Tag: scienza

Burqa

Celati forever (12):
Dialogo sulla fantasia

 

(Dialogo tenuto nel maggio 2005 all’Università di Trento e rivisto dagli autori nel maggio 2006)

Massimo Rizzante
Sembrerebbe che i narratori moderni non capiscano più cosa significhi raccontare l’altro mondo, quasi che fossero permanentemente ospedalizzati in questo mondo e nella cosiddetta ‘realtà’, di cui il loro linguaggio deve essere al servizio. Perciò quasi tutti i romanzi in circolazione debbono mettere avanti un progetto di dire qualcosa di drammatico su questo mondo, sulla ‘realtà’, per poter essere presi seriamente”. Quando ho cominciato a leggere il tuo ultimo libro, Fata morgana (2005), sorta di resoconto etnografico su una popolazione mai esistita, mi è subito venuto in mente Gulliver, e tutta una tradizione narrativa semiseria di viaggi fantastici e luoghi introvabili che probabilmente risale agli inverosimili racconti di Luciano di Samosata. Poi ho scovato nei miei appunti la citazione sugli scrittori “ospedalizzati” nella realtà. È stralciata dalla tua Prefazione a La miseria in bocca di Flann O’Brien, libro uscito nel 1987. Anche la vena satirica di O’Brien è profondamente fantastica: O’Brien non si fa nessuno scrupolo, alla stregua di Swift, a trasformare l’ospedale della realtà in un asilo per pazzi. Lilliput, il mondo sottomarino delle antiche fiabe gaeliche, o la tua valle dei Gamuna sono luoghi inverosimili, eppure ci raccontano qualcosa di ‘vero’. È da qui che dobbiamo partire?

Gianni Celati
La citazione dall’introduzione a Flann O’Brien, dove dico che i moderni sono come ospedalizzati nella cosiddetta “realtà”, è un po’ violenta come apertura di discorso. Partiamo da cose più elementari. Negli ultimi tempi mi è capitato di vedere alcuni film che sono considerati di fantasia, come Il signore degli anelli e Harry Potter. In modo inconfondibilmente anglosassone, la fantasia qui è data come un regno del torbido, del mostruoso, anche dello sporco e del polveroso. Il pragmatico mondo anglosassone vede la fantasia come una zona torbida della psiche umana, da dominare con la razionalità. Questo compito ora è affidato all’onnipotenza della tecnologia, con i suoi effetti elettronici che possono dominare la psiche di tutti. La separazione tra fantasia e realtà è ricondotta a quella tra mondo soggettivo e mondo oggettivo; e questa separazione sottolinea che le fantasie “non sono vere” perché esulano dalle “verità scientifiche”. Bisogna ripartire di qui, mettendo in dubbio che esista questa separazione netta tra il mondo immaginario o fantasticato e quello che viene ufficialmente dato come mondo reale quotidiano.

Massimo Rizzante
La conoscenza fantastica ieri come oggi non è mai stata presa sul serio dagli uomini, malati e “ospedalizzati” nella conoscenza cosiddetta razionale. Che cosa si deve fare, per liberarsi da un’idea di fantasia intesa come “irrealtà”, a cui credo faccia da pendant un’idea di realtà concepita secondo i canoni intimidatori della vulgata scientifica?

Gianni Celati
Il fatto è che noi ci serviamo della fantasia tutti i momenti per interpretare le cose, cercando di capire quello che è fuori dalla nostra portata; e tutto il nostro sistema emotivo dipende da come immaginiamo ciò che non è sotto i nostri occhi. Quando abbiamo paura, quando siamo a disagio, quando siamo gelosi, quando facciamo progetti, entra in gioco l’atto di fantasticare. Quando siamo innamorati non facciamo che ripassarci il film delle fantasie sull’essere amato, e anche quando riflettiamo cerchiamo aiuto nell’immaginazione o nella fantasticazione. Il fantasticare è così assiduo che lo diamo per scontato. Però se si inceppa abbiamo un campanello d’allarme, che è la noia: la noia è una specie di una nebbia mentale che blocca gli slanci immaginativi, e rende fastidioso anche il flusso di stimoli che viene dai sensi e dal mondo esterno.

Massimo Rizzante
Infatti l’immaginazione – che qui andrebbe tradotta con la parola “fantasia” – secondo Aristotele ha la funzione di regolare il flusso che viene dai sensi e che va verso l’intellezione

Gianni Celati
Sì. In un testo tra i massimi della storia della filosofia, il De anima, Aristotele cerca di spiegarsi come succede che portiamo in mente le immagini, ossia perché abbiamo in noi questa produzione immaginativa. Aristotele chiama in due modi le immagini che sorgono della mente: phantasma e phantasia, entrambi dal verbo phaino, “mostrare”. Sono figurazioni che “si mostrano” in noi come un richiamo a percezioni avute o possibili. Queste immagini nella mente, dice Aristotele, sono una combinazione di ciò che abbiamo percepito attraverso i sensi e ciò che opiniamo con l’intelletto. E nel suo trattato sulla memoria dice che sono oggetti di memoria quelli che cadono sotto l’immaginazione; dunque immaginazione e memoria non sono separabili: ricordare vuol dire in qualche modo immaginare la cosa ricordata, ripensarla fantasticamente. È anche l‘idea di Giambattista Vico, il quale diceva che “la memoria è l’istesso della fantasia”.

Massimo Rizzante
Volevo, se mi permetti, riportare un passo di Aristotele, tratto dall’opera da te già citata, Della memoria e della reminiscenza – fra l’altro riportato da Maria Corti nel suo studio sull’inventio dantesca. Eccolo: “La memoria, anche degli intelleggibili, non è senza immagine… È chiaro dunque a quale parte dell’anima appartiene la memoria, cioè a quella cui appartiene anche l’immaginazione: sono oggetti di memoria per sé quelli che cadono sotto l’immaginazione, per accidente, poi, quelli che non sono separati dall’immaginazione”.

Gianni Celati
I greci non avevano una parola per dire “conoscenza”, ma ne avevano una per dire “intellezione”: noèsis – il processo del pensiero nella comprensione di qualcosa. La noesiè per Aristotele un modo di percezione, dunque bisogna pensare l’intelletto come una specie di lente. Si possono usare altre immagini per dire questo processo, come quella della lampadina accesa nella mente, usata nei fumetti. Emanuele Coccia usa l’idea della trasparenza delle immagini, come la soglia attraverso cui percepiamo qualcosa nel processo di intellezione (La trasparenza delle immagini, Bruno Mondatori Editore, 2005). Insomma: le immagini sono uno stato ricettivo a cui si apriamo, e nei termini di Aristotele uno stato ricettivo è una passione (come l’opposto dell’azione). Dunque tutto il sentire dei sensi o percezione corrisponde a modi di passione. Non è nella forma bruta dello scambio di informazioni che capiamo qualcosa del mondo esterno, ma nel processo con cui ci proiettiamo verso ciò che si configura come un’esperienza e una passione.

Massimo Rizzante
Potresti portare un esempio di questo uso della fantasia intimamente legato alla memoria?

Gianni Celati
L’esempio più importante è Giambattista Vico. La rivoluzione portata da Vico sta nel concepire l’immaginazione e la fantasia non come produzioni soggettive, ma come una specie di filo che collega gli uomini. In altre parole: noi possiamo capire fantasticazioni e mitologie molto lontane da noi, perché anche la nostra forma mentis è disposta a produrre fantasticazioni e mitologie simili, cominciando da quando eravamo bambini. Solo così si possono rimemorare i processi che hanno dato luogo a costruzioni mitologiche e antropologiche, secondo stadi della vita collettiva; e in questo senso la fantasia non è qualcosa di soggettivo, ma una vasta memoria collettiva che ci collega al passato e anche a ciò che è lontano da noi, fino ai limiti dell’umano. La scienza che si occupa di queste cose, Vico la chiama “sapienza poetica”, come scienza delle forme fantastiche con cui gli uomini si intendono in quanto appartenenti alla specie umana. Questo è il succo del pensiero di Vico. Ed è il presupposto di ogni antropologia, che in questo senso è una memoria dove i cosiddetti primitivi non stanno più in una opposizione categorica rispetto a noi.

Massimo Rizzante
Il tuo discorso è chiaro. Fin quando ha avuto un forte legame con la memoria, la fantasia ha partecipato al processo cognitivo dell’uomo (penso a Montaigne, ad esempio).

Gianni Celati
La memoria non può mai essere pensata come neutra informazione che si accumula alla maniera del denaro. L’esempio decisivo è quello del nazismo, su cui abbiamo un’enorme informazione, che però lo presenta quasi sempre come un fenomeno unico, mostruoso e incomprensibile. Invece il nazismo è strettamente intricato con l’umano, con tendenze che pervadono tutta la vita comune, come ci ha insegnato Primo Levi. Con un po’ d’immaginazione si può intravedere come molti di questi uomini che stanno sempre a galla, che accettano i peggiori modi di trivializzare la vita per attenersi alle norme vigenti, se governasse il nazismo sarebbero votati al quella stessa burocratica ferocia. Uno dei principali organizzatori dei campi di sterminio, Eichmann, era un tecnocrate che credeva ai calcoli ben fatti, all’obbedienza ai superiori, e credeva ciecamente nella propria buona fede. Come ha detto Hannan Arendt, era un uomo senza immaginazione, senza fantasia.

Massimo Rizzante
Questo mi sembra il punto essenziale: possiamo ridare valore alla nozione di fantasia se ridiamo alla fantasia la sua funzione perduta di regolatrice della conoscenza umana, di scrigno di forme ricevute attraverso i cinque sensi, di mediatrice tra corporeo e incorporeo.

Gianni Celati
Ma nel modo in cui viene usata oggi, la parola “conoscenza” dà l’idea d’un sapere composto di informazioni che si capitalizzano per far carriera in qualche settore. Questa è la concezione di tutte le forme di expertise o professionalità attuali. E sempre di più trovi il romanziere che va in un archivio a raccogliere informazioni per scrivere il suo romanzo, dove la cosa studiata diventa un mistero stupidissimo per tenere il lettore sulla corda. A parte ciò, quel romanziere non ha mai tempo di studiare niente, perché deve scrivere la sue 500 parole al giorno e pubblicare un libro all’anno. Fino a Gadda, Calvino, Landolfi e Manganelli, scrivere e studiare erano la stessa cosa: si scrive perché si studia; perché studiando la testa si riempie di immagini che smuovono il pensiero; e perché il pensiero deve essere fatto lavorare altrimenti si fossilizza nella chiacchiera.

Massimo Rizzante
Una malattia più recente è quella che Milan Kundera ha definito nel suo ultimo saggio, Il sipario, come “morale dell’archivio”: un assurdo proliferare di informazioni e saperi, un’accumulazione senza freni di libri nel tentativo di abbracciare un Tutto, di cui – paradosso nel paradosso – da almeno un secolo, si predica l’inesistenza. Il risultato, al di là di un facile idillio con un falso concetto di eguaglianza, è che più concepiamo la memoria come archivio, più la nostra capacità figurativa, rammemorativa e reminiscente, viene meno.

Gianni Celati
Bene. Cambiamo argomento.

Massimo Rizzante
C’è un’affermazione piuttosto forte che tu hai fatto: hai detto di non credere nell’estetica così come è stata intesa dal Settecento in poi. È un caso se il tuo rifiuto dell’estetica moderna coincida con la critica alla pretesa moderna dei romanzi di regolare le avventure umane secondo le convenzioni della coscienza? Critica da te sviluppata in Finzioni occidentali.

Gianni Celati
Sì, Finzioni occidentali tratta di questo: le convenzioni della coscienza come una specie d giudice supremo di tutti i fatti della vita. Il romanzo moderno (in inglese novel) è cominciato con questa pretesa di spazzar via tutti gli errori – gli errori degli ignoranti, dei pazzi, delle donne, dei bambini e dei selvaggi – per il trionfo della coscienza maschile, adulta e civilizzata. Nel 1968 ho avuto una borsa di studio che mi ha permesso di passato due anni a Londra, chiuso nella biblioteca del British Museum. Ne è venuto fuori quel saggio sulla nascita del romanzo che hai citato. Questo si ispirava a Don Chisciotte, come mio eroe e guida nei pensieri. E ciò che mi appassionava di questo eroe era la sua resistenza a tutte le censure, il suo passare imperturbato attraverso le critiche degli intenditori che vorrebbero ricondurlo sulla retta via della coscienza “realistica”. Per questo il Don Chisciotte è così illuminante, perché qui si affaccia per la prima volta la questione della “realtà”, posta in un contrasto con l’immaginazione e le tendenze fantasticanti. E si affaccia anche l’idea che il “nuovo” sia qualcosa che spazza via le inutili anticaglie (i romanzi cavallereschi che hanno invaso il cervello di Don Chisciotte). Ma, posto questo schema, dove Don Chisciotte ha sempre torto in quanto invasato da fantasie passate di moda, poi succede che sono proprio le sue tendenze fantasticanti a arricchire di senso il mondo. Sono le sue fantasie e le sue riflessioni a farci intravedere l’aperto mondo sotto l’aperto cielo come la nostra unica vera casa. Tutto il Don Chisciotte rimane un esempio meraviglioso di questa potenza del pensiero figurale che ci guida verso un’apertura al mondo esterno.

Massimo Rizzante
A partire dagli anni Ottanta, con il nuovo esordio di Narratori delle pianure (1985), si accentua nelle tue opere e nelle tue riflessioni l’opposizione tra il “delirio critico razionalistico”, che vuole sempre spiegare e incasellare la “realtà”, e il senso comune, un sapere pratico, incapace di discriminare, che ci riconduce alla prosa del mondo, in basso, nella terra dei “luoghi comuni”: termine quest’ultimo che tu usi spesso, così come quelli di “banalità”, “ovvietà”, “sentito dire” in cui tutti noi siamo immersi. Che cosa puoi dirci a proposito di quell’epoca?

Gianni Celati
Per alcuni anni sono andato in giro per la valle del Po, prima insieme ad alcuni fotografi e poi da solo, a prendere appunti. Di qui è venuto fuori quel diario di viaggio intitolato Verso la foce. Una delle attività che facevo era quella di piantarmi per interi pomeriggi nei bar di campagna e ascoltare cosa dicevano gli avventori. A ogni momento sentivo accenni a storie possibili, e di lì mi sembrava di capire come nascono i racconti. L’altra cosa che mi veniva in mente è l’idea che noi viviamo dentro al “sentito dire” collettivo, ossia che tutto il mondo per noi sia come foderato dal “sentito dire”. Continuamente no parliamo di cose che ci sono “note”, perché sono cose che immaginiamo in un modo o nell’altro attraverso un “sentito dire” (che può essere anche quello dei giornali). Il “sentito dire” è come uno spillo: qualcuno mi punge con quello spillo e mi spinge a farmi delle domande per capire di cosa si sta parlando. Questo è il lavoro di chi scrive racconti: sente una cosa, vuole capire ciò che si dice, e parte a farsi domande, ossia a fantasticare. Quello che lega gli uomini sono le domande che gli uomini si fanno: non le affermazioni, ma il pensiero interrogativo, dove ogni interrogazione promuove altre immagini e fantasie.

Massimo Rizzante
Mi ricordo che quando lessi Verso la foce (1989) mi colpì molto la “Notizia” che tu, come autore, avevi posto sulla soglia del libro. Mi è sempre rimasta impressa, soprattutto la parte finale: “Ogni osservazione ha bisogno di liberarsi dai codici familiari che porta con sé. Ha bisogno di andare alla deriva in mezzo a tutto ciò che non capisce, per poter arrivare ad una foce dove dovrà sentirsi smarrita. Come una tendenza naturale che ci assorbe, ogni osservazione intensa del mondo esterno forse ci porta più vicino alla nostra morte, ossia ci porta ad essere meno separati da noi stessi”. Questa tendenza naturale è una variazione del senso comune? E ancora: scrivere sotto questo imperativo naturale che ci assorbe, significa scavalcare il recinto del territorio estetico per porci in un territorio di ascolto e visitazione “fantastica” degli altri?

Gianni Celati
L’idea di ascolto e visitazione fantastica degli altri è bel concetto. In realtà poi ognuno di noi va sempre in cerca d’una sua popolazione, d’una popolazione d’individui a cui associarsi anche solo fantasticamente. Allo stesso modo i cani vanno in cerca d’altri cani con cui annusarsi, e i bambini cercano altri bambini con cui giocare, e gli adolescenti cercano altri adolescenti per parlare di cose da adolescenti. Gli antichi dicevano che il simile cerca il simile. La letteratura stessa a me sembra non un prodotto di autori separati, ma di popolazioni, di bande di sognatori, tra cui avviene quell’ascolto e quella visitazione fantastica che hai detto. Per questo la letteratura cavalleresca è la tradizione narrativa italiana che più mi attira e che bisognerebbe rimettersi a studiare. Perché non parla di individui separati nella loro cosiddetta psicologia, non parla dell’individuo moderno chiuso nel proprio guscio, ma sempre della vita come un fenomeno vegetativo generale, dove tutto è collegato e tutto è animato. E parla di popolazioni di sognatori passionali e sbandati, puramente esposti alla fatalità del destino, come Don Chisciotte.

Massimo Rizzante
La tendenza naturale, per chi scrive racconti, dunque, è complementare a quella capacità fantastica che affonda le sue radici nel terreno del senso comune?

Gianni Celati
Sì. E riflettere sulla fantasia aiuta a capire quello che tu chiami senso comune: cosa ci lega agli altri nei pensieri a distanza, anche nel quadro d’una separazione generale degli individui come quella in cui viviamo. Per questo credo sia utile la ripresa del pensiero di Aristotele, di Vico, come ripresa di un’idea di intellezione collettiva. Essere al mondo vuol dire essere con gli altri dall’inizio alla fine. Anche se sono su un’isola deserta, gli altri sono sempre con me in una trama che determina i miei gesti, i miei atteggiamenti, quello che voglio e quel che non voglio.

Massimo Rizzante
Vorrei ritornare su qualcosa che forse nella mia domanda precedente non è risultato chiaro. La “tendenza naturale” ad andare verso l’altro e scoprire ciò che abbiamo tutti in comune, nei tuoi racconti procede, a partire dagli anni Ottanta, attraverso la descrizione e l’osservazione. La tua prospettiva è diversa da quella di molti scrittori moderni per i quali il bersaglio privilegiato è lo spazio interiore. Mi sembra di poter dire che tu hai condiviso questa prospettiva antipsicologica con altri autori italiani e stranieri, primo fra tutti il maestro Italo Calvino. Fin dagli anni Settanta (ma probabilmente fin dall’inizio della sua carriera letteraria) uno dei problemi più assillanti per Calvino è stato: come descrivere le cose? Come farsi assorbire dall’esterno, evitando i trabocchetti dell’io? All’ombra della nozione di fantasia (che oggi Calvino, grazie a uno dei suoi guizzi, avrebbe certamente contribuito a illuminare) ti chiedo: dove risiede secondo te la frontiera tra il tuo modo di vedere o di fantasticare rispetto a quello del tuo amico Italo?

