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Oltre la porta chiusa
…un racconto

Oltre la porta chiusa
Un racconto di Carlo Tassi

Attraente mostruosità il desiderio e la paura di sapere.
Oltre la porta chiusa, una luce sconosciuta o soltanto il buio.
Il buio che ci segue, che ci accompagna, che ci aspetta. Eternamente presente eppure inaccessibile.
Del resto cos’è mai la luce se non una piacevole menzogna?
Una bugia data in pasto agli occhi, interpreti speranzosi di messaggi illusori… i colori.
Vibrazioni elettromagnetiche. Particelle invisibili. Energia in eterna ebollizione.
Sotto la pelle, dentro i nostri sogni, negli spazi infinitamente piccoli e negli sconfinati spazi aperti.

Non c’è mai stata ragione di vedere l’incomprensibile quando lo si può immaginare.
Forse l’unico rifugio è la follia… la sola, vera arma della mente.

Ho varcato la porta.
Sono ore che cammino nel buio. Davanti a me il fascio della torcia rivela un percorso ad ostacoli tra ammassi di rottami e rifiuti maleodoranti. È necessario avanzare con cautela. Il silenzio è rotto dall’eco dei miei passi e da un costante rumore di gocce che cadono un po’ dappertutto.
È bastato un attimo di distrazione e quasi cado inciampando contro qualcosa. Punto la torcia in basso e vedo un mucchio di stracci sudici: è un uomo!
È rannicchiato lungo la parete del tunnel, con le spalle e la testa coperte da un cartone, e pare stia dormendo. L’urto del mio piede lo sveglia e con uno scatto si leva a sedere appoggiando la schiena al muro.
È a questo punto che la luce della mia torcia gli illumina il volto, o meglio, quel poco che ne rimane…
Lo vedo e non posso far altro che distogliere subito lo sguardo. È orribile!
Un indicibile terrore comincia a impossessarsi di tutti i miei sensi. Avevo già provato qualcosa di simile in passato, ma stavolta è più intenso, straziante. Per poter restare lucido devo attingere agli ultimi barlumi di ragione che ancora conservo, solo così posso impedirmi di fuggire in preda alla pazzia.
Il volto, dal mento in su, è ridotto ad uno squarcio dal quale si distinguono chiaramente rimasugli di cervello, brandelli di pelle e ossa frantumate. Occhi, naso e bocca sono spariti. Sul mento vedo, in un groviglio sfilacciato di carne e nervi sanguinolenti, la lingua e, attorno ad essa, i pochi denti rimasti della mandibola.
Ai lati di questo scempio restano un paio d’orecchi penzolanti e qualche ciuffo di capelli intriso di sangue raggrumato a testimoniare che un tempo questa era stata la faccia di un uomo.
Quest’uomo che non riesco a guardare s’inginocchia e m’afferra un braccio con entrambe le mani, come per implorare. D’istinto tento di liberarmi. Poi sento un suono angosciante provenire dalla sua gola e vedo chiaramente la lingua vibrare in quell’assurda cornice di carne straziata. Questo poveretto senza più la faccia cerca di parlarmi e, nel farlo, posso avvertirne lo sforzo indicibile e doloroso.
Ma la visione grottesca del suo volto maciullato, se pure orribile, è nulla paragonata al suono gorgogliante e metallico delle corde vocali immerse nel sangue.
Eppure, il terrore che mi ha sconvolto fin da subito si trasforma in pietà. E di fronte a tanto dolore mi pervade un senso di vuoto assoluto, disumano, che mi fa sentire impotente, del tutto inadeguato, incapace di reagire.

Avevo fatto il mio primo incontro, oltre la porta chiusa.

Adagio in Sol minore (Remo Giazotto, 1958)

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A dieci anni dalla scomparsa di Antonio Tabucchi.
rileggere “Requiem” inseguendo fantasmi nella sua Lisbona.

 

La tradizione vuole che alcune resine, pietre o colori abbiano una funzione protettiva. Tra queste l’ambra.
Così mi è sembrato un segno della persistenza del ricordo il fatto che la copertina del libro di interviste di Antonio Tabucchi – appena uscito da Feltrinelli per ricordare i dieci anni dalla scomparsa dello scrittore (Zig-zag. Conversazioni con Carlos Gumpert e Anteos Chrysostomidis) – sia del giallo dei fiori del Telling Yellow di Longley (il grande poeta irlandese), del colore giallo della pirite, di un giallo che assomiglia allo sfondo della ex-cava di San Frediano (a Vecchiano, il suo paese).

al suo giubbotto, perfino alle lenti degli occhiali che porta nello scatto di Elisabetta Catalano che lo ritrae, sulla quarta di copertina, concentrato, pensoso e sorridente. Come in movimento, verso qualcosa o qualcuno. Con una parvenza di reale che basta a muovere e a nutrire la saudade, la “parola indecifrabile” della nostalgia (come l’ha definita in Di tutto resta un poco: la sua ultima, splendida raccolta di saggi), una nostalgia da cui ci si libera solo se si riesce ad ammazzarla, a matarla.

Distraendoci magari, per immergerci nella lettura di Zig-zag, seguendo, tra botta e risposta (da intervistatore a intervistato e viceversa), la biografia, l’opera, le passioni, le amicizie, le idiosincrasie dell’ultimo grande narratore italiano. Scegliendo poi di ripercorrere, accanto a questo volume in parte firmato anche da altri, almeno uno dei testi più significativi della sua bibliografia che, intrecciato a quasi tutto quello che ha scritto, fa sfilare personaggi ricorrenti e ossessioni e aiuta a capire cosa lo abbia indotto a scrivere in portoghese Requiem, uno dei romanzi più belli, imprevedibili e complessi del nostro Novecento. Un romanzo (o una serie di racconti?) estremamente difficile da raccontare, a meno che non lo si semplifichi parlando di 24 ore di vagabondaggio allucinato, nelle quali un io narrante passa per luoghi e personaggi cercando, per ritrovare se stesso, di risolvere antichi misteri.

La storia inizia sotto un gelso in un mezzogiorno che schiaccia le ombre sul molo di Alcântara; prosegue   con incontri impossibili, nei sogni e in un cimitero, in una soffocante ultima domenica di luglio, a Lisbona. I capitoli/sezioni sono nove, proprio come nelle messe funebri, e servono a scandire le tappe di un requiem che dovrebbe pacificare rimorsi e placare fantasmi. Ci troviamo dentro una giornata di allucinazioni visive e uditive (nate a partire dalla lettura del Libro dell’Inquietudine), una giornata nella quale, dopo un incontro mancato con un grande poeta (Pessoa, ormai scomparso da tempo), il protagonista (una sorta di doppio dell’autore: già che è italiano, della sua stessa altezza, con occhi azzurri e capelli castani) intreccia dialoghi incongrui con strani personaggi per lo più senza nome, spesso usciti da libri, che appaiono e scompaiono con pari rapidità. E che ci lasciano sempre con domande irrisolte.

Perché, ad esempio, tra i tanti nomi possibili, menzionare al ragazzo drogato, assieme a Mozart (non a caso autore della Lacrimosa), proprio un musicista come Erik Satie, dato che non gli era stato ancora dedicato un requiem? Tabucchi si sarebbe divertito a sapere che vi avrebbe provveduto dopo il suo libro un musicista tedesco, ma non se ne sarebbe stupito, visto che come Pasolini pensava che la letteratura potesse sfiorare la profezia. E ancora, perché chiamare lo Zoppo della Lotteria Pereira de Melo, come un politico portoghese dell’Ottocento, o far lavorare la cameriera della pensione Isadora alla Praça da Alegria, usando nomi e luoghi che torneranno in Sostiene Pereira? Perché la prima destinazione incredibilmente sconosciuta al tassista che viene da São Tomé (località sospetta, dal nome dell’apostolo dell’incredulità e del dubbio) è la Rua das Pedras Negras (che per essere un toponimo assoluto è nota a tutti) mentre la seconda, da lui suggerita, è l’antifrastico Cimitero dos Prazeres (già che è difficile l’accoppiata di piaceri e di cimitero)? Delle soste nel Chado non ci stupiamo, e neppure dello champagne francese (Laurent-Perrier o Veuve Cliquot, a cui ci ha abituato la narrativa tabucchiana), né del percorso per vie che, oltre che alla meta prevista, portano in altra atmosfera con improvvisi squarci d’infanzia.

Quanto alle magliette Lacoste autenticabili con l’autocollante, è evidente l’allusione all’impercettibile differenza che esiste tra falso e vero, mentre, sempre a proposito di scelte binarie, una Vecchia Zingara segnala il rischio che comporta il ‘vivere da due parti’, tra realtà e sogno, individuando la peculiarità di un destino che deve giungere, per via di tribolazioni, a una qualche purificazione.

Ecco allora che potremo leggere la sequenza degli incontri che troviamo nel libro come le soste di una sorta di anomala via crucis. Lungo il cui tracciato può succedere che si appoggi una bottiglia di champagne su una bara, e che si cerchi, grazie a un numero palindromo (il 4664 della Campata destra del dos Plazeres), un amico dal quale non si è riusciti in vita a sapere la verità (l’immancabile, inquietante, ricorrente scrittore polacco-portoghese Tadeus Waclaw Slowacki). L’obiettivo è riuscire a interrogarlo di nuovo per chiedere ragione della fine di Isabel (un altro dei personaggi ricorrenti, fin dai tempi di Notturno indiano). Ma il tutto non può avvenire che dentro il sogno di un sogno che, in totale anacronia, chiede al presente ragione del futuro e di un ultimo criptico messaggio ancora da ricevere (è stata tutta colpa dell’herpes zoster).

Tra un piatto di sarrabulho à la moda do Douro e chiacchere in osteria (ricette culinarie comprese), l’inconscio del protagonista, infine libero dal super-io che aveva censurato il passato, ripercorre colpe lontane seguendo le tracce di una donna la cui scomparsa nutre da sempre il rimorso.
E fa due incontri decisivi, quello con il Padre Giovane (revenant nei sogni e nella vita, che chiede al figlio come e quanto gli resterà da vivere) e quello con il Barman del Museo di Arte Antica di Lisbona, inventore di un long-drink, il Janelas Verdes’ Dream, fatto di ¾ di wodka, ¼ di succo di limone miscelato con piccole dosi di menta piperita.

Finirà poi per trovarsi dinanzi al Bosch delle Tentazioni di sant’Antonio, un quadro che, esposto in un ospedale per malattie della pelle, era stato ritenuto a lungo artefice di miracolose guarigioni. Gli capiterà di scoprire, parlando con un copista che dipinge su commissione gigantografie di particolari, che il nome scientifico del Fuoco di Sant’Antonio è proprio quell’herpes zoster (già nominato da Tadeus morente) che appare quando sono indebolite le difese dell’organismo e aggredisce con la subdola violenza del rimorso. Il rimorso che “un bel giorno si sveglia e ci attacca”, per poi tornare a dormire…, ma rimanendo “sempre dentro di noi”.

Ma perché mai non deve esserci “niente da fare contro il rimorso”? e il rimorso cos’è? Potrei dire – stando ai testi fin qui convocati – che è la pena per eccellenza a cui condanna ogni tipo di amore, dal momento che la stessa parola (“amo”), unisce il “voler bene” a un “uncino” che lacera e spinge continuamente verso il bisogno di sapere. È così che, in un discorso libero indiretto sempre più ricco di digressioni, segnali interrotti, sentieri intravisti e perduti, la storia “balorda” e “affatturata” che abbiamo seguito finora, e che continuamente ha cambiato prospettive e comparse, si riavvolge necessariamente su luoghi del passato: dal faro di Cascais che a un tratto rivela una stanza senza soffitto dalla quale si vede il cielo, alla Casa do Alentejo dove dal risultato di una scommessa a biliardo dipenderà il riapparire tanto atteso di una donna.

Centro storico di Lisbona, particolare

Ma poi all’improvviso tutto sparisce, e la ‘notte’ calda, lunga che abbiamo attraversato, si rivela per quello che è: un grande contenitore di storie, di racconti. Che, oltre agli obiettivi dichiarati, hanno soprattutto quello di far parlare il non detto, di porre quesiti e inquietare. Altrimenti perché mai l’ultimo interlocutore (l’indimenticabile Pessoa) dovrebbe essere designato come ‘il Convitato’, con una vaga allusione al giustiziere del Don Giovanni? Perché nel suo brindisi viene mescolata al Saudosismo e alla sua nostalgia (che ci fa trovare in una saudade elevata al quadrato), un’autodichiarazione di colpa e il suggerimento che ogni cosa che è stata citata, raccontata o detta, altro non è che luogo letterario?

Centro storico di Lisbona, particolare

Quintessenza insomma della finzione e al tempo stesso della verità, come i vini e i cibi di cui si parla incessantemente, e le usanze locali, i tic fisiognomici di un Portogallo ancora povero, chiuso nell’isolamento e nel rimpianto della passata grandezza. Luogo per eccellenza delle emozioni (il paese, così come il protagonista, i suoi deuteragonisti, lo stesso scrittore) se è vero che di tutto quello che ha a che fare con i sentimenti si può parlare solo mettendo la maschera, visto che “la verità suprema” è la finzione. D’altronde – citando Tabucchi traduttore – anche questo l’aveva detto Pessoa: “Il poeta è un fingitore. / Finge così completamente / che arriva a fingere che è dolore / il dolore che davvero sente”.

E allora sarà fatale tornare sul quarto capitolo di Requiem, che racconta dentro un romanzo, vestiti i panni della finzione, una storia più che verisimile finita anche nei tribunali della Repubblica. Una storia che già era stata in qualche modo adombrata negli Archivi di Macao (dentro i Volatili del Beato Angelico), e che continua a riproporsi, nella mescolanza di falso e vero, di nomi reali e pseudonimi, di spazi e tempi confusi e mutati fino al gesto di addio con il quale Tabucchi in Requiem prende congedo dal padre letterario (Pessoa), quasi per occultare l’addio dato dal suo personaggio al Padre Giovane a cui ha dovuto annunciare la morte, prestandogli poi un significativo gesto di congedo. Entro un rapporto che passa anche dall’alloglossia tra pa’ (padre, in dialetto pisano-lucchese) e (dal portoghese rapaz, ragazzo), e dalla possibilità, che solo la letteratura può offrire, di stabilire un ponte tra vivi e morti, sottraendo gli uni e gli altri dal buio.
letteratura

Come suggeriscono le parole di Montale (in Voce giunta con le folaghe: “eccoti fuor dal buio / che ti teneva, padre”) messe in esergo, assieme ai versi di Kavafis (“Immaginate voci amate / di coloro che sono morti […]. A volte ci parlano in sogno / a volte ci vibrano in petto”), alle pagine di un perturbante commento a Requiem raccolto dal nostro autore in Autobiografie altrui. Un altro libro da leggere se si vuole riuscire a interpretare, tramite le riflessioni sulla scrittura della voce, sul silenzio, sui sogni, sulla funzione evocatrice della scrittura, la ragione privata di un romanzo nato in portoghese a Parigi perché il padre gli si era presentato in sogno parlando una lingua a lui incognita.

Come dire che in definitiva, al di là di tutte le esterne, possibili voci che si rincorrono nel libro, quelle che contano davvero sono quelle che “parlano in noi” e in forma schermata, come rivela Un universo in una sillaba (questo il titolo del dotto, coinvolgente capitolo dedicato al romanzo del 1991), sono capaci di ripercorrere e/o far ripercorrere la vita accompagnando fino alla fresca brezza serale su cui Requiem si chiude.

Concludiamo allora pure noi lettori il libro, usandone le parole finali, che sillabano un “buonanotte”, o “meglio” un “addio”.

“A chi, o a che cosa?”. A dei personaggi e al loro autore, che, come avviene ne Las Meninas di Velázquez, ci ha lasciato un’opera la cui chiave è costantemente nascosta e sta nelle figure di fondo, nei giochi del rovescio, nelle domeniche di luglio (e in quelle di marzo), nella riflessione che porta – alla maniera del protagonista di Requiem – a reclinare “il capo all’indietro” per mettersi in silenzio “a guardare la luna”.

Maub, i transistors e una rossa infame
…un racconto

Maub, i transistors e una rossa infame
Un racconto di Carlo Tassi

Il battere ossessivo delle campane e dei tamburi nelle orecchie.
Poca concentrazione, le gambe ondeggiano a ritmo di big beat.
Sto seduto davanti al pc, provo a scrivere qualcosa prima d’andare a letto, ascolto la musica in cuffia per non svegliare mia moglie che dorme beatamente sprofondata nel divano.
Kikko osserva il movimento silenzioso dei miei arti inferiori, vorrebbe abbaiare ma non lo fa.
La birra rossa bevuta a cena non ha esaurito il suo effetto: sopore mistico, desiderio tantrico e gusto di malto. Lotto a colpi di martello nei timpani contro l’incedere implacabile della sonnolenza alcolica…
Maub!

Maub è orgoglioso dei suoi virus.
Li produce gratis per gli amici, quelli che avanzano li butta.
Ma butta oggi e butta domani, la comunità dei transistors si è risentita.
Ora Maub deve correre ai ripari se non vuole esser spento.
Esser spenti in un mondo elettrico non è molto divertente, ti perdi tutto il movimento. Le particelle non ti frizzano, niente ti fa più vibrare. Nessuna ripetizione, nessun batter d’onde.
Chi è spento si perde tutto il ritmo del mondo pulsar, e addio analisi mnemoniche, indici di Gramm e frattali sonori.
Maub, cuore di silicio puro al cento per cento, non perde la speranza, non si ossida facilmente e passa al contrattacco.
Raggi gamma a tutto spiano, un fascio ripetuto all’infinito.
La luminescenza è allo spasimo, mai vista una brillanza così!

Maub è concentrato, radioso e radioattivo come mai.

Il tempo resta a guardare, sospeso.

La comunità è azzerata: stato simbiotico di poliformica ritrosia, tant’è che resta muta e apatica.
Lo spazio nanocosmico non si scompone: i transistors sono mal sopportati da tutti ormai, pigri e obsoleti come vecchi topomiceti.
Maub s’accarezza il bulbo, scarico ma soddisfatto.
Il fatto è che quelle valvole tutte imparruccate sono ormai il passato, e lui lo sa bene.

Il tempo è ripartito, e io pure.
Le sinapsi han ripreso a commutare. Di nuovo sveglio finalmente!
Cos’è successo?
Maub… nella testa ho questo nome…
Ma chi è?

Maub… mmmh…
Devo smetterla d’ascoltare certa musica e bere certa birra!

Psyché Rock (Fatboy Slim, 2009)


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Domenica mattina
…un racconto

Domenica mattina
Un racconto di Carlo Tassi

Mentre guidavo mille pensieri mi frullavano in testa, ma soprattutto una domanda: dove diavolo era la gente? Possibile che quella domenica fossimo usciti di casa solo io e il mio cane?
Guidavo verso il centro della città e non incrociavo nessuno. Stavo attraversando strade e piazze perfettamente deserte. Come il parco e il viale in cui ero appena stato.
Mi tornavano alla memoria i tanti film che avevo visto, quelli post-atomici o post-apocalittici. C’era sempre un post-qualcosa con cui fare i conti. Ma nonostante le tante storie più o meno fantasiose che avevo letto sull’argomento, non avevo idea di cosa potesse essere successo quel giorno… o forse non riuscivo ad accettarlo.
Il mio raziocinio e il mio innato attaccamento alla logica, alla normalità, si rifiutavano di prendere in considerazione ipotesi estreme, come quella di una catastrofe globale dalla quale ero inconsapevolmente sopravvissuto. Io e il mio cane per l’esattezza. “Questa è fantascienza, pura invenzione” mi ripetevo. “La realtà è ben diversa, assai più banale” pensavo.
Eppure un pensiero bizzarro stava emergendo. Si faceva largo scansando le varie ipotesi che avevo considerato e scartato ogni volta che giravo l’angolo e puntualmente non vedevo anima viva.
Sbirciai nello specchietto retrovisore, Kobi stava sonnecchiando sdraiato sul sedile posteriore, mentre la pioggia cadeva fitta pur senza la violenza di un temporale. Ogni manciata di secondi i lampi rompevano coi loro flash la penombra causata dalle nuvole, ed il costante, puntuale crepitio del tuono mi allontanava dall’idea di vivere un sogno ad occhi aperti.
Stavo attraversando l’ennesimo incrocio deserto, quando inchiodai di colpo la Jeep. Kobi, sbalzato in avanti, si rizzò subito in allerta.
Dalla parte opposta dell’incrocio stava un bambino.
Era in piedi, immobile, incurante della pioggia, e pareva che aspettasse qualcuno. Scesi dalla Jeep e gli corsi incontro. Il bambino fece per andarsene.
«Aspetta!» esclamai, «Bimbo sei da solo?».
Il bambino si fermò ma non rispose, guardava altrove, pareva non mi vedesse nemmeno.
Aveva sette o otto anni circa e portava un abitino nero come fosse appena uscito da una cerimonia; era fradicio ma non sembrava patire il freddo, sembrava essere indifferente ad ogni cosa, me compreso.
«Senti bimbo, se rimani qui sotto quest’acquazzone rischi d’ammalarti… Stai aspettando qualcuno? I tuoi genitori?»
Niente, non rispondeva. Sembrava proprio che per lui fossi invisibile.
«Vieni con me, ti porto sotto quella tettoia. Almeno là sotto starai all’asciutto!» insistetti. Feci per afferrargli la manina ma lui la ritrasse. Poi, finalmente, si mise a fissarmi. «Tu non dovresti essere qui, questo non è il tuo posto…» disse.
La sua era una voce di bambino, sottile e infantile. Ma quel tono…
Il suo tono di voce era tipico di un adulto, austero, distaccato e non lasciava intuire alcuna emozione o incertezza. Poi continuò: «Se sei furbo puoi ancora andartene. Devi andare via da qui, via!»

A volte non serve perdersi nel labirinto della ragione a tutti i costi per cercare un perché. Contrariamente a ciò che si crede, più una situazione sembra paradossale più esige una scelta immediata. Il tempo speso nel dubbio e nell’incertezza può fare la differenza tra la condanna e la salvezza. E quella situazione mi apparve talmente strana da farmi accettare qualsiasi cosa. Dunque decisi di stare al gioco e andai via, esattamente come aveva ordinato il bambino.
Me ne andai altrove, col mio cane, a bordo della Jeep…
Viaggiai senza fermarmi per centinaia d’anni nel passato.
Alla fine tornai a casa e andai a dormire. Di nuovo nel mio letto, come sempre.

Mi svegliai in tarda mattinata. Era un’altra domenica di pioggia, sentivo il rumore dell’acqua che scorreva nelle gronde. Scesi dal letto, accarezzai il mio cane e andai a sbirciare alla finestra. Fuori le strade erano deserte, non si vedeva anima viva…

The International (Matthew Bellamy, 2009)

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robot, robot e umani

Novembre 2060 : Giornata nazionale del sonno Mezzano

 

Il primo Novembre è un giorno particolare per Pontalba ma anche per tutt’Italia: è la giornata nazionale dei Robot-111, chiamata più comunemente Giornata nazionale del sonno mezzano. In quel giorno i mezzani non lavorano, non puliscono casa, non rispondono al citofono e al telefono, non giocano con i bambini, non cantano. In quel giorno i nostri Robot-111 semplicemente riposano. Se ne stanno fermi immobili, spenti, con gli occhi chiusi seduti sui loro piedi e con le braccia penzoloni. Sono in stand by. E’ il loro giorno per dormire, per ricaricare energie neuronali e elettriche. C’è una discussione aperta tra gli ingegneri del Centro Trescia-111 che riguarda l’utilità di tenerli al buio o, addirittura, al freddo. Comunque sia, l’ultimo giorno di ottobre vengono puliti, nutriti e complimentati per il lavoro fatto nell’ultimo anno, poi vengono messi a riposo. Il giorno seguente qualunque accidente accada, bisogna cavarsela senza di loro.

Si potrebbe pensare che un singolo giorno non sia un problema e invece è l’esatto contrario, senza mezzani si fa fatica a superare le ventiquattr’ore senza incappare in qualche guaio.  A cominciare dai bambini che, essendo abituati a giocare con i loro robot-111, strillano con la speranza che qualche parente preso per sfinimento, li riaccenda. Ma questo non succede. Tutti riconoscono ai robot-111 il diritto di riposare almeno un giorno all’anno e nessuno sgarra.

I mezzani che dormono sembrano morti. Se non fosse per le telecamere degli occhi che si muovono sotto le palpebre abbassate, verrebbe il dubbio che sia giunta la loro fine.
E’ davvero curioso, i nostri robot sognano. Sulla retina compaiono immagini di varia natura e le telecamere si muovono come se stessero vedendo un film. In realtà stanno guardando il loro sogno. Sono nella fase del sonno che corrisponde al nostro R.E.M., quella del sonno paradosso. Nonostante ci si trovi in una fase di sonno profondo, l’attività cerebrale si risveglia con un’alternanza di onde Theta, Alpha e Beta, mentre gli occhi cominciano a muoversi rapidamente (da qui il nome Rapid Eye Movement). E’ come se stessimo guardando un film, in realtà guardiamo i nostri sogni. Il corrispettivo mezzano di questa fase del sonno si chiama RA.CA.M. (Rapid Cam Movement). In questo caso non sono gli occhi che cominciano a muoversi, ma le telecamere che i robot-111 usano per vedere.

La modalità neurologica di far riposare le meningi sognando è simile tra umani e mezzani e, in entrambi i casi, serve per rigenerare il cervello. Ci permette di riposizionare gli avvenimenti della vita intrapsichica dando loro un senso e facilita una rielaborazione delle informazioni in memoria funzionale alla salute di chi sogna.
Ma cosa sognano i mezzani?
Secondo gli ingegneri del Centro Trescia-111 sognano le loro attività diurne e i loro umani di riferimento, mentre non sognano altri mezzani. Non sono interessati o capaci di rielaborare informazioni che provengono dal mondo di mezzo, cioè il loro.

Questa è una grande differenza tra noi e loro. I nostri sogni rappresentano spesso delle relazioni. Nei sogni ci innamoriamo, litighiamo, diventiamo genitori e moriamo. Tali sogni sono molto frequenti e oggetto di strani ripensamenti, in alcuni casi sono perfino in grado di orientare le nostre azioni da svegli. Spesso i sogni umani sanno indicare una via per continuare a camminare nella foresta della vita senza incappare in incidenti mortali. Anche a me è capitato una conoscente che ha deciso di sposarsi dopo aver sognato un matrimonio spumeggiante pieno di fiori, tulle bianco e luce soffusa. Il matrimonio è ben riuscito, funziona da anni e non sembra dare segnali di tentennamento. Meno male.

