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Il corpo delle donne.
La sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti

 

La sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti è l’ultimo tassello del disegno di una élite globalista che ha come obiettivo il controllo sui corpi di tutti e di tutte. Disegno già emerso con la conduzione e narrazione della pandemia nei governi occidentali; scrivono le Libere Femministe Genova in un loro comunicato. E non potrei essere più d’accordo. È da 10 anni che mi occupo di maternità surrogata, un business costruito sui corpi delle donne, narrato come estremo atto di libertà e amore, che farà delle donne le proprietarie definitive del proprio corpo.

L’atto di prestarsi come madre surrogata che significa consegnare, attraverso la firma su un contratto, la propria vita e il proprio corpo per i 9 mesi di gravidanza, a committenti privati e alle cliniche private che vendono tale pratica, racconta bene come le donne siano l’indice di misura dello spiegamento del potere del sistema patriarcale all’interno di governi che si definiscono progressisti e democratici. Non dovrebbe stupire dunque la sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti che mostra i muscoli machisti ribaltando una sentenza di 50 anni fa per tornare a dichiarare sfacciatamente quello che non hanno mai smesso di fare: legiferare sui corpi delle donne. L’obiettivo, da sempre, è di creare categorie umane sulle quali imporre più o meno restrizioni all’autodeterminazione del singolo individuo. Il sistema è sempre lo stesso: creare delle sottocategorie per le quali si giustificano restrizioni alle libertà personali da parte di quelle élite di potere che vogliono mantenere i loro privilegi. E queste sottocategorie sono sempre state costruite a partire da quella che andava controllata e dominata perché capace di dare la vita: quella delle donne.

Lo dice molto bene Adriana Guzman nel suo intendimento del patriarcato “Qual è l’uomo piò sfruttato, più oppresso, più discriminato? Un uomo che è contadino, che non sa leggere, che non sa scrivere in castigliano, che non è andato a scuola, un omosessuale potrei dire, un orfano, un disabile. Ci sono tanti strati di oppressioni sopra un uomo, una sopra l’altra, però al di sotto di queste c’è sempre una donna, che è disabile, che è contadina, che non è andata a scuola, e che ha in più l’oppressione di essere una donna. Dunque al di sotto dell’uomo più oppresso del mondo che si possa immaginare c’è una donna più oppressa. Questa donna condivide tutte le oppressioni dell’uomo, di classe, di razza, di genere però ha in più l’oppressione per il fatto di essere una donna, ha un’oppressione per il fatto di essere donna. Non esiste una oppressione per il fatto di essere un uomo. Se sei oppresso lo sei perché sei proletario, perché sei un contadino, perché sei disabile ma non perché sei un uomo. Noi altre siamo oppresse per il fatto che siamo proletarie, perché siamo contadine, perché siamo disabili perché non sappiamo leggere né scrivere però in più perché siamo donne…”

Ebbene quello che sta succedendo negli Stati Uniti non è altro che il proseguimento della politica neo liberale di questi ultimi due anni. Non è forse vero che con la pandemia la maggior parte degli stati occidentali liberal-democratici ha impiegato tutta la sua forza mediatica per ridurre e contrarre il diritto all’autodeterminazione dei singoli? In nome di un “bene comune” hanno decretato nelle alte sfere le categorie che mano a mano dovevano piegarsi al volere politico, rinunciando al loro libero esercizio di autodeterminarsi.

Va detto però che è l’uso della lingua e della parola non incarnata che crea confusione e permette una narrazione falsata di ciò che significa autodeterminazione. E la parola disincarnata è il fondamento della ideologia transumanista (oggi presente in posizione apicali) che fa dei corpi delle mere macchine perfettibili. Grazie all’intelligenza artificiale, si consolida, questa volta veramente, la morte di Dio e della coscienza umana nella quale Dio dimora.

Come ha detto bene Valeria Gheno “la lingua è un atto costante d’identità”. Ma per lingua dobbiamo intendere quella lingua madre che è parola incarnata, che nasce da un sapere ancestrale dei corpi e non è solo una lingua che plasma il pensiero astratto. Una lingua la cui parola ha la capacità razionale di legare i nostri pensieri alle nostre emozioni e alle nostre esperienze incarnate.

È dunque necessario dire in modo chiaro che l’aborto non è un diritto. Il diritto è all’autodeterminazione e le Donne hanno il dovere e la responsabilità di esercitarlo sempre e a maggior ragione durante una gravidanza. Nessuna corte suprema può restringerlo.

Durante una gravidanza appare evidente a tutti che autodeterminarsi significa accettare di assumersi la responsabilità di fare una scelta tra due diritti in conflitto: quello alla vita della donna e quello alla vita del feto. Ma non è forse vero che autodeterminarsi è sempre una scelta fra il conflitto della realizzazione del sé (diritto di autodeterminarsi) e il “bene comune” (diritto di una società giusta e solidale)? Dunque, sarebbe giusto porsi la domanda: è bene che un’autorità astratta (non poi così astratta ma sempre fatta dal consesso di uomini) e terza, prevalga sulla coscienza individuale come è successo in questi ultimi tempi? o se questo sia inaccettabile?

Per noi Donne è chiaro. Nessuno può scegliere per noi e sul nostro corpo, e così dovrebbe valere per tutti. Lo spazio della coscienza di cui il corpo è espressione incarnata è inviolabile e resta il principio cardine del diritto all’autodeterminazione anche se in corso c’è il rischio della vita per altri.

Aborto, la Corte Suprema USA annulla la sentenza Roe v. Vade.
Un giorno triste nella storia del paese

 

Questo è il commento diffuso da Tarah Demant, di Amnesty International Usa, alla notizia che la Corte Suprema ha annullato la sentenza Roe v. Wade:

“Oggi è un giorno triste nella storia degli Usa. La Corte Suprema ha annullato il diritto di abortire. Milioni di persone che resteranno incinte non potranno prendere decisioni profondamente personali riguardanti il loro corpo, il loro futuro e il benessere dei loro familiari”.

“Le persone saranno costrette a partorire o a cercare di abortire in modo insicuro. Ecco il risultato di decenni di campagne per controllare il corpo delle donne e delle ragazze. Ed ecco aprirsi la strada per una criminalizzazione senza precedenti, a livello di leggi statali, dell’aborto”.

“A prescindere da quanto possa dire la Corte Suprema, l’aborto resta un diritto umano e gli stati idi ogni parte del mondo sono obbligati a rispettarlo. Una vasta maggioranza degli americani e delle americane la pensa allo stesso modo e dissente dalla sentenza”.

Amnesty International 

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Lo stesso giorno
Rubin Carter: il pugile che sconfisse il razzismo

 

28 febbraio 1988:
Rubin ‘Hurricane’ Carter viene finalmente scarcerato.

“Questa è la storia di Hurricane, l’uomo a cui le autorità diedero la colpa per qualcosa che non aveva mai commesso, sbattuto in una cella, ma una volta sarebbe potuto diventare campione del mondo”
(Bob Dylan, Hurricane)

Rubin Carter era nato a Clifton nel 1937 e la sua non è una storia molto diversa da quella di tanti  giovani afroamericani nati e cresciuti in un’America razzista. Poco dopo il suo quattordicesimo compleanno cominciano i primi problemi con la giustizia, finisce in riformatorio per aggressione e piccoli furti. Scappato dal riformatorio nel 1954 si arruola nell’esercito americano a soli 17 anni. Dopo pochi mesi di addestramento viene spedito in Germania dove però il suo animo insubordinato e la sua incapacità a sottostare al razzismo dei superiori gli costano 4 convocazioni da parte della corte marziale che si concludono con il congedo per inadeguatezza dopo solo 21 mesi di servizio. Tornato in New Jersey finisce in carcere per la precedente evasione. Proprio in carcere, prossimo ad arrendersi a una vita di crimini e violenze – come lui stesso dice nella sua autobiografia – si avvicina alla boxe e comincia a intravedere la possibilità di una vita diversa. Appena uscito diviene subito professionista e combatte nella categoria dei pesi medi. Nonostante la sua altezza – 173 cm – non sia negli standard, si distingue da subito per forza e velocità. Testa rasata e baffi lunghi, stile di combattimento aggressivo e indomabile, gli fanno guadagnare in fretta il soprannome di Hurricane. Così Rubin, come un Uragano sale sul ring, e avversario dopo avversario in soli due anni batte contro ogni pronostico il campione del mondo dei welter Emile Griffith, mandandolo K.O. alla prima ripresa.

Rubin ce l’ha fatta. Il 14 dicembre 1964 ottiene un incontro per il titolo mondiale dei medi contro il detentore Joey Giardello. L’incontro lo perderà ai punti tra sdegno e incredulità dei giornalisti che lo avevano visto vincere almeno 10 round su 15. Nonostante quella che alcuni chiamano the hoax – la beffa – Hurricane ha finalmente abbandonato il mondo della criminalità, diventando l’esempio per la comunità afroamericana: un uomo che ha rotto le catene senza cedere i propri valori. Una grande beffa sicuro la sconfitta con Giardello, ma niente in confronto a quello che stava per accadere.

Durante la notte del 17 giugno 1966 due uomini di colore entrarono nel Lafayette Bar and Grill a Paterson, New Jersey, e aprono il fuoco. Muoiono il barista, una donna e un uomo di passaggio, una quarta persona rimane ferita e viene trasportata d’urgenza all’ospedale. Sulla scena del crimine ci sono dei testimoni però: il noto malavitoso Alfred Bello e il suo braccio destro Bradley.

Nel frattempo Runin Carter è in una macchina bianca, proprio come quella dei criminali, insieme all’amico di John Artis. I due vengono subito fermati dalla polizia che li porta all’ospedale, dove Willie Marins sopravvissuto alla sparatoria non li riconosce.
Non li riconosceranno neanche tutti gli altri testimoni che avevano visto la scena dalla strada o dai palazzi adiacenti. Passano 24 ore quando il pugile con il suo amico vengono rilasciati essendo ovviamente innocenti e non legati al fatto. Sette mesi dopo la polizia ferma Bello e Bradley e li convincono a testimoniare contro il pugile assicurando ai malavitosi che non avrebbero più dovuto preoccuparsi della polizia se avessero collaborato. Rubin Carter e John Artis si presentano in aula accusati di triplice omicidio e per la giuria di soli bianchi non ci sono dubbi: carcere a vita per entrambi.

La sentenza non piega Hurricane come sempre indomabile. Grazie alla biografia  – Il sedicesimo round: da sfidante numero 1 a numero 45472 – pubblicata nel 1974 ottiene il sostegno della gente che chiede a gran voce la grazia per il pugile. A combattere per il pugile sono tanti, anche figure importanti come Muhammad Ali e Bob Dylan. Proprio quest’ultimo nel ’76 pubblica Hurricane e grazie a una serie di concerti in tutti gli USA riesce a coinvolgere sempre di più l’opinione pubblica arrivando addirittura a far riaprire il caso. Nonostante la presenza di due afroamericani nella giuria e la ritrattazione delle dichiarazioni fatte da Bello in sole 9 ore viene riconfermato il carcere a vita per gli imputati.

Proprio quando sembrava che Carter avesse perso le speranze arriva la lettera inviatagli da Lesra Martin, un giovane ragazzo afroamericano adottato da una famiglia in Canada. I due si incontrano nel carcere dove era detenuto Carter e da qui nasce la loro profonda amicizia. Lesra insieme alla famiglia, avvocati e altri attivisti per il caso lavorano a lungo per dimostrare l’innocenza del pugile sino a promuovere una petizione per appellarsi alla Corte Federale.

È il 28 febbraio 1988 quando Rubin Carter alias Hurricane esce dal carcere. I giudici della corte federale infatti avevano riconosciuto che i due afroamericani non avevano avuto un processo equo, affermando che l’accusa era “basata su motivazioni razziali”.
Dopo 19 anni passati ingiustamente in carcere, Hurricane non vuole solo essere un esempio per la sua comunità, ma combattere in prima linea le ingiustizie del suo paese.
Trasferitosi a Toronto sceglie di ricoprire la carica di direttore esecutivo dell’Associazione per la Difesa dei Condannati per Errore (ADWC) dal 1993 al 2005. Colpito dalla malattia muore nel 2014 tramandando l’esempio di chi ha combattuto le ingiustizie per migliorare la propria vita e quella di molti. Nonostante la dura interruzione della carriera pugilistica, Hurricane riuscì a collezionare persino la cintura di Campione del Mondo ricevuta ad honorem dal World Boxing Council.

julian assange

L’ultima sentenza per Assange: estradizione (e carcere) negli USA.
Dietro l’accanimento giudiziario ci sono i grandi affari degli Stati produttori di guerre.

Non occorrono molte righe ad Alessandro Marescotti per raccontarci (se vogliamo ascoltarlo) lo sporco che si nasconde dietro la persecuzione giudiziaria del fondatore di WikiLeaks. E ha ragione quando sostiene che una parte consistente del movimento pacifista, e di quello antimperialista, di quello per la pace e per la libertà di espressione, ha preferito tacere su Julian Assange e il suo calvario.
Si sono (ci siamo) solo distratti? Non credo. Occorreva uscire dai facili slogan, avere il coraggio di “legare tutti i fili”, di guardare a tutti gli attori del “grande affare della guerra”. Perché dietro Assange e le scottanti rivelazioni di WikiLeaks (mai digerite dagli americani) ci sono tutti gli affari sporchi della guerra in Afghanistan. E non solo. La guerra, ogni guerra, è prima di tutto un grande affare (per pochi: petrolieri, venditori di armi, generali, governanti in difficoltà nella politica interna ) e orrore e sangue (per chi la subisce e anche per i ‘patrioti’ che vanno a farla).
Un grazie al sito Peacelink che ce lo ricorda ogni giorno.

(Francesco Monini)

Come ha detto Stefania Maurizi, persino il detestato Egitto – liberando Patrick Zaki – è stato capace di mostrarsi più umano del Regno Unito che ha negato la libertà, forse per sempre, a Julian Assange. 

Ma vediamo qualche dettaglio – la storia a volte si conosce più dai dettagli che dalle linee generali – per capire le radici di questa vicenda. Una storia che ha avuto l’incredibile e inaspettato impatto di farmi vacillare. Ha reso infatti fragili, fragilissimi, alcuni fondamentali e delicati ideali che mi hanno guidato fin da ragazzo e che ritenevo guidassero tutti, anche quelli che non la pensavano come me.
Ritenevo che ci fossero principi universali, indiscutibili, inattaccabili e quindi scontati. Principi di umanità da riconoscere anche al “nemico”. In questo caso Assange. 
 
Qui vi racconto la storia di uno sbigottimento sempre più profondo. 
Era il 2010

“È la più grande fuga di notizie della storia militare americana: notizie che parlano di civili morti e di cui non si è saputo nulla, di un’unità segreta incaricata di ‘uccidere o fermare’ qualsiasi talebano anche senza processo, delle basi di partenza in Nevada dei droni Reaper (aerei senza piloti), della collaborazione tra i servizi segreti pakistani (Isi) e i talebani. Questo e molto di più, sugli archivi segreti della guerra in Afghanistan, è svelato da Wikileaks – il portale Internet creato per pubblicare documenti riservati – al New York Times, al Guardian e al Der Spiegel.”.
Così scriveva Repubblica il 26 luglio 2010.[Vedi qui] 

Nessuna di quelle informazioni, contrariamente a quanto sostenuto dal governo USA, mise a rischio la vita e la sicurezza degli americani e dei loro alleati. La storia lo dimostra. E quindi nessuno è stato danneggiato. Ma tanti sono stati svergognati. La lista di questi ultimi è lunghissima e alcuni addirittura sono insospettabili. Se leggerete fino in fondo capirete a chi mi riferisco.
Perché oggi lo vogliono distruggere?
La questione è che quelle informazioni mettevano a nudo le menzogne e le ipocrisie di guerra, come spiega bene Stefania Maurizi nel suo libro “Il potere segreto. Perché vogliono distruggere Julian Assange e Wikileaks”([Qui]
E’ dunque chiaro perché dunque il governo USA non mostra clemenza verso Assange?
Se la questione che ancora non è chiara, allora mettiamola brutalmente così: i governi USA, di qualunque orientamento, considerano un proprio diritto quello di fare la guerra come e quando vogliono, senza alcun ostacolo. Questo orientamento non era solo caratteristica di Sparta ma anche di Atene. L’imperialismo della democratica e colta Atene.

Come cancellare il diritto alla pace e affermare il diritto alla guerra

I governi USA non vengono meno al principio di essere i sovrani delle proprie scelte militari, anche quelle che minacciano la pace di altre nazioni.
Prova ne è il fatto che sono stati contrari all’approvazione di una risoluzione ONU sul Diritto alla Pace nel 2016, in piena era Obama.
Sono rimasto molto colpito dalla timidezza – per non dire dalla reticenza – con cui si è mantenuta nell’ombra l’incresciosa vicenda della fronda di nazioni contrarie al Diritto alla pace. Ovunque si parla bene del diritto alla pace. Ma in nessuna pagina web in lingua italiana si trovava l’elenco delle nazioni che hanno votato contro la risoluzione ONU del Diritto alla pace. 
La lista delle nazioni contrarie al diritto alla pace 
Su PeaceLink ora è pubblicata l’intera lista delle nazioni che hanno votato contro il Diritto alla pace perché è in quella lista la ragione dei silenzi attuali su Assange e delle complicità che collegano gli Stati Uniti (votarono NO al Diritto alla pace) al Regno Unito (votò NO) e – purtroppo – anche alla Svezia (votò NO, incredibile ma vero).
Ecco l’elenco di chi nel 2016 votò NO al Diritto alla pace nell’Assemblea generale delle Nazioni Unite [leggi Qui]
Il ruolo ambiguo della Svezia
Avete ancora qualche dubbio sulla Svezia? E’ azzardato dire che qualche sua ‘entità’ statale potrebbe essere stata complice degli Stati Uniti nella vicenda Assange?
Io i dubbi me li sono sfoltiti vedendo che ci sono voluti ben 9 anni (dal 2010 al 2019) perché venissero archiviate le accuse di “stupro” contro Assange.
Ma poiché mi piace la Svezia, volevo mantenere ancora qualche dubbio. Ho controllato la lista dei partecipanti alla guerra in Afghanistan: la Svezia c’era.
Ma poiché sono un irriducibile filosvedese mi sono detto: “Avrà portato solo barelle, medicine e cerotti”. E invece ecco cosa ho trovato: “Nel 2008, le forze armate svedesi avrebbero voluto che la Svezia inviasse aerei Saab JAS 39 Gripen in Afghanistan, come parte di una campagna di marketing per i suoi caccia da combattimento, si legge sul sito WikiLeaks dove l’organizzazione internazionale fondata da Julian Assange cita un cablato originale trapelato”. [Qui]
Aerei svedesi volevano bombardare l’Afghanistan per farsi pubblicità
Proprio così, amici miei, avete letto bene: la Svezia avrebbe cercato di bombardare l’Afghanistan per pubblicizzare i suoi caccia. E la fonte era Wikileaks di Assange.
Ed ecco allora collegati tutti i fili: guerra in Afghanistan, accanimento contro Assange e bocciatura all’ONU del Diritto alla pace, affari sporchi.
Perché Assange, più di tanti amanti della pace che oggi stanno zitti su questa vicenda che riguarda i crimini di guerra degli Stati Uniti, ha saputo dare voce e informazioni al diritto alla pace, così scomodo e antipatico quando si traduce in una messa in piazza delle vergogne di guerra americane, inglesi e svedesi.
P.S,
Molti dei contrari al diritto alla pace erano stati nel 2002 anche contrari all’educazione al disarmo nelle scuole, tanto che l’apposito documento approvato in sede ONU non è mai stato tradotto in italiano. Fino a quando non lo hanno fatto i traduttori di PeaceLinkbasta cliccare qui
mimmo lucano

Chi ha lasciato solo Mimmo Lucano?

 

La condanna in primo grado a 13 anni e 2 mesi di Mimmo Lucano ha spaccato in due l’Italia. Esattamente come era successo quando il modello di solidarietà che il Sindaco di Riace aveva applicato nel suo paese era stato interrotto dall’intervento dell’allora ministro dell’interno Matteo Salvini e dall’operazione “Xenia” avviata della Procura di Locri.

Una sentenza assurda, abnorme, punitiva (la stessa Pubblica Accusa aveva proposto una condanna a di ‘soli’ 7 anni e 11 mesi) che oggi assume un valore politico generale, Centrodestra e Centrosinistra hanno già incrociato le armi. Un valore (e un clamore) quindi che travalica la grande ingiustizia cui è stato vittima l’uomo Mimmo Lucano. Se infatti l’ex sindaco e il ‘modello Riace’ erano diventati il simbolo di una strada solidale per affrontare il tema delle migliaia di migranti che continuano ad arrivare  in Italia, questa sentenza suona come un secca smentita di quel modello. E insieme uno sberleffo a tutte le donne e gli uomini che in tutta Italia si impegnano nell’accoglienza e nella solidarietà

Io però mi sono fatto, e vorrei fare a voi, una domanda imbarazzante. Perché Mimmo Lucano è stato ‘punito’ così duramente? Quale clima ha reso possibile che Mimmo, e insieme a lui l’accoglienza e la solidarietà, fossero condannate?

Mentre il Centrosinistra governava nel Governo Conte 2, e oggi nel Governo Draghi, la legislazione e la normativa in tema di immigrazione (quella del Decreto Minniti, e incrudelita dalla Lega dei respingimenti) è rimasta più o meno quella di prima: solo qualche limatura.

Per non turbare gli equilibri – ma la versione ufficiale è: “il momento non è favorevole” – né il Pd né nessun altro ha voluto aprire una pagina nuova nella gestione dell’immigrazione e dell’accoglienza. Basta parlare con qualche operatore impegnato a uno sportello di assistenza agli immigrati per capire come oggi sia ancora più difficile: permessi di soggiorno, ricongiungimenti familiari, alloggi, lavoro…

E ancora: né il Pd né nessun altro partito o partitino si è battuto seriamente per riaprire la via della immigrazione legale. E nessuno si è impuntato sulla Ius Soli. Una dichiarazione tipo: “O si fa la legge o me ne vado dal governo!”.  Macché, solo parole. Quelle famose di Bersani. Quelle di Renzi (sicuro, c’era anche nel suo programma, in fondo in fondo, ma c’era anche la ius soli). Quelle di Enrico Letta 1, effimero presidente del Consiglio. Fino a quelle, recentissime, di Enrico Letta 2, segretario di partito.

Ma il clima di non attenzione non riguarda solo i partiti. C’è la stampa mainstream e tutti i canali televisivi che di immigrati e immigrazioni si sono stufati. Se non c’è un bel naufragio – e nemmeno quello merita più la prima pagina – di immigrazione e accoglienza nei media non c’è più traccia.

E infine ci siamo noi tutti. Quel movimento che alcuni anni fa aveva alzato la voce, oggi, già prima dell’avvento del Covid, da circa 3 anni sembra disperso in mille rivoli, muto, incapace di farsi sentire, La battaglia in nome dell’accoglienza, dei diritti umani, della solidarietà, dei bambini “tutti italiani” si è persa per strada. Poteva, doveva essere una spina nel fianco, un pungolo per ottenere risposte concrete dalla politica e dal parlamento. Così non è stato. E la politica si è occupata d’altro

La conclusione è amara. Non diamo tutta la colpa ad un giudice forcaiolo. E nemmeno al solito Matteo Salvini. La verità è che Mimmo Lucano è stato lasciato solo. I partiti di sinistra e dintorni, ma anche noi che andavamo in piazza per Mimmo Lucano con le bandiere della solidarietà, non abbiamo difeso la sua e la nostra utopia.

Cover: l’ex sindaco di Riace Mimmo Lucano nel 2018 – Fotogramma 

LA SOLIDARIETÀ NON E’ REATO:
il 2 ottobre in piazza Castello per Mimmo Lucano.
Sono quasi 200.000 le firme alla petizione nazionale.

 

Nel 2014, insieme ad altre organizzazioni con il nome collettivo “Italiani d.o.c. (di Diversa Origine Culturale), abbiamo invitato a Ferrara Domenico Lucano il sindaco di Riace citato in molte occasioni come il miglior sindaco d’Italia.

La presenza di richiedenti asilo, recentemente arrivati dalla Libia, faceva discutere e noi volevamo conoscere il famoso “modello Riace”.

Il 14 aprile alla Sala Estense, insieme allo scrittore Tahar Lamri e Rania Guembura, per Cittadini del Mondo-occhioaimedia, Mimmo è intervenuto ed ha raccontato l’accoglienza dei migranti nelle case dismesse abbandonate dagli emigrati italiani e l’integrazione con la popolazione locale attraverso varie attività artigianali. Un progetto bellissimo per i migranti e gli abitanti del posto, funzionante nonostante i ritardi dei rimborsi statali.

Per tutto questo, non solo è stato eletto nel suo paese per  ben 3 mandati dal 2004 al 2018, ma ha anche ricevuto numerosi riconoscimenti italiani ed internazionali tra i quali il terzo posto come miglior sindaco del mondo (2010 World Mayor), premi per la pace e i diritti umani da varie città (Berna 2015, Dresda 2017) e la cittadinanza onoraria di Milano.

Il “modello Riace”, però, non piace a tutti e la persecuzione nei confronti di Mimmo Lucano va avanti da alcuni anni.

Proprio a Ferrara nel 2018 organizzammo, durante il Festival di Internazionale, un presidio in suo sostegno quando fu arrestato.

Ora, dopo l’incredibile condanna del tribunale di Locri a 13 anni di carcere, saremo di nuovo in piazza, in solidarietà con una persona che ha lottato tutta la vita contro la mafia e per i diritti umani.
Cittadini del Mondo-occhioaimedia

Flash mob; sabato 2 ottobre  alle ore 15.30
in piazza Castello – Ferrara
in solidarietà con Mimmo Lucano condannato per il reato di solidarietà

“Una valanga umana faccia sentire subito la sua solidarietà a Mimmo Lucano, condannato a più di tredici anni per il “reato” di solidarietà […] ”
Leggi e firma la petizione nazionale Mimmo, siamo con te! [Qui]

Il 5 ottobre, alle ore 23,17 la petizione di solidarietà ha già raccolto 243.260 adesioni

Cover: Presidio per Mimmo Lucano, Ferrara, ottobre 2018

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GLI INSORTI GKN INDICANO A TUTTI UNA STRADA NUOVA:
gli obiettivi del movimento dopo la sentenza di Firenze.

 

Si può ben dire che “c’è un giudice a Berlino”, anzi a Firenze. Nella mattina di lunedì il Tribunale di Firenze ha sancito in modo forte l’antisindacalità del comportamento della GKN di Campi Bisenzio nei confronti della FIOM CGIL nella vicenda dell’avvio delle procedure di mobilità ( quella cioè che prelude al licenziamento) dei 422 lavoratori lì occupati e della cessazione della proprio attività produttiva.

E’ una decisione importante, in primo luogo per le conseguenze rispetto ai lavoratori e allo svolgimento della vertenza, visto che la GKN viene condannata a rispettare l’obbligo informativo omesso nei confronti del sindacato e, soprattutto, a revocare la procedura di mobilità, che sarebbe scaduta il 22 settembre con la relativa esecutività dei licenziamenti, mentre ora essa, quasi certamente confermata da parte dell’azienda, riparte però da capo, con almeno altri 75 giorni di tempo per la discussione e l’iniziativa sindacale.

La sentenza del Tribunale di Firenze

La sentenza, poi, è molto significativa per le sue motivazioni. Infatti, esse fanno esplicito riferimento al fatto che la proprietà non ha rispettato quanto previsto dal contratto nazionale dei metalmeccanici e dall’accordo aziendale del 2020 firmato tra le parti in materia di diritti di informazione (non da un semplice avviso comune), e cioè il fatto di dover dare gli elementi di conoscenza al sindacato rispetto alle previsione sui rischi occupazionali,  prima di effettuare le proprie scelte in merito.

Si badi bene, la giudice interviene su un dato di sostanza (non sullo ‘scandalo’ della comunicazione via mail, tanto enfatizzato dalla stampa e dalla politica, quanto, appunto, non dirimente nella vicenda), rilevando testualmente che l’azienda non ha dato corso al fatto che “il senso dell’obbligo assunto è evidentemente quello di consentire al Sindacato di esercitare al meglio le proprie funzioni, ivi compresa quella di condizionare ( con le ordinarie e legittime modalità di confronto ed eventualmente di contrasto) le future determinazioni e scelte gestionali dell’azienda”.
La sentenza – e scusate se è poco, in tempi di sfrenato neoliberismo confindustriale e governativo-  dice chiaramente che i lavoratori e la loro rappresentanza sindacale possono intervenire sulle decisioni e sulle scelte aziendali e poggia quest’affermazione sugli accordi sindacali relative ai diritti di informazione, conquista decisiva, come lo Statuto dei diritti dei lavoratori, degli anni ‘70 del Novecento, quando il tema posto era esattamente quello dei poteri e dei diritti del lavoro e che, da allora, non a caso, si è provato più volte a mettere in discussione e a ridimensionare.

Sembra che ora anche i mass media e la politica  – dopo l’assordante silenzio dei giorni passati, che ha coinvolto anche la grande manifestazione di sabato 18 settembre a Firenze a sostegno appunto dei lavoratori di GKN – inizino ad occuparsi della vicenda, Mostrando, peraltro, ‘scarso senso del pudore’, visto che ora tutti si dichiarano al fianco dei lavoratori.
Se lo si vuole fare veramente – e questa sarà la cartina al tornasole del prosieguo di una vicenda ben lungi dall’essere risolta – non c’è che da intraprendere due strade.

Le strade da percorrere

La prima. Quella di costruire una soluzione che dia continuità produttiva ed occupazionale a tutta la realtà produttiva di Campi Bisenzio, attraverso un intervento pubblico (per esempio tramite Invitalia, l’agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa) o di soggetti privati, garantito in ogni caso da un Piano approvato dall’autorità pubblica e dalla maggioranza dei lavoratori.

E che si faccia questo anche in tutte le altre situazioni rilevanti di crisi aziendali, che non sono poche, dalla Whirpool alla Gianetti, solo per citarne alcune.

Un percorso che altro non sarebbe che l’anticipazione  di due punti fondamentali degli 8 contenuti nella proposta di legge di contrasto alle delocalizzazioni e alle crisi produttive ed occupazionali predisposta proprio dai lavoratori di GKN assieme a un gruppo di giuristi del lavoro [fai un click per ingrandire il documento] 

L’approvazione di questa proposta di legge, da realizzare, almeno per i suoi assi di fondo tramite, decreto legge – questa la seconda scelta da compiere – consentirebbe di affrontare in termini utili tali situazioni.
Ora invece Il governo, ispirandosi all’inefficace modello francese, pensa solamente a intervenire sulle procedure dei processi di delocalizzazione, senza impegni cogenti né da parte delle aziende che li praticano né da parte dello Stato, o al massimo a rendere più forti gli ammortizzatori sociali, con l’idea della ‘mitigazione’ (altra parola malata) dell’impatto sui lavoratori.

“Insorgiamo” non è solo una parola d’ordine

Dunque, come dicono gli stessi lavoratori di GKN, “si è vinta una battaglia, ma la guerra è tutt’altro che conclusa”. E il suo esito non è per nulla scontato. Da sottolineare come gli ingredienti fondamentali di questo primo importante risultato siano stati l’impostazione e l’approccio che i lavoratori GKN hanno voluto imprimere a questa vertenza e la forte mobilitazione che è stata messa in campo.

Infatti, per la prima volta da molti anni in qua – a partire dal collettivo di fabbrica GKN –  si è usciti da una logica puramente difensiva, di una lotta semplicemente finalizzata a salvare quei posti di lavoro, per dire che quello che è in gioco, invece, è proprio l’idea di lavoro e di società che si tratta di realizzare.

“Insorgiamo” non è stata solo una felice parola d’ordine, ma il rendere evidente che si tratta di rovesciare un intero paradigma per cui la finanza e la globalizzazione sono eventi immodificabili, quasi ‘naturali’ e che non c’è alternativa se non rassegnarsi ad essi e limitare le perdite.

E’ su questa base che si è messa in campo una vera mobilitazione di popolo, quella che ha attraversato Firenze il 18 settembre con più di 20.000 manifestanti, con la gran parte della città raccolta attorno ai lavoratori.
E’ un messaggio forte di speranza, in primo luogo per altre lavoratrici e lavoratori impegnati in difficili vertenze originate da crisi e ristrutturazioni.

Ho in mente la vicenda che origina da Alitalia, dove la nuova azienda ITA (di proprietà pubblica e le cui scelte sono quindi direttamente imputabili al Ministero dell’Economia e al governo) che sta procedendo con una ferocia non seconda a quella di GKN.
Quasi una provocazione: si apre la selezione di quelli che dovrebbero essere i 2800 occupati di ITA, senza guardare a quanti facevano parte dell’organico di Alitalia, ma esaminando i curricula degli oltre 20.000 che ne hanno fatto richiesta. Con l’intento, peraltro, di uscire dal contratto nazionale e dagli accordi aziendali, imponendo un ‘regolamento unilaterale, che prevede anche l’abbassamento del 40% dei salari previsti in Alitalia.

Siamo, insomma, di fronte ad un tema generale e che si tratta di affrontarlo con intelligenza e determinazione, sapendo che non sarà né un’impresa facile né di breve durata. Ma che, proprio per questo, chiede a tutte e tutti  di spendersi e di partecipare, non come spettatori inerti, bensì come protagonisti attivi.

felicità buona scuola

Oggi due buone notizie

Le belle notizie sono rare. Non so bene il perché – ho solo qualche sospetto – ma fare un giornale significa raccontare tutti i giorni brutte notizie.

E non si può dare tutta la colpa al XXI Secolo, alla globalizzazione o al riscaldamento globale. Quando il capitalismo non aveva ancora il turbo e il liberismo non aveva bisogno di preporre il neo, c’erano sempre sfruttamento, profughi e femminicidi.

Due bruttissime notizie anche nelle ultime settimane, giorni, ore (questo quotidiano ne ha scritto ampiamente)

Uno. La GKN Driveline di Campi Bisenzio (e altre aziende furbette hanno seguito il suo esempio) avvia la procedura di licenziamento via email di tutti i suoi 422 lavoratori, con l’unico scopo di delocalizzare la produzione.

Due. Il preside di un istituto scolastico di Ferrara, intitolato a Giorgio Perlasca, mette sui social la foto del cancello d’ingresso ad  Auschwitz, parafrasando la tristemente celebre scritta “Arbeit macht frei” con “Il Greenpass rende liberi”.

Oggi è il 20 settembre. Domani sicuramente ricomincerà la pioggia di cattive nuove, ma com’è bello per un giorno scrivere 2 buone  notizie.

Uno. Il Tribunale Ordinario di Firenze – Sezione Lavoro, con Sentenza 1685/2021 ha accolto il ricorso presentato dalla Fiom Cgil di Firenze, dichiarando nullo il procedimento di licenziamento collettivo della azienda GKN. Per ora non si licenzia nessuno. Tutto da rifare, e la lotta va avanti.

Due. Il procedimento disciplinare presso il Ministero dell’Istruzione si è concluso con la sospensione del preside Stefano Gargioni.

Per ora, passo e chiudo. “Domani è un altro giorno”.

UN GRUPPO DI FERRARESI: SIAMO PREOCCUPATI
“Sindaco e Vicesindaco non rispettano le sentenze e la Costituzione”

Brucia al  Sindaco Alan Fabbri la sentenza del Tribunale di Ferrara sui buoni spesa.
Il  Tribunale, infatti, qualche giorno fa aveva bocciato la delibera approvata dal Comune di Ferrara  in “condotta discriminatoria”, ordinando all’amministrazione stessa di riformulare i criteri dell’atto. La decisione era arrivata dopo che ASGI (Associazione degli Studi Giuridici sull’Immigrazione) e i sindacati avevano presentato ricorso contro l’atto della Giunta guidata da Alan Fabbri. Il principio adottato dal Tribunale era stato che “l’assistenza e la solidarietà sociale devono essere riconosciute non solo al cittadino, ma anche allo straniero”. Il Giudice Mauro Martinelli nella sua ordinanza aveva rilevato che i criteri contenuti nella delibera della Giunta ferrarese sono discriminatori perché “contengono, per gli stranieri extra UE, il requisito del permesso di soggiorno Ce per soggiornanti di lungo periodo, anziché i soli requisiti relativi alla condizione di disagio economico e alla domiciliazione nel territorio comunale”.
A fronte di questa ordinanza, cosa fa il sindaco Alan Fabbri? Oltre a dare mandato ai suoi uffici legali per presentare reclamo, attacca i sindacati.  

Nel giro di pochi giorni, il Vicesindaco Nicola Lodi e il Sindaco Alan Fabbri si sono scagliati in modo scomposto  contro i rappresentanti di alcuni importanti poteri dello Stato: il Prefetto e il Tribunale. Ha dichiarato il Sindaco Fabbri: “Non prendo lezioni di politica dai sindacalisti”. Forse entrambi dovrebbero prendere lezioni di Diritto Costituzionale per imparare come funziona uno Stato di diritto e conoscere cosa prescrive la Costituzione che così recita all’art. 2:   “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo…”.
E tra questi diritti, come è scritto nella sentenza del Tribunale, c’è prima di tutto il diritto all’alimentazione. Inoltre, è volgare e rozzo l’attacco  personale che il Sindaco porta al segretario della Cgil Zagatti al quale esprimiamo la nostra solidarietà.
In queste giornate le due anime della Lega ferrarese, rappresentate da Lodi e da Fabbri, hanno ritrovato l’unità. Ed è unità su alcuni fondamentali che caratterizzano la Lega fin dalle sue origini: arroganza,  disprezzo per i valori fondanti della nostra Costituzione, ovvero solidarietà e giustizia sociale.
Siamo preoccupati e proponiamo alla attenzione critica della cittadinanza uno stile di governo che in diversi ambiti si sta muovendo con spirito di divisione, discriminazione, non riconoscimento del pluralismo che caratterizza la vita associativa, politica, culturale e istituzionale della città.
P.S.
Molti lettori hanno chiesto come aderire all’appello. Per farlo, scrivere direttamente a: fiorenzobaratelli28@gmail.com

    Seguono 328 firme:

  1. Aguiari Francesco
  2. Ajmone Alberto
  3. Albano Laura
  4. Alberghini Marianna
  5. Alessandrini Nicola
  6. Alvisi Angela
  7. Andreatti Giuliana
  8. Angelini Gianni
  9. Antonelli Massimo
  10. Ardizzoni Luigi
  11. Arnoffi Sandro
  12. Atik Adam
  13. Atti Raffaele
  14. Aurora Margherita
  15. Babetto Mary
  16. Balestra Adriana
  17. Baraldi  Lorenzo
  18. Baratelli Chiara
  19. Baratelli Fiorenzo
  20. Barattoni Andrea
  21. Barattoni Massimiliano
  22. Baroni Adele
  23. Baroni Egidio
  24. Baroni Giorgio
  25. Bassi Paolo
  26. Battara Andrea
  27. Beccati Carlo Alberto
  28. Belcastro Salvatore
  29. Benazzi Nadia
  30. Benini Annalisa
  31. Benfenati Gloria
  32. Benvenuti Chiara
  33. Benvenuti Marilena
  34. Bernardini Franca
  35. Bersanetti Fabio
  36. Bersanetti Renata
  37. Bertacchini Olga
  38. Bertasi Elisa
  39. Bertocchi Gabriella
  40. Bertoni Laura
  41. Bianchi Pietro
  42. Bigoni Giuseppe
  43. Biolcati Rinaldi Andrea
  44. Bittolo Piero
  45. Boarini Milvia
  46. Bolognesi Dino
  47. Bonazza Daniela
  48. Bonazza Dino
  49. Bondi Loredana
  50. Bonfa’ Livia
  51. Bonini Paola
  52. Bonora Emanuela
  53. Bonora Fabrizio
  54. Bordini Maria
  55. Borghi Andrea
  56. Bottoni Daniele
  57. Bregola Irene
  58. Bruni Maurizio
  59. Bulgarello Nausicaa
  60. Buratti Narcella
  61. Buono De Andrade Rosangela
  62. Buzzoni Massimo
  63. Cagnoni Guido
  64. Calabrese Maria
  65. Caleffi Simonetta
  66. Callegari Vincenzo
  67. Cambioli David
  68. Campilli Alberto
  69. Cappagli Daniela
  70. Capra Lucetta
  71. Capucci Roberta
  72. Carantoni Cinzia
  73. Cardinali Sandro
  74. Cariani Daniela
  75. Casarini Roberto
  76. Castelli Lucia
  77. Cassoli Roberto
  78. Cattani  Luigi
  79. Cavallari Patrizia
  80. Caveduri  Gabriele
  81. Cavicchi Emanuela
  82. Cazzola Franco
  83. Cavallini Nicola
  84. Cecchi Luciano
  85. Celati Barbara
  86. Celeghini Gino
  87. Chendi Arianna
  88. Chiappini Alessandra
  89. Chiari Alessandro
  90. Chinelli Agnese
  91. Cia Caterina
  92. Civolani Daniele
  93. Cocchi Luigi
  94. Cocchi Paola
  95. Coghi Marco
  96. Cori Maria Grazia
  97. Cossutta Gianna
  98. Costantini Irma
  99. Crepaldi Gianpaolo
  100. Cristofori Roberta
  101. Cuoghi Tito
  102. D’Antonio Umberto
  103. Dalla Muta Graziano
  104. Dallaporta Stefano
  105. Dal Passo Sabrina
  106. Damigiano Carmelo
  107. De Iure Jorge
  108. De Marchi Mauro
  109. De Palo  Roberto
  110. Diolaiti Barbara
  111. Ducati Rosanna
  112. Dugoni Gabriella
  113. Eliot Robert
  114. Gallesini Isabella
  115. Galletti Ivan
  116. Gallinelli Franco
  117. Gallini Giuliano
  118. Gamberoni Valeria
  119. Gambetti Michele
  120. Gambi Silvano
  121. Gasparini Marco
  122. Gavioli Odilia
  123. Gennaro Cristina
  124. Gessi Sergio
  125. Ghetti Ivan
  126. Gianisella Gianna
  127. Giberti Stefano
  128. Giorgi Dario
  129. Giovannoni Beatrice
  130. Giuriola Luciano
  131. Golinelli Anna
  132. Golinelli Piergiorgio
  133. Golinelli Sergio
  134. Gozzolino Marco
  135. Grandi Enrico
  136. Grassi Leonardo
  137. Grossi Alessandro
  138. Gualandi Cristina.
  139. Gull Carola
  140. Guidarelli Guido
  141. Guidetti Ivano
  142. Guidi Simonetta
  143. Guietti Giuliano
  144. Guizzardi Sandro
  145. Guzzinati Alberto
  146. Fabbri Naty
  147. Fabbri Natasha
  148. Fabbri Stefania
  149. Faccini Anna
  150. Faggioli Lucia
  151. Fantoni Manuela
  152. Fatoum Malek
  153. Farina Carla
  154. Farina Luciano
  155. Farina Paola
  156. Ferranti Eleonora
  157. Ferrigato Cristina
  158. Ferioli Maurizio
  159. Ferruzzi Annalisa
  160. Farone Anna
  161. Felloni Daniela
  162. Ferranti Davide
  163. Ferraresi Daniele
  164. Finotti Luca
  165. Fioranelli Cinzia
  166. Fiorentini Leonardo
  167. Folletti Marcello
  168. Franchi Maura
  169. Frigerio Friz
  170. Fusari Roberta
  171. Haardt Spaeth Lisei
  172. Lavezzi Francesco
  173. Leonardi Gioacchino
  174. Levorato Chiara
  175. Lhomy Nora Raquel
  176. Libanori Daniela
  177. Lodi Daniele
  178. Lodi Giancarlo
  179. Lodi Giuliano
  180. Lugli Daniele
  181. Lugli Brunella
  182. Macinenti Roberto
  183. Malago’ Silvia
  184. Malservisi Silvia
  185. Mambriani Paola
  186. Mandini Stefania
  187. Manfredini Mauro
  188. Manfredini Monica
  189. Mangolini Fabio
  190. Mangolini Mara
  191. Mangolini Norberto
  192. Mantovani Aurora
  193. Mantovani Carla
  194. Mantovani Valerio
  195. Manzoli Silvia
  196. Maran Felice
  197. Marini Lara
  198. Marino Beniamino
  199. Martini Stefano
  200. Marzola Luca
  201. Marzola Roberto
  202. Marzola Sara
  203. Marchi Marzia
  204. Marchiano’ Giovanna
  205. Marmocchi Gloria
  206. Mascellani Mario
  207. Mazzini Sergio
  208. Menarini Loris
  209. Mazzetti Corinna
  210. Melloni Leonardo
  211. Melloni Francesca
  212. Merli Irene
  213. Messina Stella
  214. Mezzogori Andrea
  215. Micheli Mirco
  216. Milani Valeria
  217. Mirella Nicoletta
  218. Modeni Maurizia
  219. Mohammad Shahzeb
  220. Mondini Maria Grazia
  221. Morelli Roberta
  222. Mosca Gil
  223. Muntoni Alessandra
  224. Nannini Fabrizio
  225. Nannini Fiorenza
  226. Nascosi Laura
  227. Novelli Bruna
  228. Occhi Marcello
  229. Oddi Corrado
  230. Paganini Samuel
  231. Pagnoni Cinzia
  232. Pallara Lorenzo
  233. Pallara Loreta
  234. Pallara Paolo
  235. Paolucci Vittorio
  236. Parenti Maria Rosa
  237. Pareschi Sandra
  238. Patrizi Renata
  239. Pavani Anna
  240. Pavanelli Lina
  241. Peca  Maria Debora
  242. Pedroni Marino
  243. Perelli Elvio
  244. Perin Gino
  245. Peverati Carolina
  246. Peverin Paola
  247. Piccolo Maddalena
  248. Pietrogrande Margherita
  249. Piola Graziella
  250. Pirani Bruni Fiorella
  251. Pirazzini Paolo
  252. Pocaterra Claudia
  253. Pollina Alessandra
  254. Ponti Susanna
  255. Poser Michela
  256. Poverin Paola
  257. Prati Maura
  258. Presini Mauro
  259. Prevali Renzo
  260. Previati Giovanna
  261. Pusinanti Cinzia
  262. Ranzani Andrea
  263. Ravani Anna
  264. Ravani Maurizio
  265. Renga  Simonetta
  266. Ricitiello Sonia
  267. Righetti Giuseppina
  268. Rizzati Roberta
  269. Rodia Giuseppe
  270. Romagnoli Maria Chiara
  271. Rossi Francesco
  272. Rotola Carmela
  273. Roversi Milva
  274. Sacchi Luciano
  275. Salmi Fabrizio
  276. Santimone Alfonso
  277. Saponaro Irene
  278. Satta Grazia
  279. Scalabrino Sasso Giorgio
  280. Scardovelli Rita
  281. Scarpa Grazia Carla
  282. Scavo Savina
  283. Schiavi Daniela
  284. Schiavina Claretta
  285. Sitta Valeria
  286. Sivieri Annamaria
  287. Somma Alessandro
  288. Sorrentino Ugo
  289. Spisani Claudia
  290. Squarzoni Maria Cristina
  291. Stabellini Gianna
  292. Stancari Francesco
  293. Stefani Franco
  294. Stefani Piero
  295. Stefanini Milena
  296. Strozzi Veleda
  297. Tagliati Oreliano
  298. Tassinati Cardin Marisa
  299. Tassinari Chiara
  300. Tassinati Emanuele
  301. Tinarelli  Alberto
  302. Tortora Luca
  303. Trondoli Adriana
  304. Tunioli Tiziana
  305. Turati Rita
  306. Turchi Marco
  307. Valenti Graziana
  308. Varjas Andrea
  309. Vecchiattini Morena
  310. Vecchio Silvana
  311. Ventimiglia Lorenza
  312. Venturi Ivana
  313. Verri Roberta
  314. Vinci Francesco
  315. Vita Finzi Rita
  316. Venturi Gianni
  317. Valente Alfredo
  318. Vincenzi Franco
  319. Vinci Antonio
  320. Vona Vincenzo
  321. Ursino Gabriella
  322. Zaccaria Nino
  323. Zamorani Mario
  324. Zanardi Paola
  325. Zanetti Loredana
  326. Zanirato Massimo
  327. Zanotti Claudia
  328. Zucchini Maurizio
carife

Sentenza della Cassazione su azionisti azzerati: sono ‘consumatori’ e possono fare causa nella propria città

Da: avvocato Giovanni Franchi

Sentenza di Cassazione fondamentale per gli azionisti azzerati di Cassa di Risparmio di Ferrara, Veneto Banca, Banca Popolare di Vicenza, Banca Etruria, Carichieti, Banca Marche , Banca popolare di Bari. Franchi: “Salvo uno dei diritti fondamentali del consumatore/risparmiatore anche quando diviene socio-azionista di una banca tramite una transazione finanziaria: fare causa nel tribunale della propria città. Se fosse stato competente il Tribunale delle Imprese, che è organo collegiale, non sarebbe stato più possibile utilizzare il procedimento abbreviato”.

La sentenza di Cassazione n°8738/17 farà molto parlare di sé e tutti i risparmiatori che hanno acquistato azioni da Carife, Veneto Banca, Banca Popolare di Vicenza, Banca Etruria, Carichieti, Banca Marche , Banca popolare di Bari – per citare i casi più recenti – debbono moltissimo a una piccola, coraggiosa risparmiatrice.

I fatti: alla richiesta posta al Tribunale di Ferrara di dichiarare nulla la transazione finanziaria originata dall’acquisto di azioni Carife per meno di 10.000 euro per due violazioni dell’art 23 TUF e altre irregolarità, il Tribunale dichiarava la propria incompetenza a decidere la causa, indicando come sede competente la Sezione specializzata in materia di impresa del Tribunale di Bologna. E condannando la piccola risparmiatrice al pagamento di 1500 euro di spese legali per aver proposto l’azione a un foro incompetente a deciderne la causa.

La risparmiatrice – che non arrendendosi ha ottenuto questa storica pronuncia- è indubitabilmente una consumatrice, a norma dell’Art.3 Codice del Consumo, in quanto persona fisica che, acquistando le azioni, ha agito per scopi estranei all’attività solitamente da lei esercitata.

Perciò l’indirizzo espresso dal Tribunale di Ferrara di indicare competenti le Sezioni Specializzate si sarebbe fatalmente scontrata con il diritto dei consumatori ad avere come sede esclusiva e inderogabile del foro del consumatore, vale a dire il Tribunale della città di residenza o, a loro scelta, dove ha sede l’Istituto che è stato intermediario della transazione finanziaria quello della Sede e gli acquirenti di azioni correvano il rischio, senza precedenti di dover rivolgersi per avere giustizia alle Sezione specializzata in materia di impresa, sovraccariche di controversie e situate, in relazione alle Corti d’Appello, nei capoluoghi regionali.

“Deriva da questa sentenza – dichiara l’avvocato Giovanni Franchi di Parma- che l’acquisto di azioni basata su contratto di intermediazione, è sempre soggetto al Foro del consumatore, il che significa che è salvo a tutti gli effetti il principio che permette ai risparmiatori di fare causa nella città dove risiedono o dove ha sede l’Istituto che è stato intermediario della transazione finanziaria. Altra cosa fondamentale: se fosse stato competente il Tribunale delle Imprese, che è organo collegiale, non sarebbe stato più possibile utilizzare il procedimento abbreviato ( vale a dire più veloce) come quello disciplinato dall’art. il 702bis CPC, che presuppone un giudice unico e non un collegio giudicante. E questo, unito al sovraccarico di cause in essere presso questi Collegi, avrebbe comportato tempi lunghissimi per l’ottenimento di una sentenza.
Sentenza che – ora questa pronuncia della Suprema Corte l’ha reso chiaro- rischiava di essere poi impugnata dalla controparte per incompetenza funzionale del Foro che l’ha emessa. Un rischio che corrono coloro che, senza aver atteso gli esiti di questo ricorso in Cassazione, abbiano nel frattempo indirizzato i risparmiatori azionisti a eleggere il Tribunale delle Imprese come foro giudicante per le loro cause”.

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LA NOTA
Quella morte ingiusta che ha cambiato Ferrara

Sulla Darsena del Po di Volano sfreccia un motoscafo, la scia si perde verso gli argini. Seguono due canoe dal ritmo sostenuto. Supero il ponte e sono in via Bologna. È sabato, sono le quattro del pomeriggio. Ho la bici, la macchina fotografica, ma non il taccuino.
È un sole che divide tutto il mondo in due singole parti, quello che ho sulla testa: esistono l’ombra e la luce. Oggi so benissimo dove sono diretto, sono partito in bici consapevole della strada che avrei percorso. Svolto in via Ippodromo. Dopo qualche metro, la strada è chiusa e ha inizio un parco alberato con delle panchine di legno. L’erba è stata tagliata da poco e l’odore si infila nelle narici. Ai lati della strada si ergono dei caseggiati. La costruzione più vistosa è proprio la sede dell’Ippodromo. Dall’esterno il muro di cinta ricorda vagamente un lager nazista, uno di quei campi di concentramento mostrati tante volte in tv. Fermo un’auto. La ragazza alla guida dice che all’interno ci sono i preparativi per una festa, lei è venuta a cucinare per oltre trecento persone.

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Lapide davanti all’ippodromo, in memoria di Federico Aldrovandi (foto di Sandro Abruzzese)

Giro ancora un po’ lo sguardo, quando all’improvviso riconosco, al fianco sinistro dell’ingresso principale dell’Ippodromo, quello che cercavo quando sono uscito di casa questo pomeriggio: un rovo di spine e rose, una sciarpa della Spal, la lapide e la foto di Aldro. Eccolo! Qui è morto Federico Aldrovandi, all’alba del 25 settembre duemilacinque, dieci anni fa. È morto in seguito a una colluttazione con degli agenti della Polizia di Stato, “un ragazzo ucciso da quattro individui con una divisa addosso”, ha scritto a proposito Lino Aldrovandi, il padre di Federico. Ho in mente questo luogo e rivedo il corpo di Federico tumefatto, sdraiato supino sull’asfalto, con le braccia allargate che disegnano una croce, così come lo ha mostrato Filippo Vendemmiati nel suo bel documentario, “È stato morto un ragazzo”.
Rivedo Federico e vado a cercare le parole scritte dal giudice Caruso nell’introduzione alle motivazioni della sentenza: “Tanti giovani studenti, ben educati, di buona famiglia, incensurati e di regolare condotta, con i problemi esistenziali che caratterizzano i diciottenni di tutte le epoche, possono morire a quell’età. Pochissimi, o forse nessuno, muore nelle circostanze nelle quali muore Federico Aldrovandi: all’alba, in un parco cittadino, dopo uno scontro fisico violento con quattro agenti di polizia, senza alcuna effettiva ragione”.
Quanto può essere profondo il dolore di una padre e di una madre? Quello che più fa male forse è sapere di non poter esserci sempre. Sapere che quando metti al mondo un bambino e lo curi affinché sia pronto alla vita, nonostante tutti i tuoi sforzi, arriverà il giorno in cui sarà solo. Ha fatto in tempo a svelare la verità, Federico. Il suo cuore ha parlato per lui dopo la morte. Ci sono volute le indagini, certo. Ci è voluto il coraggio di Lino e Patrizia. Poi quel fotogramma che ha evidenziato l’ematoma sul cuore. È stato il corpo di Federico a non tacere, a testimoniare che le percosse sono state letali.
Sono passati dieci anni dalla sua morte e posso dire che da allora Ferrara, almeno ai miei occhi, non è stata più la stessa. Questa città sorniona, la sua tranquillità apparente ha fatto da contraltare al dramma. È come se Ferrara e la sua pacatezza avessero acuito il dolore per l’accaduto. La città è lì a stendere il suo velo d’amarezza e dire che non era affatto necessario, che questa è una città di provincia dove non dovrebbe succedere mai nulla del genere. Purtroppo è accaduto. Federico è rimasto solo troppo presto, è accaduto in via Ippodromo, sullo stesso selciato che sto calpestando in questo momento. La sua è una di quelle morti ingiuste che rendono la vita stessa intollerabile e il suo prosieguo un’enorme distesa di recriminazioni. C’è qualcosa di profondamente irrazionale nel nostro modo di intendere la vita. Mi riferisco all’incapacità di riconoscerci nel prossimo. Tutto nasce da questa ignobile malattia, da questa perdita di memoria e coscienza che è il nostro vero peccato originale.
Ecco, Federico è qui a ricordare questa amnesia. A ricordare il dolore di un padre e di una madre che deve essere il nostro, anche se questo non riuscirà a lenire alcuna ferita.

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L’OPINIONE
Vergogna: parola abusata che per l’Eternit riacquista il suo significato etico

Il nodo ti prende alla gola. “Al magòn”, come si dice nella nostra lingua materna. E assieme a questa sensazione di scoramento e di vuoto il senso di una colpa, di una grave colpa, che sovrasta un popolo che non ha saputo trovare la sua auspicata, cercata, invocata unità nazionale.
Fatti apparentemente inauditi ci martellano, ci sconvolgono. Fatti a cui non si sa dare un senso: il cerimoniale mafioso dei “santisti” sfacciatamente esibito, non nel paesino nascosto di qualche landa meridionale ma nell’altezzoso Nord dove al giuramento in cui s’invoca la luna e la notte, i santi e la connivenza fino alla morte, si mescola il ricordo di coloro che un tempo “fecero l’Italia”, gli eroi laici del pensiero nazionale.
E ancora. L’impunità del volere mafioso che nel processo in cui si giudica la persecuzione portata a Roberto Saviano e alle sue denunce, assolve “in punta di legge” il mafioso e si condanna l’avvocato.
Infine, la sentenza che assolve il/i responsabili della malefica “polvere bianca” (non la droga ma ciò che è peggio della droga, il veleno dell’amianto) che ha distrutto famiglie, persone innocenti, paesi: come una nuova e inaudita pestilenza.
Cerco una spiegazione ma non la trovo, se non una traccia, nell’accorato commento che Gad Lerner pubblica su La Repubblica: che la via per il miliardario svizzero fosse anche agevolata dal sistema giuridico italiano era ben chiara. Così, scrive Lerner: “Ci ha pensato la Cassazione, infine. I calcoli di Schimidheiny sulla malagiustizia italiana erano ben riposti. La legge del più forte ha prevalso sulla sofferenza di una comunità civile che per anni ha continuato a inalare le fibre cancerogene del suo Eternit.”
Questo nome minaccioso che rimanda a un’eternità di distruzione e di dolore…
Allora vengono in mente le parole sul garantismo, sul giudizio che può cambiare e sulla necessità di affidarsi per la definitiva assoluzione o condanna al terzo grado. E ci domandiamo “immagonati” come siamo, “Può la ragione prevalere sul sentimento?”, “Può la legge, pur applicata con rigore, trascurare la voce o meglio l’urlo di chi ha perso affetti e persone care. La prescrizione al posto dell’evidenza del male non combattuto ma assolto?”. Possono le regole imporsi sulla umanità?

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Cave nel Parco delle Alpi Apuane

La tristezza di questa ormai copiosa serie di sconfitte sul piano etico viene alleviata da un pensiero alto che s’incarna, si diceva una volta, in un “aureo” libretto scritto da Paolo Maddalena, vice presidente emerito della Corte Costituzionale “Il territorio bene comune degli italiani”, introduzione di Salvatore Settis (Donzelli editore, 2014). Maddalena ha tenuto un’appassionata conferenza introduttiva (e basta col termine “lectio magistralis” talmente abusata da non significare più nulla) al conferimento del premio Bassani istituito da Italia Nostra che si è svolto a Ferrara pochi giorni orsono e che ha dichiarato vincitori un giornalista di vaglia come Francesco Erbani e un giovane economista, Luca Martinelli, che si è impegnato a portare la sua esperienza specifica nel denunciare lo scempio delle Alpi Apuane o i tristi contraccolpi sul paesaggio nella costruzione dell’autostrada Mestre-Orte. Ai due vincitori a cui s’affiancano gli altri valorosi difensori di ciò che Maddalena sottolinea già dal titolo del “Territorio bene comune degli italiani” e che vinsero le passate edizioni del premio: Antonio Mazzeo e Tomaso Montanari andrebbe di nuovo rivolta la domanda. Può il diritto in nome delle regole, mandare liberi chi si è reso colpevole non solo della morte di tante persone ma dell’avvelenamento di un paese quale Casale Monferrato?

La rigorosa disamina condotta da Maddalena vuole mettere in evidenza che il territorio italiano è non dei privati o tantomeno dei politici che governano (o dovrebbero governare) in nome del “popolo sovrano” bensì degli italiani.
Ma gli italiani si rendono conto del grandissimo privilegio-onere che dà loro la Costituzione italiana, oppure si comportano come “itagliani”? Ancora una volta “un volgo disperso che nome non ha”. Purtroppo.

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Condanna e forza delle parole

La più ingiusta tra le sentenze emesse in questo infelice Paese è quella che ha assolto i pregiudicati responsabili delle minacce allo scrittore Roberto Saviano, Iovine e Bidognetti, ed ha condannato il loro avvocato per minacce mafiose. Come è possibile una tale aberrazione? Lo stesso scrittore, in un primo momento, sembrava se non soddisfatto, perlomeno sollevato di un atto di giustizia che poteva permettergli di esclamare “sono guappi di cartone”. Ma l’assurdità della sentenza veniva di lì a poco immediatamente riscontrata dallo scrittore. Come è possibile che chi si fa interprete di un pensiero e pronuncia quelle parole-minacce possa, senza l’assenso di chi lo ha assunto, poterle dire? Male ha quindi fatto l’Associazione nazionale Magistrati di Napoli a esprimere “amarezza e sconcerto” per le ulteriori parole di Saviano che hanno così sferzato la decisione dei giudici: “una cosa all’italiana, a metà, senza coraggio”. Questo processo, d’altronde, si fonda e si basa sulla forza della parola, sulla sua possibilità di documentare la verità (o la menzogna), anche al prezzo che si paga per avere pronunciato-scritto certe parole. Saviano ha affondato l’arma acuminata della parola (e della parola che più contiene un alto tasso di verità, quella d’autore) nel marcio degli affari mafiosi e, a forza di parole, ne ha rivelato l’aspetto terribile e oscuro della declinazione delittuosa di quegli affari. Se dunque la parola ha svelato l’inganno e il delitto, come contrappeso ha richiesto la perdita di libertà di chi le ha usate condannando lo scrittore a una prigionia molto peggiore di quella che i boss scontano in carcere: quella che si concretizza nella perdita della libertà di movimento, condizionata dalla sorveglianza a cui Saviano è sottoposto per avere salva la vita o perlomeno per sopportare quella condanna che le sue parole hanno provocato e che i mafiosi temono più di ogni altra cosa. Non c’è successo, agiatezza economica, autorevolezza mondiale che possa compensare quella ossessiva e ossessionante prigionia virtuale. La forza delle parole rimane dunque terribile (o consolatoria) anche nell’era delle più sofisticate versioni mediatiche dell’espressione umana. Una condanna terribile di fronte alla quale appare sconcertante il lamento dell’Associazione nazionale Magistrati di Napoli che trova nel commento dello scrittore una induzione a consolidare quel sentimento diffuso di sfiducia dei cittadini verso le istituzioni, soprattutto verso i magistrati.

Forse tacere era meglio.

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Copertina del romanzo di Amos Oz, “Giuda”

Questa riflessione si accompagna alla lettura di uno dei libri più affascinanti che mi sia capitato di leggere, “Giuda” di Amos Oz, uscito quest’anno e immediatamente tradotto in italiano presso Feltrinelli dalla grande Elena Loewenthal. Si conosce da tempo la grandezza dello scrittore e la sua inquieta e complessa vicenda di israeliano che capisce e condivide le ragioni dei palestinesi o del mondo arabo. Questo romanzo, claustrofobico come possono essere le prigioni erette dalle parole, narra le vicende di un giovane studioso che vuole interpretare la figura di Cristo dal punto di vista dell’ebraismo e di capire quella di Giuda, che per Shemuel il venticinquenne protagonista, si concretizza tra sogno e realtà come colui che ha tradito il Cristo per troppo amore. Nella foresta di simboli costruita dalle parole che irretiscono personaggi e lettori, si staglia la città-simbolo della nostra coscienza umana, Gerusalemme, ed ecco apparire come una disperata consolazione la città delle città, il cuore che pulsa alimentato dal sangue di diverse religioni. Oz affida alla magia delle parole, alla consolazione delle parole, la descrizione della luna, l’astro sanguigno che illude e rivela: “Non so se amo Gerusalemme o la soffro soltanto, Ma quando sto via per più di due o tre settimane comincia ad apparirmi in sogno, e sempre al chiaro di luna”, dice Atalia la matura donna che turba i sogni di Shemuel. Ed ecco apparire la luna che rivela nella sua luce la prigione in cui si proietta l’ombra di Gerusalemme: “… la luna spuntò improvvisamente sopra i tetti di tegole, era rossa ed enorme, come un sole impazzito che torna dal buio e fa irruzione nella notte, contro ogni legge di natura,” Una luna che “versava da lassù un pallore scheletrico che sbiancava i muri di pietra delle case” E la luna che in ebraico “si chiama levanah, bianca” (p. 137) frattanto perde il suo colore di sangue “era salita sopra le mura del museo Bezalel e illuminava tutta la città di un chiarore spettrale, diafano”.

“Che fai tu luna in ciel, dimmi, che fai/ silenziosa luna? “ Dolce e chiara è la notte e senza vento, / e queta sovra i tetti e in mezzo agli orti posa la luna, e di lontan rivela / serena ogni montagna”. Quasi un secolo e mezzo prima, Giacomo si era posto le stesse domande che Shemuel non sa né vuole esprimere: prigioniero delle parole.

Nel romanzo si discute il concetto di amore universale con un ragionamento terribile che solo la forza del sillogismo sa rendere concepibile. Al suo primo incontro con il vecchio intellettuale a cui Shemuel dovrà fare da badante intellettuale, questi sta parlando al telefono con un suo amico ed ecco che mentre scruta l’aspetto del giovane, Gershom Wald dice! “[…] anche se in fondo in fondo la diffidenza, la mania di persecuzione e financo l’odio per tutto il genere umano sono delitti molto meno gravi dell’amore per tutto il genere umano: l’amore per il genere umano ha un sapore antico di fiumi di sangue”. Esso trascina “i paladini della redenzione del mondo, che in ogni generazione ci sono piombati addosso per salvarci senza che ci fosse modo di salvarsi da loro.”

“ Che non potrebbero fare le persone come noi se non discorrere?”

Di nuovo la forza della parola e la sua condanna: difendersi e capire cos’è l’amore del mondo presso i fanatici delle religioni. Opporglisi con la forza delle parole. E come si sa i mafiosi di ogni paese si rivolgono a una religione snaturata che uccide in nome dell’amore.

Come i mafiosi che vengono scagionati, come l’amore predicato tra i fanatici di diverse religioni, come Gerusalemme contesa e illuminata dalla luna.

Forza delle parole. Condanna delle parole.

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L’OPINIONE
La sentenza dell’Aquila/1 Il pro: dagli all’untore

Il Gran Magro, personaggio del romanzo di Gesualdo Bufalino “Diceria dell’untore”, ammetteva paradossalmente l’esistenza di Dio affermando che “non c’è colpa senza colpevole”. E quando il colpevole non si trova o non esiste proprio capita spesso che se ne inventi uno, scelto a caso fra i nemici della comunità, meglio se esterni ad essa. Gli untori, appunto. Come se la presenza di un colpevole esorcizzasse la paura ancestrale di una maledizione divina oppure, al contrario, potesse garantire l’indispensabile capro espiatorio per placare le divinità irate. Perché gli uomini non sopportano l’idea che il loro destino possa essere governato dal caso (il caos primigenio, di cui è fortuito anagramma), al punto che hanno preferito sottomettersi agli dei, accettandone le bizzarrie, pur di evitarlo.
Così per secoli, prima dei lumi, ha funzionato la giustizia: per garantire alla plebe inquieta e spaurita che un colpevole era stato individuato, messo nella condizione di non nuocere, giustamente punito e che nulla c’era quindi più da temere. Migliaia di poveri negromanti, apostati, streghe, satanisti sono stati crudelmente immolati per soddisfare questo bisogno irrazionale di sicurezza. Tempi remoti e bui, ignoranza e superstizione per fortuna passate, dirà qualcuno. Purtroppo, dovremmo accorgercene aprendo i giornali ogni mattina, anche mille anni sono troppo pochi per cambiare nel profondo l’animo umano, che, nei momenti più acuti di crisi e di incertezza, tende inesorabilmente a manifestare impellenti esigenze di rassicurazione, esprimendo la medesima sostanziale indifferenza sul modo in cui vengono soddisfatte. Oggi il rogo da fisico è diventato mediatico o, semmai, giudiziario, ma sempre un rogo rimane.
La sentenza di primo grado al processo de L’Aquila, che condannava la commissione Grandi Rischi perché rea di non aver previsto il terremoto nonostante i presunti segnali premonitori, mi è sempre sembrata una decisione pesantemente inquinata dall’emotività e funzionale allo scopo di placare una comunità attonita e smarrita, che aveva bisogno di colpevoli per darsi una ragione di un evento altrimenti inesplicabile. Non che in quella tragedia di colpe a cui fosse possibile associare un nome ed un cognome non ce ne siano, a cominciare da chi ha costruito senza rispettare le regole o da chi non ha vigilato abbastanza per dolo o per ignavia, ma ciononostante molti preferirono fare propria l’idea che l’imprevedibile potesse essere in realtà previsto e che questo non avvenne per colpa specifica di chi non colse i segni che erano stati inviati. Questa interpretazione, che contrasta platealmente con quanto affermano unanimemente gli scienziati a livello mondiale, esclude tuttavia la comunità colpita da ogni possibile responsabilità, in quanto chi aveva sbagliato non ne faceva parte, mentre lo stesso non si può dire per gli esponenti politici e i tecnici comunali che non avevano vigilato o per gli imprenditori che avevano mal costruito. Significativa a tale proposito l’affermazione del procuratore generale riportata dalla stampa, che per rispondere a chi lo accusava di voler “processare la scienza” afferma: “Non un processo a degli scienziati, ma a dei ‘funzionari dello Stato’ per non aver analizzato correttamente tutti i rischi di quei giorni. Non dolo ma omicidio e lesioni colpose”. Come se, oltretutto, la ricognizione dello status giuridico degli imputati sia rilevante ai fini di ciò che può o non può essere previsto.
Con la sentenza d’appello, almeno così a me pare, viene ristabilita una interpretazione razionale dei fatti e cade per intero l’accusa ai tecnici di non aver saputo prevedere il sisma, mentre rimane in piedi quella alla protezione civile per non essersi almeno precauzionalmente allertata. Dispiace che negli oltre cinque anni trascorsi dal 6 aprile 2009 molte persone avessero ormai interiorizzato come causa principale dei lutti provocati dal sisma l’incapacità dei tecnici di saperlo prevedere, complice in questo una pubblica opinione che spesso tende ad assecondare acriticamente la ricerca di un colpevole ad ogni costo, e che quindi si sono sentite tradite dalla nuova sentenza.

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L’OPINIONE
La sentenza dell’Aquila/2 Il contro: un altro disastro senza colpevoli

A due giorni dalla sentenza che ha assolto i sette della commissione Grandi Rischi, L’Aquila fa i conti con l’assenza di un colpevole per il disastro del 6 aprile 2009…
C’è una parola che, ieri mattina, ha invaso le aule del Tribunale de L’Aquila: “vergogna”. Vergogna per lo Stato. Vergogna per gli imputati condannati e poi assolti. Ma, soprattutto, vergogna per un processo la cui sentenza ha sollevato dure proteste contro la Corte d’Appello del capoluogo abruzzese, divenuta oggetto di fischi e urla al termine dell’udienza tenutasi lunedì 10 novembre 2014.
Questa la rabbia dei cittadini presenti in aula ieri mattina, quando il magistrato Fabrizia Francabandera e i giudici a latere Carla De Matteis e Marco Flamini hanno letto la sentenza che ha assolto i componenti della Commissione Grandi Rischi condannati in primo grado a sei anni di reclusione. La sentenza, riaccendendo i riflettori sulle tragiche conseguenze del terremoto che rase al suolo L’Aquila il 6 aprile 2009, ha così ribaltato la conclusione cui era giunto Marco Billi due anni fa. Il giudice monocratico, infatti, aveva ritenuto colpevoli gli imputati per omicidio colposo plurimo e lesioni colpose, disponendo anche le pene accessorie dell’interdizione dai pubblici uffici ed dell’interdizione legale durante l’esecuzione della pena.
Una decisione severa che, pur dando adito ad alcune perplessità, nasceva dalle false rassicurazioni fornite alla popolazione aquiliana cinque giorni prima del disastroso sisma, cui la commissione sarebbe giunta nel corso di una riunione svoltasi il 31 marzo 2009. Ed è proprio quella riunione a essere entrata nel mirino delle critiche e delle proteste che, in queste ore, affollano le televisioni e i blog, scavando tra i fantasmi di un evento dai retroscena confusi e accusando una giustizia sempre più lontana dalle aspettative dei cittadini. Infatti, se per il giudice di primo grado l’incontro si era concluso con “affermazioni assolutamente approssimative, generiche e inefficaci in relazione ai doveri di previsione e prevenzione”, la Corte d’Appello de L’Aquila ha ribaltato la sentenza giudicando incolpevoli gli scienziati e gli ex vertici della Protezione Civile nazionale che, quel 31 marzo, avrebbero rassicurato imprudentemente i cittadini del capoluogo abruzzese.

Alla base della decisione, l’insussistenza del fatto per il direttore del Centro nazionale Giulio Selvaggi, l’allora vicepresidente della commissione Franco Barberi, il direttore dell’ufficio rischio sismico di Protezione civile Mauro Dolce, l’ordinario di fisica all’università di Genova Claudio Eva, il direttore di Eucentre Gian Michele Calvi e l’ex capo Ingv Enzo Boschi, il quale ha rilasciato le proprie osservazioni alla stampa nazionale. “E’ chiaro fin da ora che è una sentenza molto importante. Il giudice è stato coraggioso” ha affermato il geofisico al termine dell’udienza, che, dei sette condannati in primo grado, ha rinnovato la pena solo per Bernardo De Bernardis: due anni di reclusione per l’allora vice di Guido Bertolaso alla Protezione Civile, accusato della morte di tredici persone. “Se fossi stato il padre di una delle vittime avrei fatto la stessa cosa. Una vittima è sempre una vittima. Non ho mai contestato nulla” ha rivelato il condannato alla stampa, approvando una decisione le cui ragioni restano oscure.
D’altronde, le motivazioni della sentenza verranno depositate solo nell’arco di novanta giorni. Solo allora verrà reso pubblico l’iter logico e giuridico che ha spinto la Corte a rigettare l’impianto dell’accusa dopo sette ore di camera di consiglio, nonostante le indiscrezioni abbiano rivelato alcune notizie importanti. Notizie che vedono nella manipolazione mediatica la reale causa di quelle disastrose conseguenze che, cinque anni fa, derivarono dal sisma de L’Aquila, il quale provocò 309 morti e il crollo di un’intera città. “Nessuno ha detto: state tranquilli perché non ci sarà un terremoto. E se anche fosse stato detto, manca il passo successivo, ossia non c’è stata la comunicazione alla popolazione” ha chiarito l’avvocato Carlo Sita, le cui parole sono state condivise da Massimo Giannuzzi: “C’è stato un corto circuito mediatico con le dichiarazioni di De Bernardinis prima della riunione inserite in un articolo sul post-riunione” ha aggiunto il secondo legale degli imputati.
Colpa della stampa, dunque? La domanda, dopo lo shock iniziale, rende il caso appare più spinoso di quanto possa sembrare alla luce delle decise contestazioni scoppiate in Tribunale ieri mattina. Dallo sconcerto del procuratore generale Romolo Como alla “ferita indescrivibile” dell’ex Presidente della Provincia de L’Aquila Stefania Pazzopane, dai pianti dei cittadini indignati alla rabbia di chi è convinto che gli abitanti della città siano stati “uccisi una seconda volta”: il dolore di chi, in una notte, ha perduto le serenità della propria vita quotidiana chiama in tribunale la Giustizia e la pone davanti alla disperazione delle vittime, che, dopo cinque anni, devono fare i conti con decine di inchieste e pochi colpevoli.

La sentenza emessa ieri non rappresenta solo la fine di uno dei tanti processi che hanno cercato – e cercano – di far luce sui misteri de L’Aquila e sui retroscena di un evento offuscato da troppi fantasmi. Essa apre le porte a un vero interrogatorio che vuole fare chiarezza sull’indirizzo adottato da una Giustizia apparentemente sempre più lontana dalla tutela di chi invoca i propri diritti.
Il discutissimo caso Cucchi e l’assoluzione dei boss dei Casalesi accusati di minacce allo scrittore Roberto Saviano e alla giornalista Rosaria Capacchione sono solo alcuni dei processi che hanno dimostrato come la Giustizia possa giungere a soluzioni inaspettate, tali da farci solidarizzare con le vittime e il loro dolore. Processi che ci spronano a invocare una ricerca più accurata delle prove e una soluzione che, per la magistratura, non sempre è possibile realizzare.

Ma, nella sentenza de L’Aquila, forse c’è di più. La privacy dei documenti e delle conclusioni cui giunsero gli imputati il 31 marzo 2009 aprono le porte a una riflessione che, per chi cerca i colpevoli di quel tragico disastro, è del tutto inaspettata. Ipotesi tralasciata dal giudice di primo grado, essa è sembrata riaffiorare in appello, ribadita dallo stesso Giannuzzi. A due giorni di distanza, con l’indignazione dei cittadini ancora viva e l’accusa contro Bertolaso per un processo parallelo a quello appena terminato, l’ipotesi di una diversa visione dei fatti prende piede. E, quando le motivazioni ci saranno rivelate, forse comprenderemo le conclusione che ha dissolto i fantasmi della vicenda. Forse, anche noi, comprenderemo come la fatalità degli eventi, talvolta, ci faccia arrendere a una natura che, per quanto i tentativi di domarla possano essere avanzati, rimane e rimarrà una forza imprevedibile.

Clemenza per Silvio! Ingiusto imporre a un anziano faticosi lavori

Ma si può avere la crudeltà di imporre a un povero vecchietto, inadatto persino per il carcere, l’obbligo di prestare assistenza ai disabili? E con la pretesa di infliggergli questo supplizio addirittura per mezza giornata alla settimana! Insostenibile. Per non parlare poi della prevedibile persecuzione mediatica che ne seguirebbe: telecamere sempre addosso, tutti a chiedergli, a voler sapere, tutti ad attendersi da lui miracoli, come se potesse far risorgere i malati: manco fosse l’Unto del Signore…
No, è un’ingiustizia intollerabile. Rischiamo di far venire i capelli bianchi a quel pover’uomo. Ma lasciamolo riposare in pace, al fresco della sua villa-parco, ove potrà godere del meritato silenzio, per rilassarsi e meditare, certo della compagnia di un fedele cagnolino, invece di quell’orda di belve feroci che gli si fanno sempre intorno. Giustizia, giustizia. Abbiate pietà, signori giudici. Lasciatelo a casa, il nostro vecchietto. Noi glielo auguriamo di cuore. Se lo merita, povero Silvio.

Un tempestivo incontro

Alla vigilia della decisione della magistratura sugli arresti domiciliari (o affidamento ai servizi sociali), il pregiudicato di Arcore si fa ricevere dal Presidente della Repubblica. E’ vero che Napolitano non offre sponde a Berlusconi sulla sua sorte giudiziaria, ma resta il vulnus al principio costituzionale che dice che tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge. Perché non c’è dubbio che il solo riceverlo è un atto politico di alto valore simbolico (fra l’altro, si tratta di una pressione oggettiva verso i giudici mostrando loro di essere un interlocutore sia del Presidente del Consiglio, che di quello della Repubblica…). Non a caso sono i berlusconiani che hanno reso pubblica la notizia dell’imbarazzante incontro. Anche così si continua a sfigurare la democrazia.

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