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CI SIAMO ROTTI I POLMONI
Conferenza della Rete Giustizia Climatica: sabato 5 marzo, ore 10 alla Factory Grisù

 

Secondo l’ultimo rapporto ISPRA sui rifiuti urbani aggiornato al 2020, in Italia si registra una produzione di quasi 29 milioni di tonnellate, quantitativo che risulta in calo negli ultimi 5 anni, specialmente rispetto al 2018 quando la produzione era stata di circa 30,5 milioni di tonnellate.

La regione Emilia Romagna risulta seconda, dopo la Lombardia, per produzione di rifiuti urbani, ma è prima nella produzione pro capite, con 639,9 Kg per abitante all’anno. Quest’ultima ha registrato un calo negli anni dal 2011 al 2013 (circa 40 Kg) per poi rimanere sostanzialmente costante.

Per quanto riguarda la raccolta differenziata una specifica normativa ha individuato, dai primi anni 2000, gli obiettivi minimi da raggiungere: dal 35% del 2006 si è arrivati al 65% del 2012. Ma questo obiettivo a tutt’oggi (2020) a livello nazionale non è stato raggiunto, siamo infatti al 63% di raccolta differenziata, e in presenza di notevoli differenze tra le aree geografiche del paese. Nel Nord Italia si registra infatti un 70,8% di raccolta, mentre al Centro e al Sud vengono differenziati rispettivamente solo il 59,2 e il 53,6% dei rifiuti.

Tra le regioni italiane la nostra si colloca con il 72,2% di raccolta differenziata dopo Veneto (76,1%), Sardegna (74,5%), Lombardia (73,3%) e Trentino Alto Adige (73,1%), ma è prima per la raccolta pro capite con circa 462 Kg/ab*.anno (erano 468 nel 2019). In termini assoluti nel 2020 sono stati differenziati in regione poco più di 2 milioni di tonnellate, mentre la Lombardia, prima in Italia, ne ha raccolti di quasi 3,5 milioni. A livello provinciale è Treviso con l’88,3% la prima in Italia, mentre Ferrara, sempre nell’ultimo anno di rilevazioni, il 2020, ha fatto registrare il 79,0% di raccolta differenziata, terza tra le province emiliano romagnole.

E’ nella prospettiva di una transizione del ciclo dei rifiuti verso modalità improntate alla sostenibilità e alla luce dell’attuale situazione che la Rete per la Giustizia Climatica di Ferrara ha ritenuto necessario organizzare per sabato 5 marzo, presso Factory Grisù dalle ore 10 alle 13, una conferenza su queste importanti tematiche. Sia per la necessità di riflettere e confrontarsi, da un lato con esperti e addetti ai lavori, ma anche con il mondo della politica a cui sono demandate le scelte sulle modalità e le tecniche con cui affrontare le problematiche che coinvolgono tutti noi cittadini e che sempre più spesso mostrano aspetti critici di difficile soluzione. A questo proposito è emblematica la decisione che ha permesso ad HERA di aumentare di 12.000 t/anno il quantitativo di rifiuti da trattare nell’inceneritore di Ferrara che passeranno così a 142.000 t.

Sul territorio nazionale, al 2020, sono operativi 37 impianti di incenerimento che trattano rifiuti urbani; di questi 7 sono in Emilia Romagna, mentre 13 sono quelli presenti in Lombardia, prima regione per numero di impianti. Tutto questo per un quantitativo incenerito in Italia nel 2020 di oltre 5,3 milioni di tonnellate (-3,6% rispetto al 2019). A livello regionale l’analisi dei dati mostra che in Lombardia, che registra il valore più alto, è incenerito il 34,8% del totale dei rifiuti urbani, seguono l’Emilia Romagna (17,5%) e la Campania, con il 13,7%, rispettivamente seconda e terza tra le regioni dove sono presenti questi impianti di trattamento.

La quantità pro capite di rifiuti urbani inceneriti ha presentato una flessione da 92,6 kg/abitante a 89,9 kg/abitante dal 2019 al 2020, pari a una riduzione del 2,9%. I dati relativi all’ultimo quinquennio hanno mostrato una riduzione del pro capite di incenerimento dello 0,7%.

Prendendo in considerazione gli anni 2017-2020 il massimo incremento di rifiuti inceneriti è stato registrato in Lombardia (53.000 t, +2,9%); nella nostra regione invece vi è stata una diminuzione di circa 14.000 t (-2,9%).

Facendo invece un confronto tra le percentuali di rifiuti inceneriti quelli differenziati nell’ultimo decennio (2011-2020) si osserva che la quantità dei primi è rimasta sostanzialmente la stessa (16,9-18,4%) mentre la raccolta differenziata è aumentata dal 37,8 al 61,3%.

La conferenza del 5 marzo, il cui titolo – CI SIAMO ROTTI I POLMONI – non lascia dubbi su quali siano finalità e obiettivi che la Rete intende perseguire, prevede vari interventi di esperti ed attivisti che da anni si occupano delle tematiche della filiera dei rifiuti.

La mattinata sarà aperta dall’introduzione di Dario Nardi, portavoce della Rete per la Giustizia Climatica di Ferrara. A seguire la prima relazione sarà presentata da Rossano Ercolini, presidente di Zero Waste Europe e fondatore del centro di ricerca Rifiuti Zero, che tratterà l’aspetto della riduzione della produzione di rifiuti, questione fondamentale e prioritaria per poter affrontare con più efficacia le fasi della raccolta, riciclo, riutilizzo, ecc. Seguirà la relazione “L’esperienza del porta a porta a Forlì”, tenuta da Angelo Erbacci, direttore di ALEA AMBIENTE, società in house, di proprietà di 13 comuni della provincia di Forlì-Cesena, che si occupa di gestione dei rifiuti secondo un sistema integrato.

Il tema della ripubblicizzazione del servizio di gestione dei rifiuti in ambito del territorio ferrarese verrà illustrato, da Corrado Oddi, della Rete per la Giustizia Climatica di Ferrara. Seguirà Marianna Suar, sempre della Rete per la Giustizia Climatica, con l’intervento “L’incenerimento a Ferrara: alcuni elementi critici dell’AIA (Autorizzazione Integrata Ambientale”.

Interverrà infine Natale Belosi, coordinatore scientifico della Rete Rifiuti Zero Emilia-Romagna, che illustrerà la proposta per la legge regionale di iniziativa popolare sui rifiuti relativamente alla prospettiva, nell’ottica dei principi dell’economia circolare, della riduzione e dell’azzeramento dell’incenerimento dei rifiuti.

Alla conferenza sono stati invitati a partecipare Sindaco e Assessore all’Ambiente del Comune di Ferrara, Assessore Regionale all’Ambiente e i capigruppo dei gruppi Consiliari del Comune di Ferrara. L’incontro sarà moderato dalla dr.ssa Francesca Cigala.

L’UNICA CHE ABBIAMO
22 Aprile: Giornata Mondiale della Terra

 

Probabilmente il nostro pianeta, la Terra, la cui festa viene celebrata quest’anno il 22 aprile, sarà ben contenta dei tanti libri pubblicati in questi ultimi tempi che trattano i temi dell’ambientalismo e del cambiamento climatico. Meno contenta sarà invece dell’atteggiamento di politici e governanti che, nella maggior parte, continuano imperterriti e sordi agli innumerevoli appelli provenienti dal mondo della scienza e alle proteste di cittadini di tutto il mondo, specie giovani, portate avanti negli ultimi anni. Politici e governanti che continuano a permettere attività produttive e pratiche inquinanti e distruttive della biosfera terreste. Che giornata sarà allora per la Terra? Conosciuta nel mondo come Earth Day, è l‘evento green che riesce a coinvolgere il maggior numero di persone in tutto il pianeta, nel periodo dell’equinozio di primavera.

Come e quando è nata la Giornata della Terra

USEPA Photo by Eric Vance

Si deve a John McConnell, un attivista per la pace che si era interessato anche all’ecologia. Nell’ottobre del 1969, durante la Conferenza dell’UNESCO a San Francisco, McConnell propose una giornata per celebrare la vita e la bellezza della Terra e per promuovere la pace. Per lui la celebrazione della vita sulla Terra significava anche mettere in guardia tutti gli uomini sulla necessità di preservare e rinnovare gli equilibri ecologici minacciati, dai quali dipende tutta la vita. La prima celebrazione fu il 21 marzo 1970, mentre un mese dopo, il 22 aprile 1970, la definitiva Giornata della Terra – Earth Day veniva costituita dal senatore degli Stati Uniti Gaylord Nelson, come evento di carattere prettamente ecologista.
Fu invece Denis Hayes, in un contesto storico dove si era appena presa coscienza dei rischi dello sviluppo industriale legato al petrolio, a rendere la manifestazione una realtà internazionale: Hayes fondò l’Earth Day Network arrivando a coinvolgere più di 180 nazioni. La proclamazione della Giorno della Terra ufficializzava, con un elenco di principi e responsabilità precise, un impegno a prendersi cura del Pianeta. Questo documento venne firmato da 36 leader mondiali, tra cui il Segretario generale delle Nazioni Unite U Thant, con l’ultima firma, aggiunta nel 2000, di Mikhail Gorbachev.

Nel 1990 la Giornata della Terra mobilitò 200 milioni di persone in 141 paesi ponendo l’attenzione sulle questioni ambientali a livello mondiale, dando un impulso enorme alla cultura del riciclo, e contribuendo ad aprire la strada per il Summit della Terra organizzato dalle Nazioni Unite nel 1992 a Rio de Janeiro.
Nel 2000 la Giornata mondiale della Terra combinò lo spirito originale dei primi Earth Day con l’internazionalismo dell’evento del ’90. In quell’anno vennero coinvolti più di 5.000 gruppi ambientalisti, raggiungendo centinaia di milioni di persone in 183 paesi.

Il tema della Giornata della Terra 2019 è stato Proteggi le nostre specie. Gli scienziati paventano il pericolo di una sesta estinzione di massa, di un “annichilimento biologico” della fauna selvatica, che, a differenza delle precedenti, causate da catastrofi e disastri naturali, sarebbe il primo evento provocato dall’uomo. La distruzione e lo sfruttamento degli habitat unitamente agli effetti del cambiamento climatico stanno, infatti, determinando la perdita di metà della popolazione mondiale di animali selvatici.
Nel 2020 si è celebrato il 50 anniversario della Giornata della Terra in corrispondenza delle prime chiusure nazionali per la pandemia di COVID-19.

Ma quali sono oggi le condizioni dell’ambiente terrestre? 

Nel 2019, secondo ISPRA , in Italia le emissioni di gas serra sono diminuite del 19% rispetto al 1990, passando da 519 a 418 milioni di tonnellate di CO2 equivalente e del 2,4% rispetto al 2018 (- 0 milioni di ton), grazie a fonti rinnovabili ed efficienza energetica. Per il 2020 si stima un ulteriore -10% rispetto al 2019, ma principalmente a causa delle restrizioni dovute alla epidemia di Covid. Tale diminuzione, ribadisce ISPRA in un comunicato stampa, “anche se si è ancora in attesa di avere tutte le informazioni necessarie per una stima definitiva, è avvenuta a fronte di una riduzione prevista del PIL pari all’8.9%”. L’andamento stimato è dovuto alla riduzione delle emissioni per la produzione di energia elettrica (-12,6%), per la minore domanda di energia, e dalla riduzione dei consumi energetici anche in altri settori: industria (-9,9%), trasporti (-16,8%) a causa della riduzione del traffico privato in ambito urbano, e riscaldamento (-5,8%) per la chiusura parziale o totale degli edifici pubblici e delle attività commerciali”.
“Un taglio, afferma Luca Mercalli in un recente articolo, che si dovrebbe mantenere ogni anno per frenare la corsa verso un mondo rovente e invivibile, attraverso una strategia di decarbonizzazione a lungo termine che permetta di raggiungere la neutralità climatica nel 2050, come annunciato dall’Italia a Bruxelles nel quadro dell’accordo di Parigi”.

Quanto dichiarato dal climatologo viene confermato da Italy for Climate [vedi il sito]. Questa Fondazione promossa da un gruppo di imprese e di associazioni di imprese scrive che “il calo del 2019 è ancora molto lontano da quanto sarebbe necessario per raggiungere la neutralità climatica entro metà secolo”. Secondo la Roadmap climatica delineata dalla Fondazione “l’Italia nel 2019 avrebbe dovuto ridurre le emissioni di gas serra di 17 milioni di tonnellate di CO2 equivalente, allineandosi così con l’obiettivo del -55% rispetto al 1990 indicato dal Green Deal europeo come tappa intermedia al 2030 per la neutralità climatica”.

A conferma di quanto detto da Mercalli, ci sono i dati, abbastanza impressionanti, dell’aumento del numero di eventi estremi in Italia (fonte European Severe Weather Database) tra il 2018 e il 2019, passati da circa 1000 a 1668, quando la media degli ultimi anni era stata di circa 600 eventi.

Vorrei suggerire la lettura di qualche libro, citandone, tra i tanti, alcuni che mi hanno particolarmente colpito per il messaggio proposto. Inizio con Ora – La più grande sfida della storia dell’umanità, dell’astrofisico Aurelien Barrau, un testo che nasce dall’appello di scienziati, artisti, filosofi, scrittori in occasione delle dimissioni di Nicolas Hulot, ministro francese della Transizione Ecologica e solidale fino a metà del 2018. “Non considerare l’ecologia la principale priorità del nostro tempo – scrive Barrau – si confìgura come un crimine contro il futuro. Non attuare una rivoluzione nel nostro modo di esistere si confìgura come un crimine contro la vita. È tempo di guardare in faccia l’agonia del mondo e impegnarsi seriamente”.

Un altro libro, uscito ad inizio 2021, è quello di Federico Butera, professore emerito ed ex docente di Fisica Tecnica Ambientale al Politecnico di Milano. Già dal titolo, Affrontare la complessità – Per governare la transizione ecologica, si comprende il percorso che l’autore intende trattare. “Affrontare la complessità – si legge nella presentazione – fa chiarezza sulle questioni ambientali – l’inquinamento, i cambiamenti climatici, l’acidificazione degli oceani, i consumi di acqua e di risorse, le trasformazioni dei suoli e la distruzione della biodiversità – da una prospettiva che evidenzia le interconnessioni tra le parti di quel sistema meravigliosamente complesso che è il nostro pianeta. Viviamo in un’epoca, l’Antropocene, in cui gli impatti delle attività umane sul pianeta hanno raggiunto livelli senza precedenti. Anche se la quantità di analisi e ricerche scientifiche su questi temi è ormai sconfinata, è sempre più difficile orientarsi tra fake news e fonti credibili. Per questo, servono strumenti per imparare a ragionare nel modo corretto su questi argomenti, centrali per il benessere, presente e futuro, delle nostre società”.

L’umanità in pericolo-Facciamo qualcosa subito, è un testo di un autrice, Fred Vargas, conosciuta come giallista, ma di professione ricercatrice in Archeozoologia presso il CNRS francese. Scrive Fred Vargas: “Per anni le élite politiche e finanziarie hanno nascosto la verità. Senza una drastica riduzione delle emissioni di CO2, entro il 2100, fino al 75% degli abitanti del pianeta potrebbe essere annientata da ondate di calore. Cambiare non è solo auspicabile ma necessario. Dobbiamo modificare la nostra dieta per incidere sempre meno sul cambiamento climatico; ridurre drasticamente la produzione di rifiuti e passare all’energia pulita. Lavorando insieme, riflettendo e immaginando soluzioni, l’umanità può ancora cambiare rotta e salvare sé stessa e il pianeta”.

Concludo con una citazione dal libro Ora di Barrau che mi sembra sintomatica del nostro tempo, dell’oggi che stiamo vivendo: “I «sognatori» oggi non sono gli ambientalisti, ma quanti pensano di poter sfidare le leggi fondamentali della natura. E il loro sogno diventa il nostro incubo”.

Cover: USEPA Photo by Eric Vance – su licenza Creative Commons

ANCORA VIOLENZE CONTRO I NO TAV DELLA VAL SUSA.
La Lettera-Appello del Prof. Tartaglia del Politecnico di Torino

Angelo Tartaglia, professore di Fisica presso la Facoltà di Ingegneria del Politecnico di Torino, sta diffondendo questo messaggio dopo l’ultima violenta azione repressiva delle forze dell’ordine contro i manifestanti della Val Susa, liberi cittadini che esprimono il loro dissenso e trattati dalla stampa mainstream come criminali e terroristi. Chi è d’accordo con il suo appello, può confermare la sua adesione (firme singole o collettive) scrivendo a info@presidioeuropa.net

LETTERA – APPELLO

Un sentimento di indignazione

In questo momento vorrei esprimere un sentimento di indignazione. L’indignazione non è razionale, ma qualche volta non è evitabile.
C’è una parte del nostro paese (non del Kosovo o dell’Afghanistan) che è soggetta ad occupazione militare da parte di forze armate dello Stato (il nostro). Non si tratta di un santuario della criminalità organizzata, ma di una vallata alpina con i suoi comuni, cellule fondamentali, dice la Costituzione, dello Stato.

Avrete capito che mi riferisco alla valle di Susa.

Tutto questo avviene in quanto, in assenza di argomentazioni di merito, lo Stato sostituisce agli argomenti la forza: un classico, se non fosse che il nostro si definisce “stato democratico”. Con gli armigeri (a parte le fanterie ci sono anche cingolati, filo spinato e simili bazzecole) si vuole imporre un’opera la cui diseconomicità è platealmente conclamata (se n’è accorta anche la corte dei conti europea) e che dal punto di vista climatico è un vero e proprio crimine: gli effetti globali vanno in direzione opposta agli obiettivi nominalmente perseguiti dall’UE (e dallo stato italiano!). Tutto questo è facilmente sostenibile dati e conti alla mano.

Ma dati e conti (direi la realtà) in questa vicenda (come in altre) sono marginali. La ‘politica’ sostiene trasversalmente (inclusa un’ampia fetta del PD) lo scavo del supertunnel tra Italia e Francia o semplicemente schierandosi con l’interesse immediato delle grandi imprese che vorrebbero realizzarlo o a sostegno di un sistema ideologico che afferma e continuamente rilancia un’economia materialmente insostenibile e che produce ovunque (qui come altrove) disuguaglianze crescenti.

A uno stuolo di signore e signori che siedono nei consessi istituzionali (dal parlamento in giù) merito, argomenti e fatti non interessano più di tanto: ho avuto modo di verificarlo in un paio di audizioni svoltesi prima di Natale. In ‘politica’ ciò che conta è da che parte stai: problemi e fatti, sono marginali. E’ il trionfo dell’arroganza ignorante. Parlo dell’ignoranza di chi pretende di non aver bisogno di porsi delle domande e pretende a priori di conoscere le risposte senza bisogno di critica e di confronto.

 

 

 

Ecco la foto di una ragazza colpita in faccia da un lacrimogeno sparato (ovviamente ad altezza d’uomo o di donna) dalle valorose truppe coloniali inviate il 13 aprile scorso in Val Susa a superare ogni obiezione in merito a sostenibilità economica e ambientale.

“SAN DIDERO E’ SOTTO ASSEDIO”, recita il comunicato dell’Amministrazione Comunale di San Didero, uno dei Comuni della Val Susa [leggi il Comunicato]
Quale fiducia si pensa possa esserci, in queste condizioni, nello ‘Stato’? E a cosa si è ridotta la credibilità della ‘politica’?
Angelo Tartaglia
(seguono altre firme)

Cover: il progetto dell’autoporto di San Didero – Val Susa (TO)

Etica e sapere: le chiavi della cittadinanza

Mentre la scuola sui banchi a rotelle corre verso il collasso, a settembre tornerà in cattedra l’insegnamento dell’educazione civica dai tre ai diciott’anni. Educazione civica è un binomio che non mi piace. Non mi piace “educazione”, non mi piace “civica”. Innanzitutto perché si chiamava così già nel 1958, quando fu introdotta nell’insegnamento a partire dalle medie, lasciando fuori l’avviamento professionale e la scuola elementare, che ancora aveva la religione cattolica come “fondamento e coronamento dell’istruzione”.

Sessantadue anni dopo si presume che paese, scuola e mondo siano profondamente cambiati e con loro le categorie e i paradigmi con cui guardarsi intorno. Ci si poteva almeno preoccupare di segnare la differenza. In compenso la distanza l’ha marcata, nel frattempo, la sociologia, facendo della dimensione “materiale” della cittadinanza l’oggetto dei suoi studi.

Educazione poi richiama ‘conformismo’, ‘forgiare’ e ‘plasmare’ secondo un modello che deve rendere tutti uguali, con finalità che sono state predefinite altrove, lontano dai progetti di vita delle persone. Una dimensione da ‘educazione nazionale’, di cui la storia del secolo che ci siamo lasciati alle spalle si è già incaricata di denunciare tutti i possibili effetti deleteri.

Civica: civis, il cittadino. Il ‘civis romanus’ distingueva il cittadino romano da chi cittadino non era. La nostra Costituzione, al contrario, non compie questa discriminazione, tutela la cittadinanza anche di chi cittadino non è, perché straniero.

Cittadinanza possiede una valenza più ampia di cittadino, perché esprime l’azione dell’individuo nel contesto della comunità politica, segna la linea di demarcazione tra il cittadino passivo e il cittadino attivo. Si può essere cittadini modello, rispettosi delle leggi, delle norme e dei regolamenti e non praticare la cittadinanza, perché impedita, quella che oggi rivendichiamo come cittadinanza attiva.

Un’idea di educazione civica, dunque, troppo parente del ‘law and order’. Il sospetto è che a ispirare la legge sia stata questa preoccupazione inconfessata di fronte all’incapacità di ricomporre un tessuto sociale che si va sempre più lacerando. E poi perché tornare a irrigidire il tutto nel nozionismo e nella valutazione, come una sorta di secondo voto in condotta. Tutto era già scritto prima in Cittadinanza e Costituzione delle Indicazioni Nazionali. Una pratica alla cittadinanza da crescere e vivere con coerenza, a partire dalla organizzazione della vita scolastica e dalle relazioni al suo interno, fino alla trasversalità disciplinare e ai rapporti con il territorio e con il mondo. Non un’educazione, ma un apprendimento permanente, un modo d’ essere, di vivere da esercitare ogni giorno a scuola come in famiglia e nella società.

Non era l’educazione civica che doveva entrare a scuola, semmai era la scuola che doveva incontrare l’educazione civica fuori, nella società, nelle relazioni con il territorio, nella coerenza delle condotte, nella gerarchia dei valori, nell’organizzazione e nel modo di funzionare delle istituzioni, nel loro rapportarsi con i cittadini, a partire dai giovani. Un apprendimento diffuso nel tessuto della società e dei luoghi dell’abitare. Perché se questo manca non c’è educazione civica che possa funzionare. Mentre il cittadino è quello che rispetta le leggi, che sta alle regole, la cittadinanza è molto di più, perché la cittadinanza è anche assunzione di responsabilità.

Nella legge e nelle linee guida ministeriali per l’insegnamento dell’educazione civica non compaiono né l’etica né  il ‘bene comune’. Si parla dei “beni comuni”, ma si tace del “bene comune”, della responsabilità che ognuno porta nei confronti di sé e degli altri, il labile confine tra l’osservanza della legge e l’etica delle condotte. L’etica, terreno delicato soprattutto per il rapporto tra giovani e adulti, per la coerenza dei comportamenti di questi ultimi, la loro testimonianza, la pratica dei precetti che si intendono inculcare con l’educazione. Etica e bene comune avrebbero dovuto occupare il centro della formazione ‘civile’ dei nostri giovani. Civile in quanto educazione alla convivenza.
Ma non è così.

Forse si è trattato di un ‘lapsus freudiano’, perché avrebbero messo in imbarazzo la credibilità degli adulti e del paese. L’etica della cosa pubblica violata dalle forze dell’ordine alla magistratura, dalle istituzioni alla politica, dalla corruzione all’evasione fiscale, dove non pagare le tasse od esportare i soldi nei paradisi fiscali è da furbi. Per non parlare dei mali endemici, dai segreti di stato, alle stragi di cui ancora non si conoscono i mandanti, fino alla ‘ndrangheta, mafia e camorra e la loro connivenza con gli apparati deviati dello stato.

L’etica per Aristotele è una scienza eminentemente pratica, dove il sapere deve essere finalizzato all’agire. Il ‘sapere’. Ecco ciò che rende debole questa idea di educazione civica. Perché a fare la differenza con la società del 1958 è proprio il sapere. Quelli erano ancora gli anni della alfabetizzazione, la scuola di massa neppure era all’orizzonte.
Oggi l’educazione permanente ha superato, almeno in teoria, la scuola di massa, siamo entrati nell’epoca della “società della conoscenza”, quella che l’Europa ha proclamato vent’anni fa con il Memorandum di Lisbona, ma che legge e linee guida ministeriali ignorano.
Società della conoscenza, perché nel ventunesimo secolo il sapere è divenuto la questione centrale di ogni cittadinanza. Possedere il sapere in continua evoluzione, per essere in grado di orientarsi nella complessità che cambia rapidamente la geografia dei pensieri e del mondo, possederlo oggi è la chiave di tutte le democrazie e dell’esercizio dei diritti della persona.

Non è sufficiente ricordarsi di fare oggetto di studio l’Agenda 2030 dell’Onu, semmai citando la questione della sostenibilità ambientale per poi tacere della sostenibilità sociale, dalla parità di genere, alla lotta all’omofobia e alla transfobia, fino al fenomeno epocale delle immigrazioni. Apprendere ad essere cittadini significa innanzitutto essere culturalmente attrezzati per districarsi tra complessità e molteplicità sempre più crescenti, per governare le contraddizioni, per penetrare oltre la superficie delle cose, per essere capaci di orientare il processo di costruzione del proprio sapere.

Se la nostra scuola non sa fare questo prima di ogni altra cosa, nessuna Costituzione, per quanto robusta, come nessuna Agenda 2030 potranno colmare il vuoto di formazione, di autonomia e di libertà delle nostre ragazze e dei nostri ragazzi, né potranno garantire un futuro sostenibile per l’ambiente, la società e l’economia.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Le incongruenze di un Paese: Educazione civica e Agenda 2030

C’è una sostanziale inscindibilità tra gli obiettivi dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, adottata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 25 settembre 2015, e l’istruzione permanente, vale a dire un apprendimento che accompagna l’intero arco della vita delle persone.
Non so se di questo fossero consapevoli gli estensori della Legge n. 92, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del 20 agosto scorso, con la quale si reintroduce l’insegnamento dell’educazione civica nelle scuole di ogni ordine e grado del nostro paese.
Tra i temi che con il prossimo anno scolastico le nostre ragazze e i nostri ragazzi dovranno studiare c’è appunto questo dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile.
Nutro il sospetto che il legislatore avesse una consapevolezza approfondita dei contenuti di questa Agenda, forse più affascinato dagli obiettivi della sostenibilità che interessato a conoscere effettivamente le pratiche richieste per la loro realizzazione dai diversi soggetti promotori dell’Agenda, dall’Onu all’Unesco.
Questo potrebbe diventare un terreno molto sdrucciolevole per la credibilità e l’efficacia formativa dell’Educazione civica come materia, dico subito perché e vedrò di spiegarlo meglio di seguito.
L’Agenda 2030 avendo un obiettivo proiettato nel tempo costituisce un lavoro in progress, per questo studio e riflessione dei suoi contenuti richiederebbero di ritrovare poi una corrispondenza in quanto si va costruendo nell’ambiente sociale in cui le nostre ragazze e i nostri ragazzi sono immersi.
L’Agenda 2030, come sappiamo, si propone di assicurare ambienti di vita sostenibili per le generazioni presenti e per quelle future, ha come obiettivi, tra gli altri, di assicurare un’istruzione di qualità, promuovendo opportunità di apprendimento permanente a partire dal governo delle città.
Nel nostro paese di Città che Apprendono, di Città della Conoscenza non se ne parla, fatta eccezione per rari casi che si contano sulle dita di una mano. E già qui si pone il problema della coerenza tra ciò che pretendiamo che i nostri ragazzi studino e i luoghi che abitano.
Del ruolo delle città, in particolare delle città che apprendono, le “learning cities”, nel perseguire gli obiettivi per uno sviluppo sostenibile se ne è parlato in conferenze internazionali con la partecipazione di sindaci, amministratori di città di tutto il mondo, dirigenti scolastici, esperti di apprendimento, rappresentanti delle agenzie delle Nazioni Unite, di settori privati, di organizzazioni regionali, internazionali e della società civile, a cui dubito che l’Italia abbia mai partecipato: Pechino nel 2013, Città del Messico nel 2015, Cork, in Irlanda, nel 2017. Dal primo al tre ottobre se ne parlerà nuovamente a Medellín, in Colombia.
Conferenze che si sono sempre concluse con Dichiarazioni nelle quali viene ribadito il ruolo centrale dell’apprendimento permanente come motore della sostenibilità ambientale, sociale, culturale ed economica.
Le città che apprendono sono per l’Onu e l’Unesco lo strumento principe per la realizzazione concreta degli obiettivi posti da qui al 2030 dall’Agenda, ora anche oggetto di studio nelle nostre scuole.
Ma la prima incongruenza nasce dal constatare che nessuno dei nostri governi nazionali, fino ad oggi, ha fornito le condizioni fondamentali e le risorse sufficienti per costruire città che apprendono capaci di promuovere inclusione e crescita.
L’idea di educazione permanente praticata nel nostro paese è a dir poco obsoleta, modellata com’è su una concezione dell’istruzione ancorata a categorie del secolo scorso.
Non solo oggi è necessario che l’educazione permanente pervada tutta la vita delle persone, ma anche l’intero impianto del sistema formativo del paese.
Ora è il governo della città a costituire il fattore chiave per sbloccare tutto il potenziale della comunità urbana, attraverso l’importanza dell’apprendimento permanente, per assicurare ambienti di vita sostenibili alle generazioni presenti e future.
Ma anche qui parliamo il linguaggio della luna. Se le nostre città non provvedono a divenire città che apprendono sarà proprio lo studio dell’Agenda 2030, nell’ambito dell’educazione civica, a far scoppiare le contraddizioni, che già le giovani generazioni con Greta denunciano.
Eppure si potrebbe fare se solo attori pubblici e privati, settori delle città e delle comunità, compresi istituti di istruzione superiore e di formazione, nonché i rappresentanti dei giovani si riunissero in partenariato per promuovere l’apprendimento permanente a livello locale al fine di garantire che tutte le generazioni siano coinvolte nel processo di crescita della città che apprende.
Gli strumenti non mancano, dalla rete Unesco delle città che apprendono alla Dichiarazione di Città del Messico del 2015 che fornisce una lista di controllo completa dei punti di azione per migliorare e misurare il progresso delle città che apprendono.
La cosa stravagante del nostro paese è che tante sono le nostre città riconosciute come patrimonio dell’Unesco, ma nessuna di loro aderisce alle Rete delle “Learning cities” dell’Unesco, né, tanto meno, è impegnata a perseguirne gli obiettivi, a partire dalla città in cui vivo secondo l’adagio latino: nemo propheta in patria.
È probabile che dovremo attendere la generazione degli amministratori istruiti alla scuola della nuova Educazione civica, forse entro il 2030 ce la faremo.

Il porta a porta: la scelta di Clara

In Italia il sistema di raccolta tradizionalmente più diffuso è ancora quello che utilizza i contenitori stradali, in grado di intercettare mediamente il 34% della raccolta differenziata; si sta però progressivamente diffondendo in molte zone, tra cui i territori in cui opera Clara, il porta a porta.
Sul porta a porta da tempo si è sviluppato un interessante dibattito che vale la pena riprendere. L’applicazione di questa forma gestionale, infatti, sta diventando uno dei temi principali di confronto sia economico che gestionale. Ecco alcune considerazioni di merito con qualche valutazione:

  • Questa soluzione gestionale in determinati contesti permette risultati significativi nel raggiungimento degli obiettivi e dovrebbe avere maggiore spazio; in alcune realtà potrebbe tuttavia comportare maggiori costi per il gestore.
  • Ogni territorio, avendo la sua specificità, raggiunge obiettivi di raccolta differenziata diversi rispetto a zone con caratteristiche differenti; il porta a porta ottiene le performance più elevate nei comuni fino ad 80.000 abitanti circa.
  • È fondamentale il coinvolgimento di quella larga fascia d’utenza non domestica che rappresenta una grossa quota quali-quantitativa nelle raccolte differenziate; produttori di oltre il 50% dei rifiuti con qualità del loro rifiuto selezionato. Bisogna spingere in particolare bar, ristoranti, fruttivendoli, uffici, negozi, etc. con specifici servizi dedicati e sistemi di raccolta porta a porta adattati ai loro bisogni.
  • L’attivazione di circuiti di raccolta domiciliari per la frazione organica (con una elevata e capillare frequenza), consente la riduzione della frazione putrescibile nel residuo.
  • Il porta a porta aumenta il coinvolgimento dei cittadini e consente un rapporto (controllo) più diretto. La raccolta puntale permette frequenti, metodiche e costanti informazioni sui livelli raggiunti, sul grado di impegno e sui risultati ottenuti per aree.
  • Il Porta a porta migliora la qualità del materiale raccolto riducendo impurità e scarto.
  • Aiuta a valorizzare la definizione nell’applicazione della Tariffa. Il sistema puntuale di raccolta favorisce una migliore conoscenza economica da parte degli utenti coinvolti.
  • Un tema importante e spesso difficilmente affrontabile (purtroppo) è la valutazione economica ed il confronto di convenienza per un presunto costo elevato legato al basso livello di industrializzazione del servizio; vede dunque sfavoriti le grandi città e le zone ad alta densità urbanistica.

Clara ha dato una crescente attenzione al porta a porta, con importanti risultati sia in termini di qualità del servizio sia in termini recupero di materia. Oggi tutti i Comuni del medio e basso ferrarese (ex Area) e quattro dei cinque comuni dell’alto ferrarese (tutti a eccezione di Vigarano Mainarda e la località Sant’Agostino di Terre del Reno) vengono gestiti con sistema porta a porta. L’avvio del sistema domiciliare in ogni comune, avvenuto gradualmente a partire dal 2010, è stato preceduto da campagne capillari di comunicazione, con visite a domicilio, incontri pubblici e dettagliati materiali informativi. È chiaro, infatti, che senza l’adesione e la comprensione da parte dei cittadini, un metodo simile – che richiede indubbiamente uno sforzo partecipativo maggiore da parte dei singoli individui – non potrebbe funzionare.
Ogni anno, per ciascun Comune servito, vengono predisposti uno o più calendari (in base alle zone in cui è suddiviso organizzativamente il territorio comunale). Per agevolare il compito dei cittadini i calendari stampati vengono consegnati insieme al Kit annuale di sacchi oppure distribuiti tramite posta o tramite agenzie di recapito. È inoltre sempre possibile consultarli e scaricarli dal sito istituzionale dell’azienda (www.clarambiente.it), selezionando il proprio Comune e la zona di riferimento.

Clara ha evidenziato la sua convinzione sull’efficacia del porta a porta anche nel ‘Manifesto per la rinascita dei rifiuti’, il documento presentato in occasione dell’assemblea costitutiva della nuova società, che raccoglie i valori e i modelli della nuova società. Nel Manifesto si afferma che per raggiungere elevati livelli di recupero di materia c’è solo un metodo di lavoro: il porta a porta. Raccogliendo casa per casa ogni genere di rifiuto in maniera differenziata, ma soprattutto attivando un principio di responsabilità nei confronti di ciascun cittadino, che a fronte di un maggiore impegno richiesto, garantisce risultati qualitativi e quantitativi molto più elevati. I risultati sono facilmente misurabili: nei Comuni Clara serviti con sistema porta a porta l’indifferenziato avviato a smaltimento è passato dai 361 Kg pro capite del 2010 (quando tutti i comuni erano ancora serviti con cassonetti stradali) ai 125 kg medi pro capite del 2016. Ed è aumentata proporzionalmente la raccolta differenziata: la media territoriale è salita dal 43,39% del 2010 al 74,43% del 2016.
Importante, nel Manifesto, anche un principio che spesso viene utilizzato in modo critico da chi non è convinto sul porta a porta, giudicato dispendioso: “Tutto questo porta anche a un significativo aumento dell’occupazione, a parità di costi per la collettività. Infatti, invece di spendere denaro per conferire i rifiuti indifferenziati in impianti/discariche o inceneritori/termovalorizzatori, le risorse vengono investite nel maggiore personale necessario sul territorio per la gestione del servizio porta a porta. Con un beneficio per le comunità locali”.
Il ciclo dei rifiuti urbani e la gestione degli stessi (raccolta e smaltimento) hanno un profondo impatto sull’ecosistema, sull’economia dei servizi pubblici, ma anche sulla salute e sulla politica industriale di un territorio. La conoscenza di questi impatti è un elemento fondamentale per la qualità del processo e deve essere messa a disposizione di tutti gli interlocutori del sistema per perseguire un’attenta politica ambientale orientata alla sostenibilità utilizzando importanti strumenti di rating.
È importante poter dialogare informando, facendo conoscere i pro e i contro di ogni soluzione tecnica e gestionale, coinvolgendo sugli obiettivi e sui principi, ricercando la collaborazione dei cittadini affinché i servizi possano essere utilizzati nel modo migliore e le modalità di informazione siano percepite trasparenti, diffuse e condivise.

La riduzione dei rifiuti, un impegno costante anche per Clara

Il tema dei rifiuti è tanto articolato e complesso da non potere essere certo definito in poche parole. Per superare definitivamente l’emergenza rifiuti, la più naturale e immediata azione da sviluppare non è solo fermare la crescita dei quantitativi dei rifiuti stessi e quindi produrne meno, ma anche modificare radicalmente il sistema di gestione complessiva dei rifiuti.
Lo scorso anno la quantità media di rifiuti urbani pro-capite nell’Unione Europea è stata pari a 477 kg, in calo del 9% rispetto al picco del quinquennio precedente. L’Italia supera di poco la media europea con una produzione pari a 486 kg per abitante all’anno.
Anche Clara, in una logica di economia circolare, ha tra i suoi obiettivi la riduzione spinta dei rifiuti.
Un primo importante successo è già dato dai Comuni di Formignana e di Ro, che in un confronto dei rifiuti pro capite indifferenziati sono passati rispettivamente dai 39,81 e 44,83 kg/ab del primo semestre 2016 ai 29,13 e 32,13 nello stesso periodo del 2017. Già partivano da livelli di eccellenza, ma sono riusciti a raggiungere una riduzione di quasi un terzo in un solo anno.
Il futuro sarà impegnativo, ma bisogna assolutamente ridurre la quantità dei rifiuti attraverso una attenta politica di prevenzione.
Il rapporto sullo stato della gestione dei rifiuti a livello mondiale, ‘Global Waste Management Outlook’ (Gwmo) redatto nell’ambito dell’Unep-United Nations Environment Programme, dice che:

  • La gestione corretta dei rifiuti solidi è un servizio essenziale per assicurare condizioni igienico-sanitarie corrette negli ambiti urbanizzati, ma anche per la salute e l’equilibrio dell’ambiente stesso;
  • Individua come chiave strategica la prevenzione dei rifiuti anche attraverso la trasformazione dei rifiuti in risorsa;
  • Prevenire i rifiuti non è solo un’azione ecologica ma anche un’azione in grado di far risparmiare denaro e creare posti di lavoro;
  • Il problema dei rifiuti non è solo locale, ma anche un problema globale;
  • Evidenzia come affrontare in modo prioritario la gestione dei rifiuti sia fondamentale, per fare ciò propone una roadmap di obiettivi da raggiungere entro il 2020 e il 2030.

Per questo i principali impegni europei dei prossimi anni come direttive e orientamenti sono:

  • Obiettivo di riciclo rifiuti urbani: 70% al 2030 65% al 2025
  • Obiettivo di riciclo imballaggi: 80% al 2030 75% al 2025
  • Obiettivo indicativo di riduzione spreco di cibo: 30% in meno di cibo finito in spazzatura nel 2025
  • Obiettivi sulle discariche: al massimo il 5% dei rifiuti non pericolosi di origine domestica potranno andare in discarica al 2030 (indicativo); mai discarica per quelli riciclabili o compostabili; fino al 10% dei rifiuti domestici potranno finire in discarica nel 2030 compresi rifiuti riciclabili o compostabili (obbligo vincolante)
  • Raccolta separata della frazione organica (umido) obbligatoria ovunque entro il 2025 laddove si dimostri tecnicamente, economicamente e ambientalmente possibile.

Per poter migliorare il sistema integrato di gestione dei rifiuti urbani servono scelte radicali e non solo aggiustamenti di indirizzo. E’ dunque richiesto di valutare e rivedere in termini economici e ambientali le scelte che si andranno a operare nell’intero ciclo dei rifiuti, in tutte le sue fasi principali: dalla raccolta differenziata al trattamento, allo smaltimento finale. Diventa pertanto importante costruire un modello integrato dell’intero ciclo di gestione che analizzi i flussi di materia. La conoscenza dei possibili flussi e risultati di gestione delle materie, collegata alla conoscenza dei cicli di vita prevedibili nei prodotti, permette infatti di valutare l’efficacia delle scelte che si andranno a prendere e quindi di valutare gli effetti delle politiche che verranno decise. A monte però rimane un problema di fondo: la crescita della produzione dei rifiuti. Per superare definitivamente l’emergenza rifiuti bisogna fermare la crescita dei quantitativi dei rifiuti. E’ evidente che ciò comporta un cambiamento radicale non solo dell’attuale modello di produzione e di consumo, ipotesi per molti aspetti di non facile e immediata attuazione, ma anche convinti orientamenti culturali i cui obiettivi strategici fondamentali si possono riassumere in azioni di prevenzione (diminuzione della quantità e della pericolosità), di valorizzazione (recupero di energia e risorse dai rifiuti) e di corretto smaltimento (tecnologie compatibili). La trasformazione in atto del sistema di gestione dei rifiuti deve pertanto confrontarsi con una nuova politica industriale nel settore che, insieme alla necessaria definizione del sistema di gestione e alle scelte territoriali, tenga conto delle possibili modificazioni del mercato.
In particolare, partendo dal principio normativo della responsabilità condivisa, della prevenzione, della raccolta, del recupero, dello sbocco finale dei materiali raccolti e trattati, diventa importante stabilire e coordinare i ruoli dei diversi soggetti pubblici e privati che operano nelle diverse fasi di gestione del sistema rifiuti. In sintesi è urgente la definizione di una nuova politica industriale nel settore dei rifiuti, in particolare:

  • la modifica delle produzioni nel senso della diminuzione dei rifiuti e della riciclabilità dei prodotti (in accordo con principi europei di “responsabilità allargata”);
  • le attività di ricerca tecnologica, sia nel settore industria che nell’agricoltura, in grado di produrre innovazioni positive, a favore della chiusura dei cicli;
  • la creazione di interventi diversificati ai vari livelli della distribuzione, dal produttore, al grossista, al negoziante, al singolo consumatore, in modo tale che siano possibili interventi efficaci a livello di città e di bacino provinciale.
  • l’informazione e il coinvolgimento dei consumatori per adeguarne il comportamento e gli atteggiamenti alle esigenze di prevenzione della produzione di rifiuti da imballaggio e partecipazione alle iniziative di recupero e riciclaggio.
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La tariffa puntuale: le realtà di Ro e Formignana

Il grande obiettivo di Clara è fornire un servizio economicamente compatibile, realizzando anche un tariffa personalizzata, che tenga conto del consumo effettivo, sulla base del principio, da tutti citato e da pochi perseguito, del “chi inquina paga”. Per questo dopo aver parlato di tariffa puntuale e dei suoi principi generali, vediamo cosa sta facendo Clara per il sistema tariffario.

Nell’estate del 2015 è partita nei comuni pilota di Formignana e Ro (3.200 utenze in totale) la sperimentazione di un sistema di tariffazione puntuale, durante la quale un lavoro determinante è stato svolto in termini di comunicazione e contatto con i cittadini e con le aziende. La sperimentazione è stata preceduta, infatti, da una serie di incontri pubblici e da visite informative capillari a tutte le utenze, concomitanti alla consegna dei contenitori appositi, dotati di microchip e associati alla specifica utenza.
Scopo della sperimentazione, che è durata un anno e mezzo, è stato quello di valutare in che misura i cittadini usano i servizi offerti, in modo da costruire una tariffa proporzionata al ‘consumo’ di ogni utenza, razionalizzando nel contempo le frequenze di raccolta e i relativi costi. Questa razionalizzazione aveva mostrato i propri effetti già nei Piani Finanziari dei due Comuni, che per il 2017 hanno visto una riduzione dei costi, rispetto al 2013, del 13,11% per Formignana e del 16,16% per Ro.
Alla fine del 2016 l’azienda ha inviato a tutte le utenze coinvolte una prima lettera informativa contenente le novità riguardanti le frequenze di raccolta, l’utilizzo corretto dei contenitori e i costi unitari precisi dei servizi misurati. Dal 1° gennaio 2017 il nuovo sistema, che Clara ha denominato ‘Tariffa su Misura’, è regolarmente applicato: anche questa nuova fase è stata accompagnata da un ciclo di incontri pubblici nei due capoluoghi e nelle frazioni e da un dépliant informativo completo di tutte le tariffe aggiornate spedito all’indirizzo di famiglie e imprese (LEGGI).

La Tariffa su misura di Clara è costituita da una parte fissa e da una parte variabile, quest’ultima calcolata in base alle scelte e ai comportamenti di ogni utenza. La parte variabile si basa in particolare sul volume di rifiuto non riciclabile (misurato in base al numero di svuotamenti del bidone grigio), del rifiuto umido (bidone marrone), sull’eventuale utilizzo del servizio porta a porta per sfalci d’erba e ramaglie (per il quale, se richiesto, si paga un abbonamento annuale), e sull’eventuale utilizzo dei ritiri su chiamata a domicilio.
I dati delle prime due fatturazioni, riferite al ‘consumo’ dei primi due quadrimestri, mostrano dati molto incoraggianti: il 70% circa delle utenze domestiche di Ro e Formignana ha visto una riduzione delle proprie bollette rispetto agli stessi periodi dell’anno precedente. Inoltre, rispetto al 2016 si rileva in questi due Comuni una riduzione tra il 27 e il 28% del rifiuto indifferenziato raccolto, che per il primo semestre di quest’anno si è attestato su una media di circa 60 Kg pro capite: un dato che ha effetti significativi anche in termini di minori costi di smaltimento all’inceneritore.

Dopo Ro e Formignana, per i prossimi anni è programmato il passaggio alla Tariffa su Misura in tutti i Comuni dell’Alto e del Basso Ferrarese per un totale di circa 200.000 abitanti. Il passaggio alla Tariffa su Misura permette di scegliere i servizi che servono davvero, di pagare in base ai servizi effettivamente utilizzati, avere un territorio più pulito e aiutare Clara a diventare più efficiente. Si tratta in definitiva di approfondire la conoscenza per ottenere equità e qualità grazie a una maggiore responsabilità e sostenibilità.

La tariffa su misura: un grande obiettivo di Clara

A livello nazionale permane un preoccupante ritardo nell’applicazione del passaggio alla tariffa puntuale.
La modernizzazione del settore si ottiene con l’adozione di sistemi economici di gestione integrata, e l’integrazione richiede condivisione, partecipazione e soprattutto determinazione. In questa logica diventa importante la corretta applicazione di equilibrati strumenti tariffari.
L’applicazione della Tariffa porta sicuri miglioramenti: dalla valorizzazione di un corretto sistema economico alla comprensione dettagliata dei costi, al controllo della gestione del settore e soprattutto garantisce una maggiore equità di contribuzione per i cittadini. Il passaggio a tariffa puntuale risponde infatti a tre princìpi di base che si possono riassumere in:

  1. sostenibilità ambientale (perché si auspica la crescita di comportamenti virtuosi),
  2. sostenibilità economica (e dunque l’equilibrio reale tra entrate e costi del servizio),
  3. equità contributiva (pagare per un servizio reale ed effettivamente erogato).

Nell’aprile 2017 è stato pubblicato il Decreto del Ministero dell’Ambiente ‘Criteri per la realizzazione da parte dei comuni di sistemi di misurazione puntuale della quantità di rifiuti conferiti al servizio pubblico o di sistemi di gestione caratterizzati dall’utilizzo di correttivi ai criteri di ripartizione del costo del servizio, finalizzati ad attuare un effettivo modello di tariffa commisurata al servizio reso a copertura integrale dei costi relativi al servizio di gestione dei rifiuti urbani e dei rifiuti assimilati’.
Il principio di riferimento è un sistema di tariffazione puntuale (Payt, pay as you throw) che si basa su due principi guida delle politiche europee:

• chi inquina paga (polluter pay principle, Ppp);
• la responsabilità condivisa (shared responsibility).

La tariffa puntuale infatti garantisce la trasparenza, permette un’equa distribuzione dei costi tra gli utenti, incrementa la separazione dei materiali riciclabili e soprattutto favorisce un comportamento virtuoso. La metodologia tariffaria si articola nelle seguenti fasi fondamentali: individuazione e classificazione dei costi del servizio; suddivisione dei costi tra fissi e variabili; ripartizione dei costi fissi e variabili in quote imputabili alle utenze domestiche e alle utenze non domestiche; calcolo delle voci tariffarie, fisse e variabili, da attribuire alle singole categorie di utenza, in base alle formule e ai coefficienti indicati dal metodo.
Anche per Clara la missione è applicare la tariffa puntuale (o ‘su misura’, definizione coniata proprio dall’azienda) su tutti i Comuni soci. Ora è già operativa a Ro e Formignana, ma il metodo si diffonderà gradualmente su tutto il territorio.
L’obiettivo è creare un sistema economico che abbia una tariffa che per almeno la metà sia composta da costi varabili e dunque direttamente proporzionali al “consumo”, con un obiettivo di medio termine che è quello di ottimizzare i costi e ottenere dei benefici economici per i cittadini.
La struttura operativa del sistema tariffario si basa dunque su tre comparti: una parte fondamentale relativa al costo del servizio (e dunque pagato sulla base del reale utilizzo); una parte di costi aggiuntivi (legata al livello di qualità richiesto da ogni singolo Comune) e una parte di costi impiantistici richiesti dal sistema territoriale (a partire dalla bonifica delle discariche esaurite).
Nel tempo sarà importante aver un confronto analitico di quanto si spendeva e di quanto si spenderà rispetto ai miglioramenti ottenuti e i risparmi economici raggiunti.

Un tema fondamentale sarà quello di trattare le realtà non domestiche (artigianali, commerciali e industriali) come veri clienti a cui sia riconosciuto un corrispettivo competitivo e di qualità superiore.
I principi di applicazione di un metodo tariffario normalizzato si sviluppano sui seguenti punti:

  • recuperare metodologie e analisi oggettive che raggiungano l’obiettivo di un necessario raffronto economico e valutazioni di equità di giudizio tariffario;
  • costi del servizio chiari e correttamente imputati;
  • obblighi di copertura: l’obiettivo è quello della copertura integrale del costo;
  • trasparenza nella ripartizione dei costi ed in particolare delle quote fisse e variabili;
  • chiarezza nella ripartizione dei costi fra le macrocategorie (utenze domestiche e non domestiche) e fra le singole categorie stesse associandola alle produzioni presunte tramite studi di settore specifici; maggiori sistemi di controllo dell’evasione ed elusione;
  • la conoscenza della composizione merceologica dei rifiuti (vedi Ka e Kc) è alla base della valutazione dei sistemi di gestione, così come importante è la quantificazione della produzione e dai relativi indicatori (coefficienti Kb e Kd );
  • necessità di concertazione nella fase di realizzazione dei regolamenti comunali; esigenza di rendere il più possibile omogenei i regolamenti e di concertazione per ricercare soluzioni applicative condivise (analisi delle esclusioni, esenzioni, riduzioni, univoca interpretazione della superficie tassabile;
  • criteri di assimilazione omogenei su tutto il territorio in attesa di normative applicative di riferimento; l’accordo volontario è lo strumento per regolare quanto non in privativa;
  • incentivi: la componente variabile della tariffa dovrebbe già di per sé rappresentare un criterio di incentivazione-impegno alla riduzione della produzione dei rifiuti;
  • esclusioni: connesse alle specifiche politiche sociali adottate dal singolo Comune che nelle sue determinazioni si sostituisce al soggetto nel pagamento della tariffa in modo da non confondere il principio del chi inquina paga con gli opportuni calmieratori sociali.

Così buono che lo finisci a casa

“È così buono che lo porterei a casa!”, è quello che si pensa spesso al ristorante di fronte a un piatto ordinato, magari per assaggiare una nuova proposta del giorno o perché c’è ancora un posticino da occupare, ma poi non finito. Sempre più persone chiedono di poter portare a casa ciò che non consumano durante i pasti fuori casa, ma ancora molti si sentono in imbarazzo nel farlo, eppure in questo modo si riducono lo spreco alimentare e la produzione di rifiuti.
A Ferrara – dal 2004 aderente al progetto Last Minute Market del professor Segrè – un gruppo di ristoratori e produttori di beni alimentari ha deciso che valeva la pena fare un passo in più, promuovendo loro stessi la possibilità di portarsi a casa una vaschetta con ciò che i clienti non consumano presso i loro esercizi. A lanciare l’idea e a mettere in rete tutti gli aderenti l’associazione ferrarese Officina Dinamica, da sempre attiva nella sensibilizzazione alla lotta contro lo spreco: così è nato ‘RistoriaAmo. Ristoranti a spreco zero’, spin-off di ‘AvanziAmo’.

Ieri mattina nella Sala dell’Arengo della residenza municipale è stata presentata la squadra di questi pionieri, undici come nel calcio: La Casona; 381 storie da gustare; Al Frattino; il Fuori Porta; Il Sorpasso; In Boccio; Orsatti 1860; il VenTo di supa; la pasticceria ristorante Europa; Salani Forno Valentino e l’azienda agricola e circolo culturale Al Boattino.
“Siamo orgogliosi di presentarvi quelli che noi chiamiamo ‘i magnifici undici’: è un risultato per nulla scontato. In altre città si fa moltissima fatica ed è un traguardo arrivare a dieci”, ha detto in apertura Roberta Lazzarini, vicepresidente di Officina Dinamica e coordinatrice di RistoriAmo: “ora diventeranno loro stessi un veicolo di sensibilizzazione contro lo spreco”.
L’assessora all’ambiente del Comune di Ferrara Caterina Ferri ha ringraziato tutti gli esercizi e tutti i partner aderenti all’iniziativa, un “ottimo esempio di sinergia” fra istituzioni, privati e associazioni. Un altro valore aggiunto di RistoriAmo, infatti, è la collaborazione anche del Comune di Ferrara e dell’Ausl, oltre al sostegno di Hera, Arci, Cna Ferrara e di Ilip, l’azienda produttrice di materie plastiche che fornisce le vaschette salva cibo. Un vero e proprio “circolo virtuoso”, come ha sottolineato l’assessore all’economia solidale Luca Vaccari, complimentandosi con chi ha deciso di scommettere su questa iniziativa fin dall’inizio e augurandosi che la squadra si allarghi sempre più. L’amministrazione riconosce l’impegno alla sostenibilità ambientale degli aderenti con una riduzione sulla Tari. Per ora è una quota uguale per tutti ma più avanti, se il progetto prenderà piede, le riduzioni saranno tarate e personalizzate.
L’Ausl ha invece fornito “informazioni agli operatori su come confezionare il cibo e le indicazioni che verranno date al cliente su come gestire il cibo portato a casa, per fare in modo che non diventi poi un rifiuto a casa loro”, ha spiegato la dottoressa Saletti del dipartimento di Sanità pubblica.

Un circolo virtuoso positivo che si chiude grazie alla partecipazione di Ilip: “Le vaschette salva cibo che forniamo sono avviabili alla raccolta differenziata della plastica e sono fatte esse stesse per l’80% di materiale plastico riciclato”, ha affermato Riccardo Pianesani, “l’azienda è felice di partecipare, anche per contrastare lo stereotipo del produttore di materie plastiche come inquinatore senza scrupoli”.

A questo punto vi chiederete come funziona RistoriAmo. Presto detto: Officina Dinamica fornisce agli undici aderenti le vaschette salva cibo con le indicazioni dalla Ausl di Ferrara e tutto il materiale informativo per i clienti, oltre a una sorta di co-redazione diffusa che pubblica notizie ed eventi sulla pagina fb del progetto. I locali a loro volta offrono ai propri clienti – anche senza che questi ne facciano richiesta – le vaschette per confezionare il cibo che potranno portare a casa.
Non vi resta che cercare sui tavoli il totem con il motto “Così buone che…ti finisco a casa”.

Maggiori info sulla pagina fb Ristoriamo

Con Il Germoglio in piazzetta Corelli buon cibo e 381 storie da gustare

Un itinerario attraverso la città per diffondere un’idea di turismo eco ed etico sostenibile: non turisti mordi e fuggi che galoppano dietro una guida e fagocitano tutto attraverso l’obiettivo di macchine fotografiche e smartphone, ma viaggiatori curiosi delle realtà e degli angoli meno conosciuti, consapevoli del proprio impatto sul territorio che visitano.
Un progetto per limitare lo spreco alimentare e la produzione di rifiuti, promuovendo la buona prassi di portare a casa senza imbarazzo eventuali avanzi dei pasti non consumati al ristorante.
Un laboratorio di pasta fresca con una sfoglina per studenti Erasmus.
Un’esposizione fotografica che racconta in bianco e nero il territorio del Delta, tra cielo, acqua e lembi di terra, uccelli in volo, reti e pali, barche e fari, onde e riflessi, mani come rami, conchiglie e meraviglie.
Cosa hanno in comune? Il Ristorante 381 Storie da gustare di piazzetta Corelli gestito dalla Cooperativa Il germoglio Onlus. Non solo un bar-ristorante dove gustare buon cibo, ma un luogo dove si incontrano e si incrociano diverse esperienze, tutte accomunate dalle parole d’ordine: territorio, inclusione sociale, sostenibilità, eticità.

Chiara Nardone e Gaia Aragrande sono due dottorande del Dit, il dipartimento di interpretazione e traduzione del campus di Forlì dell’Alma Mater Studiorum di Bologna: “Quello che ci è piaciuto di 381 Storie da gustare, il motivo per cui lo abbiamo scelto è la capacità di coniugare sostenibilità etica, ambientale e sociale”. Ecco perché il ristorante di piazzetta Corelli è stata la tappa conclusiva del tour eco ed etico-sostenibile che Chiara e Gaia hanno organizzato lo scorso lunedì sera nell’ambito di It.a.cà. migranti e viaggiatori – Festival del Turismo Responsabile. “It.a.cà. (sei a casa? In dialetto bolognese, ndr) è un festival itinerante, la cui tappa più importante è Bologna, dove è nato, ma che nel tempo ha allargato la propria rete a Ferrara, Padova, Trento e altre ancora”, mi spiega Chiara. It.a.cà. mira a far considerare il viaggio non più solo vacanza e svago, ma un’esperienza capace di esaudire il desiderio di conoscenza e scoperta del mondo. E allo stesso tempo, a sensibilizzare i viaggiatori sull’impatto dell’industria turistica all’interno degli ecosistemi, naturali e cittadini. Così è nato il tour sostenibile di Chiara e Gaia, che ha portato i partecipanti nella Ferrara ebraica e nel Castrum e che si è concluso al 381 Storie da gustare, “per far conoscere una realtà che ha un impatto a livello sociale nella città”. “Abbiamo trovato un terreno comune nella costruzione di una maggiore consapevolezza”, aggiunge Carla Berti de Il Germoglio: “far riflettere le persone su come le loro scelte come turisti, ma in fondo anche come cittadini, influiscano sulla realtà e sul territorio a breve e a lungo termine”.

Un momento dell’apericena

L’apericena di lunedì sera è stata anche un’occasione per Il Germoglio per far conoscere il valore aggiunto del cibo che si può gustare nel locale: il servizio di ristorazione viene gestito attraverso progetti di inserimento lavorativo di persone svantaggiate, nel senso più ampio del termine. Da qui il nome del ristorante, che fa sì che ormai a Ferrara in molti li chiamino “quelli dei numeri”. La 381 è la legge che nel 1991 ha creato, e da allora regolamenta, le cooperative sociali: lo scopo è “perseguire l’interesse generale della comunità alla promozione umana e all’integrazione sociale dei cittadini attraverso la gestione dei servizi socio-sanitari ed educativi, lo svolgimento di attività diverse – agricole, industriali, commerciali o di servizi – finalizzate all’inserimento lavorativo di persone svantaggiate.
Al 381 Storie da gustare lavorano dieci persone, alle quali bisogna aggiungere le sei del 381 bar ristoro, in via Azzo Novello vicino alle mura cittadine e quelle dietro al bancone del bar dell’Ospedale del Delta a Lagosanto.
Cristina, che lavora come operatrice con Il Germoglio da dieci anni, mi spiega che a suo avviso “il ristorante è il luogo ideale per coniugare attività imprenditoriale e inserimento lavorativo, ma forse per quanto mi riguarda è anche una questione affettiva: è il primo luogo dove abbiamo fatto inserimento”. “Il mio compito – continua Cristina – è trasmettere a chi sta con noi abilità e competenze nell’ambito lavorativo, ma in realtà diventano compagni di viaggio perché cerco sempre di mantenere un rapporto paritario, non replicare i rapporti asimmetrici che possono vivere fuori: se in cucina o al bar c’è da fare qualcosa, va fatta e basta, io li accompagno in un percorso che li renda autonomi nel farla. È un po’ quella che Amartya Sen chiama ‘capacità di vita’. Non è facile, anzi è talmente difficile che per chi lavora qui come dipendente o fa tirocinio qui diventa particolarmente bello e stimolante.” Me lo conferma Susy, l’aiuto cuoca: “Mi trovo bene con Cristina e tutti gli altri, anche i ragazzi che partecipano ai laboratori e che hanno fatto le cose che vedi qui. Prima lavoravo in profumeria, ma qui mi è scattato qualcosa dentro e ora non tornerei in negozio”. “Quello che mi piace del lavorare in una cooperativa come questa – mi dice Cristina – è che tentiamo di ridurre le disuguaglianze, spesso nate dai casi della vita: poteva capitare a me di nascere non normodotata o di vivere esperienze che mi rendessero particolarmente fragile, invece è capitato a qualcun altro. La cooperativa è uno strumento per fare qualcosa in prima persona per cambiare almeno un po’ quello che non mi piace in questo mondo. Se lavorassi in un’azienda che dà in beneficenza parte dei profitti non sarebbe la stessa cosa, qui la sostenibilità etica e l’inclusione sociale sono l’obiettivo primario, non una componente accessoria”.

Carla aggiunge: “il servizio di ristorazione si integra con la filosofia in senso ampio della cooperativa”, non solo per l’inserimento lavorativo, ma anche per quanto riguarda la sostenibilità ambientale: molti degli arredi del 381 sono frutto del riuso oppure sono prodotti con materiali di scarto durante laboratori per persone svantaggiate. Da qui anche l’adesione a RistoriAmo dell’associazione Officina dinamica: l’iniziativa mira a ridurre lo spreco alimentare e la produzione di rifiuti grazie al coinvolgimento di una rete di ristoranti virtuosi che danno la possibilità di portarsi a casa in modo sicuro e igienico ciò che si è ordinato ma non consumato. Il Germoglio è fra i primi aderenti. “Abbiamo conosciuto la cooperativa in occasione di AvanziAmo”, spiega Roberta Lazzarini, vicepresidente di Officina dinamica, “perciò abbiamo voluto coinvolgerla anche in RistoriAmo, perché la sua filosofia riflette i valori della nostra associazione”. “A ogni ristorante aderente a RistoriAmo vengono consegnate un certo numero di vaschette anti spreco, riportanti le corrette modalità di utilizzo di quanto asportato, secondo indicazioni fornite dall’Ausl, che patrocina il progetto insieme al Comune, il materiale promozionale da esporre nel locale e ognuno viene coinvolto in una sorta di co-redazione diffusa che poi pubblica notizie ed eventi sulla pagina fb del progetto”.

A tavola si mangia, si dialoga, si raccontano e si mettono insieme esperienze e differenze. Ogni atto legato al cibo, anche il più semplice e quotidiano, esprime una cultura. Dentro al cibo passano gusti e sapori, ma anche storie, saperi e valori. Sulle tavole di 381 Storie da gustare alla convivialità si accompagnano il desiderio di giustizia e inclusione sociale e l’attenzione per l’ambiente, il territorio e soprattutto le persone. “Cerchiamo di adattarci alle esigenze di chi usufruisce del nostro servizio e quindi le nostre diverse proposte nascono spesso come risposta alle necessità di chi si accosta a noi”, sottolinea Carla.
I prossimi appuntamenti sono l’8 e il 9 giugno. Giovedì 8 dalle 17.30 con il pastaLab per studenti Erasmus che si vogliono mettere alla prova con la ‘sfoglia’ e l’aperitivo ‘Learn, socialize and drink! Impara, socializza e brinda!’, organizzati da Elena Colombo e Mirco Pagliarani, laureandi della facoltà di architettura di Unife che hanno collaborato con Il Germoglio per la propria tesi. Venerdì 9 dalle ore 19, invece, con una nuova mostra del Fotoclub di Ferrara, da sempre un prezioso partner per il 381: l’esposizione si intitola ‘Quasi Mare d’aMare. La Sacca di Goro vista dalle Socie del FotoClub Ferrara: trittici di fotografie in bianco e nero’ e sarà visibile fino al 2 luglio.
In più, per tutto il mese di giugno si susseguiranno le cene speciali di ‘Una cena per raccontare un’emozione’, per conoscere e far conoscere tutti quelli che hanno collaborato quest’anno con il ristorante 381 Storie da gustare, dove le ricette sono soprattutto incontri.

Per maggiori info sugli eventi
320 2512214
0532 1866272
381@ilgermoglio.fe.it

www.381storiedagustare.it
Pagina fb

L’appello di No Triv per una nuova strategia energetica senza gas e petrolio

da Coordinamento Nazionale NO TRIV

Di seguito il testo dell’appello del Coordinamento Nazionale NOTRIV Al Presidente del Consiglio ed ai Componenti del Consiglio dei Ministri del 28 ottobre scorso:

“…Secondo il rapporto presentato in Parlamento il 28 settembre scorso dall’ASvis (Alleanza italiana per lo Sviluppo Sostenibile) sull’attuazione degli impegni in materia di sviluppo sostenibile sottoscritti dal nostro Paese un anno fa alle Nazioni Unite (Agenda Globale 2030), l’Italia versa in una condizione di “non sostenibilità”.
Prendiamo atto, con profondo rammarico, del fatto che l’Italia ha dunque mancato l’appuntamento annuale della prima sessione per la verifica degli obiettivi della roadmap al 2030. Per quanto concerne l’energia, i numerosi e qualificati esperti che hanno partecipato alla redazione del Rapporto, ritengono che la transizione alla decarbonizzazione ed alle fonti rinnovabili stia procedendo troppo lentamente rispetto al raggiungimento degli obiettivi definiti a Parigi nell’ambito della COP 21.
Il 2015 ha rappresentato purtroppo l’annus horribilis delle performances ambientali ed energetiche del nostro Paese: Eurostat, infatti, certifica che nel 2015 le emissioni di gas serra sono cresciute del 3,5% rispetto al 2014 mentre Ispra identifica in quello energetico il settore meno performante dal punto di vista del taglio delle emissioni di CO2.
Il 2015 ha segnato anche una grave battuta d’arresto nell’efficientamento del sistema energetico nazionale e nella crescita del contributo delle rinnovabili al mix energetico: l’intensità energetica del P.I.L. è aumentata del 2% rispetto all’anno precedente; le rinnovabili elettriche sono passate negli ultimi tre anni dal 16,7 al 17,3% del Consumo Finale Lordo mente quelle termiche hanno arrancato, perdendo addirittura posizioni nel settore dei trasporti.
Eppure nel 2002 ci siamo dotati di una “Strategia d’azione ambientale per lo sviluppo sostenibile in Italia” rimasta tuttavia priva di misure attuative malgrado da allora siano trascorsi ben 14 anni!
Per tutte le ragioni fin qui richiamate, occorre che L’Esecutivo da Voi rappresentato agisca con vigore ed in tempi brevi, recependo nella nuova Strategia Energetica Nazionale -che vedrà la luce nel 2017- e nei conseguenti documenti di programmazione economica nazionale i seguenti obiettivi e le seguenti linee di indirizzo:
– contributo delle rinnovabili alla produzione di energia elettrica per il 50% entro il 2025 e per il 60% entro il 2030, ed alla produzione di energia elettrica e termica per il 100% entro il 2050;
– diffusione nelle Isole Minori di sistemi di produzione ed autoconsumo autosufficienti dal punto di vista energetico, con obbligo di raggiungimento di obiettivi di produzione di energia elettrica da fonte rinnovabile per il 100% al 2030;
– taglio delle emissioni di CO2 del 50% rispetto ai livelli del 1990 entro il 2030 e del 100% entro il 2050;
– miglioramento dell’efficienza energetica rispetto ai valori del 1990 per il 40% al 2030 e per il 100% al 2050;
– promozione di un nuovo modello energetico che dia ampio spazio alla generazione distribuita, all’autoproduzione ed all’autoconsumo;
– approvazione di un Piano Straordinario di investimenti per reti di distribuzione, reti chiuse e città “intelligenti”, e per l’incremento dell’efficienza energetica mediante creazione di un Fondo gestito da Cassa Depositi e Prestiti e da altri istituti di credito;
– definizione di un quadro normativo chiaro ed univoco, che incentivi la produzione di energia da fonti rinnovabili, integrata con sistemi di accumulo;
– recepimento nel Ddl Concorrenza dell’invito rivolto al Governo dall’Antitrust nel luglio 2016 per un intervento “in favore di una revisione ed integrazione della disciplina normativa e regolamentare riguardante i Sistemi di Distribuzione Chiusi, volta a consentire la realizzazione di nuovi reti elettriche private … e ad eliminare ingiustificate limitazioni alla concorrenza tra differenti modalità organizzate delle reti elettriche e tra differenti tecnologie di generazione”;
– approvazione di misure atte a conferire trasparenza ed a consentire una reale liberalizzazione del mercato della distribuzione dell’energia elettrica che vede oggi un solo Gruppo detenere una quota di mercato pari all’85%;
– approvazione di un Piano per lo Sviluppo di Sistemi di Accumulo di energia elettrica che preveda contributi sia in conto capitale sia in conto interessi a favore di famiglie, imprese e pubbliche amministrazioni che intendano dotarsi di tali sistemi;
– approvazione di un nuovo Piano dei Trasporti che privilegi forme di mobilità sostenibile, consentendo in tal modo alla mobilità elettrica di raggiungere una quota di mercato del 30% al 2025 e del 60% al 2050;
– introduzione del divieto di vendita di nuovi autoveicoli alimentati con combustibili fossili a decorrere dal 2025;
– riforma e rafforzamento dei poteri dell’ Aeeg.Si e dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, che conferisca alle stesse uno status di reale autonomia ed indipendenza rispetto alle influenze esercitate dagli oligopoli;
– previsione di un sistema di governance che restituisca centralità alla collaborazione ed alla concertazione tra lo Stato, le Regioni ed il sistema delle Autonomie locali;
– reintroduzione nell’ordinamento di un “Piano delle Aree” con cui lo Stato e le Regioni individuino le aree del territorio nazionale (terraferma e mare) interdette alle attività “petrolifere”;
– revisione in senso restrittivo della normativa riguardante le attività estrattive sia su terraferma sia offshore, coerente con il raggiungimento dell’obiettivo della completa decarbonizzazione al 2050;
– introduzione della carbon tax e dell’istituto del “dibattito pubblico” -già richiamato a pagina 121 nella Sen-, su più pregnanti forme di partecipazione delle comunità locali nei processi decisionali e sulla obbligatorietà dell’analisi costi/benefici per tutte le opere pubbliche o di interesse pubblico, nessuna esclusa;
– abolizione di ogni forma di incentivazione alle Imprese energivore che non abbiano adottato e sperimentato con successo, entro il 2020, nuove tecnologie di processo a bassa intensità energetica;
– abolizione di ogni forma di incentivazione alle Imprese energivore che non abbiano adottato e sperimentato con successo, entro il 2020, nuove tecnologie di processo a bassa intensità energetica;
– abolizione di ogni forma di incentivazione, diretta ed indiretta, alla produzione di energia da fonti fossili;
– moratoria delle attività di prospezione, ricerca ed estrazione di idrocarburi sia su terraferma sia in mare;
– appoggio alla richiesta del Governo francese di indizione di una conferenza dei Paesi del Mediterraneo per una politica comune sulle attività legate all’Oil&Gas e di moratoria delle attività estrattive estesa a tutto il Mediterraneo;
– drastico innalzamento dell’importo delle royalties “petrolifere” ed abolizione di ogni forma di franchigia o di incentivazione alle attività di ricerca ed estrazione di idrocarburi;
– approvazione di un Piano Straordinario di riconversione delle imprese Oil&Gas, di un piano di riqualificazione e ricollocazione dei lavoratori in altri settori da compiersi entro il 2050.
Certi di un Vostro sollecito riscontro e considerata l’importanza degli argomenti sottoposti alla Vostra attenzione, ci diciamo disponibili da subito ad un necessario e costruttivo confronto.
Distinti Saluti.”

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