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TEATRO
Lezione di felicità francescana con “Uno, nessuno e centomila”

Pirandello non è mai stato uno dei miei autori preferiti. Mi disturbavano quel pessimismo distruttivo, quei pensieri arrovellanti e quelle situazioni che fanno esplodere la vita dei suoi personaggi, fino a mandare a gambe all’aria condizioni agiate e vite ben assestate.

Messa in scena teatrale del romanzo di Luigi Pirandello “Uno, nessuno e centomila” al Comunale di Ferrara

Il teatro, la bravura degli attori e forse anche l’esperienza di vita, hanno saputo convertire questo disagio e dargli tutta la forza illuminante e anche poetica ed esistenziale che fino a ieri non avevo saputo cogliere.

“Uno, nessuno e centomila” in scena da sabato 10 a lunedì 21 febbraio 2022 al Teatro Comunale di Ferrara regala questo. Il nichilismo – che nel primo atto toglie significato, gioia e armonia all’esistenza del protagonista Vitangelo-Gengè – si riscatta nel secondo e ultimo atto, grazie all’affermazione del senso della vita in termini anti-materialistici e quasi ascetici. Così si passa da quel “uno” che Vitangelo credeva di essere e che scopre diverso dalle “centomila” proiezioni di sé con cui gli altri lo vedevano nel primo atto, per arrivare a un “nessuno” più felice e contento, proprio in virtù della rinuncia a ogni bene e a ogni ruolo precostituito.

Pippo Pattavina in “Uno, nessuno e centomila”

La prima cosa che mi ha riconciliato con Luigi Pirandello è stata la bellezza delle parole, incastonate nella bellezza della scena. Mi intristiva il ricordo dell’episodio scatenante della crisi, quello del naso che Vitangelo non si era mai accorto che pendesse da una parte, come invece sua moglie gli fa notare e che manda pian piano in crisi tutta la sua identità. È bello, invece, che nella pièce questo dettaglio prosaico venga subito inquadrato nei termini pirandelliani più poetici dello “straripamento di un fiume che inonda la terraferma e la stravolge”. La metafora dà subito un senso più alto e poetico ai dettagli corporali.

Il passaggio dal romanzo alla rappresentazione teatrale viene reso possibile da un espediente narrativo: l’apertura del racconto affidata alla presenza di un giudice che interroga il protagonista di questa incredibile vicenda, che ha capovolto, insieme al suo destino, anche quello delle persone che lo circondano: moglie, dipendenti della banca, compaesani.

Pippo Pattavina con Marianella Bargilli nel primo atto di “Uno, nessuno e centomila”

Il protagonista del romanzo pirandelliano Vitangelo Moscarda, magistralmente interpretato da Pippo Pattavina, risponde al giudice per fare chiarezza sulla vicenda che lo ha portato a cedere il suo impero bancario a favore della fondazione di un ospizio di mendicità. E per spiegare il senso degli accadimenti Pippo-Vitangelo parla di “argini che si rompono”, di confini che “nei momenti di piena vengono sconvolti, con la fiumana che straripa e sommerge tutto”.

Pippo Pattavina con Marianella Bargilli in “Uno, nessuno e centomila”

Da qui si entra nella storia, presentata come narrazione in flashback. Perché questa versione teatrale del romanzo inizia a ritroso, con il protagonista ricoverato egli stesso in quell’ospizio, dove vive con serenità inaspettata e in parità con tutti gli altri mendicanti, “vestendo la divisa della comunità e mangiando nella ciotola di legno”.

La bellezza delle parole e del loro messaggio si riaccende ancora nel finale, dove va a sottolineare il senso vero della vita che lui sente di avere raggiunto con queste decisioni, apparentemente folli, di rinuncia al benessere e a un’esistenza agiata, oziosa, ma scontata. La folle rinuncia e la liberazione da un ruolo coincide con la presa di distanza dai nomi e soprannomi che gli erano stati imposti da altri (Gengé, Svirgola, Usuraio) e da un’immagine di sé che sentiva non corrispondere con il suo vero io, imprigionata in una routine già scritta e conclusa. “Io sono vivo e non concludo – dice Vitangelo – La vita non conclude. E non sa nomi, la vita. Respiro quest’albero tremulo di foglie nuove. Sono quest’albero. Albero, nuvola; domani libro e vento: il libro che leggo, il vento che bevo, tutto fuori, vagabondo”.

“Uno, nessuno e centomila” al Teatro Comunale di Ferrara

Da un mondo dominato da beni materiali e da rapporti che sanno di finzione e artificio, si entra così in un mondo di poesia, dove tutto “è com’è, che s’avviva per apparire. Volto subito gli occhi per non vedere più nulla fermarsi nella sua apparenza e morire. Così soltanto io posso vivere, ormai. Rinascere attimo per attimo. Impedire che il pensiero si metta in me di nuovo a lavorare, e dentro mi rifaccia il vuoto delle vane costruzioni”.

Scena in banca con Pippo Pattavina tra Giampaolo Romania e Rosario Minardi

Capaci di dar vita a personaggi diversi, trasformandosi con camaleontica bravura Marinella Bargilli (moglie, amante e diseredata), i non solo bancari Giampaolo Romania e Rosario Minardi e il non solo giudice Mario Opinato.

La rappresentazione è incastonata in una scenografia magistrale. Opera di Salvo Manciagli con una quinta scorrevole color cemento, che grazie a proiezioni luminose mirate si tinge del disegno pittorico di una città per le scene di vita urbana, della calligrafia inchiostrata delle carte per la scena dal notaio e delle riproduzioni a pennello di carta moneta per incorniciare le scene bancarie.

Una cornice avvolgente e bella, entro la quale prende forma quella nuova visione dell’esistenza, sfaccettata e stravolgente. Pirandello dà una versione artistica e creativa a turbamenti e concetti che stava formulando in quegli anni il fondatore della psicanalisi Sigmund Freud. Lo scrittore, che non a caso qualche anno dopo avrebbe ottenuto il Premio Nobel per la letteratura, riesce a dare corpo e anima alle più moderne nozioni psicologiche e neurologiche, fondate sulla scoperta della complessità dell’essenza di ogni persona. “Uno, nessuno e centomila” è l’ultimo suo romanzo, ed è quello lui stesso definì in una lettera “il più amaro di tutti, profondamente umoristico, di scomposizione della vita”. Un condensato così riuscito che, a cent’anni di distanza, compie la magia di continuare a farci riflettere. E fa riecheggiare in termini complessi la scelta di vita randagia, portata una settimana fa su queste stesse scene ferraresi da Sergio Castellitto nei panni di “Zorro”. Il messaggio è simile, fuori dalla gabbia degli schemi, rinunciando anche alla dolcezza della polpa pur di potersi tenere in pugno il nocciolo di un’esistenza forse scarna, ma densa ed essenziale. Per poter sempre “Rinascere, attimo per attimo” con francescano stupore.

pugno rabbia aggressività

L’aggressività ai tempi della pandemia

 

Ci sono interrogativi che continuiamo a porci e che regolarmente restano senza risposta, come ad esempio il perché dell’aggressività. Un interrogativo a cui tendenzialmente rispondiamo confondendo i sintomi con le cause. La guerra, come causa delle violenze, ora la pandemia, come causa del disagio giovanile, che sfocia in atti di violenza tra coetanei.

Se fosse così, tutto sarebbe comprensibilmente semplice: cessata la guerra cessano le violenze, scomparsa la pandemia, rientrano il disagio giovanile e con esso gli episodi di aggressione.
Nel dare risposte ai nostri interrogativi tendiamo ad essere condizionati dalle contingenze e dai contesti.

Per cui che un branco di ragazzotti meni un compagno con insulti omofobi e con inni a Mussolini sia un segno dei tempi della pandemia, come ai tempi del colera, francamente andrà bene per farci il pezzo di cronaca o un convegno sull’adolescenza, ma non certo per avere consapevolezza di quello che accade.

È il vizio degli adulti che stanno a guardare e che, una volta individuate le categorie entro le quali classificare il fenomeno, pensano di aver spiegato il mondo e quindi di essere intellettualmente in pace con se stessi.

Freud [Qui] ci ha insegnato che l’aggressività è un dato costitutivo della natura umana, espressione del conflitto tra Eros e Thanatos. Tra il principio di morte e il principio del piacere. Il piacere è vivere, abbracciare la vita contro ogni miasma mortifero, contro i becchini delle nostre esistenze, contro chi coltiva aggressioni e violenze.

Ad Einstein [Qui], che gli scrive interrogandolo sul perché della guerra, Freud risponde che l’aggressività non si può abolire, ma si può indirizzare, deviarla, si può incanalarla, cercando di far emergere l’Eros piuttosto che il Thanatos.

Siamo al dunque. Non siamo necessariamente aggressivi, una pandemia non rende più aggressivi di quanto lo si possa già essere.

Se l’aggressività ci prende, ci fa sbandare, ci induce a violare l’altro come noi, a sottometterlo ai nostri ricatti, ai nostri calci e pugni, al nostro essere branco, è perché qualcuno, che doveva crescere la nostra vita, dalla famiglia alla società, non ci ha insegnato a dirigere le nostre pulsioni aggressive verso la costruzione e la pratica di valori positivi, verso la realizzazione di noi stessi. Non abbiamo incrociato la mano giusta, quella in grado di aiutarci a deviare l’istinto di morte, come dice Freud, per impedire che potesse inquinare la nostra vita e quella degli altri.

Se si legge il Rapporto Istat del 2020 [Qui], al paragrafo La società italiana sotto il lockdown, emerge l’immagine di un paese coeso, con un elevato senso civico, al clima familiare vengono associate parole positive, come ancora di salvezza e fonte di serenità.

Questo quadro dell’Istat nemmeno un anno dopo sembra incrinarsi profondamente, di fronte alle proteste di piazza per le libertà conculcate, ai traumi sociali di giovani costretti alla segregazione.

L’incontro con il male sconosciuto, sempre latente, ha fatto sì che l’aggressività dei più fosse ‘deviata’ a difendere la propria vita e quella degli altri. Ma c’è anche chi quella aggressività ha scelto di orientarla verso Thanatos, scendendo in piazza contro i primi.

‘Vita’ e ‘morte’ sono i poli della violenza e di ogni aggressività e tra questi poli siamo chiamati a scegliere. Ma dobbiamo anche essere consapevoli che senza aggressività non saremmo neppure assertivi, vivremmo senza progetti e senza conflitti.

L’aggressività è un elemento positivo della nostra umanità. Il tema è quello che pone Freud. L’aggressività va deviata, va orientata, va convogliata verso la vita e non verso la morte, per costruire non per distruggere. È dunque opera educativa dacché veniamo al mondo.

Il buon Rousseau [Qui], che non credeva nel peccato originale, nell’innata cattiveria dell’uomo, pensava che ognuno di noi in natura nasce buono e che a corromperlo sia la società, quindi la stessa educazione.

Ora, noi non alleviamo i nostri ragazzi e le nostre ragazze come tanti Émile, lontani dagli influssi della vita sociale, i nostri crescono tra la famiglia, la scuola e la società, luoghi di conflitti e di contraddizioni.

Tante ‘comunità educanti’, per riprendere questa espressione alquanto ipocrita tornata di moda. Perché che una comunità sia educante è tutto da dimostrare, come è da dimostrare che siano educanti la famiglia, la scuola, la società.

Famiglia, scuola e società perseguono fini educativi che vanno per conto loro, che non hanno mai avuto come obiettivo i giovani, ma come semmai difendersi dai giovani, o come sfruttarne la gioventù.

Chi salva i giovani? L’ipocrisia degli adulti? Quella che non manca mai, che denuncia l’arroganza della loro incoerenza, quella che i giovani come Greta additano alle nuove generazioni, perché apprendano a riconoscerla e a difendersi da essa.

Chi dovrebbe incanalare l’aggressività di bambine e di bambini, di ragazze e di ragazzi, fin dalla prima infanzia, da Thanatos a Eros? Quid Game? Se mai serviva, la serie televisiva ha squarciato il velo sull’inettitudine educativa di tanti adulti, a casa come a scuola, degli interessi sociali che sono sempre e prima di tutto di mercato.

Dell’ipocrisia, con cui ci stracciamo le vesti ogni volta che ci troviamo di fronte ad atti di bullismo, di sopraffazione, di squadrismo giovanile, come se il mondo adulto ne fosse esente e non ne fosse corresponsabile.

Euripide [Qui] scriveva più di 2500 anni fa: «Beato l’uomo che ha conquistato la sapienza / che nasce dallo studio della natura; / nessun danno egli reca ai cittadini, / azioni ingiuste non compie, / ma esamina l’immutabile ordine della natura / immortale, cosa la formi, / e come e perché: / non v’è posto nel cuore di un tal uomo / per il proposito di azioni ingiuste».

Dov’è chi possa oggi offrirsi ai giovani, per accompagnarli e assisterli lungo la strada suggerita dal poeta tragico greco? La famiglia, la scuola, la comunità educante?

Per leggere gli altri articoli di Giovanni Fioravanti della sua rubrica La città della conoscenza clicca [Qui]

armadio porta

PRESTO DI MATTINA
Il passaggio segreto della scrittura

«C’erano una volta quattro bambini che si chiamavano Peter, Susan, Edmund e Lucy. Vivevano a Londra ma, durante la seconda guerra mondiale, furono costretti ad abbandonare la città per via dei bombardamenti aerei. Furono mandati in casa di un vecchio professore, che abitava nel cuore della campagna». Così inizia la seconda storia delle cronache di Narnia: Il leone, la strega e l’armadio di Clive Staples Lewis [Qui].

Logica e fantasia si intrecciano in una storia avvincente nel romanzo del genere fantasy per ragazzi. Ma l’intento dell’autore, per alcuni interpreti, sembra anche essere stato quello di presentare una allegoria di Cristo e la sua avventurosa venuta tra noi.

Aslan, che in turco significa leone, è figura di Cristo vincitore del gelo della morte. Egli si fa compagno di viaggio di quei ragazzi, che si sono lasciati coinvolgere nel dramma di un mondo, quello di Narnia, in cui sono state cancellate le stagioni, sino a trasformarsi in una terra desolata e glaciale. Sacrificando se stesso per la salvezza di quella terra e di quei ragazzi, Aslan fronteggia un nemico che sembrava invincibile, “Jadis la strega bianca“, e alla fine esce dallo scontro vittorioso e vivente.

“L’armadio” si rivelerà ai ragazzi come un passaggio segreto per entrare in un mondo sconosciuto. È la piccola Lucy che lo scopre, per la sua irresistibile curiosità, aprendone la porta. Con stupore scoprirà che l’armadio non è un luogo ristretto e chiuso, ma uno stargate, un passaggio, attraversando il quale principia l’esplorazione di un universo stellare, ma nel sottosuolo; una porta magica, da cui si esce dal proprio mondo, per entrare in un altro mondo ignoto.

Così, mi sono detto, non accade forse la stessa cosa quando ci si mette a scrivere davanti ad una pagina bianca, anche solo una lettera? Quando si apre un libro e si prova ad entrarvi dentro come fosse un piccolo armadio? “Come posso starci è troppo piccolo”, viene da dire ogni volta, ma appena la mano fa il gesto di aprilo, ecco che si esclama come Lucy: «Questo armadione è semplicemente enorme» ed entrando con passo incerto, da subito sotto i piedi trovi il sentiero dell’inchiostro.

Questa storia mi è sembrata intrigante, una bella metafora dell’avventura per chi scrive e per i suoi lettori. Perché un testo sarà veramente compiuto solo se riuscirà a dialogare con i suoi lettori. Ad ogni lettura, ogni volta un poco compiuto e un poco ancora da compiere, un’itineranza in un mondo sconosciuto verso un compimento che resta ignoto.

Ma perché questo accada è necessario dare credito alla storia stessa e percorrere il sentiero narrativo con un atto di “fede poetica”, come direbbe Samuel Taylor Coleridge. Si tratta così di sospendere l’incredulità, anche se si legge una storia fantasy, e divenire un lettore che entra nel racconto con curiosità, timore e fiducia insieme, pur non sapendo dov’esso andrà a parare. Mettersi insomma nei panni, nelle scarpe, nei sentimenti di Lucy, quando si accinge a varcare la porta verso l’ignoto. Tra i personaggi del mondo di Narnia, sono da annoverare lo scrittore e il suo lettore, ed anche noi.

Sarà come per Lucy, un rigiocarsi, scrivendo su un altro foglio o girando un’altra pagina; un rimettere in questione il proprio mondo, decidendo di varcare la soglia del già scritto e del già letto. Oltre quello che si sa, si è detto e scritto, si scopre così con meraviglia che c’è sempre dell’altro, dentro e fuori di sé, ancora sconosciuto; aprendo una porta, sempre del nuovo ci sarà da scoprire e da incontrare.

Peter, Susan, Edmund e Lucy in una giornata di pioggia, per vincere la noia, si mettono ad esplorare la casa che li ospita, stanza dopo stanza, arrivando in una camera grande e vuota: solo un armadio! Tutti passano oltre, tranne Lucy che, al primo tentativo, al leggero tocco della maniglia innescò l’apertura dell’armadio, dando inizio a una nuova storia.

«Era il tipo di casa di cui non si arriva mai alla fine, piena di imprevisti. — Qui non c’è niente — decise Peter, proseguendo nella marcia. Gli altri lo seguirono a eccezione della piccola Lucy, che si era fermata davanti all’armadione chiedendosi cosa contenesse. Certo era chiuso a chiave, ma un tentativo si poteva anche fare; Lucy toccò la maniglia e con sua grande sorpresa la porta si aprì subito. Ne vennero fuori due palline di naftalina. Guardando all’interno, Lucy vide che il guardaroba conteneva cappotti e pellicce. A Lucy le pellicce piacevano tanto: entrò nel vano e si divertì ad accarezzarle con la mano, ci strofinò il viso e trovò che avessero un buonissimo odore. Naturalmente aveva lasciato un’anta aperta, perché sapeva benissimo che entrare in un armadio e chiudersi la porta alle spalle è la cosa più stupida che si possa fare. Dietro la prima fila di pellicce ce n’era un’altra. Lucy fece qualche passo, tenendo le braccia tese in avanti: non voleva sbattere improvvisamente contro la parete dell’armadio. Un passo, due, un altro. All’interno era buio, Lucy non vedeva niente, e per quanto annaspasse con le mani non incontrava che il vuoto. – Questo armadione è semplicemente enorme – disse tra sé, continuando ad avanzare e scostando le pellicce per fare spazio. Poi cominciò a sentire qualcosa che scricchiolava sotto le scarpe. — Ancora naftalina? — si domandò, chinandosi per sentire con le mani. I polpastrelli rivelarono qualcosa di morbido, sottile come sabbia e freddissimo. — Molto strano, sembra neve — mormorò Lucy. Un attimo dopo sentì contro il corpo e il viso qualcosa di duro e ruvido, perfino pungente.
— Sembrerebbero rami d’albero — bisbigliò, sempre più sbigottita. E allora vide una piccola luce che brillava lontano, dritto davanti a lei. Lucy si rese conto che dove avrebbe dovuto esserci la parete di fondo dell’armadio c’erano invece alberi. Quello era un bosco, e nel bosco c’era un sentiero. Nevicava; era già buio e nevicava.»

Scrivere è come entrare nell’armadio magico di Lucy. «Là dentro c’è un bosco e nevica sempre». Aprendo una porta anche la scrittura porta alla luce ciò che scrive: la parola che si fa mondo, che si fa corpo nel testo. Compresi gli odori delle palline di naftalina; degli indumenti profumati; la ruvidezza degli aghi di pino; la morbidezza soffice della neve e delle pellicce accarezzate e strofinate delicatamente sul volto; il morbido e sottile strato nevoso come sabbia freddissima; una piccola luce che orienta lo sguardo disorientato e perso nel buio. È quella una luce che indica una traccia nell’oscurità, come la scrittura e la lettura sanno accendere il desiderio di incamminarsi. Non basta infatti intravedere una via, perché ciò che fa avanzare verso una meta non è il sentiero, ma il mettersi in cammino.

Gli occhi di colui che scrive e di colui che leggerà subiscono così una metamorfosi. Essi sono risvegliati ad un altro mondo, costituito da una duplice oscurità: alle spalle quella del passato e davanti quella del futuro. Per inoltrarsi in essi e ripresentarli nel presente con l’atto dello scrivere e del leggere sono necessari i piccoli grandi occhi di Lucy, risvegliati alla fiducia di trovare nascosto nel passato e nel futuro un bene più grande, che dia senso al presente e lo spinga ad avanzare, a rischiarsi oltre: «Gli occhi di Lucy si erano abituati alla luce magica e poteva distinguere chiaramente gli alberi più vicini. Una grande nostalgia dei giorni passati le riempì il cuore e con la mente tornò ai bei tempi in cui gli alberi parlavano. Ricordava perfettamente il modo di esprimersi di ognuno e la forma quasi umana che potevano assumere. Si fermò sotto un’argentea betulla. Un tempo la voce dell’albero era stata dolce e delicata, e le sembianze ricordavano quelle di una ragazza alta e slanciata, con lunghi capelli che le incorniciavano il viso e innamorata della danza. Poi lo sguardo di Lucy si posò su una quercia: una volta era stata un vecchio con il volto buono e sincero, solcato di rughe e ornato da una bella barba ricciuta; Alberi, voi alberi… — invocò Lucy (che fino a un momento prima non aveva avuto alcuna intenzione di parlare (e noi di scrivere o di leggere). — Svegliatevi, svegliatevi! Non mi riconoscete? Che mi dite dei tempi passati? Oh driadi, e voi amadriadi [ninfe che vivono dentro gli alberi], uscite, venite da me». Nel risveglio delle ninfe si ridestano, come linfa, creatività e immaginazione. Il loro uscir fuori sarà per gli alberi e per gli uomini – proprio ora – memoria di radici e promessa di frutti: il coraggio di un passo e poi di un altro passo.

Nel suo risvegliarsi la scrittura diventa precorritrice, vede un passo avanti. È cursore che va verso il futuro, cercando un ampliamento del sentire la vita, attraverso un vedere con occhi diversi dai nostri, immaginare con immaginazioni diverse dalle nostre, sentire con sentimenti diversi dai nostri.

La scrittura fa sì che quanto si viene descrivendo «riveli, strada facendo, quanto più possibile del mistero dell’esistenza», così pensava la scrittrice americana Flannery O’Connor [Qui]: «[Lo scrittore] scrive di quel che si vede in superficie, ma la sua angolazione visiva è tale che comincia a vedere prima di arrivare alla superficie e continua a vedere dopo averla oltrepassata. Comincia a vedere nelle profondità di sé». (F. O ‘Connor, Nel territorio del diavolo. Sul mestiere di scrivere, Roma-Napoli 1993, 65; 91).

E, quando si entra in un bosco o in una foresta, in ciò che di più irriducibile vi è nel mistero di se stessi, non manca mai una strega bianca come «quella che tiene il paese di Narnia sotto il tallone, ecco chi. È lei che fa durare l’inverno tutto l’anno: sempre inverno e mai Natale, pensa… Può trasformare la gente in statue di pietra e fare mille stregonerie. È per colpa sua se a Narnia, adesso, è sempre inverno».

Può capitare infatti che scrivendo si possa essere presi dalla vanità, dal compiacimento di sé quando ci toccano la gratitudine o le lusinghe degli altri – come nel voltafaccia di Edmund, uno dei ragazzi che ingannato tradisce i suoi amici. Vanità che sembrerebbe da principio una cosa buona, gradevole al gusto, al sé, per rafforzare l’autostima e infondere energia nuova per affrontare la vita; ma da cui si può scivolare progressivamente nel desiderio di affermare se stessi e poi ancora salire un gradino sopra gli altri, e forse il desiderio diventerà quello di dominarli. Orson Wells è radicale e schietto: «si scrive per puro egoismo. Desiderio di essere intelligente, di far parlare di sé, di essere ricordato dopo la morte» (Citato in L. Colombati, Scrivere per dire sì al mondo, 79).

Vanagloria è chiamata dagli spirituali quella che congela l’io solidificando lo spirito, il suo soffio in un blocco di ghiaccio. La stessa che trasforma le persone in statue di pietra prive di interiorità. Una malattia mortale per tutti, ma soprattutto per poeti e scrittori. Esiste un rimedio? Così risponde Dygory Kirke, un altro bambino delle Cronache: «Se esiste qualcuno che può darmi un rimedio per la sua malattia, questo è Aslan»: è l’Altro, è il sodalizio con gli altri, con gli amici, i sodali del popolo Narnia.

Servirà allora un inverno lungo per guarire; una storia di incontri di relazioni che chiama a non lasciare chiusa la porta dell’armadio, entrando e uscendo da sé per scoprire un poco alla volta ciò che è sacro e ciò che non lo è – la vera gloria da quella farlocca, taroccata – ad apprendere ciò per cui vale la pena sacrificarsi, anche donando la vita. Così sarà il cammino di Edmund, la via che porta al Natale, al perdono ancora troppo lontano (come la Pasqua per i discepoli incamminati sulla via di Emmaus), ma nasconde la sorpresa di un incontro con uno sconosciuto che si farà conoscere, come l’Amico, con gli amici ritrovati.

Se l’io persiste nel rischiare la fiducia, come ha fatto Lucy; se scrivendo ci si espone e coinvolge nel dire sì all’altro, accadrà il disgelo della vanità, il dischiudersi della creazione artistica. Di più: «Gli alberi tornavano alla vita: larici e betulle mostravano le prime gemme di un pallido verde, i maggiociondoli si coprivano di germogli color oro, sui faggi spuntavano le foglioline e l’aria nel complesso sembrava verdeggiare. Un’ape attraversò il sentiero, ronzando. — Questo non è il disgelo — gridò a un tratto il nano, fermandosi di botto. — Questa è la primavera! —L’inverno se n’è andato».

Allora scrivere non sarà per vanagloria, ma per un bisogno intimo di trasmissione, di dire e consegnare qualcosa che ci ha mossi per primo dentro ed ha preceduto il nostro scrivere stesso. Un desiderio di lasciare una traccia, anche solo un proverbio incontrato leggendo un libro: «Per quanto sia lunga una notte d’inverno, questa non impedirà il sorgere dell’aurora, il sole che verrà», (Proverbio Tuareg).

Se scrivere impegna ad un atto di fede – come ci ha ricordato Maria Zambrano – esso invoca fedeltà alla vita, al vero che porta in grembo, si potrà anche dire che scrivere impegna a un atto di amore? Non è forse vero che l’amore genera solidarietà di intenti, amicizia tra le persone per realizzare il bene comune? L’aspirazione di uno scrittore, potremo dire il suo vanto, «è il desiderio di essere tutti. Senza per questo rinunciare alla propria unicità da principio; anzi, forzando tutti a essere almeno un po’ come noi», (L. Colombati, Scrivere per dire sì al mondo, Milano 2021).

Il desiderio di universalità in Paolo diventa un fare concreto: «Mi vanterò ben volentieri delle mie “debolezze” perché dimori in me la potenza del Vivente, pur essendo libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti… Mi sono fatto debole con i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto a tutti, per guadagnarne il maggior numero», (2Cor 12). Chi scrive vive nei suoi personaggi e nelle loro storie.

Amare è come scrivere t’amo sulla sabbia? «Ho scritto t’amo sulla sabbia/ E il vento a poco a poco/ Se l’è portato via con sé». Sembrerebbe proprio di sì, almeno stando a Sigmund Freud. Ma il libro di Massimo Recalcati [Qui], Mantieni il bacio, (Milano 2019), mi ha rincuorato. Vi si legge: «Freud non credeva affatto al miracolo dell’amore. Riteneva che fosse il frutto illusorio di una passione narcisistica dell’Io per se stesso o, meglio, per il suo ideale narcisistico. Amare non significa altro che adorare la propria immagine ideale incarnata dall’amato. Quando dico “ti amo” sto dicendo che “amo me stesso attraverso di te”. Il soggetto è più importante del verbo. L’amore per Freud è essenzialmente un fenomeno immaginario che appartiene alla sfera del narcisismo».

Dopo la pars destruens ecco la pars costruens: «Ma forse a Freud mancano le parole o l’esperienza per descrivere la forza generatrice che l’evento dell’incontro d’amore porta con sé? Perché, se lo osserviamo nel suo nascere, l’amore è innanzitutto provocato dall’incanto dell’incontro. L’amore si offre infatti non come una regressione o una ripetizione, ma come una sorpresa. Accade interrompendo la sequenza del già noto, del già stato, del già visto, del già conosciuto. Ogni incontro d’amore scava un buco, uno spazio vuoto, apre un varco, una discontinuità che non potevamo prevedere nello svolgimento abituale delle cose del mondo. L’incontro, in questo senso, sa sempre di avvenire, sa di ciò che non è mai ancora stato, sa di Nuovo. Ogni incontro d’amore porta con sé la promessa di una Vita nuova», (ivi, 11-12).

L’esperienza di chi scrive è simile a quella del profeta Isaia, che mette nero su bianco le promesse dell’Amore: «Farò camminare i ciechi per vie che non conoscono, li guiderò per sentieri sconosciuti; trasformerò davanti a loro le tenebre in luce, i luoghi aspri in pianura. Tali cose io ho fatto e non cesserò di fare», (42, 16).

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica di Andrea Zerbini, clicca [Qui]

DI MERCOLEDI’
Gabbie, Lacci e altri affanni

 

Due mercoledì fa, dopo il consueto giro al mercato del mio paese, sono passata in Biblioteca a ritirare il libro da leggere per la fine di maggio: dopo l’interruzione invernale dovuta alla pandemia il nostro gruppo di lettura riprende con il libro del mese, che va letto e poi recensito. Più avanti potremo incontrarci di nuovo, per ora ci scambiamo le opinioni via mail.

Mi è piaciuta subito la copertina: i lacci ben annodati tra la scarpa sinistra e la destra legano il passo a un uomo vestito elegantemente. Dire un uomo è troppo, in quanto al di sopra delle scarpe si vedono solo i calzini blu avio e il risvolto dei pantaloni gessati. Il passo lo si vede bloccato dal nodo tra i lacci, così che il piede destro, già alzato sulla punta, sarà il primo a cadere in avanti. Che fare? Davanti alla caduta inevitabile il lettore è impotente, può solo aprire il libro e leggere come si è arrivati a questo momento.

lacci domenico starnoneL’ho letto, Lacci di Domenico Starnone, sentendo la presenza dei piedi legati a ogni pagina. Mi è accaduto raramente di trovare così ben rappresentata da una immagine l’idea centrale di una storia. La storia di per sé non ha nulla di straordinario, ripropone anzi la dinamica del romanzo borghese, che si è diffuso nella nostra narrativa ormai da due secoli.
Il libro racconta la separazione tra Vanda e Aldo e il dolore che essa comporta per la moglie che l’ha subita, la costrizione per lei e per i due figli piccoli a cambiare completamente la vita e le aspettative, dopo che il marito è andato a vivere con una giovane donna, di cui è passionalmente innamorato. Questo nella prima parte del romanzo (la divisione è in tre parti chiamate Libri come nelle opere antiche).

Poi subentra nel secondo Libro un narratore diverso, che sposta il tempo della storia a quarant’anni dopo: è un uomo di oltre settant’anni, che vive in simbiosi con la moglie una vita quotidiana fatta di piccole abitudini, di cui è lei a tenere le redini. Lui si mostra rassicurato dalla routine che si ripete da chissà quanto tempo, ogni giorno di più è consapevole della propria fragilità e di come riescano a destabilizzarlo anche i più piccoli inconvenienti.

È in una fase della vita fatta così, che accade l’imprevisto: di ritorno da una breve vacanza lui e la moglie trovano il loro appartamento nel caos, con i mobili spostati e il contenuto dei cassetti sparso sui pavimenti. Sparito Labes, il gatto di casa. Spezzato l’ordine meticoloso delle stanze, di cui è da sempre custode demiurgica Vanda, mentre Aldo è il convivente silenzioso e arreso, un “uomo-ombra”, come lui stesso si definisce. Dai cassetti che vuole riordinare da solo, mentre Vanda dorme, emergono le prove del loro passato ed è qui che, mentre rilegge vecchie lettere, veniamo a conoscere la sua versione sulla separazione di tanti anni prima.

Nel terzo Libro la storia è raccontata dai figli della coppia, che si incontrano nella casa lasciata vuota dai genitori e riescono ad avere un dialogo inusuale, lungo e in molti punti con idee controverse. Dico controverse perché Sandro e Anna hanno personalità opposte e tendono a ricordare in modo antitetico gli episodi salienti della vita a quattro che si è svolta in quella casa. Quanti lacci hanno impedito anche loro. Quale tiro incrociato tra i punti di vista dei genitori e dei figli sullo stesso passato.

Mi convince questa dinamica aggrovigliata dentro la loro famiglia, sa di realtà.  Mi colpisce il dolore di tutti. La vita familiare, e a questo punto cammino sulle orme di Pirandello, si rivela inautentica. Prendiamo Vanda e Aldo, ora che sono anziani: lei tira le somme del suo legame col marito e conclude che l’attrazione per lui se ne è andata molto presto dopo il matrimonio. Durante i quattro anni di separazione ha dovuto rielaborare una nuova identità come madre e come donna e quando Aldo è tornato a casa si è procurata una sorta di risarcimento.

Lui ha vissuto gli inizi del matrimonio come una bella avventura, salvo poi cadere nella delusione e nella consuetudine: “Essere sposato, avere una propria famiglia in giovanissima età, era diventato non segno di autonomia ma di arretratezza. A meno di trent’anni mi sentivo vecchio.”

E non parliamo dei figli. Da adulti si palesano come due persone invase dal risentimento, insicure e incapaci di mantenere il legame come fratelli. Si incontrano e si parlano solo perché costretti a rimettere piede nella casa di famiglia a dare acqua alle piante e cibo al gatto nei giorni in cui i genitori sono fuori per la breve vacanza raccontata nel secondo Libro.

Il finale della storia è sorprendente: dico sempre che la parte difficile di un romanzo è la sua conclusione e molti finali li trovo deludenti. Questo non delude, ma è amaro. E ora servirebbe anche la presenza di Freud per calarci nel pozzo di insicurezze e traumi non risolti di Sandro e Anna, i quali si sbilanciano in una vendetta verso i genitori, che a me lettrice appare incongrua. Per entrambi sarà liberatoria, lo spero per loro. Di nuovo Pirandello: mi accorgo di rapportarmi con Sandro e Anna come se fossero persone vere e non di carta.

Però resta il fatto che mi hanno ricordato le costrizioni di cui tutti ormai si lamentano; la nazione intera non aspetta altro che riprendere attività e spostamenti e viaggi. Senza lacci e col passo lungo di chi ha una strada da percorrere dopo la sosta forzata.

La scrittura di Starnone è sicura, sicuro il suo appropriarsi di punti di vista differenti e il suo celarsi dietro due narratori maschili e due femminili, di età diverse per giunta. È una abilità narrativa che apprezzo sempre e che sto ritrovando negli ultimi romanzi di Marco Balzano [Qui], come ho già avuto modo di dire altre volte in questa rubrica.

I dialoghi sono molto ben formulati e anche le introspezioni di ogni narratore su di sé sono raffinate e plausibili. Faccio un esempio: quando Aldo si difende dai sensi di colpa, mentre vive lontano da Vanda e lei è in ospedale dopo che ha tentato il suicidio, usa parole estreme da mettere sui due piatti della bilancia. Da un lato riconosce di avere commesso un “crimine”: “Avevo sfregiato un’esistenza”, dice a se stesso; poi però reagisce e sull’altro piatto della bilancia finiscono considerazioni come questa: “Andar dietro al proprio destino era un crimine? Rifiutarsi di sottoutilizzare se stessi era un crimine? Battersi contro istituzioni e consuetudini soffocanti era un crimine? Che assurdità.” Come si vede, la rivoluzione culturale degli anni Settanta ha avuto un bel peso nelle scelte personali di Aldo, così come a Vanda il femminismo di quegli anni ha dato un buon supporto nella lunga rielaborazione di sé.

Lacci mi piace, perché parla delle rinunce che facciamo tutti per vivere in comunità, da quella più piccola della famiglia, alla comunità sociale. Io dico anche per coabitare con noi stessi. Aldo la chiama “sottoutilizzo” di sé, basta questa parola così esatta a dare consistenza al romanzo.

Contro affanni e lacci che ci legano trovo l’amuleto che mi salva, è il gatto Labes, che Vanda cura con amore. Scompare, Labes, e io soffro con la sua padrona quando se ne accorge, mentre controlla le stanze devastate dal caos e teme che gli possa essere capitato il peggio. In fondo, il suo nome in latino significa “rovina”. Per la famiglia, tuttavia, sta per “La bestia” abbreviato; e allora dalla bestia mi aspetto molto. Mi aspetto che dove è andato, e io lettrice lo vengo a sapere alla fine del romanzo, porti il suo essere secondo natura e dia un po’ di stabilità a chi se l’è preso.

Il romanzo su cui è incentrato il testo è: Domenico Starnone, Lacci, Einaudi, 2014

Per leggere gli altri articoli e indizi letterari della rubrica di Roberta Barbieri clicca [Qui]

CREATURE DI UN SOL GIORNO
Camminando lungo la strada verso nessun dove

“Fragile”: questa semplice parola stampata in bella evidenza su una  confezione ci avverte di fare attenzione, di maneggiare con molta cura il contenuto.
Sin dallo sviluppo del pensiero greco dell’antichità abbiamo appreso che il contenuto più fragile per eccellenza è l’Uomo stesso; e questo perché  sostanzialmente inerente alla natura umana è la morte, in modo imprescindibile ne condiziona non solo l’esistenza ma il senso stesso dell’esserci.
Allo stesso tempo la morte mostrando così tutta la fragilità della creatura umana, sottolinea la preziosità della vita stessa.

Il poeta greco Pindaro nell’ottava Pitica chiama in modo straordinariamente evocativo e lirico le creature umane creature di un sol giorno“, ed è proprio questo verso che utilizza Mauro Bonazzi, docente di filosofia antica alla Statale di Milano, come titolo del suo ultimo saggio sul mistero dell’esistenza secondo il pensiero greco. La natura di “creature di un sol giorno”, cioè creature effimere, porta con sé due fondamentali conseguenze: l’essere mortali e quindi  il problema del senso da dare alla nostra esistenza  e l’essere soggetti al passare del tempo e quindi il senso da dare all’instabilità delle cose dentro e fuori di noi, ai cambiamenti dovuti allo scorrere del tempo stesso.
Per impedire all’angoscia, alla paura e al timore di impossessarsi dell’animo umano di fronte all’inevitabilità del termine della nostra vita, la civiltà greca, (che detto per inciso gli allievi della scuola media italiana grazie alla riforma Moratti non hanno più come oggetto del loro studio!) ha prodotto una riflessione filosofica che ha condizionato la storia del pensiero occidentale e che interroga seriamente anche noi uomini della  società post moderna. 

La tentazione: la vita del piacere

La riflessione dei greci sulla morte e sull’esistenza, seguendo il percorso suggerito da Bonazzi ,è riconducibile a tre possibilità.
Aristotele chiama la prima la vita del piacere”. E’ la vita di chi segue il godimento dei beni concreti, di chi sublima il mistero dell’esistenza nel soddisfacimento esclusivo di bisogni materiali e in tale dimensione trova adeguata realizzazione. E ‘il medesimo principio su cui si fonda la nostra società globalizzata dei consumi, caratterizzata per l’appunto, secondo la psico analista di formazione lacaniana Julia Kristeva, dal narcisismo e conseguentemente dalla rimozione della mortalità.

L’immagine più significativa ed esplicita di quello che si sta dicendo la possiamo ritrovare nel videoclip Road to nowhere dei Talking Heads, nella sequenza  del giovane che insegue il carrello della spesa, segno inequivocabile di uno strumento – il consumo – che si è fatto fine e non solo necessario mezzo per soddisfare determinati bisogni.
Il titolo del videoclip, in italiano la La strada per il nessun-dove , rappresenta  con una serie di veloci sequenze della durata di pochi secondi, l’ inconsistenza dell’american dream, e riprendono i temi chiave della denuncia di Christopher Lasch affrontate nel suo  La cultura del narcisismo, opera edita nel 1979 ma talmente profetica e attuale che proprio quest’anno è stata ristampata per i tipi della Nora Pozza. L’autore, anticipando il ruolo di grandi scrittori di saggistica sociologica come J. Rifkin e Z. Bauman, riflette sulla crisi culturale che anima l’Occidente e che consacra la trasformazione del narcisismo da disturbo psicologico a format di un’intera società. “Il narcisismo impatta potentemente sulla percezione del tempo e della storia, determinando ciò che in modo diverso i teorici del postmoderno avrebbero chiamato ‘presentificazione’. Per dirla con le parole di Lasch: “Dal momento che la società è senza futuro, acquista un senso vivere solo in funzione del presente, occuparsi soltanto delle proprie ‘realizzazioni personali’, diventare fini conoscitori della propria decadenza, coltivare un’“auto-osservazione di ordine trascendentale”.[Qui]

 …altre due possibilità: la vita politica e la vita contemplativa

La vita politica e la vita contemplativa sono le altre due strade significative che, secondo Aristotele, riescono a dare senso pieno all’esistenza e  rispondere così al problema della morte. Impegnandosi nella vita politica, nella vita attiva,  l’uomo deve combattere per dar prova del suo valore e dunque mostrare che non è vissuto per niente. Omero è il primo cantore di questa concezione e Achille ne è il campione . Per l’eroe ciò che conta è il time, l’onore, espresso dal valore del bottino conquistato sul campo di battaglia ,e che conduce al kleos ,alla gloria.
Ma anche noi uomini del post moderno abbiamo la nostra Iliade: forse che non si è parlato dell’essere in emergenza da covid-19 come dell’ essere in guerra e di medici e infermieri come eroi a cui rendere pubblico onore? Ecco quindi che possiamo vedere il nostro pensiero archetipo emergere attraverso il linguaggio; scelte lessicali  che non vengono comprese  da chi rigetta giustamente tale terminologia bellica per scegliere altre prospettive  più solidali  (“siamo in cura”), ma che non permettono di capire cosa sta succedendo: sempre i cittadini affidati al sistema sanitario sono da considerarsi in cura, ma mai si era parlato, prima dell’emergenza pandemica, di medici-eroi…anzi!
Secondo questa seconda interpretazione, che si fonda sulla priorità della vita attiva, il kleos è il richiamo profondo  che davvero interessa, perché è ciò che permette di non essere dimenticati e quindi di raggiungere l’immortalità: nel momento in cui riusciamo a lottare contro la morte, lottiamo contro la nostra morte, sino a dare la vita.

Il pensiero greco ci svela che siamo esseri desideranti, perché è proprio il desiderio che ci spinge a lottare per affermarci, per non morire. E quando il mondo omerico verrà superato dal nuovo mondo della polis, la sfida diventerà quella di affermare il proprio valore insieme, non più distruggendo ma costruendo. Costruire con gli altri è l’unica attività capace di dare significato alla realtà e a noi stessi.
Tutto questo abbiamo ereditato col seguire la via della vita politica ;da qui nascerà lo Stato e la democrazia.
Tutto questo oggi è in profondissima crisi.

Ma l’uomo non è solo azione, è soprattutto  conoscenza, ragione, contemplazione.
Infatti è la razionalità, è il pensiero che ci contraddistingue come esseri umani.  Siamo fatti per conoscere. Siamo Ulisse, l’Ulisse del XXVI canto dell’Inferno di Dante. E’ con la ragione che riusciamo a comprendere noi stessi e  la realtà. La morte fa parte di questa realtà. La conoscenza ci rende liberi, anche dalla morte. E’ con la ragione che si è capaci di andare al di là dell’apparenza, cogliendo il tutto e quindi l’ordine con cui è organizzata la realtà, dove la morte è una necessità.
Conoscenza che  il socratico conosci te stesso ha posto alla base della realizzazione di ognuno di noi ma che invece viene messa dalla nostra società liquida al servizio di qualcosa d’altro.
La conoscenza serve infatti a modificare l’agire, o a direzionare la vita attiva quando questa non produce i risultati sperati. Abbiamo visto Istituzioni, autorità laiche e religiose rimettersi fiduciose a virologi, scienziati, ricercatori e seguire protocolli suggeriti dalla comunità scientifica fino alla interdizione dalla partecipazione ai riti funebri.

Se c’è un elemento che può sviluppare il senso critico questo riguarda la conoscenza. Non a caso per esempio abbiamo assistito ad un percorso di normalizzazione della scuola che l’ha portata dall’essere scuola della conoscenza a quella più funzionale agli imperativi di mercato, dI scuola delle competenze. E’ sempre il mondo della conoscenza che cambia la società, mai il contrario. Se questo non succede, come nel caso citato, allora dietro ci sono altri interessi particolaristici.
L’eredità per il pensiero occidentale della filosofia  greca è proprio questa: la possibilità inerente alla vita attiva e alla vita contemplativa di poter essere infinitamente finiti e finitamente infiniti.
‘Il fine’
‘la fine’ per i greci coincidono, la morte si concepisce all’interno della vita, la rende possibile. Nella società attuale la fine invece è un incidente che si cerca solo di rinviare, i nostri fini sono tutti nella vita.

Si può perdere la propria vita e vincere la Morte

Nel 1957 il regista Ingmar Bergman con il suo film Il settimo sigillo  rappresenta il tentativo della società occidentale di rimuovere la paura della morte. Un cavaliere, Antonius Bloch, sulla via del ritorno dalle crociate incontra la Morte e le propone una partita a scacchi: una partita la si può vincere o perdere, così come la propria vita.
Ma nel film di Bergman viene presentata un’altra soluzione…ci arriviamo da un’altra parte.

Nel 1915 Sigmund Freud scrive un breve articolo, Caducità, prendendo spunto da un episodio accadutogli due anni prima, da una conversazione avvenuta durante una escursione con due amici, il giovane poeta Rainer Maria Rilke e Lou Salomè, l’affascinante confidente di entrambi, dove il giovane poeta si rammaricava  che tutta quella bellezza  sarebbe poi finita col sopraggiungere dell’inverno.
Così commenta Cristina Cimino su Doppiozero: “La risposta di Freud al giovane poeta è che la caducità delle cose non ne sminuisce il valore, al contrario, lo accentua. Una posizione consolatoria solo a uno sguardo superficiale e che in realtà ribadisce in termini meno crudi quanto egli aveva già affermato pochi anni prima nel saggio Considerazioni attuali sulla guerra e la morte: la vita va vissuta e può essere vissuta solo accettando ciò che non è eliminabile, ossia la morte.” [Qui] Freud solo in seguito strutturerà in modo più adeguato la sua teoria sull’elaborazione del lutto e dell’estrema difficoltà che ha l’individuo ad affrontarlo e superarlo. Qui interessa proporre alcune osservazioni a margine di tale percorso.

In primo luogo il lamento di Rilke sulla caducità della natura umana sarà ripreso nelle sue Elegie duinesi del 1912 in cui arriva ad affermare che “l’esser stati, pur una volta soltanto, non pare essere revocabile”. Nessuno potrà togliere la gioia immensa derivata da tutti i momenti vissuti con la persona oggi assente.
La scrittrice americana Joan Didion nel suo struggente  L’anno del pensiero magico fa proprio  questa operazione: guardando al tempo trascorso col marito morto all’improvviso, incontra i ricordi di una vita, non fugge, ma gioca la sua partita a scacchi ,e pur nella sofferenza devastante di ogni mossa, la porta a termine.

Ed eccoci di fronte all’altro. Infatti “nessuno di noi crede fino in fondo alla nostra morte” dice Freud “anche quando ci raffiguriamo come andrà dopo la morte, chi ci piangerà… possiamo notare che noi siamo ancora lì in qualità di spettatori.”. Impariamo cosa è la morte dalla morte dell’altro. E’ quando l’altro diventa il nostro fine che ci battiamo contro la nostra fine.
L’altro è oggetto del nostro desiderio, vivere è desiderare dei desideri che moriranno nel momento in cui saranno soddisfatti. Questa è la morte, ma la morte non interrompe nulla. E’ la morte del desiderio la vera morte.

Ogni discorso sulla vita e sulla morte ha come premessa la presenza dell’altro, soggetto e oggetto del nostro desiderare. La soluzione quindi proposta nel film di Bergman è quella di un amore gratuito, infinito verso l’altro: “L’unico modo di sconfiggere la morte – e quindi di inaugurare la vita nuova – è l’amore verso il prossimo. E difatti, pur di salvare una giovane famiglia di saltimbanchi dall’incontro con la morte, il cavaliere con un gesto improvviso e premeditato rovescia le pedine degli scacchi dando così la possibilità alla morte di vincere la partita. Questa sorride perché ha raggiunto il suo scopo. Non si accorge invece di essere stata ingannata. Distratta dalla mossa del cavaliere infatti la famiglia riesce a fuggire e salvarsi .Di fatto la Morte ha perso perché sconfitta dall’amore”. [vedi qui]

Non è casuale che  alla società dell’uomo globalizzato, la società che opera per la rimozione della morte e del dolore, sia confacente invece l’espulsione dell’Altro! Questo è il titolo dell’ultimo saggio di Byung-Chul Han (L’espulsione dell’Altro, nottetempo edizioni) docente di filosofia all’università di Berlino, dove viene mostrata la destabilizzazione e il disturbo provocato, in un mondo dominato dalla comunicazione digitale e dai rapporti  neoliberistici, dalla singolarità vivificante dell’Altro.

 …finchè Amore non vi separi!

In una intervista del 2012 Zygmunt Bauman parla con l’inviato di Repubblica della sua vita a trecentosessanta gradi nella sua casa a Leeds in Inghilterra. La stanza dove si svolge l’incontro è tappezzata di ricordi dell’amatissima moglie Janina, scomparsa nel dicembre del 2009 dopo essere stati sposati per sessantadue anni. Dopo quel lutto non scrisse più una riga per molti mesi, lui che ogni giorno alle cinque del mattino era solito aver già compilato quattro cartelle! Questa è la risposta data alla domanda del giornalista su come fosse riuscito a superare un evento del genere:
“L’inarrestabile eloquio del professore si arresta. Chiude gli occhi. Riaccende la pipa. È un’esperienza molto privata, non voglio condividerla. So bene che viviamo in una società confessionale, ma io non mi ci trovo bene. Posso solo dire che lei è ancora con me. Le sue ceneri sono al piano di sopra, nel mio studio. La sua immagine è la prima che vedo quando accendo il computer all’alba. Riesco, in qualche modo, a vivere ancora con lei. Conversiamo, e non perché sia pazzo, ma perché è il modo in cui abbiamo vissuto insieme per sessantadue anni e probabilmente non finirà mai. Mi spiace, ma è tutto quel che posso dire”.[Qui l’intervista integrale su Repubblica del 12/06/2012]

L’amore è così tanto mescolato  alla morte che non si estingue con l’assenza della persona amata ma persiste nel tempo, superandolo. Il suo passare non lenisce alcunchè, ma permette di vivere la sacralità dell’eternità anche a chi ritiene essere vuoto il cielo. E’ un dialogo che continua, che  trasforma chi è stato toccato dall’amore dell’altro, e che trova modi e forme inedite in ognuno, ma che sempre congiungono eternamente il cielo alla terra. E questo è un legame talmente profondo da rovesciare completamente ciò che ordinariamente viene considerato forte e debole, poiché riesce a metterci a nudo di fronte alla nostra fragilità.

Tutto ciò mostra la scena dell’Iliade nel XXIV canto, con la visita del re Priamo nella tenda di Achille, venuto a supplicare la restituzione del corpo di suo figlio Ettore ucciso dall’eroe acheo:
“Ma Priamo prendendo a pregare gli disse parola:
«Pensa al tuo padre, Achille … io sono infelice del tutto, che generai forti figli
e non me ne resta nessuno…,
e quello che solo restava..
tu ieri l’hai ucciso…
Ettore… Per lui vengo ora alle navi dei Danai,
per riscattarlo da te».
Disse così, e gli fece nascere brama di piangere il padre:
allora gli prese la mano e scostò piano il vecchio;
entrambi pensavano e uno piangeva Ettore, rannicchiandosi ai piedi di Achille,
ma Achille piangeva il padre… s’alzava per la dimora quel pianto”.( Iliade, XXV)

Fino a quando l’amore continua il dialogo interrotto, fino a quando l’uomo sarà capace di “piangere insieme” – la morte non avrà l’ultima parola. E questo infine è anche il messaggio che ci ha lasciato Emanuele Severino, recentemente scomparso all’età di 91 anni , non a caso definito ‘il filosofo che ha sconfitto la morte’. Intellettuale originale, tra i più autorevoli del Novecento italiano, capace di conciliare la tensione speculativa e etica alle radici del pensiero occidentale, partendo dalla filosofia greca, con le inquietudini e le problematiche della società tecnologica attuale.
Il nucleo del suo pensiero risiede nel ritorno al pensiero di Parmenide, con l’affermazione che il divenire non esiste, le cose non nascono dal nulla né ritornano nel nulla, sono invece eterne, anche se abbiamo l’impressione fallace che scompaiono.
Anche   Severino ricordava spesso nelle interviste la moglie Esterina scomparsa una decina anni prima di lui, prima lettrice delle sue opere, sempre discusse e condivise prima con lei nei lunghi intensi anni  passati assieme. In una di queste possiamo leggere che a  volte mentre Esterina rileggeva i suoi scritti, alla menzione dell’eternità dell’essere, lei gli diceva: “come vorrei che le cose stessero davvero come dici tu”. [Vedi linkiesta.it del 15/06/2019] 

Cover: Ingmar Bergman sul set de Il Settimo sigillo (Wikipedia commons)

FAMILY NOW
La vita sospesa di ragazzi e genitori: per esempio una chat…

Come stanno i nostri ragazzi? Come stanno vivendo queste settimane di vita sospesa?

Fino a prima dell’epidemia la condizione degli adolescenti e del loro rapporto con gli adulti l’ho trovata ben rappresentata all’interno di un breve apologo raccontato dal romanziere americano D. F. Wallace. scomparso tragicamente nel 2008.
Il 21 maggio 2005 David Foster Wallace tenne un discorso ai neolaureati del Kenyon College, dal titolo Questa è l’acqua. La tipologia usata è quella dei commecement speech, cioè discorsi tenuti da personalità di rilievo ai neolaureati delle più importanti università americane: libere considerazioni sulla vita , sul destino, sulla cultura.
Il titolo This is water deriva dal breve racconto con cui prende il via il discorso:
“Ci sono questi due giovani pesci che nuotano e incontrano un pesce più vecchio che nuota in senso contrario e fa loro un cenno, dicendo: «Salve ragazzi, com’è l’acqua?» e i due giovani pesci continuano a nuotare per un po’ e alla fine uno di loro guarda l’altro e fa: «Che diavolo è l’acqua?» (D. F. Wallace,Questa è l’acqua, Einaudi, 2008, p.140).
Il significato della storiella è che le realtà più usuali e quotidiane, spesso sono anche le più difficili da vedere, proprio perché ci siamo immersi fin dalla nostra nascita, come i pesci nell’acqua. Come la famiglia.
Come la famiglia nei giorni del coronavirus?

Insegno in un istituto di scuola superiore della città e, in questo periodo di lezioni sospese, continuo, facendo di necessità virtù, a mantenere i contatti con i genitori, pur a distanza, con uno strumento che in verità fino ad ora non avevo mai utilizzato: una chat sul cellulare.
Sono emerse considerazioni, suggestioni, riflessioni sui figli che fanno intravvedere ansie, paure, dubbi ma anche speranze, domande, attese di mamme e papà sulla vita dei loro ragazzi, per decreto affidati al caldo del nido famigliare in questi giorni di irreale relazionalità.
Eccone qui alcuna tra le più significative

AD ALCUNI MANCA…AD ALTRI MENO…
Papà di A.V. (classe quarta)
“I miei stanno bene…e nessuno dei due ha voglia di tornare a scuola”
Mamma di A.C. (classe seconda)
“Anche mia figlia sta bene, ma lei ha voglia di venire a scuola”
Mamma di N.B. (classe terza)
“I miei ragazzi hanno voglia di rivedere i loro amici e… alcuni insegnanti!”

GIORNATE PIENE DI…SOLITE COSE E DI PICCOLE GRANDI NOVITA’…
Mamma di E.T. (classe seconda)
“…se fuori fa freddo giocano a ping pong in casa, spostano il divano. aprono il tavolo in soggiorno, cosa che in altri tempi non sarebbe mai stata concessa…”
Mamma di F.L. (classe terza)
“F. se la passa abbastanza bene tra lezioni, play station e addirittura ha letto anche un libro! Alcune sere giochiamo a briscola come ai vecchi tempi…”
Mamma di A.G. (classe prima)
“A. mi dice che non si annoia e sta bene in casa…non è da lei…visto che voleva sempre uscire…mah!”

IL VECCHIO E IL NUOVO SI SOVRAPPONGONO…
Mamma di M.E.P. ( classe prima)
“Questa esperienza mi sta mettendo alla prova…la prima settimana a casa è stata tutta una discussione…adesso devo dire che sono stupita di M.E….mi sembra diventata più responsabile!”
Mamma di J.S. (classe seconda)
“…la cosa diversa è che ogni tanto mi chiede consigli sui compiti cosa che di solito non fa.”
Mamma di T.B. (classe terza)
“Mio figlio ormai non ci sopporta più perché gli stiamo sempre addosso…ma abbiamo riscoperto cose da fare insieme …qualche volta guardiamo anche un film! mai successo!”

TRA OTTIMISMO E PESSIMISMO
Mamma di E.S. (classe terza)
“…sarebbe comunque impossibile dire che va tutto bene…cerchiamo di volta in volta nuove strategie per farcela…”
Mamma di R.S. (classe quinta)
“aiutateci a sconfiggere questo virus… in ospedale abbiamo bisogno dell’aiuto di tutti!”
Mamma di G.N. (classe quinta)
“I nostri ragazzi hanno una prova difficile da superare…hanno tanta fantasia, sono la nostra forza!”
Mamma di S.B. (classe seconda)
“Arrivo a sera con gli occhi e mente stanchi…comunque prof. se trova qualche appiglio interessante in quello che ho scritto lo usi pure!”
Mamma di C.L. (classe terza)
“Credevo potessero subentrare crisi di pianto: no cinema, no pizza, no amici, no moroso.. e invece devo ammettere che questi ragazzi hanno dimostrato carattere!”

Mentre scorro tutti i messaggi mi tornano nella mente i visi dei genitori che nei nostri incontri mensili avevano espresso la loro incredulità nello sperimentare l’indifferenza dei figli nei loro confronti tra pasti consumati frettolosamente e il silenzio impenetrabile su un mondo a loro precluso.
Adesso pare quasi che quel silenzio sia scappato fuori dalla casa, lungo le vie deserte, a riempire le piazze troppo grandi per quei due o tre passanti frettolosi che le attraversano, ignorando i superbi monumenti oggetto poco tempo prima di tanto ammirato interesse.
Non riesco a condividere l’affresco degli adulti dipinti nella Lettera agli adolescenti nei giorni del coronavirus di Matteo Lancini [puoi leggerla qui], psicoterapeuta, presidente dell’Associazione Il Minotauro di Milano, profondo conoscitore del mondo degli adolescenti. Secondo Lancini, questi adulti non si sono assunti le responsabilità necessarie a garantire ai figli ”un presente stabile e un futuro non troppo fosco”. O per lo meno, diciamo così, a livello di caratterizzazione generale del rapporto adulti/adolescenti, molte delle sue osservazioni sono chiaramente condivisibili; l’analisi dell’inadeguatezza del mondo degli adulti è corretta anche se spietata.

Ma poi ci sono le storie.Le storie personali di tantissimi genitori che non rientrano nelle statistiche dei vari osservatori, libri bianchi, ricerche a tema.
Ed ecco a tal proposito tornare alla mente una immagine dello straordinario film Jojo Rabbit di Taika Waititi, quella in cui il protagonista del film, un bambino di dieci anni appartenente alla Hitlerjugend, alla vista di quattro impiccati penzolanti sulla piazza della città, chiede: “Che cosa hanno fatto?”
“Quello che potevano”, risponde la madre.
Bene, questo verbo all’imperfetto detto dalla madre mi è rimasto dentro, anche se sul momento non ne ho ben capito il motivo. Certo, nel contesto della vicenda narrata era riferito a martiri che avevano fatto quello che era stato umanamente in loro potere per contrastare la follia del nazismo. Ma quell’imperfetto non poteva invece essere riferito anche a se stessa, a lei, come madre intendo? Non è sempre ‘imperfetta’ l’azione di ogni genitore?

Ricordiamo tutti il titolo del lavoro di Bruno Betthelheim, Un genitore quasi perfetto (Feltrinelli,1987), un libro che come pochi altri ha accompagnato generazioni di genitori nella riflessione sull‘importanza della realizzazione di una profonda comunicazione emotiva con i propri figli.
Insomma, leggendo e rileggendo i messaggi della chat dei genitori di questi giorni di forzato isolamento è come se la porta di casa che dà sulla strada di San Giovanni fosse per un po’ rimasta chiusa. La strada di San Giovanni (Italo Calvino, La strada di san Giovanni, Mondadori) è un racconto autobiografico di Italo Calvino, dove si narra delle visioni opposte della vita tra Italo e suo Padre, metaforicamente espresse dalla strada che, partendo dalla loro abitazione, portava, se presa verso l’alto, in campagna, luogo preferito dal padre, e invece verso il basso conduceva verso la città e la marina dove Italo cercava il suo mondo.

Cosa è successo? Cosa ha fatto chiudere la porta delle case?
E’ successo qualcosa che non era mai capitato prima d’ora e che ci fa vivere in una atmosfera irreale.
Come in un lugubre racconto, come in una favola antica, abbiamo visto con angoscia arrivare da molto lontano un essere misterioso e maligno, che ruba il respiro alla gente, seminando morte e paura nelle città. Le storie di tante persone vengono interrotte e anche i ragazzi non possono più continuare a incontrarsi liberamente, ma devono trovar rifugio proprio da dove simbolicamente erano appena partiti, per vedere di metter alla prova la loro vita.
Così, in attesa dell’arrivo del cavaliere che ucciderà la mortifera creatura, passano i giorni dei ragazzi, tutti dentro quella casa, fino a poche settimane sentita un poco stretta rispetto ai ricordi di quando erano bambini.
Certo, sono giorni con momenti di insofferenza e di fastidio, ma inaspettatamente anche di possibilità di ascolto e di ritrovo.

I problemi tra genitori e figli, se ci sono, rimangono, e dovranno essere affrontati prima o poi, se no si ripresenteranno sotto altre spoglie e in modo sempre più contorto. Ma come capita ai figli che si ricordano spesso di cose a cui noi lì per lì non abbiamo dato nessuna importanza, lo stesso succede adesso ai genitori rispetto ai figli: un sorriso, una partita a carte, un film guardato insieme… corrono veloci fin dentro l’anima, fanno bene dentro e cacciano la paura del buio. Quella paura di cui Freud ha detto:
“Il chiarimento sull’origine dell’angoscia lo devo ad un maschietto di tre anni che una volta sentii dire alla zia in una camera al buio: “Zia, parli con me, ho paura del buio”. La zia allora gli rispose: “ Ma a che serve? Così non mi vedi lo stesso”. “Non fa nulla – ribattè il bambino – se qualcuno parla… c’è più luce” (Sigmund Freud, Tre saggi sulla sessualità infantile (1905), in Italia: Boringhieri editore)

Il selfie secondo Van Gogh

L’autoritratto è l’espressione artistica della volontà dell’artista di lasciare una traccia di sé non solo attraverso le sue creazioni, ma anche attraverso la propria rappresentazione fisica.
Quasi completamente sconosciuto nell’arte antica, il genere dell’autoritratto iniziò a fare la sua comparsa nel periodo medievale, sebbene non fosse un genere autonomo, ma piuttosto un inserimento in altre rappresentazioni più ampie, al fine di rendere nota la paternità dell’opera non soltanto ai contemporanei, ma anche alle generazioni future. E non importava una corretta raffigurazione fisiognomica, perché ciò che contava erano le connotazioni sociali e professionali.
È solo nel corso del Rinascimento che il genere dell’autoritratto raggiunse la sua completa fortuna e dignità artistica, mentre nel corso del XVII secolo vide l’affermarsi dell’introspezione psicologica dell’artista, che si fece sempre più profonda col progredire degli studi di Sigmund Freud.
Sono stata invogliata ad approfondire il tema dell’autoritratto, che ho tratteggiato in queste poche righe, dall’interesse per Vincent Van Gogh, che fece un racconto autobiografico attraverso la rappresentazione della propria immagine.
E poi un giorno, immersa nell’affascinante mondo dell’arte, ecco la folgorazione: con orrore mi sono resa conto che l’autoritratto di oggi che studieranno i posteri è il selfie e che gli “artisti” ricordati in futuro sono questi cultori dell’autoscatto, professionisti del vacuo, che davvero poco hanno per cui essere ricordati.
Sconsolata mi abbandono all’ineluttabile sentenza che, ahimè, ardua, ai posteri come sempre spetta.

Si legge “froid” ma si pronuncia “fruà”

Da quasi due settimane c’è uno spettro che si aggira nel mio cervello: è lo spettro di Sigmund Freud.
Non riesco a smettere di pensare a quest’uomo e alla sua opera, non riesco a smettere di pensare a cosa ci ha rovesciato addosso.
Ho persino rischiato di farmi menare mentre discutevo sul lascito di quest’uomo e – soprattutto – della sua opera.
La mia domanda è: avevamo davvero bisogno di quest’uomo e – soprattutto – della sua opera?
Ma la mia vera domanda è: avevamo davvero bisogno di toccare certi argomenti come ha fatto quest’uomo?
Ordunque mi tolgo subito il bubbone: confesso che quando penso a Sigmund Freud lo vorrei ammazzare ma purtroppo è già morto da molti anni.
Da questa mia confessione si evince dunque che: a quest’ora stavamo comunque bene – anzi meglio – senza la mefitica opera di quel cocainomane maledetto.
Me ne rendo conto, questa cosa che dico potrebbe sembrare una stronzata ma dico io: non è forse una stronzata pure quella sua storia del sigaro?
Insomma: ognuno ha i suoi problemi, io ho i miei – e posso garantire che a volte diventano davvero ingombranti – ma questo mi autorizza forse a impacchettarli con della carta millimetrata al fine di renderli apparentemente, gradevolmente, ciarlatanamente scientifici?
Direi di no.
Ma da quando quest’uomo si è sentito in dovere di ammorbarci molti altri uomini si sono sentiti in dovere di ammorbarci.
Ed è questo il vero lascito del sempre sed-i-ucente Sigmund Freud: una fornitura a vita di limbi in cui far galleggiare la cacca impacchettata con della pregevole carta da regalo.
Quindi grazie, Sigmund Freud, grazie per averci fornito tutto questo.
Se non fosse per te non sarei qui a scrivere, non sarei qui a fumare 25 sigarette al giorno invece di guardare tutto il giorno tutto il porno gratuito presente su internet, non starei qui ad allenarmi col mio basso mentre qualcuno, davanti a me, si fa dei viaggi sulla fallibilità del mio approccio al basso elettrico.
Grazie mille Sigmund Freud ma dimmi: c’è differenza fra i sigari e le sigarette?
Grazie in anticipo e adesso, mentre attendo tue, vado un attimo in bagno e so che anche lì avresti qualcosa da dire.

Dirty Ass Rock’N’Roll (John Cale, 1975)

Il tabù della solitudine…

di Federica Mammina

In un mondo di grandi conquiste, come il nostro, purtroppo alcuni tabù resistono tenacemente. Sebbene con qualche passo avanti rispetto al passato, ancora oggi è malvisto il fatto di essere single dopo i trent’anni, soprattutto per una donna. Come se certe tappe dovessero essere obbligatorie per tutti, e con gli stessi tempi. E così, superati i trenta, risulta sospetta la mancanza di un compagno, di un matrimonio imminente o almeno di una convivenza. Come se il non avere una relazione nascondesse per forza qualche aspetto problematico della persona, qualche difficoltà nelle relazioni, una forma di egoismo, di mancanza di sentimenti o romanticismo.
Ma il pregiudizio a volte cela che, dietro a quella che può apparire una situazione passivamente subita, ci possa essere una scelta di grande coraggio: il coraggio di non cedere alla paura della solitudine, di non volersi impegnare in qualcosa per cui non ci si sente pronti, di non accontentarsi se non ci si sente pienamente soddisfatti, o di credere così profondamente nell’amore da non voler sprecare quell’unica occasione che forse un giorno potrebbe presentarsi.

“Alla base del tabù c’è una corrente positiva di desiderio.”
Sigmund Freud

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

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