Tag: sardegna

Arianna Di Romano: “Ho rubato centinaia di sguardi”
Ferrara, Palazzina Marfisa, fino al 12 giugno

Arianna Di Romano, foto di Andrea Forlani

Ho rubato centinaia di sguardi per renderli eterni negli spazi vuoti della memoria
Arianna Di Romano

Un giorno di una data palindroma, fuori il sole, fa un tepore straordinario per essere il 22 febbraio. La mia pausa dall’infinita ed ennesima giornata in smart working, quello da cui non stacchi mai, che alcuni dicono che fortuna e che fortuna è ma che bisogna saper gestire. Stacco, oggi basta, devo camminare e prendere aria. E poi ieri, incuriosita, ho prenotato questa mostra di fotografia che vi voglio presentare. Cappotto, tuta, scarpe da tennis e via. Da piazza Verdi, verso via delle Scienze, mi dirigo verso via dei Coramari, voglio passare per il parco Pareschi, ci sono tanti bambini che giocano qui, fidanzati che si abbracciano sulle panchine. Era tempo che non vedevo gesti di affetto e di avvicinamento. Tutti assediati dalla paura del contatto. Nelle orecchie le cuffiette con le note di uno dei miei pianisti preferiti Alexis Ffrench. Sono rilassata, finalmente. Arrivo a fine di corso della Giovecca, alla Palazzina Marfisa d’Este, dove sono diretta per vedere la mostra fotografica di Arianna Di Romano, Oltre lo sguardo.

La purezza. Popoli delle montagne, Laos, 2015

La ragazza alla reception che mi fa il biglietto e dalla quale acquisto il catalogo della mostra è molto gentile, altrettanto la hostess della sala, alla quale ahimè non ho chiesto il nome, ma con cui mi metto subito a commentare. Non posso fare a meno di parlare con chi passa le sue giornate nelle sale di museo, mai. È una mia abitudine un po’ birichina. L’allestimento è semplice ma molto indovinato. Una sala dei ritratti ospita ritratti, i soffitti affrescati e il mobilio scuro fanno da cornice. Le fotografie sono avvolgenti e parlano da sole, tutte rigorosamente in bianco e nero, salvo quattro a colori, almeno ne ho contate quattro. Ogni foto ha una sua anima profonda e unica, ci si fa un’idea, salvo poi rimanere stupiti dai titoli. È il racconto di frammenti di umanità raccolti in giro per il mondo, un invito allo spettatore a spingersi “oltre lo sguardo”, oltre l’illusoria, e spesso fuorviante, apparenza del dato reale, alla ricerca di una diversa, e autentica, bellezza. Il bianco e nero ha una forza prorompente, ogni ruga di viso viene esaltata, quasi a voler sottolineare quanto quell’essere profondamente scavate porti sofferenza o magari semplicemente un vissuto lungo e intenso. Quelle vene mi ricordano i rami degli alberi.

Torno indietro con la mente alla mia adolescenza, quando mamma tentava di imbrigliare e direzionare la mia creatività senza orientamento nelle lezioni di pittura del maestro Goberti nella chiesa sconsacrata di piazzetta San Nicolò. Quanta enfasi sul chiaroscuro, sull’importanza delle sfumature e dei contorni dei disegni a carboncino. Quanto sforzi per dare le giuste ombre, per enfatizzare le profondità e le dimensioni, per imprimere un tratto originale e distintivo. Dal buio alla luce, in un’armonia e armonizzazione fatte di reciprocità. Qui rivedo quel tentativo, molto meglio riuscito, di trovare la giusta dimensione, di comunicare la corretta angolatura.

Mi perdo nelle immagini delle sale, ancora ho letto poco sull’artista, lo farò a casa, catalogo in mano e consultazione della rete. Voglio prima vedere bene il suo lavoro, non lasciarmi influenzare da nulla di scritto, detto o letto. A ruota libera, come faccio sempre quando visito una mostra, soprattutto di fotografia. Se mi guida da qualche parte, perfetto, altrimenti chiudo lì, amici come prima. Ho solo letto che Arianna segue e aiuta gli ultimi della terra e che ha viaggiato molto. L’essere un garbato viandante che coglie le anime che incrocia sulla sua strada mi accomuna e avvicina a lei. Un buon inizio.

L’attesa. Transilvania, Romania, 2019

Questa brillante fotografa si è spostata con il suo obiettivo dai più remoti villaggi del Sud Est asiatico, della Romania e della Polonia, fino ai campi profughi e rom in Serbia e Bosnia, dai paesi della sua terra natale, la Sardegna, alle celle di un carcere siciliano. La sua sensibilità l’ha portata a focalizzarsi sulle vite “difficili” degli emarginati, degli indigenti, dei senzatetto, dei ragazzi di strada, dei gitani, dei detenuti, dei poveri, degli anziani rimasti soli. Spicchi di vita comunitaria, tradizioni antiche. Nuovi mondi da scoprire.

La fuga. Artisti circensi, 2018

Le foto più belle, a mio umile avviso, sono quelle della Sicilia, forse anche perché amo questa terra fatta di sole, sensazioni, colori e profumi intensi. Anche in bianco e nero si colgono i colori. La fragilità di alcuni personaggi ripresi in diversi momenti della vita quotidiana, fatta anche di confessioni e balli, è disarmante.

Mi soffermo su Dentro la storia (Sicilia 2016), quella signora mi ricorda le fotografie delle mie nonne (soprattutto per le mani rugose che reggono la foto nella foto), abbigliate a festa, con il bel cappottino a quadretti e l’elegante (e nuovo) rossetto rosso brillante, per la passeggiata domenicale con la famiglia, magari a braccetto di papà.