Gianni Celati
Non ci ho mai riflettuto. Ma se c’è stato un sodalizio tra noi, credo sia nato da una simpatia comune per libri esenti dal peso della psicologia: Ariosto e la letteratura cavalleresca, i romanzi settecenteschi inglesi, e poi Swift, e infine Beckett, che Calvino onorava molto. Nel 1968-70 ogni volta che passavo da Parigi per andare a Londra dormivo a casa sua, e andavamo a spasso parlando di cose da scrivere, e lui fantasticava sempre a ruota libera. Certe volte si incazzava con me per cose strane, come il fatto che attraversavo l’Europa in macchina senza una carta stradale: lo trovava inconcepibile. Ma ogni volta lo ritrovavo contento di vedermi per chiacchierare di libri e di idee sullo scrivere. Nell’ultima di queste mie soste a Parigi, tornavo dall’America con le Avventure di Guizzardi finito, e lui mi è venuto a prendere all’aeroporto di Orly.

Massimo Rizzante
Ma con la fantasia come la mettiamo? Calvino, fino all’ultimo, fino alla stesura delle Lezioni americane, dove c’è un bellissimo passaggio su Dante, ha insistito con convinzione sulla nozione di fantasia…

Gianni Celati
Ho ma ho l’idea che certe sue cose nascano appunto da una volontà di tener fede alla nomea di scrittore fantastico. Così per la trilogia, con l’eccezione del Cavaliere inesistente. Di questo libro lui si vantava, a ragione, dicendo che era il “libro del maggiore scripturalist italiano”. La parola scripturalist non so dove l’avesse scovata, ma cadeva a proposito. Voleva dire che il suo era un lavoro di fantasia usando la scrittura come una specie di disegno a mano libera. Non credo che nessuno abbia mai studiato l’influsso dei disegnatori sul suo modo di scrivere. Calvino mi raccontava che il nostro grande disegnatore Rubino capitava nella villa dei suoi genitori a Sanremo, quando lui era piccolo, e gli faceva dei disegni per intrattenerlo – quei disegni con quelle linee art nouveau così eleganti. C’è tutto un percorso di Calvino verso questo modo di uso “fantastico” delle parole, come quello dei fumetti o delle illustrazioni per ragazzi. La sua tendenza a usare la scrittura alla maniera delle vignette, dei fumetti o delle caricature, è stato ciò che gli ha dato una grossa libertà d’azione rispetto agli altri narratori italiani. Ma è anche qualcosa che a un certo punto lui ha sentito come un limite, perché gli veniva troppo facile. A volte diceva: “Io devo pormi degli ostacoli, altrimenti sono uno scrittore domenicale”. Di lì in poi è come se si fosse dato degli ordini, per mettere vincoli alla facilità della sua vena fantasticante. Poi nel Castello dei destini incrociati e nelle Città invisibili, la sua vena disegnativa è venuta in primo piano, attraverso un confronto con le figurazioni dei tarocchi, delle miniature dei vecchi libri di viaggi o con immagini nelle mappe medievali. E ha cominciato a usare dei frames o incorniciature, che creano un effetto simile a quello postmoderno della auto-riflessività.

Massimo Rizzante
Nella Presentazione che hai scritto con Jean Talon ad Altrove di Henri Michaux (2005), c’è un passo che mi è sembrato subito significativo, e ancor più adesso, dopo quanto abbiamo detto: “Riprendiamo l’idea del pensiero come tragitto. Un bambino scrive un tema scolastico: si ferma, non sa più cosa dire. Ha scritto ciò che chiamiamo un ‘pensiero’. Ma, chiede Michaux, cosa c’è intorno alla frase che si blocca dopo aver espresso un pensiero?…Ci sono ‘abissi di nescienza’. Sono gli abissi di tutto quello che non sappiamo ancora, o non sapremo mai”. Calvino fa parte di una categoria di scrittori che ad un certo punto della loro vita, contemplando fuori della finestra, hanno ricominciato come bambini a scrivere i propri temi. Penso al suo amato Ponge. Tuttavia la sua contemplazione non contemplava l’abbandono, non contemplava il pericolo rappresentato dagli “abissi di nescienza” di cui parla Michaux, non contemplava la scrittura come “gesto”, “movimento sulla pagina” privo di giustificazioni, di significato. Che ne pensi? Questa riflessione è legata al problema della forma, problema che Michaux sembra non porsi. Calvino, invece, se lo poneva, eccome! Il suo amore per Perec non era forse legato alla sua ludica ossessione per le serie matematiche? Al suo distacco nei confronti della “realtà”? Nei tuoi racconti, Celati, tutto questo non c’è. C’è piuttosto un abbandono alla contemplazione delle cose fuori di noi.

Gianni Celati
Ora non so rispondere a questo. Posso aggiungere qualcos’altro su Calvino. Lui era uno molto più “abbandonato” di me, nel senso che era più sicuro di sé. Ricordo la sua casa di Castiglione della Pescaia, dove lo andavo a trovare d’estate. Si metteva lì in un angolo e scriveva mentre io parlavo con sua moglie, e dopo un po’ diceva: “Sentite cosa ho scritto”.

Massimo Rizzante
Credevo che Calvino fosse uno scrittore che prima di mettere la parola fine a un manoscritto si torturasse parecchio…

Gianni Celati
Tornando alla tua domanda sulla frontiera tra il suo modo di vedere e il mio, mi viene in mente questo: Calvino era “Lo Scrittore”. Anche nell’intimità delle chiacchiere e degli scherzi era come se non potesse dimenticarsi quel ruolo. Era molto modesto e onesto, perché non si travestiva mai da qualcos’altro, non aveva le pose dello scrittore all’americana che vanta la propria “esperienza di vita”. Calvino era “Lo Scrittore”, e giustamente non gli interessava “l’esperienza di vita”, gli interessava la letteratura, come un serio artigianato della penna. In questo vedo la frontiera tra me e lui. Perché io non mi sono mai sentito “scrittore”, e non credo di aver mai fatto carriera.

Massimo Rizzante
Volevo tornare ancora sulla forma. Cosa succede quando si scrive? Si tratta di tracciare con le parole delle linee in modo da creare, come tu dici a proposito di Michaux, “luoghi da esplorare”? “Bisogna lasciare che venga”, affermava ancora Michaux. È così che anche tu concepisci il tuo scrivere? Un movimento esplorativo che non si pone nessuna meta? Nessuna “opera”?

Gianni Celati
In questi termini non so rispondere. So però che scrivere è un rituale che noi impariamo a scuola, quando siamo bambini: una rituale dove si cerca di mettere in moto il pensare-immaginare, per farsi venire in mente una frase, per ricordare una parola. Tutto questo fa parte di qualcosa che è molto costruito in noi, e va inevitabilmente insieme a un certo grado di fantasticazione. Poi c’è qualcos’altro, che è la distanza da cui si guarda la figurazione delle parole che sorge dai segnetti scritti. Nei libro che hai citato, Altrove, Michaux parla di una popolazione immaginaria e descrive i loro costumi e i loro teatri: “A teatro si rivela il loro gusto del lontano. La sala è lunga, il palcoscenico è profondo. Le immagini, le forme dei personaggi vi appaiono grazie a un gioco di specchi. Gli attori recitano in un’altra sala, e vi appaiono più reali che se fossero presenti. Più concentrati, più purificati, più definitivi, sbarazzati di quell’alone che produce sempre la presenza reale, faccia a faccia…”. Questa idea di attori che recitano in un teatro dove sono visti attraverso un gioco di specchi, mi sembra una figurazione del gioco dello scrivere, che non può mai essere diretto. È sempre un gioco sulla distanza che ci sottrae al faccia a faccia con la realtà, e al tempo stesso potenzia la percezione come un gioco di specchi. Perché in questa modo non vediamo soltanto qualcosa: vediamo il vedere, guardiamo il guardare, percepiamo l’atto di percepire. Il rituale dello scrivere prevede questo effetto, come una messa a distanza delle percezioni, per sottrarle alla casualità e portarle verso la trasparenza dell’intelleggibile. Solo in questi termini riesco a scrivere, e faccio fatica a sopportare chi prende lo scrivere come un riflesso della sua esperienza personale o della cosiddetta realtà nuda e cruda, senza vedere il processo rituale a cui le parole debbono essere sottoposte (metrica, ritmo, colore tonale, distanza focale).

Gianni Celati – Dialogo sulla fantasia con Massimo Rizzante, Tratto da: Griseldaonline, n. VII, 2007-2008.

In copertina: Paul Klee. “Canzone araba” (Burqa su tela di juta, dettaglio)

Per leggere tutti i testi di Gianni Celati su questo quotidiano, clicca [Qui]

Per leggere la rubrica La vecchia talpa occorre prendersi un po’ di tempo. Si tratta di lunghi articoli, o brevi saggi, ben documentati, che approfondiscono temi e argomenti che non troverete mai su altri giornali e riviste. Per questo, se avete un po’ di tempo da perdere, imparerete qualcosa di nuovo.
Tutti i contributi della rubrica, cliccando su
La vecchia talpa

Maternità surrogata, utero in affitto

Black Friday per l’utero in affitto

 

Arriva il black friday per l’utero in affitto (Qui).
Eh si, già, perché noi donne, per il transumanesimo, ideologia che sorregge un capitalismo malato e perverso, siamo degli uteri in affitto e niente più.
Arriva subito dopo la giornata internazionale contro la violenza sulle donne, il 25 novembre, ed è davvero paradossale. È paradossale vedere che i milioni di parole spese per rendere evidente la smisurata violenza contro le donne nel mondo, parole utilizzate dai politici e dalle politiche progressiste di tutte le democrazie occidentali nelle loro campagne politiche, abbiano prodotto un’accelerazione della mercificazione dei corpi, e dei pezzi di corpi.

Sul mercato oggi non ci sono solo gli uteri, ma embrioni congelati, sperma, ovuli e a seguire. Infinite possibilità di modificare i corpi come se fossero gusci vuoti, dentro e fuori. Corpi sui quali intervenire per modificarli a piacimento e in continuazione

Si parte dai corpi delle donne per arrivare a convincere tutti, che i corpi sono delle macchine difettose, che necessitano continuamente di revisione.

A noi donne ce lo hanno inculcato dalla nascita, siamo buone a procreare ma per il resto dobbiamo solo compiacere il Sistema patriarcale per occupare lo spazio pubblico: siamo invitate a modificare anche il mondo della nascita, della vita e lo hanno chiamato atto di Amore. Ma  tutta questa narrazione è stata strumentale per portare tutti, uomini donne e bambini a vivere i loro corpi come inadeguati, limitanti e limitati.

È inutile ripercorrere tutto il pensiero femminista che ha svelato che “il patriarcato è IL SISTEMA che produce tutte le oppressioni, tutte le discriminazioni e tutte le violenze che vive l’umanità e la natura, ed è costruito storicamente sopra il corpo delle donne!” (Adriana Guzman).

E’ inutile perché oggi, a detta dei nostri governanti, è il Sistema che deve essere salvato. E questa accelerazione spaventosa del mercato dei corpi la vediamo proprio in questo tempo di pandemia. “Abbiamo ripreso ad essere normali; vogliamo conservare questa normalità” parole di Draghi ieri: questo è il mantra. E se per far questo i corpi vanno costantemente monitorati dall’esterno, digitalizzati, modificati, corretti,  allora si farà.

Ma il vero scopo è un altro; assecondare  il mercato dei desideri e farne il business che sorreggerà ancora per un po’ il Sistema.

Mai come oggi mi è chiaro il disegno che sta dietro alla pratica aberrante della maternità surrogata, un disegno perpetuato da decenni, corredato da narrazioni progressiste che esaltano la Scienza, la scienza medica. Una scienza medica che non cura più, ma che ti procura il prodotto finale, ti realizza il desiderio senza bisogno di cure.

Pensateci bene: la PMA, IVF, l’utero in affitto non cura la sterilità o l’infertilità, bypassa il problema, e ti confezione il prodotto. Il vaccino, quello nuovo a MRNA, fa la stessa cosa. Una scienza medica al servizio del business, poco importa che i corpi diventino degli strumenti, l’importante è realizzare i propri sogni costi quel che costi.

Ma a chi giova questa umanità? Questa è la domanda che dovremmo porci, così come noi donne ci siamo poste la domanda a chi giova il nostro essere strumenti del potere patriarcale.
La risposta che mi sono data è che giova ai Cingolani e ai Colao e andando più su nella catena ai Gates (si hanno nomi e cognomi). Quelli che il medicinale ”lo inietteremo da remoto”,. Quelli della salvezza “viene dalla scienza, viene dalla genetica modificata. Giova ai propagandisti delle multinazionali del farmaco che sui corpi e pezzi di corpi immessi sul mercato fanno soldi a palate. Tutti impegnati a mantenere in vita questo capitalismo malato e perverso, condannando l’umanità a perdere il vero senso della vita e della natura.

Pochi mesi prima dell’arrivo della pandemia, ho pubblicato il romanzo Il mio nome è Maria Maddalena, Marlin editore. È  la storia di una giovane ragazza che, per realizzare un suo sogno, si presta come madre surrogata.  Lo scrissi perché convinta che il corpo, tutti i corpi, contengono un sapere ancestrale. I miei protagonisti scoprono la forte interconnessione tra biologia e biografia, tra corpo e natura, proprio grazie a un viaggio nella foresta amazzonica (il ventre primigenio del pianeta), a contatto con le popolazioni indigene ye’kuana.

Sono convinta che un sapere ancestrale è passato per millenni attraverso le viscere delle donne ma verrà cancellato per sempre se ci piegheremo alla volontà di un potere che fa della tecnologia e della medicina tecnoligica, un Dio.
La cancellazione di quel sapere significa la fine della Natura Umana
.
La radice culturale del transumanesimo  è l’annientamento della Natura Umana.
Mi chiedo e vi chiedo: ma è quello che davvero vogliamo, noi gente comune? Salvare la  nostra singola vita individuale al prezzo della morte definitiva dalla Natura Umana?

 

Per chi volesse approfondire:
Scienziati coreani creano un’interfaccia neurale in grado di fornire farmaci da remoto al cervello: Qui
Bioetica e gravidanze trans: Qui 
Documento OMS sul vaccino ai bambini senza il consenso dei genitori: Qui

frattale complessità

Uscire dalla dualità giusto-sbagliato:
lo scontro sul green pass e la lezione della complessità.

Ho riflettuto sull’assegnazione dei premi Nobel per la Fisica in associazione al tema della complessità. La commissione che assegna il Nobel, oltre a riconoscere la qualità scientifica, usa  questo premio anche per dare al mondo un’indicazione di ciò che in quel momento occorre all’umanità per lo sviluppo della cultura e della civiltà. Quest’anno, in particolare, ha indicato che occorre osservare la realtà con uno sguardo improntato alla complessità e non alla specializzazione, per non soccombere al rapporto di forze che spinge le nazioni a competere anziché a collaborare per la soluzione dei problemi che coinvolgono l’intero globo terrestre e tutta l’umanità.

I tre premi per la fisica, pur nella diversità delle loro ricerche, hanno in comune la consapevolezza del fatto che i problemi complessi si risolvono se si collabora per giungere alla loro soluzione. E’ un messaggio politicamente importante: l’umanità si salva soltanto se riesce ad individuare un obiettivo comune e non perde tempo, forze ed energie in battaglie localistiche e settoriali che hanno come finalità l’imporre la propria ragione.

Come afferma Giorgio Parisi nell’intervista pubblicata da La Stampa: “Occorre accettare che la soluzione di problemi complessi può richiedere approcci non semplici e azioni collettive e che l’umanità è più di un gruppo di individui dove ognuno fa per sé”.

Colgo l’occasione di sottolineare il messaggio del premio Nobel per offrire una strada che consenta agli schieramenti favorevoli e contrari al vaccino di uscire dalla dualità del giusto-sbagliato, del “ho ragione io”, di uscire da questa situazione divisiva e di incamminarsi su una strada che porti ad un’auspicabile soluzione. Perché la divisione dà al potere spazio per esistere ed esercitare la propria potenza. Il potere non è una persona o un gruppo, ma un modo di pensare ed è sempre ottuso perché anziché badare al bene comune, mira solo a perpetuare sé stesso e a riempire il vuoto di senso (che è la sua essenza) con l’esercizio del dominio e il possesso.

L’attuale situazione di spaccatura relativa alle posizioni sul vaccino e il green pass ha origine nel passato e riguarda principalmente tre ambiti: la qualità e il fine ultimo della ricerca di base, la dimensione economica-produttiva e la dimensione culturale-politica, dove l’informazione dovrebbe essere funzionale alla democrazia.

  • Per quanto riguarda la ricerca, vediamo due posizioni contrastanti: da una parte c’è la delega incondizionata alla scienza, dall’altra il presupposto stesso sulle finalità della ricerca. La scienza, proprio perché nasce dall’uomo, è un valore, però non deve diventare un assoluto; infatti, non basta a descrivere la complessità dell’umanità perché riguarda solo ciò che colpisce i sensi e l’umanità è molto più di questo. Il suo opposto, dall’altra parte, è l’antidoto all’onnipotenza della scienza che, se esasperato, toglie l’uso della ragione e riporta alla superstizione.
  • L’industria, il settore produttivo in genere, ha smarrito la finalità come espressione della creatività umana per il raggiungimento del benessere come obiettivo comune e ha privilegiato la scelta del profitto individuale, che è sì un elemento intrinseco al funzionamento dell’industria, ma posto come unica finalità ha portato al consumismo che è l’origine dello squilibrio in cui ci troviamo. Un esempio ne è l’industria farmaceutica.
  • La terza dimensione è la conquista della libertà da tutte le necessità (fame, malattie e potere), e si esprime nella dimensione della democrazia, ma quest’ultima è un processo graduale che deve sempre mediare tra il personale e il comune. Per realizzarsi necessita di strumenti di informazione che sappiano fornire conoscenze complesse e non specialistiche. Occorre altresì un’informazione che rispetti i tempi della comprensione: ora l’informazione viene pubblicata prima di essere verificata, prima di essere compresa nel suo valore, nelle sue implicazioni, quindi, invece di essere funzionale alla formazione della società, la disgrega.

E’ per questi motivi che la spaccatura della società oggi ha raggiunto il suo culmine nella contrapposizione tra favorevoli e contrari al vaccino e al green pass, perché individuando come elemento di scontro il vaccino, che è l’epilogo di questa situazione, pretendono di risolvere problemi dalla storia ampia e complessa e che con il vaccino hanno a che vedere solo marginalmente, come i monopoli delle case farmaceutiche, il dominio della finanza e la supremazia delle nazioni.

Il richiamo dei premi Nobel alla visione della complessità richiede una capacità di distinguere la scala su cui nasce il problema e quella su cui si sviluppa il dibattito. Non solo la scala deve essere la stessa (universale, mondiale, locale…), non si devono confondere neppure i piani: non ha senso rispondere a un problema culturale con una visione morale, scientifica o politica.
E’ anche un errore di prospettiva: non si dovrebbero fare denunce che non lascino una via d’uscita o che costringano all’emarginazione, all’incomunicabilità tra parti della società, perché questo è il preludio ad una guerra. La forza dell’umanità è la relazione, l’avere una prospettiva comune: dove c’è emarginazione c’è la sconfitta dell’umanità.

Proprio perché entrambe le posizioni sono legittime, ma parziali, ed hanno la propria ragione d’essere, è indispensabile che trovino come obiettivo comune la soluzione ai problemi che hanno creato la crisi. L’esercizio della propria personale libertà, ciò che ci consente di non essere pedine in mano altrui e non mettersi in una situazione di impotenza da cui si esce soltanto con la contrapposizione o addirittura la violenza, è il trovare una soluzione valida per tutti e ciò può essere fatto soltanto ascoltando le ragioni degli altri e usando la creatività.