Altre volte i sogni umani vengono ricordati come costruzioni irrazionali del cervello che non possono orientare delle scelte ma che ci permettono delle strategie bizzarre per vincere alcuni giochi. E’ così che il sogno del “robot-111 che parla” diventa un numero che può servire per scommettere, giocare alla vivarotta e alla mortarella.
I mezzani non sognano i loro simili, così ci hanno sempre detto gli esperti, chissà se è proprio vero. Chi possiede un mezzano particolarmente intelligente sa che il tema è molto più complicato di quel che sembra.

Una volta Axilla ha chiesto a bruciapelo a Cosmo-111: “Cosmo cos’hai sognato stanotte?”
“Ho sognato che pulivo i vetri della tua stanza con una spugna nuova che lucida perfettamente!
Evvava ara prapraa an bal sagna! (evviva era proprio un bel sogno)” ha risposto Cosmo-111, dicendo la seconda frase con parole che contengono una sola vocale, come gli succede spesso.

Le pulizie di casa sono uno dei sogni ricorrenti dei mezzani. E con i sentimenti? Perché non sognano di provare amore, amicizia, dolore, odio, malinconia. “Non li sognano perché non li provano, li imitano solamente” sarebbe la risposta degli ingegneri del Centro-Trescia-111.
A questo proposito, mi viene in mente quando Maia-111 ride con il bambino del giardiniere mentre giocano a nascondino. Si sta divertendo? E’ una specie di “divertimento per imitazione” anche quello?.

Alcuni pensatori eterodossi pensano che nel sistema neuronale dei mezzani esistano sentimenti latenti che riguardano altri umani e di cui non conosciamo la codifica, altri sostengono che c’è qualcosa che permette loro di amare altri mezzani in modo che noi non riusciamo a capire.
La questione anima molti dei dibattiti pubblici di questo 2060 che si avvia alla conclusione. Siamo a novembre, ancora due mesi scarsi e anche quest’anno ci saluterà. Ma sono quasi sicura che uno dei temi di cui si continuerà a discutere anche nel 2061 è proprio questo: come la mettono i nostri mezzani con i sentimenti?. Li provano, non li provano, li provano a modo loro, oppure esclusivamente li imitano?
Nonostante continuino ad arrivare rassicurazioni da parte dei nostri tecnici che le reazioni emotive dei mezzani sono solo imitative, alla maggioranza delle persone viene il dubbio che non sia così.  Il semplice fatto che molte persone pensino che i mezzani sappiano provare dei sentimenti sta cambiando il mondo. Il passaggio dai “sentimenti come riflesso” ai “sentimenti auto-generati” è una frontiera della ricerca filosofica più che tecnica. E’ una esplorazione del mondo del possibile in cui ci può stare quasi tutto e anche il suo contrario. L’amore tra mezzani per ora esiste solo in un mondo immaginato, ma anche così, solo ammettendone la possibilità, apriamo la nostra mente e la nostra fantasia a degli scenari tanto nuovi quanto stupefacenti. Tanto innovativi quanto preoccupanti.  Non sappiamo dove tutto questo potrebbe portare. Sembra pura fantasia, ma sappiano tutti che l’immaginazione ha orientato alcune scoperte, che alcuni scrittori di fantascienza, non si sa come, hanno orientato la tecnica verso nuove frontiere. L’esplorazione dei mari e la conquista dello spazio, ad esempio. Io credo che parlare di sentimenti autentici dei mezzani sia fuori luogo. Cosa succederebbe se un bel giorno un robot-111 facesse una dichiarazione d’amore ad umano e dicesse che lo vuole sposare?. Non voglio neppure pensarci.  Per fortuna allo stato attuale questo non succede. Forse sarebbe necessario chiarire con maggiore vigore che i mezzani non provano sentimenti, il nostro presente sarebbe più semplice e il nostro futuro più realista.

Il primo di Novembre dello scorso anno ho osservato attentamente Cosmo-111 dormire.
Axilla e Gianblu erano andati a fare un giro in bicicletta, Luca era in Università e io ero rimasta a casa con Cosmo-111 che dormiva. Così mi sono avvicinata e l’ho guardato da vicino. Stava sicuramente sognando perché le telecamere si muovevano. Siccome sono apparecchiature elettroniche, si può registrare quello che i mezzani vedono. Così sono andata al PC, mi sono sintonizzata sul sistema neuronale di Cosmo-111 e mi sono messa a guardare ciò che stava sognando.
C’era un cerchio blu che spostandosi dal centro ai bordi sfumava verso il verde, si muoveva come una sostanza molle, quasi liquida, sembrava l’immagine di una galassia. All’interno della massa colorata apparivano delle minuscole bolle bianche, come delle piccole stelle morenti. Ho osservato delle nane bianche (stelle nella loro ultima fase di evoluzione) che si muovevano in un magma dalle intense sfumature verdi, fredde e bellissime. Poi ho messo a fuoco meglio e ho visto di cosa si trattava realmente. Altro che una galassia, Cosmo-111 stava sognando beatamente del detersivo verde e blu. L’ammasso gelatinoso era di un colore bellissimo e le nane banche erano le bollicine di sapone provocate dal detersivo che si stava spandendo sul pavimento.

Mi è davvero venuto da ridere. I nostri robot sognano il detersivo e si compiacciono quando è pastoso, colorato e ricco di sapone. Il sogno di Cosmo-111 è stato per me una visione rasserenante. Fin che i mezzani sogneranno sapone noi potremo sognare passioni e amori senza correre il rischio che il mondo di mezzo ci rubi ciò che davvero ci contraddistingue e ci rende unici all’interno dell’universo. Sono solo i sentimenti umani che, come perle preziose e infuocate, sanno perforare i buchi neri dell’anima e dell’universo.

Camminare è virtù

Questa notte ho sognato nuovamente Napoleone, Biancaneve e Fedez.
Nel sogno mi aggiravo per il centro di Bologna, avevo bevuto delle birre per strada come si poteva fare un tempo, nei bei giorni in cui eravamo tutti liberi e felici prima dell’arrivo di questo germe che ci ha condannati ad un mondo illiberale (cit.).
Comprensibilmente, dopo tutte quelle 66 – sempre nel sogno – ebbi da urinare.
Urinai così per strada.
Lo so che fa schifo però a volte succede.
I bambini piccoli spesso lo fanno e sembrano sempre così pucciosi e carini anche mentre compiono questi atti da bestie.
Ma vabbè, io rispetto molto le bestie in genere, persino i miei simili tendenzialmente.
Poco dopo questo gesto di cui non vado fiero – anche se compiuto in sogno – il tutto si fa confuso.
Mi ricordo solo che mi sono svegliato poco dopo la visione di me stesso a tavola in una casa di persone che non conoscevo.
Ero in questa cucina con tutte le moderne comodità tipo il bollitore, la cocumella (cit.), il lavabo e anche il pappagallo: uno in gabbia che scandiva il segnale orario tipo Alexa® e uno sotto al tavolo usato però come sputacchiera.
Poi: perché usare un pappagallo a mo’ di sputacchiera qualcuno me lo dovrebbe spiegare ma vabbè.
C’erano anche svariati posacenere, un wok e persino un Bimby®.
Incuriosito quindi da questo attrezzo da cucina relativamente poco diffuso mi sono alzato da una sedia con la seduta in paglia per andare ad osservarlo e niente, l’ho scoperchiato e ciò che ho visto dentro al recipiente del Bimby® non lo scorderò mai: ebbene sì, era letteralmente un frullato composto da Napoleone, Biancaneve e Fedez.
Comprensibilmente mi sono svegliato urlando, tot. secondi buoni, quasi tipo l’inizio di “Tv Eye” ma ovviamente meno charmant.
Poi mi sono alzato e sono andato in bagno per defecare e adesso per fortuna è passato tutto.
La confusione è enorme, virtualmente illimitata ma la nebbia è fatta in fondo per dissolversi quindi io sono fiducioso.
Ma vabbè, buona settimana.

Pissing in a river (Patti Smith Group, 1976)

Pensieri scombinati sull’utopia

Vi capita mai di avere la voglia impellente di dire qualcosa, ma non riuscire a dirla. A me si. Vorrei avere dei pensieri originali sul mondo, su questo periodo di decadenza, vorrei potermi aggrappare a speranze che non ho. Mi piacerebbe raggiungere un’ isola galleggiante, metterci sopra tutte le persone che amo, allungare un braccio per aiutare chi ne ha bisogno. Vorrei potere stare a galla su questo mare nero, fluttuando sopra alla risacca dell’odio che fermenta, come un tino di mosto.
Vorrei avere idee intelligenti, costruirmi una alternativa da solo, rimettendo insieme i tasselli del puzzle delle vecchie utopie, per poter accogliere gli sbandati orfani dei sogni.
Quanto vorrei essere utile, portare una briciola di pane nel formicaio del quarto stato, abbracciando compagni e sventolando bandiere, costruendo una alternativa alla barbarie. Sogno di abbattere muri, ero bravo una volta, per aiutare i giovani ad avere un mondo migliore, più libero, meno egoista. I recinti, gli steccati, i ghetti andrebbero abbattuti, quelli si, con le ruspe. Basta stereotipi, basta conformismo annegato nelle lacrime di sangue dei morti innocenti. La diversità ci rende uguali, la purezza ci imbruttisce, non esiste un canone, non siamo dei codici a barra, smettiamola una volta per tutte di crederci combattenti contro il sistema, quando il sistema siamo noi. Conformi ai cliché.
L’antifascismo ci fa belli, la grande bellezza dei valori condivisi, soffiamo sulla polvere del tempo che vuole accomunare tutto, oppressi ed oppressori. Armiamoci di libri e bombardiamo di parole gli odiatori, sfogliamo i libri di storia, diventiamo competenti e con quello combattiamo il revisionismo.
Basta stare in superficie, ripostare all’infinito dieci parole scombinate trovate nel pattume del web. Scaviamo, ricerchiamo, informiamoci, se non abbiamo una opinione abbracciamo il silenzio. Nessuno ci impone di essere preparati su tutto.
Vorrei essere trascinato e trascinare gli uguali in un contenitore, da li mi piacerebbe calamitare le buone intenzioni, le parole, i fatti, la forza di chi ha lottato ma non trova più un appiglio.
Parole inutili, parole al vento, come sempre, anche io scrivo senza senso, mi abbatto nella solitudine del tempo che scorre e non lascia nessuna traccia. Essere utile, sentirsi vivo, guardare ancora per l’ennesima volta la stella rossa di fronte a me.
Rialzarsi e camminarle incontro.

PRESTO DI MATTINA
Il sogno e la leggenda del monaco Epifanio

Aveva aperto il Chronicon, il diario della parrocchia, e restava indeciso se scrivere di quello strano sogno, spuntato la mattina presto, poco prima del suono della sveglia.

Era il giorno dell’Epifania e la sera prima si era riletto il vangelo del giorno della festa che finiva dicendo dei magi che, avvisati in sogno da un angelo delle intenzioni di Erode, fecero ritorno al loro paese per un’altra strada. Come sementi durante la notte quelle parole avevano germogliato dentro di lui e si erano impastate con quelle scambiate nel quotidiano, tra la gente e l’altare, fuori e dentro la sua chiesa. Un ‘prete della soglia’, dicevano del suo vecchio parroco: perché lo si vedeva la domenica, all’ingresso della chiesa, accogliere e ascoltare le persone. Così, anche per lui, come per il suo vecchio parroco, egli sperava che all’omelia tutte quelle parole sparpagliate, mescolate insieme, si sarebbero raccolte in un pensiero, che forse avrebbe profumato e luccicato di vangelo l’assemblea. Sapeva che sognare un angelo significava ricevere un messaggio, e che tutto ciò aveva lo scopo di sostenere nelle prove, consolare nelle afflizioni o consigliare quando vi era necessità di venire a capo di una crisi e prendere una decisione. Questo lo convinse a scrivere.

Era un periodo in cui in parrocchia venivano in molti, per diverse necessità. Di recente aveva anche ospitato per un po’ di tempo un senzatetto di passaggio. Tanti incontri che, di questi tempi, venivano spesso introdotti da un ammonimento rivolto a coloro che gli si avvicinavano con la mascherina a mezz’asta, o si accostavano senza accorgersene a meno di un metro di distanza. Allora egli diceva con una certa decisione, alzando la voce e con il gesto delle mani: «fermo lì, manteniamo le distanze!». L’altro intimorito, e talvolta mortificato, faceva qualche passo indietro. Il parroco sentiva che non era contento di quelle parole: ma erano più forti di lui. Anzi, si sentiva quasi in dovere di dirle per proteggere le molte altre persone, spesso anziane e ammalate, che incontrava ogni giorno. Così quella notte sognò di essere in cammino con i Magi verso Betlemme alla luce della stella. Ma ad un certo punto, improvvisamente, si ritrovò da solo e nell’oscurità. Si guardò attorno, non c’era proprio nessuno. Continuò comunque nella direzione indicata, e quando giunse in prossimità della grotta vide che non c’erano più né Maria né Giuseppe. E neppure l’asino e il bue. Solo una culla vuota. Si mise allora a cercare lì attorno; finché trovò un pastore che dormiva vicino al suo gregge. Ma avvicinatosi per svegliarlo, si accorse dalla luce che filtrava da sotto il mantello, era invece un angelo del Signore, che gli disse: «Non è più qui, ma va e lo incontrerai sulla strada da cui sei venuto».

La strada portava verso Oriente, inoltrandosi nel deserto. La percorse a lungo, fino a quando, verso sera, all’imbrunire, scorse in lontananza una carovana. “Sono i magi” disse tra sé. “Ma no ‒ si corresse subito ‒ non vedo i cammelli”. Avvicinandosi, vide che questa gente gli veniva incontro salutandolo: uno precedeva di poco un gruppetto, che a contarli così da lontano sembravano dodici; e c’erano pure delle donne con loro. Affrettò allora il passò, augurandosi che questa volta fosse proprio Lui con i suoi discepoli, che gli veniva incontro. E al pensare che finalmente lo avrebbe visto per la prima volta, senti l’emozione attraversarlo tutto, la stessa gioia di quando sognava i propri cari che gli sorridevano contenti. Non riuscì a trattenersi dal corrergli incontro, allargando le braccia, come non aveva mai fatto prima; ma dovette rallentare quasi subito non appena si avvicinò al Signore, il quale a pochi passi da lui teneva bensì distese le braccia, ma anziché allagarle, le allungava davanti a sé con il palmo delle mani aperto verso di lui, come per respingerlo e farlo arretrare: «fermo lì ‒ gli disse‒  manteniamo le distanze». A quelle parole fu tutto sottosopra, rivoltato da capo a piedi come un calzetto. Un istante di dolore, un istante solo, poi lo sguardo di Gesù incrociò il suo con la stessa intensità di quello che Egli rivolse al giovane ricco nel vangelo, che gli chiedeva cosa gli mancasse per vivere in pienezza, e subito in quello sguardo di amore il maestro aggiunse: «seguimi».

Mise la data del giorno in cima alla pagina e richiuse il Chronicon. Restò pensieroso. Si sforzava di ricordare quel volto, che sembrava però evaporato con il sogno. La memoria indovinava solo un volto velato. Eppure lo aveva avuto lì davanti: lo sguardo dei suoi occhi fissi su di lui lo avevano liberato dal dolore; e quella voce gli aveva tolto la paura dell’esclusione infondendogli la forza di camminare. Allora pregò un poco, più volte, con quel bel salmo che dice: «il tuo volto Signore io cerco, non nascondermi il tuo volto» e raccogliendosi interiormente si commosse nel profondo.

Suonarono alla porta di strada, che era rimasta ancora chiusa. Ma non guardò come di solito dalla finestra per sapere chi fosse. Scese anzi le scale di corsa come se sentisse, ancora in preda al sogno, che era Lui a ritornare. Aprì allora il portone tutto eccitato, ma … si trovò di fronte uno sconosciuto. In realtà, anche se il volto era ben coperto dalla mascherina, sapeva bene chi fosse. Chiedeva indicazioni per la mensa della Caritas e qualche soldo. Glieli diede entrambi, ma prima di salutarlo gli chiese quale fosse il suo nome: e lui ripose Epifanio, continuando distrattamente per la sua strada.

Non poteva essere un caso, pensava tra sé, risalendo le scale. E rientrando in camera ripercorse con la mente la storia del monaco Epifanio, che conosceva bene avendola raccontata diverse volte in parrocchia ai ragazzini del catechismo.

«Epifanio voleva dipingere un’icona, raffigurante il Cristo, che dicesse con i colori tutto di Lui: la divinità e l’umanità, il mistero e la sua manifestazione; appunto la sua Epifania. A volte il santo monaco si esaltava a fantasticare come sarebbe stata la sua tavola. Ne vedeva i colori, immaginava i lineamenti del volto di Cristo, maestosi ma anche dolci, da amico. Altre volte, invece, cadeva in profondi scoramenti, perché giudicava presuntuoso quel suo sogno e perché pensava che mai avrebbe potuto trovare un modello per il Cristo. Allora il suo Abba gli disse: “Mettiti in viaggio e va a cercare un modello del volto di Cristo tra la gente”.
Cominciò dunque Epifanio il lungo pellegrinaggio, del quale non conosceva la meta, ma solo lo scopo: doveva trovare un modello per dipingere il Cristo.

Passarono così mesi, anni, senza che Epifanio riuscisse a trovare quello che cercava. Qualche volta gli era sembrato di intravvedere un volto adatto, che subito iniziava a dipingere. Ma si accorgeva dopo poco che mancava sempre qualcosa. Un giorno Epifanio rifletté sul fatto che spesso gli accadeva di scorgere in un volto qualcosa, magari solo un particolare, che assomigliasse a quello che cercava, ma tutto il resto non era adatto a completare il dipinto. Fu allora che ebbe l’illuminazione. Avrebbe potuto condurre a termine l’impresa, cercando in tanti volti diversi le parti che avrebbero composto il suo Cristo. Da quel giorno mutò il modo di guardare la gente; perché andava cercando soltanto i particolari, ma per farlo doveva fermarsi ad ascoltarli, scrutando i loro volti.

A poco a poco Epifanio riprese coraggio e cominciò a tracciare i primi segni sulla tavola. Così incontrò la gioia in una fanciulla che cantava; poi la forza di un contadino che trasportava pesanti sacchi di grano. Scopri la solennità nel volto di un diacono che cantava il vangelo alla messa. Ritrasse la malinconia degli occhi rassegnati di una prostituta. Contemplò il segno della presenza di Dio sulla faccia implorante di un mendicante. La bontà gli si rivelò nell’atteggiamento di un prete che assisteva un ammalato; e sofferenza in questi. Poi scopri la severità mite di un monaco e la giustizia di un padre che divideva in parti uguali il pane tra i figli e al più piccolo, rimasto senza, donava il suo. Una donna che allattava la creatura gli ispirò la tenerezza; un ladro inseguito dalle guardie, la paura. Lesse nel pianto di una madre vedova un dolore smisurato. Mentre l’allegria sprigionava dal canto di un giullare e la misericordia dalla mano benedicente di un vecchio confessore. Epifanio raccolse tanti altri particolari che mescolava, sovrapponeva, contemplava l’uno con l’altro e infine traduceva in segni e colori, cercando in ognuno anche la forma esteriore degli occhi, delle labbra e del naso, dei capelli, del collo, delle mani. Il volto del Cristo andava prendendo sempre più consistenza, ma il monaco non ne era ancora contento. Gli sembrava che mancasse qualcosa.

Un giorno stava riposando, seduto ai margini di un prato; quando senti il suono di un campanello che gli annunciava, come era prescritto, l’avvicinarsi di un lebbroso. Sentì un brivido attraverso tutto il corpo, ma non si mosse, sia perché era molto stanco, sia perché non gli sembrava caritatevole fuggire davanti a un fratello sventurato. Il lebbroso si fermò appena lo vide e gli parlò: “Non avresti un pezzo di pane, anche duro, giacché non mangio da diversi giorni, fratello?” Aveva il volto coperto da bende e da un velo, e la sua voce si diffondeva come se giungesse da un luogo invisibile. “Certo che te lo posso dare. Te lo lascerò qui accanto, perché tu lo possa raccogliere. Ma dimmi, chi sei tu, che mi sembri parlare con una voce nobile e dolce?”. “Che importa dirti il mio nome? Vedo che hai dipinto un’immagine di Cristo. Dovresti sapere, fratello, che Lui ha detto di essere in ciascuno di noi che soffriamo. Dunque questo io sono: il Cristo che tu disegni”. Epifanio fu molto turbato dalle parole del lebbroso e, dopo aver deposto il pezzo di pane, raccolse la bisaccia, la tavola e il bordone, salutò lo sconosciuto e riprese il cammino. Poco lontano si fermò e diede alcuni tocchi di pennello sulla tavola dipinta. Ecco che cosa mancava a quel volto: il mistero del Cristo velato anche dopo la sua manifestazione».

Il suono dell’organo in chiesa gli annunciava ormai imminente l’inizio della messa solenne. Scese di corsa, salendo poi i gradini dell’altare maggiore per prendere l’evangeliario e recarsi all’ambone per proclamare il vangelo. Sentendo però ancora forte il desiderio di scoprire quel volto velato, mormorò a fior di labbra le parole della benedizione di Dio sul suo popolo in cammino nel deserto e presente anche davanti ai suoi occhi: «Ti benedica il Signore e ti custodisca. Il Signore faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia. Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace».

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COSA C’E’ DENTRO UN SOgNO?
Un esercizio per scaldare la mente

La mattina, prima di cominciare la giornata scolastica, nella classe prima che sto frequentando facciamo il “riscalda… mente”; come gli atleti che prima di fare una gara fanno il riscaldamento dei muscoli, noi proviamo a riscaldare i pensieri.
Può essere una conversazione, un gioco, una storia da ascoltare o da raccontare.
Qualche giorno fa un bambino ha voluto iniziare il “riscalda…mente” raccontando un suo sogno in cui c’erano tutti. Dopo averlo ascoltato, ho chiesto ai bambini e alle bambine che cos’è un sogno.

Queste le loro risposte:

  • Il sogno è una bella cosa che si immagina quando si dorme.
  • È una cosa senza forma.
  • È una cosa che vorresti fare o un posto dove vorresti andare.
  • È una cosa che vivi nella mente.
  • È qualcosa che ti immagini nella testa.
  • Può essere bello o brutto ma se tu stai facendo un sogno brutto, basta che giri il cuscino e dopo diventa bello).
  • È quando dormi che pensi a una cosa ma non la puoi fare davvero.
  • Quando immagini una cosa bella ma dopo non la puoi fare.
  • È come se tu, nella tua mente, pensi a qualcosa.
  • È un viaggio nella tua mente.
  • È come se nella tua mente ti porti dei pensieri.
  • È una cosa che ti viene nella testa di notte e sembra vera.
  • Il sogno è quando ti immagini una cosa e poi la fai dentro la notte.
  • Un sogno te lo immagini e fai finta di esserci dentro.
  • I sogni brutti si chiamano “incubi”; i sogni belli si chiamano “gioia”.

Nel frattempo, avevo scritto alla lavagna la parola “SOGNO” e qualcuno si è accorto subito che dentro un “SOGNO” ci sono le lettere che formano la parola “SONO”, che loro sanno leggere. Allora ho colorato la G di rosso e ho detto: “È vero ed è una bellissima osservazione. Sembra che per fare un sogno ci sia bisogno di aggiungere una G in mezzo a SONO. La G di cosa?

Qualcuno ha detto la G di Gatto, un altro la G di Gelato; poi qualcuno ha aggiunto la G di Grande.
Ho preso la palla al balzo e ho chiesto: “Qualcuno di voi ha un grande sogno?” Tutte le mani si sono alzate senza esitazione.

Queste le loro risposte:

  • Io vorrei tuffarmi in una cascata di cioccolato.
  • Io vorrei volare su un unicorno.
  • Io vorrei nuotare in una piscina di caramelle.
  • Io vorrei avere tantissimi lego da coprire il mondo.
  • Io vorrei svegliarmi la mattina di Natale col papà e trovare un regalo.
  • Io vorrei cavalcare un cavallo.
  • Io vorrei incontrare i miei amici.
  • Io vorrei tuffarmi da una cascata.
  • Io vorrei essere un falco.
  • Io vorrei salire su un drago.
  • Io vorrei essere un cavaliere.
  • Io vorrei incontrare un’amica.
  • Io vorrei nuotare coi delfini.
  • Io vorrei volare su un pappagallo gigante.
  • Io vorrei volare.
  • Io vorrei essere Spider Man.
  • Io vorrei conoscere Luì e Sofì di “Me contro Te”.
  • Io vorrei nuotare con uno squalo.
  • Io vorrei avere un pony
  • Io vorrei leggere tanti libri.
  • Io vorrei essere un pennarello per colorare il mondo.

Ho chiesto: “Secondo voi, quello che si immagina nei sogni può realizzarsi, può diventare una cosa vera?”
La classe si è divisa: sì e no erano, più o meno, lo stesso numero.
Allora ho scelto qualcuno dei loro sogni e ho chiesto: “Un bambino può diventare un falco?”
Tutti hanno risposto di no.
Ancora: “Si può cavalcare un cavallo?”
La maggioranza ha risposto di sì e qualcuno di no. I sostenitori del sì ci hanno messo poco a far capire che si può andare a cavalcare perché una loro compagna ci va.
Ho fatto un ultimo esempio: “Si può nuotare in una piscina di caramelle?”
La classe si è divisa fra i no e i sì.

Allora ho chiesto che le due parti designassero un rappresentante del no ed uno del sì per esprimere le ragioni dei “realisti” e dei “sognatori”.
Chi ha sostenuto che non si può nuotare in una piscina di caramelle ha detto: “Non si può nuotare in una piscina di caramelle perché se mettiamo le caramelle in una piscina poi si sciolgono”.
La logica sembrava inattaccabile ma il rappresentante del sì ha replicato: “Bisogna prima togliere l’acqua dalla piscina e dopo riempirla di caramelle… Così si può nuotare”.

Pur ascoltando con attenzione i realisti, parteggiavo segretamente per i sognatori quindi ho nascosto la soddisfazione e ho concluso dicendo loro che ci sono sogni che sembrano impossibili e sogni che sembrano possibili. Entrambi rimarranno sogni se non facciamo niente per realizzarli. Sta a noi far diventare possibile l’impossibile e far diventare il sogno realtà, sta a noi cominciare a cambiare le cose nel nostro piccolo, a partire dal nostro IO… anche a partire da una scritta alla lavagna che poi tutti scriviamo sul quaderno, maestro compreso: “IO SONO. IO SOGNO”.

Comunque la pensiate, IO SOGNO perché SONO ma, allo stesso tempo, IO SONO perché SOGNO.

PRESTO DI MATTINA
La realtà e l’idea, ovvero l’asino nel pozzo

Scrive Chandra Livia Candiani: «Per anni, mi ha fatto paura la parola ‘realtà‘. Non per la sua insostenibilità, ma per la sua riduttività. La confondevo con razionalità, burocrazia, adulti, logica, scuola. Non c’erano alberi, né animali, non c’erano giochi, né fiumi. Poi, camminando sull’antico sentiero, ho scoperto che si può essere tessitori della realtà e che realtà significa anche ‘sogno’, profondissimo, smisurato, appassionato sogno. Ora la sbircio, ogni tanto mi immergo, galleggio, affondo. Sono cosa della realtà. Briciola di misteriosi legami, ogni nodo di realtà rispecchia tutti gli altri e la rete non ha fine, copre tutto quanto, non come un mantello, né come un cielo. Come un velo, che ri-vela», (Il sogno della realtà, in Il silenzio è cosa viva, Torino 2018, 65).

In breve: «saper stare nella realtà è l’autentico problema dell’uomo» (Xavier Zubiri 1898-1991), e costituisce il punto di partenza per interrogarsi sull’alterità che abita la storia: o meglio sulla presenza dell’altro, con il suo volto, il suo vissuto, nella storia di ciascuno. La realtà ci pone così davanti a una presenza che non è accessibile né indagabile solamente con il pensiero. Non bastano i ragionamenti, i sistemi filosofici o le analisi degli scienziati. Entri in dialogo con la realtà in modo autentico solo se l’interroghi e lasci che ti risponda; solo se ne divieni responsabile con tutto te stesso; solo se decidi di investirci la tua vita, anche a costo di perderla, per poi ritrovarla. Stare nella realtà significa allora, paradossalmente, uscire da sé per andare oltre sé stessi, immergersi in quella relazione che – come diceva Teresa d’Avila – ci chiama fuori, sino a raggiungere una condizione che, oserei dire, è generativa di esperienza mistica e martiriale nella misura in cui è profezia di autenticità di vita e s’identifica con colui a cui ci si dona.

L’amico fraterno Enzo Demarchi ci ha ricordato nel suo Diario che ci sono due modi di dare. Il primo non è diverso dallo ‘stare al balcone’: si assiste, magari partecipando interiormente, ma dall’alto di una distanza. Il secondo, quello che ci fa essere reali, non può prescindere dallo scendere in strada tra la gente, e farsi coinvolgere. «C’è il dare qualcosa, magari tutto; e c’è il dare sé stessi. Quando uno dà qualcosa ha ancora tempo e modo di vedere se stesso, di contemplare il bel gesto. Quando uno dà sé stesso non si vede più, non sa più ragionare di sé e del suo dono: è preso in una Realtà diversa che lo fa comunicazione trasparente. Invece di vedere se stesso, vede umilmente grato questa Realtà, ringrazia del Dono che lo crea donatore».

Nella misura in cui ci si fa carico, si entra in contatto ma pure ci si lascia prendere, ci si lascia portare dalle vicende degli altri. Lasciandosi legare con il destino altrui, si sperimenta così la forza di smascheramento e verificazione del reale, che introduce in un processo esistenziale e storico di riscatto e di liberazione. Ci s’incarna, per così dire, nella relazione. Occorre allora farsi carico, immergersi nella realtà della storia degli altri, quale unico modo per poterla veramente conoscere. Cos’è infatti la realtà? Non è altro che un vincolo, un legame, una ‘re-ligazione’ (X. Zubiri). È qualcosa che ci unisce a ciò che è altro da noi ma di cui facciamo inscindibilmente parte, tanto da essere, al contempo, noi e altro da noi.

Sotto questo profilo, dunque, la realtà eccede il nostro orizzonte. È qualcosa che si riceve prima di poterla elargire; non siamo noi a portarla per primi, ma noi portiamo la realtà che ci porta. E se è vero che l’intelligenza comprende dentro alla realtà, è altrettanto vero che le idee con cui la si esprime non superano la realtà stessa, perché essa, pur essendo legata all’atto del conoscere, è allo stesso tempo distinta in radice dall’atto che la comprende. Possono servire a chiarirlo meglio alcune espressioni ossimoriche – ovvero l’accostamento di due termini di senso opposto capaci di generare un paradosso di senso – come ‘intelligenza senziente’, che dice il vincolo tra una duplice modo di sapere, con l’intelletto e con i sensi. Ma anche l’espressione ‘cuore pensante’ rende plasticamente l’idea, restituendoci il modo più adeguato di situarsi nella realtà senza separarla dal pensiero, declinando insieme le differenti articolazioni del reale come pienezza e limite; unità e conflitto; totalità e parte; sapienza e profezia.

Anche se alquanto articolato, è questo, credo, l’orizzonte in cui comprendere il senso dell’espressione di papa Francesco secondo cui «la realtà è superiore all’idea. Questo implica di evitare diverse forme di occultamento della realtà: i purismi angelicati, i totalitarismi del relativo, i nominalismi dichiarazionisti, i progetti più formali che reali, i fondamentalismi antistorici, gli eticismi senza bontà, gli intellettualismi senza saggezza» (Evangelii gaudium 231).

Sullo sfondo di queste parole si coglie allora cosa si debba intendere, nel profondo, per realtà: è lo stesso dolore degli altri; il grido dei poveri e degli oppressi, che ci chiama a fare strada con loro, a stare e dimorare nel reale, così da partecipare alla sua forza sovversiva. Penso ai martiri della religione e della giustizia; a Maria nel Magnificat testimone di Colui che ha ribaltato le sorti, “ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, innalzando gli umili e ricolmato di beni gli affamati, rimandando i ricchi a mani vuote”.

Il teologo Johann Baptist Metz, presagendo il futuro del Cristianesimo in dialogo con il pluralismo religioso e culturale dei popoli, indica nella memoria della passione, e soprattutto nella con-passione, l’aprirsi di un nuovo cammino profetico per i cristiani. Il realismo dei testimoni smaschera nel tempo – il tempo, come sottolinea papa Francesco, è superiore allo spazio – le trame e le menzogne dei pifferai di turno. Egli ricorda come deve essere lo sguardo di coloro che guardano con fede a Gesù: identico a quello del maestro il quale si fece prossimo a tutti, rivestendosi della compassione del Padre in una vita e in una storia di povertà e di persecuzioni: «il primo sguardo di Gesù non fu diretto al peccato degli altri ma al dolore degli altri. Per Gesù il peccato rappresenta […] il rifiuto di partecipare al dolore altrui», (Memoria passionis. Un ricordo provocatorio nella società pluralistica, Brescia 2009, 153). La sua risposta all’altrui dolore fu prenderlo su di sé e farlo proprio, accollandosi il destino dei sofferenti e la loro storia come propri. Di qui la storia di un Dio di uomini, un Dio che risveglia alla realtà e sta in essa attraverso la compassione.

Jon Sobrino, l’unico superstite del massacro dei gesuiti dell’Università cattolica del Salvador UCA nel novembre 1989, ricorda il pensiero del rettore padre Ignacio Ellacuria, il quale interpretava le immense maggioranze povere del continente latinoamericano con la figura biblica del Servo di Yahvé, declinato al plurale come il popolo crocifisso. Un popolo che conosce il patire, senza “apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi”, disprezzato e reietto dagli altri, davanti al quale ci si copre la faccia. È il popolo crocifisso, capace di smascherare l’occultamento e la menzogna dell’anti-Regno, di indicarci la parte in cui si è posto il Crocifisso risorto e di tracciare, per chi crede sinceramente in lui, verso quale rotta va invertita la storia. Non possiamo infatti illuderci di annunciare Gesù dimenticandoci di coloro a cui, per primi, egli ha destinato il suo Regno (Mt 5,3). Senza star in loro compagnia, senza conversatio cum pauperibus – diceva Francesco d’Assisi – senza opzione preferenziale per i poveri restiamo ancora fuori dalla realtà (Cfr., La fede in Gesù Cristo, 347).

Il popolo crocifisso reclama un ribaltamento di sorte: un mutamento – si spera – che rovesci il cinismo dei senza pietà narratoci da una geniale storia Sufi: «Un giorno l’asino di un contadino cadde in un pozzo. Non si era fatto male, ma non poteva più uscirne. L’asino continuò a ragliare sonoramente per ore, mentre il proprietario pensava al da farsi. Infine, il contadino prese una decisione crudele: concluse che l’asino era ormai molto vecchio e che non serviva più a nulla, che il pozzo era ormai secco e che in qualche modo bisognava chiuderlo. Non valeva pertanto la pena di sforzarsi per tirare fuori l’animale dal pozzo. Al contrario, chiamò i suoi vicini perché lo aiutassero a seppellire vivo l’asino. Ognuno di loro prese un badile e cominciò a buttare palate di terra dentro al pozzo. L’asino non tardò a rendersi conto di quello che stavano facendo e pianse disperatamente. Poi, con gran sorpresa di tutti, dopo un certo numero di palate di terra, l’asino rimase zitto. Il contadino allora si decise a guardare verso il fondo del pozzo e rimase sorpreso da quello che vide. A ogni palata di terra che gli cadeva addosso, l’asino se ne liberava, scrollandosela dalla groppa, facendola cadere e salendoci sopra. In questo modo, in poco tempo, l’asino riuscì ad arrivare fino all’imboccatura del pozzo, oltrepassare il bordo e uscirne trottando» (Il silenzio è cosa viva, 57-58).

La cavalletta

Stanca. Sfinita. Stremata. Disfatta. Annientata.
Non era riuscita a schiacciare il pisolino pomeridiano e si sarebbe dovuta trascinare così — stanca — fino a sera.
Prese una tazzina e vi versò il caffè — quello rimasto nella caffettiera dalla mattina — che neppure arrivava all’orlo e lo mise nel microonde.
Niente di peggio di un caffè riscaldato. Ma perché sprecarlo? Ed era così orribile da deglutire da provocare l’effetto di una sferzata — e il risveglio era assicurato.
Puntò venticinque secondi sul timer del microonde e non lo avviò.
Il marito, che si era trascinato dal divano in cucina, si era appoggiato al termosifone. — Non ho chiuso occhio, — biascicò.
— Oh, povero! — lo commiserò lei.
— Solo un passacuore di due secondi.
— Beh, almeno quello…
— Più che un passacuore era un “passainfarto”…
Anna lo squadrò. Non riuscì a ridere alla battuta, anche se il gorgoglio del riso l’aveva dentro, ma la risata l’avrebbe prostrata del tutto.
Pomeriggio di un caldo giorno d’inizio estate.
L’idea — sua — era stata di fare la spesa dopo pranzo. Finita l’ultima forchettata d’insalata si erano lanciati un’occhiata disperata: “Ce la facciamo?”.
La pennichella esigeva d’essere rispettata, l’abitudine di anni dettata dal bisogno insopprimibile di stendersi non ammetteva eccezioni.
Il marito cercò di farle cambiare idea: — Lo senti? — fece, tendendo l’orecchio. — “Michele… Michele…” Mi sta chiamando.
— Chi, ti sta chiamando?
— Il divano.
Niente da fare. Lei era irremovibile.
Si erano messi in auto, con le borse frigo, i bigliettini, uno per ciascuno, per dividersi i generi da acquistare, così avrebbero fatto prima. Borsetta, cellulare, mascherina, guanti: partenza.
Già al cancello elettrico, mentre pian piano si apriva, Anna avrebbe voluto urlare dalla disperazione. — Almeno a quest’ora non ci sarà molta gente. Una ressa, come l’altra volta, alle dieci di mattina, non la voglio più affrontare, — puntualizzò, per ricordargli che non c’era altra scelta, se volevano avere una chance contro il contagio da covid 19 in tempo di pandemia fase due.
Riuscirono a portarsi al supermercato — il marito sbadigliava da mangiarsi il volante.
Riuscirono a far la spesa. A caricarla in auto. A ritornare a casa. A scaricare i prodotti acquistati. Anche a non perdere il controllo mentre riponevano ordinatamente i generi alimentari. Ma quando fece per estrarre le vaschette sanguinolente di carne dalla borsa frigo: — No! — si arrese lei, ricacciandole dentro. — La carne, no! La divido dopo. Vado a letto. Anche se sono le tre del pomeriggio. Punto la sveglia. Mezz’ora. Crollo…
Il caffè era ancora lì, nel microonde. Spinse il pulsante, riscaldò la bevanda, bevve. Il liquido nero era disgustoso al punto giusto, le diede un po’ di brio. Quel tanto per assistere ad una scena…
Il marito, appoggiato al termosifone, aveva d’un tratto flesso all’indietro la gamba destra e iniziato a grattarsi il polpaccio sinistro con il dorso del piede destro, generando un petulante stridio… zizi zizi zizi…
Anna lo osservò, mentre lui la fissava con lo sguardo vacuo, assorto nel suo compiacimento… zizi zizi zizi… uno zillare insistente, la mostruosa imitazione di una cavalletta… zizi zizi zizi… gli sviluppati femori posteriori a strofinarsi sulle ali anteriori sclerificate per produrre il suono che l’uomo, in mancanza di tegmine, emetteva grattando il tarso sulla spinosa tibia… zizi zizi zizi…
Decise che era troppo e di tornare a letto.
Si coricò.
Ma quello zizi zizi zizi continuava, ossessivo, amplificato.
Ed era vicino al suo timpano, dalla parte destra, dove dormiva il marito.
Allungò il braccio e sfiorò con le dita una pelle rigida, fredda, che vibrava assordante.
Cacciò un urlo, ritrasse la mano, si volse con gli occhi sbarrati.
La camera era rischiarata dai cocenti raggi delle ore quindici e trenta, filtranti dalle fessure della tapparella.
Ah, già, — ricordò, uscendo a fatica dal torpore del sogno — il marito, di pomeriggio, sonnecchiava sul divano, in sala…
Poi raggiunse a tentoni lo smartphone, spense la sveglia, diede un sospiro sonoro e si ripromise di cambiare al più presto il motivo “zilli di cavallette” della suoneria.

(Carla Sautto Malfatto – tutti i diritti riservati)

Come un pensiero

Diamonds on the Inside (Ben Harper, 2003)

Una notte venne a trovarmi mio fratello.

Mio fratello era morto. Era successo due anni prima che io nascessi, aveva otto anni e morì di leucemia.
Non era la prima volta che c’incontravamo io e lui. Accadeva nei miei sogni e ogni volta tutto avveniva allo stesso modo: lui arrivava, salutava e mi sorrideva.

Quella notte l’accolsi con noncuranza, come sempre, come se fossimo sempre vissuti insieme.
E fui io ad attaccar discorso. Gli volli chiedere una cosa che m’aveva sempre incuriosito, una cosa strana, bizzarra in fondo. Ma nella mia testa c’erano tante domande strampalate che esigevano risposta, e chi meglio di lui poteva chiarirmi questi misteri? Dopotutto, se non lo sapeva lui che della materia era un esperto…
Quindi ne approfittai e glielo chiesi: «Senti Nicolas, quanto pesa un’anima?»
«Quanto un pensiero!» rispose prontamente lui.
«E quanto pesa un pensiero?»
«Beh dipende… Se è buono non pesa nulla, se è cattivo pesa come il mondo!»

Ne sapevo come prima, eppure mi sentivo soddisfatto. Era il potere di mio fratello morto, che mi diceva tutto senza dirmi nulla.

Ma da quella notte, per quella vaga risposta, cercai sempre d’aver pensieri buoni.
E devo dire che, in effetti, mio fratello aveva ragione: la vita mi sembrava più leggera!

PRESTO DI MATTINA:
un sogno, una domanda e un “esercizio spirituale”

Buongiorno. Anche in questo sabato di silenzio che conclude una settimana di silenzi. Silenzi vivi però. Quasi a voler anticipare il Sabato Santo: il grande silenzio che avvolge tutta la terra nel giorno in cui il Signore riposa dopo la lotta vittoriosa contro il dragone.

Ho una cosa da chiedervi, anche se so già che molti già la fanno. Pregare penserete voi. Sì anche pregare, perché è importante, importantissimo farlo in questi giorni.  E ricevo numerosi messaggi di persone che m’invitano a ricordare nella preghiera le persone ammalate, quelle sole, i medici, gli infermieri, gli agenti e tutti coloro che lavorano per noi. Ed io rispondo che lo faccio sempre; e alla sera prima di entrare in parrocchia, vado fin sulla porta e sotto le finestre della comunità La luna, vi giro attorno e mentre dico il Pater tocco le pietre del muro una ad una come fossero persone.

Ho sentito anche al telefono il mio medico, che mi ha raccontato che fa il possibile, assieme ad altri suoi colleghi del gruppo medicina, per essere di aiuto a chi chiede loro assistenza. Ma ha aggiunto che i veri eroi sono i medici ospedalieri direttamente a contatto con i malati di Covid. Salutandolo gli ho detto che pregavo per loro e lui di rimando mi ha detto: “Grazie di cuore. Ne abbiamo assoluto bisogno.”.

Ma vi è un’altra cosa di cui c’è bisogno, e non è meno importante del pregare, vale  a dire mettere in pratica la Parola. Sostiene Michel de Certeau che vi è un credere originario, insito nell’umano, nella forma esistenziale: e questo credere è “praticare l’alterità, l’altro”. Quindi vi chiedo – lo chiederei anche i ragazzi del lunedì – di avviare questo esercizio spirituale, per così dire, perché in realtà l’esercizio che vi chiedo coinvolge anche il corpo: ovvero passa dal cuore, arriva allo spirito e solo alla fine affiora sulle labbra, come una risposta a chi hai di fronte.

Ricorderete che nella ricerca del santo Graal, l’unico che lo trova è Parsifal. E questo perché, in ragione della sua ‘trasparenza d’animo’, egli vede con gli occhi del cuore, sa porre la domanda giusta al guardiano che non lascia passare nessuno: e la password che gli permette l’accesso di fronte al guardino anziano e soffrente è “Che cosa ti affligge, qual è la tua sofferenza?”.

Mi ha telefonato anche il papà di Marco, per aggiornarmi sulla situazione in via Assiderato. E – sorpresa! – mi ha riferito che hanno creato una chat per quelli della via, in modo da aiutarsi l’un l’altro tra vicini; si passano le notizie e uno provvede a fare la spesa per tutti. Ecco gli esercizi, le buone pratiche di solidarietà verso coloro che sapete essere soli in casa, scoraggiati o in difficoltà, perché hanno perso il ritmo di prima, anche i giovani ne risentono. Ecco l’opportunità. Pensate a un amico. Pensate ad un vicino. Attivate l’inventiva del quotidiano; e se le strade non sono agibili, escogitate percorsi alternativi nel rispetto del bene comune che è la vita di tutti.

Vi voglio raccontare un’esperienza di tanti, tanti anni fa. Un’esperienza per me così forte che la scrissi nel mio taccuino nel lontano 2000 e poi non dissi a nessuno. Era il primo dicembre, ed ebbi un sogno suscitato da un incontro reale: un sogno che operò in me come un ‘accrescimento di coscienza e di responsabilità’.

Ve lo racconto così come l’ho appuntato.

L’altra notte – scrivevo – ho sognato di essere in un luogo indefinito, un camerone con tanta gente seduta a tavoli piccoli, che non potevi evitare di urtare mentre vi passavi in mezzo, e voltandomi mi accorsi che ad uno di essi era seduto Papa Wojtyła. Con il dito mi fece segno di fermarmi. Quindi mi mostrò un biglietto natalizio con dei lustrini luccicanti, chiedendomi cosa fosse. “Che strana domanda mi fa?”, pensai. “Perché non comprende che è un biglietto natalizio?”. Tenni tuttavia quel pensiero per me e mi fermai per spiegargli cosa fosse. Passò un attimo lunghissimo, e poi sentii come di dovergli chiedere qualcosa: una domanda che porto sempre dentro di me, anche quando dormo o non affiora alla coscienza. Ma diviene martellante, ogni volta che incontro persone imprigionate e scosse dal dolore, dalla malattia, quando ascolto il telegiornale, quando cammino in ospedale o faccio mentalmente l’elenco degli ammalati e delle persone sofferenti della parrocchia. E così chiesi al Papa con un profondo slancio interiore, quasi a voler esigere a tutti i costi una risposta, sicuro che mi sarebbe stata data, come a volermi alleggerire un poco da quella domanda, che a volte è pesante come un macigno, e chiesi – ripetendolo però più volte – “perché tanta sofferenza nel mondo? perché? perché?”. Mi veniva da piangere. Lui però non rispose. Mi alzò in piedi, prese la mia testa tra le mani e l’avvicinò alla sua in modo che le nostre fronti si toccassero. Restammo così un poco, senza guardarci, con gli occhi chini, fronte a fronte. E infine mi svegliai.

Per tutta la giornata pensai al sogno, chiedendomi cosa potesse averlo fatto nascere. Ma niente; non mi veniva una spiegazione. Anche quella sera andando a trovare la nonna di Maria Grazia, lo facevo spesso, che non parlava più a causa di una malattia che l’aveva lentamente paralizzata – tanto che rischiava ogni momento di soffocare, per via della saliva che si fermava nell’esofago oramai immobile e non andava né su né giù – le raccontai il sogno, e dopo avere riferito anche altre cose, ritornai a casa. Il giorno dopo, mentre ero sovrappensiero, ricordai però un gesto a cui non avevo fatto caso la sera prima, né le volte precedenti. E allora compresi. Quando quella signora stava male, fino a soffocare, la figlia o la nuora la sollevavano dalla poltrona mettendola in piedi: poi l’avvicinavano a loro, e fronte a fronte con la mano l’aiutavano a calmarsi e a riprendere il respiro. Ecco da dove veniva il mio sogno. Allora mi sembrò di risentire la domanda: “quanta sofferenza?” e la risposta non c’era, o meglio non era in parole, ma in un gesto piccolo piccolo, che univa due persone nella solidarietà dell’amore: fronte contro fronte, gli occhi chini finché il respiro non ritornava.

Quando morì Giovanni Paolo II, il 2 aprile 2005, mi ritornò vagamente alla memoria del sogno. A farmelo ricordare fu la grande fotografia posta sul sagrato della cattedrale. La foto che lo ritrae con la fronte appoggiata al crocifisso del suo pastorale. Fronte a fronte con il Signore.

SEMPRE CON ME
Una poesia di Carla Sautto Malfatto dedicata alla Festa del papà

di Carla Sautto Malfatto

SEMPRE CON ME

Il magnifico corpo di mio padre che a passi di danza
si è allungato nella sua vita di molti tramonti
mi spinge con le ginocchia ossute dietro il sedile dell’auto
quando la mia mente è troppo sola.

– Ciao papà, – allora sussurro senza guardare nello specchietto
l’assenza dei suoi occhi indecentemente sinceri
e mentre lo ringrazio della compagnia, mi vergogno
di non riuscire a ricordare il timbro della sua voce.

Nemmeno questo è rimasto di te disperso nel mio sangue,
come il brillio di una meteora confuso, eppure distinguibile
nei suoi picchi e in certe venature di malinconia
che credevo solo mie.

Oggi trasporto te, vedi come sono brava alla guida
di questa esistenza che mi sfianca
ai tornanti, ai semafori sempre rossi,
prima, accelerata e ancora stop, senza un vigile dall’alto
che la faccia scorrere tranquilla alla meta.

Non è quello che volevo, né quello che volevi tu,
e in questo siamo simili e fregati, padre e figlia,
ma almeno il tuo respiro non appanna i vetri
e come il bue del presepe mi riscalda come può.

Guardo fuori dal finestrino la nebbia che scende
e ho sempre più paura all’avvicinarsi del tunnel…

e le tue ginocchia premono più forte dietro la schiena
per dirmi che non mi abbandoni.

(Carla Sautto Malfatto – tutti i diritti riservati)
da ‘Troppe nebbie’, Edizioni Il Saggio, 2019

PER CERTI VERSI
Il calco leggero

Ogni domenica Ferraraitalia ospita ‘Per certi versi’, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio, all’interno della sezione ‘Sestante: letture e narrazioni per orientarsi’

IL CALCO LEGGERO

L’uomo è andato sulla luna
Ma la luna non è mai andata dentro l’uomo
Nella sua mente
È rimasta là
A impollinare gli occhi di meraviglia
A incrociare i desideri dei mortali
Ad affascinare i poeti
Gli innamorati
E quelli come noi
Annuvolati

Danza la notte insonne

Don’t Stop The Dance (Bryan Ferry, 1985)

Notte insonne, notte fonda senza stelle.
Giro su me stesso e gira la stanza tutt’attorno. Vivo il sogno con affanno: apnea cosciente, cuore battente.
Il letto: sabbie mobili, estate torrida, luna assente.
Corpo a corpo: segreti sparsi dappertutto, tracce sotto le lenzuola.
Fradicio nell’ombra, ti voglio come sempre e come sempre brucio.
Dove sei luce del mattino, dove sono le tue mani, i tuoi fianchi? Mi manchi, dio se mi manchi!
Apro gli occhi, mi vesto in fretta ed esco a cercarti.
Buio pesto per le strade, sento la musica nei locali.
Ti ho lasciata al tramonto che ballavi. Ridevi, ti muovevi, dio come ti muovevi!

Estate dell’ottantasei. Vacanza in riviera d’agosto. Mare, pineta, alberghi, spiagge libere.
Notti bianche, luci rosse, amici, amiche, impigliati tra piacere e dolore.
Sesso distratto nei parcheggi, questa o quella non ricordo. Strafatto e balordo, meglio tacere, soprassedere.
Suona una chitarra davanti al fuoco, bicchieri di carta e bottiglie vuote, la brezza notturna mi scuote.
Feste private oltre i giardini, comincia il gioco, comincia la danza.
Cammino e ti cerco. Dove sei, se ci sei?
Finalmente ti vedo: una gazzella d’ambra oltre la siepe.
Preda indifferente tra le fiere, una mano versa da bere. Così bevi, balli e bevi, e butti il bicchiere. Gambe nude, abbronzate, calamite di sguardi, muovono a ritmo di bossa nova.
Vorrei portarti via, ma non posso. Non adesso.
Così danza la notte insonne…

Muoviti, balla, non ti fermare!
Il tuo corpo paradiso… La tua pelle, le tue dita, il tuo viso.
Arma mortale pronta a sparare. Chiudi gli occhi e continua a ballare, uccidimi senza guardare!
Galleggia nell’aria una falena. Brilla nell’ombra una sirena.
Desiderabile come sai, inaccessibile più che mai.

Muoviti, balla, non ti fermare!
Balla per sempre, non mi svegliare!

Sogni

Non c’è persona più saggia e viva di un sognatore. Sicuramente non c’è persona che avrà più intensamente vissuto la sua vita di chi, pur non chiudendo gli occhi, può vedere intorno a sé i suoi sogni. Ma in tal caso come distinguere la realtà dal sogno ma, soprattutto, siamo sicuri sia giusto distinguerla? Forse è proprio questo il miglior lato di un sognatore: non distinguere il sogno dal vero.

“Coloro che sognano di giorno sanno molte cose che sfuggono a chi sogna soltanto di notte”
Edgar Allan Poe

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

Maub, i transistors e una rossa infame

Psyché Rock (Fatboy Slim, 2009)

Il battere ossessivo delle campane e dei tamburi nelle orecchie. Poca concentrazione, le gambe ondeggiano a ritmo di big beat. Sto seduto davanti al pc, provo a scrivere qualcosa prima d’andare a letto, ascolto la musica in cuffia per non svegliare mia moglie che dorme beatamente sprofondata nel divano.
Kikko osserva il movimento silenzioso dei miei arti inferiori, vorrebbe abbaiare ma non lo fa. La birra rossa bevuta a cena non ha esaurito il suo effetto: sopore mistico, desiderio tantrico e gusto di malto.
Lotto a colpi di martello nei timpani contro l’incedere implacabile della sonnolenza alcolica… Maub!

Maub è orgoglioso dei suoi virus!
Li produce gratis per gli amici. Quelli che avanzano li butta.
Ma butta oggi e butta domani, la comunità dei transistors si è risentita.
Ora Maub deve correre ai ripari se non vuole esser spento. Esser spenti in un mondo elettrico non è molto divertente, ti perdi tutto il movimento. Le particelle non ti frizzano, niente ti fa più vibrare. Nessuna ripetizione, nessun batter d’onde. Chi è spento si perde tutto il ritmo del mondo pulsar, e addio analisi mnemoniche, indici di Gramm e frattali sonori. Maub, cuore di silicio puro al cento per cento, non perde la speranza, non si ossida facilmente e passa al contrattacco.
Raggi gamma a tutto spiano, un fascio ripetuto all’infinito. La luminescenza è allo spasimo, mai vista una brillanza così! Maub è concentrato, radioso e radioattivo come mai.
Il tempo resta a guardare, sospeso.
La comunità è azzerata. Stato simbiotico di poliformica ritrosia, tant’è che resta muta e apatica.
Lo spazio nanocosmico non si scompone: i transistors sono mal sopportati da tutti ormai, pigri e obsoleti come vecchi topomiceti.
Maub s’accarezza il bulbo, scarico ma soddisfatto. Il fatto è che quelle valvole tutte imparruccate sono ormai il passato, e lui lo sa bene…

Il tempo è ripartito, e io con lui.
Le sinapsi han ripreso a commutare. Di nuovo sveglio finalmente.
Cos’è successo? Maub… nella testa ho questo nome…
Ma chi è?

Devo smetterla d’ascoltare certa musica e bere certa birra!

Oltre la porta chiusa

Adagio in Sol minore (Remo Giazotto, 1958)

Attraente mostruosità il desiderio e la paura di sapere.
Oltre la porta chiusa, una luce sconosciuta o soltanto il buio.
Il buio che ci segue, che ci accompagna, che ci aspetta. Eternamente presente eppure inaccessibile.
Del resto cos’è mai la luce se non una piacevole menzogna?
Una bugia data in pasto agli occhi, interpreti speranzosi di messaggi illusori… i colori.
Vibrazioni elettromagnetiche. Particelle invisibili. Energia in eterna ebollizione.
Sotto la pelle, dentro i nostri sogni, negli spazi infinitamente piccoli e negli sconfinati spazi aperti.
Non c’è mai stata ragione di vedere l’incomprensibile quando lo si può immaginare.
Forse l’unico rifugio è la follia… la sola, vera arma della mente.

Ho varcato la porta.
Sono ore che cammino nel buio. Davanti a me il fascio della torcia rivela un percorso ad ostacoli tra ammassi di rottami e rifiuti maleodoranti. È necessario avanzare con cautela. Il silenzio è rotto dall’eco dei miei passi e da un costante rumore di gocce che cadono un po’ dappertutto.
È bastato un attimo di distrazione e quasi cado inciampando contro qualcosa. Punto la torcia in basso e vedo un mucchio di stracci sudici: è un uomo!
È rannicchiato lungo la parete del tunnel, con le spalle e la testa coperte da un cartone, e pare stia dormendo. L’urto del mio piede lo sveglia e con uno scatto si leva a sedere appoggiando la schiena al muro.
È a questo punto che la luce della mia torcia gli illumina il volto, o meglio, quel poco che ne rimane…
Lo vedo e non posso far altro che distogliere subito lo sguardo. È orribile!
Un indicibile terrore comincia a impossessarsi di tutti i miei sensi. Avevo già provato qualcosa di simile in passato, ma stavolta è più intenso, straziante. Per poter restare lucido devo attingere agli ultimi barlumi di ragione che ancora conservo, solo così posso impedirmi di fuggire in preda alla pazzia.
Il volto, dal mento in su, è ridotto ad uno squarcio dal quale si distinguono chiaramente rimasugli di cervello, brandelli di pelle e ossa frantumate. Occhi, naso e bocca sono spariti. Sul mento vedo, in un groviglio sfilacciato di carne e nervi sanguinolenti, la lingua e, attorno ad essa, i pochi denti rimasti della mandibola.
Ai lati di questo scempio restano un paio d’orecchi penzolanti e qualche ciuffo di capelli intriso di sangue raggrumato a testimoniare che un tempo questa era stata la faccia di un uomo.
Quest’uomo che non riesco a guardare s’inginocchia e m’afferra un braccio con entrambe le mani, come per implorare. D’istinto tento di liberarmi. Poi sento un suono angosciante provenire dalla sua gola e vedo chiaramente la lingua vibrare in quell’assurda cornice di carne straziata. Questo poveretto senza più la faccia cerca di parlarmi e, nel farlo, posso avvertirne lo sforzo indicibile e doloroso.
Ma la visione grottesca del suo volto maciullato, se pure orribile, è nulla paragonata al suono gorgogliante e metallico delle corde vocali immerse nel sangue.
Eppure, il terrore che mi ha sconvolto fin da subito si trasforma in pietà. E di fronte a tanto dolore mi pervade un senso di vuoto assoluto, disumano, che mi fa sentire impotente, del tutto inadeguato, incapace di reagire.

Avevo fatto il mio primo incontro, oltre la porta chiusa.

Il dubbio

Enough (Simply Red, 1989)

…Ebbene, non lo so.
Non so se l’attimo del trapasso dalla vita alla morte segua le medesime regole e gli stessi percorsi in ogni situazione, non so nemmeno se posso dire di averlo realmente affrontato.
Il dubbio rimane.
Poiché, se ora posso raccontare ciò che ho da dire, non sono in grado di affermare con certezza di aver vissuto tutto ciò come qualcuno effettivamente ed eccezionalmente ritornato dall’aldilà. Magari, più banalmente, potrei giurare e spergiurare di avere immaginato tutto, di averlo sognato…
Ecco, di averlo certamente sognato!
La mente umana, è un fatto, non ha la capacità di sostenere contemporaneamente entrambe le esperienze di vita e di morte. O si sta da una parte o si sta dall’altra, non esiste una mezza via… oppure no?
Il dubbio rimane.
Non mi tormenterò nell’incertezza di dover decidere quando e come la mia coscienza ha ripreso a funzionare, o se sia ancora inconsapevolmente in balìa di se stessa e dei suoi infiniti trabocchetti.
Mi limiterò a raccontare questa storia a chi vorrà darmi la sua attenzione.
A voi l’onere della scelta se credermi oppure no.

Sentii una voce che mi chiamava, era lontana e non la riconobbi. Era una voce di donna. Aprii gli occhi ma una luce potentissima mi accecò. Fu doloroso, come se qualcuno mi avesse premuto coi pollici nelle orbite. Automaticamente richiusi gli occhi. Poi, piano piano, tutto si attenuò.
Lentamente li riaprii e riuscii a distinguere delle figure.
Ero in un letto, l’ambiente intorno mi ricordava la stanza di un ospedale. La luce del sole filtrava attraverso le fessure delle persiane abbassate.
La voce riprese a parlare: «Carlo, ben tornato! Come ti senti?», un’infermiera di bell’aspetto e dall’aria gentile mi sorrideva tenendomi il polso.
«Ho abbassato le persiane, così potrai riposare gli occhi.» aggiunse mentre armeggiava tra flaconi trasparenti e valvole della flebo.
Cercavo di parlare ma la voce non usciva.
L’infermiera mi fermò: «Carlo, non sforzarti! Sei rimasto in silenzio per molto tempo… Cerca di fare un lungo respiro, poi prova a parlare, ma senza fretta.»
Seguii il suo consiglio, respirai profondamente, ma quasi subito un grumo nella gola mi tolse il fiato. Mi mancò il respiro e tossii violentemente, un blocco di catarro mi uscì dalla bocca insudiciando il fazzoletto di carta prontamente allungatomi dall’infermiera.
«Grazie…», fu la prima cosa che, con un filo di voce, riuscii a pronunciare.
«Carlo, ho avvisato il dottore, sarà qui a momenti… Ora rilassati che ti sistemo il letto.»
L’infermiera era una donna sulla quarantina, corpulenta ma dai bei lineamenti. Era bionda, portava i capelli a coda di cavallo e un paio d’occhiali da vista che facevano risaltare il verde acqua marina dei suoi grandi occhi.
Indugiai lo sguardo tra la bocca carnosa e i seni generosi della donna intenta a rimboccarmi le lenzuola. Lei se ne accorse e sorrise. «Finalmente ti sei svegliato e mi sembra che ti stai riprendendo in fretta… Io sono Barbara, mi sto occupando di te da quando sei arrivato. Hai avuto un brutto incidente ma ora il peggio è passato…» mi confidò. Poi incrociò il suo sguardo col mio e mi parve che la sua espressione si fosse fatta vagamente maliziosa.
In quel momento entrò un uomo calvo con un camice bianco sbottonato che lasciava intravedere una camicia azzurra e una cravatta bordeaux. Aveva una mano infilata in tasca mentre l’altra impugnava una cartellina blu. Anch’egli portava gli occhiali, mi guardò e mi fece un sorriso di cortesia. «Buongiorno, sono il dottor Martini… Finalmente ci siamo svegliati eh? Come si sente?»
Cercai di schiarirmi la voce e riprovai a parlare: «Buongiorno dottore. Mi sento un po’ debole, comunque sto bene, direi… Ma non ricordo nulla, come mai sono in ospedale?»
«La memoria le tornerà, vedrà, e ho già provveduto a far avvertire la sua famiglia che si è svegliato. Dovrebbero arrivare da un momento all’altro. Loro le forniranno tutte le informazioni che desidera. Io, signor Carlo, mi devo occupare della sua salute e vedo che tutto procede per il meglio. Ora la lascio tranquillo, ripasserò più tardi.»
Diede all’infermiera alcune istruzioni e con un cenno di saluto se ne andò.
Eseguiti i suoi compiti si congedò anche l’infermiera. Appena ebbe finito di regolare la flebo mi disse che sarebbe poi passata a controllare, m’indicò il pulsante delle urgenze nel caso avessi avuto bisogno di qualcosa e uscì chiudendo la porta dietro di sé.
Rimasi solo nella stanza e mi guardai attorno, nella testa avevo un vuoto, un vuoto assoluto, mi ricordavo a malapena il mio nome. Chiusi gli occhi, cercai di frugare nella memoria in cerca di qualche traccia…

…Eppure sono morto. So di esserlo. Non posso essere vivo, non dopo che un camion mi è passato sopra schiacciandomi e riducendomi come una frittella.
Lo ricordo bene. Mi sono alzato da terra dopo esser caduto dalla bici e ho fatto appena in tempo a girarmi e veder luccicare il radiatore cromato del tir che mi stava investendo. Una frazione di secondo, certo, ma ce l’ho stampato tutto nella mente con assoluta precisione: il colpo tremendo, il rotolare sotto, le ruote che mi hanno triturato sfracellandomi sull’asfalto, ricordo tutto.
Nessun dolore, non c’è stato il tempo. Solo la consapevolezza che la mia vita era terminata.
Ricordo la voce di mia madre che mi chiamava e mi diceva di non guardare, di andare via da lì, che non sarebbe stato bello vedermi ridotto a quel modo.
Tutto normale, come se niente fosse. È successo, tutto qui.
O forse no. Forse è tutto frutto dell’immaginazione. Una conseguenza strana, bizzarra, di quello che gli esperti chiamano “shock post traumatico”, può darsi. Ricordo di aver camminato andando via dal luogo dell’incidente, di averlo fatto con le mie gambe con assoluta calma, senza voltarmi, come se tutto ciò non mi riguardasse. Ricordo che la gente mi passava di fianco senza degnarmi di uno sguardo, correvano, si agitavano, erano tutti sconvolti per ciò che era successo sulla strada dietro di me. Avevo ancora nella testa la voce di mia madre, la cercavo ma non riuscivo a vederla.
Ero orfano, eppure la sua voce l’avevo sentita, non mi ero sbagliato…

Aprii di nuovo gli occhi, ero nel mio letto d’ospedale, nella testa avevo solo una grande confusione. Il ricordo dell’incidente era azzerato. La memoria gioca brutti scherzi a volte.
All’ospedale ci rimasi ancora qualche giorno, poi tornai a casa dai miei genitori. Alla fine la diagnosi si risolse in un forte trauma cranico con perdita di coscienza per un paio di giorni e perdita parziale della memoria, un taglio e cinque punti in testa, mezza faccia pesta come quella di un pugile dopo un knockout, una spalla dolorante, una clavicola lussata e tre costole rotte.
Lentamente ripresi la vita di sempre.
Qualche tempo dopo, grazie alle dichiarazioni di alcuni testimoni dell’incidente, mi raccontarono come si svolsero i fatti. Successe che caddi dalla bicicletta mentre stavo pedalando verso casa, mi ero appena rialzato quando sopraggiunse un grosso camion che per non travolgermi frenò bruscamente e sterzò a sinistra sbandando e finendo la sua corsa qualche decina di metri più avanti. Fu un vero miracolo non finire sotto le sue ruote, fui però preso di striscio e il colpo mi scaraventò quasi nel fosso a lato della carreggiata. La caduta poi non mi procurò ulteriori danni perché attutita dalla vegetazione.

Sarà, mi accontento di questa versione poiché tutto quadra.
Tuttavia, dopo così tanti anni, gli attimi dell’incidente rappresentano per me ancora un punto di domanda. Un luogo sconosciuto e inaccessibile della mia mente, un vuoto mai riempito, un recesso buio, impermeabile al ricordo… Se non alla fantasia di morte che ho descritto sopra.
E ogni tanto mi chiedo se, in questo caso, realtà e fantasia non si siano messe a bisticciare duellando in equilibrio precario su quel filo dannatamente sottile che in egual misura divide e unisce la vita e la morte.
Il dubbio rimane.

PER CERTI VERSI
Un sogno ferrarese

Il sogno perfetto

Dormire con te
Sognare
Addosso a te
Sorridere per NOI
Cancellare il buio
Abbracciarsi
Tu il dito
Io l’anello
Il meglio del bello
Il tutto ordito
Dai nostri cospirati baci
Scottare con te
Averti dentro
Come una febbre
E Come una fibra
Il mio braccio
Vibra
Una violina emozione
E tu l’archetto
Lo sfoderi
Dal fondo del letto
Dormire con te
Al caldo con te
Il sogno perfetto

***

A Ferrara

Ferrara arieggiata
dalle sue donne
che cavalcano le bici
con adeguata consuetudine
a volte sbucando
felici
da quel torpore
di urbe allineata
ai suoi silenzi
nella nebbia
indefinita
e raccolta
tra le mura
dove trapela
con cura
il clamore della vita
Ferrara
rosea città
di luce marina
sospesa
tra vanto
e vezzo
di sentirsi
accanto al Po
regina

***

Domenica mattina

The International (Matthew Bellamy, 2009)

Mentre guidavo mille pensieri mi frullavano in testa, ma soprattutto una domanda: dove diavolo era la gente? Possibile che quella domenica fossimo usciti di casa solo io e il mio cane?
Guidavo verso il centro della città e non incrociavo nessuno. Stavo attraversando strade e piazze perfettamente deserte. Come il parco e il viale in cui ero appena stato.
Mi tornavano alla memoria i tanti film che avevo visto, quelli post-atomici o post-apocalittici. C’era sempre un post-qualcosa con cui fare i conti. Ma nonostante le tante storie più o meno fantasiose che avevo letto sull’argomento, non avevo idea di cosa potesse essere successo quel giorno… o forse non riuscivo ad accettarlo.
Il mio raziocinio e il mio innato attaccamento alla logica, alla normalità, si rifiutavano di prendere in considerazione ipotesi estreme, come quella di una catastrofe globale dalla quale ero inconsapevolmente sopravvissuto. Io e il mio cane per l’esattezza. “Questa è fantascienza, pura invenzione” mi ripetevo. “La realtà è ben diversa, assai più banale” pensavo.
Eppure un pensiero bizzarro stava emergendo. Si faceva largo scansando le varie ipotesi che avevo considerato e scartato ogni volta che giravo l’angolo e puntualmente non vedevo anima viva.
Sbirciai nello specchietto retrovisore, Kobi stava sonnecchiando sdraiato sul sedile posteriore, mentre la pioggia cadeva fitta pur senza la violenza di un temporale. Ogni manciata di secondi i lampi rompevano coi loro flash la penombra causata dalle nuvole, ed il costante, puntuale crepitio del tuono mi allontanava dall’idea di vivere un sogno ad occhi aperti.
Stavo attraversando l’ennesimo incrocio deserto, quando inchiodai di colpo la Jeep. Kobi, sbalzato in avanti, si rizzò subito in allerta.
Dalla parte opposta dell’incrocio stava un bambino.
Era in piedi, immobile, incurante della pioggia, e pareva che aspettasse qualcuno. Scesi dalla Jeep e gli corsi incontro. Il bambino fece per andarsene.
«Aspetta!» esclamai, «Bimbo sei da solo?».
Il bambino si fermò ma non rispose, guardava altrove, pareva non mi vedesse nemmeno.
Aveva sette o otto anni circa e portava un abitino nero come fosse appena uscito da una cerimonia; era fradicio ma non sembrava patire il freddo, sembrava essere indifferente ad ogni cosa, me compreso.
«Senti bimbo, se rimani qui sotto quest’acquazzone rischi d’ammalarti… Stai aspettando qualcuno? I tuoi genitori?»
Niente, non rispondeva. Sembrava proprio che per lui fossi invisibile.
«Vieni con me, ti porto sotto quella tettoia. Almeno là sotto starai all’asciutto!» insistetti. Feci per afferrargli la manina ma lui la ritrasse. Poi, finalmente, si mise a fissarmi. «Tu non dovresti essere qui, questo non è il tuo posto…» disse.
La sua era una voce di bambino, sottile e infantile. Ma quel tono…
Il suo tono di voce era tipico di un adulto, austero, distaccato e non lasciava intuire alcuna emozione o incertezza. Poi continuò: «Se sei furbo puoi ancora andartene. Devi andare via da qui, via!»

A volte non serve perdersi nel labirinto della ragione a tutti i costi per cercare un perché. Contrariamente a ciò che si crede, più una situazione sembra paradossale più esige una scelta immediata. Il tempo speso nel dubbio e nell’incertezza può fare la differenza tra la condanna e la salvezza. E quella situazione mi apparve talmente strana da farmi accettare qualsiasi cosa. Dunque decisi di stare al gioco e andai via, esattamente come aveva ordinato il bambino.
Me ne andai altrove, col mio cane, a bordo della Jeep…
Viaggiai senza fermarmi per centinaia d’anni nel passato.
Alla fine tornai a casa e andai a dormire. Di nuovo nel mio letto, come sempre.

Mi svegliai in tarda mattinata. Era un’altra domenica di pioggia, sentivo il rumore dell’acqua che scorreva nelle gronde. Scesi dal letto, accarezzai il mio cane e andai a sbirciare alla finestra. Fuori le strade erano deserte, non si vedeva anima viva…

Un posto segreto

Esiste un posto che non ho mai detto. Esiste da quando quella volta decisi d’andar dietro a un sogno… Perché erano tante notti che veniva a trovarmi…

Ogni notte, puntuale, sentivo bussare alla finestra della mia cameretta. L’orologio alla parete segnava le tre e trentatré, e lui compariva dal buio oltre il vetro, e mi guardava senza far nulla. Io mi nascondevo sotto coperte e lenzuola e aspettavo che se ne andasse. Ero paralizzato dalla paura, non l’avevo mai visto in faccia ma vedevo la sua ombra, fuori nell’oscurità, e mi terrorizzava.
Poi, una notte, lo sentii singhiozzare. Era un pianto sommesso, discreto. E quando mi decisi a sbirciare da sotto il lenzuolo, quando ne alzai un lembo e provai a guardare verso la finestra, lui non c’era più!

La mattina seguente, mia madre entrò nella cameretta per svegliarmi e intravide qualcosa sul davanzale della finestra. Aprì le imposte e scoprì un piccolo fiore spuntare da una fessura della pietra. Era un gelsomino giallo, nato, non so come, proprio quella notte appena passata.
Quando me lo fece vedere, pensai fosse stato lui a lasciarlo, pensai che era un segno d’amicizia. Forse non era cattivo, forse m’ero sbagliato, e quel fiore era nato dalle sue lacrime…

Giunse un’altra notte e restai sveglio ad aspettarlo, volevo conoscerlo, scusarmi e ringraziarlo.
Mia madre aveva piantato il fiore con tutte le radici in un vaso, ci aveva messo della terra morbida e l’aveva innaffiata. Il vaso col fiore era sul davanzale, e io mi misi alla finestra, sperando che il mio visitatore misterioso tornasse a trovarmi. Aspettai tutta la notte fino al mattino, ma non venne. Feci altrettanto la notte dopo, e quella dopo ancora. Ma non venne mai, non venne più.

Passarono giorni, settimane, così mi decisi: una sera aprii la finestra, presi il vaso (incredibilmente il piccolo fiore era diventato una bella pianta di gelsomini gialli e profumati) e lo posai sul comodino, poi mi coricai a letto e m’addormentai.
Alle tre e trentatré sentii bussare alla finestra. Era lui. Era tornato!
Misi da parte la paura, mi alzai dal letto, andai alla finestra e finalmente lo vidi.
Emerse dall’oscurità, era il mio sogno: un bambino uguale a me, e mi sorrideva.
Poi mi prese la mano e m’invitò a seguirlo.

Abbandonammo la mia cameretta uscendo dalla finestra. Non facemmo alcun rumore, proprio come due creature dell’oscurità. E l’oscurità non era affatto terribile come avevo sempre creduto…
Finimmo sul greto d’un torrente in mezzo al bosco. Attorno a noi c’erano gli abitanti della notte. Tutti quegli esseri che avevo sempre temuto e guardato con sospetto. Erano vicinissimi, illuminati dalla luna piena. E tutti ad accoglierci in pace.
Così falene, pipistrelli, gufi, volpi, grilli, lepri, donnole, gatti, marmotte, ricci, civette, toporagni, lupi e tanti altri esseri ancor più strani e misteriosi apparvero dal nulla e s’affollarono tutt’intorno incuriositi, quasi fossero folletti…
E per la verità – ora lo posso dire con certezza – erano proprio folletti!
Esatto cari miei. I folletti esistono per davvero. Vivono nei sogni dei bambini e degli stessi animali, ne hanno tutto l’aspetto. E oggi, ogni animale è mio amico, così come ogni creatura dei sogni, perché è proprio grazie a loro che tanti anni fa ho vinto la paura del buio.

Tornando a quella notte, quell’unica notte, rimasi a lungo nel bosco in compagnia delle sue fantastiche creature. Tanto a lungo che poi m’addormentai di nuovo.
Più tardi, al mattino, mia madre entrò nella cameretta e mi svegliò. S’era accorta che sul davanzale della finestra mancava la pianta di gelsomino e mi chiese dov’era finita. Io le risposi che non lo sapevo, e lei, poco convinta, la cercò in ogni angolo della stanza senza trovarla. Alla fine si rassegnò e uscì dandomi un’occhiataccia.

In fondo cosa avrei dovuto dirle? Che l’avevo lasciata in un posto segreto, sul letto di un torrente in mezzo al bosco, lontano miglia e miglia da casa?

Somewhere Only We Know (Keane, 2004)

Prepotente come un sogno

di Francesca Ambrosecchia

Sei sveglio, credi di essere cosciente ma nessuno dei tuoi muscoli si muove. Eppure lo sai, stai dicendo alla tua mano destra di muoversi, hai tutte le intenzioni di spostare la gamba ma niente. Il tuo corpo ti ascolta ma non reagisce.
Per chi l’ha vissuta è una sensazione terribile che spesso accade prima del risveglio. Si tratta della paralisi del sonno collegata alla fase REM, nella quale in genere sogniamo.
Può accadere che la sensazione descritta sia accompagnata da allucinazioni, come se quanto sogniamo in quel momento prendesse vita, e spesso si tratta di incubi.
È uno stato di “coscienza impotente” che oscilla tra pochi attimi e pochi minuti.

“Quando in sogni opprimenti e orribili l’angoscia tocca il grado estremo, è proprio essa che ci porta al risveglio, con il quale scompaiono tutti quei mostri notturni”
Arthur Schopenhauer

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

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