme diverse: la principale, Mattheus o Matthaeus, da cui l’odierno nome italiano Matteo, e Matthias o Mathias, da cui Mattia, che appare nel Nuovo Testamento portata dall’apostolo Mattia, colui che sostituì Giuda Iscariota”.
Perfetta la spiegazione ma ancora più felice coincidenza quella con il testo biblico dove Mattia, si legge, sostituì Giuda.
Non male.

I detentori dei più noti talk show che ormai rigurgitano delle sempre più noiose presenze dei giornalisti e politici di sempre tra cui spiccano alcuni diavoli litigoni (e lascio ai miei 25 lettori il compito di individuarli benché il compito sia quasi puerile) che scandiscono con tono solenne o con faccia d’intesa e labbro sprezzante le loro perle di ‘illuminati’ pareri ma che in realtà propagandano il loro ultimo libro, si sono gettati sulla nuova preda tentando di prendere all’amo il Mattia dall’occhio sconvolto. Il grande Merlo che per fortuna poco usa la tv scrive mettendo in guardia il Mattia che tira su i capelli e consuma se stesso e la sua estraneità” che a forza di apparire in tv “il suo volto ingenuo e allegro [confermo!!!] si sta estenuando nel farsi ordinario, famoso perché non ci sarà niente di lui che si farà ricordare e perché la troppa televisione cambia i connotati di tutti, anche delle sardine”.

Gentili ragazzi ascoltate la voce, seria, di un bravo giornalista. Abbiate l’umiltà di opporre una novità- quella che avete portato- alla distruzione operata dal logos televisivo. Siete circondati da cattivi maestri come quelli che in forma e significato orrendi dicono cose schifose ad esempio sul docu-film che ha ricordato Nilde Iotti. A quel giornale a quel giornalista, Mattia non deve nemmeno rispondere.

‘Libero’ quotidiano del 5 novembre a firma Giorgio Carbone: “Era facile amarla perché era una bella emiliana simpatica e prosperosa come solo sanno essere le donne emiliane – si legge in prima pagina su Libero -. ‘Grande in cucina e grande a letto. Il massimo che in Emilia si chiede a una donna’”.
Si sporcherebbe il giovane Mattia accettando di fare il bagno nella m….

Santi, Madonne e uso strumentale della fede

Daniela Santanchè (Santadechè, per Roberto D’Agostino) fa il presepe. Lo fa anche Giorgia Meloni.
Matteo Salvini, invece, è in presa diretta nientemeno che con la madonna di Medjugorjie per attaccare il premier Giuseppe Conte (bis): “Per chi crede – ha detto a Porta a Porta da Bruno Vespa – la madonna ha dato un messaggio: le persone si giudicano dallo sguardo. Conte ha lo sguardo di chi ha paura e scappa”, parlando a proposito del meccanismo europeo di stabilità, il Mes.
Inevitabili le reazioni sui social.
A Propaganda Live, la trasmissione tv condotta da Diego Bianchi, qualcuno ha fatto presente al leader della Lega: prima le madonne italiane.
Non è stato da meno Maurizio Crozza che, sull’onda dell’autarchia mariana, gli ha maliziosamente suggerito la madonna di Loreto. Suggerimento subito ritirato perché la madonna è, notoriamente, nera.
Sono solo gli ultimi episodi di un utilizzo a piene mani di simboli religiosi del cristianesimo che dura da mesi: dal cuore immacolato di Maria, ai crocefissi.
È noto il senso che, in netta prevalenza, esponenti della destra italiana da tempo attribuiscono alla riproposizione dei simboli religiosi, funzionali alla riaffermazione orgogliosa di un’identità di popolo, nazione, cultura.
Identità che rischia la diluizione, lo smarrimento, l’irrilevanza, in un processo di globalizzazione che, contrariamente alle euforiche premesse, sta ingrossando le schiere degli sconfitti più che dei vincitori (almeno in Occidente).
Come conferma anche l’ultimo rapporto Censis, basta guardare il retroterra sociologico di chi sostiene, in termini di consenso, la riproposizione di un sovranismo in opposizione a processi d’integrazione ai più vari livelli: europea (sempre più sinonimo di banche e establishment), sociale, culturale, etnica, religiosa.
Così riprendono quota slogan tesi a sdoganare la fierezza di essere parte di un’identità da rivendicare, tutelare e difendere. “Sono Giorgia, sono una donna, sono una madre, sono italiana, sono cristiana”, ha gridato la numero uno di Fratelli d’Italia lo scorso 18 ottobre a Piazza San Giovanni a Roma.
Parole, analisi e teorie, che da tempo si stanno saldando, fino al pericolo agitato della “sostituzione etnica”, e che fanno presa in un brodo sociale di paure (anche abilmente alimentate da una possente macchina organizzativa) che contraddistinguono il nostro tempo.
Non è facile capire come si possa argomentare un controcanto che abbia chance di successo a una narrazione che, nonostante chi ancora si ostina a sminuirne i più che prevedibili esiti, poggia su un terreno storico particolarmente fertile, sta mietendo consensi e, a quanto pare, può contare su una potenza di fuoco assolutamente da non sottovalutare.
Sul terreno dei simboli religiosi, si potrebbe provare con maggiore e paziente decisione a smontare l’utilizzo strumentale che se ne sta facendo.
Chi utilizza il presepe come simbolo d’identità o come bandiera da contrapporre ad altre identità avversarie, dimostra di non comprenderne il significato, snaturandone e capovolgendone il messaggio.
Lo dicono teologi e biblisti.
Per il vangelo di Luca il presepe – “mangiatoia” – è il venire al mondo del salvatore che si rivela ai pastori, non nel senso bucolico e consumistico troppe volte abusato, con tanto di bestiario variamente e coreograficamente allestito: pecore, galline, oche e altra fauna da cortile.
Pastori sono gli “irregolari”, che non sono i buoni credenti regolari del tempo.
Scrive il teologo Andrea Grillo: “La tensione, in quel testo di Luca, è tra la grandezza del Signore e la piccolezza umana che può riconoscere la gloria di Dio solo attraverso la profezia dell’irregolarità dei pastori”.
Nell’evangelista Matteo la dose sarebbe addirittura rincarata.
“La tensione – prosegue il teologo – è tra la stella e i magi che la seguono, nella loro condizione di stranieri, e l’ostilità viscerale dei residenti regolari e dei Governatori”.
Se leggere il testo biblico con aderenza al senso delle parole vuol dire questo, allora il presepe significa letteralmente che ultimi, stranieri e irregolari, sanno riconoscere Gesù, mentre i potenti (Governatori), regolari e uomini perbene, cercano di ucciderlo.
Altro che “soprammobile borghese” – prosegue il teologo – o vessillo identitario da affermare orgogliosamente in senso escludente e oppositivo.
Il presepe è una provocazione, cui si cerca ancora di mettere il silenziatore proprio perché è una provocazione spiazzante, urticante.
Non quindi la coreografia natalizia di un’italianità fieramente cristiana, ma un messaggio anti-identitario di un dio che si spoglia della propria onnipotenza per manifestarsi agli ultimi, gli esclusi, gli stranieri, gli irregolari.
E lo fa venendo al mondo in una mangiatoia perché, come diceva Elios Mori, per loro (Giuseppe e Maria) non c’era posto altrove. E questo non esserci posto per il salvatore è tuttora il monito più dirompente del presepe di San Francesco a Greccio, come messaggio di pace e di salvezza per l’umanità intera, anche per chi non siede a tavola.
Discorso analogo andrebbe fatto per la morte in croce di Cristo.
Un Dio che prima si fa carne (il cristianesimo è l’unica religione al mondo), cioè l’infinito che si fa finito, e poi – da innocente – accetta, impotente (l’onnipotente) di morire (cioè l’infinito che finisce) in croce come un delinquente.
Cosa c’è di esaltante identità in questa manifestazione estrema di impotente amore, che sul punto di spirare chiede di perdonare i suoi assassini perché non sanno quello che stanno facendo?
E sarebbe bastato ascoltare bene quelle parole per evitare secoli di antisemitismo anche nella chiesa.
Uno che tempo prima aveva detto ai suoi dodici che il vero merito non è tanto quello di amare i propri amici, quando di riuscire ad amare i nemici.
E così, fedele in tutto e fino alla fine, anche sulla croce ha parole di perdono-amore per i propri aguzzini.
La croce più che un segno da usare come una clava identitaria, è il culminante e sconcertante esempio di spoliazione dell’identità; un’ennesima testimonianza di povertà, come avrebbero detto Giacomo Lercaro e Giuseppe Dossetti.
Se, allora, tutto questo ha un senso, perché non si sentono le voci – non tanto dettate dal rancore ma comunque pubbliche – di conferenze episcopali, preti e associazionismo cattolico, per sconfessare quest’uso bestemmiato di simboli religiosi del cristianesimo?
Perché si assiste, invece, al loro clamoroso, esibito e ostentato capovolgimento semantico, funzionale a un discorso la cui portata complessiva non ha alcuna aderenza al testo biblico?
Qui non si tratta della solita divisione nel cattolicesimo tra progressisti e conservatori, ma del significato letterale della radicalità evangelica, che irrompe nelle coscienze come una vera e propria provocazione rispetto a ogni perbenismo accomodante e, ancor meno, operazione di potere.
O deve forse bastare la voce di Camillo Ruini, che usa parole di dialogo con chi torna a usare il cristianesimo con toni da crociata?

OSSERVATORIO POLITICO
Sardine contro l’odio, per una politica seria e responsabile

Piazza Castello stracolma! E’ una bella notizia. Forse la pacchia per Salvini e la destra
sta finendo. Vedremo. Intanto registriamo alcuni fatti. Il movimento delle ‘sardine’ è
nazionale. Le parole d’ordine delle imponenti manifestazioni sono chiare e forti:
contro l’odio, la guerra tra poveri la vincono i ricchi, chiediamo alla politica serietà e
responsabilità, basta con il populismo intollerante e violento, siamo antifascisti e i
valori della Costituzione sono la nostra guida.

Giustamente, i partiti del centro-sinistra partecipano, ma fanno attenzione a non strumentalizzare.
Quando nascono movimenti di questa portata bisogna interpretarli bene. La scintilla che li porta alla
ribalta è sempre occasionale. Ricordiamo Nanni Moretti che anni fa gridò alla piazza:
“Con questi dirigenti non vinceremo mai!”. Da lì nacquero i ‘girotondini’.
Oggi, è stato l’arrogante e spavaldo Salvini ad eccedere e a suscitare la reazione delle prime
‘sardine’ a Bologna. Hanno, poi, preso il largo nel mare grande delle cttà di tutto il
Paese. Vuol dire che sotto la cenere le braci erano accese. Il messaggio è indirizzato
a tutta la politica. Contro l’avversario ben individuato: la destra. Polemico verso il
campo diviso e rissoso della sinistra.

Rispettarne l’autonomia non significa non esprimere gratitudine a chi sta organizzando manifestazioni in tutto il paese.
E non ci esime, a noi vecchi militanti di una sinistra in crisi e stanca, di auspicare che questa
energia fresca e tranquilla diventi decisiva per vincere le elezioni del 26 gennaio.

Unità nella diversità per non consegnare la civile Emilia-Romagna a chi ospita nelle
proprie manifestazioni i fascisti di Forza Nuova e CasaPound. Ma ciò che si è
sedimentato nel profondo della società in questi anni ci fa sperare in una possibile
riscossa di più lunga durata. Vedremo.

Intanto casualmente, ieri a Ferrara, è avvenuto un confronto significativo.
In mattnata, una cinquantina di militanti di Forza Nuova erano al Grattacielo con le cupe,
tragiche e tristi bandiere nere.
In serata, migliaia e migliaia di giovani e persone di ogni età hanno manifestato con
serenità esibendo colori di ogni tipo e simboli gioiosi. E’ un buon inizio e di buon
auspicio. Eravamo stanchi della replica della stessa scena. Salvini chiuso in un teatro
a tenere un comizio. Fuori qualche Centro Sociale incendiava auto o si scontrava con
la polizia. La musica è cambiata. I suonatori, lo spartito e il pubblico fanno ben
sperare in una scena nuova.
Per dirla con un autore della mia giovinezza: “Ben scavato, vecchia talpa!”

NOTA A MARGINE
Quando i governanti scappano

Il giornalista domanda, il politico fugge… Il servizio di La7, andato in onda giovedì sera nel corso del programma “Piazzapulita” condotto da Corrado Formigli, ripropone non pochi interrogativi in ordine alle responsabilità degli amministratori e in particolare al dovere di rispondere e rendere conto ai cittadini del loro operato: la stampa, nelle sue varie articolazioni, è lo strumento attraverso il quale gli amministrati possono interrogare i governanti. E’ il cosiddetto ‘quarto potere’, fondamentale strumento di controllo a garanzia del corretto e democratico funzionamento del sistema. Sicuramente gli esponenti ferraresi della Lega interpellati – in riferimento a una serie di loro comportamenti anomali – hanno mostrato di non reggere correttamente il confronto, eludendo le domande e rispondendo attraverso slogan…

Alcune osservazioni di carattere generale, in merito a quanto si è visto e ascoltato, ma anche a ciò che è stato sottaciuto, vanno fatte.

  • “Il territorio nella Lega”
    A circa metà servizio, Ilaria Morghen, candidata a sindaco con il Movimento 5 Stelle, dice testualmente: “non è che la lega è nel territorio, ma il territorio è nella Lega”. Questo forse è il dato oggettivamente più evidente di una sinistra che ha lasciato il passo, e i luoghi, proprio al carroccio, finendo per perdere il contatto con ampi spazi della società. Proprio questo ha fatto sì che la Lega trionfasse a Ferrara, ma non solo. Guardando ad una prospettiva regionale, in vista proprio delle elezioni, fa una certa impressione notare come, per la prima volta nella consulta provinciale degli studenti di Modena, abbia vinto un candidato presidente sostenuto dal centrodestra. Forse è realmente giunto il momento di capire che le cose sono cambiate, ma da marzo 2018 ad oggi nessuna seria discussione è stata fatta dal Pd in merito.
  • “Ascoltare, ascoltare, ascoltare”
    Nicola ‘Naomo’ Lodi, presentato come “l’artefice della vittoria della Lega in città”, non ha bisogno di grandi presentazioni. Personaggio istrionico, rappresenta in tutto e per tutto il prototipo del leghista: metodi rudi, pochi peli sulla lingua e un’immagine che lo rappresenta come ‘l’uomo d’azione’. Da quando la sua candidatura è stata ufficializzata abbiamo imparato a conoscere tutti i lati della sua figura, anche quelli che non erano immediatamente emersi, come il suo passato giudiziario a tinte fosche (per approfondire cliccare qui). Tralasciando il fatto che oramai in Italia sembra quasi un medaglia all’onore fare politica con qualche precedente penale, eppena si tocca, però, la chiusura “a riccio” è immediata, accusando chi lo fa, come in questo caso, di occuparsi di gossip ed essere un “candidato del Pd”. In tutto ciò è rappresentato il campo dove la Lega perde: il confronto. Io stesso ho avuto modo di intervistare Naomo e nella lunga chiacchierata (la trovate qui) ho fatto in modo che fosse lui a parlare, con poche domande, così da poter ottenere un discorso che fosse il più ampio possibile. Così facendo ho potuto avere quella che reputo forse l’unica intervista di una certa lunghezza e profondità fatta all’attuale vicesindaco. Ma nonostante ciò l’intervista probabilmente non piacque molto ai vertici del partito visto che, stranamente, la macchina mediatica della Lega non ha assolutamente preso in considerazione quell’intervista. Problemi con ciò che aveva detto o semplice casualità? Sta di fatto che il porsi in maniera violenta con risposte evasive non è nuovo ai membri del partito di Salvini, come fa anche lui stesso. Questa è la problematica maggiore di questo partito: la poca chiarezza. Che si parli di fondi russi, dei rapporti con l’estrema destra, dei soldi rubati o dell’ipocrisia nel voler dare la cittadinanza alla senatrice Segre, la parola d’ordine è “fare uno slogan e/o scansarsi dalle domande”. Fino ad ora, stando ai dati elettorali, almeno a livello comunicativo questo ha funzionato.
  • “Cartoline da Ferrara”
    In un post su Facebook, Aldo Modonesi, assessore alla sicurezza dell’era Tagliani e candidato sindaco alle ultime elezioni, sarcasticamente commenta così il video mandato in onda da Piazzapulita. Molti esponenti del Pd, sia cittadino sia extra, hanno mostrato non poco sdegno nella maniera di comportarsi soprattutto da parte di Lodi. Peccato che non abbiano fatto la stessa cosa quando, l’11 agosto 2017, il giornale Fanpage pubblicava un servizio proprio su Ferrara (lo trovate qui). All’interno del breve reportage, si mostravano i luoghi dove, secondo un pentito della camorra, sarebbero stati sotterrati rifiuti tossici. Terreni sui quali oggi, senza bonifiche, si coltivano cereali. Nel servizio veniva intervistato il sindaco Tagliani, visibilmente nervoso, che dopo aver “invitato” ad andare in altri luoghi a sporgere denuncia, si rinchiude nel proprio ufficio. Anche in quel caso, proprio come ha fatto Lodi con il giornalista di La7, un rappresentante del governo cittadino ha preferito scappare invece di intavolare un discorso e far capire le cose come stanno ai propri cittadini, temendo un confronto con chi potrebbe fare domande scomode. Appare strano, quindi, che i tanti del Pd che si sbracciano ora, non lo abbiano fatto anche in quel momento. Eppure si parlava della salute dei cittadini di questa città.
    Ora come allora, la “cartolina” mandata da Ferrara all’Italia intera non è stata delle migliori.

DIARIO IN PUBBLICO
Che settimana!

Cerco di raccapezzarmi ricostruendo con il ‘Lego’ della memoria i fatti sconcertanti, inammissibili, crudeli e gloriosi che questa Italietta petulante è riuscita a mettere assieme.
Aggiungere qualcosa al problema Ilva supera di molto le mie possibilità intellettuali, morali e ideologiche: lo strazio del sentimento (e della ragione) di fronte all’implacabile ‘fatto’ dei licenziamenti, del ritiro dei franco-indiani, di una città avvolta nel veleno: reale e metaforico. Tutto è dunque colpa dei politici? Oppure anche il ‘popolo’ ha messo del suo?
Ma quello che m’offende, che trovo privo di alcuna possibilità di riparazione, che dimostra il prevalere dell’odio su tutta la gamma dei sentimenti umani è il caso Liliana Segre e del comportamento della destra rimasta quasi tutta seduta al momento della standing ovation che ha seguito la proposta di una commissione anti-odio proposta dalla senatrice. Da qui la vergognosa necessità di offrire alla Segre la protezione di una scorta che l’accompagni e dissuada da gesti incivili chi ha fatto della politica dell’odio la propria bandiera. A questo ormai ‘sentire comune’ si lega e prende forma una pericolosissima forma di protesta quale quella messa in atto dal sindaco di Predappio che nega il contributo comunale al viaggio ad Auschwitz di due studenti.

Il ribollire della coscienza non serve se non si ha pronta una ferma condanna e una altrettanto ferma risposta. In questo dubbio mi conforta e mi sostiene lo splendido articolo di Fiorenzo Baratelli apparso su questo stesso giornale. Scrive: “Vengo da una tradizione politica che negli anni bui della dittatura fascista distingueva tra il filosofo Gentile e lo squadrista Farinacci. Perché non dovrei praticare la stessa arte della distinzione giudicando la Lega? […] La democrazia funziona così, mediante una dialettica quotidiana che condiziona tutti i protagonisti della vita pubblica e che di volta in volta determina spostamenti in direzioni diverse a seconda della capacità culturale messa in campo dai diversi attori politici. Chi si aspetta vittorie clamorose e definitive non ha capito il carattere ‘grigio’ di un sistema che vive all’insegna di mediazioni, compromessi e non aut-aut da ultima spiaggia”.
La proposta di Alan Fabbri, sindaco leghista di Ferrara, di offrire la cittadinanza onoraria a Liliana Segre e di coinvolgere tutte le forze politiche in questo progetto è encomiabile. Ho appena assistito alla votazione della proposta che ha riscosso l’unanimità. Sulla campagna elettorale ormai iniziata da Matteo Salvini con il pranzo al Petrolchimico di più di 400 persone ovviamente il mio giudizio cambia non approvando per ragione anche di gusto personale (il solito radical chic!) che l’uomo politico Salvini con la sua candidata alla presidenza dell’Emilia Romagna, Borgonzoni, tra tripudi di cappellacci, idromele, e altri prodotti della cucina a chilometro zero tenti la scalata alla presidenza della Regione con questi ‘festival’. Poi, come la stampa locale ha sottolineato la visita ai padiglioni di ‘Usi & Costumi’ dove il leader si scatena a farsi riprendere con il testa l’elmo di centurione alla foto con il sosia del guerriero maya di Apocalypto. Qui Matteo Salvini a suo agio si ritaglia un’ora di bagno di folla. Certo non è facile trovare nell’intera storia italiana dall’unità ad oggi un politico che aspira a diventare Presidente del Consiglio che folleggi come il Nostro dal Bagno Papeete ai costumi pseudo-storici. Ma questo è ciò che il popolo vuole e su questo s’impernia la futura ‘prise de pouvoir’ della, un tempo, Emilia rossa.
E la reazione di chi si considera politicamente di sinistra? Un cupo silenzio salvo il chiacchericcio dell’altro non meno imprevedibile Matteo.

Pregustavo da tempo la visione del film “La belle époque” come un evento a cui partecipare; con Fanny Ardant che adoro. Ormai più vecchio del personaggio principale che rivive la sua storia d’amore degli anni Settanta quella di Victor-Daniel Auteuil volevo provare l’emozione di quella Francia che ho cosi ben conosciuto. Che delusione! L’intellettualismo di cui i francesi sono maestri spinto alle conseguenze estreme: quasi una presa in giro. Dire banale è poco; dire sbagliato s’avvicina al vero. Ormai la douce France sta ripetendo i suoi miti con in più la convinzione d’essere nel vero. Helas! E’ ora di cambiare. Un attento lettore mi fa notare che senza il pensiero francese non potremmo capire la nostra storia contemporanea. Tutto vero e condivisibile ma qui non si tratta di pensiero francese ma di utilizzazione di schemi ormai obsoleti con la ‘nostalghia’ degli anni Settanta rivissuti alla luce dei nuovi mezzi comunicativi. Ecco perché m’arrabbio. Sarebbe come se mi mettessi a singhiozzare sul foulard che portavo al posto della cravatta, sui cineclub, sull’isola d Mann, sull’erba e sui pantaloni a zampa d’elefante. Abbiamo dato. Ora è la proiezione della cultura di massa che preoccupa come ben spiega Fiorenzo Baratelli nel suo ottimo articolo che ho citato.

E quale è la notizia più importante della settimana? Quella che racconta come il ministro Dario Franceschini ha rimesso in gioco e ha restituito quei 25 milioni negati al proseguimento della costruzione del Meis, il Museo dell’Ebraismo e della Shoah a Ferrara. E nel nome di chi? Di Liliana Segre.
Bravo ministro.

Ti do un(a) Pack sui cabasisi

Infuria la battaglia della plastica che sta portando sull’orlo di una crisi di nervi il Pd e i suoi alleati mentre il bimbo Di Maio non sa più a quale santo (si fa per dire) rivolgersi. Preoccupato il presidente uscente dell’Emilia-Romagna, Bonaccini, dice, rettifica, convoca, usa un silenzio parlante mentre il Capitan Salvini s’appresta a sbarcare con le sue truppe nella forse conquistabile Emilia.

La più surreale tra le prove di dialogo tra Pd e il M5S si concretizza in un probabile incontro fra le due forze politiche chiamato “plastic meeting”.

Ma è possibile??? Già li vedo entrare con passo solenne avvolti in toghe di plastica mentre qualche Matteo di turno affila le armi per far saltare tutto, accusando l’abuso e la mala usanza di avvolgere i migranti in fogli dorati forse fatti con la plastica.

Zingaretti preoccupatissimo sollecita il fratello a prendere il suo posto e a mandare Fazio e la sua troupe poliziottesca a recuperare le plastiche che approdano inesorabili sulla spiaggia di Marinella mentre Catarella urla “dottore, dottore le vogliono rifilare un(a) Pack sui cabasisi”.

Inesorabile il commissario Montalbano evita plastiche e plasticume nuotando verso lidi puliti.

Ma il Capitano che fa? Munito di bei bicchieri di plastica e di bottiglie monouso minaccia sfracelli e proclama che si chiuderà in Parlamento al momento del voto e non ne uscirà se non verrà modificata la legge sulla plastica, ovviamente munito di package straordinari che invaderanno tutti gli angoli delle sedi parlamentari.

Frattanto l’imperturbabile Carofiglio dalla bella Gruber spiega che tutto giuridicamente è sbagliato naturalmente parlando dello scudo che blocca le trattative sulle sorti dell’acciaio mentre Carlo Calenda che non sa più a quale rete (tv) votarsi prova ad ululare la sua versione dei fatti in quanto esplicitamente coinvolto. Libri e libri si editano, si pubblicano tra i sorrisi conniventi dei soli (ig)noti che aspettano la prebenda della pubblicità mentre un Fiorello fuori di testa si lancia in una trasmissione folle che dovrebbe dimostrare la ‘freschezza’ dei programmi Rai, specie la rete ammiraglia.

La ‘negritudine’ intesa come categoria etico-politica si sfrena. Non è nemmeno il caso di citare il caso di Liliana Segre così abnorme da rischiare l’incomprensione dei raziocinanti che non si rassegnano a mettere sotto silenzio la campagna d’odio che ha investito la senatrice e che ha ireso evidente il comportamento , per me indecoroso, della destra parlamentare. Non entro poi nella vicenda Balotelli poiché uscirebbe, e ne sono conscio, tutta la mio personale avversione per le curve, gli stadi e le bocche urlanti dei loro frequentatori.

A ognuno il suo, scriveva un grande autore. Il mio non passa per il calcio. Tiratemi pure pomodori marci ricambierò con materia non certo odorosa, specie per i dirigenti del Verona calcio (si chiama così?), che assicurano di non avere sentito niente. E tutto questo nella città di Giulietta e Romeo e dell’Arena.

Ultima e non commentabile notizia che arriva dalla città pentagona.

4 Novembre, festa delle forze armate. All’alzabandiera in piazza la presidente della Provincia Barbara Paron si avvicina al prefetto e si scusa di allontanarsi dalla cerimonia in quanto il discorso sarà tenuto dal vicesindaco Nicola ‘Naomo’ Lodi in rappresentanza del sindaco Alan Fabbri, malato. Perché? Secondo la versione della Paron, lei non avrebbe potuto assistere a quella cerimonia in quanto l’anno scorso lo stesso vicesindaco avrebbe issato di notte la bandiera della Lega sul pilone destinato il giorno dopo alla bandiera italiana.

Che dire? Siamo ridotti tutti a tirarci, come in un probabile e imminente futuro, Pack nei cabasisi

DIARIO IN PUBBLICO
O bli-bli o bla-bla… Il racconto e la politica

Imperversa tra i protagonisti (invariabilmente gli stessi) dei nostri talk show televisivi il termine ‘racconto’ della e nella politica che viene declinato associandolo al tratto fisiognomico caratteriale del ‘raccontatori’ tra i quali si distinguono il Marco Travaglio dal sorriso sprezzante – pericolosissimo – l’arruffio della barba di Marco Damilano da cui esce una valanga di racconti – a volte contraddittori – la testa d’uovo (letteralmente) di De Angelis, la rada barbuzza bionda di Giannini, il pelo bianco di Beppe Severgnini e la bocca spalancata di Antonio Polito, tanto per citare i più assidui inquadrati tra i tacchi 45 cm della Gruber e le sue giacchette perfette, tra le spille di Barbara Palombelli e le improbabili mises di Bianca Berlinguer. Tutti con alle spalle i sorrisi minacciosi e carnosi di Maurizio Belpietro e la versione Crozza di Alessandro Sallusti. Zoro frattanto tenta di ‘raccontare’ in modo diverso, ma purtroppo la nuova versione dura lo spazio della trasmissione.

Informiamoci allora su cosa significa la parola racconto e affidiamoci alla Treccani:

Raccónto s. m. [der. di raccontare]

1. Relazione, esposizione di fatti o discorsi, specie se fatta a voce o senza particolare cura, oppure se relativa ad avvenimenti privati (si distingue perciò da narrazione come raccontare da narrare, ed è diverso anche da resoconto, più ufficiale e tecnico)

2. Componimento letterario di carattere narrativo, quasi sempre d’invenzione, più breve e meno complesso del romanzo (in quanto dedicato in genere a una sola vicenda e destinato a una lettura ininterrotta) e distinto dalla fiaba perché tende a presentare i fatti come realmente avvenuti (per questi suoi caratteri si identifica sostanzialmente con la novella).

3. Nel linguaggio della critica letteraria (specie nella critica formalistica), è sinonimo di intreccio, contrapposto alla fabula, ed è pertanto usato per ogni opera narrativa in versi o in prosa.

Escludiamo per amor di semplificazione la definizione 3 e – pur con qualche riserva – la 2.

Dovrebbe, dunque, il racconto della politica assumere il significato più pregnante di ‘resoconto’ di ciò che la politica fa. Il risultato è: “ciapal”, in ferrarese (“prendilo” in italiano) che nella versione dialettale meglio esprime l’impossibilità dell’azione…

Sembra che al resoconto ormai si assommi anche la seconda definizione del dizionario, in quanto i narratori ufficiali tendono motu proprio a trasformare il resoconto in componimento letterario, che ha per sua caratteristica quella di ‘presentare i fatti come realmente avvenuti.

E’ quello che gli ‘itagliani’ – ormai popolo avvinto alla narrazione – richiedono a gran voce, come insegna loro il gran Maestro, dantescamente parlando, Salvini.

Basta dire ciò che non lede il loro interesse, la loro priorità (prima gli italiani) e tutto può venir raccontato. Chi tra la comunità nazionale non avrebbe sognato di brindare al Papeete tra belle ‘femmine’ che sculettano ‘Fratelli d’Italia’?

Ciò che imperversa nel racconto e la politica è la volontà di narrare ciò che è già avvenuto come fosse una novità e predisporre un futuro perlomeno immaginifico a ciò che già si ‘suppone’ sarà l’andamento delle cose.

La più schifosa presenza della ‘narrazione’ è però ciò che racconta la parte più oscenamente fascio-nazista (sì, ne esistono tanti, e troppi di aderenti a questa orrida ideologia ) all’indirizzo di Liliana Segre. Da catalogare costoro come sub-umani, ma non da confondere con le bestie dotate di ben più alta capacità di comprensione.

Questo dovrebbe indignare i tanti italiani che non sono raggelati dalle interpretazioni narrative. Questo dovrebbe essere il cammino dell’umanità. Ben venga il progetto di Luigi Marattin che dovrebbe rendere legge la conoscenza dell’identità reale di chi usa i social per offendere e anche per esaltare a sproposito.

Il mio sogno odierno? Fare come il grande direttore d’orchestra Daniel Harding che, giunto all’apice della carriera, abbandonerà per un anno il suo lavoro, per volare. Sì. Volare materialmente. Volare quindi anche oltre la musica e riconquistare il diritto alle scelte e all’infinito del volo.

Ma io povero tapino dove volerei? Lo so e lo faccio da sempre: nell’infinito dell’arte e della poesia. Purtroppo chi ci trascina a terra è la necessità-dovere di fare i conti con la ‘narrazione’, la prosa della politica.

Cristofori a Baratelli: “L’autoreferenzialità del Pd? Aspettiamo contributi da tutti…”

Da: Tommaso Cristofori

Al grido di “non avete più alibi dopo l’uscita di Renzi”, ci si domanda perché il Pd non è ancora cambiato (come se bastasse pigiare un tasto o fare un tweet). Perché il Pd non continua a flagellarsi per gli errori commessi? Perché non si rende conto che la sconfitta alle amministrative non è solo una questione nazionale? Perché ancora non ha sostituito i sui dirigenti e quindi i Segretati? Perché non coinvolge l’associazionismo di sinistra??
Ringrazio F.Baratelli per le sollecitazioni alle quali vorrei replicare da semplice iscritto di un Circolo. Noi siamo ancora un Partito, probabilmente oggi l’unico che possa definirsi tale, con le sue regole, i suoi statuti e strutture, che a volte possono sembrare ingombranti, ma che sono garanzia per gli iscritti, in quanto strumenti di correttezza nella selezione della classe dirigente. Anche queste regole andrebbero rinnovate, tuttavia con tutti i nostri difetti, tentiamo nel confronto, di maturare delle decisioni condivise in modo democratico, cosa tutt’altro che semplice o veloce.
Abbiamo eletto da pochi mesi con le primarie un Segretario nazionale che non è il capo politico o ancor meno il padrone delle decisioni, come peraltro si è visto in questi mesi.
Dopo il disastroso risultato elettorale e le conseguenti dimissioni di molti Segretari locali, abbiamo indetto il congresso del partito in tutti i Circoli della Provincia che proprio in questi giorni è in corso. Verranno eletti dagli iscritti nuovi Segretari in molti circoli, oltre al Segretario Provinciale e Comunale, rinnovati gli organismi assembleari e direzionali del partito. I confronti, lo ricordo, sono aperti alla partecipazione di chiunque voglia intervenire per dare il proprio contributo parere o solo ascoltare, capisco che può non essere sufficiente aprire le porte, ma dire che non lo facciamo non è esattamente vero.
Negli incontri che abbiamo avuto negli ultimi mesi, la vorrei rassicurare, abbiamo analizzato i nostri errori e siamo consapevoli che anche a livello locale abbiamo avuto importanti responsabilità, non tanto su come si è amministrato ma piuttosto su come il Pd non ha funzionato e non ha saputo svolgere negli ultimi anni il suo ruolo fra i cittadini, concretizzare la propria vocazione popolare. Questo nuovo momento congressuale ci auguriamo possa essere una ulteriore occasione di riflessione e speriamo un punto di partenza per una proposta nuova.
Ci domanda ancora come “può rappresentare il futuro del Pd dentro il Consiglio comunale il candidato sconfitto alle elezioni?”. Oggi, come prevede la legge, chi si candida e perde, in consiglio comunale fa l’opposizione. Inoltre, mi creda, alle scorse elezioni non è il nostro candidato che è stato sconfitto ma lo siamo tutti noi, ha perso tutto il mondo riformista e di sinistra, il mondo della cultura, il mondo dei diritti, quello del volontariato e della solidarietà. I ferraresi hanno scelto una destra che sicuramente non rappresenta questi mondi. Sarebbe troppo lungo, complicato ed inutile, ripercorrere ora come si è arrivati alle elezioni, una cosa è comunque certa: il centro sinistra non ha saputo costruire per tempo, un progetto in grado di sovvertire i sovranisti nostrani, quelli del metodo dei calci in culo.
In merito all’invito di “aprire in modo permanente alle idee e alle persone che compongono l’arcipelago plurale dell’associazionismo di area di sinistra”, lo condivido ma non mi pare una novità. Molti militanti, amici e simpatizzanti, che provengono da questi ambiti, sono stati fino a ieri la linfa vitale e gli ispiratori delle politiche promosse dall’amministrazione di centro sinistra in questi anni, hanno rappresentato il motore più originale per la crescita della città. Molti di loro sono stati parte attiva, spesso con ruoli di responsabilità dentro gli organismi del Pd. Si è operato spesso in simbiosi e lo dimostra anche la spietata e sleale campagna denigratoria dei nostri avversari che bollavano come “gli amici degli amici”, lasciando intendere agli elettori una sorta di connivenza, di interesse con l’associazionismo anziché una condivisione di obiettivi. Constato poi, con non poca amarezza, che alcune di queste associazioni non hanno tardato molto dopo le elezioni ad accomodarsi a fianco o sostenere di chi oggi governa, senza formalizzarsi troppo sugli ideali che Lega e compagni rappresentano.
Noi, come lei spesso ci ricorda, pecchiamo di autoreferenzialità e siamo pieni di tanti altri difetti, ma ho come l’impressione che non siamo gli unici a ritenerci detentori della verità; certamente è necessario un bagno di umiltà e riaprire un dialogo con chi si è sentito lasciato solo o tradito anche se non è sempre facile capire come e con una stampa in alcuni casi apertamente schierata con la Lega.
Siamo uno strano paese dove si preferisce parlare una giornata intera del ripieno dei tortellini perché ce l’ha ordinato Salvini da un palco, poi si rimane più o meno indifferenti se tre consiglieri comunali girano per le nostre scuole mandati dal sindaco ad attaccare crocifissi, o per esempio si finge di non capire quello che si sta prospettando proprio per il settore della cultura della nostra città.
Mi pare comunque uno strano modo di soccorrere un ferito, quello di rimanere sul ciglio a guardare, o magari tirandogli qualche calcio perché non si decide ad andare in ospedale a curarsi.
I nostri Circoli oggi e domani sono aperti per i congressi e aspettiamo contributi da tutti.

TACCUINO POLITICO
“Aprire porte e finestre”… Qualche domanda a Massimo Maisto e al Pd ferrarese

Ho partecipato alle primarie del Pd e ho votato Zingaretti. L’ho fatto mosso dalla speranza che si voltasse pagina rispetto al passato recente e meno recente. Al netto dei cambiamenti politici nazionali innescati dal ‘colpo di sole’ ferragostano di Salvini mi pare che il ‘cambiamento’ del Pd sia ancora prigioniero di belle parole, ma scarso di fatti. Ormai Zingaretti non ha più alibi dopo l’uscita di Renzi dal Pd. Prendiamo una parola d’ordine che è stata il motivo dominante della sua elezione a segretario: bisogna aprire porte e finestre per fare entrare aria nuova. Se prendo in considerazione la preparazione del congresso della Federazione Pd di Ferrara, mi sento di dire che le porte sono state tenute sprangate con le finestre ben chiuse con doppi vetri. Facendo salva la mia stima per Massimo Maisto, gli rivolgo alcune domande.
1 – Dopo la catastrofe generale che ha investito il Pd nazionale il 4 marzo 2018, è presente ai dirigenti locali del Pd la sconfitta storico-epocale subita nelle elezioni amministrative locali? E’ falsa e consolatoria l’interpretazione che accolla al ‘vento nazionale’ la causa della sconfitta ferrarese, perché in altre città emiliane il centro-sinistra ha vinto. E’ quindi evidente che ci sono seri motivi locali da esaminare per capire le cause della debacle e che riguardano i temi programmatici, i responsabili politici e gli amministratori del Pd. Domanda: può rappresentare il futuro del Pd dentro il Consiglio comunale il candidato sconfitto alle elezioni? Ne state discutendo nei congressi in corso?
2 – Le vecchie culture politiche che vengono dal Novecento si sono sfarinate. Con che cosa le sta sostituendo la sinistra del tempo della ‘meglio gioventù’ di Greta? Zingaretti parla di idee nuove e nuove pratiche. Quali? Si tratta di idee generiche e di pratiche assenti perché il partito nei territori non esiste più da anni. Caro Massimo, a fronte di questa realtà perché non avete organizzato iniziative preparatorie ai congressi aperte all’associazionismo culturale la cui vitalità e ricchezza conosci bene come ex assessore alla Cultura? Parlo come Presidente dell’Istituto Gramsci che da quasi dieci anni organizza cicli di eccellente qualità culturale sui temi della democrazia, libertà, Europa, globalizzazione, e che continua ad essere ignorato dal Pd. Come pensa di cambiare e di ricostruire una presenza forte nei territori il Pd ferrarese se non si apre in modo permanente alle idee e alle persone che compongono l’arcipelago plurale dell’associazionismo di area di sinistra?
3 – In estrema sintesi conclusiva… Sono preoccupato per l’autoreferenzialità di una classe dirigente che continua a passare da una sconfitta all’altra senza mai fare i conti con le cause profonde che le hanno determinate e che hanno radici lontane, ben oltre l’era di Renzi. Se svolgo queste aspre riflessioni è perché ho sempre considerato indispensabile la presenza di un grande partito della sinistra. Nessun movimento (o lista elettorale) civico/a potrà incidere nel medio-lungo periodo in assenza di un rinnovato, forte e organizzato partito democratico. Non dovremmo mai dimenticare che il ribaltone governativo è ‘merito’ di Salvini e non di un mutamento negli orientamenti nella società civile. Salvini può passare, ma il consenso che rappresenta la Lega non è una parentesi, come non lo era il fascismo nonostante lo pensasse Benedetto Croce. Aveva ragione negli anni Venti del secolo scorso il giovanissimo Piero Gobetti a definire il fascismo ‘l’autobiografia della Nazione’, così come oggi lo è la Lega rispetto ad una parte larga dell’opinione pubblica nazionale. Senza una nuova azione culturale e civile diffusa e continua dentro la società non ci sarà astuzia tattica o demonizzazione dell’avversario che ci potrà assicurare un futuro. Si potrebbe cominciare raccogliendo l’invito del giovane Leopardi: “Convertire la ragione in passione…”.

TACCUINO POLITICO
I rischi della ‘rivoluzione passiva’ italiana

La classe dirigente della destra è nel pallone. Ufficialmente si inventa complotti internazionali per denigrare il nuovo governo, ma se parli con qualcuno di loro ti dicono ciò che pensano: Salvini ha fatto harakiri. Si comprende la soddisfazione a sinistra per la fine di un’alleanza sciagurata e il ritorno al governo. Ma per il Pd i motivi per festeggiare finiscono qui. La nuova maggioranza è il frutto di un’occasione politica sfruttata con intelligenza, ma non espressione di un cambiamento maturato nella società. Gramsci parlerebbe di un episodio classico di ‘rivoluzione passiva’.
a) Il Pd torna al governo avendo alle spalle una sconfitta storica (4 marzo 2018) le cui cause non sono mai state analizzate. E il M5s passa disinvoltamente da un’alleanza con la destra estrema ad un governo con la sinistra senza dare spiegazioni, quasi si trattasse semplicemente di cambiare di spalla al fucile.
b) La nomina di Roberto Gualtieri al ministero dell’Economia è la vera novità politica della nuova maggioranza. Insieme al neo-commissario europeo Gentiloni e al ministro Pd per gli Affari Europei costituisce un asse che mette fuori gioco il folle nazionalismo anti-europeo della destra salviniana. A sostegno di questa svolta sono opportune le parole del Presidente della Repubblica: “Ora è necessario rivedere il patto di Stabilità europeo per tornare a crescere”. Insieme alla revisione delle regole di Dublino sull’immigrazione e alla creazione di un’area fiscale comune.
c) La filosofia del programma di governo è opposta a quello della maggioranza precedente: prevalgono i valori dell’inclusione e della solidarietà. E questa è buona cosa per cominciare ad archiviare il tempo dell’odio e dei capri espiatori. Ma le proposte sono generiche e aperte a interpretazioni diverse. Alcuni esempi. Si dice che bisogna realizzare nuove infrastrutture tenendo conto dell’impatto sociale e ambientale. Bene. Ma sono bastate alcune dichiarazioni della neo-ministra De Micheli per aprire una polemica nella maggioranza ancora prima del suo insediamento ufficiale. E sull’immigrazione e sui decreti salviniani disumani, oltre ad evocare le responsabilità dell’Europa, come verranno radicalmente cambiati? Senza dimenticare che c’è ancora una nave, con i profughi a bordo, che aspetta di poter attraccare in porto. E sulla giustizia? E’ un po’ poco parlare genericamente di riduzione dei tempi e riforma del Csm. Fermiamoci qui, con solo un’ultima e fondamentale aggiunta. Non si parla con chiarezza su come intervenire per diminuire il debito pubblico e come mettere insieme le risorse finanziarie indispensabili per una crescita di qualità e per creare lavoro. Si rischia di passare dalla demonizzazione dell’Ue alla fede nello ‘stellone’ d’Europa, ma ciò non ci assolve dalla nostra responsabilità nell’aver creato un debito-mostro che non è fra gli ultimi dei nostri problemi strutturali.
d) Il distacco tra la società e la politica è grande. E il Pd ritorna al governo senza aver fatto i conti con le cause della perdita di legami sociali fondamentali per una forza popolare. Scriveva nell’aprile 2013 l’inascoltato Fabrizio Barca: “L’incapacità di governare della sinistra non deriva da un deficit di potere, bensì da un deficit di conoscenza e partecipazione nelle decisioni e nell’attuazione. Bisogna costruire un nuovo partito per un nuovo programma e un nuovo metodo di governo”. Siamo ancora fermi lì. Non c’è stata batosta elettorale sufficiente a far capire ai dirigenti del Pd che devono uscire dai loro stanchi e infecondi riti. Sì, è vero che il nuovo segretario Zingaretti ha vinto le primarie parlando della necessità di aprire porte e finestre, ma nella pratica non è ancora successo nulla in questa direzione.
Conclusione. Il nuovo governo è frutto di un disastro tattico della destra, di una manovra intelligente della classe dirigente del Pd e di un ruolo positivo svolto da Conte. Ma dietro alla nuova maggioranza non c’è un cambio di segno culturale e civile nel Paese. Se non si lavora per risolvere questa contraddizione il Conte due anziché rappresentare un ‘nuovo inizio’, sarà archiviato come l’ennesimo episodio di trasformismo all’italiana. E per la sinistra potrebbe significare una catastrofe.

Facciamoci del male

Difficile resistere alla tentazione di citare Nanni Moretti: “Continuiamo così, facciamoci del male”. D’accordo, esperti come Gianfranco Pasquino citando la lezione di Isaiah Berlin ricordano che nella vita mai ci capita il meglio, più spesso si deve scegliere il meno peggio.
Ma siamo proprio sicuri che il governo Conte bis lo sia davvero? E’ certo che questa sia la soluzione che realisticamente passa il convento, per arginare la deriva populista e sovranista di Salvini?
A chi ha seguito la maratona tv di Enrico Mentana martedì 3 settembre in attesa del responso degli iscritti al M5s sulla piattaforma Rousseau sull’ipotesi del nuovo governo, un primo segnale di allarme deve essere suonato.
Oltre un’ora dopo lo stop al voto digitale (le 18) nulla si sapeva ancora sul risultato. A un certo punto il portinaio del palazzo milanese sede della Casaleggio-associati che gestisce il sito, ha fatto uscire in strada giornalisti e cineoperatori dall’androne dello stabile e ha chiuso il portone d’ingresso perché ha finito il turno di lavoro.
Persino Mentana in studio, al quale non manca certo la parola, ha allargato le braccia.
E’ stata l’immagine plastica di un Paese intero – istituzioni, Quirinale, Palazzo Chigi, Parlamento e opinione pubblica – lasciato per strada in attesa di sapere se il popolo pentastellato avesse dato il placet ai loro stessi rappresentanti – tutti, insieme agli altri, a loro volta volta eletti – impegnati nel frattempo in colloqui e trattative per mettere insieme una maggioranza.
Sessanta milioni di italiani sospesi in un purgatorio virtuale, aspettando cosa ne pensassero 79mila e rotti cittadini.
Di lì a poco, il capo politico della ‘volonté générale’ timbrata Rousseau, Luigi Di Maio, in conferenza stampa a Roma ha commentato euforico questa operazione come una prova di democrazia unica al mondo.
Se nessuno ci ha finora copiato in tutto il globo, una ragione ci deve pur essere!
Ma cerchiamo pure di andare oltre.
E’ opinione diffusa che Matteo Salvini, aprendo la crisi del governo giallo-verde, ne sia stato la prima vittima secondo l’adagio: chi troppo vuole nulla stringe.
Più o meno la stessa sorte toccata all’altro Matteo, Renzi.
Bene ha fatto, almeno in questo, il giurista Giuseppe Conte a voler parlamentarizzare la crisi col suo discorso-mazzata al Senato il 20 agosto scorso, nel quale ha menato fendenti all’uno e all’altro dei due vicepresidenti del Consiglio.
Alla faccia del vicepremier dei suoi due vicepremier, qualcuno ha sussurrato, anche se il conto di Conte non torna pensando a ciò che ha pur condiviso e firmato nei precedenti 14 mesi di governo (l’anno che doveva essere “bellissimo”).
Dopo la mossa ingorda del Truce Padano (come lo chiama Giuliano Ferrara), Salvini non ne ha più imbroccata una, quasi avesse perso il tocco magico che ha sorretto ogni sua uscita baldante in precedenza. Ha aperto la crisi senza che nemmeno uno dei suoi ministri desse le dimissioni, sfiduciando di fatto anche i suoi. Ha poi tentato la mossa della disperazione sul taglio dei parlamentari azzardando un ultimo abbraccio a Di Maio, senza rendersi conto della castroneria: se si approva la riforma costituzionale in due e due quattro (altra fesseria) e si rimanda il tutto alla prossima legislatura (2024!), significa che l’intero Parlamento in carica è completamente fuori dalla Costituzione nel frattempo cambiata. Ha dato dei poltronai a chi stava tramando per una maggioranza diversa solo per paura delle elezioni, mentre aveva appena offerto la carica di premier a Di Maio pur di salvare la pelle.
Da ministro ha indicato le urne come unica soluzione alla crisi da lui aperta, saltando completamente le prerogative di presidente della Repubblica e Parlamento.
In più, la strategia pettoruta della gestione migranti stava cominciando a mostrare la corda, con un’ossessiva e sprezzante severità verso le ong, chiaramente fuori dei confini del diritto internazionale, mentre nel frattempo continua la fila dei barchini che, indisturbati, sbarcano sulle coste italiane.
Una serie di svarioni che i sondaggi stavano già misurando in cali vistosi di consensi alla Lega. Tanto che se si fosse andati davvero alla conta delle urne c’è chi dice che la destra avrebbe certamente vinto le elezioni, ma probabilmente con il necessario soccorso di Forza Italia.
Se così fosse stato, gente come Taiani in maggioranza, fino all’altro ieri presidente del Parlamento europeo, davvero non avrebbe battuto ciglio sul banco di prova di una Legge di bilancio esplicitamente sbattuta contro il muso dei burocrati di Bruxelles, allegramente a suon di deficit e debito come se piovesse?
E sulla gestione migranti? Inutile girarci attorno, una soluzione non c’è. Ha fallito la strategia Renzi (sbarchi umanitari in cambio di flessibilità sui conti pubblici), non è piaciuta la linea Minniti (lontano dagli occhi – leggasi campi libici – lontano dal cuore) e sta mostrando tutti i limiti pure quella del Truce Padano.
Perché allora la sinistra si appresta a riprendere in mano la patata rovente, in condominio coi pentastellati, senza che su questo, a quanto pare, ci sia uno straccio di soluzione? Se si sposa la linea umanitaria di papa Bergoglio, occorre sapere che persino il pontefice è in forte difficoltà, con un popolo di dio, almeno buona parte, che pare non scomporsi più di tanto di fronte a crocifissi e rosari branditi nel segno della difesa dell’identità.
Perciò la domanda è la seguente: siamo sicuri che con il governo Conte bis si sia esorcizzato il pericolo Salvini?
Va bene che dietro la mossa, indubbiamente furba, ci sia il plauso di Usa, Ue, Vaticano e vescovi, ma si è valutato che mentre il Pd si rende responsabilmente garante della stabilità nazionale, e non solo, si restituisce a Salvini il suo terreno più congeniale: la piazza?
E se dopo l’esultanza per la furbata messa a segno dovessero esplodere da subito le contraddizioni fra chi fino a ieri si è mandato a quel paese in mondo visione, con misure economiche che fanno serpeggiare ipotesi di patrimoniale (lo spostamento auspicato dagli esperti del carico fiscale da lavoro e capitale ai patrimoni e rendite), vera e propria benzina nel serbatoio populista, davvero si pensa che questo governo abbia come traguardo la fine della legislatura, cioè il tempo necessario per fare arrivare Salvini afono al prossimo turno elettorale?
E se il traguardo finale fosse ben più ravvicinato, basterà una legge tutta proporzionale per disinnescare la mina della destra-destra? Per di più con l’arma spuntata dei democratici contro gli antidemocratici, quando i primi, in testa il Pd, negli ultimi anni è arrivato al governo senza passare per il consenso popolare.
Qualcuno azzarda la teoria: tanto Salvini al governo ha sgonfiato in un solo anno i 5 Stelle, tanto potrà farlo il Pd a Palazzo Chigi piuttosto che dai banchi dell’opposizione.
Siamo proprio sicuri?

TACCUINO POLITICO
Si Salvini chi può

1.
Matteo Salvini è fuori di testa e disperato. Il deliro di onnipotenza lo ha portato in un vicolo cieco. E in un attimo le sue parole diventano confuse e assurde. Per esempio, quando dice: “Ho chiesto i pieni poteri secondo la Costituzione”. Un ossimoro da bocciatura all’esame di Diritto Costituzionale. Oppure, negando spudoratamente l’evidenza dei fatti, dichiara: “Conte ha lavorato per sfasciare”. L’augurio che formulo è che l’evoluzione della crisi di governo volga in una direzione che sanzioni il suo isolamento politico e l’inizio della parabola di un ‘piccolo uomo’ che aveva indossato la divisa di… Napoleone.

2.
Il Pd è di fronte ad una prova che ricorda la classica quadratura del cerchio. Zingaretti ha sempre sostenuto la diversità del M5s rispetto alla Lega, anche quando nel suo partito c’era chi li metteva sullo stesso piano. Ma nella trattativa non si possono dimenticare quattordici mesi di governo disastroso ed egemonizzato dalla destra leghista. Per esempio il M5s ha condiviso i decreti sulla sicurezza che sono un monumento alla disumanità. Senza il riconoscimento di una nuova fase l’eventuale nuova maggioranza sarebbe percepita come il solito ribaltone trasformista. Che regalo si farebbe a Salvini! Cercherebbe di uscire dall’angolo e incendierebbe le piazze contro la ‘casta delle poltrone’ e contro il Parlamento. Il Pd deve impegnarsi per dar vita ad un governo solido e duraturo, respingendo pasticci per paura del voto. C’è da battere una destra razzista e feroce, ma alle porte non c’è un nuovo fascismo che richieda un Badoglio dei nostri giorni. Nuovo e autorevole Presidente del Consiglio e nuovo programma di governo alternativo alla destra devono essere i due fondamenti della discontinuità.

3.
A Ferrara come sta reagendo la Lega alla crisi provocata dal suo capitano? Silenzio. Con una prevedibile eccezione: Nicola Lodi. Il vicesindaco ha ripubblicato in rete una sua foto assieme a Salvini con una semplice didascalia: “Sempre con te”. Fedele fino all’ultimo come in ogni copione che si rispetti di ascesa e caduta di un capo. Ma attenzione a non confondere questa scena con quelle drammatiche di altri fedeli che decisero di morire nel bunker insieme al proprio capo. Come ricordava il vecchio Karl Marx, spesso la storia si ripete due volte: la prima come tragedia e la seconda come farsa.

Crisi di governo: meglio le elezioni di un altro pasticcio

Le cose non vengono per caso. Nello stesso giorno, mentre al Senato va in scena l’ultimo atto dell’ex governo del cambiamento, si chiude la lunga odissea della Open Arms con lo sbarco immediato degli ultimi novanta migranti. Naturalmente l’emergenza continua e c’è da chiedersi che ne sarà dei 356 imbarcati sulla Ocean Wiking e della feroce politica dei “porti chiusi” e della “sacra difesa dei confini” che ha rappresentato il fulcro della fortunata propaganda malpancista del dimissionario Ministro degli Interni. Qualcuno a sinistra ha una credibile politica alternativa per riaprire le porte alla immigrazione legale e impostare un serio confronto con gli altri stati europei? Io non riesco ancora a vederlo.
Mentre il mazzo di carte torna nelle mani del presidente Mattarella – e tutti si appellano alla sua sapienza e prudenza istituzionale – il commento unanime sui media è che questa volta Matteo Salvini abbia toppato, sbagliando clamorosamente i tempi e i toni e cacciandosi alla fine in un vicolo cieco. La prova ultima sarebbe il ritiro da parte della Lega della mozione di sfiducia presentata pochi giorni prima e l’estremo tentativo di una ricucitura con l’alleato pentastellato. “Fuori tempo massimo”, hanno risposto in coro gli esponenti del Movimento 5 stelle.
E’ quindi finita la grande ascesa di Salvini? Si romperà quell’incantesimo che ha permesso alla Lega di vincere una dopo l’altra le elezioni (europee, regionali, municipali) e di arrivare a sfiorare il 40% nei sondaggi? Basta guardare le piazze piene di folle acclamanti che in tutta la penisola accolgono il grande capo leghista per rendersi conto che Matteo Salvini non solo resterà in campo ma continuerà ad essere il protagonista indiscusso attorno a cui ruoterà la scena politica italiana. A maggior ragione se in autunno si tornerà a votare.
A meno che Mattarella… Non sono un esperto e nemmeno un indovino, ma l’unica alternativa alle elezioni anticipate sembra davvero poco praticabile. Diventa difficile pensare che da questa crisi al buio possa sortire un governo con un programma credibile e condiviso, capace di portare a termine la legislatura. Il governo giallo-rosso, la strana alleanza tra Partito Democratico e Movimento 5 Stelle, pur sponsorizzata da Renzi e da Prodi, si presenta come un esercizio di acrobazia politica. Una soluzione ancora più complicata e pasticciata del passato governo giallo-verde
C’è in realtà un’unica vera ragione – che tutti sanno ma che nessuno dice, né il Pd né i 5 Stelle – che favorisce, almeno in teoria, la somma giallo-rossa e la formazione di un nuovo governo. Non è certo la vicina scadenza di una Finanziaria lacrime e sangue e il probabile e paventato aumento dell’Iva: perché, al di là dell’allarme generale, nessun partito ha una ricetta per uscire dal buco nero dei nostri conti in rosso. E non è nemmeno la conclamata volontà grillina di portare a termine l’iter per il taglio del numero dei parlamentari. L’unica cosa che oggi accomuna Pd e 5 Stelle è la paura delle elezioni anticipate; una paura matta (quasi una certezza) che la destra, e la Lega in particolare, capitalizzi il consenso degli ultimi mesi e faccia il pieno di voti.
Naturalmente Pd e 5 Stelle si dichiarano prontissimi al confronto elettorale. Giurano di non badare a interessi di bottega e di avere a cuore solo il bene del Paese. Ma queste sono cose che si devono dire, ritornelli che lasciano il tempo che trovano. La vera posta in gioco, la vera grande preoccupazione è impedire a Matteo Salvini di stravincere le elezioni anticipate e diventare Presidente del Consiglio.
Il tempi della crisi sono strettissimi e Mattarella ha giustamente una gran fretta. Se anche dovesse partire una trattativa tra Pd e 5 Stelle, non avranno a disposizione due mesi come quelli che servirono per scrivere il famigerato contratto tra Salvini e Di Maio. Se alla fine vincesse la grande paura (di perdere le elezioni anticipate) e si arrivasse comunque a un accordo giallo-rosso, c’è da scommettere che il nuovo governo sarà diviso e litigioso come o più di quello che lo ha preceduto. Con una prospettiva di vita molto breve.
Matteo Salvini è stato il coautore e il principale protagonista dello sciagurato governo giallo-verde, ma questa volta ha ragione. Piuttosto che un altro pasticcio, meglio le elezioni subito. Piuttosto che arrendersi alla paura, meglio affrontarsi in campo aperto.

jovanotti

DIARIO IN PUBBLICO
La quiete prima della tempesta ovvero notturno molto ‘itagliano’

Un silenzio surreale avvolge le file degli ombrelloni mentre da lontano si staglia il palco ‘dell’evento’ jovanottiano su cui si erge un immenso pupazzo e delle sfere che ricordano palle di gelato. L’avvio è previsto per le 16 mentre il discorso delle dimissioni di Conte alle 15, ma il mormorio eccitato anticipa alle 14 il bagno di folla (e di qualcosa d’altro). ‘Lui’ non apparirà che in tarda serata, ma prima si potrà fare di tutto e di più; come del resto promettono i politici in aula per le dimissioni Conte. Del popolo ‘itagliano’ non emerge che questa individuazione del caos come sublimità della natura tatuata italiana. I due Mattei si danno battaglia, l’uno col Vangelo e le parole di un santo papa mentre l’altro, il Renzi, sacrifica le offese personali a un dio laico che lo riporti i cima all’onda su cui vuole restare. Mi prende un lieve sentimento di nausea. Al supermercato afferro un bottiglia di ottimo Lagrein che avrebbe dovuto accompagnare gli spaghetti aglio, olio. Illuso. La commessa che mi conosce da anni e che sa della mia sobrietà delicatamente mi sottrae la bottiglia. Impossibile venderla per evitare d’introdurre nella zona rossa alcolici. Siamo alla farsa. Il guitto si farà i milioni sfruttando l’ingenuità del popolo bue così come milioni di cittadini aspetteranno di votare il dio del Papeete o qualcuno di quegli individui che ci governano. Spontaneo mi sovviene il titolo di un passo tratto dalla celeberrima opera del grande Eduardo De Filippo ‘Napoli milionaria’. Eccola nel commento dello stesso De Filippo

“Le offre una tazzina di caffè. Amalia accetta volentieri e guarda il marito con occhi interrogativi nei quali si legge una domanda angosciosa: ‘Come ci risaneremo? Come potremo ritornare quelli di una volta? Quando?’. Gennaro intuisce e risponde con il suo tono di pronta saggezza: ‘S’ha da aspettà, Ama’. Ha da passà ‘a nuttata”.”

Ce la faremo? Come Eduardo lasciamoci una nota di speranza e assolviamo i 25 mila qui al ‘Laido’ e i milioni di italiani che attendono.

La serata sta per chiudersi. Ho cenato al Bagno Onda Blu e da lontano, quasi un sussurro, arrivava ad ondate la musica del Giovanotto cosi come con la bocca ‘a cul de poule’ dei politici che uscivano dal Senato appariva, imbarazzo, timore, dispetto e ira. ‘A nuttata sta per passare. Che accadrà? Fra due giorni ci sveglieremo giallo-rossi? O no?

Impassibili i ‘pet’ assistono alle evoluzioni degli umani. Talvolta mi piacerebbe svegliarmi col pelo. Ma è un sogno: forse triste, naturalmente irrealizzabile.

In Italia cinquemila miliardi di euro in tasca ai privati, ma il divario fra ricchi e poveri aumenta

“Salario minimo proposto dal M5s? Prima viene il taglio delle tasse. Prima di ridistribuire bisogna crearla la ricchezza”.
Frase questa del Ministro Salvini che da buon padre di famiglia ammonisce i suoi compagni di governo sulla necessità di dover accumulare prima. Poi creare ricchezza e infine ridistribuire. Non fa una piega. Peccato però che uno Stato funzioni un po’ diversamente da una famiglia o da un’impresa per cui l’investimento può e deve essere fatto prima per creare sviluppo poi, assicurando nel contempo una equa ridistribuzione.
Ma seguiamo il suo ragionamento guardando ai dati e mettendoli in relazione alle sue parole partendo da una domanda: quanta ricchezza è necessaria per poter passare alla ridistribuzione?
A fine 2018 la ricchezza finanziaria privata nel mondo ha raggiunto i 206 trilioni di dollari, secondo l’ultimo report del Boston Consulting Group (Global Wealth 2019: Reigniting Radical Growth). L’Italia occupa la nona posizione tra le nazioni più ricche al mondo con ben 5 mila miliardi di dollari di ricchezza finanziaria personale (il che significa quasi il triplo del Pil attuale che è pari a circa 1.768 miliardi di euro). E il futuro appare roseo, visto che si prevede che tale ricchezza toccherà i 5,6mila miliardi di dollari nel 2023.
Qui si parla di ricchezza finanziaria, quindi se aggiungessimo anche la ricchezza mobiliare arriveremo ai fatidici 9.000 miliardi (euro più, euro meno) che diviso i 60.000.000 milioni di abitanti darebbero 150.000 euro a testa. Ovviamente sappiamo che non è così e nemmeno sarebbe giusto lo fosse. Infatti il punto è quello che abbiamo evidenziato prima e cioè: che livello di ricchezza serve per passare alla ridistribuzione (cioè mettere un po’ di danaro in giro per le imprese, fare opere pubbliche e assumere lavoratori e magari dare soldi sufficienti per i bisogni primari alle persone momentaneamente in difficoltà)?
La ricchezza è già tanta e continua a crescere insieme alle disuguaglianze. I milionari (chi ha ricchezze sopra il milione di dollari) sono 22 milioni su quasi 8 miliardi di esseri umani. In un anno sono aumentati del 2,1% e detengono il 50% della ricchezza finanziaria mondiale. In Italia ci sono 400 mila milionari, nel 2013 erano la metà, a dimostrazione che la ricchezza sta crescendo anche in Italia insieme alle disparità, visto che contemporaneamente sono aumentati anche i poveri.
A Salvini evidentemente non basta, avrà le sue ragioni e forse me le sono perse. Colpa mia, uso poco twitter e non vado in spiaggia dove c’è musica ad alto volume. Lui vorrà arrivare magari a 800 mila oppure a un milione di milionari attraverso una forte riduzione di tasse e maggior ordine pubblico che possa essere di supporto all’avvio di nuove attività imprenditoriali.
Del resto la Flat Tax era stata ipotizzata dal ‘grande amico del popolo’ Alan Friedman, ispiratore delle politiche popolari di Reagan e della Thatcher. Tassa che assicura risparmi di cento o mille euro alle classi medio-basse e qualche centinaia di migliaia o un milione di euro a quelle alte. E poi ci si attende che i beneficiari di cotanta generosità statale ricambino ricoprendo lo stivale italico di aziende e che assumano fino alla piena occupazione. Più o meno quello che non è successo quando siamo passati dalle 32 aliquote alle 5 di adesso che hanno visto l’aliquota più alta passare dal 72 al 43 percento.
Ma Salvini continua ad andare bene perché anche il Pd era ed è di destra, anche il Pd è neoliberista e predica l’accumulo prima della ridistribuzione e dell’investimento, gli equilibri di bilancio e le regole eterne del rifiuto del deficit. È storia odierna che i voti della Lega si sono incontrati con quelli del Pd e persino con quelli della Bonino. Tutti d’accordo contro i no del Movimento 5 Stelle. Quelli che forse vorrebbero cominciare a distribuire quanto già c’è.
In assenza di una sinistra abbastanza forte in questo mondo confuso sono gli unici a fare cose di sinistra con il reddito di cittadinanza, il salario minimo e il decreto dignità. Quindi distribuire e investire prima perché le persone possano spendere per rimettere in circolo l’economia e permettere allo Stato, oltretutto, di operare in fase anticiclica. L’unico dubbio che mi sfiora è che magari non sanno cosa stanno facendo e non so se questo possa assolverli dal governare seriamente.

Miele e artigli, i due volti della Lega

Matteo Salvini è nervoso e nega tutto. L’uomo che fa i comizi con il rosario in mano giura che non sa niente di ciò che fa il suo fedelissimo Savoini, anche se negli incontri importanti è sempre al suo fianco. Ora attendiamo gli sviluppi dell’inchiesta della procura di Milano. Ah, che problema questi giudici ficcanaso! Aveva ragione Berlusconi a dire che chi fa il magistrato è matto. Hanno ragione Orban e Putin a gettare nel pattume il liberalismo e la divisione dei poteri. Così immaginiamo che farnetichi il ‘comandante’. Però, forse, siamo all’inizio di qualcosa di nuovo. Le battute sarcastiche di Salvini non fanno più ridere. Ormai è chiaro che la questione dei finanziamenti occulti è il lato buio della Lega. Prima lo scandalo dei 49 milioni di euro rubati ai cittadini, ora l’inchiesta sull’ipotesi ‘moscopoli’.
E nei territori dove governa la Lega cosa succede? Qui a Ferrara il sindaco Fabbri procede come se provenisse da Marte. Il suo stile è sereno e rispettoso. Ascolta e si incontra con tutti. Sembra non c’entri nulla con la Lega del suo capo, proprio ieri di nuovo a Ferrara. Ma nella Lega ferrarese non la pensano tutti come lui. Per esempio il neo-consigliere comunale leghista Alcide Mosso va a testa bassa contro il vescovo Perego perché difende chi salva gli immigrati in mare. E usa un linguaggio violento e offensivo che già ha procurato una querela al suo capo da parte di Carola Rackete. E della nuova ministra della Famiglia, Alessandra Locatelli, cosa ne pensa il sindaco che ha ricevuto le dirigenti di Arcigay e Arcilesbica? Immagino che Fabbri non ignori il curriculum indecente della nuova titolare del ministero della Famiglia che, non a caso, ha dedicato la sua prima dichiarazione all’esaltazione del convegno internazionale di Verona, divenuto famoso per la criminalizzazione di ogni diversità e differenza.
Un altro atto pubblico mi ha positivamente colpito: il sindaco ha ricevuto Ndileka Mandela, nipote di Nelson Mandela e ha parlato di libertà per tutti e rispetto per ogni vita umana. Importante è stata la presenza della nuova assessora alla Pubblica Istruzione Dorota Kusiak all’inaugurazione della scuola primaria di Francolino intitolata a Nelson Mandela. Carissimi Sindaco e Assessora, cosa c’entra la vita di Nelson Mandela con le imprese razziste della neo-ministra Locatelli? La vostra compagna di partito è diventata famosa per la guerra feroce a poveri e migranti fatta a Como come vicesindaca. Ha fatto togliere le panchine da piazza San Rocco, ritrovo per stranieri, e le ha fatte disinfestare. Ha spedito le idropulitrici sotto i portici di San Francesco a sparare getti d’acqua contro i senza tetto. E ha avvertito i concittadini: “Non date un euro ai mendicanti!”, perché è convinta che l’indecenza non sia la povertà, ma i poveri.
Non ho mai tifato per ‘il tanto peggio, tanto meglio’, per cui preferisco (per ora) la versione leghista ferrarese a quella nazionale del prepotente Salvini e della ministra razzista della Famiglia. Ma una domanda sorge spontanea: fino a quando reggerà questa doppiezza che tiene insieme Mandela, che ha dedicato una vita agli ultimi e contro il razzismo, e Calderoli condannato per razzismo? Vedremo.
Questa clamorosa contraddizione dovrebbe essere l’opposizione democratica a denunciarla ogni giorno. Ma, per ora, è ancora sotto choc per la batosta subita il 9 giugno. Ovviamente, prima si sveglia e meglio è!

Politica e biologia: la logica del clan

Con questo ‘provocatorio’ intervento il nostro Jonatas Di Sabato si cimenta nell’analisi politica scardinando le ortodosse logiche interpretative. Confidiamo che lo stimolo induca altri a prendere parola e intervenire nel merito del dibattito relativo alle strategie comunicative che caratterizzano il panorama politico attuale

 

Nelle ultime settimane la scena mediatica è stata dominata dalle analisi post elettorali. La sconfitta della sinistra, a tutti i livelli, ha acceso una forte discussione che, nella maggior parte dei casi, porta però sempre verso risposte in qualche misura genericamente rassicuranti, del tipo “bisogna cambiare”. Ma cambiare come? La politica è molto simile a un sistema ecologico, con le sue nicchie occupate dalle varie ‘specie’ che possiamo chiamare partiti. Proprio come un organismo, un partito politico subisce evoluzioni, anche se, in questo campo, sembra che più che Darwin sia Lamarck ad avere la meglio: un partito viene modellato rispondendo agli stimoli che provengono dall’esterno, dal proprio elettorato. Anche la sinistra ha provato a farlo. Basti pensare a come, durante gli anni Settanta, parlare di droga o divorzio fosse considerato un tema ‘borghese’, e infatti le battaglie su quei temi furono portate avanti non dal Pci, ma dal Partito Radicale. Oggi, lo vediamo, la sinistra si è assunta quasi la paternità o comunque la tutela di queste conquiste. Il problema di questi cambiamenti, però, sta nel fatto che, dopo la rivoluzione di internet, la risposta deve essere sempre più immediata. E questo favorisce, per sua natura, chi ha nel proprio ‘dna’ politico delle risposte strutturate ed efficaci. In questo la destra non ha rivali, per un motivo fondamentale: è naturale. Spiegare cosa voglia dire è molto semplice: la destra, e non mi riferisco a quella liberale, risponde a una logica ‘naturale’, quasi biologica, quella del branco: difende ciò che è vicino, simile, familiare. E la sinistra? Oramai è chiaro che l’arrancare dei partiti progressisti non può trovare una giustificazione solamente nel candidato sbagliato o nella gestione dei migranti fatta male. La risposta, questa volta, non può darla neppure l’economia o la politologia. No. Credo a ragion veduta che l’unica spiegazione si possa trovare nella ‘biologia politica‘.

  • Le estinzioni di massa

Quello delle estinzioni è un capitolo ciclico che vede il ripetersi con un ritmo più o meno regolare di scomparse traumatiche di specie viventi. Questo fatto così catastrofico, in realtà, porta con sé un fattore positivo: nuove nicchie ecologiche, accelerazione dei processi evolutivi. Ma cosa c’entra tutto questo con la politica? Ciclicamente anche in politica ci sono delle trasformazioni, delle estinzioni traumatiche. Un esempio potrebbe essere la scomparsa dei partiti d’elité agli inizi del Novecento per dare campo ai partiti di massa. E ora proprio i partiti che hanno fatto la storia del Novecento si trovano in un “collo di bottiglia evolutivo”. In pratica, qualsiasi cosa si tenti di fare, il loro destino è evoluzionisticamente segnato: devono estinguersi perché non hanno saputo adattarsi ai cambiamenti del loro ambiente e Darwin è stato molto chiaro: in natura, come in politica, non vince il più forte, ma chi si adatta meglio. E la sinistra non può adattarsi in un periodo di crisi perché, nel suo Dna, non ha i geni per farlo.

  • Forze centrifughe, forze centripete ed entropia

Per spiegare questa differenza, prenderò per buona l’esistenza in natura della forza centrifuga, anche se, in realtà, non lo è. Ogni forma di aggregazione umana ha al suo interno delle forze che tendono alla disgregazione. Qualunque sia la vostra opinione politica, non si può sfuggire alle leggi della chimica e della fisica. Prendendo come esempio una nazione, all’interno di questo insieme ci sono delle forze che mirano a separare, ad atomizzare, frammentare le componenti interne. Ci vuole molta più forza e quindi energia a far restare uniti invece che distruggere e creare un ambiente caotico. Banale termodinamica. Le forze che disgregano, all’interno degli agglomerati umani, sono essenzialmente due: l’individualità o, meglio nella sua accezione degradante, l’egoismo e la violenza intrinseca. Su quest’ultimo punto tornerò più avanti. Sta di fatto che, quindi, per mantenere un ordine delle cose, un’unione all’interno del sistema nazione, le energie da spendere sono direttamente proporzionate alla sua grandezza. Con energia, naturalmente, in questo contesto, intendo risorse economiche. Quindi, se prendiamo ad esempio un sistema chiuso, l’Italia, ci sono delle forze centrifughe che tendono alla disgregazione: campanilismi, individualismi, scissionisti, indipendentisti, localismi ecc. Per far sì che queste forze non trionfino ci vuole un’immissione di forze contrarie, forze che tendano verso l’unità della nazione e, sia chiaro, non parlo di nazionalismi, ma bensì di costrutti che vadano contro le elencate forze. La sola forza finanziaria non basta, perché eliminerebbe solo il primo fattore e cioè l’egoismo, per creare una vera unità deve essere proiettata verso l’esterno la forza più distruttiva del sistema umano e ovvero la violenza intra-clan. Ma come farlo?

  • Nemici immaginari e nemici reali

Una delle più grandi sfide è proprio quella del saper gestire ogni forma di forza distruttrice interna al gruppo e proiettarla verso l’esterno. Qualsiasi tipo di società, da quelle di stampo egualitario ‘primitivo’ fino alle società complesse, deve affrontare questa problematica. Chi governa, quindi, ha dalla sua due possibilità: avere un nemico o creare un nemico. Nei secoli si sono avuti entrambi gli esempi, ma per restare agli ultimi decenni trascorsi si potrebbe pensare alla seconda guerra mondiale. Un nemico reale, il nazi-fascismo, fa unire gruppi altrimenti lontani da ogni logica alleanza: ed ecco i cattolici con i comunisti, liberali con anarchici. Nonostante alcune problematiche, il riuscire ad incanalare la violenza verso un nemico esterno fa in modo che quella interna al gruppo sia limitata e gestibile. In fin dei conti anche la scelta biologica della sessualità secondaria da parte del genere sapiens ha avuto come fine anche quello di limitare questo genere di problematica. Rapportato in politica chi è avvantaggiato, in questo momento storico, è sicuramente chi propone un nemico, anche artefatto, ma assolutamente percepibile. In questo caso le forze sovraniste hanno fatto un lavoro eccellente. Un esempio è la Lega di Salvini. Quest’ultimo, incanalando verso forze esterne le problematiche italiane, ha riversato tutta la rabbia verso di loro. Così da nord saremmo, nella sua logica, attaccati dai burocrati di Bruxelles, e da sud dall’invasione dei migranti africani. Ma ha fatto un passo in più. Issandosi come cavalleresco paladino della difesa dei valori tradizionali cattolici, combatte anche il nemico interno di una islamizzazione a suo dire sempre più evidente e di una degenerazione dei costumi. Tralasciando se le sue affermazioni siano vere o false, il nocciolo della questione e l’aver saputo creare più nemici e incanalare verso di loro la violenza. È stato talmente abile da aver trasformato un partito di stampo territoriale e federalista, in un partito nazionalista unionista.

  • La crisi perfetta

Durante una crisi le visioni della società si polarizzano e si estremizzano. Vince chi fornisce la risposta migliore, immediata e in grado di creare consenso. Ecco perché, a parer mio, la sinistra fatica a riformarsi e rischia di estinguersi: il motivo risiede proprio nel non riuscire a dare risposte ‘naturali’. Uno dei capisaldi della sinistra fu enunciato da Pietro Nenni: “L’essere socialista vuol dire portare avanti chi è nato indietro”. In pratica aiutare i deboli, creare uguaglianza sociale. La sinistra italiana, poi, mostra l’incapacità di generare un tema forte e unificante attorno al quale aggregare le proprie schiere. Ha provato segnalando il rischio della reviviscenza del fascismo, ma ha fallito, perché, dopo anni di abbandono di una certa nicchia sociale, si è trovata respinta dalle periferie e da parte della classe lavoratrice, che paga il più alto costo della crisi del 2008, ed ha estremizzato il proprio voto verso chi ha dato risposte semplici e perciò ‘rassicuranti’: io sono come te, tu sei come me, sono gli ‘altri’ che ci stanno facendo del male. Sia chiaro che qui non si parla di giusto o sbagliato, ma di ciò che è accaduto e sta ancora accadendo. Altro problema della sinistra, come detto, è l’incapacità di dare risposte in tempi stretti. Questo deriva dal fatto che gli obiettivi della sinistra impongono un lavoro di lunga lena per dissodare l’inaridito terreno sociale. La destra, invece, non deve investire, ma attaccare. Non a caso per stare al potere ha bisogno di generare un clima da campagna elettorale perenne e uno stato di crisi perpetua. Se non ci fosse una crisi, la popolazione andrebbe naturalmente verso posizioni politiche moderate, vincenti in periodi di crescita, come fu per la Dc fino agli anni Ottanta. Ma il problema più grande ancora non si è manifestato: la crisi economica ‘perfetta’ ancora non è arrivata. Quella del 2008 è stata la peggiore crisi che si ricordi dal 1929 eppure, affermano molti esperti, questa potrebbe essere nulla in confronto a quella che potrebbe investirci nel 2020. I motivi sono vari. In primis la crescita esponenziale degli Usa, prima o poi finirà. Quando questo accadrà, andrà ad unirsi alle guerre commerciali messe in atto da Trump, via via sempre più aspre, con Cina, Canada e Messico. Ciliegina sulla torta sarà un conflitto armato. Scongiurata l’ipotesi nordcoreana, i riflettori si sono spostati subito su un altro Paese, il più probabile a questo punto: l’Iran. Solo nelle ultime settimane l’escalation è arrivata a livelli altissimi e un conflitto armato non è più solo un’ipotesi. Quando l’economia statunitense andrà giù, a seguire ci sarà anche quella europea. Quando ciò accadrà, però, al contrario del 2008, non ci saranno governi solidi e strumenti politici adeguati a prevenire una caduta libera. Chi dovrà affrontare la prossima recessione avrà le mani legate, con livelli di debito di molto superiori a quelli attuali. Quando ciò si verificherà, la risposta elettorale sarà ancora più estrema. In questo scenario l’attuale sinistra rischia di essere letteralmente spazzata via, se non riuscirà rapidamente a interpretare i tempi che cambiano e adeguare ad essi la propria azione.

A questo punto bisogna chiedersi: cosa fare? La risposta è dura ma semplice: prima di tutto accettare che la sinistra con stampo novecentesco è entrata in un collo di bottiglia evolutivo. In poche parole è destinata all’estinzione. Meglio correre ai ripari e ripensare un nuovo modello di forma-relazione improntato, appunto, su un’innovativa modalità di risposta alle istanze del nuovo millennio, con parole nuove e, soprattutto, strutturando anche una nuova capacità di movimentazione ideologica. Se ciò non dovesse accadere, quello che ne seguirà è abbastanza evidente: la fragilità dell’economia mondiale sta estremizzando le risposte dei cittadini, da Salvini, a Le Pen, passando per Bolsonaro o Trump. La prossima crisi, forse già alle porte, troverà un panorama politico e sociale già estremizzato. Quello che ne deriverà potrà portare solo alla caduta delle istituzioni più fragili in questo momento, prima tra tutte proprio l’Unione Europea. Tutto ciò che accadrà dopo resta imprevedibile, ma di certo non si profila uno scenario capace di alimentare positivi pensieri.

La politica popolare e le camicie sudate

Che cos’è la politica che oggi governa l’Italia e che cos’è la politica che oggi si oppone a chi governa l’Italia? Come si potrebbe rappresentare e a che cosa ci potrebbe portare? Domande a cui dovremmo cominciare a dare delle risposte, visto che il futuro è nostro e realisticamente è già iniziato. Potrebbe essere il momento di fermarsi a riflettere seriamente, piuttosto che lasciarci trasportare dalla corrente e dai sondaggi che danno continuamente in crescita uno dei partiti di maggioranza, la Lega.
E più i sondaggi sono favorevoli alla Lega, più Salvini si trasforma in padre della Patria. La stessa Patria che fino a poco tempo fa, quando la Lega era Nord, non sembrava andare più in là del Po, mentre adesso difende i confini siciliani dall’invasione africana.
“Se mio figlio ha fame non posso negargli il pane”, così parla il Capitano che però studia da comandante supremo. E un comandante, si sa, non lascia indietro nessuno.

Salvini il rivoluzionario, vuole abbattere gli schemi, fa di tutto per mostrarsi uno del popolo e come il popolo agisce. Usa i social sempre e la cravatta solo in caso di necessità. Cavalca i temi della gente e non si nega mai un bagno di folla. Coinvolge e urla. E si tira tutto il Paese dietro le sue camicie sudate e, grazie al suo eterno show, la Lega vince anche nelle città del Sud.
Perché la Lega oggi è il popolo, come poco tempo fa lo è stato il Movimento 5 Stelle. E questo perché in politica, come nel trading, ci sono due modi di giocare. Seguire il trend oppure andare contro il trend. Salvini sta seguendo il trend, la pancia dell’elettorato stufo delle cattiverie sociali del Pd e delle vuote parole della Sinistra in generale. Il M5S, invece, vuole rimanere fedele alle origini che non sono più il trend giusto. I no che dovevano aiutare a crescere – per dirla alla Paragone – e che avevano caratterizzato la sua ascesa non sono stati riempiti di contenuti e non pagheranno nel lungo periodo proprio perché oramai la gente è stufa e vuole empatia immediata.
Basti guardare alle vicende delle Olimpiadi 2026, che seguono di poco gli eventi del Tav, un successo per il trend rialzista di Salvini e un’ulteriore battuta d’arresto per i M5S. Basta inseguire sogni a lunga scadenza, le persone hanno aspettato il cambiamento per troppo tempo e ora vogliono dei risultati. Lavoro, sicurezza e pochi discorsi. Cose semplici insomma.
I vuoti dei no andavano riempiti al momento giusto, dedicarsi adesso alla riflessione sarebbe chiedere troppo e, obiettivamente, appare un compito impossibile per un partito senza storia e senza scuola. Compito che dovrebbe spettare alla Sinistra del resto, che ha sia l’una che l’altra. Ma non può perché è orientata anch’essa ai grandi eventi, ai grandi appalti e quindi al capitale. Dimenticando che sarebbe tanto più utile dare a tutti i cittadini la possibilità di andare in palestra e praticare qualsiasi sport magari in forma gratuita. Tanti piccoli passi certo, ma per tutti, meglio di grandi e veloci salti che alla fine premiano solo qualche politico e i grandi imprenditori. Certo, temporaneamente anche lavoratori impiegati negli appalti e a negozianti impegnati a vendere qualche souvenir. I danni delle grandi opere e dei grandi eventi, invece, sono sempre stati ben distribuiti tra i contribuenti.

Il Movimento 5 Stelle non può sostituirsi alla Sinistra, è confuso politicamente e non ha un suo posto chiaro, per i grillini le ‘cose’ di destra o di sinistra sono pensieri vecchi mentre le ‘cose fatte bene’ sono buone per tutti. Come dire che non esistono più i conflitti sociali e che la politica a favore di Jeff Bezos è anche a favore di Mario Rossi, operaio siderurgico all’Ilva. Nel mondo reale sei costretto a dichiarare per chi stai lavorando, oppure urli, cavalchi l’onda e menti. Ma prima o poi ti scoprono.
E la Sinistra, quella che avrebbe gli strumenti, continua nella sua arroganza a inseguire l’altra parte della pancia degli elettori e quando il Capitano urla da una parte, lei va a dormire sulla Sea Watch per poter essere identificata dalla parte ostile alla Lega, ma la maggioranza non apprezza, anzi si distacca da loro sempre di più. Più si camuffa da migrante, da buonista o da lgbt e più viene emarginata.
Non siamo noi che “non abbiamo capito” le ragioni del Pd di Calenda o del qualcosa di Fratoianni. Noi abbiamo capito e sappiamo che dietro l’ossessione della tenuta dei bilanci, del debito pubblico e del rigore c’è il mostro neoliberista disegnato nei trattati europei. E Salvini ha capito che molti hanno cominciato a intuirlo e cavalca l’onda creando empatia con il suo fare antieuropeo da cui il Movimento si è tirato fuori. Ma, purtroppo per noi, il neoliberismo non si combatte da dentro, proprio come l’Europa che genera tassi di disoccupazione ‘strutturale’ troppo alti per qualsiasi paese normale al mondo.

Il neoliberismo e l’Europa delle élite e della finanza si combattono senza tentennamenti e con chiarezza, con la filosofia e il dialogo. Perché le persone devono comprendere il reale motivo per cui perdono il lavoro oppure non lo trovano, per cui le banche falliscono e le aziende chiudono. Quindi c’è bisogno di spiegare bene i fattori in campo, il che include anche gli esponenti politici e la loro posizione nel mondo reale, tralasciando l’incapacità di gestire quaranta migranti. Bisogna, insomma, uscire dalla propaganda che oggi guida il mondo politico.
Ma chi ci aiuterà a districarci tra le urla del Capitano, il naufragar dolce del Movimento e l’abbaglio neoliberista della sinistra moderna?

Che politica ci sta governando e che politica si sta opponendo a chi ci governa? Nessuna a mia avviso. Stiamo seguendo l’istinto, la ricerca dell’aggiudicazione del piatto, dell’elezione perfetta che azzererà tutto il dissenso, già molto basso, futile e perso nell’attenzione alla nave, mentre i porti d’approdo stanno bruciando. Ma siccome il momento buono per prendere il piatto potrebbe passare velocemente, allora i toni si alzeranno sempre di più fino a quando Conte e Di Maio dovranno scegliere se passare ai sì in ogni caso, e lasciare di fatto il Paese nelle mani del Capitano, oppure lasciare che le urne ne sanciscano la vittoria elettorale. Insomma, c’è solo la vittoria nel futuro prossimo della Lega.

A meno di sorprese dell’ultimo minuto, ovviamente.

