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LO STESSO GIORNO
La rivolta delle operaie della Val Bisenzio

4 luglio 1917
Le donne della Val Bisenzio marciano contro la guerra e per il pane

Nel 1917 l’Italia era già in guerra da due anni. L’economia del paese risente del massiccio invio di uomini al fronte, così nelle fabbriche vanno le donne rimaste in patria. Intanto il paese è soffocato da una feroce carestia, i viveri vengono razionati, il grano e il pane scarseggiano, tanto che il governo è costretto ad alzare i prezzi del pane giorno dopo giorno. Se nel 1914 una famiglia di cinque persone spende per nutrirsi 20 lire e 84 centesimi, tre anni più tardi, per le stesse necessità, servono 39 lire e 50 centesimi. La crescente inflazione erode i salari, specialmente quelli dei nuclei familiari a reddito fisso, e il razionamento del pane porta i cittadini rimasti in patria a insorgere.

Nel luglio del ’17 la società civile, i giovanissimi e le donne scendono in strada organizzando oltre 500 manifestazioni contro la guerra e per il pane.
A queste rivendicazioni si legano anche la lotta contro l’inasprimento di una legislazione liberticida e per il miglioramento delle condizioni di lavoro, ovviamente peggiorate ulteriormente in periodo di guerra.

In un paese già allo stremo, la goccia che fa traboccare il vaso arriva a fine giugno, quando vengono chiamati al fronte i ragazzi del 1899, ragazzi che all’epoca avevano solo diciotto anni. Le prime a muoversi sono le operaie delle fabbriche. Avevano visto morire i propri padri e fratelli ed ora non hanno intenzione di veder morire anche i propri figli.

Le donne dei piccoli comuni della Val Bisenzio, un’area a nord di Prato, sono tra le più coinvolte. Questa Valle, caratterizzata dalla presenza di numerose fabbriche legate alla produzione tessile, è tra le zone più colpite dalla carestia, dalla mancanza di pane. Molte delle aziende presenti sul territorio nel corso del conflitto lavorano esclusivamente per l’esercito, arrivando a produrre milioni di metri di panno grigio-verde.

I movimenti di protesta in realtà erano già cominciati anni addietro. Già nel 1915 numerosi scioperi e manifestazioni bloccano le produzioni tessili della Val Bisenzio. A capo di questo movimento c’era la socialista e capo della lega sindacale laniera di Vaiano Teresa Meroni.  A seguito delle proteste, il governo decide di trasformare le quattro maggiori fabbriche dell’area in ‘ausiliarie’, ossia indispensabili ai fini bellici.
Questo significava la ‘militarizzazione’ delle maestranze e ritmi produttivi insostenibili. Si arrivava a lavorare fino a tredici, quattordici ore al giorno.

A metà del 1917 però la protesta riesplode, e questa volta lo fa con tutta la sua forza. Preoccupate ed arrabbiate per l’arruolamento dei giovanissimi e per le requisizioni forzate del grano, stremate da lavoro ed inflazione, le donne della valle si mobilitano in massa.
Le proteste cominciano nel borgo montano di Lucciana, mosse da contadine e mezzadre, seguono quelle di Vernio che chiedono una divisione più equa del grano, non in base al reddito. Solo successivamente è la volta delle operaie di Vaiano e di tutti gli altri comuni della bassa valle, che a partire da questo stesso giorno, il 4 luglio 1917, entrano tutti insieme in sciopero.

I carabinieri non riescono ad arginare la folla di migliaia di donne inferocite; persino l’arrivo dei cavalleggeri da Prato non è sufficiente a fermare la rivolta.
Dopo giorni di lotta, il 6 luglio le donne aggirano il blocco dei militari e si mettono in marcia attraverso i campi lungo il fiume Bisenzio, in direzione di Prato. Il corteo delle operaie in sciopero si ingrossa chilometro dopo chilometro, paese dopo paese, ed entra nella città di Prato. Le donne invitano tutti a partecipare, chiedendo agli esercenti di chiudere le botteghe e abbassare le serrande.
La marcia delle donne della Val Bisenzio giunge finalmente sotto il municipio di Prato, dove avvengono numerosi scontri con la polizia, e tante scioperanti vengono arrestate.
Lo sciopero termina pochi giorni dopo, il 9 luglio 1917, e viene seguito da una dura repressione. Ciò nonostante alcune delle rivendicazioni di quei giorni verranno accolte dalle autorità.

Teresa Batista stanca di guerra

 

“La disgrazia è una pianta dal legno resistente; a ficcarne un germoglio nella terra non c’è bisogno di occuparsene, cresce da sola, frondeggia, ne son piene le strade. Nel cortile dei poveri, poi, la disgrazia nasce in quantità, ma il popolino che abbia razza e coraggio sufficienti a far fronte a tanta disgrazia continua a vivere lo stesso.”
Teresa Batista, una mulatta bellissima e appassionata, è una di quelle creature che con la disgrazia ci è nata e per lei la pianta è fiorita molto presto. Ha sempre vissuto con il peso del suo fardello senza dare mai importanza alla disgrazia. Per lei contava l’allegria, “pianta capricciosa, difficile da coltivare, che fa poca ombra, che dura poco e che richiede terreno concimato, né secco né umido, né esposto ai venti.”
Le era difficile piangere, testarda come un mulo, audace, temprata dalla vita fin da bambina, “cuore di burro” solo per chi amava totalmente. Questo è il ritratto di Teresa nelle pagine di “Teresa Batista Cansada de Guerra”, “Teresa Batista stanca di guerra”, il memorabile romanzo dello scrittore brasiliano Jorge Amado (1912-2001), pubblicato nel 1972. Orfana di entrambi i genitori, ancora ragazzina tredicenne era stata venduta dalla zia al temibile Capitano Justiniano Duarte da Rosa, diventandone la sua schiava sessuale. Dopo numerosi tentativi di ribellione e fuga da quella vita insostenibile pervasa da una costante paura, Teresa si innamorò del giovane Daniel, sfidando le ire del Capitano che finì con l’uccidere. Salvata dalla prigione dal fazendero Emiliano Guendes, passò a un nuovo capitolo della sua vita diventando la mantenuta del suo salvatore, il quale la istruisce e le offre l’occasione di riconsiderare la vita in un’ottica diversa.

L’epilogo di questo legame tra i due coincide con la morte dell’uomo e Teresa, alla ricerca del filo conduttore della propria esistenza lasciata fino allora in balìa degli eventi, decide di seguire il medico Oto Espinheira nel sertão, la zona del nord est del Brasile dove le condizioni climatiche proibitive alternano siccità a inondazioni improvvise. Ma la guerra di Teresa Batista non è ancora terminata e la “disgrazia” questa volta ha il volto del vaiolo. Un’epidemia rapida e devastante: “Fosse, casse da morto, pianto e lutto. Più tardi i tempi si restringono; non c’è più spazio per il pianto e la preghiera.” E in quei giorni di vaiolo nero, uno strano e sparuto battaglione di prostitute di quei luoghi, capeggiate da Teresa, si sparpagliarono per la città di Buquim e le campagne circostanti a somministrare il vaccino, lavare gli indumenti degli appestati e gli ammalati con il permanganato, scavarono fosse e seppellirono la gente. Soccorsero i contagiati cacciati dalle fazendas, in cerca di un lazzaretto, che morivano spesso in cammino.
Finita l’epidemia, Teresa Batista decide di esibirsi come sambista in un cabaret di Salvador de Bahia e in seguito diventa prostituta per “non essere costretta a simulare affetto al protettore di turno”.

La sua vita però non è destinata a concludersi in un bordello e l’occasione per darle una nuova traiettoria arriva con l’ordine della corrotta Amministrazione locale di traslocare le case di tolleranza dal centro alle periferie, in fatiscenti e malsane costruzioni di proprietà di un politico ingordo di guadagno e consenso popolare. ”Tutto il meretricio deve sloggiare dal centro e andare a installarsi nella Città Bassa ai piedi della montagna.” imponeva l’ordinanza. “Chi godrà delle buone grazie della polizia avrà facilitazioni e vantaggi, ma guai a quelli che fanno parte della lista nera!”

La donna non esita ad organizzare uno sciopero tra le prostitute, che ha il sapore di una vera e propria rivolta, e sui giornali compaiono titoli come: VIOLENTO CONFLITTO NEL MERETRICIO; IL TRASLOCO DELLA “ZONA” SI INIZIA A LEGNATE; I CAMION DELLA POLIZIA FANNO IL TRASLOCO DELLE PROSTITUTE A RUA DO BACALHAU, con tanto di fotografie. Un provvidenziale incendio di vaste proporzioni, di origini sconosciute (!), che divora nelle fiamme i vecchi casoni designati dalla polizia come nuova residenza delle prostitute cacciate da rua Barroquinha, riporta tutta la vicenda a ragionevoli soluzioni. E mentre Teresa Batista, una volta ritrovata un’apparente normalità, incontra inaspettatamente il suo primo e vero amore, Januario Gereba, sparito nel nulla e creduto morto, tutto sembra rientrare in una nuova e più giusta dimensione, un nuovo inizio, perché la guerra di Teresa Batista è definitivamente conclusa.

Illustrazione di Erika Kuhn

Chissà quante altre donne, Anna, Caterina, Nunzia, Irene, Giorgia, Piera, Olga… stanno combattendo la loro guerra, armata, personale, familiare, sociale, e sono stanche di guerra. Le loro storie magari non avranno i colori di eterno carnevale che Jorge Amado riserva alle donne del suo libro, come in una ballata travolgente, condita di elementi fantastici e realistici mescolati insieme, ma saranno sicuramente storie degne di una rispettosa attenzione, storie che meritano un epilogo che rende giustizia e colloca tutte le tessere al loro posto, lontano dalla guerra.

 

Cover: illustrazione di Erika Kuhn 

 

Da Robin Hood a Sceriffo di Nottingham:
lo sciopero generale visto da Marattin.

 

“Le faccio un esempio: una commessa di un supermercato che durante questo periodo ha continuato a lavorare, garantendo il servizio anche quando il Paese era in lockdown, non arriva a prendere 20 mila euro lordi l’anno, la metà se ha un contratto part time. Ed avrà un riconoscimento fiscale di poco superiore ai 100 euro annui, mentre chi prende tre volte il suo reddito ne riceverà oltre 600”. (Maurizio Landini).

Luigi Marattin è un ex enfant prodige della politica italiana. Ex, perché non può più essere considerato una promessa, ma una certezza. Ferrarese d’adozione: laureatosi nella nostra facoltà di Economia, è stato assessore al Bilancio al Comune di Ferrara durante una delle giunte Tagliani, nonchè responsabile economico del PD.
Attualmente è deputato di Italia Viva, avendo seguito Renzi nella fuoriuscita dal Partito Democratico. I suoi “spiegoni” di economia e politica hanno un comune denominatore: io vi spiego le cose con numeri e dati, gli altri (se non la pensano come me) sono ignoranti o ciarlatani. L’ultimo spiegone, apparso sul suo sito e sulla sua pagina social (eccolo in versione non commentata: [Qui] ) parla (ovviamente male) dello sciopero proclamato da Cgil e Uil contro la manovra economica del governo. Stilisticamente fa un salto di qualità: Marattin si fa le domande e poi si dà le risposte. Un botta e risposta solipsista. Marattin chiede e Marattin risponde. Siccome non la penso quasi mai come lui, ma mi sono stufato di essere considerato per questo un minus habens, (da lui e dai suoi fans) ho deciso di analizzare punto per punto le risposte che lui stesso dà alle domande che lui stesso si fa.

NB: LE DOMANDE (di Marattin) SONO IN MAIUSCOLO, le risposte di Marattin in corsivo.

1) I SINDACATI CHIEDEVANO CHE TUTTI GLI 8 MILIARDI ANDASSERO ALL’IRPEF.
7 miliardi su 8 (87,5%) sono stati destinati all’Irpef: un solo miliardo all’IRAP, per eliminare l’imposta a circa un milione di piccoli contribuenti (autonomi, ditte individuali, persone fisiche).

Intanto: chi ha stabilito che 8 miliardi devono bastare? “Tutti gli 8 Miliardi” è un’espressione fuorviante: perché non potevano essere 10 miliardi, ad esempio? Ci sarebbe stato più spazio per una riduzione sia dell’Irpef che dell’Irap (che peraltro serve a finanziare la sanità pubblica).

Buona parte della maggioranza di governo chiedeva di destinare all’IRAP almeno 3 miliardi, ma questa richiesta non è stata accolta.
Questo passaggio è fantasmagorico: la maggioranza voleva destinare più soldi al taglio dell’Irap, ma la richiesta “non è stata accolta”. Da chi? Da Marattin? Da Draghi? Evidentemente “la maggioranza” ha cambiato idea, a meno che Marattin non intenda che la sua illuminata minoranza – Robin Hood –  ha convinto la riottosa maggioranza – Sceriffo di Nottingham – a dargli retta, per accontentare “i sindacati”.

2) I SINDACATI CHIEDEVANO CHE LE RISORSE DESTINATE ALL’IRPEF VENISSERO DESTINATE INTERAMENTE A LAVORATORI DIPENDENTI E PENSIONATI.
Il 95% delle risorse Irpef (6,6 miliardi su 7) vengono destinate a lavoratori dipendenti e pensionati.

Con le percentuali Marattin fa il mago, tanto basta cambiare il totale di partenza: adesso i miliardi, che prima erano 8, sono diventati 7. Se fossero ancora 8, la percentuale di destinazione già scenderebbe all’82%. Ma siccome “le risorse destinate all’Irpef” sono 7 miliardi, allora 6,6 miliardi destinati a dipendenti e pensionati sono la quasi totalità. Che è come dire: io (sindacati) ti chiedo di darmi il 100% di 10, tu (governo) decidi di partire da 8 e mi dai 7,5, che è il 93,5%, ma di 8, non di 10.

3) I SINDACATI CHIEDEVANO CHE TUTTE LE RISORSE FOSSERO DESTINATE AI PRIMI TRE SCAGLIONI DI REDDITO.
Il 90% delle risorse Irpef viene destinato ai primi tre scaglioni di reddito, cioè i contribuenti sotto i 55 mila euro annui.

4) E IN PARTICOLARE AL PRIMO SCAGLIONE?
Al primo scaglione (i contribuenti sotto i 15 mila euro annui) vengono destinate il 16% delle risorse.

5) NON È UN PO’ POCO?
Nel primo scaglione ci sono circa 17 milioni di contribuenti.
Di questi, 10 milioni non pagano neanche un euro di Irpef.
E tutti e 17, mediamente, pagano 27,78 euro al mese.

Scusi Marattin: se 10 milioni su 17 “non pagano neanche un euro di Irpef”, il “tutti e 17, mediamente, pagano 27,78 euro al mese” è una media del pollo alla Trilussa. Esiste un modo più lineare di dirlo: ci sono 10 milioni di persone (lo scrive Marattin, non io) che guadagnano fino a 8.174 euro l’anno e non pagano Irpef (no tax area).
Poi ci sono 7 milioni di persone che guadagnano da 8.175 euro a 15.000 euro l’anno. E costoro non pagano affatto una media di 27,78 euro al mese di Irpef. Ad esempio, uno che guadagna 15.000 euro lordi l’anno, di Irpef attualmente ne smena circa 134 al mese (al lordo delle detrazioni). Altro che “mediamente 27,78 euro”(che comunque, in un successivo spiegone dello stesso Marattin, sono diventati “mediamente 13”, a proposito di certezze sui numeri).

6) AH, HO CAPITO. E NON C’ERA UN ALTRO MODO PER AUMENTARE COMUNQUE LE LORO BUSTE PAGA?
Si, e lo hanno proposto i sindacati. E cioè agire non (solo) sul cuneo fiscale (cioè l’Irpef, su cui come abbiamo visto non c’era più tanto spazio disponibile), bensì sul cuneo contributivo: cioè ridurre i contributi obbligatori che vengono trattenuti ogni mese sulle buste paga dei lavoratori, in modo da incrementare lo stipendio netto.

7) E IL GOVERNO E LA MAGGIORANZA CHE HANNO DETTO?
Che va bene.
Si è deciso di impiegare per il 2022 un ulteriore miliardo e mezzo per ridurre dal 9,19% al 8,39% il cuneo contributivo per i lavoratori a basso reddito.
A cui ovviamente si sommeranno i benefici derivanti dalla riduzione dell’Irpef.

Qui vediamo che finalmente il Governo e la maggioranza che lo sostiene sono di nuovo d’accordo – mentre prima la minoranza illuminata, come abbiamo potuto dedurre, aveva convinto la maggioranza a “dare ascolto ai sindacati”. Questo, in effetti, sembra l’unico punto sul quale c’è una convergenza tra le parti – si può discutere sulla percentuale di riduzione del cuneo, ma si sa che il meglio è nemico del bene. Il “bene”, peraltro, vale per un solo anno, il 2022.

8 ) LANDINI DICE OGGI CHE NON È GIUSTO CHE CHI GUADAGNA 20 MILA EURO RICEVA 100 EURO, E CHI NE GUADAGNA 60 MILA NE RICEVA OLTRE 600. SONO GIUSTE QUESTE CIFRE?
No, sembra proprio di no.
Dalle uniche tabelle che considerano, correttamente, non solo il beneficio derivante dalla riduzione delle aliquote ma anche quello dall’aumento delle detrazioni (Il Sole 24 Ore, 4 dicembre) vediamo che chi guadagna fino a 20.000 euro avrà un beneficio medio annuo di 193 euro, mentre chi ne guadagna 60.000 uno di 559,8.

Marattin, come “sembra proprio di no”?
Magari c’è una differenza (basata su una approssimazione numerica) con il ragionamento di Landini, ma la sostanza è proprio quella lì. Quindi, sembra proprio di sì.
Una persona che guadagna 20.000 euro l’anno ha una riduzione di pressione fiscale di 193 euro all’anno, chi guadagna 60.000 euro avrà una riduzione della pressione fiscale di 559,80 euro l’anno.
Anche prendendo per buoni i conti di Marattin, vuol dire questo: se io guadagno 1.600 euro al mese, lo Stato mi restituisce con questa manovra 16 euro al mese (un centesimo del mio stipendio). Se guadagno 5.000 euro al mese, lo Stato mi ridà 46,65 euro al mese (poco meno di un centesimo del mio stipendio).

Giudicate voi se questa restituzione è giusta, se opera una qualche forma di redistribuzione del reddito.

9) VABBÈ MA ALLORA HA COMUNQUE RAGIONE LANDINI! CHI GUADAGNA DI PIÙ PRENDE PIÙ VANTAGGI!
No, perché i vantaggi fiscali non si misurano in valore assoluto: una stessa riduzione di tasse di 10 euro non impatta allo stesso modo su chi ne pagava 20 ( = beneficio del 50%) e su chi ne pagava 1.000 ( = beneficio del 1%).

Qui il ragionamento comincia a zoppicare come un tavolo cui segano una gamba. Se abbiamo appena visto che non c’è una stessa riduzione di tasse, ma chi guadagna di più ha una riduzione maggiore, perché Marattin fa l’esempio parlando di “una stessa riduzione di tasse di 10 euro”? Se facesse il confronto sulle reali, rispettive, riduzioni, dovrebbe concludere che l’impatto, che lui chiama “beneficio”, è lo stesso. Il che, secondo me, grida un po’ vendetta.

10) AH GIUSTO. E ALLORA COME SONO I VERI BENEFICI?
Un lavoratore dipendente che guadagna 20.000 avrà un beneficio di circa il 25%.
Chi ne guadagna 60.000, di circa il 3%.

“Ah giusto” un piffero (vedi sopra). La sostanza è che chi prende 20.000 euro l’anno e chi ne prende 60.000 (come esposto sopra) ricevono indietro dallo Stato praticamente la stessa quota parte del loro stipendio mensile. Valutate voi se questo è giusto. Questa è la tabella pubblicata da Avvenire:

{1}

 

11) VABBÈ HO CAPITO… MA NON È COMUNQUE SEMPRE GIUSTO RIDURRE LE TASSE SOLO AI “PIÙ POVERI”?
No, per niente. Anche se, lo riconosco, suona molto bene come slogan.
Ma i dati ufficiali (Fonte: Dipartimento Finanze, Mef) ci dicono che i veri tartassati delle nostra Irpef sono altri:
i 2,3 milioni di contribuenti Irpef che guadagnano più di 50.000 euro annui ( = poco più di 2.000 euro netti al mese, e oltre) sopportano da soli il 42% di tutta l’Irpef italiana ( = imposta netta, al netto del bonus Renzi).

Sarà anche vero, ma di questa percentuale, quanta viene pagata da coloro che guadagnano oltre 75.000 euro annui? E come mai Draghi ha proposto un (modesto) contributo di solidarietà (spot) a carico di questa fascia e a favore dell’abbassamento del caro bollette, e quattro partiti della maggioranza (tra cui Italia Viva di Marattin) si sono opposti? Come mai in questo caso Robin Hood era Draghi, e Marattin è passato tra le fila dello sceriffo di Nottingham?

12) CIOÈ SCUSA…. QUELLI CHE GUADAGNANO PIÙ DI 2.000 EURO NETTI AL MESE PAGANO A MOMENTI QUASI LA METÀ DELL’IRPEF?Esatto. In realtà è pure peggio di così, perché gli ultimi dati disponibili si riferiscono al 2019, quando non era ancora entrato in vigore l’allargamento del bonus Renzi.
Che aveva ulteriormente alleggerito il carico fiscale effettivo sulle fasce dai 28 ai 40 mila euro annui, lasciandolo inalterato per coloro che ne guadagnano 50.000 o più.
Nell’immaginario collettivo di qualcuno, dipinti come ricchi nababbi privilegiati.

Non occorre descriverli come nababbi (peraltro si parla dei redditi oltre i 75.000 euro, ripeto) per ipotizzare l’equità di un contributo di solidarietà a loro carico, che non li avrebbe né danneggiati né favoriti rispetto alla tassazione attuale, ma avrebbe dato una mano a chi subisce maggiormente il caro bollette, ovvero le fasce di reddito più basse.

13) MA IN QUESTA LEGGE DI BILANCIO CI SONO ALTRE MANOVRE PER I PIÙ DEBOLI?
Si. L’introduzione dell’assegno unico universale, oltre a razionalizzare e semplificare il sistema, incrementa di 6 miliardi all’anno il sostegno alle famiglie.
Viene distribuito sulla base dell’Isee ( = indicatore di reddito e patrimonio), e non solo sul reddito (come i vantaggi Irpef), ma per come è disegnato andrà ovviamente soprattutto a vantaggio delle fasce deboli.

“Soprattutto”, appunto. Perché l’assegno unico universale è, appunto, universale (50 euro a figlio anche per Isee sopra i 40.000 euro).

14) QUINDI FAMMI CAPIRE… È GIUSTO LO SCIOPERO?
Non spetta alla politica dire se uno sciopero è giusto o ingiusto. Lo sciopero è un diritto costituzionale che va rispettato, se esercitato entro i limiti prescritti dalla legge.
Poi certo, ogni lavoratore dovrà valutare la situazione con la propria testa.

La mia testa infatti mi dice che:

la rimodulazione dell’Irpef è antiprogressiva: invece di beneficiare soprattutto le fasce deboli, la curva addirittura diminuisce verso l’alto;

non aumenta sostanzialmente la quota di detrazioni per le fasce più deboli;

non aumenta la base imponibile, lasciando immutate le imposte piatte sui capitali, sui lavoratori autonomi, cedolare secca;

non è stata varata una decontribuzione strutturale per le fasce di reddito basse;

non è passato nemmeno un modesto contributo di solidarietà per i redditi alti finalizzato a contenere l’aumento delle bollette.

La mia testa mi dice che questa manovra potrebbe rilanciare (poco) i consumi di chi già si può permettere di consumare, mentre non restituisce nulla a chi non si può permettere né di consumare, né di progettare un futuro – ricordiamo che i lavoratori con contratti precari sono tutti nella fascia bassa.
Tutto questo avendo a disposizione risorse eccezionali, che nei prossimi anni non arriveranno più, con 10 miliardi di sgravi alle imprese che vorranno assumere lavoratori provenienti da aziende in crisi, certo; tra queste, quelle come GKN che chiudono e delocalizzano senza che lo Stato possa metterci bocca, e continuerà a non mettercela (perchè non viene varata alcuna misura per contrastare le delocalizzazioni selvagge).

La mia testa mi dice che non andrà tutto bene, Marattin. E che uno sciopero è anzitutto un sacrificio per chi sciopera, mentre Bonomi fa il fenomeno dicendo che lui andrà in fabbrica a tirare la carretta (sottinteso, mentre gli operai vanno in gita). E che lo sciopero è un diritto costituzionale, e il modo democratico e non violento che hanno le parti deboli del conflitto sociale per far sentire il loro peso, e la loro voce.
Buono sciopero a tutti.

Una lettera invettiva dalla parte di Greta:
“I burattini sono loro, tutti quegli adulti che snobbano la vostra protesta”

da Cristiano Mazzoni

Io invece Greta, ti ringrazio.
Per il coraggio e la forza della tua acerba adolescenza, per la luce di una utopia, all’apparenza impossibile.
Chi c’è dietro ? Non me ne frega nulla. La dietrologia dei perdenti, la cattiveria da social, le analisi di raffinati giornalisti, talmente contro da essere omologati al pensiero comune che sta distruggendo il mondo. Personaggi pubblici che devono scatenare su di te la rabbia di non essere come te, la bruttezza della cattiveria, l’odio verso la semplicità, la bontà vista come un disvalore.
Chi ti critica, Greta, lo fa solo ed unicamente perché non può più dare il cattivo esempio (cit.). E’ allucinante quanto sia strana la percezione che la (g)gente ha di se stessa: moltitudini di cliccatori seriali sono convinti di avere idee diverse dalla massa, quando essi stessi “sono la massa”, i ribelli nei confronti delle ribellioni. Postano foto in cui tu Greta, bevi (udite, udite) da un bicchiere di plastica, sai che mancanza di coerenza. Cosa avresti dovuto fare ? Arrampicarti su una pianta di cocco, staccarlo con i denti, svuotarlo con le unghie e creati un bicchiere primitivo?

Ma che mondo è quello dove non si tollerano gli atti semplici e la volontà di cambiare di una adolescente, e si chiudono gli occhi sulla merdosa cattiveria dei potenti o di chiunque abbia una minima visibilità?
Dietrologi compulsivi, sentenziatori seriali, sputa-giudizi, proprio com’era quella storia della pagliuzza e della trave.
Sì, io sto con Greta e con i ragazzi che sono andati in piazza. Io non pretendo la loro consapevolezza completa, la conoscenza specifica dei motivi e le fini analisi di chi vi intervista in piazza e monta il servizio solo per dimostrare i limiti della vostra età.
I burattini sono loro, tutti quegli adulti che snobbano la vostra protesta. Sì, quelli che ritengono degli eroi i Gilet Gialli francesi e dei teppisti i ragazzi del G8 di Genova.

Mi fa schifo questo mondo.
Lo diceva un signore di Treviri, il capitalismo contiene al suo interno “il germe della propria autodistruzione”. Ed è proprio quello che hai detto tu, Greta, certo con le tuo parole, ma il significato è quello.
Noi adulti vi stiamo lasciando le macerie di un mondo che mai abbiamo voluto cambiare, che ci ha visti ‘appecorati’ dietro un qualunquismo malato; non ci siamo mai presi il rischio di pensare in maniera globale. Addirittura abbiamo sdoganato il sovranismo, i “prima noi e poi loro”. E le guerre di religione, i nostri valori, la nostra società. Il possesso, il potere, le certezze assolute, i dogmi.
Ma la terra è una, non ha confini, il mare, i fiumi, l’aria non sono una nostra proprietà, non si legano a uno Stato, scorrono.

Saremo la prima razza animale che si autodistruggerà per colpe proprie, una roulette russa giocata con una pistola d’oro massiccio, dove ogni anno aggiungiamo un proiettile. Fra poco, pochissimo, il caricatore sarà pieno. E l’ipotesi di spararci un colpo in testa, sarà una certezza.
Politicanti ‘puzzolenti’, hanno detto che “Tutti i giorni sono buoni per marinare la scuola’. Che gente triste, che schifo di personaggi che sguazzano negli stagni del potere.
Chissà se un giorno Greta, quando sarai vecchia, te li ricorderai i nomi di chi oggi, ora, ha scherzato sulle tue idee, sulle tue parole, sulle tue azioni.

Mi piacerebbe che sugli ultimi libri di scuola – quelli che verranno bruciati per scaldare una popolazione mondiale sconfitta, affogata nel lusso e agonizzante per le colpe dei potenti – fossero scritti i nomi e le parole dei colpevoli. Sì, gli oligarchi che ora stracciano gli accordi sul clima, quelli che pensano alle invasioni, dimenticandosi delle cause, quei grassi fantocci che succhiano il petrolio e lo scambiano con le armi, insomma tutti quelli seduti nelle stanze dei bottoni.
Coloro, che avrebbero potuto incidere, ma hanno sempre e solo pensato al loro tornaconto personale, dimenticandosi, che la scritta game over, vale per tutti.
Il mondo ci è stato dato in gestione dai nostri figli, e noi glielo restituiremo in condizioni peggiori di come a noi fu consegnato dai nostri padri.

Io Greta sto dalla tua parte, le mie figlie sono poco più grandi e poco più piccole di te, con le mie mille responsabilità, con il mio immobilismo, con il mio conformismo, forse pure con la voglia di ribellarmi sempre più sopita dagli anni, voglio credere che la tua generazione sia migliore della mia.
Nella speranza, che il vento del cambiamento esista e parta dal nord e che soffi talmente forte da spazzar via la polvere di catrame, che ha intasato l’animo, di quelli che una volta, si chiamavano esseri umani.

L’INCHIESTA
Italia prima in Europa a includere la cultura fra i servizi essenziali

In Italia esistono circa 3.847 musei, gallerie o collezioni, 240 aree o parchi archeologici e 501 monumenti e complessi monumentali. Un comune su tre ospita almeno una struttura a carattere museale, abbiamo in media un museo, un’area archeologica o una galleria ogni 13.000 abitanti. Nel 2014, secondo i dati del ministero, i luoghi di cultura italiani che occupano le prime 10 posizioni nella classifica di presenze hanno collezionato più di 16 milioni di visitatori per un introito complessivo di circa 95 milioni di euro. Un settore che per fatturato e occupati non è secondo ad alcune aree della piccola e media industria né ad altri comparti del pubblico impiego.
Se, almeno in potenza, il nostro patrimonio culturale è quello che qualcuno definisce il nostro petrolio, non dovrebbe sorprendere che esso sia sostenuto, sospinto verso il successo e – in certi ambiti – anche regolamentato.
In particolare, dall’inizio di novembre, è regolamentato il diritto allo sciopero dei lavoratori del settore secondo le stesse regole dei lavoratori di comparti essenziali come la sanità e il trasporto pubblico.
A disciplinare la questione il decreto legge n. 146 del 20 settembre scorso, chiamato Decreto Colosseo, arrivato con carattere di urgenza a seguito di un’assemblea sindacale dei lavoratori del monumento capitolino che avrebbe bloccato il flusso dei turisti al monumento creando pesanti disagi.

Il tamtam mediatico ha fatto sì che tanto l’allora sindaco di Roma, Ignazio Marino, quanto il ministro alla Cultura Dario Franceschini abbiano ritenuto opportuno intervenire. Il decreto inserisce i servizi culturali nella disciplina del diritto allo sciopero dei servizi indispensabili, richiedendo obbligatoriamente la comunicazione alle imprese o amministrazioni che erogano il servizio dell’intenzione di assemblea o sciopero almeno 10 giorni prima dell’astensione. La comunicazione del preavviso deve contenere la durata, le modalità di attuazione e le motivazioni dell’astensione collettiva dal lavoro; essa dovrà inoltre essere indirizzata anche alla ‘Commissione di Garanzia dello Sciopero nei Servizi Pubblici Essenziali’ che si esprimerà sulla legittimità dello stesso, potendo eventualmente anche decidere la sospensione o il differimento dell’astensione e arrivare anche alla precettazione dei lavoratori interessati, nel caso di effettuazione dello sciopero. In caso di violazioni saranno applicate sanzioni di natura pecuniaria e disciplinari per le associazioni sindacali, i responsabili delle imprese erogatrici e per i lavoratori.
In questo modo, il Ministro Franceschini ha cercato una soluzione rapida per ovviare all’eventualità di “figuracce” con le frotte di turisti e visitatori che si trovano, di quando in quando, a dover girare i tacchi e rinunciare alla visita programmata a questo o quel sito: conoscendo con anticipo le date e le modalità di astensione si avrà il tempo necessario per comunicare la possibilità di disagio all’utenza.
Lo stesso Franceschini ha spiegato che la scelta del decreto legge è stata obbligata “perché c’erano caratteri di urgenza e necessità”, mentre il premier Renzi aveva aggiunto che “con questo decreto legge non facciamo nessun attentato al diritto allo sciopero ma diciamo solo che in Italia, per come è fatta l’Italia, i servizi museali sono dentro i servizi pubblici essenziali.”, raccontando anche di aver incontrato in treno dei turisti stranieri che si sarebbero lamentati di non aver potuto visitare dei monumenti perché chiusi per sciopero.

Le critiche giunte dagli stessi lavoratori del comparto e da parte dei sindacati non si sono fatte attendere. La Fondazione Studi consulenti del lavoro ha redatto un approfondimento secondo il quale il decreto Colosseo non garantisce a sufficienza i lavoratori, mentre l’Unione Sindacati di Base (Usb), in una nota alla stampa, ha protestato contro l’idea che i lavoratori dei Beni culturali italiani siano stati indicati come rei di “leso diritto del turista” e che il Governo non avrebbe convocato l’Usb, che pure è formalmente rappresentativa nel Pubblico Impiego, per sopire qualsiasi accenno di conflitto sociale, anche latente, che avrebbe rischiato di mettere in crisi gli equilibri tra Governo, maggioranza pd e Confindustria.

Che la questione sia politica o meramente di ordine gestionale, a quanto pare il caso italiano è un unicum, almeno nel vecchio continente. In Europa, infatti, il diritto di sciopero dei lavoratori del settore della cultura non è sottoposto ai paletti presenti adesso in Italia. Benché si narri sempre dell’efficienza dei siti stranieri, solo nello scorso anno la National Gallery di Londra (seconda meta d’arte più visitata della Gran Bretagna con circa 6 milioni di ingressi l’anno) ha chiuso totalmente o parzialmente ai visitatori per 50 giorni; nella scorsa primavera la Torre Eiffel e il Louvre sono stati chiusi al pubblico in diverse occasioni per l’adesione del personale ad uno sciopero generale e a manifestazioni estemporanee contro il proliferare di borseggiatori nelle code; il Musée d’Orsay – era il 1999 – a causa di un’agitazione sindacale ad oltranza lasciò fuori circa centomila visitatori, mentre in Spagna nel 2012 i dipendenti de la Alhambra di Granada, dei musei e dei teatri di Madrid e di altre città iberiche fermarono all’ingresso migliaia di turisti senza alcuna forma di preavviso per richiedere la revisione dei contratti.

Nei musei di questi Paesi arrivano in media il doppio dei visitatori che pagano il biglietto d’ingresso nei musei italiani. A quanto pare, la corretta gestione della comunicazione da parte delle istituzioni culturali dei Paesi stranieri scongiura la diserzione dei visitatori dai siti più ambiti e amati. A quanto pare, i servizi del comparto culturale e turistico offerti all’estero sono migliori di quelli offerti nel nostro Paese, se i turisti delusi dalla chiusura per sciopero tendono a tornare sul sito per recuperare l’occasione perduta e non si dilettano oltre il dovuto nel lamentare le mancanze riscontrate alle persone che incontrano, fosse anche il primo ministro italiano. A quanto pare, i Paesi che hanno scelto di riconoscere ai musei autonomia gestionale e finanziaria, pur lasciandoli nell’ambito dei servizi statali – in primis Francia, Germania e Spagna – è stata colta, in tempi diversi e con modalità differenti, un’occasione importante per sostenere e sospingere il loro stesso successo e la formazione di un’opinione pubblica che si riconosce nelle istituzioni culturali del proprio Paese.

“Siamo in una fase di transizione importante per il sistema museale italiano. – ci ha spiegato Anna Stanzani, ex direttrice della la Pinacoteca Nazionale di Ferrara ora è incaricata al Museo dell’età neoclassica di Faenza e a Ravenna, al Mausoleo e Palazzo di Teodorico – La problematica è complessa: il “decreto Colosseo” nasce dalle difficoltà correnti del sistema. Se i lavoratori, che peraltro avevano regolarmente richiesto e ottenuto il permesso di riunirsi, fossero stati regolarmente pagati non avrebbero indetto alcuna assemblea. Partiamo dal presupposto che i nostri musei mancano di personale, personale qualificato e risorse economiche. La riforma dei musei proposta da Franceschini, che prevede il conferimento di autonomia a 20 musei e istituzioni culturali italiani, va nel senso delle riforme dei musei europei. Sarebbe un passo importante verso la responsabilizzazione dei direttori, degli organi di gestione delle strutture e delle istituzioni ma, mi ripeto, sarebbe auspicabile che alla responsabilità si affianchino delle risorse”.

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L’INTERVISTA
Sateriale su beni culturali e diritto di sciopero: “Se il lavoratore perde il consenso forse sbaglia le forme della lotta…”

Una vita nel sindacato, quattro anni alla presidenza dell’Associazione beni italiani patrimonio mondiale Unesco, ora coordinatore nazionale del Piano del lavoro Cgil: il suo percorso pone l’ex sindaco di Ferrara, Gaetano Sateriale, nella condizione ideale per valutare la controversa decisione del governo di includere il settore culturale fra i servizi essenziali per il Paese, condizionando e limitando in tal modo l’uso dello strumento dello sciopero nel comparto. Schietto per temperamento, espone fuor di diplomazia il suo punto di vista sulla complessa questione. A margine commenta anche l’episodio della contestazione al ministro Giannini a Ferrara (che pure ha visto contrapposti Cgil e Pd) e lancia qualche frecciata…

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Sono ancora vive le polemiche dopo l’assemblea dei lavoratori del Colosseo, le proteste dei turisti per la serrata non annunciata e le conseguenti decisioni del governo. Qual è il tuo giudizio?
Molti siti culturali e turistici italiani sono sotto organico e i dipendenti sono costretti a fare straordinari che non vengono pagati da diversi mesi, malgrado gli accordi. I lavoratori del Colosseo hanno tutte le ragioni per protestare e pretendere il dovuto. Hanno tutti i diritti di convocare le assemblee previste dal contratto e dichiarare gli scioperi che ritengono necessari per avere risposte serie alle loro esigenze. Come i lavoratori di altri settori pubblici o privati, secondo le norme di legge e contrattuali.
Nel far valere le proprie ragioni bisognerebbe sempre cercare di far crescere il consenso dell’opinione pubblica sulle proprie rivendicazioni: spiegarne e diffonderne le ragioni. Forse quell’assemblea non ha corrisposto a questa regola di base del “mestiere” sindacale. Ancor più importante se si ha a che fare con una “controparte” politico-istituzionale.
Poi, si sono dette tante cose: che qualcuno doveva informare i tour operator e non l’ha fatto, che il provvedimento del Governo forse era già pronto e si aspettava solo il pretesto per vararlo… Non so se sia vero: quel che so è che siamo finiti negativamente sui giornali di tutto il mondo e non mi pare che la solidarietà nei confronti dei lavoratori del Colosseo sia cresciuta. Se è cresciuta, ritiro le mie perplessità sulla chiusura a metà mattina per assemblea. Altrimenti forse si poteva stare più attenti. In gergo sindacale si direbbe che sto discutendo le “forme” della mobilitazione, della propaganda e della lotta. Non certo le sue ragioni. Ma per vincere non bisogna commettere nemmeno errori di forma. Questo ho imparato dai vecchi sindacalisti e non ho intenzione di dimenticarmelo ora che sono diventato anche io un sindacalista vecchio.

Per tutelare i cittadini-utenti il governo ha predisposto un decreto che include i Beni culturali fra i servizi essenziali. I sindacati fanno muro. Tu da che parte stai?
Si è detto: “Servizi pubblici essenziali come le scuole, gli ospedali, i trasporti”. Mi pare ci siano differenze da non dimenticare. Le scuole sono essenziali all’educazione e alla cura dei bambini e dei giovani, gli ospedali sono essenziali per la salute delle persone (che non possono adire a strutture a pagamento), i trasporti servono a far funzionare economia e società. I Musei e i siti archeologici e culturali pubblici sono importanti per la crescita di un turismo di qualità, certo, ma si tratta di un’attività economica seppure di ordine strategico per il Paese. Sono anche luoghi dove si diffonde l’immagine e la cultura del Paese, certo. Ma come è stato detto, non è vero che quell’immagine dell’Italia sia offuscata da uno sciopero o un’assemblea. Come non è offuscata l’immagine del Louvre quando capita da loro.
Io rovescerei il ragionamento. E ne farei un manifesto programmatico da parte sindacale.
È davvero d’accordo il Governo di fare del patrimonio storico, culturale, archeologico italiano un settore in grado di diffondere cultura e produrre ricchezza? Allora investa su questo! Ci sono molti siti italiani che attendono di essere recuperati e valorizzati; che devono essere messi in rete fra loro in modo da fornire un pacchetto nuovo che vada oltre il circuito abusato Venezia, Firenze, Roma. Ci sono musei chiusi o a orario ridotto per carenza di personale… O musei che vanno restaurati e modernizzati. Si faccia un piano preciso che parta dalle strutture pubbliche e coinvolga quelle private. Avviamo anche in Italia le esperienze di finanziamento munifico, di sottoscrizione volontaria, di beneficenza privata e riconosciuta che esiste in altri Paesi. Qualifichiamo il lavoro del personale impiegato. È uno dei capitoli del “Piano del Lavoro della Cgil”, quello del turismo culturale.
Queste sono le priorità su cui il governo non si esprime, preferendo le polemiche spicciole. Io non avrei difficoltà di fronte a un piano “industriale” serio sul turismo culturale ad accettare che i sindacati di settore concordino delle regole che contemperino meglio i diritti sindacali con quelli degli utenti.

Dalla vicenda in si evince una sostanziale indifferenza per il cittadino-utente: la leggerezza del cartello in inglese con la comunicazione dell’orario sbagliato ne è una palese dimostrazione…
Non darei un valore troppo emblematico all’episodio del Colosseo. Piuttosto farei un ragionamento più vasto (e forse più autocritico). A parte la sanità e la scuola, negli altri comparti dell’Impiego Pubblico non siamo riusciti a far passare l’idea che quel lavoro sia al servizio appunto del cittadino-utente e non delle burocrazie o del potere. Essere al servizio significa risolvere i problemi (esattamente come accade in un settore dei servizi privati), non spiegare le norme regolamentari che ne impediscono la soluzione. La frase più usata – e più odiata – che si sente a uno sportello pubblico è: “non è competenza di questo ufficio”. Invece un ufficio pubblico ha il dovere di assumere i problemi del cittadino e aiutare a risolverli semplificando (non descrivendo) le complesse procedure necessarie.
Per continuare a usare il gergo sindacale industriale, si dovrebbe dire che c’è un problema di indirizzare meglio il servizio e finalizzare meglio il lavoro impiegato. Che c’è un’organizzazione del lavoro che va cambiata se si vuole che cambi la cultura del pubblico dipendente. Ma di questo nessuno si occupa. Anzi, si continua a tagliare costi e organici e a negare il rinnovo contrattuale a quei settori dove si vorrebbe introdurre innovazione…

Giusto. Ma tornando al punto, tu che hai sempre mostrato particolare sensibilità per il patrimonio culturale e attenzione per i diritti dei cittadini, quale concreta soluzione proporresti?
Ripeto: il patrimonio culturale è davvero un settore strategico sia per accrescere turismo e ricchezza, sia per diffondere cultura, sia per creare posti di lavoro di qualità. Ma come per ogni “patrimonio”, se si vuole produrre ricchezza bisogna farci sopra investimenti, altrimenti sono solo parole. Basti pensare ai Siti Unesco. Siamo il Paese che ne ha di più al mondo. Però non agiscono in rete fra loro e il Governo non fa nulla per valorizzare questa filiera strategica. La verità è che Renzi quando parla di patrimonio si ferma a Piazza San Marco, al Ponte Vecchio e al Colosseo. Mentre l’operazione da fare sarebbe di attrezzare una rete di offerta culturale diffusa, nel Paese delle 100 città d’arte. Possiamo permettercelo! Anzi, è uno spreco assurdo non farlo.

In Cgil queste tue posizioni sono condivise o sei isolato?
Ribadisco che nel Piano del Lavoro della Cgil c’è un intero capitolo dedicato alla valorizzazione del patrimonio storico italiano per creare lavoro di qualità indirizzato soprattutto ai giovani, organizzato in rapporto con scuole, università, musei. E che questa è una richiesta che la Cgil fa al Governo da tempo. Il sindacato del commercio (Filcams) da un anno sta portando questi temi in giro per l’Italia con un progetto che si chiama “Job Art”. Sulle singole iniziative di mobilitazione si può sempre discutere. A dicembre dell’anno scorso, su segnalazione del ministro, la Cgil Lazio ha rinviato uno sciopero indetto all’Opera di Roma la sera della prima, alla presenza del presidente Napolitano. Avevano ragioni per farlo quei lavoratori? Certamente sì. Ha fatto bene o fatto male la Cgil a rinviarlo? Secondo me ha fatto bene.

A proposito di diritti dei lavoratori e di democrazia, a Ferrara nei giorni scorsi c’è stata la vicenda relativa al ministro Giannini tacitato dalle proteste degli insegnanti. I sindacati si sono schierati compatti a loro tutela, molti altri invece – e non solo nel Pd – hanno protestato sostenendo che ascolto e interlocuzione sono doveri civili: tu da che parte stai?
Non conosco l’episodio. Debbo dire che da sempre sono per l’ascolto e la discussione pacifica. Poi si decide il da farsi. Ma il presidente del Consiglio (non solo lui, per la verità) ha fatto del non dialogo coi sindacati un leitmotiv di orgogliosa propaganda del suo governo. Per non dire del dileggio continuo e delle battute sprezzanti. Io non sono per rispondere nello stesso modo, anche perché il disprezzo contro il sindacato lo considero un segno di debolezza del governo, non un suo segno di forza. Però poi non ci si meravigli se negli incontri pubblici i sindacalisti non mantengono sempre il bon ton.
Mi è capitato di recente che un consigliere di Renzi dicesse alla festa dell’Unità che la Cgil ha svolto in questo Paese un ruolo di conservazione corporativa. Gli ho risposto male e me ne scuso. Ma certi livelli di capovolgimento della realtà non sono davvero accettabili. Il ruolo della Cgil nella difesa anche recente della democrazia di questo Paese, appartiene alla storia, per fortuna…
Sono arrivato a una conclusione sui cambiamenti di forma del linguaggio politico. Non so se sia fondata, ma la espongo comunque. Renzi (e gli altri leader populisti) hanno portato in politica un linguaggio da stadio. Quello per cui alla squadra rivale si può dire qualsiasi volgarità perché tanto è solo un gioco. A me non piace quel linguaggio. Ma non ci si lamenti se poi scoppiano incidenti fra le tifoserie…

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Danilo Dolci, prove pratiche di rivoluzione nonviolenta

Alla base dell’operato di Danilo Dolci c’è l’esperienza di partecipazione popolare, attuata soprattutto in quella Sicilia da lui scelta come luogo simbolo per le difficili condizioni di vita, la povertà diffusa ed un degrado urbano giunto al tempo a livelli insostenibili. Un progetto a lungo termine sposato da buona parte di quella stessa cittadinanza allo stremo, riconosciutasi nei valori e negli obiettivi di un uomo che ha deciso di abbandonare tutto, laurea in architettura compresa, per dedicare la propria vita all’attenzione verso i più deboli e gli emarginati. E’ ciò che si ricava dagli interventi di Francesca Leder e Leandro Picarella, ospiti del consorzio Wunderkammer che, nella suggestiva cornice di palazzo Savonuzzi, ha offerto il palcoscenico per un importante evento, tenutosi sabato scorso, dal titolo “Ciascuno cresce solo se sognato” e incentrato appunto sulla figura di Danilo Dolci, attivista della nonviolenza e intellettuale tra i più importanti del dopoguerra, scomparso nel 1997.

Anna Rosa Fava
Anna Rosa Fava

Organizzata da Urban Center Ferrara e dalle associazioni “Basso Profilo” e “Farmacia delle Immagini”, la serata è stata introdotta dall’intervento di Anna Rosa Fava, portavoce del sindaco e responsabile del percorso partecipativo “Ferrara Mia”. Fava ha illustrato le principali attività dell’ufficio Urban Center, oltre che dello stesso percorso di “Ferrara Mia” e i suoi obiettivi nell’ottica della cittadinanza attiva.

Ospiti della serata due personalità la cui attività ruota da tempo attorno alla memoria di Danilo Dolci: la docente del dipartimento di Architettura di Unife Francesca Leder, studiosa di tematiche di urbanistica partecipata e appassionata cultrice del pensiero di Dolci, e il regista Leandro Picarella, co-autore del documentario “Dio delle zecche – Storia di Danilo Dolci in Sicilia” proiettato a conclusione dell’evento.
Nei loro interventi, i due esperti hanno contribuito a tracciare una dettagliata biografia dell’attivista triestino, trapiantato in terra siciliana, soffermandosi sulle principali fasi della sua densa opera, basata su non-violenza, digiuni, scioperi e manifestazioni.

E così hanno ricordato i primi scioperi della fame di Dolci a Trappeto nei primi anni ‘50, DSC_0093simbolicamente scelti per attirare l’attenzione circa la denutrizione infantile diffusa in quelle zone, ma anche gli “scioperi alla rovescia”, incentrati sul fatto che “i disoccupati, al contrario degli operai che decidono di non lavorare, possono altresì scioperare lavorando in questo caso al riordino di strade”. Quest’ultimo fatto provocò, davanti all’incredulità di tutta la nazione, l’arresto di Dolci, poi scagionato, difeso nel processo anche da Piero Calamandrei.

Nel ’57 arrivò la vittoria del Premio Lenin per la pace, accettato da Dolci nonostante il suo rifiuto di avvicinarsi a qualsiasi partito politico e i molti tentativi di avvicinamento da parte di varie fazioni. Parallelamente, in quegli anni, si sviluppava anche il suo impegno nella denuncia del potere mafioso.
Ma Danilo Dolci non fu solamente un’attivista, come hanno testimoniato nei loro interventi Picarella e Leder, specificando i ruoli di sociologo, scrittore e soprattutto educatore che lo hanno reso un personaggio incredibilmente ampio e dalle mille risorse. Soprattutto sul versante educativo, importantissima fu l’applicazione del “metodo maieutico”, consistente nell’idea che “chiunque vada ascoltato, coinvolto e assolutamente non escluso dal confronto, in modo da raggiungere la pura verità”. Questo fu il punto di partenza per altre grandi conquiste di Dolci in terra siciliana, come la realizzazione della diga sul fiume Jato, nata dalla partecipazione attiva dei cittadini, e la nascita del Centro Educativo di Mirto.

Leandro Picarella e Francesca Leder
Leandro Picarella e Francesca Leder

Dopo gli interventi, è stato poi il momento della proiezione del documentario prodotto dal Centro Sperimentale di Cinematografia – Scuola Nazionale di Cinema – Sede Sicilia con registi lo stesso Picarella e Giovanni Rosa. Il protagonista è En Dolci, figlio di Danilo, ripreso durante il suo viaggio dalla Svezia (paese nel quale è cresciuto) alla Sicilia sulle orme del padre. En ha avuto la possibilità di confrontarsi con chi suo padre lo ha conosciuto per davvero, chi con lui ha collaborato e chi lo ha solamente sentito nominare. Particolarmente importanti e significative si sono rivelate le immagini di archivio recuperate dai registi.
Un tributo quindi alla memoria di un uomo che ha sicuramente lasciato il segno in una terra, la Sicilia, che ha trovato anche grazie al suo prezioso contributo la forza di reagire. Un esempio, oggi più che mai, da seguire nella nostra quotidianità e fondamentale per la nostra società, così bisognosa di tornare a dare importanza e centralità alla partecipazione attiva dei cittadini.

sciopero

 ACCORDI
Lo sciopero del sole.
Il brano musicale di oggi

Ogni giorno un brano intonato a ciò che la giornata prospetta..

BandabardoUn giorno venne il sole e disse: “E così sia! Se proprio non mi volete allora me ne vado via!
Non vi chiedevo tanto, ne croci, ne altare ma nemmeno un mondo in cui non posso respirare…”

(per ascoltarlo cliccare sul titolo)

Bandabardò, Lo sciopero del sole

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La galleria degli errori: per l’Italia mozione di sgomento

Diego Bianchi della trasmissione “Gazebo” di Rai Tre, ha compiuto un piccolo capolavoro con la puntata andata in onda domenica 2 novembre. Una lezione d’informazione. E pensare che è bastato accendere la telecamera sulla manifestazione a Roma, il 29 ottobre, degli operai delle acciaierie di Terni, preoccupati per il loro posto di lavoro e per il futuro delle loro famiglie. Con tanti saluti ai tanti (troppi) salotti televisivi che, ormai, hanno stufato anche Maria vergine.
La telecamera di Bianchi ha filmato un’autentica galleria degli ‘erori’, detto alla romanesca.
Primo erore.
I lavoratori inscenano la loro manifestazione sotto le finestre dell’ambasciata tedesca nella capitale, in via San Martino della Battaglia. Nome che si rivelerà come un triste presagio per quello che è successo poi, purtroppo.
Il luogo è stato scelto perché le acciaierie appartengono alla teutonica ThyssenKrupp.
Finalmente, dopo cori e fischi, le porte dell’ambasciata si aprono e una delegazione di metalmeccanici viene ricevuta.
Il risultato del conciliabolo è un comunicato stilato da un funzionario uber alles, affetto da imperdonabile stipsi del tipo: In data odierna (un bell’incipit burocratico non si nega mai a nessuno) una delegazione di lavoratori delle acciaierie di Terni è stata ricevuta nella sede diplomatica della Repubblica federale tedesca in Italia…
Non ci voleva un mago per capire che un testo del genere avrebbe fatto spazientire anche il Dalai Lama. Se solo si fosse aggiunto, metti, che l’ambasciatore si sarebbe attivato in tutti i modi per rispondere alle preoccupazioni dei lavoratori, non avrebbe richiesto una fornitura straordinaria d’inchiostro. Ma dalla diplomazia nibelunga non è uscita una parola in più.
Così, invece di concludersi lì, la manifestazione decide di proseguire sotto le finestre del ministero delle attività produttive per avere qualche risposta meno offensiva.
Il problema è che nessuno che guida il corteo sa come arrivarci.
E siamo al secondo ‘erore’ fatale.
Le forze di polizia schierate e fino a quel momento in pratica inoperose, perdono il controllo della situazione. Anziché interloquire, per esempio, con il leader Fiom, Maurizio Landini, presente alla manifestazione quasi dall’inizio, per chiedere il tempo necessario per organizzare le cose e poi, chessò, scortare il corteo per le strade fino al ministero, vanno in confusione. Le immagini di Gazebo mostrano un paio di dirigenti di polizia che non sanno più cosa fare e a un certo punto parte l’ordine di “caricare”. Diego Bianchi, a scanso di equivoci, trasmette almeno un paio di volte l’ordine. Si scatena il putiferio e iniziano a picchiare i manganelli, con i risultati finiti su tutti i Tg.
Il volto del dirigente di polizia da cui è partito l’ordine è sembrato l’immagine plastica di un Paese nel quale contano più le conoscenze della conoscenza; nel quale merito e capacità rischiano di trovarsi relegati fra manganelli e scudi, anziché con la trasmittente in mano, sempre rassegnati ad eseguire in silenzio gli ordini surreali dei figli di qualcuno.
La fine dell’esemplare puntata è affidata alle parole di Marco Damilano, giornalista dell’Espresso e ospite fisso della trasmissione di Rai Tre. Dopo avere definito giustamente le riprese “Un documento eccezionale”, ha riportato le dichiarazioni testuali rese alla Camera il giorno dopo, il 30 ottobre, dal ministro dell’Interno, Angelino Alfano, su quanto è avvenuto e cioè il terzo erore clamoroso della vicenda.
Parole che fanno letteralmente a pugni con le immagini andate in onda e viste da chiunque.
Fa pensare se un ministro non riesce nemmeno ad ottenere dalla propria struttura l’esatta ricostruzione dei fatti, smentita platealmente dalle immagini di una semplice telecamera.
Hanno ragione Dose e Presta della trasmissione radiofonica “Il ruggito del coniglio”, quando ironizzano sul fatto che al ministro senza il quid, più che una mozione di sfiducia ne andrebbe mossa una di sgomento.
Ultima considerazione.
Tanto per dirne una, diventa persino comprensibile se il commissario europeo per la Crescita e gli investimenti, Jyrki Katainen, decide di fare il pelo e contropelo alla manovra di stabilità del governo italiano, quando all’estero vedono un ex presidente del Consiglio condannato a far passare il tempo agli anziani in una casa di riposo; un presidente della Repubblica che deve rispondere all’avvocato difensore del capo dei corleonesi sulla trattativa stato-mafia; e quando una semplice e pacifica manifestazione di lavoratori, giustamente preoccupati per il loro futuro, viene gestita con uno stile che farebbe rabbrividire persino l’estensore del Manuale delle giovani marmotte.

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