IL VACCINO NON TOGLIE LA PAURA:
quello che l’informazione mainstream non ci dice

 

Diciannove mesi di informazione martellante e sistematica sulla pandemia hanno finito col creare un diffuso clima di paura che alimenta le tensioni sociali e le semplificazioni irrazionali.  La paura, si sa, è madre dell’odio ed è l’opposto dell’amore: a livello soggettivo terreno fertile per la sofferenza e l’insorgenza della malattia, a livello sociale strumento nelle mani di chi gestisce il potere. Uscire dalla paura è dunque il primo passo (sociale) per affrontare collettivamente la sfida del Covid-19, il primo passo (soggettivo) per evolvere verso una maggiore tranquillità e consapevolezza, senza tuttavia abbandonare prudenza e attenzione che restano quanto mai indispensabili in periodi di crisi perdurante.

Diciamolo: quella che poteva essere, pur nella sua drammaticità, un’occasione per ragionare sui limiti dello sviluppo e sulle impellenti necessità del pianeta, un’opportunità per riflettere a fondo su stili di vita insostenibili e disfunzionali, uno stimolo per meditare sulla personale consapevolezza, si è ormai trasformata in uno scontro corrosivo che contrappone orizzontalmente cittadini a cittadini generando drammatiche e profonde fratture dentro le istituzioni, le imprese, le associazioni e perfino le famiglie. Quella che poteva essere l’occasione per inventare qualcosa di nuovo è diventata tosto una pressione per tornare alla normalità di prima, ai vecchi comportamenti e rituali sociali, alla routine proposta ed imposta dalla religione universale del consumo.
Tutta la vasta, drammatica e affascinante tematica del virus, che sottende il rapporto dell’uomo con la natura, i limiti della bio-ricerca, le relazioni tra esseri umani e tra specie, è stata ridotta allo scontro sull’obbligo vaccinale e  il  green pass quando non tradotta nel reciproco accusarsi di destra e sinistra, con una perdita di complessità e di onestà intellettuale francamente umiliante.

E’  possibile modificare questa narrazione che avvelena i rapporti sociali senza cadere nell’eccesso opposto?
E’ possibile alimentare una prudente fiducia che possa aiutare ad uscire dalla paura prima che, con la fine dell’estate, il rancore e l’odio sociale alimentato da più fonti, diventi insostenibile e ancora più drammatico?

Il sito della John Hopkins University [qui] – che da inizio pandemia monitora l’andamento del fenomeno –  segnalava il 21 agosto, a livello mondiale, quasi 211 milioni di casi (contagi), 4.415.304 morti e 4.873.203.990 dosi di vaccino somministrate. Un dato quest’ultimo che lascia intuire il colossale business che sta dietro il vaccino anti Covid come messo in risalto nel rapporto curato da Oxfam ed Emergency pubblicato a luglio di quest’anno [potete leggerlo [qui], dal quale stralcio per invitarvi alla lettura questa frase: “Il CEO di Pfizer ha suggerito che si potrà arrivare fino a 175 dollari per dose, ossia 148 volte il potenziale costo di produzione (che è oggi inferiore ai 3 euro).

Ma veniamo all’Italia e ai suoi numeri. Il sito Epicentro dell’Istituto Superiore di Sanità, pubblica ed aggiorna costantemente il rapporto sulle caratteristiche dei pazienti deceduti positivi all’infezione SARS-Cov-2 in Italia. Nell’ultimo aggiornamento del 21 luglio 2021[qui] sono descritte le caratteristiche di 127.044 pazienti deceduti e positivi al virus (formula quest’ultima correttissima che i media si guardano bene dall’utilizzare preferendo titoli come “Morti per Covid”, “Uccisi dal Covid”, “Strage del Covid” e così via, evitando sempre di citare lo stato di salute  dei defunti prima di essere contagiati).
L’età media dei deceduti è di 80 anni (mediana 82, range 0-109, Range InterQuartile – IQR 74-88), mentre l’età mediana dei deceduti è più alta di oltre 35 anni rispetto a quella dei pazienti che hanno contratto l’infezione.
Prosegue il rapporto: “Al 21 luglio 2021 sono 1.479, dei 127.044 (1,2%), i pazienti deceduti SARS-CoV-2 positivi di età inferiore ai 50 anni. In particolare, 355 di questi avevano meno di 40 anni (221 uomini e 134 donne con età compresa tra 0 e 39 anni. Di 105 pazienti di età inferiore a 40 anni non sono disponibili informazioni cliniche; degli altri, 206 presentavano gravi patologie preesistenti (patologie cardiovascolari, renali, psichiatriche, diabete, obesità) e 44  non avevano patologie di rilievo diagnosticate”.
Vale la pena ribadire: durante tutta la pandemia i deceduti di età inferiore ai 40 anni sono stati 355 pari allo 0,26%; di questi la maggioranza presentava gravi patologie preesistenti.
In aggiunta le indagini svolte su un campione opportunistico (dunque non statisticamente significativo) di 7681 deceduti per i quali sono state analizzate le cartelle cliniche mostra che il 97% aveva una o più patologie (il 67,4% 3 o più) e solo il 3% presentava 0 patologie.

A fronte di questi numeri, la narrativa mediatica dominante negli ultimi mesi ha imposto, da un lato l’idea della strage indiscriminata e, dall’altro, l’idea che solo il vaccino sia la soluzione unica e indubitabile al problema della pandemia. Questa centralità vaccinale può forse essere ricondotta al ruolo assunto dall’Italia [qui] che nel 2014 (governo Renzi, Ministro Lorenzin) divenne guida per 5 anni delle strategie e campagne vaccinali nel mondo.
In verità, la stessa Commissione Europea – che caldeggia comunque la vaccinazione massiccia – ha pubblicamente dichiarato che ci sono promettenti alternative sulle quali si sta lavorando alacremente.
Infatti, dopo aver lanciato a giugno 2020 la strategia UE sui vaccini [qui], ha provveduto ad inizio maggio 2021 ad integrarla con una ulteriore strategia UE per lo sviluppo e la disponibilità delle terapie [qui]. A fine giugno ha quindi resi noti i 5 prodotti [qui] che  hanno elevate possibilità di figurare tra i 3 nuovi strumenti terapeutici contro il Covid-19 da autorizzare entro ottobre 2021; entro lo stesso mese seguirà un portafoglio più ampio comprendente 10 possibili candidati con l’obiettivo di approvarne ufficialmente altri 2 entro la fine dell’anno.
Ecco l’esatta citazione estrapolata dal testo pubblicato pochi mesi fa: “Sulla base del lavoro del gruppo di esperti sulle varianti della COVID-19 istituito di recente, la Commissione definirà entro ottobre (2021) un portafoglio di almeno 10 possibili strumenti terapeutici contro la COVID-19. Il processo di selezione sarà obiettivo e basato su dati scientifici, con criteri di selezione concordati con gli Stati membri. Dal momento che sono necessari tipi di prodotti differenti a seconda delle popolazioni di pazienti e delle fasi e della gravità della malattia, il gruppo di esperti individuerà le categorie di prodotti e selezionerà gli strumenti terapeutici candidati più promettenti per ciascuna categoria sulla base di criteri scientifici”.

Anche L’Agenzia Italiana per il Farmaco (AIFA) ha reso noto l’elenco dei farmaci utilizzabili per il trattamento della malattia Covid-10[qui] corredato da una serie di schede specifiche per ogni farmaco citato con le relative modalità di prescrizione.
Sempre l’AIFA in una nota datata 10 agosto scorso [qui] ha comunicato che sono già disponibili farmaci (efficaci per tutte le varianti) con anticorpi monoclonali per la Covid-19 lieve o moderata, utilizzabili anche per pazienti che sono a rischio di progressione severa della malattia e sono in ossigenoterapia.

Non solo vaccini dunque: la strategia per gli strumenti terapeutici si affianca alla strategia UE per i vaccini “con l’obiettivo di prevenire e ridurre la diffusione dei casi, così come i tassi di ospedalizzazione e i decessi causati dalla malattia”.
Anche in questo caso, però, i media non hanno dato evidenza ad informazioni così importanti preferendo di gran lunga continuare ad insistere con il bollettino quotidiano dei morti, la polemica sulle (non) vaccinazioni (seguendo il mantra citato da molti nominati esperti d’ufficio e politici: “al vaccino non c’è alternativa“) e la diffusione del green pass.

Torniamo per un attimo ad inizio pandemia. In pieno lockdown i media avevano dato spazio alla terapia del compianto De Donno, poi misteriosamente sparito dagli schermi, dai giornali e dalla discussione pubblica fino al tragico epilogo. Nello stesso periodo (marzo 2020) nasceva un Comitato [qui] finalizzato a fornire supporto ai cittadini durante l’emergenza Covid-19, per scambiarsi informazioni cliniche e mettere a punto un protocollo di cure domiciliari in assenza di direttive specifiche. Da questo è nato un gruppo che è enormemente cresciuto nel tempo fino a raggiungere su FaceBook [Qui] le 628.000 persone (20 agosto).
A dicembre 2020 anche il Ministero della Salute aveva prudentemente licenziato una circolare per la gestione domiciliare dei pazienti con infezione da SARS-CoV-2 [qui] provvedendo successivamente a fornirne adeguato aggiornamento datato 27 aprile 2021[qui].
L’ipotesi sottostante alle cure domiciliari è quella che il Covid-19 sia una malattia che deve essere affrontata ai primi sintomi nella propria casa, evitando così in molti casi un peggioramento verso forme più gravi che costringano al ricovero in ospedale.
Il comitato (cito dal sito) informa attraverso il supporto di medici specialisti sui possibili farmaci che possono essere usati per contrastare il Covid-19 e sui protocolli di cura che vengono adottati con successo in diverse strutture sanitarie; combatte per ottenere un protocollo nazionale di cura domiciliare e per il rafforzamento della sanità territoriale in ogni regione, opponendosi nei tribunali a norme ingiuste che impediscono ai medici di agire secondo scienza e coscienza nella cura dei propri pazienti; aiuta i malati di Covid-19 che si trovano a casa attraverso il supporto gratuito di medici volontari, contribuendo così ad evitare il collasso del servizio sanitario pubblico a causa di un afflusso disordinato nei pronto soccorso degli ospedali.
Stranamente, però, neppure l’esistenza di queste alternative alla cosiddetta “vigile attesa e al ricovero” ha trovato forte eco sui media mainstream sempre concentrati nel promuovere a tamburo battente la logica della vaccinazione di massa e (in modo sempre meno convinto vista l’insidia delle varianti) dell’immunità di gregge (due termini massa e gregge che dovrebbero far riflettere quanti credono nei diritti della persona e nella democrazia).
Assai scarsa è stata anche l’attenzione dei media nel consigliare e promuovere tutte quelle azioni di prevenzione che andassero oltre l’uso della mascherina, il distanziamento sociale, l’evitare luoghi sovraffollati e l’aerare le stanze chiuse.

Vaccini, farmaci, cure domiciliari e attività di prevenzione sono tutte soluzioni valide per affrontare la pandemia; tutte hanno a che fare con la scienza o, meglio con la ricerca scientifica e con un sano atteggiamento scientifico nel descrivere e nell’affrontare i problemi.
La validità di tutte queste soluzioni può essere infatti testata e valutata adottando le procedure standard che si usano comunemente, avendo il giusto tempo a disposizione per giudicare gli effetti immediati, di breve, medio e lungo periodo. 

Ora, se mettiamo tutto insieme ne emerge un quadro assai diverso da quello univoco al quale da 19 mesi siamo quotidianamente sottoposti.
– Innanzitutto (e senza nulla togliere alla serietà della situazione) i decessi si concentrano nella popolazione più fragile già gravata da patologie e in particolare tra gli anziani: rari sono i casi di persone giovani e sane decedute a causa del virus.
– In secondo luogo, il covid-19 può essere affrontato con strumenti farmacologici e non solo con la vaccinazione che tanti timori e polemiche sta creando.
– Terzo, al presentarsi dei sintomi sono possibili cure domiciliari efficaci.
– Infine,
 ogni cittadino ha comunque la possibilità di informarsi meglio e di adottare uno stile di vita più sano, applicando comportamenti responsabili a tutela della propria ed altrui salute.

Sapere che, nel contesto di un approccio che deve essere comunque orientato a grande prudenza, esistono più possibilità per affrontare la pandemia, dovrebbe contribuire a far uscire dalla paura, a riacquistare lucidità intellettuale, a ristrutturare il conflitto tra opposte fazioni ormai accecate dall’odio, a ristabilire un sano confronto tra punti di vista differenti.
Il che non è poco, dovendo affrontare un autunno che – dopo gli eccessi estivi – si preannuncia molto difficile, anche per l’effetto di una rappresentazione mediatica che, temo, continuerà ad essere colpevolmente limitante ed unidirezionale.

Green pass, black mind

Quando la ministra della Sanità era Beatrice Lorenzin (il cui curriculum è diploma di maturità classica), ero sconvolto dalla quantità di persone che mi davano dell’ antiscientifico perchè sospettavo che la sua idea di rendere obbligatori 12 (dodici) vaccini avesse poco a che fare con la “scienza” e molto a che fare con una follia prezzolata, definibile più elegantemente come un notevole investimento “geopolitico” fatto da Big Pharma sul nostro paese. Ma un esavalente (difterite/tetano/pertosse/polio/hib/epatite b) la cui prima dose è fatta a bambini di tre mesi e che, almeno in Italia, non è facile reperire e farsi somministrare come vaccino monovalente, più altri 6 vaccini mi sembrava una enormità. E in ogni caso, dopo tutte queste perplessità, io, al mio tempo, mi sono vaccinato e mio figlio, a suo tempo, pure.

Adesso invece sono sconvolto dalla quantità di persone che scendono in piazza contro la “dittatura sanitaria” perchè lo Stato chiede loro un certificato di avvenuta vaccinazione anti-Covid, o sostitutivo per i soggetti “fragili” (una epidemia che ha fatto, secondo le statistiche, circa 4 milioni di morti) per andare al bar o al ristorante o al museo, piscina, palestra. A me dispiace molto, lo dico senza ironia, per i bar e i ristoranti che dovranno fare a meno degli incassi di costoro (i pasdaran della libertà, non i 500.000 voltagabbana che sono corsi a prenotare il vaccino quando hanno capito che avrebbero perso lo spritz). Sono altresì basito per la fine che hanno fatto le parole, per lo smottamento del loro senso. In una cosiddetta “dittatura sanitaria”, se non esibisci il green pass non puoi entrare al ristorante, ma puoi assembrarti quanto ti pare in piazza per urlare la tua “libertà contro l’oppressione”. Puoi anche sputare ai giornalisti e dare loro dei pezzi di m… in piena libertà:  https://youmedia.fanpage.it/video/aa/YP2ZxOSwxz7WUCZ3

In una dittatura, se provi ad andare in piazza vieni picchiato e messo in galera. Sandro Pertini, Leo Valiani, Vittorio Foa, possono parlare di libertà e dittatura. Gianluigi Paragone, Diego Fusaro, Vittorio Sgarbi non possono. Per parlare di qualcosa di serio, e tragico, come una dittatura, bisogna correre un rischio e assumersi una responsabilità. Questi tribuni da strapazzo non corrono alcun rischio. Li vorrei vedere in Bielorussia, in Corea del Nord. E anche tu (uno dei mille ferraresi, magari) che vai in piazza dopo una vita passata a non andarci mai, e ti trovi insieme a Forza Nuova e Casa Pound, che ti guidano con il saluto romano. Loro che, visti i simboli che ostentano, di dittatura dovrebbero intendersene, e invece nemmeno loro ne sanno nulla (per loro fortuna e per nostra sfortuna). Non sanno niente, e tu sfili in piazza con loro.

“I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli”

Umberto Eco

ufo astronave pianeta

Saperi, futuro e destino umano

 

L’8 luglio Edgar Morin [Qui], uno dei più grandi intellettuali contemporanei, raggiungerà il traguardo del secolo. Troppo complesso per essere preso sul serio, lui iniziatore del pensiero complesso, della necessità di una nuova conoscenza che superi la separazione dei saperi a cui siamo ancora abbarbicati, semmai rivendicata come merito del passato da una scuola incapace di preparare al pensiero della complessità.

La conoscenza è avventura e la scuola è parte del territorio in cui vivere questa avventura, in cui apprendere a conoscere e a ri-conoscere la conoscenza. La palestra in cui esercitarsi fin da piccoli alla metacognizione, a interrogarsi, a nutrire la curiosità, a inseguire lo stupore.

Il compito dell’istruzione non può ridursi all’angustia di formare cittadini da integrare nella società presente, né in ipotetiche società future, le categorie pedagogiche degli Stati-Nazione, come le pedagogie progressive del Novecento, hanno fatto il loro tempo.

Morin ci rappresenta il nostro pianeta come una nave spaziale, che viaggia grazie alla propulsione di quattro motori scatenati: scienza, tecnica, industria, profitto e dove nello stesso tempo la minaccia nucleare e la minaccia ecologica impongono alla umanità una comunità di destino, non c’è possibile futuro che valga la pena costruire se non riscoprendo la centralità di ogni donna e di ogni uomo, la centralità dell’intelligenza, la centralità del pensare oggi per il futuro.

In gioco non è l’integrazione culturale nella propria comunità, in gioco per tutti, da ogni lato della Terra, è la vivibilità del futuro. L’asfittico obiettivo dei sistemi scolastici nazionali è soppiantato dal ben più impegnativo e difficile compito di attrezzare le giovani generazioni a vivere un futuro vivibile. L’Agenda 2030 dell’Onu è lì a ricordarcelo in ogni istante.

In questo orizzonte sa di anacronistico brandire la difesa dell’ora di lezione, della cattedra e delle discipline, come un Don Chisciotte che insegue i suoi fantasmi, come il soldato giapponese che non si arrende, perché non crede che la guerra sia finita. Il tempo è scaduto da tempo e la conseguenza è non aver provveduto a farsi la cultura necessaria al ritorno alla realtà.

Da Introduzione al pensiero complesso  a La testa ben fatta, dal Manifesto per cambiare l’educazione, ai Sette saperi necessari all’educazione del futuro, ormai sono più di trent’anni  che Morin ci invita a riflettere sullo stato attuale dei saperi e sulle sfide che caratterizzano la nostra epoca. A richiamare soprattutto quanti hanno in mano le sorti delle future generazioni, come gli insegnanti, a prendere consapevolezza che la posta in gioco sono i nuovi problemi prodotti dalla convivenza umana, da una interdipendenza planetaria irreversibile fra le economie, le politiche, le religioni, le malattie di tutte le società umane.

Una riforma dell’insegnamento è indispensabile per poter affrontare queste sfide, a partire dalla riflessione sullo stato dei saperi frantumati in singole discipline, quando la complessità per essere indagata richiede la capacità di collegare e praticare ambiti di sapere tra loro apparentemente distanti, ma il cui dialogo, mai intuito prima, ora si manifesta prezioso per la risoluzione dei problemi, per rendere prevedibile ciò che i paradigmi precedenti ritenevano imprevedibile.

Umanesimo e scienza, che ancora non siamo in grado di far comunicare, di contaminare nei curricula dei nostri percorsi scolastici, come se i tempi di Vico non fossero mai tramontati, come se il crocianesimo continuasse ad essere radicato nel DNA dei nostri studi. Occorrevano le vicende di questa pandemia inattesa a svelare l’impreparazione della scienza a comunicare e la nostra incapacità a misurarci con le certezze ‘incerte’ proprie della scienza.

La riforma dell’insegnamento è il nodo che ancora non abbiamo sciolto. Un nodo che richiede di non cessare di interrogarsi, perché la complessità non ha risposte semplici e meno che mai risolutive, l’avvento della pandemia ha certo aiutato a sgombrare le menti da ogni dubbio.

Eppure quando si innalzano peana a celebrare l’afflato erotico che abbatte le distanze tra cattedra e banco, tra docente e discente, l’impressione è di vivere in un paese in cui intellettuali e sistema formativo sono fermi al passato, non siano in grado di comprendere il presente e, tanto meno, di leggere il dopo.

Morin ci propone di porre alla base della riforma della scuola, del mestiere della scuola che è l’istruzione, il pensiero complesso, une tête bien faite. Qualcosa di più difficile, di complesso, appunto.

Insegnare a vivere. Dovevamo attrezzarci per far apprendere ai nostri studenti come si vive, ma non qui ed ora, bensì nel luogo che ancora non c’è. Una sfida da capogiro, di fronte alla quale ci siamo ritirati, trastullandoci con i banchi a rotelle e con la Dad che non è scuola. Ripiegati sui noi stessi, rispecchiati nelle certezze del passato, ci è scomparsa la cognizione del futuro, che chi ha creature da crescere non dovrebbe permettersi di perdere, ma questo è quello che è accaduto. Il dopo delle nostre ragazze e dei nostri ragazzi, la loro vita futura come uscirà attrezzata dalle nostre scuole? Piena dell’ira d’Achille, degli atri muscosi e dei fori cadenti, ma vuota dell’imprevedibile, del novus che è sempre stato il modo del ‘moderno’.

Da sempre la missione dell’educazione è insegnare a vivere, ma è un conto farlo per vite già confezionate, altro per vite ancora da confezionare.
Morin ci suggerisce di porci una domanda che non ha spazio nei nostri programmi d’insegnamento e che riguarda ciascuno di noi: che cosa significa essere umano?
Si tratta di permettere a ciascuno di sviluppare al meglio la propria individualità, il legame con gli altri, ma anche di prepararsi ad affrontare le molteplici incertezze e difficoltà del destino umano.

E qui entra in gioco il sistema di conoscenze e dei saperi di cui le nostre scuole sono depositarie. Altro che centralità della lezione, quella lezione rischia di divenire tossica, perché a fronte della realtà che le nostre ragazze e i nostri ragazzi si troveranno a vivere, il sistema delle conoscenze che le nostre scuole trasmettono è ancora troppo debole. E se debole non aiuterà certo i nostri giovani a cogliere le carenze dei loro pensieri, i buchi neri della loro mente, che rischiano di rendere invisibile la complessità del reale.

Il pericolo è che dalle nostre scuole escano giovani costretti ad affrontare il futuro a mani nude.

Da questa pandemia abbiamo appreso che non è solo la nostra ignoranza ad aver ostacolato la comprensione di quanto è accaduto, ma soprattutto l’inadeguatezza delle conoscenze di cui disponiamo. I buchi neri nella nostra mente confermano che il nostro sistema di saperi e di pensiero non è in grado di rispondere alle sfide della complessità.

Allora non abbiamo bisogno di docenti e di intellettuali che sottoscrivono manifesti, ma di intellettuali e professionisti della cultura, in grado di promuovere una nuova conoscenza che superi la separazione dei saperi presente nella nostra epoca e che sia capace di formare insegnanti e studenti a pensare la complessità.

Siamo in ritardo e il tempo non attende, il futuro imprevedibile è in gestazione oggi.

Per leggere gli altri articoli di Giovanni Fioravanti della sua rubrica La città della conoscenza clicca [Qui]

Roma, basilica san pietro, vaticano, chiesa (Pixabay)

Da Porta Pia a via della Conciliazione:
Vaticano e laicità del pensiero.

 

Ognuno è libero di credere che esiste un essere superiore, solitamente definito ‘dio’, che ha creato il mondo e l’umanità; che esistono donne, solitamente chiamate ‘madonne’, che hanno partorito senza che il loro imene sia stato violato e ad ogni altro immaginifico e miracolistico prodotto del suo pensiero. Libero, senza per questo essere sottoposto ad un trattamento sanitario obbligatorio.

Ciò che però diventa patologico è quando si pensa che tutti dovrebbero pensarla allo stesso modo e che il mondo intorno a noi dovrebbe conformarsi ai nostri pensieri. Questa esaltazione della mente, tipicamente umana, è quella che ha prodotto la storia dei conflitti sulla Terra.
Pare impossibile che la coabitazione non possa fondarsi sulla laicità del pensiero, vale a dire su un pensiero di popolo, che consenta di vivere insieme da popolo. La regola che tutto ciò che è fuori della realtà è affare solo tuo, senza che per forza debba coinvolgere tutti gli altri.

Le grandi mitologie sono il prodotto dell’affabulazione umana ed è già capitato, qualche secolo fa, che la grande narrazione abbia dovuto cedere il passo alla scienza, che è il nostro modo di conoscere, attraverso la ricerca del sapere, che è la scoperta dell’ignoto.

Ora, che il Vaticano cavi fuori il Concordato [Qui] per dire che a loro – quelli del giudizio universale, dell’Eden e della mela, di Adamo ed Eva, che evidentemente forse erano eterosessuali, vallo a sapere – un disegno di legge di civiltà, di civiltà di un popolo, non gli va bene perché collude con il loro pensiero che loro chiamano ‘catechismo’, dovrebbe come minimo, in un paese normale, suscitare movimenti di protesta, digiuni radicali, sit-in, no-Tav, no-global, Centri sociali e Cinque Stelle anti-sistema, sinistre radicali in rivolta.

Invece no, perché nel nostro pensiero collettivo è previsto che la chiesa cattolica dica la sua e che sia ascoltata. Tutti abbiamo avuto da qualche parte una madonna che piange, un Padre Pio che sanguina o un San Giuseppe da Copertino che vola, abbiamo pure avuto il presidente del Consiglio nipote di un frate cappuccino. La nostra è cultura umanistica, chiesastica e gesuitica, dove laicità e scienza vengono sempre dopo e non necessariamente. Chi c’è che non sia battezzato a prescindere, non si sa mai che se muori vai a finire al Limbo, che non sia cresimato o che abbia fatto la comunione, perché tutti i suoi compagni di classe l’hanno fatta? Un rigurgito di indignazione che nel ventunesimo secolo la Chiesa possa ancora interferire nella vita di un popolo, questo no!

Dialoghiamo, cerchiamo di capire, c’è il Concordato, le scuole cattoliche potrebbero perdere i soldi che Luigi Berlinguer [Qui] gli aveva promesso, in nome del compromesso tra scienza e fantasia.
Lo stesso compromesso per cui nelle nostre scuole si può insegnare il creazionismo e l’evoluzionismo, si può essere uno stato a-confessionale e garantire l’insegnamento della religione cattolica, pagando noi di tasca nostra gli insegnanti di religione nominati da loro, cioè dalla Curia, garantendogli la stessa carriera scolastica degli altri insegnanti. Si può essere uno Stato laico e tappezzare le pareti delle aule giudiziarie e delle aule scolastiche con il crocifisso.

La cosa che non si può più tollerare però è questa farsa di uno Stato che continua a fingersi laico e pure ci crede. Uno Stato che è lo specchio di un paese opportunisticamente cattolico a cui evidentemente conviene sempre la scommessa di Pascal, non si sa mai che poi dio ci sia, tanto vale credergli, male che vada rischi il nulla, ma non le conseguenze della sua ira. Un paese in cui puoi condurre un’intera vita da ateo praticante, ma poi quando muori ti portano il feretro in chiesa e ti celebrano la messa dei defunti, un paese nel quale per le corsie degli ospedali gira il prete con l’estrema unzione.

Ci si scandalizza della sorte della ragazza pakistana Saman Abbas, ma si trova normale che la Chiesa rivendichi la sua libertà di pensiero, pretendendo di ridimensionare la nostra. Un pensiero fondato sui miti delle sacre scritture, su Sodoma e Gomorra, reclamando il diritto di allevare generazioni di bambine e di bambini sul racconto della loro novella, la favola bella che ieri t’illuse, che oggi m’illude, o Ermione.

Non c’è giorno e non c’è telegiornale che riporti le parole del Papa, sempre più chiamato ‘papà’, per familiarizzare l’orecchio dei fedeli, gesuita rivoluzionario quasi ‘comunista’, ma al dunque sempre papa, gesuita della santa chiesa cattolica, apostolica e romana.
Sarebbe il caso che da Porta Pia si tornasse a percorrere la via della Conciliazione, accordandosi che ognuno si fa i fatti propri senza note verbali del Vaticano e senza Concordati, che di questi tempi global sono tanto demodè.

Se la giornata nazionale contro l’omofobia e l’educazione gender disturbano le scuole cattoliche che problema c’è? O la FIDAE, la federazione nazionale delle scuole cattoliche e l’AGeSC, l’associazione genitori scuole cattoliche, pretendono la botte piena e la moglie ubriaca? Guarda caso, come poi i problemi di fede, le coerenze con la propria identità di credo finiscono con il ridursi a una questione di soldi, di vile pecunia.

Perfino uno Stato laico, si fa per dire, come il nostro, nel riconoscere la parità, richiede che di parità vera si tratti. Diversamente le scuole cattoliche, che non possono rinunciare alla loro connotazione dottrinale, lo facciano pure liberamente, ma senza nulla chiedere e pretendere dalla mano pubblica. E poi che sarà degli insegnanti di religione cattolica nelle scuole dello Stato, faranno l’obiezione di coscienza? Bene, finalmente porteremo la religione cattolica fuori dalle nostre scuole. Aspettiamo che il papa comunista ci dia una mano, o che il nostro Stato raddrizzi la schiena della sua laicità?

Quando si dice che il Partito Democratico ha perso la sua identità. Allora suggeriamo a Letta di aggiungere alla tassa di successione, allo Ius soli, il ritorno ad un’autentica cultura laica nelle nostre scuole, facendo uscire, a partire dalle scuole dell’infanzia, l’ora di religione, senza compromessi e pasticci come la storia delle religioni e quant’altro, anche questa sarebbe una battaglia di grande civiltà. Forse il minimo per una cultura autenticamente laica, che ha bisogno di intelligenze libere dall’inganno dei miti e sempre più bisogno di scienza, come ha dimostrato il nostro fianco rimasto scoperto di fronte al pericolo imprevisto.

Per leggere gli altri articoli di Giovanni Fioravanti della sua rubrica La città della conoscenza clicca [Qui]

UNA VITA MIGLIORE

 

Provai grande delusione quando finirono le speranze di dar vita a una società migliore, trasformata dagli ideali del Sessantotto. Certo quel movimento aveva le sue contraddizioni e la lotta a una società ingiusta era troppo spesso motivata da frustrazioni e rancori personali, dalla noia di un’esistenza troppo comodamente borghese o dall’aspirazione a un potere alternativo non meno elitario. Ma è innegabile che in quel periodo fiorirono nobili ideali di emancipazione e fratellanza tra gli uomini che ancora oggi meritano di essere perseguiti. Per molti anni ho ricercato vanamente un’attività che in qualche modo potesse ridarmi quell’entusiasmo e quella voglia di realizzare qualcosa al di là dell’angusta sfera della dimensione personale.
Poi, un giorno, del tutto casualmente, ho cominciato a praticare lo Yoga e ho appreso così che lo Yoga classico, diversamente da molte fantasiose e discutibili interpretazioni contemporanee, non si limita solo a migliorare la gestione equilibrata delle risorse personali (fisica, energetica e mentale), ma che non può prescindere anche dalla ricerca dell’armonia con l’ambiente circostante: uomini, animali, natura. Questo perché alla base dello Yoga, così come di altre discipline orientali, c’è una visione di sostanziale unità della vita e dell’interdipendenza delle sue manifestazioni. Il benessere profondo, dunque, necessita di realizzare unione con la Vita (yoga vuol dire unione) e svolgere il proprio ruolo in sintonia con gli eventi, in ogni momento della giornata. Centrati quanto più possibile nel Sé interiore, si affrontano le diverse situazioni della vita, cercando di dare il meglio in ogni occasione. Si vive così profondamente soddisfatti per il solo fatto di essere, comunque, dovunque.

Questa visione della vita è evidentemente diversa dalla ricerca della felicità, così come viene intesa nella società occidentale contemporanea, in cui si ricerca generalmente il piacere che deriva dal possedere quantità sempre più crescenti di beni materiali e dalla capacità di assumere ruoli sociali che ci distinguano per importanza e ci facciano sentire ‘migliori’ degli altri. Realizzarsi è diventato desiderare qualcosa, essere qualcuno.
Ma il benessere materiale e il successo personale non sono mai sufficienti, e gli individui, per quanto possano avere o essere, sono ben lontani dalla felicità. Molte persone vivono una tensione ininterrotta e nevrotica verso un piacere effimero e di breve durata; stimolati da una costante pressione dei mezzi di comunicazione, ricercano in modo ossessivo la conquista di sempre nuovi desideri.
Con il prevalere dei valori tecnico-economici, per cui il successo è misurabile in termini di denaro e di notorietà, ci si allontana però dalle esigenze umane più profonde. Manca sempre più un quadro di riferimento condiviso e un comune senso della vita; ciò provoca l’accentuarsi di un individualismo che alimenta un concetto di libertà senza limiti, dove tutto è praticabile per riempire solitudine e vuoto esistenziale. Viene esaltata la retorica di una libertà di scelta che nasconde irresponsabilità, incapacità di autodisciplina e sacrificio. La vita è spesso percepita priva di senso e di scopi degni di essere perseguiti.

Credo sia ormai evidente la necessità di sviluppare un diverso modello sociale, in sintonia con l’attuale globalizzazione, processo di interdipendenze economiche, sociali, culturali, politiche e tecnologiche, che può essere visto come opportunità di operare con una visione unitaria del mondo.
L’importanza del singolo va inquadrata all’interno della comunità umana, dalla quale si può ricevere posizione e significato; è fondamentale che gli individui si sentano uniti dalla consapevolezza di lavorare in una comune direzione e sappiano perseguire esigenze e scopi comuni. Solo se si riesce a vedere il vantaggio di superare i propri interessi particolaristici, si può costruire un mondo giusto e solidale, in cui si ponga un limite allo sfruttamento delle risorse umane e ambientali e si adotti uno sviluppo sostenibile, finalizzando le politiche economiche globali alla lotta contro la disuguaglianza e la povertà. Un tale modello di sviluppo sposa «un modello ‘ecologico’, in base al quale la vita delle parti è tanto migliore quanto migliori sono le relazioni tra le parti» (G, Pasqualotto, East & West, Marsilio).
Risulta ormai urgente porre le basi di un nuovo umanesimo, che metta l’uomo al centro e consideri la tecnica come strumento per la sua realizzazione e felicità, contrastando la tendenza che vede gli uomini al servizio dei beni e della ricchezza. Determinante è un rinnovamento della cultura, tramite l’integrazione di tutte le conoscenze umane, e dell’educazione, con cui alimentare la crescita di individui capaci di costruire un mondo migliore.
Ritengo indispensabile che i diversi tipi di conoscenza sviluppati in ogni parte del pianeta possano connettersi utilmente; in particolare, ritengo auspicabile l’integrazione tra la scienza e la spiritualità.

Lo sviluppo dell’atteggiamento scientifico e del sapere critico-razionale, che hanno portato a indubbi successi relativamente alla qualità e alla durata della vita – (basti pensare agli effetti delle tecnologie di produzione alimentare e della scienza medica) – non è sufficiente a interrogarsi e a progredire sui significati del vivere.
La conoscenza sempre più forte del legame tra gli esseri e il loro mondo, la percezione di questo legame globale è piuttosto l’oggetto caratteristico di una “via del cuore”, una funzione dell’anima, la cui cura resta, ancora oggi, di fondamentale importanza. Proprio l’aspetto spirituale, con la sua visione di una dimensione unitaria dell’uomo e della vita, merita una rinnovata interpretazione, che ispiri azioni di ricerca e sperimentazioni, le quali pragmaticamente offrano soluzioni per superare le attuali criticità sociali dell’Era globale.
Può essere utile una spiritualità che non necessita dell’adesione ad alcun credo religioso, e che al tempo stesso non lo escluda, che non sia necessario catalogare con nessuna formula e che possa essere patrimonio di chiunque, ma che soprattutto si esprima e sia valutata in fatti concreti, in azioni e comportamenti che aiutino il cammino degli esseri umani; che si fondi sulla reale aderenza a principi e valori comuni di fratellanza umana e rispetto dell’ambiente, concretamente espressi nel quotidiano con sentimenti di vicinanza, comunione, condivisione e coesione tra gli esseri. Questi valori devono guidare le scelte, orientare il desiderio, indicare il senso di ogni attività, costituire oggetto fondamentale di trasmissione educativa, fornendo un senso di appartenenza che dia forza per superare le capacità meramente individuali.
Si potrà così coltivare un Uomo globale, che potrà affrontare utilmente le sfide del futuro, comprendendo quanto la collaborazione sia lo strumento più efficace per ottenere i risultati desiderati; egli dovrà avere come obiettivo il migliore destino comune per l’umanità intera, conscio dei legami tra gli individui. Sarà pertanto necessario coltivare apertura mentale, flessibilità e disponibilità a ridiscutere le proprie conoscenze, alla luce di nuove possibilità, trovando ogni volta il pensiero e l’azione più adatta per raggiungere un nuovo equilibrio adatto al mutare degli eventi. Sempre più privo di soluzioni già pronte per l’uso, ovunque e comunque valide, l’essere umano è spinto a sviluppare la consapevolezza, oltre che delle connessioni tra i vari saperi, dei limiti di ognuno di essi e a scegliere liberamente tra più opzioni, nonché a sapere ridiscutere le sue convinzioni quando queste si dimostrino superabili.

Questa consapevolezza è la base più adatta per disegnare un futuro pragmaticamente utile per una visione della vita da cui sviluppare chiarezza, ordine e valore, in sintonia con le conoscenze più moderne. Con questa idea pratico e insegno da molti anni EduYoga, un metodo che ho sviluppato a partire dalle ‘vie’ dello Yoga classico, che ha l’obiettivo di educare il praticante a realizzarsi con generale soddisfazione, esprimendosi in ogni momento della vita con la miglior sintonia possibile al mutare delle situazioni. Ritengo che un percorso di evoluzione e di cambiamento consapevole, nel rispetto delle proprie esigenze e di quelle dell’ambiente circostante, possa supportare lo sviluppo di individui che, migliorando se stessi e le loro relazioni con il mondo che li circonda, siano portatori di benessere, pace e cooperazione.
Nel corso della mia esperienza ho avuto modo di verificare che anche il mondo dello Yoga non nasconde pericoli e contraddizioni. Ho frequentato insegnanti che plagiavano i loro allievi, sono stato costretto ad allontanarmi dalla più grande associazione italiana di insegnanti di yoga perché, insegnando gratuitamente, sono stato accusato di svolgere concorrenza sleale nei confronti dei “professionisti” dello Yoga e ho commesso il terribile errore di credere che donare senza pretendere nulla in cambio fosse in sintonia con un percorso di ricerca spirituale. Ciò nonostante continuo nella mia attività di ricerca e di condivisione perché, indipendentemente dalle inevitabili contraddizioni, penso ancora che perseguire un ideale apprezzabile, seppur con un adeguato senso della realtà, mi aiuti a cercare un’esistenza migliore per me e per gli altri, con i quali condivido questo viaggio della Vita.

Negazionismo scientifico e le compagnie di tabacco

 

È comune che chi non si sente a proprio agio con alcune teorie scientifiche applichi la propria cartina tornasole ideologica a un’area di indagine. Spesso il punto di partenza è l’idea sbagliata che, se gli scienziati raccogliessero sufficienti prove, potrebbero provare al cento per cento una teoria; ma in realtà è sempre possibile che qualche dato futuro la possa confutare. Gli scienziati quindi devono ammettere che anche le loro spiegazioni più forti non possono essere offerte come verità, ma come credenze giustificate dalle prove. Questa presunta debolezza è spesso sfruttata per far perdere di autorevolezza le scoperte scientifiche. A volte non si tratta di semplice rifiuto personale nel credere a qualche teoria, ma di veri e propri attacchi costruiti e programmati da gruppi che vogliono rendere poco credibili teorie contrarie ai loro interessi, anche se si è già giunti ad un comune consenso da parte della comunità scientifica.
Secondo Pascal Diethelm e Martin McKee in Denialism: what is it and how should scientists respond?(2009), il negazionismo scientifico presenta cinque caratteristiche distintive; ogni singolo caso può averne solo alcune, o ciascuna in misura diversa, ma sono ricorrenti e occorre conoscerle. La prima è una variante della teoria del complotto, “l’inversionismo”, ovvero quando il gruppo che effettivamente sta tramando un complotto addita tale colpa a chi sostiene la tesi che vogliono demolire.
La seconda è “chiamare in causa falsi esperti”, ovvero individui che pretendono di essere esperti in una particolare area ma le cui opinioni sono del tutto incoerenti con le conoscenze consolidate; ciò è spesso integrato dalla denigrazione di esperti e ricercatori affermati.
La terza è la “selettività”, ovvero scegliere un singolo contenuto (ad esempio un articolo) che vada nel senso contrario al consenso generalizzato su un tema e usarlo per rifiutare il complesso dei risultati delle ricerche condotte.
La quarta è “la creazione di aspettative impossibili” su ciò che la ricerca può offrire, cioè ciò che si è accennato sopra: pretendere un grado di certezza che è estraneo alla pratica e al linguaggio degli scienziati, continuando così a illudersi dell’assenza di un consenso. Infine, la quinta è l’uso di false dichiarazioni ed errori logici, come l’uso di argomenti-fantoccio, false analogie, attacchi ad hominem, ecc.

In genere la negazione della scienza è lanciata da chi ha qualcosa da perdere in senso economico o ideologico e proseguita anche da coloro che vengono coinvolti nella campagna di disinformazione. Ari Rabin-Havt nel libro Lies, Incorporated (2016) tratta di post-truth politics, considerando come l’attività lobbystica e le menzogne finanziate dalle imprese abbiano influenzato le posizioni politiche sul cambiamento climatico, le armi da fuoco, l’immigrazione, l’assistenza sanitaria, il debito pubblico, la riforma elettorale, l’aborto e il matrimonio gay. Il libro comincia con un caso esplicativo, che è quello della lotta a favore del fumo.

La storia di questa lotta iniziò il 15 dicembre 1953, quando i capi delle quattro principali compagnie di tabacco dell’epoca (American Tobacco, Benson & Hedges, Philip Morris e US Tobacco) e i CEO di RJ Reynolds e Brown & Williamson si riunirono al Plaza Hotel di New York City per capire cosa fare alla luce di un disastroso articolo scientifico pubblicato da poco, che collegava il catrame delle sigarette al cancro nei topi di laboratorio. L’articolo attirò un’intensa attenzione da parte dei media e mise in luce i rischi per la salute associati al fumo. Tale ipotesi era già stata formulata negli anni Dieci del Novecento; i risultati divennero però più conclusivi tra gli anni Cinquanta e Sessanta.
Le compagnie di tabacco avevano sempre studiato come rubarsi i clienti a vicenda, ma il leader del summit John Hill (fondatore della leggendaria azienda di pubbliche relazioni Hill & Knowlton) consigliò di assumere un approccio unitario per combattere la scienza, attraverso la sponsorizzazione di messaggi “pro-sigaretta” utilizzando la parola “ricerca” per dare la parvenza di una contro-argomentazione scientifica. Così Hill & Knowlton delineò un piano redigendo un white paper.
Le compagnie di tabacco finanziarono l’iniziativa attraverso il neocostituito Tobacco Industry Research Committee (TIRC).

Nel gennaio 1954 venne pubblicato un annuncio pubblicitario (cit. in Rabin-Havt, 2016, p. 36) in più di quattrocento giornali statunitensi, che affermava:
“1. Che la ricerca medica degli ultimi anni indica molte possibili cause di cancro ai polmoni.
2. Che non c’è accordo tra le autorità su quale sia la causa.
3. Che non ci sono prove che il fumo di sigaretta sia una delle cause.
4. Che le statistiche che pretendono di collegare il fumo di sigaretta con la malattia potrebbero applicarsi con uguale forza a uno qualsiasi dei molti altri aspetti della vita moderna. Infatti la validità delle stesse statistiche è messa in dubbio da numerosi scienziati”.
L’annuncio proseguiva descrivendo le attività del gruppo:
“1. Stiamo promettendo aiuto e assistenza allo sforzo di ricerca in tutte le fasi dell’uso del tabacco e della salute. Questo aiuto finanziario congiunto andrà ovviamente ad aggiungersi a quanto già fornito dalle singole società.
2. A tal fine stiamo costituendo un gruppo industriale misto composto inizialmente dal sottoscritto. Questo gruppo sarà conosciuto come COMITATO DI RICERCA DELL’INDUSTRIA DEL TABACCO (TIRC).
3. Responsabile delle attività di ricerca del Comitato sarà uno scienziato di impareggiabile integrità e di fama nazionale. Inoltre ci sarà un comitato consultivo di scienziati disinteressati all’industria delle sigarette. Un gruppo di illustri uomini della medicina, della scienza e dell’istruzione sarà invitato a prestare servizio in questo consiglio. Questi scienziati consiglieranno il Comitato sulle sue attività di ricerca”.

Secondo Hill & Knwolton il messaggio raggiunse più di 43 milioni di persone. Come possiamo vedere, già in questa prima pubblicità è presente la quarta caratteristica del negazionismo scientifico, ovvero puntare sulla mancanza di certezze assolute e creare una falsa controversia, convincendo i media che esistono due lati della storia, generando confusione nel pubblico e dissuadendo i politici dal danneggiare gli interessi economici dei produttori di tabacco. Se leggiamo i resoconti più dettagliati possiamo vedere come nelle varie azioni della campagna siano presenti tutte e cinque le caratteristiche.
Le attività del TIRC continuarono fino al 1964, quando i dati scientifici contro il fumo divennero così convincenti che ogni pacchetto di sigarette dovette applicare il famoso avvertimento. Il TIRC però si trasformò nel Council for Tobacco Research, che continuò a operare fino al 1998, anno in cui chiusero come parte di un accordo da 200 miliardi di dollari che li proteggeva da future cause legali. Meno di un decennio dopo, le compagnie di tabacco sono state ritenute colpevoli di frode ai sensi dello statuto federale sulle truffe (RICO) per aver cospirato per nascondere ciò che si sapeva sul fumo e cancro già dal 1953.
Tuttavia ormai le strategie usate da queste compagnie erano chiare nella loro efficacia, e così vennero riciclate durante le successive battaglie, tra cui quella contro il cambiamento climatico.

Sul tema puoi leggere:
Diethelm, P. e McKee, M. (2009). Denialism: what is it and how should scientists respond?, European Journal of Public Health, 19 (1), 2–4, DOI: https://doi.org/10.1093/eurpub/ckn139.
McIntyre, L. (2018). Post Verità. Trad. it. di A. Lanni. Torino: UTET Università, 2019.
Rabin-Havt, A. e Media Matters for America. (2016). Lies, Incorporated: The World of Post-Truth Politics, Trad. mia. New York e Toronto: Anchor Books.

Riscaldamento globale o cambiamento climatico?
L’importanza del framing

Siamo nel 2002, George W. Bush è arrivato da un anno alla Casa Bianca e ha un problema: come minimizzare la questione ambientale.
Il riscaldamento globale era stato infatti al centro della campagna elettorale del suo sfidante, Al Gore, e anche se era stato sconfitto, il tema si era ormai radicato nel discorso pubblico.
È quindi il momento di entrare in azione per il mago delle parole Frank Luntz. Repubblicano, consulente politico e di comunicazione, maestro del framing. Si tratta dell’azione di creare frame, ovvero cornici mentali cariche di significato che inquadrano i concetti; il formato nel quale ci viene presentata una determinata informazione incide sulle nostre decisioni. Una volta inoculata la cornice nel discorso pubblico, essa sarà il nuovo “campo di gioco”.
L’idea geniale di Luntz è la seguente: il Presidente, i suoi collaboratori e, con l’effetto domino, anche chi è politicamente più distante non dovranno parlare di “riscaldamento globale”, bensì di “cambiamento climatico”.
L’espressione “riscaldamento globale” richiama immediatamente il nocciolo del problema: la temperatura globale si sta alzando, ciò porta e porterà a disastri naturali, l’essere umano è responsabile. Parte della strategia infatti è deresponsabilizzare l’uomo, facendo leva sulle incertezze scientifiche (per quanto invece esista un generale consenso da parte della comunità scientifica).
Al contrario, l’espressione “cambiamento climatico” è apparentemente neutra e, come ha notato il linguista George Lakoff, la parola “clima” è capace di suscitare alla mente qualcosa di piacevole, come una spiaggia o delle palme al mare.

Helgoland: l’isola che c’è ma non si vede

Ho da poco finito di leggere Helgoland di Carlo Rovelli.  Le sue prime pagine mi hanno aperto il cuore. In questi giorni in cui tutti si riempiono la bocca della parola scienza come fosse una fede e una verità assoluta lui scrive: “Ma questo è la scienza: un’esplorazione di nuovi modi di pensare il mondo. È la capacità che abbiamo di rimettere costantemente in discussione i nostri concetti. È la forza visionaria di un pensiero ribelle e critico capace di modificare le sue stesse basi concettuali, capace di ridisegnare il mondo da zero”.
E mi sono detta: iniziamo bene. Potente e coinvolgente l’idea di Rovelli di partire dalla storia del giovane Heisenberg, della sua ricerca della solitudine in un paesaggio nordico, duro, della sua scalata su una roccia per vedere l’alba la notte in cui riesce a far tornare i conti che gli permetteranno di comunicare la sua idea sui quanti. Potente  per introdurre la spinosa e controversa teoria dei quanti.  Affascinante la sua disanima su tanti filosofi, di cui i nomi sono sconosciuti ai più, che hanno animato le discussioni nel 900. Però la teoria resta controversa.
Perché è controversa? Perché da più di 100 anni la teoria dei quanti crea accese discussioni tra gli scienziati e oggi, questo Rovelli lo  sa, anche tra la gente comune come me, proprio sull’uso delle parole che servono a illustrarla. Mentre i numeri tornano, almeno, quelli di Heisenberg continuano a funzionare e sono alla base della meccanica quantistica su cui si fonda la tecnologia odierna, non tornano le parole che danno concretezza alla realtà descritta dalla teoria.
È una teoria aperta a diverse interpretazioni, con il rischio che se ne possa anche fare scempio ‘filosofico’. È come se le parole, in questa teoria, si comportassero come i quanti: corrispondono a significanti molti diversi e costruiscono immaginari diversi in chi prova a leggerla e immaginarla. Rovelli lo ha capito bene e tenta di indirizzare i possibili significati dei significanti, perché ama troppo la sua fisica teorica per vederla strapazzata dalla gente comune.
In un certo senso crea una tabella delle parole possibili, come Heisenberg crea la tabella dei numeri possibili. È onesto Rovelli, nel suo secondo capitolo descrive tre modi diversi di raccontarla, quelli su cui gli scienziati si confrontano e litigano, tre modi che comunque presuppongono a monte un dogma e l’autore si posiziona su quella che gli corrisponde di più, ma non dice il dogma che la caratterizza.

E qui vengo al punto di rottura con  l’autore. Rovelli, a mio modo di vedere fa un errore: fatica a riconoscere che ogni tentativo di descrizione della teoria, anche la mia,  e dunque anche la realtà, è per forza legata a una idea dogmatica interna che abbiamo del mondo. Ed è qui che io sento la mia strada divergere dalla sua. Io non ho alcuna resistenza a riconoscere che le mie teorie partano da un dogma, cioè da una verità che sento dentro  di me, ma che non è spiegabile a parole, da una esperienza mistica, mentre Rovelli si arrovella scusate il gioco di parole, sul modo possibile di eludere il dogma perché se no tutto il castello della scienza illuminista fondata su logos, razionalità e dimostrazione, crollerebbe.
Mi viene da aggiungere che, da buon maschio, vuole disegnare la mappa che porta al tesoro, quella unica possibile, anche se, a me,  la teoria dei quanti  dice proprio che ognuno potrà trovare il tesoro seguendo la sua di mappa. So bene che questa mia definizione farà arrabbiare l’universo maschile, ma da buona femminista interpreto la realtà proprio sotto una lente radicale. La teoria dei quanti a livello filosofico ammette senza se e senza ma che l’osservatore modifica la realtà, e dunque fa rientrare dalla porta quello che la storia ha sempre fatto uscire dalla finestra, e cioè che di un dato fatto storico ci possono essere versioni molto differenti.
Le donne lo sanno bene: troppa storia manca della loro interpretazione. Rovelli  sa che la filosofia,  la scienza e la storia devono dialogare, che le une senza l’altra perdono di senso,  si smaterializzano , diventano solo speculazioni astratte che poi di fatto non cambiano veramente il mondo,  o lo cambiano polarizzando le ideologie al punto da creare scontri violenti, ma resta nel solco della storia lineare. L’uomo (maschio, bianco possibilmente) deve potere trovare l’elemento ultimo per spiegare le leggi che governano la natura così da assicurare il tanto bramato ‘bene comune’.
So bene che la mia accusa di maschilismo a Rovelli suonerà cattiva e ingiusta. In realtà io non credo che lui lo sia in modo consapevole, ma in due frasi del suo libro proprio mi ha fatto arrabbiare: una a pagina 55, quando nella lista  delle cose che vuole indagare e studiare ci mette anche tutte le ragazze: “quando volevo provare tutto, leggere, sapere, vedere, andare: tutti i luoghi, tutti gli ambienti, tutte le ragazze, tutti i libri, tutte le musiche…” e una alla fine del libro quando scrive “sapere che la mia ragazza obbedisce alle leggi di Maxwell non mi aiuta a farla contenta” .
So bene che estrapolare le frasi dal  loro contesto  è operazione discutibile ma  la radice del mio disaccordo con Rovelli sta proprio lì, nello sguardo sul reale, così  differente che caratterizza il mio essere donna e il suo essere uomo.

Gli esseri umani da tempo immemore cercano di trovare il loro modo di stare al mondo in armonia con il cosmo, lo fanno cercando di comunicare le leggi che governano la natura, ma in occidente, da ormai troppo tempo, lo fanno per potere sottrarre alla natura il suo potere. Le leggi cambiano e si fanno rarefatte  nei momenti di grande cambiamento, proprio come in quello che stiamo vivendo,  e la natura, sapiente, le tiene costantemente in movimento vanificando il sogno onnipotente dell’uomo, quello di governare tutto.  Antigone insegna,  tra la legge e lo stare al mondo c’è uno spazio inalienabile, lo spazio della nostra coscienza. E’ ora che la fisica, la scienza e la filosofia   riconosca quello spazio, gli dia un nome, e accetti che è uno spazio concreto e invisibile allo stesso tempo,  con un potere incorruttibile e inaccessibile a livello generale.

Moni Ovadia, perché Ferrara?

Arte e cultura da sole non fanno una Città della Conoscenza, almeno per come è intesa dalla letteratura in argomento. Si può essere città d’arte e cultura senza mai giungere ad essere compiutamente una Città della Conoscenza.
Una città della Conoscenza è tale nella misura in cui è in grado di attrarre, per le opportunità che offre, talenti nell’ambito dell’arte, della cultura, della ricerca e delle scienze.
Se questo accade, non lo si può che salutare con grande soddisfazione, l’avvento non può che essere carico di promesse e la cittadinanza tutta si arricchisce di una importante risorsa.

Se un artista, uno scienziato, un ricercatore eleggono una città come luogo del loro lavoro, come ambiente più idoneo ad esprimere se stessi, significa che in quella città hanno trovato condizioni, atmosfere, relazioni, strutture e clima confacenti con il proprio impegno artistico o scientifico.
Se questo è, benvenuto allora Moni Ovadia nuovo direttore del nostro Teatro Comunale.
Vuol dire che la città ha lavorato bene nel tempo, fino a giungere ad esercitare attrazione nei confronti di artisti della caratura di questo grande “ebreo errante”, non possiamo che esserne riconoscenti ed orgogliosi al contempo.

Non è più tempo di mecenati e protettori. Anzi i ruoli si sono invertiti, i mecenati e i protettori di oggi premono per poter accedere alla corte dell’artista.
Governo e amministrazione di Genova hanno dovuto chiedere accesso alla corte dell’archistar Renzo Piano per ricostruire il ponte Morandi.
Pensare che arte, cultura, ricerca e scienza possano essere ricondotte a una parte piuttosto che a un’altra, è un’idiozia dura a morire. Qualcuno di memoria corta ha dimenticato le lezioni apprese dal ventesimo secolo relativamente al rapporto tra arte, cultura, scienza e regimi.

L’espressione del genio umano non conosce biografie e confini. Sono tempi preoccupanti questi in cui si evocano tribunali dell’inquisizione nei confronti di uomini e donne che, a prescindere dal valore delle loro opere, dal contributo dato all’intera umanità, si vorrebbero condannare all’ostracismo per le eresie della loro biografia.
I prodotti del genio umano, se pure portano un nome e cognome, sono destinati ad essere resi impersonali dallo spazio e dal tempo che se ne impossessano per trasformarli in patrimonio universale a disposizione  di tutti.
Nella produzione del genio umano c’è il capolavoro della sorpresa, della meraviglia, del passo avanti rispetto a dove eravamo, dello sguardo che improvvisamente si accorge di non vedere e altrettanto improvvisamente, per un insight, riacquista la vista.

L’epoca dell’indottrinamento, dei Concili di Trento, delle culture di destra e di sinistra, dei regimi non dovrebbe appartenerci più, neppure sfiorarci il pensiero che l’opera del genio umano possa rientrare nelle categorie di destra e di sinistra, categorie che semmai appartengono al modo di vedere dello spettatore, che non è né artista né scienziato. Di questo spettatore dobbiamo sospettare, come dei ‘muttandari’ del Giudizio universale. L’arte e la scienza sono le vittime privilegiate di personaggi come il sapiente, a cui Brecht nel suo Galileo fa dire: “Aristotele è l’autorità riconosciuta non solo da tutta l’antica sapienza, ma anche dai grandi padri della chiesa”. È qui che nasce il cancro del rapporto tra potere e cultura, tra potere e conoscenza.

Ognuno è libero di interpretare la realtà come più gli aggrada, di accarezzare le ricette che ritiene più opportune per risolvere le contraddizioni e i conflitti del mondo. Può pure pensare che essere ‘mutandaro’ è moralmente più sano e formativo del lasciare che l’opera d’arte si esprima per quello che è, come atto creativo di libertà e di liberazione.
Ma tutto questo è ininfluente, perché la forza dell’arte e della scienza non ha confini, sopravvive e si trasforma in cultura e conoscenza per nuove sfide. È il motivo per cui possiamo ammirare tranquillamente il Giudizio Universale di Michelangelo, come le opere di De Pero, che certo non è ricordato per il suo libro A passo romano, così come il palazzo dei Congressi all’Eur.

Arte e scienza, la cultura, non hanno visioni del mondo a cui aderire, perché il loro compito, per fortuna è quello di nutrire il dubbio, di saper guardare oltre le visioni del mondo che condizionano i nostri occhiali e di offrirci lenti nuove. Poi ognuno è libero di usarle o meno, ma ormai quelle lenti sono state prodotte e nonostante le censure delle proprie visioni di destra o di sinistra, quelle lenti appartengono per sempre alla umanità e alla sua storia.
Se c’è ancora qualcuno che si dilania tra una cultura di destra e una di sinistra lasciamolo alle sue pratiche autolesioniste.
Noi crediamo nel valore dei valori, nell’etica del peso della responsabilità, dove portano a far pendere la bilancia le condotte di ciascuno di noi.

C’è una domanda che ancora è senza risposta, ed è quella da cui ha preso avvio il nostro articolo. Una domanda alla quale non si trova risposta nell’intervista che Moni Ovadia ha rilasciato al quotidiano Libero. Perché Ferrara. Perché la nostra città. In sostanza che cosa della città l’ha condotto tra noi.
Una domanda che ne suscita altre.
Il Moni Ovadia ‘intellettuale’ abiterà con noi, o sarà il ‘consulente’ pendolare pagato dall’amministrazione? Contribuirà a fare della nostra città una capitale della conoscenza che dialoga con le altre capitali? Il discorso si è concluso nel triangolo Fabbri, Sgarbi, Ovadia, o è solo l’inizio per la città di una nuova dialettica?

Per leggere gli altri articoli di Giovanni Fioravanti della sua rubrica La città della conoscenza clicca [Qui]

Cover: Moni Ovadia a Siena, aprile 2010 (Wikicommons)

Niente di nuovo sul fronte della pandemia

Negazionisti, catastrofisti, complottisti, assertivi, sciacalli, profittatori, benefattori, assembramenti, dpcm, fake news, e tutto il restante glossario così familiare in questo momento: la descrizione di una fauna umana con le sue ferree e inamovibili convinzioni, ragionevoli o sballate che siano, i suoi comportamenti, i suoi orientamenti, che si destreggia nel mare impetuoso della pandemia, scatenando reazioni e affrontando conseguenze.
Non abbiamo inventato o scoperto niente di nuovo: è già tutto presente nei personaggi de I Promessi Sposi di Manzoni, tra le pagine dedicate alla peste del 1629-1630, da cui emergiamo tutti noi, umanità di allora e di adesso.
Ed ecco che don Rodrigo si fa beffe del morbo, pieno del suo ego e della sua convinzione di inattaccabilità, sbeffeggiando le vittime di sua conoscenza e dedicandosi ai bagordi, tra taverne e bevute, per poi inorridire e scendere dal suo piedistallo quando si scopre ammalato. Accusa strani malesseri, pesantezza di gambe, difficoltà respiratoria, caldo e arsura, “le coperte sembrano una montagna”. Il suo scagnozzo Griso, lo consegna ai monatti per derubarlo e portarlo al lazzaretto, e poi si ammala a sua volta, morendo.
Renzo, rifugiato nel Bergamasco, si ammala di peste e accetta la malattia con cristiana rassegnazione, in attesa di tempi migliori. Una volta guarito, l’epidemia diventa per lui, ricercato, l’occasione propizia per tornare nel Milanese in cerca di Lucia, eludendo la giustizia – era obbligatorio esibire la ‘bolletta di sanità’ per entrare in città – “perché essa ha altro di cui occuparsi”.
Fra Cristoforo vede nella peste motivo di sacrificarsi al servizio caritatevole del prossimo e muore nel lazzaretto in cui assiste i malati senza risparmiarsi.
Don Abbondio, che non si distingue sicuramente per coraggio e ardimento, considera la peste come una “scopa” che spazza via prepotenti e malvagi, perfettamente in linea con il suo comportamento gretto e meschino.
La madre di Cecilia è l’emblema della piena e consapevole accettazione del destino e della morte, alla quale consegna con compostezza e dignità Cecilia, se stessa e la figlioletta minore.
Per i monatti, che si aggirano con il campanello legato alla caviglia come lugubre avviso del loro passaggio, l’epidemia è solo un colossale affare su cui lucrare, una speculazione sul dolore e la sofferenza, sull’impotenza della popolazione, sulla debolezza della gente. Rubano, sottraggono, spremono, ricattano, estorcono, forti del potere che il ruolo conferisce loro, additati nella fantasia popolare come untori, propagatori del virus per prolungare l’epidemia e trarne vantaggio.
E poi c’è don Ferrante, nobiluomo milanese dal sapere enciclopedico cha va dalla letteratura alla storia e filosofia, passando anche attraverso la stregoneria, l’arte cavalleresca e l’astrologia. Nega che il contagio si propaghi da un corpo all’altro e attribuisce la pestilenza, agli influssi astrali, una congiunzione di Giove e Saturno, unita all’apparizione di comete. Dichiara inutili le indicazioni e istruzioni date ai cittadini, che considera fuorvianti dalla sua incrollabile posizione di intellettuale senza dubbi e tentennamenti. Rifiuta ogni precauzione e finisce per ammalarsi, morendo nel proprio letto prendendosela con le stelle.
La sua ricca biblioteca, che rappresenta tutto il suo sapere, verrà portata a vendere lungo i navigli.
Don Gonzalo Fernandez de Cordoba, governatore di Milano, minimizza la pandemia e afferma che le truppe tedesche dei Lanzichenecchi, a cui era attribuita la diffusione del contagio, dirette dalla Valtellina a Mantova, fossero indispensabili e le preoccupazioni della guerra apparissero più pressanti dell’aspetto sanitario. Arriva addirittura a tollerare quello che noi definiamo oggi ‘assembramento’, il 18 novembre 1629, in occasione dei festeggiamenti e celebrazioni di piazza per la nascita del primogenito di re Filippo IV, senza alcun cordone sanitario.

La storia è piena di don Ferrante, personaggi senza scrupoli, una pletora di pseudo esperti che vogliono emergere. Anche oggi come allora, gli epigoni del nobile milanese alimentano l’ignoranza e la rabbia, la saccenza più pericolosa esercitata attraverso il loro armamentario fatto di post, video, rubriche, inquinando e attaccando ogni forma di attendibilità scientifica.
C’è anche un medico, nei Promessi Sposi, Ludovico Settala, ptotofisico. La folla di Milano lo aggredisce e infama con accuse infondate di diffondere il contagio per dare lavoro alla Sanità, tacciato di ‘persona portatrice di malaugurio’ dalla superstizione popolare.
Una processione di personaggi letterari che copre tutto lo spettro dei comportamenti umani nell’evento tragico: una lunga serie che ci ricorda anche oggi le nostre limitatezze, gli istinti primordiali latenti, l’incapacità di cambiare radicalmente spogliandoci dalle zavorre che ci tengono ancorati agli aspetti meno edificanti del nostro essere uomini.

GLI SPARI SOPRA
Ulisse non aveva Facebook

Fatti non foste per viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza”, questo dice Ulisse al canto XXVI° dell’inferno ai suoi prodi titubanti nell’attraversare le colonne d’Ercole, fine del mondo e inizio del precipizio verso il nulla in una terra piatta, sospesa nell’aere a due dimensioni. Dante (forse con rammarico), mette Odisseo nell’ottavo cerchio infernale, quello riservato ai consiglieri di frode.

Ne è passato di tempo da allora. L’uomo si sarebbe dovuto evolvere, avrebbe dovuto seguire i consigli del prode scettico, ma non è andata così. Decisamente, non tutta la specie umana ha seguito i dettami del re di Itaca.

Certo i dogmi, le religioni, le ideologie, le intemperie, lo smog, non ci hanno facilitato.

Ma come è possibile avere imboccato il secondo millennio già da una ventina d’anni ed avere alla guida di nazioni che occupano posizioni di prestigio personaggi degni della fattoria degli animali, dove, tra gli uguali, i maiali sono più uguali degli altri? Come è possibile sentire storie di complotti che negano i fondamenti della scienza, della storia, persino della geografia e doverle mettere sullo stesso piano della scienza, della storia, della geografia? Dell’antropologia? Come può Darwin non avere lasciato nemmeno una traccia?

I negazionisti, i creazionisti, i terrapiattisti, i revisionisti, i complottisti, sono tra noi, votano come noi, sono eletti, governano parti di mondo. Aiuto!

Mi sembra di soffocare stando a galla su questa sfera, sempre più piccola e sempre più affogata nella melma delle scorie dell’analfabetismo di ritorno.
Già mi immagino le schiere di adepti additarmi come sapientino, radical chic, buonista, piddino, sinistro, zecca, eccetera (a me, che mi sono diplomato al liceo, con l’aiuto degli amici dell’ultimo banco, con un misero trentacinque e due figure). Non importa: devo per forza esprimere il mio disagio nei confronti un mondo che non mi appartiene.

Non vorrei parlare troppo della pandemia e del virus in corso, per non passare, pure io, per virologo da facebook. Nel corso di questo fetido 2020 abbiamo avuto una esplosione di sapienti, informati dal cuggino, studiati su youtube, analisti da wikipedia, o profondi conoscitori delle teorie dell’esimio professor Cazzetti, luminare dei luminari boicottato dagli energumeni di Big Pharma e dai prezzolati della scienza ufficiale.

Mi chiedo (e non ho risposte), perché? Cosa spinge una parte dell’opinione pubblica ad avere per forza delle certezze su tutto, dai fatti di cronaca nera, ai virus, alla geologia, alla politica, all’ economia, alla scienza, alla cucina? Che sia un virus?

La curiosità, e la voglia di imparare e dire la nostra non fanno di noi degli esperti in ogni settore dello scibile umano. Io potrei parlarvi di Spal e di pesca con profonda cognizione di causa.

Mi sento un socratico, sono curioso e mi piace leggere, non mi piace studiare e questo è stato un limite, ai tempi della scuola tendevo a galleggiare sul pelo della sufficienza, a volte finendo sott’acqua, ma amo la lettura, sono onnivoro con una predilezione per i classici, poi politica, biografie, poesia, una volta leggevo saggi ora preferisco i romanzi. Non tutto ciò che leggo mi piace, non tutto lo capisco, poco mi ricordo, per quello cerco di leggere molto (almeno per un italiano), questo fa di me un ordinary man, parafrasando Ozzy Osbourne.

Provo fastidio nei confronti di chi copia e incolla pensieri altrui. Credo sarebbe più dignitoso per tutti noi leggere, verificare una notizia e poi magari farci un’opinione.

“Cultura, non è possedere un magazzino ben fornito di notizie, ma è la capacità che la nostra mente ha di comprendere la vita, il posto che vi teniamo, i nostri rapporti con gli altri uomini. Ha cultura chi ha coscienza di sé e del tutto, chi sente la relazione con tutti gli altri esseri” diceva Antonio Gramsci, uno dei più grandi intellettuali italiani. Mi permetto di aggiungere, per gli ignoranti come me, che la cultura è pure conoscere i propri limiti, averne consapevolezza. Voler per forza dibattere su tutto e tutti, negando spesso le evidenze, fa di noi i giudici di Ulisse, senza averne la benché minima competenza.

Per leggere le altre ‘esternazioni’ di Cristiano Mazzoni nella rubrica Gli spari sopra [Vedi qui]

BUFALE & BUGIE
L’ascensore maledetto: cosa dice davvero lo studio scientifico

Terrorista: quante volte al giorno sentivamo pronunciare questa parola fino allo scorso anno? Sembrava fosse riconosciuta da chiunque come la colpa del secolo, ma dovevamo ancora affrontare quella che da mesi chiamano “transizione alla nuova normalità”.

La persona asintomatica – rispetto a quale malanno, tuttavia, non è mai specificato – è la nuova figura untrice dei nostri tempi. Tanto che, quando il 15 luglio lessi sull’Huffington Post “Così un’asintomatica ha contagiato 71 persone prendendo un ascensore”, il puzzo di notizia farlocca non ha tardato a palesarsi. La ricerca scientifica cui si fa riferimento, pur mostrando un titolo concettualmente identico, non ne giustifica l’utilizzo a fini giornalistici. Mentre chi appartiene al mondo scientifico, infatti, possiede le competenze utili per leggere gli studi pubblicati, che quasi mai presentano dimostrazioni assolute, chi non ne fa parte rischia di assumere per certo dati che certi non sono. L’indicativo presente sfoggiato dall’articolista afferma una verità assente nello studio scientifico, ma addirittura non è quest’ultimo la sua fonte, come risulta evidente dall’informazione secondo cui il viaggio in ascensore della donna asintomatica sarebbe durato sessanta secondi. Dato, questo, apparso sin dai primi articoli [vedi qui] battuti dopo circa una decina di giorni dalla pubblicazione della ricerca, e non presente in quest’ultima. Leggendo con attenzione il paper che imposta e rende pubblica la questione, e che al momento attuale è un semplice report della ricerca condotta non definitivo e suscettibile di modifiche, è già il primo capoverso a indicare l’interpretazione fornita come probabile, e non sicura. Al contrario di quanto si legge sul sito italiano, non è detto che il focolaio sia partito dalla donna asintomatica: lo stesso studio afferma che le prime cinque persone ipoteticamente infettate dalla donna, per via indiretta, non hanno seguito nei giorni precedenti un regime di quarantena – solo lei è stata tenuta a farlo, provenendo dagli Stati Uniti – . Semmai, non hanno frequentato luoghi a trasmissione sostenuta del SarsCov-2, secondo i dati utilizzati a riguardo. Il fulcro del problema è tuttavia un altro. La vicenda studiata è ambientata in piena epidemia primaverile, tra marzo e aprile, e difficilmente è attualizzabile ai giorni in cui se ne è data notizia, per non dire che è impossibile estenderla ai mesi futuri.

Di certo sappiamo che la ricostruzione esposta dal notiziario non consegna al pubblico la corretta chiave di lettura: se anche l’ipotesi epidemiologica in discussione fosse la più probabile, i risultati sarebbero utili semplicemente per comprendere le modalità specifiche di diffusione che hanno caratterizzato questo determinato virus nel periodo e nel luogo descritti. Nessun allarme in vista.

BUFALE & BUGIE
Storia di un Sindaco “complottista”: ma i suoi dubbi sul 5 G sono gli stessi della scienza indipendente

Ecco un altro sindaco complottista che luddisticamente priva la propria città del necessario progresso tecnologico! Che ne sarà mai della transizione al digitale, se un primo cittadino ha ancora la facoltà di mettere i bastoni fra le ruote alle compagnie telefoniche? Ne è convinto il Corriere della Sera, il quale il 7 luglio scorso titolava allarmato “Reggio Calabria: – Stop 5G – . Con il Covid boom dei comuni contro le antenne”, parlando di un vero e proprio ‘fenomeno nazionale’.
L’articolo di Claudio Del Frate, cronista non specializzato in giornalismo scientifico, già nel sommario affianca le parole di Giuseppe Falcomatà, sindaco di Reggio Calabria, alla presunta posizione degli ‘scienziati’, evidenziandone la distanza, e cita “la teoria che accosta il 5G al coronavirus”, anch’essa da loro smentita. Le cinque pagine dell’ordinanza sindacale [vedi qui], tuttavia, contengono tutti i riferimenti necessari alla piena comprensione dei motivi alla base della decisione, e non risulterebbe possibile, dopo una sua lettura e verifica fattuale, produrre considerazioni e diffondere inesattezze come quelle presenti sul quotidiano.

Nella letteratura scientifica ufficiale, infatti, già da tempo sono presenti studi che hanno dimostrato, ovvero hanno prodotto evidenze a riguardo, l’impatto biologico del 5G, e più in generale della trasmissione senza fili. Uno dei più insigni ricercatori al mondo, dalla carriera invidiabile come Joel Moskowitz, non ha dubbi in proposito; a ben guardare, il dibattito interno alla comunità scientifica è incentrato sul ‘come’ tutto questo sia dannoso per la vita, non sul ‘se’.

Le meta-analisi condotte dal professor Angelo Gino Levis sui finanziamenti, le firme e le metodologie usate negli studi pubblicati, prevedibilmente, non hanno che evidenziato l’esistenza di due realtà parallele: da un lato, gli studi che alle spalle vantano i portatori di interesse, caratterizzati da errori e assenza di significato scientifico, ma pronti a negare gli effetti dell’esposizione all’inquinamento elettromagnetico – che ha aumentato il fondo naturale di miliardi di volte – ; dall’altro, gli studi indipendenti che non presentano carenze metodologiche e sono concordi nell’individuazione di effetti significativi. Per non parlare del tendenzioso avvicinamento alla teoria della Covid-19 causata dal 5G, che nulla ha a che vedere con l’ordinanza. Ma gli effetti dell’elettrosmog sulle difese immunitarie sono già acquisiti dalla scienza. E che dire dello studio, citato dal Corriere, firmato dall’Istituto Superiore di Sanità? E’ ricco di falle e questioni aperte [vedi qui].

‘La scienza’ è dunque tutt’altro che unanime sul tema in questione. Curioso il fatto che i media ci propinino sempre la stessa visione, non trovate? Io non credo però che i dati raccolti dalla scienza, quella vera, debbano incidere automaticamente sulle scelte politiche. Spetta a noi informarci e decidere della nostra salute.

SE VI CAPITA DI PARLARE CON IL FRIGORIFERO…
Shock, terapia d’urto e lo scippo della conoscenza

La conoscenza negata. Ne scrive anche Roberto Saviano su L’ Espresso della settimana scorsa: “Il trattamento riservato alla scuola è una metafora del trattamento riservato alla conoscenza: semplicemente non è una priorità”. Ci troviamo di fronte a un grande enigma cognitivo: l’incapacità di valutare la portata del pericolo imprevisto che insidia le nostre vite, perché al sequestro delle nostre esistenze non corrispondono gli strumenti per conoscere e comprendere senza essere vittime dell’infodemia a cui concorre anche il governo.
Questa è la prima grave lesione che ha subito il tessuto democratico della nostra convivenza. Non essere padroni di noi stessi perché ci vengono sottratte le fonti della conoscenza, le chiavi di lettura riservate alla scienza e ai manipolatori della comunicazione, lo schermo della trasparenza è infranto, per trattarci come bambini incapaci di essere responsabili e da gestire solo con i divieti e i castighi, non fare questo non fare quest’altro, un popolo infantile, che va preso per mano da un governo padre padrone.

Non credo che ci sia un pericolo tanto grande da giustificare a lungo tutto questo. Di fronte alle minacce ci si attrezza, innanzitutto fornendo a tutti le conoscenze, non quelle per fini strumentali, ma quelle reali, perché ciascuno sia dotato dei mezzi per riconoscerle, per difendersi e assumersi le proprie responsabilità. Passato l’impatto del primo assalto, si dispone l’ambiente per riprendere la vita, non si chiudono le persone nei loro recinti, con un’ibernazione delle vite in attesa di una rinascita.
Stare in casa senza governare il sapere induce a scivolare in uno stato di shock, porta a vivere soli con la propria condizione di confusione e turbamento, esposti e vulnerabili di fronte all’autorità e alle sue parole. Neppure il terrorismo islamico, che il coronavirus pare aver sconfitto, visto che è scomparso dall’orizzonte e dall’informazione, ha indotto tale terrore.

L’attacco alla Costituzione non sta nelle modalità scelte dal governo per assumere decisioni e provvedimenti, ma abita nel disorientamento prodotto sulla popolazione, nell’aver confuso i poli e le direzioni.
Ascoltiamo la scienza ma poi decide il consiglio dei ministri. Nessuno di noi possiede il controllo sul linguaggio della scienza e neppure sulle ragioni della politica, che determinano l’azione del governo. Così si manovra la popolazione usando gli strumenti già collaudati dello shock e della paura, anziché fornire ad ogni cittadino le armi per essere in grado di condurre la propria battaglia.
Fino a ieri il brand della politica era il razzismo e la paura dell’altro, ora l’altro sfila nelle bare trasportate dai carri dell’esercito, per scomparire nelle ceneri della cremazione, innalzando di fronte agli occhi dell’opinione pubblica la trincea dell’orrore, per chiuderci nelle nostre case con la ‘terapia d’urto’, con la sindrome della apocalisse farcita dalle invocazioni papali, che dall’inizio della pandemia ci vengono quotidianamente somministrate dalla televisione di stato. Che siamo ad un’era dell’umanità che necessita ancora di queste liturgie è spaventoso, offensivo, pericoloso.
Se questo è il brand della classe politica che ci governa, significa che essa non è all’altezza e che noi siamo alla disperazione. Dai non luoghi di Marc Augè, siamo giunti ai non luoghi dell’epidemia: gli ospedali, le scuole a distanza, le nostre case, le nostre città e paesi.

La conoscenza, che spinge a sapere e ad agire, è stata beffata dal dogma della paura e dell’obbedienza. Invece di apprendere a difenderci dal virus si è preferito innalzare la religione del virus, il demone che si appropria delle vite, il demone a cui immolare i corpi, il demone a cui pagare il tributo di sangue. Si attendono i responsi di Pizia sugli umori del demone e si invita il popolo a celebrare i sacrifici.
Senza conoscere è difficile riprendere in mano la propria vita, che ora è in ostaggio dei dati e dei grafici che ogni giorno ci vengono propinati senza che ci sia concesso di comprendere come gli stregoni li abbiano confezionati. E l’assoluta mancanza di conoscenze, di controllo, di garanzie, l’assenza di trasparenza sono gravi non solo ora, ma lo saranno tanto più dopo, quando dovremo affrontare le conseguenze violente di questo shock e certamente non potremo farlo ancora tenuti per mano da un governo padre padrone che ci impone come doverci comportare.

Intanto, chiusi nelle nostre solitudini, non siamo più quelli di prima, imbrigliati nella tela di ragno del web, spinti dalla ricerca della conoscenza e dalla voglia di incontrare altre intelligenze per porre un argine al nostro disorientamento. Ciò che prima dello shock ci pareva da combattere, come l’eccessiva esposizione dei nostri ragazzi allo schermo del computer, con i pericoli del cyberbullismo, ora, con la scuola a distanza, non allarma più.
Il web, i social e i nostri device digitali ci hanno catturati, con il rischio di una metamorfosi sociale, di una nuova antropologia, di un villaggio di rinchiusi nei propri mondi virtuali, forse più facile da controllare e governare. Potrebbe allora essere che diventi buono il comunicato dell’Ordine degli psichiatri: “Se parlate ai muri o al frigorifero, non preoccupatevi, contattateci solo se vi rispondono”.

CRISI PANDEMIA: LA VERA SFIDA E’ LA COMPLESSITA’
Invece l’informazione e la scienza hanno prodotto confusione.

Di questi tempi di clausura che molti definiscono come ‘tempo sospeso’, faccio molta difficoltà ad ordinare le idee, che mi si accavallano in pensieri sovrapposti e a cui tento, con grande sforzo, di dare un ordine logico. Sarà dovuto alla mancanza di contatto con altre persone che, solitamente, con la loro fisicità, mi aiutavano a dare confini all’indefinito dello spazio. O forse al fatto che la realtà, pur restando sempre complessa, nella singolarità della condizione a cui questa pandemia costringe il mondo, mostra la mancanza di un pensiero complesso che di questa realtà sappia essere specchio e descrizione. Provo a trovare il bandolo delle mie riflessioni, per capire cosa stia succedendo e pensare ad una possibile via d’uscita.

Intanto, questa situazione, questa crisi in quanto tale, conferma, secondo me, che la definizione di complessità che mi sono data è quella che più mi permette di capire il momento attuale. Cioè che la complessità non è un insieme di giustapposti avvenimenti e circostanze, ma è un momento di sintesi che comporta un salto di qualità da cui solo si può comprendere ciò che è accaduto, a patto, però, di leggerlo da quel punto di novità.
Non si può pensare che una città sia la somma dei suoi edifici più la somma dei suoi abitanti più la somma delle sue strade, dei suoi ponti e parchi. La città è più complessa di una semplice somma e, per capirla e coglierla nella sua complessità, occorre salire sulle montagne e guardarla da un punto di vista nuovo, con l’orizzonte di fronte a sé.

Un fatto emerge, ed è anche, a mio avviso, in parte causa di questa crisi: siamo tutti inesperti circa la simultaneità (e perciò anche complessità) che sperimentiamo oggi tra la realtà dei fatti che avvengono nel mondo e l’informazione globale, e credo che dovremmo avere l’umiltà di ammetterlo.
Nessuno sa ancora con chiarezza cosa significhi vivere nel mondo in modo simultaneo. Un mondo in cui ciò che avviene in ogni suo punto, influenza direttamente e simultaneamente ogni altra parte del pianeta. Non solo come conoscenza scientifica o generica informazione, ma come esperienza diretta. Non c’è esperienza, non c’è linguaggio, non c’è pensiero su questa complessità.

Dovremmo fermarci a riflettere per sviluppare la cultura della complessità.
Questo implica un cambiamento radicale: a livello politico ogni paese come l’Italia dovrebbe, e anche urgentemente, elaborare progetti di governo che abbiano almeno la dimensione dell’Europa. L’Europa dovrebbe pensarsi almeno a livello intercontinentale e così via per arrivare in futuro a pensare a come poter governare l’intero globo.
Dobbiamo essere consapevoli che è un processo che richiede tempi di crescita insopprimibili. Un processo di apprendimento durante il quale è fondamentale mantenere i punti di riferimento della democrazia e dei diritti umani già conquistati. Abbiamo sufficiente creatività per poterlo fare.
Tutto ciò che c’era prima, è solo il punto di partenza, ed è insufficiente e inadatto alla nuova realtà che dobbiamo costruire. Tutto quello che manca è da reinventare.

Un ambito in cui gli operatori devono prendersi urgentemente un momento di riflessione è il mondo dell’informazione. Un mondo che utilizza gli strumenti tecnologici che sono il mezzo per cui si vive questa condizione di simultaneità ed è quindi direttamente coinvolto in questa trasformazione.
In questa contingenza, i giornalisti hanno dimostrato di non rendersi conto dell’effetto che la simultaneità dell’informazione produce sugli avvenimenti che accadono nel mondo. Hanno raccontato l’epidemia come se fosse uno scoop, un’indagine giornalistica da Premio Pulitzer. Avrebbero, invece, potuto e dovuto prepararci ad affrontare quello che sarebbe capitato a noi in tempi brevissimi. Non hanno potuto farlo perché, a loro come a noi, manca ancora l’esperienza della simultaneità. Il rapporto tra la notizia e la ricaduta sulla realtà complessa è responsabilità del professionista dell’informazione; poiché è questo che fa capire il valore trasformativo della notizia, nel bene e nel male.

L’altro elemento che mi ha fatto riflettere molto su ciò che è avvenuto è che l’informazione istantanea si sia fusa con i comunicati degli scienziati che volevano informare su cosa stesse succedendo. Solo che ciascuno raccontava la verità scientifica che la sua propria specializzazione gli faceva conoscere come verità assoluta, mentre era una verità solo parziale: col risultato che le informazioni sono entrate in contraddizione proprio perché comunicate simultaneamente. Questo ha prodotto sia confusione, nei più informati, ma soprattutto sfiducia o paura nelle persone comuni, finendo così per ridicolizzare la scienza: togliendo la percezione del pericolo o, al contrario, aumentando la psicosi. In questo particolare caso, l’ossessività dell’informazione ha amplificato l’informazione stessa, ma al contempo non ha lasciato lo spazio per riflettere sulle implicazioni del fatto. Ha provocato da una parte estraneità e dall’altra panico e questo ha avuto un effetto devastante sulla vita dei popoli dei vari paesi coinvolti.

Tutti noi dobbiamo imparare a non pensare alla scienza come se fosse magia; non dobbiamo pretendere che predica il futuro: anche la scienza è un processo di conoscenza che si sviluppa in un tempo. Il compito della scienza è conoscere la natura e la natura umana e come mettere in relazione, e non in conflitto, queste due complessità. Per fare questo, deve renderci consapevoli che la conoscenza fortemente specializzata della cultura scientifica ha bisogno di mettersi in relazione con tutte le altre specializzazioni per avvicinarsi alla descrizione della realtà. Questo traguardo è la responsabilità della scienza.

In ultimo, mi fa sempre meraviglia che, nonostante sia evidente che il mondo della scuola e  dell’educazione, della ricerca, della cultura e dell’arte abbiano permesso e continuino a permettere che la società non cada nel caos e nella violenza, i governanti non pensino di metterle al primo posto nel programma di investimenti e sembra non abbiano cura nel farne oggetto di un massiccio progetto di investimento e di sviluppo. Come non capire che scuola, ricerca e cultura, come ambito, hanno lo stesso valore prioritario per la sopravvivenza della civiltà e della qualità della vita, alla pari del primato della necessità delle produzioni alimentari?
Mi chiedo quando i politici capiranno che l’unico strumento di sviluppo per la società è investire in modo prioritario nel fornire strumenti di riflessione e di consapevolezza della vita, nel vasto mondo della cultura. E mi rispondo che ci vuole per prima cosa il coraggio. Il coraggio di considerare prioritaria l’educazione alla conoscenza di sé e del mondo come strumento per sapersi relazionare e vivere una vita degna di essere vissuta. Il coraggio di prendere coscienza del fatto che solo così, potranno esserci davvero pace e prosperità per tutti.

IRROMPE NEL MONDO L’INVISIBILE
Questa scienza ha fallito: per un mondo nuovo, serve una nuova scienza

In questi ultimi giorni molti sostengono che dobbiamo fidarci della Scienza. Io, però, vorrei porre una questione. Cosa vuole dire fidarsi della scienza? La scienza è una disciplina umana e come tale  fallibile. Dopo tutto oggi è particolarmente evidente: assistiamo in modo quasi distopico a svariate conclusioni, per niente univoche, sulle grandi questioni contemporanee, malattie, pandemie,  disastri ambientali, crisi climatiche etc.

Ebbene dunque cosa vuole dire fidarsi della scienza?  Personalmente diffido di quella scienza che ha fatto del  materialismo scientifico  il suo orizzonte fino a enunciare che solo ciò che ha un peso, che si tocca, che si vede, esiste. Un’idea meccanicistica del mondo, dei nostri stessi corpi, che cancella dal reale  il valore dell’invisibile. Come donna so bene che l’invisibile prende corpo nel mio corpo per rispondere all’imperativo della continuazione della specie. Prende corpo dentro al nostro corpo e dà la vita. Dunque per me ciò che non è visibile è importante tanto quanto ciò che è visibile e fa parte della realtà.

E allora chiedo, a chi mi intima che mi devo fidare della scienza, di quale scienza mi devo fidare? La scienza che è riuscita a mettere al centro della sua ricerca la narrazione dei corpi e del mondo come fossero solo oggetti meccanici? Quella scienza che oggi invita uomini e donne a ‘donare’ sperma e ovuli, in nome della ricerca per perseguire il sogno onnipotente dell’uomo perfetto?  e poi, andando  oltre,  che invita le donne a ‘donare’ ( immettere sul mercato) la loro  salute , il loro  tempo, il loro ecosistema interno e il loro  potere riproduttivo narrandolo come puro  atto di amore? Questa scienza main stream, ovviamente unitamente ai guru dell’economia, ha indicato ai potenti della terra  il mercato dei corpi come ultima frontiera conquistabile per un capitalismo che altrimenti collasserebbe, nello stesso modo in cui ha indicato la via dello sfruttamento indiscriminato  della natura come unica strada per dare da mangiare a tutti. Questa scienza non vede l’evidente: ha accettato, pur di perseguire il controllo sul tutto e in nome del progresso,  che la vita invisibile, come quella che  viene al mondo dentro un corpo di una donna, venga deliberatamente e violentemente staccata  dal ventre materno, dal suo ambiente. Questa stessa scienza è quella che  non pensa che la terra sia un organismo vivente, e l’umanità cellule viventi dentro a un grande grembo vivente.

Oggi, però, irrompe nel mondo l’invisibile e ci intima uno stop. Chiede a tutti noi di metterci in attesa per dare luce a un altro mondo, più sostenibile , più solidale, più umano, in una parola: vivente.  E, curiosamente, senza essere una scienziata , questo stop mi risuona nel profondo. Dunque, oggi più di prima il mio sguardo si rivolge a quegli scienziati e a quelle scienziate che lasciano spazio, nel loro orizzonte, all’invisibile; che lo contemplano con umiltà e cercano di aiutare l’umanità a orientarsi nel mistero della vita senza dogmi materialistici alle spalle. Molti di questi scienziati però sono tacciati di eresia e addirittura radiati dai loro campi di studi perché non in linea con certa ‘Scienza’.

Dunque torno a porre la questione, cosa vuole dire fidarsi della scienza? Perché io la mia scelta l’ho fatta; mi fido di quella aperta al mistero del vivente, una scienza che non smette di interrogarsi, consapevole di essere in cammino, e che ha il coraggio di cambiare assunti che fino a ieri sembravano verità assolute ma che oggi sono crollate miseramente.

DIARIO IN PUBBLICO
Professore? Titoli e scienza, un conflitto tutto italiano

Da una vita ho anteposto il titolo accademico al meno usato ‘signore’ che nella vita dovrebbe essere – assieme naturalmente a ‘signora’ – il più elegante modo per rivolgersi agli altri, includendo semmai – ma qui è questione di gusti – l’appellativo forse imbarazzante di ‘signorina’ che porta con sé ricordi dolorosi del secolo breve.
Non riesco perciò a capacitarmi della ridicola e sminuente polemica che ha coinvolto i professori Marattin Luigi e Borghi Aquilini Claudio che si sbattono in faccia l’uso legittimo e non del titolo. Che storia! Da sempre nella mia lunga esperienza ricordo l’insistenza con cui nel mio quieto cursus honorum i miei maestri con leggerezza m’interpellavano con il titolo dottore che come si sa nei malinconici festeggiamenti goliardici residui atavici di una goliardia goffa viene evocata per relegarlo in imbarazzanti buchi anatomici. Quindi il dottore che anche a menti poco propense risuona familiare solo per chi si prende cura del nostro corpo fino alle vette di professore che spetta agli dèi della medicina responsabili di reparti e cliniche, viene cancellato nella sottile diatriba per sottolineare la gravissima offesa di appropriarsi indebitamente del titolo aureo. Riportano i giornali che il duellante professor Marattin abbia così rimproverato il dottor (professor?) Borghi Aquilini. Cito dal Resto del carlino del 17.12.2019: «Lui – che per anni ha abusato del termine ‘professore’, essendo stato solo per pochi mesi docente a contratto e poi ovviamente rispedito al mittente – in accademia ci può entrare solo per portare i caffè, con tutto il rispetto ovviamente per chi fa il catering (molti dei quali conoscono l’economia meglio di lui)». A cui l’offeso risponde via twitter: «Informo di avere insegnato per otto anni – scrisse il leghista sul social – di non aver mai abusato di nulla e di non essere stato rispedito da nessuno».
Piccolo esempio di una vuotaggine di pensiero che colpisce anche i nostri più intraprendenti politici.
Si infittiscono poi i ricordi di molti famosi personaggi a cui l’accademia ha negato il titolo bramato e che lo indossano quasi per diritto di chiara fama, ma risulta un lieve peccato se si pensa come molto spesso quel riconoscimento sia frutto di intrighi accademici così comuni nel nostro insopportabile paese.

In un insperato e quasi incredibile incontro che ho avuto con un rappresentante dell’arma dei Carabinieri – che come molti sanno non sono famosi per coltivare l’attività della scienza umanistica ma altri e più fondamentali diritti e doveri – ho ritrovato quella eticità del sapere che molto spesso sfugge ai nostri illustri rappresentanti politici.
Mi reco dunque alla stazione dei Carabinieri per denunciare la perdita del foglio complementare della macchina. Vengo ricevuto da un elegantissimo e altissimo militare che mi ispira subito fiducia essendo io, come ho ribadito tante volte, attento alla fisiognomica. Mi chiede dunque la professione e rivelo dunque la mia. Vedo illuminarsi il suo viso e immediatamente mi chiede se poteva conversare con me, essendo lui un seguace della musa Clio e delle arti apollinee. E mi racconta della sua giovinezza fatta di duro lavoro e della impossibilità di iscriversi a qualche facoltà dopo il diploma di geometra. Del suo impiego nell’Arma. Delle sue due figlie, una amante della letteratura che coltiva con passione. Di avere perseguito il suo dovere ma anche le sue passioni letterarie.
E mi sono commosso. Se dunque il titolo rappresenta una condizione non si potrebbe allora chiamare ‘professore’ chi mi ha impartito una così nobile lezione?
Non facciamoci dunque del male ricordando che ‘A ciascuno il suo’ non è solo il titolo di un libro fondamentale nella cultura novecentesca, ma la speranza di una fondante dirittura di pensiero, al di là dei titoli.
Auguri dunque, signore e signori, sperando in un anno meno triste di quello che sta per concludersi.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
L’era dell’incompetenza e i rischi per la democrazia

Il test nucleare di Castle Bravo è divenuto tema d’esame per parlare della conoscenza come illusione. L’aveva già detto Stephen Hawking: “Il più grande nemico della conoscenza non è l’ignoranza, è l’illusione della conoscenza”. Riproponendo l’antica virtù socratica di sapere di non sapere. La conoscenza come ricerca continua, inesausta, permanente, che non giunge mai al traguardo perché ogni certezza è sempre superata dall’interrogativo del dubbio, dalla falsificazione dietro l’angolo come ci ha segnalato Karl Popper.
Ma non è questo che si è voluto proporre alla riflessione degli studenti che hanno scelto “L’illusione della conoscenza” come traccia da sviluppare per la prima prova della maturità. Bensì l’invito ad elaborare le loro considerazioni su “un paradosso dell’età contemporanea, che riguarda il rapporto tra la ricerca scientifica, le innovazioni tecnologiche e le concrete applicazioni di tali innovazioni”. Sull’uso della conoscenza come arroganza e dissennatezza, sulla mente umana che può improvvisamente comportarsi come un computer impazzito o male programmato.
Il fatto è che quanto accaduto il 1° marzo del 1954 nell’atollo di Bikini pare non sia stato causato dall’illusione della conoscenza, non si sarebbe cioè trattato di un incidente, ma, al contrario, di un esito tragicamente ricercato.
Così come non regge la tesi per cui la mente umana funziona come un elaboratore elettronico sostenuta dai due scienziati cognitivisti, Steven Sloman e Philip Fernbach, autori del testo da cui è stato tratto il brano proposto agli studenti.
Si è scritto che i millennials sono una generazione disorientata, se gli si voleva dare una mano ad esserlo di meno, “L’illusione della conoscenza”, la traccia maggiormente scelta per la prima prova dell’esame di stato, non deve certo averli aiutati. Soprattutto per la sua equivocità nel confondere la conoscenza e le sue illusioni con l’etica della scienza, che sono questioni decisamente differenti.
Il “paradosso dell’età contemporanea”, proposto alle argomentazioni dei candidati, assomiglia pericolosamente a quello che, circa quattro secoli fa, portò il Sant’Uffizio a processare e condannare Galileo Galilei per aver condotto la ricerca scientifica, con l’uso della nuova tecnologia del cannocchiale, fino a sfidare le sacre scritture e la verità rivelata.
Il tema della conoscenza, dunque, riproposto come l’eterno ritorno dell’arroganza prometeica che osa sfidare gli dei.
La proposta ministeriale suggerisce il sapere come presunzione che spingerebbe a considerare infallibili e immodificabili le conquiste della scienza, in linea con i moderni detrattori delle competenze. Insomma, contro l’illusione della conoscenza è legittimo essere anche NoVax e terrapiattisti.
Perché si è voluto mettere gli studenti di fronte al tema della conoscenza come arroganza irrazionale, anziché davanti all’angosciante incremento esponenziale di ignoranza da cui quotidianamente siamo accerchiati, senza quasi accorgercene?
Un brano tratto dal libro di Tom Nichols, “La conoscenza e i suoi nemici”, forse sarebbe stato più appropriato ai tempi che viviamo. Al termine del loro percorso di studi, per i nostri giovani maturandi avrebbe potuto essere più opportuno riflettere sul loro ingresso nell’era dell’incompetenza e sui rischi che questo comporta per l’utilità dei loro studi oltre che per la democrazia.
Si poteva ragionare di società della conoscenza, quella promessa dall’Europa con il Memorandum di Lisbona nel marzo 2000 e ancora non realizzata, fino agli orizzonti aperti dalle ricerche neuroscientifiche.
Non può essere, dunque, semplicemente un caso o un peccato di omissione, se si è scelta per l’esame di stato una citazione dall’opera di due cognitivisti, tralasciando tra l’altro, credo di proposito, di citare il sottotitolo dell’opera di Sloman e Fernbach: “L’illusione della conoscenza. Perché non pensiamo mai da soli”. Il contributo più stimolante del lavoro dei due scienziati statunitensi: la conoscenza come mente collettiva. L’uomo come “costruttore di significati”, come attivo “inventore della realtà”, alla Watzlavick, per intenderci. Orizzonti ben diversi da quelli proposti dall’angusta traccia d’esame.
Come Nicla Vassallo anch’io sto dalla parte di Prometeo “per la sua complessità umana dedita alla scienza, e, al pari della scienza, prono alla ribellione, metafora del pensare e di una conoscenza svincolata dal mito”.
Così scrive nel suo “Non annegare. Meditazioni sulla conoscenza e sull’ignoranza”. A proposito, “Non annegare”, ecco un altro testo da cui sarebbe stato più indicato trarre spunti da offrire alla riflessione dei primi maturandi del millennio. Anche solo per quella citazione in esergo presa a prestito dal libro di Pasquale Villari, “Di chi è la colpa? O sia la pace e la guerra”: “Che cosa dunque bisogna fare? Voi dite che le moltitudini sono ignoranti. Ma noi abbiamo aperto scuole sopra scuole, abbiamo creato un esercito di professori, abbiamo aggravato il bilancio dello stato, abbiamo tentato i nuovi sistemi; e voi dite che si vada male in peggio”.

BORDO PAGINA
Intervista ad Angelo Giubileo: L’Essere e il Nulla elettronici

Angelo  Giubileo “L’Essere e il Nulla nell’Era della Tecnica (La Carmelina edizioni, 2018, a c. di F. Felloni) presso Salerno il 9/11, Libreria Guida Salerno Imagesbook (18:30) con lo stesso Maurizio Landi (Notte senza Luna).

La Carmelina edizioni  ha dato alle stampe l’ultimo libro di Angelo Giubileo, filosofo neoparmenideo e giornalista di Salerno (Vice-Diretttore della testata on line Pensa Libero).
Così la sinossi lapidaria come una scintilla transemporale, tra presocratici e l’attuale mondo computer, bypassando – tra diversi input, gli stessi Heidegger, Godel, Santillana, Severino e Hawking…:

“Tutto imparerai, che l’essere “è” e che il non essere non è e non è possibile che sia. Così, Parmenide sintetizza l’esperienza, fin dagli inizi del tempo, dell’umano”.
E così lo stesso autore introduce la presentazione di Salerno (Breve estratto, incipit da IL  trionfo della Natura): “Nel saggio è circoscritta un’attività di ricerca e analisi di vita, che molti direbbero filosofica secondo il comune uso del termine, ma sbaglierebbero, durata per me quasi quarant’anni. Così che, per prima cosa, voglio innanzitutto esprimere la mia gratitudine ai miei cari e poi all’editore ferrarese, La Carmelina, che ha voluto premiare questa mia enorme fatica.
Attraverso il contenuto di molti saggi riletti e soprattutto vissuti in base alla mia esperienza “umana” individuale e comune, la mia storia ripercorre il pensiero e quindi il cammino o la via di Parmenide all’essere, intero, che da solo “è”. Da un punto di vista “umano” e quindi in base all’unico discorso accessibile alla specie corrispondente, il pensiero dell’eleate si conferma e si dimostra inattaccabile o incontrovertibile. (….)  … l’“umano” oltre a essere una parte destinata per se stessa allo spazio della natura dell’essere, è anche, secondo viceversa la lettura del tempo, destinata al movimento, ciò che impropriamente chiamiamo anche divenire; così che, in specie nell’attualità e piuttosto all’orizzonte, s’intravede uno spazio che potremmo dire “postumano” o non più “umano”, nel senso per l’appunto aggettivale e comune del termine usato.
Ulteriormente…..Angelo Giubileo   ci “spiega” il  senso  e la logica del suo robustissimo lavoro postfilosofico  in questa intervista:

Angelo, appena edito (La Carmelina) dopo una precedente versione solo digitale un saggio originale su Parmenide, una nuova edizione appunto parecchio ampliata e riveduta …
Sì Roby, dici bene. Infatti, la prima parte dell’attuale saggio riprende il testo già pubblicato a gennaio con Asino Rosso. E tuttavia, mentre quel testo anticipava i profili critici dell’interpretazione susseguitasi lungo 2500 anni circa dal pensiero di Parmenide, questo saggio intende invece esplicitarne il senso e la portata, che da un punto di vista ontologico è incontrovertibile – come accennato dallo stesso Aristotele e di cui è traccia nel testo – e quindi anche futuribile.

Giubileo, Parmenide, tra i precursori del metodo scientifico in certo senso?
La questione del metodo è e rappresenta un nodo essenziale per tutto ciò che concerne l’attività della specie “umana”. Nel saggio, siffatta questione è interpretata alla luce dell’impronta heideggeriana, che mette in relazione, nell’ambito dell’intero discorso filosofico, il metodo dei Greci con quello successivo, ma solo da un punto di vista storiografico, dei Romani.
Quanto al metodo scientifico, comunemente inteso, consiglierei la lettura del saggio, di uno storico della scienza quale Giorgio de Santillana, pubblicato nel 1961 in Italia con il titolo “Le origini del pensiero scientifico”.

Angelo Giubileo, un Parmenide, paradossalmente anche futuribile?
Bene, provo allora a riannodare il filo del discorso fin qui svolto e in qualche modo oltrepassare i limiti di un tempo storico definito, passato presente o futuro che sia. In qualche modo, ripeto, il pensiero di Parmenide oltrepassa infatti tali limiti e si situa, direbbe Heidegger “dimora” in uno spazio eterno-senza tempo. Come questo sia possibile, provo qui ad accennarlo. Se l’essere abbia avuto un inizio, occorre che il tempo o il punto esatto di quell’inizio sia distinguibile dal tempo di tutti gli altri punti. E invece, a differenza di tutti gli altri logici della classicità, e in particolare di Aristotele e Platone, il ragionamento di Parmenide è rigorosissimo, così che ogni punto o tempo dell’essere è in sé e per sé indistinguibile.
Agli albori della geometria euclidea, il pensiero di Parmenide dimora nello spazio sia “matematico” che “fisico”, così che soddisfa pienamente il principio che de Santillana dice “di Simmetria” o “Indifferenza”; mediante il quale lo storico osserva che cause intrinsecamente indistinguibili non possono per se stesse produrre effetti indistinguibili. E questo è ciò che vale e varrà, da sempre e per sempre, per l’“umano”.

Giubileo Angelo … infatti nel tuo testo molti riferimenti moderni …
Sì, in particolare indico qui tre nominativi e quindi tre esperienze di vita vissuta. Il primo, quello dell’astrofisico Stephen Hawking. Penso che molti possano sorprendersi nel leggere e quindi scoprire nel saggio che il celebre astrofisico, in ordine alla sua ricerca sul cosmo, abbia concluso usando le stesse parole, anzi lo stesso termine, definitivo, usato da Parmenide: “è”. Nel saggio, è presente anche un’analisi di confronto tra i principi della fisica “classica” e “moderna”, oltre che un’analisi dei principi matematici e relative conclusioni a cui è approdato il logico e matematico austriaco Kurt Godel con i suoi Teoremi di incompletezza o indecidibilità.
Quanto ai filosofi, tra i tanti classici e moderni che s’incontrano nel testo, segnalo qui il pensiero postmoderno e postumano del francese Jean-Francois Lyotard.

Angelo, nonostante siano passati secoli e secoli, che direbbe Parmenide, oggi, del mondo computer attuale?
Direbbe che l’Apparato Scientifico-Tecnologico costituisce, nell’era della tecnica, la sfida più recente in ordine di tempo storico, ma piuttosto da sempre più accreditata, spazialmente eterna, dell’“umano” alla Natura intera che lo circonda. La Natura, essa sola, capace tuttavia di “com-prendere” l’“intero”; di cui dice saggiamente Plutarco, distinguendolo da ogni singola “parte” di cui esso stesso si compone. Lo stesso “Intero” che, agli inizi del pensiero filosofico della tradizione, Anassimandro chiama il “Senza-limite”.

E quindi, sarebbe così spiegato l’approdo che, nel saggio, pare definitivo al Grande Pan?
Sì, ma per comprendere bene o meglio tutto questo, suggerisco quantomeno di leggere il testo …

Info
La  Carmelina Edizioni, il libro di Giubileo
Intervista ad Angelo Giubileo

Arte e tecnologia

di Francesca Ambrosecchia
foto di Fabio Bianchi

Una stretta connessione tra arte e tecnologia esiste da sempre. Forse Leonardo da Vinci ne è l’esempio più lampante: l’arte si intreccia con le scoperte e le ricerche in ambito tecnico scientifico. Nascono nuovi strumenti e nuove tecniche operative che influenzano anche il mondo artistico.
Il tempo passa e la tecnologia avanza: siamo senza dubbio soggetti 2.0 immersi in un mondo 2.0 e anche l’arte viene sopraffatta da tale realtà.
Sempre più artisti si avvalgono di supporti tecnologici per creare le proprie opere o per allestire mostre: pannelli, led e proiezioni video sono solo alcuni esempi di ciò a cui mi riferisco.
Si può apprezzare la stravaganza e l’effetto prodotto dall’arte contemporanea pur rimanendo legati ai classici ma spesso vengono a crearsi due scuole di pensiero, o meglio, “ di preferenza e gusto”. Voi a quale appartenete?

INTERNAZIONALE A FERRARA 2018
Scienza diviso umanesimo, uguale: fanatismo

Rispettavano la natura, la amavano, quasi la idolatravano, come fine a se stessa, come massimo valore. Poi una nuova ideologia, un nuovo desiderio prendono il sopravvento: il bisogno di avere un figlio. E tutto cambia.
Non è stato facile avere Paolo Giordano quest’anno per la prima volta al Festival di Internazionale a Ferrara, visti i suoi numerosi impegni a seguito dell’uscita in libreria di ‘Divorare il cielo’, romanzo best-seller dalla primavera scorsa. ‘Gli scienziati raccontano’, incontro organizzato dal Master di primo livello dell’Università di Ferrara ‘Giornalismo e comunicazione istituzionale della scienza’, si è svolto venerdì 5 ottobre presso il Dipartimento di Economia e Management. A incontrare lo scrittore, nonché fisico teorico di formazione, il giornalista scientifico Michele Fabbri, fiero di esser parte del master Unife che – ha ricordato alla platea – esiste da ben diciotto anni e ha prodotto ormai più di 800 persone esperte, italiane e non.

La posizione di Fabbri è chiara. Intervistato da Ferraraitalia, ha confermato come sia questa la via maestra per perseguire una vera comunicazione scientifica: “non una semplice divulgazione che cerca di spiegare il difficile con parole semplici, ma una comunicazione in grado di far comprendere come la tecnoscienza si articola nella vita quotidiana; la nostra sfida è formare coloro che formeranno, coloro che si porranno come interfaccia tra chi fa scienza e chi no”. Eh sì, perché il momento storico che stiamo vivendo è, a detta dello scienziato divenuto autore letterario, peculiare: “il divorzio tra racconto e scienza, in tutti i sensi, è sofferenza per la cultura”. Una spaccatura, quella tra sapere umanistico e sapere scientifico, che si realizza molto presto nella vita delle persone, addirittura già alle scuole elementari, quando una parte fondamentale del sapere viene presentata come oscura e violenta, provocando di fatto un istintivo disamoramento che mai potrà venir meno. Giordano, invece, non ha abbandonato un mestiere per intraprenderne un altro. Le opere della sua seconda vita sono profondamente intrise di temi scientifici, estremamente attuali e prorompenti.

Non ci è permessa, oggi, la non comprensione della scienza: se ciò poteva anche essere sopportabile nel passato, oramai è impensabile. Molte sono le sfide etiche che i sempre incessanti progressi della tecnoscienza ci presentano, ma il tempo per metabolizzare tutto questo non è mai sufficiente. E se non si afferrano i termini delle questioni, il rischio è quello di affidarsi all’istinto, all’intuito, se non all’indole o al momento contingente. Amos Oz lo chiamava “gene del fanatismo”: un gene presente in ciascuno di noi, ma attivabile dal contesto che si vive. E, forse, il nostro tempo sta collaborando all’attivazione di molto fanatismo, da una parte e dall’altra, senza vie di mezzo. “C’è ancora molto da fare nella comunicazione scientifica attraverso la letteratura”, ci confessa ancora Giordano dopo l’incontro. “Basti pensare che molti libri narrativi con temi scientifici partono da un livello di complessità medio-alto, perché è difficile partire da più in basso”.
Avevano amato la natura, così com’era, ma ora volevano un figlio, ed essa non glielo concedeva. Eppure la soluzione era là, una via contraria alla precedente. La fecondazione assistita.

L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

L’occhio di periscopio

Il giornalismo online in questi ultimi anni ha innescato una profonda trasformazione del nostro modo di informarci. Le notizie sono immediatamente disponibili attraverso la rete, continuamente aggiornate, facilmente reperibili. L’informazione è abbondante, la cronaca è ampiamente garantita. Quel che risulta carente è una chiave di interpretazione dei fatti, uno strumento di analisi capace di fornire una lettura che si spinga oltre la superficie degli avvenimenti. FerraraItalia ha questa ambizione: offrire commenti, analisi, punti di vista che contribuiscano alla formazione di una più consapevole coscienza del reale da parte di ciascuno e a vantaggio di tutti, come imprescindibile condizione per l’esercizio di una cittadinanza attiva e partecipe. Ferraraitalia è un quotidiano indipendente globale-locale che sviluppa un’informazione verticale tesa all’approfondimento, perseguito con gli strumenti giornalistici dell’inchiesta, dell’opinione, dell’intervista e del racconto di vicende emblematiche e in quanto tali rappresentative di realtà più ampie, di tendenze, di fenomeni diffusi (26 novembre 2013)

Redazione

Direttore responsabile: Francesco Monini
Collettivo di redazione: Vittoria Barolo, Nicola Cavallini, Simonetta Sandri, Ambra Simeone, Carlo Tassi, Bruno Vigilio Turra
Segreteria di redazione: Paola Felletti Spadazzi

I nostri Collaboratori: Sandro Abruzzese, Francesca Alacevich,Alice & Roberta, Catina Balotta, Fiorenzo Baratelli, Roberta Barbieri, Grazia Baroni, Davide Bassi, Benini & Guerrini, Gian Paolo Benini, Marcello Bergossi, Loredana Bondi, Marcello Brondi, Sara Cambioli, Marina Carli, Emanuela Cavicchi, Liliana Cerqueni, Ciarìn, Riccarda Dalbuoni, Roberto Dall'Olio, Costanza Del Re, Jonatas Di Sabato, Anna Dolfi, Laura Dolfi, Francesco Facchiano, Franco Ferioli, Giovanni Fioravanti, Giuseppe Fornaro, Maura Franchi, Riccardo Francaviglia, Andrea Gandini,Sergio Gessi, Pier Luigi Guerrini, Sergio Kraisky, Francesco Lavezzi, Daniele Lugli, Carl Wilhelm Macke, Beniamino Marino,Carla Sautto Malfatto, Fabio Mangolini, Cristiano Mazzoni,Giorgia Mazzotti, Paolo Moneti, Francesco Minimo, Alice Miraglia,Corrado Oddi, Fabio Palma, Roberto Paltrinieri, Valerio Pazzi,Carlo Perazzo, Federica Pezzoli, Gian Gaetano Pinnavaia, Mauro Presini, Claudio Pisapia, Redazione, Francesco Reyes, Raffaele Rinaldi, Laura Rossi, Radio Strike, Gian Pietro Testa, Roberta Trucco, Federico Varese, Ranieri Varese, Gianni Venturi, Nicola Zalambani, Andrea Zerbini

Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

Clicca sull’Autore per i suoi contributi.
CONTATTI
Inviare i comunicati stampa a: redazione@ferraraitalia.it
Inviare lettere al giornale a : interventi@ferraraitalia.it


FERRARAITALIA
Testata giornalistica online d'informazione e opinione, registrazione al Tribunale di Ferrara n.30/2013

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi