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PRESTO DI MATTINA /
Marta e Maria di Betania

 

Marta e Maria di Betania

«Ti benedico, ospite mio, mio invitato – dice il santo rabbino – poiché il tuo nome è: Colui che cammina. Il cammino è nel tuo nome. L’ospitalità è crocevia di cammini» (Edmond Jabès [Qui], Il libro dell’ospitalità, Milano 2017, 11).

Due sorelle e un fratello, Lazzaro, gli amici di Gesù. Un piccolo e povero villaggio il loro, tanto che uno dei significati del nome Betania è “casa di povertà”. Posto sul versante orientale del Monte degli Ulivi, a circa mille metri dalla città santa, sulla strada che porta dalle alture di Gerusalemme agli sprofondi di Gerico.

Casa dell’amicizia ospitale, potremmo dire anche della loro casa. Per Gesù luogo delle confidenze, di intimità fraterna coi discepoli, di sororità e di famiglia; un luogo in cui riposare, una sosta lungo il cammino che stava compiendo verso il suo destino a Gerusalemme.

Queste due donne, Marta e Maria, pensate, sono state scelte dai vescovi quale icona evangelica per ispirare, orientare, accompagnare il secondo anno del cammino sinodale della chiesa italiana.

I cantieri di Betania: così hanno chiamato queste prospettive e riflessioni pastorali, nate – ci tengono a sottolinearlo – dalle interrogazioni del popolo di Dio, dalla consultazione delle comunità cristiane, e le loro risposte e i quesiti ne costituiscono il background, l’ordito testuale.

Come a dire: si costruisce la sinodalità solo a partire da un ascoltarsi ospitale. Così è emerso che questa ospitalità ha lo stile e i tratti di due donne postesi alla sequela di colui che si fa ospite per poter ospitarci.

Ancora oggi egli si fa ospite e pellegrino in mezzo a noi. E camminando egli svela il suo nome; accolto, ci fa conoscere il nostro nome nascosto, segreto. Egli è così colui che è sempre atteso perché «cammino è il suo nome».

Per quanto duri la notte la luce è sempre attesa così anche se avrà un lungo cammino davanti a se l’itineranza di un nomade non sarà privata dell’ospitalità: «Alla tua destra, il posto lasciato vuoto per l’arrivo dello straniero è sempre libero. Pazienta. Chi muove verso di te troverà libera la via».

Non importano le difficoltà ch’egli troverà nel cammino: «A un certo momento giungerà, poiché egli sa d’essere atteso, sinceramente. Davvero ospitale è, fino in fondo, l’attesa» (ivi, 23).

E alfine «il maestro disse, spostando la poltrona su cui sedeva: – È ora. Bisogna che parta. Mi lascerò guidare dai vostri pensieri. Di ciascuno rifarò il cammino. Continuerò così a vivere in voi. – E tu in noi, risposero i discepoli» (ivi, 82).

È appena di domenica scorsa la lettura di questo vangelo di Marta e Maria. A introdurlo la prima lettura dalla Genesi; il racconto di un’altra ospitalità, quella di Abramo alle querce di Mamre resa a tre forestieri nell’ora più assolata e calda del giorno.

La seconda lettura, che ha la funzione di attualizzare le scritture nell’oggi, ci ricordava con Paolo che il discepolo diviene lui stesso dimora di speranza quando ospita con ostinata determinazione dentro di sé la Parola di Dio: «Cristo in voi speranza della gloria», completando in se stesso i patimenti e le ferite di Cristo che continuano ad essere inflitti al suo corpo che è l’umanità:

«Auschwitz, cancellazione del Nulla, estrema cancellazione… Trema la mia voce, disse il vecchio. La parola umana e quella divina hanno preso atto allo stesso tempo della loro fragilità e della loro nascosta potenza.

Una parola di dieci lettere è il territorio dell’ospitalità. Abbi cura di ognuna d’esse, poiché dappertutto è inferno e sangue e morte. E il bambino s’asciugò le lagrime per sorridere al vecchio, che s’era nel frattempo un poco riconfortato. Razzismo. Antisemitismo. Esclusione. Tre sono le ferite. Tre le determinazioni» (ivi, 28-29).

In questo brano evangelico Luca ci presenta dunque un primo fotogramma: Gesù in cammino verso Gerusalemme. Seguiranno poi quelli all’interno della casa.

Attraversando strade e villaggi lui e i suoi discepoli hanno sperimentato ora il rifiuto, ora l’accoglienza, una volta vengono allontanati con sospetto, minacciati di morte pure, un’altra abbracciati da gioiosa gratitudine. A Betania sarà cosparso di preziosissimo unguento: una libbra di purissimo nardo.

Anche entrando a Gerusalemme avrà una grande accoglienza, da messia regale, ma poi ritornerà a Betania dai suoi amici.

Quasi subito, appena pochi giorni da quell’ingresso, gli osanna saranno mutati in grida: crocifiggilo, crocifiggilo; rifiutato da molti, misconosciuto e abbandonato dai discepoli, perfino tradito.

Troverà lacrime di ospitalità solo dalle donne, solo un velo di donna ad asciugare le sue sulla via della croce. E un cireneo, poi, costretto ad ospitare sulle sue spalle la sua croce sin sul Golgota. Là ai suoi piedi Giovanni e sua madre, chiede loro di restare ospitali, di accogliersi l’un l’altra come figlio e madre.

E il ladrone disse a Gesù: «Non merito l’ospitalità che ti devo. Accettala. Saprò che m’hai perdonato» (ivi, 18): inaspettatamente, proprio alla fine, sulla croce sarà riconosciuto e ospitato nella fede dell’altro appeso con lui al legno, e così non potrà, a sua volta, non accoglierlo pure lui dicendogli: «oggi sarai con me in paradiso».

Si risveglieranno entrambi tra le braccia del Padre, la loro nuova casa; e il centurione, senza saperlo, trapassando il costato di quel corpo morto, lascerà la porta di quel giardino per sempre aperta.

 

Betania, casa dell’obbedienza ospitale

«Maria, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola. Marta invece era distolta per i molti servizi» (Lc 10,38-42). Nel commento al vangelo Origene [Qui] scrive: «chiunque è di Betania, è amico di Gesù in quanto diventa intimo con l’obbedienza».

L’ascolto è la polla sorgiva da cui scaturisce ogni ospitalità. È nota la derivazione sia greca che latina della parola ‘obbedienza’: un ascolto in profondità, di colui che si abbassa fin alla radice dell’interiorità, come di discepola/o accovacciati ai piedi del maestro.

Maria, discepola che fa spazio, che fa tacere le sue parole, lasciando entrare le parole dell’ospite tenendole in grembo, adagiandole in quelle intimità senza limiti che sono le viscere di misericordia:

«Quale definizione potrebbe andar bene per l’ospitalità? – chiese il più giovane dei discepoli al maestro. – Ogni definizione è, di per sé, una riduzione e l’ospitalità non sopporta nessuna limitazione – rispose il maestro. Non chiedere la strada a chi la conosce, ma a chi, come te, la cerca» (ivi, 62).

Per accogliere bisogna uscire, da se stessi, dalle proprie parole, dai propri schemi e ragionamenti, non essere intenti alle cose, rivolti a se stessi; in un parola non essere noi al centro, come Marta, ma porre al centro colui che si accoglie.

La prima e più essenziale ospitalità, quella da considerarsi veramente buona, non è quella che ospita l’altro in casa, sotto il proprio tetto, o a tavola nel servizio della mensa, ma quella che accoglie dentro di sé, nella dimora che siamo noi.

La disponibilità all’ascolto profondo «ha come sbocco l’ospitalità», che è come dire tiene aperta l’aspettativa, la stessa speranza della vita: «- Hai il potere di prolungare la vita?, chiese un saggio a un altro saggio. – Ho il potere di prolungare la speranza, gli rispose costui» (ivi, 72).

 

«Il criterio è l’ospitalità»

L’ospitalità è misura smisurata di umanità; essa ci rende degni della nostra umanità, compie la nostra libertà come amore. L’ascolto dell’altro è la prima e fondamentale forma di ospitalità, che genera e alimenta ogni altra forma e servizio di accoglienza.

L’ascolto è come il lievito nella pasta di ogni servizio ospitale. Non c’è Maria senza Marta, come non c’è lievito senza pasta e pasta senza lievito. L’ascolto fa lievitare il bene di ogni diaconia e servizio proprio nella comunità cristiana.

Colui che ascolta impara lingue nuove, conosce nuovi mondi, si misura con linguaggi altri che acuiscono in lui l’arte dell’interprete, della mediazione per il desiderio di comunicare la gioia dell’ospitalità, che è gioia evangelica.

Di più: «L’ospitalità va letta come una buona notizia» (ivi, 84). Un vangelo non è solo per se stessi ma, come l’ospitalità, dono rivolto a tutti: «Se varco la soglia della tua casa, a chi offrirai ospitalità? Al tuo maestro o allo straniero del quale non sai nulla? – Come potrei non offrirla al mio maestro che m’ha fatto l’onore di venire da me? –

Il tuo maestro – disse allora il saggio – non ha bisogno di questo segno di rispetto. Il viaggiatore smarrito, invece, che bussa alla tua porta, spera con tutte le sue forze in questo segno, poiché non lo richiede soltanto per sé» (ivi, 66).

Al cuore dell’ospitalità sta dunque un vangelo nascosto, una buona notizia di liberazione, sia per chi ospita che per chi è ospitato. È la libertà stessa del vangelo generativa di fraternità.

In ogni ospitalità, come nella casa di Marta e Maria, è lui che incontriamo e ci dice: “ero forestiero e mi hai ospitato”: «Lo straniero forse capirà d’esser giunto nel paese, desolato delle sabbie, dove l’ospitalità è pegno di sopravvivenza”, insegnava ancora. E aggiungeva: “È il libro, questo paese”» (ivi, 96) e «smisurata è l’ospitalità del libro» (ivi, 108).

 

Ospitalità crocevia di cammini

Sinodalità si declina con ospitalità. Nel testo a più mani dei vescovi si ricorda dunque che per essere sinodali occorre essere ospitali. Le nostre chiese dovranno di nuovo uscire dai propri schemi e porsi con più decisione in ascolto.

Ascoltare è attraversare le frontiere dell’io del noi, queste barriere hanno i nomi di clericalismo e mondanità spirituale. Entrambi non conoscono ospitalità. Inospitale perché egotico è il primo, pone se stesso sopra tutti, abusando del suo potere; mortifica la dignità battesimale, la santità, vocazione, del popolo di Dio e il senso della fede dei battezzati.

Ma inospitale è pure la mondanità spirituale, perché vive al di fuori della vita reale, in un suo mondo a parte – come in una fiction – ridicolizza l’incarnazione e rifugge dal prendere dimora tra gli umili e i poveri, dall’abitare nel deserto sotto una tenda come Yhwh;

esalta l’esteriorità, vendendo l’effimero come fosse moneta sonante; vive sul pinnacolo del tempio una ritualità e liturgia vuote del mistero della fede; ama invece le piazze e i sagrati come luoghi delle sue ostentazioni ed esternazioni; confidando solo nelle proprie forze.

La mondanità spirituale non conosce l’abbandono alla grazia, il cuore fatto ardente, l’urgenza mite dell’annuncio, che la pone sulla strada samaritana, che è strada della prossimità compassionevole, del servizio, della corresponsabilità.

Il fatto che Marta svolga dei servizi, ma che li porti avanti ansiosamente e affannosamente è perché non li ha innestati nell’ascolto dell’altro, ma su se stessa, a misura del suo bisogno. Un servizio che manca dell’ascolto crea risentimento, dispersione, preoccupazione e agitazione.

Nel documento consegnato alle chiese locali «la centralità delle figure di Marta e Maria richiama esplicitamente il tema della corresponsabilità femminile all’interno della comunità cristiana»: l’ospitalità come crocevia di genere.

«Marta e Maria non sono due figure contrapposte, ma due dimensioni dell’accoglienza, innestate l’una nell’altra in una relazione di reciprocità, in modo che l’ascolto sia il cuore del servizio e il servizio l’espressione dell’ascolto».

Pertanto, dall’icona dell’ospitalità evangelica riproposta nel documento, emerge la necessità ancora disattesa di «curare l’ascolto di quegli ambiti che spesso restano in silenzio o inascoltati… prestare ascolto ai diversi “mondi”, in cui i cristiani vivono e lavorano, cioè “camminano insieme” a tutti coloro che formano la società.

Innanzitutto il vasto mondo delle povertà: indigenza, disagio, abbandono, fragilità, disabilità, forme di emarginazione, sfruttamento, esclusione o discriminazione (nella società come nella comunità cristiana);

poi gli ambienti della cultura (scuola, università e ricerca), delle religioni e delle fedi, delle arti e dello sport, dell’economia e finanza, del lavoro, dell’imprenditoria e delle professioni, dell’impegno politico e sociale, delle istituzioni civili e militari, del volontariato e del Terzo settore.

Sono spazi in cui la Chiesa vive e opera, attraverso l’azione personale e organizzata di tanti cristiani, e la fase narrativa non sarebbe completa se non ascoltasse anche la loro voce».

L’invito di Marta e Maria? «Scoprite che la fraternità ha un volto e l’ospitalità una mano». Anche senza gli incentivi del 110 per cento teniamo aperti i cantieri di Betania: il cantiere della strada e del villaggio, quello della chiesa come casa ospitale e il cantiere in essa delle diaconie e della formazione spirituale.

 “Quando la nostra responsabilità è messa alla prova”.
“Prendere la parola.
“Per quel ch’essa è.
“Per quel ch’ essa può.
“Far ricorso ad essa.”
A colui che parla abbiamo il diritto di chiedere
in nome di che cosa egli parla.
“E allo stesso modo chi ci interroga ha il diritto
d’aspettarsi da noi una risposta.
(ivi, 34)

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San Pietro Fontana lato nord

PRESTO DI MATTINA
Il battito in ogni cosa

Chi sei tu?

«Chi è lo Spirito santo?» Non mi pare questa la giusta domanda da porre a Pentecoste. Sa troppo di ‘catechismo’, di dogmatica, finendo per indurre a una risposta impersonale, magari impeccabile, ma da manuale di teologia, che non quieta l’attesa di chi interroga né riesce veramente a dischiudere il segreto nascosto nel nome. Fatalmente, chi la pone si fermerà a metà strada, senza arrivare al cuore e sentirne il battito. La strada è un’altra.

A Pentecoste, al compiersi della Pasqua e al venire dello Spirito, una più congegnale domanda potrebbe essere: «Chi sei?», senza dimenticare di ripetere con ardente desiderio: «Chi sei tu per me?».

Solo quest’ultimo interrogativo rivela l’esperienza, come diceva Isacco il Siro (VII secolo) [Qui], senza accontentarsi di una risposta fors’anche erudita e ornata di bellezza, ma impersonale. Non è raro che si pongano domande prive di un contatto con la realtà. Ecco perché un interrogativo che suscita e proviene dall’esperienza è un tesoro in cui possiamo confidare.

In questa audace e ad un tempo confidente domanda: «Chi sei tu per me e chi sono io per te?» solo chi è amato e a sua volta ri-ama giungerà a conoscerne la risposta. Nel tu per tu della relazione, di una libertà che ad un tempo si fa accogliente e si affida all’altro, può venire alla luce la parola, il nome sempre conosciuto e nominato sempre in modo nuovo di colui che Riccardo di San Vittore [Qui] chiamava il «condilectus, amor debitus et donum», un amore condiviso che si riceve (debitus) e che si dona a sua volta oltre sé stesso.

«Con-dilectus» esprime la gratuità dell’accoglienza, il darsi di una comunione reciproca di un amore a due, quella del Padre e del Figlio. Lo Spirito è sì il luogo vivente del loro amore, dove entrambi dimorano; ma questo luogo è reso permanentemente aperto dallo Spirito santo.

È costui infatti amore in uscita, che non trattiene gelosamente ciò che riceve. È passione di amore che non resta passivo, ma diviene a sua volta azione di amore che permanentemente fluisce, sorgente che zampilla in ogni dove, anche dentro di noi: «l’acqua che io gli darò – dice Gesù alla samaritana riferendosi allo Spirito – diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna» (Gv 4,14).

Il tutto a dimostrazione che la perfezione dell’amore non è esclusiva, ma inclusiva. Estasi di amore è lo Spirito, irruenza, dolcemente fluente, fuoco di amore, mite ardore di amore, che a Pentecoste mette sottosopra il cuore, e sparpaglia gli araldi del vangelo riunendo i linguaggi degli uomini, sino a renderli consonanti gli uni gli altri al loro messaggio, concordi come fratelli: «Mandi il tuo spirito, sono creati, e rinnovi la faccia della terra» (Sal 103, 30).

Lo Spirito è così tanto libero amore da lasciare anche in dono la libertà di nominarlo in molti modi, in moltissime lingue. Tutti infatti lo conosceremo, dal più piccolo al più grande, nel modo in cui anche noi saremo da lui conosciuti.

Ad ispirarmi questi pensieri è stato un inno di Pentecoste scritto nella sua ultima esperienza di questa festa da Edith Stein [Qui], Teresa Benedetta della Croce carmelitana, prima di essere deporta ad Auschwitz. È Edith a domandarsi: «Chi sei?».

«Chi sei, dolce Luce/ che ricolmi il mio essere/ e rischiari/ l’oscurità del mio cuore. Inafferrabile, inconcepibile e incontenibile in un nome» e tuttavia «più vicino a me/ di me stessa/ e più intimo/ del mio stesso intimo. Eppur nessun ti tocca/ o ti comprende/ e d’ogni nome infrangi le catene. Mi conduci per mano/ come una madre/ e non mi abbandoni,/ altrimenti non saprei muovere/ più nemmeno un passo./ Tu sei lo spazio/ che circonda/ il mio essere/ e lo prende con sé».

 

Sussurri e battiti d’amore

«Ogni sussurro/ e battito d’amore,
ogni sussurro che acconsenta amore».
(G. Ungaretti [Qui])

Lo Spirito è il battito in ogni cosa, pietra o albero o sabbia o acqua che sia, in ogni vivente e in ogni parola soffio di vita. È «murmure tra gli ulivi saraceni». Un “murmure di mare” è la nostalgia di amore, che risveglia nel poeta il ricordo di lei, dell’amata, e in me – «come l’acqua delle fontane di san Pietro, murmure liturgico» – la «Dulcis Jesu memoria, vera cordis gaudia», affinché il Cristo continui ad essere anche per me dimora e cammino, e il suo vangelo sia giogo dolce e carico leggero.

Eco di Dio in ogni cosa è il suo Spirito: «Eco d’una voce chiusa nella mente/ che risale dal tempo; ed anche questo/ lamento assiduo di gabbiani: forse/ d’uccelli delle torri, che l’aprile/ sospinge verso la pianura. Già/ m’eri vicina tu con quella voce;/ ed io vorrei che pure a te venisse,/ ora, di me un’eco di memoria,/ come quel buio murmure di mare» (S. Quasimodo [Qui], Tutte le poesie, 101; 585; 141).

A Pentecoste lo Spirito santo sta proprio nel buio della notte come luce promessa. Come l’aurora, affioramento di luce, è già una promessa presente; già una preghiera esaudita: «Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga con voi per sempre. Lo manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto» (Gv 14, 16-26). Preghiera che continua a compiersi nel tempo: lo Spirito stesso prega con insistenza in noi, con gemiti inesprimibili» (Rm 8, 26).

Lo Spirito, come l’aurora, è il battito del germinare della luce, chiarore che crea un varco nell’oscurità, battito del riposo nella fatica, tocco di rugiada nella calura, conforto di prossimità nel pianto.

 

Sulla soglia della decisione

Paraclito/Ad-vocatus = colui che è chiamato a sé, che è in-vocato per sostenerti nell’ora della decisione, confortarti nell’ora della prova. Tutta la vita – cristiana diceva san Serafino di Sarov [Qui] – è con-seguire lo Spirito santo, divenirne discepoli. Da lui viene il dono del consiglio, del discernimento spirituale, come pure del discernimento comunitario che è esercizio di sinodalità. È lo Spirito che guida al pensiero di Cristo, che è generativo del con-senso della fede dei battezzati nella comunità cristiana: sinfonia dei differenti battiti dei credenti.

Paolo ricorda ai Corinti che: «Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano. Ma a noi Dio le ha rivelate per mezzo dello Spirito; lo Spirito infatti scruta ogni cosa, anche le profondità di Dio.

Chi conosce i segreti dell’uomo se non lo spirito dell’uomo che è in lui? Così anche i segreti di Dio nessuno li ha mai potuti conoscere se non lo Spirito di Dio. Ora, noi abbiamo ricevuto lo Spirito di Dio per conoscere tutto ciò che Dio ci ha donato. Chi infatti ha conosciuto il pensiero del Signore in modo da poterlo dirigere? Ora, noi abbiamo il pensiero di Cristo» (1Cor 2, 9-16).

Pentecoste continua ad essere così il tempo della decisione. Lo Spirito santo ci attende sulla soglia, quella della decisione della libertà: abita in essa, per farci fazione, dalla parte del vangelo, consorti suoi. La soglia della decisione è anche il luogo dell’indecisione: luogo certamente comune dell’incredulità e della fede. È la soglia presso la quale egli ci attende.

È don Primo Mazzolari a dirci che lo Spirito ci fa essere «con la volontà e il cuore di fazione per il Regno del Padre. Troppa gente ha fretta di smobilitarci dai nostri ideali e dai nostri ricordi, per nuovamente intrupparci dietro interessi, che non sono neanche interessi: troppa gente ha premura di renderci gravosa la libertà così faticosamente guadagnata per disporci al baratto. Ancora una volta la nostra libertà cristiana per un piatto di lenticchie!» (Il Compagno Cristo, 42).

E in un’omelia, lo stesso Mazzolari ricorda le tentazioni del cristiano: «La Parola di Dio l’ho dentro di me, non la posso più rifiutare e adattare ai miei gusti, imborghesirla. Nel ‘lontano’ la ricerca è un istinto naturale; nel credente è istinto e grazia.

C’è poi il confronto continuo fra ciò che mi splende nella visione e nel desiderio e ciò che riesco a fissare. Penso in eternità e avanzo lentamente nel tempo. Ho ricevuto tanto e di tanto devo rispondere: anche davanti agli uomini. Sono creato testimonio davanti agli uomini. Dipende da me se Cristo sarà accolto o giudicato nella mia luce o nella mia tenebra. Sono di fazione per Lui fino all’ultimo respiro» (Domenica prima di Quaresima Mt c. IV, v. 1 –11).

L’espressione iniziale del capitolo 2 degli Atti degli Apostoli: «mentre il giorno di Pentecoste stava per compiersi», quello “stare per compiersi” esprime il venire a maturazione della decisione degli apostoli, intuito dello Spirito e sua grazia, che a Pentecoste li farà testimoni del vangelo.

La stessa locuzione la troviamo anche nel vangelo di Luca al cap. 9, che narra il momento in cui Gesù manifesta la sua decisione di andare a Gerusalemme annunciando così la sua prossima passione: «Mentre stavano per compiersi i giorni in cui sarebbe stato tolto dal mondo, Gesù indurì la sua faccia e partì direttamente verso Gerusalemme».

È l’inizio del grande viaggio e lo Spirito, urge in lui e lo sospinge a salire con i suoi verso Gerusalemme, sapendo che là lo attenderà la croce; quella decisione lo porterà a raggiungere tutti e a dare compimento all’amore: «quando sarò elevato da terra attirerò tutti a me», ad abbracciare tutti, anche i nemici e nel luogo del suo innalzamento, da quel legno pure lui dai chiodi trafitto, colpo su colpo battuti, battito di un cuore morente e dopo aver preso l’aceto, reclinando il capo, avrebbe alla fine reso su tutti lo Spirito.

Lo Spiritus Principalis o Pneuma hegemonikon è l’energia di amore sorgiva che il Padre ha dato al Figlio e che questi ha rimesso nelle sue mani e donato anche a noi. È colui che conosce l’ordito dell’amore, l’ordo amoris, perché ne è il principio, la tessitura che regge e intreccia l’insieme dei fili di ogni amore fino al loro compiersi. È principalis, che inizia sempre, regge e guida ogni cammino, attacco e arrivo ad ogni movimento, filo dopo filo, battito dopo battito in ogni cosa, in ogni vita che acconsenta amore.

Spiritu principali confirma me (Salmo 50 [51], 14)

Tu esci
come da ferita del legno,
lavacro battesimale.
Tu sgorghi
come da cuore trafitto,
acqua e sangue,
vita nascente
da compiuta morte,
sigillo di un amore risorto.
Goccia a goccia dapprima,
fiume che travolge poi,
inondazione feconda
per l’arida fede
e per gli Undici,
sementi disperse
dal battito della paura.
Tu, primo battito
di un cuore di Chiesa
su cui accordarci
sempre di nuovo
perché si sia
cuore indiviso.

 

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Cover: Roma, p.zza San Pietro, fontana lato nord – Foto Wikimedia Commons

 

 

 

resurrezione pasqua gesù

PRESTO DI MATTINA
Il suo dono

Suo dono è la Pasqua

È nella notte che è risorto
È dalla mia notte che è risorto
Pesavo, dormivo su di lui, io sono la pietra
Dal sepolcro per sempre rotolata via

Occhi, lingue, volti
Che annunciano nei secoli
Io sono fino alla fine dei tempi
L’asse del cielo, la ruota del vento
L’albero della vita le cui radici
Fanno di tutti i corpi un corpo solo.
Basta un papavero
Spinto fuori dalla tomba
Per farmi uscire
E per celebrare
Il Risorto che mi fa dono
Di uno scorcio d’alba e fra i denti un fiore
Il dono di vivere nella gloria
Dell’eterno quotidiano

(Pierre Emmanuel, Évangéliaire, Ed. du Seuil, Paris 1961, 213; 230)

Il dono annuncia il passare da se stessi all’altro, valicando la propria solitudine. Ma dice pure il darsi e il riceversi nella gratuità dell’amore, al modo della Pasqua − “transitus Domini” − il suo passare da noi al Padre suo, dal suo amore per noi all’agape di Dio, varcando la soglia invalicabile del sepolcro, oltre l’orizzonte chiuso della nostre morti.

Suo dono a Pasqua è il vangelo quadriforme, che pure transita da una persona all’altra, da allora fino ad oggi. Sono occhi, lingue e volti che annunciano lungo tutti i secoli “il rosso e delicato papavero che ha spezzato la pietra, l’asse del cielo, la ruota del vento, l’albero della vita, il dono di uno scorcio d’alba presto di mattina”.

Insieme, appassionatamente essi, sparpagliati tra la gente, trasmettono quello che a loro volta hanno ricevuto fin dal mattino di Pasqua: un passa parola, passo dopo passo che attraversa la vita di ciascuno rendendola un testimone.

La narrazione di questa traditio degli apostoli la troviamo in una lettera di Paolo ai Corinti: «Vi faccio poi presente, fratelli, il lieto annuncio che abbiamo annunciato a voi e che voi avete ricevuto e nel quale state (saldi) e per mezzo del quale siete anche salvati. Trasmisi infatti a voi che Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture e che fu sepolto e che è stato risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture e che apparve a Cefa quindi ai Dodici» (1Cor 1, 1-8).

E più avanti Paolo lo afferma del dono del corpo e del suo sangue del Cristo, della sua presenza significata e attuata nella condivisione del pane e del calice, sua vita data per tutti. Da quella notte in cui veniva consegnato non ha mai più smesso di consegnarsi nel vangelo e nell’eucaristia sacramento del suo amore:

«Io, infatti, ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso (tradidi vobis) : il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito (tradebatur), prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: “Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me”. Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: “Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me. Ogni volta infatti che mangiate questo pane e bevete al calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga”», (1Cor 11, 23-26).

Suo dono a Pasqua: la tomba aperta, la libertà dello Spirito, una creazione nuova.

A Pasqua viene generato uno spazio di libertà: la tomba vuota è così luogo sorgivo del dono dello Spirito del Risorto; scaturigine di una libertà amante, che nemmeno la morte ha potuto trattenere dal donarsi ai suoi discepoli, mostrandosi risorto e vivo in mezzo a loro.

