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Lo stesso giorno
Rubin Carter: il pugile che sconfisse il razzismo

 

28 febbraio 1988:
Rubin ‘Hurricane’ Carter viene finalmente scarcerato.

“Questa è la storia di Hurricane, l’uomo a cui le autorità diedero la colpa per qualcosa che non aveva mai commesso, sbattuto in una cella, ma una volta sarebbe potuto diventare campione del mondo”
(Bob Dylan, Hurricane)

Rubin Carter era nato a Clifton nel 1937 e la sua non è una storia molto diversa da quella di tanti  giovani afroamericani nati e cresciuti in un’America razzista. Poco dopo il suo quattordicesimo compleanno cominciano i primi problemi con la giustizia, finisce in riformatorio per aggressione e piccoli furti. Scappato dal riformatorio nel 1954 si arruola nell’esercito americano a soli 17 anni. Dopo pochi mesi di addestramento viene spedito in Germania dove però il suo animo insubordinato e la sua incapacità a sottostare al razzismo dei superiori gli costano 4 convocazioni da parte della corte marziale che si concludono con il congedo per inadeguatezza dopo solo 21 mesi di servizio. Tornato in New Jersey finisce in carcere per la precedente evasione. Proprio in carcere, prossimo ad arrendersi a una vita di crimini e violenze – come lui stesso dice nella sua autobiografia – si avvicina alla boxe e comincia a intravedere la possibilità di una vita diversa. Appena uscito diviene subito professionista e combatte nella categoria dei pesi medi. Nonostante la sua altezza – 173 cm – non sia negli standard, si distingue da subito per forza e velocità. Testa rasata e baffi lunghi, stile di combattimento aggressivo e indomabile, gli fanno guadagnare in fretta il soprannome di Hurricane. Così Rubin, come un Uragano sale sul ring, e avversario dopo avversario in soli due anni batte contro ogni pronostico il campione del mondo dei welter Emile Griffith, mandandolo K.O. alla prima ripresa.

Rubin ce l’ha fatta. Il 14 dicembre 1964 ottiene un incontro per il titolo mondiale dei medi contro il detentore Joey Giardello. L’incontro lo perderà ai punti tra sdegno e incredulità dei giornalisti che lo avevano visto vincere almeno 10 round su 15. Nonostante quella che alcuni chiamano the hoax – la beffa – Hurricane ha finalmente abbandonato il mondo della criminalità, diventando l’esempio per la comunità afroamericana: un uomo che ha rotto le catene senza cedere i propri valori. Una grande beffa sicuro la sconfitta con Giardello, ma niente in confronto a quello che stava per accadere.

Durante la notte del 17 giugno 1966 due uomini di colore entrarono nel Lafayette Bar and Grill a Paterson, New Jersey, e aprono il fuoco. Muoiono il barista, una donna e un uomo di passaggio, una quarta persona rimane ferita e viene trasportata d’urgenza all’ospedale. Sulla scena del crimine ci sono dei testimoni però: il noto malavitoso Alfred Bello e il suo braccio destro Bradley.

Nel frattempo Runin Carter è in una macchina bianca, proprio come quella dei criminali, insieme all’amico di John Artis. I due vengono subito fermati dalla polizia che li porta all’ospedale, dove Willie Marins sopravvissuto alla sparatoria non li riconosce.
Non li riconosceranno neanche tutti gli altri testimoni che avevano visto la scena dalla strada o dai palazzi adiacenti. Passano 24 ore quando il pugile con il suo amico vengono rilasciati essendo ovviamente innocenti e non legati al fatto. Sette mesi dopo la polizia ferma Bello e Bradley e li convincono a testimoniare contro il pugile assicurando ai malavitosi che non avrebbero più dovuto preoccuparsi della polizia se avessero collaborato. Rubin Carter e John Artis si presentano in aula accusati di triplice omicidio e per la giuria di soli bianchi non ci sono dubbi: carcere a vita per entrambi.

La sentenza non piega Hurricane come sempre indomabile. Grazie alla biografia  – Il sedicesimo round: da sfidante numero 1 a numero 45472 – pubblicata nel 1974 ottiene il sostegno della gente che chiede a gran voce la grazia per il pugile. A combattere per il pugile sono tanti, anche figure importanti come Muhammad Ali e Bob Dylan. Proprio quest’ultimo nel ’76 pubblica Hurricane e grazie a una serie di concerti in tutti gli USA riesce a coinvolgere sempre di più l’opinione pubblica arrivando addirittura a far riaprire il caso. Nonostante la presenza di due afroamericani nella giuria e la ritrattazione delle dichiarazioni fatte da Bello in sole 9 ore viene riconfermato il carcere a vita per gli imputati.

Proprio quando sembrava che Carter avesse perso le speranze arriva la lettera inviatagli da Lesra Martin, un giovane ragazzo afroamericano adottato da una famiglia in Canada. I due si incontrano nel carcere dove era detenuto Carter e da qui nasce la loro profonda amicizia. Lesra insieme alla famiglia, avvocati e altri attivisti per il caso lavorano a lungo per dimostrare l’innocenza del pugile sino a promuovere una petizione per appellarsi alla Corte Federale.

È il 28 febbraio 1988 quando Rubin Carter alias Hurricane esce dal carcere. I giudici della corte federale infatti avevano riconosciuto che i due afroamericani non avevano avuto un processo equo, affermando che l’accusa era “basata su motivazioni razziali”.
Dopo 19 anni passati ingiustamente in carcere, Hurricane non vuole solo essere un esempio per la sua comunità, ma combattere in prima linea le ingiustizie del suo paese.
Trasferitosi a Toronto sceglie di ricoprire la carica di direttore esecutivo dell’Associazione per la Difesa dei Condannati per Errore (ADWC) dal 1993 al 2005. Colpito dalla malattia muore nel 2014 tramandando l’esempio di chi ha combattuto le ingiustizie per migliorare la propria vita e quella di molti. Nonostante la dura interruzione della carriera pugilistica, Hurricane riuscì a collezionare persino la cintura di Campione del Mondo ricevuta ad honorem dal World Boxing Council.

Arresti domiciliari anche ai boss mafiosi del 41 bis? No grazie

La proposta di mandare i boss mafiosi ai domiciliari mentre si trovano al 41 bis, in un momento in cui tutto il paese è “agli arresti domiciliari”, è incomprensibile e scellerata. Mentre migliaia di persone muoiono in assoluta solitudine, migliaia di cittadini non hanno più un lavoro, un reddito, un futuro, lo Stato si preoccupa di liberare delinquenti e mafiosi assassini? Scarcerare i mafiosi con la scusa dell’epidemia del coronavirus equivale ad assassinare ancora una volta Falcone, Borsellino e tutte le altre vittime. Trasferire a casa, per esempio, il criminale mafioso Spatuzza, che si è macchiato del terribile assassinio di un bambino di 11 anni, Giuseppe Di Matteo, rapito, strangolato e sciolto nell’acido come ritorsione nei confronti del padre, Santo di Matteo, collaboratore di giustizia, è inconcepibile. E’ questa la legge?
Spero non sia vero! Mai come in questo momento il ricordo dell’amica Agnese Borsellino, moglie di Paolo Borsellino, scomparsa nel maggio 2013, mi angoscia ancor di più. A noi amiche del gruppo confidava che non aveva paura di morire, ma aveva paura della consapevolezza che non sarebbe riuscita a vedere la fine del processo sulla strage di via D’Amelio del 19 luglio 1992, che le aveva strappato vigliaccamente il marito e il padre dei suoi figli. Da quel giorno, fino alla morte, causata da un tumore, ha trascorso gli anni della sua vita assieme ai figli e al cognato Salvatore Borsellino, alla ricerca della verità. “Borsellino e Falcone avevano capito da tempo che è la mafia che materialmente uccide, ma il mandate è qualcuno di molto in alto…”.
Molti di noi ricordano quell’intervista televisiva in cui Agnese dichiarò: “Mio marito, Paolo, dopo l’incontro con Mancino a pochi giorni dall’attentato, tornò a casa sconvolto, gli chiesi il motivo e lui mi rispose “oggi ho sentito odore di morte”.
In questi giorni, un altro amico, Giuseppe Giordano (Pippo), ex poliziotto ed Ispettore della Dia (Direzione Investigativa Antimafia), autore de Il sopravvissuto, collaboratore in prima linea alla lotta alla mafia, con Falcone, Borsellino, Cassarà e Montana e particolarmente coinvolto nella vicenda del rapimento e uccisione del piccolo Giuseppe Di Matteo, sin dal giorno del suo sequestro, si dice sconcertato.
Da anni Giordano si reca nelle scuole di tutta Italia per far conoscere ai giovani i crimini mafiosi. “Questo Stato, al quale giurai fedeltà, mi sta facendo riaprire ferite mai emarginate. Questa Italia che dimentica il passato concedendo la libertà ai mafiosi è la stessa che ad ogni anniversario porta le corone per ricordare i martiri della violenza mafiosa. Fatemi un gradito favore, il 23 maggio (Giovanni Falcone) e il 19 luglio (Paolo Borsellino) state lontani da Capaci e da via D’Amelio, ci fate più bella figura. In questi giorni sono anche disgustato dal silenzio di alcune organizzazioni antimafia che non intervengono sull’avvenuta liberazione anticipata di mafiosi e di quelli che potrebbero beneficiarne. Zitti! Non comprendo questo silenzio. Se chi ha avuto l’idea di liberare anzitempo i mafiosi, con la scusa del coronavirus, avesse visto i corpi maciullati dei carabinieri, dei colleghi di Polizia, dei magistrati, come ha visto il sottoscritto, allora capirebbe tutta la mia amarezza e disgusto per questa scellerata decisione”.
Quaranta mafiosi stanno per uscire: è già uscito dal carcere Bonura (boss di mafia) per motivi di salute, come il boss Zagaria, e potrebbero beneficiare del ‘rischio coronavirus’ altri boss che oggi sono al 41bis, come il mandante della strage di Capaci (Bagarella), il mandante (Santapaola) dell’omicidio del giornalista Pippo Fava (per quest’ultimo giunge notizia che il giudice della Sorveglianza di Milano ne ha bocciato la richiesta proprio in questi giorni), il mandante (Pippo Calò) dell’omicidio del generale Dalla Chiesa e alcuni boss della Nuova Camorra Organizzata. Si tratta di una possibilità che ha generato polemiche e sconcerto nel mondo dell’Antimafia, negli italiani onesti e nei parenti delle vittime innocenti.
Anche l’amico giurista, il prof. Giuseppe Musacchio, presidente presso l’Osservatorio Antimafia del Molise e professore di diritto in varie università italiane e straniere, si dice sconvolto perché se dovessero uscire boss mafiosi del calibro di Cutolo, lo Stato avrà perso la sua credibilità e nessuno avrà più fiducia nelle giustizia. Nessuno avrà più il coraggio di denunciare e la mafia soffocherà definitivamente lo Stato. “Qualora si dovessero aprire le porte del carcere per gli autori delle stragi di Capaci e via D’Amelio si certificherebbe la sconfitta dello Stato e il trionfo delle mafie. Uno Stato responsabile non può”.

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