Tag: sicurezza

LINEA 5 – SANGUE E ACCIAIO
Una storia vera

 

Molto spesso i racconti sono frutto di immaginazione, sono pensieri collegati alla realtà, alle volte, spesso, non sono veri, vengono infarciti con dalla fantasia e romanzati ad arte dal narratore.
Questo no.

Thyssen Krupp è un gruppo industriale tedesco, con sede ad Assen. I più importanti insediamenti in Italia sono a Terni e a Torino.

Un giorno, intorno ad un tavolo ovale, il management del gigante della produzione dell’acciaio decide di disinvestire nello stabilimento di Torino. In particolare, ritiene la linea 5 non idonea a rimanere in Piemonte. Meglio trasferirla a Terni.

Le scelte delle multinazionali sono spesso discutibili, ma non ammettono discussioni.

E quindi si produce senza grossa attenzione alla manutenzione e alla pulizia. Le ditte in appalto vengono eliminate, tanto ancora pochi mesi e la linea verrà trasferita. Gli operai lo sanno, protestano, ma il ricatto del quindici del mese è troppo importante, il mutuo, l’affitto, la scuola dei ragazzi, la salute, le bollette, la spesa, non si pagano da sole.

Sono mesi che si toglie, sono mesi che i livelli minimi di sicurezza calano a vista d’occhio. Gli estintori vengono sostituiti tutti, meglio optare per un estinguente a CO2 rispetto ad uno a polvere, in caso di utilizzo sporcherà meno il prodotto. Abbiamo fretta, non possiamo perdere tempo a pulire i fogli di acciaio.

Sotto alle linee dei nastri trasportatori i bacini di contenimento traboccano di olio idraulico, ma chi doveva pensare allo svuotamento? Le ditte in appalto, che non ci sono più. Non ne abbiamo bisogno, fra qualche settimana smonteremo tutto, abbiamo fretta.

I pulsanti di arresto di emergenza dislocati ogni dieci metri di linea sono stati bypassati, se li spingi non funzionano. Ma perché, chi l’ha deciso? I capi. Non è che si può interrompere il flusso ogni tre minuti perché un coglione si diverte a spingere il fungo. Ma poi è vero che alcuni pulsanti, a livello progettuale sono stati debitamente installati ma non funzionano da sempre? Mah, così si dice.

Tutta quella carta ammassata in impianto andrebbe smaltita, è fonte di innesco, ed è pure unta. Ci penseranno le ditte in appalto. Ah già, gli abbiamo tolto i contratti di manutenzione; dai, manca poco.

Li avete visti i nastri trasportatori? Nessuno li registra più, carichi con i fogli di acciaio, sbarellano da tutte le parti, alle volte fanno attrito con le travi di sostegno e producono scintille. Qualche volta capita, non sempre, che si appiccano piccoli incendi. Ma i ragazzi sono bravi e con un paio di estintori a testa li spengono. Succede quasi tutte le notti, non è un pericolo, è tutto sotto controllo. Ci sono però delle volte che uno prende in mano un estintore e lo trova vuoto, la ditta che fa le ricariche non riesce a mantenere il ritmo di riempimento, occorre chiamarla, alle volte arriva dopo due giorni, insomma sono tanti gli estintori scarichi.

La notte tra il cinque e il sei di dicembre del 2007, in turno ci sono otto operai. Otto tute blu, otto storie diverse, otto colleghi, forse amici. E’ passata da poco la mezzanotte e la linea 5 ricottura e decapaggio è stata riavviata, come sempre scodinzola un po’, si vede che i tiranti dei nastri sono lenti, mannaggia a loro. Ecco che nel trasporto delle lamine di acciaio, lo strusciamento contro le colonne fa le solite scintille. Ecco che parte la rottura di coglioni, l’incendio. Provano a spegnerlo, qualche estintore non funziona, gli altri a CO2 hanno un basso potere estinguente. C’è fermento tra gli operai, uno corre in sala quadri, avverte gli altri. Nel PLC che controlla la linea non esiste un selettore a chiave che interrompa il flusso, anzi sì, ci sarebbe una sequenza alfanumerica che impostandola blocca i nastri, ma nessuno la conosce, è troppo lunga.

L’incendio aumenta, uno dei ragazzi è pronto con la manichetta, uno prova ad aggredire l’incendio da dietro con un estintore mezzo vuoto. I circuiti idraulici si surriscaldano, un tubo cede, comincia a sputare olio sopra la carta di protezione già in fiamme, i bacini di contenimento dell’olio prendono fuoco poi, in un attimo, l’inferno. Gli otto operai vengono investiti da lingue di fuoco che li risucchiano, li accartocciano.

  • Antonio
  • Roberto
  • Angelo
  • Bruno
  • Rocco
  • Rosario
  • Giuseppe

Antonio muore subito, Giuseppe dopo tre settimane, gli altri dopo ore o giorni.

Solo Antonio B. si salverà. Qualche ustione, prognosi di alcune settimane.

Gli altri? Carne offerta sull’altare del capitale. Nessuna sfortuna, nessun caso, nessuna sorte avversa.  E’ come sparare bendati al gioco dell’orso, nelle giostre di quaranta anni fa. Ad ogni colpo l’orso passa indenne, ma poi, continuando a sparare, sparare, sparare, l’animale a un certo punto alza le zampe e cade a terra.

La Corte d’Appello di Torino condanna i dirigenti del colosso industriale per omicidio colposo. Il primo grado non riconosce l’omicidio volontario. La freddezza dell’esecuzione rimane. Ci sarà un risarcimento. Ma un figlio, un padre, un marito, un fratello, un amico, non hanno prezzo. Il sangue su quell’acciaio non sarà mai lavato.

Castello estense recintato

La favola di Re Cinzione e del suo Can Cello

 

C’era una volta, nel Paese della Nebbia, un Re di nome Cinzione.
In realtà, lui era il vice di un Re chiamato Fettorio ma in quel posto, nonostante la nebbia confondesse la gente, tutti avevano capito che chi aveva il potere era Re Cinzione  e non Re Fettorio.

Molti sudditi amavano così tanto Re Cinzione che, per loro, era come avere un Re Dentore.
Altri invece lo detestavano talmente che lo avrebbero visto bene con il nome di Re Bibbia.

Re Cinzione aveva due passioni: la prima erano i cani.
Ne aveva davvero tanti: dei boxer, dei pastori, tanti bovari e diversi mastini neri. Gli unici cani che teneva lontani perché non gli piacevano erano i barboni. Il suo cane preferito era un alan che lui aveva chiamato Can Cello.

Lo aveva fatto in onore della sua seconda passione: le cancellate.
Infatti a Re Cinzione piaceva mettere cancelli, cancellate, recinzioni e barriere ovunque poteva: nei parchi, nei giardini,  nelle piazze, nelle vie, nelle strade e anche nelle valli vicino al mare.

Lui voleva che, nei posti dove ci andavano tutti, ci andassero solo quei pochi che erano nati nel Paese della Nebbia. Ma soprattutto non voleva che ci andassero i forestieri che venivano dal Paese del Sole perché diceva che loro erano tutti brutti e cattivi e facevano delle cose brutte e cattive.

Una parte dei suoi sudditi era contenta che tutti quei posti fossero recintati perché era convinta che Re Cinzione, in quel modo, avrebbe sconfitto la cattiveria. Per questo loro, quando parlavano, dicevano: “Se vuoi che il parco sia più bello mettigli un cancello”.
Un’altra parte dei sudditi invece non era contenta perché era sicura che soltanto la possibilità, da parte di tutti, di andare nei parchi e nei giardini, senza sentirsi in gabbia, avrebbe fatto star bene la gente e andar meglio le cose. Per questo loro, quando parlavano, dicevano: “Se vuoi che la gente sia ospitata cancella la cancellata”.

I menestrelli di corte raccontavano che Re Cinzione non si preoccupasse molto dei sudditi ribelli e che anzi, dentro gli stessi parchi che aveva recintato, stesse già iniziando a recintare ogni panchina, ogni fontana, ogni lampione, ogni altalena, ogni scivolo, ogni albero, ogni singola margherita e anche ognuna delle tante cacche che i suoi cani facevano in quei parchi.

Se, ad esempio, un bambino voleva andare su un’altalena, prima doveva superare una barriera, quindi andare in un recinto, poi entrare in uno successivo infine infilarsi dentro un ennesima recinzione e finalmente godersi l’altalena, dondolando dentro tutte quelle gabbie.

In effetti, il sogno di Re Cinzione era proprio quello di avere uno spazio recintato con dentro tantissimi altri spazi recintati: una specie di matrioska che lui avrebbe chiamato sicuramente “recintoska”.

Questa cosa per lui era come un gioco… quasi come il mio mentre scrivo questa favola che può continuare in molti modi e ognuno potrà certamente inventare il suo.

Qualcuno potrebbe terminarla scrivendo: “E vissero tutti felici e… recintati” ma a me piace immaginare che, prima o poi, a causa della smania di chiudere tutto con cancelli – cancellini – cancelletti e cancellate, Re Cinzione recintò anche i suoi cani Can Cello e Can Didato, la sua capra Sgarbata, le sue galline di razza Feisbuc, la sua ape Apecar, il suo cavallo Ruspa e, ormai in preda al delirio, addirittura il cavallo dei suoi pantaloni.
A quel punto, non potendo più muoversi, Re Cinzione rimase chiuso dentro la cancellata che aveva costruito attorno alla sua vasca da bagno.

E vissero tutti felici… dopo aver cancellato le cancellate.

P.S. Ogni riferimento a persone esistenti o a scelte dell’amministrazione comunale di Ferrara è puramente non casuale.

Rischiare la vita per rimanere poveri: a proposito dello stato del lavoro

 

A proposito dello stato del lavoro nel nostro paese, due fatti recenti mi hanno colpito. Il primo è la morte (l’ultima di una interminabile catena) di Yaya Yafa, operaio di 22 anni della Guinea Bissau assunto da tre giorni alla logistica di Interporto Bologna (uno dei tanti regni del subappalto senza regole), stritolato da un bilico mentre non sapeva nemmeno come muoversi all’interno di quel piazzale di carico e scarico, essendo privo di qualunque formazione e affiancamento.
Il secondo è una ricerca del European trade union institute, da cui si vede che nella progressione dei salari reali negli ultimi vent’anni l’Italia è il fanalino di coda dell’eurozona, con salari al palo molto peggio che in Germania, in Francia e in Spagna, e una performance negativa superata, in termini di flessione dei salari, solo da Croazia, Portogallo, Cipro e Grecia.

Molti sono i fattori causa della sostanziale assenza di regole sugli appalti (non solo nella logistica), primo fra tutti, forse, l’assenza di controlli e di sanzioni per chi non rispetta le regole formali sulla sicurezza nei luoghi di lavoro. Le aziende risparmiano in sicurezza anzichè investire, e lo Stato risparmia in controlli: basti dire che la legge istitutiva dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro (D.Lgs. 149 del 2015) ne previde la creazione “senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica”, il che equivaleva a dire che lo Stato non ci avrebbe messo un euro. Questa condizione assurda è stata di recente modificata da un piano di assunzioni e investimenti, che punta però prevalentemente (altra assurdità) sulla destinazione all’Ispettorato di fondi incerti, in quanto derivanti dalle sanzioni irrogate, alcune delle quali aumentate nell’importo. Una sorta di autofinanziamento attraverso le multe.

Molti sono i fattori causa dell’immobilità, per non dire flessione, del potere di acquisto dei salari. Il primo è senz’altro il fatto che l’Italia, tra i paesi “forti” dell’eurozona, è quella che è cresciuta regolarmente di meno in termini di Prodotto Interno Lordo rispetto a Francia, Germania e Spagna, per citare solo i paesi a noi più affini (vedi ad esempio il grafico pre Covid pubblicato di seguito:   https://www.truenumbers.it/andamento-del-pil/)

Un’altra delle ragioni che spesso vengono citate come caratteristica positiva dell’Italia, e cioè la prevalenza di un tessuto di piccole e medie imprese, è invece probabilmente una concausa della depressione salariale. Ci sono infatti eccellenze positive, che costituiscono però le eccezioni ad una regola che vede queste imprese sottocapitalizzate, poco competitive e poco penetrate da aggregazioni sindacali, per l’elevato potere di ricatto insito nelle piccole realtà produttive.

Le micro e piccole imprese con meno di 50 addetti sono l’asse portante del sistema di PMI italiano e rappresentano, infatti, l’83,9% degli addetti delle imprese fino a 250 dipendenti (che è il limite massimo, quanto al criterio occupazionale, per la definizione di PMI in Italia).

Alcuni inseriscono tra le cause anche l’arrendevolezza del sindacato, e l’osservazione si può anche comprendere, se ci si limita al dato che l’Italia ha il sindacato confederale con la maggiore rappresentatività in Europa, la CGIL. Faccio a questo proposito due considerazioni.

La prima: è un fatto che la maggior frequenza di infortuni sul lavoro e la maggior depressione salariale, spesso collegata all’assenza di contratti aziendali/collettivi o all’esistenza di contratti “pirata” (siglati, cioè, da associazioni sindacali con una rappresentatività quasi inesistente), si riscontrano proprio in quelle realtà aziendali nelle quali il sindacato è meno presente, sia esso confederale o espressione di aggregazioni “di base.

La seconda: c’è uno snodo decisivo nella storia delle dinamiche salariali, ed è l’accordo Governo-Sindacati del  luglio 1992, in una fase in cui l’Italia, dopo la firma del (per molti versi drammatico) Trattato di Maastricht, era avviluppata in una delle sue periodiche crisi da sovraindebitamento.
Giova ricordarlo nelle parole consegnate dall’allora segretario generale della CGIL Bruno Trentin ai suoi Diari:  “Mi sono trovato assediato: al di là delle intenzioni e del peso effettivo della minaccia di crisi di Governo che Amato ha evocato, era certo che un fallimento del suo tentativo avrebbe avuto, a quel punto, degli effetti incalcolabili sulla situazione finanziaria del Paese e sul piano internazionale. La divisione fra i sindacati e nella Cgil avrebbe dato un colpo finale al potere contrattuale del sindacato come soggetto politico.

Salvare la Cgil e le possibilità  future di una iniziativa unitaria del sindacato; impedire che fosse imputata ad una parte della Cgil la responsabilità di un ulteriore aggravamento della crisi economica, per emarginarla sul piano politico mi imponevano di firmare l’accordo e di lasciare quindi libera la Cgil e i suoi organismi dirigenti di convalidare o meno quella decisione. E spero ancora, per le ragioni politiche che mi hanno indotto a quel gesto che lo faccia e tragga da questo la forza per ribaltare a settembre le regole del gioco fuori da ogni ricatto.

Dall’altra parte, ero ben cosciente che, ciò facendo, disattendevo il mandato ricevuto dalla Direzione della Cgil, quel mandato che avevo sollecitato con tanta insistenza, contrapponendomi alla tesi dei soliti rentiers della politica del sempre peggio, che invocava l’abbandono del negoziato. Non potevo annunciare alla Segreteria della Cgil la mia intenzione di firmare, senza preannunciare le mie dimissioni. Ciò che ho fatto”.

Con quella firma, viene abbandonato il meccanismo di adeguamento automatico dei salari all’inflazione (la cosiddetta “scala mobile”) ed introdotta – dopo la ratifica da parte delle assemblee dei lavoratori – la “concertazione”, un metodo contrattuale che divide il negoziato in due: un tavolo nazionale che fa da quadro di compatibilità, ed uno decentrato.

Trentin, un partigiano e intellettuale finissimo, firma per non spaccare l’asse confederale in preda al tormento, quel tormento che lo porterà alle contestuali dimissioni e alla definizione di quella scelta come “la prova più terribile della mia vita”.
Ricordo che, nel giugno 1985, la CGIL, pressoché sola assieme al PCI (perchè isolata anche da CISL e UIL), perse il referendum che voleva abrogare il taglio della scala mobile stabilito dal governo Craxi.

In questo contesto drammatico ben si comprende il tormento di Bruno Trentin, che firmò un accordo che aborriva. [Nel mio piccolo, conosco bene la sensazione del ricatto esercitato dal potere durante una trattativa: a me ed altri successe durante l’ultima trattativa su Carife. “O firmate per l’uscita del 50% dei lavoratori, o vi riterremo responsabili del fallimento della banca” (e, sottinteso, vi indicheremo come tali all’opinione pubblica). Bisogna trovarcisi, in certe situazioni, per misurare la propria capacità di bilanciare la rappresentanza delle persone con la responsabilità di non portarle tutte alla disfatta.]

A quasi trent’anni di distanza da quell’accordo, tuttavia, potrebbe essere venuto il momento di voltare pagina.
Può essere  venuto il momento di riacquistare un’autonomia negoziale che segni una rinnovata stagione di rivendicazioni sui diritti e sui salari. Una cosa è sicura: il quadro politico e sociale che abbiamo davanti non autorizza facili illusioni.

LA MIGLIORE SICUREZZA:
rispondere ai bisogni di tutti, a partire dai più deboli

 

La pandemia ha messo in evidenza tutte le fragilità delle nostre società diseguali, dissipatrici, e senza regole. Molti sono i pericoli ai quali ci siamo assuefatti: dai morti per incidenti stradali, alle guerre che hanno andamento endemico in ampie aree del mondo. Tuttavia, l’improvvisa e rapida comparsa di un nemico sconosciuto, come il coronavirus, nei confronti del quale non ci sono ancora sufficienti difese, ci trova impotenti.

Questo virus scuote profondamente i miti del progresso e della crescita illimitata, la fiducia nella possibilità di controllo e di dominio da parte della tecno-scienza, mettendo in discussione alcune fondamentali certezze e ribaltandone il significato.

Il primo concetto che perde di significato è quello di difesa: siamo abituati a pensare che ci si difenda alzando muri, chiudendo porti e confini con eserciti militari. Ma di fronte a questo nemico invisibile le armi non servono. Anzi, proprio l’aver destinato grandi risorse alle spese militari, sottraendole ad esempio alla sanità e alla ricerca, ci rende più indifesi. Il nostro sistema sanitario universalistico, che pure è uno dei migliori al mondo, vacilla e lamenta la mancanza di attrezzature e di medici.

Il COVID19 ci insegna dunque che il modo migliore di creare sicurezza è avere una società organizzata in modo tale da rispondere ai bisogni di tutti, a partire dalle fasce più deboli. Una società di questo tipo saprà garantire anche le proprie ‘difese immunitarie’ contro i pericoli, interni ed esterni, che possono minacciarla, sviluppando l’uso corretto del potere da parte di ciascuno, le capacità di autogoverno e di resilienza, nonché forme organizzate di difesa popolare nonviolenta che i movimenti per la pace da tempo propongono.

Un altro importante ribaltamento di significato è quello del concetto di isolamento. Da Trump a Salvini a Orban, le destre sovraniste di tutti i continenti hanno rispolverato un nazionalismo pericoloso e fondato sulla cultura individualista imperante, legittimata dal pensiero unico neo-liberista. Espressioni come ‘Prima gli Italiani’ o ‘America first’, creano un isolamento, una barriera tra noi e gli altri, visti come nemici e dai quali distinguerci e separarci. È un isolamento che chiude agli altri, teso a difendere i propri privilegi, e interessi, a scapito della propria umanità.

L’isolamento al quale ci costringe il COVID19 ha invece una diversa connotazione. Serve sì a proteggere noi stessi, ma allo stesso tempo, protegge anche gli altri, perché nessuno sa se potrebbe essere un veicolo di diffusione dell’epidemia. Il COVID19 non risparmia nessuno, colpisce poveri e ricchi, giovani e anziani, al Nord come al Sud, non fa differenze di sorta. Anche chi pensa di essere più forte, potente, attrezzato, in realtà è fragile come tutti: non c’è ricchezza, potere, posizione che tenga.

Tutti hanno bisogno dell’aiuto degli altri, perché NESSUNO SI SALVA DA SOLO.

È la rivincita della solidarietà contro l’individualismo. Riusciremo a realizzare, dopo questa emergenza, un diverso rapporto tra noi e con l’ambiente che ci ospita?
Queste emergenze, climatica, sanitaria, migratoria, ci obbligano a cambiare passo, recuperando valori di solidarietà e sobrietà, che aprono una possibilità di futuro sostenibile per tutti. Proprio come è avvenuto dopo la seconda guerra mondiale, quando si è avvertita l’esigenza di creare istituzioni, come le Nazioni Unite, che si ponessero come strumenti alternativi per la risoluzione delle controversie internazionali. In realtà l’ONU oggi è una istituzione troppo debole e priva di reale potere nel gestire le relazioni internazionali.

Oggi il vaccino ci porterà forse fuori dall’emergenza, ma non ci risolverà il problema di una diversa consapevolezza che richiede un ambiente inclusivo.

Per leggere tutti gli articoli di Elogio del presente, la rubrica di Maura Franchi, clicca [Qui]

cantieri-creativi-teleriscaldamento-geotermia–i-partecantieri-creativi-teleriscaldamento-geotermia–i-parte

Edilizia: a Ferrara in cantiere si muore anche di domenica

 

Da Fillea Cgil

Nel giorno che dovrebbe essere dedicato al riposo, l’operaio edile Giuseppe Fiore cade dal  balcone e muore sul colpo, un incidente mortale dovuto ancora all’ennesima caduta dall’alto.

Si ripete drammaticamente un evento che non è dovuto alla pandemia ma con essa convive, insieme a molti altri pericoli con cui i lavoratori edili fanno i conti. La domanda viene spontanea: come stava lavorando, le norme sulla sicurezza erano rispettate? Aspettiamo gli esiti dell’indagine degli organi ispettivi per avere informazioni più dettagliate.
Giuseppe era un operaio esperto e competente ma questo di per sé non lo ha reso immune dai rischi.
E’ la prevenzione difatti, che riduce le probabilità di subire infortuni.
La prevenzione va adottata con misure concrete, che stabiliscono come deve essere svolta la prestazione di lavoro.

Il sindacato vuole esprimere solidarietà e vicinanza alla memoria di Giuseppe e ai suoi familiari, ma anche chiedere che venga accertata la responsabilità di chi aveva il compito di vigilare.
I dati a livello nazionale degli incidenti sono in aumento,  dal monitoraggio  si evidenziano 32 incidenti fatali nei primi due mesi del 2021 contro i 12 dello stesso periodo 2020: il 170% in più rispetto all’anno scorso.

Come sempre, nei cantieri italiani, si muore soprattutto per caduta dall’alto (48%) e travolti da materiali (26%). Nel 33% dei casi i lavoratori erano totalmente o parzialmente irregolari; erano il 25% (4 casi su 12) nello stesso periodo 2020. E a preoccupare è anche l’età dei deceduti, sempre più anziani: il 43% delle vittime è tra i 40 ed i 60 anni, un altro 43% è di over 60, di cui 3 ultrasettantenni.
Nonostante il nostro grande impegno sulla sicurezza, è evidente che c’è un problema. Non è possibile che lavoratori così anziani si trovino a lavorare sui tetti o sulle impalcature.
Come ribadito dal Sindacato anche nell’ultimo seminario organizzato dal Comitato Consultivo Provinciale Inail Ferrara “I giovedì della prevenzione” c’è un problema diffuso di illegalità, la legalità e la sicurezza nei cantieri sono due facce della stessa medaglia.
In quest’ottica si chiede uno sforzo di collaborazione a tutti gli enti di controllo, per affrontare tutti insieme questa diffusa mancanza di rispetto delle regole di sicurezza e impedire ulteriori morti  nei cantieri.

Ferrara, 9 marzo 2021

SCHEI
Ferrara, idea di città: a voi indré i mié baioc (ridatemi i miei soldi)

In una celebre scena di “Un americano a Roma”, Alberto Sordi aggredisce un piatto di pasta al grido di “m’hai provocato, e mo’ me te magno”. Tiziano Tagliani, sindaco di Ferrara per dieci anni fino al 2019, a un certo punto non ce l’ha più fatta a digiunare sul profluvio di analisi della sconfitta del centro-sinistra locale, e si è buttato sul piatto di maccheroni, avendo tutti i titoli per farlo. Io, che ho meno titoli di tutti gli intervenuti, partecipo all’abbuffata per una ragione: sono un cittadino che ha vissuto dall’interno la crisi Carife, da dipendente e da sindacalista, e la ritengo una delle principali ragioni della sconfitta. Lì mi sento di parlare con cognizione di causa. Sul resto mi esercito da libero pensatore, improvvisandomi “commissario tecnico” come quei sessanta milioni di italiani che parlano dello scibile umano essendosi laureati alla Scuola Radio Elettra o su Google.

Le ragioni della sconfitta? Ne seleziono tre, una (parzialmente) esterna e due interne alla città. La ragione esterna risiede nel vento sovranista che soffia nel mondo, in Europa, in Italia e che non poteva lasciare indenne Ferrara, nonostante il suo essere situata in una buca la preservi dalle folate più violente – ma non dai miasmi mefitici del suo petrolchimico. Questo vento si è mescolato con una voglia, generica quanto prepotente, di “novità” e di “cambiamento”, qualunque esso fosse, che fa anche sorridere se pensiamo che questo afflato rivoluzionario è stato concretizzato, nell’urna, da elettori la cui età media è di cinquant’anni circa. C’è una frase che dice “rivoluzionari da ragazzini, riformatori da  adulti, conservatori da maturi, reazionari da vecchi.”  Il prototipo del ferrarese dovrebbe già essere, per ragioni di anagrafe, nella fase della conservazione, ma in maggioranza ha deciso che bisognava “cambiare”. Cambiare cosa? Le facce, intanto. Un blocco di “potere”, o un sistema di relazioni che durava da circa settant’anni può, in effetti, suscitare una legittima e anche naturale voglia di alternanza. Avvicendare il personale al potere è una regola di buon senso, soprattutto se sono quattro generazioni che questo non avviene. A questo si potrebbe tuttavia obiettare che avrebbe potuto accadere anche prima, e prima non è accaduto; inoltre, che in altre roccaforti rosse o rosa l’elettorato non ci ha proprio pensato di affidare la stanza dei bottoni ad un’allegra quanto sconclusionata armata Brancaleone di “alternativi”, oppure, nella migliore delle ipotesi, di esponenti dell’imprenditoria locale stanchi della dittatura delle cooperative (la dico in maniera grossolana). Allora perchè stavolta a Ferrara, la conformista Ferrara, è successo?

Per provare a rispondere a questa domanda occorre passare alle ragioni endogene della sconfitta. La prima è il caso Carife. La Coop Costruttori, circa dieci anni prima, aveva dato un bello squasso: quasi undicimila creditori, duemila e rotti dipendenti, trecento soci, un fallimento per il quale peraltro, al termine dell’iter giudiziario, i tribunali non hanno riconosciuto la responsabilità degli amministratori per bancarotta, per carenza dell’elemento soggettivo del reato – ad eccezione della “bancarotta per dissipazione” relativa al denaro investito nella Spal. Ecco: se la Coop Costruttori è stata un settimo grado della scala Richter, Carife è stata “The Big One”, il termine con il quale si definisce il terremoto che prima o poi dovrebbe devastare Los Angeles e San Francisco. La responsabilità amministrativa di questo crac è dei dirigenti apicali, a partire da Murolo, e degli amministratori (molti dei quali esperti di banca come io lo sono di astrofisica). Lo ripeto affinchè sia chiaro: la responsabilità amministrativa del crac Carife è anzitutto dei suoi dirigenti apicali, a partire dal mirandolese volante con i suoi tirapiedi, che ha pervertito le regole minime di prudenza fatte raccontare, come un mantra, dai formatori (me compreso) a tutti i seminari sui crediti: frazionare il rischio e prestare sul proprio territorio. Infatti, sotto la sua brillante gestione, la banca ha “prestato” l’equivalente di circa un terzo del suo patrimonio disponibile a due soli debitori: un gruppo di Milano (Siano) per una iniziativa immobiliare mastodontica quanto spericolata, finanziata nel momento in cui il resto del mondo creditizio usciva dal mercato immobiliare; e una compagnia di navigazione di Torre del Greco (Deiulemar)per finanziare l’acquisto di una nave – Deiulemar per inciso soprannominata “la Parmalat del mare” per le caratteristiche del suo fallimento. In due mosse da geniale scacchista, ha messo a repentaglio il patrimonio della banca erogando credito a centinaia e centinaia di chilometri di distanza dal proprio territorio. Se un qualunque direttorino di filiale avesse fatto in piccolo quello che lui ha fatto in grande, sarebbe giustamente stato rimosso dall’incarico e forse sanzionato. Lui, che era il capo, è uscito da Carife con qualche milione di euro e giudizialmente (quasi) immacolato sulla base dell’assunto “tanti colpevoli, nessun colpevole”. In quelle operazioni lì stanno i germi della dissipazione e della malagestio, aggravate dal fatto che già la Cassa stava attutendo la botta dei soldi prestati (e non rientrati) alla Coop Costruttori. Il resto è venuto di conseguenza, ma non è stato ininfluente, è stato anch’esso determinante.

Infatti, la responsabilità politica della “risoluzione” di Carife è tutta ascrivibile ad un governo Renzi a trazione piddina, con Franceschini, ministro teoricamente espressione del suo territorio, a fare la scimmietta (non vedo, non sento, non parlo), e tutti i parlamentari e piddini regionali e provinciali zitti e allineati sulla posizione del capo: di nuovo, Renzi. La banca va disciolta. Decisione condivisa tra Bankitalia (altro manipolo di inguaiati) e Ministero dell’Economia, ossia il Governo e il Premier di allora(sempre Renzi). Carife non era fallita, ma anche se lo fosse stata, sarebbe fallita per la gestione commissariale di Bankitalia, che in due anni e rotti (dal maggio 2013) ha dilapidato i 150 milioni di aumento di capitale del 2011/2012. Già commissariare una banca dopo aver fatto acquistare le azioni dai propri clienti è stato un tiro mancino di Bankitalia, una vera bastardata, perchè significava scientemente azzerare, in sostanza, il valore di quell’investimento per cui tutta la Rete commerciale aveva agganciato tutta la clientela; una usurpazione di fiducia per conto terzi che ha pochi precedenti. Ma non gli è bastato. Dopo aver fatto lentamente cuocere (decuocere) a fuoco lentissimo la banca senza una sola iniziativa di rilancio, facendo quindi uscire una liquidità superiore alla fresca capitalizzazione, e dopo aver fatto deliberare ai soci un aumento di capitale di 300 milioni finanziato dal Fondo di Tutela dei Depositi, Bankit e il Governo hanno iniziato una melina travestita da contrasto con la Commissaria europea alla Concorrenza. Dico “travestita”, perchè nessuno è in grado di mostrare un documento formale nel quale la signora Vestager abbia scritto “è vietato finanziare la Carife con il Fondo di Tutela dei Depositi”(ente completamente privato, finanziato dalle banche). Si accettano scommesse: questo documento non esiste. E’ esistita invece una sudditanza all’Unione Europea, che non si è voluto “irritare” per avere la possibilità di sforare sul tetto al deficit di bilancio. Questa appare come una ricostruzione decisamente più credibile di quella ufficiale, propagandata senza il supporto di alcun documento scritto – tanto è vero che poche settimane dopo la stessa soluzione ha “salvato” Caricesena. Nel frattempo, è appena il caso di ricordarlo, nell’unica reale controversia sollevata dallo Stato italiano contro la Commissione Europea, che aveva ritenuto illegittimo l’intervento del Fondo interbancario su Tercas, il Tribunale ha dato torto all’Europa. A Ferrara invece, la piccola, imbucata, insignificante, indifesa Ferrara il Governo renziano ha deciso di far saltare la banca il 22 novembre del 2015. Il nostro undici settembre.

Sto annoiando qualcuno? Non credo, però, di aver fatto perdere il filo a quei 31.000 risparmiatori che, per effetto della “risoluzione”(adoro il tono asettico che viene introdotto nel linguaggio giuridico per mascherare le atrocità), hanno visto azzerato in una notte risparmi per decine o centinaia di migliaia di euro, persino con le obbligazioni sottoscritte dieci anni prima: una manovra folle e meschina, raccontata come un “atterraggio soffice”. Parlo di pensionati, lavoratori, artigiani, dipendenti della stessa banca. Parlo di un tessuto sociale ed economico raso al suolo peggio di quanto avesse fatto il terremoto fisico di tre anni prima – evento della cui concomitanza sui nostri territori, evidentemente, non è fregato nulla a nessuno, men che meno ai Franceschini e catena alimentare discendente. Spiace la durezza, ma questo è quanto. Last but not least, il “consigliere economico del premier”, Luigi Marattin, ormai star televisiva ora Italia Viva, continua a difendere la scelta dopo aver dichiarato che se “speculi” sulle azioni devi accettare che puoi perdere i soldi. Siccome è un professore di economia (macro), mi permetto di dargli un voto per l’esame di (micro) economia dal titolo “conoscenza dei meccanismi di finanziamento e capitalizzazione delle banche locali”: voto zero.

Questi sono gli eredi, ferraresi e non, del PCI di Berlinguer, tra l’altro. Secondo voi non basta a spiegare l”alternanza”? Basta e avanza. Poi c’è la terza ragione, la seconda interna alla città, che è la sottovalutazione, oggettiva e comunicativa, del problema della sicurezza. Non è la diatriba tra l’ipotesi della mafia nigeriana o la riduzione del fenomeno a microdelinquenza sparsa e (anche) locale, ad avere fatto la differenza. La differenza l’ha fatta il progressivo degrado di alcuni quartieri, tra cui uno signorile anche nel nome (Giardino). Se mi minacciano con un coltello, se mi rubano in casa, se non mi sento sicura a girare da sola, se il prezzo della mia casa crolla questo è un problema di sinistra. E se anche questi problemi fossero esagerati da una “percezione” alterata e gonfiata ad arte, dovrei trarre le conseguenze di questa affermazione (corretta), e “gestire” da sinistra questa percezione; non fregarmene. Se un cittadino che vive in Don Zanardi (zona est lontana dal GAD) a domanda vi risponde che non si sente sicuro in città, non credo che dovreste limitarvi a dargli del visionario, ma chiedervi perchè la pensa così, e porvi il problema sia concreto sia comunicativo. Lasciare l’offensiva mediatica alla destra di naomo su questo tema è stato un errore molto grave.

In tutto questo le responsabilità del Sindaco Tagliani sono, sembra un paradosso, più oggettive che soggettive. Intanto sul caso Carife è stato il solo a criticare con durezza l’inanità del suo partito (dal quale in più di un’occasione credo si sia sentito fregato), e a convocare spesso adunanze di tutta la cittadinanza e associazioni, comprese quelle più incazzate con lui. Sul vento sovranista poteva poco: gli ha scompigliato i capelli come a tutti coloro che ancora ne hanno. Peraltro bene ha fatto a ricordare le cose buone della sua amministrazione, che ci sono state, una fra tante la riqualificazione delle Corti di Medoro (ex Palaspecchi). E ha fatto bene anche a togliersi qualche sassolino a proposito del candidato “indipendente” e fuori dalle vecchie logiche di partito. Sono persuaso che la “colpa” non sia solo sua, e che certo settarismo abbia contribuito a non trovare una soluzione alternativa, anche se la scelta di candidare sindaco proprio l’assessore alla Sicurezza della giunta uscente non è stata la più felice se si voleva comunicare una “discontinuità”. E parlo con il massimo rispetto della persona, la cui attività non può certo essere ridotta ad un luogo comune da chiacchiera al bar.

Ferrara in questi ultimi anni è stata sbeffeggiata, descritta come una nuova Scampia, ridicolizzata, esemplificata come anomalia intollerante, una sorta di enclave nerastra. Non riconosco in queste ricostruzioni la mia città, che è anche molto altro. Prendere sul serio non tanto i propri avversari, quanto le emergenze che hanno peggiorato la vita dei propri concittadini ricoprendo di una patina grigia anche il buono fatto, è il solo modo per diventare a propria volta un’alternativa alla destra.

Sulla Sinistra a Ferrara

Ho seguito con interesse Il dibattito proposto da Mario Zamorani su cause e concause della storica sconfitta del Centro Sinistra alle ultime elezioni comunali di Ferrara. Le ragioni (parecchie e non ancora tutte) vengono citate anche nel contributo di Federico Varese che di seguito pubblichiamo. Capire gli errori dovrebbe servire a non commetterli nuovamente, ma forse – dopo un anno abbondante di legislatura leghista – è venuto il momento di guardare al presente e provare a immaginare un futuro diverso per Ferrara. Partendo da due nodi fondamentali, due passaggi necessari se non vogliamo rassegnarci alla decadenza di Ferrara: una decadenza culturale, civile, economica, sociale: e una decadenza che non inizia con Naomo ma che data almeno un decennio. Due punti di attenzione, due necessità che Federico Varese mi pare individui molto bene e che provo a riassumere a modo mio. Punto uno: occorre un diverso, inedito e coraggioso progetto sociale e culturale per Ferrara, una nuova idea di Città. Punto due: occorre un nuovo ceto, una nuova classe politica, e più in generale: un modo diverso di fare politica, di agire la democrazia, di ascoltare e interpretare i bisogni e le attese dei cittadini ferraresi.
Il cammino da compiere è lungo. Alla Sinistra non basterà voltare pagina, ma dovrà ‘cambiare pelle’. Insomma, non sarà sufficiente far le pulci (leggi: far opposizione) alle stupidaggini e alle malefatte dell’attuale deprimente amministrazione leghista. Dovrà riuscire a parlare a tutta la città (dentro e fuori le mura), a tutti i ferraresi, non solo agli amici e conoscenti. Dovrà proporre una idea di città (ad esempio “la città della conoscenza” che Giovanni Fioravanti continua a indicarci) che ridia speranza e protagonismo all’ex elettore di Modonesi quanto all’ex elettore di Fabbri. O dobbiamo rassegnarci a questa Ferrara divisa a metà tra guelfi e ghibellini?
Dunque, errori a parte, dove ripartire? Da quali parole, valori, idee, progetti, da quali nuovi volti e comportamenti? Ecco, sarebbe bello che il dibattito riprendesse da qua
.  Ferraraitalia è solo uno strano quotidiano on line, completamente autofinanziato, ma sta cercando di fare la sua piccola parte. E apre le porte a chiunque a Ferrara sogna, desidera, lavora per “La Città Futura”.
(Francesco Monini)

Ho letto che il PD ferrarese ha preso posizione contro l’accorpamento delle Camere di Commercio di Ferrara e Ravenna.
Mi sono chiesto: chi è il PD a Ferrara oggi?
Armato di buona volontà, ho cercato sul web la pagina ufficiale del partito. Ho scoperto che il sito www.pdferrara.it non viene aggiornato dal 20 maggio del 2019. L’ultima notizia è una iniziativa elettorale a favore di Aldo Modonesi sindaco. La pagina fotografa una età dell’oro in cui Tagliani è sindaco, Modonesi assessore, Marattin deputato del PD e Baraldi segretaria comunale. Questa è l’ultima classe dirigente non di destra che ha governato la città.
Perché il PD ha perso le elezioni e rischiamo almeno dieci anni di governo leghista? Il bello di intervenire tardi in questo dibattito promosso da Mario Zamorani è di non dover ripetere le analisi di chi mi ha preceduto. Una per tutti: Alessandra Chiappini, la studiosa che ha diretto per tanti anni la Biblioteca Ariostea, ex assessore alla pubblica istruzione e alla famiglia. Nel suo testo sono snocciolate molte ragioni della sconfitta: scandalo Coopcostruttori, Cassa di Risparmio (“una ferita ancora sanguinante”), sanità (mancano trecento posti letto), gestione del post-terremoto… Vi consiglio di leggerlo. Aggiungo: Palazzo Specchi, politica museale inadeguata, fino alla crisi del ‘pattume’. La lista purtroppo è lunga.

L’errore tattico maggiore è stato non aprire a forze nuove. Sono state le liste civiche di sinistra a mobilitare cittadine/i che volevano cambiare la città senza consegnarla alle destre. Fa impressione vedere docenti di fama internazionale come Guido Barbujani e Piero Stefani, architetti come Beatrice Querzoli, giovani studenti e artisti come Arianna Poli e Adam Atik, attivisti come Marianna Alberghini, medici come Lina Pavanelli e tanti altri, disposti a mettersi in gioco per scongiurare la vittoria della destra. La disponibilità di Fulvio Bernabei è stata sprecata. Va detto che diversi esponenti del Pd, come Ilaria Baraldi e Massimo Maisto, avevano capito che bisognava cambiare, ma purtroppo non sono riusciti a produrre una candidatura condivisa e portatrice di novità. Da alcune conversazioni avute durante la campagna elettorale ho tratto l’impressione che il PD preferisse perdere con un candidato organico piuttosto che vincere con un candidato indipendente. Allora non sorprende che l’esito sia stata la sconfitta elettorale. Fa ancora più impressione che il PD ferrarese non abbia promosso una discussione sul risultato elettorale. Il consigliere Dem Bertolasi sul Carlino ha detto che, in assenza di un dibattito, non ha più senso iscriversi a quel partito. Su estense.com Ilaria Baraldi, la quale con grande coerenza si è dimessa da segretaria cittadina dopo la sconfitta, ha descritto “l’inconsistenza identitaria e la confusione organizzativa” del suo partito.

L’errore strategico è stato non avere una idea di città. Dopo la visione, sviluppata negli anni settanta, di “Ferrara città d’arte e di cultura”, bisognava innovare. Quel progetto benemerito nasceva da un dialogo forte tra Italia Nostra, guidata dall’avvocato Paolo Ravenna, l’amministrazione comunale e i dirigenti dei musei e delle istituzioni culturali ferraresi. Il restauro delle mura resta una pietra miliare nella storia della conservazione dei monumenti in Italia. Ma alla lunga quel modello ha prodotto una attenzione esclusiva al centro storico, ad un turismo di giornata, attratto dalle mostre di Palazzo dei Diamanti. Quella stagione, che si è protratta fino al 2019, ha prodotto risultati straordinari–da ultima la mostra su Ariosto curata dalla Direttrice Pacelli—, ma dopo quarant’anni serviva una nuova visione. Toccava alla politica capire che quel modello andava esteso alla città fuori dalle mura, alla cultura materiale e agricola, legando il comune al parco del Delta, un tema sollevato solo dalla candidata civica Roberta Fusari.

Andare oltre le mura (per ribaltare il titolo di una sezione de Il Romanzo di Ferrara di Giorgio Bassani) sarebbe servito anche a mettere al centro della nuova visione di città il *disagio* delle periferie, incluso il quartiere Giardino, la povertà, lo sfruttamento e le diseguaglianze, questioni cruciali per la sinistra, che invece sono state lasciate alla destra. Come documentato dall’Annuario Statistico Ferrarese, la povertà è cresciuta negli anni di amministrazione del centro-sinistra. Il tema delle aree interne (posto in Italia da Fabrizio Barca) doveva essere centrale anche nella visione della sinistra ferrarese. Nulla. In campagna elettorale ho proposto di tagliare i costi dei biglietti autobus per i residenti nelle periferie. Mi sono sentito dire che i ferraresi vanno in bicicletta! Le conversazioni che ho avuto con gli esponenti della giunta prima delle elezioni erano sempre improntate all’atteggiamento ‘non disturbare il manovratore’. Nessuna curiosità per idee nuove.

Il PD non aveva un progetto serio per il Quartiere Giardino: ricordo la proposta del candidato sindaco di tagliare le tasse comunali agli esercenti che aprivano attività in Gad. Credere che tagliare le tasse sia una soluzione a complessi problemi economici e sociali è particolarmente miope. Fior di economisti hanno dimostrato che gli imprenditori vogliono servizi sociali che funzionino e un ambiente urbano attraente, che invogli i clienti a frequentare un certo luogo. A quel punto sono disposti a pagare le tasse (chi vuole approfondire il tema consiglio il recente libro The Finance Curse di Nicholas Shaxson).

Bisognava prendere di petto la paura (fondata o meno) di molti cittadini/e sulla sicurezza. Bisognava “invadere” il quartiere Giardino con iniziative, riunire il consiglio comunale lì ogni mese, come poi ha fatto una volta sola la nuova giunta. Ricordo la stucchevole diatriba sulla criminalità cosiddetta nigeriana a Ferrara: “E’ mafia sì o no?” Quello che importava ai cittadini era recuperare gli spazi pubblici. Serviva un patto per la sicurezza e l’integrazione, sottoscritto da città, forze dell’ordine e comunità immigrate. Ignorare il problema è servito a lasciare che altri lo declinassero in maniera incivile.

Cosa fare in futuro? Quello che non si è fatto nel 2019: aprire a forze nuove e costruire una idea di città che parli a chi vive dentro e fuori dalle mura. Aggiornare la pagina web sarebbe comunque un primo passo.

Cover: elaborazione grafica di Carlo Tassi

COSA C’E’ DOPO IL BUIO?
Le due strade davanti a noi

Naturalmente non lo so. Non lo so io e non lo sa nessuno. Dentro il tunnel nero della pandemia, in queste settimane e mesi di sacrificio, schiere di analisti e sociologi, economisti ed epidemiologi, filosofi e futurologi si sono esercitati a immaginare scenari futuri. Utopie e distopie assortite. Ma tutte queste (e le tante altre che si aggiungeranno) rimarranno solo ipotesi. Perché i fatti certi sono solo due.

Uno. Che ci troviamo di fronte a una tragedia di enormi proporzioni, globale, planetaria: non paragonabile e niente di già accaduto nella nostra storia, forse nemmeno alla tragedia della Seconda Guerra Mondiale. Che coinvolge tutti, nessuno escluso. Il povero e il ricco. Il vecchio e il bambino. Il Nord e il Sud del mondo. Anche se – come sempre accade – a pagare sono e saranno prima di tutto i più deboli, i più poveri, i meno protetti.

Due. Che da questo presente, da questo ‘tempo sospeso’, usciremo (quando usciremo) molto diversi – in meglio o in peggio – da come ci siamo entrati. Sarà diverso il mondo attorno a noi – la società, la politica, l’economia – e saremo diversi noi: le relazioni umane e il nostro rapporto con la natura, con il lavoro, con il tempo libero, con il consumo.
Tornerà tutto come prima? Come dopo una qualsiasi guerra o terremoto? Pensarlo è pura illusione.

Infatti già ora stiamo cambiando. Abbiamo ceduto un bel pezzo di libertà e di diritti. Li avevamo nello zaino da più di duecento anni – dalla Rivoluzione Francese – e facevano un figurone nella nostra bella Costituzione, ma ci eravamo tanto abituati (non al diritto al lavoro, quello è rimasto sulla carta) che ci eravamo dimenticati di averli i diritti. Ce ne siamo accorti solo quando, per salvarci la pelle, ci hanno sospeso libertà e diritti e ci hanno chiuso in casa.
In casa, guardavamo tutti i giorni in Tivù il conto di morti, guariti e contagiati, dal pulpito del capo della Protezione Civile, i consigli e le ingiunzioni di qualche alto papavero dell’OMS, le conferenze stampa a reti unificate del Presidente del Consiglio. E scaricavamo da internet l’ennesimo modulo di autocertificazione. Ci arrangiavamo con lo smart working e con l’apprendimento a distanza.

Intanto sta arrivando la tanto discussa App Immuni – con questo o con altro nome – con cui saremo ‘temporaneamente sorvegliati’: osservati, ascoltati, registrati a distanza H 24. Non sarà obbligatoria (bontà loro), ma volontaria. Potremo cioè decidere se aderire o no a questo The Truman Show collettivo e ci assicurano che “tutti i nostri dati verranno cancellati entro il 31 dicembre”.
Comunque la si valuti, Immuni appare una iniziativa inquietante. Anche perché su di noi, sulla nostra libertà di scelta, verrà esercitata una pressione psicologica e mediatica formidabile. A cui sarà difficile sottrarsi. Saremo spinti ad aderire in nome della battaglia contro il terribile morbo, della difesa della nostra salute e di quella del nostro prossimo, della sacrosanta obbedienza alle prescrizioni di medici, tecnici e scienziati.
Sullo sfondo, senza dircelo apertamente, ci verrà proposto un drammatico scambio. Sicurezza al posto di libertà, Salute in cambio della rinuncia ai nostri diritti.

Una corrente di pensiero – chiamatela pure ‘estremista’ – da almeno vent’anni sostiene che già oggi – con l’avvento al potere dei colossi come Google e Amazon, cioè molto prima di Covid-19 –  siamo ‘sotto regime’. Che non siamo più cittadini, ma siamo stati (silenziosamente, subdolamente) trasformati in sudditi/consumatori. A dettare le regole, a indurre i nostri comportamenti, a governare il mondo è un nuovo potere, ‘il capitalismo della sorveglianza‘. Ne consegue che partiti, parlamenti, governi sarebbero ormai solo un paravento, un simulacro (vengono in mente Philip K. Dick e William Gibson e i romanzi della miglior science fiction), mentre dietro di loro sarebbe già all’opera una nuova classe dirigente fatta di tecnici e scienziati.
Non sono in fondo già loro, gli alti gradi dell’apparato tecnico scientifico (tutti maschi, ovviamente) a parlare a reti unificate tutti i pomeriggi alle ore 18.00?  Sono loro a informare, istruire e dare ordini al popolo in ascolto.
Non credo che questo ‘Stato di Emergenza’ incarni già ora una inedita dittatura tecnico-mediatica. Non siamo – non siamo ancora – al Grande Fratello profetizzato da George Orwell, ma il pericolo esiste. Potremo uscire dalla Grande Crisi molto meno liberi di quanto ne siamo entrati. Sarà sufficiente che, spinta dalla paura, la maggioranza sia indotta a scambiare Libertà e Democrazia per la Sicurezza e la Tranquillità. Da cittadini, imperfetti quanto si vuole, diventeremo allora servi obbedienti.

Eppure, dentro la Grande Crisi – e abituiamoci: non durerà settimane, ma mesi, forse anni – accadono anche cose nuove e buone, anticipazioni di un futuro diverso e migliore: o per meglio dire, di più futuri possibili: “futuri alternati” o “futuri paralleli” li chiama Philip K. Dick nelle sue visioni in forma di romanzo.
Non mi riferisco ai ‘medici eroi’, anzi, con tutto il rispetto e l’ammirazione che dobbiamo a coloro che hanno affrontato l’emergenza sanitaria ‘a mani nude’ e hanno perso la vita, trovo stucchevole, autoassolutorio, in una parola: insopportabile questo refrain mediatico, questo ritornello dei ringraziamenti agli eroi. Così come è insopportabile la nuvola di buonismo che sembra avvolgere tutti e tutto.
Invece sono successe cose importanti: dentro ognuno di noi. Nel nostro cervello: nella nostra coscienza, se la parola non vi sembra eccessiva. Abbiamo imparato delle cose, e le abbiamo imparate in fretta, grazie ad un ‘corso accelerato’ imposto dal distanziamento sociale, la clausura, i negozi chiusi. Una inconsapevole lezione di sobrietà. La scoperta che si può vivere con molto meno di quello di cui ci pareva di avere assolutamente bisogno e che eravamo abituati ad avere, a comprare, a consumare, a gettare nella spazzatura. O che si poteva e si doveva dare più spazio, valore, importanza alle relazioni umane e sociali: al vicinato, all’incontro, all’autoaiuto, alla solidarietà. E che farlo non era solo ‘buono e giusto’, ma che ci dava piacere, ci gratificava, ci rendeva un po’ felici.

Se non dimenticheremo questa lezione (mi viene in mente mia nonna quando irrideva quelli che, quando gli insegnavi una cosa, quella cosa “gli entrava da un orecchio e gli usciva dall’altro”), se, appena riaperto ‘il mondo supermercato’, non faremo ressa per procurarci una (proprio e solo quella) tra le diecimila merendine rosse-gialle-verdi che ci offrirà il Pensiero Unico, se insomma ci verrà voglia di un mondo diverso e saremo capaci di tradurre questa voglia in fantasia, in dialogo, in azione, se saremo disposti – prima di tutto i giovani e giovanissimi – all’impegno personale e alla mobilitazione sociale.
Ho messo in fila una sfilza di se, che, come è noto, fanno lavorare il cervello ma non fanno la storia. Se però qualcuno di questi se diventerà realtà, allora l’esito della Grande Crisi potrebbe riservarci una bella sorpresa. Invece di incamminarci verso un Grande Fratello (modello cinese o sudamericano, poco importa) potremo imboccare una strada diversa e un futuro migliore per le nuove generazioni.

Due mesi fa, su questo stesso giornale, scrivevo cronaca e impressioni della prima terribile settimana di clausura. Chi volesse leggerle prima di finire questo scritto di oggi le trova [Qui]

Abbiamo appena ‘festeggiato’ il Primo Maggio, una festa dei lavoratori surreale (ma quasi tutto quello che da qualche mese succede attorno a noi merita questo aggettivo): le piazze sono vuote, i ragazzi senza scuola, i lavoratori a spasso. A spasso, cioè senza lavoro: in realtà chiusi in casa. A tutti hanno dato un po’ di cassa integrazione, oppure un pugnetto di soldi, ma per molti la possibilità di tornare al proprio posto di lavoro appare solo una vaga ipotesi. Le cifre sono impressionanti. Nel giro di qualche settimana: 30 milioni di disoccupati in America (che a gennaio vantava la piena occupazione), 10 milioni di posti persi in Germania. Non fatemi scrivere il numero dell’Italia.

Oggi è lunedì, il ‘fatidico 4 maggio’ (forse passerà alla storia come il 5 maggio, quando se ne andò Napoleone), oggi e finita la quarantena collettiva . Finalmente si può mettere il naso fuori di casa, si incomincia a uscire, si possono fare due passi, incontrare qualche ‘congiunto’ (linguaggio del Presidente del Consiglio, il giurista di piccolissima taglia che ci è capitato in sorte). Sempre e comunque armati di mascherina e di moltissima cautela.
Poi, ma solo forse, a tappe successive, riavremo indietro qualche altro pezzo di libertà. Poi l’estate, e anche quella sarà un’estate diversa da tutte le estati che l’hanno preceduta.
Alla fine – non so quando e non lo sa nessuno – potremo “riveder le stelle”. Guardo in alto, il cielo, comincia a fare buio, come sarà il Firmamento? Neppure questo riesco a immaginarlo, quello che so è che “nuovi cieli e la Terra nuova” dipenderanno da ognuno di noi.

DIVIETO DI PASSEGGIATA
quando la libertà viene trattata con leggerezza

Dubito che la passeggiata (scritto proprio così: “la passeggiata”) rientri nella Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo. Se ne parlassero i cahiers de doléances e se fosse in qualche modo inclusa (“la passeggiata”) in una bozza preparatoria della Costituzione del 1789 (Termidoro l’avrebbe però senz’altro abolita). Se Rousseau la includesse nel suo Contratto Sociale. Se ne scrisse Adam Smith, o se ne sia occupato Marx, nel Capitale o in qualche nota a margine dei suoi Grundrisse. Se, infine, i nostri Padri Costituenti (non ho sottomano i verbali dei lavori della Assemblea) ne abbiano almeno discusso, per poi decidere di non inserire il termine “passeggiata” nella prima parte della nostra Costituzione Repubblicana.

Niente “passeggiata” nei sacri testi. Sia stata una colpevole dimenticanza o si sia invece preferito utilizzare un sinonimo, una locuzione, un termine correlato, rimane comunque un fatto. E cioè che “la passeggiata” è tutt’altro che una cosa di poco conto (il dolce suono della parola può ingannare). Non è cosa che attiene all’angolino del nostro ‘tempo libero’. Non è solo materia di cattiva e di buonissima letteratura (specialmente quella di lingua tedesca, dal preromanticismo ad oggi, è ricca di romanzi e racconti magnifici di passeggiate e di passeggiatori). La passeggiata è una cosa terribilmente seria. Fondamentale. Vitale. Un altro modo di dire LIBERTA’. Libertà di muoversi. Libertà di usare il nostro corpo. Libertà di andare a cercare qualcosa o qualcuno. Libertà di immergersi nella natura: aria, sole, erba e tutto il resto. Libertà di andare a zonzo, di incamminarsi e decidere ‘cammin facendo’ se fermarsi, girare a sinistra o prendere il sentiero alla nostra destra.

Siamo nel bel mezzo di una tragedia globale. Da un giorno all’altro siamo stati catapultati in un mondo inedito, intrappolati, per necessità, in uno ‘Stato di Eccezione’, dove le libertà individuali e collettive (che credevamo immutabili quanto scontate) sono state progressivamente limitate, dove anche le fondamenta della democrazia traballano (temporaneamente? Speriamo: anche questo dipende da noi). E dove noi stessi abbiamo accettato, responsabilmente, di cedere un bel pezzo della nostra libertà per salvare la salute, la nostra e quella di tutti.

Ci siamo affidati – fidati – alla scienza, ai medici, alle autorità. Però la Libertà che le varie autorità ci tolgono (temporaneamente e con il nostro silenzio assenso) va trattata con il dovuto rispetto. Con i guanti bianchi. Questo, almeno questo, possiamo chiederlo? Possiamo Pretenderlo? Ecco, nel caso del DIVIETO DI PASSEGGIATA , o della CHIUSURA TOTALE e indiscriminata di TUTTI i parchi, i giardini, le aree verdi (è successo a Ferrara e in altre città d’Italia, per fortuna in tante altre no) a me pare che le Autorità non abbiano avuto questo rispetto. Non è solo questione di portare a spasso il cane (eppure anche il diritto degli animali deve valere qualcosa), è che non si può togliere con leggerezza alle persone l’aria, il cielo, la terra, l’erba, gli alberi. La libertà.

Il Presidente Mattarella ci ha invitato alla FIDUCIA e ci ha chiesto SERIETA’. E’ quello che stiamo cercando di fare: di lui, almeno di lui ci fidiamo. Ma al Governo, ai Governatori, ai Prefetti, Ai Sindaci (compreso il Sindaco di Ferrara Alan Fabbri) chiediamo la medesima serietà. Non la leggerezza, non il pressapochismo, non la fretta e l’ansia proibizionista. Devono pensarci 70 volte 7 (come dice il Vangelo, non ricordo dove) prima di toccare la libertà  La passeggiata è uno dei nomi della libertà. Una libertà quotidiana, domestica, piccola piccola. Preziosa come la nostra vita.

metodo naomo post fb

Nuovi modelli per affrontare il presente

Essere per la prima volta dopo le elezioni comunali a Ferrara evoca uno strano sentimento. A prima vista non è cambiato niente. Dopo la vittoria della ‘Lega’ pensavo di vedere in ogni vicolo della città un poliziotto rabbioso. Temevo di vedere dappertutto la bandiera del partito vincente e di un poster del nuovo sindaco, fisiognomicamente un mini ‘Che’ di provincia.
Nonostante la campagna elettorale della ‘Lega’ contro gli extra comunitari, i mussulmani e i cristiani della ‘Chiesa di Papa Bergoglio’, negli aspetti pubblici evidenti la città non è cambiato molto. Insomma, la Ferrara in questi giorni sembra, come sempre, una città civile, calma, bella, talvolta anche un po’ noiosa e lontana dai grandi cambiamenti del mondo che palpita oltre le mura cittadine.
Ma sotto la superficie tranquilla si può registrare un forte e crescente cambiamento della società ferrarese. Per l’attuale governo comunale di Destra esiste ovviamente solo una parola d’ordine: “Sicurezza, Sicurezza, Sicurezza” un mantra ripetuto con insistenza, ventiquattro ore al giorno, tutti i giorni in tutta la città. Certo, proteggere la sicurezza dei cittadini deve essere un obbligo di ogni comune sia esso di Destra che di Sinistra. Ma siamo seri, Ferrara non è stato durante gli ultimi ‘decenni rossi’ una Chicago degli anni di Al Capone o il Guatemala-City d’oggi. Non è certo da negare l’esistenza dei tanti malviventi in città, inclusi clan di narcotrafficanti di varia provenienza. Ma senza una clientela composta in parte anche da consumatori d’origine italiana ‘doc’ anche il mercato della droga non potrebbe esistere.
Chi crede davvero che si possano combattere questi fenomeni incivili e criminali con la rimozione delle panchine?

Crediamo davvero che si possa salvare l’“identità cristiana” di Ferrara, d’Italia o d’Europa attraverso l’affissione di tanti nuovi crocifissi negli spazi pubblici e soprattutto nelle scuole? Anche per me, come cattolico, il crocifisso ha non poca rilevanza ma, come cittadino (di Monaco e per un senso di intima appartenenza anche di Ferrara), difendo prima di tutto la laicità dei paesi europei. Sono, come ha detto una volta lo storico antifascista Arturo Carl Jemolo, “cattolico di fede, ma soprattutto laico di stato”. Anche perché so benissimo come soffrono (talvolta anche con torture) donne ed uomini in Paesi governati o oppressi da politici o predicatori islamici (senza per altro dimenticare, i fondamentalisti cristiani).
Noi tutti, sia i residenti di Ferrara, sia i turisti della città, sia i migranti e i profughi viviamo oggi in un epoca di grande cambiamento globale. Sono tempi, come ha scritto una volta lo scrittore argentino Ernest Sabatò, “nei quali la nostra immagine del mondo vacilla ed anche il sentimento di essere protetti dalla tradizione e dalla fiducia che ne deriva, viene meno“. Non è davvero una annotazione rassicurante, ma certo è realistica. Trovare terreni per un confronto civile e democratico sarà arduo, data la distanza di posizioni. Ma sicuramente non si può migliorare la situazione alimentando l’odio con la propaganda, con atti simbolici (e talora non solo), come ora anche il Comune – di Destra – tende a fare; ma non si può neppure (come si fa nel mondo della Sinistra) negare la sensazione diffusa di insicurezza di gran parte della gente di fronte ai disallineamenti culturali in corso.
Viviamo attualmente – come scrive l’intellettuale tedesca Cornelia Koppetsch in un libro di grande successo in Germania (“La società dell’ira”) – in tutto il mondo un processo di cambiamento epocale e profondo, per il quale non abbiamo né nomi per descriverlo né strategia adatte per affrontarlo“. Una riflessione che può portare alla rassegnazione oppure spingere a riflettere e coerentemente agire: io, personalmente preferisco la seconda opzione.

Elogio della panchina

La campagna ‘Parchi puliti’ e l’intenzione dell’iperattivo vicesindaco Nicola Naomo Lodi di smantellare le panchine in città come prima misura antispaccio è una notizia che ha qualcosa di surreale. Come possibile pensare che togliere posti a sedere possa servire a contrastare gli spacciatori e bonificare i giardini del grattacielo? C’è forse bisogno di avere una panchina a disposizione per vendere e acquistare droga? Non basta girare a piedi e ‘spacciare in movimento’? O, come sta già succedendo, spostarsi in qualche altra zona di Ferrara?
La campagna contro le panchine – ad oggi non sappiamo fino a che punto verrà portata a compimento – sembra una misura talmente assurda e incongruente da indurre più all’ironia e alla satira che alla protesta civile. Così infatti Diego Marani, in un suo gustoso intervento sulla Nuova Ferrara, non resiste alla tentazione di mettere alla berlina la giunta leghista che eliminando il luogo (la panchina) pensa di eliminare il fenomeno (lo spaccio): “Seguendo questa logica, l’assessore Lodi dovrebbe allora vietare le borsette alle signore per sventare gli scippi, confiscare tutte le biciclette per evitarne il furto, chiudere le banche per scoraggiare le rapine”. Il vecchietto nella vignetta di Carlo Tassi su questo giornale propone invece come estremo deterrente una attualissima idea amazzonica: eliminare in toto gli alberi che regalano un’ombra accogliente agli spacciatori e ai malintenzionati.
Insomma, la tentazione di metterla in ridere è forte. Eppure sarebbe sbagliato prenderla sottogamba: la battaglia contro le panchine – si tratti pure di una semplice operazione propagandistica senza drastiche e definitive conseguenze – è un segnale preoccupante, rappresenta con assoluta evidenza un’idea pericolosa di governo della città. Significa voler affrontare un problema di sicurezza sociale – e quello dello spaccio a Ferrara lo è eccome – chiudendo spazi, eliminando luoghi e occasioni di incontro e moltiplicando inferriate, telecamere e controlli. Insomma, la questione è terribilmente seria. In questi giorni singoli cittadini e Associazioni stanno promuovendo una raccolta di firme contro lo smantellamento delle panchine, E’ una buona notizia.
C’è naturalmente altro. Dopo aver smontato e disperso il campo nomadi, anche verso i giovani e i pericoli della ‘movida’ di una città con più di 20.000 studenti universitari la nuova Giunta propone un giro di vite.E che ne sarà in un prossimo futuro dei festival ferraresi o dei concerti d’estate, pericolosa occasione di folle schiamazzanti?
A Ferrara tira oggi un’aria di chiusura, come se per difendersi dal malessere e dal disagio sociale non si possa fare altro che ridurre gli spazi della socialità invece di riempire e riconquistare gli spazi perduti. Panchine comprese. E’ su questo che occorre porre attenzione. Se la sicurezza diventa l’imperativo categorico, la via maestra che ispira tutte le scelte di governo della città (in assoluta continuità con l’operato dell’ex Ministro dell’Interno) allora la faccia di Ferrara è destinata a cambiare progressivamente. Come? Per immaginare il punto d’arrivo, basta avere in mente alcuni quartieri delle grandi metropoli: piazze e strade vuote, e la gente prigioniera in case blindate come casseforti.
La panchina è un bel simbolo di socialità. In panchina non sostano solo gli spacciatori. Ci si siedono gli anziani (Ferrara è una delle città più vecchie d’Italia), i ragazzi, le mamme con i bambini… In panchina ci si dà appuntamento, ci si incontra, si parla, si legge un libro, si guarda il verde dei prati e degli alberi, ci si innamora perfino. Se non ho più dove sostare (e dove bere un sorso d’acqua: le fontanelle sono sempre più rare) la città diventa solo un luogo da attraversare in fretta, non un posto dove vivere.
Non mi piace disegnare scenari apocalittici, ma senza accorgercene rischiamo di imboccare un bivio: la chiusura invece dell’apertura, la difesa invece del coraggio. Non leviamo le panchine, mettiamone altre, e aggiungiamo magari qualche fontanella.

emergency

Gli Emergency Days fanno il punto sulle emergenze in Italia

Una vera e propria ‘emergenza Italia’, ma di natura diversa da quelle che di solito vengono evocate. E’ l’allarme lanciato in due degli incontri del programma della decima edizione degli Emergency Days di Ferrara, iniziati il 2 luglio e che si concludono oggi – 6 luglio – negli spazi di Factory Grisù in via Poledrelli.
Due i temi, caldissimi, non solo per la temperatura estiva, e collegati fra loro: il ‘decreto insicurezza’, come recita il titolo dell’incontro del 3 luglio, e la pervasività del cosiddetto ‘hate speech’, attorno al quale ha ruotato l’incontro del 4 luglio.
Fra gli ospiti: Luigi Manconi, ex senatore e Presidente della Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani; Don Mattia Ferrari, viceparroco di Nonantola imbarcato sulla Mare Jonio della piattaforma Mediterranea; Federico Faloppa, professore associato all’Università di Reading (UK), consulente di Amnesty International su hate speech e contrasto al linguaggio d’odio, collaboratore dell’Associazione Carta di Roma, Cospe onlus e della Fondazione Alexander Langer; Giuseppe Giulietti, giornalista e sindacalista, attuale presidente della Federazione nazionale stampa italiana.

In una Ferrara nella quale la Sinistra sta ancora accusando il colpo delle ultime elezioni, nei cui Lidi un turista tedesco può trovarsi l’auto vandalizzata con scritte rivolte alla capitana Carola, nella quale una donna che indossa lo jilbab può essere apostrofata in un centro commerciale, nella quale l’associazione studentesca Link-Studenti Indipendenti denuncia clausole discriminatorie riguardo la nazionalità e non solo nei contratti d’affitto, in questa Ferrara il messaggio che esce da entrambi gli incontri è che bisogna prepararsi a una dura, difficile e lunga battaglia per quella che è, chiedo anticipatamente scusa per il termine così significativo, ‘l’anima’ del Paese.
Manconi, mercoledì 3 luglio, non usa mezzi termini: la “politica dell’insicurezza” è destinata ad avere “effetti devastanti per la vita sociale, per la capacità di costruire una comunità” e “a produrre automortificazione, una società regredita e rattrappita”. Giulietti e Falloppa la sera dopo non sono da meno. Il giornalista parla di necessità di “alzare i toni” per la difesa della Costituzione. “Non si tratta di buonismo, la difesa della cultura della diversità e della tolleranza è una lotta politica e serve una grande pressione democratica per la difesa della Costituzione: non è una difesa dei migranti e dei diversi, ma di tutti noi”. Mentre Falloppa, a proposito dell’hate speech, parla di un problema non solamente italiano ma internazionale, sfuggente dal punto di vista delle definizioni – anche giuridiche – ma non nuovo: “il primo libro sull’argomento l’ho scritto diciannove anni fa, da allora le cose sono cambiate in peggio e continuano a peggiorare”. E’ una “emergenza democratica”, siamo di fronte a una “società che sta collassando su stessa”, “non c’è più uno stigma sociale” riguardo questo linguaggio sdoganato: il ‘gentese’ diventato “la cifra di un’intera nazione”. La soluzione: “una mobilitazione molto lunga e faticosa che richiede tanta pazienza e intelligenza”, secondo Manconi; per Giulietti il recupero “della centralità del pensiero critico” e delle relazioni ‘in presenza’ perché la democrazia digitale “rinuncia ai corpi”; per Falloppa “la necessità di ritrovare i pensieri complessi” e il “coraggio di sfidare” l’hate speech con una vera e propria “contronarrazione”.
Una mobilitazione per fronteggiare quel “sentimento di angoscia collettiva” che trova nel “vicino lontano” il destinatario su cui “rovesciare la voglia di rivalsa”, nelle parole di Manconi; per neutralizzare quei “contenuti di odio che erano sotto la pelle di questo Paese e che i social – secondo Falloppa – hanno solo eccitato” per la visibilità, la ripetibilità e il filtro che offre lo schermo.

Ma segnali di un’Italia diversa ci sono: la mancata convalida dell’arresto della capitana Rakete da parte della gip di Agrigento, Alessandra Vella – di nuovo una donna, guarda caso, come sottolinea anche Manconi – in nome della scriminante legata all’avere agito all’adempimento del dovere di salvare vite umane in mare; gli stessi volontari di Emergency o Cospe o Arcigay – rispettivamente rappresentate in queste due serate da Michele Iacoviello, Alessia Giannoni e Manuela Macario – che quotidianamente si impegnano contro quella che Papa Francesco ha chiamato “globalizzazione dell’indifferenza”. E a questo proposito è don Mattia ad affermare che “sono più fedeli al Vangelo” i ragazzi di Mediterranea che ha incontrato sulla Mare Ionio rispetto “a coloro che cercano di strumentalizzarlo”: sulla nave “ho avuto una grandissima testimonianza di Vangelo vissuto”, afferma don Mattia citando la parabola del buon samaritano “davanti all’umanità ferita”. “Più li conosci e più rimani sconvolto dalla criminalizzazione di questi ragazzi: si sono messi in gioco non per fare del casino, ma per difendere l’umanità dei migranti e di noi tutti”. Ecco quell’anima da riscoprire, proteggere, rivendicare.

Dopo aver aperto il 2 luglio con un incontro su disabilità e inclusione sociale, con ospite d’onore Soran Mihamad, uno dei primi pazienti curati nel Centro chirurgico di Emergency a Sulaimaniya in Iraq dopo che nel 1996 aveva perso la gamba destra colpito da una mina antiuomo, gli Emergency Days 2019 si chiudono questa sera con un’omaggio per il 25° compleanno dell’associazione fondata da Gino Strada. Ospiti: Rossella Miccio, Presidente di Emergency dal 2017, e le giornaliste Laura Cappon, Sabika Shah Povia, Alice Pistolesi (Clicca QUI per maggiori info).

Per la documentazione integrale degli incontri degli Emergency Days: fb edaysferrara
Leggi il Rapporto Amnesty International ‘Barometro dell’odio – Elezioni europee 2019’

VERSO LE ELEZIONI: IL DIBATTITO
“Così governerei Ferrara”: Modonesi, Fusari e Firrincieli a confronto

A cura di Sergio Gessi e Francesco Monini

– prima parte –

Abbiamo invitato nella redazione di Ferraraitalia i candidati a sindaco del centrosinistra per rivolgere loro alcune domande. Andrea Firrincieli, Roberta Fusari e Aldo Modonesi hanno gentilmente accolto l’invito. Solo Alberto Bova ha declinato l‘invito, ritenendosi equidistante tra i due schieramenti in campo a Ferrara.

SERGIO GESSI
Vi ringraziamo per la disponibilità a questo confronto. Il dibattito elettorale è vivo e siamo ormai alle ultime battute, ci è parso opportuno e necessario sollecitare alcune riflessioni mirate su punti che consideriamo rilevanti, in modo da fornire agli elettori alcune risposte più precise e concrete, al di là dei valori e delle idee che stanno alla base dei programmi che ciascuno di voi ha elaborato.

FRANCESCO MONINI
La prima domanda che vi farei è questa. Il dibattito impostato dalla destra e da Alan Fabbri si è concentrato sul tema della sicurezza. Quali sono le tre priorità per Ferrara che vi sentite di indicare? Convenite che la sicurezza sia il problema fondamentale, il più sentito dai cittadini, oppure se ci sono temi più importanti, più decisivi su cui puntare, su cui porre l’attenzione?
Infine: tutti dicono che, per la prima volta, il governo di Ferrara è ‘contendibile’, e potrebbe toccare alla destra? Che ne pensate?

ROBERTA FUSARI
Le mie priorità: 1) Ambiente che vuol dire anche Salute; 2) Economia che vuol dire Lavoro; 3) Partecipazione che vuol dire un modo diverso di rapportarsi dei cittadini tra loro e con l’Amministrazione, e viceversa naturalmente.
La sicurezza non è sicuramente tra le mie priorità. Anzi, affrontare le tre priorità che dicevo e dando risposta al tema dell’ambiente, del lavoro e della partecipazione per me significa rispondere anche al tema della sicurezza. Agitare il tema della sicurezza come fa la destra significa solo fare vuota propaganda.
Certo, anche nella nostra città, nella nostra comunità, i cittadini vogliono sicurezza, ma occorre affrontare il problema in modo serio e articolato e andando nel merito dei problemi, delle situazioni, proporre soluzioni concrete, caso per caso. Non basta scandire slogan come fa la destra di Alan Fabbri.

ALDO MODONESI
Vorrei fare alcune considerazioni sulla contendibilità di Ferrara. Io penso che non ci sia un comune in Italia che oggi non sia contendibile. E questo accade da almeno una decina di anni a questa parte, a causa di tanti fenomeni, compresa una estrema volatilità dell’elettorato. Quindi penso che il tema della contendibilità ci sia anche in queste elezioni amministrative, c’è a Ferrara come nel resto dei comuni che vanno al voto anche in questi mesi. Non bisogna essere preoccupati di questa sfida, anzi bisogna essere consci della situazione e trovare ancora più stimoli rispetto a quelli ai quali eravamo abituati nelle tornate elettorali precedenti.
Se devo descrivere la mia città in estrema sintesi, penso che Ferrara abbia due problemi:
Il calo demografico. Una città in cui nascono 750 bambini e muoiono 1.900 persone è una città che se non immagina per se stessa delle politiche di medio e lungo periodo è destinata ad implodere nel giro di qualche decennio.
Il secondo problema è un problema di natura ambientale. Guardiamo al cambiamento climatico che riguarda il nostro territorio: erano 3 forse 4 mesi che non pioveva: il livello del Po fino a 15 giorni fa era più basso di quello medio dei mesi estivi. Ci si aggiunga anche la situazione particolare geografica della nostra città e del nostro territorio: siamo in fondo alla valle padana e quindi serve non solo curare quello che produci ma guardare anche a tutto quello che viene prodotto a monte, che ti arriva via terra, via aria, via acqua, via sotterranea.

MONINI
Dunque, calo demografico e questione ambientale. Quali risposte mettere in campo?

MODONESI
Ci sono due sole risposte a questo tipo problemi.
La prima si chiama lavoro: aumentare la capacità attrattiva del nostro territorio. Vuol dire invogliare gli studenti universitari a fermarsi, vuol dire attivare politiche serie ed efficaci di integrazione per i nuovi cittadini, quali essi siano, migranti extracomunitari, cittadini europei, o anche solo persone che decidono di spostarsi da una parte della nostra provincia per venire in città. Vuol dire dare le sicurezze giuste e necessarie per mettere su famiglia.
L’altra risposta è la riorganizzazione dei servizi. La riorganizzazione dei servizi socio-sanitari, politiche educative e per la famiglia, politiche di accesso alla casa, una modifica della politica dei trasporti in modo da ridurre le distanze tra il centro e le periferie, tra le generazioni, tra le professioni. Questo, preso tutto insieme, vuol dire immaginarsi un welfare di comunità diverso, che dia opportunità a chi cresce e certezze a chi invecchia.

ANDREA FIRRINCIELI
Per me la prima priorità è il benessere della persona. Per benessere della persona si intende tutto quello che include la sanità, la salute, l’ambiente. Basta sfogliare i giornali e si capisce come la situazione stia lentamente, ma neppure tanto lentamente degradando. Sull’obbiettivo persona e il suo benessere occorrono iniziative efficaci e urgenti
Poi c’è il tema dell’economia, del lavoro. Occorre rendere più attrattiva la nostra città e legare in maniera più forte il momento dell’istruzione al momento del lavoro. L’integrazione scuola-lavoro spesso viene vissuta come un momento di passaggio, senza darle il peso e il significato che deve avere se vogliamo migliorare la situazione attuale.
Il benessere sociale, la possibilità per tutti di vivere insieme in modo armonico e positivo, dipende soprattutto dai presupposti che ricordavo: la cura del benessere della persona e lo sviluppo dell’integrazione scuola-lavoro. Per mettere mano a tutto questo dobbiamo partire prima di tutto dalle famiglie, dar loro un sostegno maggiore. Anche i protocolli sul bullismo e il cyberbullismo, i protocolli contro la violenza sulle donne e gli abusi ai minori, alla fine sono troppo spesso scollati da quella che è la ricaduta sulle famiglie. Io ho percepito, avendoci lavorato per tanti anni, che tra quello che si vorrebbe fare e quello che in realtà viene fatto c’è una distanza abissale. C’è un problema enorme che è quello della violenza familiare che non si riesce a gestire, come pure il dramma delle truffe agli anziani. In una città sempre più vecchia come Ferrara, chi si occupa degli anziani? Lo facciamo troppo poco. Dobbiamo farlo molto di più e meglio.

MONINI
Vorrei sentire il tuo parere sul tema sicurezza

FIRRINCIELI
Sulla sicurezza, che nemmeno io considero la priorità, dobbiamo però ascoltare attentamente i cittadini. Non possiamo raccontarcela: se uno va a parlare con le persone sente che esiste ed è diffuso un allarme sicurezza. Allora c’è da chiedersi come mai improvvisamente la gente percepisca così questa situazione anche in assenza di episodi di criminalità diffusa. Perché siamo arrivati a questo punto? Se non partiamo da questa domanda, se non ci mettiamo in ascolto, non potremo risolvere il problema.
Tornando al benessere sociale, lasciando da parte l’integrazione, intendo anche la cura di qualcosa di fondamentale. Perché è vero che i nostri indici demografici sono in calo, ma è vero che ci dobbiamo curare di quello che abbiamo. Nelle famiglie dobbiamo mettere mano, dare loro un contributo importante. Non dobbiamo fare in modo tale che tutte queste iniziative di enti e di organizzazioni rimangano sulla carta: i protocolli sul bullismo e il cyberbullismo, i protocolli contro la violenza sulle donne e gli abusi ai minori, alla fine sono troppo spesso scollati da quella che è la ricaduta sulle famiglie. Io ho percepito, avendoci lavorato per tanti anni, che tra quello che si vorrebbe fare e quello che in realtà viene fatto ci sia una distanza abissale. E quindi c’è un problema enorme che è quello della violenza familiare che non si riesce a gestire, le truffe agli anziani. Visto che abbiamo un calo demografico e il numero degli anziani aumenta, perché non ci preoccupiamo di loro? Chi è che si occupa di loro? Noi continuiamo a leggere di questi anziani che hanno 3.000 euro da parte, i soldi del funerale e improvvisamente spariscono.

MONINI
Aggiungo una considerazione. L’ultima ‘grande idea’ per Ferrara è quella di “Ferrara città d’arte e di cultura”, lanciata quasi 30 anni fa da Roberto Soffritti , sindaco di Ferrara per 16 anni e che qualcuno ricorda come ‘il Duca’. Grazie anche al ‘maestro’ Franco Farina, a Paolo Ravenna, a Carlo Bassi e tanti altri, è stata una grande intuizione, una idea che ha avuto successo e che ancora oggi da i suoi frutti. Certamente Ferrara ha fatto dei passi in avanti: sul turismo e l’indotto del turismo, il recupero del centro storico, Abbado al Comunale, le grandi mostre, eccetera. Oggi però molte città hanno seguito la stessa strada, Ferrara ha tante concorrenti: non sto parlando di Venezia o Firenze, ma della stessa Rovigo…

GESSI
Siamo nel terzo millennio. Forse occorre una nuova idea forza. Quale considerate essere la precipua vocazione di Ferrara e come immaginate la città nel 2030?

FUSARI
C’è la necessità di avere una visione d’insieme. Io sono venuta a Ferrara nel ’91 quando non c’erano neppure le Mura. Credo che occorra partire proprio dalla specificità del territorio ferrarese, dal nostro non essere – e io dico per fortuna – sulla via Emilia, una posizione che da un certo punto di vista ha consentito di preservare questo territorio e che da sempre è stato letto invece come un punto di debolezza. Ora è venuto il momento di trasformare questo punto di debolezza in quello che veramente è: un valore. Noi abbiamo una caratteristica territoriale, un valore riconosciuto addirittura dall’Unesco, città e Delta del Po, e un territorio straordinario. Allora la vocazione del futuro, questa città nel 2030, è accettare un’altra sfida come fu allora quella di 30 anni fa. Fare di Ferrara la capitale del verde europea. Capitale europea del verde quest’anno è Oslo, il prossimo sarà Lisbona. Lavorare su quello significa darsi una strategia per poter arrivare a questo obiettivo. Dobbiamo darci una strategia sulla sostenibilità, quindi intendo il termine ‘verde’ nel senso più ampio, una sostenibilità intesa non solo come ambientale ma anche economica e sociale. Una strategia comune da perseguire tutti assieme, ognuno nelle sue peculiarità: istituzioni pubbliche, privati, associazioni di categoria, università. Una strategia per far sì che il nostro territorio non sia più il fanalino di coda dell’Emilia Romagna. E la prima ricaduta pratica per noi cittadini, se lavoriamo sull’ambiente è avere più salute per tutti.

GESSI
Stai sostenendo come priorità la scelta della green economy? E come si finanzia un passaggio epocale del genere?

FUSARI
Se seguiamo questa strada, d’ora in poi, sempre di più la green economy e l’economia circolare saranno settori che porteranno lavoro. Nuovi settori, nuovi mestieri, nuova occupazione. Per affrontare il cambiamento climatico e la promozione della green economy sicuramente servono risorse extra bilancio comunale, ma l’Europa da tempo finanzia questo tipo di interventi. Dobbiamo lavorare su questo tema e con questo obbiettivo. Poi: diventiamo capitale europea del verde? Sì, no, non importa. Lavoriamo in questa direzione che ci porterà comunque lavoro e intanto miglioriamo la qualità del nostro ambiente.

MODONESI
Io penso che si debba fare un percorso assolutamente condiviso con tutte le forze in campo per lavorare sulle peculiarità del nostro territorio. Farlo in un’ottica profetica come un po’ è stata la visione di quella proposta ormai trent’anni: dal grande progetto Mura , al potenziamento dei percorsi museali, al parco urbano che oggi stiamo fruendo nel loro pieno sviluppo. Si tratta di proseguire su questa strada, rafforzando quello che è un percorso che in questi mesi abbiamo definito all’interno del Patto del lavoro, ovvero ottenere l’insediamento di nuove imprese, anche all’interno dell’area del petrolchimico. Vuol dire fare percorsi sostenibili dal punto di vista ambientale, sia per quanto riguarda le produzioni che per quanto riguarda le tipologie di impianti. Significa ottenere la creazione di nuovi e buoni posti di lavoro, significa una maggior integrazione tra formazione e avvio al lavoro.

MONINI
Il problema è sempre quello del come avviare questa nuova stagione. Con quale strategia, con quali alleati? Con quali fondi?

MODONESI
Rendere attrattivo il nostro territorio per le imprese vuol dire sfruttare a pieno quelle che sono le nostre caratteristiche. Vuol dire avere il coraggio di dire che c’è la necessità di una marcia diversa da parte in modo particolare dello Stato su quelle che sono le politiche di infrastrutturazione. Il tema delle infrastrutture è un tema che c’è. Oggi chi va a Bologna in treno capisce quanto sia necessario avere un potenziamento su quella linea e non solo per quanto riguarda le Frecce o Italo. Per chi va a Bologna oggi in auto sembra di essere su una camionabile: è necessario mettersi in corsia di sorpasso e una volta su due si creano incidenti. Sono interventi non più rimandabili, perché da sempre interventi di questo tipo si collegano con quelli che sono i punti nevralgici dello sviluppo di un territorio.
Vuol dire certamente un maggior coinvolgimento dell’Università, nel rispetto delle sue autonomie. Le Università sono gelose delle proprie autonomie e forse la nostra lo è ancora di altre. E’ giusto che faccia i propri percorsi di sviluppo e di crescita, però c’è la necessità non solo di immaginare un rapporto con l’ente pubblico, un rapporto non semplicemente legato ad una messa a disposizione di servizi. Ci vuole anche qui una programmazione per aiutare gli studenti ad insediarsi in città, dove sicuramente si deve studiare e si deve studiare anche bene, ma si deve offrire a questi studenti di rimanere, una volta che diventano laureati. Quindi se c’è un limite è quello dell’accompagnamento al lavoro. Quindi: più impegno su questo versante dell’Università come del mondo produttivo ,
Facendo campagna elettorale, sto girando il territorio e sto parlando con tanti imprenditori. Mi sono accorto che ci sono, ci sarebbe, necessità di nuove assunzioni. Tante imprese della zona della piccola e media industria hanno bisogno di ingegneri o di personale con alte qualifiche, ma scontano un percorso di inserimento lavorativo molto faticoso, che potrebbe invece essere molto più semplice se strutturato con un dialogo intermedio tra sistema delle imprese e l’Università.

GESSI
Anche l’economia della cultura, cioè tutto l’indotto che vive attorno a ‘Ferrara Città d’Arte e di Cultura’ andrebbe qualificato e potenziato. Ho l’impressione che abbiamo ancora tanta strada da fare.

MODONESI
Hai ragione, c’è ancora un grosso lavoro da fare attorno alla vocazione culturale della nostra città. Noi abbiamo strutturato un progetto organico in questi anni che mirava ad ampliare la presenza turistica a Ferrara. Lo sviluppo del polo museale: il primo è quello dell’arte moderna e contemporanea Diamanti e Massari, il secondo legato al polo di Schifanoia sulle arti antiche, il terzo con il Meis e il quarto legato al Castello. Abbiamo messo in campo idee e progettualità, ed è un’esperienza positiva e che ci viene riconosciuta a livello non solo nazionale ma internazionale. Da Roma abbiamo avuto recentemente alcuni ‘no’, ingiustificati, ma continueremo a insistere, perché bloccare i fondi di questo o quel progetto significa un colpo non solo allo sviluppo della rete museale cittadina, ma allo sviluppo economico complessivo di Ferrara.
Alla fine se vuoi avere più visitatori devi metterli nelle condizioni di avere musei con spazi adeguati con book-shop ecc. E non c’è un museo con questo tipo di ambizione che non abbia accettato la sfida di innestare un pezzo di contemporaneo in quella che è una scrittura storica. Il primo selfie che ci facciamo al Louvre è con la Piramide, il secondo con la Gioconda.

FIRRINCIELI
Vorrei parlare di un’altra vocazione di Ferrara. Di come l’ho vissuta io in tanti anni di attività. Attraverso il mio ruolo ma anche vivendo in prima persona il mondo del volontariato.
La vocazione di Ferrara secondo me, in questo momento, si manifesta molto nel volontariato e nella solidarietà. Io vedo che Ferrara è piena di associazioni, di volontariato, di gente che si dà da fare nel campo sociale, nel settore delle persone con difficoltà, nel settore dell’aiuto agli emarginati. Sul cuore di Ferrara bisognerebbe puntare molto di più. La vocazione di Ferrara è avere un cuore importante, un cuore grande. E questo tipo di vocazione è trasversale a tutto: al mondo della cultura e a qualsiasi altra situazione. Ferrara nel 2030? Mi viene in mente La città volante di Roberto Pazzi: se noi non cerchiamo di radicare un po’ di più la città e la sua Amministrazione alla realtà che le persone vivono ogni giorno, rischiamo di arrivare a quella città volante.

1.continua – leggi qui la seconda parte del dibattito

FERRARA VERSO LE ELEZIONI
Che fare per battere la società del rancore

Non posso che essere d’accordo con le riflessioni che Gaetano Sateriale ha fatto, nell’articolo apparso nei giorni scorsi su ferraraitalia.it, sul fatto che nella prossima tornata elettorale amministrativa della nostra città si gioca su un nuovo rapporto con i cittadini sui problemi reali che toccano la vita di ogni giorno e fra questi c’è inevitabilmente anche il problema sicurezza.
Se è vero che i partiti di destra, sulla scorta di un reale malcontento, fanno del tema della sicurezza il loro baluardo rivendicativo per attrarre più voti possibile, con slogan cari a tutto l’attuale governo, credo proprio che di sicurezza si dovrebbe parlare di più e a fondo, non tanto per contrastare il vessillo destrorso, che risolve il problema esclusivamente con la cacciata dei migranti dal paese – “devono andare a casa loro” – quanto piuttosto per ascoltare quei cittadini e le loro famiglie che da anni vivono situazioni di disagio in ragione di una gestione non coerente e condivisa di questo problema.

Il problema della sicurezza in città è stato affrontato, è vero, ma come?
Se ci troviamo ad avere anche l’esercito davanti alla stazione o pattuglie che girano ogni tanto in zona Gad e grattacielo, ma ancora persistono problemi di spaccio, prostituzione e delinquenza, la gente è per forza di cose inviperita dalla reale effettiva mancanza di interventi seri, costanti e definitivi. E’ altrettanto inevitabile che queste denunce diventino facile preda di rivendicazione da parte dei gruppi di destra che fanno propria questa rabbia e che riconducono il problema alla sola presenza degli immigrati, alimentando sempre più rancore e insoddisfazione adducendo il tutto a una amministrazione locale incapace.

Non sarebbe più opportuno riprendere l’esperienza già adottata in tempi passati, anche con formule operative nuove, prevedendo sistematiche presenze di agenti di polizia municipale che svolgano il proprio lavoro quotidianamente nei diversi quartieri e se necessario siano presenti anche di notte laddove se ne verifichi necessaria la presenza, appunto per problemi di delinquenza comune o altri fenomeni come spaccio e prostituzione? La presenza sistematica di queste figure potrebbe essere un deterrente, come fattore costante di vigilanza su tutto il territorio, oltre che elemento ‘educativo’ di una cittadinanza che ha bisogno di sicurezza, ma deve saper rispettare le norme di una convivenza civile fatta di regole precise e valide per tutti e non solo per gli immigrati.
So che da anni sull’integrazione tanti sono stati gli interventi sociali positivi del Comune rivolti a bambini, giovani e famiglie, in collaborazione con associazioni varie e volontariato, ma evidentemente il problema non è relegabile solo a questo aspetto. Si tratta di un problema complesso che riguarda Ferrara come tante altre città, addirittura in misura molto più consistente. Non dimentichiamo tuttavia che proprio questo problema si connette inevitabilmente anche con la crisi del mondo del lavoro, della disoccupazione giovanile, dello stallo in termini di sviluppo del mondo imprenditoriale che vive una situazione difficile, che è più in generale dell’intero paese.

Per quanto riguarda i programmi relativi alle prossime elezioni ho seguito i temi posti dalle nuove liste civiche proprio in materia di sicurezza e non solo. Ho cercato di seguire anche la recente prima uscita del Pd con cui si proponeva un serio confronto a livello civico senza pregiudiziali rispetto a eventuali candidature precostituite, poi proprio dentro al Pd e fuori dalla stessa area si è cambiato rotta: ci sono state proposte nominative che in parte contraddicono quanto pareva essere davvero un’apertura seria all’ascolto e al confronto con altri della sinistra ferrarese, in merito a un programma comune per la città.
Perché di questo sono convinta: se davvero questa strada non sarà percorribile (ed è già tardi) gli esiti non sono assolutamente scontati per quanto riguarda il governo della città nei prossimi anni.
Quali le prospettive quindi, quali le metodologie di confronto, di partecipazione e di contributo da offrire ai cittadini per un nuovo processo di rivitalizzazione della città, senza adottare i soliti slogan di cui tanto abusano i nostri governanti? Non dimentichiamo che non esiste solo il problema della sicurezza: ci sono altre importanti problematiche che sono assolutamente connesse a questa critica situazione sociale e che toccano da vicino la vita dei cittadini, dal funzionamento dei servizi sociali, ai servizi sanitari e ospedalieri (lunghe liste di attesa, consultori ormai alla stregua di ambulatori ecc.), ai servizi di cura rivolti ai bambini e agli anziani, alle crescenti e diffuse patologie condizionate dal rapporto con l’inquinamento ambientale in termini di aria, acqua e alimentazione; alla situazione critica del mondo del commercio e delle imprese ferraresi.
Che dire poi del mondo della scuola che subisce fenomeni di abbandono scolastico mai visti così elevati prima d’ora, della necessità di pensare a un nuovo modo di strutturare percorsi scuola-mondo del lavoro, anche in collaborazione con l’ Università, condividendo reali progetti attrattivi sul piano formativo e non solo prestazionale.
Sarebbe importante parlare anche del mondo dell’Università e della ricerca, che a Ferrara presenta sicuramente potenzialità all’avanguardia in termini di ricerche specifiche, ma non trova nell’innovazione imprenditoriale di qualsiasi settore, da quello agricolo, a quello medico e tecnologico, risposte, programmi e progetti nuovi che generino anche una possibile economia positiva sul territorio.

Parlare di tutto questo significa toccare la vita dei cittadini e soprattutto delle nuove generazioni che hanno a che fare con il grave problema della disoccupazione: molti giovani, pur in possesso di laurea, non riescono a integrarsi stabilmente in un contesto lavorativo e quando va bene, restano a carico delle famiglie per tempi troppo lunghi. Questo è un problema serio che va trattato, perchè non può essere ulteriormente lasciato ai margini di una ineluttabile situazione generale della precarietà del mondo lavorativo nazionale o europeo.
Che dire allora di una Ferrara che ha il triste primato della denatalità sia a livello regionale sia nazionale? Come stupirsi? Non ha a che fare anche con il fatto che le giovani generazioni non hanno redditi certi o sufficienti per far fronte alle responsabilità di una famiglia o addirittura anche solo per rendersi semplicemente autonomi? Se non vogliono, né possono assumersi l’onere di fare figli non siamo di fronte a una società dal destino molto incerto?
E’ vero, questa globalizzazione ha eliminato tutti i confini, ma ha anche marginalizzato le relazioni interpersonali, ha prodotto paradossalmente più solitudini e sta distruggendo il senso e lo scopo dell’essere una comunità.

Allora che fare anche nella nostra città per battere l’indifferenza, l’egoismo, l’autoreferenzialità e soprattutto l’aumento incredibile del clima di rancore nei confronti dell’altro? Il Censis sostiene che “una premessa della situazione dell’aumento del rancore sociale è da ricercarsi nella ingiustizia sociale diffusa”. La società del rancore ha un immaginario collettivo regressivo e chiuso, proiezione di paure personali, oggi ritenute “uniche degne di essere ascoltate come voce critica”. Non ci sono certo ricette facili per affrontare l’ attuale complessità ed è davvero semplicistica (per usare un eufemismo) quella formula che qualcuno urla rancorosamente… che potremmo vivere meglio solo cacciando gli immigrati a casa loro.
Concretamente, perché non riprendere in mano il discorso dei quartieri per riaggregare persone con diversi interessi, da quelli politici a quelli culturali, sociali ed economici, con capacità imprenditoriali, insegnanti, studenti, associazioni, per ridare vita a un confronto che nasca dai problemi dei territori, da un confronto serio fra la gente? Forse in questa direzione i nuovi modelli di comunicazione possono essere utilizzati davvero come strumenti di confronto delle idee e non solo come strumento di una pseudo relazione col mondo esterno come oggi avviene. Non sarebbe una scommessa da affrontare?
Chi aderisce a una nuova idea di sinistra che sta cercando di aggregare le persone sui temi di fondo sopra citati, dovrebbe fare un salto di qualità: dovrebbe puntare a uno spazio comune e aprirsi a tutti coloro che sui temi concreti offrono la disponibilità a dare un contributo senza pregiudiziali di sorta, pena la vanificazione dei sogni e di qualsiasi progetto di lavoro futuro per tutta la comunità. Ciò vale per il Pd come per le liste civiche e per tutte quelle persone che vorrebbero dare un contributo e non sanno cosa fare e a chi rivolgersi. Forse c’è ancora spazio per guardarsi intorno senza rancore.

FERRARA VERSO LE ELEZIONI
A cominciar dalla sicurezza

di Gaetano Sateriale

Anche a Ferrara, in vista delle prossime elezioni, emergono a sinistra, tra civiche e Pd diversi nomi, tutti rispettabili. Forse allora è il momento di aprire una discussione sui contenuti programmatici di ciascuno, in modo da valutare le candidature, verificare le possibili convergenze e le alleanze necessarie. Chi vota pentastellato pensa di sapere per cosa vota (giusto o sbagliato, reale o virtuale che sia il messaggio che arriva da Salvini o da Di Maio), chi vota a sinistra non lo sa ancora. E per amministrare una città non basta ostentare la propria opposizione al governo nazionale. E nemmeno, purtroppo, valorizzare quel che di buono si è fatto.

Chi segue la politica nazionale e locale, dice che alle prossime elezioni amministrative si vince o si perde sul tema della sicurezza. Se è vero, è giusto che si parta da qui. Con una precisazione (per altro già fatta): la distinzione tra sicurezza percepita e sicurezza reale è sbagliata. Se i cittadini che vanno a votare si sentono insicuri e tu ti limiti a dire, dati alla mano, che Ferrara è una città con bassa criminalità e che non c’è motivo per sentirsi insicuri, quei cittadini voteranno per la Lega. Quindi bisogna dare delle risposte, giuste, equilibrate, solidali, efficaci…, ma delle risposte che aumentino il senso di sicurezza, specie in una città anziana.

Siccome non tocca a me dare le risposte, comincio con qualche domanda. Intanto, dove sono finiti i “vigili di quartiere” e i “poliziotti di quartiere” di cui si parlava nei primi anni 2000? Ci sono ancora? E se, come sembra, non ci sono più, la loro eliminazione ha influito sulla sicurezza percepita? Io credo di sì…

Seconda domanda: e le circoscrizioni? Il luogo dove un cittadino ogni giorno poteva andare a segnalare qualche problema e qualche emergenza, è stato intelligente sopprimerle? Io credo di no.

Dice: cosa c’entrano i vigili e le circoscrizioni con la sicurezza? Se vigili e dipendenti comunali se ne stanno nei loro uffici, nulla. Se si limitano a controllare il rispetto (pur indispensabile) del codice stradale, nemmeno. Ma sono, dovrebbero essere, le braccia dell’amministrazione nei quartieri e nel territorio. Penso che dovremmo chiedergli di occuparsi anche di sicurezza (non solo stradale), di ascoltare e interrogare i cittadini. Quando, abbiamo messo un presidio di vigili urbani e una sede dell’assessorato alla sicurezza in un locale alla base del grattacielo (nel 2006, mi pare), la situazione è cambiata e la popolazione residente in quella zona ce ne ha dato atto.

So bene che il problema è più complesso e che non bastano i vigili urbani senza un accordo operativo con gli altri corpi di pubblica sicurezza, ma se il Comune si impegna in prima persona è più facile raggiungerlo l’accordo. Voglio essere provocatorio: un gippone dell’esercito davanti alla stazione non è in grado di cambiare la situazione sotto i portici di fronte o nei giardini del grattacielo. Un presidio H24, magari a rotazione, tra vigili urbani, polizia, carabinieri e finanza, insediato in uno dei negozi vuoti tra Piazzale della Stazione e Piazzale Castellina forse sì.

Conosco l’obiezione. Anche se riuscissimo ad allontanare gli spacciatori da lì, andrebbero poi in un altro quartiere a fare le stesse cose. Ma questa è un’obiezione incomprensibile per coloro che abitano nel GAD e hanno visto negli anni peggiorare le loro condizioni di vita e crollare il valore delle loro proprietà immobiliari. Risaniamo quel quartiere ed evitiamo, intervenendo per tempo, il degrado degli altri.

Azzardo un altro esempio di “interventismo”. In giro vediamo spesso i nostri bravi “gilet gialli”: gli ausiliari del traffico. Sono ragazzi che affiancano i vigili urbani, immagino dopo essere stati addestrati, per controllare il rispetto del codice da parte degli automobilisti: per far multa a chi parcheggia fuori dalle regole o senza pagare le tariffe di parcheggio, per intenderci. Perché allora, dopo averli addestrati, non mettiamo per strada anche degli “ausiliari alla sicurezza”? Dei ragazzi, magari non da soli, magari coordinati da un vigile urbano, magari collegati alla centrale di polizia o dei carabinieri, che percorrono in bicicletta o a piedi le strade dei quartieri a controllare che non vi siano rischi per le persone (a partire dagli anziani che vivono soli)? Certo se li facciamo girare tra le 10 del mattino e le 5 del pomeriggio, non conta nulla. Se li facciamo girare di notte, la cosa invece cambia radicalmente. Mi permetto di credere che sarebbe una risposta molto ben accolta dai cittadini. E persino partecipata dal punto di vista economico, se il motivo per cui non si è ancora realizzata è un motivo di scarsità di risorse.

Ultima considerazione. Io non credo che il popolo italiano sia improvvisamente diventato razzista. Ma una volta dicevamo che i problemi nascevano nelle città dove c’era il 10% di immigrati sulla popolazione residente. Ora sembra, senza che nessun governo abbia fatto nulla di significativo, che quel10%, soglia di allarme, sia diventata la media nazionale e quindi non possiamo sorprenderci se c’è un’emergenza nazionale. Ma chiediamoci una cosa: come mai la diffidenza (o il pregiudizio) scatta soprattutto verso gli africani (e non verso i cinesi, gli indiani, i pakistani, gli ucraini, ecc? La mia risposta è netta. Perché gli africani in genere non hanno un lavoro. Se è così, per superare i pregiudizi un lavoro dobbiamo trovarglielo. Penso, in questo caso, prima di tutto al verde pubblico, alla manutenzione urbana, a quelle attività che possono essere promosse da un Comune e dalle sue società di servizio. Insieme un investimento di giustizia e integrazione vera. Non è possibile né umanamente né politicamente che un giovane immigrato africano stia a Ferrara da 20 anni a vendere accendini nei ristoranti (o libri davanti alle librerie)… Oppure, come succede a Roma, che senso (sociale, culturale, politico, civico) ha vedere un ragazzo che spazza un marciapiede, che l’azienda municipale non pulisce, chiedendo 1 euro di elemosina ai passanti? È umiliante per lui e imperdonabile per noi.

Per dirla un po’ più in generale, con l’occhio anche all’attualità nazionale: certo i diritti delle persone, certo la libera circolazione, certo la solidarietà in mare, certo un’accoglienza dignitosa, certo la battaglia contro i muri e chi li sostiene. Ma la differenza sta nel processo di integrazione, non solo nell’accoglienza. Vogliamo che gli immigrati non siano un problema per la nostra sicurezza (reale o percepita che sia?) dobbiamo aiutarli a diventare cittadini pieni. Questo si fa con la scuola e il lavoro. Ma del tema del lavoro parleremo ancora alla prossima puntata…

1.segue – Ferrara verso le elezioni

I DIALOGHI DELLA VAGINA
Gli amanti delle sei

Sono le sei del pomeriggio e ci accomodiamo in un bar. Siamo tre amici che si sono dati appuntamento per ascoltarsi, ciascuno ha le proprie magagne e le soluzioni a quelle degli altri. Siamo completamente dentro ai nostri discorsi che rimbalzano fra noi tre: due sensibilità femminili e una maschile che si mescolano perché noi donne ci mettiamo a fare anche un po’ i maschi certe volte.
Ridiamo perché quello è un martedì in cui ciascuno si porta ciò che ha vissuto proprio quel giorno lì e siamo lucidi solo a tratti, certe emozioni influenzano i nostri modi di vedere. Decidiamo che i discorsi andrebbero fatti in momenti diversi della settimana per poi fare la tara.
Ridiamo e siamo ancora concentrati su di noi, finché tutti e tre vediamo che c’è qualcosa di più attrattivo a cui prestare attenzione.
Nel tavolo a fianco, e riflessi in un’enorme vetrata, ci sono due amanti. L’evidenza degli amanti è sempre cristallina. Hanno superato i cinquanta, lei ha gli orecchini di perle, un cappotto cammello, è fresca di messimpiega e indossa un dettaglio che per un marito non metteresti mai alle sei del pomeriggio: elegantissime scarpe di vernice bordeaux col tacco a spillo, senza calze.
Lui è più semplice, un viso anonimo, del resto è lei che deve attirare gli sguardi. Lei non teme niente e nessuno, si capisce. Lo sovrasta, si alza per andare in bagno e, come una femmina che sa di esserlo, lo bacia da in piedi, è magra ma imponente, è carica e lui atterrito da tanta sicurezza.
Finché lei è in bagno, lui aspetta quasi smarrito e lei lo sa, quel bacio grande serviva a tranquillizzarlo, a farsi attendere. Finalmente torna, la subordinazione di lui è evidente. Addirittura è lei a pagare il conto: hanno preso il tè, come due signori in pace con se stessi.
Mentre va alla cassa, si gira verso di noi, anche lei ci avrà visti riflessi nella vetrata, spettatori di una parentesi di amore maestoso, rapace, ma non volgare, di fronte al quale puoi solo stare a guardare e farti distrarre.
Ci lancia un’occhiata, è una signora che sa quello che fa e quello che vuole. Escono dal bar, torniamo ai nostri discorsi che non finiscono e li rimandiamo al fine settimana.

Vi è mai capitato di assistere o essere protagonisti di amori che se ne fregano e si impongono ovunque si trovino?

Potete scrivere a parliamone.rddv@gmail.com

Ferrara città della bellezza e una politica chiusa alla partecipazione

Immagino che le discussioni sulle prossime elezioni amministrative siano già cominciate in altre sedi, nei ristretti cerchi della politica, e immagino che l’attenzione primaria di questa discussione, per i partiti del centrosinistra – Pd in primo luogo – sia centrata sulla preoccupazione di sopravvivere all’onda montante del populismo e della destra. Obiettivo non facile perché la politica vive una crisi di reputazione che va ben oltre i contenuti dei programmi.
Il centrosinistra vive una crisi di credibilità che per essere recuperata richiederebbe alcune condizioni. La prima è quella di mettere in campo figure non identificate con gli interessi “di casta” e che sappiano parlare – con competenza – dei temi e delle preoccupazioni delle persone. La seconda è quella di esprimere idee, configurare obiettivi e traguardi, dare il senso di avere capito la domanda di “nuovo” che viene dai cittadini. E questa condizione è già più difficile. Occorre uno sguardo sulle emergenze del presente che sia nel contempo capace di cogliere le traiettorie future.
La comunicazione è importante, ma non è tutto. Ascoltare non basta, bisogna proporre: questo è uno dei tratti distintivi di una politica seria capace di assumersi la responsabilità di indicare una strada. L’incontro svolto lunedì alla sala dell’Arengo, su iniziativa di Mario Zamorani (Radicali Ferrara), aveva questo obiettivo: offrire alla politica e soprattutto al Pd (riferimento cardine del centrosinistra) alcune riflessioni sulle questioni che riguardano la città. Tutto ciò per cominciare a discutere delle elezioni amministrative, lontani da qualunque intenzione di negoziare posti. Ma un’offerta (di competenze) senza una domanda (di politica) cade nel vuoto.
Provo, comunque, a riassumere alcune riflessioni che ritengo utile proporre all’attenzione. Due parole mi sembrano imprescindibili per costruire programmi per il futuro della città: sicurezza e innovazione.
La sicurezza è una condizione di base della vita delle persone, dobbiamo smettere di pensare che è una parola di destra. La sicurezza travalica la questione dell’ordine pubblico e riguarda la qualità della vita di ogni giorno. La sicurezza è la condizione che fa di una città un luogo senza confini interni mentre la paura alimenta la domanda di recinti ed enfatizza le distanze sociali. Garantire sicurezza è l’unico modo per evitare che si producano luoghi di vita separati per i ricchi e per i poveri: giardini separati, quartieri separati, scuole separate. La sicurezza migliora la qualità dei luoghi pubblici e la qualità della vita. La vivibilità di una città è fatta di tante cose: la qualità dei negozi, gli arredi urbani che comprendono i luoghi di sosta, l’estetica diffusa, i parchetti attrezzati per i bambini e gli attrezzi per la ginnastica degli adulti, le sedi in cui si fa cultura.
Il secondo punto riguarda l’innovazione. Ferrara ha coltivato il mito di città d’arte e su questa cifra ha costruito la sua identità. Ma non ha saputo giocare su questa carta le sue opportunità di crescita. Ha gestito il tema con un approccio intellettualistico, organizzando per lo più eventi di prestigio culturale, importanti, ma che non hanno inciso nelle rotte del turismo. La qualità delle iniziative artistiche del Palazzo dei Diamanti non basta a produrre vantaggi per l’economia della città, per migliorare la vita per i residenti, né per attrarre visitatori.
Per attrarre turisti e migliorare la vita dei cittadini Ferrara deve proporre un’immagine nuova. Può fare questo a tre condizioni: offrire esperienze diversificate, puntare ad una città bella e ricca di opportunità per chi la abita, comunicare meglio. “Ferrara città della bellezza” è un concetto molto più ampio di quello di città d’arte. La bellezza può essere fruita quotidianamente, ha a che fare con la qualità della vita di tutti, riguarda anche spazi pubblici adatti a fare incontrare le persone. Innovare vuol dire guardare fuori dalle mura, ma anche sollecitare il dialogo tra diversi attori pubblici e privati, ma soprattutto presuppone che alla pigrizia (carattere spesso attribuito a Ferrara) si sostituisca una tensione diffusa verso il miglioramento continuo.
Credo che sia necessario innescare un processo di imitazione creativa, fatto della capacità di guardare cosa hanno fatto gli altri, di adattare esperienze che hanno introdotto piccole o grandi innovazioni. Studiare cosa hanno fatto gli altri fa risparmiare tempo e denaro ed evita sprechi di denaro e figuracce, come è accaduto per la raccolta differenziata, una pagina non brillante che poteva essere evitata guardando oltre il cortile.
Non si possono imbalsamare le idee con la scusa che non ci sono soldi per fare progetti. Occorre creare un clima in grado di sviluppare energie diffuse. Le idee non costano, ma vanno coltivate, messe in circolo, anche copiate se serve. Molte idee potrebbero essere raccolte. Ma la condizione perché ciò accada è che la politica colga la domanda e non si limiti ad accordi interni per costruire la lista di candidati.

ferrara

Sateriale: “Una coalizione civica e un candidato autorevole e indipendente per dare un futuro a Ferrara”

Ti ringrazio di avere accettato questa intervista sulla situazione politica e le prospettive future della città, non era scontato considerando il tuo ruolo attuale e quello passato…
Posso provare a parlare della situazione politica in genere, se vuoi, ma non parlerei del futuro politico di Ferrara – mi risponde Gaetano Sateriale, sindaco della città fra il 1999 e il 2009 e ora dirigente nazionale Cgil -. Primo perché non sono aggiornato (non leggo più i giornali locali per ordine del medico…), secondo perché non voglio fare la parte del reduce.

I reduci non piacciono neppure a me, però mi interessa molto capire che ne pensi di quel che succede nella città in cui abiti e sul rischio che l’anno prossimo alle elezioni comunali vinca la Lega.
Ma la Lega ha già vinto in Italia: io penso che quel che è accaduto a Ferrara alle politiche sia l’onda lunga di quello che è successo nel Paese. Ci saranno anche delle specificità locali ma quella che abbiamo visto a Siena e a Pisa (per altri versi a Imola) è un’onda di piena che parte altrove e arriva ovunque, se non si costruiscono dei solidi frangiflutti.

E da dove nasce quest’onda?
Dal fatto che la sinistra in Italia non ha dato nessuna risposta ai tanti problemi delle persone in carne ed ossa. In politica, come in fisica, il vuoto non dura a lungo. O per convinzione o per protesta i cittadini hanno votato per quelli che sentivano più vicini ai loro problemi, quelli che parlavano la loro lingua. Il Pd è stato percepito come estraneo o sordo alle esigenze sociali. Non c’è da stupirsene: anche io l’ho percepito così, pur avendolo votato. Estraneo e quasi infastidito dalle questioni reali, propenso solo a parlare di sé e delle cose fantastiche che avevano fatto i Governi retti dal Pd e di quanto era cool il suo gruppo dirigente: “Dai, batti il cinque!”…

Quali sono i principali problemi a cui il Pd a tuo avviso non ha dato risposta?
La crescita delle disuguaglianze economiche e di condizioni di vita, i problemi degli anziani, l’incremento della povertà, la riduzione della spesa sanitaria (e della qualità del sistema sanitario). E poi il lavoro: la disoccupazione giovanile e la precarizzazione, l’aumento dell’età lavorativa per accedere alla pensione, la crescita dell’incertezza, l’aumento degli scoraggiati… il declino delle competenze man mano che avanza l’innovazione: l’emigrazione dei nostri giovani. L’assenza di qualsiasi politica di integrazione (che significa lavoro e scolarizzazione per i migranti) e di sicurezza. L’abbandono delle aree interne del Paese, la scarsa manutenzione del territorio, l’insufficienza delle infrastrutture persino stradali e ferroviarie, il degrado delle periferie… Preferirei fermarmi.

Dici niente! E perché il Pd non si è occupato di questi temi: sottovalutazione o incapacità di decidere?
Per un delirio di autosufficienza del gruppo dirigente che si è identificato con le funzioni di governo (a tutti i livelli): ha distrutto le radici territoriali del partito e chiuso il dialogo con le organizzazioni sociali. Perché quando uno dice che ciò che conta sono i voti e non gli iscritti ha già rinunciato a qualche milione di voti. Come si costruisce il consenso? Coi Tweet? Bel capolavoro di democrazia, così non prendi nemmeno i voti dei tuoi simpatizzanti…

I renziani diranno che hai un pregiudizio nei confronti dell’ex segretario
Perché “pre”? Un post giudizio… Me l’hanno presentato in Piazza della Signoria anni fa alcuni amici del Comune di Firenze… Tre minuti sufficienti a cogliere la sua velocità di pensiero, l’eloquio ancora più veloce del pensiero e l’assenza di scrupoli. Una persona cui non presteresti volentieri la bicicletta, perché non te la restituirà mai così com’era…

Un ritratto rassicurante!
Ha lo spirito del giocatore. Ma in politica non puoi raddoppiare sempre la posta perché non rischi solo del tuo.

E’ tutta colpa sua, quindi? E la maggioranza silenziosa e acquiescente interna al partito?
No infatti: prima di tutto la colpa è di chi ha consentito, o per eccesso di sicurezza o per calcolo sbagliato, che arrivasse fin lì uno che non ha le radici e la cultura per dirigere un partito composito e un Paese complesso: non basta essere smart a casa propria o in tv per essere dei leader nazionali affidabili.

Sono cose che dicono anche quelli di Liberi e uguali.
Ma sono proprio loro che, con tutto il rispetto, si sono fatti portar via il Pd da sotto il sedere! E poi cosa fanno, dopo aver taciuto su tutte le questioni più controverse, dal jobs act al referendum costituzionale? Escono, senza dare battaglia, per garantirsi qualche scranno in Parlamento? No: troppo facile così. I vecchi dirigenti storici (sia comunisti che democristiani) sarebbero inorriditi da tanta “insostenibile leggerezza dell’agire”…

Questo vale anche per le componenti che sono rimaste dentro il Pd all’opposizione?
Secondo me, sì: all’opposizione di cosa poi? e perché a giorni alterni? non si è mai capito…

Tornando a Ferrara, mica la dai per persa?
No, perché le elezioni politiche non sono la stessa cosa delle amministrative locali. A livello nazionale può prevalere il voto di protesta. A livello locale conta di più la credibilità dei candidati. Quindi dipende da chi schiera chi: niente è già deciso. Ma ovunque in Italia, anche a Ferrara, c’è un consenso da conquistare non più solo da mantenere.

Quindi pensi che se il Pd trova un buon candidato possa ancora farcela a governare la città?
Anche da noi vale l’onda nazionale. Io purtroppo penso che il candidato del Pd, chiunque sia, farà molta fatica a vincere perché su di lui peserà il desencanto ormai generale verso quel partito e il suo gruppo dirigente.

Mi pare che nella risposta precedente tu ti sia contraddetto: hai sostenuto che quelle locali sono elezioni diverse e poi hai concluso che anche qui vale il voto di protesta…
Sono diverse se le costruisci marcando le differenze. Intendo dire che devi dare una risposta ai problemi delle città che vanno al voto con un programma che assuma i bisogni dei cittadini e con un candidato affidabile, che risponda a loro, non a un partito. Se il Pd continuerà a dire come era stato bravo quando era al governo allora sì che abbiamo già perso.

Voteresti più volentieri per una lista civica indipendente mi pare di capire.
Da elettore? Sì la preferirei: non a prescindere, ovvio. Dipende anche da quel che accadrà al governo in carica (e se il Pd uscirà dal coma profondo in cui versa). Ma una lista civica che assuma i problemi della città e dei suoi cittadini e se ne faccia carico con un candidato nuovo e credibile, fuori dalla politica, penso che sarebbe, anche per Ferrara, un buon segno di discontinuità senza essere un salto nel buio.

Una lista di sinistra, immagino.
Sono di sinistra e credo nei valori della sinistra: solidarietà, uguaglianza di condizioni e diritti, coesione sociale, integrazione… ma adesso bisogna rispondere alle emergenze: la sicurezza, la salute, il lavoro, un futuro per i giovani e per gli anziani, una comunità che non si chiuda in se stessa e si dia una prospettiva condivisa… Per far questo penso sarebbe più efficace una coalizione tra forze politiche progressiste e società civile, associazioni, mondo cattolico e laico, sindacati e imprese… certo, con dentro la sinistra, ma non solo di sinistra.

Hai parlato di emergenze, includi anche la sicurezza fra queste? Sai bene che molti ancora insistono nel dire che stando ai numeri si tratta più di percezione che di realtà…
Sono ragionamenti validi in un seminario all’università. Quando amministri non puoi fare sociologia o psicanalisi: se una cosa è percepita come emergenza dalla maggioranza dei cittadini deve essere un’emergenza anche per te. Devi trovare le soluzioni più giuste, più eque, più efficaci ma non negare i problemi. Abbiamo già perso le politiche con questo modo di pensare, vogliamo continuare?

E sul programma? Quali sono secondo te le priorità per la Ferrara del futuro?
Guarda, ormai le priorità sono le stesse per l’Europa, per l’Italia, per Ferrara e le altre città. Non esiste più un mondo separato. Prendi l’agenda per lo sviluppo sostenibile dell’Onu e dell’Asvis, lì dentro c’è tutto quello che serve a rendere più civile un Paese e le sue città: dal lavoro dignitoso, ai servizi, alla salute, alla sicurezza. Si tratta di articolare, adattare, localizzare quegli obiettivi, ma non esiste un “modello ferrarese di sviluppo economico e sociale” nella globalizzazione… La salamina, i cappellacci e il panpepato sono unici e insostituibili, ma non si costruisce il futuro della città chiudendosi nell’autarchia. Chi dice “America first” sbaglia ed è un pericolo per il mondo, chi dice “Italia first” (o “Ferrara first”) fa solo “ridere i polli”, come diceva mia nonna.

La fine della storia non è la democrazia liberale

A chi spettano le decisioni in una comunità di persone organizzate in Stato? Sono le considerazioni economiche o quelle di carattere politico a determinare la necessità umana? La decisione sovrana deve rispettare l’esigenza dei popoli o l’urgenza e i tempi del ricavo finanziario?
L’economia è solo una conseguenza delle azioni umane e lo è esattamente come il progresso scientifico che il politologo Francis Fukuyama vede come traino per il raggiungimento della democrazia liberale, il massimo a cui l’essere umano può aspirare come ha scritto nel suo saggio “La fine della storia e l’ultimo uomo”.
Io parto dall’idea che le aspirazioni di base e di necessità primarie degli uomini sono uguali ma poi, a differenza di tutte le altre specie viventi che a quel punto si fermano, divergono quasi su tutto e per questo abbiamo bisogno di un arbitro. Ne abbiamo bisogno per contemperare le pulsioni e per far sì che queste non diventino troppo distruttive.
Tutti abbiamo bisogno di mangiare, avere un riparo e allevare dei figli ma poi ci sono la poesia, l’ingegneria, la tecnologia, i viaggi, il vino del nonno e lo spumante di classe. Quindi c’è la legittima pretesa della distanza, dello spazio vitale e di crescita individuale, del rispetto. Ma c’è anche l’ingordigia e il desiderio della sopraffazione, dell’approfittare dello spazio e delle libertà altrui.
La democrazia liberale rappresenta il governo di coloro che riescono a far prevalere le proprie esigenze su quelle di tutti gli altri e plasmano l’economia in maniera tale che questa conduca e non segua le vicende politiche, perché l’economia è il mezzo attraverso il quale essi riescono a porsi in posizione di vantaggio e lo fanno anche con il continuo tentativo di superare le Costituzioni. Troppo impregnate, queste sconosciute, di giustizia sociale e di quella forma di organizzazione umana che potremmo chiamare socialismo illuminato, che nulla ha a che fare con il totalitarismo o la dittatura di qualcuno (popolo o élite) ma vuol dire semplicemente poter immaginare un mondo realmente democratico e governato dalla politica.
I periodi storici in cui è stata usata la politica economica Keynesiana potrebbe essere chiamata indistintamente capitalismo o socialismo di Stato. I vantaggi furono equamente e naturalmente distribuiti tra chi deteneva i mezzi di produzione e chi offriva forza lavoro, cosa pretendere di più?
Erano momenti in cui l’economia era appunto politica economica e funzionava. Fino a quando i pochi sono riusciti a togliere l’aggettivo e trasformare l’economia in un treno senza conducente e senza freni ma che, secondo la dottrina liberale e liberista, è guidato dalla logica della “mano invisibile” che persino il suo creatore, Adam Smith, riteneva imperfetta e bisognosa di controllo pubblico.
Nelle vicende di questi giorni il Ministro Di Maio sta facendo la Politica, cioè sta interpretando il bisogno di giustizia sociale che si leva dal popolo e il Ministro Salvini sta parlando alla pancia del Paese, cioè a coloro che hanno bisogno di pane e di soddisfare i loro bisogni primari tra i quali c’è quello di sentirsi tutti considerati allo stesso modo, di essere uguali nel loro diritto alla sicurezza e alla vita.
Il mercato e la borsa in questi giorni stanno riprendendo il posto che gli spetta nella storia, quello di venire dopo la “decisione sovrana” che spetta allo Stato rappresentato dai suoi ministri che, a loro volta, devono rappresentare i cittadini.
Ed è questo che mi è sembrato di vedere nell’ovazione ai rappresentanti di questo governo ai funerali di Genova, un’ovazione alla politica che per una volta e dopo tanti anni, sta mettendo loro, le persone, davanti agli interessi del denaro.
E finalmente sui giornali, dal fatto quotidiano al sole24ore, vengono riportate le vicende relative all’assegnazione delle concessioni delle autostrade che dovrebbero cominciare ad aprire uno squarcio di luce su tutta l’opera di privatizzazione e di (s)vendita di beni pubblici (cioè di beni di proprietà dei cittadini, dato che non siamo in una dittatura medievale).
Operazione che forse potrebbe aiutare a capire che la situazione di debolezza attuale dello Stato italiano è una diretta conseguenza di tutte le scelte scellerate che sono state fatte a partire dagli anni ’80 e ’90 da quel filone di pensiero a cui appartengono anche le persone che nonostante i funerali di questi giorni continuano a difendere a spada tratta le borse e i mercati, cioè l’economia. A difenderla come se questa fosse un essere soprannaturale che vive di vita propria e non una conseguenza delle scelte umane e una concessione della politica.
Paesi come la Germania o la Francia funzionano (apparentemente almeno) meglio di noi perché hanno mantenuto vivo un barlume di politica, con l’influenza sul credito (banche) per percentuali che vanno dal 55% al 35% mentre noi, a seguito della legge Amato degli anni ’90, passavamo dal 75% a zero partecipazioni nel settore bancario e contemporaneamente vendevamo aziende e autostrade.
Mentre loro tendevano al controllo di se stessi (e degli altri) attraverso la politica, noi facevamo dell’Italia una vera nazione a democrazia liberale, quella abbracciata dal PD, da Forza Italia e ovviamente dal potentissimo partito Radicale di Pannella e della Bonino (che nonostante striminzite preferenze da parte dei cittadini è stato più influente e vincente di partiti con consensi del 20% o 30% solo perché promuovevano la supremazia della BCE, dei mercati, delle politiche sovranazionali, delle privatizzazioni e del liberissimo mercato – insomma dei poteri forti – ed erano ben lontane dai reali bisogni della maggioranza del popolo).
Paesi come il Giappone, la Corea del Sud, Singapore o Taiwan non si sono evoluti e non hanno fatto faville in economia perché si sono affidati alla forza del mercato, come dice qualcuno che evidentemente ha studiato poco o finge, ma perché hanno diretto credito e investimenti, hanno sovvenzionato negli anni del boom le loro aziende nascenti facendo anche uso di protezionismo, hanno mantenuto asset strategici e hanno vinto mentre noi continuiamo a perdere.
L’Inghilterra della rivoluzione industriale, poi gli Stati Uniti ma anche la Svezia, oggi campioni di civiltà e sviluppo, sono passati attraverso il protezionismo sfrenato e hanno mantenuto la possibilità del controllo politico dei mercati attraverso il controllo delle loro banche centrali.
Come potrebbe uno Stato prosperare se non aiuta le proprie aziende e le famiglie a prosperare, quindi attuando politiche di credito agevolato, di protezionismo iniziale, di indirizzo e di controllo? Lo facciamo con i bambini, gli forniamo cibo, li facciamo crescere sani, studiare e solo dopo li lanciamo alla libera concorrenza. Come mai i fautori del libero mercato che solitamente confondono a piacere Stato e famiglia oppure Stato e azienda non utilizzano anche questo esempio?
Lo Stato deve essere presente, a difesa e ad attuazione dei dettami costituzionali, perché la democrazia deve essere costituzionale oppure non è democrazia. Nelle Costituzioni c’è scritto quello di cui i cittadini hanno bisogno e quello che vogliono dallo Stato, alla politica il compito di dare vita a quelle parole.
Il socialismo ha bisogno dell’unione dei lavoratori perché i lavoratori sono sfruttati allo stesso modo in tutto il mondo dai capitalisti, cantava l’internazionale socialista, ma ciò che la sinistra ha fatto è stato creare un lavoratore senza volto e senza anima che fosse ugualmente sfruttato in ogni luogo ma non direttamente dal capitalista bensì degli intermediari: la finanza, il mercato, le borse. Quindi i diritti dei lavoratori sono stati confusi ed identificati con la globalizzazione che alla fine glieli ha tolti, togliendogli anche un nemico visibile e attaccabile.
In questo modo siamo tutti finalmente e fintamente uguali, sfruttati e sfruttatori, operai a 1.200 euro al mese e concessionari di autostrade con terreni in Argentina più grandi di tutta la provincia di Treviso. Tutti uguali perché le regole le detta il mercato e non il capitalista o i sindacati né tantomeno la politica, relegata al ruolo di osservatore.
E invece non è così, non può esserlo, ma dovrà svegliarsi dal torpore chi ancora accarezza l’idea di essere al di sopra degli altri perché ha qualche soldo in più in banca, che vive della certezza che se c’è qualche milione di poveri in Italia è perché questi non sono in grado di cogliere le opportunità o non si impegnano abbastanza. Il torpore di chi si ritiene classe media, quella che piano piano sta scomparendo, è uno dei pericoli più grandi di questo tempo.
Le opportunità sono create dalla politica e sono opportunità senza mezze misure, dettate dai nostri bisogni reali e senza le indicazioni dell’economia che invece dovrà venire dopo. E si può fare rispettando anche le leggi della natura, del biologico, della prossimità, dell’accoglienza e del rispetto dei diritti di tutti.
Messa in sicurezza delle strade e delle autostrade, tante piccole opere di miglioramento dei territori, ricostruzione post terremoti e opere di ammodernamento e messa a norma anti sisma di edifici e strutture, quanto lavoro potrebbe dare? E non è forse attraverso il lavoro che dovrebbe misurarsi il benessere e il raggiungimento degli obiettivi di un documento programmatico? Non sembra lo sia in questo mondo, visto che invece viene misurato tutto in termini di rispetto di vincoli di bilancio.
Un approccio volto alla tutela delle persone e al rispetto della dignità umana porterebbe a investimenti continui, alla creazione di posti di lavoro, ad un ciclo virtuoso che potrebbe dare di più a tutti ma già si leva, forte, l’opposizione che agita le bandiere del 3%, del debito al 60% e rilancia i dubbi sulla reazione delle borse e dei finanziatori esteri. In realtà l’opposizione (solo di sinistra perché gli altri sono al posto giusto) dovrebbe passare più tempo a chiedersi: ma cosa c’entrano Salvini e Di Maio con il socialismo, le Costituzioni, la dignità del lavoro, la supremazia della politica sull’economia?

Fuori dal cerchio

C’è qualcosa di nuovo oggi nell’aria. In Italia, in Europa, ma anche a Ferrara. Dentro la grande bufera leghista che sembra aver piegato ogni resistenza, un piccolo e ragionevole popolo di “resistenti” continua a darsi appuntamento in piazza: per promuovere l’accoglienza, la solidarietà, la pace. Tutto molto bello, ma se non saremo capaci di allargare il cerchio, se non riusciremo a parlare e a dialogare con la “Ferrara silenziosa”, se non passeremo dalla testimonianza alla politica, il vento sovranista e razzista ci seppellirà. E alle elezioni di primavera avremo come sindaco il condottiero Naomo Lodi.

Nelle ultime due settimane ho partecipato – molto convinto, molto emozionato – a vari flash mob e manifestazioni pubbliche, in piazza a Ferrara o in periferia, contro la chiusura dei porti, il nuovo razzismo e per l’accoglienza, la solidarietà, la pace.
Molto convinto perché (e non penso di essere il solo) sento sul collo un vento forte e gelido, di sapore antico, perché leggo e ascolto ogni giorno (sulla stampa, in tivù, sui social) parole terribili, che credevo sepolte per sempre tra le macerie dell’ultima guerra mondiale.
Ma anche molto emozionato nel vedere intorno a me tante persone e così diverse, per storia, età, formazione. Persone che in poche ore rispondevano a un appello, sentivano il dovere morale ma anche la voglia di esserci, di ritrovarsi insieme, di parlare e di parlarsi. Le lesbiche di Arcigay con gli Scout e l’Azione Cattolica, i comunisti di vecchia data con i giovani dei centri sociali e dei gruppi alternativi, le associazioni del volontariato sociale insieme alle cooperative e ai rappresentanti delle comunità straniere.
In quei momenti si respirava una grande preoccupazione per il travolgente successo – mediatico, demoscopico, elettorale – di una Destra senza più veli, ma anche un moto di sollievo per essere lì insieme, una piccola prova che “resistere è possibile”, che c’è ancora un popolo deciso a difendere i principi e i diritti scritti nella nostra Carta Costituzionale.
Questo moto spontaneo, il moltiplicarsi degli appelli alla mobilitazione e l’adesione istantanea di tante persone è un fatto da sottolineare in rosso. Non era mai successo a Ferrara, oppure – diciamo meglio – era successo ma molto tempo fa. Nel primissimo Dopoguerra, con le assemblee popolari dei Cos organizzati da Silvano Balboni (ce li racconta in un bellissimo recente libro Daniele Lugli), oppure sullo scorcio tra la fine degli anni Sessanta e gli anni Settanta (scioperi operai, collettivi studenteschi, marce pacifiste). Oggi la Ferrara democratica, la “Ferrara che accoglie” si è improvvisamente risvegliata. Ha sentito il bisogno di scendere in piazza, di riconoscersi, di far sentire la sua voce.
Tutto bene quindi? Non proprio, perché – parto sempre della mia esperienza – quando sono arrivato a questi incontri spontanei (sotto il Volto del Cavallo, in piazza Trento Trieste, nei portici davanti all’Acquedotto), quando ho salutato gli amici e scambiato due parole con chi ancora non conoscevo, mi sono accorto che, gira e rigira, eravamo sempre gli stessi: cento, duecento persone, forse qualcuna in più. Ma il resto di Ferrara dov’era?
Nonostante le periodiche marce di Naomo Lodi, nonostante il martellamento qualunquista e filo leghista della stampa ferrarese (Il Carlino, La Nuova, spesso anche Estense.com), non credo – non voglio credere – che la grande maggioranza dei ferraresi abbia perso la bussola della ragione e il sestante della morale. Eppure la maggioranza di Ferrara tace. Aspetta. Osserva, magari commenta in una chat con gli amici o al bar dell’angolo. Non sa ancora se arrendersi definitivamente alla paura, o se possa esistere una strada democratica, partecipata, solidale per rispondere ai bisogni collettivi e di ognuno di noi: un lavoro dignitoso, la sicurezza nel proprio quartiere, una burocrazia meno punitiva, e, perché no, un po’ più di giustizia ed equità sociale.
Da Roma, dalla opposizione istituzionale, dal disastrato partito fino a ieri al governo, non arriva un grande aiuto. Anzi. I vecchi e i nuovi aspiranti leader, mentre si preparano a una imminente battaglia al coltello, propongono le vecchie ricette neoliberiste e nebulose grandi coalizioni. Non sembrano rendersi conto che il clima è cambiato. Del tutto. Come quando, se ricordate le prime scene di Mary Poppins, si vede sulla terrazza del vecchio ammiraglio la banderuola che gira di scatto di 180° gradi per segnare l’arrivo della cattiva stagione. Ma prendersela con una Sinistra – vecchia o nuova che sia – senza ali e preda dei vecchi vizi è troppo semplice. E sarà inutile attendere con le mani in mano il salvatore: un nuovo leader per la Sinistra italiana, o un candidato sindaco credibile per il dopo Tagliani. Questa volta – e non abbiamo tanto tempo davanti, vista la burrasca leghista che infuria – dobbiamo fare da soli. Cominciare dal basso. Dalla nostra città.
E c’è una cosa da fare prima di tutte le altre: rispondere, contrastare, confutare la narrazione proposta dalla Lega: un racconto-propaganda pieno di bugie, di omissioni, di lusinghe e di insulti (agli avversari) che però oggi risulta efficace, ubiqua, vincente. Per farlo, però, è necessario spingersi fuori dal perimetro identitario di chi già la pensa come noi. Oltrepassare cioè il cerchio – bello e rassicurante finché si vuole – degli abituali frequentatori dei flash mob e raggiungere tutti i luoghi e gli ambiti della città. Proporre valori e ragionevolezza, ascoltare le domande che nessuno ascolta, cercare insieme risposte concrete al disagio e al malessere sociale di tanti cittadini ferraresi.
In poche parole, il salto che abbiamo davanti – pena la vittoria definitiva dell’ideologia dell’egoismo e della paura – è passare dalla testimonianza alla politica. Dove la parola “politica” torna ad assumere tutto il suo valore positivo, di passione civica, di governo del Bene Comune.
Insieme a tante associazioni, gruppi, ed entità culturali, anche questo giornale sta facendo la sua parte – non a caso Ferraraitalia ha aderito al recente flash mob lanciato dalla Rete per la Pace – ma da oggi dobbiamo fare di più. Aprire su queste pagine un grande dibattito per immaginare una Ferrara futura e migliore. Dare la parola a chi è troppo periferico per essere ascoltato. Raccontare il disagio degli abitanti del Gad, degli anziani soli, degli stranieri, dei nomadi, dei giovani disoccupati.
Riusciremo tutti insieme ad allargare il cerchio? Riusciremo a passare dalla testimonianza alla politica? Non lo so, non è facile superare gli ostacoli che sono dentro anche a ognuno di noi: narcisismo, protagonismo, particolarismo, piccole invidie reciproche. Ma senza questo cambio di passo, credo che si possa prevedere già oggi il risultato futuro: la Lega stravincerà le elezioni della prossima primavera, e anche per Ferrara e i suoi cittadini comincerà un lungo inverno.

La legge del mare e i tanti errori della sinistra italiana

Sulla vicenda dei salvataggi in mare c’è un aspetto più profondo, rispetto al tema porti aperti/porti chiusi, su cui secondo me varrebbe la pena riflettere e prendere una posizione netta perché implica un’idea precisa di società. Si sta affacciando una pericolosa visione della vita di cui Salvini è portavoce. Una visione totalitaria che non si può accettare. Infatti, dalle sue continue esternazioni sulle navi delle ong sembra emergere una visione nella quale non rientri l’idea che ci possano essere persone che dedicano la propria esistenza a salvare altre vite umane. E fin qui libero di pensarla come crede, anche se è inquietante, tanto più per il ruolo che ricopre. Ciò che è preoccupante, e va contrastato politicamente con forza, è che voglia imporre la sua visione impedendo alle navi delle ong di salvare vite umane in mare. È questo che fa del suo agire un pericoloso declivio autoritario. Va detto però, a onor del vero, che su alcune ong è giusto fare chiarezza perché non è un caso che associazioni serie e strutturate, come Medici senza frontiere per citarne solo una, abbiano ritirato le proprie imbarcazioni dal Mediterraneo non avendo firmato il protocollo voluto da Minniti. Ma forse c’è anche dell’altro, cioè la consapevolezza da parte di alcune ong che rischiavano di fare il gioco dei mercanti di essere umani.
Per tornare alle posizioni di Salvini, qui non è più questione di porti aperti o chiusi, su cui personalmente ho una visione laica, su chi debba accogliere e chi no, su dove debbano essere sbarcati i migranti salvati in mare, purché le persone siano salvate e messe in sicurezza. Qui è questione di voler imporre una propria visione sul valore della vita che è tipica di una deriva autoritaria. Ciò su cui non ci possono essere margini di discussione o di mediazione è che le vite in mare vanno salvate. Lo ha ribadito anche il comandante della guardia costiera italiana il quale ha ricordato a Salvini che continueranno a rispondere agli sos che dovessero arrivare dal mare, perché è loro dovere farlo. Dovere che attiene a tutti i natanti per qualunque motivo si trovino in acqua. Che il Ministro degli interni lo voglia o no. È la legge del mare.

A nulla valgono gli strepiti sterili del Pd e della sinistra sparsa (per sinistra sparsa intendo quella che per consistenza è poco più che un circolo politico-culturale di testimonianza, tipo LeU e dintorni) che dopo il salvataggio dei naufraghi accolti dalla Aquarius ha parlato di migranti abbandonati per giorni in balia del mare. Non si fa opposizione con le bugie. La politica fatta con le bugie ha le gambe corte, per parafrasare un antico detto. Come tutti sanno quelle persone salvate furono distribuite su altre due navi, oltre l’Aquarius: una della marina militare italiana e un’altra della guardia costiera italiana. Su tutte e tre a bordo c’era personale medico-sanitario esperto e viveri. Quindi furono garantite le migliori condizioni di sicurezza. Ricordo questi che sono fatti incontestabili non per fare l’avvocato difensore di questo governo che non ho votato, ma per sollecitare un’opposizione che sappia discernere ciò su cui vale la pena dare battaglia, su quali sono i valori veri da difendere, perché se si continua su questa linea vuol dire che proprio non si è capito nulla dell’esito elettorale. Infatti, il voto delle amministrative dice proprio che si continua a non capire. La gente è stanca della ‘mulinazza’ della politica. Dall’opposizione di sinistra mi aspetto serietà. Anzi, la pretendo! Come cittadino ed elettore.
Non è un caso, infatti che la Toscana ‘rossa’ non esiste più e che è crollato un altro baluardo emiliano come Imola, che, per inciso, è la città dell’ex ministro del lavoro del governo Renzi e poi Gentiloni, Giuliano Poletti. E non è un caso che a Imola vinca proprio il partito dell’attuale ministro del lavoro Luigi di Maio.

Metto in fila queste cose, per dire alla sinistra (tutta, dal Pd in giù) di concentrarsi sulla sostanza dei problemi, non sugli epifenomeni. Di guardare ai valori veri da difendere. Di non inseguire la polemica spicciola del giorno per giorno. Di abbandonare il campo da gioco che ha scelto Salvini per lo scontro politico perché sa che su quel terreno lui vince. Ma di essere lei, sinistra, a scegliere su quale campo giocare. La difesa della dignità delle persone (ne ho scritto ancora su queste pagine), il valore della vita umana, la difesa dei più deboli, la qualità della vita di tutti i cittadini nelle città e non solo di quelli delle ztl, come ha scritto qui Francesco Lavezzi. Di guardare alle periferie, quelle delle città e quelle della vita a cui si è smesso di guardare. Di guardare dentro le contraddizioni di questo sistema di produzione. Di guardare alle tante precarietà e di riconoscere che quelle precarietà (le chiamano flessibilità per addolcire la pillola) sono state create anche dalla politica attuata dai governi Pd e alleati e mi riferisco anche ai governi dell’Ulivo. Riconoscere l’errore e rimediare con una politica di segno diverso, più attenta ai giovani che non trovano lavoro e se lo trovano è precario e solo per via degli incentivi alle imprese volute dai governi a guida Pd col sostegno di Forza Italia e della Confindustria. Una volta finiti gli incentivi perché scaduti i termini delle varie tipologie di contratti i giovani spesso vengono buttati via come limoni spremuti. Di guardare ai cinquantenni che perdono il lavoro e fanno fatica a trovarne un altro ed hanno sulle spalle anche il carico famigliare. Di guardare con più attenzione a tutte quelle realtà famigliari dove ci sono sofferenze vere e non ci sono sostegni perché il bilancio dello Stato non ce lo consente, perché la sinistra (il Pd più quelli che ora sulla pelle della gente hanno cambiato idea) ha scelto di stare dalla parte del pareggio di bilancio piuttosto che dei bisogni delle persone. Di riconoscere che non abbiamo risorse sufficienti per dare un’ospitalità dignitosa a tutte quelle persone che legittimamente cercano una vita migliore per sé e per i propri figli e che sono disposti a mettere a repentaglio la propria vita pur di raggiungere questo obiettivo, ma che possiamo accoglierne solo una parte. Di dire, chiaramente, che l’Italia non è il paese migliore dove realizzare i proprio sogni, perché non lo è nemmeno per i propri giovani. Di riconoscere che in dodici anni la povertà assoluta è aumentata tra gli italiani. Le persone che vivono in povertà assoluta in Italia superano i 5 milioni nel 2017. È il valore più alto registrato dall’Istat dall’inizio delle serie storiche, nel 2005. Le famiglie in povertà assoluta sono stimate in 1 milione e 778mila e vi vivono 5 milioni e 58 mila individui. L’incidenza della povertà assoluta è del 6,9% per le famiglie (era 6,3% nel 2016) e dell’8,4% per gli individui (da 7,9%). Entrambi i valori sono i più alti della serie storica. Tra gli individui in povertà assoluta si stima che le donne siano 2 milioni 472mila (incidenza dell’8%), i minorenni 1 milione 208mila (12,1%, dal 2014 il dato non è più sceso sotto il 10%), i giovani di 18-34 anni 1 milione e 112mila (10,4%, valore più elevato dal 2005) e gli anziani 611mila (4,6%). Qualcuno sarà pur responsabile di questo risultato, o vogliamo credere che sia il prodotto di un castigo divino?

Poi, però, non basta dirlo, non basta riconoscere i tanti errori commessi, non basta che quelli che hanno lasciato il Pd si cospargano il capo di cenere avendo operato l’ennesima scissione nella storia della sinistra, come se bastasse a lavarsi la coscienza, anche se averne consapevolezza è già un buon risultato. Quella scissione, però, sarebbe dovuta avvenire nel 2012 all’epoca della legge sul pareggio di bilancio, allora sì che avrebbe avuto un senso e sarebbe nata nel segno di una precisa scelta di campo e forse avrebbe avuto la forza propulsiva per coalizzare una nuova formazione veramente di sinistra e con un peso di consenso di tutt’altra consistenza dall’inutile 3% di LeU. Bastava spiegarla quella legge ai cittadini che avrebbero capito immediatamente quali sarebbero state le conseguenze, perché chi deve arrivare a fine mese sa bene quali sono le conseguenze di far quadrare i conti: tagliare le spese. Altro che tecnicismi difficili da comunicare! Dopo quasi sei anni la scissione ha tanto il sapore di una scelta opportunista tipica del peggior trasformismo della peggiore politica. Ed è esattamente per questi motivi molto concreti che non sono né credibili né affidabili. Infatti gli elettori lo hanno capito e quel 3% rappresenta solo un zoccolo ideologico (nel senso di falsa coscienza). Ma è evidente che all’ombra del Pd si stava sicuri, mentre, come per tutte le separazioni, si trattava di mettersi in gioco. E allora è servito il pretesto per separarsi dato esclusivamente da una lotta di potere tutta interna al Pd che con le ragioni del sociale non ha nulla a che spartire.
Ora bisogna tirarsi su le maniche e impostare una politica di segno diverso. Cominciando a rottamare definitivamente i rottamati riciclati, per intendersi tutti quelli che hanno votato la legge di cui sopra e che ora tentano di rifarsi una verginità. Bisogna sporcarsi le mani stando nelle contraddizioni, ascoltando le persone, facendosi carico dei bisogni, dando ad essi dignità e rappresentanza. Certo, è un lavoro faticoso, occorrono scarpe comode più adatte alle strade accidentate che agli studi televisivi o alle stanze del potere, non aver paura di sudare e di uscire dalle ztl dove si corrono meno rischi e dove è più facile riconoscersi tra simili. Francamente, all’orizzonte non vedo nessuno che si sia messo in cammino in questa direzione. Toccherà aspettare tempi migliori, sperando a quel punto non sia troppo tardi.

Regresso e progresso, è tempo di agire

La parola d’ordine, oggi, è sicurezza. Il diritto al lavoro, alla pensione, all’assistenza, all’alloggio – tutte conquiste che nel secolo scorso, grazie alle politiche di sostegno attuate dallo stato sociale, apparivano acquisite e indiscutibili – ora vacillano. Ovunque – e anche in Italia – le certezze che hanno accompagnato le nostre esistenze sono svanite. E la vita attuale, per milioni e milioni di donne e di uomini, è densa di insidie e di preoccupazioni.
Anche per questo i fenomeni migratori vengono percepiti come una minaccia. Frutto essi stessi di profondi squilibri geopolitici – eredità delle vicende coloniali – e ora generati da situazioni di miseria estrema e da pericoli incombenti (spesso aggravati da conflitti armati o persecuzioni attuate da regimi dittatoriali nei confronti della popolazione), divengono motivo di tensione e di paura per i cittadini di quegli Stati, meta dei disperati esodi, che individuano negli “invasori” un ulteriore elemento di sottrazione alle già risicate risorse di cui dispongono. E’ la guerra dei poveri che torna ad affacciarsi. Ma il paradosso è che deprivazioni e indigenza colpiscono ampie fasce della popolazione, mentre ristretti gruppi di individui possiedono ricchezze superiori a quelle di intere nazioni. Basti pensare che oggi dieci persone possiedono da sole il cinquanta per cento delle ricchezze dell’intero pianeta.

Lo scenario, dunque, è drammaticamente dissestato. Gli squilibri sono vertiginosi. Il tessuto sociale è sfilacciato, al sentimento di solidarietà si è sostituito quello, prevalente, di paura. L’altruismo cede il passo a un egoismo difensivo. L’idea di un costante progresso nel cammino sociale si scontra con ostacoli imprevisti. La prospettiva per le generazioni future è di vivere in un mondo peggiore rispetto a quello che noi abbiamo ereditato, in condizioni di maggiore incertezza e di instabilità e privi di quelle tutele che hanno garantito a tutti (o quasi), per decenni, dignitose condizioni di vita.
In questa temperie prospera la criminalità, che in parte costituisce l’estrema derelitta risposta al disagio.

Il punto di ripartenza, per un umano consorzio che intende – e deve – recuperare i caratteri di civile e solidale convivenza, può essere la città, il luogo in cui i rapporti personali in parte si alimentano ancora della fiducia che scaturisce dalla conoscenza e il legame sociale, per questo, non si è del tutto dissolto.
Occorre però un salto di qualità per recuperare, da un filantropico mutualismo di prossimità, una dimensione di relazione e di azione collettiva, fondata su un più esteso patto di cittadinanza.

Un tempo si era arrivati a dire: tutto è politica… Oggi si è alla esasperazione opposta: il rifiuto della politica come cosa sporca, cosa inutile. E al respingimento tout court dei suoi attori (tutti uguali, tutti corrotti…). Ma la politica non è altro che l’autogoverno della comunità, e in questa prospettiva nessuno può sentirsi escluso e ciascuno ha il dovere di rendersi disponibile e partecipe a un progetto di rinascita civile, solido e concreto. Per conferire respiro a tale scenario – che parte dall’oggi e guarda al domani – serve però pure una visione utopica, la definizione di un futuro desiderabile che dia senso al cammino e ai sacrifici necessari per compierlo. Utopia non è l’astratta terra promessa. E’ la stella polare che orienta i nostri passi e delinea l’orizzonte verso il quale indirizzarci. E attraverso il progetto si definiscono concretamente le tappe di approssimazione alla meta.

Bisogna ripartire da quella che i tedeschi definiscono weltanschauung, una visione del mondo che tenga insieme valori, credenze, ideali. E’ ciò che potremmo tradurre in ideologia se il termine non fosse stato corrotto dall’improprio uso propagandistico e dogmatico che ne hanno fatto nel secolo scorso regimi illiberali d’ogni fronte per piegarlo al proprio interesse di potere, bollare d’eresia ogni manifestazione di dissenso e confiscare così la libertà di pensiero e di opinione.

E bisogna necessariamente agire per superare la deresponsabilizzante dicotomia “noi-loro” quando si ragiona di politica, perché l’evidente presenza di una casta separata – quella degli eletti – deputata a governare le comunità, se ora trova riscontro nella realtà dei fatti, non ha fondamento dottrinario poiché la dimensione politica va riconsiderata nella sua classica e appropriata concezione: governo della polis, cui ogni cittadino è idealmente preposto. Serve, allora, un impegno attivo, personale, propositivo da parte di tutti coloro che a questa situazione non intendono più sottostare.

La cattiva coscienza della sinistra italiana che non sa più da che parte stare

Quando la lotta politica giunge nelle aule dei tribunali vuol dire che la politica ha fallito. Che la sua capacità di rappresentanza e di mobilitazione è praticamente inesistente. È un po’ la cartina di tornasole della sua presa sulla società. Mi riferisco alla denuncia che Roberto Speranza, segretario di Leu, ha presentato in procura contro Salvini per istigazione all’odio razziale. Sembrerebbe una barzelletta, ma non lo è, dopo che in tutti questi anni col Pd al governo nazionale e in molte città venivano autorizzate manifestazioni in cui si sprecavano i simboli fascisti e l’apologia del fascismo senza che i vari Speranza battessero ciglio. Del resto il risultato elettorale di Leu è la prova del nove dell’incapacità a rappresentare un’area sociale ancora vasta, a volerla vedere. A meno che non si voglia sostenere la tesi dominante neoliberista che le classi non esistono più, tanto meno la classe operaia, e che la lotta di classe è finita. Se questa tesi è vera, allora il risultato elettorale di Leu è perfettamente in linea con questo nuovo assetto della società in cui non ci sarebbe bisogno di alcuna rappresentanza politica delle classi meno abbienti. Il fatto è che le classi esistono ancora, la classe operaia e dei lavoratori in generale pure e la lotta di classe è viva e vegeta, solo che a vincerla in questo momento storico è il capitale. Di conseguenza a Speranza non resta che il ricorso in procura contro Salvini.
Per far vincere le destre e il capitale una grossa mano l’ha data proprio la sinistra. L’anno di svolta è il 2012 quando il parlamento vota a larghissima maggioranza, anche con il voto del Pd e di tutti quelli che poi usciranno dal partito (i vari Bersani e compagnia), l’improvvida legge costituzionale sull’obbligo del pareggio di bilancio, legge che è alla base della macelleria sociale di questi ultimi anni per via dei tagli ai servizi e alla spesa sociale che si porta dietro. Ma eravamo sotto minaccia delle banche che ci prestavano i soldi. Quella legge fu votata con una pistola puntata alla tempia del Parlamento senza che i cittadini, dai quali il Parlamento aveva ricevuto il mandato non certo per votare quella legge, ne fossero adeguatamente informati. Per far passare quella legge sotto silenzio non fu dichiarata nemmeno un’ora di sciopero generale da parte dei sindacati, quando ci sarebbe stato da rivoltare il paese. Del resto se l’ex segretario della Cgil, Guglielmo Epifani, divenuto poi deputato del Pd nel 2013, vota in parlamento il jobs act di Renzi (suo acerrimo avversario per il quale lascerà poi il partito) non c’è nulla di cui meravigliarsi. E allora è inutile indignarsi quando si dice che “sono tutti uguali”. Non si intende solo che tutti rubano, ma che tutti fanno una politica di destra ai danni dei più deboli. E allora la gente preferisce votare l’originale, la destra vera, quella contro cui poi si fanno gli esposti in procura, quella che inneggia alla sicurezza. Ora succede che, con una gran faccia tosta, quella stessa sinistra raccoglie le firme contro quella legge Costituzionale da lei stessa votata, che fa il paio con gli esposti in procura. Insomma, al danno pure la beffa!

Sul tema della sicurezza nell’era globale Zygmunt Bauman, uno dei più grandi sociologi contemporanei, ha scritto numerosi volumi di analisi. In sostanza la sua tesi è che demolite tutte le reti di protezione dello stato sociale, demolita la certezza da parte delle giovani generazioni che presto, con un po’ di sacrificio, avrebbero trovato un lavoro dignitoso che consentisse loro di progettare un futuro, demolito il sostegno del welfare a favore dei più deboli perché l’obbligo del pareggio di bilancio non ce lo consente, demolita la certezza dei cinquantenni che alla loro età non avrebbero potuto perdere il lavoro, i cittadini dell’era contemporanea vivono in un perenne stato di incertezza esistenziale. Questa incertezza, come la storia ha già ampiamente dimostrato, individua facilmente il suo nemico in coloro che vengono a mettere in discussione quelle poche certezze che ci siamo conquistate bussando alla nostra porta. E allora diventa facile invocare leggi sicuritarie, schedature, espulsioni, porti chiusi da parte di un popolo a cui è stato dato da mangiare pane e incertezza, più la seconda del primo. In questa condizione sociale chi promette sicurezza all’incolumità personale anche con l’uso della forza ha gioco facile. E Salvini, che è un animale politico di prim’ordine, lo ha capito e ci marcia. Non a caso i sondaggi lo danno in ascesa. Chi non lo ha capito, o non vuole ammetterlo perché sa di avere la coscienza sporca, è la sinistra.
Scrive Bauman, nel suo ‘La solitudine del cittadino globale’ (Feltrinelli): “La vera novità non è la necessità di agire in condizioni di incertezza parziale o anche totale, ma la sollecitazione costante ad abbattere le difese costruite con tanta cura, ad abolire le istituzioni destinate a limitare il grado di incertezza e a impedire o neutralizzare lo sforzo di elaborare nuove soluzioni comuni tese a consentire il controllo dell’incertezza. Invece di serrare i ranghi nella guerra contro l’incertezza, praticamente tutte le istituzioni preposte all’azione collettiva si uniscono al coro neoliberale che intona l’elogio delle libere ‘forze di mercato’ e del libero scambio, cause prime dell’incertezza esistenziale, cioè dell’incertezza come ‘condizione naturale dell’uomo’; e insieme fanno passare il messaggio che lasciare liberi il capitale e la finanza, rinunciando a tutti i tentativi di rallentare o regolarne i movimenti, non è una scelta politica tra tante, ma un verdetto della ragione e una necessità politica”.
Se la sinistra vuole riprendersi un ruolo è da qui che deve partire: liberarsi dell’idea fatta propria che il capitale e la finanza lasciati liberi sono espressione del migliore dei mondi possibili in quanto esito razionale e compiere, invece, una scelta politica di segno diverso. Perché, come dice Bauman, di scelta si tratta. Essenzialmente di scegliere da che parte stare.

Leggi anche
La paura e la (falsa) coscienza della sinistra: anatomia di un tracollo

  • 1
  • 2
L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

L’occhio di periscopio

Il giornalismo online in questi ultimi anni ha innescato una profonda trasformazione del nostro modo di informarci. Le notizie sono immediatamente disponibili attraverso la rete, continuamente aggiornate, facilmente reperibili. L’informazione è abbondante, la cronaca è ampiamente garantita. Quel che risulta carente è una chiave di interpretazione dei fatti, uno strumento di analisi capace di fornire una lettura che si spinga oltre la superficie degli avvenimenti. FerraraItalia ha questa ambizione: offrire commenti, analisi, punti di vista che contribuiscano alla formazione di una più consapevole coscienza del reale da parte di ciascuno e a vantaggio di tutti, come imprescindibile condizione per l’esercizio di una cittadinanza attiva e partecipe. Ferraraitalia è un quotidiano indipendente globale-locale che sviluppa un’informazione verticale tesa all’approfondimento, perseguito con gli strumenti giornalistici dell’inchiesta, dell’opinione, dell’intervista e del racconto di vicende emblematiche e in quanto tali rappresentative di realtà più ampie, di tendenze, di fenomeni diffusi (26 novembre 2013)

Redazione

Direttore responsabile: Francesco Monini
Collettivo di redazione: Vittoria Barolo, Nicola Cavallini, Simonetta Sandri, Ambra Simeone, Carlo Tassi, Bruno Vigilio Turra
Segreteria di redazione: Paola Felletti Spadazzi

I nostri Collaboratori: Sandro Abruzzese, Francesca Alacevich,Alice & Roberta, Catina Balotta, Fiorenzo Baratelli, Roberta Barbieri, Grazia Baroni, Davide Bassi, Benini & Guerrini, Gian Paolo Benini, Marcello Bergossi, Loredana Bondi, Marcello Brondi, Sara Cambioli, Marina Carli, Emanuela Cavicchi, Liliana Cerqueni, Ciarìn, Riccarda Dalbuoni, Roberto Dall'Olio, Costanza Del Re, Jonatas Di Sabato, Anna Dolfi, Laura Dolfi, Francesco Facchiano, Franco Ferioli, Giovanni Fioravanti, Giuseppe Fornaro, Maura Franchi, Riccardo Francaviglia, Andrea Gandini,Sergio Gessi, Pier Luigi Guerrini, Sergio Kraisky, Francesco Lavezzi, Daniele Lugli, Carl Wilhelm Macke, Beniamino Marino,Carla Sautto Malfatto, Fabio Mangolini, Cristiano Mazzoni,Giorgia Mazzotti, Paolo Moneti, Francesco Minimo, Alice Miraglia,Corrado Oddi, Fabio Palma, Roberto Paltrinieri, Valerio Pazzi,Carlo Perazzo, Federica Pezzoli, Gian Gaetano Pinnavaia, Mauro Presini, Claudio Pisapia, Redazione, Francesco Reyes, Raffaele Rinaldi, Laura Rossi, Radio Strike, Gian Pietro Testa, Roberta Trucco, Federico Varese, Ranieri Varese, Gianni Venturi, Nicola Zalambani, Andrea Zerbini

Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

Clicca sull’Autore per i suoi contributi.
CONTATTI
Inviare i comunicati stampa a: redazione@ferraraitalia.it
Inviare lettere al giornale a : interventi@ferraraitalia.it


FERRARAITALIA
Testata giornalistica online d'informazione e opinione, registrazione al Tribunale di Ferrara n.30/2013

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi