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Il vescovo Perego: “Testimoniare la fede con il coraggio del dialogo e della carità”

Testo dell’omelia del vescovo Giancarlo Perego pronunciata a Ferrara (da ufficio stampa Arcidiocesi di Ferrara)

Con emozione e preoccupazione, unite alla gioia e alla speranza, inizio il mio ministero episcopale tra voi e con voi, cari fratelli e sorelle della Chiesa di Ferrara-Comacchio. E tra voi e con voi guardo a questa città e a tutte le comunità della Diocesi con il desiderio di raggiungere tutti, anche chi è lontano e guarda altrove per trovare le ragioni della propria vita.

Saluto il Metropolita, S. E. Mons. Matteo Zuppi e il Vescovo di Cremona S. E. Mons. Antonio Napolioni, tutti i confratelli Vescovi. Un saluto particolare all’Arcivescovo Luigi Negri, che oggi passa a me il testimone di un ministero episcopale appassionato in questa Chiesa. Un saluto fraterno ai presbiteri, ai diaconi, alle persone consacrate, a tutti i fedeli, uomini e donne, che rappresentano il popolo di Dio, a immagine della comunità apostolica, e che provengono dalla città, dalla diocesi e da comunità a me care. Saluto le autorità presenti, ringraziando il Sindaco di Ferrara per le parole di saluto, non formali ma esemplari di un cattolico impegnato con libertà e responsabilità nella vita politica di questa città.

Il mio primo sguardo, arrivando sulla piazza è stato a questa nostra Cattedrale, la cui facciata coperta oltre che l’interno, portano i segni di sofferenza e le piaghe del terremoto. Nelle sue ferite vedo anzitutto le ferite di tante nostre comunità, dove le case, la chiesa, la scuola, i luoghi del lavoro e dell’incontro non sono ancora stati risanati. Nelle ferite della Cattedrale vedo, inoltre, anche le sofferenze di tante famiglie e persone: per il lavoro che manca o non è degno, per la malattia, per la solitudine e l’abbandono, per un dialogo generazionale interrotto. Nelle ferite della Cattedrale vedo infine ‘le nostre debolezze’ ricordate dall’apostolo Paolo, le ferite e le fatiche delle nostre parrocchie: ad arrivare a tutti, in particolare ai giovani, a costruire relazioni con chi vive da anni sul territorio e per chi arriva.
La Pentecoste, con il suo vento e il suo fuoco segni di Dio Spirito d’amore, viene oggi a sanare le ferite e fatiche che la nostra Cattedrale rappresenta e – come abbiamo ascoltato dalla prima lettura del profeta Gioele – rende gli anziani capaci di sogni e i giovani aperti alla profezia. Anche gli apostoli riuniti con Maria nel Cenacolo sono feriti, delusi, impauriti. Lo Spirito Santo li aiuta a leggere con gli occhi della fede la storia e ad aprirsi, ad andare. Non solo. Lo Spirito Santo spinge i cristiani della prima comunità, che per noi rimane esemplare, norma normante, a vivere dentro la città, a condividere le gioie e le speranze, le tristezze le angosce, soprattutto dei più deboli (cfr. Gaudium et Spes, 1), a costruire una nuova storia di solidarietà e responsabilità, di fraternità. La lettera ‘A Diogneto’ – citata nella Costituzione pastorale Gaudium et spes del Concilio Vaticano II – ricorda questa ‘simpatia’ e ‘sintonia’ con la città da parte dei cristiani, animati e resi creativi dall’azione dello Spirito Santo. Infine, la Pentecoste struttura una comunità di fede, una nuova esperienza di vita insieme, sinodale.

E guardando sempre la nostra Cattedrale, libera dal velo che la ricopre, ritroviamo le tre meravigliose facciate, e riconosciamo tre porte d’ingresso. La porta centrale ci ricorda e rimanda all’Eucaristia, forma della Chiesa che – diceva Giorgio La Pira – salva la città, anche quando è povera, solitaria e celebrata nel cuore della città con poche persone, che magari vi partecipano un po’ svagatamente. Dalla stessa porta l’Eucaristia esce nel cuore delle persone e tocca i luoghi familiari della nostra vita: la casa, il lavoro, la malattia, il peccato, la vita e la morte. Una delle altre due porte ci ricorda che in Cattedrale si entra per l’ascolto e l’annuncio della Parola che invita a scelte responsabili, a un nuovo stile di vita. E da questa porta si esce e si portano in città le ragioni della speranza cristiana, con gioia. La terza porta è la porta della carità, che ricorda che la Chiesa è aperta a tutti, con una preferenza per i più deboli, i sofferenti. E da questa porta si esce e s’impara a condividere, ad accogliere, a dialogare, ad aprirsi alla pace e alla vita.

Non chiudiamo mai queste tre porte della Cattedrale e delle nostre chiese, perché queste tre porte ci ricordano i tre impegni del cristiano! Anzitutto l’impegno di strutturare la nostra vita di fede, illuminata dallo Spirito Santo, – come ricorda la costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium – sui tempi di Dio e dell’uomo (l’Anno liturgico), sui segni della grazia (i sacramenti), che baciano le stagioni diverse della nostra vita. In secondo luogo, l’impegno di cammini rinnovati di vita cristiana, a partire dall’ascolto della Parola, letta dentro una ricca Tradizione e nel confronto con le storie quotidiane. I catechismi della Cei hanno inaugurato dopo il Concilio nella Chiesa in Italia un itinerario di vita cristiana che ha saputo coniugare l’annuncio della verità con la vita dei bambini e delle loro famiglie, dei ragazzi, dei giovani e degli adulti, attraverso anche nuovi linguaggi. A questi cammini, oggi, si sono affiancati nuovi cammini di iniziazione cristiana per i giovani e gli adulti, itinerari e gruppi di accompagnamento per coniugi divorziati o risposati, che l’enciclica di Papa Francesco ‘Amoris laetitia’ ha invitato a non trascurare nelle nostre comunità. Infine, l’impegno di testimoniare la fede non solo a parole, ma con i fatti, con il coraggio del dialogo, dell’accoglienza, della giustizia e della carità, con uno sguardo dalla città al mondo.

Questa Cattedrale ricorda oggi, ad ognuno di noi, ad ogni famiglia, ad ogni comunità, alla città, a chi arriva o a chi passa ‘la bellezza della fede’, che illumina la vita. Mentre oggi professo con voi ‘Credo nello Spirito Santo’, desidero volgere lo sguardo al cammino di questa Chiesa in cui entro in punta di piedi. Leggendo durante gli Esercizi spirituali il bel volume di Mons. Antonio Samaritani sulla storia della spiritualità della Chiesa di Ferrara-Comacchio (Profilo di storia della spiritualità, della pietà e devozione nella Chiesa di Ferrara-Comacchio, Reggio Emilia, Diabasis, 2004) ho trovato alcuni aspetti che credo non dobbiamo disperdere. Anzitutto lo sguardo ad Oriente di questa nostra Chiesa, di cui lo stesso patrono S. Giorgio e il santo vescovo Maurelio ne sono delle testimonianze più evidenti, come pure la seduta conciliare di Ferrara nel secolo XV, esperienza ecumenica straordinaria. E’ una Chiesa che ha saputo dalle sue origini respirare ‘a due polmoni’ – per usare un’espressione del Santo Papa Giovanni Paolo II – Oriente e Occidente, con una teologia e una spiritualità monastica aperta alla fraternità (privilegium amoris) e al dono di sé (donum lacrimarum), ispirandosi a S. Romualdo, di cui S. Guido, abate di Pomposa, è discepolo.

In secondo luogo, questa Chiesa ha interpretato in diverse occasioni la voglia di riforma della Chiesa, di una purificazione da abitudini, resistenze, chiusure, di cui sono testimonianza esperienze straordinarie di vita contemplativa e attiva e figure – come il beato Vescovo Giovanni Tavelli da Tossignano e il domenicano Girolamo Savonarola – che sogneranno e daranno anche la vita per una Chiesa ‘libera, povera e bella’. Infine nella storia della spiritualità contemporanea di questa Chiesa incontriamo l’impegno sociale e politico come luogo per un nuovo servizio all’uomo nel lavoro, nell’economia, nella finanza, nella cultura. Penso alla bella figura di Giovanni Grosoli, la cui pluriforme azione ha informato il movimento sociale cattolico ferrarese e non solo, l’Azione Cattolica, alimentando insieme ad altri movimenti e associazioni una spiritualità che sta generando nuove figure di santità laicale, tra cui ricordiamo, Alberto Marvelli, Flora Manfrinati, Laura Vincenzi e Riccardo Tagliati. Lo sguardo ad Oriente, che oggi significa apertura al mondo e al dialogo ecumenico e interreligioso, una riforma della Chiesa, che oggi chiede responsabilità e trasparenza, sinodalità, un rinnovato impegno politico e sociale: sono tre linee di continuità nella Chiesa tra Ferrara e Comacchio, che vive in pianura e si affaccia al mare, che guarda a Roma e a Costantinopoli, ad Atene e a Gerusalemme, e che vuole prepararsi al futuro con gioia e speranza.
Il ‘vento’ della Pentecoste ci scuota e ci aiuti a rileggere la storia di Gesù e a rinnovare la nostra storia, non disperdendo, ma rinnovando un patrimonio di spiritualità e di fede. Il 3 giugno 1963 moriva il Santo Padre Giovanni XXIII che, illuminato dallo Spirito ebbe il coraggio di annunciare e aprire il Concilio Vaticano II, primavera della Chiesa. A Lui affido l’inizio del mio ministero episcopale. La Madonna, patrona della nostra Arcidiocesi invocata come Beata Vergine Maria, Madre delle Grazie e Santa Maria in Aula Regia, ci accompagni oggi come ha accompagnato gli apostoli ad essere ‘pescatori degli uomini’. ‘Veni Creator Spiritus’, vieni tra noi Spirito Creatore.

Manservigi: “Siamo fiume che abbraccia il mare”

testo dell’intervento di Massimo Manservigi (vicario generale della Diocesi di Ferrara)

Eccellenza Reverendissima,
nel prendere la parola a nome del presbiterio e della nostra comunità diocesana, in questa giornata di importanza capitale per tutti, non voglio aggiungere – né potrei – ulteriori riflessioni alla sua omelia, così profondamente ispirata e illuminante rispetto alla nostra attuale situazione.
Come ho ricordato sabato scorso, al termine della liturgia eucaristica che ci ha visto salutare commossi S.E. Mons. Luigi Negri, molto è stato fatto, tanto ed in ogni settore, tuttavia siamo una famiglia, una famiglia che vive, cresce, si trasforma velocemente, e questo comporta – anche quando si lavora bene – ricominciare sempre, ogni mattina, Comporta la fatica di dire quotidianamente un grande ‘Sì’ al compito di prenderci cura di ciascuno e di tutti. Sappiamo che Lei è pronto per questo, ne siamo certi. Mi permetta allora solo di leggerle alcune righe scritte da Barbara Giordano, cuore del settimanale diocesano, che illustra con semplici ma poetiche parole, la nostra gente, la nostra terra, il popolo che le è stato affidato. Ascoltando presso la Basilica di San Giorgio il benvenuto del sindaco Tagliani, ho avvertito una grande sintonia con questa descrizione, una conferma di quello che realmente siamo: “Siamo terra e siamo acqua, nobiltà dal sapore antico e insieme miseria di braccianti che hanno rubato alla palude la forza di una nuova vita. Siamo fiume che abbraccia il mare, siamo aironi e campanili di piccoli paesi dove l’identità storica è appannaggio del ricordo dei molti anziani e il futuro è nella voglia di farcela di pochi giovani, giovani che però faticano a restare e a costruire il loro domani in un mondo fatto di infiniti campi di grano e con all’orizzonte le ciminiere del polo chimico. Siamo un antichissimo e prestigioso ateneo dove si laurearono Paracelso e Copernico, ma siamo ancora oggi i volti e i colori di tantissimi studenti che arrivano da tutta Italia e dall’Europa, cuore vivo e pulsante di una città che ha ancora il sapore del tranquillo vivere emiliano. Siamo piccole e grandi sagre patronali, ma anche la devozione alla Madonna delle Grazie e a San Giorgio, al Miracolo Eucaristico di Santa Maria in Vado e al grande Crocifisso trasportato dal Po fin sulle rive del borgo di San Luca. Siamo gli uomini e le donne del Quadrivio astrologico, dei Decani di Schifanoia, di Abu Masar e dei Tarocchi del Duca, ma siamo anche gli uomini e le donne della Beata Beatrice, di Caterina De Vigris, del Beato Tavelli da Tossignano, di Suor Veronica, Laura Vincenzi, Sergio Morelli. Siamo la sfrenata leggerezza del carnevale rinascimentale, ma anche l’invettiva di frate Savonarola, la spiritualità di decine di monasteri dentro e fuori le mura della città…siamo i Baccanali del Dosso, ma anche la Pietà di Guido Mazzoni, siamo i Giochi e l’Aurora nelle stanze del castello, ma anche il Giudizio universale di Bastianino e della facciata della Cattedrale, Gesù che sale da solo sulla croce nel coro antico delle benedettine. Siamo la favola di Ariosto, il lamento di Tasso, le atmosfere di Bassani, ma siamo anche lo splendore dei codici miniati dei Corali della Cattedrale, la bellezza della Bibbia di Borso d’Este, le note musicali di Guido Monaco nel silenzioso scrigno pomposiano, Bibbia dei poveri. Siamo l’Officina ferrarese, le Ante del Tura, ma anche la sagrestia nuova, limpido inno alla ferraresità fatta fede di Lorenzo Barattella. Siamo il Maggio del Palio, l’estate del Busker Festival, il Teatro, le Mongolfiere, ma siamo anche la Settimana Mariana, la grande processione del Corpus Domini, i Ragazzinfesta, l’impegno di tanti sacerdoti ed educatori perché ai più piccoli, ai giovani, agli adulti sia offerta la possibilità dell’incontro quotidiano con Cristo, sia in un Grest, in una serata di riflessione in canonica o nel Rosario lungo le strade del centro storico alla ricerca del volto di Maria sui muri che trasudano storia. La nostra.
Siamo la terra ferita dal terremoto, quella che ha perduto vite e chiuso case, aziende, botteghe, le sue chiese, i suoi oratori, nelle due scosse che le hanno cambiato la vita…ma siamo anche la gente che come un’araba fenice ha saputo rinascere giorno dopo giorno dal proprio dolore, ricominciando subito a ripensare, riprogettare, ricostruire il futuro…e che in quel futuro ancora vuole credere nonostante il peso dalla crisi dell’economia, del fallimento di grandi realtà locali e la difficoltà di un calo demografico tra i più alti del nostro Paese.
I ferraresi non sono mai a metà. Vivono molti mesi nel grigiore della nebbia, ma il grigiore non gli appartiene, perché se si trova la chiave giusta del loro cuore, sanno aprirsi alla luce di inaspettati soli”.

Il saluto al vescovo dei rappresentanti della diocesi ferrarese

da ufficio stampa Arcidiocesi di Ferrara

PRETE (don Marcello Vincenzi): Eccellenza, sono don Marcello, come rappresentate del clero e di tutte le 169 parrocchie di questa nostra Chiesa locale, la saluto all’inizio del suo servizio episcopale in mezzo a noi, la aspettiamo nelle nostre comunità parrocchiali per poterla incontrare, dialogare insieme, condividendo le gioie e le speranze dei più piccoli, dei giovani, della famiglie e degli anziani. Benvenuto tra noi!
PRETE GIOVANE (don Christian Piva): Eccellenza, sono don Christian, a nome dei preti giovani della nostra diocesi, desidero porgerLe i migliori auguri per un fecondo ministero episcopale, ci aiuti a rinnovare quotidianamente le promesse che abbiamo espresso il giorno della nostra ordinazione e a custodire il dono della fraternità sacerdotale come testimonianza di autenticità del nostro ministero.
RELIGIOSA (Suor Graziana Labanti): Carissimo Vescovo Gian Carlo, sono suor Graziana, suora della Carità di s. Giovanna Antida Thouret, insieme a tutte le religiose e alle persone consacrate della diocesi la saluto cordialmente. Condividiamo con lei, sin da ora il desiderio di camminare insieme, secondo la specificità di ogni carisma, per rendere sempre più bella questa nostra amata Chiesa particolare che è in Ferrara-Comacchio.
LAICO (Chiara Ferraresi): sono Chiara Ferraresi, attualmente presidente diocesana dell’Ac. Ho l’onore di esprimerle non solo a nome dell’Azione Cattolica, ma di tutte le associazioni e movimenti laicali presenti in diocesi e, in generale, di tutti i laici di ogni età impegnati nelle parrocchie e nei diversi ambienti, la nostra gioia e la nostra riconoscenza al Santo Padre per averla nominata nostro nuovo Pastore. Vorrei anche comunicarle, a nome di tutto il laicato, la nostra volontà e il nostro desiderio di collaborare gioiosamente con Lei e con i sacerdoti, nella diversità dei nostri doni, con spirito di fraternità e di servizio, per la crescita della nostra chiesa locale di Ferrara – Comacchio.
RAGAZZO (Francesco Benazzi): ciao Vescovo Gian Carlo, mi chiamo Francesco, frequento la II media e a nome di tutti i bambini e i ragazzi della nostra Diocesi ti do il benvenuto. Ti invitiamo fin d’ora nei luoghi dove siamo soliti trovarci perché tu possa aiutarci a crescere nell’amicizia con Gesù, in parrocchia, nei nostri gruppi, in oratorio, ai grest, assieme ai nostri sacerdoti, educatori e catechisti. Ti aspettiamo!
FAMIGLIA (fam. Uberti): Siamo Fazio, Cristina e i nostri quattro bambini. Eccellenza, rappresentiamo qui davanti a Lei le tante famiglie dell’arcidiocesi, viviamo con gioia l’essere “intima comunità di vita e di amore coniugale” e vogliamo continuare a testimoniare la letizia dell’amore e il carattere sacro e inviolabile della famiglia, della sua bellezza nel progetto di Dio. Siamo certi che lei non mancherà di aiutarci e sostenerci. Benvenuto nella nostra grande famiglia diocesana.

Zuppi, Ciotti, Rabitti e Turazzi fra i partecipanti all’insediamento

Elenco delle autorità religiose presenti all’insediamento del vescovo Perego (da ufficio stampa Arcidiocesi di Ferrara)

1. S.E. mons. Zuppi (Bologna)

2. S.E. mons. Negri (emerito Ferrara)

3. S.E. mons. Di Tora (Roma)

4. S.E. mons. Napolioni (Cremona)

5. S.E. mons. Camisasca (Reggio Emilia)

6. S.E. mons. Castellucci (Modena-Nonantola)

7. S.E. mons. Toso (Faenza-Modigliana)

8. S.E. mons. Turazzi (San Marino-Montefeltro)

9. S.E. mons. Vecchi (emerito Bologna)

10. S.E. mons. Rabitti (emerito Ferrara)

11. Mons. Gabriele Bentoglio (già Sotto Segretario Pont. Cons. Migranti-Vaticano)

12. Mons. Pierpaolo Felicolo (Migrantes-Roma)

13. Don Mario (Parroco Agnadello)

14. Don Ciotti (Libera)

15. Mons. Stephen Chirappanath (visitatore Apostolico dei Siro-Malabaresi d’ Europa)

Anche Savonarola tifa Spal

di Francesca Ambrosecchia

Sciarpe e bandiere bianco azzurre popolano la città!
La Spal è in A!
La scorsa settimana, dopo ben 49 anni, la squadra ferrarese è tornata in Serie A e anche il Savonarola si è fatto contagiare dall’aria di festa che ormai si respira da settimane.
Per la società e i tanti tifosi è un sogno che si avvera e anche chi “il calcio non mi interessa!” è stato trascinato dal clima di festa in Piazza Trento Trieste appena avuta la conferma della promozione. È difficile non saltellare durante i cori che vengono cantati a gran voce, ci si sente tutti un po’ parte di questo pezzo di storia calcistica che riguarda la nostra città: ora anche noi, non solo i nostri genitori o nonni, abbiamo visto e vissuto questo momento.
La squadra a strisce bianche e azzurre ha festeggiato questo nuovo traguardo poco dopo un anno dal passaggio in serie B. Tutti questi successi in davvero poco tempo se si pensa che solo cinque anni la situazione del club era incerta.
Tutti si sentono un po’ spallini adesso: una squadra che torna tra le grandi, una città che anche grazie a questo viene valorizzata e un rinsaldato legame tra tifosi, società, allenatore e giocatori.

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IL CASO
La biblioteca scomparsa di Celio Calcagnini, custodiva anche le opere di Savonarola

Dove sono finiti gli oltre mille libri della biblioteca di Celio Calcagnini? E’ questa l’interrogativo girato ai ferraresi da Oliviero Diliberto, che nei panni dello storico e giurista ha svelato un inedito ritratto dell’illustre umanista ferrarese vissuto alla corte degli Estensi tra il Quattrocento e la metà del Cinquecento (1479-1541). Citato come “dotto” nell’opera di Ludovico Ariosto, Calcagnini, figlio illegittimo ma riconosciuto di una famiglia facoltosa, il padre era un protonotaro al servizio del papa distaccato presso gli Este, viene ricordato soprattutto per un trattatello di astronomia “Quod caelum stet, terra vero moveatur”. “In realtà ha lasciato ben quattro trattati di diritto e numerosissimi scritti, tra cui uno sull’alchimia, che in vita non pubblicò”, ha spiegato il professore durante l’incontro organizzato da Associazione culturale democratica.

Abbracciata la carriera ecclesiastica, Calcagnini fu al servizio del cardinale Ippolito d’Este, fu amico dei più affermati poeti e scrittori dell’epoca e diplomatico presso corti europee cosmopolite con cui gli Este intrattenevano rapporti. Numismatico, storico, dottore in diritto canonico, fu un innovatore ai limiti dell’eresia. “Prese le difese di Erasmo da Rotterdam con il quale aveva uno scambio epistolare di cui resta traccia nell’inventario della sua biblioteca privata, lasciata in eredità al Convento dei Domenicani con la clausola di aprirla a tutti – ha raccontato Diliberto – Purtroppo dei libri non v’è traccia”.

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Oliviero Diliberto e (alla sua sinistra) Roberto Pazzi

A stilare l’inventario fu un inquisitore di Santa Romana Chiesa, sicché qualche sospetto sulla figura dell’illustre ferrarese aleggiava sicuramente tanto più, ha ricordato Diliberto, che le sue opere postume furono pubblicate a Basilea, terra di eretici, da Johan Froben il medesimo editore di Erasmo.

Era un pensatore moderno, forse troppo per la chiesa, ma aveva amicizie importanti e, soprattutto, era il segretario del cardinale Ippolito d’Este. “Morto Ippolito si ritirò a vita privata per una ventina d’anni. Ciò non impedì ad Enrico VIII d’Inghilterra di spedire a Ferrara una delegazione per chiederne il parere giuridico circa la possibilità di divorziare dalla regina. E Calcagnini diede ragione al re. I documenti sono microfilmati e conservati all’Università dei gesuiti in Michigan”, ha spiegato. Non era certo cosa di tutti giorni spostare un re per consultare un luminare del diritto, il che la dice lunga sulla fama di Calcagnini purtroppo offuscata dai secoli. “Stavo facendo delle ricerche nell’antico repertorio bibliografico di giurisprudenza dell’800 e mi sono imbattuto nel Calcagnini giurista – ha spiegato – Mi sono incuriosito, poi appassionato e ho consultato l’inventario del suo lascito ai domenicani, conservato alla biblioteca di Modena nell’Antico fondo degli Estensi. A quel punto si è aperto un mondo, più di mille volumi, una divina commedia miniata, le opere di Savonarola, piuttosto impegnative per l’epoca, tantissimi inediti e molto altro. Se è vero che la biblioteca di un uomo è il ritratto della sua personalità, Calcagnini vale la pena di essere svelato”.

Ora l’inventario diventerà un libro commentato in via di pubblicazione entro l’anno, resta però il mistero dei libri scomparsi.

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Nota semiseria su “i piagnoni” e Savonarola

Infuria sui giornali cittadini la polemica provocata dalla risposta del sindaco di Ferrara Tiziano Tagliani al direttore della “Nuova Ferrara”, Stefano Scansani. Nel suo intervento il primo cittadino esibisce una serie azzeccata di riferimenti storici che vanno dalla citazione al movimento savonaroliano dei piagnoni all’accenno a un capolavoro dell’arte scultoria chiamato popolarmente I pianzun dlà Rosa, splendido gruppo in terracotta policroma di un grande artista sconosciuto conservato ora nella chiesa del Gesù, dopo che i bombardamenti dell’ultima guerra mondiale distrussero quella in cui era conservato (la chiesa di Santa Maria del Tempio detta “della Rosa”, epiteto probabilmente riferentesi a “roggia” (roxa) in quanto adiacente al grande canale Panfilio, la via ducale d’acqua, la chiesa apparteneva all’ordine dei Templari).

La conoscenza  di un patrimonio culturale popolare da parte del sindaco, ben s’addice a commento delle sue insofferenze e anche ad esposizione del suo programma futuro. Si pensi, come valenza simbolica, all’importanza per la vita cittadina della statua, la brutta ottocentesca statua di Savonarola, che sorge proprio nel centro cittadino e che da sempre veglia i furori della piazza e le cerimonie istituzionali con la sua posa magniloquente e incavolata. Son molto attratto dalla coincidenza del caso come dalla fisiognomica, due aspetti apparentemente secondari nell’analisi dei fatti e che invece possono essere d’aiuto. Che nel giro di quarant’anni l’italianistica avvicendasse sulla cattedra di letteratura italiana di Firenze tre ferraresi d’origine o di cittadinanza onoraria come Lanfranco Caretti, Claudio Varese, Gianni Venturi non può essere solo un caso; come del resto non mi pare una coincidenza che i nostri studi e la nostra sede d’insegnamento fossero, a Firenze, in piazza Savonarola! Confermando questa titolazione il percorso misterioso della casualità.

E di piagnoni ben ci si è interessati, se uno dei convegni più complessi e più proficui sul frate ferrarese per volontà fiorentina ebbe luogo presso l’Istituto di studi rinascimentali della nostra città. Tra la piagnoneria e il debito scambio di vedute mi pare tuttavia che ci debba essere la sua differenza. Sbaglia, però, clamorosamente il sindaco nel ritenere che essere piagnoni significhi essere lamentosi e non invece, come storicamente dimostrato, “incazzati” – e mi si perdoni la parola sconveniente se non fosse che ora è diventata espressione comune -. Ma non nel significato che ad esempio i pentastellati potrebbero dare alla parola, tutt’altro! Mi va bene, se si volesse supporre, che il mio sindaco mi accusasse d’essere un “piagnone” (anche se l’esempio, come lui ben sa, poco è applicabile alla mia fisionomia intellettuale ma anche alla mia fisiognomica) e se questo significasse che sono o potrei essere in…to per certi modi e momenti della sua politica e di quella della sua giunta, in parte rinnovata ma non negli assessorati forti come quelli che ancora occupano i tre moschettieri del suo team. Vale a dire Modonesi, Marattin, Maisto.

Eppure, se mi è permesso dialogare, la “piagnoneria” ha un suo scopo, non tanto di contrapposizione sterile quanto di incitamento a un confronto che francamente mi sembra molto spesso latitare. Non è che si voglia condizionare la necessaria e inconfutabile prerogativa dell’istituzione di governare secondo un piano e una visione delle cose elaborate in modo autonomo, ma sarebbe cosa importante se uno scambio più vivace e complesso si potesse instaurare con giunta e sindaco. Nel caso specifico dell’associazionismo culturale si è tentato di proseguire gli incontri promossi dagli Amici dei Musei con tutte le altre associazioni per definire ruolo e spettanze dei Musei, ma per ora, forse a causa della campagna elettorale, non si è avuto risposta. Altrettanto va detto per la presunta “normalizzazione” delle associazioni culturali, come rileva l’Assessore alla cultura, che sembra non si lamentino tanto ma operino positivamente. A quel che mi consta, il “lamento” associazionista trae spunto dal fatto inoppugnabile che esse prestano un servizio alla città positivo e determinante.

Dopo la vergognosa e triste vicenda della sede delle associazioni di proprietà Fondazione e Cassa Carife, da cui sono state sfrattate e dichiarate morose perché non pagavano sede e servizi condominiali a suo tempo assicurato dall’ente proprietario, mi sembra sia stata decisione saggia e generosa da parte del Comune allogarle in parte nella sede di Via Mentessi, dove provvisoriamente coabiteranno con altre associazioni. Ma non ho notizia delle vicende dell’Accademia e della sua splendida Biblioteca un tempo accolta a palazzo Zanardi, già sede dell’assessorato alla cultura. I tempi son difficili, specie ora che scandali e malversazioni rendono sempre più lontano dal sentire comune i modi di certa politica (e purtroppo di entrambi gli schieramenti). Occorre dunque che il sindaco Tagliani sia attento a quel movimento “piagnone” che gli porterebbe consensi e anche dissensi sempre però nel chiaro ed esplicito riferimento a un onesto “dibbbattito”. Così come gli suggerisco (e lo dico perché anch’io indulgo a quel peccato veniale) di non essere permaloso. E’ difficile, lo comprendo, ma non è una giustificazione. Lo stesso valga anche per molti assessori che spesso indulgono a questo vezzo. Insomma, se Tagliani vuol rivendicare a sé e ai suoi collaboratori l’immagine di Savonarola, saremo ben contenti noi “piagnoni” di seguirlo su una via difficile ma entusiasmante, sempre che sia percorsa nel rispetto reciproco dei ruoli e delle competenze.

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