OSSERVATORIO POLITICO
Sinistra: intransigente nei principi, innovativa nei metodi, radicale nelle proposte

Tony Judt nel suo appassionato libro diventato il suo testamento, “Guasto è il mondo” (Laterza), scrive: “Per convincere gli altri che qualcosa è giusto o sbagliato ci serve un linguaggio dei fini, non un linguaggio dei mezzi”. E’ un invito alla sinistra del nostro tempo a riattivare l’immaginazione politica e morale ferma da troppo tempo. In Italia questa impresa è inimmaginabile senza un nuovo Pd.
Scrive Robert Musil ne “L’uomo senza qualità” (Mondadori): “Chi voglia varcare senza inconvenienti una porta aperta deve tener presente il fatto che gli stipiti sono duri (…) Ma se il senso della realtà esiste, e nessuno può mettere in dubbio che la sua esistenza sia giustificata, allora ci dev’essere anche qualcosa che chiameremo senso della possibilità”. Le destre stanno vincendo perché il loro estremismo demagogico ha dilagato nella totale assenza di un’alternativa possibile e radicale. E’ un invito a diventare estremisti? No, è fare nostra la definizione di Karl Marx: “Essere radicale, vuol dire prendere le cose alla radice; ma la radice per l’uomo, è l’uomo stesso”. Vasto programma, non c’è dubbio. Ma questo è l’orizzonte ideale in cui dobbiamo attestarci. Primo passaggio è uscire da uno stato di ipnosi ideologica in cui la sinistra italiana ed europea è caduta nel finire asservita alla dittatura del presente. Nei decenni, a cominciare dagli anni Ottanta del secolo scorso, è risultata vincente nel comune sentire la massima della grande conservatrice Margaret Thatcher: “There is no Alternative”. Il dogma dell’assenza di alternative ha dato il via alla crescita degli imprenditori della paura, della sfiducia e ai teorici della necessità inevitabile. E così sono morte la speranza e un’idea nuova di futuro. Quando le menti sono state ben lavorate dalla certezza della fine di ogni utopia possibile si sono fatti avanti una schiera di demagoghi alla testa di movimenti pericolosi per la tenuta delle democrazie del nostro tempo. Questa è la situazione, in estrema sintesi, che spiega l’egemonia culturale di una destra estremista. E, come scrive Massimo Cacciari, l’estremismo dei Salvini rappresenta l’inevitabile prodotto dell’assenza di un riformismo radicale.
Se dovessi indicare il campo in cui lavorare per ricostruire una sinistra liberaldemocratica radicale lo rappresenterei con una immagine che riattivi un rapporto fecondo tra storia, presente e futuro. Al suo meglio, la sinistra è nata nello spazio di tensione e di contraddizione fra l’affermazione dell’uguale cittadinanza e le disuguaglianze reali. Oggi, in un quadro mondiale nuovissimo e complesso, il tema resta il medesimo che si trovarono di fronte i pionieri del socialismo umanistico e libertario: la realtà di feroci e profonde disuguaglianze sociali che rende nullo il valore universale della pari dignità di ogni persona. In fondo stiamo parlando dei primi due commi dell’articolo 3 della nostra lungimirante Costituzione: tutti i cittadini hanno pari dignità sociale. E’ compito delle Istituzioni e della politica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono nei fatti la concretizzazione del primo comma. Concordo con chi ha scritto e detto che questi punti dovrebbero funzionare come stella polare per l’agenda politica della sinistra. Per questa impresa grandiosa il Pd è necessario, ma non sufficiente. Ecco perché è urgente che si rimetta in movimento tutto ciò che nella società civile (associazioni, liste civiche, sindacati, cultura, persone singole) è interessato a costruire una figura nuova di sinistra plurale: intransigente e radicale sui principi fondamentali, aperta e innovativa nei metodi e nelle proposte sociali, intelligente e flessibile nella costruzione delle alleanze necessarie. La missione morale e culturale di una nuova sinistra è incarnare un’idea complessa, colta ed efficace di politica che leghi in un nodo stretto progetto, programma, organizzazione, comunicazione, analisi differenziata, mediazione. Un nuovo volontariato politico a sinistra ci sarà se sarà persuaso di servire una buona causa per cui valga la pena impegnarsi. Per ora mi fermo a questi brevi cenni generali e di cornice. Nei prossimi interventi ci sarà occasione per entrare nel merito sul che fare. Lo scopo di queste note è stimolare una discussione che si proponga di dare gambe e testa ad un nuovo operare politico. I lutti delle disfatte si elaborano con nuove idee e nuove passioni. La coazione a ripetere il negativo – di risse, divisioni e personalismi – si vince guardando avanti.

I bisogni e i desideri della gente comune

da Roberto Paltrinieri

Le considerazioni sviluppate nell’articolo ‘La stella cadente’ pubblicato su FerraraItalia lo scorso 22 maggio danno l’occasione e la possibilità di sviluppare riflessioni attorno al particolare momento di vita civile e politica che stiamo vivendo, per cercare di aiutarci reciprocamente a comprendere sempre meglio a che punto siamo del cammino.
Comincio col porre una premessa, secondo il mio parere essenziale all’analisi successiva: il vero soggetto politico che muove gli attuali equilibri non è Salvini o la nuova Destra ma è la gente comune, tutte quelle persone cioè che, nell’attuale contesto sociale, non sentono di far parte di alcun movimento, partito, sindacato e che per decenni non hanno trovato un interlocutore disposto ad ascoltare il proprio disagio, paura, timore rispetto al presente e soprattutto al futuro. La desertificazione culturale e la minimizzazione dell’istanza morale portata dall’era berlusconiana unita all’allontanamento progressivo, fino all’abbandono al loro destino, di intere fasce sociali da parte della Sinistra, hanno prodotto l’incapacità delle persone di poter dar seguito ai propri desideri, ai propri progetti di vita, fino al punto in cui oggi viene sentita minacciata la soddisfazione dei bisogni fondamentali.
La precarizzazione della vita lavorativa, l’incertezza dei rapporti relazionali a ogni livello,da quelli tra Stati fino ad arrivare a quelli familiari e identitari, non può procedere così all’infinito senza provocare lo sviluppo di un malessere che vediamo oggi sorgere già nei giovanissimi in una sorta di ansia crescente nell’affrontare i problemi legati all’esistenza quotidiana.

Non siamo solamente in mezzo ad una crisi… semplicemente sta cambiando il mondo!
Si stanno modificando i linguaggi utilizzati da sempre e le forme dello stare insieme tra le persone, comprese quelle della politica. Al posto della centralità delle istituzioni tradizionali della società, scuola e famiglia in primis, c’è il centro vuoto del virtuale.
In tale sconvolgimento dove si colloca la classe dirigente dei partiti, gruppi, delle associazioni rappresentative del pensiero cosiddetto ‘progressista’ rispetto al sentire della gente comune?
Lo schema interpretativo con cui è stata letta la precarietà della situazione attuale può essere metaforicamente paragonato a una tabella a due colonne: nella prima vengono posizionati i problemi più urgenti (il lavoro, i migranti, l’Europa), nell’altra una correlativa serie di valori di ‘sinistra’ il cui costante perseguimento porterebbe specularmente alla soluzione dei problemi stessi.
Ed ecco che politiche di solidarietà sono invocate per il superamento delle emergenze legate ai flussi migratori; misure di uguaglianza per diminuire la polarizzazione sociale; il richiamo alla responsabilità per colmare il vuoto esistente tra rappresentanti e rappresentati. Che è come dire: “noi sappiamo sempre che cosa fare, dagli altri solo demagogia!”

Il problema oggi però non riguarda il che cosa, ma il come.
In altre parole si tratterebbe di analizzare come sono state attuate nel recente passato, sotto il segno di governi amici, le politiche di solidarietà, di eguaglianza di opportunità, di responsabilizzazione e di come sarebbe possibile oggi praticarle in un contesto avverso.
Cosa ha visto di tutto ciò la gente comune in questi ultimi anni?
Ha visto la solidarietà interpretata come uno stare vicino ai lontani e uno stare lontano dai vicini.
Ha visto politiche per l’uguaglianza delle condizioni socio-economiche ottenute chiedendo continuamente sacrifici al ceto medio, di coloro cioè su cui pesa la sostenibilità fiscale del nostro paese, nella più totale impunità e intangibilità dei grandi interessi di banche e potentati vari.
E tutto questo all’interno della difesa a oltranza di vecchi privilegi, di diritti acquisiti, di rendite di posizione per una classe dirigente di sinistra mai veramente rinnovata nonostante i cambiamenti di leadership.
Così, proprio all’interno dell’animo delle persone che da sempre si riconoscono unite dalla stessa appartenenza ideale, oltre che dallo stesso impegno civile, sono cominciati a nascere sentimenti contraddittori, nella misura in cui il disagio crescente ha portato ad accettare nei fatti equazioni sommarie del tipo ‘migrante uguale delinquente’, o slogan del tipo “prima gli italiani”.
E se poi da governi lontani anni luce dalla storia della sinistra arrivano paradossalmente benefici che i leader dei governi amici hanno sistematicamente sacrificato sull’altare della salute dei conti pubblici, ecco che anche dalla fila dell’elettorato progressista vediamo oggi allungare sempre più mani aperte per almeno usufruire di quei benefici ora concessi, mentre il viso si volge dall’altra parte per non vedere da che parte provengono coloro che hanno fatto questo regalo!

In politica l’ala progressista non rappresenta più il nuovo da molti anni e il miracolo lo hanno fatto gli altri: la gente comune è andata in Parlamento! In mezzo a loro non c’è nessun potente, nessun corrotto, nessun inquisito! Anzi rinunciano anche alla loro indennità di parlamentare, mentre casomai sui nostri cellulari arrivano immagini di quel politico della nostra parte che ha accumulato due o tre pensioni o che ha un reddito per la maggior parte di noi inarrivabile.
Troppo facile invocare il populismo anche se le cose ovviamente non stanno proprio in questo modo, ma è così che viene generalmente percepito e, cosa ancor più grave, sembra che nessunofaccia nulla: nessun segnale di vera rottura con il passato e di novità verso il futuro, per far diminuire tale percezione.
Penso che anche a livello locale chi si candida a governare una città, non possa fare a meno di prendere molto sul serio quello che la gente comune sente. Riprodurre un aggiornamento del solito schema a due colonne – di qua i problemi, di là le nostre soluzioni – per quanto alta sia la loro ispirazione etica, porterebbe ancora una volta a non essere capiti. Non basta più il credere di stare dalla parte giusta, continuare ad avere la stessa fede politica o religiosa che sia, nel cambiamento. La strada da percorrere, a mio modesto avviso, è suggerita da una frase del giudice ragazzino Rosario Livatino: “L’essere credenti appartiene ad un grande mistero e che sappiamo tutti essere un dono; quello che ci è chiesto oggi è di essere credibili!

E torniamo cosi ancora al come.
Una politica coraggiosa che parta dalla realtà, senza approcci ideologici, ma senza anche l’appiattirsi su di essa, dando le risposte che si riesce a costruire insieme a tutti, concrete e condivise il più possibile. Dove prima di chiedere sacrifici, li si fa in prima persona rinunciando a diarie, privilegi, immunità e benedizioni varie.
E’ questo ‘come’ che Salvini ha interpretato e tradotto in un linguaggio compreso da tutti come vicinanza.
Questo è il significato dell’oramai famoso rosario agitato a scopi elettoralistici e che ha lo stesso significato della studiata presenza del ministro sui social: “Sono uno di voi, ho i vostri stessi bisogni, datemi il vostro voto e realizzerò i vostri desideri”.
Tutto si basa sulla realizzazione concreta di quello che si è promesso, o almeno sulla sua rappresentazione e percezione visiva sui media.
Come del resto poi aveva già fatto Berlusconi, Salvini vuole agire su un piano diverso, si rappresenta come un politico diverso. A Salvini non interessa nulla della profondità dell’appello dei missionari Comboniani, degli articoli di Civiltà Cattolica; nulla dell’indignazione di alcuni rappresentanti delle organizzazioni del volontariato solidale, né di quella di autorevoli esponenti di associazioni culturali; nulla della perplessità e preoccupazione dei principali rappresentanti delle istituzioni europee.
Il prezzo che stiamo pagando per tale impostazione è altissimo perché paradossalmente, come disse Humberto Maturana, non i giovani ma gli adulti sono il futuro. Nel senso che il futuro dei giovani dipende dalla responsabilità degli adulti. E se oggi il mondo che stanno preparando gli adulti è quello rappresentato dalla narrazione salviniana quale significato avranno domani parole come solidarietà, accoglienza, responsabilità?
Quale tipo di humanitas vogliamo lasciare in eredità?
Ricordando gli affreschi del ‘Buon Governo’ di Ambrogio Lorenzetti al Palazzo Pubblico di Siena, penso che la risposta a questa domanda ognuno di noi possa e debba trovarla nella decisione di legarsi spontaneamente a tutti gli altri per procedere così quanto mai lontano dalla tentazione sempre presente del potere, e lungo la via, pur difficoltosa e a volte controversa, che porta al bene comune.

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