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PRESTO DI MATTINA
L’attesa

 

Il venire della parola come il travaglio di una grazia

«Una parola ha detto Dio, due ne ho udite: la forza appartiene a Dio, tua Signore è la grazia» (Sal 62,12). Forza creatrice della parola, da un lato, e il suo manifestarsi e attuarsi come dono di grazia, dall’altro, sono una sola cosa in Dio. In lui corrispondono infatti il dire e il fare, l’inizio e il suo compimento. Grazia e fedeltà nell’amore sono un’unica parola giunta a noi per mezzo del Figlio direbbe Giovanni.

Per noi l’unica parola è udita come fossero due: grazia e travaglio, chiamata e sequela, così è per noi il venire di questa Parola come pure delle nostre stesse parole: gratuità di un dono e travaglio del loro venire alla luce.

 

In quell’unica parola, due

Ne udiamo una prima, che dice: «Effonde il mio cuore liete parole. La mia lingua è stilo di scriba veloce. Sulle tue labbra è diffusa la grazia» (Sal 44, 2).

La seconda incalza: «Sappiamo che fino a ora tutta la creazione geme ed è in travaglio; non solo essa, ma anche noi, che abbiamo le primizie dello Spirito, gemiamo dentro di noi, aspettando».

L’attesa del venire delle cose, l’attesa laboriosa di poter dare inizio, di principiare qualcosa, l’attesa stessa della parola che principia ogni scrittura, è attesa materna di gestazione, attesa fiduciosa davanti alla pagina bianca: attesa dell’aurora. Si sta in un travaglio che è dono e in una grazia che è imprevedibile seppur sperata; insperata giungerà preso o tardi: se tarda attendila fiducioso.

È come il sentire due note: una grave l’altra dolce. Due trombe, direbbe Agostino, che suonano in modo diverso, ma è un unico spirito che vi soffia dentro l’aria. Due parole: la grazia, della parola che verrà alla luce e il travaglio della lettura prima e della scrittura a seguire. L’attesa del venire delle cose come della parola è attesa del mutamento, di quell’ora che non si conosce ma che porta la gioia del nuovo.

È l’ora della grazia, del suo sorprenderti, direbbe Mazzolari: «Ci sono le ore di Dio: saperle attendere, vuol dire disporre i nostri cuori alla sua grazia. Il silenzio e la preghiera preparano le sue strade. Il soffrire non conta: conta il credere, lo sperare l’amare» (Pensieri dalle lettere, 173).

Le parole e le cose del mattino, quando accadono, sono intuite ma inesprimibili. Si potrebbero chiamare stato di grazia, qualcosa che giunge a te da altrove, come l’estro del poeta; qualcosa dentro te di incontenibile che preme.

L’etimologia della parola “estro” suggerisce qualcosa che ti punge, ti gonfia, ma persino che t’incinta e che spinge e trapassa come l’impeto al rompersi delle acque, quando viene alla luce una nuova vita, come l’oscuro e travagliato grembo della notte che non può più trattenere l’irresistibile venire dell’aurora.

La parola, come la vita, perché nasca e viva nella scrittura, necessita tempo, occorre inseguirne le tracce come un bracconiere; se sei ancora cieco di fronte al miracolo della parola nascente, devi continuare a cercarne le orme, come a tentoni nel divenire delle cose quotidiane, nelle relazioni non disattese né schivate, e all’improvviso, quando meno te l’aspetti, la scorgerai venirti incontro e ti metterai al suo sevizio come una levatrice prima e una nutrice poi, con la scrittura farai conoscere pure a lei un mondo nuovo.

 

“O homem cordial”

Può sembrare una banalità questo detto, ma quando un brasiliano dice “o homem cordial” (Sérgio Buarque de Holanda [Qui]) dice una cosa profondissima. La semplicità del comportamento, la capacità di accogliere, l’ospitalità, la generosità che dà tutto, e queste sono tutte virtù dei poveri in tutti i continenti.

Così desidero introdurre i testi poetici di Enzo Demarchi più di un amico fraterno, un vero fratello. Anche lui homem cordial, perché divenuto uomo della Parola di Dio nelle parole e nelle cose degli uomini, incarnata nei loro vissuti e storie.

Parola che sola «conosce tutta la gioia e tutto il dolore del Mondo, in attesa di una “Gloria” senza misura… Tutto è Voce Tua, Tuo Gesto, Tua Avventura. Il Mondo intiero è la continua Novità di Te nell’umiltà del tempo presente, in attesa della Gloria che sta per scoppiare. Tu mi dai una gioia sconfinata che vuole superare ogni argine del mio povero cuore; ma mi dai un dolore sconfinato, perché tutti e tutto essendo del Cristo, e vivendo Lui in me, ogni sofferenza dell’Uomo, ogni sofferenza della Terra è mia!».

Se le cose stanno così allora più delle mie le sue parole sapranno dire come da una parola se ne odano due, al pari della parola rivolta a noi da Dio sentita come travaglio e grazia.

 

L’inseguimento

Inseguimento, d’una parola che non c’è –
Attesa spasimante, assoluta – d’un eco, nel deserto –
E poi … un grido informe – mi fa soffrire:
la carne si scopre ai flagelli.
Che dolore per dire una parola! – Ricerca, affanno,
turbine – Vano protendersi, implorare, rincorrere –
Come un amante disperato – cerco parole nel buio dell’anima –
come nel crepuscolo mattinale, – dita misteriose
traggono miracolosamente – dal caos della notte – cose nuove.

Un volto d’uomo

Volto dell’uomo! – Fermati, apriti – Linee viventi,
segni dell’abisso! – Schiudete torrenti di comunione; – non
trattenete l’ondeggiare – che già vi preme, vi tende – come dighe
elastiche – Volto dell’uomo! – I tuoi occhi errano a volte, –
come naufraghi nell’oceano – A volte corrono per mano – come
fidanzati allegri. – O s’arrestano come bambini –
stupefatti da nuovi misteri.-

Momento di grazia: l’accorgersi dell’altro

Nei momenti di grazia, m’accorgo di come sono
cieco di fronte al miracolo della vita.
Ecco un uomo che lavora e si ricorda del
Lavoro di Dio nella sua creazione.
Ecco un uomo che progetta nella mente e
fatica col corpo e ringrazia il Verbo
che s’è fatto carne.
Ecco un uomo che ha sbagliato, ed ha
conservato il cuore buono, pieno di fiducia.
Ecco un uomo che sa chi è Dio, un uomo che crede
e si confessa umile e semplice come un bambino

Cose del mattino

O cose del mattino, io voglio stare con voi
e partecipare al vostro canto di lode.
Instancabili voi siete a risorgere
e il vostro aspetto è sempre antico e sempre nuovo.
Io passo come un pellegrino pieno di desiderio
che ha smarrito la via.
E voi continuate ad essere della terra
mentre già vi bagnate d’eterno.
Grande è il vostro mistero, cose del mattino!
Una mano invisibile, una grazia silenziosa
vi ha modellate nella notte
ed ora state commosse a ringraziare
quel lungo amore notturno
quell’abbraccio possente e tenero
che vi lascia per tutto il giorno
con incantato sguardo di sogno.
O cose del mattino,
dite al mio cuore la dolce avventura
la celeste origine, sussuratemi il vostro nome.
Una casa che luccica al sole – sotto la tenda azzurra
del cielo – è un miracolo grande – per la mia anima –
C’è un dono in quella casa immobile – nel cielo tranquillo –
c’è un dono che mani invisibili – offrono con infinito –
delicato pudore.- Perché quella casa – sgorga dai puri
abissi – della creazione – senza motivo. Così, per me!

La sua aspirazione: la Parola nella profondità del reale

«Ho questa ambizione: – diventare un uomo di poche parole, anche di più nessuna parola, se è necessario, perché tutta la mia vita appartenga alla Parola, ed io sia sempre, limpidamente, tranquillamente, profondamente l’espressione di chi vive in me (vorrei persino dare un consiglio a tutti i… predicatori: di non preparare più parole, ma di verificare la “profondità reale” della parola).– riconquistare lo sguardo dei fanciulli sulla creazione.
O Signore! Che io viva sempre di quegli istanti. Strani, pieni di dolore, ma segnati del Tuo Sigillo, della Tua Presenza! (Che è grazia)».

L’ora della grazia

Perché chiamar sentieri
Le scie del destino?
Chiunque cammini, avanza
Come Gesù, sul mare.
Amo Gesù, che ha detto:
Passeran cielo e terra, resterà la mia parola”.
Qual fu tale parola?
Amor? Perdono? Carità?
No: quella parola fu,
Quella parola: “Vegliate!
Poiché non conoscete l’ora
In cui vi si dovrà destare;
Ben vigili dormir dovete:
Vegliate dunque!”.

(Antonio Machado [Qui])
(I testi dal Quaderno XI, 1960, presso il Cedoc SFR)

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crocifisso cristo morte legno

PRESTO DI MATTINA
I tre giorni santi

 

I tre giorni santi: i giorni di Agape

Sulla via di Emmaus
Si avvicinò a noi
Andavamo con la testa bassa
Senza nemmeno levare lo sguardo
Si mise al nostro passo
Di cosa parlavate così tristi?
Tu solo sei l’unico che non lo sa?
Gesù Cristo è morto in croce
Il corpo fu tre giorni nella terra
Ma Egli non è più là

Anche se risorto
Al compiersi dei tre giorni
Io sono il sepolcro incredulo
Che sempre lo racchiude
Io sono la santa tomba
Attendo il suo Regno
(Pierre Emmanuel [Qui], Évangéliaire, Ed. du Seuil, Paris 1961, 221; 94)

Seguiamo Agostino che nella lettera a Gennaro scrive: «Ora considera attentamente i tre giorni santi della crocifissione, della sepoltura e della risurrezione del Signore. Di questi tre misteri compiamo nella vita presente ciò di cui è simbolo la croce, mentre compiamo per mezzo della fede e della speranza ciò di cui è simbolo la sepoltura e la risurrezione…

Queste realtà spirituali vengono celebrate durante la ricorrenza anniversaria della Pasqua in base all’autorità delle Sacre Scritture e per consenso della Chiesa universale sparsa per tutto il mondo. Nelle Sacre Scritture dell’Antico Testamento non è prescritto il tempo per la celebrazione della Pasqua se non nel mese delle nuove spighe dalla decima quarta alla ventesima prima luna;

ma poiché dal Vangelo risulta chiaro in quali giorni il Signore fu crocifisso e rimase nel sepolcro e risorse, dai concili dei Padri fu aggiunta pure l’osservanza di quei giorni e tutto il mondo cristiano si persuase che la Pasqua deve essere celebrata in quel modo», (Lettera 55, 14 24; 15,27; anche Consenso degli Evangelisti, III, 24,66).

I «tre giorni santi», detti anche il triduo pasquale, sono dunque quelli compresi tra la morte e la risurrezione di Gesù: il venerdì, sabato e domenica. Il giovedì santo non appartiene propriamente al triduo, ma in qualche modo lo anticipa, così come la Cena di Gesù con i suoi discepoli anticipa la Passione; l’eucaristia in Coena Domini diviene così il segno, e il grande sacramento dei giorni Agape: quelli del suo amore per noi.

Per i cristiani, il Triduo pasquale è il centro e il cuore dell’anno liturgico. Qui si raccoglie e si testimonia tutta la vita di Gesù nel gesto supremo della dedizione di sé al Padre e a noi. I tre giorni santi sono i suoi giorni, quelli dell’Uios agapetos, del Figlio amato, il diletto, primogenito del Padre tra molti fratelli e sorelle.

Uios agapetos è l’attestazione pronunciata da Dio, sia in occasione del battesimo di Gesù all’inizio della sua missione, sia al momento della trasfigurazione sul monte Tabor prima della sua passione, quando Gesù si incammina verso Gerusalemme (Mc. 1,11; 9,7).

Agape è un vocabolo del greco popolare parlato nell’Egitto del II secolo a.C., che ritroviamo nelle sacre scritture sin dalla Bibbia dei Settanta [Qui], volto a esprimere che il Dio d’Israele e di Gesù è un ‘Dio pro nobis’, che fa grazia, un Dio di elezione, libero nell’amore.

Agape è l’amore che implica scelta, predilezione, una preservante volontà di amore. Un amore – come ci ricorda Paolo − generativo di speranza: «La speranza poi non delude, perché l’amore/agape di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (Rm 5,5).

L’etimologia dice pure “mirare a qualcosa”, vedere di buon occhio, essere proteso verso qualcuno o qualcosa. Così pure l’altro sostantivo agapan indica l’amore che si irradia da Dio, l’amore potente che solleva l’umile e lo innalza al di sopra degli altri per pura grazia. E ancora è dimostrazione di affetto, amore diffusivo, attivo nel rendere giustizia, che vuole il bene dell’altro.

È stato il domenicano padre Ceslas Spicq (1901-1992) [Qui] ad indagare con acribia e un paziente lavoro i contesti letterari del termine agape nella sua monumentale opera di quasi mille pagine: Agapè dans le Nouveau Testament: analyse des textes, 3 voll., (Études Bibliques), J. Gabalda et C. Éditeurs, Paris, 1959 1966.

In questo studio p. Spicq ha illustrato l’inimmaginabile e indicibile preferenza che lega Dio agli uomini, e gli uomini a Dio per giungere ad attestare nell’etimologia della parola agape il significato di un “incontro sorprendente”.

Se infatti si riferisce apape alla radice aga del verbo agamai, ‘ammirare, sorprendersi’, agape diventa ‘l’accoglienza, l’ospitalità smisurata’, in cui si dà e accade la sorpresa della gratuità di chi riceve uno straniero: l’altro nella forma di un amore. Agape dice la radicalità veramente totale dell’amore che non è giustificato da niente, ma trova solo in se stesso la ragione d’essere, la sua scelta, la sua predilezione, la sua opzione preferenziale nell’amore.

Agape diventa pure il nome della giustizia di Dio, che amandoci genera una vita nuova per il tramite di Cristo: una porta che ci fa passare dalla morte alla vita. Questa giustizia − ha scritto il teologo Pierangelo Sequeri [Qui] − consiste nella volontà di “far-essere nel voler bene”.

«Far-essere nel voler-bene appare una buona traduzione di agape. Essa definisce esattamente l’agape tou theou. La migliore teologia biblica insiste sull’inquadramento non puramente denotativo, ma simbolicamente connotativo, della “invenzione” lessicale che sceglie di nominare con agape la rivelazione cristiana dell’amore di Dio. E ciò in senso anzitutto soggettivo: l’amore che Dio ha (Paolo), l’amore che Dio è (Giovanni).

La scelta mette in onore un termine relativamente desueto nell’uso e non fortemente caratterizzato nel senso, soprattutto rispetto a quelli di eros e philia. Il termine ha una generica parentela con i significati di ospitalità, accoglienza, inclusione nella sfera degli affetti parentali e famigliari.

Ma il suo valore e la sua forza sono determinati dal contenuto di rivelazione, al quale il termine viene associato. Non è tanto un tipo di amore che si aggiunge alla serie delle forme umane dell’amore, quanto piuttosto una dimensione teologale dell’amore (come è l’amore in Dio)» (La fede e la giustizia degli affetti, Siena 2019, 292-293).

I giorni dell’agapetos: il figlio prediletto

Nessuno può attribuirsi l’onore di stare davanti agli uomini in nome di Dio e davanti a Dio in favore degli uomini. Tanto che nemmeno il Figlio amato si arrogò questo onore, come ci ricorda la Lettera agli Ebrei (5,5-9): «gliela conferì colui che gli disse: “Mio figlio sei tu, oggi ti ho generato”. Nei giorni della sua vita terrena egli offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime, a Dio che poteva salvarlo da morte e, per il suo pieno abbandono a lui, venne esaudito. Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza da ciò che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono».

‘Pieno abbandono’ traduce il greco eulebeia, che significa ‘prendere bene tutte le cose’. È la piena umanità, quella che ha pietà di tutti e tutte le cose, che ascolta nel profondo (ob-audio) e si abbandona all’altro con smisurata dedizione in suo favore in un perdersi che diverrà un ritrovarsi: proprio per questo fu a sua volta ascoltato/esaudito.

«Al centro dei tre giorni sta quel punto delicatissimo − scrive Giuseppe Ruggieri − dell’esperienza della morte di Cristo, non solo come morire (venerdì santo), ma come morte effettiva, stato di solidarietà con i morti dello sheol, dell’Ade e cioè come ‘discesa agli inferi’. Cristo fu solidale con i morti e sperimentò la ‘morte seconda’, quindi tutta la profondità e l’abisso di quella condizione nella quale viene a trovarsi, dopo la fine della propria esistenza, l’uomo».

Il senso della discesa agli inferi, di cui abbiamo un potentissima immagine nel Crocifisso del Carracci a Santa Francesca romana, è simbolo reale del compiersi della estrema obbedienza di Gesù, del pieno abbandono del Figlio di Dio, che si specchia nel Servo sofferente descritto nei carmi di Isaia, la cui missione è quella di «dover cercare Dio dove non è, anzi dove non può essere, nell’essenza stessa del peccato del mondo» (Ruggieri, “Introduzione” a H. U. von Balthasar, La teologia dei tre giorni. Mysterium Paschale, Queriniana, Brescia 1992, 6-7; 10).

Così nella ‘figura sfigurata’ del Cristo si ha accesso all’Agape del Padre, nel Figlio si dà il superamento della violenza.

Agape: il lievito della storia

«Il regno dei cieli si può paragonare al lievito, che una donna ha preso e nascosto in tre staia di farina perché tutta si fermenti» (Mt 13,31-33). Così lo narra il poeta Pierre Emmanuel (1916-1984):

«Cristo è il lievito di una storia totalmente altra rispetto a quella che si limita alla cronologia./ Dall’Annunciazione al mattino di Pasqua lui l’ha vissuta tutta e compiuta in sé./ La vita di ogni uomo ne è un frammento dall’origine fino alla Pasqua eterna./ Il lievito lotta sia per non essere reso vano sia per sollevare allo spirito la materia./ Nel segreto di noi stessi una sola scelta ci rimane: o resistergli o abbandonarsi al lievito» (Le grand Oeuvre. Cosmogonie, ed. du Seuil, Paris 1984, 370).

Significativo allora risulta un testo della Commissione Teologica Internazionale del 2014 sul superamento della violenza, al modo del lievito quale metafora del consegnarsi/abbandonarsi del Figlio nelle mani di Agape:

«Gesù consegna se stesso e non i suoi discepoli. Nello stesso tempo, toglie spazio ad una alternativa ugualmente drammatica e apparentemente insuperabile. O ridimensionare l’altissima pretesa della sua rivelazione, o accettare il conflitto cruento con la parte ostile. Nel primo caso, si tratta di rinunciare all’obbedienza della verità ricevuta dall’Abbà-Dio; nel secondo caso, di accettare la logica della guerra religiosa. In entrambi i casi, il vangelo sarebbe revocato.

Gesù si scioglie dal ricatto di questa alternativa, scegliendo di consegnare nelle mani di Dio il destino della sua rivelazione e confermando la sua irrevocabile fedeltà al vangelo della giustizia di Dio: il quale “non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva” (Ez 18, 23-52; 33, 11).

Gesù disinnesca radicalmente il conflitto violento che egli stesso potrebbe incoraggiare, in difesa dell’autentica rivelazione di Dio. In tal modo egli conferma, una volta per tutte e per sempre, il senso autentico della sua testimonianza a riguardo della giustizia dell’amore di Dio. Questa giustizia non si compie mediante la legittimazione della violenza omicida in nome di Dio, bensì mediante l’amore crocifisso del Figlio in favore dell’uomo (cfr. Rom 8, 31-34).

Nel gesto della consegna di sé al supremo sacrificio, che risparmia il sangue dei discepoli e degli oppositori, risplende la potenza radicale dell’amore di Dio. “Allora il centurione che gli stava di fronte, vistolo morire in quel modo, disse: Veramente quest’uomo era figlio di Dio” (Mc 15, 39)» (Trinità e unità degli uomini, nn. 48-53).

Vi conosco perché sono stato uno di voi
Cristiano, senza comprendere veramente
Ciò che essere cristiano dovrebbe dire a chi si dice cristiano
Improvvisamente, un giorno
ho visto finalmente la croce:
Dio messo in croce.
Quale maestà più grande per l’uomo
Da sempre e per sempre?
La morte di Cristo l’ellisse atroce e divina
Di tutto il sangue d’uomo che bagna la terra,
Ora lo so: non sono né Pilato,
né Caifa, né i Giudei in rivolta
che ne portano il peso per la storia.
Tutta la storia dell’uomo
Sembra avere per scopo la morte di Dio.
Perché Dio vuole una cosa sola:
Che l’uomo sia capace di Dio.
Essere capaci di Dio
cioè essere capaci dell’uomo
Questo è troppo pesante per ciascuno di noi.
(Pierre Emmanuel, Le grand Oeuvre, 357)

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sole luna

PRESTO DI MATTINA
La Chiesa che non c’è

 

«Che cos’è luna? il pezzo greggio
di minerale, non ancora fuso e forgiato»
(Ted Hughes).

La chiesa che non c’è. Immaginare la chiesa nel cono di luce delle beatitudini: era questo il titolo che introduceva una giornata di studio interparrocchiale tenuta a Santa Francesca nell’ottobre 2017 per approfondire un nuovo cammino pastorale triennale indicato dal vescovo Giancarlo Perego appena eletto a Ferrara-Comacchio.

L’obiettivo era quello di declinare in diocesi l’esortazione apostolica Evangelii Gaudium (2013) riproposta con vigore da papa Francesco al V Convegno ecclesiale di Firenze (2015): “Sognate anche voi questa chiesa”. Di qui l’itinerario proposto e articolato dal nostro vescovo nelle seguenti tappe: 2017-2018 Immagini di Chiesa; 2018-2019 Partecipazione e sinodalità (le strutture della chiesa); 2019-2020 Stili di vita cristiana.

Un cammino riproposto anche per il 2021, durante il quale l’impegno si è concentrato sul “dare forma” alla chiesa del non ancora: una chiesa nascitura composta, nella nostra diocesi, dalle unità pastorali di una nuova geografia pastorale.

Scrive al riguardo il vescovo: «Ogni stato e stile di vita, con responsabilità e l’attiva partecipazione alla vita ecclesiale, favorisce in un determinato territorio il cammino del ‘popolo di Dio’, la costituzione del ‘corpo di Cristo’, che è la Chiesa. Un ‘popolo’ e un ‘corpo’ che vive anche di strutture, che nel corso della storia hanno assunto forme diverse: la diocesi, la pieve, la parrocchia, l’unità pastorale. A questo proposito, vi invito a continuare una riflessione iniziata nella nostra Chiesa, nei diversi organismi diocesani, vicariali e parrocchiali: la riflessione sulla nuova geografia della nostra Arcidiocesi, strutturata non più solo su due livelli – parrocchie e vicariati – ma su tre livelli – parrocchie, unità pastorali, vicariati».

A seguire ci fu la lettera sugli orientamenti pastorali del biennio “2022-2023: Eucaristia sacramento del dono“: «È un cammino che incrocia l’anniversario degli 850 anni del Miracolo Eucaristico di Ferrara (1171-2021), la celebrazione del Sinodo dei Vescovi sulla sinodalità, che accompagnerà anche la Chiesa Italiana fino al Giubileo (2025) e la preparazione alla Visita Pastorale Diocesana».

Tutto questo ha fatto da sfondo e premessa al sinodo dei vescovi sulla sinodalità che ora stiamo vivendo, una grazia e un compito allargati a tutto il popolo di Dio, con le sue tre fasi (“narrativa: l’ascolto”; “sapienziale: discernimento”; “profetica: scelte evangeliche”). Questo nuovo cammino voluto da papa Francesco va vissuto tenendo costantemente presente la dinamica fondamentale tra un “già” e un “non ancora”, alla scoperta di una chiesa che ancora non c’è.

La chiesa che non c’è è allora quella che c’è già, ma non ancora: come la nuova luna, che attende di nuovo di essere forgiata nel crogiuolo del sole, amalgamandosi alla sua luce, per disperdere le tenebre che la nascondono, per ritornare così a risplendere.

La chiesa lunare è immagine cara alla tradizione patristica e a papa Francesco: «Noi cristiani paragoniamo Gesù Cristo con il sole, e la luna con la Chiesa, la comunità; nessuno, eccetto Gesù, brilla di luce propria, nemmeno la chiesa non ha luce propria, e se la luna si nasconde dal sole diventa scura. Il sole è Gesù Cristo, e se la Chiesa si separa o si nasconde da Gesù Cristo diventa oscura e non dà testimonianza».

L’immagine della Chiesa-luna come “luce riflessa” era già al centro del breve intervento svolto da Jorge Bergoglio nel pre-Conclave; ma è ricordata pure nell’incipit del documento conciliare Lumen Gentium, 1: “Cristo è la luce delle genti, quella luce “che risplende sul volto della Chiesa”.

L’allora arcivescovo di Buenos Aires aveva parlato «dell’auto-referenzialità delle istituzioni ecclesiastiche» e del «narcisismo teologico» come patologie che si sviluppano quando la Chiesa «crede involontariamente di avere una luce propria».

È Ambrogio di Milano [Qui] il cantore della chiesa-luna: «La Chiesa rifulge non della propria luce, ma di quella di Cristo e prende il proprio splendore dal Sole di giustizia, così che può dire “non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me”. Davvero sei felice tu, o luna, che hai meritato un segno così grande! Felice non per i tuoi noviluni, ma per essere segno della Chiesa; coi noviluni infatti presti servizio (servis), in quanto sei segno della Chiesa sei amata (diligeris)».

Il tempo inaugurato da Cristo – ci ha ricordato il teologo Oscar Culmann [Qui] – è così caratterizzato, al pari delle fasi lunari, dal “già” e dal “non ancora” del regno di Dio. E la chiesa non scompare quando viene meno la luce: l’attende di nuovo con il venire a lei del suo sole.

Così essa – ci ha ancora ricordato il concilio – «costituisce in terra il germe e l’inizio. Intanto, mentre va lentamente crescendo, anela al regno perfetto e con tutte le sue forze spera e brama di unirsi col suo re nella gloria» (LG 5).

Ma lo stesso è della fede di ogni battezzato, che partecipa e alimenta tale dinamismo: è connaturato infatti alla fede cristiana vivere tra un “già” e un “non ancora”. Del resto il regno è un “simbolo in tensione” una “realtà pluriforme”: per questo nella predicazione del Gesù storico esso appare imminente, ma già presente, veniente e vicino o addirittura “in mezzo” a coloro che credono al suo annuncio.

C’è un distico latino, una strofa formata da più righe, che non solo mette in luce i vari livelli di lettura e comprensione delle scritture bibliche, ma dà ragione di questa tensione pluriforme del “già” e “non ancora”, di un vangelo che c’è e al tempo stesso è ancora nascosto, in quanto ancora da comprendersi e da attuarsi nell’oggi; un vangelo che non solo il futuro e la storia racchiudono, ma che è interiore ad ogni persona, celato e non ancora manifesto in essa. Il distico cui alludo enuncia:

“La storia dice ciò che è accaduto,
l’allegoria cosa credere,
la morale cosa fare,
l’anagogia dove tendere”.

La parola “anagogia” significa, alla lettera, ‘movimento o spinta verso l’alto, salita, ascesa’. Nell’uso cristiano questa parola ha finito per raccogliere in sé tutto il vasto campo del “non ancora”, distinto dal “già”, realizzato nella vita di Cristo e della Chiesa.

In altre parole, la tensione escatologica verso il compimento ultimo, il giorno senza tramonto, l’ultima Pasqua della vita cristiana. L’Eucaristia stessa è prognostica, anticipa ciò che sarà, facendo memoria della Pasqua essa è celebrata e vissuta “nell’attesa della Sua venuta” (cfr. 1 Cor 11, 26).

Nel discorso teologico l’anagogia consiste in una riflessione sulle realtà ultime: un dire. Invece nella prassi e spiritualità cristiane consiste nel tendere di fatto alle cose ultime: una prassi in cammino, che va facendosi man mano che si cammina.

Chi ha mostrato bene con un esempio questa duplicità è Agostino d’Ippona [Qui]: «Quando si vuole attraversare un braccio di mare – diceva – la cosa più importante non è starsene sulla riva e scrutare l’orizzonte per vedere cosa c’è sulla sponda opposta, ma è salire sulla barca che porta a quella riva» (La Trinità, IV,15, 20; Confessioni, VII, 21). È così che si va incontro alla chiesa che non c’è, nascosta con Cristo nel futuro di Dio.

Dal 2013 al 2017 nelle nostre parrocchie abbiamo messo a tema e ci siamo confrontati con le beatitudini del Regno per immaginare la chiesa tra “già” e non “ancora”. Sono le beatitudini un passante di valico da cui scrutare e cercare dove Dio si è accampato, dove ha posto la sua tenda per raccogliere la sua famiglia in esodo e guidarla alla terra promessa.

Dobbiamo avere lo sguardo di Gesù sul monte delle beatitudini che riconosce tra la folla che lo ascoltava il Padre in mezzo a quella gente, presente lì con loro; così egli non può non vedere in quella gente, in quegli uomini e donne, i destinatari del Regno dei cieli e delle beatitudini: per questo li proclama beati, cioè già ora accolti, già ospitatati nella prossimità del padre suo.

La prossimità del Padre – prossimità impensabile, incondizionata, affettiva (“Dio ha tanto amato il mondo da donare il suo Figlio” Gv 3, 16), presenza di un amore che riapre, come nell’esodo, la storia di un popolo – si rivela di nuovo nella prossimità e intercessione del Figlio per l’intera umanità.

Prossimità e intercessione divengono così due tratti imprescindibili per immaginare, delineare e dare forma a una figura e una realtà di chiesa che è in essere, ma non è ancora: un nuovo capitolo di una storia di salvezza antica e sempre nuova – direbbe ancora Agostino: «Tardi ti ho amato, bellezza così antica e così nuova» (Confessioni, 10, 27).

Scrive Pierangelo Sequeri [Qui] ne La fede e la giustizia degli affetti, (Siena 2019, 272-272): «La testimonianza della giustizia/agape di Dio che elegge il suo campo di esercizio privilegiato nella folla dei poveri, dei vulnerabili, dei disperati e di tutti gli altri avviliti della vita di cui parlano le beatitudini, è il luogo di una chiesa-famiglia nella quale vanno investiti i beni residuali di una chiesa-città che non esiste più, perché la Chiesa ritorna ad essere prossimità e intercessione del Figlio nella Città secolare».

Una chiesa senza prossimità e senza intercessione resterebbe senza Dio, perché non esiste Dio senza prossimità all’umano, ma solo un idolo fatto da mani d’uomo. Se i segni della prossimità di Dio sono inseparabilmente liberazione dal male e offerta della sua giustizia/amore verso gli uomini e le donne delle beatitudini, nessuno può esimersi dal praticare tale giustizia che richiede la conversione del cuore, la prossimità e l’intercessione dell’uomo con l’uomo nella stessa misura di quella che il Dio, incarnatosi in Gesù, riserva a ogni uomo.

Nella parabola del servo spietato (Mt 18, 23-35) si dice: «Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?». E in Matteo 25, 31-46 si riporta lo stupore di colui che ha avuto compassione: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?”. E il re risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”».

Come immaginare la chiesa che non c’è?

Leggiamo nel documento preparatorio del Sinodo dei vescovi (08/09/2021): «La capacità di immaginare un futuro diverso per la Chiesa e per le sue istituzioni all’altezza della missione ricevuta dipende in larga parte dalla scelta di avviare processi di ascolto, dialogo e discernimento comunitario, a cui tutti e ciascuno possano partecipare e contribuire» (n. 9).

«Ricordiamo che lo scopo del Sinodo e quindi di questa consultazione non è produrre documenti, ma “far germogliare sogni, suscitare profezie e visioni, far fiorire speranze, stimolare fiducia, fasciare ferite, intrecciare relazioni, risuscitare un ‘alba di speranza, imparare l’uno dall’altro, e creare un immaginario positivo che illumini le menti, riscaldi i cuori, ridoni forza alle mani“» (n. 32).

Anche nella poesia di Mario Luzi [Qui] troviamo questo simbolo in tensione della promessa e del compimento, del già e del “non ancora”:

L’invito ad aprirsi all’anelito segreto non ancora rivelato:

Nella notte e nella coscienza
Si apre al non ancora rivelato
L’anelito segreto svelandosi a sua volta,
e il desiderio-

L’appena detto,
il non ancora nominato
quando accendono una scaglia d’intelligenza negli occhi altrui;
e sfolgora un’intesa
e si giunge dall’uno all’altro attraverso il fuoco,
il fuoco ilare, il fuoco elementare della creazione incessante.

L’anelito che sospira una figura non ancora conosciuta:

L’alta, la cupa fiamma ricade su di te,
figura non ancora conosciuta,
ah di già tanto a lungo sospirata
dietro quel velo d’anni e di stagioni
che un dio forse s’accinge a lacerare.

Il destarsi a poco a poco delle immagini, che incalzano il futuro non ancora acceso, se non in quell’eremo sopra il cuore:

Rare immagini deste nella mente,
pochi misteri infine elucidati
dall’amore, ridoni a verità,
come te consentivano l’attesa.
Dall’incubo alle lucide promesse
ancora sconosciuta, non ancora
caduta nel cospetto dello spirito
incalzavi il futuro con fuochi di vittoria
pari a quelle potenze inquiete il cui trionfo
è un incombere eremo sopra il cuore.

Come i magi aperti alla novità:

Andavano cauti loro, i Magi,
occhiuto era il viaggio
in avanti
o a ritroso? Procedendo
o tornando
ai luoghi
d’un’ignota profezia?
Sapevano e non sapevano
da sempre la doppiezza del cammino. Non è ricaduta
inerte nel passato
e neppure regressione
nel guscio delle cose già sapute
questo
ritorno della strada
spesso,
s
u se medesima,
ma nuova
conoscenza, forse,
ed illuminazione
di un bene avuto e non ancora inteso –
dice
uno di loro
e gli altri lo comprendono
sì e no, ma sanno
ed ignorano all’unisono…
e proseguono
insieme,
vanno e vengono
insieme nel va e vieni del viaggio.

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orme sabbia cammno

PRESTO DI MATTINA
Segui le orme

 

«Segui le orme del gregge», si legge nel Cantico dei cantici. Che altrove aggiunge: «Se non lo sai, o bella tra le belle,/ cammina sulle orme degli armenti;/ avvia le tue caprette,/ avviale alle dimore dei pastori»: come a dire ancora: «Fatti pastorella, e tu pure, tenendo dietro ai pastori, troverai il tuo amato là, dove si raccolgono i pastori sul meriggio».

Insegnamenti quanto mai attuali in questo tempo per le comunità cristiane, chiamate al pari dell’amata del Cantico a mettersi sulle tracce del gregge in cerca dell’Amato. E con lo stesso slancio: più del vino inebriante il suo amore, il desiderio dei suoi baci più del miele alla bocca; un ardente desiderio che ci conduce fuori da noi stessi, alla ricerca delle sue orme.

Sta per iniziare – mercoledì prossimo – il tempo della Quaresima, tempo di mettere i piedi in movimento nell’amore e nella pazienza di Cristo, calcando le sue orme. Una guida che ci precede nel cammino attraendoci.

A noi è chiesto di essere protesi così come ci invita l’incipit dell’inno liturgico della preghiera mattutina: «Protesi alla gioia pasquale,/ sulle orme di Cristo Signore,/ seguiamo l’austero cammino/ della santa Quaresima».

Sì, ancora una volta, una chiesa in uscita! Perché Lui è sempre in uscita, come viene descritto dalla Lettera agli Ebrei, ove si tratteggia una sequela desiderante e amorosa verso l’Amato: «Gesù per santificare il popolo con il proprio sangue, patì fuori della porta della città. Usciamo dunque anche noi dall’accampamento e andiamo verso di lui, portando il suo obbrobrio, perché non abbiamo quaggiù una città stabile, ma cerchiamo quella futura», (13, 12-13).

Non è un itinerario solo penitenziale, quello della Quaresima, ma un seguire, salendo, l’amore; l’esperienza di ciò che ci manca porta alla ricerca di Qualcuno: la presenza dell’Assente, la Parola viva del Silente, lo sguardo del Vivente, il volto dell’Amato che, dopo la Pasqua, precede ancora e sempre oltre i discepoli nella Galilea nelle genti che è l’umanità di oggi.

Ardisco dire allora che la Quaresima è un cammino verso l’intimità di amicizia e di amore con il Risorto, con la sua umanità trasfigurata e di nuovo nascosta nell’umanità dei fratelli e delle sorelle; un cammino mistico che porta all’indicibile e trasformante incontro, che riunisce la vita degli amici del Nazareno, gli uomini e le donne delle beatitudini come unisce nel Cantico l’Amato all’Amata: «l’amata nell’amato trasformata» (Giovanni della Croce [Qui]).

Ecco perché ai miei occhi è apparsa la possibilità di declinare e vivere il senso di questa Quaresima, cogliendola nella corrispondenza con il testo poetico de Il Cantico dei cantici. Nella sua narrazione ho intravisto una efficace e coraggiosa immagine di ciò che ci attende lungo il cammino e del senso di ogni peregrinazione della fede.

Ho pensato che, se a Pasqua si dovrà intonare il canto nuovo della risurrezione, quale guida più coinvolgente e attraente potrà essere la strada in compagnia del Cantico dei cantici?

Scrive Agostino a commento del salmo 149: «Tutti coloro che in Cristo vengono rinnovati e cominciano ad essere partecipi della vita eterna, cantano il cantico nuovo. E questo è un cantico di pace, un cantico d’amore… Quando canti l’Alleluia, devi porgere il pane all’affamato, vestire il nudo, ospitare il pellegrino… Così esalti Dio con la voce, così canti il cantico nuovo, così dici l’Alleluia col cuore, con la bocca, con la vita». Il canto nuovo è il canto dell’amore perduto e ritrovato, l’Alleluia pasquale.

Si canta dice Agostino quando l’amore vuole manifestarsi, cantare è di chi ama: “cantare amantis est”.

È una sfida che si dovrà affrontare lungo il cammino. Ancora l’inno liturgico ci ricorda: «La legge e i profeti annunziarono/ dei quaranta giorni il mistero;/ Gesù consacrò nel deserto/questo tempo di grazia. Sia parca e frugale la mensa,/ sia sobria la lingua ed il cuore;/ fratelli, è tempo di ascoltare/ la voce dello Spirito».

Origene[Qui], commentando il versetto 3 del salmo 23 del buon Pastore in cui si legge «Mi ha fatto ritornare, mi conduce per sentieri di giustizia per amore del suo nome», così scrive: «Il Cristo cammina in testa, come fa il pastore; traccia il sentiero perché le pecore non abbiano che da mettere i piedi nelle sue orme; più tardi, egli inviterà gli amici alla sua mensa. La giustizia è l’abitudine a compiere azioni giuste» (Il salterio della Tradizione, Gribaudi, Torino 1983, 112).

Nel commentario del poeta e mistico spagnolo Luis de León[Qui] le orme sono le parole dell’amato che dialogano con quelle dell’amata: «“Dimmi; o amore dell’anima mia,/ dove vai a pascolare il gregge,/ dove lo fai riposare al meriggio/ perché io non sia come vagabonda/ dietro i greggi dei tuoi compagni”. Fin qui ha parlato l’amata.

Ora parla l’amato e risponde: “Se non lo sai o bellissima tra le donne, segui le orme del gregge e mena a pascolare le tue caprette presso le dimore dei pastori. Non può sopportare un cuore generoso, che chi lo ama soffra molto per lui o per causa sua. Perciò, avendo l’amato capito che l’amata lo desidera e vuole parlargli, le dice di seguire le orme del gregge e lo troverà… L’amata non ignora se stessa, conosce di essere scura e abbronzata dal sole. Ciò che avverte è l’assenza del suo sposo; ciò che desidera è sapere di lui, perciò lo prega di dirglielo».

Le orme del gregge sono la promessa di amore dell’amato, l’ultima sua parola, inizio del sentiero che la porterà all’incontro. La promessa è così parola simile all’orma, tra le tante parole che si scambiano è l’ultima che l’amato le affida come l’orma, dice Luis de León.

L’orma è l’ultima parte del piede capace di segnare il cammino: per questo seguire le orme equivale a lasciarsi guidare dalla promessa d’amore. «Orma in ebraico “hacab”, che è l’ultima parte del piede, il calcagno, e, usando la causa per l’effetto, è come dire: “l’orma che si lascia con il piede e con il calcagno”.

Dire che segua l’orma si può intendere in due modi: che l’amata segua l’amato o che segua l’orma lasciata dal gregge che è già passato; che vada dietro agli stessi capretti, seguendo le tracce che, per amore o per istinto naturale, li guidano verso le madri; esse la congiungeranno al suo amato.

Perché dobbiamo intendere che, come si suole fare, i capretti erano chiusi in casa, mentre l’amato portava le madri al pascolo e nei campi. E aggiunge: mena a pascolare le tue caprette presso le dimore dei pastori, che è come dire: ti porteranno dove le porta l’amore e dove hanno il loro pascolo, che è il luogo dove io sto con gli altri pastori», (Commento al Cantico dei cantici, Roma 2003, 52-53).

Il senso spirituale si può intendere anche in altro modo. La via per trovare Dio e la virtù non è quella che ognuno vuole immaginare e tracciare per conto proprio, ma è già indicata da coloro che ci hanno preceduti nel cammino della fede. La sequela Christi si fa camminando insieme agli uomini e alle donne delle beatitudini, calcando sentieri di giustizia.

Non solo orme, allora, ma anche baci.

Questi introducono l’inizio del cantico e li ritroviamo alla fine come le due polarità attraverso cui principia, si distende e culmina tutta la narrazione della storia drammatica di questo amore: che se è forte come la morte perché ad entrambi non ci si può sottrarre, è tuttavia assai più indomabile della morte: «Un rogo sono i suoi impeti/ d’incoercibili fiamme: non vale/ il mare a sopirne gli ardori,/ né a travolgerlo i fiumi» (traduzione poetica di Agostino Venanzio Reali).

«Mi baci coi baci della sua bocca! Perché buoni sono i tuoi amori, più del vino» (Ct 1,1). Letteralmente sarebbe: «mi baci con qualsiasi bacio», anche fatto di parole e di silenzi, di sguardi o di nascondimenti; tutto può essere un bacio d’amore, l’incontro come l’attesa, purché diventino la trama di una storia in cui una volta si cerca e un’altra si è cercati, ovvero si cerca e si trova insieme.

Il disvelarsi di una presenza, di una bellezza interiore, che rende belli anche fuori in modo sorprendente: «Chi è costei che sorge come l’aurora,/ bella come la luna, fulgida come il sole,/ terribile come schiere a vessilli spiegati?» (Ct 5,10).

L’aspirazione più grande: «Come vorrei che tu fossi mio fratello,/ allattato al seno di mia madre!/ Incontrandoti per strada ti potrei baciare/ senza che altri mi disprezzi./ Ti condurrei, ti introdurrei nella casa di mia madre;/ tu mi inizieresti all’arte dell’amore./ Ti farei bere vino aromatico/ e succo del mio melograno./ La sua sinistra è sotto il mio capo/ e la sua destra mi abbraccia», (Ct 8,1).

A questo proposito ci ha ricordato Gianfranco Ravasi[Qui] nel suo commentario al Cantico, che nella lirica amorosa egizia e mesopotamica, è costante l’uso degli epiteti «fratello-sorella» riferito agli innamorati. Ma lo steso si registra nel linguaggio amoroso dell’antico Vicino Oriente, ove l’amato veniva chiamato “fratello”; come in Ct 4,9.10.12; 5,1 e l’amata era interpellata anche come “sorella, sorella mia”.

Spigolando nelle interpretazioni ebraiche del Cantico si legge: «Nell’ascolto della Parola, il popolo di Dio consegue la più dolce intimità con il suo Signore, riconosce il proprio carisma e pone la sua delizia: “Il Signore… ha parlato con noi faccia a faccia, come chi bacia qualcuno, per la grandezza del suo amore, con cui ama noi più che le settanta nazioni”.

Israele, dunque, “ama camminare dietro la Legge buona”; è la Parola, infatti, la “fonte d’acque vive”, che lo disseta e che scorre perenne “come… le acque del grande fiume che scaturisce dall’Eden”; è la Parola il cibo che lo nutre, la guida che lo conduce, lai dolcezza che lo inebria, la medicina che lo guarisce», (Cantico dei Cantici, Targum e antiche interpretazioni ebraiche, Roma 1987, 69).

Ma è Bernardo di Chiaravalle[Qui], che nei suoi sermoni dà un’interpretazione spirituale suggestiva nel paragonare le tappe e il progresso del cammino spirituale attraverso la simbologia di tre baci. Il bacio dei piedi, quello della mano ed infine il bacio della bocca.

Il primo si riferisce al cammino penitenziale, il secondo alla grazia dell’amicizia del discepolo con il maestro: intreccio di umanità, il terzo è quello dell’intimità e unione mistica, esperienza che avviene dal dono dello Spirito.

Il bacio dunque come segno di riconciliazione, come segno umanissimo di pace tra fratelli poi: bacio santo tra cristiani che ne istituisce la fratellanza. E infine, come “sigillo sul cuore come sigillo sul braccio” (Ct 8,6), il bacio dell’effusione dello Spirito che introduce nel cammino contemplativo e porta all’unione mistica:

«La sua sinistra è sotto il mio capo/ e la sua destra mi abbraccia», (Ct 2, 6) senza tuttavia chiudere nell’intimismo perché risuona la voce dell’amato, che invia ai fratelli e alle sorelle per narrare con il canto anche a loro la prossimità di un amore: «Alzati, amica mia,/ mia bella, e vieni!/ Perché, ecco, l’inverno è passato,/ è cessata la pioggia, se n’è andata;/ i fiori sono apparsi nei campi,/ il tempo del canto è tornato» (Ct 2, 11-12).

Bernardo scrive «Il bacio, tutti lo sappiamo, è segno di pace. Se dunque, togliamo di mezzo l’ostacolo e l’ingiustizia e ci sarà la pace. Pertanto, quando facciamo penitenza, per ottenere la riconciliazione con Dio, dopo aver cancellato il peccato che ci separa da lui, il perdono che ci viene accordato, come altro potrei chiamarlo se non un bacio di pace? Ma noi non dobbiamo posarlo in nessun’altra parte se non ai piedi del Salvatore, poiché colmo d’umiltà e verecondia deve essere l’atto che ripara la superbia della trasgressione.

Ma quando, per vivere una vita più pura ed essere più degni di intrattenerci con Dio, ci vien fatto dono dell’ancor maggiore grazia di una certa piacevole familiarità con Lui, allora leviamo il capo dalla polvere con fiducia ancor più grande, per baciare, come si usa, la mano di colui che ci ha fatto del bene, il benefattore».

Ed infine il bacio per eccellenza, cioè di quello della bocca: «altro non è se non l’infusione dello Spirito Santo. Infatti, se si considera il Padre colui che bacia e il Figlio colui che viene baciato, non sarà fuori luogo ravvisare nel bacio lo Spirito Santo, il quale è la pace inalterabile del Padre e del Figlio, il loro saldo legame, il loro amore inseparabile e la loro indivisibile unità. Abbi fiducia, chiunque tu sia, abbi fiducia e non esitare» (Sermone sul Cantico dei Cantici, Casale Monferrato 1999, 74+)

È così che io immagino il cammino della Quaresima proteso alla gioia pasquale: nel segno dei tre baci della riconciliazione, della dolce amicizia con l’umanità di Cristo e del dono dello Spirito del Risorto, perché è «solamente l’amore che tiene perfettamente uniti» (Col 3,14).

Ho cercato se tutto questo poteva dirsi in poesia ed ho trovato, per grazia, orma e bacio.

Una traccia
Quando tu cammini di buon passo,
loro sono lì a migliaia a seguire la tua traccia:
la coorte degli uomini,
gli occhi sulla nuca, le reni, le caviglie, di colui che
precede.
Migra, la nostra specie, fino alla Terra del Fuoco,
fino al piede sulla luna,
e lascia solo una traccia.

Un lieve umido bacio
Le graminacee accarezzano le dita le dita dei
camminatori dell’alba,
danno del tu alle loro caviglie con un lieve umido
bacio.
Esse benedicono i migranti poi l’alba dei tempi.

(Jean-Pierre Sonnet)

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api ronzanti lavanda

PRESTO DI MATTINA
L’infinito intrattenimento

 

«Pur di una cosa ci affidi,
padre, e questa è: che un poco del tuo dono
sia passato per sempre nelle sillabe
che rechiamo con noi, api ronzanti.
Lontani andremo e serberemo un’eco
della tua voce, come si ricorda
del sole l’erba grigia
nelle corti scurite, tra le case.
E un giorno queste parole senza rumore
che teco educammo nutrite
di stanchezze e di silenzi,
parranno a un fraterno cuore
sapide di sale greco».

In queste rime, tratte da una delle nove liriche di Mediterraneo, Eugenio Montale [Qui] ringrazia il suo mare per avergli fatto da levatrice, contribuendo a far nascere da sillabe scurite, da parole stanche e silenti, versi poetici come api ronzanti e sapidi ad un cuore amico.

Grato pure alla sua voce marina, di cui, onda dopo onda, l’eco della risacca ha serbato memoria, come l’erba avvizzita il ricordo del sole. Sì: grato al mare per averlo educato alla poesia, e ad essere lui stesso poeta di parole che «teco educammo» e mai si perderà questo resto di dono, come una consegna da trasmettere ad altri, anche se «noi non sappiamo quale sortiremo domani, oscuro o lieto; forse il nostro cammino» (Tutte le poesie, Milano 1996, 51).

‘Ricevere in dono’, ‘affidare’, ‘ricordare’, ‘allevare’, ‘svezzare’, ‘trasmettere’: sono verbi che richiedono la pratica permanente dell’attenzione, non solo per un poeta e le sue parole silenziosamente “ronzanti”, ma per ogni processo conoscitivo − come il leggere e lo scrivere − e per ogni cammino educativo.

Attenzione come capacità di spingersi fin dentro la realtà e innalzarla, portarla allo scoperto per farla camminare, coglierne i molteplici e segreti legami, accrescere la consapevolezza di sé e degli altri, muovere la decisione della libertà all’azione.

Non meraviglia dunque che per Simone Weil [Qui] obiettivi dell’educazione siano sviluppare la ginnastica dell’attenzione, suscitare motivazioni per continuare ad apprendere, alimentando il gusto del bello; ma anche trovare connessioni tra le parole e la vita, quale presupposto per la narrazione di nuove storie e conversazioni, intesa come trovarsi insieme, tenersi insieme in vita comune con continuità e convinzione.

Per dirla con il titolo di un libro di Maurice Blanchot [Qui] l’educazione non solo di chi legge e di chi scrive, ma al vivere stesso è «l’entretien infini» (la conversazione infinita), che è come dire anche “l’infinito intrattenimento”.

L’esigenza, la necessità di educare è come quella di scrivere o di leggere, un andare sempre oltre la lettura, la scrittura, oltre l’educazione stessa per spingersi più in là, oltre se stessi, verso l’incontro con l’altro, verso un sapere condiviso, una consapevolezza che scaturisce da azione trasformante.

Quando mi riesce, cerco di iniziare a scrivere partendo da un testo poetico. Anche poche parole, perché esse catturano subito l’attenzione, consentendo di dimenticarmi. Devo leggere e rileggere parole altrui, concentrami sulle stesse fino a sillabarle, per immergermi in ciò che alla superfice non appare, per mettere in luce ciò che mi sembra oscuro, sconnesso a una prima lettura.

Attendo così alla porta senza fretta, come quando nella notte si aspetta il venire dell’aurora. Solo allora si fa un poco chiaro il mistero che contengono le parole ronzanti: tanto da scoprire a volte il nettare alla loro mensa.

Vi è così un legame molto profondo tra “attenzione e poesia”. Quest’ultima innalza l’attenzione, e l’attenzione conduce alla poesia: anzi poesia è la stessa attenzione al segreto stesso racchiuso nel reale.

Ce lo ricorda Cristina Campo [Qui] in un testo de Gli Imperdonabili (Adelfi eB, Milano 2014). La poesia come l’attenzione «è attesa, accettazione fervente, impavida del reale»; essa conduce alla sintesi ricomponendo in figure e simboli ciò che è sparpagliato nella vita.

«Poesia è anch’essa attenzione, cioè lettura su molteplici piani della realtà intorno a noi, che è verità in figure. E il poeta, che scioglie e ricompone quelle figure, è anch’egli un mediatore: tra l’uomo e il dio, tra l’uomo e l’altro uomo, tra l’uomo e le regole segrete della natura… L’attenzione è il solo cammino verso l’inesprimibile, la sola strada al mistero. Infatti è solidamente ancorata nel reale, e soltanto per allusioni celate nel reale si manifesta il mistero. I simboli delle sacre scritture, dei miti, delle fiabe, che per millenni hanno nutrito e consacrato la vita, si vestono delle forme più concrete di questa terra: dal Cespuglio Ardente al Grillo Parlante, dal Pomo della Conoscenza alle Zucche di Cenerentola», (I, 151-152)

Sono andato pure a spigolare nel libro di Simone Weil: L’ombra e la grazia. Investigazioni spirituali, (Rusconi, Milano 1996). Per lei l’insegnamento ha per fine quello di preparare all’azione trasformativa attraverso l’esercizio dell’attenzione.

Questa infatti «costituisce nell’uomo la facoltà creatrice», perché legata al desiderio che nella realtà cerca un consenso: convivialità. L’io quando si riempie di attenzione scompare, al pari di una pietra che cadendo in un recipiente d’acqua, lo svuota, trasformandosi da colui che ospita a colui che viene ospitato fuori di sé nella realtà, lasciando tutto il campo all’Altro/altri:

«L’attenzione, al suo grado più elevato, è la medesima cosa della preghiera. Suppone la fede e l’amore… Il poeta produce il bello con l’attenzione fissata su qualcosa di reale. Lo stesso avviene con l’atto d’amore. Sapere che quest’uomo, che ha fame e sete, esiste veramente come me – questo basta, il resto vien da sé. I valori autentici e puri del vero, del bello e del bene nell’attività di un essere umano si producono mediante un solo ed identico atto; una certa applicazione della totalità di attenzione su di un dato obbietto», (ivi, 124-127).

Nel 2021 è uscita per i tipi della Marietti la ristampa del libro della Weil Piccola cara. Lettere alle allieve. In queste lettere viene alla luce il suo impegno pedagogico, lo stile, le dinamiche, gli orientamenti e le finalità del processo educativo. Lo scambio epistolare ripercorre il suo insegnamento in vari licei di storia e filosofia tra il 1931 e il 1938.

Il comprendere è per lei costituito da un movimento ascendente: di delocalizzazione. Un passaggio ad un altro piano, volto a cogliere tutte le interrelazioni e i rapporti che agiscono nella realtà, offrendo “moventi” a noi stessi per agire.

«Il primo dei principi pedagogici è che, per educare [innalzare] qualcuno, bambino o adulto, occorre anzitutto innalzarlo ai suoi stessi occhi; occorre fare in modo che egli possa sentire nell’intimo di avere un valore, perché è questo l’atto dirompente capace di sovvertire l’ordine esistente».

Tale innalzamento equivale ad un risvegliarsi alla realtà di sé, delle cose e degli altri. Questo risveglio rende altresì accorti a non essere dipendenti dal proprio immaginario e smaschera le pretese ideologiche della società, proprio perché fa emergere in tutta la sua verità che io non sono la misura di tutto e nemmeno gli altri lo sono; per me irriducibile e smisurata è l’esperienza della realtà: «la gioia altro non è che il sentimento della realtà», «la pienezza del sentimento del reale», (ivi, 23).

Anche educare alla fede implica questo processo di apprendimento. Di qui la necessità di risvegliare l’attenzione in vista di un agire trasformante: “nell’attenzione si ha una coscienza luminosa”; “l’attenzione è la forma più pura e più rara della generosità” (Weil, Lezioni di filosofia).

Il Documento base Il Rinnovamento della catechesi, redatto sotto la spinta del Concilio Vaticano II, pubblicato nel 1970 e riconsegnato nel 1988 alla Chiesa italiana e alle parrocchie, resta un testo autorevole per comprendere il senso profondo dell’imparare a credere.

Ai nn. 38-39 si afferma che educare alla fede significa «educare al pensiero di Cristo, a vedere la storia come Lui, a giudicare la vita come Lui, a scegliere e ad amare come Lui, a sperare come insegna Lui, a vivere in Lui la comunione con il Padre e lo Spirito Santo. In una parola, nutrire e guidare la mentalità di fede… la fede nasce dalla chiara conoscenza del disegno di Dio e dalla profonda coscienza del suo amore. C’è vera mentalità di fede, quando c’è capacità di comprendere e di interpretare tutte le cose secondo la pienezza del pensiero di Cristo».

Così nei vangeli vediamo più volte il Rabbi di Nazareth risvegliare l’attenzione sulla realtà. Lo fa sin dall’inizio quando alla domanda dei discepoli: “dove abiti?” egli risponde: «Venite e vedete». È sempre lui che innalza i suoi discepoli ai loro stessi occhi, li apre alla coscienza della loro chiamata e della loro dignità, dicendo loro: «non vi chiamo più servi ma amici».

Non diversamente accade nel discorso della montagna, quando ricorda a suoi e alla gente il valore che essi hanno agli occhi del Padre suo: «Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro?… Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano. Ora se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani verrà gettata nel forno, non farà assai più per voi, gente di poca fede?»

O ancora «quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pesce, gli darà una serpe al posto del pesce? Se voi dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono!».

Per Agostino tre sono le parole che guidano il cammino della fede: Memoria Christi, expectatio Christi, Attentio in Christum. Si educa alla fede facendo memoria del Cristo; si educa alla speranza nell’attesa del Cristo; si educa alla prassi trasformante della carità se si pone attenzione al Cristo.

L’entretien infini, l’infinito convivio, è l’esperienza educativa, il perdurante invito a sedersi a mensa della Parola e del Pane franto nella vita per frangerlo con i poveri.

Simone Weil, scrivendo ad un allieva, le invia un testo poetico di George Herbert [Qui] dal titolo: Love. Si era intorno a metà novembre del 1938, e questi versi l’avevano segnata per sempre, innalzata ai suoi stessi occhi dallo sguardo del Cristo su di lei.

Scrive nella sua Autobiografia spirituale: «Né i sensi né l’immaginazione avevano avuto la minima parte in questa improvvisa conquista del Cristo; ho soltanto sentito, attraverso la sofferenza, la presenza di un amore analogo a quello che si legge nel sorriso di un viso amato».

Ecco il testo nella traduzione poetica di Cristina Campo

Amore

Amore mi diede il benvenuto; ma l’anima mia si ritrasse,
Di polvere macchiata e di peccato,
Ma Amore dal rapido sguardo, vedendomi esitante
Sin dal mio primo entrare,
Mi si fece vicino, dolcemente chiedendo,
Se di nulla mancassi.
Di un ospite, io dissi, degno di esse re qui.
Amore disse: Quello sarai tu.
Io, lo scortese e ingrato? O, amico mio,
Non posso alzare lo sguardo su Te.
Amore mi prese la mano e sorridendo rispose:
E chi fece gli occhi se non io?
È vero, Signore, ma li macchiai: se ne vada la mia vergogna
Là dove merita andare.
E non sai tu, disse Amore, chi portò questa colpa?
Se è così, servirò, mio caro.
Tu siederai, disse Amore, per gustare della mia carne.
Così io sedetti e mangiai.
(Piccola cara, 71).

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pecore gregge pascolo pastore

PRESTO DI MATTINA
“In lumine fidei”: Filippo Franceschi, il vescovo traghettatore del Concilio

 

Filippo Franceschi: un vescovo con stile sinodale.

«Cerchiamo di annunciare e servire il Vangelo, il quale solo ha la forza di aprirsi un varco nel cuore dell’uomo e di far crescere la nostra Chiesa»: queste parole sintetizzano la coscienza e l’agire pastorale del vescovo Filippo Franceschi [Qui], che per brevi ma intensissimi anni, dal 1976 al 1981, ha esercitato il suo ministero episcopale nella nostra diocesi e in quella di Comacchio.

Fu il vescovo che mi ha ordinato sacerdote nel 1977. Ma non è solo per questo che desidero ricordarlo in benedizione e rinnovata gratitudine nell’anniversario della sua morte il 30 dicembre di 33 anni fa a Padova.

Fino all’ultimo, al culmine della sua malattia, ha reso al vivo il suo motto episcopale, “Nella luce della fede”, incarnando le parole che dicevano la forma essenziale del suo credere: «credere nel Signore, nella Chiesa, nei compagni di strada chiunque essi siano».

All’omelia esequiale il patriarca di Venezia Marco Cè [Qui] disse: «In questi dieci mesi di sofferenza mons. Franceschi ha sperimentato l’abitazione del corpo come “esilio lontano dal Signore”, testimoniando l’attesa. “Docebat a ligno”. Come Gesù ci è stato maestro dalla Croce. In quel momento egli impugnò la candela del suo Battesimo ed entrò “solus” nella notte della prova, sostenuto dalla preghiera della sua Chiesa, fino al giorno in cui gli venne incontro Gesù stesso, “luce vera che illumina ogni uomo che viene in questo mondo”».

Il suo magistero fu un magistero tutto conciliare, proteso a far sviluppare sempre di più quei germogli del Concilio Vaticano II, che, diceva, non sarebbero germinati senza la nostra cooperazione, senza il nostro “camminare insieme di chiesa, il nostro «farsi prossimo” e “pellegrinare con la storia” per poter dare frutto».

Un pastore pellegrino con i laici”, così lo ha ricordato l’Azione cattolica di cui fu assistente nazionale dei giovani. E in quella transumanza della recezione dell’evento conciliare dalla chiesa universale alla nostre chiese locali di Ferrara e Comacchio, egli seppe declinare l’orizzonte profetico aperto dallo Spirito al Concilio, mantenendosi entro il solco della viva e autentica tradizione ecclesiale.

Per essere veramente «cattolica infatti la chiesa è chiamata a spingersi oltre le barriere di razza, di lingua, di cultura, di spazio, di tempo; essa come diceva san Bernardo “deve essere ante et retro oculata”. La sua tradizione non è solo “memoria”; è anche cammino in avanti».

In sintonia con lo stile conciliare fu aperto al dialogo anche con i lontani e con chiunque avesse a cuore l’umano. Promosse il dialogo tra fede e cultura, sperimentando il legame profondo che unisce pastorale e cultura: «la pastorale, quanto la cultura tendono ad un medesimo oggetto e, sotto certi aspetti, ad un medesimo fine: la dignità e la libertà della persona umana, la storia che, per garantire e rendere evidente tali dignità e libertà, deve essere piegata e volgersi al fine e alla totale vocazione dell’uomo».

Incoraggiò e sostenne con grande determinazione il coinvolgimento del popolo di Dio e dei battezzati per far crescere la coscienza comunitaria, attraverso l’impulso dato alla ministerialità nel pensare e nell’agire pastorale a servizio dell’evangelizzazione e della carità per una chiesa non solo “tutta ministeriale”, ma tutta missionaria.

Il vescovo Filippo è stato il traghettatore dell’evento conciliare. Egli ne ha accompagnato il cammino di una prima recezione, raccogliendo con amicizia e sollecitudine attorno a sé il suo presbiterio in questo processo di riforma ecclesiale.

Ci incoraggiava rammentandoci le parole di sant’Agostino, l’alleluia del camminare insieme: «“canta, come il viaggiatore, canta, ma cammina. Canta e cammina senza deviare, senza indietreggiare, senza fermarti. Qui canta nella speranza, lassù nel possesso”. Questo è l’alleluia della strada, che percorrerò con voi».

Non ho potuto non pensare alle parole di papa Francesco, ritrovando tra i testi del vescovo Filippo questo pensiero: «Nella Chiesa si vive e si opera docili allo Spirito, lasciandoci da lui guidare al servizio del Vangelo, con e per gli altri, per l’avvento del Regno di Dio, mistero di grazia e di pienezza».

Un pensiero che si specchia in quello recente del papa per il quale «il Sinodo non è un’indagine di opinioni, ma un momento ecclesiale il cui protagonista è lo Spirito Santo… è un evento di grazia, un processo di guarigione condotto dallo Spirito Santo, soffia in modo sempre sorprendente, per suggerire percorsi e linguaggi nuovi»,

Ma sono rimasto ancora più sorpreso scoprendo come gli interrogativi da lui posti alla nostra chiesa di allora siano ancora significativi oggi, che stiamo intraprendendo un nuovo cammino, quello sinodale, al fine di attuare quegli orientamenti ancora inespressi e inattuati dal Concilio.

Si domandava: «Ma verso quali prospettive si muove la nostra Chiesa, a quali obbiettivi orienta la propria azione pastorale? Il punto di partenza resta sempre quello della “unità di missione”. Nella Chiesa i ministeri sono diversi, ma anche le modalità, le forme con cui partecipa alla missione».

«Gli stessi interrogativi ritornano oggi: «Una Chiesa sinodale, annunciando il Vangelo, “cammina insieme”; come questo “camminare insieme” si realizza nella vostra Chiesa particolare? Quali passi lo Spirito ci invita a compiere per crescere nel nostro “camminare insieme”?».

Come a dire che il bene della comunione ecclesiale attraverso la partecipazione di tutti i battezzati, secondo la molteplicità dei ministeri suscitati dallo Spirito, deve caratterizzare anche oggi il nostro cammino.

Quale sintonia, solo incipiente allora, primi passi verso uno stile nuovo di comunione; sintonia pure con il tema proposto da papa Francesco per la prossima assemblea dei vescovi: «Comunione, partecipazione e missione».

Nella sua relazione il segretario generale del sinodo il card. Mario Grech [Qui] ricorda: «Per lungo tempo si è parlato della comunione come elemento costitutivo della Chiesa. Oggi appare chiaro che tale comunione, o è sinodale o non è comunione. Sembra uno slogan, ma il suo senso è preciso: la sinodalità è la forma della comunione della Chiesa-popolo di Dio.

Nel camminare insieme del Popolo di Dio con i suoi Pastori, nel processo sinodale in cui tutti partecipano, ciascuno secondo la propria funzione – Popolo di Dio, Collegio dei Vescovi, Vescovo di Roma – si determina una reciprocità dei soggetti e delle funzioni, che muove la Chiesa nel suo cammino in avanti, sotto la guida dello Spirito.

Non bisogna nascondersi che forse in passato si è tanto insistito sulla communio hierarchica: l’idea che l’unità della Chiesa si potesse fare unicamente rafforzando l’autorità dei Pastori. Per certi aspetti quel passaggio è stato anche necessario, quando, dopo il Concilio, erano apparse varie forme del dissenso.

Ma quella non può essere la modalità ordinaria di vivere la comunione ecclesiale, che domanda circolarità, reciprocità, cammino insieme nel rispetto delle rispettive funzioni nel Popolo di Dio. La comunione dunque non può che tradursi in partecipazione di tutti alla vita della Chiesa, ciascuno secondo la sua specifica condizione e funzione».

Nelle indicazioni Verso un piano pastorale (1979) il vescovo Filippo individuava quattro obbiettivi da perseguire insieme, per rivitalizzare le comunità cristiane di allora, che possono essere valide anche per il cammino di oggi.

Così, oggi, egli ci direbbe che quello sinodale dovrà essere «un itinerario verso la maturità di fede, verso una più chiara coscienza ecclesiale, verso una chiesa tutta ministeriale e più attenta a tutto ciò che avviene nel mondo».

Intendendo per maturità di fede «una fede consapevole, più personalizzata: una fede vissuta, che illumini ed orienti la condotta della vita, si esprima in scelte coerenti sul piano della esperienza personale, famigliare, sociale… Il problema “fede e vita”, “fede e storia” è un problema vero ma la sua soluzione, se può essere favorita e illuminata da un approfondimento dottrinale, deve essere ricercata nel concreto della esperienza cristiana, nel vissuto delle nostre comunità».

E aggiungeva questa maturità si riscopre solamente a partire dal senso genuino della “gratuità”: «Può sembrare una parola astratta; ma non lo è, viene assunto qui con un significato preciso. La “gratuità” richiama lo stile dell’azione di Dio; è il segno della sua benevolenza: rimanda alla parola “grazia”: dono gratuito.

La nostra azione deve conoscere la generosità di chi opera nel nome del Signore, cercando non ciò che può giovare a se stessi, ma quello che giova alla salvezza dell’uomo, alla crescita nella fede e nella carità dei fedeli».

Ricordava poi che «”coscienza di chiesa” è termine che il Concilio ha riproposto nella pienezza del suo significato. Compendia in sé non solo la conoscenza della Chiesa, come popolo di Dio, corpo di Cristo, sacramento di universale salvezza, ma anche il “senso di appartenenza”, il sentirsi membra vive di questa comunità riunita nel nome di Cristo il Signore, di questa comunità, animata dallo Spirito e gerarchicamente costituita: “l’esser consapevoli del posto che a ciascuno è assegnato nella Chiesa” per vocazione e per dono dello Spirito che di continuo l’arricchisce con diversità di carismi, di funzioni e di ministeri. Comporta inoltre ilpartecipare attivamente la vita e la missione della Chiesa”: ognuno secondo le proprie capacità e nelle condizioni di vita in cui di fatto si trova; e, quel che più vale, comporta infine che “l’essere Chiesa” diventi un criterio orientativo del proprio operare».

La ministerialità si vive come “una gara” nel senso paolino del termine: “gareggiate nello stimarvi a vicenda”, «nel servizio reciproco della carità capace sempre di testimoniare la privilegiata attenzione agli umili e ai poveri».

I segni dei tempi” è stato pure un tema conciliare molto caro a mons. Franceschi. Il concilio ha voluto una chiesa “rivolta” all’uomo – basti rileggere il discorso conclusivo di Paolo VI al Concilio – una chiesa chiamata pertanto ad essere attenta agli avvenimenti e alla vita degli uomini soprattutto dei poveri e dei sofferenti.

Esattamente quanto ci ricordava il vescovo Filippo: «non solo per capire le loro esigenze emergenti, il quadro sociale e culturale nel quale vivono, ma anche per leggere nella trama, spesso confusa, degli avvenimenti quei segni che rivelano tempi nuovi, (un cambiamento d’epoca direbbe papa Francesco), il modificarsi delle situazioni con possibili riflessi nella coscienza stessa dell’uomo, al quale la Chiesa stessa si rivolge.

Per questo sarà necessario che in qualche caso si rimettano in questione certi modi di vedere, (“si è sempre fatto così” è ancora papa Francesco) ritenuti certi, spesso solo perché si esita a prendere atto che molte cose sono modificate, altre in via di trasformazione in una società che ha come sua legge non la stabilità ma il cambiamento».

I segni dei tempi scriveva Franceschi sono quelli generativi della speranza che risvegliano la responsabilità per agire evangelicamente nell’oggi; essi «hanno rilevanza per una intelligenza del disegno di Dio nella storia, sollecitano un approfondimento della fede e la ricerca di modi per esprimerla, suggeriscono prospettive di azione pastorale, reclamano l’impegno dei cristiani».

Per riconoscerli egli indicava tre criteri: «il profondo senso di fede del Popolo di Dio – come suggerisce il Concilio – inteso come luce proiettata sui fatti della vita e della società, ed in costante confronto con la parola di Dio; poi il senso della storia come mistero di salvezza per il genere umano, o ancora come luogo del conflitto tra le forze del bene e del male.

Sono così fuorvianti e sono da rifiutare sia l’atteggiamento di nostalgia, cioè la fuga a ritroso nel tempo che fu, che è fatalmente una evasione dall’impegno nell’oggi; e sia l‘avvenirismo come fuga in avanti, nel futuro, che non conosce la pazienza di operare nell’oggi; il terzo criterio è la interiore disponibilità al nuovo inteso come superamento del vecchio».

In un’omelia in Cattedrale dell’aprile del 1978, dopo l’uccisione di Aldo Moro ricordava: «Portiamo dentro di noi la sofferenza di tanti nostri fratelli e quella del nostro paese. La Chiesa è nella storia e condivide il dramma dell’uomo: la Chiesa è nella storia per ripetere agli uomini che anche nelle ore buie c’è sempre una luce: la luce del Cristo che la notte e le tenebre non possono soffocare: la Chiesa è nella storia per ripetere, anche quando più arduo è sperare, la Buona Novella: l’evangelo di Dio. Dobbiamo avere viva coscienza di questa nostra missione. A noi non è consentito cedere allo sconforto e alla sfiducia».

Una pastorale dal volto profetico quella del vescovo Filippo, che spronava non solo a mettersi al passo col presente, ad attuare quell’“aggiornamento” – termine emblematico e qualificante del Concilio, chiesto da papa Giovanni XXIII – ma capace anche di indicare prospettive per il futuro, generative di una pastorale della speranza:

«Il cristiano e la comunità cristiana non sono arroccati a tutela di memorie, di tradizioni: altro è la tradizione, altro sono le tradizioni; altro onorare la memoria, altro è restarne prigionieri. La chiesa celebra la memoria, non la nostalgia.

Una comunità cristiana — è vero — sarà sempre preoccupata di fare riferimento alle radici della propria storia: «chi non ha passato, non ha futuro. Eppure la fecondità del passato si rivela nel presente e si proietta nel futuro da decifrare e da progettare a misura del benessere dell’uomo e della comunità umana.

Oggi le chiese sono chiamate a essere profetiche. Il profeta è colui che sa leggere nel presente, spesso complicato e contraddittorio, i segni del passato e i germi del futuro. In un tempo come il nostro che ha riproposto progetti per il futuro ed elaborato nuove utopie, ma che soffre per il cadere delle speranze, occorre saper annunciare la speranza».

Che dire di più? Il di più resta come un lievito nascosto che continua a fermentare in chi ha camminato con lui ed è stato segnato dal suo stile pastorale, restando a lui legato per quel vincolo indissolubile del sacramento che lo ha reso partecipe del suo ministero episcopale ora tutto raccolto nel suo motto: In lumine fidei.

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abbraccio coppia amore

PRESTO DI MATTINA
Il nome a te dovuto

 

«Mi diranno: “Qual è il suo nome?” E io che cosa risponderò loro?», (Esodo 3,14)». Qual è il nome a te dovuto? Perché si creda che esisti, che sei vero, realtà e non pensiero, un sogno, un idea mia? Non desiderio mio di darti un nome, un mio vaneggiamento; al contrario: «al tuo nome e al tuo ricordo si volge tutto il mio desiderio» (Is 26,8).

Solo l’esperienza mistica e quella poetica riescono l’impossibile: nominare l’alto senza nominarlo e dire il nome segreto dell’amore fin dall’inizio e cantarlo senza enunciarlo, come è nel Cantico dei cantici: «Mi baci con i baci della sua bocca! Sì, migliore del vino è il tuo amore. Inebrianti sono i tuoi profumi per la fragranza, “aroma che si spande è il tuo nome”: per questo le ragazze di te si innamorano. Trascinami con te, corriamo!», (Ct 1, 2-4).
Solo quando si ama si sperimenta la voce a lui dovuta: «Una voce! L’amato mio! Eccolo, viene saltando per i monti, balzando per le colline», (Ct 2,8).

Proferire la voce ‘trinità’, come pure il lemma ‘amore’, senza il cuore, senza averlo incontrato, senza la paura di averlo perso e poi la gioia di averlo ritrovato e di nuovo di correre a cercalo, questo dire e confessare senza amore, è come l’eco di conchiglie vuote sulla spiaggia, labbra ruminanti dall’onda mosse, muovono il vuoto di una mortale afasia. O come “stroboli” aperti di pigna, dopo che il vento ne ha disperso le sementi, stanno come lingue rinsecchite tramutate in legno: fremono al vento parole prive di vocali, inservibili: «Quand’anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non ho amore, divento un bronzo risonante o uno squillante cembalo. E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi l’amore, non sono nulla, a nulla gioverebbe», (1Cor 13,1-2).

Così è di chi prova a dire l’Altro nome ed ogni nome, senza l’arte “scombinatoria” dell’amore che lega e scioglie, costruttiva e creatrice di parole sempre nuove, e tuttavia ancora parole abbreviate, tronche nella loro finitezza, bisognose sempre di trascendersi, di protendersi al di là di sé stesse verso la loro intima sorgente, quella oltre ogni incontro: il volto dell’altro, sempre segreto e svelato ad un tempo, indecifrabile e detto, nascosto e ritrovato, circoscritto nella sua forma e cangiante e dispiegato all’infinito.

Così nome dopo nome, voce dopo voce, sguardo dopo sguardo, ancora oltre si ode nel silenzio il nome impronunciabile che è a lui dovuto: «Si, al di là della gente/ ti cerco./ Non nel tuo nome, se lo dicono,/ non nella tua immagine, se la dipingono./ Al di là, più in là, più oltre./ Al di là di te ti cerco./ Non nel tuo specchio/ e nella tua scrittura,/ nella tua anima nemmeno./ Di là, più oltre./ Al di là, ancora, più oltre/ di me ti cerco, Non sei/ ciò che io sento di te./ Non sei/ ciò che mi sta palpitando/ con sangue mio nelle vene,/ e non è me./ Al di là, più oltre ti cerco», (Pedro Salinas, La voce a te dovuta, Torino 1979, 11).

Anche i più solenni nomi e concetti della tradizione e teologia cristiane, distillati tra mille idiomi, come oro nel crogiolo nei primi concili, con l’intento di esprimere in sintesi la fede di tutti, decantati nel cuore di differenti culture di popoli per esprimere l’unico mistero della fede – come pure i misteri più insondabili della liturgia come quelli celebrati nella domenica della Santissima Trinità o del Corpus Dominirestano puro flatus vocis, semplici nomi, privi di consistenza per noi se non riescono a far udire l’altra voce: «Una voce! L’amato mio! Eccolo».

«La poesia è un’avventura verso l’assoluto. Si può arrivare più o meno vicino; si può fare più o meno strada, ecco tutto. Bisogna lasciar correre l’avventura, con tutta la bellezza del rischio, della probabilità, del gioco». Così Pedro Salinas descrive il suo itinerario poetico: un’erranza innamorata. Pertanto l’assolutezza della parola, come l’unicità del nome d’altri, sta oltre le parole e i nomi che nominiamo, voce che non può essere raccolta, se non continuando a desiderare, cercando e chiamando sempre di nuovo, attendendola anche quando giunge solo il suo silenzio e in quel silenzio gridi: “Trascinami con te, corriamo!”, tra un pieno e un vuoto, tra oscurità e chiarore, verso l’assoluto.

Lo stesso possiamo dirlo dell’esperienza mistica che è esperienza non di solitari e solitarie, neppure di pochi, ma di tutti coloro che osano la bellezza e il rischio dell’amore. Per Giovanni della Croce poesia e mistica furono abbracciate insieme come un’unica avventura, notte oscura, fiamma d’amor viva, salita al monte verso Kerem-El, il Carmelo, letteralmente ‘Vigna di Dio’.

Sabato scorso di mattina in libreria, sembrava aspettasse solo che gli passassi accanto per chiamarmi. La sua copertina non era nascosta tra i dorsi degli altri libri, ma esposta sullo scaffale in bella mostra. Proprio non si poteva non vederla, così familiare nel formato della collezione di poesia dell’Einaudi, nero su bianco: La voce a te dovuta. Poema, di Pedro Salinas, (Torino 1979). E lessi in fretta il breve testo per sentirne la voce e diceva: «E sto abbracciato a te/ senza chiederti nulla, per timore che non sia vero che tu vivi e mi ami». Trasalii! È questo un verbo che dice tutto e non esprime minimamente la dirompenza del sentimento che provai. Ma resistetti a quella voce seducente e non presi con me il libro; ne avevo già preso un altro: Scrivere per dire sì al mondo. Allontanandomi però stentii che era già segretamente entrato dentro di me a sparpagliarmi il cuore e i pensieri. Così andai all’Ariostea, certo che era là ad aspettarmi.

La raccolta poetica La voce a te dovuta appartiene alla piena maturità dell’autore, costituita da una settantina di brani. È tuttavia una raccolta unitaria, riunita come un poema d’amore per la continuità del tema che in essa si dispiega. L’ho sentita subito in alcuni tratti e versi così simile, oserei dire, così consonante al Cantico dei cantici, che è il luogo letterario, insieme ai testi profetici e alle beatitudini e parabole del Regno che meglio ci consente immaginare le cose future promesse nel Vangelo: promesse di giustizia, di pietà, di quell’amore più grande di tutti che sta nel dare la vita; un amore di cui non possiamo portarne il peso, se non a condizione che diventiamo familiari alla sua voce e la seguiamo come fosse una via, il nome a lui dovuto.

Immaginare la promessa: ecco il dono e il compito che lo Spirito chiede oggi ai cristiani per una conversione pastorale in stile sinodale. Occorre ridare volto, mani, piedi, cuore alle promesse e alle parole della fede di cui essi sono portatori, ascoltando, incontrando, accompagnando con il cuore. E non serve a nulla un semplice maquillage; non si cambia con i ritocchi di una cosmesi di superfice; non serve l’acido ialuronico per eliminare l’indurimento del cuore.

«Che cosa ci è stato promesso?»: si interroga Agostino nel suo Commento alla Prima lettera di Giovanni (IV, 6): «Saremo simili a lui, perché lo vedremo come egli è», ma aggiungeva con il sapere di chi ha amato e continua ad amare questo invito: «La lingua non è riuscita ad esprimersi meglio, ma il resto, le altre cose immaginatele, pensandole col cuore, (cetera corde cogitentur)». Ricreare il dirsi e il donarsi della fede, il suo credere e il suo sperare, a partire da un cuore pensante (Etty Illesum).

Le riflessioni di Maurice Merleau-Ponty (1908-1961) offrono alla teologia e al cristianesimo l’orizzonte di una fenomenologia della percezione e dello stile che consente di riscoprire uno “stil novo”, stile di abitare il mondo: «[Oggi] impariamo a veder nuovamente il mondo attorno a noi, da cui ci eravamo distolti nella convinzione che i nostri sensi non potessero insegnarci nulla di valido e che solo un sapere rigorosamente oggettivo meritasse di esser preso in considerazione … In un mondo così trasformato non siamo soli, e non siamo soltanto tra uomini. Questo mondo si offre anche agli animali, ai bambini, ai primitivi, ai pazzi, che lo abitano a modo loro e che coesistono con esso», (Conversazioni, Milano 2002, pp. 43-44).

Nel testo di Pedro Salinas c’è un passaggio per me significativo, illuminante, che mi ha ricordato il passare attraverso la notte oscura dei mistici spagnoli. Nella notte oscura, come insegna Giovanni della Croce, occorre restare abbracciati a colui che sembra averci abbandonato, lasciando solo il ricordo di una “pura voce d’ombra” e quella “solitudine immensa” di essere rimasti i soli ad amare l’altro che si è sottratto, come evaporato: «E sto abbracciato a te/ senza chiederti nulla, per timore/ che non sia vero/ che tu vivi e mi ami./ E sto abbracciato a te/ senza guardare e senza toccarti./ Non debba mai scoprire/ con domande, con carezze,/ quella solitudine immensa/ d’essere solo ad amarti».

Ma questa notte è per i mistici e i poeti e, per chi crede amando, la porta stretta che fa accedere ad un amore ancora sconosciuto; fa riudire una voce, una parola nuova oltre la parola, inimmaginabile e indicibile: un “incendio di amore” lo chiama Giovanni della Croce. Egli scrive: «se è vero che all’inizio della notte dello spirito non si avverte ancora quest’incendio d’amore, perché non ha ancora cominciato ad agire, tuttavia al suo posto il Signore dona subito un amore che verifica, permette di valutare, giudicare, un amore ‘estimativo’ di ciò che si sta vivendo». Una ferita d’amore sentita come un abbandono: «si tratta di un amore così elevato, che tutto ciò che l’anima soffre e sopporta di penoso nelle prove della notte oscura è il pensiero angosciante di aver perso Dio e di essere da lui abbandonata» (Notte oscura, 13,5). Oltre la porta della notte oscura si dice nel Cantico «trovai l’Amato del mio cuore, lo strinsi fortemente, e non lo lascerò» (Ct 3,4).

Nemmeno quel Dio, che ha ispirato il Cantico dei cantici per dare voce al suo nome impronunciabile Jhwh, è stato risparmiato da questa ferita d’amore, come di costato trafitto da lancia, “solitudine immensa” di essere il solo ad amare il suo popolo e sentire di non essere da lui riamato. «Perciò il Signore dice: “Poiché questo popolo si avvicina a me solo con la bocca e mi onora con le labbra, mentre il suo cuore è lontano da me, e il loro timore di me è solo un comandamento insegnato da uomini, perciò, ecco, io continuerò a fare meraviglie in mezzo a questo popolo, sì, meraviglie e prodigi; la sapienza dei suoi savi perirà e l’intelligenza dei suoi intelligenti scomparirà”», (Is 29, 13-14). «Essi hanno abbandonato me, sorgente di acqua viva, per scavarsi cisterne, cisterne screpolate, che non tengono l’acqua», (Gr 2, 13). Ed ancora «Ad Efraim io insegnavo a camminare tenendolo per mano, ma essi non compresero che avevo cura di loro. Io li traevo con legami di bontà, con vincoli d’amore. Come potrei abbandonarti. Il mio cuore si commuove dentro di me, il mio intimo freme di compassione» (Os 11, 3-4; 8).

Il modo tuo d’amare
è lasciare che io ti ami.
Il sì con cui ti abbandoni
è il silenzio. I tuoi baci
sono offrirmi le labbra
perché io le baci.
E sto abbracciato a te
senza chiederti nulla, per timore
che non sia vero
che tu vivi e mi ami.
E sto abbracciato a te
senza guardare e senza toccarti.
Non debba mai scoprire
con domande, con carezze,
quella solitudine immensa
d’essere solo ad amarti.
Se ancora non lo credo,
qualcosa già più denso,
più palpabile, la voce
con cui dici: «Ti amo»,
lotta per affermarti
contro il mio dubbio. Accanto
un corpo bacia, abbraccia,
frenetico, e cerca
qui la sua realtà,
in me che non ci credo;
bacia
per guadagnare la sua vita
ancora incerta,
puro miracolo, in me.
La notte è il grande dubbio
del mondo e del tuo amore.
Ho bisogno che il giorno
ogni giorno mi dica
che è il giorno, che è lui,
che è la luce: e li tu.
Ho bisogno del miracolo
insolito: un altro giorno
e la tua voce, a conferma
del prodigio di sempre.
Ed anche se tu taci,
nell’enorme distanza,
l’aurora, almeno,
l’aurora sì. La luce
che oggi lei mi porterà
sarà il gran sì del mondo
all’amore che ho per te.

Pedro Salinas, La voce a te dovuta. Poema, Torino, 1979

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PRESTO DI MATTINA
L’albero della Pasqua

 

Quanto è accaduto a Pasqua, il senso e le ragioni più intime di questo evento cruciale per la storia dell’uomo restano nascoste in Dio. E tuttavia non ci sfugge del tutto la forza di questo amore vittorioso sulla morte, dell’innesto di una nuova vita per ferita nel vivere umano reso sterile da una malvagità mortale, come quando s’innesta un pollone fruttifero, un buon virgulto, in una pianta selvatica. Il mistero di questa polla segreta si riversa nelle pieghe della storia, e da quella frattura sorgiva continuano a fluire e riverberarsi, riflettendosi nell’acqua, le tracce dei passi di Gesù risorto, come a proseguire quelle lasciate dal Padre sul Mar Rosso (nel Salmo 77): «Ti videro le acque, o Dio, ti videro le acque e ne furono sconvolte; sussultarono anche gli abissi. Sul mare la tua via, i tuoi sentieri sulle grandi acque, ma le tue orme rimasero invisibili». Ne troviamo traccia nei fatti accaduti allora: le donne che arrivarono al sepolcro scoprendolo vuoto; gente che si credeva ormai priva di speranza ritrova una strada; l’angoscia iniziale si dilegua di fronte al nulla fino a intuire, in quella fine del nulla che resta, un nuovo inizio.

Accadde la Pasqua nei suoi amici, così li aveva chiamati prima della sua passione. Dalla paura germogliò una gioia grande; dalla rassegnazione sgorgò una fede dapprima incredula, incespicante, poi balbettante e, a poco a poco, capace di annunciare con la stessa vita ciò che era accaduto loro: l’uscir fuori nel silenzio della notte come da candida crisalide ‒ non più che un lenzuolo funerario ‒ lo Spirito del Risorto nella sua carne gloriosa, datore di riconciliazione e di vita, che li saluta: “Pace a voi, venite, guardate, sentite, toccate le ferite, sono proprio io, non un fantasma. Avete qualcosa da mangiare?”. E poi il coraggio di ripartire ancora oltre i confini d’Israele: «non portate borsa, né bisaccia, né sandali. In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa”» (Lc 10,4). Ma non si fermò tutto in quel giorno.

Le orme impresse dallo Spirito per configgere Gesù Cristo ‒ come direbbe Francesco d’Assisi ‒ “in interiore homine”, hanno continuato a lasciare traccia nella trasformazione delle coscienze delle donne e degli uomini che sono venuti dopo, trasfuse nelle forme nascenti e aurorali di un nuovo stile di vita personale, sociale, religioso. Altri passi generativi di nuove storie di morte e risurrezione, di liberazione e di fraternità nei luoghi della schiavitù e dell’inimicizia. Come innesti vigorosi e fruttiferi su rami secchi o tagliati dell’umano vivere che nel momento in cui vengono percossi, feriti da quella salutare incisione, da quella stessa Pasqua, ne sono stati risanati. Guarisce così l’arbusto selvatico dalla sua sterilità di amore, e il suo futuro sarà come quello dell’ulivo cantato nel Salmo 52: «un olivo verdeggiante nella casa di Dio è chi confida nella sua fedeltà per sempre». Si diffonde e dilaga questa buona notizia ‒ come ci preannunciò il profeta Osea ‒ un vangelo per tutti ad un tempo attraente e fragrante: «si spanderanno i suoi germogli e avrà la bellezza dell’olivo e la fragranza del Libano» (14, 17).

Anche Paolo, l’errante tra le genti, nella lettera ai Romani ricorre alla metafora dell’innesto nell’ulivo per ricordare ai cristiani venuti dalle genti che la loro elezione in Cristo, mediante il dono pasquale del battesimo, va considerata come un trapianto nel buon ulivo dell’elezione di Israele. Elezione che resta indefettibile e non è andata perduta nemmeno con il rifiuto di quel virgulto cresciuto in terra arida. Anzi fu proprio grazie a quel rifiuto ‒ dirà ancora Paolo ‒ da quella spaccatura che fuoriuscì un’alleanza per tutti i popoli, accolti nell’alleanza primigenia e mai revocata con Israele.

Per questo i pagani, divenuti cristiani, dovranno guardarsi ‒ è ancora Paolo ad ammonirli ‒ dal disprezzare la radice da cui loro stessi hanno avuto vita e bandire ogni presunzione nei confronti di Israele. «Se alcuni rami sono stati tagliati e tu, che sei un olivo selvatico, sei stato innestato fra loro, diventando così partecipe della radice e della linfa dell’olivo, non vantarti contro i rami! Se ti vanti, ricordati che non sei tu che porti la radice, ma è la radice che porta te. … Se sei stato innestato su un olivo buono, quanto più essi, che sono della medesima natura, potranno venire di nuovo innestati sul proprio olivo!», (11, 17-18; 24).

Non diversamente si esprime anche Cirillo di Gerusalemme (313-386) nelle sue catechesi mistagogiche sul battesimo: «Recisi dall’oleastro siete stati innestati nell’ulivo buono e siete divenuti partecipi dell’abbondanza dell’ulivo. L’olio simboleggia la partecipazione all’abbondanza del Cristo che mette in fuga ogni traccia di potenza avversa. Egli è stato unto dell’olio spirituale di esultazione, cioè dello Spirito Santo chiamato olio di esultazione perché è l’autore della gioia spirituale. Voi siete stati unti di balsamo divenendo partecipi e compagni di Cristo», (Le catechesi ai misteri, 62-63; 68).

Ulivo gioioso e olio di letizia è Gesù a Pasqua. Nel testo di Isaia letto proprio da Gesù nella sinagoga di Nazareth (Lc 4, 18) che ispirerà e guiderà il suo ministero tra la gente per tre anni ‒ parole programmatiche di un annuncio e di una missione di consolazione ‒ l’olio ha la funzione di unire la sua persona con la sua stessa missione, quella dell’unto di Dio, il Messia: «Lo spirito del Signore Dio è su di me perché il Signore mi ha consacrato con l’unzione; mi ha mandato a portare il lieto annunzio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati» (Is 61,1-3). Lo stesso testo ci ricorda anche che la guarigione avviene mediante l’unzione con olio gioioso: «per allietare gli afflitti di Sion, per dare loro una corona invece della cenere, “olio di letizia” invece dell’abito da lutto». È “l’ulivo di unzione in misericordia” evocato da santa Caterina Vegri del nostro Corpus Domini di Ferrara, nel testo mistico I dodici giardini.

Il Cristo, a Pasqua, non è però solo l’unto del Signore, il suo Messia. Egli è l’«ulivo bello» riemerso dalle acque del diluvio, portato dallo spirito a Noè, il cui nome significa consolazione, riposo, conforto: «sul far della sera ecco la colomba aveva nel becco una tenera foglia di ulivo» (Gn 8,10). Il più bello tra i germogli di umanità, diffusa è la grazia sui suoi rami, benedetto per sempre da Dio; procedono da lui verità, mitezza, giustizia; le sue vesti son tutte mirra, aloè e cassia (Sal 44); vittorioso sull’ombra di morte, perché le sue grandi acque non possono spegnere l’amore né i fiumi travolgerlo (Ct 8,7).

Nel diluvio, l’ulivo e le altre piante non furono risparmiate, ma sommerse e travolte da onde impetuose. Esse tuttavia riemersero di nuovo al riemergere della terra nuova, come una rinascita. Forse fu per il loro spirito generoso, mite e innocente simile a quello del Servo del Signore cantato dal profeta Isaia: «Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca» (Is 53, 7). Del resto gli alberi non restituiscono nessuno dei colpi che vengono loro inferti, ma profumano di resina o di balsamo la scure che li recide. Non diversamente accadde a Gesù, la cui fragranza fluisce come olio profumato, lucente proprio quando viene percosso, privato dei suoi frutti come la bacchiatura delle olive (baculum /bastone). Come l’ulivo egli è un resistente e resiliente nella pratica della “satyagraha”, la “resistenza passiva”, o meglio letteralmente “insistenza per la verità”. Una resilienza nella verità che ben si coglie nell’interrogatorio di fronte al sommo sacerdote che gli chiedeva del suo insegnamento, quando Gesù rispose di aver parlato apertamente e insegnato in sinagoga e al tempio, tanto da invitarlo a interrogare quelli che l’avevano ascoltato: «Aveva appena detto questo, che una delle guardie presenti diede uno schiaffo a Gesù, dicendo: “Così rispondi al sommo sacerdote?”. Gli rispose Gesù: “Se ho parlato male, dimostrami dov’è il male; ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?”» (Gv 18, 22-23).

Nel romanzo di Grazia Deledda Il fuoco nell’uliveto viene rappresentato il dramma del venir meno dei rapporti tradizionali di coesione familiare in ambito etico, sociale e religioso. Si descrive pure, con cruda aderenza alla realtà, la crisi e il processo di trasformazione e rinnovamento percorso per fuoriuscire da un passato antico verso una condizione germinale: il tutto non senza lacerazioni tragiche come quelle evocate, per l’appunto, dall’incendio tra gli ulivi: «C’è il fuoco nell’oliveto. Brucia la casa, bruciano gli olivi intorno: anzi la casa è già bruciata… Agostino e altri uomini accorsi tagliano le piante per fare uno spazio libero intorno all’incendio perché questo non si estenda». Ritorna qui l’avanzare doloroso ma irresistibile della vita, che urge anche in modo violento per trovare vie di uscita nel passato che la trattiene e rinchiude. Si sperimenta qui, come a Pasqua, l’urto tra vecchio e nuovo; tra ciò che non vuol morire e tenta di impedire un nuovo nascere. Qui, tra pessimismo e di-speranza tutto il dramma di una salvazione che per essere vera deve passare oltre.

La Pasqua non è di un solo giorno, ma mistero di transito di ogni giorno. Di qui l’attributo di transiliens, il ‘passatore’, conferito a Gesù, colui che passa oltre, che fa Pasqua. Un’espressione che si trova nei salmi e viene spiegata da Sant’Agostino: «Questo salmo è cantato dal transiliens. Da colui che non domanda a Dio nient’altro che lui stesso, che ama Dio gratuitamente». Lo ricalca quasi alla lettera Ruperto di Deutz, per il quale «Questo salmo è cantato dal transiliens – l’incipit è identico a quello del vescovo d’Ippona – e cioè da colui che oltrepassa tutto per non desiderare altro che Dio con tutta la sua volontà e la sua retta intenzione».

L’ulivo è l’albero della Pasqua. Prediamo le sue foglie brunite di un verde scuro ombroso, da un lato; dall’altro bianche, argentee, luminose e risplendenti al sole. In esse poi il vento genera un movimento continuo ed esse passano così dall’oscurità alla lucentezza simile ad un varco, quello che attraversando la morte approda alla vita come nel passaggio della Pasqua.

Albero della Pasqua è l’ulivo perché egli può anche essere paragonato a un “pozzo di luce”. C’è sempre un balenare di luce tra i suoi rami e le sue fronde, per l’aria che sempre l’attraversa anche nell’oscurità più profonda, restano luminose. Fa luce non solo all’intorno ma ‒ quale meraviglia ! ‒ la luce scende lungo i rami, dentro alle cavità contorte dello stesso tronco fino a raggiungere le radici. Come a Pasqua la luce raggiunge quel fondo senza fondo del pozzo di tenebra e di morte che è stato il sepolcro di Gesù, da cui è uscito, da oriente a occidente, l’Altro sole.

Così provo anch’io a pregare come un ulivo, avvalendomi di un testo poetico di padre Agostino Venanzio Reali, come un “bacio degli ulivi al sole”, che al tramonto passa oltre nella Pasqua di ogni giorno.

Se non torni con noi
la terra si oscura,
e mirare il verde degli ulivi
è tristezza se non torni
sul giumento a recar pace
alle case alle contrade.
(Primavere, 88)

Ti cerco, mia luce,
non voglio appartenere alla notte.
Mi vien dietro la morte
quando tu sei via
e nel silenzio l’anima
si tende all’ascolto
come sposa sola.
Non siano le tue labbra mute,
tu che desti una voce a ogni cosa;
dischiudimi la mente alla preghiera,
allungami il cavo della speranza,
tu che pendesti alla croce per me.
Volgendomi alla mia traccia
tremo come locusta
in un esausto sole di stagnola.
Oltre la soglia amata
la luce delle colline
la rugiada dei pleniluni
i miei occhi ti aspettano,
non paghi di simboli,
sul diaframma del mondo.
Il sole cade svenato
fra scolte di cipressi
baciato dagli ulivi
che si estollono a gara
a vederlo morire,
esangue rosa sul mondo
(Nostoi/ritorni, 73).

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PRESTO DI MATTINA
Il pastore, gli agnelli e il pungitopo

 

«Considerato nella sua spirituale preparazione, il concilio ecumenico, a poche settimane dal suo radunarsi, sembra meritare l’invito del Signore: “Vedete tutti gli alberi, quando già rimetton le foglie, voi conoscete da voi stessi, solo a guardarli, che s’appressa l’estate; e allo stesso modo anche voi, quando vedrete avverarsi queste cose, sappiate che è vicino il regno di Dio”», (Lc 21,29-31). In questo testo del settembre del 1962 papa Giovanni XXIII vede il concilio e la chiesa radunata in esso, come una primizia e un segno dell’approssimarsi del regno di Dio. L’averlo desiderato ardentemente ‒ “giorno desiderato” lo chiama ‒ diviene pure invocazione, fiducia nello Spirito che sempre opera nella storia umana attraverso gli uomini e le donne di buon volere; ma anche un dono pasquale alla chiesa perché ritorni ad amare con cuore pastorale e s’avvicini alla vita della gente.

Un analogo desiderio, quello di fare Pasqua con i suoi, arde in Gesù lungo il cammino verso Gerusalemme: «“Desiderio desideravi. Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione» (Lc 22, 15). La Pasqua è la brama più intima di Gesù, desiderio di prossimità e di comunione con il Padre e con noi, ciò che lo spinge ad annunciare il Padre, il suo avvicinarsi all’uomo nella storia tramite la sua giustizia: «Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei. Alzati quindi gli occhi, Gesù vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: “Dove possiamo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?”», (Gv 6, 4-6). Scrive Agostino: «Il desiderio è il recesso più intimo del cuore. Quanto più il desiderio dilata il nostro cuore, tanto più diventeremo capaci di accogliere Dio». (Io. Evang., tr., 40, 10).

S’avvicina la Pasqua è pure il titolo, ripreso ogni volta come fosse un unico titolo, delle lettere pastorali di mons. Luigi Maverna, vescovo di Ferrara-Comacchio dal 1982 al 1995. Tornava ogni anno su quel versetto di Giovanni 6,4 come fosse un cristallo dalle molteplici sfaccettature. E tutte le volte riusciva a illuminarne un aspetto diverso, certo com’era, nell’approssimarsi della Pasqua, di «trovarla sempre nuova».

Pasqua: culmine e fonte in cui convergeva a da cui si irradiava il suo desiderio, accompagnato dal pensiero e dall’azione pastorali. Non per caso, alla messa in cui si congedò dalla diocesi fu salutato con il canto dell’Exultet pasquale, avendo egli confidato poco prima, alla vigilia di Pasqua, che gli sarebbe piaciuto morire mentre la Chiesa intonava quell’inno. Ci lasciò nel 1998 ai primi vespri della festa di Pentecoste: discesa dello Spirito santo su Maria e gli apostoli nel cenacolo, compimento della Pasqua nella chiesa, suo inizio e germe nel mondo attraverso l’annuncio del vangelo alle genti.

Se il vescovo Filippo Franceschi, suo predecessore (1976-1982), aveva introdotto e traghettato la nostra chiesa nella recezione del concilio, lui lo aveva declinato nella ferialità del suo cammino, promuovendo e attuando le strutture partecipative e di condivisione conciliari nel popolo di Dio, senza trascurare di animare il mistero nascosto in esso con una attiva partecipazione alla liturgia, che riteneva, unitamente ai poveri, il cuore della chiesa: «Una Chiesa povera per i poveri. Privilegiare i poveri, nella pastorale, è compiere opera di evangelizzazione». Timido e risoluto al contempo, nel testamento aveva scritto: «La Chiesa non è nelle grandi cose. La Chiesa è preparata dalla voce e dall’azione dei ministri e dei fedeli, la Chiesa è dove è, dove sono i cuori umilmente aperti, accoglienti, concordi con Cristo. “Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, lì sono in mezzo a loro”. Lì, ad ascoltarlo; lì, a riamarlo; lì, a gustarlo e pregustarlo, lì per l’eternità. Di lì, la fecondità di un amore che raggiunge, spiritualmente, invisibilmente, soprannaturalmente, ma concretamente, i confini del mondo». Da lui appresi la sinodalità, quel camminare insieme così caro a Papa Francesco. Con lui la praticai anche nella comunità parrocchiale e diocesana. Un “vescovo fatto desiderio” scrissi commentando allora il suo testamento, perché così deve essere lo stile di chi si avvicina alla Pasqua: lui si apprestava all’incontro con il Cristo pasquale con il ‘massimo desiderio’, ‘desiderio bruciante’, appunto «Desiderio desideravi» (Lc 22,15).

Commentando il salmo 37 il vescovo d’Ippona Agostino scrive: «Sia dinanzi a lui il tuo desiderio; ed il Padre, che vede nel segreto, lo esaudirà. Il tuo desiderio è la tua preghiera; se continuo è il desiderio, continua è la preghiera. Il desiderio è la preghiera interiore che non conosce interruzione. … Se dentro al cuore c’è il desiderio, c’è anche il gemito; non sempre giunge alle orecchie degli uomini, ma mai resta lontano dalle orecchie di Dio (Enarr. in Ps., 37, 14). Il desiderio prega sempre, anche se la lingua tace: se desideri sempre, sempre preghi. Quando sonnecchia la preghiera? Quando si raffredda il desiderio, (Serm., 80, 7)».

Il desiderio di un possibile cambiamento e trasformazione affretta e avvicina la Pasqua, che ci viene incontro e risveglia il ricordo di ciò che in essa è accaduto: un ribaltamento delle sorti. Un inno della liturgia della settimana santa canta: «Trafissero (perforarunt) quel mite corpo e ne uscì sangue e acqua! La terra, il mare, il cielo, il mondo da quale fiume vengono purificati!»; ed Ambrogio: «In lui è risorto il mondo, in lui è risorto il cielo, in lui è risorta la terra; vi sarà infatti un cielo nuovo e una terra nuova», (De excessu fratris. Orazione funebre, II,102).

S’avvicina la Pasqua, avvicinati anche tu.

Avvicinati allora per ritrovare quella prossimità che nessun distanziamento potrà mai ostacolare: perché essa è il luogo della memoria vissuta, cresciuta con noi nella forma di una responsabilità: quella del continuare a fare memoria della dignità umana ogni volta tradita, venduta per un paio di sandali o per trenta denari, spogliata, crocifissa, ma ogni volta liberata dall’amore più grande, quello di chi dà la sua vita per farla nascere di nuovo. È questa la coscienza che Gesù ha avuto di sé nell’approssimarsi della Pasqua: «Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» (Gv 12, 24). Null’altro che questo è la Pasqua: la debolezza vittoriosa di un amore.

Avviciniamoci io e voi insieme, allora, per fare memoria dell’Ecce Homo e di ogni uomo e donna del nostro tempo che, essendo senza bellezza e apparenza per attirare gli sguardi, incarnano nel presente Colui che Pilato presentò alla folla. Non potrei descrivere meglio questa condizione, con più verità e drammaticità, delle parole incise da Primo Levi nell’esergo del suo libro più noto: Se questo è un uomo: Voi che vivete sicuri… Considerate se questo è un uomo/ Che lavora nel fango/ Che non conosce pace/ Che lotta per mezzo pane/ Che muore per un sì o per un no./ Considerate se questa è una donna,/ Senza capelli e senza nome/ Senza più forza di ricordare/ Vuoti gli occhi e freddo il grembo/ Come una rana d’inverno», (Einaudi, Torino, 2014, 2 e 177).

Anche se questo testo ‒ come sottolinea Cesare Segre nella postfazione ‒ riecheggia lo Shemà Israel (Ascolta, Israele) tuttavia «l’atto di fede manca; al contrario, si sviluppa il tono esortativo, dal Voi iniziale, ripreso anaforicamente nel terzo verso, agli imperativi Considerate (due volte), Meditate, Scolpitele, Ripetetele (in particolare i vv. 16-19 sono traduzione fedele del testo ebraico: «queste parole/ scolpitele nel vostro cuore/ stando in casa andando per via,/ coricandovi alzandovi»); e si conclude con una specie di maledizione per chi non obbedirà. A che cosa? All’obbligo del ricordo».

Esattamente quello stesso ricordo cui la Pasqua ci esorta. Il ricordo del mistero più alto di tutti, come lo chiama papa Leone Magno: «Quanti desiderano arrivare alla Pasqua del Signore, devono prepararsi a celebrare il mistero più alto di tutti, il mistero del sangue di Gesù Cristo che ha cancellato le nostre iniquità, facciamolo con i sacrifici della misericordia. Al Signore infatti nessun’altra devozione dei fedeli piace più di quella rivolta ai suoi poveri, e dove trova una misericordia premurosa là riconosce il segno della sua bontà», (Disc. 10 sulla Quar., 3-5; PL 54, 299-301)

C’è una poesia di Umberto Piersanti che mi ricorda il buon pastore che dà la vita come pure il Cristo, mite agnello, rialzato dalla morte, sanguinante ma vivo: l’Agnello mansueto che s’avvicina a noi proprio a Pasqua.

Cade la neve
larga, mesi e mesi,
gela fossi e fonti,
schianta querce e olmi,
sotterra case
e stalle, l’erbe gialle,
cancella gli stradini
fino a Viapiana
e muoiono gli agnelli
uno alla volta,
stridono nella stalla fredda,
fanno pena,
il pastore li guarda
desolato,
alza il falasco
fradicio, dissolto,
non c’è più un ceppo d’erba
la più gelata
venne una luce chiara
sulla neve,
l’aria fredda e liscia,
senza tempesta
restano tre agnelli,
li porta fuori,
storcono quelli il muso,
le zampe magre dentro
il nevone stanno incatenate,
belano i disperati,
soffiano forte
nella macchia li spinge
il buon pastore,
e con un ramo scava,
con le due mani
il pungitopo appare,
i frutti rossi
brillano colmi
e intatti, i cespi
freddi trapassano la neve
fitti e aguzzi
quando gli agnelli giungono
stremati,
brucano foglie e frutti
buttano sangue,
sugli spini lasciano la lana,
queti colmano i ventri
senza belare.

(Nel tempo che precede, Torino 2002, 71-72)

 

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PRESTO DI MATTINA
La fede dove non t’aspetti

 

Meraviglia di una fede che non t’aspetti, scaturita dall’intimo di una vita. Ti prende questa fede di sorpresa, e là dove non sospetti, è lei che trova te, come ti trova amore. «Trovommi Amor del tutto disarmato» direbbe il Petrarca, che aggiunge: «Erano i capei d’oro a l’aura sparsi/che’n mille dolci nodi gli avolgea,/e’l vago lume oltra misura ardea/di quei begli occhi, ch’or ne son sì scarsi;/e ’l viso di pietosi color’ farsi,/i’ che l’esca amorosa al petto avea,/qual meraviglia se di sùbito arsi?». Gli fa eco, con meraviglia non minore, la poetica di Giovanni della Croce per il quale guizzo di fiamma è la forma della fede come amore: «O fiamma d’amor viva, Che sì dolce ferisci L’alma, ed al centro più profondo vai; Poiché non sei, più schiva, L’opra, se vuoi, finisci, Rompi la tela al dolce incontro omai».

È proprio sorpresa di un incontro che non t’aspetti quello che fa aderire la fede all’«ordo amoris». L’espressione è di Agostino ed è ripresa da Pascal (come «l’ordre du coeur») e da Max Scheler nei suoi scritti sulla fenomenologia e l’amore. In tutti si coglie la convinzione che il sapere della fede passa attraverso un cuore. Se l’intelligenza e le sue ragioni (l’intellectus fidei) non vengono abitate dalla fides cordis; se la fede non segue l’ordinamento, il ritmo sullo spartito dell’amore, «anche se parlasse tutte le lingue degli uomini e degli angeli, se riuscisse a spostare le montagne sarebbe come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna: il resto di un nulla»(1 Cor 13,1). Così il credere, come il celebrare, o tesse la vita e si muove in essa, ad essa arriva e da essa riparte, o non serve a niente, perché ripete il nulla del suo vuoto: un tessere senza filo.

Come un libro scritto dall’amore, la fede, con il suo fare e il suo dire, pur nascosta dentro, esonda fuori per chi la incontra. Cristiana Campo, annotando la poesia Estasi di John Donne (1572-1631), riporta l’osservazione del critico letterario Giorgio Melchiori (1920-2009) che evidenzia in questo testo «l’uso amoroso del linguaggio teologico: il corpo come libro sacro, evangelo di una rivelazione. Ciò è di pochi poeti, e di pochissimi amanti, mentre il contrario è di tutti i mistici» (La tigre assenza, 265).

Come c’è un vangelo nascosto in ogni persona, così non c’è vita umana senza fede: magari quella che non t’aspetti, per quanto elementare essa possa dirsi e presentarsi. Del resto la vita nascente, infante, l’ha d’istinto quello di affidarsi. Un praticare l’alterità per imparare a vivere, per apprendere l’amore. Per Giovanni della Croce la fede, e la stessa esperienza mistica, come esperienza amorosa, determinano un collocarsi, un installarsi nella realtà stessa, nel cuore stesso della Scrittura, della Chiesa e della vita per realizzarle. La realtà presente è il luogo decisivo per incontrare l’Altro; il luogo in cui la fede rivela quella tenacia d’amore di cui parla il Cantico, quella che le grandi acque della morte non possono spegnere. “Tenace come una carezza” direbbe Ungaretti: «Periva il cuore. La tenace tua carezza Allontanò le tenebre, Le lacrime frenate a lungo Sgorgarono felici», (Vita d’uomo.Tutte le poesie, 314).

Lo stesso linguaggio della fede attraversa tutti gli ambiti della nostra esistenza: “far credito”, “provare l’affidabilità”, “fidarsi di qualcuno”, “essere di parola, mantenerla”. Una ‘soglia’ deve essere varcata, un confine attraversato in ogni esistenza umana in via di personalizzazione e di socializzazione. Passaggio verso un luogo di vulnerabilità è l’alterità che connota il credere: come una debolezza, perché si viene a dipendere dalla affidabilità dell’altro che si svela a poco a poco maturando la fiducia.

Imparare a credere è l’esercizio più umano. Non solo: è quello che ci rende sempre più umani, capaci di una libertà che si fa responsabile, che rende a sua volta affidabili per gli altri. La fede principia con il coraggio di praticare l’alterità con amore. Scrive Max Scheler: «Per questo l’amore è sempre stato per noi anche, nel contempo, l’atto originario con cui un ente – senza smettere di essere questo limitato ente – abbandona se stesso, per avere parte e prendere parte ad un altro ente». Il conoscere della fede «presuppone quindi sempre questo atto originario: un abbandonare sé e i suoi stati, i suoi propri contenuti di coscienza, un trascenderli, per giungere, per quanto possibile, ad un’esperienza vissuta di incontro col mondo. E quel che chiamiamo “reale”, effettivo, presuppone innanzitutto un atto del volere… [etico, che] presuppone a sua volta un amare, che lo preceda nella direzione e nel contenuto. L’amore, quindi, sempre risveglia alla conoscenza e al volere, anzi è la madre dello spirito e della ragione stessi» (Scritti sulla fenomenologia e l’amore, 118). La fede e l’amore hanno lo stesso luogo: l’umano vivere. E la fede è chiamata a pronunciarsi e ad esercitare la propria testimonianza sulla affidabilità dell’amore degli altri e dell’Altro.

Nei vangeli “la fede dove non t’aspetti” è stata pure l’esperienza fatta da Gesù nei tre anni del suo ministero, dentro e fuori la Palestina. Egli sembra non trovarla nei referenti e negli ambienti religiosi istituzionali, refrattari e increduli. Una sfiducia respingente e generativa di conflittualità sfocia in uno scontro aperto, tanto che egli alla fine dovette restare nascosto. “La fede dove non t’aspetti” egli la scopre invece nei piccoli; e lo stupore è tale che si cambia in esultanza: «In quella stessa ora Gesù esultò di gioia nello Spirito Santo e disse: “Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza”» (Lc 10,21-24; Mt 11,25-30).

Gli viene incontro all’improvviso mentre è in cammino per strade secondarie, attraversando poveri villaggi, nelle figure samaritane, negli amici come Lazzaro, Marta e Maria. Addirittura egli trova davvero grande la fede della donna siro fenicia, una pagana che lo rincorre senza rassegnarsi ai suoi rifiuti, ma ribattendo parola su parola: «[Dissero i discepoli]: “Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!”. Egli rispose: “Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele”. Ma quella si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui, dicendo: “Signore, aiutami!”. Ed egli rispose: “Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini”. “È vero, Signore – disse la donna -, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni”. Allora Gesù le replicò: “Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri”» (Mt 15, 26-27).

La stessa cosa accade nel racconto del centurione romano e del suo servo malato. Essendo egli pagano, non voleva mettere in difficoltà Gesù, facendolo entrare nella sua casa; così egli «mandò alcuni amici a dirgli: “Signore, non disturbarti! Io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto; per questo io stesso non mi sono ritenuto degno di venire da te; ma di’ una parola e il mio servo sarà guarito. Anch’io infatti sono nella condizione di subalterno e ho dei soldati sotto di me e dico a uno: “Va’!”, ed egli va; e a un altro: “Vieni!”, ed egli viene”. All’udire questo, Gesù lo ammirò e, volgendosi alla folla che lo seguiva, disse: “Io vi dico che neanche in Israele ho trovato una fede così grande!”». Così fu con Zaccheo e lo stesso evangelista Matteo entrambi odiati pubblicani, perché esattori delle tasse imposte al popolo dai Romani.

Ma Gesù la scorge nascosta e ammutolita in una madre vedova, nel villaggio di Nain, mentre va a seppellire l’unico figlio. È talmente oscurata dal suo dolore che sembra ormai senza più fede e per questo non si avvede nemmeno della presenza di Gesù. Ma questi non ha bisogno di parole: è lui che la scorge in quello che c’è nel cuore, in quell’indicibile dolore che lo spinse a muoversi, senza attendere un richiamo, appena la vide, e ne ebbe compassione: «Non piangere!», questo solo le disse, prima di restituire a lei e alla vita il figlio.

Altre volte, come nell’episodio della figlia morente di Giairo, il capo della sinagoga, la cui fede è messa alla prova da persone accorse in fretta, che gli dicono di non importunare più il maestro perché la figlia è morta. Vediamo Gesù farsi sostegno a quella fede ormai inaridita sul punto di smarrirsi e gli dice: «Non temere, continua solo ad aver fede!» (Mc 5, 21-43). Dieci lebbrosi furono guariti quella volta, ma uno solo ritornò indietro a ringraziare ed era un samaritano, un forestiero, un eretico.

Il bene della fede che non t’aspetti Gesù lo semina nelle sue parabole: quella dei due figli ai quali il padre chiede di andare a lavorare nella vigna: il primo disse sì andrò, ma poi non andò; il secondo figlio disse subito di no, ma poi andò. O quando domanda al dottore della legge, dopo la parabola del samaritano: «Chi gli fu prossimo di quei tre passati sulla strada?» «Chi ha avuto compassione di lui» fu la risposta. Gesù gli disse: «Va’ e anche tu fa’ lo stesso».

Ci ricorda la lettera agli Ebrei che Gesù «imparò l’obbedienza dalle cose che patì» (Eb 5,8), dall’esperienza di quella fede condivisa con i poveri e i piccoli che è pratica di ospitalità verso tutti, e che apprende affidandosi a colui che egli chiamava “il Padre suo” rivelandolo come il Dio affidabile a cui prestare fede; imparando pure dalla “fede che non t’aspetti”, un abbandonarsi fiduciosi per lasciarsi trasformare. Ci ricorda Paolo che nel vangelo, che è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede, si rivela l’affidabilità di Dio, da fede a fede, come sta scritto: «il giusto per fede vivrà» (Rm 1,17)

Sta terminando la settimana detta “Laetare”, un “ristori” si direbbe oggi, nel rigore del tempo quaresimale. Così in questa settimana ci ha accompagnato un ritornello, annuncio di buone notizie che ha inteso anticipare la gioia, l’ormai vicina gioia pasquale, una luce alla fine del tunnel della quaresima: «Rallegrati, Gerusalemme, sfavillate di gioia con essa, voi che eravate nel lutto e voi tutti che l’amate radunatevi». (Is 66,10-11). Una letizia che non t’aspettavi.

All’inizio di questa settimana, sorpresa di una fede di cui non si vedeva traccia alcuna: un whatsapp di un amico che diceva «guarda, per il tuo prossimo mattutino e poi sono sicuro che ti evocherà una scintilla giusta». A seguire un girasole e un filmato con Laura Pausini che raccontava a Fiorello gli esordi della sua passione musicale, cresciuta in parrocchia con i canti della messa. Poi, improvvisamente intona un canto di chiesa e lo ripete insieme alle persone che erano presenti; sembrava la messa della domenica Laetare in parrocchia: «E sarai servo di ogni uomo, Servo per amore, Sacerdote dell’umanità». Fiorello sgranava gli occhi incredulo e, al canto dell’Osanna, pure lui si lascia coinvolgere da quel coro parrocchiale improvvisato. Ed era tale l’entusiasmo loro che a me sembrava uscisse fuori con le parole anche la loro fede nascosta dentro. Non era più un semplice canto, ma sulle loro labbra la musica e la gioia erano diventate una lode e un rendimento di grazie. Mi sembrava proprio di stare a messa, ed ho pensato è proprio vero: Hilarem datorem diligit Deus», il Signore ama chi dona con gioia.

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PRESTO DI MATTINA
Passare dall’altra parte con cuore non incerto

 

«Per fede in qualcuno che non conosceva…
Poteva passare da un luogo familiare
A un posto mai attraversato
Poteva contemplare il cammino con cuore non incerto [with unpuzzled heart
(Emily Dikinson).

Come per Abramo, l’arte di passare dall’altra parte è la fede: un fatto che quando accade stupisce e spaventa al contempo. La compongono l’invocazione e l’attesa che come tessere di un puzzle sono in cerca di corrispondenze, finché a poco a poco se ne scopre la figura, e il loro cammino risulta sempre meno incerto.

Come il linguaggio ‒ che pone fuori di noi e al tempo stesso ci riporta dentro, un andare incontro ed essere incontrati, che chiede un distacco attraverso una frattura ‒ così la fede è frattura instauratrice, generativa di un legame, di un reciproco dirsi e riconoscersi. Un incamminarsi che ogni volta avvicina senza perdere l’identità di ciascuno, unisce senza confondere, come gli sguardi che s’incrociano senza smarrirsi l’uno nell’altro. Nella fede la parola e la stessa libertà si nascondono e si ritrovano nelle parole e nella libertà dell’altro, attuandosi ogni volta nella forma di una donazione, da cui sgorga una fiducia sempre meno incerta. Solo affidandosi, infatti, la libertà, trascinata fuori dalla parola, è situata alla presenza dell’altro; e al tempo stesso essa viene nuovamente posta di fronte a se stessa, su un confine, quello di un linguaggio che si fa prassi, di pratiche comunitarie che si fanno parole, racconto. La fede è una libertà che si affida camminando e raccontando.

Ne è un esempio emblematico il Vaticano II, il concilio in cui la chiesa si è rimessa in strada, rinnovando il suo atto di fede come amore e come speranza di fronte al mondo contemporaneo. Con quest’evento essa è passata dall’altra parte, creando un varco nei i bastioni, non senza il turbamento di molti, ed ha cercato di vedersi con gli occhi degli altri, donne e uomini del proprio tempo, provando ad «amare l’uomo per amare Dio» (Paolo VI) perché Dio aveva i loro occhi. Camminando tra la gente, in dialogo con le varie culture e religioni, essa ha trapassato con il suo sguardo il loro, rivelando con ciò il suo volto missionario ‒ quello del Cristo, lumen gentium ‒ tornato a risplendere sul suo volto lunare: lei che è sorella della luna ed entrambe lo specchio del sole quando la terra si adombra. L’evento conciliare fu il ‘fatto’ che manifestò e in cui si riversò la sua fede, raggi riflessi di un amore per le vie del mondo fino ad abbracciarlo nelle sue periferie storiche ed esistenziali.

«Ci torna qui opportuno e felicescriveva Giovanni XXIII ad inizio concilio un richiamo al simbolismo del cero pasquale. Ad un tocco della liturgia, ecco risuona il suo nome: Lumen Christi.La chiesa di Gesù da tutti i punti della terra risponde: Deo gratias, Deo gratias, come dire: Sì: lumen Christi: lumen ecclesiae: lumen gentium. Che è mai infatti un concilio ecumenico se non il rinnovarsi di questo incontro della faccia di Gesù risorto, re glorioso e immortale, radiante per tutta la chiesa, a salute, a letizia e a splendore delle genti umane? È nella luce di questa apparizione che torna a buon proposito il salmo antico: “Solleva su noi la luce del tuo volto, o Signore! Tu hai posto letizia nel mio cuore” (Sal 4,7- 8)».

Si può ben dire allora, assecondando l’intuizione del Papa, che al concilio la chiesa tutta si raccolse orante con il salmo 27, 8-9: «Il mio cuore ripete il tuo invito: “Cercate il mio volto!”. Il tuo volto, Signore, io cerco. Non nascondermi il tuo volto». Lo ricercò nella storia e nelle vicende umane, quel volto insieme sfigurato e glorioso e in quella umanità trasfigurata del volto dell’Altro: insieme e unitamente rivelazione dell’umanità e paternità di un Dio e della dignità inviolabile di ogni umano volto.

Grazie all’assunzione del paradigma della storia, i padri conciliari ricongiunsero il Gesù storico con il Cristo della fede e, declinando la salvezza e la rivelazione come storia, si ritrovarono di nuovo, esperiti in umanità in cammino con Lui, tra la gente. Grazie alla “svolta antropologica”, al ricomporsi cioè del legame tra l’ambito della soggettività storica e umana e quello della oggettività della ragione, fu gettato un ponte per superare il divario creatosi tra la verità di Dio, il dono della sua auto-comunicazione all’uomo nella storia e il comprendersi dell’uomo nella ricerca della verità di se stesso qui nelle realtà terrene.

Si ripartì da quell’esperienza in cui l’uomo sperimenta di trascendersi e di comprendere se stesso a partire dall’incontro con l’altro, aperto all’ignoto e uditore della sua parola. Si ripartì dalla consapevolezza che nell’incontro si manifesta il volto di una presenza e di una conseguente responsabilità che non può mai essere circoscritta, compresa e misurata come si fa con gli oggetti, con le cose, perché smisuratezza e insondabilità ne costituiscono i tratti originari.

Fu così possibile al concilio ripensare con audacia, confrontarsi con le questioni antropologiche, culturali o politiche degli uomini e delle società, sino a giungere al rinnovamento della cristologia. Poter “dire Cristo” anche all’uomo di oggi, ridisegnandone il profilo a partire dalla sua umanità: in questo modo, il concilio indicava l‘humanitas Christi come chiave ermeneutica e principio di discernimento per affrontare i problemi più concreti e più gravi della modernità.

Se domandassimo al concilio qual è il “sacramento fondamentale”, il luogo di incontro con Dio e con l’umanità, senza dubbio ci risponderebbe: «l’umanità di Cristo». Allo stesso modo se chiedessimo qual è la “comunità fondamentale”, risponderebbe quella tra l’uomo e Dio: ovunque si dia apertura e accada tra loro intima unione di amicizia, in cui esperire e praticare l’unità di tutto il genere umano.

Lo esprime magnificamente Gaudium et spes 22, che rappresenta per così dire il ‘prologo’ di questa cristologia in ricerca dell’umanità di Gesù: «Con l’incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo. Ha lavorato con mani d’uomo, ha pensato con intelligenza d’uomo, ha agito con volontà d’uomo, ha amato con cuore d’uomo… soffrendo per noi non ci ha dato semplicemente l’esempio perché seguiamo le sue orme, ma ci ha anche aperta la strada: se la seguiamo, la vita e la morte vengono santificate e acquistano nuovo significato».

Ma gli stessi tratti si colgono anche nel discorso di chiusura del concilio che ci ha lasciato Paolo VI; specie in una pagina mirabile incentrata sul senso della chiesa per l’alterità, in ricerca del volto del Deus absconditus nell’umano: «Che se, venerati Fratelli e Figli tutti qui presenti, noi ricordiamo come nel volto d’ogni uomo, specialmente se reso trasparente dalle sue lacrime e dai suoi dolori, possiamo e dobbiamo ravvisare il volto di Cristo (cfr. Matth. 25, 40), il Figlio dell’uomo e se nel volto di Cristo possiamo e dobbiamo poi ravvisare il volto del Padre celeste:chi vede me, disse Gesù, vede anche il Padre” (Io. 14, 9),il nostro umanesimo si fa cristianesimo, e il nostro cristianesimo si fa teocentrico; tanto che possiamo altresì enunciare: per conoscere Dio bisogna conoscere l’uomo. Sarebbe allora questo Concilio, che all’uomo principalmente ha dedicato la sua studiosa attenzione, destinato a riproporre al mondo moderno la scala delle liberatrici e consolatrici ascensioni? non sarebbe, in definitiva, un semplice, nuovo e solenne insegnamento ad amare l’uomo per amare Iddio? Amare l’uomo, diciamo, non come strumento, ma come primo termine verso il supremo termine trascendente, principio e ragione d’ogni amore. E allora questo Concilio tutto si risolve nel suo conclusivo significato religioso, altro non essendo che un potente e amichevole invito all’umanità d’oggi a ritrovare, per via di fraterno amore, quel Dio “dal quale allontanarsi è cadere, al quale rivolgersi è risorgere, nel quale rimanere è stare saldi, al quale ritornare è rinascere, nel quale abitare è vivere, (S. August., Solil. 1, 1, 3; P. L. 32, 870)», (Discorso di chiusura, 7 dicembre 1965).

Passare dall’altra parte, come un passare di nuovo al vangelo è così apertura, un dischiudersi di futuro, anche per la chiesa d’oggi, il suo credere: «L’avvenire può essere solo quello del Vangelo», ma questo «non consiste nell’assicurare innanzitutto la propria sopravvivenza in quanto istituzione religiosa, ma nel permettere al Vangelo di Gesù di passare al mondo attraverso di essa per annunciargli la salvezza, e adempierla» (Joseph Moingt).

Si sta andando verso qualcosa di diverso; viviamo un momento di passaggio, che ci porta verso un’altra maniera di essere e fare chiesa, un altro modo di situarci nel mondo, di fare popolo di Dio, di essere preti e laici nella chiesa. È solo un’illusione quella di tornare indietro a ricostruire rovine, a ricostruire muri tra il sacro e il profano. La Chiesa altro non otterrebbe che autoescludersi, se ambisse a riprendere il potere (fortunatamente) perduto sulla società. Ben altre sono le influenze che la vicarìa di Cristo sulla terra è chiamata a esercitare: i poveri, gli esclusi reclamano una chiesa che si faccia buona notizia, vangelo, soprattutto per loro e non senza di loro.

Ignazio Silone (1900-1979) in Fontamara, romanzo ambientato tra i contadini della Marsica abruzzese, descrive bene lo status degli ultimi, di coloro che subiscono ingiustizia, che sono sopraffatti dai raggiri, dal dispotismo e dalla legge del più forte. Nella prefazione leggiamo: «L’oscura vicenda dei Fontamaresi è una monotona via crucis di cafoni affamati di terra che per generazioni e generazioni sudano sangue dall’alba al tramonto per ingrandire un minuscolo sterile podere, e non ci riescono… ma la sorte dei Torlognes è stata proprio il contrario. Nessuno dei Torlognes ha mai toccato la terra, neppure per svago, e di terra ne possiedono adesso estensioni sterminate, un pingue regno di molte diecine di migliaia di ettari. … I contadini poveri, gli uomini che fanno fruttificare la terra e soffrono la fame, i fellahin i coolies i peones i mugic i cafoni, si somigliano in tutti i paesi del mondo; sono, sulla faccia della terra, nazione a sé, razza a sé, chiesa a sé; eppure non si sono ancora visti due poveri in tutto identici». E così viene descritta la gerarchia sociale a Fontamara: «Michele pazientemente gli spiegò la nostra idea: “In capo a tutti c’è Dio, padrone del cielo. Questo ognuno lo sa. Poi viene il principe Torlonia, padrone della terra. Poi vengono le guardie del principe. Poi vengono i cani delle guardie del principe. Poi, nulla. Poi, ancora nulla. Poi, ancora nulla. Poi vengono i cafoni. E si può dire ch’è finito”», (Milano 1949, 17; 14; 31).

Quello che Silone racconta con la scrittura ‒ lui si definì “un socialista senza partito e cristiano senza chiesa” e Albert Camus disse di lui “Guardate a Silone egli è radicalmente legato alla sua terra, eppure è talmente europeo” ‒ Georges Rouault (1871-1958) lo ha fatto con la pittura. Non per caso era il pittore contemporaneo che Silone preferiva, e del quale amava soprattutto i volti del Cristo (le Saintes Faces). Tanto da dire che Il Cristo di Rouault era il più tremendamente e umanamente sofferente che avesse mai visto, così da ricordargli un personaggio di Fontamara.

Rouault dipinse la scena dell’incredula fede di Tommaso che si apre al riconoscimento del Risorto, fattosi presente in mezzo ai suoi dopo la risurrezione. Lo fece ritraendolo con un volto ed un corpo umano a cui è stato strappato dal dolore ogni decoro e dignità. Eppure egli intitolò il quadro “Sei tu Signore ti riconosco”. Perché la fede è proprio questo: la capacità di passare dall’altra parte, di riconosce e accogliere ‒ «with unpuzzled heart» ‒ con indiviso cuore nel volto degli ultimi lo stesso volto di Cristo, e nel Suo volto la loro e la propria storia.

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PRESTO DI MATTINA
Una nuova teologia

 

È possibile anche oggi una nuova teologia? Come quella che animò il Concilio Vaticano II, sulla scia di quel movimento di teologi, detto appunto “Nouvelle Theologie” che tra fine ’800 e inizio ’900 intesero riformare la teologia cattolica, che aveva confinato la parola “esperienza” dal suo vocabolario, dimentica pure del valore della soggettività umana e che, a forza di parlare di Dio usando l’intelletto, aveva scordato (ex-corde) il cuore, dimenticando che il Dio rivelato nella storia è come un fuoco che arde senza consumare? E che in questa storia Dio ha voluto soffrire una passione di amore? «Fuoco. Dio d’Abramo, Dio d’Isacco, Dio di Giacobbe. Non dei filosofi e dei dotti… Dio di Gesù Cristo», era per l’appunto il testo che Blaise Pascal teneva cucito nella tasca interna della sua giacca.

Questa nuova teologia nacque dalla constatazione dell’estraneità di un linguaggio teologico, irrigidito in categorie che non avevano alcun afflato spirituale, che non nutrivano più la fede nella vita di ogni giorno. La fede restava prigioniera in un’analisi razionale, confinata in un atto intellettuale, sino a permearsi dello stesso razionalismo che intendeva combattere. Tutto ciò causò un lento processo di cristallizzazione dell’esperienza cristiana in asserzioni dottrinali, che favorì il diffondersi di una teologia manualistica, chiusa alla ricerca e al dialogo con il mondo.

E oggi?

Questa domanda è affiorata in me leggendo alcuni testi del teologo domenicano Jean-Pierre Jossua, recentemente scomparso. Era legato alla scuola della “Nouvelle Teologie”, discepolo filiale di Yves Congar, per molti anni docente nell’ateneo parigino dei Gesuiti del Centre Sèvres. In particolare egli dedicò la sua vita a sviluppare una “teologia letteraria”, convinto com’era dell’importanza della letteratura per capire il cristianesimo, anche da parte di chi non crede. Nel 1985 pubblicò una Histoire religieuse de l’expérience littéraire in quattro volumi; due saggi in italiano: La passione dell’Infinito nella letteratura e La letteratura e l’inquietudine dell’assoluto. Come a dire che l’inquietudine della scrittura umana e letteraria genera risonanze nell’assoluto indicibile e nell’intraducibile sua parola e l’oltre eccedente ed infinito della sua manifestazione prende forma nell’incompiutezza delle parole umane.

Per padre Jossua la teologia è invitata a riprendere così una “sacra conversazione” con i poeti, con gli artisti; un conversare che si traduce in un convenire e dire insieme. Sono donne e uomini di confine che scavano pozzi profondi nell’umano, e anche quando non trovano una sorgente, quel vuoto, quel profondo buio che li lascia a mani vuote, desolati e ciechi, resta nondimeno presentimento di un ‘altrove’, di un oltre, del suo passaggio, residuo, di presenza, ombra della luce, orma sulla spiaggia che ogni volta l’onda cancella.

Il re Davide, poeta del salterio così canta nel salmo 139 (138): «Signore, tu mi scruti e mi conosci, tu conosci quando mi siedo e quando mi alzo, intendi da lontano i miei pensieri. La mia parola non è ancora sulla lingua ed ecco, Signore, già la conosci tutta. Se dico: “Almeno le tenebre mi avvolgano e la luce intorno a me sia notte”, nemmeno le tenebre per te sono tenebre e la notte è luminosa come il giorno; per te le tenebre sono come luce». Con la loro arte di colore e di parole, scrittori e artisti occultano per rivelare e manifestano per celare di nuovo, nascondono nell’immanenza delle cose, anche quella più povera di segni, la più ermetica e arida di parole, uno scarto di trascendenza, anche solo il dolore per la sua assenza. Invocazione e rassegnazione, attesa e incontro si rincorrono in un doloroso grido: “l’altro era qui e ora non c’è più; l’altro mi manca”. Ma non è pure questa l’esperienza dei mistici e la loro cifra letteraria?

Così anche quel ‘suscitatore delle cose’ che è stato Francis Ponge con il suo testo Partito preso per le cose, egli, nella muta pietra, nei ciottoli, in un ostrica o in una porta chiusa, nella superfice del pane – «come se si avesse a disposizione, sotto mano, le Alpi, il Tauro o la Cordigliera delle Ande» – ha fatto riemergere da ogni cosa ciò che di essa abbiamo dimenticato: “nella varietà delle cose, l’allegria della materia”, quella che se si resta alla superfice, sfiorando la corporeità solo con il tatto, senza l’affezione del cuore, non si riesce a cogliere, cosicché le parole stesse delle cose si ritraggono, nascondendo l’anima e ritornano così insignificanti, incomunicabili e impenetrabili nel profondo di loro stesse.

Ponge mi ha fatto ricordare un piccolo libro di Karl Rahner che titola Cose di ogni giorno, come pure un testo del suo amico di Pierre Charles: «La terra è la sola via che può condurre al cielo. E la terra non è un’idea, un ragionamento, un’astrazione o un concetto. Non è neppure una legge. Essa è una cosa, una cosa enorme, una massa di cose, le une sulle altre frammiste e brulicanti; essa è un universo. Se è vero che le cose devono condurci a Dio, vuol dire che esse possiedono tutto ciò che occorre per assolvere degnamente questo compito […] Pregare sempre non è astrarsi continuamente da tutto ciò che ci circonda. […] Per metterci sulla traccia di Dio, noi non dobbiamo lasciare la terra».

Non va perduto in letteratura né il piccolo segno dell’apice o dello iota posto accanto alle lettere – come segni minimi di risonanze evangeliche – ma neppure un respiro, che anela a ciò che è oltre. Fuoco è l’immaginazione che accende e fa ardere la scrittura: parole e segni l’alimentano; dalla fiamma figure sempre differenti e nuove affiorano, il tempo di un attimo per fissarle. Ed è dal suo continuo fiammeggiare che iniziano le storie. Così anche l’immaginazione si incammina oltre la fiamma che ha suscitato, sino a che, da fiamma a fiamma, si espande accanto o un po’ più in là. E sempre oltre vanno i passi di colui che guarda; finché anche il testo s’illumina d’immenso, come oltre la siepe dell’ermo colle, così caro, a scandagliare quell’oceano senza sponde: l’infinito nel finito.

Ha scritto Jean-Pierre Jossua «I poeti illustrano più di chiunque altro quel movimento di trascendenza che attraversa gran parte della letteratura moderna, così poco religiosa nel suo insieme. Ciò che li caratterizza e che hanno in comune è un grande interesse per i loro scambi vicendevoli, soprattutto attraverso le loro opere: una tendenza a comunicare con i loro fratelli in poesia, vivi o morti, come se si cercassero degli “intercessori”, per riprendere un termine che Baudelaire applica a Poe. Tutti citano, studiano, traducono, tentano di far conoscere i loro contemporanei o i loro predecessori. Esattamente come accade anche nelle altre arti, ma con più costanza e in un certo senso con più inquietudine. Perché? E perché bisogna che siano di nuovo termini religiosi, oltre a “intercessore”, a venire in mente per definire queste relazioni: una “sacra conversatio”, o ancora un “corpo mistico” dei poeti, una “comunione” tra loro, come si parla della “comunione dei santi”? Ogni letteratura nasce da uno scarto. E il linguaggio poetico si allontana singolarmente da quello della nostra vita corrente, nella misura di quell’ “assenza” della “vera vita” cui tende la poesia». Egli ricordava anche lo stretto rapporto esistente tra lo scrivere e il vivere, perché la scrittura accresce l’intensità del vivere, risvegliando l’attenzione. Per questo la letteratura può diventare il luogo dell’incontro con Dio, quasi un sacramento che rimanda all’oltre che essa nasconde. (La letteratura e l’inquietudine dell’assoluto, Reggio Emilia 2005, 74 e 22).

Così la teologia, per nascere di nuovo, deve ritornare ad essere in sinergia con tutto ciò che è umano e prima di tutto con il linguaggio. Cruciale diventa così per padre Jossua il problema del linguaggio: non solo come strumento espressivo, di comunicazione, ma inteso quale luogo in cui prendere coscienza di sé e del mondo. Nessuna teologia a impianto speculativo sarà mai capace di esprimere la forza creatrice propria della letteratura; senza la forza evocativa delle immagini, delle metafore e del linguaggio poetico, non è dicibile la prossimità e al tempo stesso la distanza dell’assoluto.

Ci potrà essere allora una nuova teologia solo riscoprendo la fides come affectus cordis. Affidabile è colui che condivide il tuo destino, che si fa prossimo, così vicino da sentirne il soffio leggero del respiro mentre ti cammina accanto. Nella Genesi questa “affezione del cuore”, che è affidabile perché si consegna a te, non trova forse corrispondenza simbolica nel soffio con cui Dio dà vita al corpo terroso e inanimato di Adamo? Lo stesso soffio narrato nella visione di Ezechiele che fa rivivere una distessa sterminata di ossa inaridite? Quante parole della nostra teologia, delle nostre catechesi e omelie sono come queste ossa. «Il Signore mi disse: “Figlio d’uomo, queste ossa potrebbero rivivere?” E io risposi: “Signore, Dio, tu lo sai”. Egli mi disse: «Profetizza su queste ossa, e dì loro: “Ossa secche, ascoltate la parola del Signore!” Così dice il Signore, Dio, a queste ossa: “Ecco, io faccio entrare in voi lo spirito e voi rivivrete; metterò su di voi dei muscoli, farò nascere su di voi della carne, vi coprirò di pelle, metterò in voi lo spirito, e rivivrete; e conoscerete che io sono il Signore”», (Ez 37, 3-6). Con l’immaginazione generata dall’ “affectus cordis”, Dio ritorna ad essere pervasivo, desiderabile nelle fibre di ogni cosa. Agostino ricorda che Dio si dovrebbe sentire come si sente il profumo di un fiore. Ci sarà nuova teologia nel momento in cui si saprà superare il pregiudizio che il concetto sia necessariamente più preciso dell’immagine. Diceva Newman ne La grammatica dell’assenso, «Di solito il cuore non è raggiunto attraverso la ragione ma attraverso l’immaginazione mediante dirette impressioni la testimonianza dei fatti le vocazione storica le narrazioni», (56-57).

Karl Rahner fu insieme a Joseph Ratzinger e ad altri teologi il gruppo di esperti che accompagnarono i vescovi tedeschi all’assise conciliare. Con i suoi saggi teologici riuscì a ricondurre ad una interpretazione unitaria gli stili teologici del Novecento, inclusa la neoscolastica, ed aprì prospettive nuove di riflessione alla teologia e alla pastorale. Egli esortava a riscoprire come fanno i poeti e i mistici quelle parole originarie, che sono tali perché aperte a un altrove: «Forse la teologia viva di domani sarà meno “scientifica” e la letteratura religiosa sarà molto teologica perché di nuovo, con onestà e radicalmente, torneranno a porre le questioni ultime in gioco nell’esistenza. Non dovremmo domandarci una buona volta dove sono mai i bei tempi nei quali i grandi teologi erano anche poeti e componevano inni? Quando potevano scrivere come un Ignazio di Antiochia o poetare come Metodio d’Olimpo o aprire il loro animo in inni come Adamo di San Vittore, Bonaventura e Tommaso D’Aquino? Dove sono finiti quei tempi? E la teologia è forse divenuta più sublime, perché oggi i teologi scrivono in prosa?», (Società umana e Chiesa di domani. Nuovi saggi, 1 Milano 1986, 482).

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PRESTO DI MATTINA
Il senso della fede

Il sentire della fede si può sperimentare in molti modi; è inizialmente percezione interiore e ascolto di ciò che sta fuori di noi, un sentire il mondo in un gioco di scambio, complesso, a volte empatico a volte conflittuale, che va per tentativi; si avanza come a tentoni, ricercando ciò che è affidabile per muovere i passi in un cammino in terra straniera, nei luoghi dove il roveto brucia senza consumarsi: «Il Signore vide che si era avvicinato per vedere e Dio lo chiamò dal roveto e disse: “Mosè, Mosè!”. Rispose: “Eccomi!”. Riprese: “Non avvicinarti! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è una terra santa!”».

Nel suo sorgere la fede è per tutti un ‘sentire l’altro e con lui’; un sentire che scaturisce dalla pratica dell’alterità nel quotidiano; un esperire l’altro come una fiamma che irrora e non consuma, come acqua che infiamma senza inaridire. La fede rende abitabile, per così dire, il mistero dell’altro e quando gli si fa spazio viene illuminata la nostra oscurità. Nella sua notte vediamo la luce, nel suo sentire impariamo l’ascolto, nel suo abbassarsi si è rialzati. Ritorniamo a vedere nei suoi occhi, a camminare nei suoi passi, ad accordarci nelle sue mani. Per fede innestati l’uno nell’altro, per quella ferita che guarisce per essa entra lo spirito dell’altro, “incandescenza rinfrescante, cauterio soave” e “gradita piaga” direbbe Giovanni della Croce.

Il senso della fede si esprime nella pratica del consegnarsi, quella della nostra libertà che si affida, poiché nell’incontro con l’altro ci si scopre e si diviene soggetti di libertà. È un sì all’altro che chiama e ci provoca a fidarci, aprendo la possibilità di un cammino che non si conosceva prima, ma anche tiene aperta la propria identità che progressivamente si rivela anche a noi stessi, poiché l’identità è nella relazione che viene alla luce. Di qui un sentire nuovo, generativo di conoscenza che trasforma, di consolazione e pace, che si sperimenta man mano che si attua e cresce nel dono di sé il vincolo di amicizia.

Il sentire della fede è cordiale. Non per caso è detto anche intuitus fidei o ‘istinto’ della fede come amore. «Cor ad cor loquitur» (il cuore parla al cuore) ricordava il card. Newman. Si parla e ci si ascolta attraverso il cuore, perché è il luogo da cui scaturisce la libertà che si affida all’altro nell’amicizia.

Il sentire della fede è sponsale. L’appartenersi e il trascendersi in divenire. Un cammino verso un compimento: tappe di un trovarsi e un perdersi, rincorrersi e incontrarsi di nuovo. Persistenti nel mutamento degli eventi e delle criticità, che caratterizza ogni migrazione da sé, ogni esodo verso quanto scambievolmente realizzato e di nuovo promesso e desiderato.
Per Giovanni della Croce l’immagine sponsale è più di una metafora poetica. Nella sua itineranza mistica, sulle note di un ‘Cantico spirituale’ che ripercorre lo spartito del Cantico dei cantici, egli intende con essa esprimere un vincolo sostanziale nello Spirito ”tra l’amore umano e quello di Dio che porta in sé una realtà che lo trascende”.

Il sentire della fede nella comunità cristiana è consonanza, un accordarsi dell’uno e del molteplice, il convenire di plurale e singolare, personale e ecclesiale.
Il «sensus fidei fidelium» ‒ così lo esprime il Concilio ‒ non sta solo nel suo contenuto, nel detto, nella professione di fede orale, ma vive, si attua e si esprime attraverso il vissuto esistenziale di ogni battezzato, il cui fare, la cui vita cristiana sono essi stessi un ‘dire’ attraverso il modo che gli è proprio ciò che è creduto.

Scrive al riguardo Sant’Agostino: «Quando Cristo dice: “O donna, grande è la tua fede”, e a un altro: “Uomo di poca fede, perché hai dubitato?” esprime con questo che ciascuno ha una fede che gli è propria. Ma si dice che coloro che credono le stesse cose hanno una sola fede, allo stesso modo che coloro che vogliono le stesse cose hanno una sola volontà». Qui dunque Agostino ci ricorda proprio che esistono due dimensioni del credere unite nella stessa persona: la fede in Dio non è infatti identica in tutti, perché la grazia ricevuta e l’abbandono fiducioso alla volontà di Dio possono variare di misura e intensità. Al contempo, però, la fede rimane sempre una sola e identica, perché è fede in quel Dio di Gesù di Nazaret che si è rivelato nella vita del figlio, nella sua azione e nelle sue parole e nell’intera sua vicenda storica, unico credo creduto nel tempo dalla testimonianza dei suoi amici. «Una cosa è ciò che si crede, altra cosa la fede con cui si crede», (De Trinitate 13, 2, 5). Unico è, dunque, il contenuto della fede; molteplici e pluriformi sono modi in cui la si sente. Sicché, come tessere di un gigantesco puzzle, o ancor meglio strumenti di un’immensa orchestra, ciascun fedele è chiamato, a modo suo, a interpretare lo spartito del comune credere: «Un solo corpo e un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio e Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, opera per mezzo di tutti ed è presente in tutti. A ciascuno di noi, tuttavia, è stata data la grazia secondo la misura del dono di Cristo», (Ef 4,4-6).

Se così è, non può che ripensarsi quell’immagine piramidale della Chiesa che vedrebbe al vertice alto i chierici e alla base i laici. È una figura del tutto incongrua con la realtà del ‘popolo di Dio‘ consegnataci dal Concilio, che è invece perfettamente rappresentata dalla metafora del ‘poliedro’ coniata da papa Francesco proprio per ricordarci l’unità e l’equivalenza delle diverse componenti ecclesiali. Tutti nella chiesa hanno diritto di rappresentanza, poiché tutto il popolo di Dio è il luogo dell’unità multiforme e diversificata del senso della fede. Scrive papa Francesco: «In tutti i battezzati, dal primo all’ultimo, opera la forza santificatrice dello Spirito che spinge a evangelizzare. Il Popolo di Dio è santo in ragione di questa unzione che lo rende infallibile in credendo. Questo significa che quando crede non si sbaglia, anche se non trova parole per esprimere la sua fede. Lo Spirito lo guida nella verità e lo conduce alla salvezza (Lumen gentium 12). Come parte del suo mistero d’amore verso l’umanità, Dio dota la totalità dei fedeli di un istinto della fede – il sensus fidei che li aiuta a discernere ciò che viene realmente da Dio. La presenza dello Spirito concede ai cristiani una certa connaturalità con le realtà divine e una saggezza che permette loro di coglierle intuitivamente, benché non dispongano degli strumenti adeguati per esprimerle con precisione. … Ciascun battezzato, qualunque sia la sua funzione nella Chiesa e il grado di istruzione della sua fede, è un soggetto attivo di evangelizzazione e sarebbe inadeguato pensare ad uno schema di evangelizzazione portato avanti da attori qualificati in cui il resto del popolo fedele fosse solamente recettivo delle loro azioni» (Evangelii Gaudium, 119-120).

Non v’è allora da sorprendersi se l’intuito della fede lo troviamo spesso negli umili, nei piccoli, nei semplici, in quelli che nella chiesa sono considerati illetterati e semplici discenti, rivelandosi invece spesso maestri del credere. Ricordate l’episodio del cieco guarito da Gesù che confessando la sua fede in colui che lo aveva guarito viene disprezzato da alcuni dottori della legge per la sua condizione di peccatore che non conosce la legge mosaica: «Rispose, loro non senza ironia, quell’uomo: “Proprio questo stupisce: che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. Sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma che, se uno onora Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta. Da che mondo è mondo, non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla”. Gli replicarono: “Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?”. E lo cacciarono fuori» (Gv 9, 30-34). Ecco l’istinto della fede.

Nel film di Terence Malick, The Tree of Life, il senso della fede di un credente non regge e si eclissa di fronte al sentire la fede di una madre che ha perduto un figlio. Nelle scene iniziali, che mostrano uno sfondo di vetrate, si sente una voce maschile ‒ forse un uomo di Chiesa ‒ che si rivolge alla madre dicendo: «Adesso lui è tra le mani di Dio». A queste parole di consolazione troppo convenzionali, la madre risponde con voce fuori campo: «È sempre stato nelle mani di Dio».

Portando la comunione a casa ad una persona anziana, subito dopo il Covid, sono stato colpito dal suo raccoglimento, dal suo isolarsi sola con il dono ricevuto, sentendo in sé, viva questa presenza. E mi dicevo: “guarda come è in comunione e non tanto come fa la comunione” e ne restavo ammirato. Anch’io mi scostavo un poco in raccoglimento verso il balcone a guardare i bagolari dei baluardi e il rampicante di bignonia nella sua spettacolare fioritura che copriva il tetto sottostante. È una scultrice e pittrice, questa persona, e così abbiamo cominciato a parlare della contemplazione: quella dell’arte e quella della fede. «Se non si è attenti ‒ diceva ‒ se non si ascolta la vita e non si guarda con accortezza colui che ci sta di fronte, non entriamo dentro al suo mistero, nemmeno abitiamo il mistero della natura». Contemplare è ritagliarsi uno spazio di cielo, come facevano gli auguri antichi, per entrare in comunicazione con l’altro, per riceverne auspici, per cogliere in profondità, cuore a cuore, il suo manifestarsi e così, comprendendolo, entrare in sintonia.

Mi parlò poi di suo fratello, al quale rimproverava, dopo la messa vissuta assieme, di non credere nella comunione: ma non perché non la ricevesse, ma perché non si raccoglieva a sufficienza in contemplazione, distraendosi subito dopo. E aggiunse: l’ho comunque rincuorato dicendogli che era in buona compagnia perché anche don Andrea, quando celebra, non crede nell’eucaristia. Nascosi lo stupore evitando di prorompere in un «ma nooo, cosa dice!!!». Percependo però il mio disagio, aggiunse: «eh sì perché anche lei dopo che si è comunicato, si lascia subito prendere da quelli che l’aspettano per la distribuzione del pane eucaristico, e così non si raccoglie alla presenza del mistero vivo che ha dentro. Se ne va subito altrove!». E’ vero, pensai. A volte sono più Marta di Maria. Il sentire della fede di quella donna anziana, che non sapeva certo di teologia, ha dato più profondità al mio stesso sentire quella presenza accolta in me, come oscurità che illumina, abbassamento umile, come un pane spezzato che si lascia mangiare e ti sostiene sollevandoti; uno sguardo che riapre gli occhi della fede quando si chiudono al dono e al compito della contemplazione.

Da una poesia di Clemente Rebora raccolgo questa suggestione: colui che contempla è come la lucciola raccolta nella mano, e il sentire palpitante del lume della fede arriva a manifestarsi come un grande sole:

«Lucciola, io ti chiudevo
Nella man come in cuore,
Perché nell’ombra lieve
Il palpitante lume
Ti paresse un gran sole».

PRESTO DI MATTINA
Chi sono io per te

Chi sono io? Questa domanda, del tutto inattesa, risalita da non so quali profondità dell’inconscio amareggiato, si era dilagata irruente nella coscienza mentre scendevo le scale di un condominio nei pressi della parrocchia, tanto tempo fa. Una domanda scandita come un ritornello, a ogni gradino, dopo la visita a una persona inferma costretta a letto. Ero stato rimproverato per la lunga assenza dall’ultimo incontro, e avevo sentito tutta l’impotenza e l’inutilità di un ministero che ti vuole tutto a tutti. Salire e scendere le scale per incontri brevi, apparentemente insignificanti e vuoti. Mi sentivo come un pane che si disperde in tante briciole senza capacità di sfamare alcuno.

Chi sono io? Attesi un momento lunghissimo per rispondermi. Scartai subito “sono un parroco” – e i suoi equivalenti: “sono un pastore”, “un prete” – quasi a voler lucidare l’armatura ammaccata. Mi accorsi così, scendendo quelle scale, che avevo continuato, come avevo fatto salendo e arrivando in bicicletta, a pregare la preghiera del cuore. Non avevo smesso nemmeno durante l’incontro, a invocare, dentro, il nome di Gesù su quelle interminabili afflizioni di una vecchiaia esausta.
Sentii allora salire la risposta da dentro avvinta ad un sospiro lento e consolante: “sono un uomo di preghiera”. Sì. Sì mi dissi: questo sono io. Qui staziona e da qui parte e ritorna sempre di nuovo, accrescendosi come un albero dalle sue radici, il mio “io” più autentico; quello non ripiegato su sé stesso, ma aperto e disteso al futuro. Avevo ritrovato la coscienza dell’io nella preghiera come essenza e pienezza dell’umano, in quello che chiamerei un sussulto mistico, risonanza del mistero di Dio nella banalità del quotidiano, in fare pregando.

Un “io” orante è “un io sempre in relazione”. Un io che si perde e si ritrova nell’amore per l’altro, pur incontrato nei luoghi del disamore e del non umano o dell’umano finire. Un io orante è un io “in progress; diviene un “io” credente, che si fa affidandosi nella relazione, e rimane irremovibile nel luogo della dignità e nella responsabilità dell’altro, come Tommaso Moro, un credente per tutte le stagioni perché orante. Un adagio liturgico dice lex orandi è lex credendi: la forma della preghiera dà forma alla stessa fede, è legge del suo agire come amore.

Romano Guardini sottolinea un altro aspetto: “Credere con riferimento alla propria vita significa vedere sempre il tutto” (Diario, Brescia, 1983). La preghiera è allora da comprendersi come un atto totale che investe e coinvolge l’interezza dell’esistere. Non sono solo le labbra a muoversi. Le tue cellule pregano, così il tuo corpo, le tue mani, i tuoi piedi, gli occhi e le orecchie. E lo stesso vale per i tuoi gesti, sia che tu stia fermo o cammini. Ma anche il tuo muto e smarrito silenzio prega. La tua preghiera si riveste così della forma, delle parole e delle loro assenze. È nei colori, dai più cupi ai più luminosi. E dimora nei sentimenti, da quelli più tristi a quelli che illuminano il volto: arcobaleno cangiante dell’esistenza, del tuo stesso vivere in relazione o in solitudine, quando abbracci e quando ti astieni dal farlo. La preghiera, come la comprensione dell’essere in Aristotele, “si dice in molti modi”, perché non ha una essenza ma comprende tutte le essenze, e quindi tutte le forme. Essa è nascosta in ogni piega del tempo; occupa ogni spazio; sta nell’intermezzo dell’aurora e del tramonto, tra il buio e la luce ed è di casa in entrambi, di giorno come di notte. È in ogni pausa e sospiro tra le parole, nell’attimo del battito delle ciglia come del cuore, quando si recita nell’arco del giorno per tre volte l’Angelus Domini, o nelle fragilissime ali raccolte di una farfalla come mani giunte in preghiera. Essa è già tutta nel primo vagito della vita nascente ed è ancora lì nell’ultimo rantolo di un morente.

Come la sapienza di Dio la preghiera costruisce pietra dopo pietra nel mondo e in noi la sua casa (Pr 9,1). Le lacrime e i sorrisi sono le sue sette colonne, il dolore del mondo le sue fondamenta. La sua tavola imbandita è la gioia del figlio perduto e ritrovato, dello sposo del Cantico per la sposa; la gioia che scopre la perla preziosa e il tesoro del Regno. Ogni preghiera, gemito inesprimibile dello spirito, converge misteriosamente nel gemito dell’intera creazione: quello delle cerve partorienti, dell’animale preso nella rete, braccato e ferito a morte dai bracconieri, nel silenzio di una stella che si spegne, nel cammino di una cometa. Immancabilmente si fonde con la preghiera eucaristica di Gesù e della Chiesa ogni domenica, preghiera dell’Agnello condotto al macello (Is 53,7; Ger 11,19), Agnello pasquale, immolato ma vivente.

Pregare in situazione di passività è certamente esserci nello sprofondo dell’afflizione che dà angoscia. Si prega allora con “labbra chiuse” come nella preghiera di Paolo VI per la morte di Aldo Moro: “Ed ora le nostre labbra, chiuse come da un enorme ostacolo, simile alla grossa pietra rotolata all’ingresso del sepolcro di Cristo, vogliono aprirsi per esprimere il «De profundis», il grido cioè ed il pianto dell’ineffabile dolore con cui la tragedia presente soffoca la nostra voce. E chi può ascoltare il nostro lamento, se non ancora Tu, o Dio della vita e della morte? Tu non hai esaudito la nostra supplica per la incolumità di Aldo Moro, di questo Uomo buono, mite, saggio, innocente ed amico; ma Tu, o Signore, non hai abbandonato il suo spirito immortale, segnato dalla Fede nel Cristo, che è la risurrezione e la vita. Per lui, per lui”.

Pregare in ascolto del silenzio di Dio, in compagnia di questo Dio incomprensibile e silenzioso, trovando sempre di continuo il coraggio di parlargli, di parlare entro l’oscurità con fede, confidenza e calma, sebbene apparentemente non venga alcuna risposta se non la vuota eco della propria voce (Cf. K. Rahner), genera un’esperienza di unione che trasforma la solitudine in gioia. È l’esperienza dei poeti e dei mistici, e di coloro che amano perdutamente e nel perdersi incontrano la gioia dell’incontro. Lo scolpisce con un solo verso Mariangela Gualtieri: “Forse la gioia è la preghiera più alta”.
Chi prega accede alla conoscenza di sé e attende la conoscenza dell’altro, anche quella di Colui – direbbe ancora Guardini – “che ha assunto la nostra nella sua esistenza. Così l’eco di questo mistero è che egli ci concede di accogliere la sua nella nostra esistenza” (Ivi, 168-169).

Piuttosto che in lunghe preghiere, Teresa d’Avila scopre sé stessa e si conosce misurandosi nella pratica del vivere e in rapporto al fare, all’azione; e in questo metteva in pratica il detto di Gesù: “Pregando, non sprecate parole come i pagani: essi credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate. Voi dunque pregate così: Padre nostro che sei nei cieli” (Mt 6, 7-9).
Così l’esperienza mistica per lei non è fine a sé stessa, ma deve attuarsi in una prassi, in un servizio alla vita; il culmine della preghiera non consiste nei rapimenti estatici, ma nella risposta all’altro. Così Teresa ha compreso se stessa attraverso questa esperienza di amicizia che è l’orazione aderendo alla volontà di Dio al modo di Gesù che diceva: “mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato” (Gv 4,34).
Ora, tutta la storia della sua vita, la sua autobiografia è stata riletta proprio attraverso quella stessa domanda che era affiorata in me: Chi sono io? Lo ha fatto in un saggio Emanuele Riu Chi sono io? Santa Teresa nel Libro della vita (in “La dimora interiore. Mistica e letteratura nel V centenario della nascita di Teresa de Avila“, rivista online, La Torre del Virrey, 2018). Scrive Riu: “La grandezza della Vida di santa Teresa sta dunque nell’illustrare al lettore la quotidianità della propria vita e nell’aprirgli la propria anima, consentendogli di partecipare ai suoi travagli più interiori e rendendolo in qualche modo partecipe di una ricerca del proprio “io”, condotta sul crinale fra l’oggettività patristica e medievale e l’inquietudine interiore tipica del soggetto moderno, acquisendo in vari modi tutti quegli spunti che dalla spiritualità medievale potessero condurla ad un rapporto con Dio in cui la propria interiorità fosse completamente in gioco” (ivi).

L’esperienza di Dio che si incontra nell’orazione è per la mistica d’Avila, non solo possibile a tutti, ma necessaria affinché ogni persona possa giungere alla coscienza autentica della propria identità, alla radice del proprio io che si sperimenta nell’alterità. Noi raggiungiamo l’autenticità della nostra umanità quando giungiamo al suo fondamento ultimo di ciò che realmente l’io è. Un io in relazione in vista dell’unione. E la preghiera è la forma dialogica e generativa di quel vincolo che tiene tutti perfettamente uniti: l’amore.

Una domanda tira l’altra. Non solo Chi sono io? ma pure Chi sono io per me? Come l’autobiografia teresiana, così Le confessioni di Agostino di Ippona costituiscono un percorso mistico, un’uscita dell’“io” da sé, alla ricerca della propria identità che è amore. Amanti e al contempo amati, fonte e destinazione di un sentimento di amore che generiamo e ci viene incontro dandoci una forma.
Si cerca nell’altro ulteriorità di senso e di vita. Ecco allora l’invocazione che cerca il volto dell’altro all’inizio delle Confessioni in forma di domande: Chi sono io per te? e Chi sei tu per me? fanno del testo di Agostino il suo itinerario mistico: la preghiera della sua vita:
“Ma chi mi farà riposare in te, chi ti farà venire nel mio cuore a inebriarlo? Allora dimenticherei i miei mali e il mio unico bene abbraccerei: te. Cosa sei per me? Abbi misericordia, affinché io parli. E cosa sono io stesso per te, sì che tu mi comandi di amarti. Oh, dimmi per la tua misericordia, Signore Dio mio, cosa sei per me. Di’ all’anima mia: “La salvezza tua io sono!” (Agostino, Le Confessioni, 1,1.5).

Non si può, su queste ultime note, non ricordare un episodio della vita di S. Teresa raffigurato anche in un dipinto della chiesa delle sorelle Carmelitane di via Borgovado. Un giorno la santa Madre nel monastero dell’Incarnazione di Avila stava scendendo le scale e quasi inciampò in un bel bambino che le sorrideva. Suor Teresa, sorpresa nel vedere un bambino all’interno del convento, gli si rivolse chiedendogli sorridendo: “E tu chi sei?”, allora il bambino rispose con un’altra domanda: “E chi sei tu?”. La Madre disse: “Io sono Teresa di Gesù”. Il bambino, sorridendo, le disse; “Io sono Gesù di Teresa”.

Dedico questo testo all’amico Gian Franco che ha attraversato la soglia del mistero di Dio, sua nuova dimora; egli mi ha accompagnato nel ministero pastorale, spalla a spalla, dal 1983 a S. Francesca prendendosi cura della comunità nello stile silenzioso e orante di Maria e in quello schietto, familiare e laborioso di Marta.

ABITARE UNA CASA DI VETRO
Cattolici e politica nel Terzo Millennio

Scrive Gregory Bateson: “Dice il proverbio che quelli che abitano in una casa di vetro, soprattutto se vi abitano con altri, dovrebbero pensarci bene prima di tirarsi dei sassi; e penso che sia opportuno ricordare a tutti gli occidentali che leggeranno questo saggio che essi vivono in una casa di vetro… In altre parole, noi tutti abbiamo in comune un groviglio di presupposizioni, molte delle quali hanno origini antiche. A mio parere, i nostri guai affondano le radici in questo groviglio di presupposizioni, molte delle quali sono insensate. Invece di puntare il dito contro questa o quella parte del nostro sistema globale , dovremmo esaminare le basi e la natura del sistema .”.

Vorrei provare, in merito al tipo di testimonianza che potrebbero offrire oggi i cattolici nella vita politica, proprio ad  addentrarmi in quel «groviglio di presupposizioni, molte delle quali sono insensate», «molte delle quali hanno origini antiche», che induce quotidianamente a “tirarci dei sassi”, incolpandoci gli uni gli altri dei «nostri guai», senza accorgerci che il mondo della politica in cui viviamo tutti insieme  è una fragilissima «casa di vetro» e che oggi necessita e più che mai invoca a gran voce un significativo progetto di liberazione. .

Da un punto di vista storico, fino al 1993 la Democrazia Cristiana ha rappresentato il partito di riferimento principale per i cattolici italiani.
Due elementi  ascrivibili agli ultimi decenni del XX secolo poi  hanno impedito oltre quella data alla Dc di continuare a detenere questo ruolo egemone  all’interno dell’elettorato cattolico.
Da un lato la caduta del muro di Berlino nel 1989 e la disintegrazione dell’Impero sovietico, hanno fatto venire meno il potentissimo collante ideologico anti comunista. Dall’altro le inchieste milanesi di Mani Pulite dell’inizio anni Novanta hanno avuto un ritorno devastante sull’opinione pubblica, all’interno della quale si è arrivati all’ identificazione di una immagine di partito formato da soli corrotti e corruttori.

Il 18 gennaio 1994 segna la data dell’atto di costituzione di un nuovo partito, il PPI, con segretario Martinazzoli. Abbiamo quindi assistito da lì in avanti ad una sorta di ‘diaspora cattolica, con la creazione sia a destra che a sinistra, di tutta una serie di fondazioni e successivo scioglimento, di nuovi gruppi ,partiti, movimenti di ispirazione cattolica la cui ricostruzione però esula dagli intenti di questo scritto.

L’impegno dei cattolici in politica oggi

 Dal Non éxpedit (in italiano: “non conviene), disposizione della Santa Sede con la quale nel 1868  si dichiarò inaccettabile che i cattolici italiani partecipassero alle elezioni politiche del Regno d’Italia e, per estensione, alla vita politica nazionale italiana, il cammino fatto dalla Chiesa in merito all’impegno dei credenti nelle cose del mondo si è evoluto in modo sostanziale.
Non potendo qui riportare tutte le tappe di tale percorso desidero richiamarne il punto di arrivo conclusivo, estrapolandolo però da un documento che, pur non occupandosi in modo diretto di tale questione, riassume magistralmente i caratteri principali su cui oggi la Chiesa legge il suo rapporto con il mondo e conseguentemente la relazione dei credenti  con la politica. Si tratta del Discorso di  Papa Francesco alla Curia Romana tenuto in occasione degli auguri natalizi del 21 dicembre 2019 .

Il punto di partenza di tale documento è il riconoscimento che “quella che stiamo vivendo non è semplicemente un’epoca di cambiamenti, ma è un cambiamento di epoca. Siamo, dunque, in uno di quei momenti nei quali i cambiamenti non sono più lineari, bensì epocali”. Si sottolinea quindi che “l’atteggiamento sano è piuttosto quello di lasciarsi interrogare dalle sfide del tempo presente e di coglierle con le virtù del discernimento”.
A tal fine viene suggerita una modalità decisamente innovativa rispetto alla tradizione:
”Noi dobbiamo avviare processi e non occupare spazi: Dio si manifesta in una rivelazione storica, nel tempo. Il tempo inizia i processi, lo spazio li cristallizza. Dio si trova nel tempo, nei processi in corso. Non bisogna privilegiare gli spazi di potere rispetto ai tempi, anche lunghi, dei processi. Noi dobbiamo avviare processi, più che occupare spazi. Dio si manifesta nel tempo ed è presente nei processi della storia. Questo fa privilegiare le azioni che generano dinamiche nuove. E richiede pazienza, attesa. Da ciò siamo sollecitati a leggere i segni dei tempi con gli occhi della fede, affinché la direzione di questo cambiamento risvegli nuove e vecchie domande con le quali è giusto e necessario confrontarsi”.

Nel documento si prende atto della fine di una epoca, l’epoca in cui esisteva il mondo cristiano da una parte e  un mondo da evangelizzare dall’altra: “Adesso questa situazione non esiste più… Nelle grandi città abbiamo bisogno di altre mappe, di altri paradigmi, che ci aiutino a riposizionare i nostri modi di pensare e i nostri atteggiamenti: Fratelli e sorelle, non siamo nella cristianità, non più! Oggi non siamo più gli unici che producono cultura, né i primi, né i più ascoltati. Abbiamo pertanto bisogno di un cambiamento di mentalità pastorale, che non vuol dire passare a una pastorale relativistica. Non siamo più in un regime di cristianità perché la fede – specialmente in Europa, ma pure in gran parte dell’Occidente – non costituisce più un presupposto ovvio del vivere comune, anzi spesso viene perfino negata, derisa, emarginata e ridicolizzata.“.

E infine il richiamo all’ultima intervista del Cardinal Martini, fatta  a pochi giorni dalla morte, non lascia alcun dubbio interpretativo sul senso della riflessione fatta nel documento e sulla direzione da prendersi:
«La Chiesa è rimasta indietro di duecento anni. Come mai non si scuote? Abbiamo paura? Paura invece di coraggio? Comunque la fede è il fondamento della Chiesa. La fede, la fiducia, il coraggio. […] Solo l’amore vince la stanchezza»”.

Sono affermazioni queste di una portata ‘politica’, nel senso dell’etimo greco del termine, straordinaria, in continuità senza dubbio con la direzione tracciata a suo tempo dal Concilio Vaticano Secondo, ma direi ancora più potenti oggi, poiché parlano direttamente all’uomo del terzo millennio e ad una società diversa da quella a cui si rivolgevano i padri conciliari.
La direzione dell’impegno della chiesa e del credente è chiaramente leggibile in questo documento, ma desidererei renderla ancora più evocativa affiancando una immagine metaforica tratta dal Mito della caverna narrato nel settimo libro de  La Repubblica di Platone.

In estrema sintesi il Mito della caverna descrive la condizione di uomini incatenati in un antro sotterraneo e costretti a guardare solo davanti a sé delle ombre, riflesso di immagini di oggetti che si muovono alle loro spalle. Platone ipotizza che uno di loro riesca a liberarsi dalle catene e quindi a vedere  le ombre per quel che sono, a risalire poi all’apertura e poter ammirare lo spettacolo scintillante delle cose reali. Ovviamente lo schiavo vorrebbe rimanere sempre là, a godere di quella grande bellezza, ma invece decide di tornare dentro la caverna per liberare i compagni, correndo il rischio di non essere creduto.
Platone intende far riferimento indubbiamente al ritorno del filosofo – politico, il quale se seguisse il suo solo desiderio, resterebbe a contemplare il vero, e invece superando il suo desiderio, scende per cercare di salvare anche gli altri: il vero politico, secondo Platone, non ama il comando ed il potere, ma usa comando e potere come servizio per attuare il bene.
Non esiste liberazione se non c’è liberazione anche dell’altro.

Saper ascoltare…

Volendo riassumere in un parola sola tutte le modalità dell’impegno politico del credente, utilizzerei il significato originario di quel “saper ascoltare “ spiegato dal professor Umberto Curi nel suo saggio La porta stretta: Il verbo ascoltare deriva dal greco akounein e nella Bibbia viene utilizzato non soltanto per significare prestare attenzione, ma soprattutto per invitare ad aprire il cuore e mettere in pratica ciò che si è ascoltato.”
Questo ascoltare profondamente è tipico dell’uomo di fede. e non potrà mai essere separato da quella dei bisogni del prossimo.

Se l’impegno politico del credente vuole essere lievito, se vuole essere non un elemento di divisione ma di unione, se vuole essere una ulteriore possibilità per l’altro, allora questo impegno deve essere coraggioso, credibile e creativo.
Ed ecco che una partecipazione coraggiosa, credibile e creativa al progetto di liberazione per il nostro tempo deve essere in grado di rimettere in discussione per lo meno tre antinomie classiche inerenti all’impegno politico del cristiano:
la contrapposizione individuo-comunità, l’opposizione corpo-spirito, il rapporto Chiesa istituzione-popolo.

Per quello che riguarda la prima,quella tra individuo/comunità ,bisogna subito ricordare che è stato il cristianesimo ad introdurre nella cultura occidentale il primato dell’individuo, sconosciuto infatti  sia alla tradizione giudaica dove l’alleanza era tra Dio e il suo popolo, sia alla cultura greca dove alla polis, alla sua salvezza e alle sue leggi, era da subordinare l’interesse individuale. E’ il cristianesimo ad introdurre la salvezza individuale dell’anima: da Agostino in poi la scissione tra individuo e società sarà un suo elemento caratterizzante . E’ questo principio che ha consentito alla Chiesa per secoli di subordinare la politica alla propria visione del mondo. Ma se ascoltiamo il mondo secolarizzato, oggi il rapporto, paradossalmente. si è invertito: il principio del primato dell’individuo introdotto dal cristianesimo, è diventato nel nostro tempo il principio che i cittadini di uno stato laico invocano per esercitare diritti di scelta individuale inalienabile in tema di fecondazione, di fine vita, di unioni civili…fondando così il primato della politica sull’ingerenza ecclesiastica
Il rapporto quindi individuo – comunità deve essere ripensato, poiché oggi non è più sostenibile una salvezza individuale che prescinda da quella collettiva, come ci ha fatto toccare con mano questa ultima emergenza sanitaria. Se esiste il tribunale della coscienza individuale a cui sempre potersi appellare, questa deve tenere conto di una coscienza collettiva a cui rispondere ad esempio in tema di responsabilità ambientale, fiscale, sanitaria e culturale.

Se Antigone, l’eroina della tragedia di Sofocle, da un lato viene presa a modello della difesa di un diritto naturale, di una legge sacra non scritta superiore alle leggi dello Stato, dall’altro ci dobbiamo domandare se è condivisibile la sua scelta di togliersi la vita in nome di quelle idee, ponendo così un ostacolo insormontabile alla possibile apertura di un confronto a causa del suo gesto diventata impossibile.
Solo l’ascolto profondo e reciproco del ‘mondo’ e della ‘fede’ può portare a creare soluzioni inedite dove per entrambi il fine ultimo deve essere comunque il Bene dell’uomo.

Il confronto sulla seconda antinomia, corpo/spirito , può partire dall’ acquisizione  del principio per cui in uno Stato laico le decisioni sul corpo, quelle che riguardano il vivere e il morire, appartengono ai singoli cittadini. “La regola è quella del consenso, dunque della volontà liberamente manifestata da ciascuno”, come ha scritto  Stefano Rodotà in un articolo su Repubblica del 2006.
Al fine però di non permettere la degenerazione di tale principio di autonomia della volontà, in una gestione dell’esistenza dominata da imperativi del consumo e dal narcisismo, serve oggi più che mai dimostrare che le decisioni autonome sul corpo non comportano necessariamente l’appiattimento su una concezione della vita di tipo meramente materialistico, ma che esiste una sua dimensione spirituale non oscurantistica, dove rinuncia, empatia, perdono, sopportazione, dolore possono essere accolte e condivise con dignità.

Infine per introdurre  la terza antinomia Chiesa /popolo può essere utile tornare al recente episodio dell’allontanamento di Enzo Bianchi  dalla comunità di Bose.
Questa dolorosa vicenda ha messo in luce tutta la difficoltà che ha ancora oggi la Chiesa nel gestire in modo efficace le relazioni conflittuali. Per un’autorità  ecclesiale che si impone con criteri di tipo gerarchico piramidale non opponibili e che allo stesso tempo auspica rapporti interpersonali improntati al principio dell’amore evangelico e del servizio, il rischio di mandare messaggi contraddittori, di doppio legame, è altissimo.
Qui la riflessione nelle organizzazioni ecclesiali è carente. Dovrebbe essere fatta finalmente una analisi seria sui meccanismi di esercizio del potere sia a livello di istituzione ecclesiastica, ma anche a livello di rapporti interpersonali, dove invece ci troviamo di fronte ad un vuoto conoscitivo sostituito, a seconda dei casi, da raccomandazioni  alla preghiera, dall’azione dello Spirito, dall’obbedienza se non dal silenzio,  soluzioni che non possono evitare incomprensioni nei fedeli e profonde lacerazioni  nelle comunità.

“Non siamo migliori”

Se l’impegno politico all’interno di un progetto condiviso di liberazione viene esercitato, a vantaggio dell’intera comunità per la destrutturazione di  tutti i meccanismi e le posizioni di potere, allora perde di senso la difesa del proprio particulare, dell’identità specifica cattolica da salvaguardare per esempio nella scelta dei candidati politici, o nelle scelte etiche e  culturali…anche perché “non siamo migliori”. 
“Non siamo migliori” è l’adagio coniato da Enzo Bianchi fin dai primi anni di vita comunitaria, per sottolineare  bene, nel nostro agire, i limiti della nostra umanità; e significativamente è anche il titolo dell’ultima comunicazione della comunità di Bose del 19 giugno scorso, dopo l’applicazione del decreto di allontanamento dello stesso Bianchi.

Illuminante rimane infine sulle modalità di tale impegno politico  uno scritto del’43 di don Primo Mazzolari nel passaggio in cui afferma:
“Ci impegniamo noi e non gli altri, unicamente noi e non gli altri…ci impegniamo senza pretendere che altri si impegni con noi o per suo conto, come noi o in altro modo…ci impegniamo senza giudicare chi non si impegna… Non ci interessa la carriera, non ci interessa il denaro…non ci interessa il successo, né di noi stessi né delle nostre idee…ci interessa perderci per qualche cosa che rimarrà anche dopo che noi saremo passati”.

Cover: foto di Sergio Cebotari

bosco-panfilia

IMMAGINARIO
Il bosco del tartufo.
La foto di oggi…

Il rigoglioso Bosco della Panfilia che sorge al limite di Sant’Agostino è lo scrigno verde che custodisce il prezioso tartufo.

Da oggi al 13 settembre il ricercato tubero sarà protagonista della Sagra del Tartufo di Sant’Agostino.
Nel programma ci sono anche quattro serate speciali con menu pensati per i buongustai.
Lunedì 31 agosto e lunedì 7 settembre protagonista in tavola è la selvaggina dell’Appenino emiliano, che sposa in modo speciale il prezioso fungo nero. In collaborazione con Appennino Food.
Martedì 1° settembre si potrà assaporare il “Tortello con tartufo scorzone” preparato dai ragazzi della Cooperativa Sociale “La Lanterna di Diogene”. In collaborazione con la Trattoria La Rosa 1908 di Sant’Agostino.
Martedì 8 settembre ai fornelli con i cuochi della Trattoria La Rosa 1908 ci saranno gli studenti dell’Istituto Alberghiero Orio Vergani di Ferrara e dell’Istituto Alberghiero di Bedonia (PR), che porteranno in tavola le loro gustose ricette.
La tenda-ristorante apre tutte le sere alle 19.30 e la domenica anche a pranzo alle 12.00.
Info e prenotazioni: 3396812551.
Tutti i dettagli del programma su www.sagratartufo.it

OGGI – IMMAGINARIO PROVINCIA

Ogni giorno immagini rappresentative di Ferrara in tutti i suoi molteplici aspetti, in tutte le sue varie sfaccettature. Foto o video di vita quotidiana, di ordinaria e straordinaria umanità, che raccontano la città, i suoi abitanti, le sue vicende, il paesaggio, la natura…

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IMMAGINARIO
Sant’Agostino ri-nasce.
La foto di oggi…

Giorno della nascita di Sant’Agostino, filosofo, vescovo nonché patrono del comune ferrarese che porta questo nome. Nato il 13 novembre 453, è considerato tra i massimi pensatori cristiani del primo millennio. Dà il nome al comune di Ferrara che si trova nella zona colpita dal sisma di maggio 2012, tra le province di Modena e Bologna. Lo squarcio al suo municipio è tra le immagini simbolo di quel terremoto. E ora tra i centri capofila della rinascita, con la realizzazione della nuova piazza affidata al progetto partecipato “Less is more – Ripensare il vuoto per trovare un centro”.

OGGI – IMMAGINARIO RICOSTRUZIONE

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L’immagine simbolo del terremoto a Sant’Agostino
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Sant’Agostino adesso (foto di Stefania Andreotti)

Ogni giorno immagini rappresentative di Ferrara in tutti i suoi molteplici aspetti, in tutte le sue varie sfaccettature. Foto o video di vita quotidiana, di ordinaria e straordinaria umanità, che raccontano la città, i suoi abitanti, le sue vicende, il paesaggio, la natura…

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Lunga e diritta corre la strada fra la via Emilia e il fiume

SEGUE – Una strada lunga e dritta spacca il centro della pianura da San Possidonio, Cavezzo, fino all’incrocio col fiume Panaro, all’altezza di Camposanto. Secondo la regione Emilia Romagna, dalle terre piane dell’alto modenese dovrebbe passare la cispadana, un’autostrada che così unirebbe la A13, all’altezza di Ferrara sud, alla A22 del casello di Reggiolo-Rolo. Ma a giudicare da quello che vedo i propositi per il 2015 andranno rivisti almeno di qualche decennio, e scommetto che nessuno se ne stupirà più di tanto.

Camposanto sembra meno danneggiato degli altri. Anche se in campagna quasi ogni giardino è munito di un container o una casetta di legno. Mi dicono come dopo gli eventi sismici la vendita di roulotte e camper abbia subito un’impennata vertiginosa. Passando per la statale una targa ricorda il gemellaggio con un paese del potentino colpito dal sisma del 1980. Come se non bastasse, a gennaio il comune, insieme a Bomporto, ha subito un’alluvione di cui a livello nazionale si è parlato davvero poco. Incrocio un gruppo di persone, credo siano addetti alla cartiera Smurfit Kappa, che ha sede qui… loro hanno fretta, io riparto.

Pochi chilometri e un cartello avvisa ancora una volta di un cambio di provincia, a Palata Pepoli sembro arrivato in Arizona e invece sono solo in una frazione di Crevalcore, in provincia di Bologna. Casette e campi squadrati, due semafori che regolano gratuitamente un traffico inesistente, il bar “sole luna” e un altro caffè, bar H, più avanti. Tutta Italia dovrebbe venire almeno qualche giorno a Palata Pepoli, recupererebbe la semplicità di quattro strade che si incrociano senza troppe pretese, senza fingere di essere ciò che non si è.

Siamo nei comuni delle terre d’acqua. Un nome intenso che ricorda agli uomini quanto abbiano dovuto faticare per strapparle alla malaria. Anche qui le scuole sono ospitate nei prefabbricati, come a San Felice sul Panaro, a Finale Emilia, a Mirandola. Paesi che, nel sud dove sono nato, ho sempre sentito riecheggiare come in una sorta di memoria collettiva. La massiccia emigrazione interna nella seconda parte del novecento ha trovato qui una seconda casa per molti miei conterranei. E oggi mi ritrovo a dare forma e colori a terre che pareva conoscessi da tempo.

Campagna emiliana a Palata Pepoli

Campagna emiliana a Palata Pepoli

Da Palata a Cento è un soffio di strada. Le due scosse hanno creato un immenso cratere che cerco di percorrere con i miei tempi. Tento di circoscriverlo ma il perimetro è enorme, segnalato dal crollo parziale di buona parte dei vecchi casolari dell’Emilia, ne ho contati a decine: stazionano alla stregua di cattedrali circondate da un deserto di grano, ed estese oasi di frutta. Tetti sgarrupati e ruderi hanno definitivamente mutato il paesaggio, mettendo come un accento di dolore sulla già passata civiltà contadina che mi ricorda la poetica amara di Azzurra D’Agostino:

La casa viene al mondo e si spacca sotto/il peso di un tramonto mortale: rotto il cotto/il tetto, l’architrave. Quante Ave Maria avrà detto/
la vecchia che non ha più nome. Il gendarme sarà/venuto? Avrà preso mai un disertore? Le ore quando/è ancora buio e già là nei campi si muove l’aratro/chiedere perdono per il peccato lo steccato aprirlo/tirar fuori le bestie restie nell’alba da venire a farsi aprire/cucinare per gli uomini dentro i camini la cenere sparsa/arsa come la bocca dopo l’amore il fiore sul greto del fiume/il sudiciume portato a lavare al pozzo il gozzo tagliato/del maiale il sangue a sgocciolare giù dal collo del coniglio/tutta una vita tutto un germoglio un gran scompiglio.

 

Ruderi nella campagna ferrarese

Ruderi nella campagna ferrarese

Oggi non c’è tempo per arrivare a Sant’Agostino, a San Carlo, a Bondeno. La mia giornata finisce a Cento, la città del Guercino coi suoi trentamila e passa abitanti e un tasso di immigrazione tra i più alti d’Italia, col suo dialetto dal suono bolognese, le industrie, la città che in centocinquanta anni ha raddoppiato la popolazione, rimanendo assiepata al cospetto dell’ennesimo fiume minaccioso di queste terre: il Reno.
La bella piazza centrale è in parte inagibile, alcuni palazzi storici mostrano i segni ormai noti della messa in sicurezza. La pinacoteca civica ancora chiusa e in cerca di fondi per il restauro. Ma nel giorno del mercato la città torna a vivere. A Cento nel ’47 nacque la Vancini e Martelli, meglio nota come VM. La madre del motore diesel italiano ha un migliaio di dipendenti e dopo una girandola di passaggi di mano è finita nell’orbita della General Motors. In Emilia nel raggio di pochi chilometri troviamo le storie di nomi come Lamborghini, Ferrari, Maserati, Ducati. Passo davanti allo stabilimento, faccio rifornimento in una strada come tante, e mi perdo, attratto da uno di quei mercati dell’usato per cui vado matto, dimentico i motori e il resto e ne esco con un seggiolino per bici, le lettere di Machiavelli, e l’idea di una vecchia radio in ciliegio che costa troppo.

Piazza del Guercino a Cento

Piazza del Guercino a Cento

Non ho avuto il tempo di vedere la mostra fotografica nella rocca.

Della seconda tappa dell’itinerario che mi sono prefisso rimane l’idea di una terra d’acqua e dai motori tuonanti degna della Born to run di Bruce Springsteen. Emilia di provincia e motori, ma anche “america” della vecchia e nuova emigrazione, fatta di un’ironia e di una vivacità che mi pare difficile riscontrare al di là del grande fiume Po.

Non mi illudo in questo breve passaggio di giugno, lo so che è un mese che aggiusta tutto, e che da qualche parte ci sarà anche la fioca “luce dicembrina”: l’Emilia paranoica cantata dall’inconfondibile Giovanni Lindo Ferretti dei CCCP. Quella del malessere covato nel profondo, quella ossessiva e ripetitiva provincia assorta e impotente, dove nel chiuso delle case stazionano, sopra i comodini,  soluzioni in pillole da casa farmaceutica. Il luogo a cui si soccombe per inerzia, per debolezza, che consuma e distrugge con la speranza delusa “di un’emozione sempre più indefinibile”.

Forse sarà a Sant’Agostino e San Carlo, o a Finale Emilia, a Mirandola, dove tenterò di chiudere il perimetro del cratere. Per ora mi accontento di trovarla nel mio stereo, in una vecchia canzone…

Emilia di notti agitate per salvare la vita

Emilia di notti tranquille in cui seduzione è dormire

Emilia di notti ricordo senza che torni la felicità

Emilia di notti d’attesa di non so più quale amor mio

che non muore e non sei tu e non sei tu

EMILIA PARANOICA

2 / CONTINUA

Leggi la prima parte del viaggio

Il blog racconti viandanti di Sandro Abruzzese

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IMMAGINARIO
la foto
del giorno

Ogni giorno immagini rappresentative di Ferrara in tutti i suoi molteplici aspetti, in tutte le sue varie sfaccettature. Foto o video di vita quotidiana, di ordinaria e straordinaria umanità, che raccontano la città, i suoi abitanti, le sue vicende, il paesaggio, la natura.

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La rinascita di Sant’Agostino (foto di Roberto Fontanelli)

La rinascita di Sant’Agostino (foto di Aldo Gessi e Roberto Fontanelli) – clicca sulle immagini per ingrandirle

 

 

 

 

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La rinascita di Sant’Agostino (foto di Aldo Gessi)
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La rinascita di Sant’Agostino (foto di Aldo Gessi)
piazza

La piazza di Sant’Agostino riprende forma, continuano i laboratori partecipati

“Scusate il ritardo – interviene Rosetta Caselli – mi dite se avete già parlato del monumento e della sua degna appendice, quell’ecomostro in fondo alla piazza?”. Le risponde Maria Grazia Adorni: “Sì, abbiamo pensato di togliere il monumento e ricollocarlo in una rotonda che accolga chi viene da Cento”. Tutti ridono, ma la proposta è seria, e finisce agli atti del primo incontro operativo del processo partecipato in corso a Sant’Agostino per ridefinire la piazza colpita dal terremoto.

MONUMENTO ECOMOSTROSono appassionati e prodighi di proposte i cittadini, una dozzina, che vi hanno preso parte, ieri, nella biblioteca comunale. Dopo i precedenti momenti in cui erano emersi i punti di forza e di debolezza del cuore del paese, ora si è passati alla fase più entusiasmante, quella in cui la fantasia può viaggiare e le idee possono prendere forma.

 

Il primo ad esporre il suo progetto è Patrizio Piccinini che mostra il disegno virtuale di una copertura della piazza nella zona dell’ex palazzo comunale e di parte di Piazza Pertini, che crei uno spazio permanente per molteplici funzioni.

PICCININI

MEDIATRICE 2 MEDIATRICE 1 LAVAGNA GRUPPO DISCUSSIONE

“Non dimentichiamo però che il nostro è un territorio di boschi, anche se ora rimane ben poco – aggiunge Gianluigi Tumiati – e mi piacerebbe che di questo vi fosse traccia anche nella piazza. Non vorrei che la copertura escludesse la presenza di alberi, che potrebbero anche coprire l’ecomostro in fondo, sarebbe un bene anche per chi ci vive dentro”.
Le suggestioni piacciono e subito si crea un tavolo di lavoro per approfondirle, così emergono anche altre proposte, come per esempio quella di spostare la viabilità e il parcheggio dalla piazza alla restrostante via Caduti di Nassyria, in modo da liberarla dalle auto e restituirla alla “mobilità dolce”, tema al quale è stato dedicato un altro tavolo del gruppo di lavoro.

Per Stefania Agarossi “la piazza dovrebbe diventare pedonale e ciclabile e connettersi alle altre piazze di San Carlo e Dosso, attraverso un percorso integrato di slow tourism”.
E dopo aver liberato e attrezzato la piazza, almeno con l’immaginazione, c’è lo spazio per pensare a cosa farci: “Vorrei che fosse vissuta 365 giorni l’anno” afferma Francesco Bonetti, gli risponde il figlio Gianpiero: “Ci si possono fare il mercato contadino e quello hobbystico, attività di promozione territoriale e turistica, attività culturali, ma anche commerciali, spettacoli, raduni, feste, una volta che la piazza è coperta la puoi usare molto di più”. E ancora, “Se si fanno delle attività, allora bisogna anche prevedere un piano interrato che funga da magazzino, sennò poi ci rubano le sedie!” auspica pratico Giordano Bonfiglioli.

 

Comune a tutti è un punto fermo, la piazza deve guardare al futuro, ma deve anche essere un luogo della memoria. Sia quella recente del terremoto, che quella più antica della storia del territorio.

Il tema è caro a Maria Grazia: “Mi piacerebbe lasciare una segnalazione grafica o con delle mattonelle del perimetro della vecchia sede comunale. E vorrei anche mantenere una piccola porzione di fondazioni, ad esempio gli archi, ricoprendola con una pavimentazione in vetro, in modo che ci si possa camminare sopra continuando a vederla”. “E bisogna anche mantenere la memoria del passato, magari con dei ceppi, ed evidenziare le rilevanze territoriali e culturali, magari con della segnaletica o dei totem”, aggiunge Vittorio Ferrioli.

E mentre ognuno sta espondendo quanto emerso nei tavoli di lavoro, la porta della sala si socchiude e si affaccia un bimbo di otto anni, è Alex della quarta elementare. Non ha potuto partecipare ai lavori della mattina perché era a scuola, ma anche lui ha la sua proposta e l’ha disegnata: è il nuovo municipio come lui l’ha immaginato, con due rinforzi nella torre dovesse mai tornare il terremoto, ed anche “una porticina per spalare giù la neve dal tetto”. Il disegno di Alex è stato allegato alle altre proposte e per tutti i prossimi appuntamenti sono per il 5 e il 12 aprile, con due laboratori aperti ai cittadini nei quali dagli schizzi si passerà alla realizzazione di veri e propri plastici, perché la nuova piazza inizi a prendere forma.

PROSSIMI APPUNTAMENTI
SABATO 5 APRILE e SABATO 12 APRILE 2014
dalle ore 9.00 alle ore 14.30

Lavoriamo Sul Futuro…
per trasformare il vuoto creato dalla demolizione del Municipio nel centro non solo di Sant’Agostino, ma anche di Dosso e San Carlo

Sala Bonzagni – Biblioteca di Sant’Agostino (FE) – Via Statale 191
Saranno presenti nei due giorni:
– alcuni esperti di urbanistica e architettura dello studio Diverserighe di Bologna
– un rappresentante del Ministero dei Beni e delle attività Culturali e del Turismo.

INFO E ISCRIZIONI
Ogni laboratorio è aperto a 25 partecipanti, le iscrizioni sono aperte a tutti i cittadini:
per e-mail a lessismore.santagostino@gmail.com oppure per telefono al numero 340 6483093 (Paola)
Al momento dell’iscrizione specificare se si vuole partecipare al laboratorio del 5 aprile o del 12 aprile o a entrambi.

(Fotoservizio di Stefania Andreotti)

DISCUSSIONE

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‘Focus group’ a Sant’Agostino, gli abitanti inventano la piazza della rinascita dopo il sisma

“Ha scritto che bisogna interrare i cassonetti?”, si raccomanda Stefania Agarossi, dell’oratorio Ghisilieri, “I cassonetti a vista sono il peggior biglietto da visita per una piazza!”.
“Si e poi cosa diranno? Che a Sant’Agostino siamo messi così male che non abbiamo neanche i cassonetti!”, ribatte ironico Stefano Caleffi, dell’associazione Dosso Insieme.
L’occasione è seria, ma le battute non mancano al primo focus-group del processo partecipato per decidere cosa fare della piazza di Sant’Agostino, dove ora ci sono un monumento, due parcheggi e il ground zero del municipio abbattuto dopo il terremoto. Un luogo simbolico, il cuore amministrativo e sociale del paese che è stato privato della sua identità a causa del sisma, e che ora si sta cercando di far rinascere con la collaborazione di tutti gli abitanti, all’interno del progetto ‘Less is more’ finanziato dalla Regione Emilia – Romagna e coordinato da operatori specializzati.
Quello che si è riunito per la prima volta l’altra sera in biblioteca è un gruppo ristretto, frutto di un sorteggio e formato da volontari delle associazioni, commercianti, anziani e agricoltori. Fino a maggio si ritroveranno tutti per proporre e discutere le idee sul futuro del loro centro.
Molti gli spunti già emersi dal primo incontro.
Manca il verde. Manca un’unità tra le due piazze contigue Pertini e Marconi, e tra queste e corso Roma, dall’altra parte della statale. Manca uno spazio in cui fermarsi. Mancano le indicazioni sulle attrazioni del paese. Manca coordinamento tra le attività. Manca uno spazio polifunzionale.
Queste i principali problemi evidenziati. E poi le proposte.
Usare la piazza come volano di sviluppo per le zone limitrofe, incentivando le connessioni con le scuole, il Bosco della Panfilia e il municipio. Fare un parcheggio interrato. Inserire la piazza in un percorso ciclo-turistico per visitare i dintorni. Farla diventare sede attrezzata di eventi. Rafforzare la presenza di negozi per far fronte al dilagare di centri commerciali. Far diventare la piazza un punto di arrivo e di partenza, un luogo di connessione. “Una specie di interporto!” scherza Stefania.
“Smettiamo di chiamarla piazza e iniziamo a chiamarlo spazio, così sarà più facile darle una nuova identità” propone Claudio Petroncini, imprenditore.
“Però lì c’era una piazza, c’è sempre stata”, riflette Mirco Tartari, agricoltore. “Un tempo si andava in piazza per andare in municipio, e ora?”.
E ora bisogna ritrovare un motivo per andare in piazza, per non farla morire, per non lasciare che il deserto che sta avanzando nei paesi abbia il sopravvento.
“E’ appena arrivata una mail al gruppo con un altro progetto!” dice Stefano poco prima che si concluda l’incontro. “E’ il Wwf dell’Alto Ferrarese, anche loro hanno una proposta” conferma Stefania.
La partecipazione crea partecipazione, e gli organizzatori del processo sperano che altre idee arriveranno nei prossimi incontri pubblici.
Uno sarà il prossimo venerdì 7 marzo alle 20,30 presso la biblioteca dove verranno presentate le prime idee e se ne raccoglieranno altre. Un altro sarà sabato 8 marzo, alle 12,30 con un pranzo comunitario al Palareno e una passeggiata per vedere assieme criticità e potenzialità del territorio.

Questo il dettaglio del programma:

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Sant’Agostino (foto di Stefania Andreotti)
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Sant’Agostino (foto di Stefania Andreotti)
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Sant’Agostino (foto di Stefania Andreotti)
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Sant’Agostino (foto di Stefania Andreotti)
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Sant’Agostino (foto di Stefania Andreotti)
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Sant’Agostino (foto di Stefania Andreotti)
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Sant’Agostino (foto di Stefania Andreotti)
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Sant’Agostino (foto di Stefania Andreotti)
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Sant’Agostino (foto di Stefania Andreotti)

VENERDI’ 7 MARZO 2014 ORE 20.30
INCONTRO PUBBLICO PER CONDIVIDERE I PRIMI RISULTATI
Sala Bonzagni
via Bianchetti – Sant’Agostino (FE)

MORENO PO (Provincia di Ferrara) – Ci racconterà come si è evoluto nel tempo il corso del fiume Reno e come questo abbia determinato il paesaggio del territorio di Sant’Agostino

ELENA MELLONI (Comune di Sant’Agostino) – Un puntuale e funzionale affondo sulle previsioni urbanistiche contenute nel Piano Strutturale Comunale

GRUPPO DI LESS IS MORE – I dati raccolti: esiti del focus group e delle interviste al mondo imprenditoriale, le prime risposte (raccolte tramite le cartoline) alla domanda “cosa ricercano le persone fuori da Sant’Agostino”, l’Atlante delle Associazioni.

Presentazione del GRUPPO DI SUPPORTO al processo partecipato e delle collaborazioni nate attorno al progetto.

SABATO 8 MARZO 2014
PRANZO COMUNITARIO E CAMMINATA DI QUARTIERE
con il gruppo del progetto Less is More

Ore 12.30 – RITROVO AL PALARENO PER PRANZARE INSIEME
La “base” per 80 persone sarà a cura dello staff di progetto con l’aiuto dell’associazione Tuttinsiemepersancarlo, ma chi può è invitato a portare qualcosa da condividere con gli altri.

Ore 14.00 – ESPLORAZIONE GUIDATA DI SPAZI E STRADE
Ritrovo a PIAZZA PERTINI.
Il percorso è alla portata di tutti, ma vestiti e scarpe comode ci aiuteranno a osservare con un occhio diverso quello che crediamo di (ri)conoscere

L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

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