Tag: san francesco d’assisi

pioppi

PRESTO DI MATTINA
Illuminare è più che risplendere

«Illuminare è più che risplendere soltanto», affermava Tommaso d’Aquino [Qui] chiamato “Doctor angelicus – dove l’aggettivo indica la qualità della persona – per la limpidezza e mitezza della sua vita. Il suo maestro Alberto Magno [Qui], leggendo alcuni suoi testi disse profeticamente: “Noi lo chiamiamo bue muto, ma egli con la sua dottrina emetterà un muggito che risuonerà in tutto il mondo”.

Di Dio parlava con tenerezza filiale, e dal modo con cui parlava del Cristo Verbo incarnato scaturiva una forza che dava coraggio e rincuorava la fede dei suoi studenti; e chi ne ascoltava i sermoni percepiva la presenza rinnovatrice dello Spirito Santo.

Solo di recente fu chiamato anche Doctor communis, non solo per la vastità della sua opera, ma per l’ampiezza della sua ricerca filosofica, antropologica, culturale aperta all’alterità, in ascolto dei cambiamenti e della cultura del suo tempo, dalla quale seppe cogliere il meglio con vera onesta intellettuale, tanto da studiare non solo il pensiero e le opere di Aristotele, ma persino quello dei suoi commentatori arabi.

L’attributo communis allude altresì alla capacità inclusiva di Tommaso, in grado di tenere insieme differenti prospettive con un metodo di analisi e successive sintesi di carattere dialettico, questionante e rispondente. Le quaestiones disputatae erano quegli esercizi che i docenti davano agli studenti per formarli a un metodo e per verificare la loro preparazione su problemi teologici o sul diritto. Non meraviglia dunque che egli sia ricordato anche nei documenti sulla formazione ed educazione dell’ultimo dal Concilio (Presbyterorum ordinis, 16; Gravissimum educationis,10).

Anche Tommaso si incamminò nel nuovo corso riformatore della Chiesa inaugurato da Francesco e da Domenico di Guzmán [Qui]. E facendosi frate di quest’ultimo scelse, nonostante la contrarietà dei familiari, di far parte in uno dei rami in cui si diversificò il movimento dei mendicanti sorti tra il XII ed il XIII secolo: i Domenicani, che comportava la rinuncia ai beni, il voto di povertà per gli individui e per i conventi e il mendicare.

La svolta innovativa degli ordini mendicanti [Qui] fu proprio quella di fare della contemplazione la sorgente e il nutrimento della predicazione evangelica, l’anima dell’azione evangelizzatrice e pastorale. Un esserci tra la gente, tra le comunità cristiane, nella società, tra i poveri, ma anche nelle univesitas studiorum, come fu poi per Tommaso a Parigi.

L’umanità delle persone e i loro vissuti, le loro storie sono così luoghi e fonti di rivelazione, di contemplazione; avviano processi di trasformazione per il pensiero e l’azione. “Loci theologici” li chiamarono nel Cinquecento (Melchior Cano [Qui]): luoghi in cui essere incrociati dalla presenza del Dio nascosto, per trovarsi faccia a faccia con l’Altro e gli altri, per ascoltare, sentire, pensare, agire.

Lì l’umanissimo Evangelo di Gesù «Astro incarnato nell’umane tenebre» (G. Ungaretti) sta dentro ogni vicenda e ogni umano patire e gioire. Vangelo antico e sempre nuovo e, aggiungerebbe Papa Giovanni, vi sta al modo di una fontana di villaggio: luogo sorgivo di gratuità e di contemplazione per tutti e che fa incontrare tutti pur nella diversità delle loro provenienze e pensieri: cercatori e assetati di senso: «Gesù levatosi in piedi esclamò ad alta voce: “Chi ha sete venga a me e beva: fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo seno”» (Gv 7,38).

Così il vangelo prima va ascoltato, contemplato, pregato e fatto risplendere nel vissuto della propria vita, poi annunciato per illuminare i nostri passi in cammino con i fratelli e le sorelle.

Di qui l’espressione di Tommaso «Illuminare è più che risplendere soltanto». Con essa egli ci dice che la fede è contemplazione in atto, sicché non deve solo risplendere ma illuminare. Gesù stesso – continua l’Aquinate – scelse per sé questa vita, sintesi di contemplazione e azione, perché essa testimonia la sovrabbondanza del mistero di Dio e svela il segreto della missione tra le genti.

Così anche Tommaso è concorde con Francesco nel seguire e fare proprio ciò che Cristo stesso scelse per sé: una contemplazione in via, una itineranza mistica nel mondo, sintesi di contemplazione e azione, poiché tale via, che porta quel vangelo da cui si viene portati, presuppone «l’abbondanza della contemplazione».

Anzi il Vangelo è «contemplazione che salva». E, se domandassimo a Tommaso «Come si contempla il Vangelo», egli risponderebbe: «Raccogliendo in cuore un versetto». E se lo interrogassimo ancora su un’altra questio ancor più profonda: «Vi è qualcosa di più grande della stessa contemplazione della vangelo?», egli risponderebbe senza esitazione «Contemplata aliis tràdere». La grandezza sta nell’offerta, nel dono, nella consegna di questo vangelo contemplato agli altri: «Come illuminare è più che risplendere soltanto, così comunicare agli altri il vangelo contemplato è più che il solo contemplare» (Summa theologicae, IIa IIae q.188, a 6).

Il primo passo allora per parlare di Dio, per dire le parole del vangelo è il silenzio, come presenza a Dio e al mondo, il silenzio della contemplazione, perché, come diceva sant’Ireneo di Lione [Qui]: «Dal silenzio del Padre viene la Parola del Figlio».

La contemplazione è il luogo dei ritrovamenti di senso, via per ritornare dagli smarrimenti di noi stessi e degli altri. Da essa si attingono quelle potenzialità ed energie evangelicamente sovversive, per non lasciarsi imprigionare dall’indifferenza e per lottare contro l’ingiustizia. Per essa si dischiude il mistero dell’I care, che traduce non solo il “mi sta a cuore”, mi è caro, ma risuona in profondità come il “mi sta nel cuore”, l’altro mi è caro nel cuore.

La contemplazione genera la fede. Per essa si scopre, infatti, l’autenticità di ciò che è veramente affidabile, degno di fiducia in se stessi e negli altri. È dunque uno stare come sulla soglia, tra un dentro e un fuori, attratti verso l’interno dal ‘risplendere’ del mistero contemplato e spinti fuori, mandati a ‘risplendere davanti’, ad illuminare appunto.

La narrazione evangelica è esplicita: «Li chiamò perché stessero con lui e per mandarli» (Mc 3,13-19) e ancora: «Voi siete la luce del mondo; non si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini”, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli» (Mt 5,14-16)

‘Risplendere’ ed ‘illuminare’ formano così una sinapsi spirituale e carnale insieme; un punto di contatto generativo, una scintilla di creatività e responsabilità tra la libertà del vangelo e il suo pluriforme donarsi e le nostre libertà a lui rispondenti ed il loro attuarsi nella trasmissione del dono con gli altri.

Contemplare è raccogliersi in unità, è stare a tu per tu con il vangelo, è coltivare i legami interiori come la terra a cura delle radici. E poi articolare le parole e la scrittura nelle loro molteplici ramificazioni, nel loro darsi germinale, aurorale in un annuncio o in un testo di cui, una volta affidato ad altri, non appartiene più agli autori, ma è come seme gettato, generosamente, prodigalmente a tutti, che germinerà a suo tempo secondo i terreni in diversi alberi, fiori e frutti.

Contemplare è allora, in modo eminente, luogo di un riceversi e consegnarsi, accogliere ed essere accolti e consegnati alla vita. La contemplazione ci consegna all’alterità dentro e fuori di noi. Il verbo tràdere, da cui il termine ‘tradizione’, ha pure il significato di consegnare nelle mani di qualcuno, e nei vangeli è riferito alla passione di Gesù:

«Mentre si trovavano insieme in Galilea, Gesù disse loro: «Il Figlio dell’uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini (Mt 17,22) e Paolo nella lettera ai Romani scrive: «Egli, che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi, non ci donerà forse ogni cosa insieme a lui? (Rm 8,32). Non si potrà allora anche dire: “Contemplare voce del verbo amare”.

Per questo la contemplazione ci dà prima di ogni parola la consegna del silenzio. Ma essa ci consegna ad un tacere palpitante, cordiale, poiché solo da un “battito di cuore” sgorgheranno le parole per vivere, siano esse parole evangeliche o quelle accese nel crogiuolo dei mistici o dei poeti.

Parole poi come le acque di fiumi carsici che, ascoltando in silenzio le narrazioni del sottosuolo e mescolandosi con esse siano capaci, custodendone la memoria, di attraversare i sotterranei di storie dimenticate, occultate e fatte tacere dentro abissi di insensatezza e di empietà per riaccendere di nuovo scintille di “intermittente” speranza.

Massimo Cacciari, ricorrendo il centenario della nascita del poeta Andrea Zanzotto, in conclusione al convegno internazionale sulla sua figura, ha ricordato che «il poeta deve attraversare tutto l’inferno della storia» e la poesia «deve andare oltre il tempo storico, attraversando tutto il dolore e poi cercando di salire… La parola poetica attraversa il dolore del proprio tempo e la tragedia che è la storia per far cenno a un possibile che non è. Per vedere nella realtà presente scintille, faville di una disperata speranza. Questo secondo me – continua Cacciari – è Zanzotto nel suo linguaggio, nella sua forma e nella sua sintassi, in questo metro che è ‘tutto un batticuore’ come diceva Montale. Un cuore che batte per tentare di trovare la parola che faccia cenno a un possibile oltre il tempo storico presente».

Così nella contemplazione, come nella poesia, affiora la necessità di reperire un senso ulteriore all’insensatezza, un ripristinare la comunicazione e riaprire il coraggio di muovere la libertà all’azione.

Mi impressiona sempre leggere di nuovo un testo di Gregorio Nazianzeno [Qui] un padre della chiesa del IV secolo, autore di poesie di un realismo cristiano umanissimo. Al finire della sua vita scrive: “Fu soltanto tirannia? Sono venuto al mondo. Perché sono sconvolto dai flutti tempestosi della vita? Dirò una parola audace; sì, audace, ma la dirò. Se non fossi tuo, o mio Cristo, quale ingiustizia!” (Poemi, II, 1, 74).

Un parroco trova la fonte di comprensione della sua vita e spiritualità e del suo ministero nell’appartenenza e nella dedicazione alla propria chiesa locale e alla comunità parrocchiale. Egli nel contemplare e consegnare il vangelo alle persone lo contempla e lo riceve a sua volta trasfigurato attraverso l’umanità e la vita della gente con cui vive.

Se gli è chiesto di confermare e coltivare il senso della fede dei fratelli e delle sorelle, a sua volta viene confermato e arricchito dal loro credere, amare e sperare. Così la forma della sua vita e del suo servizio al vangelo si configurerà come contemplazione ospitale, ospitante e ospitata. È questa santità ospitale, del resto, lo stile della vita e del mistero di Gesù secondo una teologia nascente oggi. Essa significa l’apertura del Nazareno a chiunque, e la sua disposizione ad apprendere relazionandosi a chiunque.

Il detto «contemplata aliis tradere», negli anni, l’ho semplificato e tradotto così: “con cuore di parroco, un cuore di monaco”, per dire anche la carità pastorale e la sua sorgente: più si è uno con il vangelo e si fa convergere l’interiorità in quel punto focale, più l’esistenza si apre alla relazione e all’incontro ospitale con gli altri: come le semirette di un angolo che da concavo diventa convesso e viceversa, dentro e fuori lo spazio, a circoscrivere, a raccogliere oppure a sparpagliare, a dilatarsi ad allargarsi. Il che significa – in altri termini – l’interiorità e il vangelo, spalla a spalla tra-e-con la gente.

Clemente Rebora [Qui] ci offre l’immagine poetica di un pioppo “severo”. L’etimologia latina “populus” significa mettere insieme, riunire. Anche sant’Isidoro Agricola [Qui] fa derivare il nome del pioppo da populus, perché quando cresce o viene tagliato pullula di numerosi germogli e rami dal ceppo e dal tronco come fosse un popolo radunato.

Essi sono piantati sui confini a filari o lungo le vie a rappresentare così una soglia, che unisce distinguendo, per evitare contese tra vicini, ma molto di più per incoraggiare la comunicazione, l’amicizia e far nascere forse ospitalità. L’aggettivo ‘severo’ invece sottolinea l’aspetto grave, aspro, solido, resistente, ma anche solenne, reverenziale che ispira dunque rispetto e stima.

A me è sembrato che Rebora intendesse significare nel pioppo la contemplazione nell’atto di ispirare e accompagnare di continuo il movimento e l’agire della libertà umana verso il suo compimento che è l’amore.

Così è pure l’inabissarsi della nostra esistenza là dove è più vera grazie alla contemplazione; per uscir fuori poi e innalzarsi, oltre l’abisso interiore in un altro infinito abisso, non senz’ansia però, a generare molteplici vite come cime raccolte, vibrando e narrandosi nel vento con tutte le loro foglie, là dove neppure lo spasmo del dolore e le doglie delle parole che vengono alla luce le potranno sparpagliare lontano e disperdere, avvinte come sono al tronco del mistero, esse restano protese e unite per salire un poco più in alto.

“Vibra nel vento con tutte le sue foglie
il pioppo severo:
spasima l’anima in tutte le sue doglie
nell’ansia del pensiero:
dal tronco in rami per fronde si esprime
tutte al ciel tese con raccolte cime:
fermo rimane il tronco del mistero,
e il tronco s’inabissa ov’è più vero.”

(7 ottobre 1956, in Le Poesie, Milano 1994, 297)

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica di Andrea Zerbini, clicca [Qui]

francesco assisi

PRESTO DI MATTINA
Francesco d’Assisi, l’uomo del mondo futuro

Francesco d’Assisi: l’uomo che veniva dal futuro, perché come tutti i mistici aveva attraversato la frontiera dell’alterità, transitando dall’io al tu, e da questo al noi, e dal noi al tutti: una fraternità universale.

Francesco «uomo del mondo futuro», così lo chiamavano i suoi contemporanei, perché varcando quella soglia ebbe parte al mistero di Dio e a quello dell’umanità, incontrando nel primo la grazia di un paternità e nell’altro, in ogni uomo e donna, in ogni più intima fibra del creato, il dono di una fratellanza-sorellanza globale, anzi cosmica, così intima e mistica da chiamare fratelli e sorelle, il sole, l’acqua, la luna e le stelle, “vento et aere, nubilo et sereno”, un lupo e perfino la morte.

Fratello universale” è stato chiamato un altro mistico di vita apostolica: padre Charles de Foucauld (1858-1916) [Qui]. Fu l’uomo silenzioso del Sahara, uomo di adorazione e di preghiera, che si è fatto “fratello universale”, nell’accoglienza di tutte le diversità, attraversando le frontiere esistenziali, etniche religiose. Si proponeva di «gridare il Vangelo sui tetti con tutta la mia vita»; aggiungendo di voler «abituare tutti gli abitanti, cristiani, musulmani e ebrei e idolatri a guardarmi come loro fratello – il fratello universale».

La persistenza a tutt’oggi del fatto mistico ‒ che porta a sperimentare il mistero dell’Altro celato nell’umanità, quale dote di un patrimonio spirituale multiforme ed universale tanto dell’occidente quanto dell’oriente ‒ mi ha fatto ricordare ciò che scriveva Karl Rahner [Qui] nel 1966 a proposito del futuro del cristianesimo.

Questo gesuita teologo già preconizzava che il cristiano a venire non potrà che essere un mistico, uno che ha fatto l’esperienza di Gesù di Nazareth, crocifisso e risorto, nelle concrete realtà del quotidiano, oppure non sarà affatto un uomo religioso (Cfr.: Nuovi saggi II. Saggi di spiritualità, Roma 1968, 24-25).

Nel suo ultimo saggio l’amico Massimo Faggioli [Qui] scrive di papa Francesco: «Lo sguardo di Francesco sul mondo interconnesso di oggi non è un discorso per una cristianità comunitaria nostalgica della condizione premoderna, ma è consapevole delle sfide e delle opportunità per la fraternità e la solidarietà:

“Oggi, quando le reti e gli strumenti della comunicazione umana hanno raggiunto sviluppi inauditi, sentiamo la sfida di scoprire e trasmettere la ‘mistica’ di vivere insieme, di mescolarci, di incontrarci, di prenderci in braccio, di appoggiarci, di partecipare a questa marea un po’ caotica che può trasformarsi in una vera esperienza di fraternità, in una carovana solidale, in un santo pellegrinaggio.

In questo modo, le maggiori possibilità di comunicazione si tradurranno in maggiori possibilità di incontro e di solidarietà tra tutti. (Evangelii Gaudium, 87)” Questa enfasi sulle periferie significa anche una ridefinizione dei confini e delle frontiere. Il confine è la linea lungo la quale due confini si toccano (in latino cum-finis, “che comprende la fine”). Il confine si distingue per l’unione, e stabilisce così una connessione.

Una volta determinato il confine, si stabilisce un contatto. Il confine non è mai solo limes (frontiera rigida) ma sempre anche limen (soglia). La liminalità del pontificato di Francesco sta nella sua reinterpretazione dei confini in quest’epoca di nuovi muri. Nessun confine può pretendere quindi di escludere “l’altro”, poiché il confine per definizione implica l’“altro”. Il confine, limitando, fa riferimento ad altro.

Qui troviamo il criterio per sfuggire al confronto manicheo che rappresenta una tentazione per la chiesa oggi. L’apertura e il rifiuto dell’apertura definiscono un rapporto che deve essere costantemente rinegoziato e riconquistato più volte… Nella tensione tra diversi poli e diverse forze di trazione, Francesco bilancia la dimensione istituzionale e spaziale della chiesa con una dimensione mistica e transfrontaliera.

Francesco continua sulla traiettoria del Vaticano II, che ha avviato il processo di dissociazione della cattolicità dalla sua comprensione geografica e geopolitica occidentale – un movimento verso il superamento dell’idea tridentina di cattolicità come spazio giuridico omogeneo» (Francesco, Papa di frontiera. Soglia di una cattolicità globale, Roma 2021, 89).

Questa prospettiva è inscritta nella stessa biografia di papa Bergoglio. Emigrato in Argentina, ha sperimentato più da vicino il trauma doloroso dei rifugiati, ed ha conosciuto la complessità e i problemi derivanti dal tentativo di conservare la propria identità declinandola però con le differenze dei luoghi in cui, da migranti, si è giunti.

Di qui un diverso sguardo anche sul modo di concepire l’identità religiosa, l’essere cristiani e cattolici nella complessità di un mondo globalizzato e insieme segnato da molteplici divisioni, muri geografici ed esistenziali che fanno resistenza alla creazione di spazi nuovi per una convivenza nella pluralità diversificata (Cf.: ivi, 84).

Francesco: «Vir alterius saeculi», di un mondo altro, “uomo del mondo futuro”, così lo chiama Tommaso da Celano [Qui] il suo primo biografo. Narra Tommaso che egli «passava per città e castelli annunciando il Regno dei cieli, la pace, la via della salvezza, la penitenza in remissione dei peccati; non però con gli artifici della sapienza umana, ma con la virtù dello Spirito… Uomini e donne, chierici e religiosi accorrevano a gara a vedere e a sentire il Santo di Dio, che appariva a tutti come un uomo di un altro mondo» (FF382-383).

L’espressione ritorna altre volte nelle Fonti francescane; alterius saeculi può essere compreso sia come un ressourcement, un ritorno alle fonti del vangelo, a Cristo stesso che ha rivelato l’uomo secondo Dio, ma anche come apertura in avanti, verso il Cristo veniente dal futuro di Dio. Così Francesco è divenuto l’uomo che ha anticipato nel ‘già’ del suo tempo il ‘non ancora’ degli ultimi tempi, l’umanità nuova e la nuova creazione in Cristo.

Agli occhi della gente ‒ racconta il Celano ‒ «la presenza o anche la sola fama di san Francesco sembrava davvero una nuova luce mandata in quel tempo dal cielo a dissipare le caliginose tenebre che avevano invaso la terra, così che quasi più nessuno sapeva scorgere la via della salvezza… Splendeva come fulgida stella nel buio della notte e come luce mattutina diffusa sulle tenebre; così in breve l’aspetto dell’intera regione si cambiò e, perdendo il suo orrore, divenne più ridente. È finita la lunga siccità, e nel campo già squallido cresce rigogliosa la messe. Anche la vigna incolta comincia a coprirsi di fiori profumati e a maturare, per grazia del Signore, i frutti soavi di bontà e di bene» (Ivi, 383-384).

Il riconoscimento di Francesco come novus homo si specificherà ulteriormente in chiave cristologica nell’espressione che indicava Francesco come alter Christus. Fu questo che avvertirono più o meno chiaramente i suoi contemporanei e anche quelli che verranno dopo di lui.

Lo storico Giovanni Miccoli sottolinea che tale consapevolezza della gente fu anche di Francesco stesso, quella di vivere un’esperienza singolare e nuova anche per la vita ecclesiale di allora: «La volontà e la consapevolezza di Francesco sono di vivere e proporre un’esperienza religiosa assolutamente originale nel contesto della tradizione religiosa ed ecclesiastica contemporanea.

Ma non si tratta solo di volontà e consapevolezza soggettive. Francesco – mi pare lo si possa dire – vive effettivamente un’esperienza religiosa che,vive effettivamente un’esperienza religiosa che per ciò che riguarda il suo nucleo profondo ed essenziale, non ha collegamenti e riferimenti nella tradizione ecclesiastica del suo tempo» (Francesco d’Assisi. Realtà e memoria di un’esperienza cristiana, Einaudi, Torino 1991, 40).

Ancora dalle Fonti: «È impossibile comprendere umanamente la sua commozione, quando proferiva il tuo Nome, o Dio! Allora, travolto dalla gioia e traboccante di castissima allegrezza, sembrava veramente un uomo nuovo e di altro mondo.  A chi lo vedeva, sembrava un uomo dell’altro mondo: uno che, la mente e il volto sempre rivolti al cielo, si sforzava di attirare tutti verso l’alto» (FF 82: 1072; 1463).

Ma come conciliare questa via mistica, la vita contemplativa, sul monte di notte come Gesù orante, con la via apostolica e con la vita pastorale tra la gente? La questione era spesso ricorrente in Francesco prima e dopo l’approvazione della regola e discussa con i suoi frati della prima ora; ma si ripresentò anche dopo nell’ordine francescano, sotto la guida di san Buonaventura (come scegliere tra la vita apostolica o la vita contemplativa) al quale si pose un dilemma molto vivo anche oggi nei nostri cammini di fede.

Bonaventura da Bagnoregio [Qui] ribadì e rilanciò la soluzione trovata da Francesco. In lui, infatti, prevalse quella che fu la chiave di interpretazione di tutta la sua vita: l’esempio di Cristo, il quale dopo l’intimità orante con il Padre, al mattino discendeva dal monte nella pianura; la via allora era imitare lui anche in questo: “Cristo lasciò l’orazione per cercare gli uomini”, ma così facendo, stando tra i poveri, i malati si ritrovò ancora come presso il Padre perché scoprì che anche il Padre suo era sceso dal monte e lo aveva preceduto tra quella gente perché lui, il Figlio amato, lo rivelasse Padre nostro.

Con un racconto Buonaventura esplicita il percorso attraverso il quale Francesco giunse a tale interpretazione:

«A questo proposito, si trovò una volta fortemente angosciato da un dubbio, che per molti giorni espose ai frati suoi familiari, quando tornava dall’orazione, perché l’aiutassero a scioglierlo. “Fratelli domandava ‒ che cosa decidete? Che cosa vi sembra giusto? che io mi dia tutto all’orazione o che vada attorno a predicare?

Io, piccolino e semplice, inesperto nel parlare, ho ricevuto la grazia dell’orazione più che quella della predicazione. Nell’orazione, inoltre, o si acquistano o si accumulano le grazie; nella predicazione, invece, si distribuiscono i doni ricevuti dal cielo. Nell’orazione purifichiamo i nostri sentimenti e ci uniamo con l’unico, vero e sommo Bene e rinvigoriamo la virtù nella predicazione, invece, lo spirito si impolvera e si distrae in tante direzioni e la disciplina si rallenta.

Finalmente, nella orazione parliamo a Dio, lo ascoltiamo e ci tratteniamo in mezzo agli angeli; nella predicazione, invece, dobbiamo scendere spesso verso gli uomini e, vivendo da uomini in mezzo agli uomini, pensare, vedere, dire e ascoltare al modo umano.

Però, a favore della predicazione, c’è una cosa, e sembra che da sola abbia, davanti a Dio, un peso maggiore di tutte le altre, ed è che l’Unigenito di Dio, sapienza infinita, per la salvezza delle anime è disceso dal seno del Padre, ha rinnovato il mondo col suo esempio, parlando agli uomini la Parola di salvezza e ha dato il suo sangue come prezzo per riscattarli, lavacro per purificarli, bevanda per fortificarli, nulla assolutamente riservando per se stesso, ma tutto dispensando generosamente per la nostra salvezza. Ora noi dobbiamo fare tutto, secondo il modello che vediamo risplendere in Lui, come su un monte eccelso.

Per molti giorni ruminò discorsi di questo genere con i frati; ma non riusciva ad intuire con sicurezza la strada da scegliere, quella veramente più gradita a Cristo… Incaricò, dunque, due frati di andare da frate Silvestro, a dirgli che cercasse di ottenere la risposta di Dio sulla tormentosa questione e che gliela facesse sapere.

Questa stessa missione affidò alla santa vergine Chiara: indagare la volontà di Dio su questo punto, sia pregando lei stessa con le altre sorelle. E furono meravigliosamente d’accordo nella risposta – poiché l’aveva rivelata lo Spirito Santo – il venerabile sacerdote e la vergine consacrata a Dio: il volere divino era che Francesco si facesse araldo di Cristo ed uscisse a predicare.

Ritornarono i frati, indicando qual era la volontà di Dio, secondo quanto avevano saputo; ed egli subito si alzò, si cinse le vesti, e, senza frapporre il minimo indugio, si mise in viaggio. Andava con tanto fervore ad eseguire il comando divino, correva tanto veloce, come se la mano del Signore, scendendo su di lui, lo avesse ricolmato di nuove energie» (FF 204).

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica di Andrea Zerbini, clicca [Qui]

torrente rocce fiume

PRESTO DI MATTINA
Francesco

Oggi non viviamo un’epoca di cambiamento quanto un cambiamento d’epoca”: l’espressione di papa Francesco, ripetuta ormai tante volte va sempre ricondotta, compresa ed esplicitata nel contesto del suo magistero pastorale orientato verso «una riforma della chiesa in uscita missionaria» (EvG 17) nel solco tracciato dal Concilio Vaticano II:

«La Chiesa “in uscita” è una Chiesa con le porte aperte… Usciamo, usciamo ad offrire a tutti la vita di Gesù Cristo: preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze. Se qualcosa deve santamente inquietarci e preoccupare la nostra coscienza è che tanti nostri fratelli vivono senza la forza, la luce e la consolazione dell’amicizia con Gesù Cristo, senza una comunità di fede che li accolga, senza un orizzonte di senso e di vita» (EvG 46 e 49).

Un cambiamento di paradigma quello del Concilio, iniziato con la ricerca di unità tra le chiese e di anelito alla pace mondiale; un nuovo inizio caratterizzato dall’assunzione della storia come modello epistemologico, da un ritorno alle fonti cristiane, da un linguaggio ecclesiale e teologico rinnovato per riprendere il dialogo con il mondo, così da partecipare ai destini degli uomini e delle donne del nostro tempo, e «dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono» (Gs 1).

La luce della fraternità, allora, non è che l’ultimo tratto di cammino, articolato, faticoso e non privo di ripiegamenti, ma in ripresa, giunto fino a noi per lo più come il percorso di un “fiume carsico”. Un cammino che ora chiede di continuare, di essere portato alla luce nella nostra vita all’insegna della «fraternità, che è uno dei segni dei tempi che il Vaticano II porta alla luce, è ciò di cui ha molto bisogno il nostro mondo e la nostra Casa comune, nella quale siamo chiamati a vivere come fratelli» (Francesco, prefazione a M. Czerny, Ch. Barone, Fraternità “segno dei tempi”. Il magistero sociale di Papa Francesco, OR 28 09.2021, 8).

«Il Concilio Vaticano II [Qui] ha presentato la conversione ecclesiale come l’apertura a una permanente riforma di sé per fedeltà a Gesù Cristo». Tale riforma implica ed esige una pastorale “in conversione”; nelle persone e nelle strutture occorre ri-seminare il lievito della novitas evangelica: «Senza vita nuova e autentico spirito evangelico, senza “fedeltà della Chiesa, alla propria vocazione”, qualsiasi nuova struttura si corrompe in poco tempo».

Il sogno di Francesco d’Assisi trova risonanze nel papa, che ha voluto prendere il suo nome: «Sogno una scelta missionaria capace di trasformare ogni cosa, perché le consuetudini, gli stili, gli orari, il linguaggio e ogni struttura ecclesiale diventino un canale adeguato per l’evangelizzazione del mondo attuale, più che per l’autopreservazione» (EvG. 26-27).

Una riforma che ridoni una fede non solo trasmessa nei suoi contenuti, ma resa creativa e operante nel praticarla. Una “ortoprassi” per riunire la fede alla vita. Una fede che non si esaurisca nella sua enunciazione, ma che apra alla realtà e nella realtà del vissuto trovi accresciuto dinamismo e compimento. Ciò che si crede ed è offerto al credente – i contenuti della fede cristiana ‒ restano inanimati, lettera morta senza il respiro di una fede vivente.

C’è un vangelo nascosto in tante persone; vi è un Gesù che vive e abita in tante situazioni, vicine e lontane, di emarginazione ed esclusione, che chiede di essere incontrato. Osare incontrarlo in questi inospitali luoghi esistenziali porta a trovare ‒ come accadde a Francesco ‒ una vita nuova: «Il Signore dette a me, frate Francesco, d’incominciare a fare penitenza così: quando ero nei peccati mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi e il Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia. E allontanandomi da essi, ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza d’animo e di corpo» (FF 110).

Essere “in uscita”, andare “incontro” a un cambiamento d’epoca, comporta allora un confronto serrato con il vangelo e con la diversità d’altri. Il tutto senza sottrarsi ed anzi accettando un combattimento spirituale generativo di una mutazione interiore: un cambiamento di mentalità, di prassi, di cuore; uno sguardo che parta dagli occhi dell’altro e faccia propri i suoi intendimenti, aspirazioni, attese e non già un adattamento esteriore, superficiale, per procura.

Altrimenti gridare al cambiamento diventa solo uno slogan da sbandierare, un atteggiamento di maniera, sterile, un gattopardismo clericale privo di quella autentica «conversatio cum pauperibus» che caratterizzò la conversione di Francesco, il suo volgersi verso l’altro, l’andare incontro, il trattenersi con e praticare il fratello, specie se povero.

Ci troviamo ad un valico, ad un mutamento di scenario. Stiamo attraversando il crinale che accede ad un altro versante. Un mutamento non dissimile da quello vissuto dal popolo di Israele entrando nella terra promessa. Che, per noi, ora, è una nuova terra di fraternità, nell’orizzonte del perseguimento della pace attraverso vie di giustizia e di riconciliazione.

Anche al tempo di Francesco si era sulla linea di faglia tra un “prima” e un “poi”, come di fronte a uno spartiacque. Pure il figlio di Pietro Bernardone e di donna Pica di Bourlemont, la città di Assisi, l’Italia, l’Europa, il papato e la chiesa nel XII e XIII secolo attraversarono un cambiamento d’epoca.

La chiesa gerarchica andava verso uno scollamento con la gente, con il popolo. Sempre maggiore diveniva la distanza tra ecclesiastici e laici, docenti e discenti; i vertici ecclesiastici sentivano sempre di più come una minaccia la scelta pauperistica degli innovatori, tanto che le loro opzioni evangeliche venivano considerate eretiche per via della loro autonomia e forza di contestazione dell’apparato ecclesiastico: una pasta senza lievito evangelico perché priva dell’opzione preferenziale per i poveri.

I prelati assomigliavano a ministri di una religione più che a servitori del vangelo. Il suo annuncio e la vita “vere apostolica” insita nella stessa dignità e missione battesimale di ogni cristiano era come requisita dai letterati e dai teologi, da prelati ed alto clero.

Scriveva un caro amico nei primi anni del post-concilio: «Come parliamo bene, anche con le idee del Concilio! Come torna viva l’impressione di soffocare in un ambiente chiuso, rimanere nei nostri ambienti di Chiesa. Non abbiamo distrutto il nostro complesso clericale, di “separati”. Lo abbiamo solo reso più sottile e inattaccabile, rivestendolo di grandi e belle idee. Mi pare che stiamo adottando molta “tecnica” di apostolato (lezioni teologiche, equipe e commissioni di lavoro), ma non diamo sufficiente importanza alla “profondità umana”. Stiamo calando una rete ben lavorata, senza preoccuparci di esplorare il mare, pazientemente, lungamente, silenziosamente. Ci consideriamo troppo al servizio della Verità, della Parola, senza scrutarne le strade che passano per il cuore, senza vederne la carne viva. Siamo fuori dall’umile, dolorosa avventura umana».

Proprio immergendosi nella cruda realtà del suo tempo fuori delle mura di Assisi Francesco scoprì per la prima volta l’esistenza del mistero e della presenza nascosta di Dio tra gli ultimi. Il dio denaro, il dio potere era caduto; il suo idolo come Golia era stato abbattuto dall’inerme forza dei poveri che gli avevano dischiuso la novitas evangelica.

Anche allora la riforma della chiesa in uscita missionaria corrispose alla riproposizione in un contesto certamente diverso della novità e della letizia del Vangelo: quella alegría del Evangelio [Qui] di cui scrive papa Francesco riattualizzando la “perfetta letizia” di cui parlò il primo Francesco.

La predicazione di san Francesco e dei suoi primi compagni contribuì senza dubbio allo sviluppo del movimento penitenziale, ma favorì la diffusione del vangelo tra la gente: «Dio, nella sua misericordia, ci ha scelto non solo per fare la nostra salvezza, ma anche per salvare molte anime».

Servì a porre su una nuova rotta il cammino dell’evangelizzazione: costrinse le guide della chiesa a rivolgere l’attenzione e l’annuncio della salvezza promessa dal vangelo non solo all’interno della cristianità, ma anche fuori. Un’irradiazione irresistibile verso agli altri si dischiudeva nel futuro della chiesa; non era più tempo di pensare solo a se stessi, a un cambiamento individuale in vista della propria salvazione. Il cuore e la mente andavano rivolti a tutti, in ragione di una fratellanza universale.

“Fratelli tutti” scriveva nelle ammonizioni san Francesco (FF 155). Parole riprese da papa Francesco, per il quale occorre partire da Assisi «al fine di pensare e generare un mondo aperto… un cuore aperto al mondo intero» (FT 87+ e 128+):

«“Fratelli tutti”, scriveva San Francesco d’Assisi per rivolgersi a tutti i fratelli e le sorelle e proporre loro una forma di vita dal sapore di Vangelo. Tra i suoi consigli voglio evidenziarne uno, nel quale invita a un amore che va al di là delle barriere della geografia e dello spazio. Qui egli dichiara beato colui che ama l’altro “quando fosse lontano da lui, quanto se fosse accanto a lui” (FF125)».

Se fu l’eremitismo a rendere evidente la crisi in atto e l’esigenza di un mutamento necessario, segnalando con forza il profondo disagio che serpeggiava nella chiesa istituzionale e nello stesso monachesimo in ordine alla loro missione, mostrando l’inadeguatezza del corpo terreno di Cristo a reggere la spinta che veniva dal vangelo, furono «gli ordini mendicanti, soprattutto i francescani e i domenicani, [che] esercitarono un’enorme influenza sul laicato e sulla vita religiosa delle masse: attraverso la loro attività pastorale, di costante assistenza, presenza e predicazione, e attraverso l’organizzazione di gruppi di penitenti, di confraternite, di congregazioni pie, che formarono ed orientarono secondo linee unitarie ed organiche la pratica religiosa dei fedeli». (G. Miccoli, La storia religiosa in La storia d’Italia, 2/1 Einaudi, Torino 1974, 793). Furono essi che diedero forma e attuarono la realtà di una chiesa in uscita missionaria.

Scrive ancora lo storico Giovanni Miccoli [Qui]: «Con gli ordini mendicanti la “vita vere apostolica” troverà una sua precisa collocazione anche all’interno dell’istituzione ecclesiastica, riuscendo in qualche modo a comporre con le linee di fondo di una presenza religiosa ed ecclesiastica costruitasi attraverso una secolare tradizione, alcuni elementi di quella novitas evangelica e pauperistica che era stata alcuni decenni prima violentemente denunciata e combattuta dai suoi avversari…

Le parole che Bonaventura [Qui] mette in bocca al cardinale di San Paolo per rompere le esitazioni e gli indugi del papa e della curia di fronte alla novitas del propositum di Francesco, molto probabilmente non sono state dette veramente così. Ma restano ugualmente espressive del clima mutato, della consapevolezza della necessità di una più duttile e articolata risposta nei confronti delle istanze evangeliche e pauperistiche, che si era fatta strada negli ambienti ecclesiastici:

“Se respingiamo la richiesta (Regola di vita) di questo povero come troppo ardua e nuova, mentre ci chiede di confermargli semplicemente la vita evangelica, dobbiamo temere di offendere il Vangelo di Cristo. Se infatti qualcuno afferma che nell’osservanza e nel voto della perfezione evangelica c’è qualcosa di nuovo o di irrazionale o di impossibile ad osservarsi, è evidente che bestemmia Cristo, autore del Vangelo”» (Francesco d’Assisi. Realtà e memoria di un’esperienza cristiana, Einaudi, Torino 1991, 22-23).

Iniziò così un lento e cauto determinarsi di aperture, disponibilità e una nuova consapevolezza nella chiesa circa il cammino da intraprendere per ampliare l’orizzonte al bene dell’evangelizzazione.

«Chiesa, riforma, vangelo e povertà» non costituiscono allora solo una legatura decisiva nella storia religiosa del XII secolo, ma anche per quella carovana di viandanti dell’ekklesia di oggi:

Viandante, sono le tue impronte
il cammino, e niente più,
viandante, non c’è cammino,
il cammino si fa andando.
Andando si fa il cammino,
e nel rivolger lo sguardo
ecco il sentiero che mai
si tornerà a rifare.
Viandante, non c’è cammino,
soltanto scie sul mare.

E il salmista mi rincuora che non è solo poesia. Nascosto in essa è il mistero che si fa presente e reale nell’esodo di un popolo, di tutti i popoli migranti e nel cammino errante di una chiesa e di ciascuno: «Sul mare passava la tua via, i tuoi sentieri sulle grandi acque, e le tue orme rimasero invisibili. Guidasti come gregge il tuo popolo per mano di Mosè e di Aronne» (Sal 76).

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica di Andrea Zerbini, clicca [Qui]

bambini piccoli felicità gioco

PRESTO DI MATTINA
Una buona domanda

«I miei maestri mi insegnavano ad interrogare il testo. Per questo mia madre, quando tornavo a casa, non mi domandava se avevo fatto qualche scoperta interessante, ma se avevo trovato una buona domanda da porre», (Elie Wiesel [Qui], Credere o non credere, Firenze 1986, 43).

Narra il vangelo di Marco che tra i discepoli di Gesù, lungo la via, era nata una discussione su chi fosse tra loro il più grande. Giunti in casa a Cafarnao, Gesù domandò loro di cosa stessero discutendo ed essi rimasero silenziosi. Allora sedutosi li chiamò a sé, pose un bambino in mezzo a loro e disse: «Se uno vuol essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti… Chi accoglie uno di questi bambini nel mio nome, accoglie me; chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato» (Mc 9, 36-37).

Anche nel vangelo di Matteo troviamo un analogo invito ai discepoli che gli chiedevano, questa volta, chi fosse più grande nel regno dei cieli. E di nuovo Gesù mostra loro i piccoli (parvuli) ammonendoli che «se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Perciò chiunque si farà piccolo come questo bambino, costui è il più grande nel regno dei cieli» (Mt 18, 3-4).

E si potrebbe continuare con Luca, che colloca un analogo insegnamento in prossimità dell’ultima cena. I discepoli non erano ancora riusciti a trovare la domanda buona, e Gesù con ancora più pazienza, una pazienza di amore, propone loro un esempio per orientarli di nuovo verso la misura della vera grandezza:

«I re delle nazioni le governano, e coloro che hanno potere su di esse sono chiamati benefattori. Voi però non fate così; ma chi tra voi è più grande diventi come il più giovane, e chi governa come colui che serve. Infatti chi è più grande, chi sta a tavola o chi serve? Non è forse colui che sta a tavola? Eppure io sto in mezzo a voi come colui che serve. (Lc 22, 24-27). «Chi accoglierà questo bambino nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato. Chi infatti è il più piccolo fra tutti voi, questi è grande» (Lc 9, 48).

La domanda buona, quella da fare anche tra i discepoli di oggi, non sarà forse quella di chiedersi “chi sia il più piccolo?”

Questa fu proprio la domanda di frate Francesco, cui egli rispose con tutta la sua vita. Per lui la regola fu il vangelo in purezza – sine glossa – un conformarsi e corrispondere a Cristo povero e crocifisso culminato nelle stigmate alla Verna.

Il suo testamento termina con queste parole: «Ed io, frate Francesco, il più piccolo dei frati, vostro servo, come posso, confermo a voi dentro e fuori questa santissima benedizione. Amen». (FF, Fonti Francescane, 131).

E scrivendo a sorella Chiara dice: «Io Francesco piccolo voglio seguire la vita e la povertà dell’altissimo Signor nostro Gesù Cristo e della sua santissima Madre, e perseverare in essa fino alla fine. E prego voi, mie signore, e vi consiglio che viviate sempre in questa santissima vita e povertà» (FF 140).

Dal più grande al più piccolo: questo l’itinerario di conversione di Francesco, le tappe del suo rimpicciolirsi: il mercante, il cavaliere, il converso, l’eremita, il fondatore di una fraternità evangelica, di una minorità i cui compagni non poterono che prendere coerentemente il nome di “frati minori”.

Anzi, all’inizio si attribuirono il nome di “penitenti”, come disse di sé Francesco nel testamento; ma poi lo stile della “minorità” volontaria fu posto accanto alla scelta della povertà, essendo entrambe generative di quella parola/realtà così cara a Francesco di “fraternità”.

«E quelli che venivano per ricevere questa vita, davano ai poveri tutte quelle cose che potevano avere; ed erano contenti di una sola tonaca rappezzata dentro e fuori, quelli che volevano, del cingolo e delle brache. E non volevamo avere di più. E dicevamo l’ufficio, i chierici come gli altri chierici; i laici dicevano i Pater noster; e assai volentieri rimanevamo nelle chiese. Ed eravamo illetterati e soggetti (minori) a tutti. E io lavoravo con le mie mani e voglio lavorare, e tutti gli altri frati voglio che lavorino di lavoro quale si conviene all’onestà. Il Signore mi rivelò che dicessi questo saluto: Il Signore ti dia pace». (FF 117-121). Così «nessuno sia chiamato priore, ma tutti siano chiamati semplicemente frati minori. E l’uno lavi i piedi all’ altro (Gv 13,14)» (FF 23).

Anche e proprio nella grandezza, Francesco rimase piccolo e umile. È nota la domanda insistente di fra Masseo [Qui] che si legge nei Fioretti «Dimorando una volta santo Francesco nel luogo della Porziuncola con frate Masseo da Marignano, uomo di grande santità, discrezione e grazia nel parlare di Dio, per la qual cosa santo Francesco molto l’amava; uno dì tornando santo Francesco dalla selva e dalla orazione, e sendo allo uscire della selva, il detto frate Masseo volle provare si com’egli fusse umile, e fecieglisi incontra, e quasi proverbiando disse : “Perché a te, perché a te, perché a te?” Santo Francesco risponde: “Che è quello che tu vuoi dire?”. Disse frate Masseo: “Dico, perché a te tutto il mondo viene dirieto, e ogni persona pare che desideri di vederti e d’udirti e d’ubbidirti? Tu non se’ bello uomo del corpo, tu non se’ di grande scienza, tu non se’ nobile; onde dunque a te che tutto il mondo ti venga dietro?”.

Udendo questo santo Francesco, tutto rallegrato in ispirito, rizzando la faccia al cielo, per grande spazio istette collamente levata in Dio; e poi ritornando in sè, s’inginocchiò e rendette laude e grazia a Dio; e poi con grande fervore di spirito si rivolse a frate Masseo e disse: “Vuoi sapere perché a me? vuoi sapere perché a me? vuoi sapere perché a me tutto ‘l mondo mi venga dietro? Questo io ho da quelli occhi dello altissimo Iddio, li quali in ogni luogo contemplano i buoni e li rei: impero ciò che quelli occhi santissimi non hanno veduto fra li peccatori nessuno più vile, nè più insufficiente, nè più grande peccatore di me; e però a fare quell’operazione maravigliosa, la quale egli intende di fare, non ha trovato più vile creatura sopra la terra; e perciò ha eletto me per confondere la nobiltà e la grandigia e la fortezza e bellezza e sapienza del mondo, acciò che si conosca ch’ogni virtù e ogni bene è da lui, e non dalla creatura, e nessuna persona si possa gloriare nel cospetto suo; ma chi si gloria, si glorii nel Signore, a cui è ogni onore e gloria in eterno”» (FF 1838).

Francesco confesserà una volta ai frati di aver ricevuto tra le altre, la grazia della piccolezza: «l’Altissimo mi ha largito questa: obbedirei al novizio entrato nell’Ordine oggi stesso, se fosse mio guardiano, come si trattasse del primo e più attempato dei fratelli. Invero, il suddito non deve considerare nel prelato l’uomo, bensì Colui per amore del quale si sottomette a un uomo. Non ci sarebbe un prelato nel mondo intero, temuto dai sudditi e fratelli suoi quanto il Signore farebbe che io fossi temuto dai miei frati, qualora lo volessi. Ma l’Altissimo mi ha donato questa grazia: sapermi adattare a tutti, come fossi il più piccolo frate nell’Ordine» (FF1666).

Francesco volle che non solo i suoi frati si chiamassero “minori”, ma che gli stessi prelati presenti nel suo ordine avessero il nome di ministri, ovvero servitori, alla stregua degli stessi apostoli che alla scuola di Cristo umile andavano imparando l’umiltà del servire e non del farsi servire:

«Difatti Cristo Gesù, il maestro dell’umiltà, allo scopo di formare i discepoli all’umiltà perfetta, disse: “Chiunque tra voi vorrà essere il maggiore, sia vostro ministro, e chiunque, tra voi, vorrà essere il primo, sarà vostro servo“. I miei frati proprio per questo sono stati chiamati minori, perché non presumano di diventare maggiori (Mt. 20,26)» (FF 1109-1110).

Anche gli ammonimenti di Francesco avevano un’intonazione particolare. Il verbo ad-monere significa ricordare, esortare, richiamare, non usando la forza della coercizione, ma con la sola forza della testimonianza della vita. Pertanto il significato di ‘ammonire’ per lui era un voler richiamare alla memoria dei fratelli la parola di Dio, perché potessero comprenderne le esigenze e trasformarla in vita: le parole di ammonizione avevano così un significato pedagogico-salvifico.

Nella vita seconda di Tommaso da Celano [Qui] (FF 690) viene narrato un episodio molto significativo sul modo di concepire l’ammonizione da parte di Francesco. Il quale interpretava in modo particolare il testo del profeta Ezechiele sulla necessità di ammonire il fratello: testo che veniva allora generalmente interpretato in modo da giustificare l’uso della costrizione e l’imposizione di una disciplina a coloro che operavano inimicizia, discordie, dissidi per obbligarli a ravvedersi anche tramite la forza.

«Mentre Francesco dimorava presso Siena, vi capitò un frate dell’Ordine dei predicatori (domenicani), uomo spirituale e dottore in sacra teologia. Venne dunque a far visita al beato Francesco e si trattennero a lungo insieme, lui e il Santo in dolcissima conversazione sulle parole del Signore.

Poi il maestro lo interrogò su quel detto di Ezechiele (31, 18-20): “Se non manifesterai all’empio la sua empietà, domanderò conto a te della sua anima”. Gli disse: “Io stesso, buon padre, conosco molti ai quali non sempre manifesto la loro empietà, pur sapendo che sono in peccato mortale. Forse che sarà chiesto conto a me delle loro anime?”.

E poiché Francesco si diceva ignorante e perciò degno più di essere da lui istruito, che di rispondere sopra una sentenza della Scrittura, il dottore aggiunse umilmente: “Fratello, anche se ho sentito alcuni dotti esporre questo passo, tuttavia volentieri gradirei a questo riguardo il tuo parere”. “Se la frase va presa in senso generico – rispose Francesco – io la intendo così: Il servo di Dio deve avere in se stesso tale ardore di santità di vita, da rimproverare tutti gli empi con la luce dell’esempio e l’eloquenza della sua condotta. Così, ripeto, lo splendore della sua vita ed il buon odore della sua fama, renderanno manifesta a tutti la loro iniquità”. Il dottore in teologia rimase molto edificato, per questa interpretazione, e mentre se ne partiva, disse ai compagni di Francesco: “Fratelli miei, la teologia di questo uomo, sorretta dalla purezza e dalla contemplazione, vola come aquila. La nostra scienza invece striscia terra terra”».

E stata la lettura di questo testo che mi ha aperto alla comprensione di un versetto del salmo 50(51), 15 che mi era oscuro. Mi domandavo infatti come “insegnerò agli erranti le tue vie”. La risposta semplicissima suggerita da Francesco “percorri tu per primo con la testimonianza della vita le vie di Dio e le farai conoscere agli altri”.

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica di Andrea Zerbini, clicca [Qui]

IL TESTAMENTO SOCIALE DI PAPA FRANCESCO
ombre e luci dell’enciclica “Fratelli tutti”

Fratelli tutti è la terza enciclica di papa Francesco, dopo Lumen fidei del 29 giugno 2013 (iniziata da Benedetto XVI e firmata da Bergoglio) e Laudato sì (24 maggio 2015).
La firma è del 4 ottobre sulla tomba di San Francesco ad Assisi, festa del santo patrono d’Italia: un papa gesuita sempre più francescano.
Del resto, come il poverello di Assisi ha dato il nome al suo pontificato e lo ha ispirato a scrivere Laudato sì (l’enciclica per la terra), il “Santo dell’amore fraterno” (2) è alla base di Fratelli tutti.
Ispirazione questa volta condivisa con “altri fratelli che non sono cattolici” (286), come Martin Luther King, Desmond Tutu e il Mahatma Gandhi, oltre al beato Charles de Foucauld.

Il lungo documento non è un trattato sulla fraternità universale, cifra stilistica ormai di un magistero, con tutti i pro e i contro, che si caratterizza più per un linguaggio spirituale e psicologico che per una teologia sistematica.
Ma anche Fratelli tutti va letto non tanto e solo per quello che dice, ma come lo dice; vale a dire quell’incedere pastorale e non dottrinale che risale allo stile di papa Roncalli e del concilio Vaticano II, ma che non prende congedo da un’uguale profondità teologica. Vero e proprio principio organizzativo di una postura della Chiesa che vuole essere Mater prima ancora che Magistra.

Per quel poco di sintesi che si può fare di otto capitoli sviluppati in 287 paragrafi, si può cominciare con quello che non c’è nell’enciclica.
Non sbaglia Roberta Trucco su Ferraraitalia [Vedi qui] a rilevare la mancanza del termine sorelle accanto ai fratelli.
La pensa così anche il moralista Simone Morandini (Il Regno): “forse una maggiore attenzione per la dimensione complementare della sororità avrebbe arricchito un testo sul versante delle relazioni di genere”. Specie se si pensa che per Assisi è difficile pensare a Francesco senza Chiara.

Nell’enciclica non c’è, poi, un accenno sul tema rovente degli abusi sessuali e neppure c’è un solo riferimento alle opacità e intrighi dentro le mura vaticane.
La recente vicenda clamorosa dell’acquisto della Santa Sede di un immobile in Sloan Avenue a Londra, pagato 200 milioni di euro (ben oltre, si dice, il suo valore effettivo), è il coperchio sollevato di una pentola dentro cui da tempo ribollono scontri tra cardinali, monsignori, manager, affari, giri di denaro, comprese le offerte dei fedeli (l’obolo di San Pietro), su cui ora sono al lavoro avvocati e giudici.
Tutti aspetti che è difficile pensare estranei alla fraternità, innanzitutto dentro la Chiesa.
Si può dire che il quasi 84enne Bergoglio non abbia la forza per porre il dito, per quanto papale, su alcuni fronti, la cui temperatura è così alta da far pensare ai cavi dell’alta tensione.

Se le forze sono mancate tanto a papa Ratzinger quanto adesso a Bergoglio, si fatica a trattenere il dubbio inquietante se, pensando agli intrighi vaticani, la curia romana non sia riformabile né da destra, né da sinistra.

Proprio per il peso epocale di questi banchi di prova, assumono particolare peso le parole di commento all’enciclica di Mons. Victor Fernández, argentino, vescovo di La Plata, dato per molto vicino a Bergoglio: “Direi che è il grande testamento sociale di papa Francesco”.

Fin dal primo capitolo (Le ombre di un mondo chiuso) il pontefice dà voce a preoccupazioni al limite di un proprio pessimismo. Quasi solcando una distanza, come scrive Massimo Faggioli su Commonveal, rispetto alla ventata di fiducia del documento conciliare Gaudium et spes (1965) e in una una certa, e per certi versi sorprendente, continuità con il pessimismo di Benedetto XVI sulla modernità.
Fino ad arrivare a dire che in un mondo “senza una rotta comune (…), fra il singolo e la comunità umana sia ormai in corso un vero e proprio scisma” (31). Termine che come nessun altro nel linguaggio ecclesiale significa rottura.

Lo sguardo preoccupato è rivolto a un processo di globalizzazione che causa distanze, paure, chiusure. Liberismo, paradigma tecnocratico della finanza e della rete, populismi e nazionalismi, portano alla chiusura egolatrica dell’ ”io” a scapito del “noi” e producono la cultura dello scarto (188).
Parole che sentono prepotentemente l’eco degli effetti della pandemia: “non ci dimentichiamo degli anziani morti per mancanza di respiratori, in parte come effetto di sistemi sanitari smantellati anno dopo anno” (35).

La parabola del buon samaritano (Lc 10, 25-37), porta la riflessione nel solco biblico, per dire che lo spazio della fratellanza nel rispetto della dignità umana va cercato oltre ogni steccato e confine. L’assistenza e la compassione al malcapitato del racconto evangelico vittima dei briganti, non viene dal sacerdote, né dal levita, le persone perbene e timorate di Dio che passano oltre, ma dal samaritano, cioè da quanto di più spregevole, impuro, detestabile e pericoloso, si potesse immaginare secondo l’ortodossia del tempo.

Parallelamente, oltre ogni confine papa, Francesco guarda gli immigrati – da accogliere, proteggere, promuovere, integrare (129) – e oltre ogni confine ecclesiale estende lo spazio di costruzione della fraternità, quando cita per cinque volte Ahmad al-Tayyeb, grand imam di al-Azhar (la moschea-università del mondo islamico al Cairo), con il quale firmò il Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune, il 4 febbraio 2019 ad Abu Dhabi.

Sull’onda di quella che è stata chiamata un’antropologia relazionale, Fratelli tutti si spinge fino a schierarsi senza mezzi termini contro la pena di morte e la guerra, prendendo definitivamente congedo in terreno ecclesiale anche dal concetto di “guerra giusta”. Così come annovera la fame tra i crimini compiuti contro l’umanità.
Tutti temi che sono munizioni nelle mani di quanti criticano da tempo papa Francesco, perché il suo magistero osa toccare con sconcertante disinvoltura il sancta sanctorum dell’ordine mondiale economico e finanziario, con le sue leggi e regole del mercato, della produzione, della ricchezza.

Argomenti che rafforzano anche gli avversari interni a Bergoglio, reo di una navigazione verso la diversità che sacrifica i principi di verità sull’altare di un’indistinta carità, finendo per allentare il senso di un’appartenenza identitaria. Un cammino che irretisce storiche alleanze politiche, ritenute anche tatticamente utili per la difesa dei principi non negoziabili.
Ma, come scrive Marcello Neri su Il Mulino on line, la risposta di papa Francesco è chiara: “ci sono urgenze più impellenti che devono impegnare la coscienza cristiana in questo momento”.

Quello di Fratelli tutti, in altri termini, ha tutta l’aria di essere l’appello di chi sente con senso profetico che l’umanità si sta avvicinando al punto di non ritorno.
Papa Francesco sembra drammaticamente consapevole di un precipizio che, se non si cambia rotta – per il creato e per l’uomo – si avvicina pericolosamente e decide di entrare nei panni della sentinella che, come nella Bibbia, sa di non essere amata perché non cerca consensi. E tenta di delineare, pur con tutti i limiti di un discorso non sistematico, un’architettura del mondo, delle relazioni umane e della pace, che ha bisogno anche di un artigianato della fratellanza, fatto dei gesti e della testimonianza di tutti.

Cover: Udienza pubblica settimanale, Papa Francesco, Piazza San Pietro, Città del Vaticano. Foto di Mario Roberto Duràn Ortiz (Wiki Commons)

PRESTO DI MATTINA
La realtà e l’idea, ovvero l’asino nel pozzo

Scrive Chandra Livia Candiani: «Per anni, mi ha fatto paura la parola ‘realtà‘. Non per la sua insostenibilità, ma per la sua riduttività. La confondevo con razionalità, burocrazia, adulti, logica, scuola. Non c’erano alberi, né animali, non c’erano giochi, né fiumi. Poi, camminando sull’antico sentiero, ho scoperto che si può essere tessitori della realtà e che realtà significa anche ‘sogno’, profondissimo, smisurato, appassionato sogno. Ora la sbircio, ogni tanto mi immergo, galleggio, affondo. Sono cosa della realtà. Briciola di misteriosi legami, ogni nodo di realtà rispecchia tutti gli altri e la rete non ha fine, copre tutto quanto, non come un mantello, né come un cielo. Come un velo, che ri-vela», (Il sogno della realtà, in Il silenzio è cosa viva, Torino 2018, 65).

In breve: «saper stare nella realtà è l’autentico problema dell’uomo» (Xavier Zubiri 1898-1991), e costituisce il punto di partenza per interrogarsi sull’alterità che abita la storia: o meglio sulla presenza dell’altro, con il suo volto, il suo vissuto, nella storia di ciascuno. La realtà ci pone così davanti a una presenza che non è accessibile né indagabile solamente con il pensiero. Non bastano i ragionamenti, i sistemi filosofici o le analisi degli scienziati. Entri in dialogo con la realtà in modo autentico solo se l’interroghi e lasci che ti risponda; solo se ne divieni responsabile con tutto te stesso; solo se decidi di investirci la tua vita, anche a costo di perderla, per poi ritrovarla. Stare nella realtà significa allora, paradossalmente, uscire da sé per andare oltre sé stessi, immergersi in quella relazione che – come diceva Teresa d’Avila – ci chiama fuori, sino a raggiungere una condizione che, oserei dire, è generativa di esperienza mistica e martiriale nella misura in cui è profezia di autenticità di vita e s’identifica con colui a cui ci si dona.

L’amico fraterno Enzo Demarchi ci ha ricordato nel suo Diario che ci sono due modi di dare. Il primo non è diverso dallo ‘stare al balcone’: si assiste, magari partecipando interiormente, ma dall’alto di una distanza. Il secondo, quello che ci fa essere reali, non può prescindere dallo scendere in strada tra la gente, e farsi coinvolgere. «C’è il dare qualcosa, magari tutto; e c’è il dare sé stessi. Quando uno dà qualcosa ha ancora tempo e modo di vedere se stesso, di contemplare il bel gesto. Quando uno dà sé stesso non si vede più, non sa più ragionare di sé e del suo dono: è preso in una Realtà diversa che lo fa comunicazione trasparente. Invece di vedere se stesso, vede umilmente grato questa Realtà, ringrazia del Dono che lo crea donatore».

Nella misura in cui ci si fa carico, si entra in contatto ma pure ci si lascia prendere, ci si lascia portare dalle vicende degli altri. Lasciandosi legare con il destino altrui, si sperimenta così la forza di smascheramento e verificazione del reale, che introduce in un processo esistenziale e storico di riscatto e di liberazione. Ci s’incarna, per così dire, nella relazione. Occorre allora farsi carico, immergersi nella realtà della storia degli altri, quale unico modo per poterla veramente conoscere. Cos’è infatti la realtà? Non è altro che un vincolo, un legame, una ‘re-ligazione’ (X. Zubiri). È qualcosa che ci unisce a ciò che è altro da noi ma di cui facciamo inscindibilmente parte, tanto da essere, al contempo, noi e altro da noi.

Sotto questo profilo, dunque, la realtà eccede il nostro orizzonte. È qualcosa che si riceve prima di poterla elargire; non siamo noi a portarla per primi, ma noi portiamo la realtà che ci porta. E se è vero che l’intelligenza comprende dentro alla realtà, è altrettanto vero che le idee con cui la si esprime non superano la realtà stessa, perché essa, pur essendo legata all’atto del conoscere, è allo stesso tempo distinta in radice dall’atto che la comprende. Possono servire a chiarirlo meglio alcune espressioni ossimoriche – ovvero l’accostamento di due termini di senso opposto capaci di generare un paradosso di senso – come ‘intelligenza senziente’, che dice il vincolo tra una duplice modo di sapere, con l’intelletto e con i sensi. Ma anche l’espressione ‘cuore pensante’ rende plasticamente l’idea, restituendoci il modo più adeguato di situarsi nella realtà senza separarla dal pensiero, declinando insieme le differenti articolazioni del reale come pienezza e limite; unità e conflitto; totalità e parte; sapienza e profezia.

Anche se alquanto articolato, è questo, credo, l’orizzonte in cui comprendere il senso dell’espressione di papa Francesco secondo cui «la realtà è superiore all’idea. Questo implica di evitare diverse forme di occultamento della realtà: i purismi angelicati, i totalitarismi del relativo, i nominalismi dichiarazionisti, i progetti più formali che reali, i fondamentalismi antistorici, gli eticismi senza bontà, gli intellettualismi senza saggezza» (Evangelii gaudium 231).

Sullo sfondo di queste parole si coglie allora cosa si debba intendere, nel profondo, per realtà: è lo stesso dolore degli altri; il grido dei poveri e degli oppressi, che ci chiama a fare strada con loro, a stare e dimorare nel reale, così da partecipare alla sua forza sovversiva. Penso ai martiri della religione e della giustizia; a Maria nel Magnificat testimone di Colui che ha ribaltato le sorti, “ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, innalzando gli umili e ricolmato di beni gli affamati, rimandando i ricchi a mani vuote”.

Il teologo Johann Baptist Metz, presagendo il futuro del Cristianesimo in dialogo con il pluralismo religioso e culturale dei popoli, indica nella memoria della passione, e soprattutto nella con-passione, l’aprirsi di un nuovo cammino profetico per i cristiani. Il realismo dei testimoni smaschera nel tempo – il tempo, come sottolinea papa Francesco, è superiore allo spazio – le trame e le menzogne dei pifferai di turno. Egli ricorda come deve essere lo sguardo di coloro che guardano con fede a Gesù: identico a quello del maestro il quale si fece prossimo a tutti, rivestendosi della compassione del Padre in una vita e in una storia di povertà e di persecuzioni: «il primo sguardo di Gesù non fu diretto al peccato degli altri ma al dolore degli altri. Per Gesù il peccato rappresenta […] il rifiuto di partecipare al dolore altrui», (Memoria passionis. Un ricordo provocatorio nella società pluralistica, Brescia 2009, 153). La sua risposta all’altrui dolore fu prenderlo su di sé e farlo proprio, accollandosi il destino dei sofferenti e la loro storia come propri. Di qui la storia di un Dio di uomini, un Dio che risveglia alla realtà e sta in essa attraverso la compassione.

Jon Sobrino, l’unico superstite del massacro dei gesuiti dell’Università cattolica del Salvador UCA nel novembre 1989, ricorda il pensiero del rettore padre Ignacio Ellacuria, il quale interpretava le immense maggioranze povere del continente latinoamericano con la figura biblica del Servo di Yahvé, declinato al plurale come il popolo crocifisso. Un popolo che conosce il patire, senza “apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi”, disprezzato e reietto dagli altri, davanti al quale ci si copre la faccia. È il popolo crocifisso, capace di smascherare l’occultamento e la menzogna dell’anti-Regno, di indicarci la parte in cui si è posto il Crocifisso risorto e di tracciare, per chi crede sinceramente in lui, verso quale rotta va invertita la storia. Non possiamo infatti illuderci di annunciare Gesù dimenticandoci di coloro a cui, per primi, egli ha destinato il suo Regno (Mt 5,3). Senza star in loro compagnia, senza conversatio cum pauperibus – diceva Francesco d’Assisi – senza opzione preferenziale per i poveri restiamo ancora fuori dalla realtà (Cfr., La fede in Gesù Cristo, 347).

Il popolo crocifisso reclama un ribaltamento di sorte: un mutamento – si spera – che rovesci il cinismo dei senza pietà narratoci da una geniale storia Sufi: «Un giorno l’asino di un contadino cadde in un pozzo. Non si era fatto male, ma non poteva più uscirne. L’asino continuò a ragliare sonoramente per ore, mentre il proprietario pensava al da farsi. Infine, il contadino prese una decisione crudele: concluse che l’asino era ormai molto vecchio e che non serviva più a nulla, che il pozzo era ormai secco e che in qualche modo bisognava chiuderlo. Non valeva pertanto la pena di sforzarsi per tirare fuori l’animale dal pozzo. Al contrario, chiamò i suoi vicini perché lo aiutassero a seppellire vivo l’asino. Ognuno di loro prese un badile e cominciò a buttare palate di terra dentro al pozzo. L’asino non tardò a rendersi conto di quello che stavano facendo e pianse disperatamente. Poi, con gran sorpresa di tutti, dopo un certo numero di palate di terra, l’asino rimase zitto. Il contadino allora si decise a guardare verso il fondo del pozzo e rimase sorpreso da quello che vide. A ogni palata di terra che gli cadeva addosso, l’asino se ne liberava, scrollandosela dalla groppa, facendola cadere e salendoci sopra. In questo modo, in poco tempo, l’asino riuscì ad arrivare fino all’imboccatura del pozzo, oltrepassare il bordo e uscirne trottando» (Il silenzio è cosa viva, 57-58).

L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

L’occhio di periscopio

Il giornalismo online in questi ultimi anni ha innescato una profonda trasformazione del nostro modo di informarci. Le notizie sono immediatamente disponibili attraverso la rete, continuamente aggiornate, facilmente reperibili. L’informazione è abbondante, la cronaca è ampiamente garantita. Quel che risulta carente è una chiave di interpretazione dei fatti, uno strumento di analisi capace di fornire una lettura che si spinga oltre la superficie degli avvenimenti. FerraraItalia ha questa ambizione: offrire commenti, analisi, punti di vista che contribuiscano alla formazione di una più consapevole coscienza del reale da parte di ciascuno e a vantaggio di tutti, come imprescindibile condizione per l’esercizio di una cittadinanza attiva e partecipe. Ferraraitalia è un quotidiano indipendente globale-locale che sviluppa un’informazione verticale tesa all’approfondimento, perseguito con gli strumenti giornalistici dell’inchiesta, dell’opinione, dell’intervista e del racconto di vicende emblematiche e in quanto tali rappresentative di realtà più ampie, di tendenze, di fenomeni diffusi (26 novembre 2013)

Redazione

Direttore responsabile: Francesco Monini
Collettivo di redazione: Vittoria Barolo, Nicola Cavallini, Simonetta Sandri, Ambra Simeone, Carlo Tassi, Bruno Vigilio Turra
Segreteria di redazione: Paola Felletti Spadazzi

I nostri Collaboratori: Sandro Abruzzese, Francesca Alacevich,Alice & Roberta, Catina Balotta, Fiorenzo Baratelli, Roberta Barbieri, Grazia Baroni, Davide Bassi, Benini & Guerrini, Gian Paolo Benini, Marcello Bergossi, Loredana Bondi, Marcello Brondi, Sara Cambioli, Marina Carli, Emanuela Cavicchi, Liliana Cerqueni, Ciarìn, Riccarda Dalbuoni, Roberto Dall'Olio, Costanza Del Re, Jonatas Di Sabato, Anna Dolfi, Laura Dolfi, Francesco Facchiano, Franco Ferioli, Giovanni Fioravanti, Giuseppe Fornaro, Maura Franchi, Riccardo Francaviglia, Andrea Gandini,Sergio Gessi, Pier Luigi Guerrini, Sergio Kraisky, Francesco Lavezzi, Daniele Lugli, Carl Wilhelm Macke, Beniamino Marino,Carla Sautto Malfatto, Fabio Mangolini, Cristiano Mazzoni,Giorgia Mazzotti, Paolo Moneti, Francesco Minimo, Alice Miraglia,Corrado Oddi, Fabio Palma, Roberto Paltrinieri, Valerio Pazzi,Carlo Perazzo, Federica Pezzoli, Gian Gaetano Pinnavaia, Mauro Presini, Claudio Pisapia, Redazione, Francesco Reyes, Raffaele Rinaldi, Laura Rossi, Radio Strike, Gian Pietro Testa, Roberta Trucco, Federico Varese, Ranieri Varese, Gianni Venturi, Nicola Zalambani, Andrea Zerbini

Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

Clicca sull’Autore per i suoi contributi.
CONTATTI
Inviare i comunicati stampa a: redazione@ferraraitalia.it
Inviare lettere al giornale a : interventi@ferraraitalia.it


FERRARAITALIA
Testata giornalistica online d'informazione e opinione, registrazione al Tribunale di Ferrara n.30/2013

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi