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Auschwitz

FARE POESIA DOPO AUSCHWITZ

Iniziamo un percorso all’interno delle poesie di Primo Levi, proponendo l’approfondimento di suoi testi molto noti, che vale sempre la pena di ricordare come testimonianza della Shoà.
E’ famosa l’affermazione di Adorno del 1949: “Scrivere una poesia dopo Auschwitz è un atto barbarico”: secondo un primo significato, ciò indica che dopo Auschwitz è impossibile, o ingiusto, fare poesia. Il termine “barbarico”, però, potrebbe anche significare “irrazionale”: quanto è accaduto chiederebbe al poeta di “ricollocarsi entro uno stato percettivo e cognitivo tutto straniero e anteriore rispetto a quello della cultura occidentale, fondata sui principi (…) della razionalizzazione”.

Primo Levi si pone più semplicemente rispetto al problema: in una intervista del 1984 con Giulio Nascimbeni che gli riproponeva l’affermazione di Adorno, egli risponde: “La mia esperienza è stata opposta. Allora (nel 1945-46 n.d.r.) mi sembrò che la poesia fosse più idonea della prosa per esprimere quello che mi pesava dentro (…): In quegli anni, semmai, avrei riformulato le parole di Adorno: dopo Auschwitz non si può più fare poesia se non su Auschwitz”, “…o per lo meno tenendo conto di Auschwitz”. Perché è stato un evento irreversibile nella storia umana, aggiungerà in una conversazione con Lucia Borgia.

 

In una intervista del settembre-ottobre 1986 su Qol preciserà ulteriormente: “Io credo che si possa fare poesia dopo Auschwitz, ma non si possa fare poesia dimenticando Auschwitz. Una poesia oggi di tipo decadente, di tipo intimistico, di tipo sentimentale, non è che sia proibita, però suona stonata. Mi pare che la poesia oggi, in qualche modo dovrebbe essere impegnata. Impegnata anche se non in modo vistoso. In modo esplicito, ma siccome penso che ogni essere umano debba in qualche modo impegnarsi, così a maggior ragione chi scrive prosa o poesia dovrebbe riflettere nel suo scritto un suo impegno. Ma non è un precetto, è una preferenza”.

Shemà

Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:

Considerate se questo è un uomo,
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d’inverno.

Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi:
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.

(10 gennaio 1946)

Questo articolo è uscito con il medesimo titolo su Peacelink del 27 gennaio 2022.

“Son Ebreo ed ebreo rimarrò…”, una poesia scritta da František Bass, piccolo-grande poeta, quando aveva 11 anni, nel campo di Terezin

di Maria Cristina Nascosi

Son Ebreo… è una poesia scritta da František Bass, piccolo-grande poeta, quando aveva 11 anni, in campo di concentramento.

Era nato il 4 settembre 1930, a Brno, oggi seconda città dopo Praga, della Repubblica Ceca e capitale storica dell’antica e cólta regione della Moravia.
Fu veramente un picco-grande poeta: le sue liriche, tradotte in inglese da Edith Pargeretova, son opere di spessore incredibile; il dolore, la sofferenza, specie in un bambino, son esperienze che maturano, rendono adulti anzitempo e Franta – questo vezzeggiativo fu il suo pseudonimo autoriale – le fermò, per sempre, sulla pagina scritta, piccoli capolavori di umanità negata da una delle più atroci prove che l’uomo abbia fatto subire ad un ‘altro’ uomo.
Franta fu condotto a Terezin, (Theresienstadt), il campo di concentramento dei bambini, il 2 dicembre 1941.
Quel campo, il ‘fiore all’occhiello’ di Hitler, fu il gioiello della sua mostruosa e sapiente propaganda: vi si giraron filmati, venivano fatte regolarmente visite da personaggi di spicco, per mostrare loro che il nazismo creava talenti, esprimeva cultura, non morte: in realtà i bimbi venivano poi uccisi – ne furono internati 15.000, si salvarono in 100 !! – prima del compimento del quattordicesimo anno di età.
Ecco perché il piccolo Franta, che ormai aveva oltrepassato, seppur da poco quell’età fatidica, venne condotto ad Auschwitz il 28 ottobre 1944 dove morì dopo soli 2 giorni, otto mesi prima della fine del Secondo conflitto mondiale.
La sua poesia è conservata in una bacheca di vetro nella Sinagoga vecchia di Praga, una delle culle della civiltà mitteleuropea, la capitale della Repubblica Ceca che qualche tempo fa, durante un viaggio, ebbi modo di leggere, per caso.
Mi colpii tanto e volli tradurla per proporla proprio per il Giorno della Memoria di quest’anno.
Grande è il potere di quelle parole, che si potrebbero trasporre in ogni lingua e dialetto del mondo: dietro ognuna di esse, frutto di orgogliosa identità da difendere dalla criminale damnatio memoriae, ci sono un significante ed un significato dal sapore universale.

 

František Franta Bass

Son Ebreo

Son Ebreo ed Ebreo rimarrò.
Anche se morissi di fame,
mai mi sottometterei ad alcuna nazione,
combatterò sempre
per la mia nazione, sul mio onore.
Non mi vergognerò mai
della mia nazione, sul mio onore.
Son fiero della mia nazione,
una nazione più che mai degna d’onore.
Sempre sarò oppresso,
e ancora rivivrò, per sempre.

DI MERCOLEDI’
27 gennaio 2021: giornata della memoria

Di mercoledì cade in questo 2021 la giornata della memoria. Ai primi di gennaio scrivo diligentemente sul nuovo calendario da appendere in cucina le date notevoli, che vanno rispettate nel nuovo anno. Scrivo le ricorrenze familiari, a partire dai compleanni di chi non c’è più, fino a quelli dei più piccoli, i due nipotini così pieni di futuro. Scrivo le date di qualche visita medica già fissata, o incontri programmati con gli amici, pochi in verità in tempo di Covid. La giornata del 27 gennaio non ha bisogno di essere scritta, è un riferimento fisso e ineludibile. Da insegnante l’ho onorata con le attività da fare a scuola insieme ai ragazzi, come le maratone di lettura che occupavano tutta la mattina nell’atrio grande della scuola. Bisognava iscriversi per tempo per non restare esclusi, si cercavano testi e immagini da condividere. Alcuni si schermivano, ma la più parte degli studenti voleva leggere davanti agli altri anche solo poche righe.

Quest’anno da neopensionata rileggo alcuni testi su cui ho già lavorato, col gusto di ricordare il già fatto e di lasciare altri segni a matita sulle pagine, di impadronirmi di alcuni frammenti in totale libertà di movimento,  senza la bussola della didattica.

Apro Vanadio, il penultimo dei racconti compresi nella raccolta Il sistema periodico uscita nel 1975. Herr Müller risponde cortesemente che una piccola dose di vanadio può facilitare la reazione chimica sperata per le vernici, perché riescano di buona qualità. La sua lettera è la prima di una serie con cui risponde a un chimico italiano di lunga esperienza, persona cortese a sua volta e dotata di grande competenza. Il suo nome è Primo Levi. Ha cominciato lui lo scambio epistolare per segnalare che sembra difettosa una partita di resina fatta venire dalla Germania, dalla prestigiosa fabbrica in cui Herr Müller lavora.

Dalla risposta che ha ricevuto, Levi si accorge che il suo corrispondente tedesco fa un errore di ortografia, scrive Naptylamin anziché Naphthylamin. Anche quel Doktor Müller che veniva spesso a fare ispezione al laboratorio chimico del lager aveva questo vezzo. Era un borghese, dall’aspetto corpulento e autorevole, che controllava il lavoro fatto da Primo e dagli altri due prigionieri specialisti in chimica.

Nelle lettere che seguono avviene lo svelamento: da un ‘pt’ sbagliato esplode la memoria del passato, che in Primo è rimasta intatta, “di una precisione patologica”. Primo manda a Herr Müller il suo libro sul lager, Se questo è un uomo; chiede se Müller conosceva allora gli “impianti” di Auschwitz: non può non andare a fondo nel dialogo che si è riaperto dopo tanti anni – siamo nel 1967 –  “con uno di quelli di laggiù, che avevano disposto di noi, che non ci avevano guardati negli occhi, come se noi non avessimo avuto occhi”.

Nella sua risposta il tedesco dice di deplorare i fatti di Auschwitz, dice di esserci stato per poco tempo e di essersi occupato solo dell’attività del laboratorio. Si è riletto le annotazioni prese a quel tempo e vorrebbe incontrare Primo, di cui ha mantenuto un ricordo speciale. A Primo aveva procurato allora un paio di scarpe, e ora dice di avere provato empatia per lui durante le brevi visite in lager.

Trascrivo le parole di Levi, insostituibili: “Forse, in buona fede, si era costruito un passato di comodo…Durante il suo breve soggiorno ad Auschwitz ‘non era mai venuto a conoscenza di alcun elemento che sembrasse inteso all’uccisione degli ebrei’. Paradossale, offensivo, ma non da escludersi: a quel tempo, presso la maggioranza silenziosa tedesca, era tecnica comune cercare di sapere quante meno cose fosse possibile, e perciò non porre domande… Müller continuava dunque, nel momento in cui scriveva, a non avere ‘keine Ahnung’, a non rendersi conto”.

Quando Primo si accinge a rispondergli, è pieno di perplessità e intende scrivere che non vuole incontrarlo. Può provare rispetto per lui, perché in fondo ha condannato il nazismo, seppure timidamente, non ha cercato giustificazioni, ma non può amarlo né desiderare di rivederlo. Nessuna redenzione dal passato, nessuna distorsione. Il racconto si chiude con la notizia della morte improvvisa del Dottor Lothar Müller, che pone fine a qualunque iniziativa di incontro tra i due.

Dalla raccolta La notte sul mondo (Auschwitz dopo Auschwitz) del mio caro amico Roberto Dall’Olio leggo la poesia dedicata ad Anne Frank, alcuni versi sono particolarmente belli: “non si poteva camminare/nel tuo nascondiglio/se non nelle ore stabilite/la stessa tua casa/oggi calcata da tante scarpe/da tante gambe volti lingue/e folla che omaggio ti reca/avessi tu avuta questa libertà/tenera e dovuta”. La poesia si riferisce al nascondiglio, in cui Anne e la sua famiglia sono stati rifugiati per 761 giorni nel centro di Amsterdam, tra il luglio del 1942 e l’agosto del 1944.

La stanza, in cui Anne ha trascorso il tempo della sua scrittura e dove si è formato il suo celebre Diario, l’ho vista ricostruita in un bellissimo documentario trasmesso da Rai1 sabato scorso, per la regia di Anna Migotto e Sabina Fedeli: Anne Frank. Vite parallele. Dentro la stanza si muove l’attrice Helen Mirren, che ora osserva le pareti e le suppellettili, ora siede e prende tra le mani il diario a scacchi rossi di Anne. Legge le pagine della adolescente che è divenuta il simbolo della Shoah. Intanto si incrociano a questa altre storie di donne che hanno vissuto la deportazione nel lager nazisti, ma sono sopravvissute. Quando appaiono sul video si rivelano anziane donne dall’aspetto curato. Sono i ricordi che liberano guardando la cinepresa a tradire un passato straziante, che non è normale e non è umano. Come è stata la loro vita dopo il lager? Dopo una faticosa rielaborazione del passato, dei sensi di colpa per essere rimaste in vita, si sono poste come testimoni instancabili della shoah. Non ne ricordo il nome, ma ho negli occhi la camminata lenta di una di loro, che ogni settimana fa visita al campo di Terezin. Mentre varca l’ingresso principale vacilla lievemente e si appoggia allo stipite prima di riprendere a muoversi, ha 93 anni e indossa un cappotto pesante contro il gelo di questi mesi invernali. Credo che così facendo compia ancora oggi, così vecchia e stanca, il dovere di ricordare e far ricordare ciò che è stato.

Un breve flash dai telegiornali visti in queste settimane mi riporta la figura di Liliana Segre, che a 90 anni occupa la sua poltrona in Senato. Ha affrontato un lungo viaggio in treno per essere presente e per sostenere col suo voto e col suo profondo senso civico il Governo in questa fase delicata e confusa. La bella faccia di Sami Modiano è comparsa domenica sera su Rai3 durante una intervista a Walter Veltroni, che ha scritto la storia di questo “bambino che tornò da Auschwitz” dal titolo Tana libera tutti appena uscito presso Feltrinelli.

Segre e Modiano sono qui. Come sarebbe stata la vita di Anne Frank se fosse sopravvissuta al lager di Bergen-Belsen, dove invece morì nel febbraio del 1945? Il documentario su di lei e sulle altre cinque sopravvissute pone questa domanda. Una tra le risposte possibili, forse la migliore risposta viene da Katarina, una adolescente di oggi, che nel filmato percorre a ritroso le tappe di quella storia di morte, incontra le testimoni della Shoah e finalmente approda ad Amsterdam alla casa di Anne, alla stanza dove Helen Mirren ha finito la lettura del diario ed esce lasciandole il posto. Scrivere un proprio diario di viaggio attraverso hashtag e sms, entrare nella stanza di Anne Frank è un bel modo di ricordarla.

Anche i ragazzi che Roberto Dall’Olio ha accompagnato al campo di Auschwitz hanno fatto un lungo viaggio; dalle parole finali della prima poesia della raccolta, Auschwitz la prima volta, comprendo che è stato soprattutto un viaggio dentro loro stessi: “schnell schnell juden /siamo in fila/per visitare l’inferno/perché tutto questo? Perché/questo epocale inverno?”

I testi a cui faccio riferimento nel testo sono:

  • Primo Levi, Il sistema periodico, Einaudi, 1975
  • Primo Levi, Se questo è un uomo, Einaudi, 1958
  • Roberto Dall’Olio, La notte sul mondo (Auschwitz dopo Auschwitz), Mobydick, 2011
  • Walter Veltroni, Tana libera tutti, Feltrinelli, 2021

 

In copertina: particolare di Le foglie cadute di Menashe Kadishman, in mostra permanente al Museo Ebraico di Berlino.

Per leggere gli altri articoli e indizi letterari della rubrica di Roberta Barbieri clicca [Qui]

La maturità di Bassani, un monito contro i razzismi

“Chi è Bassani?”. Si calcola che su mille ragazzi, tre su quattro non conoscano lo scrittore ebreo, a differenza dei ragazzi del Liceo Ariosto di Ferrara, dove anche il romanziere affrontò la maturità e fra gli studenti è ben noto.
Il Miur sceglie le persecuzioni razziali con Il Giardino dei Finzi Contini tra le tracce della prima prova di italiano della maturità 2018. Ai maturandi, che hanno fatto questa scelta, si chiede di analizzare un brano in cui compare la figura di Silvio Magrini, presidente della comunità ebraica di Ferrara dal 1930. Una storia vera e tragica, dove l’epilogo sarà la deportazione e la morte ad Auschwitz di tutta la sua famiglia. Prima della deportazione, Magrini racconterà l’amarezza e la rabbia nel momento in cui, a causa delle leggi razziali, verrà cacciato dalla sua amata biblioteca di Ferrara.
Il tema principale è l’antisemitismo, una scelta prevista, quella del Miur, in occasione della ricorrenza degli 80 anni dalla promulgazione delle leggi razziali in Italia. Una giusta attenzione accompagnata forse ad un collegamento alla politica attuale? A tal proposito, ecco alcuni commenti: “Quanto mai attuale!”, “Siamo in tema direi”, “Un caso?”. Ogni giorno giornali, tv e istituzioni fanno allusioni alle leggi razziali del 1938 e alla Shoah per futili motivi politici che offendono tutti coloro che sono stati perseguitati e uccisi nei campi di sterminio. Bisognerebbe evitare manipolazioni del passato e strumentalizzazioni al presente.
Auguriamoci, invece, che la scelta della traccia possa essere un invito rivolto alle nuove generazioni, alla riflessione affinché ciò che è stato non si ripeta o, come suggerisce Ruth Dureghello, presidente della comunità Ebraica di Roma, agli studenti: “Cogliete l’occasione di comprendere meglio come si arrivò a quella tragedia e soprattutto raccogliete quel testimone per impedire che si verifichi di nuovo”.

L’antisemitismo esiste ancora e non minaccia solo Israele (che da ieri si trova sotto attacco missilistico nell’indifferenza totale dei media, italiani compresi, pronti a “colpire” solamente quando Israele reagisce e si difende), come dimostrano le violenze e le uccisioni nei confronti anche di giovanissimi in Francia e in Germania. L’unica loro ‘colpa’? Essere ebrei.
Come possiamo insegnare ai giovani il rispetto quando li costringiamo ad assistere a violente manifestazioni antiebraiche come è accaduto e continua ad accadere anche in Italia, da parte di estremisti politici antisemiti?
I giovani devono comprendere che l’antisemitismo diventa pericoloso quando in uno Stato europeo si forma una forza politica che crede che gli ebrei siano la causa di tutti i mali della società.

N.B,. Questo articolo è uscito per la prima volta su Ferraraitalia il 23 giugno 2018 

CONTRO VERSO / Shoah Party

Nel 2019, in 17 province, 25 ragazzi in buona parte minorenni hanno inventato e divulgato una chat inneggiante all’odio e al sesso. L’hanno intitolata “Shoah Party”.

Filastrocca dello Shoah Party

Faremo una gran festa
Filastrocca dello Shoah Party
con quello che ci resta.
Si chiamerà Shoah.
Vedrai che piacerà.

Ti muove nel profondo
è la più antica del mondo.
L’odio scava, e stupisce
per come ci riunisce.

Ci sarà una gran torta
stravista e stracotta.
Avrà per ingredienti
pianto e stridor di denti.

Perché si sa, i diversi
sono tutti perversi
a starli ad ascoltare
rischi di non odiare.

Pensa agli handicappati
ai negri, ai neonati.
Pensa a tutte le schiave:
che tacciano, da brave!

Pensa certo agli ebrei.
Stimarli? Non potrei.
Come coi musulmani
mi prudono le mani.

Ti sto seduto accanto.
Che c’è? Ti vedo stanco.
Hai forse il rifiuto
di quello che hai goduto?
Pensa dunque a te stesso.
Vuoi essere diverso?
Ti consiglio di no
perché ti annienterò.

La notizia è emersa nell’ottobre 2019 quando i promotori dello “Shoah Party” sono stati messi sotto indagine dalla Procura di Siena. Nella chat si scambiavano immagini, battute, video che potremmo definire pornografici per i contenuti sessuali molto espliciti, anche pedofili, e che potremmo considerare ugualmente pornografici per i contenuti brutalmente violenti e discriminatori verso ebrei, musulmani, disabili, immigrati…

CONTRO VERSO, la rubrica delle cantilene indisponenti, le filastrocche con rime bambine rivolte al pubblico adulto, tornano su Ferraraitalia tutti i venerdi. Per vederle tutte clicca [Qui]

“Ritratto di Ferrara ebraica”
Su Rai Play un documentario da non perdere

“Una comunità dal passato glorioso, un museo, il Museo dell’ebraismo italiano e della Shoah, che rilancia il valore della cultura ebraica in Italia, una narrazione commossa, perché la Giornata della Memoria sia occasione di ricordo della vitalità culturale e umana di una minoranza importante per il nostro Paese”.
Un documentario di grande interesse, non solo per chi vive a Ferrara o ama la città estense, ma per chiunque sia interessato a conoscere la lunga storia e le vicende drammatiche che coinvolsero una piccola e gloriosa comunità ebraica. Il documentario, della durata di 56 minuti, si intitola Ritratto di Ferrara ebraica.
Potete in qualsiasi momento guardare Il documentario, andando su RAI PIay a questo indirizzo  [Vedi qui] 

Occhi a cui non puoi sfuggire.
Perchè la giornata della memoria continua a interrogarmi

Non so se succede a tutti, ma ogni volta che arriva il 27 gennaio, giornata internazionale della memoria, provo una resistenza interiore forte. Guardare gli orrori accaduti soli 80 anni fa, perpetrati e voluti con una logica agghiacciante e premeditata, fa così male, fa così paura che viene voglia di sfuggire al ricordo, anche se è solo un ricordo che arriva tramite il racconto di altri.

Dunque mi interrogo: se io, che non ho parenti ebrei o comunque finiti nei campi di concentramento, provo una resistenza così forte a guardare quell’orrore inimmaginabile persino nei più terribili incubi, chissà quale resistenza deve aver accompagnato i sopravvissuti? Chissà il combattimento interiore che ha vissuto chi quell’orrore l’ha vissuto e ne è stato testimone. Chissà quanto avrà vacillato: da una parte il desiderio profondo, l’istintivo di rimuovere e cancellare, dall’altra il senso del dovere di urlare che l’indifferenza uccide quasi più della logica aberrante dello sterminio. Molti testimoni del lagher parlano del silenzio che ha sigillato, nel profondo di se stessi, quel pezzo della loro vita. L a stessa Liliana Segre con coraggio ha raccontato di un silenzio durato 40 anni e della rivelazione che fu per lei la lettura di “Se questo è un uomo“ di Primo Levi.

La battaglia, dunque, di chi ha voluto che non si seppellissero queste storie, di chi ha filmato, di chi ha raccontato e continua a battersi perché questi racconti circolino, vengano proiettati alla televisione e nelle scuole, diventino film (quante storie ci sono ancora da raccontare!) è una battaglia del coraggio che coinvolge tutti noi.
Parlare di sterminio attraverso i numeri non restituisce, non può restituire la realtà di quanto è avvenuto. È necessario vedere gli occhi di quei bambini, di quelle madri, di quei giovani e di quelle giovani, di quei padri, occhi, occhi e occhi. Occhi smarriti che quando ti fissano, ti terrorizzano perché ci vedi i tuoi stessi occhi.

Non so se succede a tutti, ma io mi sento quel bambino o quella bambina strappata alla mamma per pura ferocia, mi sento quella madre a cui strappano un figlio appena nato e lo affogano davanti ai suoi occhi, e l’urlo di disperazione mi muore ancora prima di giungere alla bocca, mi entra nelle viscere e me le attorciglia. Mi sento anche quei soldati guardiani, i loro occhi raramente sono inquadrati, eppure non oso guardarli, ho paura di vederci i miei occhi, vigliacchi. Avrei mai avuto il coraggio di ribellarmi agli ordini dei superiori?

Gli occhi che guardano dietro il filo spinato hanno fornito le parole a chi poi ha scritto e raccontato. Anche gli occhi spalancati dei morti ammucchiati come roba vecchia, ci parlano. A quegli occhi interrogativi anche se vitrei, non puoi sfuggire. Quegli occhi devono restare impressi dentro di noi perché orientano il nostro sguardo sulla vita presente, ci aiutano a individuare dove si insinua una narrazione che può portare alla giustificazione di tali orrori, a identificare i luoghi in cui, sotterranea, continua a sopravvivere. Ecco perché la giornata della memoria per me è così importante, perché mi mostra con chiarezza le mie paure, perché mi mette a nudo, ma anche perché mi conferma che non dimenticare è necessario non solo per onorare la sofferenza di tanti, troppi, bambini, donne e uomini, ma per l’oggi che viviamo, perché quell’indifferenza alla sofferenza umana non abbia il sopravvento.

LA GRANDE ARTE DI IRENE NEMIROVSKY
Un ricordo della scrittrice ebrea morta ad Auschwitz

di Michele Balboni

All’approssimarsi del 27 gennaio, trascorsi tre quarti di secolo dall’ingresso nel campo di sterminio di Auschwitz, mi chiedo quale modestissimo contributo posso fornire io. Parlare con chi ti sta vicino e sensibilizzare i figli, presenziare ad iniziative, leggere qualcosa e anche – perché no –comporre un testo originale e proporlo. Anche Irène Némirovsky, attorno al 1938, davanti alla marea  montante dell’ antisemitismo, annotava nei suoi appunti: “Cosa posso fare io se non scrivere”.

Irène Némirovsky è la mia scrittrice preferita. Ebrea di nascita di padre e di madre, trova la sua fine proprio ad Auschwitz il 17 agosto 1942. Il registro di morte del campo parla di tifo, ma non v’è dubbio che sia passata per i camini. Irène è “nel vento” da allora, ma i 17 romanzi e le decine di racconti che ci ha lasciato sopravvivono alla umana follia e resteranno per sempre vivi.

Era nata a Kiev, capitale della Picccola Russia (ora Ucraina), l’11 febbraio 1903. Figlia di un banchiere ebreo, Leonid, e di una madre che non le ha mai voluto bene, Anna Margulis; vive quindi poco più di trentanove anni. Ma valgono un secolo. Il ‘900 vede in Europa molteplici avvenimenti di portata epocale, e lei è protagonista diretta di due grandi accadimenti, forse quelli di maggiore impatto e drammaticità: la Rivoluzione Russa e – tragicamente – la Shoah.

La vita stessa di Irène Némirovsky è un romanzo: per quello che vive, per gli avvenimenti che affronta direttamente, per ciò che le succede vicino. Tutta la sua vasta produzione narrativa, letta in controluce con la biografia, racconta il romanzo di una vita. Scrive lei stessa: “Nella mia vita ci sono abbastanza ricordi e abbastanza poesia per farne un romanzo”. E nel 1933, già famosa scrittrice, dichiara ad un giornale russo: “Con tutti gli episodi della mia vita si potrebbe scrivere la sceneggiatura di un film”. Inevitabile richiamare alla memoria il famoso “Ho visto cose che voi umani..” di Blade Runner.

Il film della sua vita si dispiega tra la Rivoluzione Russa con i turbolenti anni che la precedettero, fino a quando, nella sua nuova patria, la Francia, viene caricata su un treno con destinazione sterminio. Nel mezzo, stanno ben vivi i suoi ricordi. Nei suoi romanzi la sua prosa racconta il pogrom di Kiev del 1905, i moti rivoluzionari sotto casa sua, il suicidio della sua tata Zezelle, la fuga da San Pietroburgo in slitta, la guerra civile finlandese, un quasi naufragio nel viaggio verso la Francia, le ultime luci della Belle Epoque vista dalla sua finestra a Parigi, il successo come scrittrice, il bel mondo, la ricchezza, l’amore e il matrimonio, due figlie, l’antisemitismo arrembante, il confino nella campagna francese, la (quasi) povertà, l’invasione dell’esercito tedesco, la stella gialla degli ebrei cucita sul petto, le ultime righe scritte seduta nel bosco della campagna francese dove era riparata, la porta del vagone che si chiude.

Tra i tanti romanzi e racconti composti, vere punte di eccellenza letteraria sono Suite francese  (incompiuto, pubblicato postumo solo nel 2004 e diventato un caso letterario internazionale), David Golder (1929) che le da successo e popolarità, il romanzo breve e sferzante Il Ballo (1930). Io – forse perché per me è stato il primo incontro con la scrittura di Irène Némirovsky  – sono particolarmente legato a Jazabel (1936), la storia di una bella donna tremendamente egoista e ispirato a sua madre.

Il 13 luglio 1942 viene prelevata dai gendarmi francesi collaborazionisti e portata via. Lei e la famiglia ignorano  ancora la destinazione finale. Poche settimane dopo anche il marito Michel Epstein troverà il medesimo destino. Nel vagone Irène trova ancora il modo di scrivere: “Non rimpiango niente. Dunque sono stata felice. Non lo sapevo, ma ho avuto tutte le fortune. Sono stata amata. Lo sono ancora, lo sento nonostante la distanza, nonostante la separazione“. Di lei, che ha prevalentemente vissuto a Parigi, un biografo scrive: “Nata a Est è andata a morire a Est. Ma chi può oggi mettere in dubbio che Irène Némirovsky sia straordinariamente viva?”.

Per chi non la conosce, un atto di ricordo in occasione del Giorno della Memoria, può essere la lettura di un suo romanzo.

DIARIO IN PUBBLICO
Che settimana!

Cerco di raccapezzarmi ricostruendo con il ‘Lego’ della memoria i fatti sconcertanti, inammissibili, crudeli e gloriosi che questa Italietta petulante è riuscita a mettere assieme.
Aggiungere qualcosa al problema Ilva supera di molto le mie possibilità intellettuali, morali e ideologiche: lo strazio del sentimento (e della ragione) di fronte all’implacabile ‘fatto’ dei licenziamenti, del ritiro dei franco-indiani, di una città avvolta nel veleno: reale e metaforico. Tutto è dunque colpa dei politici? Oppure anche il ‘popolo’ ha messo del suo?
Ma quello che m’offende, che trovo privo di alcuna possibilità di riparazione, che dimostra il prevalere dell’odio su tutta la gamma dei sentimenti umani è il caso Liliana Segre e del comportamento della destra rimasta quasi tutta seduta al momento della standing ovation che ha seguito la proposta di una commissione anti-odio proposta dalla senatrice. Da qui la vergognosa necessità di offrire alla Segre la protezione di una scorta che l’accompagni e dissuada da gesti incivili chi ha fatto della politica dell’odio la propria bandiera. A questo ormai ‘sentire comune’ si lega e prende forma una pericolosissima forma di protesta quale quella messa in atto dal sindaco di Predappio che nega il contributo comunale al viaggio ad Auschwitz di due studenti.

Il ribollire della coscienza non serve se non si ha pronta una ferma condanna e una altrettanto ferma risposta. In questo dubbio mi conforta e mi sostiene lo splendido articolo di Fiorenzo Baratelli apparso su questo stesso giornale. Scrive: “Vengo da una tradizione politica che negli anni bui della dittatura fascista distingueva tra il filosofo Gentile e lo squadrista Farinacci. Perché non dovrei praticare la stessa arte della distinzione giudicando la Lega? […] La democrazia funziona così, mediante una dialettica quotidiana che condiziona tutti i protagonisti della vita pubblica e che di volta in volta determina spostamenti in direzioni diverse a seconda della capacità culturale messa in campo dai diversi attori politici. Chi si aspetta vittorie clamorose e definitive non ha capito il carattere ‘grigio’ di un sistema che vive all’insegna di mediazioni, compromessi e non aut-aut da ultima spiaggia”.
La proposta di Alan Fabbri, sindaco leghista di Ferrara, di offrire la cittadinanza onoraria a Liliana Segre e di coinvolgere tutte le forze politiche in questo progetto è encomiabile. Ho appena assistito alla votazione della proposta che ha riscosso l’unanimità. Sulla campagna elettorale ormai iniziata da Matteo Salvini con il pranzo al Petrolchimico di più di 400 persone ovviamente il mio giudizio cambia non approvando per ragione anche di gusto personale (il solito radical chic!) che l’uomo politico Salvini con la sua candidata alla presidenza dell’Emilia Romagna, Borgonzoni, tra tripudi di cappellacci, idromele, e altri prodotti della cucina a chilometro zero tenti la scalata alla presidenza della Regione con questi ‘festival’. Poi, come la stampa locale ha sottolineato la visita ai padiglioni di ‘Usi & Costumi’ dove il leader si scatena a farsi riprendere con il testa l’elmo di centurione alla foto con il sosia del guerriero maya di Apocalypto. Qui Matteo Salvini a suo agio si ritaglia un’ora di bagno di folla. Certo non è facile trovare nell’intera storia italiana dall’unità ad oggi un politico che aspira a diventare Presidente del Consiglio che folleggi come il Nostro dal Bagno Papeete ai costumi pseudo-storici. Ma questo è ciò che il popolo vuole e su questo s’impernia la futura ‘prise de pouvoir’ della, un tempo, Emilia rossa.
E la reazione di chi si considera politicamente di sinistra? Un cupo silenzio salvo il chiacchericcio dell’altro non meno imprevedibile Matteo.

Pregustavo da tempo la visione del film “La belle époque” come un evento a cui partecipare; con Fanny Ardant che adoro. Ormai più vecchio del personaggio principale che rivive la sua storia d’amore degli anni Settanta quella di Victor-Daniel Auteuil volevo provare l’emozione di quella Francia che ho cosi ben conosciuto. Che delusione! L’intellettualismo di cui i francesi sono maestri spinto alle conseguenze estreme: quasi una presa in giro. Dire banale è poco; dire sbagliato s’avvicina al vero. Ormai la douce France sta ripetendo i suoi miti con in più la convinzione d’essere nel vero. Helas! E’ ora di cambiare. Un attento lettore mi fa notare che senza il pensiero francese non potremmo capire la nostra storia contemporanea. Tutto vero e condivisibile ma qui non si tratta di pensiero francese ma di utilizzazione di schemi ormai obsoleti con la ‘nostalghia’ degli anni Settanta rivissuti alla luce dei nuovi mezzi comunicativi. Ecco perché m’arrabbio. Sarebbe come se mi mettessi a singhiozzare sul foulard che portavo al posto della cravatta, sui cineclub, sull’isola d Mann, sull’erba e sui pantaloni a zampa d’elefante. Abbiamo dato. Ora è la proiezione della cultura di massa che preoccupa come ben spiega Fiorenzo Baratelli nel suo ottimo articolo che ho citato.

E quale è la notizia più importante della settimana? Quella che racconta come il ministro Dario Franceschini ha rimesso in gioco e ha restituito quei 25 milioni negati al proseguimento della costruzione del Meis, il Museo dell’Ebraismo e della Shoah a Ferrara. E nel nome di chi? Di Liliana Segre.
Bravo ministro.

PER CERTI VERSI
Di Anna, Enrico e d’altre memorie

Ogni domenica Ferraraitalia ospita ‘Per certi versi’, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio, all’interno della sezione ‘Sestante: letture e narrazioni per orientarsi’.

ANNA FRANK

Vi scongiuro
non rilascio interviste
a novant’anni
faccio fatica
a fare la bisnonna
e nonostante tutte
le tecnologie
i fili e i satelliti
non arrivano di là dal cielo
lo so che parlano di me
sono in tanti
che ringrazio
mi chiedono perché il male si ripeta
non si guarisce mai
dal male fatto
e patito
gli uomini hanno dentro di loro
le stelle
per meravigliarsi
o per usare il loro fuoco
per mandare in fumo la storia e le vite
di altri uomini
con truce e fulgida
alternanza
non chiedetemi perché
ho novant’anni
faccio fatica a fare la bisnonna
e niente funziona bene
di là dal cielo

LAKOTA

Era la memoria del popolo Sioux
Me lo hai detto tu caro amico
O dei Dakota dei Lakota
Dei loro bambini
Scomparsi come una nuvola nel cielo rosso
Di gelo e sangue
Poi nevicava
Ma non era Dio che la mandava
Dio era assente
C’erano solo bambini indiani
E camicie blu
Sì i soldati blu
Con le loro mani madide di morte
Nuvola Rossa Alce Nero Toro Seduto
No lui non c’era non c’era più
Il cuore sepolto come gli altri a caccia mentre i soldati blu falciavano gli indifesi per una guerra alle spalle
Vigliacca e decorata di merda e feccia gialla come piscio
A Washington
Loro non chiedono mai scusa
La storia però non è chiusa
Vivono ancora i Lakota fieri discendenti
Nelle riserve
Della memoria
Della vita
Della loro arte
Di oggi e di ieri

ENRICO BERLINGUER

Prima veniva il noi
Prima dell’io
L’ombrello della Nato
Piuttosto che Mosca
La questione morale
Intuita e già fosca dentro ai partiti
Pensando ad oggi come sono finiti
Statista vero
E uomo di stato
Il socialismo dal volto umano
Come una stretta di mano
Uomo del dialogo
Della solidarietà nazionale
Nobile d’animo
Figura universale
Una persona perbene
Amato dal popolo
un milione di persone gli dissero addio
Morto sul palco
Morto di politica
Pertini la sua bara baciò
trentacinque anni or sono
Berlinguer Enrico
Uomo antico
Fermo e mite
Se ne andò

DIARIO IN PUBBLICO
Vivere a ‘Ferara’

Quando arriva il giornale al mattino un sottile brivido d’angoscia si concretizza mentre si sfogliano le pagine. Una valanga di catastrofi s’abbatte sulla città senza interruzione né sosta. A cominciare da Igor, poi spaccio, furti, scandali politici. E ancora la ‘ruina’ dantesca della Spal che faticosamente s’inerpica con altalenante cammino, secondo l’icastica immagine del Poeta: “Vassi in Sanleo e discendesi in Noli/montasi su in Bismantova e in Caccume/con esso i piè; ma qui convien ch’om vol” (Purg. IV, vv. 25-27). Per finire, i deliziosi bocconcini alla stricnina offerti ai pelosi in passeggiata o la conoscenza del luogo dove vivevano e di come vivevano gli ottantacinque cani ospitati abusivamente in un appartamento in cui risiedeva una coppia che non pagava l’affitto.
Meno male che ci sono Bononi e le imperanti sagre del cibo.

Ma la storiaccia dell’insulto alla memoria di Anna Frank mi rende furioso al pensiero di come possa l’abiezione umana allignare nei luoghi che dovrebbero essere di esempio al senso del gioco e della competizione come stimolo morale a una sana crescita: mi produce sconforto e indignazione. Come è potuto accadere che i nostri figli e nipoti possano ancora riferirsi nelle loro manifestazioni ai più mostruosi esempi della non-umanità? Come è possibile che dai tanti che, suppongo, non condividono questa banalità del male che nasce dall’ignoranza, cioè dal pervicace rifiuto della conoscenza, non debba essere partita consapevolmente e spontaneamente una risposta a una simile indegnità, immediatamente seguita dai cori della canzonaccia fascista ‘me ne frego’ mentre si commemora Anna negli stadi oppure dai bracci alzati nel saluto fascista o l’attesa di entrare nello stadio se non dopo la cerimonia della consegna del Diario conclusa?

Ecco che allora tra tutti noi, per pigrizia o per cautela, benevolmente può levarsi questo commento: “E’ stata una goliardata”. In questo modo tutti accettiamo l’ondata di un neo fascismo consapevole o indotto, e su tutti, anche tra coloro che si son battuti per le idee liberali e democratiche, ricade la responsabilità di non aver saputo dare risposte: se non dopo . Me compreso.
Per esempio, la telefonato di Lotito – che prima di recarsi alla sinagoga di Roma per portare una corona di fiori s’informa ansiosamente se saranno presenti il rabbino e/o il suo vice e alla risposta sospira e dice “Famo ‘sta sceneggiata” – fa il paio con il comportamento tenuto, in altro luogo forse meno sportivo e più istituzionale, da pagliacci per fortuna non ancora orrorosi come il protagonista di It, che si strappano i vestiti, si bendano, urlano, vengono alle mani. Sono coloro che dovrebbero rappresentare er mejo della politica. Poi esci e nella piazza del Pantheon e vedi, ma soprattutto senti, il comico genovese che si ‘sgargatta’ ( che nel gergo ferrarese sta per “urla fino allo sfinimento”) per confermare come si debba elaborare un progetto politico attraverso la violenza verbale. Quelle stesse parole che i frequentatori delle curve non sanno leggere ma solo sentire, sommersi come sono dalla loro ignoranza. “Ma mi faccia il piacere!” direbbe l’immortale Totò
Francesco Merlo, in un articolo apparso su ‘La Repubblica’ del 25 ottobre, totalmente condivisibile per l’acutezza del giudizio e per la profondità di un pensiero acuminato dall’arma di distruzione più efficace per combattere la stupidità, l’ironia, scrive: “La signora ebrea che mi accompagna [alla visita alla Sinagoga di Lotito, ndr] è convinta che gli ultrà romanisti e gli ultrà laziali, solitamente divisi dalla stupidità del calcio, sono invece uniti nell’uso di un antisemitismo cieco che non capiscono, e che a loro arriva come un’eco. E poiché sono, anche loro, cretini intelligenti visto che smanettano google, invece di mettere la maglietta giallorossa al solito Shylock [protagonista dell’opera di Shakespeare “Il mercante di Venezia”, ndr] con il naso adunco che si fa pagare in libbre di carne umana, tirano fuori Anna Frank”.

Ecco dove si misura il nostro fallimento ancora più palpabile se si pensa che tra gli imputati del gesto c’è un ragazzino di 13 anni. Ecco perché mi sento coinvolto nel mio mestiere di insegnante. Come e dove abbiamo sbagliato nel tollerare simili indegnità?
Nel frattempo la Ministra dell’Istruzione emana un provvedimento che impone ai genitori l’obbligo di accompagnare i propri figli a scuola fino a tutte le medie, di solito sono frequentate da ragazzi e ragazze tredicenni. Orbene tra coloro che hanno diffuso i poster di Anna con la maglia laziale c’è un tredicenne. Anna aveva tredici quando venne nascosta nella soffitta per uscirne a sedici ed essere immediatamente uccisa nel lager. E si proibisce ai tredicenni di percorrere il tragitto casa-scuola se non accompagnati?
Ecco perché trovo non utili le commemorazioni e le riparazioni negli stadi. La storia di Anna Frank non deve né può passare da lì o solamente da lì. Ma solo nella Storia e nella conoscenza di questa.

C’è un racconto di Giorgio Bassani, ‘La lapide in via Mazzini’ dove il protagonista Geo Josz internato in un lager riesce a ritornare nella sua città dopo la liberazione. Passa per la via dove ai lati della sinagoga stanno per essere scolpite le lapidi che commemorano i morti ebrei e tra questi vede scritto il suo nome. Si fa riconoscere e riceve una specie d’imbarazzata compartecipazione da parte della città. Specie da chi era stato un alto rappresentante del Fascio. Geo prova una specie di vergogna di fronte al silenzio dei suoi concittadini, finché incontrando il mandatario della sua incarcerazione che gli si avvicina con modi amichevoli lo schiaffeggia e lancia un urlo che risuona oltre le mura della città. Il silenzio ha coperto sia la storia di Anna sia l’urlo di protesta. Se c’è stato, non è scoppiato investendo tutta la città, ma è risuonato semmai solo dentro gli stadi. Ecco perché la responsabilità di quel gesto ricade su tutti noi anche quelli che avrebbero dovuto lanciare quell’urlo di avvertimento che avrebbe dovuto risvegliare la nostra città, tutte le città.
Sempre più Ferrara sembra avere imboccato la via che conduce a ‘Ferara’.

Per ritornare a momenti meno gravi, ma rivelatori di una certa mentalità, riporto questo episodio.
Un commento di Michele Serra ne ‘L’Amaca’ del 7 ottobre su ‘La Repubblica’ così si esprime su coloro che, specie su fb, dicono o scrivono “le cose come stanno”. Sembrerebbe una virtù e invece è un pericoloso gioco in questa società di smemorati.
“C’è però una complicazione – scrive Serra – se uno pensa una cazzata o una porcheria, dirla non lo redime né lo soccorre. Se si è convinti – mettiamo – che gli ebrei devono essere deportati, o che una donna che divorzia è una zoccola… è evidente che il grosso problema non è quello che si dice. E’ quello che si pensa”.
E per reazione mi sovvengono ovviamente quei tanti politici che dicono “le cose come stanno” e pensano solo a come dire che bisogna respingere e in che modo…

In città inoltre si assiste a fatti a dir poco immondi. Come si fa nella bella Ferrara a spargere bocconi avvelenati in piccoli parchi pubblici o privati per tenervi lontani i cani? E semmai, filmarne l’agonia? Per fortuna il caso non è avvenuto nella nostra provincia e in città, come si è visto sui media dopo averli avvelenati. Che si fa allora? Le forze dell’ordine avvertono i compagni dei pelosi del pericolo e tutto finisce qui. Altro che carta smeraldo e divisione della spazzatura. Per dire che son convinto che l’inciviltà non proviene solo dalla, nel complesso, inutilità delle soluzioni Hera, quanto dalla pervicacia con cui i miei concittadini esprimono la loro rancorosità (molto spesso confusa con ferraresità) di proposito e con certa soddisfazione. Esempio di ieri. Diligentemente metto fuori dalla porta il sacco giallo della plastica. Dopo dieci minuti ritorno e vedo sul sacco una giacca e un vestito da donna in buone condizioni che avrebbero potuto essere messi nel cassone della Caritas a cento metri di distanza. Sarà stato forse quell’incazzato signore che al ritiro della carta smeraldo sbraitava che lui non avrebbe data niente alla Caritas perché quella è gente che si fa soldi vendendo i vestiti usati? Chissà!

I Calabresi: una famiglia ebraica ferrarese nella tempesta della Shoah

di Linda Ceola

Una donna tiene una boccetta di veleno per topi nella borsetta. E’ angosciata. L’’inutile strage’ della Prima Guerra Mondiale le ha sottratto il suo unico grande amore durante un combattimento, quindi dedica tutta sé stessa allo studio, ma il regime fascista non riconosce i suoi sforzi, poiché nelle sue vene scorre ‘sangue ebreo’. Si chiama Enrica Calabresi e il suo antidoto al fascismo continua ad affascinare non solo i diretti discendenti, ma anche coloro che vengono a conoscenza della sua storia personale.

Il Museo del Risorgimento e della Resistenza di Ferrara accompagna i visitatori nel merito delle vicende storiche della famiglia Calabresi attraverso fotografie, lettere e documenti con la mostra inaugurata mercoledì nell’ambito delle celebrazioni del Comitato Provinciale 27 gennaio per la Giornata della Memoria.
La nascita di questo viaggio nel passato si deve all’incontro tra Antonella Guarnieri, direttrice del Museo, e Massimo Calabresi, pronipote di Enrica. “Ho voluto offrire inizialmente uno sguardo complessivo su quello che è stato l’apporto degli ebrei e il legame antichissimo degli stessi con la nostra città” afferma Guarnieri, grata della collaborazione di Elena Ferraresi e Martina Rubbi, curatrici della mostra. “Il popolo ebreo, che a causa delle persecuzioni si è ritrovato a vagare per il mondo, ha certamente sofferto moltissimo, ma in questa maniera ha sviluppato una grande apertura mentale che va ad esso riconosciuta” prosegue la direttrice. Inoltre l’obbligo religioso per i agazzi ebrei di saper leggere la Torah, rende lo studio un cardine del popolo del libro, tanto da annullare qualsiasi traccia di analfabetismo maschile, più diffuso nel genere femminile.
Enrica Calabresi è un esempio degno di nota in questo senso. Ultima di quattro fratelli nasce a Ferrara, in via Borgo dei Leoni 110, il 10 novembre 1891. Dopo aver frequentato il liceo Ariosto ed essersi iscritta alla Facoltà di Matematica presso l’ateneo ferrarese comprende che il suo percorso la sta portando altrove così si trasferisce a Firenze per studiare Scienze Naturali e prima ancora di ottenere il diploma di laurea viene assunta come assistente presso il Gabinetto di Zoologia e Anatomia Comparata dei Vertebrati.
L’eleganza e la bellezza di Enrica, testimoniate dalle fotografie e il suo amore sconfinato per lo studio, la portano a conoscere Giovan Battista De Gasperi, docente di Geologia e Geografia Fisica, cui Enrica si lega sentimentalmente. La brutalità della prima guerra mondiale non risparmia vite e spezza anche quella del giovane De Gasperi. Il dolore immenso di Enrica Calabresi inizia a sovrastarla, perciò si reca al fronte in veste di crocerossina e nella sofferenza di corpi mutilati e agonizzanti trova il modo di elaborare la propria.
Rientra a Firenze e riprende a lavorare come assistente fino al 1933, quando un collega in vista presso il regime fascista viene preferito a lei. Il cuore di Enrica sanguina ancora.
Con grande sorpresa nel 1937 le viene assegnata la cattedra di Entomologia Agraria presso l’ateneo di Pisa, incarico che le consente di gestire anche l’insegnamento presso il Liceo Ginnasio “G. Galilei” tra i cui allievi spicca Margherita Hack, che la ricorda nella prefazione di “Un Nome” di Paolo Ciampi (Giuntina), dedicato in toto a Enrica Calabresi: “[…] Una donna estremamente timida, che chi, come me, ha conosciuto solo come la professoressa di scienze: una figura di cui ci si sarebbe dimenticati facilmente, se non fosse per il fatto di essere stata colpita da quella ingiustizia disumana che furono le leggi fasciste sulla difesa della razza ariana. Infatti Enrica Calabresi si era macchiata della grave colpa di essere ebrea […]”.

Il 1938 è l’anno della promulgazione delle leggi razziali fasciste e nel silenzio del popolo la violenza diventa un’istituzione. Enrica decade dall’abilitazione alla libera docenza e viene cacciata dall’Università di Pisa. Il suo percorso burrascoso non conosce tregua ma senza darsi per vinta continua ad insegnare presso la scuola ebraica di Firenze e nel timore di chiedere aiuto a qualcuno mettendolo in pericolo sceglie di vivere sempre sola.
Francesco Calabresi, nipote diretto di Enrica ha una grande ammirazione per la zia, sorella del padre. Con voce sommessa racconta d’averla incontrata qualche giorno prima di essere arrestato e portato nel lager di Caserme Rosse a Bologna in quanto renitente alla leva: “era completamente terrorizzata – dice – non sapeva cosa fare e non voleva nemmeno nascondersi a casa di qualcuno poiché se l’avessero scoperto l’avrebbero fucilato istantaneamente”
Gennaio 1944. Enrica Calabresi sa molto bene qual è il suo destino. Un gruppo di fascisti fa irruzione nella sua abitazione, viene arrestata e trasferita nell’ex convento fiorentino di Santa Verdiana adibito a carcere. Arriva così il momento di aprire la borsetta. Estrae la boccetta di fosfuro di zinco, ne ingerisce il contenuto e in una lenta agonia si abbandona alla morte preferendola alla deportazione.

“Io credo che la storia della mia famiglia come quella di tante altre sia in grado di darci un’idea di ciò che è stato il regime fascista composto e sostenuto prima di tutto da italiani, non forestieri” sottolinea Massimo Calabresi pronipote di Enrica. “Si pensi ad esempio alla profanazione delle due sinagoghe presenti qui a Ferrara – continua Massimo – nonché all’Eccidio del Castello del ’43”.
Tra i vari documenti esposti in mostra figura anche il testamento del nonno di Massimo Calabresi in cui vengono citate le motivazioni della sua conversione. “Questa scelta, in un certo senso, non lo salvò – spiega il pronipote di Enrica – tanto che nella notte del 14 novembre 1943 vennero a cercarlo in via Vittoria, dove abitavamo, ma sbagliando numero civico non lo trovarono, consentendogli di rifugiarsi in casa di amici fino alla fine della guerra, mentre noi ci trasferimmo a Sabbioncello San Vittore”.
“Nessuno di noi scappa dalle proprie origini – conclude Massimo Calabresi – e io sono assolutamente orgoglioso delle mie radici ebraiche”.

La mostra “Una famiglia ferrarese ebrea. La storia d’Italia raccontata dai ‘Calabresi’ (1867-1945)”, a ingresso gratuito, rimarrà aperta al pubblico fino al 26 febbraio 2017, dal martedì alla domenica dalle 9:30 alle 13 e dalle 15 alle 18.

Mala ed Edek: Giulietta e Romeo nell’inferno di Auschwitz

Possibile innamorarsi nel mezzo della tragedia della Shoah? Possibile provare uno dei più forti sentimenti che rende umani e ci lega a un altro essere proprio quando si vive – o meglio si tenta di sopravvivere – in un universo concentrazionario che fa di tutto per togliere ogni brandello di umanità e dignità e nel quale si muore “per un sì o per un no”?
Ed è possibile raccontare la storia di un amore in un campo di concentramento senza prestarsi alle strumentalizzazioni dei negazionisti sempre in agguato pronti a sminuire, quando non a rifiutare che “questo è stato”?

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Francesca Paci, già corrispondente per La Stampa da Gerusalemme e da Londra, lo ha fatto nel suo “Un amore ad Auschwitz” (Utet, 2016), presentato mercoledì pomeriggio al Meis in via Piangipane. Quella di Mala ed Edek, i ‘Giulietta e Romeo di Auschwitz’ come li chiamavano gli altri internati, è una storia vera, come recita il sottotitolo, di cui paci Paci ha saputo due anni fa in occasione di una visita al campo di sterminio polacco. E non ha potuto fare a meno di scriverla. Ad appassionarla è stata “l’idea di una storia d’amore ad Auschwitz, mai raccontata fino a quel momento, fra una ragazza ebrea e un prigioniero politico polacco, che riescono attraverso piccoli gesti quotidiani a salvare vite”, ma soprattutto il fatto che in questa vicenda non ci fossero ombre, “nessuno dei deportati prova invidia per loro: Mala ed Edek hanno trovato una strada per sopravvivere nel campo, ma la usano per essere utili agli altri”.
Quello di Francesca Paci è stato un lavoro di ricerca negli archivi di Auschwitz per trovare tutte le testimonianze dei deportati che li avevano conosciuti e in giro per il mondo, “per cercare quelle cinque o sei persone rimaste che potevano ancora parlare di loro”.

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Mala, Malka Zimetbaum, è di origine polacca, ma la famiglia è emigrata in Belgio dopo i primi pogrom ha un carattere fiero e conosce molte lingue, “sei o sette a seconda delle testimonianze”, per questo viene scelta dalle SS come interprete e traduttrice e lei sfrutta questa posizione per aiutare in ogni modo le compagne di prigionia. Edek, Edward Galiński, si è arruolato nella Resistenza polacca quando aveva 17 anni, il suo è uno fra i primi convogli ad arrivare ad Auschwitz, meno di due mesi dopo l’apertura del lager: ha visto nascere e crescere la macchina del genocidio.
Nel giugno del 1944 riescono a fuggire grazie a un travestimento: comprando l’aiuto di un ufficiale nazista, Edek recupera un’uniforme da SS e con Mala vestita da prigioniera esce dal campo esibendo un permesso falso. “In un villaggio vicino li aspetta un artigiano del posto che li porta in un granaio dove passano la notte”, ha raccontato Paci. Purtroppo però il loro sogno di amore e libertà non si realizzerà: “li hanno ricatturati a 50-60 chilometri da Auschwitz, non è ancora ben chiaro come: una delle versioni, forse quella che preferisco, è che abbiano preso lei mentre cercava da mangiare e lui poi si sia consegnato per non lasciarla sola”. “Li hanno imprigionati e torturati prima di ucciderli, per far confessare loro chi li aveva aiutati: non lo hanno fatto”. Lei aveva 24 anni, lui 20.

Nel campo, ha rivelato la giornalista, sono conservate “due ciocche dei loro capelli e uno schizzo a gessetto che Mala si è fatta fare da una prigioniera per regalarlo a Edek”, mentre nella cella del blocco 11 dove Edek era rinchiuso – accanto a quella dove fu imprigionato padre Massimiliano Kolbe – “lui ha inciso il nome di Mala e la data del loro incontro”. Quando Paci ha chiesto perché le tracce di questa storia non fossero esposte, i responsabili dell’archivio di Auschwitz le hanno risposto: “qui in archivio ci sono una quantità di storie non scritte, forse la stragrande maggioranza, e forse ognuno degli oggetti che conserviamo ha una storia unica”.
Tante sono state le forme di resistenza alla violenza e alla barbarie nazi-fascista, anche l’amore di Mala ed Edek lo è stata: il rifiuto di due giovani di farsi depredare della capacità di provare un sentimento sincero per un altro essere umano, di farsi strappare la speranza di un futuro insieme lontano dalla guerra e dal genocidio.

Una poesia, un disegno, un’amicizia.
Storie di ordinaria bellezza nella “banalità” del Male

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La Memoria va preservata affinché il passato possa diventare lezione presente e futura, e ci aiuti a “superare” certi fatti di cronaca che, purtroppo ancor oggi,raccontano l’odio inspiegabile verso un popolo, dimenticando, troppo spesso, che nei campi di sterminio il popolo ebraico ha segnato col sangue la via verso la pace e l’amore tra gli uomini. Il sacrificio non sarà stato consumato inutilmente se i figli capiranno che togliere la libertà e uccidere sono manifestazioni dei peggiori istinti umani. L’odio antisemita è un motivo conduttore del nazismo. Che cosa si nasconde dietro l’antisemitismo? Secondo lo scrittore tedesco Hesse l’odio contro gli ebrei è un complesso di inferiorità mascherato: rispetto al popolo molto vecchio e saggio degli ebrei, certi strati meno saggi di un’altro gruppo etnico sentirebbero nascere dalla concorrenza invidia e inferiorità umiliante.

Va custodita la Memoria della Shoah, e non solo il 27 gennaio, ma ogni giorno, senza dimenticare i figli, i nipoti di queste vittime, che vivono in mezzo a noi. Dobbiamo smuovere le coscienze affinché non solo la memoria di un passato in cui il mondo è tornato ad essere foresta di ombre e belve, ma anche la contemporaneità infinita dei tempi e dei destini, sia finalmente percepita. “Del male si può essere forzatamente vittime, ma non forzatamente autori”. La Shoah intende ammonirci e invitarci alla riflessione, divenendo il simbolo della tragica divaricazione che spesso si verifica tra le leggi della politica e della storia e le esigenze naturali della coscienza e della morale dei singoli individui, quando, come scrisse Goya, “il sonno della ragione genera mostri”.

Insieme alla Shoah vanno ricordati anche tutti coloro che hanno subito la deportazione, la prigionia, la morte e quanti, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio e, a rischio della propria vita, hanno protetto i perseguitati. Fra i Giusti è doveroso ricordare Giorgio Perlasca che a Budapest, fingendosi Console spagnolo, riuscì a salvare dallo sterminio nazista migliaia di ebrei ungheresi.

La politica nazista nei confronti dell’infanzia fu ancor più crudele e devastante che rispetto al resto della popolazione. I bambini erano i primi a dover essere eliminati. Purtroppo in guerra, i bambini sono le vittime più indifese della persecuzione e dello sterminio, come sta accadendo da alcuni anni anche in Siria. La guerra, la fame, ma soprattutto la distruzione fisica e psicologica sono i mali che da sempre gettano buio sul mondo.

Sono stati più di un milione e mezzo i bambini uccisi nei campi di sterminio nazisti. L’unica colpa era quella di essere ebrei! Ricordando l’assassinio di questi poveri innocenti, si evince in quale abisso il mondo possa precipitare quando a dominare oltre all’odio è l’indifferenza. Quindicimila furono i bambini “ospitati” nel campo-ghetto di Terezìn, situato a circa 60 km da Praga. In questo “speciale” campo di concentramento venivano raggruppati i bambini ebrei prima dello smistamento nei vari campi di sterminio. I sopravvissuti sono meno di un centinaio. La maggior parte dei bambini trovò la morte nelle camere a gas di Auschwitz.

Quattromila disegni e poesie sono stati recuperati in questo campo di Terezìn, dove i bambini, seppur in condizioni terribili, riuscivano a dare sfogo alla loro fantasia e spontaneità come risposta al progetto criminale nazista.

Dei 776 bambini ebrei italiani di età inferiore ai 14 anni che furono deportati ad Auschwitz, corre l’obbligo citare, tra i pochissimi sopravvissuti, Samuel Modiano (detto Sami) e Piero Terracina, diventati amici proprio nell’inferno di Auschwitz, dove avvenne anche l’incontro con Primo Levi, più grande di loro di circa dieci anni e morto suicida nel 1987.

Primo Levi è l’autore della più celebre testimonianza sulla “vita” nel campo di Auschwitz-Birkenau, “Se questo è un uomo”. “C’è acqua ad Auschwitz, ma non è potabile. Ci sono le docce, gelate, ma in alcune esce il gas…berretto su, berretto giù, correre alla zuppa, andare alla latrina. Andare a morire correndo”.
L’immensa sofferenza di tante crudeltà è conservata nelle parole di questi testimoni che hanno avuto il coraggio di condividere le terribili esperienze attraverso la scrittura. Descrivere l’indescrivibile affinché tutti sappiano e tutti si chiedano “perché?”.

Scrive Modiano:”Quel giorno ho perso la mia innocenza. Quella mattina mi ero svegliato come un bambino: la notte mi addormentai come un ebreo”. Questa frase si riferisce alla promulgazione delle leggi razziali: frequentava la terza elementare e si vide espulso in quanto ebreo. Per molti anni, da sopravvissuto, Modiano è rimasto in silenzio. In che modo dar voce al dolore di un’adolescenza bruciata, di una famiglia dissolta, di un’intera comunità spazzata via? Nato a Rodi,un’isola nella quale ebrei, cristiani e musulmani convivono pacificamente da secoli, Modiano non conosce la lingua dell’odio e della discriminazione. Ma all’indomani delle leggi razziali,all’improvviso si trova bollato come “diverso”.

Piero Terracina:”Ci misero in sessantaquattro in un vagone. Fu un viaggio allucinante, tutti piangevano, i lamenti dei bambini si sentivano da fuori, ma nelle stazioni nessuno poteva intervenire, sarebbe bastato uno sguardo di pietà. Le SS sorvegliavano il convoglio. Viaggiavamo nei nostri escrementi: Fossoli, Monaco di Baviera, Birkenau-Auschwitz”.

Degli otto componenti della sua famiglia, Terracina sarà l’unico a fare ritorno. “Dove sono i miei genitori? chiesi a un altro sventurato nel campo di Auschwitz-Birkenau. E lui rispose: Vedi quel fumo del camino? Sono già usciti da lì”.

(Le opere di Laura Rossi sono tratte dalla Collezione ‘Shoah’, 1984)

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Le storie che fanno la Storia: così Ferrara narra la sua Giornata della Memoria

A più di settant’anni da quel 27 gennaio 1945, quando i cancelli di Auschwitz sono stati aperti, testimoni e sopravvissuti se ne stanno andando e siamo ormai entrati nell’età della ‘post-memoria’: una sedimentazione costituita sempre più da rappresentazioni degli eventi della Shoah, non dagli eventi stessi o dalle testimonianze scritte oppure orali di quegli accadimenti.
E dato che l’oblio del genocidio è stato parte integrante del genocidio stesso, la Shoah fin dall’inizio ha richiesto maggiori sforzi collettivi per la sua trasmissione e rappresentazione: ciò che sfida le tradizionali categorie concettuali e interpretative è la tensione creata dalla contemporanea presenza della necessità di arrivare una verità storica e del problema rappresentato dall’opacità dell’evento. “Dire l’indicibile” o “comprendere senza spiegare”, espressioni spesso sentite a proposito dell’Olocausto, non sono solo retoriche.
A tutto questo si aggiunge la spersonalizzazione delle vittime, prima come crudele strategia dei carnefici durante lo sterminio, e poi come trappola nella quale rischia di cadere chi si confronta con la narrazione e la memoria di una ‘tragedia’ divenuta paradigmatica di quello che viene chiamato il ‘secolo dei genocidi’.

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Anna Quarzi

Per tutte queste ragioni le celebrazioni ferraresi della Giornata della Memoria 2017 hanno al contrario lo scopo di “personalizzare” la Storia, raccontandola attraverso storie di persone che hanno vissuto da prospettive diverse quegli anni drammatici per l’Italia e l’Europa. È la professoressa Anna Quarzi, direttrice dell’Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara, a darci questa chiave di lettura del programma del Comitato Provinciale 27 gennaio, del quale – oltre all’Istituto da lei guidato – fanno parte: il Comune, la Questura e il Comando Provinciale dei Carabinieri e della Guardia di Finanza di Ferrara, l’Archivio di Stato, l’Università degli studi e l’Ufficio scolastico provinciale di Ferrara, la Comunità ebraica cittadina e la Fondazione Meis, il Museo del Risorgimento e della Resistenza e le associazioni ferraresi dei partigiani, dei combattenti e dei reduci, delle vittime civili e dei dispersi in guerra.
In particolare, ci spiega Anna Quarzi, “quest’anno parleremo delle vittime e dei giusti, non solo quelli ufficialmente riconosciuti dallo Yad Vashem in Israele”. Ecco il senso del Convegno “La memoria della Shoah e i Giusti fra le Nazioni”, organizzato da Istituto di Storia Contemporanea, Fondazione Meis e Università di Ferrara in collaborazione con la Comunità Ebraica, nel pomeriggio di giovedì 26 nell’Aula Magna del dipartimento di Giurisprudenza in Corso Ercole I d’Este: “un momento scientifico importante per ricostruire la nozione di ‘giusto’ dal punto di vista filosofico e giuridico, ma anche per narrare le storie di giusti”. Durante la mattinata, la cerimonia ufficiale di deposizione di una corona presso il cippo che ricorda i cittadini ebrei ferraresi reclusi nella Caserma Bevilacqua in corso Ercole I d’Este nel gennaio 1944 racchiude entrambi i temi, dei giusti e delle vittime: il presidente della Comunità Ebraica Andrea Pesaro ricorderà i componenti della comunità qui detenuti dopo il bombardamento del carcere in via Piangipane, il Questore Antonio Sbordone “nel suo intervento “Il dovere verso la legge e il dovere verso l’uomo” parlerà agli studenti di persone delle Istituzioni che si sono prese la responsabilità personale di salvare cittadini italiani di origine ebraica andando contro le leggi che avrebbero dovuto rispettare”, sottolinea la professoressa. “Inoltre – prosegue Quarzi – continuiamo il lavoro di ricerca sugli internati militari e civili, perché dobbiamo ricordare che la legge del 2000 include tutti “gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte”. Quest’anno consegneremo ai famigliari tre Medaglie d’Onore, conferite dal Presidente della Repubblica agli ex internati militari e civili ferraresi nei lager nazisti e destinati al lavoro coatto durante il secondo conflitto mondiale. Fino a oggi ne abbiamo consegnate circa duecento”. La cerimonia è prevista per venerdì 27 gennaio alle 10.00 presso la Sala Estense in piazza Municipale. Infine nella mattinata del 31 gennaio alla Sala Agnelli della biblioteca Ariostea si parlerà del ruolo della Guardia di Finanza negli aiuti ai profughi ebrei e ai perseguitati: “saranno presentate nuove ricerche su questo tema. Una cosa che forse non tutti sanno, per esempio, è che Vittore Veneziani, importante direttore di coro italiano fra le due guerre di origine ebraiche ferraresi e al quale è intitolata la conosciuta accademia Corale della nostra città, è stato salvato proprio dalla Guardia di Finanza”. E proprio l’Accademia Corale Vittore Veneziani dedicherà anche quest’anno un concerto alla Giornata della Memoria (sabato 28 alle ore 11 e domenica 29 alle ore 16,30 presso l’Auditorium Santa Monica dell’IT Bachelet in via R.Bovelli): attraverso la storia di tre bimbe ebree, di una bimba rom e di un preadolescente afgano si ripercorreranno vicende drammatiche in cui la salvezza degli uni si muove sullo sfondo della sventura di altri.
Un omaggio alla memoria delle vittime, ma anche un’occasione per conoscere un pezzo di storia ferrarese, è “Touch-Toccare alcune storie di cittadini ferraresi ebrei deportati”, 
installazione a cura di Piero Cavagna e Giulio Malfer, la cui inaugurazione martedì 24 gennaio alle 18 presso il Meis in via Piangipane, darà inizio alla settimana delle celebrazioni: dieci storie di componenti della comunità ebraica cittadina di tutte le età deportati ad Auschwitz e mai più tornati. A dare voce alle loro biografie saranno un racconto in prima persona e la loro foto, ricoperta da uno strato di inchiostro termo-cromico nero, che entrando in contatto con il calore delle dita delle mani dei visitatori, lascerà tornare alla luce i loro volti almeno temporaneamente.
Mercoledì 25 alle 11 nei locali del Museo del Risorgimento e della Resistenza sarà poi inaugurata la mostra “Una famiglia ferrarese ebrea: la storia d’Italia raccontata dai “Calabresi” (1867-1945)” a cura di Antonella Guarnieri. Ancora una volta una storia forse poco nota ai più: “Enrica Calabresi, scienziata e professoressa ebrea ferrarese trasferitasi a Firenze, ha avuto come allieva una giovane Margherita Hack, testimone della sua cacciata dopo l’introduzione delle leggi razziali nel 1938. Enrica è morta suicida nel 1944 per non essere deportata”, racconta la professoressa Quarzi.
Un altro evento dedicato alle vittime è “Anche “i sommersi” ebbero una voce: testimonianze di resistenza civile dai ghetti polacchi
”, intervento della professoressa Marcella Ravenna della Comunità Ebraica di Ferrara domenica 29 gennaio alle 21 presso la saletta del Centro Sociale Ricreativo Culturale Doro in viale Savonuzzi.
E a chi continua a interrogarsi sul significato della ricorrenza del 27 gennaio per le giovani generazioni, Quarzi risponde: “deve essere preceduta da un lavoro di preparazione con i ragazzi, come del resto facciamo con i viaggi della memoria. Si deve fare con loro una riflessione critica, non solo suscitare una reazione emotiva passeggera. Devo dire che riscontriamo una risposta di grande impegno da parte di tutte le scuole ferraresi: saranno circa 140 gli studenti che parteciperanno alla cerimonia in Sala Estense del 27 gennaio e tutti hanno partecipato a progetti sulla memoria. Infine c’è l’evento dell’8 febbraio, “Da Ferrara a Fossoli”, durante il quale alcuni studenti del Liceo Scientifico Roiti esporranno il lavoro che stanno facendo da più di un anno sui deportati ferraresi nel campo modenese in collaborazione con l’Archivio di Stato di Ferrara”.

Birkenau
Birkenau

Fin qui il programma ufficiale del Comitato 27 gennaio, ma la Giornata della Memoria verrà celebrata anche da altre realtà culturali ferraresi.
La collaborazione Ferrara Sintonie, fra Ferrara Musica e Ferrara Off, darà vita a due appuntamenti il 27 e il 29 gennaio. Venerdì alle 21 in Sala Estense, l’opera “Exil” del compositore georgiano Giya Kancheli, scritto per soprano, flauto, violino, viola, violoncello, contrabbasso, sintetizzatore e nastro magnetico, composto nel 1994 con testi della Bibbia, di Paul Celan e di Hans Sahl. I testi sono selezionati da Monica Pavani e interpretati da Diana Höbel e Marco Sgarbi, protagonisti anche della serata di domenica alle 18 nello spazio teatrale di via Alfonso I d’Este: “Troviamo le parole”, una mise en espace a cura di a cura di Giulio Costa e Monica Pavani. Ingeborg Bachmann e Paul Celan, due fra gli autori più significativi del Novecento, si incontrano nel 1948 quando lui, a soli ventisette anni è già un poeta conosciuto, mentre lei, più giovane di sei anni, non è ancora nota ma ha già deciso di vivere di scrittura; fra loro si creerà un rapporto di amicizia, amore, comprensione e disperazione che trovando respiro nello scambio epistolare che diventa man mano il racconto di due vocazioni.
In occasione della Giornata della Memoria, il Jazz Club del Torrione San Giovanni ospita poi l’ensemble Naigarten Klezmer che condurrà il pubblico attraverso un viaggio nelle tradizioni musicali degli ebrei dell’Est Europa, degli zingari Manouche e Rom e dei vicini Balcani.

Il programma del Comitato Provinciale 27 gennaio

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Auschwitz, bimbi e selfie tra le camere a gas:
quando si banalizza la ‘banalità del male’

I ragazzi delle classi quarte dell’istituto Orio Vergani di Ferrara in viaggio nei campi di sterminio, a contatto con la tragedia della Shoah e le deviazioni del turismo di massa.

Partenza alle 5 della mattina di martedì 11 ottobre, ci attendono 15 ore di autobus. Per tutto il viaggio siamo accompagnati dalla pioggia e sul Tarvisio persino dalla neve. Attraverso Austria e Repubblica Ceca, arriviamo in serata a Cracovia. È la seconda volta che mi reco ad Auschwitz, in questa occasione sono insieme a quaranta studenti delle classi quarte dell’Iis Orio Vergani. Il viaggio della memoria, finanziato dall’Assemblea legislativa dell’Emilia Romagna, è la tappa conclusiva di un percorso di approfondimento sulla comunità ebraica cittadina: sono più di 100 i cittadini ferraresi di origine ebraica deportati prima nel campo di smistamento di Fossoli di Carpi e poi nei campi di sterminio nazisti, per la maggior parte ad Auschwitz. Di questi solamente cinque hanno fatto ritorno.
Giovedì 13 il programma prevede in mattinata la visita a Kazimierz, il quartiere ebraico di Cracovia, che ormai lo è solo di nome. Insieme ai ristoranti kosher e ai chioschetti per turisti, più che gli abitanti sono rimasti solo gli edifici delle sinagoghe e il cimitero ebraico rinascimentale meglio conservato d’Europa a testimoniare la ricchezza di quello che prima del 1939 era uno dei principali centri culturali dell’ebraismo ashkenazita. Anna, la nostra guida, ci fa vedere dall’esterno la fabbrica di Oscar Schindler e ci porta nelle strade lungo le quali Steven Spielberg ha girato il suo “Schindler’s List”, con tanto di immagini del film appese lungo le pareti esterne delle case per le eventuali foto ricordo. Un altro maestro del cinema, Roman Polanski, è cresciuto qui a Cracovia e ha vissuto nel suo ghetto: lui e suo padre sono riusciti a salvarsi, sua madre è morta proprio ad Auschwitz. Quando finalmente si è sentito pronto per girare un film sulla Shoah ha scelto però la storia del pianista di Varsavia Władysław Szpilman, inserendo solo alcuni frammenti della propria vicenda personale. Non ha potuto avvicinarsi di più a quel fondo di incomunicabilità che è insito nell’esperienza della Shoah.

Dopo aver camminato nei luoghi dove gli ebrei hanno vissuto per secoli, il pomeriggio è stato dedicato al campo di concentramento e di sterminio di Auschwitz-Birkenau: Auschwitz I, il primo campo con gli edifici in mattoni, in origine caserme polacche e austriache, dal 1947 è museo nazionale, dal 1979 tutto il complesso, che comprende anche Auschwitz II-Birkenau e Auschwitz III-Monowitz (dove era internato Primo Levi), è sito Unesco.
Ricordavo il viavai dei pullman e i gruppi in attesa delle guide; la quantità e il vociare delle persone, l’odore del cibo di strada però mi sembrano aumentati rispetto alla volta scorsa, i gazebo con il metal detector e per le radio con auricolari, poi, sono una novità. Una volta entrati, noto che i ragazzi si fanno silenziosi e attenti, non usano più i loro smartphone se non per fotografare i viali, i block nei quali entriamo e il loro contenuto, ma facendo sempre attenzione a inquadrare solo i reperti nelle teche, le immagini e i pannelli alle pareti, o al massimo le nuche dei compagni davanti a loro.
Sono proprio i ragazzi a farmi notare, con un tono più di rimprovero che di stupore, alcuni turisti di origine asiatica davanti a quegli stessi blocchi impegnati in quello che sembra ormai il rito per eccellenza del turismo di massa e non solo: i selfie, con tanto di bastone, gambetta alzata e sorriso da personaggio di fumetti. Proseguendo la visita, lungo i corridoi rivestiti con le foto scattate agli internati poco dopo il loro arrivo e, in molti casi, poco prima della loro morte, noto che ci precede una mamma con un bambino di quattro o cinque anni al massimo. Lo rivediamo mentre attraversiamo in coda gli angusti spazi sotterranei del blocco della morte, quello con le prigioni del campo, il muro per le esecuzioni e la pertica di legno alla quale i detenuti venivano appesi per le mani legate dietro alla schiena. Si guarda intorno perplesso ed è difficile pensare che qualcuno gli abbia spiegato dove si trova, forse non è nemmeno auspicabile, se nel regolamento del museo stesso si sconsigliano le visite di minori al di sotto dei 14 anni. Poco più tardi, come farebbe qualsiasi bambino, corre lungo i viali alberati fra le palazzine di mattoni rossi, peccato che lì accanto ci sia la forca per le impiccagioni dei prigionieri che avevano tentato la fuga e poco più avanti la camera a gas con il crematorio del campo. In tutto ciò c’è qualcosa che stride fortemente perché Auschwitz I è sì un museo storico con una imprescindibile funzione memoriale e pedagogica, ma non è un museo storico come gli altri: è anche il luogo dove è stato perpetrato lo sterminio di 1 milione e 100.000 persone: 1 milione ebrei, 75.000 polacchi, più di 20.000 zingari, 15.000 prigionieri di guerra sovietici e oltre 10.000 di altre nazionalità.

Non sono certo questioni nuove, già nel 2014 sulla rete c’erano state polemiche per la pagina facebook aperta da una ragazza israeliana con selfie di ragazzi sorridenti in visita in vari campi polacchi (leggi qui). E questo è solo l’ultimo tassello dei problemi posti dalla costruzione della memoria e dalle pratiche memoriali, in particolare quelle sulla Shoah, con la scomparsa dei testimoni e nella nostra cultura dei media, ora anche virtuali.
È stato più volte osservato come si sia ormai arrivati a una monumentalizzazione della memoria della Shoah, che ha portato a sua volta un distacco e un distanziamento per cui possiamo ormai ipotizzare il passaggio dall’era della memoria a quella della commemorazione. Negli ultimi anni la memoria della Shoah si sarebbe cioè trasformata in ossessione commemorativa, dovere della memoria in senso retorico, con il conseguente passaggio dalla valorizzazione dei luoghi della commemorazione alla loro sacralizzazione e alla trasformazione dei siti storici in musei e mete per visite organizzate. Una possibile interpretazione di tali fenomeni è fornita da Andrea Minuz (espeto di cultura visuale e Shoah), che distingue fra ‘memoria della Shoah’ e una più ampia ‘cultura dell’Olocausto’.
Auschwitz è il luogo di due storie successive: quella dello sterminio avvenuto durante la Seconda Guerra Mondiale e quella di un sito della memoria. A chi appartiene Auschwitz? A chi cerca di sviluppare un vasto piano pedagogico, con un archivio e un centro di documentazione e un museo in cui professionisti spieghino le diverse forme della criminalità nazista? Oppure appartiene a chi ne vuole fare un cimitero, il luogo in cui sono state sparse le ceneri delle vittime e in cui si deve venire solo per commemorarle? Seppure dolorose, queste discussioni sono inevitabili per mantenere in vita la memoria, per evitare che questa si trasformi in un rituale vuoto.
Il Museo di Auschwitz è assimilabile a uno di quelli che lo storico francese Pierre Nora ha chiamato ‘luoghi della memoria’, luoghi artificiali per i quali è necessaria un’apposita decisione affinché assumano il valore di luoghi del ricordo e della commemorazione, e contemporaneamente un ‘sito autentico’, luogo nel quale lo sterminio si è svolto.

Quello che molti visitatori ricordano maggiormente della visita al museo del campo sono i momenti di fronte alle teche di vetro con gli oggetti dei deportati e i capelli umani. Il rischio è che tali resti ci obblighino a ricordare le vittime attraverso lo sguardo dei loro carnefici, come questi ultimi avrebbero voluto che fossero ricordati: solo attraverso i resti di una cultura distrutta. Tali oggetti, il modello dei vagoni nei quali le vittime venivano deportate o quello della camera a gas di Birkenau, sono fantasmi della memoria, ci ricordano solo la morte: come se la memoria della vita delle comunità fosse persa per sempre. La teca con le due tonnellate di capelli mette in luce la contraddizione implicita nella conservazione dei siti dello sterminio: conservare i capelli significa preservare una prova del crimine, mentre sotterrarli significa preservare la dignità delle vittime. Per questo si è anche pensato di trovare una soluzione di compromesso ispirandosi ai monasteri francescani, che interravano i monaci in cripte dove il microclima assicurava una perfetta mummificazione naturale dei corpi: bisognava creare un luogo simile nel museo per sotterrare i capelli, facendo in modo che rimanessero nello stesso tempo visibili ai visitatori. Un problema simile è sorto nel caso dei crematori di Birkenau fatti saltare dai nazisti prima della partenza: restaurarli per mostrare come erano quando funzionavano o lasciarli come sono in quanto prova del crimine, ma anche del tentativo di cancellare il crimine stesso. Qui si è scelto di lasciare le macerie come erano e poco altro del sito è stato toccato. Ecco perché l’atmosfera è del tutto diversa: nei più di 170 ettari di Birkenau, dove furono stipate fino a 100.000 persone, sono rimaste solo poche baracche intatte, al posto delle tante bruciate e distrutte solo i camini e i contorni dei luoghi dove sorgevano, solo queste tracce per capirne il numero. Ma del resto la parola greca istoría, non significa ricerca, conoscenza attraverso l’indagine?

In un articolo apparso sul quotidiano “La Repubblica”, Salvatore Settis ha affermato che “la vera, la grande “redditività” del patrimonio culturale non è nella sua commercializzazione, e nemmeno nel turismo e nell’indotto che esso genera, bensì in quel profondo senso di identificazione, di appartenenza, di cittadinanza, che stimola la creatività delle generazioni presenti e future con la presenza e la memoria del passato”. Ciò vale a fortiori quando tale passato è la Shoah, quando cioè si vuole perpetuare la memoria di una sofferenza che per molti interpreti trova nel silenzio la risposta più profonda. In questo senso i luoghi della memoria dell’Olocausto corrono costantemente il rischio di essere percepiti, come è successo a Primo Levi quando è tornato ad Auschwitz nel 1965, come un insieme di cose morte facenti appello solo alla curiosità voyeuristica di coloro che li visitano, rimanendo però impotenti di fronte alla sclerotizzazione della memoria del genocidio degli ebrei ed alla sua trasformazione in narrazioni innocue in quanto prive del potenziale critico necessario.
La visita al complesso di Auschwitz-Birkenau, ai blocchi, alle baracche, alle camere a gas, il cammino lungo i binari delle selezioni fino ai resti dei crematori è un’esperienza e dunque va vissuta e interiorizzata: meno selfie e più riflessione, interpretazione, discussione, perché la memoria non sia un rituale vuoto, ma una pratica sociale da trasmettere di generazione in generazione.

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La Torah in mostra al Meis: suggestioni di un culto millenario aperto alle domande di tutti

di Lorenzo Bissi

Avvicinare gli spettatori di ogni età e provenienza al culto e alle tradizioni della fede ebraica attivando, oltre alla sola vista, anche l’olfatto e l’udito.
Questa è la proposta del Meis, Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah di via Piangipane, che ieri, domenica 18 settembre, in occasione della Giornata Europea della Cultura Ebraica, ha deciso non solo di aprire le porte alla cittadinanza, ma anche di offrire il tour guidato alla mostra intitolata Torah, fonte di vita.
Nonostante la collocazione degli oggetti esposti non sia quella originale, quella cioè del Museo della Comunità Ebraica ferrarese in via Mazzini, a causa del terremoto del 2012, che tuttora costringe la comunità a svolgere le proprie celebrazioni esclusivamente nel tempio Fanese, le opere trovano ampio respiro e mantengono il loro valore, disposte in tre sale del palazzo e avvolte da un’atmosfera allo stesso tempo suggestiva, intima e accogliente. Tutti gli oggetti all’interno del palazzo sono legati alla Torah, e di conseguenza alla vita religiosa di un uomo ebreo.
L’antico testo è il filo conduttore dell’esposizione: un’intera sala è dedicata agli oggetti con cui questo viene decorato, curato, letto. Un’altra riproduce uno spaccato della sinagoga dove il rotolo sacro viene custodito durante le celebrazioni, mentre l’ultima sala, la più simbolica e astratta (non a caso dedicata al tema del pensiero), trova al suo interno libri ed enciclopedie riguardanti i commenti riguardanti questa, oltre a grandi punti interrogativi disegnati sulle pareti: ognuno può porre una domanda, avviare un dibattito, lasciare una riflessione, scrivendola sul muro.
Sharon Reichel, la curatrice della mostra, sembra dunque voler rendere la mostra il più fruibile a tutti, attraverso percorsi didattici dedicati anche ai più piccoli, e dare allo spettatore l’opportunità di essere attivo nel suo percorso, facendolo pensare, riflettere, domandare, utilizzando anche l’ausilio di profumati bastoncini di cannella, chiodi di garofano, anice stellato e bacche di ginepro.
Le piccole dimensioni della mostra non devono per forza essere considerate un difetto, poiché ogni oggetto richiede, per assumere il giusto valore, un’attenta analisi delle descrizioni e una buona dose di curiosità.
In aggiunta al percorso di base, si può assistere ad un video umoristico prodotto dalla Comunità ebraica di Torino riguardante le parlate giudaico-italiane trattate attraverso ironia, doppio senso e metafora.
La mostra sarà aperta fino al 31 dicembre 2016, e merita di essere vista, pensata, ascoltata e annusata.
Per info: http://www.meisweb.it/

DIARIO IN PUBBLICO
Arte e cultura eterni antidoti al male

Non era possibile rinunciare per paura o ansia colpevole alla visione del film “Il figlio di Saul” del regista ungherese Laszlò Nemes, pur essendo preparati a subire una scossa emotiva tremenda, che si poteva intuire dai commenti più avvertiti o dal trailler che accompagna il film.
Quale lo scopo di quest’opera? La rappresentazione dell’irrappresentabile? La vergogna dei sopravvissuti, come ha sperimentato e ci ha poi raccontato Primo Levi ne “I Sommersi e i salvati” fino alla scelta finale del suicidio? O la volontà di un riscatto che riporti alla dignità della vita e quindi alla ribellione di chi vive nella condizione di morte e lavora e s’affanna per potersi garantire una manciata di giorni prima di essere a sua volta soppresso?
Lo spunto è reale. Nel 1944 ad Auschwitz si consuma e viene soffocata una rivolta armata messa in atto dai Sonderkommando, gli ebrei scelti per condurre alla camera a gas e poi al forno crematorio i loro correligionari. Tra coloro che sono costretti a diventare a loro volta aguzzini per un insopprimibile istinto vitale c’è Saul, che crede di riconoscere nel corpo martoriato di un ragazzo un figlio che forse non è suo, ma che simbolicamente rappresenta – forse – il futuro: la continuità che non può essere distrutta dalla riduzione a cosa, a “pezzo”, come urlano gli aguzzini tedeschi a loro volta coinvolti in questa banalità del male, dove l’orrore diventa consuetudine e perde il significato dell’orrore per diventare un lavoro. Un lavoro qualsiasi.
Così la sua missione sarà quella di dare al ragazzo una sepoltura umana e di trovare un rabbino che reciti il Kaddish, la preghiera dei morti e con lui dargli sepoltura sotto la terra. Questa ossessione è recitata da un attore che è un poeta e che vede continuamente la macchina da presa fissa sul suo volto o sulle sue spalle, dove una rossa X segna la sua condizione di chi lo vuole non umano. Scegliere la morte a differenza della vita, che i suoi compagni ricercano, mettendo in atto la rivolta, è l’ossessione di Saul. Il film sfuoca l’orrore rendendolo ancora più terribile perché solo intravisto. Sono i corpi incitati alla morte, la ritualità “banale” dell’eliminazione dei “pezzi”, i cadaveri, la raccolta dei piccoli averi, la scelta degli oggetti e, infine, il carico dei forni e l’eliminazione della polvere dei corpi. Saul sembra essere ormai al di là di questa spaventosa catena, teso ormai unicamente nella ricerca di procurare la sepoltura al giovane. Perde la polvere da sparo che avrebbe dovuto consegnare ai compagni rivoltosi, si vorrebbe rifiutare di aiutarli nell’impresa. La vita per lui è sinonimo di morte. Ma di una morte a cui si dia un aspetto umano. Lanzmann, il terribile raccoglitore delle memorie dei sopravvissuti nel suo “Shoah”, condanna ogni immagine che non sia la voce, ma per questo film fa un’eccezione.
La domanda è dunque: cosa si ricava da questa rappresentazione dell’irrappresentabile? Che diritto abbiamo di frugare con gli occhi del protagonista una realtà che è tanto più irreale quanto più viene sfumata nelle nebbie dell’occhio che non vuol vedere? E’ ancora vero che l’arte dopo Auschwitz non ha più diritto di rappresentanza? Come Dio?
Il filosofo Didi-Huberman ha dedicato al film un libro, “Sortir du noir”, dove il nero è quel buco irrappresentabile della Shoah da cui bisogna uscire, come ha fatto Nemes, il regista, per rappresentare visivamente l’orrore. Non so se il film otterrà, dopo tutti i riconoscimenti che ha avuto, anche l’Oscar. Non importa. Quello che importa che ormai ha sancito il diritto dello sguardo nell’orrore.
A questa immagine di morte come avrebbe potuto suggerire Dante s’innesca una vicenda che vede coinvolti i rappresentanti della frangia estrema della politica israeliana, che condanna la possibilità politica di convivenza tra i due popoli, palestinese e israeliano, nella terra promessa. Così Amos Oz, Abraham Yeoshua, David Grossman, i maggiori scrittori ebraici vengono messi alla gogna e chiamati “talpe nella cultura” per la loro mai nascosta convinzione di una possibilità di convivenza tra i due popoli.
In questo senso pericolosamente la negazione delle convinzioni espresse dai tre scrittori s’avvicina in qualche modo al comportamento proprio della posizione iraniana. Scrive Roger Cohen nel New York Times ripreso da “La Repubblica”: “L’Iran diffida dalla chiarezza […] Restando in tema di negazione della verità, l’Ayatollah Khamenei, il supremo leder iraniano, ha nuovamente messo in dubbio l’Olocausto. […] Inutile dire che questa negazione dell’Olocausto è infame, il regime dà il peggio di sé. E’ anche sintomo della disperazione dei falchi, decisi a bloccare l’apertura al resto del mondo voluta da Rouhani”.
Mi pare evidente allora che per non nascondersi dietro le bugie – riguardo l’Olocausto, come riguardo gli scrittori israeliani “talpe nella cultura – bisogna riflettere su queste considerazioni tratte dal primo romanzo di Amos Oz.
Ruben Harish è un poeta. Vive nel Kibbutz di Mezzudat Ram. Ha una vita sentimentale assai infelice, ma il suo impegno, dove ritrova il senso della sua vita e la capacità di sopportare il peso della tragedia della Shoah nella patria promessa, è quello di insegnante. Questo è il tema del primo romanzo di Amos Oz, il grandissimo scrittore israeliano che con David Grossman e Abraham Yehosua, si pone ai vertici della letteratura contemporanea. Il romanzo è ora leggibile nella edizione Feltrinelli con il titolo “Altrove”.
In una mattina straordinariamente limpida Ruben Harish porta gli allievi in un boschetto del kibbutz e racconta la vicenda e il senso per il quale questi bambini sono lì, nonostante dalle cime attorno i colpi di fucile avvertano della minaccia sempre presente in quella terra, che il lavoro ha rigenerato e resa fertile. Ruben ora parla della Shoah: “Molti fra i vostri parenti, nonni, nonne, zii, sono stati sterminati da quei malvagi. A differenza di coloro che lungo la storia hanno odiato Israele i tedeschi hanno compiuto la loro opera a sangue freddo . Secondo un progetto ben preciso. Con metodo scientifico. […] Ma non dovete pensare che tutti gli ebrei siano andati come pecore al macello, o fuggiti come topi o che si siano nascosti come talpe”. Ecco, prosegue Ruben, molti di loro “hanno preso in mano il proprio destino e sono venuti a fondare una patria ebraica”. E a questo punto Amos Oz, attraverso la voce di Ruben, esprime una convinzione di grande impatto etico e umano: “non c’è odio nei nostri cuori. Guai se così fosse, non sono gli arabi il nostro nemico, ma è l’odio. Cerchiamo tutti di non farci contagiare dall’odio”.
Tutti conoscono la vicenda esistenziale di Oz, che dopo il suicidio della madre e rifiutando la ideologia paterna, cambierà il proprio cognome da Klausner in Oz che significa ‘forza’. La sua campagna contro l’odio è già presente in questa prima prova. Leggo su “La Repubblica” un articolo Steven Erlanger ripreso dal “New York Times” in cui si riferisce della campagna implacabile condotta da autorevoli rappresentanti della destra israeliana contro i tre intellettuali, insieme a Oz, Grossman e Yehoshua, considerati “talpe nella cultura” capaci di operare contro Israele stessa. Non so quanto di vero ci sia in queste affermazioni e nella volontà politica di una difesa che sembra in qualche modo avversa a quel pensiero europeizzante che questi scrittori hanno portato con sé nel nuovo mondo. Si pensi anche alla decisione di togliere dalle letture per i licei il romanzo “Borderlife” della scrittrice Dorit Rabinyan, che narra la storia d’amore tra una donna israeliana e un palestinese, quasi che il libro possa promuovere l’assimilazione.
Sono notizie sconvolgenti e che al solito prendono di mira la forza terribile e temibile della parola-verità che inesorabilmente si afferma contro qualsiasi decisione politica e falsamente religiosa.
“Il figlio di Saul” toglie al nero l’irrappresentabilità della Shoah. I grandi scrittori israeliani tolgono all’odio la forza del male.

shoah

Memoria: non una trappola del passato, ma una radice del futuro

“Zakhor” è la parola ebraica della memoria: “ricorda”, è l’ingiunzione biblica che richiama il popolo ebraico al dovere del ricordo. Il 27 gennaio è la Giornata della Memoria istituita nel luglio del 2000 (legge n°211) “al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subito la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati”.
Ogni anno, con il suo avvicinarsi, si ripropone la questione della memoria della Shoah e della sua trasmissione. Come ricordare? È un interrogativo sempre attuale, in particolare in quest’epoca in cui i testimoni stanno progressivamente scomparendo e in quest’Europa attraversata da pulsioni razziste e dalla violenza del terrorismo.
L’obiettivo dovrebbe essere la trasmissione di una memoria viva, consapevole, fuori da una celebrazione retorica o, peggio, incentrata sull’emotività; fuori da riti prevedibili e inamovibili: una narrazione memoriale il cui valore non sia confinato al passato, ma che abbia un significato progettuale per il futuro.
Sul numero di febbraio di “Pagine Ebraiche” la storica Anna Foa cita un’esperienza interessante portata avanti dall’Istituto Van Leer di Gerusalemme: la mostra “What is memory? Seventy Years Later” (“Cos’è la memoria? Settant’anni dopo”). Secondo Foa “Sarebbe importante se per l’anno prossimo fosse portata anche da noi, per aiutarci a ripensare la Shoah e il modo in cui la ricordiamo”.
La mostra è il punto di arrivo di tre anni di studio da parte di un comitato di cui hanno fatto parte storici, psicanalisti, artisti e tre sopravvissuti d’eccezione: gli storici Saul Friedländer e Otto Dov Kulka, e lo scrittore Aharon Applefield. A capo: la scrittrice, poeta e regista Michal Govrin. Secondo lei, “nel Giorno della Memoria c’è ovunque una sorta di malessere, le persone non sanno cosa fare”, la “forma frontale delle commemorazioni pubbliche o dei film risveglia le emozioni ma lascia muti, lo spettatore non ha forma di esprimersi, per domandarsi qual è la sua memoria”; inoltre la “memoria delle crudeltà che abbiamo oggi, dopo settant’anni, è la memoria del male, dei metodi dello sterminio. […] E la memoria della vita?”, si chiede Govrin, “la forza della resistenza spirituale messa in atto quotidianamente?”. “Serve che la memoria ci porti verso la vita e non solo verso la violenza e la morte”, afferma con forza.
Dunque, per creare “gesti di commemorazione” questo gruppo ha attinto “dalla memoria ebraica un’altra forma di memoria che non è solo verso il passato, solo la rappresentazione, sempre per necessità falsata, del passato, ma è quello che raccogliamo per il presente. Come a Pesach (la Pasqua ebraica, ndr), quando ciascuno si vede come se fosse uscito dall’Egitto ma si deve domandare cosa fosse la schiavitù, e come la memoria della schiavitù dell’Egitto ci ha spinti a creare il Sabato e le leggi sociali della giustizia”. Per questo, lei e il suo gruppo hanno dato vita a dieci eventi commemorativi sperimentali, basati sulle modalità del Seder, la cena della Pasqua ebraica. Il cuore di questi momenti di condivisione è “una grande antologia delle voci della resistenza al male, di come si mantiene l’umanità, citazioni di Primo Levi, di Stefan Zweig, di Hetty Hillesum, un grande deposito di testi che il moderatore sceglie a seconda della comunità”.
Questa esperienza sperimentale di trasmissione e commemorazione può essere ricondotta al concetto di post-memoria formulato da Marianne Hirsh e ripreso da David Bidussa nel suo “Dopo l’ultimo testimone” (Einaudi, 2009). Con questa espressione l’autrice definisce la strategia usata per reagire al trauma della Shoah da parte delle generazioni successive a quella che l’ha vissuto, consapevoli del fatto che la propria memoria è costituita da rappresentazioni degli eventi della Shoah, non dagli eventi stessi. La generazione della post-memoria, dislocando e ricontestualizzando queste immagini note a tutti, soprattutto in opere d’arte, è riuscita a evitare che la ripetizione si trasformasse in immobilità, paralisi o semplice riproposta del trauma. Attraverso queste ricontestualizzazioni le tracce del passato cambiano il proprio status: da documento e testimonianza diventano oggetto culturale. Il loro scopo diventa farci interrogare non sul nostro legame con la Shoah, ma sulle circostanze entro cui si sono costruite la nostra memoria mediata e la nostra esperienza di spettatori delle narrazioni della Shoah. Ciò che prende forma non è l’evento, ma la riflessione sull’evento e sui modi in cui è stato ricordato. Non c’è nessuna illusione di recupero, nessun traffico della memoria, ma una riflessione dolorosa sulla commemorazione, sulla perdita, l’assenza, l’invisibile reso visibile. Così, con la post-memoria e le sue elaborazioni forse è iniziata l’elaborazione di una memoria critica che trasforma la commemorazione e ci permette di ricordare il passato non tanto con vuote celebrazioni rituali, ma con riflessioni feconde per il presente e il futuro.

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Indifferenza

27 gennaio 1945: le truppe sovietiche aprono i cancelli di Auschwitz in Polonia. Con la legge n°211 del 2000, l’Italia lo ha dichiarato Giorno della Memoria. Liliana Segre, testimone e unica sopravvissuta della sua famiglia insieme ai nonni materni, ha affermato che “La madre di tutti gli orrori è l’indifferenza”.

Martin Niemoller
Martin Niemoller

Prima vennero per i comunisti,
e io non dissi nulla
perché non ero comunista.
Poi vennero per i socialdemocratici
e io non dissi nulla
perché non ero socialdemocratico
Poi vennero per i sindacalisti,
e io non dissi nulla
perché non ero sindacalista.
Poi vennero per gli ebrei,
e io non dissi nulla
perché non ero ebreo.
Poi vennero a prendere me.
E non era rimasto più nessuno che potesse dire qualcosa.

(Martin Niemöller)

Memoria

guccini
Francesco Guccini

“Io chiedo quando sarà
Che l’uomo potrà imparare
A vivere senza ammazzare
E il vento si poserà,
E il vento si poserà.”

Queste le parole con le quali si chiude “Auschwitz”, uno dei brani più toccanti e celebri di Francesco Guccini e brano del giorno di oggi in occasione della Giornata della Memoria.

Ogni giorno un brano intonato a ciò che la giornata prospetta…

Tre pellicole sul grande schermo per ricordare la Shoah

“Il labirinto del silenzio”, “Il figlio di Saul” e “The Eichmann Show-Il processo del secolo”. Tre pellicole cinematografiche, un solo evento: la Shoah, la sua memoria, la sua narrazione.

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The Eichmann Show

Adolf Eichmann seduto nella sua gabbia di vetro; il discorso del procuratore israeliano Gideon Hausner, che si dice portavoce di “sei milioni di accusatori”; le testimonianze delle vittime, udite allora per la prima volta. Tutti abbiamo visto almeno una volta qualche immagine del processo che nel 1961 ha portato alla sbarra ‘la banalità del male’. Ora “The Eichmann Show”, prodotto dalla Bbc, rivolge lo sguardo del pubblico dietro le telecamere che per la prima volta hanno portato per quasi due mesi dentro le case in 37 paesi nel mondo la progettazione e l’esecuzione dello sterminio di massa. Artefice di questa operazione, allora tutt’altro che scontata, è il produttore televisivo Milton Fruchtman, che riesce non senza fatica a convincere le autorità israeliane e i giudici della necessità di riprendere le varie fasi del dibattimento. Insieme a lui il regista ebreo Leo Hurwitz, che negli Usa non riesce a lavorare perché iscritto nella lista nera della commissione McCarthy. “The Eichmann Show” mette in luce i due aspetti principali di quell’evento: è la prima occasione per gli israeliani e per il mondo intero di assistere alle sconvolgenti testimonianze dei sopravvissuti ai campi e alla resistenza in Europa; dall’altra parte c’è l’osservazione del ‘mostro’ Eichmann per opera delle videocamere nascoste in cabine di legno e preposte a videoriprendere il processo. Hurwitz tenta di (rac)cogliere le eventuali reazioni di Eichmann di fronte alle testimonianze proprio per togliergli la comoda etichetta di ‘mostro’ che consente alla collettività di rimuovere da sé qualsiasi ipotesi di malvagità.

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Il labirinto del silenzio

Anche “Il labirinto del silenzio” è ambientato negli anni Sessanta, ma si passa dalla parte dei carnefici, o meglio i figli dei carnefici fanno i conti con le colpe o quantomeno i colpevoli silenzi dei propri padri. Il primo film di Giulio Ricciarelli – padre italiano, madre tedesca – candidato dalla Germania all’Oscar, narra la vicenda del processo istruito da un pubblico ministero e tre procuratori di Francoforte che nel 1963 disseppellirà Auschwitz dalla coscienza collettiva della società tedesca attraverso 22 imputati e 400 testimoni. Nel 1958 Johann Radmann è un giovane e idealista procuratore che viene avvicinato da Thomas Gnielka, giornalista anarchico e combattivo. Conosce Simon, artista ebreo sopravvissuto ad Auschwitz e a due figlie gemelle sottoposte ai test del dottor Mengele: Simon ha riconosciuto in un insegnante di una scuola elementare uno degli aguzzini del campo di concentramento. Johann decide di occuparsi del caso e chiede consiglio e aiuto a Fritz Bauer, procuratore generale, ebreo costretto a fuggire in Danimarca durante le persecuzioni. Le loro indagini si scontrano con una rete di silenzi e connivenze: un labirinto inestricabile in cui tutti sembrano coinvolti. Il film suscita così interrogativi sui controversi temi della responsabilità collettiva, della scelta e del dovere di guardarsi indietro.

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Il figlio di Saul

“Il figlio di Saul” dell’ungherese László Nemes, invece, si immerge nell’abisso più profondo della macchina dello sterminio: i sonderkommando, i prigionieri costretti a collaborare al processo di sterminio nell’estremo girone delle camere a gas e dei crematori, che noi italiani abbiamo conosciuto con il volume “Sonderkommando Auscwitz” di Shlomo Venezia. È la disperata storia dell’ebreo ungherese Saul Auslander, deportato ad Auschwitz-Birkenau, reclutato come sonderkommando. Il suo gruppo si prepara alla rivolta prima che una nuova lista di sonderkommando venga stilata condannandoli a morte. Perduto ai suoi pensieri e ai compagni che lo circondano, Saul riconosce, o crede di riconoscere, nel cadavere di un ragazzino suo figlio: la sua missione ora è quella di dare una degna sepoltura al suo ragazzo, alla ricerca della pace e di un rabbino che reciti per lui il kaddish (preghiera per i defunti, ndr). Fra gli orrori e i rumori del campo, attraverso lunghi piani sequenza, per tutto il film il pubblico vede solo ciò che vede Saul. Tutto è giocato sul volto del protagonista, l’attore Geza Rohrig, ebreo ortodosso, poeta e insegnante ungherese, che ha perso parte della propria famiglia nella Shoah. Quando trent’anni fa è stato per la prima volta ad Auschwitz, ha deciso di fermarsi per un mese nella vicina Oswiecim, da dove ogni giorno tornava al campo per sedere e meditare in silenzio. Poi si è trasferito in Israele e si è iscritto a una yeshiva (istituzione educativa ebraica che si centra sullo studio dei testi religiosi tradizionali, ndr).
“Il figlio di Saul” ha vinto il Grand Prix speciale della giuria a Cannes e il Golden Globe, nonché una nomination all’Oscar, ma soprattutto ha conquistato Claude Lanzmann, l’autore del monumentale documentario “Shoah”: “è l’anti “Schindler’s list” – ha dichiarato il regista francese – Non mostra la morte, ma la vita di quanti sono stati obbligati a condurre i loro cari alla morte”.

“Il figlio di Saul” è in programmazione questa sera (in italiano) e domani (in versione originale con sottotitoli in italiano) alle 21.00 al Cinema Boldini in via Previati.
“The Eichmann Show-Il processo del secolo” è in programmazione fino a domani alle 20.30 all’Uci Cinemas di via Darsena.
Purtroppo non ho trovato sale cinematografiche in provincia di Ferrara che attualmente ospitino proiezioni de “Il labirinto del silenzio” .

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NOTA A MARGINE
La responsabilità di rimanere umani

Non è il ‘classico’ libro sulla Shoah e non è nemmeno un libro di memorie famigliari, o meglio non è solo questo. “Un mondo senza noi” è piuttosto il diario di bordo di un viaggio che, come scrive Gad Lerner nella prefazione, infrange le barriere temporali e geografiche: dall’Ottocento al 2014, dall’antica Ragusa (attuale Dubrovnik) ad Ancona, da Padova a Tel Aviv, dall’Italia di ieri all’Israele di oggi. E c’è una tappa anche nella città estense: qui gli avi paterni di Manuela, i Vitali Norsa, avevano un banco di credito “talmente ricco da possedere la Scola Farnese di Ferrara”. Secondo le “carte di casa”, quando il banco è fallito, con grande rammarico del bisnonno Israel e del nonno Beppi, la Scola è stata donata alla comunità. Chissà se è la sinagoga che tutti i ferraresi conoscono come Scola Fanese. Difficile dirlo, “l’archivio della comunità ebraica di Ferrara durante la Seconda Guerra Mondiale servì a scaldare le membra intirizzite delle truppe marocchine aggregate alle forze alleate”, scrive l’autrice.

“Un mondo senza noi” di Manuela Dviri (Piemme Voci, 2015), è stato presentato giovedì pomeriggio alla sala Alfonso I d’Este dall’Istituto di Storia contemporanea in collaborazione con l’Associazione “Il Fiume”. L’autrice si ritiene “fortunata” ad avere un passato: “un buon tre quarti degli israeliani non ce l’ha, perché è stato completamente spazzato via dalla Shoah”. “È una storia italiana” afferma giovedì pomeriggio: è vero, anche se sono le pagine di cui l’Italia non può certo andare fiera. Uno spaccato dell’ebraismo italiano, le cui vicende sono profondamente intrecciate con la storia di questa nazione, soprattutto dal Risorgimento, nel quale le leggi razziali del 1938 irrompono come un fulmine a ciel sereno: una “negrigura” come la chiamano i Vitali Norsa, da una parola spagnola usata dalle famiglie ebraiche di allora che indicava una cosa fatta male. Soprattutto fatta da italiani contro altri italiani. “Novantasei professori universitari, centotrentatrè assistenti universitari, duecentosettantanove presidi e professori di scuola media, un centinaio di maestri elementari, duecento liberi docenti, duecento studenti universitari, mille studenti delle medie e quattromilaquattrocento delle elementari”, “Quattrocento dipendenti pubblici, cinquecento dipendenti di aziende private, centocinquanta militari e duemilacinquecento professionisti”: tutti all’improvviso italiani di serie B. Manuela Diviri racconta del trauma vissuto da sua madre e dalla sorella Bice, dalle cuginette Marina e Edgarda, e del fatto che sette anni dopo, quando sono tornate a scuola nessuno ha chiesto loro dove erano state.

“Un mondo senza noi” è un libro per mettere gli italiani di fronte alle proprie responsabilità: “il dittatore era uno, ma le folle erano sempre lì ad applaudire” e c’è stato un solo caso di professore universitario che ha rifiutato di ricoprire una cattedra lasciata libera da un collega di origine ebraica. “Possiamo imparare a non essere più parte di quelle folle”: Diviri, anche dopo aver perso il suo figlio più piccolo a soli 21 anni mentre prestava servizio nell’esercito sul confine libanese, anzi forse proprio per questo, non può e non vuole perdere la speranza.
Ma in “Un mondo senza noi” non c’è solo un’accusa, c’è anche l’interrogarsi in prima persona: “c’è una domanda morale che mi faccio ogni giorno – confessa – ed è cosa avrei fatto io se mi fossi trovata dall’altra parte”.
“Se Hitler alla fine avesse vinto, il mondo senza ebrei, senza omosessuali, senza disabili e senza rom sembrerebbe ai più del tutto normale, naturale, logico, perfetto”, ecco perché ciascuno di noi, per cercare di non essere mai parte di una folla, ogni giorno deve “guardare dentro di sé e cercare di restare umano”.

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L’OPINIONE
Olocausto: immondo fare satira su vittime innocenti. A Teheran espone anche il vignettista ferrarese Superbi

da: Laura Rossi

Centinaia di vignettisti anche europei fra cui qualche italiano, dal 9 maggio esporranno le loro “sublimi” vignette al museo di Teheran allo scopo di ridicolizzare milioni di uomini, donne e bambini sterminati nei lager nazisti. Questa è la seconda edizione della “genialata” iraniana: la prima fu tenuta nel 2006, dove dominava la demenziale negazione dell’Olocausto. Si era detto che non si sarebbe più ripetuta una nefandezza simile e invece i “petrodollari” fanno ballare le marionette… Che pena.

Olocausto: fare satira su queste povere e innocenti vittime è una cosa immonda.
L’Iran vi sembra un Paese con un gran senso umoristico? E’ umoristico eseguire centinaia di condanne a morte sulle pubbliche piazze? E’ umoristico trattare le donne peggio delle capre? E la lista sarebbe ancora lunga… Ci dovremmo preparare anche al concorso di vignette satiriche sul genocidio siriano e armeno? Ridicolizzare i morti: a chi e a cosa serve?
Speravo che questa ulteriore porcheria iraniana-antisemita, gli occidentali e soprattutto gli italiani la sdegnassero, invece mi sbagliavo: “In Iran si ride dell’ Olocausto coi disegni del vignettista Rai”. E questo vignettista Rai, con mio grandissimo stupore e sdegno si tratta del ferrarese (come la sottoscritta) Achille Superbi (dipendente del centro produzione Rai) Il tema:”Negazione della Shoah: negazionismo disegnato”.
Di Superbi conoscevo le simpatiche caricature in tema di sport e politica. A questo punto sarebbe stato preferibile e più dignitoso avesse continuato in questo campo…
Ciò che meraviglia ancor di più è il suo “datore” di lavoro: ovvero la Rai, che ha sempre dimostrato molta sensibilità nel ricordo della Shoah, e permette ad un suo collaboratore una scelta molto discutibile e vergognosissima!
Mi fermo qui… non perché non avrei altri argomenti da aggiungere ma perché esiste la censura…

 

Dopo la pubblicazione di questo intervento di Laura Rossi, il disegnatore Achille Superbi ci ha contattato per prendere le distanze dall’iniziativa e dichiarare la sua totale estraneità. “Nessuno mi ha interpellato, non so come sia saltato fuori il mio nome”. Dato che la notizia è apparsa prima sul Foglio, poi sul Corriere Veneto e ripresa persino dal Corriere della Sera in una nota nientemeno che di Pierluigi Battista, c’è da chiedersi come sia possibile che la stampa nazionale lo abbia chiamato in causa ingenerando questo spiacevolissimo equivoco.

achille superbi

“Credo sia una domanda cui possa rispondere meglio un giornalista che un caricaturista – replica l’interessato -. A fronte di una notizia che non trova riscontro in nessun canale ufficiale, soprattutto quello dell’organizzazione, non uno ha cercato di verificare preventivamente l’informazione, magari chiedendo direttamente agli interessati, evitando un susseguirsi di interventi che via via si sono caricati di spiacevoli falsità e insulti”.
Ha ragione. E anch’io mi assumo la mia parte di responsabilità: sono caduto in errore prestando fede a quelle che consideravo affidabili fonti di stampa, ed effettuando solo una verifica non approfondita. Le scuse nei confronti di Achille Superbi sono quindi dovute e sincere. (sg).

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[Qua] riportiamo il link alla pagina di “Iran cartoon” in cui è riportato l’elenco dei Paesi e degli artisti partecipanti. Il nome di Superbi effettivamente non c’è.

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