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Israele frutto amaro

Israele. Bisogna stare attenti ad esprimere un’opinione fortemente critica verso un governo che è l’espressione di uno Stato, quando questo Stato costituisce il frutto (amarissimo) di una pianta del risarcimento per la cattiva coscienza dell’Occidente nei confronti della più atroce, sistematica e pianificata strategia di distruzione di un popolo: quello ebraico. Strategia nata e prosperata nel cuore dell’Europa. Stato risarcitorio piazzato a tavolino, nel 1947, con risoluzione delle Nazioni Unite concretizzatasi in una spartizione da cartina geografica tra la Palestina (sotto protettorato inglese) e il nuovo stato di Israele, sulla terra di una ipotetica (e dall’esistenza mai dimostrata) “Grande Israele”, tra la Siria, il Libano, La Giordania e l’Egitto, la Cisgiordania e la Striscia di Gaza, che Israele ha progressivamente occupato, espropriando terreni, cacciando dalle proprie case le famiglie residenti, prevalentemente arabe, che già abitavano quelle terre, con una politica di espansione militare e violenta ispirata alla dottrina sionista.

Bisogna stare attenti, perché parlare contro Israele è percepito ancora come un tabù, come se essere antisionisti significasse essere antisemiti. Allora, ad evitare equivoci, conviene usare le parole di un semita.

“I nazisti mi hanno fatto provare la paura di essere ebreo, e gli israeliani mi hanno fatto provare la vergogna di essere ebreo”
Israel Shahak

LA SCOMODITA’ DI ISRAELE

“Hashanà haba’a b’Yrushalayim” (L’anno prossimo a Gerusalemme) è il saluto augurale che per secoli si scambiavano gli ebrei della Diaspora. E chiunque sia stato a Gerusalemme racconta un’esperienza che poco a che fare con il turismo. Negli occhi, nel cuore, nella memoria, la Città Santa ti rimane dentro, ti segue per il resto della vita.

Veduta di Gerusalemme

Gerusalemme, centro pulsante delle tre grandi religioni monoteiste – sorelle, perché figlie del medesimo padre, ma nemiche nella storia e sporche di molto sangue – è anche la capitale del nuovo Stato di Israele (la Terra promessa alla fine raggiunta) e l’ombelico di un Medio Oriente che da molti decenni conosce solo la guerra.
Parlare di Israele, soprattutto: farsi ascoltare, cercare di discutere con animo libero da pre concetti e pre giudizi, non è solo un argomento ‘scomodo’ ma un esercizio rischioso. Per questo, quando l’amica e collaboratrice di
Ferraraitalia Laura Rossi mi ha inviato questo suo intervento (polemico? Sì, penso si possa definirlo così) si è detta pronta a ritirarlo se la sua pubblicazione mi avesse creato qualche imbarazzo. Eppure, se un piccolo giornale può dare un minimo contributo alla causa della pace (Peace Now) è proprio di non evitare i discorsi scomodi, di affrontare anche gli argomenti pieni di spine, di uscire dagli schieramenti ideologici preconfezionati. Prendendosi anche qualche rischio. Ma può esistere una stampa libera senza coraggio e senza rischi?
Parlo per me – altri la pensano diversamente – non riesco a trovare alcuna giustificazione (nella storia, nella morale ma anche nella ragione e nella ragionevolezza) alla politica espansionista e imperialista della Destra israeliana al potere e del suo campione Bibi Netanyahu. I nuovi insediamenti, i territori occupati (‘occupati’,  secondo tutta la comunità internazionale, non semplicemente ‘contesi”), il tallone di ferro sulla Striscia di Gaza allontana sempre di più la pace. Una pace che ogni bambino del Medio Oriente, israeliano o palestinese, ha diritto di vivere. Subito. Adesso. Quella pace che David Grossman, Abraham Yehoshua, il compianto Amos Oz e tanti intellettuali israeliani chiedono (voce che grida nel deserto) da anni.
Dall’altra parte – e in questo mi sento di accogliere gli argomenti, se non la vis polemica, di Laura Rossi – esiste nella Sinistra (italiana ed europea) una posizione filo palestinese
tout-court che in molti casi si spinge ben oltre il giusto appoggio alla causa di un popolo oppresso e senza terra. C’è insomma una vulgata anti Israele, un ritornello politically correct che occulta i fatti, che non assume la drammatica complessità della Questione Mediorientale, che non considera la vita concreta degli uomini e delle donne: una vita durissima per i palestinesi ma anche per gli ebrei israeliani. Nei fatti, questa posizione, questo preconcetto a sinistra, non è semplicemente anti sionista, ma va involontariamente a sommarsi allo spettro del negazionismo e dell’antisemitismo fascista che per l’ennesima volta è tornato prepotentemente in scena, nella cronaca e nella storia del nuovo millennio.
(Francesco Monini)

Ultimamente si leggono molti articoli ed opinioni sulla religione ebraica, soprattutto sullo Stato d’Israele, senza nessuna cognizione. Una grande responsabilità è dell’informazione, o meglio della disinformazione, spesso deviante e di parte, di cui ho già scritto tempo fa.
Continuano le manipolazioni contro Israele, fomentando odio a iosa con bugie e faziosità dei fatti. A questo proposito voglio citare un intervento di Umberto Eco, alla vigilia della pubblicazione del suo romanzo Il cimitero di Praga, che l’autore ha inteso dedicare ai falsari dell’odio e dell’antisemitismo, troppo spesso mascherato da antisionismo: “Ebrei, il miglior nemico degli imbecilli”, scrive Eco.
Dobbiamo o non dobbiamo dare il diritto ad Israele di difendersi dagli attacchi terroristici? Per questo motivo, se la colpa israeliana è quella di aver ecceduto nella sua legittima difesa, dall’altra parte gli arabo-palestinesi hanno ecceduto in attacchi terroristici. Se fra la popolazione palestinese vi sono stati bambini innocenti come vittime, anche dalla parte israeliana vi sono state altrettante vittime, sempre bambini o giovani innocenti, ma che vengono spesso dimenticati negli elenchi dell’informazione.
E’ sempre questo tipo di stampa che è solita informare solo sui bombardamenti su Gaza e non sulle centinaia di missili che piovono su Israele. Una stampa che non informa che i soldati israeliani tendono a colpire obiettivi terroristici e che anticipatamente, prima di colpirli, avvisano la popolazione palestinese di mettersi ai ripari. I responsabili palestinesi, invece, utilizzano i civili e spesso i bambini come scudi umani, per poi ‘piangere’ davanti a tutto il mondo che i “cattivoni e sanguinari israeliani” uccidono i loro figli.
E’ risaputo che Yahya Sinwar, il capo di Hamas nella Striscia di Gaza, si nasconde deliberatamente dietro ai civili. divenendo così l’unico e vero responsabile. Bisognerebbe chiedere a questo individuo perché, nonostante i milioni di euro donati dalla Comunità Europea, dagli Stati Uniti e da infiniti altri donatori da tutto il mondo, quello arabo in particolare, a Gaza vi è l’energia elettrica solamente perché erogata gratuitamente dalla società israeliana? Bisognerebbe chiedere a Yahya Sinwar perché egli vive in un enorme palazzo con piscina e aeroporto personale mentre scarseggiano medicinali e viveri per la popolazione? Vorrei ricordare a certi signori e signore della politica italiana che si stanno interessando ai ‘territori occupati’ (che non esistono, perché la forma corretta è quella di ‘territori contesi’, per una sostanziale differenza fra “occupati” e “contesi”) che la demonizzazione non aiuterà mai a porre fine al conflitto israeliano-palestinese o a portare la pace in Medio Oriente.
E’ fin troppo facile prendere la via della menzogna e partecipare al coro di demonizzazione di Israele che si basa su pochissime realtà e un mare di menzogne. Sarebbe consigliabile che questi signori si occupassero dei fatti di casa propria, dove gravissimi problemi abbisognano di soluzioni. A questo proposito, proprio in questi giorni, Marco Rizzo, segretario del partito comunista, ha affermato che “questa sinistra fa rivoltare Gramsci nella tomba”. Non lo ha dichiarato uno di destra, lo ha dichiarato un comunista. Un altro importante e indimenticabile uomo di sinistra, Pier Paolo Pasolini, dovrebbe insegnare qualcosa: “Compagni perché non capite?”, scrive nel 1967 su Argomenti. “In questi giorni leggendo l’Unità, ho provato lo stesso dolore che si prova leggendo il più bugiardo giornale borghese. Possibile che i comunisti abbiano potuto fare una scelta così netta, invece della “scelta con dubbio” che è la sola umana di tutte le scelte? Perché l’ Unità ha condotto una vera e propria campagna per “creare un’opinione”? Forse perché Israele è uno Stato nato male? Ma quale Stato ora libero e sovrano non è nato male? E chi di noi, inoltre potrebbe garantire agli Ebrei che in Occidente non ci sarà più nessun Hitler? O che gli Ebrei potranno continuare a vivere in pace nei Paesi arabi? Forse possono garantire questo il direttore dell’Unità o qualsiasi altro intellettuale comunista? E che aiuto si dà al mondo arabo fingendo di ignorare la sua volontà di distruggere Israele? Cioè fingendo di ignorare la sua realtà? Non sanno tutti che la realtà del mondo arabo, come la realtà della gran parte dei Paesi in via di sviluppo, compresa in parte l’Italia, ha classi dirigenti, polizie, magistrature indegne? I comunisti hanno una sete insaziabile di autolesionismo? Così che il vuoto che divide gli intellettuali marxisti dal partito comunista debba farsi sempre più incolmabile?”. Pasolini ci insegna che nulla è cambiato e che è tremendamente identico a circa 50 anni fa, se non peggio.

Ebrei italiani e sionismo:
tutto ebbe origine nella Ferrara ebraica

La locandina del convegno
La locandina del convegno

La giornata di studi che si è svolta domenica 11 nella Sala dei Comuni del Castello Estense, organizzata dal Meis- Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah, è stata dedicata a “Gli ebrei italiani e il sionismo tra ricerca storica e testimonianze”.
Perché un convegno sul sionismo a Ferrara? Perché un convegno sugli ebrei italiani e il sionismo?

Alla prima domanda ha risposto la testimonianza di Gabriela Padovano, arrivata da Israele: suo nonno, Felice Ravenna, fondò a Ferrara nel 1901 la Federazione Sionistica Italiana, ne fu il primo presidente e la diresse per un ventennio. Ma soprattutto accolse nella propria casa di via Voltapaletto Theodor Herzl quando nel 1904 venne in Italia per incontrare il re Vittorio Emanuele III e Papa Pio X. L’avvocato ferrarese, allora trentacinquenne, accompagnò il fondatore del movimento anche nei suoi appuntamenti romani e in seguito continuò a collaborare con lui, aiutandolo nella stesura del suo ultimo memoriale prima della morte.
Felice era l’ultimo di “tre generazioni di avvocati, tutti laureati in giurisprudenza qui all’Università di Ferrara”: prima di lui, il padre Leone (1837-1920) e il nonno Salomone (1804-1895). Cresciuto in una famiglia ortodossa e lui stesso “ebreo fin nel più profondo”, era allo stesso tempo molto aperto, ben contento che i figli avessero amici di ogni fede.
Gabriela dà voce ai ricordi della zia, quasi omonima, Gabriella Falco: “nostro padre voleva che avessimo una coscienza e una dignità ebraica, da sventolare al sole come una bandiera”. Lei e i suoi tre fratelli hanno “respirato il sionismo dalla loro nascita”.
Gabriella era solo una bambina, nel 1904 aveva sette anni, ma ha sempre ricordato “la voce un po’ gutturale di Herzl” e i suoi giorni nella casa di famiglia come “uno degli avvenimenti più grandi della mia infanzia”. La visita di Herzl in casa Ravenna diventò un evento centrale nella vita famigliare, anche negli anni seguenti, tanto che la moglie dell’avvocato, quando Gabriella le confessò di non aver mai parlato ai propri compagni del suo papà, che aveva ospitato a casa loro quel personaggio così importante e lo aveva accompagnato dal re e dal papa, si arrabbiò con la figlia. Inoltre “sotto al quadro con la sua firma, che Herzl ci aveva donato, si accendevano le luci di Hannukkah”.
Alla fine della sua testimonianza Gabriela, un po’ commossa, ha concluso: “il sionismo di mio nonno ha fatto sì che io nascessi a Tel Aviv, nella Palestina che poi è diventata Israele. Sono grata e orgogliosa della scelta sua e dei miei genitori”.

Un momento del convegno di domenica 11 dicembre
Un momento del convegno di domenica 11 dicembre

Alla seconda domanda hanno invece pensato gli storici di professione: Alberto Cavaglion, dell’Università di Firenze, e Simonetta Della Seta, attuale direttore del Meis.
Cavaglion ha subito chiarito che la risposta del re Vittorio Emanuele III a Herzl e all’avvocato Ravenna, in quell’incontro romano del 1904, fu che “gli ebrei italiani appartengono come tutti i loro compatrioti alla nazione italiana e non si differenziano da essi se non per il culto che professano”. In un contesto di forte fermento nazionalista, in cui certamente non era dato di avere identità plurime, come invece è possibile – almeno per ora – nel nostro secolo, il problema principale per gli ebrei italiani sionisti era conciliare “l’appartenenza nazionale italiana” e “l’aspirazione alla nascita di uno stato ebraico”. Secondo Cavaglion, essi furono insomma “chiamati a una scelta” e “la controversa storia del rapporto fra sionismo e fascismo ha le sue radici proprio in questo dibattito dei primi del Novecento, ancora prima della Grande Guerra”. Fra le caratteristiche principali di questa prima fase del movimento sionista in Italia, a parere del professore di Firenze, c’è il configurarsi come “movimento politico umanitario” in favore di un rifugio in terra d’Israele per gli ebrei perseguitati di altri paesi, spesso vicino “ai partiti democratici pacifisti”. Inoltre, “la dicotomia fra un sionismo istituzionale, ‘dell’establishment’, di quei giovani professionisti di Ancona, Venezia, Modena, Ferrara, che proprio qui daranno vita alla Federazione Sionista e al primo giornale del movimento in Italia, e a fianco un filone sotterraneo militante, anonimo, potremo definirlo quasi anarchico” che, allo scatenarsi della prima guerra mondiale, si schiererà “con l’interventismo democratico in solidarietà con i popoli oppressi dallo zar”.
Anche Simonetta Della Seta ha sottolineato questa natura di “movimento filantropico” fondato da “ebrei ‘liberi e felici’ sul suolo italiano”: “il sionismo politico di cui stiamo parlando oggi è il desiderio di appartenenza nazionale, di plasmare la propria realtà con le proprie mani che è comune a tutte le popolazioni di fine Ottocento”. Tutto cambiò con l’ebraismo integrale del fiorentino Alfonso Pacifici, allievo del rabbino galiziano Margulies: nel 1907 arrivò a maturare l’idea che “per essere ebrei dobbiamo coniugare tre componenti: Torah, popolo, terra”, ha spiegato Della Seta. Questo fermento fiorentino “suscitò fastidio e preoccupazione nella Federazione” e nel 1920 si arrivò allo scontro aperto, scatenato dall’arrivo in Italia di Chaim Weizmann, colui che era riuscito a ottenere dal governo britannico la Dichiarazione Balfour a favore dell’insediamento ebraico in Palestina e futuro primo presidente di Israele. Fu di nuovo l’avvocato Felice Ravenna a invitarlo a Ferrara per ospitarlo nella propria casa durante la sua permanenza in Italia, ma “Pacifici lo invitò a Firenze”, per avere così quello che oggi si chiamerebbe un ‘endorsement’ a favore della sua visione integrale di Sionismo. E fu proprio così che andò.
Nel novembre 1924, quando si tenne il quarto convegno giovanile del movimento sionista, era ad alcuni già chiaro che gli ebrei non sarebbero più stati “liberi e felici” nell’Italia fascista. Quale risposta dare, come ebrei italiani, a ciò che stava succedendo in Italia e in Europa? A quel convegno tre giovani offrirono tre risposte diversissime fra loro: Nello Rosselli propose “l’antifascismo”, Alfonso Pacifici ribadì la via dell’“ebraismo integrale”, mentre Enzo Sereni – fratello del comunista Emilio – “fece un discorso completamente nuovo”, come ha detto Della Seta domenica. Figlio di una famiglia dell’alta borghesia ebraica romana – il padre Samuele è stato medico del pontefice – Sereni, scrive lo storico Mario Toscano, si fece promotore di un “sionismo socialista”: non erano sufficienti l’antifascismo o il rispetto della Torah, bisognava emigrare in Palestina e rafforzare il focolare nazionale ebraico attraverso il lavoro manuale. “Lui e sua moglie nel 1927 furono i primi ebrei italiani a emigrare in Israele”, ha sottolineato il direttore del Meis, dove fu fra i fondatori del kibbutz Givat Brenner. Ciononostante tornò poi in Italia per aiutare i suoi connazionali, italiani ed ebrei, nella lotta contro il nazifascismo: nel 1943 si fece paracadutare in Toscana oltre le linee nemiche, fu catturato dai tedeschi e deportato a Dachau, dove morì.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale e la Guerra d’indipendenza del 1948 si è aperto un nuovo capitolo, lo Stato d’Israele è diventato una realtà. Una realtà, come ha affermato Corrado Israel De Benedetti (leggi qui la sua intervista), non sempre corrispondente a quel sogno coltivato dalla fine dell’Ottocento dagli ebrei italiani sionisti come Felice Ravenna: una sorta di Risorgimento ebraico per creare un rifugio per gli ebrei perseguitati. Appuntamento al prossimo Convegno per approfondire questo nuovo capitolo.

Da Ferrara a Israele, passando per la lunga notte del ’43: la storia di Corrado Israel De Benedetti

“Per me e per quelli della mia generazione il Sionismo significava lasciare l’Italia che ci aveva tradito e fondare un nuovo Stato e una nuova società in Israele. Ora posso dire che siamo riusciti a creare una nuova società con i kibbutz, ma uno Stato nuovo purtroppo no, anzi la situazione oggi è in contrasto con tutto ciò che noi avevamo sognato”.
A parlare è Corrado Israel De Benedetti, tornato domenica nella ‘sua’ Ferrara dal ‘suo’ Israele per dare la propria testimonianza di aliyah nel convegno “Gli ebrei italiani e il sionismo: tra ricerca storica e testimonianze”, promosso dal Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah – Meis.
Corrado, classe 1927, era fra coloro che furono arrestati nella notte del 15 novembre 1943, narrata da Giorgio Bassani ne “Una notte del ‘43” e resa famosa da Florestano Vancini come “La lunga notte del ‘43”. In poche ore 72 cittadini vennero raccolti nella caserma Littorio di piazza Fausto Beretta, dietro le Poste. Lui non era fra i dieci poi fucilati davanti al muretto del Castello, a poca distanza da dove ha raccontato la sua esperienza domenica pomeriggio, all’alba lo portarono insieme a quelli rimasti in via Piangipane, dove rimase fino al gennaio del 1944.
Dopo la guerra ha scelto l’aliyah, la salita, in Eretz Israel. È partito nel 1949 e da allora è membro del kibbutz Ruchama, nel nord di Israele: “È un bel posto, specialmente in primavera, quando arriva la fioritura degli anemoni e tutto si tinge di rosso”.
Abbiamo approfittato del convegno di domenica per parlare della Ferrara delle leggi razziali e della guerra, della sua scelta sionista e dello Stato di Israele, senza dimenticare il Meis che ancora una volta lo ha richiamato nella città dove è nato.

Da sinistra a destra: lo storico Michele Sarfatti e Corrado Isreael De Benedetti
Da sinistra a destra: lo storico Michele Sarfatti e Corrado Isreael De Benedetti

De Benedetti, quando è diventato sionista? Perché ha scelto proprio la vita dei kibbutz?
Del sionismo conoscevo qualcosa anche prima della guerra, ma ho sentito parlare per la prima volta dei kibbutz dopo che ci hanno liberato, a Faenza, da due dei soldati della Brigata Ebraica, che poi ha fatto tappa anche ad Alfonsine. La nonna aveva fatto amicizia con loro: ricordo che una volta le hanno portato una scatola di carne con su scritto ‘pork’ e alle sue proteste hanno riposto che era un “maiale di Palestina, maiale kasher” (kasher o kosher, idoneo, è il cibo che rispetta le norme alimentari ebraiche, ndr). Poi sono entrato in Hechalutz (Il pioniere), il movimento sionista che aveva due sedi in Italia: dal 1944 a Roma e dal 1946 a Milano.
Devo dire che una volta fatta l’aliyah, tornando in Italia, ho sentito che i rapporti erano più facili con gli altri italiani, era come trattare da pari a pari: lui è italiano, io sono israeliano.

Come avveniva l’aliyah? È stato l’unico a partire da Ferrara?
C’erano dei campeggi di formazione: io ho partecipato all’ultimo prima della guerra, a Canazei, nell’inverno fra 1939 e 1940. Poi dall’ottobre del 1947 sono entrato in ‘haksharà’, un periodo di preparazione all’emigrazione, in un podere vicino a Bagni di Casciana in Toscana: avevamo una vite, un orto e quattro mucche. Sono partito alla fine del 1949, insieme ad altri compagni. Il primo impatto con il kibbutz è stato duro: Ruchama è stato fondato da polacchi, rumeni e bulgari, convinti che parlassimo anche noi l’yiddish: “Non parlate l’yiddish? Allora non siete ebrei!”. Quello che ci ha aiutato è stato essere un gruppo compatto, esserci aiutati gli uni con gli altri. Conosco altri che hanno fatto l’aliyah singolarmente e, dopo un po’ di tempo, sono tornati a casa. Credo che da Ferrara siano partite in tutto 12 persone.
C’è un aneddoto interessante che posso raccontarvi, riguardo l’Aliyah Bet (immigrazione clandestina, ndr): per comprare le navi clandestine servivano cittadini italiani maggiorenni, che avessero compiuto 21 anni, e così Ada Sereni, la moglie di Enzo Sereni, e un certo Pinter, ebreo di Trieste, reclutavano in segreto nel nostro movimento i prestanome per l’acquisto delle imbarcazioni. Ogni tanto ricevevamo telefonate per dirci che qualcuno doveva andare a Milano nello studio del notaio per la firma dell’atto di acquisto: ci pagavano le spese del viaggio e un caffè. Io non ho mai acquistato una nave, ma solo tre autocarri.

Lei ha detto che lo Stato d’Israele non è come lo avevate sognato…
Prima di partire sapevamo poco della situazione politica in Palestina. Nel 1948 eravamo tristi perché dopo la seconda guerra mondiale pensavamo si dovesse smettere di sparare e imparare a convivere con i vicini: abbiamo sempre desiderato che con i vicini si parlasse e non si sparasse. Purtroppo non è stato così e nel nostro kibbutz non siamo affatto contenti di ciò che stanno facendo i nostri governanti.
La situazione è peggiorata da dieci, quindici anni, anzi da quando è il Likud a governare.

Torniamo ora a Ferrara, ci vuole raccontare qualcosa della sua famiglia?
I De Benedetti sono di Asti, mentre i ferraresi erano i Vita Finzi e i Tedeschi, i miei nonni da parte di madre: sono nato in via De Romei al numero 8, in una casa comprata da uno zio appena dopo l’uscita dal ghetto a fine Ottocento. La mia famiglia non poteva essere più eterogenea: il papà era un ufficiale dell’esercito; il mio nonno materno era antifascista da sempre, passava le giornate a comporre poesie contro Mussolini; la mamma, invece, era una fascista della prima ora, perché pensava che i fascisti fossero gli unici in grado di riportare ordine dopo la Grande Guerra. La nonna era la sentinella della tradizione in famiglia: non ha mai permesso a suo marito di portare anguille in casa, perché non sono kasher, con grande disperazione del nonno a cui piacevano tanto.

Lei ha frequentato la scuola ebraica di via Vignatagliata…
Sembra strano dirlo, ma quello dal 1938 al 1943 è stato uno dei periodi più felici della mia vita, era come essere chiusi in una bolla di vetro, ci insegnavano un mondo che non conoscevamo, pieno di sfumature diverse. A mio avviso, le scuole ebraiche per la mia generazione sono state un periodo fondamentale, hanno cementato le nostre relazioni perché ci hanno riunito dalle tante scuole che frequentavamo, ci hanno preparato per il dopoguerra, forse più che i campeggi sionisti.

Fra i suoi insegnanti quindi c’era anche Giorgio Bassani…
Sì, era bravissimo. Ci diceva cosa dovevamo dire agli esami alle scuole pubbliche, ma poi aggiungeva che era tutto falso e ci raccontava cos’era il socialismo, cos’era il comunismo, della guerra di Spagna. Ora è così di moda: è un peccato che i tedeschi abbiano distrutto i miei quaderni dei temi con le sue correzioni e i suoi voti, avrebbero avuto un gran successo!
Fra gli insegnanti c’erano anche il professor Veneziani, fratello del direttore del coro della Scala licenziato nel 1938, e il pugile Primo Lampronti, campione italiano dilettanti a cui era stato ritirato il titolo, che aveva partecipato anche alle Olimpiadi del 1936.

Ci racconta della notte dell’arresto?
Hanno suonato due Carabinieri e poi è iniziato una sorta di film: mi sembrava di essere Pinocchio in mezzo ai due carabinieri baffuti, siamo andati anche dai Finzi, ma loro sono stati più furbi e non hanno risposto. Ci hanno riuniti tutti in uno stanzone dietro le Poste: ebrei, comunisti, socialisti, c’era anche la maestra Alda Costa. Alle cinque ci hanno portato in via Piangipane; è stato Gigetto, il gelataio comunista a dirci: “Coraggio compagni, questa volta si va solo in galera!”

Perché hanno arrestato lei, che aveva solo 16 anni, e non suo padre?
Dopo la guerra Renato Hirsch (ebreo ferrarese, direttore del maglificio di famiglia, perseguitato dal fascismo locale, è stato dirigente del Comitato di Liberazione Nazionale e all’indomani del 25 aprile 1945 venne eletto Prefetto reggente di Ferrara, ndr) ci ha raccontato che Giorgio e Matilde Bassani, arrestati nel giugno del 1943 per attività antifascista, durante gli interrogatori avevano detto che si riunivano non per attività illegali, ma per raccogliere fondi per i bambini ebrei internati nei campi del Sud e avevano aggiunto: “Se volete chiedete conferma a Corrado De Benedetti”. Perciò il mio nome era conosciuto in Questura ed è saltato fuori quella notte, quando hanno guardato gli elenchi per gli arresti.
Ho raccontato la vicenda a una nipote della Bassani, che lo ha riferito a lei creando un piccolo incidente e per un po’ non ho più potuto andare a trovare la mia maestra delle elementari.

Prima del 1938 aveva mai subito atti di antisemitismo? Aveva amici non ebrei?
No, allora non avevo amici cattolici, solo dopo la guerra all’università, quando ho frequentato chimica per due anni qui a Ferrara.
So che ad alcuni è successo, ma io non ho mai subito atti di antisemitismo, la maggior parte della popolazione ferrarese non sapeva chi era ebreo e chi non lo era. Forse per questo Ferrara è stata una delle città più colpite dalle leggi razziali: da un giorno all’altro hanno licenziato un’intera classe dirigente, compresi i presidi dei due licei e il direttore dell’ospedale dei matti.

Come vi siete salvati lei e la sua famiglia?
Il 28 di gennaio 1944 gli inglesi hanno bombardato Ferrara, compreso il carcere. Io ero già agli arresti domiciliari e ho deciso che era il momento di fuggire con la mamma e con la nonna: siamo partiti la notte del 30 gennaio per raggiungere il resto della famiglia a Faenza. Quattro giorni dopo c’è stata l’ultima retata: hanno radunato gli ultimi ebrei ferraresi nel tempio italiano di via Mazzini, prima di trasferirli a Fossoli, da dove poi sono stati deportati ad Auschwitz. Non potrò mai dimenticare che la notte che ce ne siamo andati una bambina vicino a noi diceva a un’amica: “Lo sai che sono scappati tutti dalla prigione, guarda in giro se vedi qualcuno con i calzoni a righe”. Io mi sono guardato i pantaloni: per fortuna non erano a righe!

De Benedetti sul cantiere del Meis
De Benedetti sul cantiere del Meis

Da Faenza vi siete spostati in un casolare vicino Brisighella, chi vi ospitava sapeva chi eravate?
Assolutamente no, un notaio siciliano amico di papà ci aveva procurato documenti falsi: eravamo sfollati nativi di Bari, di cognome facevamo Bovino. Nel dicembre 1944 il fronte ci ha oltrepassato e sono arrivati gli alleati. Siamo tornati a Ferrara solo a maggio del 1945.

Prima di lasciarla, possiamo chiederle cosa ne pensa del Meis, il museo nazionale dell’ebraismo italiano e della Shoah, che è nato proprio nel luogo nel quale lei fu detenuto con altri ebrei e antifascisti e che ora la riporta a Ferrara?
Sono veramente commosso da questo progetto. Quando ero in prigione non avrei mai pensato che in quegli spazi sessant’anni dopo sarebbe nato un museo, per di più proprio sull’ebraismo italiano.

Leggi anche:
Ebrei italiani e sionismo: tutto ebbe origine nella Ferrara ebraica

L’APPUNTAMENTO
Un askenazita tra Romania ed Eritrea

Dova Cahan
Dova Cahan

E’ un viaggio nella memoria, quello di Dova Cahan: la memoria di un’esistenza complessa ma affascinante, di una famiglia unita che ha dovuto affrontare difficoltà e traversie, ma sempre con coraggio, amore, unione e fiducia nell’avventura della vita. Dova è nata a Bucarest, in Romania, il 17 giugno 1947, e nel suo libro “Un askenazita tra Romania ed Eritrea”, ripercorre la storia della sua famiglia, fin dal suo trasferimento, all’eta’ di sette mesi, ad Asmara, in Eritrea, dove vive per una ventina d’anni, prima di trasferirsi in Israele. La figura centrale, cui è dedicato il libro, è quella del padre Herscu Saim (1912-1974), nato a Ivesti, piccolo centro della Moldavia, in piena campagna orientale rumena, sulla strada Tecuci-Galati. Un sionista, un filantropo, un uomo grande, un eroe, un mito, come lo presenta la stessa Dova, figlia orgogliosa e da lungo tempo impegnata nel ricostruire la storia di un genitore dall’esistenza piena e generosa. In un gesto che è un autentico atto d’amore, si ripercorre la storia dell’ebraismo in Romania, dagli arrivi tra il XV e il XVI secolo dalla Spagna (gli askenaziti sono arrivati, invece, dalla vicina Russia e dalla Moldavia a partire dal 1870) fino all’arruolamento nella guerra di indipendenza per la riconquista della Dobrugia settentrionale o nella seconda guerra per l’unificazione della Romania con la Transilvania e la Bessarabia. Ma sempre immersi nei pregiudizi verso la comunità ebraica, mai fondamentalmente accettata nel paese, pur considerato culla del sionismo (patria, fra gli altri, di Elie Wiesel, Eugen Ionescu, Emil Cioran e Mircea Eliade). Al centro di tutto l’amato padre, un uomo coraggioso sempre prodigatosi per il bene della comunità ebraica, prima in Romania, poi in Eritrea, riuscendo a tramandare nelle figlie, Dova e Lisa, l’ideale sionista che ha ispirato tutta la sua vita: “il sionismo per lui significava il cammino verso nuove condizioni spirituali ed emozionali”. Un uomo che si impegna per la salvezza degli ebrei in un’epoca caratterizzata dalle persecuzioni delle Guardie di Ferro del maresciallo filo-nazista Antonescu, che insegue ideali realizzandoli, che in casa non parla del freddo dei lavori forzati del 1938 o del nazismo. Un personaggio che è una colonna.
Finita la guerra, il breve periodo di prosperità economica in Romania è interrotto dall’avvento al potere dei comunisti nell’aprile del 1948. Inizia allora l’odissea della famiglia Cahan, che lascia la Romania con “la speranza di riuscire a seguire l’ideale sionista di recarsi in Palestina” e giunge in Eritrea dove, nel febbraio 1948, si stabilisce ad Asmara, calda colonia italiana dalla fine del 1800, rifugio per tanti italiani “in una insolita convivenza tra vincitori e vinti”, anche dopo la partenza degli inglesi e quando nel 1951 viene affidata dalle Nazioni Unite all’Etiopia. C’e’ parte della nostra storia in queste pagine, una parte poco nota a tanti. Aiutato inizialmente dal cognato, che con la moglie Lea vive ad Asmara, papà Herşcu si impegna nel mondo degli affari. Dopo essersi occupato di importazione di tè da Ceylon, di carta di cancelleria inglese e di altri prodotti, fonda una fabbrica di carne in scatola, carne congelata e sottoprodotti: la Emco, che offre opportunità di lavoro a molti operai. Infine, insieme al cognato Boris e a Yacov Meridor, si dedica al progetto Incode, una produzione innovativa di carne in scatola kasher da esportare in Israele. Il padre diventa così elemento importante della comunità ebraica di Eritrea oltre che rappresentante di rilievo nel Congresso sionista. Ma purtroppo, alla tanto attesa partenza per Israele il 3 marzo 1974 Herşcu muore all’improvviso per un collasso cardiaco. Se dal 1967, anno in cui Lisa e Dova si trasferiscono in Israele, i viaggi in Eritrea erano continuati, quel lutto li interrompe. Ma quegli anni hanno lasciato un grande segno nella vita di Dova, che racconta con emozione e nostalgia episodi e luoghi di una giovinezza serena.
Sembra di ripercorrere con lei il Corso Italia è il suo “indimenticabile Bar Rex, ritrovo dove si andava la domenica a prendere il gelato o il caffè, o il tè del pomeriggio, sedute al tavolino nella grande sala interna…”. Pagine di storia che parlano al cuore. In Israele, Dova si laurea in inglese e francese all’Università di Tel Aviv e segue tutti i momenti e le tappe dello Stato ebraico, le guerre, il terrorismo fino all’ultimo conflitto in Libano del 2006.
Un bel libro di storia e di commoventi momenti, come il ricordo della madre Ester, la tipica Yiddishe mame che, ricorda l’autrice, “ci ha dato la formazione ebraica, la dirittura morale e quella religiosa della kasherut che ancora oggi ci animano”, o il bel legame la sorella Lisa, scomparsa nel 2011. Dova non è una storica, ma racconta, con la consulenza di Marco Cavallarin e la sua continua ricerca della radici (nel libro vi sono molte fotografie d’epoche interessanti), momenti del mondo che vale la pena ricordare e conoscere. All’ombra delle palme di Asmara che oggi sembrano solo cresciute.

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Dova Cahan, Un askenazita tra Romania ed Eritrea, GDS edizioni, 2010, 167 p.

Il libro verrà presentato dall’autrice il 1 giugno alle ore 17 presso la Collezione-Museo di Mario Piva in via Cisterna del Follo, 39. Verranno anche proiettati due documentari sulla Shoah della stessa regista Dova Cahan, insieme a Laura Rossi curatrice della Collezione.

 

Sinossi del Documentario “Mia zia Mina e suo figlio Shmuel non tornarono mai piu’ da Auschwitz” (2015), durata (video): 9.18 minuti. Musica : At Rest – Royalty Free – Kevin MacLeod (2010)

Il film racconta la storia della sorella maggiore della madre di Dova, Mina Segal in Hagher e di suo figlio Shmuel, che vissero a Oradea, in Transilvania, parte dell’Ungheria durante la Seconda Guerra Mondiale. I genitori di Mina provenivano da una piccola città della Moldavia, nel nord della Romania. Anche se le SS della Germania nazista non furono presenti nel paese, questo era alleato del generale rumeno Ion Antonescu, che con suoi legionari perpetrò numerosi stermini antisemiti. Negli anni 1935-1936, la zia Mina incontrò un ragazzo ebreo di Oradea che venne a studiare li’ ortodonzia. Innamorati si sposarono e si trasferirono a vivere nella sua città. La giovane coppia ebbe un unico figlio Shmuel, che aveva solo cinque anni, quando insieme alla madre quasi verso la fine della guerra furono trasferiti ad Auschwitz e da lì non tornarono più. La nonna Sabina fece grandi sforzi per portarli a Bucarest, dove la famiglia si trasferì negli anni 1938-39, ma Mina si rifiuto’ perché voleva restare a casa con Shmuel ad aspettare il marito Izi, che, essendo dentista, era stato mandato ai lavori forzati e non ai campi di concentramento. Nel 1944 in Ungheria Adolf Eichmann  iniziò a organizzare il trasporto degli ebrei nei campi di sterminio ed Oradea divenne “Judenfrei”, ossia “Senza Ebrei”. Nel 1945, alla fine della guerra, quando Izi tornò a casa, la trovò vuota e chiusa e la vicina gli disse che la moglie e il figlio erano stati catturati dai nazisti. Oggi le uniche cose rimaste sono le due pagine di testimonianza che la madre della regista ha riempito a Yad Vashem, a Gerusalemme, la casa permanente di tutte le vittime dell’Olocausto.

Sinossi del Documentario : “La mia Visita a Ferramonti di Tarsia” 2016, durata (video): 12.19 minuti, Musica : Cattalis – Royalty Free – Kevin MacLeod (2010)

Nel mese di ottobre 2015, Dova Cahan e’ stata per la prima volta in Calabria per la presentazione del suo libro. Con l’occasione ha voluto anche visitare il primo campo di internamento del periodo fascista che si trova a Ferramonti di Tarsia, in provincia di Cosenza. A determinarla nella visita è stato l’incontro in sinagoga, pochi giorni prima della partenza, con un vecchio amico di famiglia. Dopo una breve conversazione sul suo prossimo viaggio proprio in Calabria, lui ha insistito per farle visitare il campo. Dova ignorava che quell’amico era un ex-internato di Ferramonti. Il film e’ basato sulla descrizione del campo da parte della responsabile del museo con, a seguire, la visita alle tre baracche. La prima baracca contiene il Museo della Memoria, che mette in rilievo fotografie di quei giorni di prigionia degli internati e anche dei tanti bambini che allora si trovavano li’. Nella seconda baracca c’erano i dormitori degli internati, che appena arrivati al campo e registrati ricevevano due cavalletti di legno, tre assi e un materasso. Nel giardino c’e’ anche un cedro a memoria della Brigata Ebraica che contribuì alla liberazione dell’Italia dal Nazifascismo.
La terza baracca ancora in costruzione riporta una miniatura di ciò che era allora il campo. Seguono due interviste: una a Cosenza alla figlia di un internato di Ferramonti e l’altra, a Tel Aviv, all’amico di famiglia che si trovava su naviglio “Pentcho” naufragato a Rodi e poi portato con altri 500 ebrei nel Campo di Internamento a Ferramonti.

Pagina facebook https://www.facebook.com/dova.cahan.9

Tomer-Dreyfuß

L’INTERVISTA
“Io, ebreo scisso fra sogno messianico e la realtà
dello Stato di Israele”

La settimana scorsa si è tenuta a Berlino, di fronte alla neoclassica Porta di Brandeburgo, un’imponente manifestazione contro l’antisemitismo, che è emerso in modo particolarmente virulento nei giorni dell’ultimo conflitto israeliano-palestinese. Tra i vari manifestanti si sono distinti quasi da subito due schieramenti all’interno dei numerosi israeliani: un gruppo di israeliani “sionisti” e un gruppo di israeliani “antisionisti.” Se la circostanza non fosse stata comunque drammatica, avrebbe quasi fatto sorridere questa divisione così particolare e complessa da decifrare – quasi un omaggio ad una famosa barzelletta sulla proverbiale litigiosità ebraica (un ebreo resta sperduto per cinque anni in un’isola deserta e quando viene ritrovato gli chiedono perché abbia costruito due sinagoghe e risponde: una è la sinagoga che frequento, l’altra è la sinagoga in cui non metterei mai piede!).

Tomer-Dreyfuß
Tomer Dreyfuß

In quest’occasione ho rivisto un mio compagno di lettura di filosofia, un giovane studente israeliano e blogger, Tomer Dreyfuß, il quale si è lasciato intervistare anche su temi piuttosto scottanti, persuaso forse dal suono un po’ folcloristico del mio “giudeo-italiano,” forse dalla reciproca familiarità, per aver condiviso molte ore sugli stessi testi.
In effetti, fuori dalle pagine di filosofia, ho scoperto un’altra faccia di Tomer. Non condivido alcune delle sue opinioni ma apprezzo molto l’integrità e l’onestà intellettuale di questo giovane, atipico israeliano che ama mettere in discussione anche quei principi identitari, come il “sionismo,” che si danno comunemente per scontati e che anzi si credono difesi strenuamente con la violenza e le bombe, mentre invece hanno esattamente bisogno di questo: una discussione appassionata sui principi fondanti dello Stato d’Israele, senza alcun sospetto distruttivo bensì, come recita il profeta, “per amore di Sion non tacerò” (Is 61:1). Cominciamo, dunque.

Ciao Tomer. Ti puoi presentare brevemente? Sei un israeliano e studi filosofia a Berlino. Posso chiederti perché hai deciso di fare filosofia e perché hai deciso proprio di studiarla in Germania? C’è una qualche connessione?
Studio letteratura e filosofia a Berlino. È stata una decisione che ho preso all’ultimo momento, prima di presentare i documenti in ufficio. Non ero venuto in Germania per studiare. Volevo studiare e volevo andare in Germania: le due cose hanno semplicemente coinciso. Ero qui prima di cominciare con gli studi e forse ci resterò anche quando avrò finito. Penso che quello che si insegna in classe in Germania sia relativamente compatibile con i miei interessi. Nei paesi di lingua inglese predomina invece la filosofia analitica e questo la fa assomigliare un po’ alla matematica. Penso che la filosofia, nonostante tutti i tentativi da parte della scuola analitica, riguardi proprio tutti i settori pratici delle vita, questioni esistenziali, di genere, politica, economia, psicologia e critica letteraria, ad esempio. La filosofia abbraccia tutte queste questioni e vi pone delle domande “dall’esterno,” domande che non si possono porre “dall’interno.” Anche in Germania c’è una attrazione per l’America, in tutti i settori, anche lì, nella filosofia. Peccato… In ogni caso trovo gli studi relativamente appaganti e soddisfacenti.

Quindi ami la filosofia continentale… Pensi che l’educazione filosofica influenzi la tua concezione della tua “identità ebraica,” oppure preferiresti chiamarla “identità israeliana”? Ti pare che ci sia una differenza tra “l’identità ebraica” e “l’identità israeliana” visto che sei un ebreo nato e cresciuto in Israele?
Preferisco vedermi come “ebreo” e non come “israeliano.” Si tratta di una definizione con cui mi sento più in pace. La definizione come “israeliano” mi sembra problematica e manchevole. Questa manchevolezza è dovuta soprattutto dalla discussione che si fa sulla questione dell’identità (israeliana). I miei nonni erano nati in Europa. L’educazione che ho ricevuto è “ebraica.” Sono un laico ma comunque sono ebreo. Quindi non so davvero che cosa sia l’identità “israeliana.” Secondo me, si tratta degli ebrei che vivono nella terra di Israele. Se non è così, non sento di farne parte. Sono un “ebreo diasporico” e ne sono fiero.
Secondo me, il fatto di aver assegnato al popolo ebraico una vera e propria estensione territoriale geografica… (a questo punto noto come Tomer stia cercando una lunghissima circonlocuzione per evitare di pronunciare la parola aretz, “terra”, Ndr) l’ha fatto sbarellare. Questo è un popolo che era sopravvissuto per migliaia d’anni solo struggendosi per una terra e, secondo me, questo struggimento ha forgiato proprio quei concetti che hanno reso tale il popolo ebraico. Ad esempio, l’attesa del messia. I cristiani hanno Gesù, i musulmani hanno Maometto. Non abbiamo il messia. È la nostra unicità, proprio il fatto che il nostro messia non sia arrivato e che non arriverà… Una sorta di figura astratta che ci lascia proprio in condizione di guardare al futuro che verrà. Quei popoli di cui è già arrivato “il loro messia” non guardano avanti bensì indietro. Al momento in cui è arrivato loro, alle cose che ha detto e che ha fatto.
Penso che uno Stato ebraico in Israele sia proprio una specie di metafora simile. Qualcosa che non è detto che arrivi sul serio. Qualcosa che forse dovrebbe restare nelle nostre preghiere. A Sion. Per duemila anni abbiamo pregato per Sion e in questo dolore eravamo tutt’uno. Ora abbiamo Sion. Quindi perché pregare? Un ebreo che si strugge per Sion… basta che salga su un aereo e voli fin lì. Lo Stato di Israele gli dà addirittura un passaporto. Non voglio nemmeno addentrarmi in altre questioni fin troppo chiare, cioè che lo Stato di Israele sta traviando la via spirituale del popolo ebraico, che lo sta spingendo ad occupare territori, una condizione che lo corrompe ogni minuto che passa.
Ma c’è dell’altro. Penso che “israeliano” ed “ebraico” al giorno d’oggi, su spinta dello Stato di Israele, siano uno in contraddizione con l’altro. Israele assilla gli ebrei non israeliani, li tratta con disprezzo e razzismo. Se sei un ebreo americano oppure francese che ha deciso di trasferirsi in Israele, sei benvenuto! Abbiamo bisogno di te e dei tuoi sforzi. Ma tutti quegli ebrei che non possono giovare ad Israele vengono gettati giù per le scale… Questo è lo stesso disprezzo e razzismo che Israele ha avuto nei confronti dei miei nonni quando arrivarono dalla Shoah, gli ebrei che arrivarono a pezzi dalle rivolte nei paesi arabi negli anni Cinquanta e Sessanta, ebrei che arrivarono dall’Etiopia negli anni Ottanta o i rifugiati politici dall’Unione Sovietica (persino sopravvissuti dalla Shoah) – che assorbirono tutto il razzismo istituzionale, da quel momento in poi, da parte dello Stato israeliano.

L’hai sempre pensata così oppure le tue opinioni politiche sono cambiate quando hai deciso di studiare e vivere in Germania?
Quando ho lasciato Israele mi si è liberata la mente. Prima c’era costantemente un lavaggio del cervello da parte dello Stato, dei media, le scuole, l’esercito, ovunque e sempre. Sono stato in grado di vedere le cose dal di fuori. Ho capito quanto fossero assurde le cose. I media israeliani sono davvero spaventosi. Fanno solo costantemente propaganda. Vedo come gli lavano il cervello. Ora, di recente, hanno deciso di promuovere anche lo “studio della Shoah” nelle scuole. Penso che proprio l’idea di studiare la Shoah al di fuori delle lezioni di storia sia una perversione (sussulto per un momento, trascinato dalle mie idiosincrasie accademiche: Tomer ha usato il termine sotah, generalmente usato per indicare una donna adultera, un termine ora usato nello slang israeliano per indicare un’“adulterazione” di qualcosa. Ndr). Si tratta di una concezione di una cultura comune che affonda le basi sulla morte orribile, sull’orrore e sulla malattia mentale che hanno passato intere generazioni del nostro popolo. È assai problematico che sempre più israeliani vedano la Shoah come una componente centrale della loro identità ebraica. Come se non ci fosse un ebraismo prima del 1939…
Ti metti in disparte e vedi che ogni bambino sa recitarti a memoria i nomi dei campi di sterminio ma non c’è uno di loro ce sia capace di dirti chi siano Rambam (ovvero Maimonide, il grande filosofo medievale, Ndr) o Ramhal (ovvero il grande rabbino italiano e cabalista Mosè Luzzatto, Ndr), che cosa succeda nel libro di Daniele o quale sia il pensiero di Mendelsohn, Gershom Scholem, o in che anno sia avvenuta l’espulsione degli ebrei dalla Spagna.
Questo è uno “Stato ebraico”? Questo è uno Stato il cui tratto distintivo è la Shoah. Lo vedi bene dall’esterno. Questa paranoia nazionale, maniaco-depressiva, collettiva. Dall’esterno vedi che è una gabbia di matti in cui non metteresti la tua testa sana.

In quanto ebreo e in quanto israeliano che opinioni hai sulla Germania e sulla sua colpa storica durante la Shoah?
Secondo me la questione è se l’indagine storica della Shoah debba essere un fatto singolare oppure un evento universale. Se la Shoah è un evento singolare, allora la sua morfologia è unica. Si è realizzata perché i tedeschi erano così e così e perché gli ebrei erano così e così e perché l’Europa era così e così precisamente nell’anno 1939 eccetera eccetera. Secondo questo approccio ovviamente penso che la Shoah non possa ripetersi perché non ci sono più le medesime condizioni e questo è il modo più semplice e irresponsabile per risolvere la cosa. Non si può ridurre la Shoah ad un evento del genere bensì va considerata in relazione al degrado morale della società, come conseguenza di istigazioni al razzismo, ridefinendo costantemente i criteri quotidiani per assolvere ad un compito.
Ad esempio, non credo chela maggior parte dei tedeschi volesse uccidere gli ebrei nei campi di concentramento. Credo che i tedeschi volessero “dare una mano al Paese” (un’espressione che oggi sentiamo ovunque) e qualcuno è andato ad arruolarsi nell’esercito per combattere al fronte e così via. Del resto non credo, contrariamente alla maggior parte della sinistra europea, che la maggior parte degli israeliani voglia opprimere i palestinesi. Penso che la maggior parte di loro voglia essere “buoni cittadini,” Il problema è che è proprio chi sta al governo a decidere che cosa significa essere dei “buoni cittadini.” E queste persone sono razziste e pericolose. Proprio perché hanno il potere.
Per ritornare alla responsabilità dei tedeschi, in ogni caso, questo è ciò che gli è successo alla fin dei conti. Penso che le persone qui siano davvero brave a scrivere ovunque con lo spray “Via i nazisti!” oppure “Contro i nazisti!”, ma non sono poi così bravi a discutere davvero su che cosa significhi essere nazisti.
Un nazista è necessariamente un tedesco? Una vittima del nazismo deve essere per forza un ebreo? Credo di no. Non accuso i tedeschi di oggi per cose che hanno compiuto altre persone settant’anni fa. Li accuso di non trarre le conclusioni da tutto ciò:che ogni forma di razzismo è pericolosa.
Anche il razzismo contro i musulmani è pericoloso. Anche quello verso i Rom. Li accuso di fare manifestazioni contro l’antisemitismo nello stesso momento in cui bruciano le moschee e in cui gli studi mostrano che i Rom sono la minoranza più odiata in Germania. Li incolpo chi tappezza la superficie di monumenti invece di ripulire dalla violenza razzista tutto ciò che sta sotto la superficie.

Se ti consideri un “ebreo e israeliano non sionista,” pensi che sia una buona idea manifestare simili idee estreme (se pensi che siano idee estreme) in un paese così importante e così negativo per gli ebrei, come è la Germania? Non pensi che simili idee potrebbero compromettere la legittimità di esistere e vivere in pace dello Stato di Israele?
Non credo che le mie idee possano mettere in pericolo lo Stato di Israele. Al contrario, penso che Israele dovrebbe sottoporsi ad un piano di riabilitazione. Proprio come i sopravvissuti della Shoah che soffrivano di disturbi psichici hanno avuto bisogno di un trattamento psicologico, quindi così vale lo stesso anche su scala nazionale.
Ma quando la Germania sostiene la politica di Israele viola i diritti umani e perpetua la situazione di conflitto in Israele per la qualche chiede di sacrificare i suoi figli, questa non è riabilitazione. Questo non è sostegno. Questo è come avere un amico alcolista e invece di costringerlo a sottoporsi ad una terapia, gli si acquista dell’altra vodka. Penso che dovremmo sottoporci ad una terapia. Penso che questa sarebbe una vera amicizia. Anche da parte della Germania, anche dell’Italia, anche da parte di qualsiasi Stato – che non metta in pericolo l’esistenza di Israele, che lo salva da se stesso.

Non pensi sarebbe meglio evitare di parlare in pubblico di questioni politiche come queste?
Anzi, più se ne parla, meglio è. Chi meglio di te – come italiano – sa quanto sia pericoloso che una sola parte dello schieramento politico abbia risalto sui media. È importante far sentire anche l’altra parte dello schieramento. Alla fin fine, vogliamo tutti il meglio per l’umanità e non credo che ci siano opinioni che andrebbero censurate.

Come sono state accolte le tue opinioni sul sionismo da parte della comunità ebraica tedesca?
Non penso che nessuno della comunità ebraica in Germania mi conosca personalmente… In ogni caso, credo che la comunità ebraica tedesca abbia molte difficoltà con queste prese di posizione, in particolare prese di posizione contro la singolarità della Shoah. Gli fa molto comodo accusare esclusivamente la Germania. Le loro scuole trovano fondi, ogni loro progetto viene sostenuto solidamente da ogni partito tedesco… È molto comodo così. Disturberebbe molto se qualcuno saltasse su e dicesse, “non bisogna chiedere perdono per la Shoah solo per quanto riguarda gli ebrei ma anche per tutti coloro che hanno sofferto per il razzismo”. Prova a paragonare il budget della Comunità ebraica tedesca con il budget della Comunità Rom oppure la Comunità islamica… È una vergogna. E il fatto che per la smania dei capi della Comunità ebraica tedesca non si è rinunciato al monopolio della “colpa tedesca” porterà alla fin fine a maggior antisemitismo. Le persone sono stanche, c’è una natura corrotta.

Vuoi dire anche qualcos’altro prima di terminare la nostra intervista?
Vorrei far notare che non troppi anni fa, in termini storici, settanta o ottant’anni fa, il mondo ebraico era pieno di idee e di movimenti politici. In parte sionisti, in parte non sionisti. Una volta c’era l’organizzazione Bund (“legame”), ad esempio. Una delle più grandi ingiustizie che la Germania e Israele stanno facendo oggi agli ebrei è quella di diffondere un unico diffondere solo un unico parere ebraico nel mondo. Come se non potessimo pensare in termini non nazionalisti. E come se tu dicessi che tutti gli italiani la pensano “Forza Italia.” Questa è un’affermazione razzista. Il mondo ebraico ha bisogno di far ricrescere diversità politica all’interno di esso e ha bisogno che (capisca che) il sionismo degenera quando elimina i suoi avversari, sfrutta la Shaoh e il resto del mondo. Persino anche nelle le espressioni tedesche attuali “antisionista” significa “antisemita,” come se “sionista” e “ebreo” fossero la stessa cosa.
Questo fenomeno è pericoloso anche dal punto di vista pratico visto che Israele e la Germania (e l’Occidente) mescolano volutamente i termini “ebreo”, “Israele” e ​​“sionismo”. Penso che sia un’ipocrisia pericolosa se questi termini, “ebreo” e sionismo, “non vengono tenuti separati e se Israele continuerà ad agire violando i diritti umani, bombardando i quartieri residenziali e molto di più: si prevede per gli ebrei un antisemitismo di nuovo tipo.
Se il precedente antisemitismo era immediato (“odio per gli ebrei perché sono ebrei”), allora questo sarà mediatissimo. Se Israele finge di assumersi la responsabilità per gli ebrei di tutto il mondo, dovrà valutare seriamente la situazione in cui li pone…

La nostra conversazione si conclude così. Guardo un po’ sorpreso Tomer. Sapevo delle sue posizioni radicali, ma non l’avevo mai sentito parlare così esplicitamente. Non mi sarei aspettato che questo mite studente di filosofia, amante dell’Italia e fervido lettore di Hegel, Benjamin e Platone, potesse essere animato da convinzioni così risolute e forti. Ci salutiamo con un abbraccio e ci diamo appuntamento alla prossima lettura comune di filosofia, visto che a volte l’astrazione offre un tenue asilo dalle brutture del mondo.

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L’irrisolta ‘questione palestinese’ favorisce
gli estremismi

di Giuseppe Fornaro

Qualcuno si è chiesto perché tanta tiepidezza, anche a sinistra, sul conflitto in corso
nella striscia di Gaza. Perché non c’è uno schieramento unanime, o per lo meno prese
di posizione nette a favore dei palestinesi. A mio parere le ragioni sono molteplici.
Intanto, l’offensiva militare sferrata da un’organizzazione politica che si ispira a
principi del fondamentalismo islamico, non incontra simpatie nel mondo occidentale.
Per quanto, va detto subito, Israele sia nata da un altro fondamentalismo religioso, il
sionismo, come ritorno alla terra promessa, la terra dei padri. Qui però siamo di fronte
a generazioni che con il sionismo c’entrano poco. I militari israeliani sono in gran parte
giovani nati in Israele che combattono per difendere la loro patria e che forse del
sionismo gli interessa fino ad un certo punto perché quella per loro, prima che essere
la terra promessa, è semplicemente casa. Una cosa semplice e familiare a ciascuno di
noi.
Dall’altro lato, Hamas attacca Israele solo marginalmente per rivendicare il diritto ad
una patria per i palestinesi, ma soprattutto perché la questione palestinese in tutto il
Medioriente è un tema su cui si gioca la leadership di organizzazioni islamiche come
Hamas appunto. Per dirla fuori dai denti, ad Hamas dei palestinesi interessa fino ad un
certo punto. Il perpetuarsi della questione palestinese fa comodo agli opposti
estremismi, tanto alla destra israeliana, quanto alle organizzazioni di ispirazione
islamica dopo che l’Olp è implosa a seguito di scandali di corruzione e dopo la morte
procurata del leader simbolo della lotta palestinese che è stato Arafat.
Arafat e l’Olp, negli anni Ottanta riuscirono a catalizzare l’attenzione di tutto il mondo
e a generare un ampio consenso trasversale intorno alla causa palestinese. L’Intifada,
qualcuno forse ancora se la ricorda, fu una grande lotta di popolo. Ho ancora negli
occhi i bambini palestinesi che armati di sole fionde sfidavano uno degli eserciti più
potenti del mondo. Furono quelle immagini, e non i quarti di corpi martoriati di
bambini diffuse da Hamas, a far crescere il consenso intorno ai palestinesi. Fu quella
lotta di popolo, estesa, corale a suscitare le simpatie di tutto il mondo e di tutti gli
schieramenti politici. Fu resistenza vera. Fu l’Intifada a riempire di manifestazioni le
piazze d’Italia. La kefia era diventata il simbolo che molti di noi indossavano come
segno di solidarietà, non ad un’organizzazione politica, ma ad un popolo. Gli studenti
universitari palestinesi, nostro compagni di studi, ci vendevano il famoso foulard, che
Arafat aveva fatto diventare un simbolo, come forma di autofinanziamento della
causa. Molti di noi, ben volentieri, corrispondevano a questa forma di solidarietà.
Hamas ha commesso l’errore di sfidare Israele sul piano militare, ponendosi di
conseguenza come controparte armata, non avendo i mezzi, le strutture logistiche, la
tecnologia e tutto quanto occorre per fare un esercito impegnato in un conflitto. I suoi
non sono stati atti di terrorismi classicamente intesi, ma un vero e proprio atto di
guerra. Su quel terreno non può che perdere il confronto e a rimetterci, come si vede,
è la popolazione civile. Ma soprattutto Hamas non ha il consenso di larga parte della
popolazione palestinese. I missili rudimentali dal punto di vista tecnologico, ma molto
pericolosi, lanciati in territorio israeliano non servono tanto per intimorire Israele, ma
servono come politica interna nella lotta per la leadership palestinese, per dimostrare
che si fa sul serio. Tant’è che mentre il presidente dell’autorità palestinese tenta un dialogo con i vertici di Israele, e dunque sono in corso contatti diplomatici, Hamas
lancia i missili che sembrano più essere diretti contro l’autorità palestinese stessa che
contro Israele. Altrimenti non si spiega come mai il conflitto scoppi proprio in questo
momento e contemporaneamente la Libia è in fiamme interessata da un altro conflitto
interno anche lì di ispirazione islamica. L’Ansa di venerdì 1 agosto riferisce che “I
jihadisti libici di Ansar al Sharia annunciano di aver preso il controllo “completo di
Bengasi” e di aver proclamato “un emirato islamico”. L’annuncio è arrivato da un
responsabile del gruppo, citato da al Arabiya”. Lo stesso dicasi per Iran e Siria.
Insomma, un’offensiva in grande stile sferrata da organizzazioni di ispirazione islamica
e integralista su uno scenario Mediorientale ampio. Dove si voglia andare a parare non
sta a me dirlo. Alcuni osservatori parlano di un disegno islamico su ampia scala. O
forse anche questa è una cortina fumogena e questi movimenti e queste guerre sono
alimentate proprio da coloro che della sopravvivenza degli opposti estremismi ha fatto
un business.
Se così è, occorre uno sforzo di analisi politica seria, che vada oltre le emozioni
suscitate da immagini cruente diffuse ad arte per provocare l’emozione di un
momento in noi occidentali consumatori di sensazioni forti. Occorre una politica estera
dell’Italia e dell’Europa che si occupi specificamente del Medioriente. Occorre forza e
autorevolezza per occuparsene ed essere ascoltati. Forse occorre semplicemente una
politica tout court.

papa_netanyahu

La lingua di Gesù e il nodo di Israele

“Per la lingua si langue,” recita uno dei più antichi proverbi italiani, testimoniato già dallo scrittore seicentesco Giulio Varrini. Insomma, a parlare troppo si rischia di parlare a sproposito e si finisce col dire stupidaggini. Dovremmo prendere questo proverbio alla lettera per descrivere il goffo scambio di battute tra il primo ministro israeliano Benjamin Netaniayhu e Papa Francesco: a parlare a sproposito della lingua (di Gesù) si finisce per dire stupidaggini. E infatti così è stato.
Tutte le agenzie di stampa hanno riportato nei giorni scorsi uno scambio di battute tanto breve quanto fulminante:
“Gesù era su questa terra e parlava ebraico” – ha detto Netanyahu;
“Aramaico” – l’ha corretto Papa Francesco;
“Parlava aramaico ma conosceva l’ebraico” – ha concluso Netanyahu.

Se non fosse per i due illustrissimi interlocutori, difficilmente una simile disputa teologica in miniatura troverebbe ospitalità nei maggiori quotidiani del mondo ma più verosimilmente rischierebbe di appassionare solo “un pio, un teorete, un Bertoncelli e un prete” – e anche il sottoscritto che non appartiene a nessuna di queste categorie.
Eppure non dovrebbe sorprendere che sia stato proprio l’altrimenti non troppo sottile primo ministro israeliano Netanyahu a sollevare una simile questione proprio di fronte ad un interlocutore così illustre, tra l’altro non sorprendentemente assai meglio informato di lui.
Quindi, perché mai intavolare un discorso simile, con una simile evidente sproporzione di forze intellettuali?

Tralasciando plausibili spiegazioni come la stupidità o l’insipienza, potremmo arrischiarci ad ipotizzare che il primo ministro israeliano tentasse di fare politica. Più precisamente di retrodatare di duemila anni il suo sionismo nazionalista.
La questione della lingua di Gesù infatti non è linguistica ma politica.
Non c’è quasi bisogno di ricordare che nella Palestina di duemila anni fa, sotto dominazione romana, si praticassero almeno quattro lingue principali: il greco (come lingua dell’amministrazione), il latino (come lingua politica del dominatore straniero), aramaico giudaico palestinese (parlato dal popolino) e anche l’ebraico post-biblico (conosciuto e forse anche parlato dall’élite intellettuale giudaica). Una ricchezza linguistica splendidamente descritta dallo scrittore Bulgakov nel sontuoso micro-racconto su Gesù all’interno del celebre Il Maestro e Margherita.

Le numerose lingue nella Palestina romana di duemila anni fa non sono un problema. Ciò su cui gli studiosi dibattono è la diffusione dell’ebraico come semplice lingua scritta oppure anche come lingua parlata. Infatti, se è indubbio che l’ebraico post-biblico venisse sicuramente praticato come lingua scritta, non è chiaro se questo fosse anche una lingua parlata e, se effettivamente lo era, se venisse usata come lingua quotidiana, come lingua dell’élite intellettuale oppure (probabilmente l’ipotesi più verosimile) esclusivamente come lingua liturgica. Insomma, una condizione assai simile a quella degli ebrei ortodossi americani odierni, che parlano quotidianamente lo yiddish (e l’inglese) ma che non parlano l’ebraico che considerano una lingua santa e che destinano solo all’uso consacrato: liturgia e lettura dei testi religiosi.

La questione infatti non è che lingua parlasse Gesù bensì per quale motivo Netanyahu pensi che l’ebraico dovesse essere la lingua che Gesù parlava quotidianamente.
La prima ipotesi (“Gesù era su questa terra e parlava ebraico”) non reclama alcuna paternità ebraica su Gesù bensì fa di Gesù una sorta di un prototipo sionista: un ebreo che parlava ebraico già nella Terra di Israele di duemila anni fa. Si tratta tuttavia di una “pia illusione,” nel senso proprio del termine: la proiezione di aspettative sioniste in un passato di duemila anni fa.
La seconda ipotesi (“Parlava aramaico ma conosceva l’ebraico”) è plausibile ma presuppone sempre che ci sia una continuità tra l’ebraico post-biblico di duemila anni fa e l’ebraico moderno, parlato attualmente in Israele.

Alcuni autorevoli linguisti israeliani (Shlomo Izreel e Gilad Zuckermann) polemizzano con questa idea e ne denunciano gli aspetti non troppo velatamente ideologici. NOn a caso chiamano l’ebraico moderno ivrit chadash, “neo-ebraico,” oppure ivrit israelit, “ebraico israeliano.” L’ebraico moderno, dunque, non sarebbe infatti nemmeno più una lingua semitica come i suoi numerosi predecessori (ebraico biblico, ebraico post-biblico, aramaico) bensì un mishmash, un “guazzabuglio,” una lingua ibrida, nata dall’incrocio di più lingue: una sorta di di yiddish postmoderno, dalla sintassi e dalla grammatica slava-indoeuropea e da un tono e un vocabolario velatamente semiti.

Se Netanyahu fosse pronto a riconoscere almeno in parte queste rivendicazioni di noiosissimi nonché autorevoli linguisti forse potrebbe riconoscere, con ciò, la complessità etnica e culturale dell’Israele d’oggi. Magari la sua politica potrebbe avere un altro corso. Ma, appunto, “per la lingua si langue.”

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