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TEATRO
Lezione di felicità francescana con “Uno, nessuno e centomila”

Pirandello non è mai stato uno dei miei autori preferiti. Mi disturbavano quel pessimismo distruttivo, quei pensieri arrovellanti e quelle situazioni che fanno esplodere la vita dei suoi personaggi, fino a mandare a gambe all’aria condizioni agiate e vite ben assestate.

Messa in scena teatrale del romanzo di Luigi Pirandello “Uno, nessuno e centomila” al Comunale di Ferrara

Il teatro, la bravura degli attori e forse anche l’esperienza di vita, hanno saputo convertire questo disagio e dargli tutta la forza illuminante e anche poetica ed esistenziale che fino a ieri non avevo saputo cogliere.

“Uno, nessuno e centomila” in scena da sabato 10 a lunedì 21 febbraio 2022 al Teatro Comunale di Ferrara regala questo. Il nichilismo – che nel primo atto toglie significato, gioia e armonia all’esistenza del protagonista Vitangelo-Gengè – si riscatta nel secondo e ultimo atto, grazie all’affermazione del senso della vita in termini anti-materialistici e quasi ascetici. Così si passa da quel “uno” che Vitangelo credeva di essere e che scopre diverso dalle “centomila” proiezioni di sé con cui gli altri lo vedevano nel primo atto, per arrivare a un “nessuno” più felice e contento, proprio in virtù della rinuncia a ogni bene e a ogni ruolo precostituito.

Pippo Pattavina in “Uno, nessuno e centomila”

La prima cosa che mi ha riconciliato con Luigi Pirandello è stata la bellezza delle parole, incastonate nella bellezza della scena. Mi intristiva il ricordo dell’episodio scatenante della crisi, quello del naso che Vitangelo non si era mai accorto che pendesse da una parte, come invece sua moglie gli fa notare e che manda pian piano in crisi tutta la sua identità. È bello, invece, che nella pièce questo dettaglio prosaico venga subito inquadrato nei termini pirandelliani più poetici dello “straripamento di un fiume che inonda la terraferma e la stravolge”. La metafora dà subito un senso più alto e poetico ai dettagli corporali.

Il passaggio dal romanzo alla rappresentazione teatrale viene reso possibile da un espediente narrativo: l’apertura del racconto affidata alla presenza di un giudice che interroga il protagonista di questa incredibile vicenda, che ha capovolto, insieme al suo destino, anche quello delle persone che lo circondano: moglie, dipendenti della banca, compaesani.

Pippo Pattavina con Marianella Bargilli nel primo atto di “Uno, nessuno e centomila”

Il protagonista del romanzo pirandelliano Vitangelo Moscarda, magistralmente interpretato da Pippo Pattavina, risponde al giudice per fare chiarezza sulla vicenda che lo ha portato a cedere il suo impero bancario a favore della fondazione di un ospizio di mendicità. E per spiegare il senso degli accadimenti Pippo-Vitangelo parla di “argini che si rompono”, di confini che “nei momenti di piena vengono sconvolti, con la fiumana che straripa e sommerge tutto”.

Pippo Pattavina con Marianella Bargilli in “Uno, nessuno e centomila”

Da qui si entra nella storia, presentata come narrazione in flashback. Perché questa versione teatrale del romanzo inizia a ritroso, con il protagonista ricoverato egli stesso in quell’ospizio, dove vive con serenità inaspettata e in parità con tutti gli altri mendicanti, “vestendo la divisa della comunità e mangiando nella ciotola di legno”.

La bellezza delle parole e del loro messaggio si riaccende ancora nel finale, dove va a sottolineare il senso vero della vita che lui sente di avere raggiunto con queste decisioni, apparentemente folli, di rinuncia al benessere e a un’esistenza agiata, oziosa, ma scontata. La folle rinuncia e la liberazione da un ruolo coincide con la presa di distanza dai nomi e soprannomi che gli erano stati imposti da altri (Gengé, Svirgola, Usuraio) e da un’immagine di sé che sentiva non corrispondere con il suo vero io, imprigionata in una routine già scritta e conclusa. “Io sono vivo e non concludo – dice Vitangelo – La vita non conclude. E non sa nomi, la vita. Respiro quest’albero tremulo di foglie nuove. Sono quest’albero. Albero, nuvola; domani libro e vento: il libro che leggo, il vento che bevo, tutto fuori, vagabondo”.

“Uno, nessuno e centomila” al Teatro Comunale di Ferrara

Da un mondo dominato da beni materiali e da rapporti che sanno di finzione e artificio, si entra così in un mondo di poesia, dove tutto “è com’è, che s’avviva per apparire. Volto subito gli occhi per non vedere più nulla fermarsi nella sua apparenza e morire. Così soltanto io posso vivere, ormai. Rinascere attimo per attimo. Impedire che il pensiero si metta in me di nuovo a lavorare, e dentro mi rifaccia il vuoto delle vane costruzioni”.

Scena in banca con Pippo Pattavina tra Giampaolo Romania e Rosario Minardi

Capaci di dar vita a personaggi diversi, trasformandosi con camaleontica bravura Marinella Bargilli (moglie, amante e diseredata), i non solo bancari Giampaolo Romania e Rosario Minardi e il non solo giudice Mario Opinato.

La rappresentazione è incastonata in una scenografia magistrale. Opera di Salvo Manciagli con una quinta scorrevole color cemento, che grazie a proiezioni luminose mirate si tinge del disegno pittorico di una città per le scene di vita urbana, della calligrafia inchiostrata delle carte per la scena dal notaio e delle riproduzioni a pennello di carta moneta per incorniciare le scene bancarie.

Una cornice avvolgente e bella, entro la quale prende forma quella nuova visione dell’esistenza, sfaccettata e stravolgente. Pirandello dà una versione artistica e creativa a turbamenti e concetti che stava formulando in quegli anni il fondatore della psicanalisi Sigmund Freud. Lo scrittore, che non a caso qualche anno dopo avrebbe ottenuto il Premio Nobel per la letteratura, riesce a dare corpo e anima alle più moderne nozioni psicologiche e neurologiche, fondate sulla scoperta della complessità dell’essenza di ogni persona. “Uno, nessuno e centomila” è l’ultimo suo romanzo, ed è quello lui stesso definì in una lettera “il più amaro di tutti, profondamente umoristico, di scomposizione della vita”. Un condensato così riuscito che, a cent’anni di distanza, compie la magia di continuare a farci riflettere. E fa riecheggiare in termini complessi la scelta di vita randagia, portata una settimana fa su queste stesse scene ferraresi da Sergio Castellitto nei panni di “Zorro”. Il messaggio è simile, fuori dalla gabbia degli schemi, rinunciando anche alla dolcezza della polpa pur di potersi tenere in pugno il nocciolo di un’esistenza forse scarna, ma densa ed essenziale. Per poter sempre “Rinascere, attimo per attimo” con francescano stupore.

Il cattivo poeta

Sono tempi dal cielo chiuso, quel che oggi sembra grandezza non è che prepotenza…

Primavera 1936, anno di nascita dei nostri genitori, per alcuni di noi cinquantenni. Tempi lontani, tempi non semplici per molti di loro, tempi dove la saggezza era un antico ricordo. L’anno in cui il neopromosso federale più giovane d’Italia, Giovanni Comini, di stanza a Brescia, viene convocato a Roma da Achille Starace, segretario del Partito Fascista e numero due del regime, per sorvegliare quotidianamente il Vate, Gabriele d’Annunzio, diventato un personaggio “scomodo” al regime. Il racconto di chi ha cambiato opinione, gli ultimi anni della vita di un genio non più simpatizzante per Benito Mussolini, scorrono sullo schermo, ne Il cattivo poeta, esordio nel lungometraggio di Gianluca Jodice.

Comini (interpretato da un intenso Francesco Patanè, esordiente), ha un compito davvero ingrato assegnatogli da Starace (Fausto Russo Alesi), per il quale “D’Annunzio è come un dente guasto, o lo si ricopre d’oro, o lo si estirpa …”. Il poeta è, infatti, certo del fatto che l’alleanza con la Germania di Hitler (che definisce “il ridicolo nibelungo”) sarà l’inizio del disastro, vi si oppone fermamente. Il regime teme che un dissenso tanto illustre possa danneggiare i suoi piani. D’Annunzio (un meraviglioso Sergio Castellitto), vecchio e affaticato, vive quindi isolato sul Lago di Garda, nel suo Vittoriale, dove il film è quasi interamente girato, in una vita ormai al limite e dissennata, fatta di vizi estremi che prevedono sesso, antidolorifici e cocaina. Sempre animato dall’ormai irreale speranza che l’asse Roma-Berlino si distrugga prima che scateni l’inferno. 