È sempre Paolo che scrive: «Il Signore è lo Spirito e dove c’è lo Spirito del Signore c’è libertà. E noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito del Signore», (2Cor 3, 17-18). Il dono e la libertà dello Spirito rigenerano e ricreano la qualità dei legami tra Gesù e i suoi, tale da permettere il reciproco riconoscimento.

Dicono gli esegeti che nel racconto pasquale del vangelo di Marco abbiamo forse due tradizioni inizialmente distinte tra loro: la tradizione del sepolcro aperto e quella delle apparizioni/manifestazioni del risorto; apparizioni di riconoscimento e apparizioni di invio missionario.

Manifestazioni per esprimere le quali è usato il verbo ‘vedere’: fu visto o si fece vedere. Il riferimento non è però a una visione che viene da loro, ma da lui: l’iniziativa è sempre del Risorto. Così coloro che avevano conosciuto quaggiù Gesù di Nazareth, durante tutto il suo ministero, attestano che egli è proprio lo stesso, sebbene divenuto altro, e che è lui, con tutto il suo messaggio, la sua persona indimenticabile e i suoi segni, ad essere stato risvegliato dai morti.

E ancora vorrei sottolineare come la descrizione e le immagini aurorali, con cui si apre il racconto nel vangelo di Marco, fanno pensare ad una nuova creazione iniziata con la risurrezione di Gesù: «Di buon mattino, (le donne) il primo giorno dopo il sabato, vennero al sepolcro al levar del sole», (16,2).

Come pure le ultime parole ci mettono sotto gli occhi la nuova comunità dei discepoli in uscita missionaria: «Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore operava insieme con loro e confermava la parola con i prodigi che l’accompagnavano» (16,20). Si noti la reciprocità del dono: quasi un ospitarsi l’uno nello spazio aperto dell’altro. Il Cristo e il suo vangelo nei discepoli; i discepoli e il loro buon annuncio nel Cristo.

Si trasmette solo ciò che si vive. Così è pure del dono del vangelo. L’annuncio chiede la testimonianza della vita. Scrive Roberto Repole [Qui]:

«La testimonianza viene qui affidata ai cristiani nei quotidiani e affatto normali contatti con le persone con cui convivono nei diversi ambienti della vita. È qui ed è così che può essere reso disponibile il dono, anche nel suo debito dell’annuncio: il quale avviene solo dal di dentro di questa testimonianza.

Se ciò che si deve donare nell’annuncio è lo spazio che si è aperto in Cristo (con la Pasqua), questo non verrà “detto” se non laddove ci siano dei cristiani che si fanno essi stessi spazio ospitale per altri uomini: l’annuncio non può avvenire senza questa testimonianza; e viceversa.

Ciò che si tratta di annunciare non può essere trasmesso se non con una vita che attragga per la capacità di essere realmente ospitale nei confronti dell’altro, per una presenza che gli fa spazio e gli consente di essere, per uno spendersi per l’altro che sia un ascoltarlo profondamente, per un offrire che mostri di vivere, al pari del destinatario dell’annuncio e dunque nella sua compagnia, nel costante bisogno del dono divino per essere…

Tale ridondanza del dono risulterà reale a misura che si realizzi nella stessa forma: nella gratuità e nel disinteresse, ma anche nella speranza che il destinatario possa, nella sua libertà, corrispondere al dono offerto e nella disponibilità della Chiesa a lasciarsi trasformare dal donatario» (La chiesa e il suo dono, Brescia 2019, 343; 7).

Il dono del Figlio

Il suo dono a Pasqua è proprio lui stesso, il Figlio amato, dato per noi, consegnatoci unitamente alla sua missione di prossimità e intercessione. Suoi doni trasmessi non solo alla cerchia dei discepoli, alla sua chiesa, ma a tutti quelli che stanno transitando un valico di prossimità e intercessione verso una umanità sofferente, e così facendo divengono collaboratori di quella incorporazione misteriosa al corpo stesso del Cristo cosmico e universale.

È Gesù stesso che ricorda a Nicodemo di essere dono del Padre: «Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare (daret) il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui» (Gv 3,16-17).

Il verbo greco usato è didomi’, nel latinodo/datum/dare’. Il biblista Léon-Dufour [Qui]  afferma che «con questo verbo viene messo in rilievo propriamente l’aspetto di “dono”, un dono in cui si ricapitola tutta intera la missione del Figlio nel mondo. Di fatto nel versetto seguente, il verbo parallelo ‘inviare’ non allude direttamente alla sua passione, ma piuttosto a tutta l’opera del Figlio nel suo insieme. Secondo l’angolazione giovannea, e anche qui, Gesù è eminentemente il Rivelatore del Padre, è Colui la cui parola risveglia l’uomo alla comunicazione divina» (Lettura dell’evangelo secondo Giovanni. I, San Paolo, Milano 1990, 412).

Occorre infine rilevare che questo dono che è “il Figlio dato” non separa i cristiani dagli altri uomini. Basterebbe leggere la Lettera a Diogneto [Qui] per cogliere questo legame strutturale dei cristiani con l’umanità tutta; un legame che li rende membra, secondo il concilio, gli uni degli altri nel cammino spirituale di incorporazione al Cristo di tutta l’umanità [Qui].

Così nel dono del Figlio si dà il dono della testimonianza dei cristiani: Leggiamo nel documento Ad gentes 11 del Concilio:

«È necessario che la Chiesa sia presente in questi raggruppamenti umani attraverso i suoi figli, che vivono in mezzo ad essi o ad essi sono inviati. Tutti i cristiani infatti, dovunque vivano, sono tenuti a manifestare con l’esempio della loro vita e con la testimonianza della loro parola l’uomo nuovo, di cui sono stati rivestiti nel battesimo, e la forza dello Spirito Santo, da cui sono stati rinvigoriti nella cresima; sicché gli altri, vedendone le buone opere, glorifichino Dio Padre (cfr. Mt 5,16) e comprendano più pienamente il significato genuino della vita umana e l’universale legame di solidarietà degli uomini tra loro.

Ma perché essi possano dare utilmente questa testimonianza, debbono stringere rapporti di stima e di amore con questi uomini, riconoscersi come “membra” di quel gruppo umano in mezzo a cui vivono, e prender parte, attraverso il complesso delle relazioni e degli affari dell’umana esistenza, alla vita culturale e sociale.

Così debbono conoscere bene le tradizioni nazionali e religiose degli altri, lieti di scoprire e pronti a rispettare quei germi del Verbo che vi si trovano nascosti; debbono seguire attentamente la trasformazione profonda che si verifica in mezzo ai popoli, e sforzarsi perché gli uomini di oggi, troppo presi da interessi scientifici e tecnologici, non perdano il contatto con le realtà divine, ma anzi si aprano ed intensamente anelino a quella verità e carità rivelata da Dio.

Come Cristo stesso penetrò nel cuore degli uomini per portarli attraverso un contatto veramente umano alla luce divina, così i suoi discepoli, animati intimamente dallo Spirito di Cristo, debbono conoscere gli uomini in mezzo ai quali vivono ed improntare le relazioni con essi ad un dialogo sincero e comprensivo, affinché questi apprendano quali ricchezze Dio nella sua munificenza ha dato ai popoli; ed insieme devono tentare di illuminare queste ricchezze alla luce del Vangelo, di liberarle e di ricondurle sotto l’autorità di Dio salvatore».

Quel Figlio dato − Parola che dice la misura di se stesso e nostra, chi egli sia e chi siamo noi, ed il comune destino di vita-morte-vita che ci lega per sempre − proprio lui a Pasqua ci chiede di fare ancor più nostre, carne e sangue nostro, le incredibili sue parole, quelle del Padre nostro e delle Beatitudini, affinché in lui, sovrabbondanza e smisuratezza del dono, nella sua Parola ci sia dato vedere, come le donne il mattino di Pasqua, il suo volto (“Verbe visage” direbbe Pierre Emanuel).

Volto del Verbo
La misura vera dell’uomo è Cristo
Ugualmente la vera misura del Cristo è l’uomo.
Dalla battaglia nasce la proporzione
Due abissi si sondano, due abissi si donano
L’uno all’altro forma e sostanza, uomo e Dio.
Giacobbe non può donare che la sua miseria
Incommensurabile a lui – degno di Dio
Dio dona il suo Spirito fermento di Dio
Che rende Giacobbe commensurabile alla sua miseria
Giacobbe è ferito all’anca
il Cristo inchiodato alla croce
Ciascuno innestato all’altro per ferita.
Parola di Dio e linguaggio di uomo
Parola umana nella Parola di Dio
Il combattimento è buona notizia
Proferita, contestata e raccolta.
Ogni vocabolo reso chiaro nella stessa carne
Sofferto, odiato e adorato
Volto del Cristo unica somiglianza
Che non finisco mai di decifrare
Sulle tue labbra la nostra tutta santa identità.

(Pierre Emmanuel “Verbe Visage”, in Jacob ed du Seuil, Paris 1970, 163.)

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crocifisso cristo morte legno

PRESTO DI MATTINA
I tre giorni santi

 

I tre giorni santi: i giorni di Agape

Sulla via di Emmaus
Si avvicinò a noi
Andavamo con la testa bassa
Senza nemmeno levare lo sguardo
Si mise al nostro passo
Di cosa parlavate così tristi?
Tu solo sei l’unico che non lo sa?
Gesù Cristo è morto in croce
Il corpo fu tre giorni nella terra
Ma Egli non è più là

Anche se risorto
Al compiersi dei tre giorni
Io sono il sepolcro incredulo
Che sempre lo racchiude
Io sono la santa tomba
Attendo il suo Regno
(Pierre Emmanuel [Qui], Évangéliaire, Ed. du Seuil, Paris 1961, 221; 94)

Seguiamo Agostino che nella lettera a Gennaro scrive: «Ora considera attentamente i tre giorni santi della crocifissione, della sepoltura e della risurrezione del Signore. Di questi tre misteri compiamo nella vita presente ciò di cui è simbolo la croce, mentre compiamo per mezzo della fede e della speranza ciò di cui è simbolo la sepoltura e la risurrezione…

Queste realtà spirituali vengono celebrate durante la ricorrenza anniversaria della Pasqua in base all’autorità delle Sacre Scritture e per consenso della Chiesa universale sparsa per tutto il mondo. Nelle Sacre Scritture dell’Antico Testamento non è prescritto il tempo per la celebrazione della Pasqua se non nel mese delle nuove spighe dalla decima quarta alla ventesima prima luna;

ma poiché dal Vangelo risulta chiaro in quali giorni il Signore fu crocifisso e rimase nel sepolcro e risorse, dai concili dei Padri fu aggiunta pure l’osservanza di quei giorni e tutto il mondo cristiano si persuase che la Pasqua deve essere celebrata in quel modo», (Lettera 55, 14 24; 15,27; anche Consenso degli Evangelisti, III, 24,66).

I «tre giorni santi», detti anche il triduo pasquale, sono dunque quelli compresi tra la morte e la risurrezione di Gesù: il venerdì, sabato e domenica. Il giovedì santo non appartiene propriamente al triduo, ma in qualche modo lo anticipa, così come la Cena di Gesù con i suoi discepoli anticipa la Passione; l’eucaristia in Coena Domini diviene così il segno, e il grande sacramento dei giorni Agape: quelli del suo amore per noi.

Per i cristiani, il Triduo pasquale è il centro e il cuore dell’anno liturgico. Qui si raccoglie e si testimonia tutta la vita di Gesù nel gesto supremo della dedizione di sé al Padre e a noi. I tre giorni santi sono i suoi giorni, quelli dell’Uios agapetos, del Figlio amato, il diletto, primogenito del Padre tra molti fratelli e sorelle.

Uios agapetos è l’attestazione pronunciata da Dio, sia in occasione del battesimo di Gesù all’inizio della sua missione, sia al momento della trasfigurazione sul monte Tabor prima della sua passione, quando Gesù si incammina verso Gerusalemme (Mc. 1,11; 9,7).

Agape è un vocabolo del greco popolare parlato nell’Egitto del II secolo a.C., che ritroviamo nelle sacre scritture sin dalla Bibbia dei Settanta [Qui], volto a esprimere che il Dio d’Israele e di Gesù è un ‘Dio pro nobis’, che fa grazia, un Dio di elezione, libero nell’amore.

Agape è l’amore che implica scelta, predilezione, una preservante volontà di amore. Un amore – come ci ricorda Paolo − generativo di speranza: «La speranza poi non delude, perché l’amore/agape di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (Rm 5,5).

L’etimologia dice pure “mirare a qualcosa”, vedere di buon occhio, essere proteso verso qualcuno o qualcosa. Così pure l’altro sostantivo agapan indica l’amore che si irradia da Dio, l’amore potente che solleva l’umile e lo innalza al di sopra degli altri per pura grazia. E ancora è dimostrazione di affetto, amore diffusivo, attivo nel rendere giustizia, che vuole il bene dell’altro.

È stato il domenicano padre Ceslas Spicq (1901-1992) [Qui] ad indagare con acribia e un paziente lavoro i contesti letterari del termine agape nella sua monumentale opera di quasi mille pagine: Agapè dans le Nouveau Testament: analyse des textes, 3 voll., (Études Bibliques), J. Gabalda et C. Éditeurs, Paris, 1959 1966.

In questo studio p. Spicq ha illustrato l’inimmaginabile e indicibile preferenza che lega Dio agli uomini, e gli uomini a Dio per giungere ad attestare nell’etimologia della parola agape il significato di un “incontro sorprendente”.

Se infatti si riferisce apape alla radice aga del verbo agamai, ‘ammirare, sorprendersi’, agape diventa ‘l’accoglienza, l’ospitalità smisurata’, in cui si dà e accade la sorpresa della gratuità di chi riceve uno straniero: l’altro nella forma di un amore. Agape dice la radicalità veramente totale dell’amore che non è giustificato da niente, ma trova solo in se stesso la ragione d’essere, la sua scelta, la sua predilezione, la sua opzione preferenziale nell’amore.

Agape diventa pure il nome della giustizia di Dio, che amandoci genera una vita nuova per il tramite di Cristo: una porta che ci fa passare dalla morte alla vita. Questa giustizia − ha scritto il teologo Pierangelo Sequeri [Qui] − consiste nella volontà di “far-essere nel voler bene”.

«Far-essere nel voler-bene appare una buona traduzione di agape. Essa definisce esattamente l’agape tou theou. La migliore teologia biblica insiste sull’inquadramento non puramente denotativo, ma simbolicamente connotativo, della “invenzione” lessicale che sceglie di nominare con agape la rivelazione cristiana dell’amore di Dio. E ciò in senso anzitutto soggettivo: l’amore che Dio ha (Paolo), l’amore che Dio è (Giovanni).

La scelta mette in onore un termine relativamente desueto nell’uso e non fortemente caratterizzato nel senso, soprattutto rispetto a quelli di eros e philia. Il termine ha una generica parentela con i significati di ospitalità, accoglienza, inclusione nella sfera degli affetti parentali e famigliari.

Ma il suo valore e la sua forza sono determinati dal contenuto di rivelazione, al quale il termine viene associato. Non è tanto un tipo di amore che si aggiunge alla serie delle forme umane dell’amore, quanto piuttosto una dimensione teologale dell’amore (come è l’amore in Dio)» (La fede e la giustizia degli affetti, Siena 2019, 292-293).

I giorni dell’agapetos: il figlio prediletto

Nessuno può attribuirsi l’onore di stare davanti agli uomini in nome di Dio e davanti a Dio in favore degli uomini. Tanto che nemmeno il Figlio amato si arrogò questo onore, come ci ricorda la Lettera agli Ebrei (5,5-9): «gliela conferì colui che gli disse: “Mio figlio sei tu, oggi ti ho generato”. Nei giorni della sua vita terrena egli offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime, a Dio che poteva salvarlo da morte e, per il suo pieno abbandono a lui, venne esaudito. Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza da ciò che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono».

‘Pieno abbandono’ traduce il greco eulebeia, che significa ‘prendere bene tutte le cose’. È la piena umanità, quella che ha pietà di tutti e tutte le cose, che ascolta nel profondo (ob-audio) e si abbandona all’altro con smisurata dedizione in suo favore in un perdersi che diverrà un ritrovarsi: proprio per questo fu a sua volta ascoltato/esaudito.

«Al centro dei tre giorni sta quel punto delicatissimo − scrive Giuseppe Ruggieri − dell’esperienza della morte di Cristo, non solo come morire (venerdì santo), ma come morte effettiva, stato di solidarietà con i morti dello sheol, dell’Ade e cioè come ‘discesa agli inferi’. Cristo fu solidale con i morti e sperimentò la ‘morte seconda’, quindi tutta la profondità e l’abisso di quella condizione nella quale viene a trovarsi, dopo la fine della propria esistenza, l’uomo».

Il senso della discesa agli inferi, di cui abbiamo un potentissima immagine nel Crocifisso del Carracci a Santa Francesca romana, è simbolo reale del compiersi della estrema obbedienza di Gesù, del pieno abbandono del Figlio di Dio, che si specchia nel Servo sofferente descritto nei carmi di Isaia, la cui missione è quella di «dover cercare Dio dove non è, anzi dove non può essere, nell’essenza stessa del peccato del mondo» (Ruggieri, “Introduzione” a H. U. von Balthasar, La teologia dei tre giorni. Mysterium Paschale, Queriniana, Brescia 1992, 6-7; 10).

Così nella ‘figura sfigurata’ del Cristo si ha accesso all’Agape del Padre, nel Figlio si dà il superamento della violenza.

Agape: il lievito della storia

«Il regno dei cieli si può paragonare al lievito, che una donna ha preso e nascosto in tre staia di farina perché tutta si fermenti» (Mt 13,31-33). Così lo narra il poeta Pierre Emmanuel (1916-1984):

«Cristo è il lievito di una storia totalmente altra rispetto a quella che si limita alla cronologia./ Dall’Annunciazione al mattino di Pasqua lui l’ha vissuta tutta e compiuta in sé./ La vita di ogni uomo ne è un frammento dall’origine fino alla Pasqua eterna./ Il lievito lotta sia per non essere reso vano sia per sollevare allo spirito la materia./ Nel segreto di noi stessi una sola scelta ci rimane: o resistergli o abbandonarsi al lievito» (Le grand Oeuvre. Cosmogonie, ed. du Seuil, Paris 1984, 370).

Significativo allora risulta un testo della Commissione Teologica Internazionale del 2014 sul superamento della violenza, al modo del lievito quale metafora del consegnarsi/abbandonarsi del Figlio nelle mani di Agape:

«Gesù consegna se stesso e non i suoi discepoli. Nello stesso tempo, toglie spazio ad una alternativa ugualmente drammatica e apparentemente insuperabile. O ridimensionare l’altissima pretesa della sua rivelazione, o accettare il conflitto cruento con la parte ostile. Nel primo caso, si tratta di rinunciare all’obbedienza della verità ricevuta dall’Abbà-Dio; nel secondo caso, di accettare la logica della guerra religiosa. In entrambi i casi, il vangelo sarebbe revocato.

Gesù si scioglie dal ricatto di questa alternativa, scegliendo di consegnare nelle mani di Dio il destino della sua rivelazione e confermando la sua irrevocabile fedeltà al vangelo della giustizia di Dio: il quale “non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva” (Ez 18, 23-52; 33, 11).

Gesù disinnesca radicalmente il conflitto violento che egli stesso potrebbe incoraggiare, in difesa dell’autentica rivelazione di Dio. In tal modo egli conferma, una volta per tutte e per sempre, il senso autentico della sua testimonianza a riguardo della giustizia dell’amore di Dio. Questa giustizia non si compie mediante la legittimazione della violenza omicida in nome di Dio, bensì mediante l’amore crocifisso del Figlio in favore dell’uomo (cfr. Rom 8, 31-34).

Nel gesto della consegna di sé al supremo sacrificio, che risparmia il sangue dei discepoli e degli oppositori, risplende la potenza radicale dell’amore di Dio. “Allora il centurione che gli stava di fronte, vistolo morire in quel modo, disse: Veramente quest’uomo era figlio di Dio” (Mc 15, 39)» (Trinità e unità degli uomini, nn. 48-53).

Vi conosco perché sono stato uno di voi
Cristiano, senza comprendere veramente
Ciò che essere cristiano dovrebbe dire a chi si dice cristiano
Improvvisamente, un giorno
ho visto finalmente la croce:
Dio messo in croce.
Quale maestà più grande per l’uomo
Da sempre e per sempre?
La morte di Cristo l’ellisse atroce e divina
Di tutto il sangue d’uomo che bagna la terra,
Ora lo so: non sono né Pilato,
né Caifa, né i Giudei in rivolta
che ne portano il peso per la storia.
Tutta la storia dell’uomo
Sembra avere per scopo la morte di Dio.
Perché Dio vuole una cosa sola:
Che l’uomo sia capace di Dio.
Essere capaci di Dio
cioè essere capaci dell’uomo
Questo è troppo pesante per ciascuno di noi.
(Pierre Emmanuel, Le grand Oeuvre, 357)

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idolo leone potere

PRESTO DI MATTINA
Fuggire dall’Egitto e dagli idoli vicini e lontani

 

«Quando si adorano gli idoli si calpestano gli uomini e si oscura la verità».

Queste parole di don Primo Mazzolari [Qui], scritte sul muro della parrocchia di Borgo Punta, le si incrociava ogni volta che si entrava nel cortile. Le aveva fatte scrivere il parroco, don Piero Tollini, a grandi caratteri bianchi.

Forse perché vigilassimo su noi stessi, avertendoci della tentazione che si annida anche − e soprattutto − in una parrocchia di trasformare Dio in un idolo, di misurare lui su di noi anziché lasciarlo al suo posto, nella sua differenza e alterità, e attendendo che sia lui a farsi prossimo a noi, in un’alleanza che è sempre una relazione di due libertà: un rapporto nella fede, nell’affidamento, nell’ascolto profondo della sua Parola.

Il tempo della lontananza di Dio e della sua distanza va compreso come un momento di quella dialettica della relazione interpersonale che impedisce l’assorbimento l’uno nell’altro, ma garantisce l’unione nella differenza, l’invisibilità nel visibile: «l’unione, pur scartando la separazione, ha mantenuto la differenza» (Massimo il Confessore, Ambigua, PG 91, 1056c).

ATEISMO E IDOLATRIA

L’antagonista della fede e della vera religiosità umana non è tanto l’ateismo ma l’idolatria, che svuota l’umano dal “sentire pietà” verso gli altri rendendo come pietra il cuore di carne: L’idolatria rende deserta, «terra desolata» (T. S. Eliot), quella «sede appassionata dell’amore non vano» (Ungaretti): compassione indicibile “palpito nelle umane tenebre”.

L’idolatria, come zucchero filato al palato, evapora in un nulla e, parimenti, essa dissolve nel nulla la dignità, la relazione, il riferimento alla libertà e al diritto altrui. Tutto viene schiacciato quando si assolutizza ciò che non lo è, in nome di una presunta trascendenza, purezza delle idee e delle cose, dei beni, dei valori. L’epilogo è riduzione delle persone a marionette, delle quali si sfigura e sopprime il bene più grande, il volto e la stessa vita.

«Non c’è niente di più religioso al mondo del nostro rapporto con gli altri» ci ricordava spesso don Piero nelle sue omelie, perché in esso si dà quell’ incontro con il mistero della vera pietà, con il volto dell’umanità di Gesù, il cui sguardo è generativo della vera religiosità.

L’apostolo Paolo scrivendo a Timoteo gli ricorda: «Non vi è alcun dubbio che grande è il mistero della vera religiosità: «egli fu manifestato in carne umana/ e riconosciuto giusto nello Spirito,/ fu visto dagli angeli/ e annunciato fra le genti,/ fu creduto nel mondo/ ed elevato nella gloria», (1Tm 3,14-16).

Don Piero ci ricordava proprio che «la linea di demarcazione ora non è fra Dio e la sua negazione, ma fra l’idolo e il Dio vero. Anche fra i cristiani ci sono degli idolatri che hanno un feticcio che chiamano Dio, ma che ha niente a che fare col Dio vero – è un Dio morto, astratto, ideologico.

Ma chi è veramente Dio? Dio è la garanzia di sistemi di dominazione? Oppure Dio è la garanzia dei processi di liberazione? Abbiamo udito le parole di Mosè agli israeliti che sono sul punto di entrare nella terra promessa: è un Dio che ascolta il grido dei maltrattati, è un Dio geloso dell’uomo, che non riceve il fumo delle vittime, delle candele e degli incensi, è un Dio vindice dei poveri. Questo è il Dio della Bibbia, il Dio di Gesù, il Dio della liberazione che trova la sua piena ed ultima manifestazione in Gesù Cristo».

Nell’enciclica Lumen fidei − la prima enciclica di papa Francesco, del 2013, testo iniziato da papa Benedetto XVI poi, nell’anno della fede, assunto e continuato dallo stesso Francesco − si legge: «La storia di Israele ci mostra ancora la tentazione dell’incredulità in cui il popolo più volte è caduto. L’opposto della fede appare qui come idolatria.»

Mentre Mosè parla con Dio sul Sinai, il popolo non sopporta il mistero del volto divino nascosto, non sopporta il tempo dell’attesa. La fede per sua natura chiede di rinunciare al possesso immediato che la visione sembra offrire, è un invito ad aprirsi verso la fonte della luce, rispettando il mistero proprio di un Volto che intende rivelarsi in modo personale e a tempo opportuno.

Martin Buber [Qui] citava questa definizione dell’idolatria offerta dal rabbino di Kock: vi è idolatria “quando un volto si rivolge riverente a un volto che non è un volto. Invece della fede in Dio si preferisce adorare l’idolo, il cui volto si può fissare, la cui origine è nota perché fatto da noi.

Davanti all’idolo non si rischia la possibilità di una chiamata che faccia uscire dalle proprie sicurezze, perché gli idoli “hanno bocca e non parlano” (Sal 115,5). Capiamo allora che l’idolo è un pretesto per porre se stessi al centro della realtà, nell’adorazione dell’opera delle proprie mani.

L’uomo, perso l’orientamento fondamentale che dà unità alla sua esistenza, si disperde nella molteplicità dei suoi desideri; negandosi ad attendere il tempo della promessa, si disintegra nei mille istanti della sua storia. L’idolatria è movimento senza meta da un signore all’altro, non offre un cammino, ma una molteplicità di sentieri, che non conducono a una meta certa e configurano piuttosto un labirinto.

La fede consiste nella disponibilità a lasciarsi trasformare sempre di nuovo dalla chiamata di Dio. Ecco il paradosso: nel continuo volgersi verso il Signore, l’uomo trova una strada stabile che lo libera dal movimento dispersivo cui lo sottomettono gli idoli».

L’IDOLO E L’ICONA

La differenza tra l’idolo e l’icona è stata analizzata da Jean-Luc Marion [Qui], L’idolo e la distanza, Milano 1979). Nell’idolo ogni distinzione e differenza del soggetto nella relazione viene annullata, l’alterità è assorbita nell’identità; l’invisibilità, il mistero dell’altro, il sacramento del suo volto vengono ridotti solo all’ambito della loro visibilità: il suo volto viene pietrificato, negata la sua libertà.

«L’idolo impone la propria visibilità, si dà a vedere, avvince lo sguardo, lo ferma su di sé, su ciò che esso presenta allo sguardo sensibile, al quale non permette di evadere, di attraversarlo, di innalzarsi verso la realtà invisibile che esso pretende di rappresentare: l’idolo assorbe il divino in se stesso, lo limita alla misura che lo sguardo può sopportare, vale a dire, in definitiva, mirare, produrre lo sguardo umano…

L’icona, al contrario, illuminata dall’interno, «fa sorgere una presenza personale», conduce alla trascendenza, riveste un valore mistico e quasi sacramentale» (Joseph Moingt [Qui], Immagini, icone e idoli di Dio, in Concilium 2001/1, 173-174).

L’icona lascia che l’altro si manifesti, si ritira per fare spazio all’altro e perchè sorga il mistero di cui è portatore, non fissa l’invisibile nel visibile, lo lascia passare, si lascia attraversare e interpellare da questi. Nell’incontro dei volti si dà la presenza di Dio.

Vi è un’immagine di Dio in ogni persona umana che, per la solidarietà del Cristo al destino di ogni uomo, viene a riflettersi in quella del Figlio, nel suo volto. Così l’umanità di Gesù immagine del mistero di Dio in ogni uomo si rivela l’immagine dell’umanità di Dio per noi: «Se uno dicesse: “Io amo Dio”, e odiasse suo fratello, è un mentitore. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede» (1Gv 4, 20).

VITELLO D’ORO E VITELLO GRASSO

Preparando la riflessione del vangelo di domenica scorsa, mi era capitato di leggere un testo dell’Esodo, che raccontava del vitello d’oro e così mi era venuto quasi spontaneo domandarmi quale fosse la differenza tra il vitello d’oro del Sinai e il vitello grasso della parabola del Padre misericordioso e del figlio perduto e ritrovato, che era come morto ma poi il Padre, avendolo riavuto vivo, gli ridona la dignità figliale, imbandendo una grande festa.

Mi sono detto: guarda come il vangelo ci viene dato perché smascheriamo gli idoli, anche quelli nascosti in casa nostra; l’idolo, quello del figlio maggiore era la primogenitura, il patrimonio, l’eredità che rischiava di esser sperperata ancora una volta; non gli importava né del Padre né del fratello. Lui vagheggiava almeno un capretto – questo era il piccolo idolo che custodiva nel cuore − per far festa e mostrarsi il più grande, il futuro padrone di casa, vantandosene con i suoi amici.

Il vangelo decostruisce gli idoli e fa ritrovare le relazioni più autentiche, quelle che fanno vivere, relazioni da costruire fissando lo sguardo nel volto misericordioso del Padre del quale Gesù dice: «Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso» (Lc 6,36).

Mentre Mosè era sul monte il popolo non sopportava la sua assenza, né quella di Dio e volle farsi un’immagine. Per questo scimmiottò, prese a modello gli dei dell’Egitto che erano raffigurati con sembianze di animali. Così Aronne costruì un vitello, usando l’oro che il popolo aveva ricevuto dagli egiziani all’uscita dall’Egitto, monili, collane vasellame d’oro.

L’idolo depreda, spoglia dei beni, svuota, succhia via la vita da coloro che si fanno suoi adoratori. Pensate a chi fa del denaro il proprio idolo: finisce fatalmente per diventare avaro, povero. È lui stesso, nella sua insensatezza, a privarsi di ciò che più brama.

Adoratori del potere, della guerra, che fanno di se stessi il proprio dio e, pur di assomigliargli, distruggono tutto ciò e tutti coloro che incrociano sulla loro strada, sacrificano e immolano al moloch di turno divinità abbinata al fuoco distruttore.

Al contrario, il vitello grasso della parabola è simbolo di una paternità di Dio che dona tutto, anche il proprio figlio, per offrirci con lui ogni cosa. Una paternità, quella della parabola, che non teme di perdere tutto il suo patrimonio per riavere il figlio, il quale privo di tutto – tanto che «avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla» (Lc 15, 16) − viene nuovamente rivestito di tutto, persino dell’anello d’oro che aveva perduto, simbolo della dignità figliale ritrovata.

Una persona della parrocchia mi ha scritto che il vitello grasso simboleggia anche la grandezza e l’abbondanza del perdono (“70 volte 7”), che si trasforma in festa di rinascita: non dovevamo far festa dice il Padre al maggiore perché questo tuo fratello era perduto ed è stato ritrovato, era morto ed è tornato in vita? Anche in parabola non ci viene narrata forse la Pasqua di risurrezione?

Continuo anche oggi, nei vespri della domenica ad intonare in latino l’incipit del salmo 114 (113) il canto della speranza: In exitu Isräel de Aegypto: «Quando Israele uscì dall’Egitto, la casa di Giacobbe da un popolo barbaro, Giuda divenne il suo santuario, Israele il suo dominio». Lo vado salmodiato sull’armonia gregoriana, come quando lo cantavo appena entrato in seminario. Ogni volta mi rammenta il canto nuovo della Pasqua a noi ancora in cammino, protesi verso di essa.

Dice il Midrash: «Quando Israele uscì dall’Egitto, ci fu il cantico del mare (Es 15); quando stette presso il monte Sinai per ricevere la Torà, essi intonarono il cantico dell’alleanza, ossia il Cantico dei cantici: “Mi baci con i baci della sua bocca”. E così via, fino al momento in cui “lo vedranno nel mondo avvenire” e dal loro cuore sgorgherà un cantico nuovo».

FUGGIRE DALL’EGITTO E FUGGIRE DAGLI IDOLI VICINI E LONTANI

Se l’anima fuggendo dall’Egitto
scorgesse subito i colli di Chanan,
se sui frantumi degli dei stranieri
brillasse subito il volto immortale
e dagli sguardi della nostra rinuncia
già scaturisse amore,
quali ali darebbe al nostro passo
questa certezza anche tra pietre e spini!
Noi non sappiamo invece quante miglia dividano
l’ingresso nel deserto dall’incontro con Lui:
ci sgomenta la terra di nessuno
non più nostra, non ancora di Dio.
(M. Guidacci [Qui], In exitu, da Un cammino incerto).

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stelle cielo via lattea

PRESTO DI MATTINA
La parola attesa

 

Una parola attesa: «Non lo vedo / ma continuerò a cercarlo fino al giorno / dei miei ultimi passi sulla terra» (Jorge Luis Borges [Qui]).

La Parola attesa è nondimeno parola nel cuore. Quando si ama qualcuno, infatti, la sua parola è attesa e al tempo stesso già nel cuore: «Non è di là dal mare, perché tu dica: Chi attraverserà per noi il mare per prendercela e farcela udire e lo possiamo vivere? Anzi, questa parola è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore, perché tu la metta in pratica» (Dt 30, 13-14).

La parola attesa è quella dialogante e generativa di ecumene: oikoumene, una casa in cui tutti vivono, lo spazio comune in cui ciò che è di tutti viene compreso e accolto nella propria realtà locale, culturale, sociale e religiosa, e poi, attraverso questo arricchimento di diversità, condiviso nuovamente con chi abita nella casa comune. Oikéo/abitare è il verbo che declina e struttura l’ecumene, il lessico della fraternità.

La ‘Domenica della parola’ che si celebrerà domani è invito a riscoprire la centralità della Parola di Dio per farla dimorare negli abissi nella nostra vita e scoprirvi quella beatitudine che viene ogni volta dall’essere accolti e dall’accogliere: «Beato/accolto chi ascolta la Parola di Dio!», (Lc 11, 28).

Voluta da papa Francesco per tutta la Chiesa con una lettera del settembre 2019, ricorda uno degli ultimi gesti di Gesù dopo la Pasqua ai discepoli, come quando guariva per le vie della Palestina i sordomuti dicendo loro: «Effatà/Apriti!». Ora tocca anche noi: «Aperuit illis sensum ut intellegerent scripturas. Aprì loro l’intelletto per comprendere le Scritture» (Lc 24,45).

Nel riverbero cangiante in esse della rugiada dello Spirito si entra dentro quel mistero d’amore libero e liberante che è il mistero pasquale di morte e risurrezione. La Pasqua è la porta aperta per dimorare nelle Scritture sante, un ascoltare, comprendere, praticare insieme la Parola e, nel pane condiviso, realizzare insieme una familiarità promessa.

Si celebra la terza domenica del tempo ordinario, quest’anno appunto il 23 gennaio; tempo particolarmente significativo, perché ogni anno questa domenica cade nella settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, dal 18 al 25 gennaio festa della vocazione/conversione dell’apostolo Paolo.

Il tema è: “Abbiamo visto apparire la Sua stella in Oriente” (Matteo 2:2). Una settimana introdotta, come ogni anno, dalla giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei (il 17 gennaio), il testo per la riflessione è: “Realizzerò la mia buona promessa” (Ger 29, 10). Geremia ci invita a “stare positivamente dentro la realtà”, dentro l’ecumene mettervi radici e a starci in modo ‘generativo’, perché la promessa di Dio resta costante nella storia.

Il cammino ecumenico verso l’unità dei cristiani nacque dal risveglio missionario delle chiese, più di cent’anni fa, divenute consapevoli che per rendere credibile e autentica la testimonianza al vangelo si dovevano superare l’incoerenza e curare le ferite delle divisioni tra i cristiani pena l’irrilevanza del loro annuncio.

Già allora le chiese si misero in uscita missionaria per convenire da diversi cammini ed esperienze all’unità dell’unica Chiesa di Cristo. Pure con il concilio si intraprese il cammino del dialogo interreligioso, che ebbe una tappa fondamentale nell’incontro di Assisi del 27 ottobre 1986 voluto fortemente da papa Giovanni Paolo II, poi continuato da Benedetto XVI.

Questi cammini non possono che arricchire e aprire ad estuario il nostro camminare insieme a partire dalle nostre comunità, per avere parte ad un ecumene più grande di fraternità tra i popoli e le religioni.

Ricordava papa Francesco all’inizio dell’ottavario di preghiera – così viene chiamata la settimana di preghiera per l’unità dei cristiani – il 18 gennaio 2019: «L’unità dei cristiani è frutto della grazia di Dio e noi dobbiamo disporci ad accoglierla con cuore generoso e disponibile… Per compiere i primi passi verso quella terra promessa che è la nostra unità, dobbiamo anzitutto riconoscere con umiltà che le benedizioni ricevute non sono nostre di diritto ma sono nostre per dono, e che ci sono state date perché le condividiamo con gli altri.

In secondo luogo, dobbiamo riconoscere il valore della grazia concessa ad altre comunità cristiane. Di conseguenza, sarà nostro desiderio partecipare ai doni altrui. Un popolo cristiano rinnovato e arricchito da questo scambio di doni sarà un popolo capace di camminare con passo saldo e fiducioso sulla via che conduce all’unità».

Il cammino ecumenico con le altre chiese e confessioni cristiane, come il dialogo interreligioso con le altre religioni e il cammino di fraternità con i popoli per quell’ecumene globale che è la nostra terra e l’intera creazione sono allora per papa Francesco un obbedire a Dio, ob-audire, in profondità, un ascolto dal basso, dalla terra, dalla base perché è lì che la sua parola germoglia in ogni spirito, da ogni gemito o sospiro, oltre che discendere come la pioggia a fecondare ed irrigare la terra per poi ritornare, risalire a lui non senza effetto.

Un obbedire a Dio mettendosi in marcia, con la propria identità in relazione, non per diluirla o perderla ma, al contrario, mettendola in gioco per riscoprirla in ciò che ancora di essa rimane nascosto e che affiora nel vivere insieme e nel condividere spalla a spalla, passandosi la voce per arrivare a fare una ola, un’onda dell’ecumene dei popoli sempre più globale.

Nel corso del viaggio apostolico in Iraq, papa Francesco ha posto un altro importante tassello nel processo del dialogo interreligioso; vi si legge grande coerenza, unità e attualizzazioni degli orientamenti e dei valori espressi negli scritti del suo magistero con Il documento di Abu Dhabi sulla Fratellanza umana, e poi l’enciclica Fratelli tutti.

Così papa Francesco all’incontro interreligioso di Ur in Iraq, il 6 marzo 2021: «Questo luogo benedetto ci riporta alle origini, alle sorgenti dell’opera di Dio, alla nascita delle nostre religioni. Qui, dove visse Abramo nostro padre, ci sembra di tornare a casa. Qui egli sentì la chiamata di Dio, da qui partì per un viaggio che avrebbe cambiato la storia. Noi siamo il frutto di quella chiamata e di quel viaggio.

Dio chiese ad Abramo di alzare lo sguardo al cielo e di contarvi le stelle (cfr. Gen 15,5). In quelle stelle vide la promessa della sua discendenza, vide noi. E oggi noi, ebrei, cristiani e musulmani, insieme con i fratelli e le sorelle di altre religioni, onoriamo il padre Abramo facendo come lui: guardiamo il cielo e camminiamo sulla terra.

Guardiamo il cielo. Contemplando dopo millenni lo stesso cielo, appaiono le medesime stelle. Esse illuminano le notti più scure perché brillano insieme. Il cielo ci dona così un messaggio di unità: l’Altissimo sopra di noi ci invita a non separarci mai dal fratello che sta accanto a noi.

L’Oltre di Dio ci rimanda all’altro del fratello. Ma se vogliamo custodire la fraternità, non possiamo perdere di vista il Cielo. Noi, discendenza di Abramo e rappresentanti di diverse religioni, sentiamo di avere anzitutto questo ruolo: aiutare i nostri fratelli e sorelle a elevare lo sguardo e la preghiera al Cielo. Tutti ne abbiamo bisogno, perché non bastiamo a noi stessi. L’uomo non è onnipotente…

Alziamo gli occhi al Cielo per elevarci dalle bassezze della vanità; serviamo Dio, per uscire dalla schiavitù dell’io, perché Dio ci spinge ad amare. Ecco la vera religiosità: adorare Dio e amare il prossimo. Nel mondo d’oggi, che spesso dimentica l’Altissimo o ne offre un’immagine distorta, i credenti sono chiamati a testimoniare la sua bontà, a mostrare la sua paternità mediante la loro fraternità…

Camminiamo sulla terra. Gli occhi al cielo non distolsero, ma incoraggiarono Abramo a camminare sulla terra, a intraprendere un viaggio che, attraverso la sua discendenza, avrebbe toccato ogni secolo e latitudine. Ma tutto cominciò da qui, dal Signore che “lo fece uscire da Ur” (cfr. Gen 15,7). Il suo fu dunque un cammino in uscita, che comportò sacrifici: dovette lasciare terra, casa e parentela. Ma, rinunciando alla sua famiglia, divenne padre di una famiglia di popoli.

Anche a noi succede qualcosa di simile: nel cammino, siamo chiamati a lasciare quei legami e attaccamenti che, chiudendoci nei nostri gruppi, ci impediscono di accogliere l’amore sconfinato di Dio e di vedere negli altri dei fratelli. Sì, abbiamo bisogno di uscire da noi stessi, perché abbiamo bisogno gli uni degli altri. La pandemia ci ha fatto comprendere che «nessuno si salva da solo» (Lett. enc. Fratelli tutti, 54) ».

Dell’unità attraverso le diversità camminando insieme ne parlava già nel III secolo Atanasio, vescovo di Alessandria d’Egitto [Qui] quando scriveva: «In un coro composto di molti uomini, bambini, donne, vecchi e adolescenti, sotto la direzione di un solo maestro, ciascuno canta secondo la propria costituzione e capacità, l’uomo come uomo, il bambino come bambino, il vecchio come vecchio, l’adolescente come adolescente, tuttavia costituiscono insieme una sola armonia.

Altro esempio. La nostra anima muove nello stesso tempo i sensi secondo le peculiarità di ciascuno di essi, così che, alla presenza di qualche cosa, sono mossi tutti simultaneamente, per cui l’occhio vede, l’orecchio ascolta, la mano tocca, il naso odora, la lingua gusta e spesso anche le altre membra del corpo operano, per esempio i piedi camminano. Se consideriamo il mondo in modo intelligente constateremo che nel mondo avviene la stessa cosa», (PG 25, 83-87).

Anche nella poesia le parole camminano insieme anche se vanno su e giù e di traverso, fuori le righe, note senza spartito; a loro è concessa licenza poetica, quella di mettere tutto sottosopra, come scintille di affetti nascosti portati alla luce al venire della notte.

Così rivado a una poesia di Pedro Casaldáliga [Qui], come un richiamo e un eco consonanti al testo poetico di Luis Borges:

«Galleggiano ombre di me, legni morti.
Ma la stella nasce senza rimprovero
sopra le mani di questo bambino, esperte,
che conquistano le acque e la notte.
Mi basti conoscere
che Tu mi conosci
interamente, prima dei miei giorni».

(Carta de navegar [Por el Tocantins amazónico], in El tiempo y la espera, Santander 1986).

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falco volo distanza

PRESTO DI MATTINA
Dimorare nella distanza è l’Avvento

 

Dimorare nella distanza è l’Avvento. Uno spazio intermedio, una terra di mezzo della nostra stessa esistenza, oltre che del tempo liturgico. Uno stare nel mezzo ed insieme un ‘di-stare’; perché l’avvento non è compimento, ma ancora abitare una distanza; il movimento verso una meta, per noi un andare verso il solstizio d’inverno da cui, come da impenetrabile tenebra, sbucherà la luce.

Come la vita così l’Avvento è essere abitati da una promessa. Parola questa di prossimità che sta sotto i nostri occhi; parola rivolta a noi e che ci sta d’innanzi. Intime a noi stessi come sementi nella terra, sono le promesse. Ma è pure una parola di lontananza, ciò che è seme e non ancora frutto: è quel di più promesso verrà andandogli incontro.

Uno stare ad un tempo abbracciati ed insieme disgiunti, uniti nella distanza: questo è dimorare nelle promesse. Come quando si legge un libro, entrando in una pagina, si dimora già, a distanza, in tutte le altre: ogni pagina è promessa, un tempo di avvento, per quelle a venire.

O come quando si ascolta la musica, che ti fa sentire in presenza, in ogni nota, il lontano, l’infinito, l’oltre te, vicinissimo ma come orizzonte inafferrabile, intimo ed insieme sfuggente. O ancora come quando si osserva lo spazio in prospettiva, con uno sguardo: avvicini a te il punto più lontano cui può giungere il tuo occhio, e proprio dentro la tua pupilla dimora la lontananza.

Così è pure lo sguardo di chiunque crede. Gli occhi della fede vedono in prospettiva la distanza e le successive tappe dispiegarsi, per raggiungere la pienezza del suo credere che è la carità. Quel che le è promesso è l’amore.

Sono le promesse che ci fanno alzare il capo. È la fedeltà alla promessa data che ci rende vigilanti circa i segni del suo incessante progredire verso la meta. Essa dice sono qui, sono viva, alzati camminiamo insieme.

Per realizzare le sue promesse anche Dio si alza ogni mattina come ogni mortale. Non si stanca dice Papa Francesco di venirci incontro e per primo percorre la strada che ci separa dalla sua vicinanza, «si alza dal trono della giustizia per sedersi sul trono della misericordia».

La domenica, quando sento suonare all’organo di Santa Francesca la Ciaccona in Fa minore di Johann Caspar Ferdinand Fischer [Qui], di un crescendo incalzante e di un ritmo quasi inarrestabile, irresistibile, anche se la messa è finita non riesco a trattenermi dall’uscire dalla sacrestia e con passo svelto, al ritmo della musica, andare verso le persone ed invitarle a sentire in quelle note cosa significhi essere abitati dalla promessa, dimorando nel tempo della distanza.

In un testo della prima lettera di Pietro è lo stesso crescendo che incontriamo: le parole incalzano come lo scorrere delle note sulla scala musicale della tastiera: «Mettete ogni impegno per aggiungere alla vostra fede la virtù, alla virtù la conoscenza, alla conoscenza la temperanza, alla temperanza la pazienza, alla pazienza la pietà, alla pietà l’amore fraterno, all’amore fraterno l’amore» (1, 5-7).

Dimora della distanza è pure quella preghiera che cammina in mezzo, che ‘inter-cede’. La preghiera di intercessione rende presenti, mette sotto gli occhi coloro che sono lontani, distanti. Li incontra nonostante l’assenza, perché, come la promessa, questa preghiera dice: “sono qui, sono viva, alzati camminiamo insieme”.

«L’intercessione – scrive papa Francesco – esprime l’impegno fraterno con gli altri quando in essa siamo capaci di includere la vita degli altri, le loro angosce più sconvolgenti e i loro sogni più belli. Di chi si dedica generosamente a intercedere si può dire con le parole bibliche: “Questi è l’amico dei suoi fratelli, che prega molto per il popolo” (2 Mac 15,14)» (Gaudete et exultate, 154).

L’intercessione è dono dello Spirito, mozione, invito di colui che abita la distanza come casa sua; l’amore che tiene perfettamente uniti quando si è lontani, vicini, nonostante le divisioni.

L’intercessione è un intuito della fede ed un intento di amore. Se dono dello Spirito essa può essere raffigurata dall’unzione che congiunge nella distinzione. Per essa ci si tocca, e lo spirito di uno penetra nell’altro e viceversa; e in questo modo si dimora anche nella lontananza.

L’unzione battesimale e crismale, ma anche quella con l’olio dato agli infermi, attua la comunanza con la grazia di Cristo, con la sua vita e amicizia. Lo stesso avviene tra noi e coloro per cui preghiamo.

Si partecipa così al ministero di grazia dell’Unto del Signore, del suo Servo Gesù, il quale viene anche in questo nostro faticoso avvento «per dare agli afflitti una corona invece della cenere, olio di letizia invece dell’abito da lutto, veste di lode invece di uno spirito mesto» (Is 61, 3).

Quando andando dai malati pronuncio le parole che accompagnano l’unzione: «Per questa santa unzione e per la sua piissima misericordia ti aiuti il Signore con la grazia dello Spirito santo… e ti sollevi», penso sempre che io pure ricevo l’unzione che dono, perché anche le mie mani restano impregnate, compenetrare da quel medicamento fragrante, ma anche dell’umanità dell’altro attraverso il tocco della mano.

E a volte capita che qualcuno, a sua volta, mi segni in fronte la croce con l’olio della passione, come nel giorno del mio battesimo sono stato segnato con il crisma della risurrezione: crisma viene da Cristo. Così pure è di quell’unzione che è la preghiera di intercessione: si è resi partecipi della umanità di coloro per cui si prega.

Pregando per una madre nell’avvento del figlio, in un modo misterioso ma reale pur nella distanza, sono reso partecipe della sua maternità e umana amorevolezza. Ma anche dell’ansia, dell’attesa trepidante, vigilante, della propensione che muove verso la luce e della cura e dedizione materna, incomparabile, quella che manca alla mia umanità.

Se prego per un bambino che ho battezzato sono reso partecipe dell’innocenza sorgiva nascente della sua fede che purifica e rinvigorisce la mia. Quando prego per i malati e anziani sono segnato dalla loro debolezza e sfinimento, ma insieme ricevo la forza con cui lottano insieme al Cristo contro il male; dalla loro umanità tribolata discende il dono di non rassegnarmi al male, riconoscendo nelle loro ferite le stesse trafitture e battiture di Gesù benedetto.

Se prego per i miei confratelli presbiteri e i diaconi o per le mie sorelle oranti, nei primi ritrovo la luce e la bellezza di portare il vangelo insieme, ciascuno a suo modo e nelle sorelle il dono della contemplazione e di quell’intercessione che contempla nel volto di Cristo il volto dei fratelli e delle sorelle.

Lo stesso accade quando si prega per le famiglie, i carcerati, i poveri i migranti, per coloro che lavorano o i senza tetto, non trascurando di portare al Padre nostro le tribolazioni di tutte le genti, i pericoli dei popoli, le solitudini nascoste di tante persone.

Ma non è solo questo. Ho imparato dalle sorelle Carmelitane che la preghiera di intercessione ti fa incontrare, dona anche a te, quella umanità nuova presente e laboriosa in tutti che è l’umanità di Gesù.

Nel cuore di ciascuno infatti lavora invisibilmente la grazia dello Spirito santo per ‘con-sociare’ tutti, nel modo in cui Dio solo conosce, al mistero della Pasqua di Cristo, dono dell’umanità di Dio pro nobis.

Si narra che un fratello fece visita ad un anziano che aveva il dono del discernimento e lo supplicò con queste parole: “Prega per me, padre, perché sono debole”. L’anziano gli rispose: “Uno dei padri una volta ha detto che chi prende l’olio in mano per ungere un malato trae giovamento lui per primo dall’unzione fatta con le sue mani. Così chi prega per un fratello che soffre, prima ancora che questi ne tragga giovamento, lui stesso ha la sua parte di guadagno, a causa del suo intento di amore».

La visione teologica di Gerard Manley Hopkins [Qui], poeta e gesuita inglese vissuto nell’800, può essere accostata a quella di Teilhard de Chardin [Qui]: la sofferenza e la bellezza della natura, ma pure quella dell’esperienza di Dio nel libro di Giobbe e di certi salmi; un dimorare per entrambi nella lontananza, in Irlanda il primo, in Cina e in giro per il mondo l’altro.

Distanze interiori ed anche esteriori: «Sembrare straniero è la mia sorte, la mia vita/ tra stranieri» dimorando tra le messi in cui si può «spigolare il nostro Salvatore», lui per cui «le azzurre, sospese colline sono il suo òmero reggente il mondo».

Nella poesia Il gheppio (The windhover. To Christ our Lord 1877) – interpretata anche da Romano Guardini in: Linguaggi, Poesia Interpretazione (Brescia 2000) – la dedica che fa seguito al titolo, “A Cristo nostro Signore”, indica verso quale direzione sia orientata la sensibilità del poeta.

L’ascesa e il volo del falcus tinnuculus, che tintinna, sembrano raffigurare così due modi di dimorare del Cristo nella distanza: non solo quella simboleggiata nel gheppio, ma pure la successiva, quella dell’arato nel solco.

Dividendo il termine inglese wind hover, si può anche leggere come ‘sorvolare il vento’: una figura della distanza tra il cielo e la terra che attraversa entrambi, il fatto di sorvolare, soleggiare il vento e dunque dimorare al di sopra del cielo e della terra. Quel luogo che il Figlio non considerò come sua proprietà esclusiva, ma che volle condividere, dimorando straniero, lontano dal Padre, agli antipodi sulla terra, perché anche quelli della terra trovassero dimora in quella lontananza di cielo.

«Il mio cuore in segreto balzava per quell’uccello: perfezione, maestria di lui!». È la confessione della fede di Hopkins, che tuttavia non si meraviglia delle successive trasformazioni: quando il gheppio, come in un assalto, con lo slancio e la scivolata d’ala, e come cavalcandolo rintuzza il forte vento che vuole trattenerlo, o come fuoco che discende sulla terra, trasformando così quell’immagine iniziale che abita il cielo in un’altra terrestre: un aratro sprofondato nella terra e dimorando nel solco, nello sfaldarsi di una brace purpurea incastonata nell’oro, intravede in distanza la purpurea e dorata promessa, i papaveri e le spighe della messe futura.

Scrive Guardini: «repentinamente, senza transizione, si potrebbe quasi dire con la fulmineità del volo di un rapace, appare nelle terzine del sonetto il regno contrapposto al cielo: la terra, la zolla, il solco nella zolla» (ivi, 111).

L’aratro lavora in profondità e solcando la terra la sua lama diventa lucente e «la livida brace cade e si spacca», ma anche «spande oro vermiglio». È l’immagine del Cristo sofferente le cui ferite nella lotta si squarciano rosse, ma al tempo stesso sono anche le ferite gloriose del risorto dai morti, che risplendono come “oro vermiglio”, rivelandone la gloria.

Nascosta dentro questa poesia, a me pare, leggersi in dissolvenza l’inno paolino ai Filippesi. Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù: «il quale, pur essendo di natura divina,/ non considerò un tesoro geloso/ la sua uguaglianza con Dio;/ ma spogliò se stesso,/ assumendo la condizione di servo/ e divenendo simile agli uomini;/ apparso in forma umana,/ umiliò se stesso/ facendosi obbediente fino alla morte/ e alla morte di croce./ Per questo Dio l’ha esaltato/ e gli ha dato il nome/ che è al di sopra di ogni altro nome» ( 2, 6-9).

Ed ecco il testo poetico di Hopkins:

Il gheppio.
“A Cristo nostro Signore”

lo sorpresi stamane il favorito del mattino, delfino del regno della luce,
il falco, emerso dall’alba iridata, cavalcando l’aria ruotante sotto di lui eguale
e ferma, guadagnare l’alto; oh, come torceva la redine di un’ala vibrante nella sua estasi!
poi via, avanti, in bilico, come il tallone di un pattinatore scivola liscio
sulla pista in curva; slancio e scivolata il forte vento rintuzzavano.
Il mio cuore in segreto balzava per quell’uccello: perfezione, maestria della cosa!
Bruta bellezza e valore e azione, oh, aria, fierezza, piuma
qui si allacciano! E che fuoco il fuoco che erompe allora più pericoloso da te,
contato un bilione di volte più bello, o mio cavaliere!
Non è meraviglia: più splende l’aratro in fondo al solco per la nuda zolla,
e la livida brace, o mio amato, cade, si spacca e spande oro vermiglio. 

(Poesie di Gerard Manley Hopkins, Guanda, Parma 1952, 55-56).

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bosco foresta alberi sentiero

PRESTO DI MATTINA
Si misero in cammino gli alberi

Si misero in cammino gli alberi.

Nella parabola biblica narrata nel libro dei Giudici (9, 8-15), gli alberi come gli uomini camminano dialogando. Essi parlavano tra loro per accordarsi e trovare un capo che potesse guidarli. A raccontare questo apologo è Iotam, il più piccolo dei figli Gedeone. Visse nel tempo difficile che seguì all’insediamento delle dodici tribù degli israeliti nella terra di Canaan, un’epoca in cui non vi era ancora la monarchia in Israele (cira 1000 aC).

I Giudici erano infatti come governatori inviati da Dio quando la situazione per la gente si faceva critica e invivibile. Spesso erano chiamati a liberare una o più tribù minacciate dalle battagliere popolazioni vicine.

Alla morte di Gedeone, che non voleva che i suoi figli fossero re ma continuassero a fare i giudici, uno dei figli, l’ambizioso e crudele Abimelec, trovando il favore degli abitanti di Sichem, si fece eleggere loro re. Solo Iotam, che si era nascosto, scampò all’agguato mortale che Abimelec tese ai suoi fratelli. Così Iotam, con l’allegoria degli alberi in cammino, mise in guardia i signori di Sichem dalle conseguenze che una tale loro decisione avrebbe portato.

Riunitisi in assemblea gli alberi prima chiesero all’ulivo se volesse regnare su di loro, ma questi non volle rinunciare al suo olio. Allora si rivolsero al fico ma anche questi non volle rinunciare alla sua dolcezza. Poi chiesero alla vite ma pure lei non volle rinunciare alla gioia che veniva agli uomini dal suo vino. Così, alla fine, la proposta fu girata al rovo il quale disse agli alberi: «Se in verità ungete me re su di voi, venite, rifugiatevi alla mia ombra; se no, esca un fuoco dal rovo e divori i cedri del Libano». Un apologo, questo, che Martin Buber [Qui] ha ritenuto il testo più antimonarchico della letteratura universale.

Viene allora a proposito il vangelo della domenica 17 ottobre, in cui tutte le chiese locali e le comunità cristiane, le parrocchie ed i battezzati sono stati invitati da Papa Francesco ad un sinodo globale; a camminare insieme dialogando con uno stile evangelico, itinerante e accogliente.

L’invito è a mettersi in ascolto non a partire dai vescovi, come era d’uso nei sinodi precedenti; ma iniziando la consultazione dalla base, dai battezzati, perché ciò che riguarda tutti deve coinvolgere tutti e anche includendo quelli extra-ecclesiae, che vorranno averne parte ed essere ascoltati, perché anche fuori dalla chiesa c’è salvezza.

Il Risorto precede infatti i suoi nella Galilea delle genti e il suo Spirito come «vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va» (Gv 3,8). In un momento di grande difficoltà nell’evangelizzare, come per i cristiani di oggi, si narra negli Atti degli Apostoli che a Paolo giunto a Corinto [Qui] – porto di mare e, per la sua posizione, città cosmopolita, frequentata da gente di differenti etnie, culture e religiosità – apparve in sogno il Signore che gli disse: «Non aver paura! Continua a predicare, e non tacere, perché io sono con te! Nessuno potrà farti del male. Anzi, molti abitanti di questa città appartengono già al mio popolo» (18,9-10).

Il vangelo domenicale di Marco dunque riportava le parole con cui Gesù mette in guardia i Dodici e i discepoli, come fece un tempo Iotam con gli abitanti di Sichem, dal potere esercitato come dominio e sopraffazione e non come umile servizio al bene comune, alla fede e alla crescita umana di tutti: «Gesù li chiamò a sé e disse loro: “Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti”» (10, 42-45).

Meno male, ho pensato, che «la chiesa ha nome sinodo»; così la definì Giovanni Crisostomo [Qui], (Esposizione sui Salmi, 149,1) poiché la sua vocazione è quella del “convenire” e della corresponsabilità “camminando insieme”.

La sorgente della comunione ecclesiale infatti scaturisce nel convenire dell’assemblea attorno al vangelo e alla mensa eucaristica: è l’aspetto liturgico della sinodalità; nel camminare insieme poi si attua questa comunione: è la dimensione evangelizzante della sinodalità.

Il Crisostomo fu vescovo e patriarca di Costantinopoli nel IV secolo e lo zelo e la rettitudine pastorale gli furono causa di forti opposizioni e sofferenze da parte dello strapotere imperiale; subì infatti due volte l’esilio prima in Armenia, poi sulle rive del Mar Nero ed in esilio morì.

È con questo stile sinodale aperto all’intero popolo di Dio, medicina anche al clericalismo e al tradizionalismo, con lo stile del camminare ascoltando e riflettendo insieme per giungere ad orientare nuovamente la chiesa con decisioni comuni, che papa Francesco intende continuare il processo di riforma della chiesa in uscita missionaria, interagendo non solo con le aperture e le convergenze positive del processo di globalizzazione della società, ma pure ponendo sotto gli occhi di tutti le grandi esclusioni e le marginalizzazioni che si generano anche dentro la chiesa al fine di poterle affrontare.

Si tratterà così non solo di non escludere, ma di promuovere fattivamente la partecipazione, in vista di un consenso della fede di un maggior numero di battezzati, invitando per questo a “dare” e “prendere la parola” coraggiosamente, come una prassi sinodica permanente per la vita in Cristo e nella chiesa.

Ricordava il vescovo mons. Luigi Maverna a conclusione del nostro sinodo inter-diocesano (1985-1992): «L’esperienza del sinodo è stata altamente qualificante ed ha incoraggiato in molti la disponibilità ad una sinodalità permanente. Il sinodo può essere considerato un cammino sempre aperto e aperto ad una sempre più alta partecipazione. Se da una parte è un punto di arrivo, nel momento culminante della celebrazione, dall’altra è un punto di partenza, per una esplicitazione operativa dei temi trattati, per l’attuazione delle proposte e delle indicazioni emerse. Il sinodo ci affida una responsabilità: portare a maturazione la coscienza comunionale, missionaria, progettuale. Meta che implica un cambio di mentalità» (Archivio CedocSFR documento del 04/06/1993). Mi vien da dire allora che la sinodalità come «l’amicizia è una strada che scompare nella sabbia se non la si rifà senza posa» (proverbio africano).

«Gli alberi si misero in cammino»: e m’incammino anch’io sentendomi già in sintonia spirituale e simpatia con questi nostri fratelli e sorelle in cammino, pazienti, generosi, splendenti e carichi di mistero che sono gli alberi: «L’albero diventa figura del carattere simbolico delle cose e simbolo dell’esperienza del sacro, di come l’occhio umano deve rivolgersi al mondo e penetrarlo fino a coglierne il mistero» (Romano Guardini, Religione e rivelazione, Milano, 2001, 22).

«Un albero è una cosa primordiale – scrive ancora Guardini nel Diario – pieno di mistero e nel tempo stesso si attesta come una realtà sicura. E con quale forza quest’attestazione si compie in forme sempre nuove!». Così la sinodalità è esperienza primigenia della chiesa primitiva, fu strumento efficace per superare tendenze settarie e barriere ideologiche come accadde al primo sinodo di Gerusalemme riunitosi per aprire la chiesa al mondo.

È tuttavia pur sempre misterioso il cammino degli alberi, ma se il nostro sguardo mantiene le proprie radici nel cuore, l’occhio che vede dal cuore può scorgerne il cammino. Quando gli alberi in inverno si fanno più silenziosi e pensierosi ed il desiderio di correre li rende un poco tristi, pensano al cammino delle foglie attraverso il cielo, che il vento distacca e porta via. Le guardano, le rincuorano e, prima di partire, ad esse chiedono un piacere: “Raccontate al vento tutte le cose che vedete e sentite nel vostro viaggio così, quando lui ritornerà dalle nostre parti, noi sapremo delle storie nuove”.

Ma gli alberi camminano oltre che con le foglie, anche con le radici; non nel cielo, ma nelle profondità della terra: e quando ritorna l’inverno si raccontano le storie che hanno vissuto per scacciare la tristezza ed aspettare la primavera che farà crescere il tronco, allungherà i rizomi, rimetterà in cammino i rami che allargandosi sempre di più potranno abbracciarsi con quelli degli altri alberi. La sinodalità è esperienza pasquale come il passaggio dall’inverno ad una nuova primavera, così fu l’azione dello Spirito anche al Concilio Vaticano II.

Ciò che può far partire la sinodalità nelle nostre comunità e farci decidere di camminare insieme sarà un desiderio ardente, spirituale di vedere le proprie radici. Le nostre radici spirituali infatti continuano a narraci le parole di Dio che ci chiede: “Dov’è tuo fratello?”. Esse ci educano a porre, nei confronti del nostro prossimo, un’altra domanda; quella che dischiude la nostra coscienza al valore dell’alterità, della fratellanza: “Qual è il tuo dolore, quale il male che ti affligge?”

A questo punto stando in compagnia degli alberi, mi sono ricordato – pensate un po’ – della storia de Il Barone rampante di Italo Calvino [Qui] come a un buona metafora per rintracciare significati e immagini di cammini sinodali.

Come un sughero dalle acque profonde della memoria sono risalite alla superfice della coscienza le vicende di Cosimo Piovasco di Rondò raccontate dal fratello minore Egidio. Tutto iniziò dalla villa d’Ombrosa, in terra ligure, dimora settecentesca del Barone Arminio Piovasco di Rondò, complici le finestre aperte della sala da pranzo che inquadravano i folti rami del grande elce, il leccio del parco.

I due fratelli arrampicavano insieme, ed Egidio ci ragguaglia circa il senso del loro arrampicare: «Così Cosimo saliva per il nodoso albero, muovendo braccia e gambe per i rami con la sicurezza e la rapidità che gli venivano dalla lunga pratica fatta insieme. Ho già detto che sugli alberi noi trascorrevamo ore e ore, e non per motivi utilitari come fanno tanti ragazzi, che ci salgono solo per cercar frutta o nidi d’uccelli, ma per il piacere di superare difficili bugne del tronco e inforcature, e arrivare più in alto che si poteva, e trovare bei posti dove fermarci a guardare il mondo laggiù». Quel gioco di camminare sugli gli alberi si trasformerà in una esperienza di vita permanente.

Un giorno tutto mutò per Cosimo a causa di una ripicca che fu salutare. Per non cedere e sottostare ad una ingiusta punizione, costretto a mangiar lumache, egli scelse la libertà e l’andò a cercare in un altro mondo. Quel nuovo mondo inesplorato si trasformò per lui in un percorso di formazione e maturazione personale, un’educazione alle relazioni, alla socialità e all’impegno civile.

Stando su un albero nei pressi della cattedrale riuscirà persino a partecipare alla festa della “Messa grande d’Ombrosa”. In quel nuovo mondo, lui di nobile lignaggio, conoscerà i ragazzini popolani, si innamorerà pure, farà amicizia con il bandito Gian de’ Brughi; tra gli alberi costruirà un biblioteca che sposterà continuamente asserendo che i libri sono come gli uccelli e non devono essere impagliati, ma muoversi liberamente.

Studierà filosofia, guiderà un attacco contro i pirati turchi, aiuterà dei nobili spagnoli, i quali vivevano anch’essi sugli alberi in una città chiamata Olivabassa, e formerà perfino una squadra di vigili del fuoco per prevenire gli incendi boschivi.

Il giorno del distacco – narra Egidio – «con un balzo dalla finestra salì fino alla forcella d’un grosso ramo dove poteva stare comodo, e si sedette lì, a gambe penzoloni, Cosimo era sull’elce. I rami si sbracciavano, alti ponti sopra la terra. Tirava un lieve vento; c’era sole. Il sole era tra le foglie, e noi per vedere Cosimo dovevamo farci schermo con la mano. Cosimo guardava il mondo dall’albero: ogni cosa, vista di lassù, era diversa, e questo era già un divertimento».

La scelta di Cosimo non fu una fuga dalla realtà, ma il desiderio di assumere un punto di vista nuovo e più penetrante per scorgere un’opportunità nuova, un’alternativa che lo facesse uscire non solo oltre le mura di casa, ma da se stesso attraverso l’incontro con l’altro mondo.

Simile sarà l’esperienza della sinodalità: un guardare in modo diverso, perché “insieme”; con sguardi da più prospettive e contesti sulla complessità di oggi, per osare, passare oltre e scorgere il nuovo che lo Spirito già intravede per coloro che si ritroveranno nel suo nome. Se insieme sentiranno il suo soffio e guarderanno là dove si muoveranno le foglie al suo passaggio, essi seguendolo di ramo in ramo, da un albero all’altro, troveranno la via.

Narra ancora Egidio del fratello: «Era il mondo ormai a essergli diverso, fatto di stretti e ricurvi ponti nel vuoto, di nodi o scaglie o rughe che irruvidiscono le scorze, di luci che variano il loro verde a seconda del velario di foglie più fitte o più rade, tremanti al primo scuotersi d’aria sui peduncoli o mosse come vele insieme all’incurvarsi dell’albero. Mentre il nostro, di mondo, si appiattiva là in fondo, e noi avevamo figure sproporzionate e certo nulla capivamo di quel che lui lassù sapeva, lui passava le notti ad ascoltare come il legno stipa delle sue cellule i giri che segnano gli anni nell’interno dei tronchi».

A vivere connessi chiama la sinodalità, come gli alberi che cammino insieme congiungendosi con le radici e i rami, scambiandosi le loro storie i loro pensieri e desideri, attraverso le loro foglie portate dal vento: «Io non so se sia vero quello che si legge nei libri – annota ancora Egidio – che in antichi tempi una scimmia che fosse partita da Roma saltando da un albero all’altro poteva arrivare in Spagna senza mai toccare terra».

Vivere sugli alberi, non diversamente dall’esperienza della sinodalità, è come vivere nel luogo dell’altro. Non è certo un’impresa facile; implica il dono di sé in umiltà, la creatività che nasce dalla pazienza di abitare spazi esistenziali nuovi, stando un poco indietro, lasciandosi guidare, un modularsi poi sui ritmi e sui tempi degli altri provando ad intrecciare, come cesti di vimini, stili di vita diversi.

Continuando la narrazione Egidio ricorda del fratello che «nei suoi giri solitari per i boschi, gli incontri umani erano, se pur più rari, tali da imprimersi nell’animo, incontri con gente che noi non s’incontra. A quei tempi tutta una povera gente girovaga veniva ad accamparsi nelle foreste: carbonai, calderai, vetrai, famiglie spinte dalla fame lontano dalle loro campagne, a buscarsi il pane con instabili mestieri. Dapprincipio, il giovinetto coperto di pelo che passava sugli alberi faceva loro paura, ma poi egli entrava in amicizia, stava delle ore a vederli lavorare e la sera, quando si sedevano attorno al fuoco, lui si metteva su un ramo vicino, a sentire le storie che narravano».

Sinodalità è allora come quando si è attorno ad un falò e si narrano storie dove a turno si va ad alimentare il fuoco; è un servizio chiesto a tutti che educa alla corresponsabilità, grazie a questo umile ministero i volti si illuminano al fuoco, si mostrano chiari uscendo dal buio e così si impara a fidarsi gli uni degli altri.

Ci saranno momenti gioiosi, ma ci sarà pure il peso della sinodalità; occorrerà ricordare allora che questo è un peso di amore, che portò anche Gesù in cammino con i Dodici. Quando si ama si porta anche la pesantezza di coloro che si amano. Il peso dell’amore non è tuttavia simile al peso di una pietra, questo porta verso il basso mentre quello di amore è simile al peso di un fiamma, che porta verso l’alto.

Guardando ancora attorno ad un fuoco notturno ti accorgi che non c’è una fiamma uguale all’altra, né per colore, intensità o forma; esse, distinte ma mai disgiunte, vivono una singolare comunione in movimento, a volte sembra una lotta impetuosa che aggroviglia, a volte invece una gioiosa danza che attrae e incanta, facendo convenire in dono ciò che portiamo dentro.

Fiamme che si alzano, si abbassano, si spengono, si riaccendono, sfavillano e fumano, crepitano, scoppiettano come in un’assemblea ora burrascosa ora mite. Tutte però sono concordi in una cosa: nel voler riscaldare la notte e illuminare i camminanti in ricerca di una destinazione sconosciuta e pur sperata.

Un testo di Yves Bonnefoy [Qui] ci indica la soglia dell’ignoto che sempre dobbiamo attraversare e il luogo irriducibile dell’altro in cui dobbiamo entrare con le scarpe in mano: «L’albero esiste senza di me. La vita sotto tale forma è libera da me, senza che da me dipenda o sulla quale io abbia progetti. Davanti all’albero la mia possibilità è quella di entrare direttamente in contatto con il non conosciuto, il diverso da me» (in A. Corbin, La douceur de l’ombre, Fayard, Dunont 2021, 7).

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armadio porta

PRESTO DI MATTINA
Il passaggio segreto della scrittura

«C’erano una volta quattro bambini che si chiamavano Peter, Susan, Edmund e Lucy. Vivevano a Londra ma, durante la seconda guerra mondiale, furono costretti ad abbandonare la città per via dei bombardamenti aerei. Furono mandati in casa di un vecchio professore, che abitava nel cuore della campagna». Così inizia la seconda storia delle cronache di Narnia: Il leone, la strega e l’armadio di Clive Staples Lewis [Qui].

Logica e fantasia si intrecciano in una storia avvincente nel romanzo del genere fantasy per ragazzi. Ma l’intento dell’autore, per alcuni interpreti, sembra anche essere stato quello di presentare una allegoria di Cristo e la sua avventurosa venuta tra noi.

Aslan, che in turco significa leone, è figura di Cristo vincitore del gelo della morte. Egli si fa compagno di viaggio di quei ragazzi, che si sono lasciati coinvolgere nel dramma di un mondo, quello di Narnia, in cui sono state cancellate le stagioni, sino a trasformarsi in una terra desolata e glaciale. Sacrificando se stesso per la salvezza di quella terra e di quei ragazzi, Aslan fronteggia un nemico che sembrava invincibile, “Jadis la strega bianca“, e alla fine esce dallo scontro vittorioso e vivente.

“L’armadio” si rivelerà ai ragazzi come un passaggio segreto per entrare in un mondo sconosciuto. È la piccola Lucy che lo scopre, per la sua irresistibile curiosità, aprendone la porta. Con stupore scoprirà che l’armadio non è un luogo ristretto e chiuso, ma uno stargate, un passaggio, attraversando il quale principia l’esplorazione di un universo stellare, ma nel sottosuolo; una porta magica, da cui si esce dal proprio mondo, per entrare in un altro mondo ignoto.

Così, mi sono detto, non accade forse la stessa cosa quando ci si mette a scrivere davanti ad una pagina bianca, anche solo una lettera? Quando si apre un libro e si prova ad entrarvi dentro come fosse un piccolo armadio? “Come posso starci è troppo piccolo”, viene da dire ogni volta, ma appena la mano fa il gesto di aprilo, ecco che si esclama come Lucy: «Questo armadione è semplicemente enorme» ed entrando con passo incerto, da subito sotto i piedi trovi il sentiero dell’inchiostro.

Questa storia mi è sembrata intrigante, una bella metafora dell’avventura per chi scrive e per i suoi lettori. Perché un testo sarà veramente compiuto solo se riuscirà a dialogare con i suoi lettori. Ad ogni lettura, ogni volta un poco compiuto e un poco ancora da compiere, un’itineranza in un mondo sconosciuto verso un compimento che resta ignoto.

Ma perché questo accada è necessario dare credito alla storia stessa e percorrere il sentiero narrativo con un atto di “fede poetica”, come direbbe Samuel Taylor Coleridge. Si tratta così di sospendere l’incredulità, anche se si legge una storia fantasy, e divenire un lettore che entra nel racconto con curiosità, timore e fiducia insieme, pur non sapendo dov’esso andrà a parare. Mettersi insomma nei panni, nelle scarpe, nei sentimenti di Lucy, quando si accinge a varcare la porta verso l’ignoto. Tra i personaggi del mondo di Narnia, sono da annoverare lo scrittore e il suo lettore, ed anche noi.

Sarà come per Lucy, un rigiocarsi, scrivendo su un altro foglio o girando un’altra pagina; un rimettere in questione il proprio mondo, decidendo di varcare la soglia del già scritto e del già letto. Oltre quello che si sa, si è detto e scritto, si scopre così con meraviglia che c’è sempre dell’altro, dentro e fuori di sé, ancora sconosciuto; aprendo una porta, sempre del nuovo ci sarà da scoprire e da incontrare.

Peter, Susan, Edmund e Lucy in una giornata di pioggia, per vincere la noia, si mettono ad esplorare la casa che li ospita, stanza dopo stanza, arrivando in una camera grande e vuota: solo un armadio! Tutti passano oltre, tranne Lucy che, al primo tentativo, al leggero tocco della maniglia innescò l’apertura dell’armadio, dando inizio a una nuova storia.

«Era il tipo di casa di cui non si arriva mai alla fine, piena di imprevisti. — Qui non c’è niente — decise Peter, proseguendo nella marcia. Gli altri lo seguirono a eccezione della piccola Lucy, che si era fermata davanti all’armadione chiedendosi cosa contenesse. Certo era chiuso a chiave, ma un tentativo si poteva anche fare; Lucy toccò la maniglia e con sua grande sorpresa la porta si aprì subito. Ne vennero fuori due palline di naftalina. Guardando all’interno, Lucy vide che il guardaroba conteneva cappotti e pellicce. A Lucy le pellicce piacevano tanto: entrò nel vano e si divertì ad accarezzarle con la mano, ci strofinò il viso e trovò che avessero un buonissimo odore. Naturalmente aveva lasciato un’anta aperta, perché sapeva benissimo che entrare in un armadio e chiudersi la porta alle spalle è la cosa più stupida che si possa fare. Dietro la prima fila di pellicce ce n’era un’altra. Lucy fece qualche passo, tenendo le braccia tese in avanti: non voleva sbattere improvvisamente contro la parete dell’armadio. Un passo, due, un altro. All’interno era buio, Lucy non vedeva niente, e per quanto annaspasse con le mani non incontrava che il vuoto. – Questo armadione è semplicemente enorme – disse tra sé, continuando ad avanzare e scostando le pellicce per fare spazio. Poi cominciò a sentire qualcosa che scricchiolava sotto le scarpe. — Ancora naftalina? — si domandò, chinandosi per sentire con le mani. I polpastrelli rivelarono qualcosa di morbido, sottile come sabbia e freddissimo. — Molto strano, sembra neve — mormorò Lucy. Un attimo dopo sentì contro il corpo e il viso qualcosa di duro e ruvido, perfino pungente.
— Sembrerebbero rami d’albero — bisbigliò, sempre più sbigottita. E allora vide una piccola luce che brillava lontano, dritto davanti a lei. Lucy si rese conto che dove avrebbe dovuto esserci la parete di fondo dell’armadio c’erano invece alberi. Quello era un bosco, e nel bosco c’era un sentiero. Nevicava; era già buio e nevicava.»

Scrivere è come entrare nell’armadio magico di Lucy. «Là dentro c’è un bosco e nevica sempre». Aprendo una porta anche la scrittura porta alla luce ciò che scrive: la parola che si fa mondo, che si fa corpo nel testo. Compresi gli odori delle palline di naftalina; degli indumenti profumati; la ruvidezza degli aghi di pino; la morbidezza soffice della neve e delle pellicce accarezzate e strofinate delicatamente sul volto; il morbido e sottile strato nevoso come sabbia freddissima; una piccola luce che orienta lo sguardo disorientato e perso nel buio. È quella una luce che indica una traccia nell’oscurità, come la scrittura e la lettura sanno accendere il desiderio di incamminarsi. Non basta infatti intravedere una via, perché ciò che fa avanzare verso una meta non è il sentiero, ma il mettersi in cammino.

Gli occhi di colui che scrive e di colui che leggerà subiscono così una metamorfosi. Essi sono risvegliati ad un altro mondo, costituito da una duplice oscurità: alle spalle quella del passato e davanti quella del futuro. Per inoltrarsi in essi e ripresentarli nel presente con l’atto dello scrivere e del leggere sono necessari i piccoli grandi occhi di Lucy, risvegliati alla fiducia di trovare nascosto nel passato e nel futuro un bene più grande, che dia senso al presente e lo spinga ad avanzare, a rischiarsi oltre: «Gli occhi di Lucy si erano abituati alla luce magica e poteva distinguere chiaramente gli alberi più vicini. Una grande nostalgia dei giorni passati le riempì il cuore e con la mente tornò ai bei tempi in cui gli alberi parlavano. Ricordava perfettamente il modo di esprimersi di ognuno e la forma quasi umana che potevano assumere. Si fermò sotto un’argentea betulla. Un tempo la voce dell’albero era stata dolce e delicata, e le sembianze ricordavano quelle di una ragazza alta e slanciata, con lunghi capelli che le incorniciavano il viso e innamorata della danza. Poi lo sguardo di Lucy si posò su una quercia: una volta era stata un vecchio con il volto buono e sincero, solcato di rughe e ornato da una bella barba ricciuta; Alberi, voi alberi… — invocò Lucy (che fino a un momento prima non aveva avuto alcuna intenzione di parlare (e noi di scrivere o di leggere). — Svegliatevi, svegliatevi! Non mi riconoscete? Che mi dite dei tempi passati? Oh driadi, e voi amadriadi [ninfe che vivono dentro gli alberi], uscite, venite da me». Nel risveglio delle ninfe si ridestano, come linfa, creatività e immaginazione. Il loro uscir fuori sarà per gli alberi e per gli uomini – proprio ora – memoria di radici e promessa di frutti: il coraggio di un passo e poi di un altro passo.

Nel suo risvegliarsi la scrittura diventa precorritrice, vede un passo avanti. È cursore che va verso il futuro, cercando un ampliamento del sentire la vita, attraverso un vedere con occhi diversi dai nostri, immaginare con immaginazioni diverse dalle nostre, sentire con sentimenti diversi dai nostri.

La scrittura fa sì che quanto si viene descrivendo «riveli, strada facendo, quanto più possibile del mistero dell’esistenza», così pensava la scrittrice americana Flannery O’Connor [Qui]: «[Lo scrittore] scrive di quel che si vede in superficie, ma la sua angolazione visiva è tale che comincia a vedere prima di arrivare alla superficie e continua a vedere dopo averla oltrepassata. Comincia a vedere nelle profondità di sé». (F. O ‘Connor, Nel territorio del diavolo. Sul mestiere di scrivere, Roma-Napoli 1993, 65; 91).

E, quando si entra in un bosco o in una foresta, in ciò che di più irriducibile vi è nel mistero di se stessi, non manca mai una strega bianca come «quella che tiene il paese di Narnia sotto il tallone, ecco chi. È lei che fa durare l’inverno tutto l’anno: sempre inverno e mai Natale, pensa… Può trasformare la gente in statue di pietra e fare mille stregonerie. È per colpa sua se a Narnia, adesso, è sempre inverno».

Può capitare infatti che scrivendo si possa essere presi dalla vanità, dal compiacimento di sé quando ci toccano la gratitudine o le lusinghe degli altri – come nel voltafaccia di Edmund, uno dei ragazzi che ingannato tradisce i suoi amici. Vanità che sembrerebbe da principio una cosa buona, gradevole al gusto, al sé, per rafforzare l’autostima e infondere energia nuova per affrontare la vita; ma da cui si può scivolare progressivamente nel desiderio di affermare se stessi e poi ancora salire un gradino sopra gli altri, e forse il desiderio diventerà quello di dominarli. Orson Wells è radicale e schietto: «si scrive per puro egoismo. Desiderio di essere intelligente, di far parlare di sé, di essere ricordato dopo la morte» (Citato in L. Colombati, Scrivere per dire sì al mondo, 79).

Vanagloria è chiamata dagli spirituali quella che congela l’io solidificando lo spirito, il suo soffio in un blocco di ghiaccio. La stessa che trasforma le persone in statue di pietra prive di interiorità. Una malattia mortale per tutti, ma soprattutto per poeti e scrittori. Esiste un rimedio? Così risponde Dygory Kirke, un altro bambino delle Cronache: «Se esiste qualcuno che può darmi un rimedio per la sua malattia, questo è Aslan»: è l’Altro, è il sodalizio con gli altri, con gli amici, i sodali del popolo Narnia.

Servirà allora un inverno lungo per guarire; una storia di incontri di relazioni che chiama a non lasciare chiusa la porta dell’armadio, entrando e uscendo da sé per scoprire un poco alla volta ciò che è sacro e ciò che non lo è – la vera gloria da quella farlocca, taroccata – ad apprendere ciò per cui vale la pena sacrificarsi, anche donando la vita. Così sarà il cammino di Edmund, la via che porta al Natale, al perdono ancora troppo lontano (come la Pasqua per i discepoli incamminati sulla via di Emmaus), ma nasconde la sorpresa di un incontro con uno sconosciuto che si farà conoscere, come l’Amico, con gli amici ritrovati.

Se l’io persiste nel rischiare la fiducia, come ha fatto Lucy; se scrivendo ci si espone e coinvolge nel dire sì all’altro, accadrà il disgelo della vanità, il dischiudersi della creazione artistica. Di più: «Gli alberi tornavano alla vita: larici e betulle mostravano le prime gemme di un pallido verde, i maggiociondoli si coprivano di germogli color oro, sui faggi spuntavano le foglioline e l’aria nel complesso sembrava verdeggiare. Un’ape attraversò il sentiero, ronzando. — Questo non è il disgelo — gridò a un tratto il nano, fermandosi di botto. — Questa è la primavera! —L’inverno se n’è andato».

Allora scrivere non sarà per vanagloria, ma per un bisogno intimo di trasmissione, di dire e consegnare qualcosa che ci ha mossi per primo dentro ed ha preceduto il nostro scrivere stesso. Un desiderio di lasciare una traccia, anche solo un proverbio incontrato leggendo un libro: «Per quanto sia lunga una notte d’inverno, questa non impedirà il sorgere dell’aurora, il sole che verrà», (Proverbio Tuareg).

Se scrivere impegna ad un atto di fede – come ci ha ricordato Maria Zambrano – esso invoca fedeltà alla vita, al vero che porta in grembo, si potrà anche dire che scrivere impegna a un atto di amore? Non è forse vero che l’amore genera solidarietà di intenti, amicizia tra le persone per realizzare il bene comune? L’aspirazione di uno scrittore, potremo dire il suo vanto, «è il desiderio di essere tutti. Senza per questo rinunciare alla propria unicità da principio; anzi, forzando tutti a essere almeno un po’ come noi», (L. Colombati, Scrivere per dire sì al mondo, Milano 2021).

Il desiderio di universalità in Paolo diventa un fare concreto: «Mi vanterò ben volentieri delle mie “debolezze” perché dimori in me la potenza del Vivente, pur essendo libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti… Mi sono fatto debole con i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto a tutti, per guadagnarne il maggior numero», (2Cor 12). Chi scrive vive nei suoi personaggi e nelle loro storie.

Amare è come scrivere t’amo sulla sabbia? «Ho scritto t’amo sulla sabbia/ E il vento a poco a poco/ Se l’è portato via con sé». Sembrerebbe proprio di sì, almeno stando a Sigmund Freud. Ma il libro di Massimo Recalcati [Qui], Mantieni il bacio, (Milano 2019), mi ha rincuorato. Vi si legge: «Freud non credeva affatto al miracolo dell’amore. Riteneva che fosse il frutto illusorio di una passione narcisistica dell’Io per se stesso o, meglio, per il suo ideale narcisistico. Amare non significa altro che adorare la propria immagine ideale incarnata dall’amato. Quando dico “ti amo” sto dicendo che “amo me stesso attraverso di te”. Il soggetto è più importante del verbo. L’amore per Freud è essenzialmente un fenomeno immaginario che appartiene alla sfera del narcisismo».

Dopo la pars destruens ecco la pars costruens: «Ma forse a Freud mancano le parole o l’esperienza per descrivere la forza generatrice che l’evento dell’incontro d’amore porta con sé? Perché, se lo osserviamo nel suo nascere, l’amore è innanzitutto provocato dall’incanto dell’incontro. L’amore si offre infatti non come una regressione o una ripetizione, ma come una sorpresa. Accade interrompendo la sequenza del già noto, del già stato, del già visto, del già conosciuto. Ogni incontro d’amore scava un buco, uno spazio vuoto, apre un varco, una discontinuità che non potevamo prevedere nello svolgimento abituale delle cose del mondo. L’incontro, in questo senso, sa sempre di avvenire, sa di ciò che non è mai ancora stato, sa di Nuovo. Ogni incontro d’amore porta con sé la promessa di una Vita nuova», (ivi, 11-12).

L’esperienza di chi scrive è simile a quella del profeta Isaia, che mette nero su bianco le promesse dell’Amore: «Farò camminare i ciechi per vie che non conoscono, li guiderò per sentieri sconosciuti; trasformerò davanti a loro le tenebre in luce, i luoghi aspri in pianura. Tali cose io ho fatto e non cesserò di fare», (42, 16).

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PRESTO DI MATTINA
La Parola che si fa corpo vivente

 

«Entrando nel mondo, Cristo dice: “Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato“. Allora ho detto: “Ecco, io vengo- poiché di me sta scritto nel rotolo del libro – per fare, o Dio, la tua volontà”» (Eb 10,5-7). È un frammento della Lettera agli Ebrei ispirato dal salmo 40: “Gli orecchi e tutti i miei sensi hai aperto all’ascolto, il desiderio hai acceso: la tua parola nel mio intimo, così non ho nascosto la tua giustizia dentro il mio cuore, né il tuo amore e la tua fedeltà, neppure ho tenuto le labbra chiuse ho proclamato invece tra la gente la tua cura per la vita”. L’autore della Lettera agli Ebrei intende così esprimere la sua fede nella Parola che si fa carne, nel Verbo che era da principio e che ora, nella umiltà dell’esistenza umana, prende come sua dimora un corpo a lui preparato.

Accadde che la smisuratezza della parola di Dio si fece così piccola e angusta da assumere la natura di un corpo concepito e generato in umanità. Ma fu solo breve momento, per quanto fondamentale, della storia umana. Il Verbo che dapprima si rapprese in un uomo, nel volgere di poco si dispiegò al mondo, come un libro srotolato, allungandosi, distendendo gambe e braccia, operando con le mani, muovendo i piedi e, passo dopo passo, facendo strada sui sentieri della nostra umanità, crescendo in sapienza, statura, età e grazia per dire e fare le parole e i gesti di Dio, quelli della sua compagnia tra noi. Corpo preparato alla Parola perché divenga dono udibile, afferrabile, visibile attraverso le molteplici scritture e riscritture di una persona viva, che ascolta e risponde, imprime ed è impressa, inspira ed espira, piange e ride al modo in cui un corpo vive.

“Corpo/vivente”: non sono due, spirito e corpo; neppure il verbo da un lato, prioritario, assorbente, e il sentire del corpo dall’altro, secondario, scorporato. L’endiadi, una realtà per mezzo di due, esprime un unico e indissolubile corpo esistente e senziente: vivo. Corpo/vivente, “viatico di presenza”, un intreccio di vicinanza e lontananza, che tiene uniti estraneità e prossimità, familiare e straniero ad un tempo; vero pane di viaggio, che nutre la vita e si lascia nutrire da essa. Il corpo, pertanto, non solo oggetto ma soggetto, realtà non solo plasmata, modellata, ma ad un tempo forgiante, educante, perché a sua volta forma e sapere viventi, materia che è accolta ma pure ospitale, in quanto ospitante lo spirito. In breve: il corpo/vivente, reale, simbolo di ospitalità promessa.

Nell’antichità con il termine ‘simbolo’ (dal verbo symballo/gettare, riconoscere, mettere insieme) si indicava anche la ‘tessera hospitalis’, o hospitalitatis, un anello o altro contrassegno che si rompeva in due pezzi, da conservare come documento di riconoscimento, di garanzia, perché servivano a comprovare, una volta riuniti, l’ospitalità data e ricevuta, l’autenticità della relazione e del riscontro. La valenza simbolica del “vivente corpo” porta alla luce la necessità di darsi agli altri e di dirsi a se stessi, nella forma propria del simbolo che è quella dell’ambivalenza, vale a dire un’unica realtà che si presenta sotto due aspetti e valori differenti: una presenza simultanea di valori anche estranei, opposti o conflittuali, ma indissociabili, indivisibili.

Il ‘corpo/vivente’ esprime l’uomo nel suo essere al mondo: così il mondo, secondo l’espressione di Maurice Merleau-Ponty [Qui], viene ad essere «il corpo allargato dell’uomo», mentre il corpo da parte sua è «il cardine del mondo», il mondo addomesticato. In quanto simbolo, il corpo è allora anche linguaggio e sacramento; è atto ed esperienza comunicativa, relazione che unisce. La vocazione di ciò che è spirituale nell’uomo non è quella di tacitare, diluire o far evaporare ciò che è corporeo. Al contrario questi non deve soffocare lo spirito schiacciandolo sotto il suo peso: entrambi sono chiamati a custodirsi reciprocamente, a corrispondersi nella pratica dell’ospitare, del prendersi cura della diversità ed estraneità dell’altro. «Egli infatti non si prende cura degli angeli [incorporei], ma della stirpe di Abramo si prende cura», (Eb 2,16).

«Luogo di trasbordo» è così il corpo/vivente, un valico tra il mondo di dentro e il mondo di fuori, tra natura e cultura, tra individuo e società. La riflessione e la ricerca portate avanti dal pensiero fenomenologico hanno aperto un varco oltre il dualismo platonico, che ha influenzato in positivo e in negativo anche il pensiero delle origini cristiane e quello cartesiano, che separava la realtà psichica, cogitante, libera, consapevole, illimitata, dalla realtà fisica, limitata estesa, inanimata. Si è sviluppata così una riflessione sul sensibile, a partire dal corpo come unità vivente della persona umana, un’unità insieme attiva e passiva, di soggetto e oggetto, di percezione ed intuizione, di sensibilità e intellezione.

L’affiorare in questa unità nella differenziazione, sia dell’alterità ed estraneità degli altri, come dell’estraneità sentita in se stessi, sollecita e invoca un’etica della responsabilità, “responsiva” direbbe Bernhard Waldenfels, che invoca il dono e il compito di una risposta proprio a ciò che accade imprevisto e non dipendente da me: l’incontro con l’altro, lo straniero non appena fuori, ma con lo straniero che io sono a me stesso.

Nella fede si entra certamente per la via intellettiva e per quella etica; e tuttavia esse sono vie seconde, non secondarie però rispetto a quella principale che è quella relazionale, vivente dell’incontro dialogico dei corpi. Di qui un primato della relazione rispetto ad ogni tentativo di razionalizzazione o moralizzazione dell’esperienza della fede. «Il corpo è un anelito e un peso; un richiamo e una distanza da percorrere. Il corpo esprime gioia e debolezza, incanto e aridità, peso e levità. [Il corpo d’amore] è fatto di gocce di balsamo e di immensità assetate di deserto, di rari fotogrammi di assoluta chiarità e di lunghe pellicole di buio. Il corpo sarà nutrito di giorni e giorni di fame, notti e notti di lacrime e di assenza», (R. Virgili, Servitium, 1-2, 2005, 40).

Distanza da percorrere è il “corpo/vivente”: quella orientata verso la promessa di trasformarsi, trasfigurato, in un corpo/glorioso. L’incarnazione del Verbo e il mistero pasquale, di morte e risurrezione, hanno ispirato di senso e di speranza la nostra forma carnale. Hanno seminato nel corpo un credito ignoto e un futuro imprevedibile. Si dà allora una buona novella anche per il corpo: un vangelo è nascosto in esso, ben più che straniero, ospite e pellegrino in mezzo a noi che chiede di essere ospitato per ospitarci e renderci familiari suoi e a noi stessi.

Il poeta Carlo Betocchi [Qui] dedica a questa “distanza da percorrere” a questo destino glorioso che attende il “corpo/vivente” una sorta di inno liturgico: «Tu concedesti di vedere il tuo corpo che s’avanza!… Lui che mi dette con la vita il corpo,/ questo campo robusto che assicura/ l’anima, in cui alligna e matura la grazia,/ Lui non ha avuto paura che mi guastassi,/ che perdessi la fede: ed ha lasciato/ che il nemico infierisse. Che cos’è/ che voleva, allora, se non che alla fine/ mi ricordassi che non si vive di solo/ pane, e nemmeno soltanto di grazia,/ ma anche di buio coraggio di quando/ Lui può mancarci: e occorre rifarlo in noi,/ e riconoscersi vivi nei gemiti/ delle montagne squassate dai terremoti,/ perché l’evenienze del mondo sono/ infinite, le catastrofi miserevoli/ e senza alcuna spiegazione plausibile/ alla nostra esigenza d’amore. Lèvati/ allora, e datti da fare col tuo/ coraggio. Dio ti riconoscerà per suo», (Tutte le poesie, 517; 571).

Il corpo/glorioso è così ferito da una fiamma di amor vivo. È l’amore che glorifica il corpo errante dell’homo viator. Quell’amore resosi straniero ai viandanti verso Emmaus. La sua gloria è l’amore del corpo crocifisso e risorto; il Corpus Domini che rincuora, apre gli occhi, rimette in cammino, pone sulle labbra l’annuncio pasquale che narra l’incrociarsi delle sorti, lo scambio dei destini: colui che ha scambiato il suo destino di vita con il nostro destino di morte, il suo corpo di gloria con il nostro di carne ha pure condiviso il pegno della sua risurrezione, il suo corpo/glorioso in un pane spezzato come cibo dato a tutti perché diventi un solo corpo. «Come questo pane spezzato era sparso sui colli e raccolto è diventato una cosa sola, così si raccolga la tua Chiesa e l’umanità dai confini della terra nel tuo regno», (Didaché, IX, 4) e ci ricorda Paolo: «Il nostro corpo è per il Signore e il Signore è per il corpo» (1Cor 6,13).

Scrive il poeta inglese John Donne: «I misteri d’amore crescono nelle anime, ma il nostro corpo è il libro dell’amore», (nella traduzione poetica di Cristina Campo).

La fede cristiana ha conosciuto la tentazione gnostica come fuga dal corpo e esaltazione di una conoscenza, di un sapere e pensiero disincarnati, rimandando indietro Dio nel suo empireo celeste ‒ una torre senza porte e finestre ‒ privandolo così del suo luogo più proprio: la relazione con il mondo e con la libertà dell’uomo. L’esperienza cristiana è vita secondo lo spirito ‒ ci ha ricordato Karl Rahner [Qui] ‒ che si realizza nel corpo e attraverso il corpo. Questi è l’esistenza concreta dello spirito nello spazio e nel tempo, la corporeità umana è il suo luogo rivelatore, tanto che facendosi ospitale dello Spirito, ogni uomo entra a far parte del corpo vivente di Cristo, e in lui viene seminato il suo corpo glorificato, caparra e primizia di umanità nuova.

La svalutazione del corpo, originata dall’influenza di correnti di pensiero estranee al mondo ebraico-cristiano, si è fatta a lungo sentire anche nell’esperienza cristiana e nella sua spiritualità. Fin dai primi secoli una rigida ascesi penitenziale, manifestava un disprezzo evidente della carnalità, considerata come la sorgente del male.

LA STORIA DI ANASTASIO

Si narra di un monaco nel deserto egiziano che, volendo raggiungere la perfezione spirituale con una durissima ascesi corporale, cominciò a sentire sempre più il peso del suo corpo e a disprezzarlo, perché sembrava trattenerlo e rallentare le sua ascesa; così, volendo significare il desiderio di separarsi da esso come da una zavorra, si amputò una falange del dito e lo seppellì accanto alla sua cella, come a ricordagli che al cielo e non alla terra, allo spirito e non al corpo era volto ogni suo desiderio.

Alla sera, rientrato nella cella e raccolto in preghiera, aprì a caso il libro delle Scritture e iniziò a leggere. Vi si narrava della visione del profeta Ezechiele che, condotto dallo Spirito in alto sopra i cieli, fu poi deposto in mezzo a una valle piena d’ossa. Profetizza su queste ossa – disse lo Spirito: “Ossa inaridite Ecco, io faccio entrare in voi lo spirito e rivivrete. Metterò su di voi i nervi e farò crescere su di voi la carne, su di voi stenderò la pelle e infonderò in voi lo spirito e rivivrete”. A quelle parole Ezechiele senti un rumore, vide movimento fra le ossa, che si accostavano e si corrispondevano l’una all’altra. Poi vide ancora sopra di esse i nervi, la carne che cresceva e la pelle che le ricopriva, ma non c’era spirito in loro. Così Ezechiele profetizzò di nuovo e annunziò su quei cadaveri lo Spirito: “Spirito, vieni dai quattro venti e soffia su questi morti, perché rivivano”. In quel momento lo spirito entrò in essi e ritornarono in vita e si alzarono in piedi.

Anastasio, questo era il nome del monaco ‒ che significa risurrezione ‒ non poco turbato da quella lettura si addormentò pensieroso. Il mattino uscendo dalla cella si accorse che qualcosa era cambiato. Nel luogo del seppellimento di quel frammento del suo corpo era cresciuto un gelsomino bianchissimo e un profumo soave si era diffuso tutt’intorno e una siepe cingeva tutta la cella. Con la mano sfiorò appena il gelsomino e non poté proprio non sentirne il profumo, ne rimase inebriato. Respirò allora profondamente come non aveva mai fatto prima; sentì il suo corpo rivivere, anzi rifiorire nonostante fosse vecchio e, toccando il fiore con le dita, udì affiorare dentro di sè le parole: Corpus Domini e allora capì tutto, gli si aprì il cuore e l’intelligenza e gli occhi si sciolsero in lacrime non penitenti, ma di pacificante e umile gioia.

Fu così che gli ultimi anni li visse errando alla ricerca di quella compassione di Dio per il Suo corpo umiliato, mutilato e disprezzato nei corpi di tutte le sue creature. E ogni volta che vedeva una pietra, un albero, una pozza d’acqua, le stelle, un gregge con il suo pastore, una famiglia in viaggio, un lebbroso, un funerale, bambini che giocavano, sposi che andavano a nozze e cristiani raccolti nella chiesa la domenica attorno alla mensa eucaristica, si fermava, faceva una metania, una prostrazione profonda e sentiva salire dal cuore fino a divenire pensiero e voce interiore il nome del corpo/glorioso: Corpus Domini.

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PRESTO DI MATTINA
L’albero della Pasqua

 

Quanto è accaduto a Pasqua, il senso e le ragioni più intime di questo evento cruciale per la storia dell’uomo restano nascoste in Dio. E tuttavia non ci sfugge del tutto la forza di questo amore vittorioso sulla morte, dell’innesto di una nuova vita per ferita nel vivere umano reso sterile da una malvagità mortale, come quando s’innesta un pollone fruttifero, un buon virgulto, in una pianta selvatica. Il mistero di questa polla segreta si riversa nelle pieghe della storia, e da quella frattura sorgiva continuano a fluire e riverberarsi, riflettendosi nell’acqua, le tracce dei passi di Gesù risorto, come a proseguire quelle lasciate dal Padre sul Mar Rosso (nel Salmo 77): «Ti videro le acque, o Dio, ti videro le acque e ne furono sconvolte; sussultarono anche gli abissi. Sul mare la tua via, i tuoi sentieri sulle grandi acque, ma le tue orme rimasero invisibili». Ne troviamo traccia nei fatti accaduti allora: le donne che arrivarono al sepolcro scoprendolo vuoto; gente che si credeva ormai priva di speranza ritrova una strada; l’angoscia iniziale si dilegua di fronte al nulla fino a intuire, in quella fine del nulla che resta, un nuovo inizio.

Accadde la Pasqua nei suoi amici, così li aveva chiamati prima della sua passione. Dalla paura germogliò una gioia grande; dalla rassegnazione sgorgò una fede dapprima incredula, incespicante, poi balbettante e, a poco a poco, capace di annunciare con la stessa vita ciò che era accaduto loro: l’uscir fuori nel silenzio della notte come da candida crisalide ‒ non più che un lenzuolo funerario ‒ lo Spirito del Risorto nella sua carne gloriosa, datore di riconciliazione e di vita, che li saluta: “Pace a voi, venite, guardate, sentite, toccate le ferite, sono proprio io, non un fantasma. Avete qualcosa da mangiare?”. E poi il coraggio di ripartire ancora oltre i confini d’Israele: «non portate borsa, né bisaccia, né sandali. In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa”» (Lc 10,4). Ma non si fermò tutto in quel giorno.

Le orme impresse dallo Spirito per configgere Gesù Cristo ‒ come direbbe Francesco d’Assisi ‒ “in interiore homine”, hanno continuato a lasciare traccia nella trasformazione delle coscienze delle donne e degli uomini che sono venuti dopo, trasfuse nelle forme nascenti e aurorali di un nuovo stile di vita personale, sociale, religioso. Altri passi generativi di nuove storie di morte e risurrezione, di liberazione e di fraternità nei luoghi della schiavitù e dell’inimicizia. Come innesti vigorosi e fruttiferi su rami secchi o tagliati dell’umano vivere che nel momento in cui vengono percossi, feriti da quella salutare incisione, da quella stessa Pasqua, ne sono stati risanati. Guarisce così l’arbusto selvatico dalla sua sterilità di amore, e il suo futuro sarà come quello dell’ulivo cantato nel Salmo 52: «un olivo verdeggiante nella casa di Dio è chi confida nella sua fedeltà per sempre». Si diffonde e dilaga questa buona notizia ‒ come ci preannunciò il profeta Osea ‒ un vangelo per tutti ad un tempo attraente e fragrante: «si spanderanno i suoi germogli e avrà la bellezza dell’olivo e la fragranza del Libano» (14, 17).

Anche Paolo, l’errante tra le genti, nella lettera ai Romani ricorre alla metafora dell’innesto nell’ulivo per ricordare ai cristiani venuti dalle genti che la loro elezione in Cristo, mediante il dono pasquale del battesimo, va considerata come un trapianto nel buon ulivo dell’elezione di Israele. Elezione che resta indefettibile e non è andata perduta nemmeno con il rifiuto di quel virgulto cresciuto in terra arida. Anzi fu proprio grazie a quel rifiuto ‒ dirà ancora Paolo ‒ da quella spaccatura che fuoriuscì un’alleanza per tutti i popoli, accolti nell’alleanza primigenia e mai revocata con Israele.

Per questo i pagani, divenuti cristiani, dovranno guardarsi ‒ è ancora Paolo ad ammonirli ‒ dal disprezzare la radice da cui loro stessi hanno avuto vita e bandire ogni presunzione nei confronti di Israele. «Se alcuni rami sono stati tagliati e tu, che sei un olivo selvatico, sei stato innestato fra loro, diventando così partecipe della radice e della linfa dell’olivo, non vantarti contro i rami! Se ti vanti, ricordati che non sei tu che porti la radice, ma è la radice che porta te. … Se sei stato innestato su un olivo buono, quanto più essi, che sono della medesima natura, potranno venire di nuovo innestati sul proprio olivo!», (11, 17-18; 24).

Non diversamente si esprime anche Cirillo di Gerusalemme (313-386) nelle sue catechesi mistagogiche sul battesimo: «Recisi dall’oleastro siete stati innestati nell’ulivo buono e siete divenuti partecipi dell’abbondanza dell’ulivo. L’olio simboleggia la partecipazione all’abbondanza del Cristo che mette in fuga ogni traccia di potenza avversa. Egli è stato unto dell’olio spirituale di esultazione, cioè dello Spirito Santo chiamato olio di esultazione perché è l’autore della gioia spirituale. Voi siete stati unti di balsamo divenendo partecipi e compagni di Cristo», (Le catechesi ai misteri, 62-63; 68).

Ulivo gioioso e olio di letizia è Gesù a Pasqua. Nel testo di Isaia letto proprio da Gesù nella sinagoga di Nazareth (Lc 4, 18) che ispirerà e guiderà il suo ministero tra la gente per tre anni ‒ parole programmatiche di un annuncio e di una missione di consolazione ‒ l’olio ha la funzione di unire la sua persona con la sua stessa missione, quella dell’unto di Dio, il Messia: «Lo spirito del Signore Dio è su di me perché il Signore mi ha consacrato con l’unzione; mi ha mandato a portare il lieto annunzio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati» (Is 61,1-3). Lo stesso testo ci ricorda anche che la guarigione avviene mediante l’unzione con olio gioioso: «per allietare gli afflitti di Sion, per dare loro una corona invece della cenere, “olio di letizia” invece dell’abito da lutto». È “l’ulivo di unzione in misericordia” evocato da santa Caterina Vegri del nostro Corpus Domini di Ferrara, nel testo mistico I dodici giardini.

Il Cristo, a Pasqua, non è però solo l’unto del Signore, il suo Messia. Egli è l’«ulivo bello» riemerso dalle acque del diluvio, portato dallo spirito a Noè, il cui nome significa consolazione, riposo, conforto: «sul far della sera ecco la colomba aveva nel becco una tenera foglia di ulivo» (Gn 8,10). Il più bello tra i germogli di umanità, diffusa è la grazia sui suoi rami, benedetto per sempre da Dio; procedono da lui verità, mitezza, giustizia; le sue vesti son tutte mirra, aloè e cassia (Sal 44); vittorioso sull’ombra di morte, perché le sue grandi acque non possono spegnere l’amore né i fiumi travolgerlo (Ct 8,7).

Nel diluvio, l’ulivo e le altre piante non furono risparmiate, ma sommerse e travolte da onde impetuose. Esse tuttavia riemersero di nuovo al riemergere della terra nuova, come una rinascita. Forse fu per il loro spirito generoso, mite e innocente simile a quello del Servo del Signore cantato dal profeta Isaia: «Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca» (Is 53, 7). Del resto gli alberi non restituiscono nessuno dei colpi che vengono loro inferti, ma profumano di resina o di balsamo la scure che li recide. Non diversamente accadde a Gesù, la cui fragranza fluisce come olio profumato, lucente proprio quando viene percosso, privato dei suoi frutti come la bacchiatura delle olive (baculum /bastone). Come l’ulivo egli è un resistente e resiliente nella pratica della “satyagraha”, la “resistenza passiva”, o meglio letteralmente “insistenza per la verità”. Una resilienza nella verità che ben si coglie nell’interrogatorio di fronte al sommo sacerdote che gli chiedeva del suo insegnamento, quando Gesù rispose di aver parlato apertamente e insegnato in sinagoga e al tempio, tanto da invitarlo a interrogare quelli che l’avevano ascoltato: «Aveva appena detto questo, che una delle guardie presenti diede uno schiaffo a Gesù, dicendo: “Così rispondi al sommo sacerdote?”. Gli rispose Gesù: “Se ho parlato male, dimostrami dov’è il male; ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?”» (Gv 18, 22-23).

Nel romanzo di Grazia Deledda Il fuoco nell’uliveto viene rappresentato il dramma del venir meno dei rapporti tradizionali di coesione familiare in ambito etico, sociale e religioso. Si descrive pure, con cruda aderenza alla realtà, la crisi e il processo di trasformazione e rinnovamento percorso per fuoriuscire da un passato antico verso una condizione germinale: il tutto non senza lacerazioni tragiche come quelle evocate, per l’appunto, dall’incendio tra gli ulivi: «C’è il fuoco nell’oliveto. Brucia la casa, bruciano gli olivi intorno: anzi la casa è già bruciata… Agostino e altri uomini accorsi tagliano le piante per fare uno spazio libero intorno all’incendio perché questo non si estenda». Ritorna qui l’avanzare doloroso ma irresistibile della vita, che urge anche in modo violento per trovare vie di uscita nel passato che la trattiene e rinchiude. Si sperimenta qui, come a Pasqua, l’urto tra vecchio e nuovo; tra ciò che non vuol morire e tenta di impedire un nuovo nascere. Qui, tra pessimismo e di-speranza tutto il dramma di una salvazione che per essere vera deve passare oltre.

La Pasqua non è di un solo giorno, ma mistero di transito di ogni giorno. Di qui l’attributo di transiliens, il ‘passatore’, conferito a Gesù, colui che passa oltre, che fa Pasqua. Un’espressione che si trova nei salmi e viene spiegata da Sant’Agostino: «Questo salmo è cantato dal transiliens. Da colui che non domanda a Dio nient’altro che lui stesso, che ama Dio gratuitamente». Lo ricalca quasi alla lettera Ruperto di Deutz, per il quale «Questo salmo è cantato dal transiliens – l’incipit è identico a quello del vescovo d’Ippona – e cioè da colui che oltrepassa tutto per non desiderare altro che Dio con tutta la sua volontà e la sua retta intenzione».

L’ulivo è l’albero della Pasqua. Prediamo le sue foglie brunite di un verde scuro ombroso, da un lato; dall’altro bianche, argentee, luminose e risplendenti al sole. In esse poi il vento genera un movimento continuo ed esse passano così dall’oscurità alla lucentezza simile ad un varco, quello che attraversando la morte approda alla vita come nel passaggio della Pasqua.

Albero della Pasqua è l’ulivo perché egli può anche essere paragonato a un “pozzo di luce”. C’è sempre un balenare di luce tra i suoi rami e le sue fronde, per l’aria che sempre l’attraversa anche nell’oscurità più profonda, restano luminose. Fa luce non solo all’intorno ma ‒ quale meraviglia ! ‒ la luce scende lungo i rami, dentro alle cavità contorte dello stesso tronco fino a raggiungere le radici. Come a Pasqua la luce raggiunge quel fondo senza fondo del pozzo di tenebra e di morte che è stato il sepolcro di Gesù, da cui è uscito, da oriente a occidente, l’Altro sole.

Così provo anch’io a pregare come un ulivo, avvalendomi di un testo poetico di padre Agostino Venanzio Reali, come un “bacio degli ulivi al sole”, che al tramonto passa oltre nella Pasqua di ogni giorno.

Se non torni con noi
la terra si oscura,
e mirare il verde degli ulivi
è tristezza se non torni
sul giumento a recar pace
alle case alle contrade.
(Primavere, 88)

Ti cerco, mia luce,
non voglio appartenere alla notte.
Mi vien dietro la morte
quando tu sei via
e nel silenzio l’anima
si tende all’ascolto
come sposa sola.
Non siano le tue labbra mute,
tu che desti una voce a ogni cosa;
dischiudimi la mente alla preghiera,
allungami il cavo della speranza,
tu che pendesti alla croce per me.
Volgendomi alla mia traccia
tremo come locusta
in un esausto sole di stagnola.
Oltre la soglia amata
la luce delle colline
la rugiada dei pleniluni
i miei occhi ti aspettano,
non paghi di simboli,
sul diaframma del mondo.
Il sole cade svenato
fra scolte di cipressi
baciato dagli ulivi
che si estollono a gara
a vederlo morire,
esangue rosa sul mondo
(Nostoi/ritorni, 73).

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PRESTO DI MATTINA / Antonio e Beatrice:
monachesimo e spiritualità al servizio del popolo

«Dall’Egitto ho chiamato mio figlio»: questo testo del profeta Osea dice la cura di Dio per il suo popolo; di come egli continui ad amarlo senza pentimenti, anche se non ricambiato; anzi accrescendo sempre più questo amore: «Quando Israele era giovinetto, io l’ho amato e dall’Egitto ho chiamato mio figlio. Ad Efraim io insegnavo a camminare tenendolo per mano, ma essi non compresero che avevo cura di loro. Io li traevo con legami di bontà, con vincoli d’amore; ero per loro come chi solleva un bimbo alla sua guancia; mi chinavo su di lui per dargli da mangiare» (Os 11,1-5).

Si riaggancia a questo passo l’evangelista Matteo che, rivolgendosi soprattutto ai cristiani approdati dall’ebraismo, ricorre spesso a ‘citazioni di compimento’, tramite le quali egli mostra ai suoi come le promesse di Dio si siano realizzate nella storia in Gesù. Così troviamo frequenti espressioni come “Questo avvenne perché si compisse”, quest’altro “accadde come era stato detto dal profeta”. Anche l’episodio della fuga in Egitto e del successivo ritorno alla morte di Erode è riportato con questa intenzione. Anche in questa vicenda si deve leggere infatti il compiersi in Gesù della storia del suo popolo, «perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: dall’Egitto ho chiamato mio figlio» (Mt 2,11).

L’evangelista Matteo vuole rendere consapevoli le sue comunità di giudeo-cristiani, che vivono nella diaspora della Siria, che proprio quel Gesù in cui credono è la Parola, che porta a compimento tutte le parole e le profezie di Dio rivolte a Israele. Nella pienezza del tempo, Dio fa conoscere in Gesù la sua parola definitiva, in risposta al grido del profeta Isaia: «Se tu squarciassi i cieli e scendessi davanti a te sussulterebbero i monti» (Is 63,19). Gesù è parola fattasi carne di amore, non solo per il suo popolo eletto, ma attraverso Israele, donata a tutti i popoli e a tutte le generazioni della terra. Tutte le parole di Dio, quelle proferite nei tempi antichi, divengono nelle stesse parole di Gesù a pienezza. Il Padre, manifestandosi, in voce, nel battesimo del Figlio dice anche a noi: “Ascoltatelo”. Le sue promesse, come sementi nella terra d’Israele, divengono nel Figlio come chicchi pieni nella spiga da sparpagliare nel mondo attraverso l’annuncio del vangelo.

Ma siamo proprio sicuri allora che l’andata in Egitto, di cui da poco abbiamo fatto memoria nella liturgia, sia stata solo una fuga? Segretamente, nascostamente, non è stato per Gesù un andare là dove tutto era cominciato, dentro il cuore stesso di un popolo minacciato di sterminio, per condividerne le sorti? Al principio di una storia di liberazione, di riscatto dalla schiavitù e di promettente alleanza?

La sua fu certamente anche la fuga da una strage. Così come Mosè fu salvato dalle acque per sottrarsi alle ire del Faraone, anche Gesù fu custodito da Giuseppe dalla furia omicida del re Erode, ma poi ritornò come Mosè inviato da quel Dio il cui nome è “colui che mette in cammino”. Per questo, il Messia inizia la sua vita terrena scendendo in Egitto, nel luogo simbolo del dolore innocente, alla radice di ogni strage, di ogni sterminio perpetrato dal potere quando si sente minacciato e fa di se stesso un Moloch cui tutto sacrificare.

«Dall’Egitto ho chiamato mio figlio» perché ripercorresse l’esodo, sperimentasse l’esilio del suo popolo, e, peregrinante, affidato al Padre, compiendo la sua parola, giungesse, con un nuovo esodo, alla sua Pasqua, compimento di quella antica e anticipazione di quella futura che è la terra promessa da Dio per tutti i suoi figli e figlie. L’approdo dove ‒ come profetizza Isaia ‒ «sarà strappato il velo che copriva la faccia di tutti i popoli e la coltre che copriva tutte le genti; sarà eliminata la morte per sempre e – come padre e madre – asciugherà le lacrime sul volto dei suoi figli» (25,7-8).

Dall’Egitto ho chiamato pure i miei figli e le mie figlie, si potrebbe anche dire. Ricordiamone alcuni: Antonio l’egiziano e Maria Egiziaca; ma poi anche Benedetto da Norcia e Beatrice II d’Este. In loro ci è dato percorrere le antiche vie del monachesimo orientale e occidentale, fin nelle nostre terre; l’ininterrotta migrazione degli uomini e delle donne delle beatitudini, il continuo esodo della mistica e della spiritualità cristiane, in compagnia di tanti altri viatores e velatores in itinere, a piedi o su barconi, verso la terra che Dio ha voluto donare loro. Questa peregrinazione della fede come speranza e come amore è un continuo passa parola, anche nella vita nascosta degli eremi e dei monasteri; un salmeggiare e celebrare, come in una universale liturgia cosmica che continua nella vita attraverso la carità fraterna dell’ascolto e della condivisone dei beni. Nell’esperienza monastica si custodisce e si rende al vivo quella coscienza della chiesa che sa di non dover vivere per se stessa, ma per il mondo cui è inviata, ricalcando le orme del suo Signore e Maestro che non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la sua vita.

Non diversamente dalla discesa in Egitto di Gesù non va paragonata la vita monastica a una fuga (dal mondo), un volontario esilio lontano dagli intrighi degli uomini e dai conflitti della storia. Non c’ingannino dunque le massime aforistiche del monachesimo egiziano (“fuge, tace, quisce”: fuggi, taci e rappacificati”) e di quello occidentale ora et labora. In realtà tutti gli uomini e le donne dell’esperienza monastica sono situati sulla frontiera, in cui si fa argine all’esondazione del male. Li troviamo intenti a quel passante di valico che è il mistero pasquale di Cristo, “passatori oranti” alla sequela del passeur blessé che è il crocifisso Risorto presso quel varco aperto nella morte, in ascolto del dolore del mondo, solidali nella oscura notte del Figlio, che continua in quella dei suoi fratelli, pronti a riporre, ancora una volta come lui, nelle mani del Padre il destino di tutti noi. Il monachesimo, come un tempo nel deserto egiziano della Tebaide, resta anche oggi per le donne e gli uomini che vi si incamminano una lotta e un martirio vissuti a nome di tutti. Per loro, come dice Paolo, «Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti sono uno in Cristo Gesù» (Gal 3,28). Essi sono persuasi infatti che «né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù» (Rm 8, 38-39). La loro vocazione nella chiesa e nel mondo è quella di condurre all’unità la famiglia umana, con una vita orante ispirata dalla preghiera stessa di Gesù, che chiede al Padre il dono dell’unità (Gv 17,21).

Domani 17 gennaio nel monastero delle sorelle Benedettine si ricorda proprio Antonio Abate titolare del loro monastero; e il giorno dopo, lunedì 18, esse ricorderanno la loro fondatrice la Beata Beatrice II d’Este (Ferrara, 1230 – 18 gennaio 1262). Come si è attuata questa presenza cristiana di Beatrice II per la nostra città? E che cosa dice a noi ancora oggi? Non ho trovato di meglio che rigiocare i tratti della sua spiritualità di mediazione con le indimenticate parole di mons. Antonio Samaritani, che di storia monastica è stato umilissimo e luminosissimo indagatore e scopritore.

«Allora non si davano sante se non canonichesse regolari, di spiritualità agostiniana, o di spiritualità monastica, qui, in zona nostra, benedettina. La beata Beatrice II d’Este è innovatrice e originale: innanzitutto non parte da un normale convento; parte da S. Stefano della Rotta di Focomorto, quindi da un eremitorio; parte da esperienza non monastica, non benedettina, ma mendicante, francescana. Quella della beata Beatrice II d’Este è una tipica spiritualità di mediazione. La vocazione ferrarese forse non è tutta contemplativa, né tutta operativa. La beata Beatrice II d’Este consacra sì la legittimità illegittima, se così vogliamo dire, della sua casata in Ferrara, ma la legittima con connotazioni allettanti per la nuova spiritualità della prima borghesia emergente, supportata appunto dai “fratres minores”, dai domenicani e da tutti gli ordini mendicanti di Ferrara. Si pensa che a Ferrara ci fossero pure delle forme minoritiche avanti la venuta dei francescani, come si possono individuare a Treviso e Vicenza. E’ bello pensare che, in sintonia col messaggio della minorità di S. Francesco, non solo c’è stata una ricezione fra le prime del movimento francescano femminile, le “Sorores Minores”, ma c’è stata direi una precursione, un anticipo tipico della spiritualità padana.  La beata Beatrice d’Este non è la santa contemplativa del Basso Medioevo, la santa medievale dei conventi benedettini; gli Estensi non hanno bisogno di una santa né eccessivamente miracolistica, né eccessivamente contemplativa. Le ossa di Beatrice d’Este sono diventate un centro anche di miracolosità nei secoli, ma molto posteriormente. La spiritualità ferrarese della beata Beatrice d’Este, santa sostanzialmente di ceppo veneto, del basso Veneto, è una spiritualità vicina al popolo: non miracoli, non contemplazioni eccelse, ma testimonianza di povertà e di umiltà. Gli Estensi non erano certamente umili, né certamente poveri, ma hanno avuto bisogno di inserirsi nel cuore dei ferraresi con una carta d’identità di questo tipo» (Radici della spiritualità ferrarese, in Bollettino Ecclesiastico, 2 1993, 349).

Don Primo Mazzolari, in un libro che scrisse per i suoi parrocchiani ricordando l’immagine di S. Antonio, presente in tutte le stalle della sua parrocchia, ne delinea la figura e alla fine si domanda: «cosa fece di straordinario S. Antonio? Niente. Non ha costruito città né fondato imperi, non ha scritto libri né vinto battaglie, non ha scoperto terre né macchine nuove, non microbi di malattie né sieri per guarirle. Eppure il suo posto è tra i benefattori dell’uomo, e, benché la sua lunga giornata si sia svolta in condizioni alquanto diverse dalla nostra, egli ci è di esempio. Vi pare un uomo da poco, uno che non crede nel denaro e non vi corre dietro come fanno i più, vendendo coscienza, pensiero, dignità? Vi pare un uomo da poco, uno che per amore della giustizia e per amore verso i poveri, si spoglia delle proprie ricchezze? Vi pare un uomo da poco, uno che affronta la povertà, la fatica, la solitudine per mantenersi libero onde meglio servire Dio nel prossimo? Vi pare un uomo da poco, uno che potendo fare, secondo l’opinione corrente di tutti i tempi, “il proprio comodo”, sceglie l’ultimo posto e la regola morale del Vangelo?», (S. Antonio Abate. Il contadino del deserto, Vicenza, 1974, 57-58).

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PRESTO DI MATTINA
In cammino per edificare la città dell’uomo

L’anno liturgico dispiega dentro l’anno civile, senza coincidere con esso né per l’inizio né nella fine, il cammino di un popolo che, di domenica in domenica, si raccoglie nell’ekklēsía, l’assemblea cristiana, convocata e radunata dalla Parola di Dio, per essere poi inviata a testimoniare quella Parola nella propria vita.

Riattualizzandolo nel presente, esso ripercorre lo stesso cammino di Gesù, il suo esodo verso la Pasqua generativa di operosa speranza e di corresponsabilità fruttuosa, con l’intento di edificare la città dell’uomo in assonanza con quella verso cui sono protesi lo sguardo e il cuore. È questo il senso profondo non solo dell’anno liturgico ma di ogni domenica, in cui siamo chiamati a partecipare al memoriale della Pasqua, lasciandoci orientare dalla forza dello Spirito del Risorto verso il compiersi dei giorni e la domenica senza tramonto. Al pari dei quarant’anni nel deserto, l’anno liturgico traccia dunque un cammino, percorrendo il quale ciascuno di noi riesce a conoscere ciò che ha nel cuore (Dt 8, 2), ma al tempo stesso gli è dato conoscere quello che Dio ha in serbo nel proprio cuore. Ricorda infatti Gregorio Magno: «Disce cor Dei in verbis Dei» («Impara il cuore di Dio nelle Parole di Dio» Lettera 31).

L’anno liturgico si è da poco concluso. Lo abbiamo lasciato alle spalle con la festa che celebra Il Pantocrator (colui che tiene tutto nelle proprie mani), figura tipica dell’arte bizantina che ben rappresenta Cristo, Re dell’universo, “tutto in tutti” (Col. 3,11). Il nuovo anno liturgico è così anticipato rispetto all’inizio dell’anno nuovo civile di quattro settimane, durante il quale siamo chiamati all’attesa. Come la nascita del sole è preceduta dall’aurora, così la nascita di Gesù è preannunciata, per i cristiani, dal tempo aurorale dell’Avvento che, sollevando a poco a poco il sudario della notte, disvela i significati nascosti.

Sotto questo profilo, la celebrazione del Cristo Re dell’universo è paragonabile ad un passante di valico, ad un confine, che trattiene e attira insieme, transito dal vecchio evo a un tempo nuovo, da una fine verso un nuovo inizio, perché ‒ come ci ricorda l’Apocalisse ‒ «Colui che sedeva sul trono disse: “Ecco, io faccio nuove tutte le cose”» (Ap 21,5). La novità, si badi, non scaturisce dal ciclo temporale, ma da un dispiegarsi lungo l’intero anno dagli eventi che hanno segnato la vita di Cristo, rivelando un rovesciamento di paradigma: «Tra voi non sarà così; ma chi vuole diventare grande tra voi, sarà vostro servitore» (Mt 20,26). Siamo così chiamati a lasciarci istruire dalla logica del Vangelo e dalla vicenda storica di Gesù di Nazaret. A partire dallo stile del suo “regnare”, che in lui si esprime, non già come dominio, ma come servizio sino all’estremo della donazione della propria vita (Regnavit a ligno Deus): «Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto di cui mi compiaccio. Ti ho formato e stabilito come alleanza del popolo e luce delle nazioni, perché tu apra gli occhi ai ciechi e faccia uscire dal carcere i prigionieri, dalla reclusione coloro che abitano nelle tenebre» (Is 42,1).

Il vangelo della scorsa domenica, l’ultima dell’anno appunto, riportava la parabola del giudizio universale. Più che descriverci l’evento inquietante del giudizio ultimo, spiegandoci come sarà, la parabola pone il cristiano di fronte a Cristo, qui ed ora, ricordandogli le sue responsabilità di ospitalità ed accoglienza verso gli altri, oggi. Un invito a vigilare, a scorgere quella regalità umile del Servo del Signore che riveste i panni degli “insignificanti”: uomini e donne del nostro tempo, nei quali è intriso, senza rendersi riconoscibile, il Cristo affamato, assetato, nudo, straniero, prigioniero, ammalato. Rivestito dell’umanità dei “marginali” e postosi nelle periferie geografiche, istituzionali, religiose, esistenziale del suo tempo, Egli è diventato un uomo di confine, lui stesso marginale, umiliato, estromesso dalla città. Ma così facendo, condividendo la sorte del più umile tra gli uomini, egli, per la sua compassione, ha attraversato la soglia della morte, ritrovando la propria vita perduta nelle mani del Padre. Non solo allora: ma di continuo anche oggi Egli ritorna ‒ prima della sua venuta definitiva ‒ nelle sembianze di uno sconosciuto, affinché la sua umanità presente e viva nella carne «dei suoi fratelli più piccoli» venga di nuovo accolta, sfamata, rivestita, visitata, ospitata. Così quel giorno, quando verrà nella sua gloria, mostrando il suo volto glorioso anche a coloro che non lo hanno riconosciuto e nondimeno hanno praticato il comandamento umanissimo del suo amore, egli li inviterà: «Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il Regno» (Mt 25,34).

L’evangelista Matteo sviluppa il suo vangelo sullo sfondo di cinque grandi discorsi. Con essi Gesù maestro svela ai discepoli i misteri del Regno dei cieli. Nel primo discorso, quello in cui Gesù proclama le beatitudini sul monte, la sua prima parola è “Beati” (cap. 5). Nell’ultimo, con cui Gesù termina il suo insegnamento sul Regno, quello detto escatologico, sulle realtà ultime, la prima parola che il Figlio dell’uomo veniente nella sua gloria pronuncia è “Benedetti” (cap. 25). Matteo ha posto così la sua comunità alla scuola della Parola di Gesù, ricordandone l’efficacia generata nel praticarla. Chi non la pone a base della propria vita sarà come una casa senza fondamenta; mentre chi la vive, come una casa fondata sulla roccia, resisterà anche alla tempesta. Se con le beatitudini abbiamo la promessa e l’anticipo della prossimità di Dio al suo popolo ‒ mediante l’esserci di Gesù, con gli “insignificanti” i poveri, gli afflitti, i miti, i perseguitati, incontrati strada facendo ‒ nei “benedetti” si compie quella promessa che coinvolge tutti coloro che non si sono sottratti, anche solo in ragione della propria umanità, a farsi prossimo dell’altro. Promessa e compimento.

Un testo paolino può aiutarci a ripercorrere la parabola “contromano”, a cominciare cioè dalla fine. Scrive Paolo: «Nessuno di noi vive per se stesso». Chi vive per se stesso, praticando un’esistenza respingente ed escludente l’altro, si sentirà ripetere dal Figlio dell’uomo le sue stesse parole, quelle da lui pronunciate passando oltre, senza fermarsi davanti a chi lo supplicava: «Via, lontano da me». La parabola vuole pertanto risvegliare la coscienza di chi l’ascolta, il quale si sente giudicato dalle sue stesse parole, al fine di provocare un cambiamento di atteggiamento e una presa di responsabilità in ordine al fatto che ci si salva solo insieme: chi trattiene la vita per sè la perde, chi la perde la ritrova dice Gesù. Possibile che non comprendiamo? Se paragoniamo la vita all’aria, l’essere cristiani impone di seguire la dinamica della respirazione: per inspirare di nuovo devi espirare, lasciar andare, perdere l’aria che trattieni. All’apparenza sembra che si perda qualcosa di vitale come l’aria, ma è la sola condizione per poter vivere. Trattenendo il fiato, non c’è speranza di vita: si muore.

Le altre parole di Gesù, «Venite benedetti», ricalcano invece quelle pronunciate da coloro che si sono fatti ospitali verso i fratelli più piccoli e, sentendoli come una benedizione, hanno detto loro: “venite avanti, entrate, c’è posto anche per voi”. Una ospitalità che suscita stupore e meraviglia in coloro che sono abituati ad essere respinti ai margini; la stessa gioiosa meraviglia che pervaderà coloro che alla fine scopriranno di aver accolto in quei piccoli il Figlio dell’uomo.

L’apostolo Paolo fa seguire alle parole «nessuno vive per se stesso» queste altre: «Se noi viviamo, viviamo per il Signore, se noi moriamo, moriamo per il Signore. Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo dunque del Signore» (Rm 14,8). L’appartenenza al Signore consiste nell’aver preso parte alla sua vita nascosta nei più piccoli, a prescindere dall’averlo incontrato e riconosciuto nella fede oppure no. Tale appartenenza si attua ogni volta che la nostra umanità prende la forma di una “pro-esistenza”, espressione coniata dal teologo Heinz Schürmann per indicare l’apertura della vita di Gesù agli altri, che nella morte ‒ con il suo affidarsi al Padre e il perdono rivolto ai suoi uccisori ‒ raggiunge il culmine della sua ampiezza. In questa sconfinatezza ed eccedenza di amore egli rivela l’unità profonda di destino dell’uomo e di Dio, dell’infinito nel finito: il Dio con noi, chiamato nel Natale, l’Emmanuele.

E da domani, inizio dell’Avvento, proveremo a cercarlo sul quel confine incipiente che non è limite ma porta ‒ un “vado” ‒ lo stesso dell’aurora che chiama al senso e ne è l’accesso, quello del suo originarsi e del suo compiersi come amore, praticando il quale si potranno ritrovare i nomi dei luoghi, dei volti e delle cose: il lontano vicino, l’estraneo fratello. Scrive Maria Zambrano: «L’Aurora appare distesa, seminata come un germe che irrompe nell’oscurità. Appare, a colui che la attende o la spia, innanzi tutto come una linea, come un confine che divide; linea che separa offrendo, creando insieme abisso e continuità. La linea dell’Aurora tanto attesa non è già l’Alba. L’alba comincia a fondersi a fuggire quasi, offrendo l’immagine lieve di tutto un regno, di qualcosa di ineccepibile; mentre l’Aurora, che ha risvegliato il germe dell’illimitato e dell’ardente, ci appare come un limite, un confine che ci arresta e ci chiama in modo ineludibile. L’apparizione dell’Aurora unifica i sentire trasformandoli in senso, reca il senso la sua origine e la sua finalità» (Dell’Aurora, 27).

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PRESTO DI MATTINA
Toccare il sole con un dito

‘Immedesimazione’ è parola quanto mai densa di significati. Fra gli altri essa allude al processo attraverso cui due cose distinte si uniscono nella medesima realtà. Ma dice anche il procedere di una realtà in un’altra, sino al raggiungimento di una condizione di identità. Sul piano personale, comporta ‘abitare nell’altro’ e allo stesso tempo ‘diventarne sua dimora’. Un legarsi nel cuore, nel cammino e nella sosta, in vicinanza e in lontananza. A volte può bastare un semplice pronome identificativo, come idem, per superare la stessa lontananza generata dalla morte (come tra Sam e Molly nel film Ghost di Jerry Zucker), per far ripartire un processo, una storia di immedesimazione che si credeva finita per sempre.

Lo stesso concetto, sebbene approfondito millenni dopo dalla psicanalisi moderna e reso anche con la parola ‘empatia’, non è estraneo alla sacra Scrittura. Anzi, l’immedesimarsi di Dio con il suo popolo è rappresentato in modo vivissimo in Deuteronomio 7, 7-8 là dove si ricorda che “Il Signore si è legato a voi nel cuore e vi ha scelti non perché siete più numerosi di tutti gli altri popoli ‒ siete infatti il più piccolo di tutti i popoli ‒ ma perché il Signore vi ama“.

Immedesimarsi nell’amore rende innamorati dell’amore, abitati dall’amore, fondati e radicati in esso, così da scoprire e comprendere a quale eredità esso ci chiama: quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità di colui che ci ama e che ri-amiamo, pur ponendosi egli oltre ogni capacità di approfondimento e conseguimento (Cf. Ef 3,18). Un’ulteriorità che ci fa divenire così perenni viatores e velatores, in viaggio per terra e per mare, per sempre sospinti dal desiderio di amore, dall’anelito di una più grande libertà di affidarci all’altro, in una reciprocità di dono che ogni volta svela, velando poi di nuovo, la sua vertiginosa insondabilità.

Ricordo un episodio raccontatomi da padre Silvio Turazzi a proposito di un gioco che lui e suo fratello Andrea facevano da piccoli, al tramonto, nella sconfinata campagna di Stellata. Giocavano a raggiungere l’orizzonte e a toccare il sole: e un attimo prima del tramonto allungavano un dito, come per toccarlo, immergendolo in quella incandescenza di amore che “veste del suo splendore il giorno che declina; per riprovarvi poi il giorno dopo di nuovo a cercare di raggiungerlo, ancora più vicini, sera dopo sera. Un’esperienza mistica, credo sia stata la loro: come una chiamata, corrisposta, di quel mistero ‘incomprensibile’, ‘perenne’, ‘assoluto’ direbbe Karl Rahner ‒ che noi chiamiamo Dio.

Una vocazione, pure, a immedesimarsi sempre più verso quell’altro esistente incomprensibile, infinito nel finito, che è l’uomo ‒ mistero a sé stesso ‒ e volgersi verso quell’umanità che, proprio al tramonto, quando si oscura la dignità umana, viene sommersa dalle tenebre del male. Ma è proprio in questa tenebra, in questa “notte oscura”, il luogo nel quale abita e si nasconde, ad un tempo, l’incomprensibilità oscura e luminosa di Dio. Nel descriverlo, san Giovanni della Croce gareggia con il Cantico dei cantici quando dice: “Notte che mi guidasti, oh, notte più dell’alba compiacente! Oh, notte che riunisti l’Amato con l’amata, amata nell’Amato trasformata!”.

“Notte – dice Dio con le parole di Charles Peguy – tu sei la mia grande luce scura […]. O Notte, o figlia mia Notte, tu la più religiosa delle mie figlie la più pia./ Delle mie figlie, delle mie creature colei che è più nelle mie mani, la più abbandonata./ Notte tu sei la sola che fasci le ferite. I cuori doloranti. Tutti scassati. Tutti smembrati. O mia figlia dagli occhi neri, la sola delle mie figlie che sia, che io possa dire mia complice./ O figlia mia scintillante e scura. Che fai acqua pura con l’acqua sporca,/ Acqua giovane con l’acqua vecchia […]. Anime chiare con anime torbide”.

Dignità umana perduta e ritrovata. È soprattutto questo l’annuncio del vangelo: la buona notizia della perla preziosa, il tesoro nascosto nel campo, narrati nelle parabole del regno dei cieli e della dignità promessa e ridonata. Anche per questo sono profondamente convinto che immedesimarsi con il vangelo sia lo stesso che immedesimarsi nell’umano: di più, sprofondare e perdersi in esso, per ritrovare la propria e l’altrui dignità smarrita e ritrovata: “Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà” (Mt. 10,39). Un’immedesimazione comune e reciproca, che nel vangelo di Luca e di Matteo si riassume nell’invito a una prassi, che è anche regola etica planetaria presente in tutte le religioni: “tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro” (Mt 7,12).

Solo in questo fare, che costruisce la propria dignità nella ricerca della dignità degli altri, attuandola insieme, immedesimandosi in una comune impresa, è dato sperimentare la stessa gioia, anche evangelica, con cui ci si impegna per la propria dignità: “La gioia di seminare i semi da te è la medesima che seminarli nel mio campo” dice un proverbio africano. Non l’una senza l’altra, dunque, ma in una simbiosi esistenziale che credo sia la più fedele via mistica proposta a tutti dal vangelo, l’esperienza anche paolina del farsi tutto a tutti.

Se poi provassimo a riflettere sull’immedesimarsi di Gesù ‒ empatia di Dio per noi (dentro il nostro patire) ‒ non finiremmo più. Basterebbe il titolo “Figlio dell’uomo”, da lui prescelto per dire l’esserci per noi, uno di noi, per far germogliare, riscattare, compiere con gesti e parole la dignità calpestata e mortificata dei ”figli di Dio”. Ma è nelle Beatitudini che meglio si esprime questo suo immedesimarsi con la gente, i poveri, gli afflitti, i miti, con quanti erano affamati e assetati di giustizia. Un’immedesimazione che giunge a completa identificazione, sino a condividerne le sorti: povero tra i poveri, perseguitato coi perseguitati, afflitto con gli afflitti. Il tutto traendo linfa da un’altra immedesimazione, quella col Padre, ricercata sul monte, di notte, nell’intimità nella preghiera, per poi proseguire nella pianura, praticando l’intimità con la gente, risanando, liberando, perdonando, facendo rivivere la vita, senza per questo allontanarsi dal Padre, che ritrovava anzi lì accanto, anche lui sceso dal monte, a fare famiglia con gli uomini e le donne delle beatitudini.

Per questo nell’iconografia della Trinità crocifissa ‒ da quella del Masaccio in Santa Maria Novella, passando per quella più familiare ma non meno potente di Ludovico Carracci in S. Francesca, in cui il Padre viene in soccorso del Figlio con largo abbraccio, preceduto dall’invisibile Spirito spirante in quella luce discendente, quasi caravaggesca, che si concentra sulle figure dei Patriarchi avvolte dall’oscurità dello sheol, fino a giungere alla terracotta, quasi impressionista, di Michele da Firenze presso il seminario diocesano, ‒ in tutte queste raffigurazioni sono rivelate agli occhi, prima che all’udito, e rese al vivo le stesse parole di Giovanni, il culmine e la fonte di ogni umano e divino immedesimarsi: “In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi” (Gv 14,20).

Anche Dante, sembra commuoversi della dignità dell’uomo, trasfigurata dalla somiglianza alla “Somma libertà” da cui origina ogni vita e che tutto attira e muove: “Ma vostra vita sanza mezzo spira la somma beninanza, e la innamora di sé sì che poi sempre la disiria” (Paradiso, VII, 142). Il viaggio della Commedia, itinerario mistico, che vede immedesimarsi in un comune cammino del sapere condiviso e della libertà come amore, il cosmo, l’uomo e Dio, non è tuttavia per iniziati, ma costituisce una possibilità reale, un “pane” per ogni uomo, sia esso Ulisse o Abramo, poeta o illetterato, un pane che tutti possono compartire. Nel Convivio, Dante fa riferimento ad un “pane orzato del quale si satolleranno migliaia, e a me ne soverchieranno le sporte piene”. I commentari chiariscono che si tratta di un riferimento al Vangelo di Giovanni, al pane d’orzo che Gesù moltiplicò, cui si fa corrispondere un altro pane, la lingua nuova del ‘volgare’, che come il pane di Gesù satollerà migliaia. Come la forza del vangelo illuminò di nuova comprensione le scritture antiche, così la nascente lingua italiana costituì luce nuova tale da rendere accessibile la conoscenza del vangelo anche alla moltitudine affamata degli illetterati, digiuni del sapere antico.

Anche Dante, come ogni cristiano, si immedesima nella pratica della misericordia che condivide il pane del sapere per i veri miseri. Di qui la scelta di scrivere in volgare, dettata da quell’amore che vuol donare sapere a molti e magari a tutti dignità riscattandone l’ignoranza. Scelta di coscienza civile certo, ma ‒ ho ragione di credere ‒ anche evangelica, tale da riflettere la regola aurea del vangelo, che è regola di reciprocità etica, forza generativa di altra umanità e aspirazione somma di colui che allarga la conoscenza, perché ‒ come scrive lo Dante ‒ “dare a molti e donare a molti è pronto bene, in quanto prende somiglianza dalli benefici di Dio, che è universalissimo benefattore”(Conv., 18, 3) che “innamora di sé sì che poi sempre la disiria”.

Nella parabola del Giudizio finale è narrato il colmo dell’immedesimarsi Dio, tramite Gesù, nell’intera umanità. Egli infatti così risponderà ai convocati dinanzi a lui: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25,40).

Si narra che “Abba Paissio pregava in continuazione per uno dei suoi discepoli che aveva rinnegato Cristo, e mentre pregava gli apparve il Signore risorto e gli disse: – Paissio per chi preghi? Non sai dunque che quel discepolo mi ha rinnegato -. Ma il santo continuò ad avere compassione per il suo discepolo con la preghiera. E allora il Signore gli disse: – Paissio per mezzo del tuo amore sei diventato come me ripieno di compassione “. Qui si introduce il tema vastissimo della Imitatio Dei, della imitazione come mimesi, come stile del cristiano, capace, pure lui come il Padre celeste di far sorgere il sole del perdono sui giusti e sugli ingiusti; è Paolo che lo ricorda, dicendo anche alla comunità di Corinto: “Diventate miei imitatori come io lo sono del Cristo” (1Cor 11,1).

Christian De Chergé, priore dei monaci trappisti di Tibhirine assassinati in Algeria, scrisse nel suo testamento: “Se mi capitasse un giorno (e potrebbe essere oggi) di essere vittima del terrorismo, vorrei che la mia comunità, la mia chiesa, la mia famiglia si ricordassero che la mia vita era ‘donata a Dio e a questo paese. … So il disprezzo con il quale si è arrivati a circondare gli algerini globalmente presi; so anche le caricature dell’Islam… L’Algeria e l’Islam, per me, sono un’altra cosa: sono un corpo e un’anima. E anche a te, amico dell’ultimo minuto che non avrai saputo quel che facevi. Sì anche per te voglio questo ‘grazie’. E questo ad-Dio da te previsto. E che ci sia dato di ritrovarci, ladroni beati, in paradiso, se piace a Dio, Padre Nostro, di tutti e due. Amen! Inshallah. (T. Georgeon Ch. Henning, “La nostra morte non ci appartiene”. La storia dei 19 Martiri d’Algeria, Bologna 2018).

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PRESTO DI MATTINA
Ascensione, ovvero sostare sulla cengia del monte

Può sembrare un paradosso, eppure questo innalzamento della nostra umanità, accanto a Gesù risorto e asceso al cielo, non rappresenta una via di fuga, un invito ad estraniarci dal mondo, ma, al contrario, vuole restituirci ‘la famigliarità con la terra’: “Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che di mezzo a voi è stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo” (At 1,11). Sappiamo infatti che nonostante la sua partenza, egli è con noi “tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20), quasi a voler preservare uno spazio di famigliarità proprio nel cuore di questa terra che continua ad essere ostile, dolorosa segnata dalla violenza.

È come se si fosse generato un corridoio umanitario, una zona sminata in cui continuare a camminare insieme a lui, con fiducia e generosità, verso una terra nuova capace ancora di portare frutto, di generare ancora, nello Spirito del Risorto, luoghi di gratuità, di servizio e di dono disinteressato, solo in presenza dei quali la famiglia umana è in grado di restituire alla terra ferita e mortificata il respiro profondo e rasserenante della speranza. L’ascensione invita dunque ad avere lo sguardo di Gesù: a guardare cioè alla terra e alle vicende che vi si svolgono con i suoi occhi che penetravano il ‘dentro’ delle cose, spingendosi oltre le apparenze, per coglierne il cuore. Quello sguardo penetrante perché alimentato da un amore creatore, che lo portava fin dentro lo smarrimento e le tenebre umane per ritrovare la dignità perduta, per riscoprire una via di bene là dove si vedeva solo smarrimento e disperazione.

Pure l’apostolo delle genti esorta a lasciarci illuminare gli occhi del nostro cuore per comprendere a quale speranza ci ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità, capace di trasfigurare tutte le cose (Ef 1,23). Come a dire che anche quando la nostra terra sembra ai nostri occhi inavvicinabile e inabitabile come un roveto spinoso, e l’umanità invivibile come un ronzante e pericoloso alveare, assumendo il suo sguardo tutto si trasforma consentendoci di cogliere la dolcezza del miele che quell’alveare contiene, la rivelazione di Dio che si cela nel roveto ardente, la prossimità di “Colui che fa partire”, e che ha promesso di restarci accanto per sempre nel cammino dell’esodo umano su questa terra.

Simone Weil ci ricorda che “non è dal modo in cui un uomo parla di Dio, ma dal modo in cui parla delle cose terrestri, che si può meglio discernere se la sua anima ha soggiornato nel fuoco dell’amore di Dio” (Quaderni, 4, 182). E Gregorio di Nissa con una potente allegoria naturalistica ci ricorda che “nelle acque del Giordano, immagine delle potenze della Terra, il Cristo s’immerge e Egli le santifica. […] ne esce gocciolante, sollevando il Mondo con Sé” (La grande catechesi, 103-104). Ecco il senso profondo dell’Ascensione di Gesù, un movimento di nuova creazione, di portata non solo terreste ma cosmica. Non è quindi guardando il cielo che noi diventiamo più umani e riceviamo l’adozione a figli, ma seguendo la via di una “concretissima incarnazione”, lasciandoci guidare dall’amore e dalla pazienza di Cristo. La nostra capacità vien da lui, che ha “portato vicino il lontano, e reso l’estraneo un fratello. Se si conosce lui nessuno è un estraneo, nessuna porta è chiusa” (Rabindranath Tagore).

Volendo, potremmo allora leggere il significato dell’ascensione, più che guardando a un distaccato empireo celeste, ripensando ai molti monti che nella sua vita terrena Gesù volle salire. L’ascesa al monte delle beatitudini, dove Egli solleva e attrae a sé i poveri, gli afflitti, coloro che hanno fame e sete di giustizia, e tutta quella moltitudine che ai suoi occhi è l’erede del Regno dei cieli. Il monte della trasfigurazione, in cui rivela la sua familiarità con Dio Padre, la fiducia incondizionata in lui, la gioia di essere il Figlio amato simboleggiata dalla veste splendente. Sempre sul Tabor egli viene confermato nella sua decisione di proseguire nel cammino di liberazione, in compagnia di Mosè, il liberatore dalle schiavitù di un popolo, e di Elia liberatore dalle schiavitù degli idoli, vecchi e nuovi e delle false immagini di Dio con cui si asserviscono gli uomini rubando loro la libertà. Il monte Sion verso il quale, dopo la trasfigurazione, si dirige – il suo e nostro esodo – per imboccare la via crucis che porta sull’altura del Golgota, il luogo del cranio fuori della città, ma pure il preludio della sua Pasqua di risurrezione: smisuratezza del suo amore per la nostra umanità terrosa e palustre. Penso allora che non si debba pensare all’ascensione come una scalata al cielo, la ricerca di una perfezione impossibile fuori dell’umano, un’aspirazione su cui proiettare le nostre frustrazioni alla ricerca di uno status semidivino, come nei miti greci o romani. Una sorta di alibi per non morire e risorgere in e con questa nostra umanità, o per sottrarci a quel mistero della vita che è vocazione a vivere il gesto del rialzare chiunque sia caduto, nello stesso modo in cui Gesù prese la mano del paralitico e disse: “Alzati e cammina”.

Quando la chiesa primitiva accolse le immagini del mondo antico per esprimere l’ascensione del Crocifisso risorto, liberatore vittorioso sulla morte, demitizzò i racconti degli eroi che scalavano con sforzi titanici la montagna del cielo per conquistare la gloria di semidei. Rispetto a questo immaginario, la figura di Gesù che fu annunciata fu quella di un antieroe: la storia della sua buona novella, quella di una morte vinta da un amore rimasto pienamente umano e ospitale – anche verso i nemici – nella forma di un perdono incondizionato e irreversibile che fa rinascere e ricrea; un amore che cresce come il granello di senape, che, innalzatosi sopra tutti gli arbusti, si prende poi cura degli uccelli del cielo con la sua ombra, come il lievito nella pasta che da poca cosa fa crescere il tutto, come il seme della parola gettato senza ritegno anche sulla strada preda dei volatili, tra i sassi e tra le spine soffocanti da un prodigo seminatore che resta fiducioso perché comunque sa che il seme porterà frutto. L’ascensione è allora come una sosta su una cengia di montagna, salendo verso la cima: un momento di riposo da vivere con tranquillità; quella che scaturisce dal sapere finalmente a chi apparteniamo, su chi facciamo affidamento e da cosa dipende veramente la nostra vita.

Me l’immagino come quell’estate – erano gli anni del ginnasio in seminario – quando don Giulio e don Marcello ci portarono sulla cima Catinaccio, un terzo grado, molti appigli e solo qualche chiodo qua e là nella roccia. Don Marcello guidava la cordata, specie nei passaggi difficili, e sapevi di poter contrare su chi era a due tiri di corda avanti anche se non lo vedevi più. Si pensava anche agli altri, quelli ancora giù. Si dava una voce di tanto in tanto e li vedevi affiorare, dopo l’ultimo tiro di corda, trafelati, ormai sulla cengia anche loro. A metà salita arrivarono anche le nubi e una grande nebbia avvolse la montagna. Non si vedeva più in là di un metro, ma la corda ci serviva come traccia. Mi sentii allora come fossi solo, ma poi la voce di don Marcello che finalmente gridò, arrivato in cima. L’eco riempì la valle fin giù per i canaloni e il cuore si allargò di un respiro profondo di sollievo. Ma non era finita. La discesa fu bagnata, così giungemmo zuppi fradici al rifugio. Non riuscimmo a slegare i nodi della corda che ci aveva dato sicurezza, perché a quel tempo le corde erano ancora di canapa e per l’acqua e il freddo si erano indurite come il ferro. Ridevamo di gioia cambiandoci così legati gli indumenti bagnati. E mentre ci riscaldavamo in attesa di una zuppa bollente, io pensavo che un’altra corda ci aveva legati, quella dell’esserci fidati gli uni degli altri.

Ricordo anche, come fosse ieri, quando nel 2004 stavo ritornando dal convegno missionario nazionale di Bellaria della Chiesa italiana. Ero in treno seduto di fronte a suor Maria Costanza delle suore della carità missionaria in Centrafrica, con suor Emma Luisa e suor Maria Francesca, ferraresi entrambe. Chiesi quindi alla prima: “qual è il passo della scrittura che ritorna sempre come leitmotiv della tua vita?”. Non ebbe esitazione e disse: “Io so in chi ho posto la mia speranza”. Non si ricordava il riferimento biblico preciso, che poi scoprii essere una parola di Paolo a Timoteo: “Ti ricordo di ravvivare il dono di Dio, …egli infatti non ci ha dato uno spirito di timidezza, ma di forza, di carità e di prudenza…, so, infatti, a chi ho creduto e ho fiducia che egli è capace di custodire fino a quel giorno ciò che mi è stato affidato” (2Tm 1,12).

Marie-Melanie Rouget (1883-1967) in arte Marie Noël, coglie le due facce di questa festa: “Il giorno dell’ascensione ci attira là dove Egli è, nella sua alta divinità, e ci porta su verso Dio sulla sua strada./ Oh ascensione, elevazione a Dio, esame dell’anima, giorno cieco, perduto nella mutevolezza del mondo, nel quale ti lascia l’Uomo Dio, che hai seguito, che hai amato, ti lascia, senza guardarti, e ti lascia nella sua luce senza volto, (che e) lo Spirito Santo”, (Notes intimes, Ed. Stock, Parigi 1966, 256). Gli fa eco p. Teilhard de Chardin, il gesuita paleontologo e mistico dalle visioni ardenti: “Gli uni dicono: – aspettiamo pazientemente che il Cristo ritorni -. Gli altri: – Finiamo piuttosto di costruire la terra.- E i terzi: – Per affrettare la Parusia, finiamo di costruire l’uomo sulla terra – “, (P. Teilhard de Chardin, Il Cuore del Problema (1949), in L’avvenire dell’uomo, 339).

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PRESTO DI MATTINA
Pentecoste e il ‘rigioco della speranza’

Si entra nel Regno di Dio giocando! Penso che si possa intendere anche così l’ammonimento di Gesù quando ci dice che “Se non diventeremo come bambini, non entreremo nel Regno dei Cieli”. In che cosa infatti sono da imitare i bambini? Perché sono più grandi e degni del Regno di Dio? Perché sono inclini alla ricezione, sono disponibili a lasciarsi coinvolgere, a mettersi in gioco, a immedesimarsi, interpretare, trattenere in sé stessi, come una ragnatela, un radar per intercettare il reale che s’imprime in loro dal di fuori. Essi fanno così discernimento, apprendono, rielaborano, come un caleidoscopio, e ricreano la realtà ‘ri-esprimendola’ con il movimento del loro cuore di sistole e diastole, interiorizzazione ed estroversione; vengono impressi e si esprimono a loro volta. In una parola, ‘irradiano perché si sono lasciati irradiare’.
Allo stesso modo, i credenti che si mettono in gioco e si lasciano prendere dal Vangelo della gioia, ‘mollano gli ormeggi’ delle loro resistenze e prendono il largo. L’annuncio del Regno non rimbalza loro addosso come fossero roccia refrattaria, ma essi si fanno porosi e permeabili al Vangelo, come rocce ospitali ad acque sorgive, che li impregna e risgorga in loro rendendoli conca e canale dell’acqua viva dello Spirito, portatori di significati nuovi per gli altri. Occorre allora ri-diventare discepoli tramite la ‘scienza’ dei bambini: ovvero attraverso quel esercizio vitale dello spirito che è il gioco. Non per finta, intendo. Ma con la serietà del bambino che s’immerge nella propria attività, che vi ‘mette tutto se stesso’, senza risparmiarsi, con tutto il proprio corpo, intrecciando nella gestualità pensieri e azioni, facendo riemergere e rigiocando tutto quanto si è impresso in lui della realtà, che egli ha colto e accolto dall’esterno.

È lo stesso processo di assimilazione creativa che genera i loro sogni. Ne nascono fantasie, immagini, invenzioni che i bambini poi rigiocano al di fuori, sparpagliandoli, a testimonianza dello spirito che li abita. Quell’atteggiamento cui penso alludesse Gesù quando disse che “ogni scriba divenuto discepolo del regno dei cieli è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche” (Mt 13,52). Così, in fondo, è stato anche del ‘sogno di Dio‘, rigiocato prima da Gesù con il suo annuncio e la sua vita e poi nuovamente rimesso in gioco dal suo Spirito consolatore a Pentecoste. Tanto da far dire a Paolo, l’apostolo delle genti, impressionato dalla luce del Risorto sulla via di Damasco e poi divenuto “strumento eletto per portare il mio nome dinanzi ai popoli” (Atti 9, 15): “Sia benedetto Dio, il quale ci consola in ogni tribolazione” (2 Cor 1, 3.4).
Tutto ciò mi richiama alla mente il sogno di Dio narrato dal profeta Zaccaria, il quale, nelle sue visioni, si prefigura il ricostituirsi del popolo di Dio disperso nell’esilio babilonese. In queste profezie è come se Dio sedesse, sconsolato, sui gradini del tempio di fronte a una città deserta, svuotata dei suoi abitanti e sprofondata nel silenzio: e lì Egli sogna la sua città com’era prima, brulicante di gente, di anziani e bambini schiamazzanti nelle piazze. Finché, ridestandosi da quest’immagine oramai perduta, promette a se stesso che “non può finire così; non può restare solo un bel ricordo; io sono un Dio fedele, lento all’ira e grande nell’amore; nulla mi può impedire per questo amore di ristabilire le sorti, di benedire ancora il mio popolo con quella benedizione capace di consolare e rinnovare l’alleanza”.
Così dice il Signore delle costellazioni: vecchi e vecchie siederanno ancora nelle piazze di Gerusalemme, ognuno con il bastone in mano per la loro longevità. Le piazze della città formicoleranno di fanciulli e di fanciulle, che giocheranno sulle sue piazze. Così dice il Signore delle costellazioni: Se questo sembra impossibile agli occhi del resto di questo popolo in quei giorni, sarà forse impossibile anche ai miei occhi?” (Zac 8, 4-6).

Le letture bibliche di questa VI domenica dopo Pasqua, con l’intreccio di verbi che le caratterizza, sono un invito alla ricezione e al rigioco: esse richiamano quella capacità di agire, di fare passi incontro, anche quando il movimento sembra partire da altri. Non si tratta infatti di replicare, ma di ricreare in modo nuovo: perché ‘ricevere‘ e ‘rilanciare‘ vanno all’unisono, tanto nel gioco quanto nella vita. L’intensità contenuta nell’azione ricevuta trova maggior slancio e ardore in chi, facendosi parte attiva della relazione, rilancia quanto ha ricevuto. Prima lettura: a coloro che “erano stati soltanto battezzati nel nome del Signore Gesù, i discepoli imponevano loro le mani e quelli ricevevano lo Spirito Santo” (At 8,17); seconda lettura: “Carissimi, adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi. Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto, con una retta coscienza” (1Pt 3,15-16); vangelo: “Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre” (Gv 14, 15). Osservare (ob-servare) significa tenere gli occhi addosso, spalla a spalla, l’uno per l’altro; prendersi cura dell’altro, custodendo il comando dell’amore nelle relazioni e nelle proprie scelte. Aiutati in ciò dal Consolatore, Colui che resta e, continuando la presenza e l’opera di Gesù, insegna a fare memoria in noi della benedizione e della consolazione.

Maestri di questo stile di vita, allenatori di questo gioco in cui siamo chiamati a rilanciare l’amore ricevuto, sono Paolo e Barnaba (i.e. figlio della consolazione): “Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione! Egli ci consola in ogni nostra tribolazione, perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in ogni genere di afflizione con la consolazione con cui noi stessi siamo consolati da Dio” (2Cor 1,4). Un intreccio di relazioni quanto mai in sintonia con questo tempo dopo la Pasqua: un tempo unico di celebrazione e di vita incentrato sui suoi tre fuochi: il Figlio, il Padre, lo Spirito. Un’unica universale benedizione si sprigiona dalla risurrezione del Cristo dai morti, ascende con Gesù al Padre, per poi discendere con l’invio dello Spirito sui discepoli. Un tutt’uno, dunque, ben presente ai Padri della chiesa, per i quali le celebrazioni dopo la Pasqua non si distinguevano da essa, tanto da considerare i cinquanta giorni che disgiungono la Risurrezione dalla Pentecoste un unico grande giorno pasquale. Di qui il segno liturgico che, anche oggi, ci ricorda questa inscindibile connessione unificante: il Cero Pasquale sempre acceso, nell’unico tempo intervallato da cinquanta notti, che ci separa dall’arrivo dello Spirto.

Così, protesi al compimento della Pasqua che avverrà a Pentecoste, sulle orme del Risorto, proviamo questo esercizio spirituale che è il ‘rigioco della speranza‘. Si è ricevuto speranza: si rilancia sperando per tutti. Benedetti, si risponde benedicendo. Consolati, si reinfonde consolazione. Un po’ come nella storia di Rut (=amica), la straniera che, pur nella sua vedovanza, non rinuncia a farsi carico di Noemi, la suocera, e decide, per il bene ricevuto, di restarle accanto, ritornando con lei a Betlemme, la casa del pane. Noemi (=delizia) cambiato in Mara, (=amareggiata) potrà alla fine dire, non solo di Dio e di Booz, il suo parente che sposerà la nuora, ma anche di Ruth la straniera: “Benedetto colui che non rinuncia alla propria bontà” (Rt 2,20). Del resto, chi è, veramente, colui che è benedetto? Chi non rinuncia a benedire. E chi il consolato? Chi non rinuncia a consolare. Non stupisce allora che il termine ‘bontà’ sia reso in ebraico con hesed, fedeltà, come amore che scaturisce da viscere di compassione materne. Quell’amore Consolatore che a Pentecoste scenderà con l’impetuosità del vento e si dividerà in tante lingue come di fuoco; e posandosi sui discepoli infonderà loro vita, così da generare una ‘moltitudine di consolatori’, composta da tutti coloro che, come Lui, non rinunceranno a ‘stare vicino’ (parakaléin) e a ‘lasciarsi coinvolgere quando chiamati’ (ad-vocati). Tra essi, v’è sicuramente don Alessandro, che prima di ricoverarsi in ospedale scriveva ai suoi parrocchiani di Malborghetto invitandoli a non rinunciare “all’occasione di ritrovare uno sguardo di amore vero, sincero, buono verso il nostro prossimo… ‒ e continuava ‒ il nostro prossimo”.

Pensavo in questi giorni a una riflessione di Don Milani che sento molto mia. Più o meno era così: “Caro Signore, a voler essere sincero, mi rendo conto di averti amato e voluto un bene immenso, ma è molto di più quello che ho avuto per la mia gente e i miei ragazzi. E mi consola la certezza che Tu non dai peso a questi dettagli, che valuti come sciocchezze, perché il tuo sguardo sa dilatarsi e tutto comprendere, tutto discernere, in niente e in nulla si lascia sporcare dai sentimenti feriti, ma sa gioire dove, anche senza saperlo, l’amore lo accoglie, lo comprende, lo serve, lo cura“. E non dimentico, tra la moltitudine di consolatori, neppure il mio parroco don Piero e la sua consolante benedizione. Ricordo che, una mattina in ospedale, avevamo parlato insieme, a tratti. Don Piero faceva fatica a esprimersi, ma io avevo continuato a incalzarlo con alcune domande sul modo in cui comprendere una riforma nella chiesa. E lui, che era di poche parole, mi rispose che il cristianesimo doveva umanizzarsi, volgersi verso l’uomo, perché è attraverso gli uomini che Dio si mostra e vuole essere incontrato da noi. È la strada di un ‘umanesimo essenziale’; poi aggiunse: “La chiesa deve centralizzarsi», centrarsi” ‒ si corresse – e io gli chiesi: “In che senso?”. Rispose: “il centro è Cristo“. Quella volta, la penultima che lo vidi tra noi, gli chiesi di benedirmi. Lo fece con mano tremante e poi, in silenzio, toccò stranamente le cose attorno a lui: il suo braccio, il mio, la coperta, indicò gli oggetti sul comodino, poi sollevò lo sguardo verso di me e, dopo un momento di incomprensione, capii il linguaggio dei suoi occhi, che sembrava mi dicessero: “Ma come, don Andrea, dopo tanto tempo che ci conosciamo non hai ancora capito che già tutto è benedetto? In ogni cosa è racchiusa la benedizione di Dio, perché ogni cosa è suo dono, perché Lui è in tutte le cose”.

La rubrica di don Andrea Zerbini Presto di mattina torna tutti i sabati su Ferraraitalia.
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PRESTO DI MATTINA
La fratellanza e le dodici stelle dell’Europa

La Pasqua è un evento generativo di fraternità. Nel perdono del Crocifisso, che spezza la spirale di vendetta e rivalsa sui nemici, si origina un processo nuovo di riconciliazione nelle relazioni umane. Si spiega anche così la ragione per cui, a partire dalla Pasqua, i discepoli inizino a chiamarsi e sentirsi ‘fratelli’: tanto che negli Atti degli Apostoli sono ben 27 le ricorrenze di questo termine. D’altro canto, a Pasqua si svela la paternità di Dio. Un Dio che non ha lasciato nella tomba colui che, pur di rivelare la sorgente inesausta di un amore estremo – un amore all’eccesso –, non si è sottratto agli insulti e agli sputi, scegliendo di lasciarsi defraudare di questo amore, pur di manifestarne l’irreversibilità e la smisuratezza.

Un ‘amore all’eccesso‘: lo stesso sperimentato dai mistici che non hanno esitato a dare la vita; l’amore di cui sant’Ambrogio dice: “considera oggi l’eccesso della divina carità, e fin dove osò questo amore incomparabile”. Un amore disarmato – egli continua – in perdita, svuotato di sé stesso. Un amore per cui sant’Ignazio negli Esercizi scrive: “Come mai un Dio di tanta maestà sia giunto a tale eccesso di amore da ritrovare il modo con cui stare continuamente dal cielo a trattare e conversare con noi sì miserabili su questa terra”. La stessa ostinazione di amore che Paolo ricorda ai cristiani di Filippi, usando un termine ormai noto a molti, kenosis (svuotamento), pensando al quale mi viene sempre in mente l’immagine di un masso che precipita in un recipiente pieno d’acqua, e tale ne è la forza d’impatto che lo svuota completamente. È con analoga potenza che m’immagino questo Spirito di amore, questa ‘pesantezza di amore’, questa invadenza di amore, che ama per primo. Amore eccedente e sempre risorgente del Padre nel Figlio, amore che è esondato completamente fuori, senza tenere nulla per sé, per inondare l’intero genere umano e liberarlo dal male e dalla morte. Simile, se si vuole, all’amore di un padre e di una madre per un figlio in pericolo.

Apparentemente un ‘amore a perdere’; e nondimeno, come ricordava il cardinal Henry Newmann, generativo di un rapporto di fraternità. Il Figlio, nel dono di sé, diviene il “Primogenito di una moltitudine di fratelli” (cfr. Rm 8,29; Col 1,15); entrando nel mondo e resosi in tutto simile ai ‘fratelli’, egli non si è mai vergognato di chiamarci ‘fratelli’ (cfr. Eb 1,8; 2,18.11). Quando si ama, si accetta il limite, si rimpicciolisce, per amore dell’altro, per fare spazio all’altro, per poi ritrovarsi arricchiti, cresciuti nell’incontro che fa rinascere e aggiunge fratelli.

Ciò vale, beninteso, anche per noi, che aprendo le porte ai fratelli, è come se le aprissimo al Risorto. Sicché, contagiati anche solo un poco da quell’eccesso di amore che è la Pasqua, riusciremo a risultare ospitali verso l’inatteso, lo sconosciuto che chiede di entrare. Scopriremo così che tra i tanti nomi attribuiti a Dio, quello che più gli si addice è Agape, esplicitato in quel gesto del Risorto che spezza il pane nella taverna sulla strada di Emmaus e lo moltiplica per tutti senza chiedere contropartita in cambio. Questo amore è il sacramento della Pasqua, è il grande segno della Pasqua.

Lo celebra il vangelo di domani, che ci racconta di discepoli inizialmente tristi e delusi, in cammino verso Emmaus, che diventano fratelli gioiosi nell’incontro con lo straniero rivelatosi a loro nello spezzare il pane. Don Primo Mazzolari sottolinea che i due discepoli non conoscevano in anticipo – come noi lettori – l’identità dello straniero che si accompagnava loro. Eppure era rimasto in loro qualcosa di quell’amore all’eccesso che Gesù aveva trasmesso in vita, come un frammento eucaristico, un resto di quella dolce e fraterna amicizia che li aveva incantati, tanto da deciderli a divenire suoi discepoli. Così quella santità ospitale del Maestro che non rifiutava nessuno, li apre quanto basta per invitare lo straniero: “Resta con noi perché viene la sera e il giorno reclina nella notte”. Cresce così in loro, lungo il cammino, la capacità di farsi responsabili dell’altro, di dialogare con lui per ricevere la sua novità. Essi passano dall’estraneità alla comunione, che rimette in cammino; sono vivificati da un’amicizia, perduta e ritrovata, che fa nuove tutte le cose. Per questo da quell’incontro, essi scoprono un nuovo inizio e vanno ad annunciare ai fratelli che Lui è vivo, è tra noi ed è destinato a restarvi per sempre.

Anche taluni libri, dopo che li si è letti, paiono destinati a rimanere sempre con noi: si nascondono in qualche piega dell’anima e poi, ogni tanto, si ripresentano, riaffiorano e chiedono di risorgere attraverso una nuova lettura. Uno di questi è per me il libro di un grande biblista gesuita, padre Luis Alonso Schökel (1920-1998), dal titolo Dov’è tuo fratello. Pagine di fraternità nel libro della Genesi, nel quale peraltro, all’inizio del volume, l’autore racconta la parabola del ‘fratello-libro’, di un uomo in solitudine che incontrò un libro, lo lesse, incominciò a rivolgergli domande e a riceverne, tanto che venne a instaurarsi tra i due un legame spirituale così forte, come di fratellanza (è un’evidente metafora che l’Autore utilizza per indicare la relazione di fraternità che dovrebbe legarci ai libri della Bibbia). Ebbene, con questo lavoro padre Schökel si prefisse di indagare le molte relazioni familiari, e tra fratelli, nella Genesi il termine ricorre ben 38 volte. Relazioni spesso macchiate dall’esperienza traumatica e delirante della violenza omicida, fratricida. E tuttavia, l’autore sottolinea come, sin dagli inizi della creazione, accanto alla presenza di questa violenza omicida, si coglie la presenza di un percorso parallelo tracciato dal Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe volto a riaprire e far ripartire nuovamente la vita e l’alleanza creaturale. Per quanto abortita proprio nel suo sorgere con il gesto di Caino, Dio non manca di rinnovare la speranza (un arco di pace), dando avvio nella storia a una nuova alleanza, che lo indusse a porre la sua tenda in mezzo a dodici tribù nomadi per farne un popolo solo.

Si intravede così un ‘passante’ che va oltre il male; una ‘variante di valico‘ per così dire, o un ‘argine’ sotto altri profili, volto a contenere l’altra storia oscura, tumultuosa, di acque torbide, fragorose, irrefrenabili di conflittualità e sopraffazione tra fratelli. Il tutto ancora una volta alimentato dalla disponibilità amorosa e sempre risorgente di Dio, da cui presero ispirazione i molti patriarchi che non si rassegnarono al male. Tra cui mi piace qui ricordare Isacco, il quale, di fronte agli uomini che chiudevano i pozzi da lui scavati per il suo clan, non scelse di vendicarsi, né di muovere guerra, ma decise di scavarne altrove di nuovi. Recobot è il nome di uno di quei pozzi, in relazione al quale nella genesi si legge: “Si mosse di là e scavò un altro pozzo, per il quale non litigarono; allora egli lo chiamò Recobòt e disse: ‘Ora il Signore ci ha dato spazio libero, perché noi prosperiamo nella terra’”.

Vedete: c’è sempre un’alternativa alla violenza e attraverso le storie dei patriarchi, storie di fratelli quasi sempre in competizione e in conflitto (Isacco e Ismaele, Esaù e Giacobbe, Giuseppe e i suoi fratelli, ecc.), riaffiora la speranza, che altro non è – come ci ricorda un proverbio africano – se non una strada di campagna formatasi perché taluno ha iniziato a percorrerla. Per questa ragione padre Schökel, commentando il versetto di Gen 33,10 (in cui Giacobbe, dopo avere temuto la vendetta del fratello Esaù, scopre il suo desiderio di riconciliazione), sostiene che si tratti di un versetto capitale: nella fraternità si riflette il volto stesso di Dio. “Esaù disse: ‘Ho beni in abbondanza, fratello mio, resti per te quello che è tuo!’ Ma Giacobbe disse: ‘No, ti prego, se ho trovato grazia ai tuoi occhi, accetta dalla mia mano il mio dono, perché io sto alla tua presenza, come davanti a Dio, e tu mi hai gradito'”.

La fraternità – si badi – nasce pur sempre dalla differenziazione, e non esige omologazioni, ma chiede di essere riconosciuta e perseguita tramite la ricerca di punti di incontro, trattando, adattando, riprovando sempre di nuovo, senza disperare. Un esercizio, questo, che assomiglia a un gioco: ma non a quello del bambino con la palla, o del gatto con il topo. Un gioco paritario, intrapreso da compagni in posizione di eguaglianza fraterna, non antagonistica, tale da generare un’amicizia profonda, in grado di svelare la realtà buona dell’altro come portatore di benedizione, un’amicizia generatrice di creatività e responsabilità per il bene comune.

Sarebbe bene che lo ricordasse di questi tempi anche l’Europa, cui non guasterebbe ripensare alla propria storia alla luce della fraternità narrata dal libro Genesi. Del resto, le dodici stelle che compaiono nella bandiera europea non rappresentano, come taluni credono, il numero degli Stati fondatori – ed è per questo che rimangono sempre le stesse anche se gli Stati aderenti aumentano. Le dodici stelle furono scelte, semmai, proprio perché in alcune culture nazionali, tra cui la nostra, debitrici di quella ebraica, questo numero simboleggia la perfezione e la completezza nella complessità. Furono dodici, infatti, i figli di Giacobbe da cui originarono le tribù di Israele; dodici le stelle sulla corona della Donna dell’Apocalisse, dodici le porte della città futura, sulle quali stanno dodici angeli e i nomi delle dodici tribù dei figli di Israele (Ap 21, 12). E le dodici porte (aperte) sono dodici perle; ciascuna porta era formata da una sola perla (Ap. 21, 21).

Le stelle nel fondo blu dell’Europa fanno pensare al passaggio del Mar Rosso nel midrash a commento dell’Esodo: “le acque del mare si unirono a formare sopra le loro teste delle volte tracciando dodici sentieri – uno per ciascuna tribù –, e diventarono trasparenti come vetro, per cui ognuna di esse riusciva a scorgere le altre durante il cammino”. Come non leggervi nel numero dodici, che si trasforma in tre (1 + 2) il significato di una trasformazione profonda nel tempo, il passaggio ad una nuova età, ad un cambiamento d’epoca? Le tribù diventano nella loro diversità un unico popolo, non si perdono d’occhio anche se percorrono sentieri differenti, ma trasparenti. La stessa unione nella differenza che attraversa molta della storia biblica si coglie, per esempio, anche dal racconto del sogno di Giacobbe, in fuga da un passato conflittuale, in ricerca di una nuova realtà ancora sconosciuta e soltanto promessa.

“Giacobbe prese allora dodici pietre dall’altare sul quale suo padre Isacco era stato legato per il sacrificio, e disse: ‘Benché fosse nel disegno di Dio far sorgere dodici tribù, né Abramo né Isacco le hanno generate. Se ora queste dodici pietre si uniranno e diventeranno una sola, questo sarà il segno che sono io il predestinato a divenire il padre delle dodici tribù’. Ed ecco il prodigio: le pietre si unirono in una sola, e con questa Giacobbe si fece un capezzale, che a contatto col suo capo divenne morbido e soffice come un cuscino di piuma” (L. Ginzberg, Le leggende degli ebrei, vol. I, Dalla creazione al diluvio, Milano, Adelphi, 1995, p. 156 ss.). Quando si addormentava le dodici pietre si univano, quando si alzava le dodici pietre si separavano di nuovo, quasi a dire il dono e la responsabilità di una unione nella differenza.

Una firma per liberarci di Sgarbi (almeno al MART)
Ma attenzione a non sbagliare bersaglio

il mio fondino di ieri [per chi non l’avesse letto, lo trova QUI] ha provocato una fitta pioggia di lettori, di pensieri, di commenti (una novantina su Ferraraitalia, parecchie centinaia sui social media). E molte domande, che poi era una domanda sola: “Dove si firma?”. Leggevo i commenti e continuavo a pensare. Anche ieri sera, ascoltavo l’ultimo giro di vite per fermare la pandemia, e avevo un motorino che mi girava in un angolo del cervello. Ma intanto, posso dire? Tutti abbiamo un sottofondo sentimentale, a me ad esempio è piaciuta Ursula von der Leyen parlare agli italiani nella lingua di Dante. Dicevano che in questi mesi non aveva combinato nulla come Presidente della Commissione Europea, che il suo Green Deal era ben poca cosa, che la prima donna seduta lassù (tedesca per giunta) non cambiava niente. Beh, con quattro minuti di messaggio in uno stentato italiano, guardando diritto davanti a sé, senza leggere da un foglio, con quel “Siamo tutti italiani”, per me stavolta qualcosa ha combinato.
Pensa che ti ripensa, mi è venuto questo post scriptum. Di seguito, trovate alcune ri-flessioni, le mie reazioni mentali ed emotive alle vostre letture e ai vostri commenti.1.Devo prima di tutto rispondere alla domanda delle domande, o almeno provarci. Dove si firma? Sono in tantissimi che si dicono pronti a firmare per chiedere le dimissioni di Vittorio Sgarbi. C’è una petizione popolare a cui aderire, la raccolta di firme è stata inaugurata pochi giorni fa [aggiornamento: alle 16,40 di sabato 14 marzo, 16.495 firme]. L’hanno promossa, dopo le ultime incivili esternazioni di Sgarbi, i 43 dipendenti del MART di Rovereto, indirizzandola alla Giunta della Provincia Autonoma di Trento. Si intitola: “No ad un Presidente volgare al Museo MART di Rovereto”. Bravissimi, gli faccio un milione di auguri. Per firmare, io l’ho fatto, basta andare su www.change.org [petizione]. Poi c’è il Pubblico Appello ferrarese (in questo caso non è però prevista una raccolta di firme) che chiede al Sindaco leghista  della città estense di togliere a Sgarbi la Presidenza di Ferrara Arte. Non so di altre iniziative in atto. Ma, come buon auspicio, va citato almeno un precedente. Nel marzo del 2018, 33mila firme costringono alle dimissioni Vittorio Sgarbi, che deve lasciare l’alto e ben remunerato scranno di Assessore ai Beni Culturali della Regione Sicilia.

2. Vengo a Vittorio Sgarbi. Ho scritto tre volte su di lui, diciamo pure CONTRO di lui e quello che rappresenta. E tutte le volte ‘mi sono guadagnato’ migliaia di lettori. Come si dice, ho allargato la mia audience. Mi ha anche chiamato un noto giornalista televisivo per invitarmi a una diretta (da casa) nel suo programma. No grazie. Anche perché mi è successa una cosa stranissima: invece di stappare una bottiglia (si sa, per un giornalista essere letto è il primo anche se inconfessato traguardo), mi è venuta giù una gran tristezza.
Siamo sinceri, in verità il ‘successo’ dei miei articoli non è mio ma di Vittorio Sgarbi. Non dipende da colui che scrive, dal SOGGETTO (o dipende dal soggetto in misura assai limitata) ma dall’OGGETTO di cui scrive. Se, per esempio, avessi scritto un bel commento a La Limonata (un formidabile racconto Raymond Carver) avrei raccolto solo i pochissimi innamorati della mia scrittura. Va bene, è una regola aurea del giornalismo, ma non bisogna esagerare. E tanti esagerano, in fondo è abbastanza semplice, basta attaccare (tutti i santi giorni, a testa bassa) un Divo per diventare Divo quanto o più di lui. Non è forse questa la tecnica di quel mediocre giornalista a nome Andrea Scanzi che ‘sulle spalle di Sgarbi’ sta costruendo la sua fortuna mediatica?
Tutto questo per dire due cose. A) Che il vero problema non è Sgarbi, che c’è qualcosa che non va nella nostro sistema informativo, nell’etica del giornalismo, nel nostro approccio ai media, nella società mediatica in generale. B) Che questo vuol essere l’ultimo, o almeno, che spero di non scrivere di Sgarbi per un bel pezzo,  e che invece scriverò di Carver, o di altro, di cose oscure ma più interessanti. Mi avvertono che Sgarbi sparla di me in un altro video. Pazienza. Giovanni Scheiwiller, il più grande dei piccoli editori del Novecento, a chi gli domandava un giudizio sull’ennesimo libraccio fresco di stampa, rispondeva: “Non mi piace e non l’ho letto”. Così io dell’ultimo video di Sgarbi, Non mi piace e non l’ho visto. Che bello se anche voi seguiste il mio consiglio.

3. Il motorino mentale continua a girare. Leggo tra i commenti al mio articolo, non in tutti ma in tanti sicuramente, una specie di gara dell’insulto (a Sgarbi naturalmente). Una corsa a chi la spara più grossa. A chi si sfoga di più. Ora, non voglio difendere il personaggio (ho già detto che non mi piace) ma non capisco questi commenti celibi, questi inutili esercizi. A che serve abbassarsi al livello di chi è ormai diventato una macchietta da avanspettacolo? Faccio fatica a credere in una improbabile, miracolosa, conversione di Vittorio Sgarbi (anche se sappiamo di quell’antico incidente che capitò allo spietato esattore Paolo di Tarso, che era, a onor del vero, ‘un fottutissimo bastardo figlio di puttana’). No, è difficile che Sgarbi caschi da cavallo. Ma il problema è un altro. E cioè, il problema non è Vittorio Sgarbi: dietro di lui, appena un passo indietro e pronti a prendere il suo posto in commedia, c’è  una schiera infinita di aspiranti, praticanti e apprendisti.

4. Aggiungiamo pure la nostra firma. Alla petizione per le dimissioni di Sgarbi dal MART di Rovereto, e a tutte gli altri appelli e petizioni – tutte buone e giuste – che continuano ad arrivarci, nella nostra casella mail, per Messenger o per WhatsApp.  Ma cerchiamo di non confonderci, di non accontentarci di così poco, di non sbagliare bersaglio. Perché dopo uno Sgarbi arriva puntualmente un altro Sgarbi a prendere il suo posto. Nei posti di comando della Cultura, come a dirigere telegiornali o a condurre programmi televisivi. A meno che.
A meno che non capiamo che la battaglia culturale  – perché di vera battaglia si tratta: sangue, sudore e lacrime – si combatte altrove. Lontano? No, vicinissimo a noi. Nelle nostre scuole (di qua e di là dalla cattedra). Nelle nostre biblioteche pubbliche, nei centri culturali, nelle parrocchie. Perfino nei Bar Sport. Alla fine, poco serve abbattere fantocci. Molto serve promuovere una cultura democratica, partecipata, rispettosa, curiosa, gentile.
Ho scelto come cover di questo post scriptum l’ancora e il delfino un particolare della marca di Aldo Manuzio. Lui, il genio assoluto, ‘il migliore’ tra gli editori e stampatori di ogni tempo, aveva un motto che forse può esserci da guida. Traduco in italiano: “affrettati lentamente”. Non c’è fretta, non ci sono scorciatoie, ma occorre non distrarsi. Anche restando a casa, anche “al tempo del colera”, è possibile combattere quella battaglia.

Mercatino della fantasia nel Chiostro di San Paolo, Ferrara (foto Giorgia Mazzotti)

LA SEGNALAZIONE
Spezie e paesaggi per un viaggio di fantasia

Trovi cose strane, profumate e buone, come le noci moscate chiuse dentro il loro guscio, da schiacciare e poi grattugiare nella loro inusuale e speziata morbidezza. Ci sono cioccolate fondenti allo zenzero, altre alla menta e alcune con riso soffiato e quinoa, che sono cereali senza glutine. Poi quadri grandi o piccoli che sulle prime potresti trovarli smaccatamente esagerati e kitsch, con tutta quell’abbondanza di piante, quella vivacità di colori, quella sovraccarica quantità di verde e di piume variopinte; ma sono dipinti della foresta amazzonica del Brasile, dove la natura è davvero così, smodata, come a noi – qui dalla pianura – appare inverosimile possa essere. Prosegui e trovi bambolotti che ti guardano dai loro seggiolini, passeggini e carrozzine di seconda mano, ambientati nel bel mezzo del porticato dei carmelitani della Ferrara medievale. Vai oltre e una griglia filtra le antiche arcate con sfilze di collane e bracciali in legno e perline.

E’ il “Mercatino della fantasia” con le cose in vendita per aiutare le persone della cittadina brasiliana di Parauapebas, che si trova quasi dentro la foresta pluviale dell’Amazzonia. Il mercatino lo organizza, come avviene ormai ogni anno, don Roberto Sibani della parrocchia ferrarese di Pilastri. Ha cominciato a farlo nel 1995, adesso sono vent’anni esatti. Nel frattempo con il ricavato di questa e altre iniziative, là, sono state costruite case per ragazze madri, laboratori e anche una piscina. Gironzoli e attraversi un mondo parallelo tra ciabattine, giacche e gioielli vintage tutto intorno al pozzo del chiostro di San Paolo, in pieno centro città ma così estraniante, esotico, confusamente generoso.

“Mercatino della fantasia”, aperto tutti i giorni ore 8-19 fino al 3 dicembre. Nel Chiostro grande di San Paolo, tra piazzetta Schiatti e corso Porta Reno 60, Ferrara.

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Seggiolini e giocattoli nel chiostro pro Brasile (foto Giorgia Mazzotti)
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Pantofole nel Chiostro di San Paolo, Ferrara (foto Giorgia Mazzotti)
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Tele dipinte dal Brasile a Ferrara (foto Giorgia Mazzotti)
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Tele e roba di stoffa a Ferrara (foto Giorgia Mazzotti)
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Spezie al Mercatino della fantasia (foto Giorgia Mazzotti)
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Cioccolate equo solidali (foto Giorgia Mazzotti)
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Spezie e tè nel Chiostro di San Paolo (foto Giorgia Mazzotti)
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IMMAGINARIO
Navi in città.
La foto di oggi…

Navi attraccate e – sullo sfondo – le quattro torri del castello estense, avvolte dentro una leggera foschia. E’ un’immagine del fotografo Angelo Magri, che documenta la Darsena di Ferrara per il Centro etnografico del Comune. Un’immagine che inverte il modo usuale che abbiamo di guardare la città, che la mostra da un’altra sponda, dalle rive popolari e poco agghindate del Po di Volano per affacciarsi appena a intravedere quello che normalmente è il centro cittadino, il fulcro turistico, il cuore sociale e commerciale. L’ha scattata trent’anni fa, Magri, questa foto. Oggi la Darsena di San Paolo resta ancora ciò che era in quel momento: un luogo della città eppure quasi fuori, qualcosa di marginale e lontano da una possibile centralità. Lì, in attesa di sguardi che abbiano voglia di esplorare, magari per un confronto a trent’anni di distanza…

OGGI – IMMAGINARIO FOTOGRAFIA

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La città vista dalla darsena di San Paolo nella fotografia di Angelo Magri, Ferrara 1986

Ogni giorno immagini rappresentative di Ferrara in tutti i suoi molteplici aspetti, in tutte le sue varie sfaccettature. Foto o video di vita quotidiana, di ordinaria e straordinaria umanità, che raccontano la città, i suoi abitanti, le sue vicende, il paesaggio, la natura…

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IMMAGINARIO
Paolo in festa.
La foto di oggi…

Il 29 giugno è il giorno in cui si celebrano i santi Pietro e Paolo, patroni di Roma, dove oggi è grande festa per questo. Due apostoli e due personaggi diversi, che in questo giorno hanno fatto la stessa fine per ciò in cui credevano. Per questo Pietro e Paolo sono stati festeggiati come patroni nazionali fino a una quarantina di anni fa. Ferrara omaggia in particolar modo il santo Paolo, originario di Tarso, nella chiesa dedicata alla sua conversione, che è quella di piazzetta Schiatti. Definita il pantheon della città poiché ospita le sepolture di personaggi illustri della cultura ferrarese, la chiesa – inaccessibile da 9 anni – ha ispirato l’opera di Bastianino, protagonista della mostra “Lampi sublimi” in corso fino al 30 settembre alla Pinacoteca nazionale nel cortile di palazzo dei Diamanti, corso Ercole d’Este 21.

OGGI – IMMAGINARIO ARTE

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Il chiostro della chiesa di San Paolo a Ferrara (foto Meis web)
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Interno della chiesa di San Paolo a Ferrara, ora inaccessibile (foto Rione San Paolo)
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Particolare di un’opera di Bastianino per la chiesa di San Paolo (foto Pinacoteca nazionale)
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Mostra “Lampi sublimi” con l’opera di Bastianino in corso a Ferrara (foto Pinacoteca nazionale)

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IMMAGINARIO
Un chiostro, due mondi.
La foto di oggi…

Un chiostro, due mondi. C’è quello notturno e quello diurno. Il chiostro è quello dell’antica chiesa di San Paolo, a Ferrara nel vicolo Boccaleone che porta dritto dai ciottoli del vicolo Capo delle Volte fino alla piazza Municipale. Di giorno è sede indaffarata e sobria degli uffici comunali che ospita, con il via vai serio di persone che si rivolgono al Servizio delle attività produttive, a quello delle Politiche giovanili, allo Sportello unico. Di notte il portone si può spalancare e, dentro, il porticato si illumina di candele e lanterne, con ragazzi che chiacchierano e mangiano e stanno bene, tavolate e tavolini fin dentro il cortiletto attorno al pozzo. Buona metamorfosi!

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Chiostro di San Paolo, a Ferrara, il porticato di notte
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Chiostro di San Paolo, il porticato di giorno
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Portone spalancato per la vita notturna del Chiostro a Ferrara
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Portone d’ingresso agli uffici nel Chiostro di San Paolo di giorno
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Tavolini vicino al pozzo del chiostro in versione notturna
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Il pozzo al centro del chiostro in orario diurno

OGGI – IMMAGINARIO FOTOGRAFIA

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IMMAGINARIO
Il giardino segreto.
La foto di oggi…

Lo riconoscete? E’ lo sterrato fra l’abside della chiesa di San Paolo e la torre dei Leuti. Un luogo trascurato che potrebbe trasformarsi in un suggestivo varco di accesso al centro storico attraverso il percorso dei chiostri. Vi piacerebbe che diventasse un giardino?

La foto è di Sergio Gessi, direttore di Ferraraitalia. L’abbiamo pubblicata oggi sul profilo Instagram del Comune di Ferrara, @comunediferrra, e chissà che a qualcuno non piaccia l’idea di recupero di quest’area abbandonata che abbiamo lanciato sul nostro quotidiano [leggi].

Cos’è Instagram? E’ un’applicazione per smartphone che permette di scattare foto, aggiungere effetti e condividerle nella comunità di Instagram, ma anche su tutti i principali social network come Facebook e Twitter.

Cos’è #MyFerrara? E’ un’iniziativa dell’Agenda Digitale del Comune di Ferrara in collaborazione con il gruppo Igers Ferrara (gli utilizzatori ferraresi di Instagram) per avvicinare i cittadini alle pubbliche istituzioni attraverso i social network. Ferraraitalia è il primo media partner ufficiale di #MyFerrara. Chiunque può candidarsi a gestire il profilo @comunediferrara per una settimana. Tutti i dettagli sulla pagina del progetto [leggi].

Cos’è un hashtag? La parola deriva dall’inglese hash (cancelletto) e tag (etichetta). Sono parole chiave che, inserite nei post di alcuni social precedute dal simbolo #, permettono di indicizzarli. Cercando quelle parole, verranno fuori tutti i post che le contengono, provate con #ferraraitalia, e usatelo a vostra volta!

#comunediferrara #MyFerrara #Ferraraitalia #ferrara #igersferrara

OGGI – IMMAGINARIO MYFERRARA

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