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LA PARABOLA DEL PIL, LE SCELTE SBAGLIATE, UN’ITALIA SEMPRE PIU’ POVERA

Secondo i dati di Banca d’Italia, il debito pubblico italiano al 31 dicembre 2019 era a quota 2.409 miliardi di euro, in calo rispetto ai circa 2.446 miliardi del mese precedente e al massimo storico registrato a luglio 2019 di 2.466 miliardi di euro.
Anche se in lieve e momentaneo calo dovuto al fortunoso calo dei tassi di interesse, rimane un debito ‘fuori controllo’. Studiosi ed economisti concordano sul fatto che per abbassarlo sarebbe necessaria una crescita nominale (cioè comprensiva di inflazione) attorno al 2-3%. Una crescita del genere eviterebbe la necessità di ricorrere alle classiche manovre lacrime e sangue, a cui del resto siamo abituati e che ormai, almeno a parole, si è compreso deprimano ancora di più il ciclo economico mentre svuotano le tasche degli italiani.

Purtroppo sembra davvero poco credibile l’idea di una crescita di tale portata, proprio perché l’impostazione generale del sistema non permette gli investimenti che sarebbero invece necessari per ottenerla. E che sia necessario spendere lo hanno detto persino Draghi, Lagarde e Von Der Leyen, ma sembra che sostanzialmente l’invito sia caduto nel vuoto perché a spendere dovrebbe essere soprattutto la Germania che ha i necessari surplus per farlo. Ma la Germania non vuole, quindi siamo punto e a capo.
Come si vede dal grafico, la crescita del nostro Pil è diminuita seguendo l’intensità dell’applicazione delle teorie neoliberiste. Il declino inizia dalla fine degli anni ’70, quando c’è l’ingresso nel Sistema Monetario Europeo nel ’79, poi l’indipendenza della Banca d’Italia dal 1981 in avanti, fino all’Eurozona e ai giorni nostri.

Contemporaneamente iniziava la cessione dei diritti, dalla scala mobile fino all’abolizione dell’art. 18 e alle continue leggi sul lavoro tese a diminuire l’importanza del noioso “posto fisso” a favore del più allegro precariato. La pressione fiscale, grazie anche alla riduzione delle aliquote Irpef, si spostava a carico dei ceti più poveri.
Dagli anni ’90 si sono cedute aziende e banche attraverso privatizzazioni selvagge che impediscono oggi di poter intervenire con programmi e piani industriali che avrebbero potuto mitigare le ultimi devastanti crisi economiche anche evitando i tanti licenziamenti che continuamente il ‘libero mercato’ pretende. Numerosi studi hanno dimostrato che queste cessioni non hanno prodotto adeguati introiti e hanno causato mancati guadagni, ma ancora non abbiamo imparato la lezione.
Tanti stati hanno operato scelte diverse ottenendo risultati sicuramente migliori, dalla Germania a Singapore, dal Giappone alla Francia passando per la Corea del Sud, il mondo è pieno di esempi da prendere a modello che si sono tenuti aziende e capacità di credito attraverso il controllo della propria banca centrale o di banche pubbliche.

L’Italia è un Paese in continuo affanno, non si controlla credito e non si hanno aziende strategiche da tutelare e da utilizzare come paracadute, non si riesce nemmeno a definire una lite condominiale ma ogni anno abbiamo bisogno di emettere 400 miliardi di euro per finanziare altro debito. E cosa ci dicono in merito? Che la condizione necessaria per farlo è avere la fiducia dei mercati, uno spread basso, lasciare al loro posto i soliti politici che possono occuparsi di piantare alberi, dell’accoglienza ai migranti, della parità di genere e di scacciare i fascisti, qualora riuscissero a trovarne qualcuno. tutto il resto è tabù altrimenti la BCE non ci compra i btp con il quantitative easing.

Spendiamo per interessi il 3,6% del Pil, attorno ai 60 miliardi l’anno, cioè più che per investimenti, scuola, ricerca e difesa. Una cifra mostruosa più del debito stesso che toglie margini di manovra a qualsiasi governo, di destra e di sinistra (semmai se ne vedesse la differenza) per eventuali investimenti sulla crescita.
Quindi cosa fare? Nessun dubbio per gli esperti: lotta all’evasione, riduzione della pressione fiscale, riordino della macchina pubblica, riforma organica della giustizia civile, investimenti mirati in ricerca, innovazioni, tecnologie digitali e green ecomomy, rilancio di una vera politica industriale e di una politica dell’offerta che apra il mercato attraverso liberalizzazioni mirate e coraggiose in settori in cui tuttora dominano interessi corporativi diffusi.
A tanta saggezza potremmo solo obiettare che: 1) l’evasione non è stata la causa dei 3.100 miliardi di interessi che abbiamo pagato dal 1980 ad oggi, quindi bisognerebbe cercare altrove oltre che magari farla davvero questa lotta (ma se non ci fosse l’evasione, a chi addosserebbero la colpa del fallimento?;  2) visto che in questo sistema gli ospedali, le scuole e le pensioni si finanziano con i soldi delle tasse, se lo Stato incassa meno come le finanzia?; 3) ricerca, innovazione e green economy presuppongono investimenti, se lo Stato non può spendere aspettiamo i privati e la mano invisibile del mercato? intanto ad isolare il coronavirus allo Spallanzani è stata una lavoratrice precaria, una figura sempre più stabile nel panorama italiano; 4) il rilancio di una politica industriale in un paese senza spina dorsale, ovvero senza aziende di proprietà e banca centrale che risponde al Ministero dell’Economia, è pari a zero in quanto non ha strumenti per influenzare il ciclo economico; 5) sulle liberalizzazioni o privatizzazioni abbiamo già detto, notiamo semplicemente che prima o poi riusciranno a vendere anche l’aria che respiriamo convincendoci che è nel nostro interesse.

La soluzione a questo punto è accettare la lenta agonia oppure riprendere in mano le redini del destino (economico) attraverso un ritorno alle politiche keynesiane, una riscrittura delle regole europee, assicurare almeno una condivisione del debito e nessun freno agli investimenti, soprattutto nella ricerca e nell’istruzione.

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ECONOMIA
Banche centrali e libero mercato.
Ora siamo di fronte al baratro

Fino al 1981 la Banca d’Italia era prestatrice di ultima istanza, cioè comprava tutti di titoli di Stato emessi dal Ministero del Tesoro che eventualmente fossero andati invenduti alle aste periodiche. Questo voleva dire principalmente due cose: la prima, era possibile tenere sotto controllo l’interesse al quale si voleva vendere i titoli; la seconda, conseguente alla prima, nel caso il mercato avesse preteso interessi troppo alti lo Stato italiano si sarebbe potuto rifiutare di pagarli avendo a sua disposizione un Ente pubblico che li avrebbe comunque comprati.
Un’altra considerazione da fare, anzi altre due: a quel tempo, quindi, si monetizzava il debito; in fondo se era possibile monetizzare i titoli allora sarebbe stato possibile anche evitare di inscenare la farsa dell’asta pubblica per la vendita di tali titoli.
Detto in maniera più chiara: se il Ministero del Tesoro poteva ordinare alla Banca d’Italia di comprare tutti i titoli invenduti, allora avrebbe potuto anche non emetterli chiedendole direttamente di stampare il corrispettivo in lire. Ma in ogni caso farlo, all’interno di un sistema controllabile, significava pur sempre dare un qualche guadagno al risparmio privato, un altro modo di rispettare la nostra Costituzione, quindi perché non farlo?

Dopo il 1981 si è deciso che bisognava affidarsi ai mercati, quindi che lo Stato non doveva più stampare moneta, ma poteva solo chiederla in prestito e di conseguenza si è decisa l’indipendenza della Banca d’Italia dallo Stato e la sua contemporanea sottomissione alle leggi del mercato. A distanza di ‘qualche’ anno e guardando i dati di crescita, di occupazione e di benessere ci sarebbe da fare qualche considerazione in merito a questa scelta.

Cosa succede oggi? Più o meno procediamo nella stessa direzione: verso il baratro. Lo Stato ha ceduto ulteriormente la propria sovranità monetaria alla Bce, ma mentre fino all’avvento dell’euro avrebbe potuto in ogni momento ritornare sulle sue decisioni e quindi ritornare a monetizzare il suo debito, oggi questa possibilità diventa sempre più remota. Diventa sempre più difficile riprendere il controllo della gestione statale anche perché tutte le leggi in programma per il futuro prossimo sono tese a ribadire questo concetto e sempre più a determinare la supremazia dei mercati in tema di finanziamento degli Stati. In pratica si rende possibile il loro fallimento qualora operassero scelte non gradite alle maestà regnanti il ciclo finanziario. Quindi: perenne ricattabilità.

Tuttavia, che soluzioni diverse siano possibili è sotto gli occhi di tutti, e questo è persino stupefacente. Basta seguire le orme dei nostri Btp decennali e le altalene dello spread. Per farlo partiamo da alcuni dati.

La Bce ha un capitale di quasi 11 miliardi versato dai paesi aderenti all’euro, più altri 120 milioni versati dai paesi che invece non vi fanno parte (per esempio Uk o Danimarca). In base all’ammontare versato si stabilisce la percentuale di partecipazione al capitale della stessa e quindi l’Italia avendo versato 1.332.644.970,33 milioni di euro ha una partecipazione del 12,3108%, in termini assoluti in questa graduatoria siamo terzi dopo Germania e Francia.

Dopo il marasma Berlusconi nel 2011, in cui il nostro spread nei confronti degli ottimi bund tedeschi era arrivato a più di 500 e si slanciava verso i 600, il governatore della Bce Mario Draghi annunciò che avrebbe avviato una grande operazione a sostegno del debito degli Stati attraverso l’acquisto di titoli sul mercato secondario. Operazione questa non nuova: si chiama ‘quantitative easing‘ (alleggerimento quantitativo) e serve per immettere soldi nel circuito monetario attraverso le banche commerciali. La banca centrale, che ha il potere di emettere moneta, ricompra cioè dalle banche commerciali i titoli di Stato che queste detengono e gli dà moneta fresca. Queste ultime, bontà loro, dovrebbero utilizzare questi soldi per immetterli nell’economia reale attraverso il credito alle imprese e i mutui alle famiglie.
Quanti titoli italiani possono essere comprati con questo sistema? Appunto una somma che equivale al 12,3108% del totale, meno la quota utilizzata per comprare obbligazioni, così come previsto dal programma della Bce, delle migliori aziende in circolazione. Insomma una cifra di cui abbiamo già ampiamente detto su queste pagine in altri articoli, ma il punto qui è un altro.

Attualmente il nostro spread oscilla tra i 170 e i 180, la Francia sopra 60, il Portogallo sopra i 350 e la Grecia sopra i 600. Più alto è lo spread più interessi si pagano e poiché uno stato per finanziarsi deve chiedere soldi sul libero mercato, più è alto lo spread e meno questi è propenso a prestargli soldi perché se lo spread è alto vuol dire che fai fatica a rimborsare il prestito per cui il mercato si fida di meno e se deve rischiare di più vuole essere per questo remunerato altrettanto di più. Può sembrare complicato, ma è semplicemente una ruota che gira su se stessa oppure il classico cane che si morde la coda.

Per abbassare lo spread, come abbiamo ampiamente verificato, c’è bisogno dell’intervento di una Banca Centrale e non tanto di un governo nuovo: quello che è successo a noi a partire dal 2011 insomma. Risolse la situazione il “whatever it takes…” di Draghi più che il governo Monti, che semplicemente aveva il compito di fare le riforme strutturali, ovvero di assicurare ai mercati che lo Stato sarebbe intervenuto sempre meno a sostegno di imprese e famiglie italiane. Compito che, tra l’altro, assolse in maniera ineccepibile!

Quindi il senso di tutto ciò è che una Banca Centrale può fare la differenza, è l’unica che può cavalcare i mercati, abbassare gli spread (e quindi gli interessi che si pagano sul debito emesso) e permettere a uno Stato di difendersi dall’ingordigia della finanza privata. Basterebbe per esempio che ci fosse un sistema mutualistico e di cooperazione tra i paesi dell’eurozona con cui superare il principio del Capital Key, secondo il quale la Bce compra i titoli di debito solo in proporzione al capitale versato a similitudine di quanto può avvenire e sembrare giusto in una sana competizione tra aziende private.
Quando, invece, si parla di Stati e non di aziende e interessi privati si dovrebbero tutelare gli interessi dell’intera cittadinanza, comprese donne e bambini, anziani e incapaci, lavoratori e pensionati. Quindi in questo momento la Bce dovrebbe aiutare, per esempio, Portogallo, Grecia e Italia. In altri momenti, altri paesi eventualmente in difficoltà.
Ma questo non potrà mai succedere in questo tipo di Europa da film dell’orrore. Perché i principi sono diversi, ognuno deve fare da e per sé, come nella giungla dove si sa dall’inizio chi vince: il più forte. Oggi il più forte è la Germania e quindi bypassa le regole che impone agli altri e fa il suo comodo; domani, quando il quadro normativo sarà completato e tutto il debito degli Stati sarà consegnato ai vari Soros del mondo, i più forti saranno i mercati finanziari e gli Stati saranno definitivamente distrutti e asserviti al ‘libero’ mercato.

Una Banca centrale che ha il potere di creare i soldi e che, come dice lo stesso Draghi, “ha ampie risorse per affrontare qualsiasi momento di difficoltà”, dovrebbe operare a favore degli Stati (cioè donne, bambini, vecchi, malati, pensionati e diversamente abili, poveri con redditi troppo bassi per essere dignitosi) e non a favore del mercato, il cui essere ‘libero’ non ci fa star meglio.
Certo queste decisioni le dovrebbero prendere i politici che dovrebbero adoperarsi per riprendere il controllo dell’economia e porsi come primo obiettivo quello di dare un’anima a questa Europa che al momento ne è totalmente priva.

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