Nella parte iniziale, il film convince poco, lo spettatore rimane forse un po’ spiazzato e deluso dall’immagine decadente del poeta, da un ritratto negativo che getta ombra sulla sua poesia e grandezza, da un Uomo logorato dalla lunga clausura in “quei giardini che appaiono foreste, in quel placido lago che si fa oceano” e profondamente deluso da un’Italia sull’orlo della distruzione sociale, umana e politica e che si dirige verso l’abisso. Ma poi la storia riprende, le immagini del Vittoriale sono avvolgenti e cariche di pathos, la storia italiana viaggia parallela alla vita del poeta: rivediamo l’Impresa eroica di Fiume e il Futurismo con la gagliardia fisica, erotica e mentale del Vate, i moti nazionalsocialisti che trasformarono l’ideale fascista tanto ammirato in una dittatura che strinse in una morsa la vecchiaia del Poeta e l’Italia. D’Annunzio è stato rivoluzione e trasgressione, poetica e violenza, l’archetipo dell’artista che ha il dovere di andare contro il potere, di prendere posizione e schierarsi verso il pensiero dominante, di un Uomo che non ha avuto paura del dissenso, convinto che la Bellezza è la sola arma di distruzione del male. Il fascino di tanta grandezza arriva anche a Comini (“Tu sarai testimone della mia veggenza”, gli dirà), che aiuta il Poeta ad organizzare un breve incontro con Mussolini durante la sua fermata alla stazione ferroviaria di Verona Porta Nuova. Ma il Duce lo ignora. Tutto è perduto. Ed è tardi. Non resta che rassegnazione.

La sceneggiatura, sempre di Jodice, utilizza per i dialoghi di D’Annunzio solo le sue parole scritte o pronunciate in pubblico. L’impianto teatrale è evidente, vi è una grande cura della scenografia e dei costumi. Nella fotografia predominano i colori seppia, blu e grigio pietra (soprattutto quello delle uniformi, quasi a voler ricordare il buio e il tono delle tenebre per un Poeta crepuscolare, dove il Vittoriale, da luogo della memoria diventa monumento funebre di una vita e di un mondo); il grigio, tuttavia, a volte è squarciato dai verdi intensi e sgargianti dell’arredamento del Vittoriale. Resta forse un lumicino?? Gli ambienti e l’architettura sono imponenti, sovrastanti. Il cattivo poeta ci ricorda di diffidare di chi “ha bisogno di un balcone” in questi “tempi da cielo chiuso” e piange la morte del pensiero autonomo.

 

 

 

Il cattivo poeta, di Gianluca Jodice, con Sergio Castellitto, Francesco Patané, Tommaso Ragno, Clotilde Courau, Fausto Russo Alesi, Massimiliano Rossi, Italia, 2021, 106 minuti.

Trailer 

TEATRO ABBADO
Zorro-Castellitto porta al Comunale una lezione di vita vagabonda

Ho avuto una lunga infatuazione per la scrittura di Margaret Mazzantini. Nel 2002 venne ospite a Mantova del Festivaletteratura e, ascoltandola dal vivo, la mia folgorazione si acuì. Le parole che usava, i gesti, i commenti avevano la stessa densità della sua scrittura e quella capacità di andare a colpire al centro la materia più viva delle emozioni, mescolando nel linguaggio termini forbiti e parole terra a terra, descrizione di situazioni reali e pensieri intimi e struggenti.

Sergio Castellitto nei panni di “Zorro” al Teatro Comunale di Ferrara (foto Marco Caselli Nirmal)

Con lo spettacolo “Zorro” l’altra sera al Teatro Comunale di Ferrara si è ripetuto l’incanto di cui lei è capace: riuscire a tirare fuori aspetti delle persone e dell’esistenza che spesso se ne stanno ai margini, con quella vividezza che ce li fa sentire all’improvviso vicini – oltre che veri, così importanti e interessanti come non avremmo mai creduto. Tratto dal romanzo della Mazzantini che ha questo stesso titolo, il testo è stato riadattato e interpretato da Sergio Castellitto.

Un’interpretazione di gran classe, da attore scafato, che con pochi gesti e parole dirette riesce a far suo e a trasmettere in poco più di un’ora un personaggio che potrebbe essere irraccontabile e che invece si svela e ti prende, riuscendo a farti entrare dentro un’altra testa e un altro sguardo. Come se ti regalasse nuovi occhi con cui guardare il mondo, la vita, gli obiettivi e gli scopi fondamentali che governano il nostro impegno e il senso dell’esistenza che, bene o male, ciascuno di noi insegue.

Una scena di “Zorro” al Teatro Claudio Abbado di Ferrara (foto Marco Caselli Nirmal)

“Zorro, un eremita sul marciapiede” mette in scena la vicenda di un barbone. Vagabondaggio come scelta estrema. È questo il tema che lo spettacolo va a indagare, facendo alternare nel racconto del protagonista episodi della sua quotidianità – tra una panchina, la toilette della stazione e gli appuntamenti alla mensa delle suore – e quello che c’è stato prima: l’infanzia tra la madre e la sorella maggiore, l’adolescenza con la voglia di amicizia e i suoi rimpalli, l’età adulta con un matrimonio d’amore e un lavoro tranquillo. Tra questi due piani di racconto, divisi tra presente e passato, si inseriscono via via le motivazioni che hanno mandato all’aria una vita normale per trasformarla in quella di una persona che esce dagli standard sociali e fa un passo indietro verso l’emarginazione.

“In realtà – dice Zorro-Castellitto – sono gli altri che hanno fatto un passo indietro, sono loro che a un certo punto si sono allontanati”. Dal momento in cui lui non riesce più ad adeguarsi al tran tran del lavoro e delle relazioni, qualcosa si incrina. Lui dice che “il piano si è inclinato e le persone sono scivolate via”. Lo spettacolo torna a più riprese su un episodio scatenante, un incidente d’auto, che potrebbe essere stato la molla che ha fatto scattare questo allontanamento, che forse ha messo in discussione certezze e tranquillità, finendo per condurre il protagonista sempre più alla deriva.

Brani di cantautori fanno da sfondo emotivo alle varie fasi del racconto (foto Marco Caselli Nirmal)

La cosa interessante dello spettacolo e del testo è quella di mostrare come – da quella deriva al largo dei ruoli sociali – Zorro guarda il mondo con uno slancio umano e una saggezza che fanno riflettere. Il protagonista racconta che ogni tanto si diverte a osservare gli uomini che passano e si mette sulla loro strada, discreto e distante, per immedesimarsi per qualche scampolo di tempo nelle loro vite. In particolare è attratto da un genere di persone che chiama “cormorani”, uomini con l’aria di successo, con i mocassini super ammortizzati, giacca iper-tecnologica, montature d’occhiali stellari, che si crogiolano nel possesso di oggetti che li fanno sentire arrivati. “Cormorani” dalle teste anche giovani ma stempiate, che magari “mangiano solo insalatina e non si riescono a spiegare perché io, facendo questa vita qua, ho ‘sta zazzera folta”. Tanti capelli in testa, tanto tempo libero, pensieri a ruota libera e aria aperta da respirare senza nulla di non essenziale da desiderare. Questo il traguardo di un uomo, che non rimpiange nulla di materiale, ma che ha conservato insieme con la dignità, anche l’amore e il desiderio per una moglie che non ha saputo accettare il suo allontanamento da una vita rispettabile e indaffarata.

Sergio Castellitto nei panni di “Zorro” al Teatro Comunale di Ferrara (foto Marco Caselli Nirmal)

Bravo Castellitto, molto riuscito l’accompagnamento musicale con brani di cantautori che conferiscono uno sfondo emotivo alle varie fasi del racconto e brava la Mazzantini che ha messo i riflettori su questo angolo nascosto di vita. Uno spettacolo che fila via come una canzone e lascia addosso una lezione di spiritualità e di umanità di strada, che – una volta fuori dalla sala ovattata del teatro – fa guardare con occhi nuovi quello che c’è fuori, intorno e dentro ognuno di noi. “Perché – come scrive l’autrice nelle note dello spettacolo – in ogni vita ce n’è almeno un’altra”.

Sergio Castellitto racconta “Zorro, un eremita sul marciapiede”, Teatro Comunale di Ferrara dall’11 al 13 febbraio 2022 è stato l’unica tappa in Emilia Romagna. In marzo lo spettacolo proseguirà il tour a Biella (14), Savona (15/17) e Rovereto (29/30). Lo spettacolo è realizzato da Prima International Company con il sostegno di Intesa Sanpaolo.

Per info sulla stagione di prosa del teatro comunale Claudio Abbado di Ferrara: tel 0532.202675 e biglietteria@teatrocomunaleferrara.it, sito web www.teatrocomunaleferrara.it.

Cover e immagini nel testo: Reportage fotografico di Marco Caselli Nirmal 

DI MERCOLEDI’
Natale in casa (Cupiello)

Avrete trascorso anche voi il Natale in casa. Il mio è stato tranquillo: mio marito ed io abbiamo l’età per accettare di starcene in casa senza i familiari vicino, se si tratta di preservare la salute di tutti. Sento che, come ha detto qualche commentatore alla tv, dobbiamo rispetto a chi ha perduto la battaglia contro la malattia e il rispetto consiste almeno nel non essere imbronciati come bambini per la clausura delle Feste.
Sono proprio così. Non mi sento in punizione, né privata di libertà fondamentali, né colpita dalla malasorte. Sono entrata dentro la spessa parentesi di questi giorni in casa e la sento silente, ancora lontana dal frastuono che ci riserva il nuovo anno in arrivo. Dai programmi che sto vedendo alla tv, dalla musica che ascolto mi arrivano voci ed esperienze, alcune mi distraggono con la loro catarsi leggera, lenitiva. Altre creano sintonia con le sofferenze del presente, fino alla cronaca.

La consapevolezza sofferta di ciò che accade è quello che abbiamo in comune con uno dei personaggi più noti del teatro di Eduardo de Filippo, Luca Cupiello. La relazione extraconiugale della figlia Ninuccia, che viene alla luce proprio alla vigilia di Natale, lacera l’idea di una famiglia felice in cui lui, il vecchio padre-bambino, che sta costruendo con entusiasmo il presepe, ha sempre creduto. Per Lucariello è una epifania del tutto inattesa e fulminea. Per noi del villaggio globale del 2020 è stato un progressivo svelamento sulla nostra vulnerabilità di fronte alla pandemia.

Tutto è pronto per la cena della vigilia: oltre alla famiglia di Luca Cupiello è presente un amico del secondogenito Tommasino, anche il capofamiglia lo ha invitato a condividere la cena in buona armonia. Padre e figlio non sanno che Vittorio, questo è il suo nome, ha una relazione con Ninuccia. Nemmeno gli altri lo sanno, tranne donna Concetta, che è al corrente dell’amore segreto della figlia e sa che il suo matrimonio col ricco Nicola è infelice. Fuori dalla scena anche gli spettatori sanno che l’ospite è il suo amante; sanno che Ninuccia ha scritto una lettera al marito, in cui gli confessa di amare Vittorio; in un dialogo serrato con la madre, che le ha fatto promettere di fare pace col marito, Ninuccia l’ha smarrita. Ecco che su questo dettaglio si concentra il meccanismo della narrazione: la lettera viene trovata da Luca che la consegna inconsapevole al destinatario e il marito gelosissimo viene così a sapere di essere stato tradito. Insieme a lui vengono a sapere tutto gli altri personaggi, per primo il padre Luca che è stato causa dello svelamento. La lacerazione lo colpisce a fondo, egli viene colto da un ictus che lo riduce in fin di vita, gli strappa dalla testa la lucidità e lo confina a letto, assistito anche dai vicini e dal medico. La diagnosi che questi rivela al fratello convivente di Luca, Pasqualino, è disperata: ben difficilmente il malato ce la farà. Intanto egli è preso dalle allucinazioni e, parlando a fatica, benedice la figlia e l’amante, che ha scambiato per il marito, di nuovo incapace di assegnare le parti, e subito dopo si richiude nel ristretto cerchio dei suoi pensieri infantili. Solo in questo senso il finale è lieto: il presepe ben riuscito procura a Luca la gratificazione più attesa e perfino Tommasino, che ha sempre detto no, ora risponde che sì, gli piace.

Ora leggo recensioni favorevoli o meno al film che la tv ha trasmesso la sera del 22 ed è diretto da un altro Edoardo, il regista De Angelis. Sergio Castellitto, che interpreta il protagonista Lucariello, ha definito Natale in casa Cupiello come “una gioielleria di emozioni”; mi pare che l’interpretazione dei vari personaggi la renda proprio così, e che lui per primo rivesta in modo vitale il ruolo demiurgico del pater familias che fu di Eduardo.
Non vuole confronti Castellitto, né io so farne rispetto ai codici espressivi, del teatro da una parte e del film televisivo dall’altra. Ho rivisto la commedia nella edizione televisiva del 1977, nel cui cast oltre a Eduardo brillano Pupella Maggio, Luca de Filippo, Lina Sastri. Mi è sembrato che la napoletanità si esprima in loro in modi più naturali, che la lingua esca sciolta e musicale, a tratti magnetica con quei suoi fonemi inconfondibili.
E’ tutto talmente verace da legittimare l’intera gamma degli atteggiamenti, dalle scene bonarie che esprimono la quotidianità in casa Cupiello, a quelle che si movimentano in seguito alle rivelazioni dolorose. Sono quelle da cui si sprigiona una carica drammatica al massimo della autenticità.

Tuttavia si apprezza sempre la rilettura di un classico, l’opportunità di farla conoscere al sempre più ampio pubblico televisivo e ai giovani; si coglie la portata dei suoi significati, la tempestività con cui ci ricorda che Natale è un giorno speciale, ma anche un giorno come un altro. Adatto a farci gioire, a deluderci o a ferirci.

Castellitto dice di avere dato all’innocenza ostinata del suo personaggio una sfumatura da “idiota” dostoevskiano; io ci vedrei qualcosa di Pirandello quando a Luca si strappa “il cielo di carta” sopra il capo e, in seguito alla epifania dolorosa del matrimonio finito per la figlia Ninuccia, la salute lo abbandona fulmineamente. Il presepe che vagheggia nel momento finale mi ricorda la carnevalata perenne in cui ha voluto rimanere rinchiuso l’Enrico IV del dramma pirandelliano, come forma di difesa.

Credo che una lettura fatta oggi della commedia di Eduardo, scritta nel 1931, possa arricchirsi di forza e reattività: c’è una risposta che ognuno di noi può dare alle difficoltà per sé e per tutti e c’è la risposta che  la comunità scientifica internazionale ha costruito contro il virus mettendo a punto vaccini efficaci in tempi sorprendenti. L’anno si chiude con le prime vaccinazioni iniziate nel cosiddetto V-day, il 27 dicembre.

Credo che non a caso il regista De Angelis abbia ambientato la commedia nel 1950: un anno che attraverso la città di Napoli intravvediamo nel passaggio dalla distruzione della guerra agli anni della ricostruzione. In questa ottica qualche battuta è stata cambiata, ma Castellitto è convinto che Eduardo l’abbia accettata, come accetterà di essere ricordato a centoventi anni dalla nascita in occasione di un altro Natale tribolato, questo.

In casa mia il presepe non c’è, ci sono al suo posto l’albero e altre decorazioni. Tutto è piccolo, in particolare sotto l’albero i pochi pacchetti regalo hanno sprigionato minuscoli oggetti d’uso, come i tappi per le bottiglie a forma di omino di neve. Nelle diverse fasi della vita ognuno raggiunge il proprio grado di emancipazione dalle radici: sono andata più lontano di così dai natali trascorsi con mia madre e mio padre. Ora mi riavvicino, un po’ perché l’età avanza e rende necessari i ricordi, e in parte per scelta. Ai miei sono sempre piaciute le cose piccole, ora le considero anch’io le depositarie della gioia che ci è resa possibile e le preferisco con determinazione e tenerezza.

 

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