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Daniele Del Giudice (Roma 1948-Venezia 2021).
Le parole, il silenzio, il volo di un grande scrittore

 

“E adesso?”
“Adesso dovrebbe cominciare una storia nuova”. 
“E questa?”
“Questa è finita”.
“Finita, finita?” 
“Finita, finita”.
“La scriverà qualcuno?”
“Non so, penso di no. L’importante non era scriverla, l’importante era provare un sentimento”.

Sono le ultime righe di Atlante occidentale (Einaudi, 1985), il primo romanzo di Daniele Del Giudice.
Ora la storia dovrà scriverla qualcun altro; Daniele è morto povero, povero com’era nato, lontano dalla gloria letteraria e lontano da tutto il resto. E’ morto nella sua amata Venezia il 2 settembre scorso, dopo un silenzio durato più di dieci anni.

Appena qualche mese fa, un suo amico mi diceva che continuava a visitarlo regolarmente nella clinica dove era ricoverato, anche se Daniele “non c’era più”, colpito dal 2010 da demenza precoce non poteva più riconoscerlo. Da tanto tempo Daniele Del Giudice aveva finito le parole, e chissà quante cose meravigliose avrebbe potuto ancora scrivere.

Peccato che la morte di uno scrittore – forse l’unico grande scrittore italiano dopo Italo Calvino – sia passata quasi sotto silenzio, una pratica doverosa ma da sbrigare in fretta. I necrologi di rito, qualche articolo-ricordo sulle pagine culturali, una vecchia intervista riesumata per l’occasione, uno stupido Premio Campiello alla carriera (che non ha fatto in tempo, ma che non avrebbe comunque potuto ritirare).

Davvero troppo poco per un autore che ci ha consegnato una scrittura “perfetta”: limpida, lucida, levigata.
Daniele racconta caparbiamente, spiega a noi e a se stesso, cosa sono e a cosa servono gli oggetti che popolano il mondo, un mondo però (una storia, una vita, un destino) che non risponde, che rimane indecifrabile. Così mi pare di vedere la sua scrittura appollaiata lassù, nel piccolo aeroplano di Daniele, gli occhi a scrutare la Terra dall’alto: i pensieri e le azioni degli uomini e il sentimento che li fa vivere.

Il volo, con la scrittura, era la sua grande passione, i suoi romanzi e racconti sono pieni di decolli, manometri, virate, atterraggi. Staccando l’ombra da terra è l’incontro tra un giovane uomo e un signore avviato verso la vecchiaia, il loro fitto dialogo: sul volo, la scienza, la scrittura, la vita. Così si chiude, come un commiato, Popiove, un suo breve racconto: “Dopo che mia madre sarà morta, un giorno prenderò l’aereo e decollerò dal Lido, metterò la prua verso il mare, chiuderò la radio e piano piano me ne andrò col mio gatto, e per sempre nelle notti e nei giorni noi due voleremo, facendo scherzi a tutti «on the wing of the night»…”.

NOTA
Tutte le opere di Daniele Del Giudice sono pubblicate da Einaudi. Alcune di queste sono disponibili gratis in formato Pdf.

Sommersione
L’inferno interiore nell’ultimo romanzo di Sandro Frizziero

Il vecchio pescatore odia gli altri e tutta l’isola odia lui. Non ha nome questo vecchio vocato al disprezzo, allo scontro, alla disarmonia col mondo. Il suo mondo è l’isola dove si è consumata la sua vita tra botte alla moglie, lavoro e misantropia. Sommersione di Sandro Frizziero, Fazi editore, è un racconto a tu per tu con un uomo senza nome di cui la voce narrante conosce le bassezze e i dolori. Ambientato in un’isola della laguna veneta, Sommersione è la storia di un pescatore narrata tra ricordo e presente: l’esistenza disperata, sola, per certi versi abbietta di quest’uomo, è oggi il serbatoio che contiene tutto ciò che la vita è stata: “ce lo costruiamo da noi l’Inferno”, e l’Inferno “è in questa terra, non ci sono dubbi, l’isola ne è una sorta di succursale, una filiale dell’Ade per gente di mare”.
La sommersione è, per il vecchio, un’onda di istinti e rabbia che non ha mai lasciato spazio a tenerezza e amore, “il diavolo ce l’hai proprio in corpo e con il diavolo ti tocca conviverci”, mai una tregua, soprattutto verso la moglie Cinzia, offesa, tradita, accantonata.
La sommersione è il “pensiero malefico” che lo perseguita da sempre, ogni giorno rispunta a tormentarlo, è il ricordo di un fatto atroce, accaduto in gioventù, che ha generato una responsabilità poi diventata colpa, il punto più basso da cui il vecchio non riesce a riscattarsi. Il pescatore si guarda allo specchio: “sei invecchiato male, questa è la verità” gli dice l’immagine riflessa, ha paura della fine, sa che non c’è differenza fra uomini e animali in questo.
Sommersione è un libro dove gli elementi primari acqua, terra, fuoco e cielo sono il perimetro della vita di un uomo senza più conciliazione né consolazione, il quale, come atto di libertà, sceglierà il ritorno a uno di essi.
Sandro Frizziero presenterà Sommersione il 4 febbraio alle 21, in diretta sulla pagina facebook del Microfestival delle storie e di Ferraraitalia. Dialoga con l’autore Riccarda Dalbuoni.

Zodiaco street food
la storia di un antieroe nel romanzo di Heman Zed

E’ pregiudicato, smargiasso e scaltro quanto basta per riuscire a cavarsela. Romeo Marconato è l’imprenditore che fa soldi tra il lecito e il meno lecito, scansa gli accidenti con una certa dose di intuito e si butta negli affari se fiuta il guadagno. Zodiaco street food di Heman Zed, edizioni Neo, è un libro divertente, grottesco, amaro per la spregiudicatezza di certe figure che popolano la cerchia di Romeo: attorno a lui amici e nemici non si distinguono più, sodali e traditori si scambiano il posto continuamente.
Romeo manda avanti la sua attività di street food, una agro-pirateria alimentare di pessima qualità: una paninoteca per ogni segno zodiacale, dodici furgoncini piazzati tra Padova e Venezia dove Romeo non manca di avere frequentazioni di affari e dove cede al fascino di Larisa, una ex spia del Kgb che sarà, per lui, il bene e il male mescolati insieme ancora una volta.
Sgangherata è anche la famiglia di Romeo: una moglie mantenuta da liquidare il prima possibile e un figlio non proprio in possesso delle piene facoltà mentali a cui dover badare.
Heman Zed crea un antieroe, che si esprime con un linguaggio tutto suo, Romeo è un arricchito, con il Suv e la villa, tanto ignorante quanto sincero e quando perde, non perde mai del tutto, dietro l’angolo c’è sempre qualcosa da guadagnare, una situazione di cui approfittare, un colpo di mano della sorte da prendere al volo.
Ma un minimo di morale Romeo Marconato ce l’ha, restituisce favori, riconosce chi non tradisce e, come padre, da ultimo, non abbandona suo figlio.
Zodiaco street food sarà presentato alla rassegna Autori a corte sabato 30 gennaio alle 18, diretta dalla pagina facebook di Autori a corte. Dialoga con Heman Zed Riccarda Dalbuoni

Prima di noi
Un pezzo di storia italiana nel nuovo libro di Giorgio Fontana

La fuga di un disertore, l’inizio di una stirpe, quattro generazioni e un secolo di storia italiana. Prima di noi di Giorgio Fontana, edizioni Sellerio, è un libro in cui i personaggi sono ancorati al tempo in cui vivono, militano, lottano per ideali, fuggono, si adattano o combattono contro le proprie infelicità.
Di padre in figlio, passano continuità e rotture, distacco e ricongiungimento fino a un cerchio finale che si chiude con il disvelamento di un segreto di famiglia. Sarà la donna più giovane della stirpe, Letizia, a scegliere cosa farne di quella rivelazione: a muoverla è la pietà, nel senso di pietas, rispetto verso chi l’ha preceduta, verso quel prima di noi in cui si sono annidate sofferenze, una declinazione del dolore che in ciascuno dei Sartori ha lasciato qualcosa, caratterizzandolo.
Dal Friuli a Milano, la famiglia Sartori lascia la terra d’origine, partecipa, decennio dopo decennio, alle ideologie che stanno costruendo la storia d’Italia di quel momento. Per quanto figli e nipoti emigrino e scelgano una vita altra, a volte dissonante con le aspettative della famiglia, c’è un nucleo centripeto a cui tornare.
Come nell’epica tragica antica, le generazioni sanno quale peso portano in dote, così in Prima di noi certe scelte dei genitori forgiano i figli che sanno di avere addosso il risultato di quelle azioni paterne o materne. “La sofferenza si conserva proprio come l’energia” e ai giovani del 2012 Dario e Letizia il passato della famiglia può ancora apparire come “un cumulo insostenibile di morte e vita, ricchezza e spreco”.
Liberarsi da questa impronta o cullarsi raccontando la propria storia guardando indietro? Ma ci sono tratti che, dai Sartori degli anni Venti ai nipoti e pronipoti, non si estinguono: la passione per l’arte, la militanza politica, la fuga, la ricerca, e, per alcuni di loro, una sofferente incapacità di amare.
Il libro sarà presentato mercoledì 13 gennaio alle 18 nell’ambito del Microfestival delle storie, la diretta con l’autore andrà in onda sulla pagina fb Microfestival delle storie e Ferraraitalia. Dialoga con Giorgio Fontana Riccarda Dalbuoni.

PRESTO DI MATTINA
La seconda voce dell’anima

«Se ascoltaste oggi la sua voce! Non indurite il cuore». È un versetto del salmo 95,8: un ‘vocale’ convertito in testo nelle pagine del salterio, che ridiventa suono nella proclamazione a voce alta. Fa parte di una salmodia liturgica, del canto che, quale grande invitatorio alla preghiera, apre il culto giudaico e cristiano. Ma questo versetto rispecchia pure l’esperienza che ognuno sperimenta ogni volta che legge un libro. Dalle pagine aperte risuona infatti l’invito non già alla lettura ma all’ascolto, a seguire la voce che prende forma e si traduce in un corpo, nell’espressione di un viso. Lo sguardo di un volto che attende anche solo una risposta silenziosa. È un volto, segnato da sillabe e vocali, che viene risagomato ogni volta, di nuovo, come sequenze cinematografiche, sotto gli occhi di chi legge.

Ci si stupisce sempre come la prima volta, aprendo un libro, che basti così poco, poco più di un niente per dire e udire cose nuove. Una manciata di lettere combinate ai suoni e tenute insieme da noi, fin da piccoli, chini sul sillabario – «l’alfabeto il modello d’ogni combinatoria d’unità minime» direbbe Italo Calvino – poi seguendo la rubrica dei nomi nuovi, per imparare il mistero della vita che porti dentro e si congiunge con quella di fuori.
Sillaba dal greco syllabḗ, “prendo, riunisco insieme” suoni a lettere unite in un’unica emissione. Congiunge insieme vocali (“lettera dotata di voce”) e consonanti (che “suona con” o “suona insieme” alla vocale). E il lemma ne è come la premessa, il titolo, l’argomento, l’invitatorio che viene prima come porta d’ingresso al dire.

È il miracolo del linguaggio vocale e scritto: segni e suoni amalgamati assieme, lettere come nel gioco di dame e cavalieri che si allontanano e si lasciano, si cambiano di posto rincorrendosi dentro alla parola stessa o nella frase o nella pagina passando poi da una all’altra, da un libro a quello successivo, sino a formare in ciascuno una biblioteca interiore. Un’immagine che ritroviamo nella lettera inviata a Eliodoro da san Girolamo nella quale, riferendosi alla prematura scomparsa di Nepoziano, suo figlio spirituale, ricorda: «l’assidua lettura, e prolungate meditazioni avevano reso il suo cuore come una biblioteca di Cristo» (Lettera LX a Eliodoro).
È il linguaggio come un prodigio, simile a quello del caleidoscopio che punta l’oscurità luminosa del mistero e, ruotando, le tessere come lettere disegna figure e sensi nuovi al nostro vivere, traduce e interpreta l’esistenza, e quanto più inserisci vetri colorati quanto più nel caleidoscopio prendono forma parole nuove, frammenti di un infinito comprendere e interpretare.

Ogni volta che si apre un libro, la lettura ci pone in un’attualità di ascolto di un passato altrimenti muto, con effetti prodigiosi ricordati da un versetto del salmo 62 [61]: «Una cosa ha detto il Signore, due ne ho ascoltate». La voce non rimane infatti prigioniera dell’evento passato che l’ha suscitata una prima volta; ma attraverso la scrittura ri-parla una seconda volta anche oggi. È come se la voce diventasse testo e questo, quando è compreso, ridiventasse voce interiore, risveglio e chiamata al senso.

In una prima occasione la voce si è udita nella sua enunciazione originaria. Poi infinite volte è stata mediata e tradotta dal testo che la rende ri-udibile nel segno della scrittura. È allora anche una questione di traduzione, insieme testuale ed esistenziale, elaborata da colui – l’interprete –, che è chiamato a vivere una prossimità così intensa con l’altrui scrittura da generare un processo di assimilazione e comprensione, che lo spinge a riversare se stesso nel testo, se non a incontrare se stesso in colui che con altre lingue lo scrisse.

Così, l’abbiamo imparato per esperienza, «la lettura non è mai un monologo, ma l’incontro con un altro uomo, che nel libro ci rivela qualcosa della sua storia più profonda e al quale ci rivolgiamo in uno slancio intimo della coscienza affettiva, che può valere anche un atto d’amore. E qui forse, tra il lettore e lo scrittore, si producono lo sguardo, la coscienza, il faccia a faccia di una vera e propria relazione etica» (E. Raimondi, Un’etica del lettore, Bologna 2007, 13-14).

L’intera Bibbia può considerarsi allora come una conversazione in itinere. L’invito permanente all’ascolto, all’incontro e al dialogo: per tentare alleanze; per formare amicizie; per ricercare quel santo Graal di quell’ultima cena, che ha visto nella condivisione del pane e del calice, un comunicare nell’agire e nel patire, il simbolo reale di quell’amore così grande da spingersi a dare la vita per gli amici. Il calice della vivificante vita del Figlio dell’uomo, che sarà in grado di trovare solo chi saprà rivolgere all’altro – ecco l’istanza etica – raffigurato al cavaliere che lo custodisce, ormai malato e vecchio di millenni, la domanda giusta: «qual è il tuo dolore, la tua ferita?».
La Torah e i Vangeli, formati in diversi momenti e tempi della storia, sono ancora una narrazione in corso, che continua anche oggi a cercare e a trasformare i suoi lettori. Leggendola, infatti, la loro vita verrà ridefinita e interpretata in un modo nuovo.

Suggestiva appare dunque l’immagine del poeta e saggista inglese John Donne che scrive: «Tutta l’umanità deriva da un unico autore, e costituisce un unico volume. Quando un uomo, muore, non viene strappato via un capitolo dal libro, bensì viene tradotto in una lingua più alta; ed ogni capitolo deve essere così tradotto. Dio impiega diversi traduttori; alcuni pezzi sono tradotti dalla vecchiaia, alcuni dalla malattia, alcuni dalla guerra, alcuni dalla giustizia, ma la mano di Dio è in ciascuna traduzione, e la sua mano rilegherà di nuovo tutti i nostri sparsi fogli per quella biblioteca nella quale tutti i libri saranno aperti l’uno all’altro» (J. Rosen, Il Talmud e internet, Einaudi, 2001, 11).

Com’è umile e solenne aprire un libro. Ne nasce un’intimità che cresce a poco a poco, una familiarità che soppianta l’in-conoscenza. Lo si apre bensì con le mani, ma come in punta di piedi, sospesi, in attesa di qualcosa, di qualcuno, come si fosse a Natale, anche in pieno agosto. Girare pagina è poi un’altra, come vedere un bambino fare un passo, e poi un altro, un poco più sicuro, e poi via via più spedito e allegro, quando egli si scopre nel libro e prende confidenza, sino a che, voltando le pagine del libro, questo dischiude le pagine del lettore, come fossero “aperti l’uno nell’altro”.

Un libro può diventare così la seconda voce della propria anima. L’ho imparato leggendo un racconto chassidico in cui si narra di un vecchio libro di preghiere, del rabbino suo lettore e dei suoi nipoti: «I suoi nipoti dissero, un giorno, al Rabbi:nostro nonno e nostro maestro: il tuo libro di preghiere è vecchio, le pagine sono ingiallite, alcune di esse sono quasi illeggibili e noi abbiamo deciso di regalartene uno nuovo, in segno del nostro affetto e della devozione che abbiamo per te”. Rispose il Rabbi: “da innumerevoli anni io prego da questo libro: ogni mattina, ogni pomeriggio ed ogni sera. Esso è diventato vecchio insieme a me. Le sue pagine mi sono familiari, così come io sono divenuto familiare a loro. Esse sono una testimonianza della mia vita; esse hanno conosciuto i momenti di gioia e di serenità che il Santo dei Santi ha voluto concedermi, ed anche i momenti di dolore e di sofferenza. Le lettere di ogni riga, di ogni pagina di questo vecchio libro mi hanno aiutato a esprimere al Creatore, tutto l’amore e tutta la fiducia che io sento per Lui. Ogni lettera, ogni parola del vecchio libro, sono entrati nella mia persona. Così come la mia persona, sembra entrata in ogni sua lettera ed in ogni sua parola. Io ed il vecchio libro siamo divenuti una sola cosa. A volte, quando tutto quello che esiste intorno a me sembra crollare, quando io, con dolore, vedo il male prevalere sul bene, e l’ingiustizia prevaricare il senso della giustizia, e sento il mio corpo farsi privo di forze, in tal maniera, da non poter dar voce alle sante preghiere che in antico i Maestri composero, allora basta che io passi il mio indice sulle parole stampate del Libro, perché avvenga in me qualcosa di strano, di misterioso. A me sembra che da quelle pagine esca una voce, che non è la mia, ma che alla mia molto assomiglia. Miei cari nipoti, questo vecchio libro dalle pagine ingiallite, dopo così lungo tempo, di vita in comune, sembra aver appreso a pregare per me. Esso è insostituibile, perché rappresenta la seconda voce della mia anima”» (A. Sonnino, Racconti chassidici dei nostri tempi, Assisi/Roma 1978, 110).

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica di Andrea Zerbini, clicca [Qui]  

ALFABETO SIMENON
L’inventore di Maigret raccontato da Alberto Schiavone e Maurizio Lacavalla

“Se esiste il pianeta Simenon infatti, è donna. E una donna non è semplice da spiegare con una sola linea dritta”. Nella prefazione ad Alfabeto Simenon (edizioni Bd), Alberto Schiavone entra già nell’opera che con parole e immagini regala al lettore cosa è stato uno degli scrittori più complessi e ammirati del Novecento. Alfabeto Simenon, che esce oggi in libreria, è il ritratto a fumetti dell’inventore di Maigret e di una personalità mai paga e riposta in romanzi, racconti, articoli. Alberto Schiavone, autore di Dolcissima abitudine (Guanda), Ogni spazio felice (Guanda), La libreria dell’armadillo (Rizzoli) e Maurizio Lacavalla, premiato fumettista, hanno ricreato la vita, le ossessioni, i viaggi nel mondo e dentro la propria inquietudine che non si assopirà mai, di Simenon illuminando, attraverso la citazione della sterminata produzione bibliografica, l’uomo, l’artista, il marito, il figlio, il padre che è stato.
I ventisei capitoli e le altrettante lettere dell’alfabeto si intingono nella vita dello scrittore che è riuscito a raccontare di sé e dell’umanità, della società e degli ultimi, della madre e delle numerose amanti. Il pianeta Simenon è vasto da esplorare, ma con le parole di Alberto Schiavone e le immagini create da Maurizio Lacavalla, l’alfabeto con cui leggerlo si fa strumento: Camilleri, Fellini, e poi Colette, Gide ci parlano di Simenon e noi lo possiamo guardare da vicino con la lente di chi lo ha conosciuto, con le riflessioni di chi lo ha commentato e con ciò che lui stesso non ha mai negato di sé. Alfabeto Simenon miscela romanzi e racconti e li supera: lo scrittore è dentro e oltre ai suoi testi pubblicati, è una vita che indaga, ricerca, ha dipendenze e simbiosi con gli ambienti e le vicende narrate.
Grazie ad Alfabeto Simenon, conosciamo come è nato Maigret, qual è stato il metodo cadenzato, preciso, mai interrotto con cui i romanzi sono nati, e il lessico sempre alla ricerca della parola giusta e diretta. È lo stile Simenon, insomma, che nella sua eleganza asciutta non cerca mai di stupire, non ne ha bisogno.
Alfabeto Simenon sarà presentato in diretta Facebook dalla pagina di Ferraraitalia e del Microfestival delle storie venerdì 20 novembre alle 21. A dialogare con gli autori Alberto Schiavone e Maurizio Lacavalla, Riccarda Dalbuoni e il fumettista Biagio Panzani.

MICROFESTIVAL DELLE STORIE
Lo scrittore ferrarese Lorenzo Mazzoni dialoga con Consuelo Pavani su ‘Nero ferrarese’

Un libro e una proiezione concludono i primi due mesi di eventi gratuiti al Microfestival delle storie di Polesella. Venerdì 23 ottobre alle 21 in sala Agostiniani, Consuelo Pavani presenta Nero Ferrarese (Edizioni Pessime idee) di Lorenzo Mazzoni, collegato in streaming ma che il pubblico potrà vedere proiettato sul maxischermo della sala Agostiniani.

Con Mazzoni, scrittore ferrarese, autore della serie dell’ispettore Malatesta, si conclude la prima fase della programmazione letteraria del Microfestival, iniziata a settembre e che ha avuto come ospiti autori di carattere nazionale come Chiara Gamberale, Giulia Cuter e Giulia Perona, ma anche locali come Astrid Scaffo, per un totale di un centinaio di prenotazioni e presenze.

In calendario, inoltre, sabato 24 ottobre alle 21 sempre in sala Agostiniani, il film Visages villages di Agnès Varda e del fotografo JR rivolto ad adulti e bambini a cui il Microfestival ha dedicato, nei primi due mesi, e continuerà a dedicare laboratori e momenti in cui l’arte e la creatività possono esprimersi.

Entrambi gli appuntamenti si svolgono nel rispetto delle misure di sicurezza anti Covid, pertanto è prevista la prenotazione. Il programma di novembre e dicembre del Microfestival è in stesura e sarà comunicato alla stampa e al pubblico quanto prima.

Sinossi del libro Nero ferrarese di Lorenzo Mazzoni. Tre colpi d’arma da fuoco: mano sinistra, petto e spalla. Così si presenta il corpo del ragazzo di estrema destra trovato morto nell’auto. Una Ferrara ancora sotto shock per l’omicidio Aldrovandi piomba nella paura di attentati politici. Pietro Malatesta, ispettore di polizia e anarchico di natura, si troverà a indagare su un omicidio dalle dubbie motivazioni. Brigate rosse? Nar? Ferrara cerca la sua verità. Un giallo che rimane in perfetto equilibrio tra le indagini e la movimentata vita privata dell’ispettore, fatta di scarse amicizie poco raccomandabili, e di una passione per la Spal. Con a fianco Gavino Appuntato, l’unico poliziotto che riesce a lavorare con Malatesta, l’ispettore tenterà il tutto per tutto per risolvere il caso.

Prenotazioni evento Lorenzo Mazzoni:

https://www.eventbrite.it/e/biglietti-lorenzo-mazzoni-microfestival-delle-storie-121523047707?fbclid=IwAR28Z54D1jaPC7PoCBMXfrO5YILptEFghATrPEVu0bFT0j8ewOETvaky8cI

Sinossi del film Visages villages. Non è solo un film, è un viaggio alla ricerca di un’umanità nascosta nelle piccole realtà, nei borghi, nelle fabbriche, nelle case vecchie, dietro tende di pizzo bianco lavorate decenni prima. Un viaggio tra le comunità che resistono, tra piccole e grandi storie che vale la pena raccontare e immortalare, su pellicola cinematografica e fotografica. Registi e protagonisti: Agnès Varda e JR. Lei, famosa all’epoca della nouvelle vague e, nel film, ottantottenne curiosa, leggera e vivace come una bimba; lui, un giovane artista che usa la tecnica del collage fotografico su qualsiasi superficie. A bordo di un furgone, che altro non è che un’enorme macchina fotografica con le ruote, i due bizzarri compagni di giochi partono alla scoperta degli angoli più nascosti della Francia, quelli insospettabili e marginali, doppiamente carichi di meraviglia e storie. È questo un film nomade, pieno di immaginazione, commozione, ammirazione. Visage villages è grazia e tenerezza, è un piccolo promemoria per ricordarci che possiamo essere ancora in grado di sorprenderci, di ballare e di cantare.

Prenotazioni Visages villages:
https://www.eventbrite.it/e/biglietti-visages-villages 121525300445?fbclid=IwAR36vxvy7VMs385T7LbD0SD1Ane5sSA6_EQzBnIUVX2cM_578gvOUuAiz0

Il programma completo degli eventi del Microfestival su www.microfestivaldellestorie.it

Per informazioni: microfestivaldellestorie@gmail.com, messenger: microfestival delle storie.

DI MERCOLEDI’
I libri sono oggetti perfetti, scatole di storie

Di mercoledì una settimana fa a Mantova è cominciato il Festivaletteratura, giunto alla ventiquattresima edizione. Ho perlustrato il programma con avidità, prima di scegliere sabato 12 settembre come mio giorno mantovano. Ne scrivo quando questo giorno è appena passato, e che giorno. Marina è venuta con me e ha fatto la scoperta del Festival; che bella atmosfera abbiamo condiviso tra uno scrittore in presenza, anzi due (Fabio Geda e Sandro Veronesi) e un collegamento web con l’immenso Noam Chomsky.

L’aria che si respira a Mantova tra il mercoledì e la domenica del Festival è sempre stata questa: un concentrato di idee, di parole, di riflessioni che riempiono la città. I tanti luoghi deputati agli eventi sono come dei catalizzatori, attorno si può sentire passando il loro effetto alone, si sentono spezzoni di idee col loro richiamo. Poi negli spazi tra un evento e l’altro vive la città con la sua leggerezza di fine estate, tutto è animato: bar, negozi, stand di gadget e pubblicità. Dimenticavo, ristorantini e gelaterie. Convivono che è un piacere la leggerezza di chi passeggia per godersi il centro, così bello, e il magnetismo che si sprigiona dagli incontri tra intellettuali e pubblico. Magari lì a due passi, sotto un tendone o nel cortile del Castello.

Marina sentiva con me la forza, dicevamo insieme ‘la catena delle idee’ che ci passava accanto e si poteva afferrare con presa sicura. Quasi un fatto fisico. Un bel passo avanti, dopo i lunghi mesi passati, in cui abbiamo caparbiamente insegnato da casa, lei Inglese e io Italiano, ai nostri studenti diventati dei pixel su uno schermo. Senza il contatto diretto, senza vedere cosa c’è sotto il piano della scrivania, mentre parli, o mentre ascolti, o scrivi appunti. E invece. Nell’incontro di sabato si è vista bene la giovialità di Geda dai suoi gesti rassicuranti verso Enaiatollah, che gli sedeva accanto e pareva piuttosto emozionato prima di prendere la parola. Si è vista bene la nonchalance di Veronesi, giunto al suo secondo premio Strega, che simpaticamente ha manifestato la sua soddisfazione e ha evitato di apparire tronfio, trasformandola nella metafora del gioco del tennis. Pare che ora potrà chiedere ad Adriano Panatta di giocare con lui, non mi sembra poco….

Non ho un libro particolare a cui fare riferimento, stavolta si parla di ‘libri’. Non dico ‘parlo in prima persona’, perché ne hanno discusso i relatori sopra nominati a Mantova e io mi inserisco nello spazio delle loro sollecitazioni. Si parla dunque del libro come prodotto di una intenzione e del libro come oggetto.

Geda ed Ena hanno spiegato ampiamente come mai hanno deciso di scrivere Storia di un figlio, che continua la narrazione incominciata undici anni fa con Nel mare ci sono i coccodrilli, uscito nel 2010. Un bel libro, toccante e spontaneo, che mi ha conquistata e che è piaciuto anche agli studenti che ci hanno lavorato con me; nella loro spontaneità avrebbero voluto conoscere Ena di persona. Intanto Ena voleva smettere di incontrare il pubblico, smettere di ricostruire a ogni presentazione del libro la sua odissea durata quattro anni dall’Afghanistan all’Italia; sentiva il bisogno di concentrare le forze sul proprio presente, di costruirlo con nuove energie. Poi il passato si è ripresentato a chiedergli il conto, lo ha spinto a guardare indietro, a saldare tra loro gli anni del viaggio e quelli di oggi, a ricostruire la vita difficile che la madre e la famiglia rimasti in Afghanistan hanno condotto nello stesso lasso di tempo. A Mantova è stato lui a chiarire al pubblico la ragione che lo ha convinto a esporsi scrivendo, ancora una volta insieme a Fabio, un secondo racconto di sé, e la ragione è che si sente responsabile verso gli altri migranti meno fortunati di lui. Ena vive in Italia con lo status di prigioniero politico da ormai dieci anni, ha finito gli studi arrivando a laurearsi, lavora e ha una compagna. E’ ancora in attesa di risposta alla sua domanda per ottenere la cittadinanza italiana. Si interessa del suo paese, vorrebbe fare attività politica utile all’Afghanistan e alla etnia hazara di cui fa parte, ha contatti regolari con la famiglia. Nel dibattito con Domenico Quirico, che faceva da sagace moderatore dell’evento ha evidenziato una conoscenza e un coinvolgimento totali nelle cose afghane. Dunque la responsabilità e l’impegno: su questo si regge il progetto del suo racconto numero due.

Quattro ore dopo nella stessa piazza Castello l’architetto e scrittore Sandro Veronesi, incalzato da Chiara Valerio, ha parlato, sia del suo ultimo libro, Il colibrì, vincitore del Premio Strega 2020, sia dei libri in generale come oggetti. Ha toccato anche altri temi per me avvincenti, come il rapporto tra narrazione e poesia, ma ora mi pare intrigante continuare a prendere in considerazione il libro. Ne ha scritti molti Veronesi, quando è uscito ho letto Caos calmo, vincitore dello Strega nel 2006, ora ho sul comodino Il colibrì e presto comincerò a leggerlo, col viatico privilegiato delle suggestioni che ha dato l’autore a Mantova.

“Che oggetti sono i libri? Sono oggetti perfetti” ho scritto nei miei appunti. Perfetti come il mattone, che per un architetto è un elemento fondamentale: i mattoni sono rimasti uguali a se stessi nei secoli, sono solo diminuite le dimensioni. Come del resto è accaduto ai libri che dopo Gutenberg e la diffusione dei volumi a stampa si sono fatti più piccoli e ora, nell’epoca della alfabetizzazione di massa, sono diventati tascabili. I libri sono uguali a se stessi e al tempo stesso estremamente versatili: hai tra le mani un parallelepipedo, lo stesso da almeno seicento anni, ma dentro puoi trovarci una infinità di contenuti diversi, di storie diverse.

I libri funzionano sempre, basta un po’ di luce che ne permetta la lettura. Per tutti questi motivi secondo Veronesi l’avranno sempre vinta sull’eBook. In più sono belli, si toccano con piacere e, aggiungo io, profumano, vanno annusati appena usciti dal cellophane. Da ultimo, in onore di Marina dirò last but not least, arredano. E giù con l’aneddoto di quando Veronesi lavorava presso una casa editrice (mi pare) ed elargiva copie di libri molto belli, ma rimasti invenduti a una platea di giovani ingegneri che stavano mettendo su casa e dovevamo allestire gli scaffali del soggiorno.

Sul libro come arredo ho le mie esperienze. Nel mio studio i libri sono identitari e occupano un posto molto pensato, ognuno per il contenuto che ha, ma anche per le dimensioni e il colore. Sono altrettanto convinta, però, di come arredino in modi diversi le case degli altri. Veronesi mi ha fatto proprio ridere con la storiella dei giovani ingegneri, ma avrei potuto aggiungere i libri che ho visto invecchiare sugli scaffali di certe sale da pranzo, tutti ancora nel loro cellophane e di altri volumi finti, fatti di legno e vuoti dentro che ho visto a casa di qualche compaesano. Facciamoci coraggio: una cosa in comune ce l’anno tutti quanti, ed è che vanno spolverati ogni tanto.

Ma torniamo alla lettura, per dire che raccolgo volentieri la sfida: vado al Festivaletteratura di Mantova dal 1999 e faccio incetta di stimoli a conoscere un mondo di libri. Questa volta i primi da leggere saranno i due di cui ho appena parlato. Anche il lettore, che è parte attiva nel circuito comunicativo instaurato dal testo, ha un suo progetto quando apre un libro e lo mette in relazione con quello dell’autore. Leggerò Storia di un figlio, cercando di conoscere più a fondo la famiglia di Ena, la sua etnia e il suo paese; prenderò in mano Il colibrì e dentro il parallelepipedo scoprirò le esperienze di vita di Marco Carrera, uno capace di sbattere le ali per mantenersi uguale a se stesso, e conservare la propria energia vitale ed essere resiliente. In fondo, si dice che ogni scrittore è autore di un solo libro. Anche il lettore: in fondo, ognuno di noi legge per sentire parlare dell’ universo mondo e per riferire ogni cosa a se stesso.

 

DI MERCOLEDI’: Io resto qui

Di mercoledì al mio paese c’è il mercato, ma non oggi. Non nelle prossime settimane, fino a quando durerà questa situazione di emergenza sanitaria.
E’ un giorno caratterizzato dalla assenza: l’assenza delle bancarelle e della gente in piazza, della scuola che è la mia vita quotidiana da 35 anni, della vita di prima. Sto configurando giornate azzardate, piene di tentativi nuovi per imparare a fare scuola a distanza, piene di nuove difficoltà. Mi do poco tempo per pensare. Un po’ di televisione la sera, ma poca: un tg che trasmette cifre su cifre relative a nuovi contagiati, a ricoveri; mezzo film durante il quale mi assopisco, e così nemmeno una storia completa mi entra in testa e me ne varia il contenuto monocorde. Il lavoro si è preso tutta la materia grigia.
Non so ancora cosa penso della immobilità. Mi salvano il giardino che ho intorno alla mia casetta, e questo correggere continuo le cose scritte e inviate in decine di mail dai ragazzi. Deve essere dura, e lo sarà sicuramente anche per me.
Leggo. Leggo come prima, o forse un po’ meno. Riprendo in mano dagli scaffali più a portata di mano i libri che ho messo in fila negli ultimi due o tre anni; alcuni piuttosto vissuti, altri ancora con il cellophane e dunque pronti a farmi sentire il loro profumo non appena sarà il loro turno e deciderò di aprirli.
Ho riposto giorni fa il romanzo di Alice Cappagli, Niente caffè per Spinoza: un romanzo di cui ho parlato nel numero precedente di questa rubrica e che ho dovuto consultare allo scopo. Il gesto è breve, prendi il volume e lo riponi dove trovi posto nello scaffale degli autori italiani contemporanei. Il libro in questione, però, vuole dirti ancora qualcosa. Guardo infatti la copertina un solo attimo e rivedo la piccola frase stampata a lato della ragazza che è salita sopra una pila di libri per slanciarsi verso l’alto (a salutare una nuvola di chiavi volanti che lei stessa ha lanciato, o che stanno cadendo da lassù, chissà). La frase dice “Dai libri che amiamo è possibile ripartire sempre”.
Ce l’ho. Ce l’ho un libro sul quale appoggiare il peso del corpo con fiducia, come la ragazza che di lì si spinge in alto. Un altro Spinoza, un libro di cui ho voluto trattenere alcune riflessioni, verso la fine, ammirata per la semplicità con cui esprimono quello che anch’io provo, una radiografia fatta di parole.
Non lo trovo. Sullo scaffale dove vado a cercarlo, c’è l’altro romanzo dello stesso autore, Marco Balzano. L’ultimo arrivato. E’ in edizione tascabile ed è colorato. No, sto cercando Io resto qui, che ha la copertina rigida ed è bianco. La foto sul davanti riporta il campanile di Curon che esce dall’acqua.
Un’altra mancanza. Un corto circuito fra letteratura e vita: risulta assente il romanzo che vorrei consultare in questo momento, il cui titolo è una dichiarazione di resilienza allo stato puro: “Io resto qui”. A casa, dico subito pensando al virus.

La narratrice si chiama Trina, fa la maestra in un piccolo paese della Val Venosta in Sudtirolo. Trina è anche moglie di Erich, un uomo tenace e attaccato alla propria terra, e madre di Michael e Marica. Il libro contiene il racconto della sua vita ed è una lunga lettera scritta per la figlia che da tempo ha lasciato la famiglia, portata senza preavviso in Germania dalla sorella di Erich, che forse ha voluto darle una vita migliore.
La vita a Curon è dura, le famiglie campano allevando animali e lavorando la terra. Quando la Storia viene a ravolgere gli abitanti con i suoi cambiamenti, è ancora più difficile resistere. Durante il ventennio fascista Mussolini mette al bando la cultura del luogo, impedendo di parlare il tedesco agli abitanti di tutto il Tirolo e mandando ad occupare i posti negli uffici pubblici impiegati venuti dal resto d’Italia. Trina allora difende la propria cultura e continua a fare la maestra di nascosto, per poter usare il tedesco con i suoi scolari.
Quando arriva la guerra, resiste da sola alle difficoltà mentre il suo Erich è soldato, ma quando egli torna a casa ferito e decide di disertare, fugge con lui sui monti e resiste al freddo e alla fame scappando da un rifugio all’altro a rischio della vita.
Infine la diga. Da molti anni, anche prima della guerra erano cominciati i lavori di una diga voluta dal Duce per produrre energia elettrica, che avrebbe allagato i paesi di Resia e di Curon. Ora col dopoguerra i lavori riprendono, con i rumori delle ruspe che spezzano il silenzio antico delle montagne e col progetto di cambiare radicalmente il territorio. A nulla valgono le proteste degli abitanti , che Erich cerca instancabilmente di tenere viva.
Trina ha già sopportato la dittatura, la guerra, la solitudine e la povertà. Rimasta sola dopo la morte di Erich, accetta di vivere in un minuscolo appartamento prefabbricato che le viene dato in cambio del suo maso, finito sott’acqua come l’intero paese dove è sempre vissuta. Ferma come una radice.
Non ricordo con sicurezza le parole e le frasi che avevo sottolineato due anni fa, alla prima lettura del libro. Ricordo il senso di una frase bellissima che riguarda Erich. Erich alla fine della sua vita è fiaccato dalle fatiche e dai dolori che lo hanno consumato: ha dovuto perdere l’unica figlia, ha visto il figlio tradire le sue idee e arruolarsi nell’esercito del Führer e ha fatto il soldato, pur avendo in odio la guerra. Di recente ha incassato la sconfitta della diga che gli ha tolto la sua casa e i pascoli. Non è la malattia a portarlo via, Trina ne è convinta. E’ stata la stanchezza, quella portata dai suoi pensieri. I pensieri stancano, che bella verità mi dicono queste parole.

Balzano ha uno stile semplice ma molto intenso. È piaciuto anche agli studenti, che quando l’hanno incontrato gli hanno rivolto domande su domande anche su singole parole del libro. L’incontro è avvenuto nella splendida cornice del Museo di Spina; lui è partito un po’ rigido, con aspettative non esaltanti.
Credeva, ha ammesso alla fine della conversazione, di avere davanti una platea un po’ svogliata. E invece si è ammorbidito domanda dopo domanda, si è lasciato andare vedendo il book trailer preparato dai ragazzi, si è commosso con la musica originale della colonna sonora. Secondo me gli è servito tempo semplicemente per smettere gli abiti dell’insegnante (insegna in un liceo milanese) e indossare i panni dello scrittore, di uno che ha lasciato il segno.

Nota bibliografica: Marco Balzano, Io resto qui, Einaudi Supercoralli, 2018

Il consenso senza buonsenso

Che cos’è il buonsenso? Giudicare secondo rettitudine, suggerisce l’opinione corrente. Rettitudine quindi, poi logica, giustizia, moderazione, cautela, e ricerca della verità sono i tanti ingredienti del buonsenso. E tutti noi dovremmo impegnarci a farli nostri e lasciare che il buonsenso guidi le nostre scelte e le nostre azioni, di qualunque cosa si tratti.
Eppure ci sono periodi della storia umana in cui il buonsenso è stato spesso e volentieri messo da parte per appoggiare e promuovere posizioni estreme, grossolane, disumane. La galleria degli orrori è vasta e desolante, e tutti più o meno possono dire d’aver conosciuto, osservando il passato, le tragiche conseguenze dell’enorme consenso dato a personaggi folli e immorali. Individui assetati di potere, arrivati al potere grazie al consenso di milioni d’altri individui che hanno sposato ideologie senza preventivamente filtrarle col giusto buonsenso.
Ma dopotutto non c’è da stupirsi, perché la convenienza spicciola e partigiana spesso prevale sul buonsenso. La convenienza del momento e l’effimero vantaggio che ne deriva vincono e convincono quasi sempre la maggior parte della gente. E la gente non impara mai che le promesse ricevute vanno giudicate con prudente lungimiranza, non con infantile entusiasmo.
Non abbandoniamo mai il buonsenso di guardare oltre il nostro naso e, soprattutto, non svendiamo il nostro consenso per due soldi!

“È difficile far capire qualcosa ad un uomo se il suo stipendio dipende proprio da questo suo non riuscire a capire.”
Upton Beall Sinclair

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

P.P.P.

2 novembre 1975. Pasolini viene trovato morto. Ucciso brutalmente. I colpevoli non si conosceranno mai. I sospetti sono tanti e le piste svariate. Una cosa rimane sicura, dopo 44 anni dalla sua scomparsa: il suo pensiero è più attuale che mai. Non servono parole altrui per ricordarlo, bastano le sue, più attuali che mai.

“Nulla è più anarchico del potere, il potere fa praticamente ciò che vuole. E ciò che il potere vuole è completamente arbitrario o dettato da sua necessità di carattere economico, che sfugge alle logiche razionali. Io detesto soprattutto il potere di oggi. Ognuno odia il potere che subisce, quindi odio con particolare veemenza il potere di questi giorni. È un potere che manipola i corpi in un modo orribile, che non ha niente da invidiare alla manipolazione fatta da Himmler o da Hitler. Li manipola trasformandone la coscienza, cioè nel modo peggiore, istituendo dei nuovi valori che sono dei valori alienanti e falsi, i valori del consumo, che compiono quello che Marx chiama un genocidio delle culture viventi, reali, precedenti. Sono caduti dei valori, e sono stati sostituiti con altri valori. Sono caduti dei modelli di comportamento e sono stati sostituiti da altri modelli di comportamento. Questa sostituzione non è stata voluta dalla gente, dal basso, ma sono stati imposti dal nuovo potere consumistico, cioè la nostra industria italiana pluri-nazionale e anche quella nazionale degli industrialotti, voleva che gli italiani consumassero in un certo modo, un certo tipo di merce, e per consumarlo dovevano realizzare un nuovo modello umano.”
Pier Paolo Pasolini

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

L’equivoco del successo

Che si tratti di fraintendimento collettivo, di superficialità dilagante, di pigrizia mentale, o della tipica attitudine all’omologazione e al plauso del vincitore (salendo ovviamente sul suo carro), la maggioranza di noi non perde occasione d’attribuire a colui che ha avuto successo la patente di meritevole!
Ma siamo proprio sicuri che basti avere successo per esserne anche degno?
Victor Hugo aveva i suoi dubbi… anche io!

“Il successo è una cosa piuttosto lurida; la sua falsa somiglianza col merito inganna gli uomini.”
Victor Hugo

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

L’arte di scrivere

Scrivere storie è divertente tanto quanto giocare a fare Dio. Crei una storia e nello stesso istante crei il mondo che l’avvolge, lo rendi credibile, costruisci le basi su cui poggia, i meccanismi che lo muovono, la logica che lo ispira. In realtà chi scrive trova già dentro di sé tutto ciò che gli serve.
Il gioco consiste nel cercare di fare uscire quel mondo che conserviamo dentro di noi e renderlo sufficientemente interessante da convincere qualcun altro a esplorarlo.

“L’arte di scriver storie sta nel saper tirar fuori da quel nulla che si è capito della vita tutto il resto; ma finita la pagina si riprende la vita e ci s’accorge che quel che si sapeva è proprio un nulla.”
Italo Calvino

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

Sogni

Non c’è persona più saggia e viva di un sognatore. Sicuramente non c’è persona che avrà più intensamente vissuto la sua vita di chi, pur non chiudendo gli occhi, può vedere intorno a sé i suoi sogni. Ma in tal caso come distinguere la realtà dal sogno ma, soprattutto, siamo sicuri sia giusto distinguerla? Forse è proprio questo il miglior lato di un sognatore: non distinguere il sogno dal vero.

“Coloro che sognano di giorno sanno molte cose che sfuggono a chi sogna soltanto di notte”
Edgar Allan Poe

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

AMBIENTE & BUSINESS – intervista esclusiva a Nicolai Lilin
Foreste in fiamme, quattro milioni di ettari inceneriti: in Siberia bruciano i polmoni dell’umanità

In Siberia si annega o si brucia: immagine contraddittoria ma tragicamente reale di un vasto territorio in ginocchio, di cui su stampa e Tg si parla troppo poco o si tace. La terribile alluvione del mese scorso e l’incendio che continua a imperversare attualmente offrono un panorama apocalittico di proporzioni vastissime e senza precedenti che riguarda le regioni siberiane di Krasnoyarsk, Irkutsk e la Yakuzia, tutto l’estremo Nordest della Russia.
Una catastrofe ambientale senza precedenti per estensione, virulenza e impatto sui delicati equilibri di quei territori, a cui si aggiungono anche le coste del mar Artico, la Groenlandia, il Canada e l’Alaska, dove si segnalano incendi e focolai. Una cortina di fuoco e fumo che invade il Nord del mondo, proprio quei Paesi freddi in cui è difficile immaginare un fronte ardente preoccupante. Cambiamenti climatici che vedono salire le temperature oltre i 30°, accompagnate da venti forti? Responsabilità umana legata a comportamenti dolosi e pratiche poco chiare?
Scorrono ipotesi, convinzioni, illazioni, chiavi di lettura differenti di questi fenomeni che chiedono chiarezza innanzitutto, risposte e spiegazioni accreditate e attendibili. Nella regione di Krasnoyarsk la popolazione ha dato vita in questi giorni a una grande manifestazione di protesta, chiedendo le dimissioni del governatore che aveva cinicamente dichiarato che “combattere gli incendi non è redditizio”.
Abbiamo raggiunto telefonicamente lo scrittore Nicolai Lilin, che in Siberia ha lasciato parenti, amici e un pezzo del suo cuore, impegnato quotidianamente a seguire a filo diretto ciò che accade nelle regioni colpite dalla devastazione con notizie di prima mano, trasmesse da coloro che stanno vivendo il dramma. “Le proporzioni dell’incendio sono impressionanti – racconta – le ricadute non sono solo ambientali ma anche sociali, umane, perché quelle foreste, tutte le foreste sono i polmoni dell’umanità. Le fiamme stanno trasformando il paesaggio in un enorme buco nero con pesanti conseguenze sull’habitat e la salute della gente di cui vedremo gli effetti. Siamo vicini ai 4 milioni di ettari spazzati via dal fuoco, destinati a crescere ogni giorno se non arginato e circoscritto. Un disastro sociale, economico e ambientale a cui non si sta dando voce in tutta la sua rilevanza nei media internazionali. Arrivano foto satellitari sempre più allarmanti e il vento che soffia è come un lanciafiamme che alimenta ulteriormente il rogo. Il fumo arriva fino in Alaska e Canada e la fuliggine viene trasportata dall’aria e raggiunge zone anche lontane centinaia di chilometri, come il Tatarstan, dove alla gente è consigliato di indossare mascherine. La resina degli alberi e la torba emettono esalazioni che si respirano; la torba, in particolare, per la sua conformazione conserva il calore e le braci e continua a covare e bruciare sottoterra.
Chiediamo a Lilin della gente, la sua gente, e lui racconta degli sforzi che i civili stanno facendo perché, fino qualche giorno fa dovevano contare solo sulle loro forze. “Si sono formate squadre di volontari locali che fanno del loro meglio, poco. Ivan, un mio amico, ha usato i suoi soldi e il suo mezzo agricolo per contrastare il fuoco e, insieme agli altri tentare di salvaguardare il villaggio. Inutilmente, perché è bruciato tutto. Le persone sono profondamente colpite, arrabbiate e impotenti davanti alle autorità locali che non intervengono. L’oro verde, il legname, che è un business enorme legale e sommerso, porta un indotto di 49 miliardi l’anno come esiti della vendita in Cina. E i treni carichi di tronchi non smettono di viaggiare. Nel frattempo, la gente è costretta ad abbandonare i luoghi in cui è sempre vissuta”.
Lilin specifica che i primi incendi sono divampati già a marzo e molte persone segnalarono il pericolo: “La Taiga è la loro vita, la loro casa, il loro sostentamento, il loro futuro. Ma che futuro può avere un territorio grande due volte il Belgio che arde perennemente e che avrà la prospettiva di ricrescere e ripopolarsi della fauna nell’arco di 100 anni? “Danni enormi alla flora e alla fauna, alla qualità di acqua e aria – ribadisce Lilin – Non si è parlato di numeri riguardanti vittime umane ma ci sono dispersi, persone scomparse, che sicuramente saranno andate incontro alla morte, date le circostanze. Solo in questi ultimi giorni il presidente Putin, in una riunione straordinaria, ha dato ordine di impegnare l’aeronautica militare per contrastare dall’alto le fiamme, e di inviare mezzi di terra per intervenire. Merito, forse, anche della mobilitazione sul web che ha attirato l’attenzione sulla drammatica situazione”.
“Non si sta togliendo futuro solo alla Taiga, ai suoi villaggi, alla gente che la popola da sempre in un rapporto ancestrale col territorio, alla sua potente foresta boreale, alla sua fauna costituita da lupi, orsi, linci, visoni: si sta togliendo futuro a tutti noi – conclude Lilin – con i cambiamenti del clima, l’incuria, l’indifferenza, il cinismo di chi predilige il business alla salvaguardia della vita”.

Gianrico Carofiglio a Ferraraitalia: “Incompetenza e demagogia al Governo. All’Italia serve ben altro”

“Con i piedi nel fango”: un titolo eloquente quello del libro-intervista sulla politica che Gianrico Carofiglio presenterà domani (venerdì 29 alle 15,30 a Ibs Ferrara). “La politica è fare i conti con le cose come sono davvero: cioè spesso non belle e non pulite – è scritto nella presentazione del volume -.  Bisogna entrare nel fango, a volte, per aiutare gli altri a uscirne. Ma tenendo sempre lo sguardo verso l’orizzonte delle regole, dei valori, delle buone ragioni”.
E’ l’occasione per ascoltare un intellettuale lucido, appassionato e tagliente, noto al grande pubblico soprattutto per i suoi splendidi romanzi (fra i quali la serie dell’avvocato Guerrieri e quella del maresciallo Fenoglio). Ma i numerosi e illuminanti saggi di cui, pure, è autore, forniscono chiavi di comprensione e preziosi elementi di consapevolezza relativi al mondo in cui viviamo. Il suo è uno sguardo che tiene insieme gli aspetti antropologici e quelli politici, investigando il carattere e le propensioni individuali, nonché vizi, vezzi e (spesso perdute) virtù della sfera pubblica.
Una perla che fa storia a sé nella ricca produzione dell’autore è, poi, “Passeggeri notturni”, raccolta di brevi e folgoranti considerazioni sul vivere, che traggono spunto da fatti reali, talvolta impastati in oniriche ispirazioni.

“Con i piedi nel fango” è edito da GruppoAbele e riporta l’articolata e appassionante conversazione fra l’autore e il giornalista Jacopo Rosatelli. L’incontro di domani è organizzato dal dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Ferrara, grazie all’inesausto prodigarsi del professor Andrea Pugiotto, costituzionalista, che con Carofiglio dialogherà. Lo scrittore, che è stato magistrato e senatore,  ha accettato di anticipare a Ferraraitalia alcune delle riflessioni che faranno da filo conduttore alla conversazione, che sarà accompagnata dalle letture del Centro teatro universitario di Ferrara.

La politica è spesso inganno. Nel libro lei sostiene che i meccanismi comunicativi che stanno dietro a pratiche di manipolazione funzionali all’acquisizione del consenso debbano essere conosciuti e padroneggiati pure dal politico onesto. Vuol chiarire questo passaggio?
Sostengo che il politico onesto debba conoscere le tecniche di manipolazione per potersene difendere, ma escludo che debba o possa usarle perché la manipolazione non è mai etica. Ritengo invece che la politica onesta debba impadronirsi di efficaci strumenti di comunicazione che tengano conto, in una pratica etica, del fatto che spesso le scelte politiche sono emotive e non razionali.

Afferma, però, che in alcuni casi la menzogna o la reticenza siano necessari. In quali?
Mi riferisco perlopiù all’omissione: ogniqualvolta sia indispensabile per un interesse superiore (che non può mai essere quello personale del politico in questione) e non implichi la manipolazione dei destinatari.

Per quanto concerne le abilità strategiche, lei sostiene che il politico onesto quando non può sottrarsi al confronto con il mascalzone (o l’imbecille) deve essere capace di neutralizzarne le mosse scorrette. Come?
Prima di tutto bisogna conoscere quelle mosse, come dicevamo prima. Poi una buona tecnica, fra le tante, è rendere manifesto il tentativo di manipolazione, svelare l’inganno. È uno dei modi più semplici ed efficaci per neutralizzarlo.

Scardinando un luogo comune, afferma che al politico consapevole conviene dichiarare i propri limiti e i propri errori. Perché?
Perché gli errori rendono amabili, diceva Goethe. Intendeva che gli errori (quelli che si è capaci di ammettere, naturalmente) sono un segno della nostra umanità. Inoltre ammettere gli errori ci consente di apprendere da essi e dunque progredire.

Giusto! Ma un conto sono gli errori, ben altro invece sono spregiudicatezza e malafede. In questo senso, è d’accordo con Luciano Violante, al quale fa riferimento nel libro, quando ci segnala che in Italia i confini fra illegalità e politica sono stati spesso evanescenti?
Spesso, sì. Purtroppo.

Sullo sfondo il tema centrale, quindi, è ancora una volta verità e menzogna. Al riguardo, principalmente a causa dei sistemi di diffusione delle informazioni tipici dei social network, la possibilità di smentire le false notizie è pesantemente ostacolata, in conseguenza del meccanismo virale di propagazione delle cosiddette ‘fake news’, che di fatto rende impossibile ripercorrere tutti i canali di propagazione. E’ d’accordo?
Parzialmente. È vero che la fondamentale differenza sta nel meccanismo – e dunque nella velocità – di propagazione. Non direi però che sia sempre inibito ogni serio tentativo di rettifica.

A proposito di verità, nel testo lei argutamente segnala tre suggestive rimodulazioni anagrammate del termine: ‘relativa’, ‘rivelata’, ‘evitarla’. Io personalmente  sto con Popper, Pirandello e Zagrebelsky e considero la verità frutto di una ricerca inesausta, condotta con la consapevolezza di non poterne mai pienamente comprendere l’essenza e dunque sempre gravata dal dubbio di un possibile fraintendimento… Lei, che prima di essere scrittore è stato giudice, che rapporto ha con la verità?
Amichevole ma circospetto. L’idea di fondo è che buona parte di quello che chiamiamo verità dipenda dai punti di vista. Bisogna dunque accettare che anche nel nostro punto di vista (che di regola, per ovvie ragioni di miopia, ci sembra il migliore) ci siano profili difettosi e veri e propri errori. Bisogna imparare a guardare le cose dal punto di vista dei nostri interlocutori e anche dei nostri avversari. Questo ci rende più tolleranti e più capaci di cogliere la complessità dell’oggetto: la verità, appunto.

Lei per cinque anni è stato Senatore, eletto nelle liste del Pd. Pensa in futuro di potersi ancora direttamente impegnare in politica?
Non saprei. Quella è un’esperienza passata. Se sorgessero le condizioni, se avessi l’impressione di potere essere davvero utile ci penserei.

Infine, transitando dall’analisi all’attualità, che giudizio dà dell’attuale governo e che futuro immagina per il nostro Paese?
Molto negativo. Una miscela pericolosa di incompetenza, demagogia e arrivismi personali. Immagino – mi auguro – un futuro in cui il nostro Paese sia sorretto da mani ben più esperte. Mani guidate da un senso dell’etica della democrazia che vedo quasi del tutto assente in chi sta governando in questo non fortunato periodo.

 

Per saperne di più, si può leggere anche la cronaca dell’incontro con l’autore in libreria “Gianrico Carofiglio a Ferrara” [fai clic sul titolo per andare alla pagina linkata]

Intervista a Giacomo Marighelli, giovane artista e scrittore ferrarese emergente

Ferrara ha fortunatamente dei giovani talentuosi e fra questi spicca anche Giacomo Marighelli, poeta, musicista, compositore ed ora anche narratore, alle prese con il suo primo romanzo ‘Il Fuoco del Cuore’. Il romanzo del “Cuore” è ambientato a Ferrara, città dello stesso giovane autore, e racconta la storia di Piero, un adolescente anarchico e anticonformista che riversa tutta la sua rabbia nei confronti del mondo fino a quando non incontra l’Amore con la A maiuscola, “un Amore incondizionato, un Amore che ama per il semplice gusto di Amare”.

Che cos’è l’amore? Pensi che dovrebbe essere un dono che non chiede nulla in cambio?
L’Amore è permettere all’altro di essere se stesso. Parlo dell’amore con la A maiuscola, quello incondizionato, non quello malato e nevrotico di coppia che spesso si vive tra le persone. Spesso lo si fraintende pensando che sia un’emozione, un battito al cuore, un colpo di fulmine, o addirittura qualche cosa di collegato al denaro…Invece noi siamo Amore, semplicemente nei secoli lo abbiamo dimenticato; ma stiamo anche ricominciando a ricordarcelo, sempre più.

Quanto c’è di te nel personaggio Piero?
Di me nel protagonista Piero, c’è poco. E’ un personaggio burbero, rude, cinico. Lontanamente posso aver provato qualche suo ideale, qualche suo pensiero,qualche sua emozione; trattandosi della fase adolescenziale, colui che esce dal clan famigliare per andare ad aggregarsi ad un altro clan, in questo caso gli anarchici, posso dire che tutti, ognuno a modo suo, hanno attraversato questa fase. E’ semplicemente una fase di vita tra il livello di Coscienza infantile e il livello di Coscienza adulto. All’epoca in cui iniziai a scrivere il libro, mi sarebbe piaciuto vivere quella parte romantica, quell’amore idilliaco che leggevo nei libri di Hemingway, ma c’è anche la violenza giovanile dei libri di Pasolini, altro scrittore che nel 2010 approfondivo.

Ti senti anarchico,politicamente scorretto e anticonformista come il tuo personaggio?
Magari all’epoca in cui iniziai il romanzo, nel 2010, in parte sì. Ora no: posso dire di seguire del cosmo. L’unica politica che conosco è quella dell’universo, del tempo che scorre attraverso la materia e dell’ Unità che siamo, noi esseri umani. L’ unica nazione che seguo è la Terra,e l’unico confine è l’atmosfera che separa la Terra dal resto dello spazio.

Frequenti o hai frequentato i centri sociali come il tuo personaggio?
Quando c’era il Dazdramir a Ferrara io ero molto giovane. Ci andai una volta a fare un concerto ed un’altra volta a seguirne altri, ma erano gli ultimi mesi di apertura. Non posso dire di averlo frequentato. Invece il centro sociale La Resistenza, sì, ci sono andato molte volte, dal 2013 al 2015; come centro nel tempo è cambiato molto, non ho più visto lo stesso spirito con cui venivano svolte le serate, mi sono disinteressato e non l’ho più frequentato. Furono belle serate, ho incontrato molte persone con cui sono diventato amico, ho suonato più volte coi miei progetti musicali, ho eseguito concerti molto interessanti.

Credi che i centri sociali possono sostituire la famiglia, soprattutto in quelle in cui vi sono problemi di convivenza?
No. Semplicemente, come dicevo prima, nell’adolescenza si vive la fase del passaggio dal clan famigliare ad un altro clan, che può essere un’identificazione come i punk, gli emo, o quant’altro. C’è chi si identifica con il centro sociale. La crescita poi avviene con il passaggio successivo, staccandosi da ogni identificazione.

Giacomo Marighelli sarà ospite giovedì 20 dicembre alle ore 17 alla Collezione dello scultore Mario Piva in via Cisterna del Follo, 39 (Fe). Ingresso gratuito.


Giacomo Marighelli al Circolo Arci BlackStar durante la presentazione del suo ultimo album ‘Il Cerchio della Vita’.

BORDO PAGINA
Intervista allo scrittore Alberto Ronchi: quando l’art politik è pop al quadrato

Alberto Ronchi è figura politica stranota a Ferrara: Già assessore verde nell’era Sateriale, poi decollato almeno a livello regionale (Assessore alla Cultura e poi anche a Bologna). Attualmente, sebbene mica Old per gli standard politici, magari in standby, ma nel frattempo, stranamente si noto anche a livello nazionale (lusinghiere e prestigiose segnalazioni, citiamo solo La Repubblica) ma non tutti forse sanno che un anno e mezzo fa circa, ha esordito in letteratura con un intrigante e molto pop all’americana alternativo libro di poesie: per Modo Infoshop… “Catastrofi Naturali. Liriche 1997-2016”.
Poesie spesso scritte negli anni della Politica attiva e top secret: per nulla corrose dal tempo, anzi: di matrice controculturale, ha in certo senso confermato il suo – a suo tempo, percorso politico culturale innovativo, certa pop culture come tra le espressioni più creative del nostro tempo, ben oltre le mere dimensioni puramente artistiche contemporanee: come dimostrò a Ferrara con il lancio (anche merito ampiamente suo) del Festival Ferrara le Stelle, come svecchiare una città troppo e sempre metafisica e conservatrice, oltre naturalmente a diverse altre iniziative da Ronchi promosse a Ferrara, in Emilia Romagna e a Bologna.

Alberto, lo scorso anno circa, a sorpresa un intenso e bel volume poetico controculturale (per una libreria cult di Bologna, Modo Infoshop) ispirato dalla punk generation e da certi padri Beat letterari come il grande Borroughs, la stessa Patty Smith, poetessa rock: anzi, i veri poeti del nostro tempo sono stati (e magari sono) proprio i vari Jim Morrison, oltre alla Smith, Syd Barrett e così via?
Sì, certo la musica e i testi di diversi esponenti del mondo del rock fanno parte del mio bagaglio culturale. Ho letto anche molta poesia, soprattutto anglo americana. La cosa curiosa è che ho fondamentalmente assorbito queste influenze nella traduzione italiana. Non parlo bene l’inglese, devo molto ai traduttori.

Alberto più in generale, spesso giustamente si denunciano i Media come persuasori occulti, ma proprio certa pop culture non segnala (oltre ai poeti rock) fin da Andy Warhol e i Beatles fino ai Kraftwerk futuristici, la stessa Street Art, molte nuove stesse espressioni artistiche nate direttamente nel Web, eccetera, una nuova cultura popolare post-post moderna, oggi si sdoganata, ma ancora sottovalutata dai puristi dell’arte e la letteratura?
Domanda impegnativa. Credo che viviamo una stagione culturalmente mediocre. I motivi sono tanti e occorrerebbe altro spazio. Nello stesso tempo ritengo che, come scrive Rosi Braidotti, il desiderio nostalgico per un passato, supposto migliore, è una risposta sbrigativa e assai poco intelligente alle sfide della nostra epoca. Quindi? Sarebbe già un passo in avanti se ricominciassimo a distinguere tra attività culturali e attività ricreative. Ma anche qui il discorso è molto lungo.

Alberto, in altro percorso, Patty Smith, come si sa, l’hai anche conosciuta personalmente, un ricordo personale?
La biografia artistica di Patti Smith rappresenta un sogno di gioventù per una bella fetta dei componenti della mia generazione. Conoscerla, anche molto superficialmente come nel mio caso, permette di sbirciare nella vita di tutti i giorni che è, ovviamente, meno scintillante, ma umanamente reale.

Info
https://www.estense.com/?p=616753
https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2016/12/31/assessore-rock-no-poeta-lultimo-avatar-di-alberto-ronchiBologna17.html

BORDO PAGINA
Intervista a Sandro Battisti, autore di ‘Sensorium’

E’ uscito ‘Sensorium’ (edizioni Delos Digital, con splendide illustrazioni di Ksenja Laginja) di Sandro Battisti, fondatore della New Wave science fiction italiana cosiddetta Connettivista, già Premio Urania, da anni protagonista di una parola del/dal futuro tra le più radicali e sperimentali della fantascienza come scienza (per dirla con R. Giovannoli). Come in altre rotte già esplorate con i colleghi connettivisti, certo cosiddetto Sesso Quantico è ora suo focus privilegiato di questo romanzo potente e persuasivo e colmo di sublime desiderio elettronico e siderale.

Sensorium, già il titolo evoca una specie di intrigante LoveMachine dal futuro: un approfondimento su questo concetto?
È un’idea che ha subìto una gestazione pluriennale, prima di arrivare a questa forma attuale. Voglio dire, non è che all’inizio pensassi subito al concetto del “sesso quantico”, subivo più che altro le influenze dei party gothic in cui bellissime ragazze darkettone danzavano molto eroticamente al buio elettrico, in compagnia delle ombre elettrocculte; poi, il tempo passa e le suggestioni crescono, e aggiungere alla pietanza erotica le impressioni SF, poi le vibrazioni quantiche e infine la pura pornografia, molto spinta per la verità perché posta oltre la pornografia del BDSM, ha delineato il grembo in cui l’idea del sesso quantico è finalmente sbocciata, dopo almeno vent’anni di gestazione.
Chiarita quindi la genesi, posso solo aggiungere che dopo l’antologia Hai trovato orgasmi nel collettore quantico, edita da Kipple con me e Lukha B. Kremo alla curatela, in cui hanno trovato posto scrittori e scrittrici in egual misura, ho avuto la necessità di confrontarmi da solo col tema, io padre che dialoga col figlio. Ed è stato davvero il flusso che pensavo di esperire da molto tempo quello che mi ha conquistato, un nero BDSM di natura occulta che prende l’anima, un animale selvaggio che fa emergere l’oscuro e che contamina, spinge alla dominazione per una sottomissione da cui trarre piacere dell’anima, ma anche fisico: questo perché non riesco a non pensare al BDSM come a una disciplina occulta, a una sorta di evocazione in cui fluiscono sensi incarnati dalle dominazioni del disincarnato. Tutto ciò è annegato in un flusso quantico di realtà, e come potrebbe essere a quel punto una relazione sessuale vissuta su molteplici piani dimensionali, che collassano nel reale uno alla volta, in determinati istanti di Schrödinger? Questa è la domanda finale che ha dato vita a Sensorium.
In ultimo, il titolo della raccolta è nato dalla song omonima dei Fields of the Nephilim, un compendio goth di occultismo e alchimia che evoca i sensi, carnali e non, in perfetta crasi delle immagini che mi hanno animato durante la scrittura dei racconti poi splendidamente illustrati, devo dire, dalle tavole iconografiche di Ksenja Laginja, sublime interprete delle mie visioni e che ha usato una sua personale chiave di lettura, molto eterea e, al contempo, estremamente incarnata.

Sesso e Fantascienza, o meglio erotismo, binomio ancora sottomenu nella letteratura futuribile; qualche memo storico internazionale e italiano dell’argomento?
Devo ammettere che non ne so molto. Come l’editore Silvio Sosio sottolineava nel post di presentazione dell’opera, altri autori nei decenni scorsi hanno affrontato il tema. A cominciare da Philip Jose Farmer, ma anche Robert A. Heinlein e Brian W. Aldiss, in compagnia di John Norman e K. W. Jeter, come ha fatto notare Mario Gazzola su PostHuman.it, cui rimando per gli approfondimenti del caso. Ultimo ma non ultimo, caro Roberto, il tuo Moana Lisa cyberpunk, che sicuramente ha avuto un senso scatenante per il mio embrionale sesso quantico.

Scrittori di Science Fiction, prossimi alla vostra news connettivista, già da tempo parlano di sesso quantico: perché questo è un argomento così hot per voi?
Perché è una forma di sperimentazione molto acuta, profonda, intensa come poche altre e quindi, data la natura intrinsecamente sperimentale del collettivo, perché non provare? Ovvio, non tutti all’interno del Movimento sono affascinati da tali tematiche e come è sempre accaduto, ognuno la vede a modo suo: per esempio, non tutti v’intravedono il nero a contatto e lovecraftiano che vi ravviso io, e non tutti sono interessati a parlarne: forse non piace loro nemmeno speculare idealmente sulla materia erotica, ma la focalizzazione sperimentale del collettivo non viene minimamente intaccata da ciò. Nemmeno a dirlo, poi, nessuno è proprietario di quest’idea, sarebbe perciò bello farla fiorire anche fuori dai connettivi.

Forse in futuro, con la VR o la OloR, i maschi del futuro “copuleranno” con Marilyn Monroe o Demy Moore in carne e ossa, cloni femminili o virtuali, biotattili: Homo Ludens del futuro o alienazione sessuale?
O forse le donne vedranno e adoreranno in sessioni quantiche i loro idoli sessuali? Ci tengo a tenere l’altra metà del cielo, o meglio un altro dei tanti spicchi del cielo, alla pari con la parte maschile. Dignità per tutti, sarebbe stupido anche per un argomento simile non considerare egualitaria una categoria di attori, ed è alla fine il motivo principale per cui in Orgasmi nel collettore quantico abbiamo desiderato una parità di forze in campo e di visioni dissonanti, quindi non solo testosteroniche. Detto ciò, la componente quantistica potrebbe togliere molto senso umano alla tua domanda, e perciò al nostro futuro; è un po’ un orizzonte degli eventi quello che stiamo trattando con il sesso quantico, così come lo è con gran parte delle tematiche connettiviste: ci stiamo provando in tutti i modi a delineare quello che ci attende, soprattutto a preparare scenari sociali e postumani, disincarnati e pure mistici.

Le connessioni tra l’estremizzazione della sessualità – e quindi della corporeità umana – e le implicazioni di un’inumanità cui spesso aneli: apparente contraddizione oppure un compenetrarsi complementare dei due stati contrapposti?
È una domanda che mi faccio spesso, è come se due nature apparentemente inconciliabili siano compresse in me; la visione che però mi donano, devo dire, è impareggiabile e vasta, ho possibilità di spaziare là dove è difficile e improbabile arrivare in condizioni normali. Credo che l’architrave di tutto il mio ragionamento in apparenza contraddittorio sia da ricercare nella inconsistenza del Tempo e dello Spazio, sono intimamente convinto che sia l’Energia l’unica forma incontrovertibile di quest’universo, e quindi lasciarla fluire attraverso le incarnazioni non fa altro che rafforzarla, la rende evidente nell’apparente esaltazione dell’illusione fisica. Un po’ come provare un gelo orribile sotto il sole estivo, in un campo assolato e desolato, nell’esaltazione dell’occulto, se mi è permesso il paragone empatico…
È un filo molto esile il mio, lo capisco, ma se riesci a visualizzarlo interiormente, esso potrà portarti oltre le barriere, ti renderà libero e al contempo sensibile al richiamo psichico dell’energia, a qualunque forma o estetica appartenga.

Info
http://www.fantascienza.com/23274/sensorium-il-sesso-al-tempo-del-connettivismo
https://it.wikipedia.org/wiki/Sandro_Battisti

BORDO PAGINA
Sandro Battisti, “Stateless”: microversi di un Avatar quantico

Per la ferrarese (a cura di R. Guerra, autore della postfazione) libri ebook Asino Rosso (network Street Lib), è on line nelle principali librerie store italiane e internazionali, “Stateless” di Sandro Battisti.
Più noto come esponente di spicco della nuova fantascienza italiana cosiddetta Connettivista, diverse pubblicazioni rilevanti, già anche Premio Urania Mondadori, Sandro Battisti presenta ora seminedite sperimentazioni linguistiche e semplicemente sorprendenti. Anche, infatti, blogger creativo (scrive anche su Fantascienza com) nel suo personal universo parallelo nella Rete, oltre a cartografare puntualmente il divenire della science fiction contemporanea, da tempo innesta parole diversamente poetiche compresse come un microchip quantico…
In tale scansione ed esplorazione letteraria, Battisti conferma certa peculiarità storica ormai sia del Connettivismo sia soggettiva nello specifico che della grande fantascienza: Parafrasando anche il compianto Marvin Minsky, padre dell’AI: “I veri filosofi del nostro tempo sono gli scrittori di fantascienza”, Battisti segnala e persino crea la fisica qualitativa o essentia della fantascienza, nata apparentemente tanti “universi microversi fa” come letteratura d’evasione ed invece, molto probabilmente se non statisticamente…., la vera non solo Sofia per la precisione ma Letteratura dell’era industriale e scientifica.
E qua, vista anche la complessità che caratterizza il vero libero pensiero conoscitivo contemporaneo (almeno dalle parti della Fisica postquantica e delle Computer Science), come poi già in primo piano nei suoi romanzi squisitamente postcyberpunk, nella cifra poetica specifica, fiorisce l’Altro della Scienza matrice storica, ovvero certo immaginario e come accennato ultracompresso o – se si vuole – ultraminimale colmo di dilatazioni anni luce distante da qualsivoglia scientismo.
In una manciata letterale di versi dilatati come coriandoli lanciati nello spazio, la parola esita come in assenza di gravità, sembrano messaggi criptati di una specie aliena inviati sulla Terra con password prossime alla pubblicità d’avanguardia ancora non creata oppure a ideogrammi Zen o geroglifici o persino Haiku d’Oriente.
Ulteriormente, parla l’oracolo fanciullo di Delfi con postversi enigmi in versione Ologramma o finalmente AI, il non detto di Hal 9000 stupendamente “regredito” all’infanzia con la filastrocca “Girotondo”, il bisbiglio sempre più inquieto e ammaliante di un Webmind di un Sawyer.
Insomma, non una novità, ma la fantascienza come Poesia e Oltre Poesia, non solo Letteratura narratologica, conferma con uno dei suoi “astronauti” onirici italiani di punta, Sandro Battisti, la sua profonda sonda felicemente in viaggio nel futuro:
Microversi di un Avatar quantico.

INFO:
https://it.wikipedia.org/wiki/Sandro_Battisti
https://www.kobo.com/it/en/ebook/stateless-1

CAPO NERD
1960-1964, quando il Gotico divenne Pulp

Quasi un anno fa, nell’aprile del 2016, Roger Corman ha compiuto novant’anni.
Di questi novant’anni, una settantina li ha vissuti all’insegna della passione per il cinema. Passione diventata nel frattempo un lavoro ricco di soddisfazioni, l’ultima delle quali è certamente il conferimento dell’Oscar alla carriera del 2010.

Roger Corman

In Italia, Roger Corman non è mai stato annoverato tra i nomi celebri della cinematografia internazionale, eppure la sua mole di lavoro e il suo contributo alla settima arte hanno pochi eguali nel mondo. Degli oltre trecento film, tra quelli diretti, prodotti e distribuiti, l’opera che più gli ha garantito fama e risalto internazionale rimane il ciclo delle sette pellicole ispirate ai racconti di Edgar Allan Poe e girate a tempo record nell’arco di cinque anni, tra il 1960 e il 1964.
Ma se Corman è stato ed è un personaggio di successo, considerato da tutti gli addetti ai lavori uno dei grandi maestri ancora viventi del cinema del secondo novecento, la parabola di Edgar Allan Poe, mirabile fonte d’ispirazione per questo ciclo di film, è stata quanto di più tragico e fallimentare si possa immaginare.

Edgar Allan Poe

Edgar Allan Poe, la cui spiccata sensibilità è stata messa a dura prova dalle tante e tristi vicende che hanno accompagnato la sua pur breve vita, oggi rappresenta indubbiamente uno dei maestri della letteratura mondiale. Ma forse è proprio grazie alla sua storia travagliata che il valore della sua opera è risultato tanto elevato e inossidabile nel tempo. Certo, quello attribuito allo scrittore di Boston è stato un riconoscimento tardivo che non è servito a facilitarne un’esistenza sempre vissuta al limite della povertà. È tuttavia servito a farlo diventare il principale punto di riferimento del cinema di genere, fin dal suo timido esordio nei primi anni del Novecento. Se oggi i film dell’orrore sono quelli che sono lo dobbiamo a Poe, se abbiamo conosciuto personaggi come Sherlock Holmes, Hercule Poirot, Maigret, Nero Wolfe e tanti altri, protagonisti amatissimi di innumerevoli romanzi e film, lo dobbiamo all’Auguste Dupin di Poe. Possiamo tranquillamente affermare che il genio letterario di Poe è stato più utile al Novecento che al suo secolo d’appartenenza.

Analogamente, l’apporto di Roger Corman nel cinema non è stato da meno. Corman ha rappresentato un modello per tutti quelli che sono venuti dopo. Registi come Martin Scorsese, Francis Ford Coppola, Peter Bogdanovich, James Cameron, Joe Dante, si sono formati presso la sua factory. Ma anche attori emergenti come Jack Nicholson, Peter Fonda, Dennis Hopper, Charles Bronson, tutti destinati a diventare star indiscusse, hanno recitato da semisconosciuti nelle sue produzioni a basso costo. Forse, uno dei meriti maggiori di Corman è stato proprio quello di aver fatto finalmente conoscere al pubblico di massa l’opera di Poe, opera dalle atmosfere tetre e crepuscolari, confinata fino a quel momento nell’empireo della grande letteratura anglosassone, materia di studio di programmi scolastici e accademici. Il grande successo del ciclo dedicato a Poe potrebbe essere paragonato a ciò che è stato in tempi più recenti il fenomeno legato alla saga tolkeniana diretta da Peter Jackson: la riscoperta di un grande classico della letteratura e un notevole ritorno economico per l’industria cinematografica.
Il paragone apparirà senz’altro azzardato, considerata la disparità di mezzi economici e tecnici tra il ciclo di Corman e la trilogia di Jackson. Ma è pur vero che il genio di Corman è stato proprio quello di realizzare piccoli capolavori con budget ridotti, lontano dall’opulenza delle majors hollywoodiane. Un po’ come Edgar Allan Poe è riuscito a scrivere i suoi capolavori da semisconosciuto, pagato una miseria dagli editori dell’epoca.
Ebbene, con tali premesse, abbiamo la certezza che entrambi, pur appartenendo a epoche e ambiti artistici differenti, hanno rappresentato allo stesso modo un modello e un esempio da imitare, qualcosa di unico e tuttora ineguagliato.

BORDO PAGINA
Gli ultimi soldati: il primo romanzo futuribile di Davide Grandi

Per libri ebook Asino Rosso/Street Lib è uscito ‘Gli Ultimi Soldati’ di Davide Grandi (cover di A. Crescenti), scrittore ferrarese già noto per saggi fortemente ispirati dalla fisica contemporanea, di matrice squisitamente futuribile. L’ebook è già stato segnalato dalla stampa nazionale (Meteo Web, Blasting News e dal già premio Urania, Sandro Battisti, figura di spicco della nuova fantascienza italiana).

Davide il tuo primo lavoro di fantascienza ‘pura’?
Sì, un’intuizione passata nella mia mente in pochi istanti, ma elaborata per tre lunghi anni, durante i quali ha preso vita questo racconto. Solo successivamente e in modo razionale, con l’aiuto di Sonia, mia carissima amica, che mi ha aiutato nella stesura, l’ho portato a termine. L’incertezza politica, economica e sociale di questi ultimi anni mi ha portato ad immaginare un futuro non molto lontano, nel quale si svolge proprio il mio racconto: stiamo parlando della terza guerra mondiale.

Davide altri tuoi lavori saggistici, uno in particolare ‘Dio e D’io’ (Este Edition), segnalano percorsi tra scienza e scienza di frontiera. Questo tuo ultimo racconto è in un certo senso un saggio romanzato?
Sì, lo è, ma solo timidamente. Nell’opera ‘Gli Ultimi Soldati’ ho usato lo stesso stile con cui ho scritto il mio primo libro, parlo di più di dodici anni fa, dal titolo ‘No Grazie Sono Ansioso’. Anche in quella storia racconto un’incredibile avventura psicologica che narra di un gruppo di ragazzi sofferenti d’ansia e attacchi di panico. In ‘Dio e D’io’, invece, parlo al lettore come se fossi ad una conferenza, trattando temi che toccano solo marginalmente la psicologia, in quanto tratto soprattutto fisica quantistica e spiritualità, mettendo non solo a confronto queste due affascinanti tematiche, ma anche in evidenza il collegamento che le unisce. In ‘Dio e D’io’, però, siamo su un terreno di saggistica pura, nel racconto ‘Gli Ultimi Soldati’ questa vena non manca, ma l’ho trattata in modo molto marginale, proprio come lo hai visto e giudicato tu. Inoltre ho inserito la presenza di Vudo, un cane intelligentissimo e sensibilissimo, che ho realmente avuto e che ho amato moltissimo; una presenza che mi ha dato tanto a livello emotivo e che ogni giorno ricordo con gioia.

Info e Sinossi
https://www.amazon.com/dp/B06XB4RG3Z
http://www.este-edition.com/prodotti.php?idProd=984

GIOVANI REPORTER
A teatro mille biglietti finiti in 4 minuti.
Una rockstar? Sì, Giacomo Leopardi

di Alessandro Lorusso*

1000 biglietti finiti in 4 minuti: Bologna, Teatro L’Arena del Sole.
Chi lo avrebbe mai detto che Leopardi potesse attirare così tante persone?

A rispondere è Alessandro D’Avenia, scrittore e insegnate di liceo, che il 6 febbraio è riuscito a riempire tutto il teatro per presentare uno spettacolo dal titolo ‘L’arte di essere fragili – come Leopardi può salvarti la vita’. L’iniziativa, nata sull’onda della pubblicazione dell’omonimo libro uscito ad Ottobre 2016 per la Mondadori, fa parte di un tour che ha già visto numerose tappe in diverse città come Milano, Palermo, Torino e Verona. Il segreto di tanta popolarità sta nella capacità che ha Alessandro D’Avenia di farsi ascoltare dal pubblico, rovesciando un presupposto molto comune alla nostra società dei consumi, quello dell’esibizione della propria forza o bellezza, a favore dell’esaltazione di quello che potrebbe essere ritenuto un difetto, appunto, la fragilità.

Proprio con queste premesse, l’incontro è iniziato con D’Avenia che, parlando soprattutto ai giovani, ha cercato di rompere il ghiaccio riuscendo a cogliere un bisogno nascosto ma chiaramente presente in tutti gli adolescenti, di poter arrivare a rivelarsi per quello che realmente si è, non per ciò che gli altri vorrebbero che si fosse. Al posto del successo, dell’esibizione in sé, lo scrittore suggerisce “per salvarsi la vita” l’amore per l’infinito e per la propria fragilità.

L’emblema di tutto ciò – secondo D’Avenia – è il Leopardi che spesso nella scuola viene, a suo parere, ‘banalizzato’ nell’unica caratteristica con cui viene riconosciuto, il pessimismo. Nello spettacolo sul recanatese invece l’autore recupera una dimensione di solidarietà umana che può insegnare ancora a noi oggi come si debba affrontare la sorte avversa e l’infelicità. A dimostrazione di questo, negli ultimi anni della sua vita, ormai cieco e inabile, il poeta dell’Infinito riuscì a trovare un amico: Antonio Ranieri. Quest’ultimo lo prese a cuore e gli lesse tutte i componimenti desiderati, e raccolse le sue ultime ispirazioni.

Lo spettacolo è continuato con questo scrittore che, leggendo qua e là dei brani del Leopardi, alternava la spiegazione a osservazioni psicologiche, coinvolgendo moltissimo gli spettatori. Ciò che più di tutto ha incontrato il gusto del giovane pubblico è stato quando D’Avenia ha chiaramente insistito sulla fragilità come quell’arte di mostrarsi senza veli a se stessi ma anche agli altri, come una capacità che si acquisisce in realtà soltanto se si ha una grande forza d’animo e se si riesce a riconoscere l’importanza della sofferenza. “L’unico modo per sognare e riconoscere l’infinito, è proprio avere limiti” dice D’Avenia “per questo, un autore come Leopardi riuscì a vedere oltre, anche stando dietro alla siepe, riuscì a vedere i colori anche con la sua cecità e non rimase mai solo”.

L’incontro si è concluso con l’invito di D’Avenia a guardare le stelle tutte le notti dell’anno in quanto “la parte più vera di noi è una casa da poter abitare ovunque, con le fondamenta al contrario, appese a una stella, non cadente ma luminoso riferimento per la nostra navigazione nel mare della vita”.

Alla luce di questo, stupisce o no che i biglietti dell’incontro si siano esauriti in 4 minuti? Un invito – si spera – per Ferrara.

Alessandro D’Avenia in scena il 6 Febbraio al Teatro L’Arena del Sole di Bologna:
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*Alessandro Lorusso è uno studente della classe I B del Liceo Ariosto di Ferrara

Immobile… come la speranza

di Lorenzo Bissi

“Così continuiamo a remare, barche contro corrente, risospinti senza posa nel passato.”
Francis Scott Fitzgerald

A scrivere questa frase è stato un grande scrittore del modernismo americano, ossia Francis Scott Fitzgerald: sono le parole conclusive del suo libro più conosciuto, “Il Grande Gatsby”.
Nel momento in cui la scrive, gli uomini hanno appena provato l’orrore della Grande Guerra; hanno capito che tutto è vano in un mondo in cui, per volere di chi governa bisogna lasciarsi uccidere in trincea, assieme ad altri milioni di uomini nel fiore della loro età. Tornati a casa non rimane che affogarsi negli eccessi, avere una vita sfrenata che possa permettere di dimenticare il passato.
Ma non è proprio questo, il vivere nel nulla, senza cercare di ricostruire il mondo dalle macerie, il più profondo rapporto con il passato che si possa avere?
Noi crediamo, remando faticosamente controcorrente, di andare verso la luce verde della speranza, ma in verità non ci muoviamo di un passo.

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

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