Dentro la storia, Sicilia, 2016

Le confessioni sulle scale di Gangi (Sicilia, 2019) mi fa pensare al saliscendi di chi sbaglia e torna indietro, per cadere e rialzarsi, inciampando, ma cercando sempre di (ri)salire, Quei dubbi (Pietraperzia, Sicilia, 2015) mi ricorda un simpatico Don Camillo d’altri tempi.

Confessioni Gangi, Sicilia, 2019
Quei dubbi. Pietraperzia, Sicilia, 2015

Il ricercato dei Murales Animati di Orgosolo (2021) se ne sta seduto sfacciatamente alla finestra, quasi a voler direi sono qui, è inutile che cercate, tanto mi fermo qui e non mi pento di certo di quello che ho già fatto. Che peraltro potete leggere chiaramente perché affisso a chiare lettere sul muro scalcinato (attentato al diritto allo studio, tentato inscatolamento di persone in un pullman, latitanza prolungata da tutte le assemblee studentesche…).

Murales Animati di Orgosolo, 2021

Il ballo di Un’antica danza a Villa Mazzone di Caltanissetta (2016) ci porta in una sala di ristoro di un pomeriggio tiepido e spensierato, un po’ di leggerezza dalla fosca pesantezza che sta attorno, una casa di riposo. La signora anziana, elegante, con il suo cappello, le scarpe dorate e i suoi gioielli più buoni, sorride più della suora, un po’ più seria e altera, ma si intravvede comunque una sorta di complicità serena che ci fa bene.

Un’antica danza a Villa Mazzone di Caltanissetta, 2016

La Cambogia, la Thailandia e il Myanmar sono molto presenti: gli occhi parlano, le mani, le rughe e le schiene ricurve pure. Ho ricordi intensi del mio breve viaggio in Myanmar, quando ancora si sperava un po’ di più; l’oro delle pagode di Yangon mi avvolge ancora l’anima.

Qui la mia anima accarezza quelle di Arianna e dei suoi ritratti. Mi sento un tutt’uno. Un mondo che si tocca, che si parla, che si lecca le ferite, vite che si sfiorano e si riconoscono. Parte di un tutto potente e meraviglioso, di un mondo che ha energia e voglia di vivere. Non di sopravvivere, almeno non più. Quello non basta più. Il dialogo qui è fatto di mani e occhi che si sfiorano. In quegli occhi di bambini e donne vedo le sofferenze che sono di ognuno di noi ma che ci fanno sperare, una volta inciampati, caduti e rialzati. Una delicata empatia.

Gli sguardi delle bambine e delle donne ci accompagnano ancora, come in Donne e songhtaew, l’affollato veicolo trasporto passeggeri (Bangkok, Thailandia, 2015).

Donne e songhtaew. Bangkok, Thailandia, 2015

Arrivata a oltre metà percorso, noto le tre foto a colori, esse chiudono la fila delle immagini della sala, così come un’ultima foto a colori, intitolata Nell’antica capitale (quartiere di Gion, Kyoto, 2015), chiuderà l’esposizione. La vita scorre su queste immagini, quella più vera, con la sua intensità e precarietà. Ma anche fatta di infinita bellezza.

Nell’antica capitale, quartiere di Gion, Kyoto 2015

La monaca di spalle (Angkor Wat, Cambogia, 2014) illumina la sala con il suo abito arancione, se non fosse per la didascalia penserei a un monaco dai capelli grigi, appoggiato a un bastone che regge la sua fatica data da un’intensa preghiera per un mondo che non comprende l’importanza dell’essere umano e della vita. Una preghiera che a noi pare cadere nel vuoto, soprattutto oggi, ma che la monaca sa essere importante. La guerra non è mai la soluzione. Quell’incedere zoppicante fa molta tenerezza ma allo stesso tempo emana una forza immensa. Appesi a una speranza, molti di noi, tutti. Ma senza mollare, mai.

La monaca. Angkor Wat, Cambogia, 2014

La scalinata riempita di fiori rossi e arancio dei Giardini della città imperiale Hué (Vietnam, 2016) ci transita nell’ultima sala. I colori dei fiori contrastano con quelli del cielo, ma non lasciano spazio alle nubi. Il marmo è vivo. I dragoni distesi osservano.

Giardini della città imperiale Hué, Vietnam, 2016

Fino al ritrovarci avvolti dalla precarietà degli ultimi del carcere di Caltagirone ne La speranza (2021), dove Arianna ha condiviso, con alcuni ragazzi, un percorso di avviamento alla fotografia. Resta sempre un barlume di speranza, per tutti.

La speranza. Casa circondariale di Caltagirone, 2021

Torno a casa, soddisfatta e, ammetto, un pò commossa. Ceno. Subito dopo mi siedo in poltrona. Ora posso cercare qualche informazione in più su Arianna Di Romano e sfogliarmi bene il catalogo. Faccio sempre così, mi piace mantenere questa abitudine rilassante.

Arianna è sarda ma siciliana di adozione (oggi vive nel piccolo e armonioso borgo di Gangi, sulle Madonie), le sue fotografie vengono paragonate a quelle di maestri come Elliott Erwitt e Robert Doisneau per poesia e composizione, Sebastião Salgado per il trattamento dell’immagine, Sergio Larrain e Dorothea Lange per l’attenzione agli ultimi.

“Fotografando, scavo nell’umanità dimenticata – ha spiegato Di Romano – che amo e di cui vorrei trasmettere la bellezza. Vivo le sensazioni che provano le persone che ritraggo, mi identifico in loro. Continuamente cerco me stessa nell’altro”. È una donna curiosa, sensibile, felice e impaziente. Veloce. La rassegnazione è la condizione umana che l’artista ha registrato più frequentemente, fissandola ma anche sfuggendole. Pochi i sorrisi, molto lo stupore nell’essere riconosciuti e considerati. Ma la vita corre, si muove, non aspetta.

C’è tecnica sicuramente, precisione e osservazione ma anche cuore e tanta magia. Oltre lo sguardo significa soprattutto andare aldilà di quello che gli hindu chiamano maya ossia l’illusoria e fuorviante apparenza del mondo fenomenico, per cogliere l’anima dei soggetti umani. In Malesia l’hanno denominata “ladra di anime”. Gli abitanti, in gran parte animisti, non volevano farsi ritrarre per timore che venisse rubata loro l’anima. “Quello che mi spinge a fotografare – dice – è proprio rubare uno sguardo profondo. I volti che incontro li rubo, perché appartengono a persone che non sono mai in posa, sono tutti sguardi che quasi sicuramente non incontrerò mai più. Spesso non riesco a comunicare con loro. Rubo quegli sguardi per dare loro una voce”. E noi, quella voce, l’abbiamo sentita, forte e chiara.

I colori della festa. Cagliari, Sardegna, 2018

Tutte le opere © Arianna Di Romano / Kingford

 

Arianna Di Romano – Oltre lo sguardo

Ferrara, Palazzina Marfisa d’Este, 20 febbraio / 12 giugno 2022

Da un’idea di Vittorio Sgarbi. Organizzata da Comune di Ferrara – Servizio Musei d’Arte e Fondazione Ferrara Arte, in collaborazione con Kingford.

Giorni e orari di apertura

9.30-13 / 15-18 | Chiuso il lunedì

Prenotazioni

https://prenotazionemusei.comune.fe.it

DI MERCOLEDI’
Vecchie vestite di nero

 

Accabadora: che nome strano. Quando nel 2010 ho acquistato il romanzo di Michela Murgia con questo titolo sono stata attratta dal fatto di non conoscerne il significato. Riconoscevo solo il suffisso, che indica la titolarità di un mestiere, indica una donna come la ‘zdora’ bolognese che gestisce il menage familiare, o come la ‘zipadora’ che cuce i pellami.

A fare l’accabadora nel romanzo è una donna avanti negli anni, perennemente vestita di nero e col volto segnato dalle rughe. Con gli occhi lucidi e vivi. Fa la sarta e da lei vanno a farsi confezionare i vestiti tutti gli abitanti di Soreni, il paese sardo in cui vive. Bonaria Urrai, questo è il suo nome, non si limita però a cucire vestiti.

Artemisia detta Misia ce l’ho davanti agli occhi se solo ripenso alla casa della mia nonna materna, la nonna Ednalda, e alle visite che le facevo da bambina andandoci con la bici. Era una presenza costante nella casa e ogni volta speravo di trovarla per poter ascoltare le sue storie. Tra il mutismo di mia nonna, che parlava davvero poco a noi nipoti di una generazione troppo diversa dalla sua, e i racconti magici della sua amica non c’era che da scegliere lei, la Misia chiacchierona dalla voce roca e dalla risata potente come un tuono. Anche lei sempre vestita di nero, con la gonna lunga fino alle caviglie e dei golfini scuri che mettevano in mostra il busto esile ma ancora eretto. Quando salutava per andarsene si avvolgeva con un colpo solo nello scialle nero e ampio e via, si allontanava a passo svelto. Già dalle prime pagine dell’Accabadora il personaggio è stato occupato da lei. Perfino nei dettagli: il volto grinzoso e mobile, col naso e il mento ben pronunciati, come nei profili della luna disegnata nei fumetti; le caviglie sottili ed elastiche.

La nonna Ednalda non vestiva molto diversamente, tuttavia le sue gonne meno lunghe e l’eterno fazzoletto nero portato sul capo come una bandana le davano un’aria meno stregonesca e meno empatica. Parliamo di due ragazze nate attorno al 1890; quando io le ho frequentate eravamo nei primi anni Sessanta e ormai erano vecchie davvero. Tuttavia anche mia madre e le sue sorelle le hanno sempre viste vestite di nero e precocemente invecchiate fino dall’età di trenta-quarant’anni.

Ecco la storia che la Misia raccontava su mia richiesta e che risale proprio agli anni Trenta: molto presto una mattina sulla strada per la borgata di Bancareno, quando non c’era ancora luce, lei e la nonna camminavano per raggiungere il campo dove lavoravano come braccianti. Erano rimaste indietro rispetto al gruppo delle compaesane arrivate quasi a destinazione e, siccome andavano di fretta, non avevano subito notato la vecchina chinata a raccogliere erbe, che girava loro le spalle.  Se l’erano trovata a due passi. Al loro saluto non aveva risposto, si era solo alzata un po’ e si era girata, quel tanto che bastava a mostrare sotto il copricapo un vero e proprio teschio. Mentre la nonna confermava il racconto facendo su e giù con la testa, la Misia si spostava davanti a me per mimare la scena: si chinava a raccogliere qualcosa per imitare lo scheletro e poi balzava indietro per imitare se stessa, nella reazione che doveva aver avuto quella strana mattina, quando ancora faceva buio.

Se non erano racconti come questo, racconti inquietanti di strane creature delle nostre campagne, erano episodi di donne del paese che si rivolgevano alla Misia per farsi consigliare tisane curative. Figuriamoci se ne ricordo gli ingredienti; della sola ortica mi viene in mente. La Misia ne beveva l’infuso ogni giorno e con pazienza mi spiegava i benefici che se ne potevano trarre. Tutto inutile: non ero nell’età giusta per concepire cosa fossero gli acciacchi e dell’ortica conoscevo solo l’effetto urticante, che mi provocava alle gambe quando giocavo a nascondino con gli altri bambini e mi eclissavo nell’erba alta.

Si parlava anche di paure che molta gente aveva necessità di farsi togliere. Ma la Misia non aveva questo potere e allora dirottava tutti da una sua conoscente, che aveva ricevuta in dote la pratica di guaritrice da una anziana parente. Formule e gesti rituali che dovevano essere trasmessi a una persona sola e nella massima segretezza potevano levare la paura del buio, del sangue o di qualche animale. Molti anni dopo, quando la Misia e mia nonna non c’erano più, ho conosciuto una signora che riceveva e guariva compaesani e anche persone dei paesi vicini. Si diceva che non sbagliasse un colpo, che li guarisse tutti. Devo ammettere però che non sono riuscita a prenderla sul serio: i capelli biondi tagliati corti e il suo abbigliamento normale, senza la gonna lunga e lo scialle nero, non me l’anno mai resa credibile nel ruolo di guaritrice.

Se fossi stata una abitante di Soreni negli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso, avrei invece conosciuto Tzia Bonaria e sua figlia Maria. Più che una figlia vera e propria, una creatura che si era presa in casa per accudirla e mantenerla togliendola dalla famiglia originaria, troppo povera e numerosa. Maria era divenuta così di fronte a tutto il paese ‘fill’e anima’ di Bonaria, la figlia adottata da lei quando era già avanti negli anni, con il viso rugoso e la gonna e lo scialle sempre neri, portati in segno di vedovanza per il suo Raffaele morto in guerra sul Piave tanto tempo prima.

Nel romanzo Maria vive in casa di Bonaria per tredici anni senza sapere il segreto che la riguarda e che in paese tutti tranne lei conoscono. Per lei la vecchia Tzia vestita di nero che cuce abiti di altre fogge e di altri colori alle donne e agli uomini del paese, che ha la casa ingombra di stoffe per ogni stagione e che l’ha fatta studiare fino al diploma di terza media e poi le ha insegnato il suo stesso mestiere, per lei Tzia Bonaria è la seconda madre. La prima, quella vera, si chiama Anna Teresa Listru e abita poco distante con le altre tre figlie.

Quello che in paese tutti sanno è che a volte nelle case dove è morto qualcuno, prima ancora delle visite dei parenti che vengono a fare le condoglianze e prima del pianto che ‘l’attittadora’ ha attaccato con le altre donne, i familiari hanno ricevuto un’altra visita. Anzi, l’anno richiesta. Di notte. Uno degli uomini di casa è andato a bussare alla casa di Bonaria Urrai e l’ha condotta con sé fino alla camera del malato in agonia.

E’ già adulta Maria quando scopre dove va l’anziana sarta quando esce di notte. Scopre che la sua seconda madre è ‘lultima madre’ per chi è senza speranza di guarigione nel proprio letto di morte, per chi prima di chiudere gli occhi per sempre vede il suo volto, l’ultimo.

“Ci sono cose che si fanno e cose che non si fanno”, questo crede Maria. Che non ha l’età per concepire la verità sulla donna che l’ha cresciuta. Lascia Soreni per andare a vivere lontano, sul continente.

Molti mesi dopo tornerà in paese a compiere il suo dovere di fill’e anima al capezzale di Tzia Bonaria, colpita da una forma grave di ictus, che le ha tolto l’uso della parte destra del corpo e della parola. Davanti a un’agonia spietata e senza speranza, che si protrae per un tempo lunghissimo in lei matura piano piano una considerazione diversa della eutanasia, un’idea che nasce dallo sguardo di Bonaria, sempre più dolente, sempre più supplice. In lei il sacrilegio si avvia a diventare una possibilità. Glielo aveva insegnato la Tzia: quando vivevano insieme e le parlava delle cose della vita le aveva raccomandato di non dire mai, “di quest’acqua io non ne bevo”.

Se fossi una delle paesane di Soreni saprei che l’anziana sarta, che va di notte ad ‘addormentare’ i non più vivi, compie un gesto di pietà estrema e solo nei casi davvero disperati. Saprei che quando una famiglia l’aveva chiamata “senza motivo” perché il vecchio malato non era “vicino al suo giorno”, Bonaria si era rivolta alla figlia Antonia Vargiu per maledirla e per inchiodarla al suo dovere di accudire il vecchio genitore.

Se vivessi dentro il romanzo di Michela Murgia non conoscerei le tisane miracolose della Misia, ma il bene dell’estremo gesto della accabadora. Vecchie vestite di nero, depositarie di un sapere antico e di una originaria pietà.


La stesura dell’articolo prende ispirazione da un bel romanzo e da una notizia di cronaca che risale a pochi giorni fa. Rispettivamente
:

  • Michela Murgia, Accabadora, Einaudi, 2009
  • AGI, La Spagna è il settimo Paese al mondo a legalizzare l’eutanasia. Via libera del Parlamento di Madrid. Si tratta della quarta nazione europea a introdurre tale norma dopo Olanda, Belgio e Lussemburgo. A cui si aggiungono Canada e Nuova Zelanda. Internet, 18 marzo 2021

 

Per leggere gli altri articoli e indizi letterari della rubrica di Roberta Barbieri clicca [Qui]

SCHEI
Naomo (l’originale) e la Nemesi

 

In origine, Naomo non aveva nulla a che fare con l’attuale vicesindaco di Ferrara, usurpatore di nomignoli oltre che di case popolari. Naomo era la caricatura pressochè calligrafica di Flavio Briatore, creata dal comico Giorgio Panariello. Un capellone attempato che girava in pareo, ostentando la sua ricchezza e sfottendo la povertà degli altri (chiamato Naomo perchè, al tempo, Briatore se la intendeva con Naomi Campbell).

A parte Berlusconi, non esiste in Italia un personaggio che incarni l’arroganza della ricchezza meglio di Flavio Briatore. Infatti i due sono grandi amici, e condividono le medesime frequentazioni eccellenti, tra cui quella con il professor Alberto Zangrillo, primario di Anestesia e Rianimazione dell’ospedale San Raffaele di Milano. Zangrillo è il medico che affermava già un mese fa che il Covid era “clinicamente morto”, supportando l’affermazione coi dati della unità da lui diretta, come se non avere in quel momento contagiati da Covid in rianimazione al San Raffaele fosse più importante, dal punto di vista epidemiologico, delle evidenze mondiali sulla diffusione della malattia; come se la malattia dovesse essere derubricata a raffreddore dal momento che più nessuno finiva intubato da lui. Infatti Briatore qualche giorno fa in tv diceva di avere avuto la febbre, ma che Zangrillo gli aveva detto che era un raffreddore. E giù a prendere per il culo e nello stesso tempo indignarsi per la dittatura del Covid, che legittimava il sindaco di Arzachena a prendere l’illiberale e tirannico provvedimento di chiusura delle discoteche, tra cui il suo Billionaire.

Deve essere stata l’autorevolezza di Zangrillo, imparagonabile alla spilorcia ottusità del sindaco Ragnedda, a convincere Briatore non solo a tenere aperto il Billionaire, ma ad ospitarvi decine di Very Important Persons, da Bonolis a Mihaijlovic, da Della Valle ai calciatori Laqualunque arricchiti da ingaggi faraonici e insensati, e via di calcetto, aperitivi al Sottovento (altro locale per parrucchieri catodici, troniste e ospiti di Barbara D’Urso) e foto di gruppo in rigorosa assenza di mascherina e distanziamento.

In inglese e in altre lingue non esiste la traduzione della nostra espressione “bella figura”. Fare bella figura è una intraducibile esclusiva italiana, il sintomo lessicale della nostra attitudine al magheggio, alla rappresentazione fasulla e brillante di una sostanza misera o truffaldina. Per converso, il microdrama  gallurese può essere inquadrato nella categoria mitologica della nemesi, oppure in quella più prosaica delle figure di merda. Una sessantina di positivi (in aumento) nello staff del Billionaire, Mihaijlovic (reduce dalle terapie per la leucemia e da un trapianto di midollo) positivo, il gestore del Sottovento e Briatore non solo positivi, ma ricoverati in ospedale – il primo a Sassari, il secondo al San Raffaele dall’amico  luminare nonchè vate Zangrillo – in condizioni serie. Un bel cazzo di raffreddore, già denominato infatti “Focolaio Billionaire”. Mi vengono in mente le ironiche e profetiche parole del sindaco di Arzachena, il pezzente Ragnedda, quando disse una settimana fa che la sua ordinanza sulla chiusura dei locali serviva anzitutto a tutelare “gli anziani come Briatore”. (NdA: adesso Naomo l’originale sostiene di avere solo un’infiammazione alla prostata, anche perchè il Covid lo ha già fatto mesi fa, glielo ha detto sempre Zangrillo. Dal Covid al Prostamol.)

Una volta Andy Warhol disse che nessuna somma di denaro, per quanto grande, poteva consentire al ricco di bere una Coca Cola più buona di quella che beveva lo squattrinato all’angolo di strada. Nessuna somma di denaro può consentire al ricco di beccarsi un Coronavirus migliore del povero, ma Briatore anche nella malattia sceglie gli schei. Infatti non lo stanno curando in un reparto Covid, ma in un cosiddetto reparto “solventi”, che non è un reparto di intossicati dalle colle, ma di persone dall’Isee preverificato, come in banca, che consentirà loro di pagare di tasca propria un trattamento Vip (intuberanno con sonde in acciaio cromato?). C’è maggiore giustizia sociale in una bottiglietta di Coca Cola che in un ospedale pubblico.

Avete presente quei serial televisivi ambientati in megalopoli americane, in cui i personaggi si ritrovano puntualmente tutti a bere nello stesso locale, come se invece di essere a Los Angeles fossero a Cocomaro di Focomorto? Ecco. La cafonaggine imperante ha trasfigurato l’immagine della Sardegna, riducendola e identificandola con la sineddoche buzzurra e infetta della posticcia Porto Cervo, due chilometri quadrati brulicanti di calciatori, nani e ballerine che postano stronzate su instagram, più intruppati di un pullman di giapponesi in vacanza aziendale. Uno sciame di vespe contagiose.

La fortuna degli umani, questa strana razza capace di vette e abissi speculari, è che i medici e gli infermieri (molti dei quali senza un contratto dignitoso da 14 anni) cureranno tutti allo stesso modo. Che siano mafiosi, premi Nobel, critici d’arte, operai, casalinghe, serial killer, stupratori o coglioni arricchiti. I quali, fidatevi, appena avranno tirato un sospiro di sollievo per lo scampato pericolo, riprenderanno a berciare con la consueta boria contro la privazione della libertà di fare schei. E intanto i suoi dipendenti in Costa Smeralda si stanno contagiando, molti lo sono già. Un Ispettorato del Lavoro e una Asl indipendenti e degne potrebbero approfittare della situazione per verificare le condizioni di lavoro di queste maestranze. Mentre Naomo (l’originale) fa convalescenza, sarebbe bello fare un bel giro di verifiche sul rispetto delle regole, sanitarie e di lavoro, nei suoi possedimenti.

TERZO TEMPO
Da Zoleddu a Zoleddu, breve parabola di Gianfranco Zola

Martedì 23 giugno allo stadio Paolo Mazza si riaccendono le luci, non si riaprono i cancelli. La SPAL ospita il Cagliari, nella cui storia occupa un posto speciale Gianfranco Zola: concentrato di classe e umiltà, fantasia e correttezza, verso la fine della sua splendida carriera decise di ripartire dalla serie B. Quasi tutti lo ricordano come Magic box, pochi sanno che in principio e alla fine era sempre Zoleddu.

Nell’agosto del 1986 l’Italia del calcio non era più campione del mondo in carica. Dopo quattro anni, Diego Armando Maradona si era preso la rivincita, il mondiale e tutta la scena.
Dal Messico rientrava a Roma una nazionale da rifondare, eliminata agli ottavi dalla Francia di Platini, con il Pablito marziano di España ‘82 che era tornato sulla terra, un signor Rossi qualunque, il sogno non si era ripetuto. La comitiva avrebbe potuto meritarsi pomodori, di sicuro più di quelli presi dalla precedente spedizione azteca, non fosse stato per l’indulgenza verso i reduci del trionfo spagnolo.

1987, Gianfranco Zola, al centro, prima di Torres-Montevarchi.

A Sassari, come nel resto del mondo in quegli anni, cortili condominiali e campi sterrati sono pieni di ragazzi che giocano a pallone ad oltranza, ben oltre il tramonto, e nel mese consacrato a vacanze, preparazione e amichevoli precampionato, inizia a girare una voce. Finito il ritiro, la Torres è rientrata in città, si allena allo stadio dell’Acquedotto e quella voce dice che c’è un ragazzo che promette bene. Ha 20 anni ed è di Oliena, un paesino del centro Sardegna famoso per il Nepente, Cannonau robusto impreziosito dalla lode di D’Annunzio sull’etichetta, forse perché, al giusto dosaggio, genera poesia.
Quel giovane arriva dalla serie D, giocata con la Nuorese, e in campo pare sia uno spettacolo. Il calcio d’agosto fa tante promesse che spesso non mantiene, nessuno quindi immagina che quel timido e caparbio funambolo elargirà emozioni mai più superate. Ogni domenica arrivano da tutto il nord Sardegna per ammirare quella squadra e aspettare le magie di Zoleddu, così lo hanno ribattezzato. Quando alla penultima di campionato arriva il Montevarchi, la Torres è prima e si sta giocando la promozione, uno e due punti sulle rivali, così bisogna montare una tribuna in tubi innocenti dietro la curva sud per accontentare appena un migliaio delle innumerevoli richieste che arrivano. Finisce 1-0, decide Zola.

Non ricordate ai torresini quelle tre stagioni, potreste vederli piangere come gli uomini non fanno, direbbe De Gregori. Promozione in C1 subito, annata di assestamento nella nuova categoria, quarto posto e serie B sfiorata nell’ultima, con Zoleddu terzo in classifica cannonieri, dietro un giovane brizzolato del Perugia, Fabrizio Ravanelli. Un dirigente scaltro e lungimirante, protagonista dei vent’anni a venire, si accorge di lui, lo segue interessato e, come spesso farà, batte la concorrenza. Luciano Moggi nell’estate 1989 porta Zola a Napoli, il regno di Diego.

Al campione va a genio l’apprendista e prende sotto la sua ala il ragazzo che tre anni prima, mentre lui quasi da solo vinceva un Mondiale, stava passando dai campi in terra battuta del nuorese al livello minimo del professionismo. Quel sardo umile e affamato forse gli ricorda la sua timidezza di qualche anno prima, e chissà se la fama cambierà anche Gianfranco. Dei primi giorni insieme, iconica e unica è l’immagine di Zola sull’erbetta, sdraiato su un fianco, che studia ammirato Maradona mentre calcia in allenamento.

Da quell’incrocio di destini si diramano storie opposte, per l’argentino a breve scorreranno i titoli di coda, mentre partirà la sigla iniziale di un sogno per il sardo, che cambierà soprannomi ma non ruolo, idolo sempre: MaraZola a Napoli, Magic Box a Londra, di nuovo Zoleddu a Cagliari, dove chiude il cerchio di una trama quasi perfetta, in cui i successi con i club si intrecciano con l’esperienza amara e beffarda in nazionale. Eppure, dopo il rigore fallito agli europei del ’96, Gianni Mura, che messo a scegliere fra Baggio e Del Piero diceva Zola, scrisse di lui “resta uno su cui contare, uno che vale”.

Il film dei suoi successi è noto a molti, pochi sanno, invece, di quella voce che girava nell’agosto dell’86 nei cortili sassaresi, di Zoleddu in mocassini e camicia rosa che dopo le partite tornava a casa con i genitori venuti da Oliena, molto prima di andare a bottega da Maradona.
E no, la fama non l’ha cambiato, se è vero, com’è vero, che durante i sette anni al Chelsea, il giorno dopo la Premier League potevi trovarlo sovente nella sua casa al centro della Sardegna, come ai tempi della C2.
Gianni Mura non sbagliava.

Cover: Gianfranco Zola, 2018 (wikipedia commons)

LA SFIDA Oltre 146mila chilometri di onde in 137 giorni:
è partito il giro del mondo in solitaria di Gaetano Mura

L’Ocean Racer di Cala Gonone il 15 ottobre è partito da Cagliari per battere il record nella circumnavigazione del globo in solitario, senza assistenza e senza scalo, a bordo di un Class40.
Il suo viaggio durerà – questa è la speranza – meno di 137 giorni, cioè quanto ha impiegato il cinese Guo Chuan nel 2013 per completare la stessa impresa con un Class 40, barca a vela di 12 metri.

Farà da “prototipo” per lo studio del fisico e della psiche sottoposti a condizioni estreme, farà da ambasciatore di cibi naturali patrimonio della cultura gastronomica della Sardegna, sarà una centralina vivente che, per quattro mesi in mare aperto, osserverà le condizioni ambientali di mari, oceani e dei loro abitanti, sarà testimonial d’eccellenza per il rilancio della sua regione, ma sarà soprattutto il protagonista di un’avventura al limite delle possibilità umane: battere il record sul giro del mondo in solitario senza assistenza e senza scalo, a bordo di un Class40, barca a vela da regata di 12 metri.
L’Ocean Racer sardo, Gaetano Mura, è partito dal porto di Cagliari il 15 ottobre e per oltre 4 mesi cercherà di compiere un’impresa che fino ad oggi è riuscita solo al cinese Guo Chuan, che l’ha portata a termine in 137 giorni.
La sostenibilità e l’ambiente sono stati sempre al centro delle avventure marine di Gaetano Mura. Anche questa volta registrerà con mezzi televisivi e fotografici le condizioni dei mari e degli oceani che attraverserà e sarà anche un testimone “oculare” di tutte le forme di vita che incontrerà.
Il “Solo Round the Globe Record” il giro del mondo a vela che si svolgerà sotto l’egida dell’Enit e della Regione Sardegna.
“L’avventura sta per cominciare – ha dichiarato Gaetano Mura – è più di un anno che mi sto preparando. Molti mi paragonano ad un’astronauta che deve affrontare la solitudine dello spazio e le sfide di un viaggio ai limiti. Anche io dovrò affrontare per mesi la solitudine del mare, imprevisti e difficoltà estreme. Ciascuno ha la sua storia e un sogno. Il mio sogno è quello di portare a termine questa avventura in cui credo e metto tutto me stesso”.
Un viaggio che per Mura assomiglia a quello di Ulisse ed è, come ci ha raccontato, “un tuffo dentro se stesso, una via per conoscersi meglio, scoprire limiti e risorse di un “essere umano”.
E se questo non bastasse, c’è un aspetto di “Gaetano fuori dall’acqua” che vogliamo ricordare. Gaetano ha collaborato con il Museo di Arte Moderna di Nuoro assieme a giovani artisti, ha partecipato a festival letterari e culturali con i suoi documentari, si è dedicato ai ragazzi di Cala Gonone, trasferendo loro i primi rudimenti della vela. Dà il suo contributo a Diahiò – il diario della legalità distribuito in tutte le scuole della Sardegna, progetto dedicato al rispetto delle regole promosso dalla Questura di Nuoro. Raccontare l’oceano, il rispetto dell’ambiente e del mare a un pubblico di tutte le età è certamente fra le sue priorità.

La sfida
Il giro del mondo in oltre 4 mesi si snoderà dal Mar Mediterraneo (la partenza ad ottobre è prevista da Cagliari) attraverso l’Oceano Atlantico fino al Capo di Buona Speranza, poi in senso orario attorno all’Antartide, lasciando a sinistra Cape Leeuwin (Australia) e Capo Horn, per ritornare infine nel Mediterraneo. Un percorso di 25.000 miglia nautiche (46.300 chilometri). Buona parte si svilupperà in mari ostili, con condizioni meteo estreme, al limite dei ghiacci antartici. Per gestire una navigazione in solitario ed indipendente verrà utilizzata la tecnica dei “microsonni”, ossia veglie di 2 ore alternate a sonni di 20 minuti. I soli compagni di viaggio di questa traversata saranno gli iceberg, le balene, gli abitanti tutti del mare, le raffiche di vento che possono superare i 100 km orari e le onde fino a 10 metri. L’impresa sarà compiuta a bordo di un Class 40, una barca da regata ‘monotipo’ di 12 metri allestita ad hoc per questa impresa.

La salute prima di tutto, Mura come centralina bio-medica
Gaetano Mura sarà sotto osservazione medica giorno dopo giorno, si tratta infatti di un’occasione unica per studiare le risposte e gli adattamenti di un organismo umano alla prolungata permanenza in condizioni ambientali estreme. La sfida è stata raccolta da un gruppo interdisciplinare di studiosi e ricercatori che fanno capo ai professori Vincenzo Piras, Alberto Concu e Maurizio Porcu, del sistema ospedaliero universitario di Cagliari. Alterazione delle concentrazioni ematiche e di importanti fattori essenziali per il funzionamento del sistema nervoso, della produzione di forza muscolare e della capacità contrattile del cuore, frammentazione del sonno con aumento dei tempi di reazione a stimoli visivi; sistema immunitario sotto stress: questi alcuni dei rischi cui è sottoposto un velista.
“Per controllare lo stato psicofisico di Mura –spiega il team sardo di ricerca – è previsto il monitoraggio in remoto di numerosi indicatori dello stato di funzione dei principali organi. Questo controllo avverrà quotidianamente e regolarmente attraverso sistemi sicuri, non invasivi e di facile applicazione.
Il gruppo di ricerca ha progettato e messo a punto una piattaforma informatica ICT estremamente avanzata, che consentirà, tramite l’acquisizione h24 di segnali trasmessi dai rilevatori indossati da Gaetano Mura, il controllo dell’andamento nel tempo degli indicatori vitali relativi alle funzioni cardiorespiratoria, nervosa centrale, muscolare e metabolica, idrico-salina e urinaria. I principali sistemi bio-medici di controllo e acquisizione dati sono il Remote Cardiac Output Recorder, il Telemetric Brain Tracking e la Photogrammetric Motion Analysis.

Un’ impresa per rilanciare l’immagine della Sardegna e monitorare l’ambiente
L’impresa di Gaetano Mura si inserisce nella strategia di rilancio del turismo sardo. “Sardegna Isola Del Vento” è, infatti, il brand che accompagna il progetto di sostegno agli sport velici di cui il velista sardo è sicuramente uno dei maggiori ambasciatori.
Gli sport del mare, parte consistente dell’offerta del turismo in Sardegna, sono uno straordinario attrattore nel corso di tutto l’anno, così come sono uno straordinario veicolo di promozione gli eventi velici che vedono sardi e la Sardegna protagonisti: attraverso appuntamenti affascinanti e di valore mondiale come la regata in solitaria di Gaetano Mura. L’impresa creerà infatti interesse per l’isola e servirà da piattaforma mediatica per accrescere l’attenzione sulla Sardegna e il suo ritorno d’immagine della Sardegna, in particolare attraverso i canali social e i media più attuali.
La sostenibilità e l’ambiente sono stati sempre al centro delle avventure marine di Gaetano Mura. Anche questa volta registrerà con mezzi televisivi e fotografici le condizioni dei mari e degli oceani che attraverserà e sarà anche un testimone “oculare” di tutte le forme di vita che incontrerà.

Il video su Ispra TV, la tv dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale.
http://tv.isprambiente.it/index.php/2016/07/26/mura-around-the-globe/

L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

L’occhio di periscopio

Il giornalismo online in questi ultimi anni ha innescato una profonda trasformazione del nostro modo di informarci. Le notizie sono immediatamente disponibili attraverso la rete, continuamente aggiornate, facilmente reperibili. L’informazione è abbondante, la cronaca è ampiamente garantita. Quel che risulta carente è una chiave di interpretazione dei fatti, uno strumento di analisi capace di fornire una lettura che si spinga oltre la superficie degli avvenimenti. FerraraItalia ha questa ambizione: offrire commenti, analisi, punti di vista che contribuiscano alla formazione di una più consapevole coscienza del reale da parte di ciascuno e a vantaggio di tutti, come imprescindibile condizione per l’esercizio di una cittadinanza attiva e partecipe. Ferraraitalia è un quotidiano indipendente globale-locale che sviluppa un’informazione verticale tesa all’approfondimento, perseguito con gli strumenti giornalistici dell’inchiesta, dell’opinione, dell’intervista e del racconto di vicende emblematiche e in quanto tali rappresentative di realtà più ampie, di tendenze, di fenomeni diffusi (26 novembre 2013)

Redazione

Direttore responsabile: Francesco Monini
Collettivo di redazione: Vittoria Barolo, Nicola Cavallini, Simonetta Sandri, Ambra Simeone, Carlo Tassi, Bruno Vigilio Turra
Segreteria di redazione: Paola Felletti Spadazzi

I nostri Collaboratori: Sandro Abruzzese, Francesca Alacevich,Alice & Roberta, Catina Balotta, Fiorenzo Baratelli, Roberta Barbieri, Grazia Baroni, Davide Bassi, Benini & Guerrini, Gian Paolo Benini, Marcello Bergossi, Loredana Bondi, Marcello Brondi, Sara Cambioli, Marina Carli, Emanuela Cavicchi, Liliana Cerqueni, Ciarìn, Riccarda Dalbuoni, Roberto Dall'Olio, Costanza Del Re, Jonatas Di Sabato, Anna Dolfi, Laura Dolfi, Francesco Facchiano, Franco Ferioli, Giovanni Fioravanti, Giuseppe Fornaro, Maura Franchi, Riccardo Francaviglia, Andrea Gandini,Sergio Gessi, Pier Luigi Guerrini, Sergio Kraisky, Francesco Lavezzi, Daniele Lugli, Carl Wilhelm Macke, Beniamino Marino,Carla Sautto Malfatto, Fabio Mangolini, Cristiano Mazzoni,Giorgia Mazzotti, Paolo Moneti, Francesco Minimo, Alice Miraglia,Corrado Oddi, Fabio Palma, Roberto Paltrinieri, Valerio Pazzi,Carlo Perazzo, Federica Pezzoli, Gian Gaetano Pinnavaia, Mauro Presini, Claudio Pisapia, Redazione, Francesco Reyes, Raffaele Rinaldi, Laura Rossi, Radio Strike, Gian Pietro Testa, Roberta Trucco, Federico Varese, Ranieri Varese, Gianni Venturi, Nicola Zalambani, Andrea Zerbini

Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

Clicca sull’Autore per i suoi contributi.
CONTATTI
Inviare i comunicati stampa a: redazione@ferraraitalia.it
Inviare lettere al giornale a : interventi@ferraraitalia.it


FERRARAITALIA
Testata giornalistica online d'informazione e opinione, registrazione al Tribunale di Ferrara n.30/2013

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi