Tag: san pietro

conchiglie mare sabbia

PRESTO DI MATTINA
Il pellegrino e la conchiglia

 

Il pellegrino e la conchiglia

È il cuore che per lontane imprese s’incammina.

Rainer Maria Rilke [Qui] scrive Il Libro d’Ore, in parte in Italia, a Viareggio, all’inizio del 1900 quando ha 25 anni. Presentando il libro, nella versione italiana di Pietro De Nicola, Cesare Angelini scrive:

«Così la poesia di Rilke, col pudore delle sue immagini e la potente labilità del suo linguaggio ci si apriva davanti proprio come “un giardino che si desti all’alba” – ricordando poi che – in una lettera a Ilse Jahr lo stesso poeta descrive il clima sentimentale di certi passi del Libro, precisando che non si tratta di una professione di fede, ma quasi una “esalazione di Dio dal cuore respirante: il cielo se ne copre ed Egli ricade come pioggia”».

Le strade mai si vuotano di quelli
che a te vogliono andar come alla rosa
che fiorisce una volta ogni mill’anni.
Ma li ho visti nel loro camminare:
e perciò credo che respiri un vento
da quei loro mantelli in movimento,
quieti sol se si posano per terra:
sì grande era nei piani il loro andare.

Così vorrei andar verso di te;
raccogliendo da soglie forestiere
elemosine che mal volentieri
mi nutrano. E se molti dei sentieri
mi confondessero coi lor grovigli
con i più antichi m’accompagnerei.

Vorrei essere, Iddio, di pellegrini
una folla e così venire a te,
in lunga fila, ed essere un frammento
di te, giardino con viali viventi.

Dal tuo equilibrio, non cadere, Iddio.
Anche colui che t’ama e che il tuo volto
conosce al buio, se come una luce
ondeggia al tuo respir: non ti possiede.

E se alcuno t’afferra nella notte
si che tu devi entrar nella sua prece:
‘tu sei l’ospite
che procede ancora.
Tu sei il solo,
solitudine sei, tu sei il cuore
che per lontane imprese s’incammina.

(Rainer Maria Rilke, Il libro del pellegrinaggio, in Il Libro d’ore, Morcelliana, Brescia 1950, 7; 9; 78-79; 84).

È l’apostolo Giacomo che nella XXVa cantica del Paradiso interroga Dante sulla speranza. Nel delinearne la figura, Dante si ispira al racconto di Isidoro di Siviglia che indica in Giacomo l’evangelizzatore della Spagna: «e Beatrice, piena di letizia, mi disse: “Guarda (Mira), guarda: ecco l’apostolo Giacomo (il barone), per venerare il quale (per cui) sulla terra (là giù) si va in pellegrinaggio (si vicita) in Galizia”» (XXV 18).

Secondo una tradizione medievale i tre apostoli Pietro, Giacomo e Giovanni rappresentavano la fede, la speranza e la carità. Sicché, prima di avanzare verso un altro cielo, Dante, nell’VIII cielo delle stelle fisse o delle costellazioni viene esaminato su queste tre virtù dai rispettivi apostoli.

Beatrice si rivolge all’apostolo Giacomo dicendo: «fa che risuoni in questo cielo (altezza) il valore della speranza (speme): tu sei in grado di farlo (tu sai), poiché la simboleggi (la figuri) negli episodi evangelici in cui (tante fiate… quante) Gesù mostrò maggiore predilezione (fé più carezza) verso i tre apostoli», (XXV, 33).

Una leggenda narra che quando i primi cristiani giunsero sulle coste della Galizia trasportando il corpo dell’apostolo Giacomo, un cavaliere − Cristo stesso − si fece loro incontro e gettandosi in mare riemerse con tutto il corpo rivestito di conchiglie.

Leggenda nata forse dal fatto che i pellegrini che arrivavano a Compostela dovevano immergersi nel mare, come a rinnovare il loro battesimo, e poi raccogliere una conchiglia come simbolo della speranza nella risurrezione, che avrebbe accompagnato il loro ritorno.

Uno dei significati della conchiglia nella simbologia cristiana è quello legato all’acqua e alla rinascita battesimale. Ma è pure figura di uno scrigno, dell’arca, custode delle due tavole dell’alleanza, del bastone fiorito di Mosè e della candida manna, come polvere di madreperla.

Infine il guscio della conchiglia, con le sue due valve chiuse, rappresenta anche un sepolcro, così da conferire a questo oggetto un duplice contestuale significato di occultamento e svelamento dell’annuncio del mistero pasquale: la conchiglia simboleggia cioè il corpo dell’uomo, che come una tomba chiusa custodisce dentro di sé, dopo il battesimo, la perla preziosa della vita risorta.

 

Pellegrino tra pellegrini

«Ed ecco in quello stesso giorno due di loro erano in cammino per un villaggio distante circa sette miglia da Gerusalemme, di nome Emmaus, e conversavano di tutto quello che era accaduto. Mentre discorrevano e discutevano insieme, Gesù in persona si accostò e camminava con loro» (Lc 24, 13-15).

Pellegrino tra pellegrini: così viene da pensare se ci si lascia guidare dai pittori che hanno raffigurato il racconto dei discepoli di Emmaus. Le conchiglie non sono dimenticate. Anche se piccole, esse sono effigiate sulla borsa del santo Pellegrino nel dipinto di Duccio da Buoninsegna [Qui].

Non solo, nella taverna di Emmaus il Caravaggio [Qui] ha dipinto una conchiglia sul vestito del discepolo pellegrino, che tiene le braccia distese, le mani aperte per lo stupore e − a me sembra − pure per trattenere il Cristo che ha riconosciuto dallo spezzare il pane.

Per questo egli proferisce: “è bello stare qui non andartene”, resta con noi ancora, affinché sia Emmaus il capolinea. E tuttavia, come sul Tabor, occorre riprendere il cammino: il Risorto con il solo gesto della mano indica l’uscita, aprendosi così il cammino in mezzo a loro.

Ma a differenza di quanto accadde sul Tabor, ora i due sono traboccanti di gioia. Il loro cammino missionario è appena cominciato: «E partirono senz’indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro».

Quella conchiglia appuntata sul petto del discepolo senza nome ricorderà ad ogni discepolo il compito e la grazia dell’annuncio del vangelo della gioia e della pace: «Le nostre mani congiunte/ componevano una tenace/ conchiglia/ che custodiva/ la pace» (Antonia Pozzi [Qui]).

È stata dunque una grande sorpresa scoprire, di questi giorni, che minuscole conchiglie fanno da corona ai bordi lungo tutto il perimetro del Crocifisso di san Damiano. Sono così minute che uno non se ne accorge subito. Ma sono proprio lì, dipinte sul legno della croce, primizia e profezia di risurrezione.

 

La missione in una conchiglia

«La missione in una conchiglia», pensai una domenica mattina di molti anni fa, ritrovando nella tasca della giacca a vento, mentre cercavo le chiavi, la “cappa santa” che la sera prima era stata consegnata ai partecipanti della veglia missionaria nella parrocchia di Sant’Agostino.

Durante la messa, dopo la proclamazione del Vangelo – che quella domenica narrava del comandamento dell’amore − la mostrai alla gente e ai bambini incuriositi in prima fila. Forse che quella “cappa santa” esprimeva quello che era stato appena annunciato dalla Parola?

Domandai allora: «Mi sapete dire quale “cosa” sia uno e allo stesso tempo due, e quando due siano una stessa cosa?». Inizialmente, dall’assemblea mi guardarono male, poi piombò il silenzio, perché i pensieri quando cominciano a muoversi non fanno rumore.

Quelli dei bambini sono però più svelti e meno imbarazzati, tanto che dal terzo banco uno di loro mi disse, «Ma la conchiglia che hai in mano, don Andrea!». Io allora incalzai: «E cos’altro?». Ancora silenzio; poi dall’altra parte della fila vedo una testolina inclinarsi verso un’altra e questa a sua volta piegarsi verso la catechista per un breve consulto, innescando poi il movimento inverso di conferma.

Solo allora, la prima testolina emerse sulle altre e disse: «Il comandamento nuovo» − aggiungendo − «mi sembra». E proseguì − probabilmente attingendo da una “glossa” della catechista −: «Due modi di amare, come due sono le valve ma una sola è la conchiglia poiché unico è l’amore».

Provai allora a insistere nell’interrogatorio e domandai ancora: «Sapreste anche dire a quale parte della conchiglia assomiglia di più il primo comandamento ed a quale il secondo?»

E aggiunsi: «Non c’è una risposta esatta questa volta; lasciate quindi parlare il cuore». E quando parla il cuore, si sa, è il gesto che arriva prima, sorpassando la parola.

Subito alcuni indici delle mani segnarono quella parte della conchiglia più rigonfia, con le nervature esposte, tese e convergenti all’indietro: quella che sembrava una vela in cui soffia il vento. «Quella, quella − dissero alcuni − quella è l’amore verso Dio».

Era logico che quell’altra, più somigliante a una “cosa piatta” o ad un utensile tagliente, esprimesse invece quell’amore verso il prossimo come verso se stessi. «Ma perché questa scelta?» chiesi nuovamente.

Si ripeté il rito confabulatorio, ma un ragazzino svelto mostrò le mani capovolte come conchiglia rovesciata e disse: «Perché si deve accogliere Gesù come alla comunione». Più difficile fu trovare il significato dell’altra parte della conchiglia. Anch’io non ne trovavo un senso e ripetevo: «a che cosa assomiglia, forza», per prendere tempo.

Questa volta, una voce di mezzo alla gente disse: «Un piatto». «Ma certo» risposi, come colpito da quella parola: «ma certo, un piatto». E aggiunsi «avevo fame e mi avete dato da mangiare».

Si sentì una soddisfazione tra le persone per quel piccolo enigma risolto, per quel gioco di simboli svelato. Alla comunione soprattutto i bambini si guardavano le mani perché fossero il più somiglianti al piatto di una conchiglia e il loro sguardo, almeno così m’era sembrato, era attirato non solo dal bianco del pane eucaristico.

Quel piccolo pane bianco sembrava proprio ai loro occhi risplendere come una candida perla.

Allora non conoscevo ancora il significato più antico della conchiglia del pellegrino che si trova nel Codex Calixtinus [Qui], detto anche Liber Sancti Jacobi la cui origine di composizione è tra il 1139 e il 1173.

Vi si legge: «Nello stesso modo in cui i pellegrini che tornavano da Gerusalemme portavano con sé le palme, così i pellegrini che tornavano a casa dopo essere stati a Santiago portano con sé le conchiglie, e non senza ragione. La palma rappresenta il trionfo, la conchiglia le buone opere».

Ah! dissi tra me le buone opere dell’apostolo Giacomo: «Se un fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano e uno di voi dice loro: “Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi”, ma non date loro il necessario per il corpo, a che cosa serve? Così anche la fede, se non è seguita dalle opere, in se stessa è morta.

I ragazzini l’avevano compresso anche senza leggere il Codex Calixtinus e prima del parroco.

Al cuore del poeta che all’inizio attende l’Ospite entrare nella sua preghiera, un altro cuore corrisponde: conchiglia ripiena dell’eco del suo silenzio, infinito silenzio che muta il pianto in gioia.

In gioia si muta il mio pianto
quando comincio a invocarTi
e solo di Te godo
paurosa vertigine.
Io sono la tua ombra,
sono il profondo disordine
e la mia mente è l’oscura lucciola
nell’alto buio,
che cerca di Te inaccessibile Luce;
di Te si affanna questo cuore
conchiglia ripiena della Tua Eco,
o infinito Silenzio.
(David Maria Turoldo [Qui])

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica di Andrea Zerbini, clicca [Qui] 

falco volo distanza

PRESTO DI MATTINA
Dimorare nella distanza è l’Avvento

 

Dimorare nella distanza è l’Avvento. Uno spazio intermedio, una terra di mezzo della nostra stessa esistenza, oltre che del tempo liturgico. Uno stare nel mezzo ed insieme un ‘di-stare’; perché l’avvento non è compimento, ma ancora abitare una distanza; il movimento verso una meta, per noi un andare verso il solstizio d’inverno da cui, come da impenetrabile tenebra, sbucherà la luce.

Come la vita così l’Avvento è essere abitati da una promessa. Parola questa di prossimità che sta sotto i nostri occhi; parola rivolta a noi e che ci sta d’innanzi. Intime a noi stessi come sementi nella terra, sono le promesse. Ma è pure una parola di lontananza, ciò che è seme e non ancora frutto: è quel di più promesso verrà andandogli incontro.

Uno stare ad un tempo abbracciati ed insieme disgiunti, uniti nella distanza: questo è dimorare nelle promesse. Come quando si legge un libro, entrando in una pagina, si dimora già, a distanza, in tutte le altre: ogni pagina è promessa, un tempo di avvento, per quelle a venire.

O come quando si ascolta la musica, che ti fa sentire in presenza, in ogni nota, il lontano, l’infinito, l’oltre te, vicinissimo ma come orizzonte inafferrabile, intimo ed insieme sfuggente. O ancora come quando si osserva lo spazio in prospettiva, con uno sguardo: avvicini a te il punto più lontano cui può giungere il tuo occhio, e proprio dentro la tua pupilla dimora la lontananza.

Così è pure lo sguardo di chiunque crede. Gli occhi della fede vedono in prospettiva la distanza e le successive tappe dispiegarsi, per raggiungere la pienezza del suo credere che è la carità. Quel che le è promesso è l’amore.

Sono le promesse che ci fanno alzare il capo. È la fedeltà alla promessa data che ci rende vigilanti circa i segni del suo incessante progredire verso la meta. Essa dice sono qui, sono viva, alzati camminiamo insieme.

Per realizzare le sue promesse anche Dio si alza ogni mattina come ogni mortale. Non si stanca dice Papa Francesco di venirci incontro e per primo percorre la strada che ci separa dalla sua vicinanza, «si alza dal trono della giustizia per sedersi sul trono della misericordia».

La domenica, quando sento suonare all’organo di Santa Francesca la Ciaccona in Fa minore di Johann Caspar Ferdinand Fischer [Qui], di un crescendo incalzante e di un ritmo quasi inarrestabile, irresistibile, anche se la messa è finita non riesco a trattenermi dall’uscire dalla sacrestia e con passo svelto, al ritmo della musica, andare verso le persone ed invitarle a sentire in quelle note cosa significhi essere abitati dalla promessa, dimorando nel tempo della distanza.

In un testo della prima lettera di Pietro è lo stesso crescendo che incontriamo: le parole incalzano come lo scorrere delle note sulla scala musicale della tastiera: «Mettete ogni impegno per aggiungere alla vostra fede la virtù, alla virtù la conoscenza, alla conoscenza la temperanza, alla temperanza la pazienza, alla pazienza la pietà, alla pietà l’amore fraterno, all’amore fraterno l’amore» (1, 5-7).

Dimora della distanza è pure quella preghiera che cammina in mezzo, che ‘inter-cede’. La preghiera di intercessione rende presenti, mette sotto gli occhi coloro che sono lontani, distanti. Li incontra nonostante l’assenza, perché, come la promessa, questa preghiera dice: “sono qui, sono viva, alzati camminiamo insieme”.

«L’intercessione – scrive papa Francesco – esprime l’impegno fraterno con gli altri quando in essa siamo capaci di includere la vita degli altri, le loro angosce più sconvolgenti e i loro sogni più belli. Di chi si dedica generosamente a intercedere si può dire con le parole bibliche: “Questi è l’amico dei suoi fratelli, che prega molto per il popolo” (2 Mac 15,14)» (Gaudete et exultate, 154).

L’intercessione è dono dello Spirito, mozione, invito di colui che abita la distanza come casa sua; l’amore che tiene perfettamente uniti quando si è lontani, vicini, nonostante le divisioni.

L’intercessione è un intuito della fede ed un intento di amore. Se dono dello Spirito essa può essere raffigurata dall’unzione che congiunge nella distinzione. Per essa ci si tocca, e lo spirito di uno penetra nell’altro e viceversa; e in questo modo si dimora anche nella lontananza.

L’unzione battesimale e crismale, ma anche quella con l’olio dato agli infermi, attua la comunanza con la grazia di Cristo, con la sua vita e amicizia. Lo stesso avviene tra noi e coloro per cui preghiamo.

Si partecipa così al ministero di grazia dell’Unto del Signore, del suo Servo Gesù, il quale viene anche in questo nostro faticoso avvento «per dare agli afflitti una corona invece della cenere, olio di letizia invece dell’abito da lutto, veste di lode invece di uno spirito mesto» (Is 61, 3).

Quando andando dai malati pronuncio le parole che accompagnano l’unzione: «Per questa santa unzione e per la sua piissima misericordia ti aiuti il Signore con la grazia dello Spirito santo… e ti sollevi», penso sempre che io pure ricevo l’unzione che dono, perché anche le mie mani restano impregnate, compenetrare da quel medicamento fragrante, ma anche dell’umanità dell’altro attraverso il tocco della mano.

E a volte capita che qualcuno, a sua volta, mi segni in fronte la croce con l’olio della passione, come nel giorno del mio battesimo sono stato segnato con il crisma della risurrezione: crisma viene da Cristo. Così pure è di quell’unzione che è la preghiera di intercessione: si è resi partecipi della umanità di coloro per cui si prega.

Pregando per una madre nell’avvento del figlio, in un modo misterioso ma reale pur nella distanza, sono reso partecipe della sua maternità e umana amorevolezza. Ma anche dell’ansia, dell’attesa trepidante, vigilante, della propensione che muove verso la luce e della cura e dedizione materna, incomparabile, quella che manca alla mia umanità.

Se prego per un bambino che ho battezzato sono reso partecipe dell’innocenza sorgiva nascente della sua fede che purifica e rinvigorisce la mia. Quando prego per i malati e anziani sono segnato dalla loro debolezza e sfinimento, ma insieme ricevo la forza con cui lottano insieme al Cristo contro il male; dalla loro umanità tribolata discende il dono di non rassegnarmi al male, riconoscendo nelle loro ferite le stesse trafitture e battiture di Gesù benedetto.

Se prego per i miei confratelli presbiteri e i diaconi o per le mie sorelle oranti, nei primi ritrovo la luce e la bellezza di portare il vangelo insieme, ciascuno a suo modo e nelle sorelle il dono della contemplazione e di quell’intercessione che contempla nel volto di Cristo il volto dei fratelli e delle sorelle.

Lo stesso accade quando si prega per le famiglie, i carcerati, i poveri i migranti, per coloro che lavorano o i senza tetto, non trascurando di portare al Padre nostro le tribolazioni di tutte le genti, i pericoli dei popoli, le solitudini nascoste di tante persone.

Ma non è solo questo. Ho imparato dalle sorelle Carmelitane che la preghiera di intercessione ti fa incontrare, dona anche a te, quella umanità nuova presente e laboriosa in tutti che è l’umanità di Gesù.

Nel cuore di ciascuno infatti lavora invisibilmente la grazia dello Spirito santo per ‘con-sociare’ tutti, nel modo in cui Dio solo conosce, al mistero della Pasqua di Cristo, dono dell’umanità di Dio pro nobis.

Si narra che un fratello fece visita ad un anziano che aveva il dono del discernimento e lo supplicò con queste parole: “Prega per me, padre, perché sono debole”. L’anziano gli rispose: “Uno dei padri una volta ha detto che chi prende l’olio in mano per ungere un malato trae giovamento lui per primo dall’unzione fatta con le sue mani. Così chi prega per un fratello che soffre, prima ancora che questi ne tragga giovamento, lui stesso ha la sua parte di guadagno, a causa del suo intento di amore».

La visione teologica di Gerard Manley Hopkins [Qui], poeta e gesuita inglese vissuto nell’800, può essere accostata a quella di Teilhard de Chardin [Qui]: la sofferenza e la bellezza della natura, ma pure quella dell’esperienza di Dio nel libro di Giobbe e di certi salmi; un dimorare per entrambi nella lontananza, in Irlanda il primo, in Cina e in giro per il mondo l’altro.

Distanze interiori ed anche esteriori: «Sembrare straniero è la mia sorte, la mia vita/ tra stranieri» dimorando tra le messi in cui si può «spigolare il nostro Salvatore», lui per cui «le azzurre, sospese colline sono il suo òmero reggente il mondo».

Nella poesia Il gheppio (The windhover. To Christ our Lord 1877) – interpretata anche da Romano Guardini in: Linguaggi, Poesia Interpretazione (Brescia 2000) – la dedica che fa seguito al titolo, “A Cristo nostro Signore”, indica verso quale direzione sia orientata la sensibilità del poeta.

L’ascesa e il volo del falcus tinnuculus, che tintinna, sembrano raffigurare così due modi di dimorare del Cristo nella distanza: non solo quella simboleggiata nel gheppio, ma pure la successiva, quella dell’arato nel solco.

Dividendo il termine inglese wind hover, si può anche leggere come ‘sorvolare il vento’: una figura della distanza tra il cielo e la terra che attraversa entrambi, il fatto di sorvolare, soleggiare il vento e dunque dimorare al di sopra del cielo e della terra. Quel luogo che il Figlio non considerò come sua proprietà esclusiva, ma che volle condividere, dimorando straniero, lontano dal Padre, agli antipodi sulla terra, perché anche quelli della terra trovassero dimora in quella lontananza di cielo.

«Il mio cuore in segreto balzava per quell’uccello: perfezione, maestria di lui!». È la confessione della fede di Hopkins, che tuttavia non si meraviglia delle successive trasformazioni: quando il gheppio, come in un assalto, con lo slancio e la scivolata d’ala, e come cavalcandolo rintuzza il forte vento che vuole trattenerlo, o come fuoco che discende sulla terra, trasformando così quell’immagine iniziale che abita il cielo in un’altra terrestre: un aratro sprofondato nella terra e dimorando nel solco, nello sfaldarsi di una brace purpurea incastonata nell’oro, intravede in distanza la purpurea e dorata promessa, i papaveri e le spighe della messe futura.

Scrive Guardini: «repentinamente, senza transizione, si potrebbe quasi dire con la fulmineità del volo di un rapace, appare nelle terzine del sonetto il regno contrapposto al cielo: la terra, la zolla, il solco nella zolla» (ivi, 111).

L’aratro lavora in profondità e solcando la terra la sua lama diventa lucente e «la livida brace cade e si spacca», ma anche «spande oro vermiglio». È l’immagine del Cristo sofferente le cui ferite nella lotta si squarciano rosse, ma al tempo stesso sono anche le ferite gloriose del risorto dai morti, che risplendono come “oro vermiglio”, rivelandone la gloria.

Nascosta dentro questa poesia, a me pare, leggersi in dissolvenza l’inno paolino ai Filippesi. Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù: «il quale, pur essendo di natura divina,/ non considerò un tesoro geloso/ la sua uguaglianza con Dio;/ ma spogliò se stesso,/ assumendo la condizione di servo/ e divenendo simile agli uomini;/ apparso in forma umana,/ umiliò se stesso/ facendosi obbediente fino alla morte/ e alla morte di croce./ Per questo Dio l’ha esaltato/ e gli ha dato il nome/ che è al di sopra di ogni altro nome» ( 2, 6-9).

Ed ecco il testo poetico di Hopkins:

Il gheppio.
“A Cristo nostro Signore”

lo sorpresi stamane il favorito del mattino, delfino del regno della luce,
il falco, emerso dall’alba iridata, cavalcando l’aria ruotante sotto di lui eguale
e ferma, guadagnare l’alto; oh, come torceva la redine di un’ala vibrante nella sua estasi!
poi via, avanti, in bilico, come il tallone di un pattinatore scivola liscio
sulla pista in curva; slancio e scivolata il forte vento rintuzzavano.
Il mio cuore in segreto balzava per quell’uccello: perfezione, maestria della cosa!
Bruta bellezza e valore e azione, oh, aria, fierezza, piuma
qui si allacciano! E che fuoco il fuoco che erompe allora più pericoloso da te,
contato un bilione di volte più bello, o mio cavaliere!
Non è meraviglia: più splende l’aratro in fondo al solco per la nuda zolla,
e la livida brace, o mio amato, cade, si spacca e spande oro vermiglio. 

(Poesie di Gerard Manley Hopkins, Guanda, Parma 1952, 55-56).

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica di Andrea Zerbini, clicca [Qui]

scrittura scrivere scrittore

PRESTO DI MATTINA
Scrivo a voi parole inaudite

«Volevi essere scrittrice. Volevi scrivere? Che cos’era in te/ che doveva raccontare la propria storia?/ La storia che deve essere raccontata/ è il Dio dello scrittore, un Dio che ordina/ da dentro il sonno, con voce silenziosa: “Scrivi”». Così Ted Hughes [Qui], in un testo poetico tratto da Lettere di compleanno, nel quale ricorda la moglie poetessa e scrittrice Sylvia Plath,[Qui] il loro legame tormentato, finito in modo tragico.

Si scrive per vivere e si vive per scrivere, ho pensato leggendo l’introduzione di Nicola Gardini a Poesie, nei Meridiani Mondadori: «La scrittura, per Hughes, era conseguenza diretta del fatto di vivere, era il vivere stesso e si nutriva di questo. Era un dono. Bastava accettarlo. Nel caso dei poeti ‘alla Plath’, invece, alla scrittura tocca il duro compito di mandare avanti una vita, tra pene e difficoltà che non saranno mai completamente dette, non ricompenseranno mai lo sforzo dell’ispirazione».

Scriveva per vivere la Plath. Ha vissuto per scrivere Hughes. Egli riconosceva ‘scrittura’ in ogni cosa; trascriveva ogni pensiero suscitato ovunque, in ogni incontro, nei luoghi, nei fatti, nei gesti. Di più: «Tutti; per Hughes, scrivono. Scrive la volpe zampettando sulla neve, scrivono i moscerini sull’aria, scrivono le cime dei rami … Il mondo intero è ricoperto di segni, di ‘print‘. E lo spazio è percorso, suddiviso, ordinato da reti (webs, nets), maglie (meshes), linee, viottoli, muretti; crinali e orizzonti – quanti orizzonti! – entro cui si dispongono e delimitano a vicenda cose ed esseri viventi; come geroglifici su un immenso foglio: il piano del Reale che si incastra in quello del Simbolico (il linguaggio), come direbbe Lacan», (ivi, XIII).

Con lo scrivere si intravede una lontananza da percorrere, inizia una itineranza vigile e faticosa, scrutatrice nell’oscurità, in un tempo come sospeso, in attesa che arrivi l’intuizione, il venire alla luce, come occhi chiari spuntare dal buio, il nascere di parole interiori che grazie alla scrittura otterranno una nuova potenza comunicativa, come il passare dalla solitudine silente dell’orologio al suo ticchettio: il guadagno di una nuova pagina pronta.

Nella poesia La volpe pensiero viene descritto l’incipit di questa itineranza: «Immagino la foresta di questo momento di mezzanotte:/ qualcos’altro è vivo/ oltre la solitudine dell’orologio/ e questa pagina bianca dove si muovono le mie dita./ Attraverso la finestra non vedo stelle:/ qualcosa di più vicino/ seppure più affondato nel buio/ sta penetrando la solitudine:/ freddo, delicatamente come la neve scura,/ il naso di una volpe tocca fronde, foglie;/ due occhi servono un movimento che ora/ e ancora e ancora e di nuovo/ lascia nitide impronte nella neve/ tra gli alberi, e con cautela l’ombra/ zoppa indugia vicino ai ceppi e dentro buche/ di un corpo che ha l’ardire di avanzare/ attraverso radure, un occhio,/ un verde che cresce in intensità,/ brillante e concentrato,/che se ne viene per le sue faccende/ finché di colpo con acuto e caldo puzzo di volpe/ non entra nel buco scuro della testa./ La finestra è ancora senza stelle; 1’orologio ticchetta,/ la pagina è pronta», (ivi, 11-13).

Scrivi!” è pure il comando del Dio dell’alleanza che con Mosè e i profeti ha voluto aprire al Sinai una “scuola di scrittura” per il suo popolo, affinché imparassero a leggere e a scrivere, così che tutti potessero conoscerlo e conoscersi tra loro, dal più piccolo al più grande, senza la mediazione di troppi maestri e in quella intimità profondissima e silente che unisce il Maestro interiore al discepolo – direbbe Agostino – in quell’intreccio degli affetti che lega colui che ha scritto un testo ad ogni suo lettore presente e futuro: «Il Signore disse a Mosè: “Scrivi queste parole, perché sulla base di queste parole io ho stabilito un’alleanza con te e con Israele», (Es 34,27).

Di più. È proprio Lui che si mette a scrivere e si rivela, nascondendosi nelle scritture. Lui che leggendo i desideri, i moti, l’alfabeto, le lettere secretate nel cuore umano, vi corrisponde, scrivendo su tavole di pietra: «Il Signore disse a Mosè: “Sali verso di me sul monte e rimani lassù: io ti darò le tavole di pietra, la legge e i comandamenti che io ho scritto per istruirli”. Le tavole erano opera di Dio, la scrittura era scrittura di Dio, scolpita sulle tavole», (Es 24, 12; 32, 16).

Egli scrisse quelle parole perché si restasse liberi – un codice per la libertà – e si continuasse a perseguire la nostra incompiuta nascita all’amore, cammino verso una terra promessa, una liberazione per comunanza di vita condivisa nella forma di un popolo peregrinante verso la sua meta: «Sono sceso per liberarlo dal potere dell’Egitto e per farlo salire da questa terra verso una terra bella e spaziosa, verso una terra dove scorrono latte e miele» (Es 3, 8).

Ma come gli fu facile scrivere su tavole di pietra, così altrettanto impegnativa e tremendamente ardua fu invece lo scrivere e riscrivere per quarant’anni sulle tavole di carne dei cuori umani. Una conquista a caro prezzo, anche per gli anni a seguire, a prezzo della trafittura del cuore, delle mani, dei piedi, del capo: il prezzo di una vita. Ma “nada te turbe nada te spante” direbbe Teresa d’Avila.

A tutt’oggi sembra ch’Egli non abbia ancora rinunciato alla vincolante, rischiosa e ardimentosa, amorosa promessa fatta a Geremia: «Questa sarà l’alleanza che concluderò con loro dopo quei giorni porrò la mia legge dentro di loro, la scriverò sul loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo. Non dovranno più istruirsi l’un l’altro, dicendo: “Conoscete il Signore”, perché tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande» (Ger 31, 33-34).

Gesù ha scritto con il dito sulla sabbia una sola volta. Ha scritto ciò che passa non appena giunge il vento, perché ciò che è perdonato scompare, per sempre. Quello che gli stava più a cuore invece, il mistero di Dio racchiuso nella sua umanità, l’esperienza della compassione provata dal Padre per i suoi figli, e la sua per i suoi fratelli, questa l’ha scritta con la sua intera esistenza.

Un maestro che insegnava con autorità, perché scriveva con la sua vita per generarla in quelli che incontrava per la strada, con la parola, i segni e l’effusione del suo spirito. «Bisogna nascere di nuovo» diceva a Nicodemo un maestro in Israele, anche se si è vecchi: «Non ti meravigliare se ti ho detto: “Bisogna che nasciate di nuovo”. Non meravigliarti se ti ho detto: “Dovete nascere dall’alto. Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va: così è chiunque è nato dallo Spirito“» (Gv 3,7).

Quel comandamento nuovo Gesù lo scriveva strada facendo, al vivo sulla sua pelle, con una scrittura carnale, con mani e piedi di uomo, con cuore di carne, con lo sguardo degli occhi penetranti l’abisso, anche quello più oscuro; con il respiro e l’udito di chi non spezza una canna incrinata né spegne un lume fumigante; con la voce di chi dice “alzati e cammina”, o “donna non piangere” e, senza sottrarsi alla morte, nell’ultima cena condividendo il suo stesso corpo, dato come un pane ai discepoli: «prendete e mangiatene tutti», e così si continuerà a dire nei secoli dei secoli.

Volete andarvene anche voi?” chiese il Rabbi una volta ai suoi. Rispose Pietro per tutti: «da chi andremo Signore», solo le tue parole, viventi scritture, restano impresse in modo indelebile sulle pagine di quel libro che è la nostra vita.

La scrittura di Marco, ispirata da Pietro, che lo chiama figlio e lo arruola nei suoi viaggi missionari come suo interprete a Roma, è come “lo stilo di uno scriba veloce”. Egli scrive il suo vangelo srotolandolo in appena 16 capitoli, come su una pergamena che mostra il testo e lo nasconde nello spazio breve di aprirsi e avvolgersi di nuovo. Rivela così, facendo intravedere solo un poco e poi rimandando al dopo, il segreto più intimo di Gesù, il suo essere il messia e il figlio di Dio.

Luca, il caro medico lo chiama Paolo e suo “compagno di lavoro”. È lo scriba meticoloso che ha compiuto prima di cimentarsi nell’impresa «ricerche accurate su ogni circostanza, fin dagli inizi per scriverne un resoconto ordinato». È lo scriba della mansuetudine di Cristo, e pure il redattore e poi cronista, sul campo degli Atti degli Apostoli, della vita nascente, delle vicende e del cammino in diaspora della nuova famiglia di Gesù, prima e dopo la Pasqua. Scriba della missione Spirito, il compagno consolatore che suggerisce le parole da dire davanti ai tribunali e sospinge i discepoli fuori dai luoghi chiusi, sempre oltre fino alle periferie della terra.

Paolo, lo scriba di Cristo, che dice di essere «linfimo degli apostoli, e non degno neppure di essere chiamato apostolo, perché ho perseguitato la Chiesa di Dio», dopo essere stato afferrato da Cristo ha dettato molte lettere, firmandole anche di suo pugno, lettere alle comunità che aveva fondato; egli scrive perché «leggendo ciò che ho scritto, potete rendervi conto della comprensione che io ho del mistero di Cristo» (Ef 3,4), e ricorda anche ai faticosi e amati cristiani di Corinto che: «La nostra lettera siete voi, lettera scritta nei nostri cuori, conosciuta e letta da tutti gli uomini. È noto infatti che voi siete una lettera di Cristo composta da noi, scritta non con inchiostro, ma con lo Spirito del Dio vivente, non su tavole di pietra, ma sulle tavole di carne dei vostri cuori», (2 Cor 3,2-3).

Ma è Giovanni, il discepolo caro a Gesù, il presbitero che scrive alle chiese, quello accolto da Maria come figlio sotto la croce, e che la prese con sè come madre ad Efeso: è Giovanni lo scriba del “mistero indicibile di Dio”, del suo Verbo fatto carne, presente come luce nelle tenebre nelle vicende umane; narratore del futuro di Dio nascosto tra le pieghe minacciose della storia umana quando giungerà a compimento.

È chiamato dalla tradizione “l’aquila di Dio”. Si credeva un tempo che l’aquila potesse rinnovare la sua giovinezza e rinascere immergendosi in una sorgente d’acqua purissima, e così i suoi occhi divenuti trasparenti, innocenti alla luce, potessero fissare con lo sguardo il sole senza restarne abbagliati. È Giovanni il teologo che, reso trasparente al mistero dell’amore del Padre fonte del primo amore, perché tutto immerso in lui, scrive ciò che ha visto in visione nelle lettere alle sette chiese nel libro dell’Apocalisse: «Appena lo vidi, caddi ai suoi piedi come morto. Ma egli, posando su di me la sua destra, disse: “Non temere! Io sono il Primo e l’Ultimo, e il Vivente. Scrivi dunque le cose che hai visto, quelle presenti e quelle che devono accadere in seguito”», (Ap 1, 17-19).

In una prima lettera che inviò alla sua comunità in diaspora si legge che scriveva loro perché fossero consapevoli di possedere la vita e la comunione in Dio per la fede nel suo Figlio e per lo stile di comunione fraterna tra di loro. Balza subito agli occhi, nella lettera, l’insistenza delle ripetizioni, quasi che volesse scrivere ad uno ad uno dei suoi lettori e al tempo stesso abbracciarli tutti: «Scrivo a voi figlioli… scrivo a voi padri… scrivo a voi giovani… Ho scritto a voi… ho scritto a voi… ho scritto a voi».

Le tre età stanno a indicare la totalità dei destinatari: «Carissimi, non vi scrivo un nuovo comandamento, ma un comandamento antico, che avete ricevuto fin da principio. Il comandamento antico è la parola che avete udito. E tuttavia è un comandamento nuovo quello di cui vi scrivo, il che è vero in Cristo e in voi», (1Gv 2, 7). «Dio è amore», ecco il comandamento sempre nuovo e sempre antico; in questo semplicissimo detto giovanneo troviamo ricapitolato tutto il suo vangelo come fosse una miniatura.

Oso sbilanciarmi e dire allora che forse scrivere per Giovanni ha significato nascere e far rinascere dallo Spirito. Credo proprio di sì. Un continuo invito a passare dall’oscurità alla chiarezza, dal disamore all’amore, come il venire alla luce dell’aurora. Di più: «Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza» (Gv 10,10). Scrivere è un venire sempre di più alla luce per ricevere la vita in abbondanza quella simboleggiata dall’immagine del Regno: «se uno non rinasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio» (Gv 3,3).

Ma se si rinasce è come dire vedere nel groviglio oscuro, deterministico del destino umano illuminarsi un segreto, generarsi una pienezza di umanità, di relazioni in libertà, di una intimità di amore protesa all’infinito, oltre «la siepe, che da tanta parte dell’ultimo orizzonte il guardo esclude». Ciò che si è visto e non può essere detto lo si può scrivere, perché scrivendo si salvano le parole “in-audite” facendole nascere nel corpo della scrittura.

È Maria Zambrano [Qui] che ha ricentrato tutto il suo pensiero, e non un aspetto solo, sulla nascita e non più sulla morte. Il suo pensiero ha determinato così l’inversione di un paradigma dominante della filosofia esistenzialista e non solo. ‘Essere’ è per Maria Zambrano un ‘essere-per-la-nascita’, un nascere che porta l’uomo a un «risveglio dell’intimo fondo della persona», lo porta ad essere persona.

Una continua itineranza: dall’ ‘essere-per-la morte’ verso ‘un-essere-per-la-luce’. (Cf S. Zucal, Filosofia della nascita, Brescia 2017, 431- 507). Nel suo libro Verso un sapere dell’anima (Milano 1991), in cui scrive delle due forme del sapere filosofico, quello di ragione e quello poetico, per ritrovare nella vita l’amicizia perduta di un pensiero non solo teorico ma esistenziale e politico, la Zambrano scrive un intero capitolo sul Perché si scrive?

«[Per] salvare le parole dalla loro vanità, dalla loro vacuità, dando loro consistenza, forgiandole durevolmente, è lo scopo che persegue, anche senza saperlo chi scrive davvero». Scrivere è l’esercizio «di una potenza di comunicazione», una grazia, a chi scrive, perché si «accresca la sua umanità, che porti l’umanità dell’uomo a limiti appena scoperti, ai limiti del valore umano, dell’essere umano, con l’inumano, ai quali lo scrittore giunge, vincendo nel suo glorioso incontro di riconciliazione con le parole tante volte traditrici».

«Salvare le parole dalla loro esistenza momentanea, transitoria, e condurle nella nostra riconciliazione verso ciò che è durevole, è il compito di chi scrive. Ma le parole dicono qualcosa. Che cosa vuol dire lo scrittore e a quale scopo? Perché e per chi? Vuole dire il segreto, ciò che non si può dire a voce perché troppo vero; le grandi verità non si è soliti dirle parlando. La verità di ciò che accade nel seno nascosto del tempo è il silenzio delle vite, e che non può essere detto. “Ci sono cose che non si possono dire“, ed è in dubitabile. Ma è proprio ciò che non si può dire che bisogna scrivere. Scoprire il segreto e comunicarlo sono i due stimoli che muovono lo scrittore. Allo scrittore nella sua solitudine il segreto si rivela non del tutto, ma in un divenire progressivo. Scopre a poco a poco il segreto nell’aria e sente il bisogno di fissare il suo tracciato per poter poi alla fine abbracciare la totalità della sua figura… »

«Lo scrittore scaglia fuori di sé, dal suo mondo e quindi dall’ambiente che può controllare, il segreto trovato. Non sa che effetto produrrà a seguito della sua rivelazione, né può dominarlo con la sua volontà. Perciò è un atto di fede. Puro atto di fede è lo scrivere e ancor di più, perché il segreto rivelato non smette di essere tale per chi lo comunica scrivendolo… »

«È un atto di fede lo scrivere, e come ogni fede, di fedeltà. Lo scrivere richiede fedeltà prima di ogni altra cosa: essere fedeli a ciò che chiede di essere tratto fuori dal silenzio… Chi scrive, mentre lo fa, deve far tacere le proprie passioni e, soprattutto, la sua vanità. La vanità è una gonfiatura di qualcosa che non è riuscita a essere e si gonfia per coprire il suo vuoto interiore. … »

«La fedeltà crea in chi la rispetta la solidità, l’integrità del suo stesso essere. La fedeltà esclude la vanità, che consiste nell’appoggiarsi su ciò che non è, su ciò che non è verità», (ivi, 23-32).

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica di Andrea Zerbini, clicca [Qui]

L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

L’occhio di periscopio

Il giornalismo online in questi ultimi anni ha innescato una profonda trasformazione del nostro modo di informarci. Le notizie sono immediatamente disponibili attraverso la rete, continuamente aggiornate, facilmente reperibili. L’informazione è abbondante, la cronaca è ampiamente garantita. Quel che risulta carente è una chiave di interpretazione dei fatti, uno strumento di analisi capace di fornire una lettura che si spinga oltre la superficie degli avvenimenti. FerraraItalia ha questa ambizione: offrire commenti, analisi, punti di vista che contribuiscano alla formazione di una più consapevole coscienza del reale da parte di ciascuno e a vantaggio di tutti, come imprescindibile condizione per l’esercizio di una cittadinanza attiva e partecipe. Ferraraitalia è un quotidiano indipendente globale-locale che sviluppa un’informazione verticale tesa all’approfondimento, perseguito con gli strumenti giornalistici dell’inchiesta, dell’opinione, dell’intervista e del racconto di vicende emblematiche e in quanto tali rappresentative di realtà più ampie, di tendenze, di fenomeni diffusi (26 novembre 2013)

Redazione

Direttore responsabile: Francesco Monini
Collettivo di redazione: Vittoria Barolo, Nicola Cavallini, Simonetta Sandri, Ambra Simeone, Carlo Tassi, Bruno Vigilio Turra
Segreteria di redazione: Paola Felletti Spadazzi

I nostri Collaboratori: Sandro Abruzzese, Francesca Alacevich,Alice & Roberta, Catina Balotta, Fiorenzo Baratelli, Roberta Barbieri, Grazia Baroni, Davide Bassi, Benini & Guerrini, Gian Paolo Benini, Marcello Bergossi, Loredana Bondi, Marcello Brondi, Sara Cambioli, Marina Carli, Emanuela Cavicchi, Liliana Cerqueni, Ciarìn, Riccarda Dalbuoni, Roberto Dall'Olio, Costanza Del Re, Jonatas Di Sabato, Anna Dolfi, Laura Dolfi, Francesco Facchiano, Franco Ferioli, Giovanni Fioravanti, Giuseppe Fornaro, Maura Franchi, Riccardo Francaviglia, Andrea Gandini,Sergio Gessi, Pier Luigi Guerrini, Sergio Kraisky, Francesco Lavezzi, Daniele Lugli, Carl Wilhelm Macke, Beniamino Marino,Carla Sautto Malfatto, Fabio Mangolini, Cristiano Mazzoni,Giorgia Mazzotti, Paolo Moneti, Francesco Minimo, Alice Miraglia,Corrado Oddi, Fabio Palma, Roberto Paltrinieri, Valerio Pazzi,Carlo Perazzo, Federica Pezzoli, Gian Gaetano Pinnavaia, Mauro Presini, Claudio Pisapia, Redazione, Francesco Reyes, Raffaele Rinaldi, Laura Rossi, Radio Strike, Gian Pietro Testa, Roberta Trucco, Federico Varese, Ranieri Varese, Gianni Venturi, Nicola Zalambani, Andrea Zerbini

Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

Clicca sull’Autore per i suoi contributi.
CONTATTI
Inviare i comunicati stampa a: redazione@ferraraitalia.it
Inviare lettere al giornale a : interventi@ferraraitalia.it


FERRARAITALIA
Testata giornalistica online d'informazione e opinione, registrazione al Tribunale di Ferrara n.30/2013

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi