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PRESTO DI MATTINA
Il pellegrino e la conchiglia

 

Il pellegrino e la conchiglia

È il cuore che per lontane imprese s’incammina.

Rainer Maria Rilke [Qui] scrive Il Libro d’Ore, in parte in Italia, a Viareggio, all’inizio del 1900 quando ha 25 anni. Presentando il libro, nella versione italiana di Pietro De Nicola, Cesare Angelini scrive:

«Così la poesia di Rilke, col pudore delle sue immagini e la potente labilità del suo linguaggio ci si apriva davanti proprio come “un giardino che si desti all’alba” – ricordando poi che – in una lettera a Ilse Jahr lo stesso poeta descrive il clima sentimentale di certi passi del Libro, precisando che non si tratta di una professione di fede, ma quasi una “esalazione di Dio dal cuore respirante: il cielo se ne copre ed Egli ricade come pioggia”».

Le strade mai si vuotano di quelli
che a te vogliono andar come alla rosa
che fiorisce una volta ogni mill’anni.
Ma li ho visti nel loro camminare:
e perciò credo che respiri un vento
da quei loro mantelli in movimento,
quieti sol se si posano per terra:
sì grande era nei piani il loro andare.

Così vorrei andar verso di te;
raccogliendo da soglie forestiere
elemosine che mal volentieri
mi nutrano. E se molti dei sentieri
mi confondessero coi lor grovigli
con i più antichi m’accompagnerei.

Vorrei essere, Iddio, di pellegrini
una folla e così venire a te,
in lunga fila, ed essere un frammento
di te, giardino con viali viventi.

Dal tuo equilibrio, non cadere, Iddio.
Anche colui che t’ama e che il tuo volto
conosce al buio, se come una luce
ondeggia al tuo respir: non ti possiede.

E se alcuno t’afferra nella notte
si che tu devi entrar nella sua prece:
‘tu sei l’ospite
che procede ancora.
Tu sei il solo,
solitudine sei, tu sei il cuore
che per lontane imprese s’incammina.

(Rainer Maria Rilke, Il libro del pellegrinaggio, in Il Libro d’ore, Morcelliana, Brescia 1950, 7; 9; 78-79; 84).

È l’apostolo Giacomo che nella XXVa cantica del Paradiso interroga Dante sulla speranza. Nel delinearne la figura, Dante si ispira al racconto di Isidoro di Siviglia che indica in Giacomo l’evangelizzatore della Spagna: «e Beatrice, piena di letizia, mi disse: “Guarda (Mira), guarda: ecco l’apostolo Giacomo (il barone), per venerare il quale (per cui) sulla terra (là giù) si va in pellegrinaggio (si vicita) in Galizia”» (XXV 18).

Secondo una tradizione medievale i tre apostoli Pietro, Giacomo e Giovanni rappresentavano la fede, la speranza e la carità. Sicché, prima di avanzare verso un altro cielo, Dante, nell’VIII cielo delle stelle fisse o delle costellazioni viene esaminato su queste tre virtù dai rispettivi apostoli.

Beatrice si rivolge all’apostolo Giacomo dicendo: «fa che risuoni in questo cielo (altezza) il valore della speranza (speme): tu sei in grado di farlo (tu sai), poiché la simboleggi (la figuri) negli episodi evangelici in cui (tante fiate… quante) Gesù mostrò maggiore predilezione (fé più carezza) verso i tre apostoli», (XXV, 33).

Una leggenda narra che quando i primi cristiani giunsero sulle coste della Galizia trasportando il corpo dell’apostolo Giacomo, un cavaliere − Cristo stesso − si fece loro incontro e gettandosi in mare riemerse con tutto il corpo rivestito di conchiglie.

Leggenda nata forse dal fatto che i pellegrini che arrivavano a Compostela dovevano immergersi nel mare, come a rinnovare il loro battesimo, e poi raccogliere una conchiglia come simbolo della speranza nella risurrezione, che avrebbe accompagnato il loro ritorno.

Uno dei significati della conchiglia nella simbologia cristiana è quello legato all’acqua e alla rinascita battesimale. Ma è pure figura di uno scrigno, dell’arca, custode delle due tavole dell’alleanza, del bastone fiorito di Mosè e della candida manna, come polvere di madreperla.

Infine il guscio della conchiglia, con le sue due valve chiuse, rappresenta anche un sepolcro, così da conferire a questo oggetto un duplice contestuale significato di occultamento e svelamento dell’annuncio del mistero pasquale: la conchiglia simboleggia cioè il corpo dell’uomo, che come una tomba chiusa custodisce dentro di sé, dopo il battesimo, la perla preziosa della vita risorta.

 

Pellegrino tra pellegrini

«Ed ecco in quello stesso giorno due di loro erano in cammino per un villaggio distante circa sette miglia da Gerusalemme, di nome Emmaus, e conversavano di tutto quello che era accaduto. Mentre discorrevano e discutevano insieme, Gesù in persona si accostò e camminava con loro» (Lc 24, 13-15).

Pellegrino tra pellegrini: così viene da pensare se ci si lascia guidare dai pittori che hanno raffigurato il racconto dei discepoli di Emmaus. Le conchiglie non sono dimenticate. Anche se piccole, esse sono effigiate sulla borsa del santo Pellegrino nel dipinto di Duccio da Buoninsegna [Qui].

Non solo, nella taverna di Emmaus il Caravaggio [Qui] ha dipinto una conchiglia sul vestito del discepolo pellegrino, che tiene le braccia distese, le mani aperte per lo stupore e − a me sembra − pure per trattenere il Cristo che ha riconosciuto dallo spezzare il pane.

Per questo egli proferisce: “è bello stare qui non andartene”, resta con noi ancora, affinché sia Emmaus il capolinea. E tuttavia, come sul Tabor, occorre riprendere il cammino: il Risorto con il solo gesto della mano indica l’uscita, aprendosi così il cammino in mezzo a loro.

Ma a differenza di quanto accadde sul Tabor, ora i due sono traboccanti di gioia. Il loro cammino missionario è appena cominciato: «E partirono senz’indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro».

Quella conchiglia appuntata sul petto del discepolo senza nome ricorderà ad ogni discepolo il compito e la grazia dell’annuncio del vangelo della gioia e della pace: «Le nostre mani congiunte/ componevano una tenace/ conchiglia/ che custodiva/ la pace» (Antonia Pozzi [Qui]).

È stata dunque una grande sorpresa scoprire, di questi giorni, che minuscole conchiglie fanno da corona ai bordi lungo tutto il perimetro del Crocifisso di san Damiano. Sono così minute che uno non se ne accorge subito. Ma sono proprio lì, dipinte sul legno della croce, primizia e profezia di risurrezione.

 

La missione in una conchiglia

«La missione in una conchiglia», pensai una domenica mattina di molti anni fa, ritrovando nella tasca della giacca a vento, mentre cercavo le chiavi, la “cappa santa” che la sera prima era stata consegnata ai partecipanti della veglia missionaria nella parrocchia di Sant’Agostino.

Durante la messa, dopo la proclamazione del Vangelo – che quella domenica narrava del comandamento dell’amore − la mostrai alla gente e ai bambini incuriositi in prima fila. Forse che quella “cappa santa” esprimeva quello che era stato appena annunciato dalla Parola?

Domandai allora: «Mi sapete dire quale “cosa” sia uno e allo stesso tempo due, e quando due siano una stessa cosa?». Inizialmente, dall’assemblea mi guardarono male, poi piombò il silenzio, perché i pensieri quando cominciano a muoversi non fanno rumore.

Quelli dei bambini sono però più svelti e meno imbarazzati, tanto che dal terzo banco uno di loro mi disse, «Ma la conchiglia che hai in mano, don Andrea!». Io allora incalzai: «E cos’altro?». Ancora silenzio; poi dall’altra parte della fila vedo una testolina inclinarsi verso un’altra e questa a sua volta piegarsi verso la catechista per un breve consulto, innescando poi il movimento inverso di conferma.

Solo allora, la prima testolina emerse sulle altre e disse: «Il comandamento nuovo» − aggiungendo − «mi sembra». E proseguì − probabilmente attingendo da una “glossa” della catechista −: «Due modi di amare, come due sono le valve ma una sola è la conchiglia poiché unico è l’amore».

Provai allora a insistere nell’interrogatorio e domandai ancora: «Sapreste anche dire a quale parte della conchiglia assomiglia di più il primo comandamento ed a quale il secondo?»

E aggiunsi: «Non c’è una risposta esatta questa volta; lasciate quindi parlare il cuore». E quando parla il cuore, si sa, è il gesto che arriva prima, sorpassando la parola.

Subito alcuni indici delle mani segnarono quella parte della conchiglia più rigonfia, con le nervature esposte, tese e convergenti all’indietro: quella che sembrava una vela in cui soffia il vento. «Quella, quella − dissero alcuni − quella è l’amore verso Dio».

Era logico che quell’altra, più somigliante a una “cosa piatta” o ad un utensile tagliente, esprimesse invece quell’amore verso il prossimo come verso se stessi. «Ma perché questa scelta?» chiesi nuovamente.

Si ripeté il rito confabulatorio, ma un ragazzino svelto mostrò le mani capovolte come conchiglia rovesciata e disse: «Perché si deve accogliere Gesù come alla comunione». Più difficile fu trovare il significato dell’altra parte della conchiglia. Anch’io non ne trovavo un senso e ripetevo: «a che cosa assomiglia, forza», per prendere tempo.

Questa volta, una voce di mezzo alla gente disse: «Un piatto». «Ma certo» risposi, come colpito da quella parola: «ma certo, un piatto». E aggiunsi «avevo fame e mi avete dato da mangiare».

Si sentì una soddisfazione tra le persone per quel piccolo enigma risolto, per quel gioco di simboli svelato. Alla comunione soprattutto i bambini si guardavano le mani perché fossero il più somiglianti al piatto di una conchiglia e il loro sguardo, almeno così m’era sembrato, era attirato non solo dal bianco del pane eucaristico.

Quel piccolo pane bianco sembrava proprio ai loro occhi risplendere come una candida perla.

Allora non conoscevo ancora il significato più antico della conchiglia del pellegrino che si trova nel Codex Calixtinus [Qui], detto anche Liber Sancti Jacobi la cui origine di composizione è tra il 1139 e il 1173.

Vi si legge: «Nello stesso modo in cui i pellegrini che tornavano da Gerusalemme portavano con sé le palme, così i pellegrini che tornavano a casa dopo essere stati a Santiago portano con sé le conchiglie, e non senza ragione. La palma rappresenta il trionfo, la conchiglia le buone opere».

Ah! dissi tra me le buone opere dell’apostolo Giacomo: «Se un fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano e uno di voi dice loro: “Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi”, ma non date loro il necessario per il corpo, a che cosa serve? Così anche la fede, se non è seguita dalle opere, in se stessa è morta.

I ragazzini l’avevano compresso anche senza leggere il Codex Calixtinus e prima del parroco.

Al cuore del poeta che all’inizio attende l’Ospite entrare nella sua preghiera, un altro cuore corrisponde: conchiglia ripiena dell’eco del suo silenzio, infinito silenzio che muta il pianto in gioia.

In gioia si muta il mio pianto
quando comincio a invocarTi
e solo di Te godo
paurosa vertigine.
Io sono la tua ombra,
sono il profondo disordine
e la mia mente è l’oscura lucciola
nell’alto buio,
che cerca di Te inaccessibile Luce;
di Te si affanna questo cuore
conchiglia ripiena della Tua Eco,
o infinito Silenzio.
(David Maria Turoldo [Qui])

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica di Andrea Zerbini, clicca [Qui] 

LO STESSO GIORNO
la corritrice olimpica Samia muore su un barcone a Lampedusa

20 giugno 2012
Giornata in memoria di Samia, la corritrice olimpica morta su un barcone a Lampedusa

Nella piccola cameretta condivisa con i fratelli, Samia aveva appeso il giornale sul quale apparve Mo Farah celebre mezzofondista britannico di origine somala.
Samia Yusuf Omar nasce nel 1991 a Mogadiscio, capitale della Somalia. Con la madre fruttivendola e orfana di padre, Samia e i fratelli cominciano a lavorare fin da piccola. Cresce nella Somalia martoriata dalla guerra civile, dal fondamentalismo, dal totale disinteresse della comunità internazionale e dalla dilagante povertà.

Samia non è come tutti gli altri ragazzi della sua età. Sin da piccola è dominata dalla passione e l’attitudine per la corsa. Vince tutte le gare per dilettanti somale, così inizia a partecipare a gare per professionisti, supportata dal centro olimpico somalo.

Il talento della giovane ragazza non ci mette molto ad emergere. Dopo aver dominato le competizioni Somale, si qualifica per i giochi olimpici di Pechino 2008.
Ha solo diciassette anni quando corre i 200 metri alle Olimpiadi, la più giovane in pista nella sua categoria. Con un tempo di 32”16 è ultima in assoluto in tutte le batterie, ma questo a Samia non interessa, l’importante è essere su quella pista.

Samia ha realizzato il suo sogno. Allenandosi tra scuola e lavoro, su piste sterrate e senza le classiche scarpe da corsa è riuscita ad arrivare alla massima competizione al mondo, tutto grazie la sua forza di volontà.
Il pubblico l’ha amata e sostenuta. Divenne, durante quei giochi olimpici, un esempio per tutto il mondo. Celebrata da tutti i giornali e le tv come la donna forte, capace di farcela da sola contro il mondo intero solo grazie alla propria forza.

Samia torna in patria fiera di se stessa, convinta che la volta successiva, a Londra, farà sicuramente meglio. La ragazza simbolo torna piena di speranza nella sua patria violentata prima colonialismo italiano, poi dalla feroce dittatura di Siad Barre e infine dal caos lasciato alla caduta di questo nel ’91.
Torna ad allenarsi per le strade squassate dai colpi di mortaio, con addosso abiti scuri e pesanti, che le coprono il volto, cosi che gli uomini appartenenti alle milizie al-Shabaab non si accorgano di lei.
Sono pochi in patria quelli che conoscono la sua identità di atleta olimpica, ancora meno quelli che hanno avuto il privilegio di vederla in tv.

Samia non si ferma, continua a correre per altri tre anni, sempre alla ricerca di un allenatore per Londra. Ma in Somalia è praticamente impossibile trovare qualcuno disposto a correre il rischio di venire condannato per aver preparato una donna ai giochi Olimpici.
Samia si appella con un tentativo disperato alla comunità internazionale. Quelle conoscenze fatte a Pechino tre anni prima le permettono di contattare giornali e televisioni senza farsi notare dal regime militare. Quelli stessi giornali che avevano amato la storia dell’eroina Somala, sembrano però essersi dimenticati completamente di lei, nessuno fa niente affinché la ragazza venga aiutata.

Per questo Samia decide di fare il grande passo: decide di lasciare il Mogadiscio e di raggiungere l’Europa.
Come tanti altri connazionali, come tanti uomini e donne africane, Samia sarà una clandestina una volta arrivata in Europa, e dovrà convivere con la dura accoglienza che l’aspetta. Non importa che lei abbia corso a Pechino alle Olimpiadi, non importa che sia la donna più veloce della Somalia, anche lei dovrà affrontare il deserto e il mare per cercare una vita dignitosa.
Samia attraversa Etiopia e Sudan su uno di quei camion stipati di persone, vede persone cadere e morire tra le dune del deserto. Arrivata in Libia ha dovuto subire le torture e le violenze di chi è prigioniero dei mercanti di uomini, attendendo il giorno in cui finalmente riuscirà a partire.

Riesce alla fine a salire su un barcone diretto verso le nostre coste, a Lampedusa. A largo della costa Italiana, la fatiscente imbarcazione comincia a cedere, tutte le persone ammassate lì sopra finiscono in mare, compresa Samia. Il 2 aprile 2012, a largo delle coste Italiane, Samia muore annegata insieme ad altri 10 uomini. 

Non capita spesso che tra chi cerca di attraversare il Mediterraneo ci sia un’atleta olimpica. Per questo la storia fu raccontata più volte, anche da televisioni e giornali locali. Su quel barcone Samia però non era l’unica a correre per sopravvivere. Mentre lei correva verso Londra, altri correvano verso familiari che li aspettavano, verso un lavoro, verso una vita diversa e più dignitosa, verso la speranza.
Tra le vie di Mogadiscio questo stesso giorno, il 20 giugno 2012, scesero donne e bambini, lavoratori e poveretti, per ricordare nella Giornata dei Rifugiati Samia, la corritrice olimpica. Pochi anni prima era il simbolo della forza delle donne, adesso invece è diventata un monito contro la propaganda occidentale che descrive i profughi che attraversano il mare come delinquenti e stupratori, come falsi bisognosi che rubare il lavoro agli italiani brava gente, e che sicuramente hanno tutti cattive intenzioni. 

«Noi sappiamo che siamo diverse dalle altre atlete. Ma non vogliamo dimostrarlo. Facciamo del nostro meglio per sembrare come loro. Sappiamo di essere ben lontane da quelle che gareggiano qui, lo capiamo benissimo. Ma più di ogni altra cosa vorremmo dimostrare la nostra dignità e quella del nostro paese.»
(Samia Yusuf Omar, 2008)

August Landmesser rifiutava il saluto ad Hitler per amore della famiglia

13 giugno 1936
August Landmesser rifiutava il saluto ad Hitler per amore della moglie e delle figlie

August Landmesser, operaio navale ad Amburgo, padre e marito, antinazista ed unico tra centinaia e centinaia di persone a rifiutare il saluto ad Adolf Hitler.
Era questo stesso giorno, il 13 giugno del 1936, e il Fuhrer era arrivato all’arsenale di Amburgo per l’inaugurazione della nave Horst Wessel. Al suo passaggio furono centinaia le braccia che si alzarono al cielo: operai, impiegati, dirigenti e proprietari, tutti a salutare il Fuhrer. Tutti tranne Landmasser. Sguardo deciso e braccia incrociate. Un semplice gesto immortalato in una foto che rese celebre la storia dell’antinazismo di August per amore della famiglia.

Landmesser fu membro del Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori dal 1931 al 1935. Come molti fu costretto a iscriversi al partito solo per riuscire a trovare un lavoro. Non condivise mai le idee che stavano alla base del terzo reich, ma le necessità soggettive lo spinsero a dover fare quel gesto di cui tanto si pentì.
Quando August si innamorò di Irma sapeva benissimo che era ebrea. Consapevole di star violando le neo-approvate Leggi di Norimberga – le leggi che postulavano la superiorità della razza ariana – nel 1935 il giovane operaio si sposò con Irma Eckler.
Il matrimonio non venne ovviamente riconosciuto dalle autorità di Amurgo e le due figlie, Ingrid (1935) e Irene (1937), non poterono adottare il cognome del padre proprio a causa delle leggi raziali. Pochi mesi dopo la nascita della secondogenita, August cercò di portare la famiglia in Danimarca. Quando però la famiglia arrivò il confine, la Gestapo li bloccò e invitò August ad abbandonare l’ebrea e le due figlie per non avere alcun tipo di problema.
August però l’amava davvero e non ebbe paura delle conseguenze, scelse di non abbandonare la propria famiglia.

Nel 1938 la Eckler fu arrestata dalla Gestapo e internata nel campo di concentramento di Fuhlsbüttel ad Amburgo. Spostata nei campi femminili di Oranienburg e Ravensbrück, fu assassinata il 28 aprile del 1942 nell’istituto sanitario di Bernburg dai medici nazisti a causa della presunta malattia mentale della quale soffriva. August venne inizialmente arrestato e incarcerato insieme alla moglie. Fu scarcerato il 19 gennaio 1941 e assegnato ai lavori forzati presso la società Püst, in un’azienda aeronautica e casa motociclistica tedesca.

Negli anni successivi cominciarono le sconfitte dell’esercito nazista al fronte. Nel 1944, proprio a causa della penuria di uomini alle armi, Landmesser, nonostante i precedenti penali, fu arruolato nella Wehrmacht e assegnato a un battaglione di disciplina, il 19º Battaglione penale di fanteria della famigerata Strafdivision 999. Dopo pochi mesi al fronte August venne prima dichiarato disperso in Croazia durante operazioni militari, e solo successivamente risultò morto in un scontro a fuoco, ma il corpo mai ritrovato.
Le bambine nel frattempo vennero divise: Ingrid fu affidata alla nonna paterna, mentre Irene fu condotta dapprima in un orfanotrofio poi assegnata a dei parenti.

Quella foto, scatta quel 13 giugno del ’36, divenne la foto di un pezzo di storia. August Landmesser come molti fu costretto a vendere i propri ideali per provare a sopravvivere, per aspirare ad avere una casa, una famiglia e una parvenza di dignità. Proprio in quei momenti neri della storia, in cui le difficoltà si fanno più concrete e reali, i gesti come quelli di Landmesser che si ribellò al regime per amore sono capaci di riscrivere la storia.

Ogni lunedì, per non perdere la memoria, seguite la rubrica di Filippo Mellara Lo stesso giorno. Tutte le precedenti uscite [Qui]

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Fabio Bacà: la benevolenza dell’universo

 

Ero rimasta al concetto di tyche, equivalente greca della fortuna dei Romani, nel suo volto ancipite di buona e di cattiva sorte, qualcosa di simile al caso, ma con la convinzione aggiuntiva che a determinare il corso degli eventi possiamo dare un contributo con la nostra forza di intrapresa dentro la vita. Machiavelli l’ha chiamata virtù e le ha assegnato il cinquanta per cento delle possibilità; personalmente credo che la percentuale sia fluttuante da persona a persona.

benevolenza cosmica fabio bacàOra però mi esce da un libro recente di Fabio Bacà, la sua opera prima dal titolo Benevolenza cosmica, la riflessione intrigante di Kurt O’Reilly, un ricco e giovane londinese la cui vita ha subito un deciso cambio di rotta.

Kurt si interroga sui “picchi statisticamente anomali di buona sorte” da cui si sente colpito, visto che da circa tre mesi a questa parte nulla gli va storto. Mi intrigano  le “tagliole semantiche” in cui cade, mentre cerca di capire cosa gli sta succedendo, mentre chiama in causa  parole come karma, come destino, o ancora cerca ragguagli nella statistica, nella quale è particolarmente esperto.

La narrazione in prima persona immette il lettore dentro la testa del protagonista e con questa inquadratura in soggettiva il libro procede in un viaggio strampalato fatto di incontri con terapeuti, amici e consulenti a vario titolo, a cui egli chiede aiuto.

Si dimentica perfino degli appuntamenti di lavoro, o li affronta distrattamente. Perde i contatti con la sua efficientissima segretaria, pensa poco alla moglie da cui vive separato pur occupando un piano della stessa casa.

Nella sua solitudine cerca le categorie idonee a rapportarsi con l’universo, proprio ora che la benevolenza cosmica lo ha abbracciato. Chi potrà rispondergli? Due interlocutori in particolare: una elegante psicologa dal nome fortemente simbolico, Lucia, che ha molto viaggiato, lavorando come modella e molto si è occupata di arte e letteratura. E il “vecchio professore di filosofia” che lo riceve nella propria casa.

La risposta di Lucia contiene un altro caso umano come il suo: “Parecchi anni fa, in un villaggio dell’India, ho conosciuto un uomo che mi disse di avere il suo stesso problema: da mesi la fortuna lo favoriva in maniera vergognosa. E non solo non riusciva a goderne, proprio come lei, ma si sentiva terribilmente in colpa.

Un senso di colpa che non era rivolto a un generico prossimo… bensì a un preciso individuo…legato karmicamente a lui in virtù di chissà quali precedenti incarnazioni. Qualcuno che doveva trovare a ogni costo, prima che gli opposti eccessi fossero fatali a entrambi”.

Kurt ottiene una traccia su cui camminare, dentro di sé e fuori nelle strade di Londra. Si mette alla ricerca del suo “antagonista spirituale”, colui o colei che è rimasto colpito da eventi negativi in modo speculare alle sue fortune. Per sanare la propria disperazione. Per ristabilire un equilibrio tra buona e cattiva sorte dentro le esistenze di entrambi.

Kurt dice di credere di più nel destino, “in quanto evoca un caos imperscrutabile da cui erompono accidentali premi o punizioni, esiti a cui la condotta degli esseri viventi non sarebbe direttamente collegata”.

Eppure le acque in cui nuota si intorbidano ora che inizia la ricerca dell’altro a cui lo lega un karma opposto. Il karma nel libro è definito come “la somma dei comportamenti di un essere umano e dei crediti (o debiti) spirituali che ne derivano, contabilizzati con scrupolo certosino da una presunta assise di divinità”. “Una specie di portfolio”, ho scritto in margine a queste righe. Un bel cambiamento nella bussola valoriale di Kurt.

Ora anche lui suppone che ci possano essere degli “ombrosi demiurghi, da qualche parte lassù”?

Ma c’è dell’altro. Mi intriga una riflessione che fa davanti al suo professore di filosofia, ci ritrovo l’epicentro del sisma speculativo che attraversa il libro. Il professor Lack lo ha ascoltato e ora riflette con lui sui doveri che comporta l’essere adulto, sulle responsabilità che conseguono alla fortuna che gli è capitata: la più grande sarebbe fare del bene al prossimo.

Mi pare funzionale alla storia questa idea della condivisione del bene che sgrava il protagonista dal peso troppo oneroso della benevolenza universale. Ma soprattutto mi colpiscono le parole che egli sceglie per spiegare al suo interlocutore quanto sia disumana la sua sfacciata fortuna: “Non voglio vivere una vita in cui mi sia proibito di accedere alle sensazioni limbiche di timore, angoscia, senso d’ignoto, vuoto, viltà, invidia, disprezzo, rancore e attrazione per il lato sbagliato delle cose…

E io non voglio essere qualcosa di diverso da un uomo. Non voglio svegliarmi ogni mattina con un sorriso idiota in faccia al pensiero di tutte le cose belle che accadranno, avendo la certezza che accadano. Non voglio la certezza, intendo: la speranza è già sufficiente”.

Qui sta il punto centrale della idea di umanità che conosco e qui avviene l’incontro con un altro libro, un libro che ognuno di noi conosce per avere al centro l’eroe per eccellenza della cultura occidentale, Ulisse.

Quando Calipso tenta di farlo restare con lei sull’isola di Ogigia a vivere la vita beata degli immortali, Ulisse sceglie di rimettersi in mare e di restare un mortale. Dal libro V dell’Odissea escono le parole suadenti della ninfa, che paventa per il suo amato le difficoltà del viaggio “sul mare scuro come vino” e lo vorrebbe accanto a custodire per sempre la dimora in cui si è fermato da sette lunghi anni.

Nel risponderle che sceglie di ritornare a Itaca a ritrovare la propria moglie e la casa, Ulisse rifiuta l’ultima seduzione della ninfa, rifiuta il nascondiglio nebbioso di Ogigia per affrontare il rischio della vita dei mortali. Per riappropriarsi del suo destino eroico di guerriero, di sposo, di padre, di re.

Anche per un personaggio contemporaneo come è Kurt, diseroicizzato e in conflitto con i paradossi del quotidiano, è il ritorno a casa la chiave risolutiva dei propri conflitti. Un ritorno alle persone che abitano la sua casa, con la sorpresa di avere dato inizio a un nuovo futuro.

Non dico altro, ma le mie parole lasciano intendere che Benevolenza cosmica ha un finale più che lieto. Questo non toglie spessore al viaggio che Kurt ha compiuto fuori e dentro se stesso per configurare la propria vita secondo una formula nuova.

Se Ulisse, molte pagine scritte prima di lui, ha dato inizio al prototipo dell’uomo moderno che sfugge alla determinazione divina, acquisisce consapevolezza di sé e trova margini di autodeterminazione  e di scelta, Kurt è sottoposto al potere disgregante della complessità e approda con la propria ricerca e col sacrificio di sé al ritrovamento di un equilibrio e del senso.

A stabilire un patto nuovo: una vita normale, “in balia delle mattane della statistica, del karma o del destino come chiunque altro”, ma non per sé. Per l’antagonista spirituale a cui scopre di avere dato vita, a cui riserva tutto l’amore di cui è capace.

Nel testo faccio riferimento a due testi:

  • Fabio Bacà, Benevolenza cosmica, Adelphi, 2019
  • Omero, Odissea – libro V, in Libri da leggere, Einaudi scuola, 2012, a cura di Eva Cantarella e con la traduzione dal testo greco di G.A.Privitera

Per leggere gli altri articoli e indizi letterari di Roberta Barbieri nella sua rubrica Vite di cartaclicca [Qui]

crocifisso cristo morte legno

PRESTO DI MATTINA
I tre giorni santi

 

I tre giorni santi: i giorni di Agape

Sulla via di Emmaus
Si avvicinò a noi
Andavamo con la testa bassa
Senza nemmeno levare lo sguardo
Si mise al nostro passo
Di cosa parlavate così tristi?
Tu solo sei l’unico che non lo sa?
Gesù Cristo è morto in croce
Il corpo fu tre giorni nella terra
Ma Egli non è più là

Anche se risorto
Al compiersi dei tre giorni
Io sono il sepolcro incredulo
Che sempre lo racchiude
Io sono la santa tomba
Attendo il suo Regno
(Pierre Emmanuel [Qui], Évangéliaire, Ed. du Seuil, Paris 1961, 221; 94)

Seguiamo Agostino che nella lettera a Gennaro scrive: «Ora considera attentamente i tre giorni santi della crocifissione, della sepoltura e della risurrezione del Signore. Di questi tre misteri compiamo nella vita presente ciò di cui è simbolo la croce, mentre compiamo per mezzo della fede e della speranza ciò di cui è simbolo la sepoltura e la risurrezione…

Queste realtà spirituali vengono celebrate durante la ricorrenza anniversaria della Pasqua in base all’autorità delle Sacre Scritture e per consenso della Chiesa universale sparsa per tutto il mondo. Nelle Sacre Scritture dell’Antico Testamento non è prescritto il tempo per la celebrazione della Pasqua se non nel mese delle nuove spighe dalla decima quarta alla ventesima prima luna;

ma poiché dal Vangelo risulta chiaro in quali giorni il Signore fu crocifisso e rimase nel sepolcro e risorse, dai concili dei Padri fu aggiunta pure l’osservanza di quei giorni e tutto il mondo cristiano si persuase che la Pasqua deve essere celebrata in quel modo», (Lettera 55, 14 24; 15,27; anche Consenso degli Evangelisti, III, 24,66).

I «tre giorni santi», detti anche il triduo pasquale, sono dunque quelli compresi tra la morte e la risurrezione di Gesù: il venerdì, sabato e domenica. Il giovedì santo non appartiene propriamente al triduo, ma in qualche modo lo anticipa, così come la Cena di Gesù con i suoi discepoli anticipa la Passione; l’eucaristia in Coena Domini diviene così il segno, e il grande sacramento dei giorni Agape: quelli del suo amore per noi.

Per i cristiani, il Triduo pasquale è il centro e il cuore dell’anno liturgico. Qui si raccoglie e si testimonia tutta la vita di Gesù nel gesto supremo della dedizione di sé al Padre e a noi. I tre giorni santi sono i suoi giorni, quelli dell’Uios agapetos, del Figlio amato, il diletto, primogenito del Padre tra molti fratelli e sorelle.

Uios agapetos è l’attestazione pronunciata da Dio, sia in occasione del battesimo di Gesù all’inizio della sua missione, sia al momento della trasfigurazione sul monte Tabor prima della sua passione, quando Gesù si incammina verso Gerusalemme (Mc. 1,11; 9,7).

Agape è un vocabolo del greco popolare parlato nell’Egitto del II secolo a.C., che ritroviamo nelle sacre scritture sin dalla Bibbia dei Settanta [Qui], volto a esprimere che il Dio d’Israele e di Gesù è un ‘Dio pro nobis’, che fa grazia, un Dio di elezione, libero nell’amore.

Agape è l’amore che implica scelta, predilezione, una preservante volontà di amore. Un amore – come ci ricorda Paolo − generativo di speranza: «La speranza poi non delude, perché l’amore/agape di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (Rm 5,5).

L’etimologia dice pure “mirare a qualcosa”, vedere di buon occhio, essere proteso verso qualcuno o qualcosa. Così pure l’altro sostantivo agapan indica l’amore che si irradia da Dio, l’amore potente che solleva l’umile e lo innalza al di sopra degli altri per pura grazia. E ancora è dimostrazione di affetto, amore diffusivo, attivo nel rendere giustizia, che vuole il bene dell’altro.

È stato il domenicano padre Ceslas Spicq (1901-1992) [Qui] ad indagare con acribia e un paziente lavoro i contesti letterari del termine agape nella sua monumentale opera di quasi mille pagine: Agapè dans le Nouveau Testament: analyse des textes, 3 voll., (Études Bibliques), J. Gabalda et C. Éditeurs, Paris, 1959 1966.

In questo studio p. Spicq ha illustrato l’inimmaginabile e indicibile preferenza che lega Dio agli uomini, e gli uomini a Dio per giungere ad attestare nell’etimologia della parola agape il significato di un “incontro sorprendente”.

Se infatti si riferisce apape alla radice aga del verbo agamai, ‘ammirare, sorprendersi’, agape diventa ‘l’accoglienza, l’ospitalità smisurata’, in cui si dà e accade la sorpresa della gratuità di chi riceve uno straniero: l’altro nella forma di un amore. Agape dice la radicalità veramente totale dell’amore che non è giustificato da niente, ma trova solo in se stesso la ragione d’essere, la sua scelta, la sua predilezione, la sua opzione preferenziale nell’amore.

Agape diventa pure il nome della giustizia di Dio, che amandoci genera una vita nuova per il tramite di Cristo: una porta che ci fa passare dalla morte alla vita. Questa giustizia − ha scritto il teologo Pierangelo Sequeri [Qui] − consiste nella volontà di “far-essere nel voler bene”.

«Far-essere nel voler-bene appare una buona traduzione di agape. Essa definisce esattamente l’agape tou theou. La migliore teologia biblica insiste sull’inquadramento non puramente denotativo, ma simbolicamente connotativo, della “invenzione” lessicale che sceglie di nominare con agape la rivelazione cristiana dell’amore di Dio. E ciò in senso anzitutto soggettivo: l’amore che Dio ha (Paolo), l’amore che Dio è (Giovanni).

La scelta mette in onore un termine relativamente desueto nell’uso e non fortemente caratterizzato nel senso, soprattutto rispetto a quelli di eros e philia. Il termine ha una generica parentela con i significati di ospitalità, accoglienza, inclusione nella sfera degli affetti parentali e famigliari.

Ma il suo valore e la sua forza sono determinati dal contenuto di rivelazione, al quale il termine viene associato. Non è tanto un tipo di amore che si aggiunge alla serie delle forme umane dell’amore, quanto piuttosto una dimensione teologale dell’amore (come è l’amore in Dio)» (La fede e la giustizia degli affetti, Siena 2019, 292-293).

I giorni dell’agapetos: il figlio prediletto

Nessuno può attribuirsi l’onore di stare davanti agli uomini in nome di Dio e davanti a Dio in favore degli uomini. Tanto che nemmeno il Figlio amato si arrogò questo onore, come ci ricorda la Lettera agli Ebrei (5,5-9): «gliela conferì colui che gli disse: “Mio figlio sei tu, oggi ti ho generato”. Nei giorni della sua vita terrena egli offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime, a Dio che poteva salvarlo da morte e, per il suo pieno abbandono a lui, venne esaudito. Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza da ciò che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono».

‘Pieno abbandono’ traduce il greco eulebeia, che significa ‘prendere bene tutte le cose’. È la piena umanità, quella che ha pietà di tutti e tutte le cose, che ascolta nel profondo (ob-audio) e si abbandona all’altro con smisurata dedizione in suo favore in un perdersi che diverrà un ritrovarsi: proprio per questo fu a sua volta ascoltato/esaudito.

«Al centro dei tre giorni sta quel punto delicatissimo − scrive Giuseppe Ruggieri − dell’esperienza della morte di Cristo, non solo come morire (venerdì santo), ma come morte effettiva, stato di solidarietà con i morti dello sheol, dell’Ade e cioè come ‘discesa agli inferi’. Cristo fu solidale con i morti e sperimentò la ‘morte seconda’, quindi tutta la profondità e l’abisso di quella condizione nella quale viene a trovarsi, dopo la fine della propria esistenza, l’uomo».

Il senso della discesa agli inferi, di cui abbiamo un potentissima immagine nel Crocifisso del Carracci a Santa Francesca romana, è simbolo reale del compiersi della estrema obbedienza di Gesù, del pieno abbandono del Figlio di Dio, che si specchia nel Servo sofferente descritto nei carmi di Isaia, la cui missione è quella di «dover cercare Dio dove non è, anzi dove non può essere, nell’essenza stessa del peccato del mondo» (Ruggieri, “Introduzione” a H. U. von Balthasar, La teologia dei tre giorni. Mysterium Paschale, Queriniana, Brescia 1992, 6-7; 10).

Così nella ‘figura sfigurata’ del Cristo si ha accesso all’Agape del Padre, nel Figlio si dà il superamento della violenza.

Agape: il lievito della storia

«Il regno dei cieli si può paragonare al lievito, che una donna ha preso e nascosto in tre staia di farina perché tutta si fermenti» (Mt 13,31-33). Così lo narra il poeta Pierre Emmanuel (1916-1984):

«Cristo è il lievito di una storia totalmente altra rispetto a quella che si limita alla cronologia./ Dall’Annunciazione al mattino di Pasqua lui l’ha vissuta tutta e compiuta in sé./ La vita di ogni uomo ne è un frammento dall’origine fino alla Pasqua eterna./ Il lievito lotta sia per non essere reso vano sia per sollevare allo spirito la materia./ Nel segreto di noi stessi una sola scelta ci rimane: o resistergli o abbandonarsi al lievito» (Le grand Oeuvre. Cosmogonie, ed. du Seuil, Paris 1984, 370).

Significativo allora risulta un testo della Commissione Teologica Internazionale del 2014 sul superamento della violenza, al modo del lievito quale metafora del consegnarsi/abbandonarsi del Figlio nelle mani di Agape:

«Gesù consegna se stesso e non i suoi discepoli. Nello stesso tempo, toglie spazio ad una alternativa ugualmente drammatica e apparentemente insuperabile. O ridimensionare l’altissima pretesa della sua rivelazione, o accettare il conflitto cruento con la parte ostile. Nel primo caso, si tratta di rinunciare all’obbedienza della verità ricevuta dall’Abbà-Dio; nel secondo caso, di accettare la logica della guerra religiosa. In entrambi i casi, il vangelo sarebbe revocato.

Gesù si scioglie dal ricatto di questa alternativa, scegliendo di consegnare nelle mani di Dio il destino della sua rivelazione e confermando la sua irrevocabile fedeltà al vangelo della giustizia di Dio: il quale “non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva” (Ez 18, 23-52; 33, 11).

Gesù disinnesca radicalmente il conflitto violento che egli stesso potrebbe incoraggiare, in difesa dell’autentica rivelazione di Dio. In tal modo egli conferma, una volta per tutte e per sempre, il senso autentico della sua testimonianza a riguardo della giustizia dell’amore di Dio. Questa giustizia non si compie mediante la legittimazione della violenza omicida in nome di Dio, bensì mediante l’amore crocifisso del Figlio in favore dell’uomo (cfr. Rom 8, 31-34).

Nel gesto della consegna di sé al supremo sacrificio, che risparmia il sangue dei discepoli e degli oppositori, risplende la potenza radicale dell’amore di Dio. “Allora il centurione che gli stava di fronte, vistolo morire in quel modo, disse: Veramente quest’uomo era figlio di Dio” (Mc 15, 39)» (Trinità e unità degli uomini, nn. 48-53).

Vi conosco perché sono stato uno di voi
Cristiano, senza comprendere veramente
Ciò che essere cristiano dovrebbe dire a chi si dice cristiano
Improvvisamente, un giorno
ho visto finalmente la croce:
Dio messo in croce.
Quale maestà più grande per l’uomo
Da sempre e per sempre?
La morte di Cristo l’ellisse atroce e divina
Di tutto il sangue d’uomo che bagna la terra,
Ora lo so: non sono né Pilato,
né Caifa, né i Giudei in rivolta
che ne portano il peso per la storia.
Tutta la storia dell’uomo
Sembra avere per scopo la morte di Dio.
Perché Dio vuole una cosa sola:
Che l’uomo sia capace di Dio.
Essere capaci di Dio
cioè essere capaci dell’uomo
Questo è troppo pesante per ciascuno di noi.
(Pierre Emmanuel, Le grand Oeuvre, 357)

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica di Andrea Zerbini, clicca [Qui]

 

stufa antica

Aprile 1959 – Il divanetto di Adelina

 

Intanto che mia madre e Giuseppina studiavano in città, la nonna Adelina faceva la sarta e gestiva la sua merceria. Quel piccolo negozio le permise di arrivare alla pensione e di vivere una vecchiaia autonoma e tranquilla.

Uno dei suoi grandi rammarichi era quello di non aver mai potuto fare la patente e di non avere una macchina che le permettesse di andare da Cremantello a Pontalba e da Pontalba a Cremantello ogni volta che se ne verificasse la necessità o, più semplicemente, ogni volta che le veniva voglia di vedere le sue nipoti e sua figlia. Mia madre infatti, nel 1966, si sposò e si trasferì a Pontalba, paese che dista circa 40 km da Cremantello.

La merceria era molto piccola, ci stavano tre persone per volta. Aveva il bancone e degli scaffali di legno scuro, le pareti bianche, una grande porta d’ingresso con i vetri che fungeva da antesignana vetrina. Il portone, che chiudeva l’entrata esterna del negozio, era fatto di tre sezioni di pesante legno che si aprivano piegandosi una sull’altra. Veniva chiuso internamente con una spranga di ferro, tenuta ferma da dei supporti dello stesso metallo. Il pavimento del negozio era di mattoni rossi, il colore veniva ravvivato una volta all’anno con uno smalto puzzolente che rendeva la superficie trattata color fuoco.

Ricordo anch’io quella bottiglietta di smalto rosso che si spargeva d’estate sui pavimenti della grande casa della nonna Adelina. Macchiava qualunque cosa o persona le si avvicinasse, anche semplicemente in maniera accidentale, e lasciava il suo marchio per molto tempo con una persistenza stupefacente.

Il negozio era collocato al piano terra, nella parte della casa che dava sulla strada, esattamente in mezzo alla costruzione. C’erano due stanze a sinistra e due a destra. Cinque stanze si trovavano al piano superiore.

La casa aveva inoltre un grande cortile con la pergola di uva fragola e un albero di pere color ruggine nel mezzo. In fondo al cortile c’era un fienile, una rimessa, un pollaio, la porcilaia e il “cantinetto” (la stanza sempre fresca dove si conservava olio e vino). Dietro questo secondo edificio c’era l’orto con cespugli di fiori, piante di ribes, verdure di ogni genere sapientemente coltivate in base alla stagione e alle caratteristiche della terra.

Nella grande casa, dietro al negozio, c’era una stanza dove era collocata la stufa a legna. Quel piccolo rifugio era nel 1959, l’unica sezione dell’edificio che veniva riscaldata, non c’erano i soldi per permettersi altro. In quel perimetro minuscolo ci stavano: un tavolo quadrato con quattro sedie e un divanetto su cui potevano stare due persone.

Molti anni dopo, proprio quel divano fu restaurato, rifoderato con del velluto color rosa antico e trasportato a Pontalba, nel soggiorno di casa nostra. Prese il nome di divanetto d’Adelina” e divenne il divano preferito di Tito, l’amico di famiglia, che lo incorniciava con la sua abbagliante presenza quando passava a trovarci e ad aggiornarci sui suoi novelli e vivifici pensieri. Le sue mani belle si muovevano come liane flessuose ed eleganti e i suoi occhi irradiavano di luce e d’azzurro il sofà.

Nella stanzetta dietro il negozio della nonna Adelina, sopra il tavolo, era posizionato un lampadario con il saliscendi, in modo che la nonna potesse cucire anche di sera. Appeso al muro c’era un calendario e uno specchio con il pettine appoggiato sul bordo sporgente antistante. La stanza veniva chiamata, in base al suo ruolo primario, “la stufa”. Aveva una sola finestra e tre porte, una dava sul negozio, uno sull’ala della casa di destra e una sull’ala della casa di sinistra.

Nessuna delle quattro mura era intera. Ognuna aveva un’apertura che rendeva “la stufa” il nocciolo perforato della casa. Un piccolo cuore a raggiera che pulsava di vita e di calore nel freddo di quell’inizio di primavera che stava spargendo ghiaccio e nebbia più in paese che in città.

Le tende della “stufa”, quelle che coprivano la porta del negozio, il divano e i suoi cuscini, erano tutte di tela robusta color bianco con applicati dei fiori colorati ritagliati da un’altra stoffa e cuciti su quella bianca dalle prodigiose mani della nonna Adelina.

Nel 1959 abitavano in quella grande casa: la nonna Adelina, mia madre Anna, lo zio Giovanni con Toti il suo cane, la prozia Ciadin e lo zio Rigoberto, che dopo poco si ammalò e fu costretto ad andare alla casa di riposo di Casalrossano.

Nessuna delle porte della “stufa” dava sull’esterno dell’edificio, anche per questo la stanzetta restava sempre calda. Di sera la nonna, mia madre, lo zio Giovanni e la prozia Ciadin stavano in quella stanza fino ad ora di andare a dormire. Giocavano a scala quaranta, dama cinese, briscola oppure leggevano e chiacchieravano un po’. La prozia Ciadin pregava i santi, le sante, i beati e i buoni di cuore.

Spesso di sera mia madre e la nonna Adelina cucivano asole (occhielli per i bottoni) di giacche e vestiti. Una specie di lavoro serale che si poteva fare “in casa”, difficoltoso e pagato pochissimo. I capi “da asolare” che spesso erano casacche blu di tela pesante che si usavano nelle fabbriche, venivano consegnati alle sarte all’inizio del mese. Passati i canonici trenta giorni, il corriere ritirava il lavoro finito, lo controllava e decideva se poteva essere pagato. Il lavoro era pesante, mal pagato e faticoso però permetteva di arrotondare un po’ il bilancio domestico e acquistare qualche scatola in più di “spagnolette” colorate da rivendere in negozio.

Alle 9,30 andavano tutti a letto. Le stanze del piano superiore, dove erano sistemati i letti e gli accessori per la notte, erano fredde e senza riscaldamento. Solo il letto era caldo, perché lo si imbottiva con uno “scaldino” di ferro contenete le braci. Lo scaldino veniva tolto appena prima di infilarsi sotto le coperte. Sono capitati, in quegli anni, incendi causati proprio da letti che si infiammavano e ardevano con le braci al loro interno.

Ancora adesso mia madre conserva un lenzuolo di lino con un foro causato da una brace. Lo usa sempre e ogni tanto guarda quello strano buchetto dai contorni frastagliati. Le ricorda la sua infanzia. Un semplice foro in un lenzuolo è più foriero di ricordi di un libro o di un film, perché è legato all’esperienza diretta della vita di una famiglia, al ricordo di persone che non ci sono più e di altre che ci sono ancora e continuano i loro passi in questo curioso mondo. Rispetto al 1959 la vita attuale è sia molto diversa che molto uguale, dipende da come la si guarda.

La scala che portava al piano superiore era di legno, ripidissima e con dei gradini stretti e smussati. Mi ricordo che da piccola mi faceva paura. Avvertivo un senso di pericolo tutte le volte che vi salivo.

Mia madre racconta che quando lo zio Giovanni aveva un anno era caduto proprio da là. Il giorno di Natale del 1948 il cielo era bianco e carico di neve, mio nonno si stava preparando per andare alla messa domenicale, quando sentì lo zio Giovanni piangere. Lo trovarono disteso in fondo alla scala. Era ruzzolato giù e strillava accasciato sull’ultimo gradino. Lo presero in braccio, lo osservarono e notarono che era pieno di botte all’inverosimile, con la testa tutta gonfia. Si spaventarono ma, per fortuna, la caduta non fu così grave e il bambino si riprese in fretta solo con l’applicazione di una pomata per le botte.

Ciò che mi impressiona sempre di questa vicenda è che nessuno pensò che il bambino sarebbe morto o sarebbe rimasto menomato (ipotesi che oggi qualsiasi genitore prenderebbe in considerazione), nessuno pensò di portarlo all’ospedale, non era previsto che si portasse “dai dottori” un bambino che aveva “semplicemente preso delle botte” (oggi si correrebbe al pronto soccorso a rotta di collo). Nessuno pensò che il bambino avesse bisogno di una radiografia (oggi verrebbe radiografato dalla testa ai piedi) e, infine, nessuno pensò di rifare la scala con gradini più grandi e sicuri e anche con uno scorri-mano.

Questo incidente mi sembra un bell’esempio di come alcune abitudini siano cambiate enormemente e di come alcuni comportamenti, ritenuti allora normali, siano oggi considerati inaccettabili.
Il tempo procede inesorabile il suo cammino e, accompagnate dal suo insidioso incedere, molte cose migliorano e altre no. Forse quello che abbiamo perso è la speranza che anche le situazioni più difficili si possano risolvere positivamente.

Trovo che l’idea di speranza (la sua definizione, la ricerca delle modalità con cui la si può trovare e perdere) sia un tema importante, che accompagna la nostra vita e la condiziona fino a definirla.

In quel mese del 1959 il governo cinese chiuse le frontiere con l’India. Il 13 aprile venne inaugurato ad Ispra, in provincia di Varese, il primo reattore nucleare italiano e, purtroppo, il 25 aprile si registrò il primo caso di AIDS nel mondo. Per molti anni questa malattia restò però poco conosciuta e diffusa. L’inizio ufficiale dell’epidemia fu fissato in data 5 giugno 1981.

N.d.A.
I protagonisti dei racconti hanno nomi di pura fantasia che non corrispondono a quelli delle persone che li hanno in parte ispirati. Anche i nomi dei luoghi sono il frutto della fantasia dell’autrice.

Per leggere tutti i racconti di Costanza Del Re è sufficiente cliccare il nome dell’autore. 

LO STESSO GIORNO
Il mondo piange la morte del primo uomo nello spazio

28 marzo 1968
il mondo piange la morte di Jurij Gagarin, primo uomo nello spazio

“Un astronauta, figlio di un carpentiere Juri Gagarin, figlio dell’Ottobre Rosso”
(Banda Bassotti)

Un giovane, bello e coraggioso che riuscì a portare tra il buio dello spazio il sacrificio e i sogni dei proletari di tutto il mondo.
Nato il 9 marzo 1934 in un piccolo villaggio nel centro della Russia, la sua istruzione viene bruscamente interrotta dalla guerra nel 1941. Terzo di quattro figli, con il padre falegname e la madre contadina già dai 16 anni comincia a lavorare in acciaieria. Le umili origini del giovane lavoratore non rappresentano  un problema in Unione Sovietica, e durante il lavoro riprende gli studi in una scuola serale.
Dopo una brillante carriera accademica, nel 1955 Gagarin viene accettato nella scuola aeronautica di Orenburg. In pochi anni il figlio del carpenterie si fa notare per le sue grandi abilità nel volo e il suo interesse per l’esplorazione spaziale. Nell’ottobre del ’59 la sua domanda per il programma spaziale sovietico viene approvata e trasmessa al tenente colonnello Babushkin, colui che diventerà il mentore di Gagarin.
Il 12 aprile 1961, a soli 27 anni, Jurij Gagarin riscrive la storia mondiale delle esplorazioni spaziali: è il primo uomo ad andare nello spazio.
Sono le 9.07 (ora di Mosca) quando Gagarin, dopo aver pronunciato il famoso “Andiamo” , alla velocità record di quasi 28 mila km/h percorre l’orbita in 89,1 minuti e alle 10:55 atterra presso un villaggio della regione di Saratov. Sdraiato supino su Vostok 1, la tuta arancione e la scritta CCCP sull’elmo, Gagarin ha conquistato lo spazio.
Diventa subito simbolo tanto delle vittorie scientifiche quanto di quelle sociali dell’Unione Sovietica, esempio per il proletariato mondiale. Due giorni dopo  viene accolto come un eroe da più di un milione di persone nella piazza Rossa di Mosca. Sfila con la macchina in mezzo alle strade ricoperte di persone e bandiere rosse. Il popolo acclama Gagarin e l’Unione Sovietica, è giorno di festa, la forza della Rivoluzione d’Ottobre del 1917  si esprime di nuovo.

Il cosmonauta figlio dell’ottobre rosso perde poco tempo a festeggiare. Continua a coltivare la sua passione per il volo e si allena in continuazione per nuove missioni, nonostante l’impossibilità per lui di tornare nello spazio. Di esercitazioni ne fa tante in quegli anni, con modelli sempre diversi tra loro.
Durante un normalissimo volo di esercitazione su un MiG-15 precipita a causa di un guasto meccanico. Con accanto il direttore dell’addestramento Sereghin rimane a bordo del velivolo fino all’ultimo per evitare che l’aereo in avaria si schiantasse su un villaggio. I due piloti che non abbandonano l’aereo muoiono entrambi nell’impatto.

È il 27 Marzo 1968. Yuri Gagarin, l’uomo che per la prima volta batté la gravità, muore tra i rottami in fiamme di quell’aereo. La notizia gira in fretta in tutto il mondo.
Il 28 Marzo 1968 migliaia di persone scendono in strada a Mosca e si radunano in quella stessa piazza dove 7 anni prima sfilava come un eroe. Gagarin viene sepolto lì, nella Necropoli delle mura del Cremlino, in piazza rossa, con tutto il mondo a guardare. Sono in milioni, davanti a schermi in tutto il mondo, a piangere l’eroe sovietico.

Gagarin oggi resta impresso nella memoria per la sua impresa, la sua storia, il suo sorriso e la meraviglia che ha riportato sulla Terra, le statue e i francobolli, il centro di addestramento dei cosmonauti alla Città delle Stelle e il nome al cratere sulla Luna dove sognava di mettere piede.
Ed è rimasto un simbolo, un esempio di speranza per il proletariato mondiale, per chi teme di non avere prospettive, di chi viene da famiglie umili ma sogna in grande. Il “figlio del popolo” che poté arrivare ai massimi onori e riconoscenze grazie a una società capace di garantire a chiunque il necessario per i propri bisogni, e allo stesso tempo ricevere da ciascuno rispetto le proprie capacità.

Oggi, l’associazione statunitense Space Foundation, tentando inutilmente di riscrivere la Storia, ha privato  Gagarin del suo titolo e dei suoi onori di “primo cosmonauta”, in quanto astronauta sovietico. Ma tutto il mondo ricorda il suo primato, e ricorda le parole immortali pronunciate da Jurij, guardando la Terra per la prima volta attraverso quell’oblò: “Da quassù la Terra è bellissima, senza frontiere né confini.”

Ogni lunedì, per non perdere la memoria, seguite la rubrica di Filippo Mellara Lo stesso giorno. Tutte le precedenti uscite [Qui]

L’uomo del fiume
…un racconto

L’uomo del fiume
Un racconto di Carlo Tassi
dedicato a Nick Drake

L’uomo del fiume guarda oltre la riva.
Nuvole sparse all’orizzonte.
Tre gabbiani intrecciano ricami nel basso cielo.
L’acqua scorre come il tempo,
dalle montagne al mare,
ininterrottamente, eternamente.
La vita insegue, come sempre,
da un passato di ricordi
a un futuro di speranze e delusioni.
In mezzo solo dolore e gioia:
la vita non s’accorge di vivere.

L’uomo del fiume arriva al mattino presto,
si siede sulla riva e s’accende una sigaretta.
Fuma lento, guarda la corrente e aspetta.
L’aria è leggera, come i pensieri, come il vento.
L’uomo del fiume è alla sua quinta sigaretta,
unghie e barba ingiallite.

È mezzogiorno.
Un magro bottino di pesce per la sera,
quattro bocconi di pane e formaggio,
e un bicchier di vino.
Poi di nuovo sulla riva
a guardare il tempo scorrergli davanti,
spumeggiante, indomabile, indifferente.

Il giorno è passato,
come altri mille e mille ancor prima.
Altri giorni passeranno
nell’attesa che qualcosa succeda.
Perché qualcosa dovrà succedere
prima o poi.

Ma l’unica certezza è nell’acqua
che scorre e non si ferma.
L’uomo del fiume allunga una mano,
la immerge nella corrente,
sente il tempo scorrergli tra le dita,
cerca d’afferrarlo ma gli sfugge.

L’uomo del fiume guarda oltre la riva.
Non può fermare il tempo.
Tra le ombre della sera osserva la corrente
che muove il mondo e decide.

Il fiume gli ha dato tanto
e gli ha tolto tutto:
una vita di attese,
le ceneri della moglie,
un figlio troppo acerbo,
adorato e scomparso
dentro un vortice al largo.

È mezzanotte.
Un passo oltre il pontile,
un tuffo nel buio,
un abbraccio gelido e avvolgente…

L’uomo del fiume ha catturato il tempo.

Nick Drake muore suicida nel 1974, all’età di ventisei anni…
River Man (Nick Drake, 1969)

Per visitare il sito di Carlo Tassi clicca [Qui]

pecore gregge pascolo pastore

PRESTO DI MATTINA
“In lumine fidei”: Filippo Franceschi, il vescovo traghettatore del Concilio

 

Filippo Franceschi: un vescovo con stile sinodale.

«Cerchiamo di annunciare e servire il Vangelo, il quale solo ha la forza di aprirsi un varco nel cuore dell’uomo e di far crescere la nostra Chiesa»: queste parole sintetizzano la coscienza e l’agire pastorale del vescovo Filippo Franceschi [Qui], che per brevi ma intensissimi anni, dal 1976 al 1981, ha esercitato il suo ministero episcopale nella nostra diocesi e in quella di Comacchio.

Fu il vescovo che mi ha ordinato sacerdote nel 1977. Ma non è solo per questo che desidero ricordarlo in benedizione e rinnovata gratitudine nell’anniversario della sua morte il 30 dicembre di 33 anni fa a Padova.

Fino all’ultimo, al culmine della sua malattia, ha reso al vivo il suo motto episcopale, “Nella luce della fede”, incarnando le parole che dicevano la forma essenziale del suo credere: «credere nel Signore, nella Chiesa, nei compagni di strada chiunque essi siano».

All’omelia esequiale il patriarca di Venezia Marco Cè [Qui] disse: «In questi dieci mesi di sofferenza mons. Franceschi ha sperimentato l’abitazione del corpo come “esilio lontano dal Signore”, testimoniando l’attesa. “Docebat a ligno”. Come Gesù ci è stato maestro dalla Croce. In quel momento egli impugnò la candela del suo Battesimo ed entrò “solus” nella notte della prova, sostenuto dalla preghiera della sua Chiesa, fino al giorno in cui gli venne incontro Gesù stesso, “luce vera che illumina ogni uomo che viene in questo mondo”».

Il suo magistero fu un magistero tutto conciliare, proteso a far sviluppare sempre di più quei germogli del Concilio Vaticano II, che, diceva, non sarebbero germinati senza la nostra cooperazione, senza il nostro “camminare insieme di chiesa, il nostro «farsi prossimo” e “pellegrinare con la storia” per poter dare frutto».

Un pastore pellegrino con i laici”, così lo ha ricordato l’Azione cattolica di cui fu assistente nazionale dei giovani. E in quella transumanza della recezione dell’evento conciliare dalla chiesa universale alla nostre chiese locali di Ferrara e Comacchio, egli seppe declinare l’orizzonte profetico aperto dallo Spirito al Concilio, mantenendosi entro il solco della viva e autentica tradizione ecclesiale.

Per essere veramente «cattolica infatti la chiesa è chiamata a spingersi oltre le barriere di razza, di lingua, di cultura, di spazio, di tempo; essa come diceva san Bernardo “deve essere ante et retro oculata”. La sua tradizione non è solo “memoria”; è anche cammino in avanti».

In sintonia con lo stile conciliare fu aperto al dialogo anche con i lontani e con chiunque avesse a cuore l’umano. Promosse il dialogo tra fede e cultura, sperimentando il legame profondo che unisce pastorale e cultura: «la pastorale, quanto la cultura tendono ad un medesimo oggetto e, sotto certi aspetti, ad un medesimo fine: la dignità e la libertà della persona umana, la storia che, per garantire e rendere evidente tali dignità e libertà, deve essere piegata e volgersi al fine e alla totale vocazione dell’uomo».

Incoraggiò e sostenne con grande determinazione il coinvolgimento del popolo di Dio e dei battezzati per far crescere la coscienza comunitaria, attraverso l’impulso dato alla ministerialità nel pensare e nell’agire pastorale a servizio dell’evangelizzazione e della carità per una chiesa non solo “tutta ministeriale”, ma tutta missionaria.

Il vescovo Filippo è stato il traghettatore dell’evento conciliare. Egli ne ha accompagnato il cammino di una prima recezione, raccogliendo con amicizia e sollecitudine attorno a sé il suo presbiterio in questo processo di riforma ecclesiale.

Ci incoraggiava rammentandoci le parole di sant’Agostino, l’alleluia del camminare insieme: «“canta, come il viaggiatore, canta, ma cammina. Canta e cammina senza deviare, senza indietreggiare, senza fermarti. Qui canta nella speranza, lassù nel possesso”. Questo è l’alleluia della strada, che percorrerò con voi».

Non ho potuto non pensare alle parole di papa Francesco, ritrovando tra i testi del vescovo Filippo questo pensiero: «Nella Chiesa si vive e si opera docili allo Spirito, lasciandoci da lui guidare al servizio del Vangelo, con e per gli altri, per l’avvento del Regno di Dio, mistero di grazia e di pienezza».

Un pensiero che si specchia in quello recente del papa per il quale «il Sinodo non è un’indagine di opinioni, ma un momento ecclesiale il cui protagonista è lo Spirito Santo… è un evento di grazia, un processo di guarigione condotto dallo Spirito Santo, soffia in modo sempre sorprendente, per suggerire percorsi e linguaggi nuovi»,

Ma sono rimasto ancora più sorpreso scoprendo come gli interrogativi da lui posti alla nostra chiesa di allora siano ancora significativi oggi, che stiamo intraprendendo un nuovo cammino, quello sinodale, al fine di attuare quegli orientamenti ancora inespressi e inattuati dal Concilio.

Si domandava: «Ma verso quali prospettive si muove la nostra Chiesa, a quali obbiettivi orienta la propria azione pastorale? Il punto di partenza resta sempre quello della “unità di missione”. Nella Chiesa i ministeri sono diversi, ma anche le modalità, le forme con cui partecipa alla missione».

«Gli stessi interrogativi ritornano oggi: «Una Chiesa sinodale, annunciando il Vangelo, “cammina insieme”; come questo “camminare insieme” si realizza nella vostra Chiesa particolare? Quali passi lo Spirito ci invita a compiere per crescere nel nostro “camminare insieme”?».

Come a dire che il bene della comunione ecclesiale attraverso la partecipazione di tutti i battezzati, secondo la molteplicità dei ministeri suscitati dallo Spirito, deve caratterizzare anche oggi il nostro cammino.

Quale sintonia, solo incipiente allora, primi passi verso uno stile nuovo di comunione; sintonia pure con il tema proposto da papa Francesco per la prossima assemblea dei vescovi: «Comunione, partecipazione e missione».

Nella sua relazione il segretario generale del sinodo il card. Mario Grech [Qui] ricorda: «Per lungo tempo si è parlato della comunione come elemento costitutivo della Chiesa. Oggi appare chiaro che tale comunione, o è sinodale o non è comunione. Sembra uno slogan, ma il suo senso è preciso: la sinodalità è la forma della comunione della Chiesa-popolo di Dio.

Nel camminare insieme del Popolo di Dio con i suoi Pastori, nel processo sinodale in cui tutti partecipano, ciascuno secondo la propria funzione – Popolo di Dio, Collegio dei Vescovi, Vescovo di Roma – si determina una reciprocità dei soggetti e delle funzioni, che muove la Chiesa nel suo cammino in avanti, sotto la guida dello Spirito.

Non bisogna nascondersi che forse in passato si è tanto insistito sulla communio hierarchica: l’idea che l’unità della Chiesa si potesse fare unicamente rafforzando l’autorità dei Pastori. Per certi aspetti quel passaggio è stato anche necessario, quando, dopo il Concilio, erano apparse varie forme del dissenso.

Ma quella non può essere la modalità ordinaria di vivere la comunione ecclesiale, che domanda circolarità, reciprocità, cammino insieme nel rispetto delle rispettive funzioni nel Popolo di Dio. La comunione dunque non può che tradursi in partecipazione di tutti alla vita della Chiesa, ciascuno secondo la sua specifica condizione e funzione».

Nelle indicazioni Verso un piano pastorale (1979) il vescovo Filippo individuava quattro obbiettivi da perseguire insieme, per rivitalizzare le comunità cristiane di allora, che possono essere valide anche per il cammino di oggi.

Così, oggi, egli ci direbbe che quello sinodale dovrà essere «un itinerario verso la maturità di fede, verso una più chiara coscienza ecclesiale, verso una chiesa tutta ministeriale e più attenta a tutto ciò che avviene nel mondo».

Intendendo per maturità di fede «una fede consapevole, più personalizzata: una fede vissuta, che illumini ed orienti la condotta della vita, si esprima in scelte coerenti sul piano della esperienza personale, famigliare, sociale… Il problema “fede e vita”, “fede e storia” è un problema vero ma la sua soluzione, se può essere favorita e illuminata da un approfondimento dottrinale, deve essere ricercata nel concreto della esperienza cristiana, nel vissuto delle nostre comunità».

E aggiungeva questa maturità si riscopre solamente a partire dal senso genuino della “gratuità”: «Può sembrare una parola astratta; ma non lo è, viene assunto qui con un significato preciso. La “gratuità” richiama lo stile dell’azione di Dio; è il segno della sua benevolenza: rimanda alla parola “grazia”: dono gratuito.

La nostra azione deve conoscere la generosità di chi opera nel nome del Signore, cercando non ciò che può giovare a se stessi, ma quello che giova alla salvezza dell’uomo, alla crescita nella fede e nella carità dei fedeli».

Ricordava poi che «”coscienza di chiesa” è termine che il Concilio ha riproposto nella pienezza del suo significato. Compendia in sé non solo la conoscenza della Chiesa, come popolo di Dio, corpo di Cristo, sacramento di universale salvezza, ma anche il “senso di appartenenza”, il sentirsi membra vive di questa comunità riunita nel nome di Cristo il Signore, di questa comunità, animata dallo Spirito e gerarchicamente costituita: “l’esser consapevoli del posto che a ciascuno è assegnato nella Chiesa” per vocazione e per dono dello Spirito che di continuo l’arricchisce con diversità di carismi, di funzioni e di ministeri. Comporta inoltre ilpartecipare attivamente la vita e la missione della Chiesa”: ognuno secondo le proprie capacità e nelle condizioni di vita in cui di fatto si trova; e, quel che più vale, comporta infine che “l’essere Chiesa” diventi un criterio orientativo del proprio operare».

La ministerialità si vive come “una gara” nel senso paolino del termine: “gareggiate nello stimarvi a vicenda”, «nel servizio reciproco della carità capace sempre di testimoniare la privilegiata attenzione agli umili e ai poveri».

I segni dei tempi” è stato pure un tema conciliare molto caro a mons. Franceschi. Il concilio ha voluto una chiesa “rivolta” all’uomo – basti rileggere il discorso conclusivo di Paolo VI al Concilio – una chiesa chiamata pertanto ad essere attenta agli avvenimenti e alla vita degli uomini soprattutto dei poveri e dei sofferenti.

Esattamente quanto ci ricordava il vescovo Filippo: «non solo per capire le loro esigenze emergenti, il quadro sociale e culturale nel quale vivono, ma anche per leggere nella trama, spesso confusa, degli avvenimenti quei segni che rivelano tempi nuovi, (un cambiamento d’epoca direbbe papa Francesco), il modificarsi delle situazioni con possibili riflessi nella coscienza stessa dell’uomo, al quale la Chiesa stessa si rivolge.

Per questo sarà necessario che in qualche caso si rimettano in questione certi modi di vedere, (“si è sempre fatto così” è ancora papa Francesco) ritenuti certi, spesso solo perché si esita a prendere atto che molte cose sono modificate, altre in via di trasformazione in una società che ha come sua legge non la stabilità ma il cambiamento».

I segni dei tempi scriveva Franceschi sono quelli generativi della speranza che risvegliano la responsabilità per agire evangelicamente nell’oggi; essi «hanno rilevanza per una intelligenza del disegno di Dio nella storia, sollecitano un approfondimento della fede e la ricerca di modi per esprimerla, suggeriscono prospettive di azione pastorale, reclamano l’impegno dei cristiani».

Per riconoscerli egli indicava tre criteri: «il profondo senso di fede del Popolo di Dio – come suggerisce il Concilio – inteso come luce proiettata sui fatti della vita e della società, ed in costante confronto con la parola di Dio; poi il senso della storia come mistero di salvezza per il genere umano, o ancora come luogo del conflitto tra le forze del bene e del male.

Sono così fuorvianti e sono da rifiutare sia l’atteggiamento di nostalgia, cioè la fuga a ritroso nel tempo che fu, che è fatalmente una evasione dall’impegno nell’oggi; e sia l‘avvenirismo come fuga in avanti, nel futuro, che non conosce la pazienza di operare nell’oggi; il terzo criterio è la interiore disponibilità al nuovo inteso come superamento del vecchio».

In un’omelia in Cattedrale dell’aprile del 1978, dopo l’uccisione di Aldo Moro ricordava: «Portiamo dentro di noi la sofferenza di tanti nostri fratelli e quella del nostro paese. La Chiesa è nella storia e condivide il dramma dell’uomo: la Chiesa è nella storia per ripetere agli uomini che anche nelle ore buie c’è sempre una luce: la luce del Cristo che la notte e le tenebre non possono soffocare: la Chiesa è nella storia per ripetere, anche quando più arduo è sperare, la Buona Novella: l’evangelo di Dio. Dobbiamo avere viva coscienza di questa nostra missione. A noi non è consentito cedere allo sconforto e alla sfiducia».

Una pastorale dal volto profetico quella del vescovo Filippo, che spronava non solo a mettersi al passo col presente, ad attuare quell’“aggiornamento” – termine emblematico e qualificante del Concilio, chiesto da papa Giovanni XXIII – ma capace anche di indicare prospettive per il futuro, generative di una pastorale della speranza:

«Il cristiano e la comunità cristiana non sono arroccati a tutela di memorie, di tradizioni: altro è la tradizione, altro sono le tradizioni; altro onorare la memoria, altro è restarne prigionieri. La chiesa celebra la memoria, non la nostalgia.

Una comunità cristiana — è vero — sarà sempre preoccupata di fare riferimento alle radici della propria storia: «chi non ha passato, non ha futuro. Eppure la fecondità del passato si rivela nel presente e si proietta nel futuro da decifrare e da progettare a misura del benessere dell’uomo e della comunità umana.

Oggi le chiese sono chiamate a essere profetiche. Il profeta è colui che sa leggere nel presente, spesso complicato e contraddittorio, i segni del passato e i germi del futuro. In un tempo come il nostro che ha riproposto progetti per il futuro ed elaborato nuove utopie, ma che soffre per il cadere delle speranze, occorre saper annunciare la speranza».

Che dire di più? Il di più resta come un lievito nascosto che continua a fermentare in chi ha camminato con lui ed è stato segnato dal suo stile pastorale, restando a lui legato per quel vincolo indissolubile del sacramento che lo ha reso partecipe del suo ministero episcopale ora tutto raccolto nel suo motto: In lumine fidei.

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Natale altrove
…un racconto

Natale altrove
Un racconto di Carlo Tassi

Albero di Natale, pacchetti sparsi sul pavimento, caramelle confezionate, scartate e buttate…
Sala d’aspetto d’ospedale: luci al neon, sedie e tavoli vuoti, pulsanti alle pareti.
Vado a prendere un te caldo al distributore, cammino lungo il corridoio. Pareti e soffitto arancio per rallegrare, luci soffuse per non disturbare. Sulla sinistra un corrimano grigio, sulla destra una porta dietro l’altra e all’interno di ognuna involucri umani giacciono in penombra, immobili, intrappolati nei loro sudari computerizzati.
È tardi, l’orario di visita è finito, un infermiere con una busta di soluzione fisiologica in mano mi passa accanto sfiorandomi, forse sono invisibile, certo vorrei esserlo. Mi pesa quest’aria viziata di disinfettante, escrementi e candeggina.
La vita si scontra con la morte, di nascosto. Avverto uno strano pudore, mentre orgoglio e dignità sono definitivamente sconfitti da bisogni e necessità. Gli umori fuoriescono, lacerazioni e piaghe purulente infiammano corpi già martoriati, umiliati.

Continuo a camminare senza fare rumore, gli occhi indugiano irrispettosi e dispiaciuti nell’intimità altrui. Un fracasso di urla sommesse mi raschia i timpani: rantoli, ansimi, lamenti bisbigliati m’inseguono anonimi lasciando solchi.
Corpi collegati a cavi e sensori, attaccati a tubi e sacche, perforati da aghi e sonde…
Intravedo cicatrici, come cerniere richiuse sulla pelle, e nervi spezzati, come le speranze.
Si vive la giornata, il dolore è come il pane quotidiano: si mangia per sopravvivere.
È rimasta poca carne in quei corpi pallidi, avvolti nei pigiami comprati in offerta, all’occorrenza.
Impulsi vitali monitorati ogni secondo. Anime e circuiti elettronici coabitano in simbiosi. L’esistenza è sospesa in un sonno indotto. Il pensiero è rarefatto. Forse è un sogno profondo, lontano, perso in altri luoghi e tempi.

Altrove sembra tutto normale: fuori le luci brillano a festa, la gente si prepara per uscire. Pizza o ristorante? Cinema o pub? Poi la messa di mezzanotte, per scambiarsi un segno di pace e rimirare il presepe coi suoi effetti scenici. Ormai satolli di cibi e vino ma non paghi di baldoria.
È Natale dopotutto.

Il Natale è altrove, penso. Eppure l’albero e gli addobbi sono qui davanti a me, in questa saletta dove quei corpi troppo fragili non possono arrivare.
No, forse mi sbaglio, il Natale è qui!

Fragile (Sting, 1987)

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Pensieri scombinati sull’utopia

Vi capita mai di avere la voglia impellente di dire qualcosa, ma non riuscire a dirla. A me si. Vorrei avere dei pensieri originali sul mondo, su questo periodo di decadenza, vorrei potermi aggrappare a speranze che non ho. Mi piacerebbe raggiungere un’ isola galleggiante, metterci sopra tutte le persone che amo, allungare un braccio per aiutare chi ne ha bisogno. Vorrei potere stare a galla su questo mare nero, fluttuando sopra alla risacca dell’odio che fermenta, come un tino di mosto.
Vorrei avere idee intelligenti, costruirmi una alternativa da solo, rimettendo insieme i tasselli del puzzle delle vecchie utopie, per poter accogliere gli sbandati orfani dei sogni.
Quanto vorrei essere utile, portare una briciola di pane nel formicaio del quarto stato, abbracciando compagni e sventolando bandiere, costruendo una alternativa alla barbarie. Sogno di abbattere muri, ero bravo una volta, per aiutare i giovani ad avere un mondo migliore, più libero, meno egoista. I recinti, gli steccati, i ghetti andrebbero abbattuti, quelli si, con le ruspe. Basta stereotipi, basta conformismo annegato nelle lacrime di sangue dei morti innocenti. La diversità ci rende uguali, la purezza ci imbruttisce, non esiste un canone, non siamo dei codici a barra, smettiamola una volta per tutte di crederci combattenti contro il sistema, quando il sistema siamo noi. Conformi ai cliché.
L’antifascismo ci fa belli, la grande bellezza dei valori condivisi, soffiamo sulla polvere del tempo che vuole accomunare tutto, oppressi ed oppressori. Armiamoci di libri e bombardiamo di parole gli odiatori, sfogliamo i libri di storia, diventiamo competenti e con quello combattiamo il revisionismo.
Basta stare in superficie, ripostare all’infinito dieci parole scombinate trovate nel pattume del web. Scaviamo, ricerchiamo, informiamoci, se non abbiamo una opinione abbracciamo il silenzio. Nessuno ci impone di essere preparati su tutto.
Vorrei essere trascinato e trascinare gli uguali in un contenitore, da li mi piacerebbe calamitare le buone intenzioni, le parole, i fatti, la forza di chi ha lottato ma non trova più un appiglio.
Parole inutili, parole al vento, come sempre, anche io scrivo senza senso, mi abbatto nella solitudine del tempo che scorre e non lascia nessuna traccia. Essere utile, sentirsi vivo, guardare ancora per l’ennesima volta la stella rossa di fronte a me.
Rialzarsi e camminarle incontro.

Siamo tutti la fenice

La fenice è un uccello mitologico presente in moltissime culture: dall’Egitto all’Asia, dalla Grecia al Medio Oriente, dall’India alla Russia. È divenuta anche simbolo cristiano, e la sua narrazione è talmente potente per l’uomo che ancora oggi è ampiamente usata nella cultura popolare e nel folclore. Le storie riguardo ad essa sono molto variegate, ma in genere si tratta di un animale che, dopo una longeva vita, viene bruciata mentre si trova nel suo nido; dalle fiamme, o dalle sue ceneri, si rigenera e comincia una nuova vita.
La sua morte e resurrezione simboleggiano anche tutte le piccole morti e resurrezioni che possono accadere nell’arco della vita di ciascuno. In un certo senso, è anche simbolo della resilienza, ovvero la capacità di far fronte in maniera positiva alle avversità, coltivando le risorse che si trovano dentro di noi. È il saper reagire e rialzarsi più forti di prima, adattandoci ai cambiamenti.
Il 2020 ha messo alla prova tutti, ci ha segnato intimamente. Per certi versi è stato veramente un annus horribilis. Lo abbiamo salutato volentieri, ma non dobbiamo fermarci al semplice e puro lamento, capace solo di appesantire ulteriormente l’aria. In fondo, il 2021 è solo il prosieguo del 2020, ma se cerchiamo di rinascere allora può essere davvero un anno “nuovo”. Sappiamo che non sarà tutto facile e che incontreremo di nuovo le nostre fragilità, ma non importa quante volte siamo caduti, ma quante volte ci saremo rialzati.
Allora ecco qualche atteggiamento utile per essere resilienti in questo nuovo anno:
mantenere il sorriso, accettare il cambiamento, non aver paura di prendere decisioni, saper chiedere aiuto, ascoltare se stessi, accettare se stessi, guardare il lato positivo delle cose, aprire il cuore agli altri, non stancarsi mai di imparare.

Speranza, ambiente

Cambiare tutti per cambiare veramente

Cambiare è una scelta di libertà e ragionevolezza

È molto preoccupante verificare che chi avrà l’onere di investire le risorse messe a disposizione dall’Europa per rilanciare lo sviluppo del nostro Paese, non abbia alcuna visione di futuro da trasformare in progetti strutturali e lungimiranti.
Questa mancanza di visione è evidente perché le proposte di soluzione fatte dalla classe politica, governo e opposizione, fino ad ora, sono legate solo all’urgenza. Infatti, non c’è ancora stato un tentativo di formulazione di un progetto di investimenti a lungo termine, se non in forma di annuncio roboante quanto indefinito. I casi sono due: o non si ha idea di una strategia o, se c’è, non è condivisa con il parlamento e con gli Italiani e questo non è democratico. Mi dispiace criticare chi ci governa, perché se cadesse il governo adesso l’alternativa sarebbe peggiore. Però non posso tacere e devo sollecitare un cambiamento reale e democratico, quindi di effettiva comunicazione e condivisione.

I giovani del mondo, con il movimento “Friday for future” hanno sollecitato i potenti a pensare non più in maniera localistica, o per settori limitati della società, ma a guardare il mondo e l’umanità come un unico soggetto che abita un unico ambiente. La crisi pandemica ha rapidamente trasformato questa dimensione globale da concetto ideale possibile in tangibile esperienza quotidiana che coinvolge tutti. L’unico documento ufficiale da parte di un capo di stato ad aver risposto a questa sollecitazione dei giovani è stata l’enciclica “Fratelli tutti” di papa Francesco che ha saputo dare una progettualità concreta a questa domanda altrettanto concreta e urgente. L’Europa e il nostro governo potrebbero prendere spunto da questo documento per iniziare la nuova realtà politica e sociale che da tempo il mondo attende.
Infatti, questa crisi non è solamente un problema ecologico, climatico o economico: è una convergenza di questi tre mondi. La pandemia, conseguenza della crisi ecologica, ha accelerato e fatto emergere il limite del pensiero unico economico-liberista, che ha svelato a sua volta e acuito le mai risolte ingiustizie sociali che impediscono l’attuazione di una vera democrazia. Ne è un esempio l’insufficienza del servizio sanitario e, forse ancora peggio, la spietata concorrenza fra i diversi gruppi di ricerca scientifica per arrivare primi alla creazione di un vaccino che ancora una volta non sarà per tutti ma vedrà alcuni gruppi di popolazioni scartati, con costi enormi economici e sociali.
Questo non vale solo per l’Italia o l’Europa: ci troviamo per la prima volta ad un punto di rottura storico che riguarda tutto il mondo. La sollecitazione a pensare in modo universale necessariamente richiede di partire da un nuovo punto di vista che abbia le stesse caratteristiche del fattore di crisi: che sia contemporaneo e globale, cioè complesso.

Il nuovo luogo da cui guardare è il futuro dell’umanità.

Dunque, si dovrà scegliere se questo futuro avrà la durata limitata a qualche decina di anni e dovrà riguardare poche migliaia di persone, abitanti una più o meno grande porzione di terra, oppure se deve riguardare l’intera umanità e la terra come pianeta nell’universo e perciò prevedere un tempo illimitato. La prima scelta richiede di mantenere l’attuale modo di vivere: in continua emergenza, cercando di arginare le conseguenze, via via sempre più profonde e complicate, sempre più impellenti e in costante accelerazione, come questi ultimi decenni ci hanno mostrato. Ci sono dati recenti che rilevano che i fenomeni dei cicloni e degli uragani che si sono verificati in Italia e nel mondo sono aumentati di frequenza e in potenza distruttiva.
Oppure si può decidere di fare un salto evolutivo: cambiare decisamente la scala di valori e mettere al primo posto la persona e la comunità come progetto comune. Questa scelta comporta il costruire una nuova qualità della vita che vede l’ambiente naturale come luogo comune di convivenza e condivisione della realizzazione delle singole potenzialità.
Questa seconda opzione non si verifica in maniera automatica: ci vogliono un atto di volontà, una visione ed un progetto. Bisogna imparare a pensare in modo nuovo e questo richiede un investimento per la formazione di tutti, per darsi gli strumenti culturali e di confronto adatti ad acquisire la consapevolezza del valore dell’essere umano che dobbiamo ancora oggi definire sia nella sua natura sia nelle sue potenzialità.

Un atto di volontà viene compiuto solo se è finalizzato a qualcosa di concretamente raggiungibile e di cui valga veramente la pena, perché quello che si deve abbandonare è la sicurezza e il conforto del già conosciuto in favore di ciò che è desiderabile ma ancora del tutto ignoto e non sperimentato. Questo atto di volontà, perché non sia un salto nel buio, deve essere ragionevole, perciò bisogna dare credito a sé stessi, ai propri desideri, che anche se incompiuti come pensiero, nascono da ciascuno di noi per cui rispecchiano la nostra stessa natura, non ci lavorano contro, non creano attrito, anzi danno forma e senso a ciò che era ineffabile e indeterminato prima di essere da noi nominato.

Così si incomincia a costruire un pensiero che origina dall’essere umano e si apre alla relazione con l’altro. In questo confronto si sviluppa il linguaggio per una nuova antropologia, non più basata sulla sopraffazione e sullo scontro, ma che si definisce nella rivelazione di sé all’altro, perché si è diversi. Si realizza nel gusto di conoscere ciò che ci è ignoto, dove la diversità e l’unicità delle persone sono la ricchezza, il valore aggiunto, pur nel desiderio della condivisione di una realtà comune.
Se si vuole rallentare fino a modificare il cambiamento climatico da noi provocato per abitudini sociali e scelte economiche incoscienti e poco lungimiranti, dobbiamo cambiare i nostri comportamenti, quindi dobbiamo usare tutte le risorse possibili e immaginabili per creare occasioni e spazi dove iniziare a sperimentare questo nuovo modo di conoscersi e relazionarsi. Questa è l’unica visione che permetterebbe di invertire il processo distruttivo dell’ambiente e di trasformare questo momento di crisi in occasione di aprire ad una nuova vita.

GLI SPARI SOPRA
La ricerca di un futuro

In Italia, ora più che mai servirebbe una partito che si richiamasse ai valori di Enrico Berlinguer, alla modernità della sua opera e del suo pensiero. Concetti e parole inserite profondamente nel Comunismo Italiano, fonte di democrazia e di ideali per quattro generazioni di persone. Andato disperso e abiurato dalla fine del secolo breve fino a questo secondo decennio del ventunesimo secolo. In molti lo decantano, addirittura gli avversari politici ne tessono le lodi, ma la sua figura fa ancora tremendamente paura perché davvero dei dirigenti di una qualche sigla politica si ispirino a lui per il futuro, per il prosieguo del tempo che scorre rapido. Non esiste una avanguardia in Italia, che nel suo nome cerchi di aggregare dei compagni per realizzare davvero qualche cosa di nuovo. Esistono sigle politiche che espongono la sua effige nelle sedi, come ricordo o come santino, ma non ripercorrono le sue idee, le hanno abbandonate da decenni. Almeno quattro altri partiti espongono l’effige della falce e del martello non come elemento aggregante o come i simboli del lavoro, motivo per cui nacquero un paio di secoli orsono, ma come medaglie di purezza esclusive e non inclusive. La bandiera rossa è stata gettata nel fosso da tanto, troppo tempo, sotto l’immagine di Enrico nessuno mai ha voluto costruire unità e forza del progresso e popolo.

La parola democrazia deriva dal greco, ed è composta dai termini demos (che significa “popolo”) e kratos (che significa “potere”), Potere al Popolo, queste sono le basi del Marxismo. Questo concetto pone le idee di Berlinguer sul piedistallo della modernità, senza bisogno di ricordare le deviazioni che molti governi Comunisti presero dalla rivoluzione d’ottobre in poi.

Sommossa popolare, appunto per portare al potere gli ultimi, gli sfruttati, i braccianti, gli operai, quelli che nei millenni mai ebbero diritti e voce in capitolo, sfruttati e vilipesi dalla notte dei tempi. Tale rivoluzione avvenne però nella nazione meno preparata ad accoglierla, quella grande madre Russia che non aveva una classe operai forte e consapevole, ma era per lo più composta da braccianti che solo pochi decenni prima erano ancora servi della gleba, la nazione che mai Marx individuò come avanguardia per le masse popolari.

Dico questo perché il pensiero comune continua ad additare il Comunismo realizzato col Comunismo reale. L’Euro comunismo di Berlinguer, e ancor di più l’anomalia italiano porsero il più grande partito dei lavorati del mondo libero a traino di una terza via, mai davvero cercata e né tantomeno seguita dai referenti delle sinistre dopo il giugno del 1984.

Ora che non esiste più un mondo diviso in blocchi, dove l’Est ha superato l’Ovest nella ricerca del profitto per pochi a discapito degli ultimi, le idee di Berlinguer diventano una necessità.

Io credo che in tanti, troppi vedano Enrico come una foglia di fico, dietro cui nascondere la propria lontananza dai suoi ideali.

Un mondo raggrinzito e ammalato intorno al concetto di capitale, bolso e senza respiro, in questi tempi di pandemia, dove esiste solo una classe sociale che continua ad aumentare i profitti a discapito di tutti gli altri, dipendenti, artigiani, commercianti, operai, tutti in lotta tra loro per in dicare chi più di altri è fonte di privilegio. Accomunati da un unico nemico, che viene dall’Africa, quella massa di diseredati che servono ai partiti, quasi tutti, per sottolineare le differenze e per conservare quelle briciole di pane che i padroni del vapore spargono alle masse intrise di cattiveria e con la bava alla bocca, con la paura che l’ultima scaglia di pane duro venga utilizzata per nutrire chi sta peggio di noi.

Una grossa parte della classe operaia che non è più classe, che non ha più coscienza di se si è imbruttita nelle idee, instillate goccia a goccia da anni di propaganda revisionista. L’analfabetismo funzionale ha superato quello di ritorno, un popolo senza età che si informa sui social media, che posta e riposta immagini di pensieri altrui. Un solo piccolo e maledetto virus sta squassando il mondo conosciuto, portando alla luce decenni di sfruttamento della natura in maniera malevola e senza criterio, sistemi all’apparenza democratici dove chi ha i soldi si cura, mentre gli altri vengono lasciati annegare, non solo in maniera figurativa. Un sistema agli sgoccioli dove privato e privatizzazioni, ricercate da schieramenti centripeti hanno portato all’evaporazione del Welfare, dove la sanità pubblica è diventata azienda e la sanità privata si arricchisce con i soldi dei contribuenti, oltre che dei pochi privilegiati che ne possono disporre.

Un mondo dove la scuola è sempre ai margini dei programmi di partiti sempre più simili, dove nemmeno Lombroso riuscirebbe a riconoscere gli uni dagli altri.

Sono ripetitivo e limitato nei miei grezzi concetti, forse perché alle volte spero che qualcuno, migliore di me riprenda da terra quella bandiera rossa e la sventoli, come una guida turistica sulla piana di Ghiza e dove un popolo, davvero unito la segua, nella ricerca di una utopia necessaria e non più procrastinabile.

Dolce Enrico, mi piacerebbe che ti staccassero dalle cornici entro le quali sei stato relegato in questi trentasei anni, mi piacerebbe che tu stesso potessi togliere la polvere della tua dignità troppo spesso usata come paravento.

Si lo vorrei davvero un partito di ispirazione Berligueriana, dove potermi sentire a casa, dove poter credere che il mio piccolo contributo possa essere una briciola di sabbia, per costruire un argine contro l’abbruttimento di questi tempi. Dove le mie idee possano confrontarsi e confondersi con quelle di tante compagne e compagni, senza l’assurda ricerca della purezza, senza lucidare troppo la falce, senza dibattere sul tipo di martello (da carpentiere, da muratore, da montatore meccanico, ecc.).

Berlinguer non solo come oggetto di ricerca o peggio di culto (lui lontano anni luce dal culto della personalità) ma come pensiero critico, vivo, da ritrovare, da ripercorrere, una ricerca di un futuro migliore, radicale, non moderato, ma inclusivo, alla ricerca della diversità e dell’impurezza.

Io credo che solo in questo modo, solo avendo ben chiaro il passato si possa sperare in una rinascita, una luce in un futuro che ora a me sembra troppo cupo, anche solo per ricercare la speranza.

PER CERTI VERSI
La chemioterapia

Ogni domenica Ferraraitalia ospita ‘Per certi versi’, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio.
Per leggere tutte le altre poesie dell’autore, clicca
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LA CHEMIOTERAPIA

ma la debbo fare
La chemioterapia?
Chiedevo al dottore
Con la confidenza
Delle ore spese
Tra visite chiacchiere
E diagnosi a ventre aperto

Se non vuoi andare a Lourdes
Fu la sua risposta

IN UNA NOTTE

In una notte
Di rapido vento
Che soffia via
Tutte le foglie
I capelli cadono a flotte
Perfino i peli ruvidi
I peli più tenaci
Se ne vanno
Come Avari
In una notte

LA CHEMIO II

quando vomiti la fogna
Dell’essere
La chemio ti ha invaso
Il midollo della volontà
Ti esplode nel bacino
Un baratro orizzontale
Con te hai solo
Il paracadute della cecità

GLI SPARI SOPRA
Alla fine la P2 ha vinto: provate a leggere il programma del Venerabile

“Sono un matto, sono un vetero, sono trinariciuto?” Torna la rubrica GLI SPARI SOPRA , le considerazioni molto politiche di un politico. Ad alcuni i pensieri di Cristiano Mazzoni potranno sembrare solo il frutto amaro della delusione, della sconfitta, della nostalgia del tempo che fu. Sono però anche la rivendicazione di ideali e di valori che forse abbiamo dimenticato troppo in fretta. In un mondo sempre più confuso e complesso abbiamo sempre più bisogno di risposte, ma l’unico modo per trovarle è non smettere di interrogarsi.
(La Redazione)

Quanti di noi avranno letto il Piano di rinascita democratica, il programma politico della Loggia Massonica propaganda due del disonorevole grande maestro Licio Gelli? Pochi.
Io credo di averlo letto per la prima volta agli albori del nuovo millennio, in rete si trovava ancora il documento originale con tanto di timbri e scritto a macchina, poi scannerizzato chi sa da quale mano. Oggi il documento originale in internet non l’ho più trovato ma tantissimi sono i siti che ne riportano il contenuto.

Credo che non sia più nella sfera delle opinioni, ma nei fatti e nelle sentenze cosa fu la loggia P2. Una associazione cospirativa, che ammantata dal sapore di destra democratica e con la responsabilità e complicità dello Stato, fu implicata e mandante, nella figura di Gelli, nella strage della stazione di Bologna del due agosto 1980 e in molti altri fatti oscuri di quel ventennio di sangue.

So i nomi, i mandanti, ma non ne ho le prove scriveva il Poeta e forse quelle parole gli costarono la vita.

Per curiosità, provate a scorrere i punti di quel programma e ditemi se non vi sembra che molti di quei punti si possano derubricare come ‘fatti’, cioè eseguiti, compiuti, insomma: riusciti. L’intento chiarissimo era infatti moderatizzare’ e ‘destrificare’ l’Italia.
Nel programma vi è chiara la volontà di rendere “democratica” la Repubblica eliminando gli elementi di attrito, lotta e aggregazione di sinistra quali il Pci e la CGIL.  Porre cioè un argine  per mettere in un angolo circa il 30% della popolazione italiana. L’obbiettivo mi sembra ampiamente raggiunto, quarantasei anni dopo la scoperta del programma della loggia nel sottofondo di una valigia della figlia del non compianto venerabile, possiamo dire che l’argine ha addirittura prosciugato il fiume. Quel trenta per cento della popolazione non esiste più o forse non ha più rappresentanza, quindi si può ‘crocettare’ la casella morte della sinistra italiana.

La volontà di creare due partiti, uno comprendente i moderati di PSI-PSDI-PRI-PLI di sinistra e DC di sinistra e l’altro di destra DC-PLI-Destra Nazionale, non è stato completato solo per il numero dei partiti citati e per i nomi degli stessi, partiti, ma la vocazione americanista di aggregare tutto al centro con un occhio buono sulla destra mi sembra assolutamente raggiunta.

E che dire della creazione di una TV privata? La nascita di Mediaset negli anni ’80 ha aggiunto un duopolio libero e democratico (sic.), fors’anche con la spinta di Gelli sull’iscritto 1816.

La volontà di cambiare le menti degli italiani, lavorando sulla scuola e sul controllo dei mass-media risulta molto chiare tra le righe del programma di rinascita democratica.
Si vuole inculcare, anestetizzare, instillare, indottrinare, creando una popolazione di ottimi soldatini, applicando il modus operandi di “libro e moschetto, fascista perfetto”.

Occorre intervenire sulla magistratura, dice il saggio, come pure occorre eliminare le province e diminuire il numero dei parlamentari.

Tanto un  parlamento così simile, non ha bisogno di una folta rappresentanza democratica.

Non vi sembrano temi di stratta attualità?

Credo però che queste tematiche, non siano poi tanto di moda, in questo lontano 2020, le persone hanno altro a cui  pensare, ma io che spesso faccio come le cheppie, (nuoto contro corrente), penso invece siano temi da discutere, leggere e ricordare.

Soprattutto quando si cerca di eliminare negli anni e col tempo il significato di antifascismo. In quanti della destra democratica e pure tra la galassia dei moderati ritengono il fascismo un argomento da derubricare nei libri di storia, confinandolo in una ventina d’anni bui trascorsi nella prima metà del secolo? Quanti sbuffano quando si toccano i temi di un fascismo ancora vivo per decenni dopo la liberazione, insinuato tra le fila delle stato, delle fdo, dei rappresentati delle forze democratiche del nostro paese?

Sono un matto, sono un vetero, sono trinariciuto?

Può darsi, ma l’ideologia che ha insanguinato il secolo breve, continua a gocciolare e percolare tra le fila di una popolazione forse non ancora matura, forse ancora desiderosa di avere un uomo forte che decide per te, forse non ancora vaccinata contro il batterio nero.Mi aspetto tra i commenti, un ottimo e Stalin?
Non deludetemi.

Io non sono nessuno per avere la risposta per quello che è il punto focale della anomalia dell’Italia, il connubio tra stato e malavita, tra stato e poteri occulti, tra stato / mafia e terrorismo.
Se un mago Merlino, non scoperchierà questa pentola del diavolo forse mai l’Italia potrà fregiarsi del titolo di Repubblica democratica, fondata sulla verità e non sulla menzogna.

Aggiungo pure la volontà, scientifica e cosciente di adottare quella che fu la strategia della tensione, nata con le bombe fasciste, lanciate a bella posta per fare reagire un terrorismo rosso, molto spesso composto da rampolli della buona borghesia di quegli anni, che uccidevano nella convinzione di essere una avanguardia, mentre gli operai stavano con Guido Rossa. Lo credo realmente, i morti di quegli anni, hanno aiutato il programma della loggia di estinzione del più grande Partito Comunista d’occidente, proprio partendo da quegli anni di piombo.

Chiamati così, per ucciderli meglio.

GLI SPARI SOPRA
Immagina il mondo di John

Ferraraitalia ospita una nuova rubrica: GLI SPARI SOPRA (il riferimento è alla canzone di Vasco Rossi), così abbiamo voluto chiamare i ‘pensieri eretici’ di Cristiano Mazzoni, molto conosciuto in città anche sotto il nome ‘Il Comandante’ (questa volta il riferimento è a Che Guevara). Dunque: pensieri di un comunista: una razza che oggi molti vorrebbero in via di estinzione. Pensieri che rivendicano il valore di una grande storia e la critica, anche urticante, a una Sinistra che sembra aver smarrito ogni orizzonte. Si può essere d’accordo o meno con ‘gli spari sopra’ di Cristiano Mazzoni’, ma è difficile non apprezzare la sincerità e la passione che li anima, la intatta speranza in un mondo di liberi e uguali.
(La Redazione)

Sinceramente, io non ci vedo nulla di strano sul fatto che la destra odi profondamente Immagine di John Lennon. Anzi, lo rivendico il mio amore per quella canzone simbolo. Di più, ne sono felice.

Immagina non ci sia il Paradiso
è facile se ci provi
Nessun inferno sotto di noi
Sopra di noi solo il Cielo
Immagina che la gente
viva per il presente…

Immagina non ci siano paesi
non è difficile da fare
Niente per cui uccidere o morire
e nessuna religione
Immagina che la gente
viva la loro vita in pace..

Puoi dire che sono un sognatore
ma non sono il solo
Spero che ti unirai anche tu un giorno
e che il mondo diventi uno…

Immagina un mondo senza possessi
mi chiedo se ci riesci
senza necessità di avidità o fame
Una fratellanza di uomini
Immagina che la gente
condividere il mondo intero…

Puoi dire che sono un sognatore
ma non sono il solo
Spero che ti unirai anche tu un giorno
e che il mondo viva come uno…

Come può un inno alla gioia, alla vita, alla pace, all’unità dei popoli essere apprezzato dal parlamentare europeo Susanna Ceccardi, da Giorgia Meloni o addirittura da Steve Bannon.
Il poeta immaginava un mondo mai nato, senza barriere, senza schiavi e né padroni, senza il sopruso del capitale, dove gli uomini non fossero merci, senza guerre e senza armi, dove pure non esistessero nemmeno i motivi per uccidersi l’un l’altro.

Come può una folle utopia così essere apprezzata da chi ritiene siano sacri i confini, da chi suddivide i popoli in nazioni, etnie e religioni, da chi difende i nostri valori? Ma di chi e quali? Ma Lennon si ispira a Marx? E quindi? Sai che novità.
Ci mancherebbe pure che una destra illiberale, omofoba, misogina, guerrafondaia, amante delle armi, costruttrice di muri, possa, anche solo minimamente apprezzare questo inno, questa poesia Hippie.

Sta veramente nella vastità del ‘pipino’ che mi interessa confutare il pensiero sovranista “Immagini un mondo senza confini, religione e proprietà privata – dice la candidata del Carroccio – Un mondo così qualcuno lo ha immaginato e ha fatto milioni di morti” (Ceccardi) o “inno all’omologazione mondialista” (Meloni). Sarebbe impossibile convincere chi è già convinto dell’ ”aberrazione” delle parole di Immagine, che Lennon, Marx, Gramsci e qualche altro ragazzo avevano in mente un mondo mai realizzato (forse irrealizzabile), che nulla ha a che vedere con una dittatura, foss’anche del proletariato, ma assolutamente mai dell’apparato.

Le parole del poeta dagli occhiali tondi e dai capelli lunghi, io le ricordo sulla mia prima tessera della FGCI del 1984, mi riempirono d’orgoglio e tuttora lo fanno, mi fanno sentire realmente meno solo, mi avvolgono tra le braccia di un sogno mai nato, ma sicuramente non ancora morto.
Ai fili spinati, agli steccati, ai muri, agli impuri, ai diversi, alle armi, alle razze, John contrappone l’uguaglianza, che alcuni chiamano omologazione (sic), crede nei diritti per tutti e non solo per qualcuno, le sue parole spezzano la spada della santa inquisizione.

Ci raccontano di una terra d’Utopia, dove non esiste nessun motivo per uccidere, dove i privilegi sono estinti, dove la natura torna ad essere madre e non oggetto di sfruttamento. Questa canzone è una manifesto è un monito è una speranza.
Impossibile, irrealizzabile, ‘buonista’, bei sogni,? Mah… Forse ce ne accorgeremo troppo tardi, questo mondo che si basa sulla produttività, sul PIL, sulla liberalizzazione delle merci e sulla schiavitù degli uomini, sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e dell’uomo sulla natura, questo mondo sta per implodere.

E chissà se a qual punto qualcuno dirà:
-Cazzo! forse John Lennon aveva ragione, e neppure Marx ci era andato troppo lontano.

I RITI CAMBIATI:
nella pandemia reinterpretiamo la nostra esistenza

Quando si dice che è ‘un rito’, si intende qualcosa che stancamente ripete se stessa. Poi ci sono ‘i riti’, i riti al plurale che sono cerimonie, celebrazioni, culti con le loro liturgie, laiche e religiose. Non possiamo fare a meno dei riti, perché i riti confermano le nostre appartenenze. La famiglia ha i suoi riti, una volta legati al desco. Il corteggiamento ha i suoi riti, fino all’anello di fidanzamento e alla promessa. Il lavoro ha i suoi riti, le entrate e le uscite, le divise come paramenti sacerdotali, le ore di fatica. Anche la memoria ha i suoi riti negli anniversari. A guardarci intorno scopriamo che tutta la nostra esistenza è una costante di riti, procedure, recite, rappresentazioni, liturgie, copioni.

Poi, un giorno accade che il grande palcoscenico della vita improvvisamente prende la forma del coro del dolore e della cavea della paura. Il rito si spezza, si frantuma, il complesso delle norme che lo definiscono e lo descrivono viene meno. È accaduto in questi giorni di eccezionalità, in cui abbiamo dovuto difenderci dal rischio del contagio.
I riti sono cambiati, altri ne sono stati confezionati come l’uso della mascherina e il distanziamento fisico. Altri ancora sono stati negati come la condivisione del lutto. La morte, che una volta era accompagnata dai vivi, per confermare che la vita non si ferma, è stata lasciata sola, tenuta a distanza, perché non sapevamo se la vita avrebbe continuato a scorrere, tanto la morte dominava incontrastata sui nostri timori e sui nostri rifugi.

Le comunità si riconoscono nei loro riti, che sono il racconto dei loro miti e la costruzione delle loro simbologie, le forme che abbiamo dato alla narrazione della nostra cultura. Al posto dei riti sono rimaste le autobiografie, quelle che lasciamo scritte ogni giorno sui social a cui accediamo, a cui affidiamo la trasmissione dei messaggi come parte di noi stessi, di quello che siamo. Lasciamo testimonianza della qualità delle nostre biografie. Qualcuno un giorno studierà le forme che hanno assunto i nostri racconti e i prodotti dei nostri pensieri come l’espressione di una cultura indigena.

Non ci siamo resi conto che si è aperta la porta per uscire dal rito, per uscire dalle nostre autobiografie. Che non abbiamo più nulla da celebrare. Perché quella che abbiamo vissuto non è una pausa, non è una sospensione, ma è stata una rottura delle nostre sacralità, dei riti a cui eravamo convocati, dei nostri sacerdozi. Forse l’ultimo episodio di una stagione che ha rincorso le ombre delle costruzioni che ci siamo eretti. Abbiamo dovuto dismettere le nostre anime colpite dallo stupore della sorpresa, dall’imprevedibilità dell’imperscrutabile, abbiamo scoperto di tremare, di essere come la tribù ancestrale che teme l’ira delle divinità. Abbiamo veduto e ascoltato lo sciamano pronunciare la sua preghiera agli dei, agli idola specus, nello spazio lasciato vuoto pure dal tempo, sotto le intemperie della natura.

Questa rottura è una ferita benefica che ha sollevato il velo sulla nudità che siamo, sulla  fragilità delle nostre liturgie, sull’insensato abbarbicarci alle ridondanze che si infrangono contro l’inatteso e l’improvviso, e non ci sono altari da innalzare e numi da pregare. La nostra solitudine è fuori e dentro di noi, temere la solitudine è come temere se stessi, l’unica speranza è quella di non coltivare speranze per prendere la vita nelle nostre mani. Senza fingerci cammini e mete, continuare ad arare, a coltivare la terra, a piegarci alla fatica per coloro che verranno dopo di noi e forse ce ne saranno riconoscenti, come si usa, nella memoria.

Siamo usciti dai riti e dalle nostre autobiografie per ritrovare il cielo stellato sopra di noi e la legge morale dentro di noi. Occorre fare igiene nelle nostre menti, provvedere alla raccolta differenziata dei cascami delle nostre certezze, correre il rischio della pulizia delle nostre presunzioni. Sgombrarle dall’occupazione dei pensieri sedimentati, dagli incartamenti degli incanti. Dimenticare le usanze per far spazio alle incognite, svuotare gli abiti della zavorra di cui li abbiamo caricati, seminare per dare inizio a nuovi raccolti. Ripartire dall’interrogativo socratico Ti Esti, che cos’è? Che cos’è quello di cui parliamo, che cos’è quello che facciamo, che cos’è quello che siamo, che cos’è quello che vogliamo essere.

Il nuovo secolo ancora non aveva posto nell’urna le ceneri del venir meno del sentimento religioso, del tramonto della metafisica e della crisi delle ideologie. La dimensione globale della pandemia ci ha posto con inesorabile prepotenza innanzi al nostro Essere e al nostro Tempo, per dirla con il filosofo, alla sfida nuova, alla capacità di saperla cogliere, alla necessità di dare una svolta ermeneutica alle nostre vite, al coraggio di reinterpretare l’intera dimensione umana. E questo con ogni probabilità è solo il primo capitolo, perché altri ben presto se ne aggiungeranno, e non potremo correre se non ci libereremo delle pastoie che ancora legano le nostre menti.

Smisurata preghiera

Un germoglio. Un aforisma, un incipit, un motto celebre, un proverbio, una frase ‘rubata’ a questo o a quel grande autore. E dal germoglio esce una riflessione, spunta un pensiero nuovo, germogliano parole che hanno a che fare con il nostro presente. Questa volta il germoglio da cui partire è una frase di Giuseppe Pontiggia. La rubrica Germogli inaugura la settimana di Ferraraitalia. La trovate tutti i lunedì, nella prima ora del mattino.
(La redazione)

Stavo per cedere anch’io, come tutti, dalla mia poltrona, alla tentazione di commentare e decodificare la conversione di Silvia Romano: le motivazioni della sua scelta di cooperante, le eventuali imprudenze commesse, la sindrome di Stoccolma, la volontà dei carcerieri di abitare la sua anima e di prenderne possesso, il suo libero arbitrio. Poi sono incappato in una frase, che mi ha fatto precipitare con semplicità dentro l’abisso dei suoi ultimi diciotto mesi di vita. E non ho sentito il bisogno di aggiungere altro.

“Nel momento in cui si è soli, la preghiera spezza la solitudine del morente.”
Giuseppe Pontiggia

Una pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

Per leggere i germogli delle settimane passate, clicca [Qui]

PRESTO DI MATTINA
Ascensione, ovvero sostare sulla cengia del monte

Può sembrare un paradosso, eppure questo innalzamento della nostra umanità, accanto a Gesù risorto e asceso al cielo, non rappresenta una via di fuga, un invito ad estraniarci dal mondo, ma, al contrario, vuole restituirci ‘la famigliarità con la terra’: “Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che di mezzo a voi è stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo” (At 1,11). Sappiamo infatti che nonostante la sua partenza, egli è con noi “tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20), quasi a voler preservare uno spazio di famigliarità proprio nel cuore di questa terra che continua ad essere ostile, dolorosa segnata dalla violenza.

È come se si fosse generato un corridoio umanitario, una zona sminata in cui continuare a camminare insieme a lui, con fiducia e generosità, verso una terra nuova capace ancora di portare frutto, di generare ancora, nello Spirito del Risorto, luoghi di gratuità, di servizio e di dono disinteressato, solo in presenza dei quali la famiglia umana è in grado di restituire alla terra ferita e mortificata il respiro profondo e rasserenante della speranza. L’ascensione invita dunque ad avere lo sguardo di Gesù: a guardare cioè alla terra e alle vicende che vi si svolgono con i suoi occhi che penetravano il ‘dentro’ delle cose, spingendosi oltre le apparenze, per coglierne il cuore. Quello sguardo penetrante perché alimentato da un amore creatore, che lo portava fin dentro lo smarrimento e le tenebre umane per ritrovare la dignità perduta, per riscoprire una via di bene là dove si vedeva solo smarrimento e disperazione.

Pure l’apostolo delle genti esorta a lasciarci illuminare gli occhi del nostro cuore per comprendere a quale speranza ci ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità, capace di trasfigurare tutte le cose (Ef 1,23). Come a dire che anche quando la nostra terra sembra ai nostri occhi inavvicinabile e inabitabile come un roveto spinoso, e l’umanità invivibile come un ronzante e pericoloso alveare, assumendo il suo sguardo tutto si trasforma consentendoci di cogliere la dolcezza del miele che quell’alveare contiene, la rivelazione di Dio che si cela nel roveto ardente, la prossimità di “Colui che fa partire”, e che ha promesso di restarci accanto per sempre nel cammino dell’esodo umano su questa terra.

Simone Weil ci ricorda che “non è dal modo in cui un uomo parla di Dio, ma dal modo in cui parla delle cose terrestri, che si può meglio discernere se la sua anima ha soggiornato nel fuoco dell’amore di Dio” (Quaderni, 4, 182). E Gregorio di Nissa con una potente allegoria naturalistica ci ricorda che “nelle acque del Giordano, immagine delle potenze della Terra, il Cristo s’immerge e Egli le santifica. […] ne esce gocciolante, sollevando il Mondo con Sé” (La grande catechesi, 103-104). Ecco il senso profondo dell’Ascensione di Gesù, un movimento di nuova creazione, di portata non solo terreste ma cosmica. Non è quindi guardando il cielo che noi diventiamo più umani e riceviamo l’adozione a figli, ma seguendo la via di una “concretissima incarnazione”, lasciandoci guidare dall’amore e dalla pazienza di Cristo. La nostra capacità vien da lui, che ha “portato vicino il lontano, e reso l’estraneo un fratello. Se si conosce lui nessuno è un estraneo, nessuna porta è chiusa” (Rabindranath Tagore).

Volendo, potremmo allora leggere il significato dell’ascensione, più che guardando a un distaccato empireo celeste, ripensando ai molti monti che nella sua vita terrena Gesù volle salire. L’ascesa al monte delle beatitudini, dove Egli solleva e attrae a sé i poveri, gli afflitti, coloro che hanno fame e sete di giustizia, e tutta quella moltitudine che ai suoi occhi è l’erede del Regno dei cieli. Il monte della trasfigurazione, in cui rivela la sua familiarità con Dio Padre, la fiducia incondizionata in lui, la gioia di essere il Figlio amato simboleggiata dalla veste splendente. Sempre sul Tabor egli viene confermato nella sua decisione di proseguire nel cammino di liberazione, in compagnia di Mosè, il liberatore dalle schiavitù di un popolo, e di Elia liberatore dalle schiavitù degli idoli, vecchi e nuovi e delle false immagini di Dio con cui si asserviscono gli uomini rubando loro la libertà. Il monte Sion verso il quale, dopo la trasfigurazione, si dirige – il suo e nostro esodo – per imboccare la via crucis che porta sull’altura del Golgota, il luogo del cranio fuori della città, ma pure il preludio della sua Pasqua di risurrezione: smisuratezza del suo amore per la nostra umanità terrosa e palustre. Penso allora che non si debba pensare all’ascensione come una scalata al cielo, la ricerca di una perfezione impossibile fuori dell’umano, un’aspirazione su cui proiettare le nostre frustrazioni alla ricerca di uno status semidivino, come nei miti greci o romani. Una sorta di alibi per non morire e risorgere in e con questa nostra umanità, o per sottrarci a quel mistero della vita che è vocazione a vivere il gesto del rialzare chiunque sia caduto, nello stesso modo in cui Gesù prese la mano del paralitico e disse: “Alzati e cammina”.

Quando la chiesa primitiva accolse le immagini del mondo antico per esprimere l’ascensione del Crocifisso risorto, liberatore vittorioso sulla morte, demitizzò i racconti degli eroi che scalavano con sforzi titanici la montagna del cielo per conquistare la gloria di semidei. Rispetto a questo immaginario, la figura di Gesù che fu annunciata fu quella di un antieroe: la storia della sua buona novella, quella di una morte vinta da un amore rimasto pienamente umano e ospitale – anche verso i nemici – nella forma di un perdono incondizionato e irreversibile che fa rinascere e ricrea; un amore che cresce come il granello di senape, che, innalzatosi sopra tutti gli arbusti, si prende poi cura degli uccelli del cielo con la sua ombra, come il lievito nella pasta che da poca cosa fa crescere il tutto, come il seme della parola gettato senza ritegno anche sulla strada preda dei volatili, tra i sassi e tra le spine soffocanti da un prodigo seminatore che resta fiducioso perché comunque sa che il seme porterà frutto. L’ascensione è allora come una sosta su una cengia di montagna, salendo verso la cima: un momento di riposo da vivere con tranquillità; quella che scaturisce dal sapere finalmente a chi apparteniamo, su chi facciamo affidamento e da cosa dipende veramente la nostra vita.

Me l’immagino come quell’estate – erano gli anni del ginnasio in seminario – quando don Giulio e don Marcello ci portarono sulla cima Catinaccio, un terzo grado, molti appigli e solo qualche chiodo qua e là nella roccia. Don Marcello guidava la cordata, specie nei passaggi difficili, e sapevi di poter contrare su chi era a due tiri di corda avanti anche se non lo vedevi più. Si pensava anche agli altri, quelli ancora giù. Si dava una voce di tanto in tanto e li vedevi affiorare, dopo l’ultimo tiro di corda, trafelati, ormai sulla cengia anche loro. A metà salita arrivarono anche le nubi e una grande nebbia avvolse la montagna. Non si vedeva più in là di un metro, ma la corda ci serviva come traccia. Mi sentii allora come fossi solo, ma poi la voce di don Marcello che finalmente gridò, arrivato in cima. L’eco riempì la valle fin giù per i canaloni e il cuore si allargò di un respiro profondo di sollievo. Ma non era finita. La discesa fu bagnata, così giungemmo zuppi fradici al rifugio. Non riuscimmo a slegare i nodi della corda che ci aveva dato sicurezza, perché a quel tempo le corde erano ancora di canapa e per l’acqua e il freddo si erano indurite come il ferro. Ridevamo di gioia cambiandoci così legati gli indumenti bagnati. E mentre ci riscaldavamo in attesa di una zuppa bollente, io pensavo che un’altra corda ci aveva legati, quella dell’esserci fidati gli uni degli altri.

Ricordo anche, come fosse ieri, quando nel 2004 stavo ritornando dal convegno missionario nazionale di Bellaria della Chiesa italiana. Ero in treno seduto di fronte a suor Maria Costanza delle suore della carità missionaria in Centrafrica, con suor Emma Luisa e suor Maria Francesca, ferraresi entrambe. Chiesi quindi alla prima: “qual è il passo della scrittura che ritorna sempre come leitmotiv della tua vita?”. Non ebbe esitazione e disse: “Io so in chi ho posto la mia speranza”. Non si ricordava il riferimento biblico preciso, che poi scoprii essere una parola di Paolo a Timoteo: “Ti ricordo di ravvivare il dono di Dio, …egli infatti non ci ha dato uno spirito di timidezza, ma di forza, di carità e di prudenza…, so, infatti, a chi ho creduto e ho fiducia che egli è capace di custodire fino a quel giorno ciò che mi è stato affidato” (2Tm 1,12).

Marie-Melanie Rouget (1883-1967) in arte Marie Noël, coglie le due facce di questa festa: “Il giorno dell’ascensione ci attira là dove Egli è, nella sua alta divinità, e ci porta su verso Dio sulla sua strada./ Oh ascensione, elevazione a Dio, esame dell’anima, giorno cieco, perduto nella mutevolezza del mondo, nel quale ti lascia l’Uomo Dio, che hai seguito, che hai amato, ti lascia, senza guardarti, e ti lascia nella sua luce senza volto, (che e) lo Spirito Santo”, (Notes intimes, Ed. Stock, Parigi 1966, 256). Gli fa eco p. Teilhard de Chardin, il gesuita paleontologo e mistico dalle visioni ardenti: “Gli uni dicono: – aspettiamo pazientemente che il Cristo ritorni -. Gli altri: – Finiamo piuttosto di costruire la terra.- E i terzi: – Per affrettare la Parusia, finiamo di costruire l’uomo sulla terra – “, (P. Teilhard de Chardin, Il Cuore del Problema (1949), in L’avvenire dell’uomo, 339).

Presto di Mattina, la rubrica di Andrea Zerbini, esce tutti i sabati.
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PRESTO DI MATTINA
Pentecoste e il ‘rigioco della speranza’

Si entra nel Regno di Dio giocando! Penso che si possa intendere anche così l’ammonimento di Gesù quando ci dice che “Se non diventeremo come bambini, non entreremo nel Regno dei Cieli”. In che cosa infatti sono da imitare i bambini? Perché sono più grandi e degni del Regno di Dio? Perché sono inclini alla ricezione, sono disponibili a lasciarsi coinvolgere, a mettersi in gioco, a immedesimarsi, interpretare, trattenere in sé stessi, come una ragnatela, un radar per intercettare il reale che s’imprime in loro dal di fuori. Essi fanno così discernimento, apprendono, rielaborano, come un caleidoscopio, e ricreano la realtà ‘ri-esprimendola’ con il movimento del loro cuore di sistole e diastole, interiorizzazione ed estroversione; vengono impressi e si esprimono a loro volta. In una parola, ‘irradiano perché si sono lasciati irradiare’.
Allo stesso modo, i credenti che si mettono in gioco e si lasciano prendere dal Vangelo della gioia, ‘mollano gli ormeggi’ delle loro resistenze e prendono il largo. L’annuncio del Regno non rimbalza loro addosso come fossero roccia refrattaria, ma essi si fanno porosi e permeabili al Vangelo, come rocce ospitali ad acque sorgive, che li impregna e risgorga in loro rendendoli conca e canale dell’acqua viva dello Spirito, portatori di significati nuovi per gli altri. Occorre allora ri-diventare discepoli tramite la ‘scienza’ dei bambini: ovvero attraverso quel esercizio vitale dello spirito che è il gioco. Non per finta, intendo. Ma con la serietà del bambino che s’immerge nella propria attività, che vi ‘mette tutto se stesso’, senza risparmiarsi, con tutto il proprio corpo, intrecciando nella gestualità pensieri e azioni, facendo riemergere e rigiocando tutto quanto si è impresso in lui della realtà, che egli ha colto e accolto dall’esterno.

È lo stesso processo di assimilazione creativa che genera i loro sogni. Ne nascono fantasie, immagini, invenzioni che i bambini poi rigiocano al di fuori, sparpagliandoli, a testimonianza dello spirito che li abita. Quell’atteggiamento cui penso alludesse Gesù quando disse che “ogni scriba divenuto discepolo del regno dei cieli è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche” (Mt 13,52). Così, in fondo, è stato anche del ‘sogno di Dio‘, rigiocato prima da Gesù con il suo annuncio e la sua vita e poi nuovamente rimesso in gioco dal suo Spirito consolatore a Pentecoste. Tanto da far dire a Paolo, l’apostolo delle genti, impressionato dalla luce del Risorto sulla via di Damasco e poi divenuto “strumento eletto per portare il mio nome dinanzi ai popoli” (Atti 9, 15): “Sia benedetto Dio, il quale ci consola in ogni tribolazione” (2 Cor 1, 3.4).
Tutto ciò mi richiama alla mente il sogno di Dio narrato dal profeta Zaccaria, il quale, nelle sue visioni, si prefigura il ricostituirsi del popolo di Dio disperso nell’esilio babilonese. In queste profezie è come se Dio sedesse, sconsolato, sui gradini del tempio di fronte a una città deserta, svuotata dei suoi abitanti e sprofondata nel silenzio: e lì Egli sogna la sua città com’era prima, brulicante di gente, di anziani e bambini schiamazzanti nelle piazze. Finché, ridestandosi da quest’immagine oramai perduta, promette a se stesso che “non può finire così; non può restare solo un bel ricordo; io sono un Dio fedele, lento all’ira e grande nell’amore; nulla mi può impedire per questo amore di ristabilire le sorti, di benedire ancora il mio popolo con quella benedizione capace di consolare e rinnovare l’alleanza”.
Così dice il Signore delle costellazioni: vecchi e vecchie siederanno ancora nelle piazze di Gerusalemme, ognuno con il bastone in mano per la loro longevità. Le piazze della città formicoleranno di fanciulli e di fanciulle, che giocheranno sulle sue piazze. Così dice il Signore delle costellazioni: Se questo sembra impossibile agli occhi del resto di questo popolo in quei giorni, sarà forse impossibile anche ai miei occhi?” (Zac 8, 4-6).

Le letture bibliche di questa VI domenica dopo Pasqua, con l’intreccio di verbi che le caratterizza, sono un invito alla ricezione e al rigioco: esse richiamano quella capacità di agire, di fare passi incontro, anche quando il movimento sembra partire da altri. Non si tratta infatti di replicare, ma di ricreare in modo nuovo: perché ‘ricevere‘ e ‘rilanciare‘ vanno all’unisono, tanto nel gioco quanto nella vita. L’intensità contenuta nell’azione ricevuta trova maggior slancio e ardore in chi, facendosi parte attiva della relazione, rilancia quanto ha ricevuto. Prima lettura: a coloro che “erano stati soltanto battezzati nel nome del Signore Gesù, i discepoli imponevano loro le mani e quelli ricevevano lo Spirito Santo” (At 8,17); seconda lettura: “Carissimi, adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi. Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto, con una retta coscienza” (1Pt 3,15-16); vangelo: “Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre” (Gv 14, 15). Osservare (ob-servare) significa tenere gli occhi addosso, spalla a spalla, l’uno per l’altro; prendersi cura dell’altro, custodendo il comando dell’amore nelle relazioni e nelle proprie scelte. Aiutati in ciò dal Consolatore, Colui che resta e, continuando la presenza e l’opera di Gesù, insegna a fare memoria in noi della benedizione e della consolazione.

Maestri di questo stile di vita, allenatori di questo gioco in cui siamo chiamati a rilanciare l’amore ricevuto, sono Paolo e Barnaba (i.e. figlio della consolazione): “Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione! Egli ci consola in ogni nostra tribolazione, perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in ogni genere di afflizione con la consolazione con cui noi stessi siamo consolati da Dio” (2Cor 1,4). Un intreccio di relazioni quanto mai in sintonia con questo tempo dopo la Pasqua: un tempo unico di celebrazione e di vita incentrato sui suoi tre fuochi: il Figlio, il Padre, lo Spirito. Un’unica universale benedizione si sprigiona dalla risurrezione del Cristo dai morti, ascende con Gesù al Padre, per poi discendere con l’invio dello Spirito sui discepoli. Un tutt’uno, dunque, ben presente ai Padri della chiesa, per i quali le celebrazioni dopo la Pasqua non si distinguevano da essa, tanto da considerare i cinquanta giorni che disgiungono la Risurrezione dalla Pentecoste un unico grande giorno pasquale. Di qui il segno liturgico che, anche oggi, ci ricorda questa inscindibile connessione unificante: il Cero Pasquale sempre acceso, nell’unico tempo intervallato da cinquanta notti, che ci separa dall’arrivo dello Spirto.

Così, protesi al compimento della Pasqua che avverrà a Pentecoste, sulle orme del Risorto, proviamo questo esercizio spirituale che è il ‘rigioco della speranza‘. Si è ricevuto speranza: si rilancia sperando per tutti. Benedetti, si risponde benedicendo. Consolati, si reinfonde consolazione. Un po’ come nella storia di Rut (=amica), la straniera che, pur nella sua vedovanza, non rinuncia a farsi carico di Noemi, la suocera, e decide, per il bene ricevuto, di restarle accanto, ritornando con lei a Betlemme, la casa del pane. Noemi (=delizia) cambiato in Mara, (=amareggiata) potrà alla fine dire, non solo di Dio e di Booz, il suo parente che sposerà la nuora, ma anche di Ruth la straniera: “Benedetto colui che non rinuncia alla propria bontà” (Rt 2,20). Del resto, chi è, veramente, colui che è benedetto? Chi non rinuncia a benedire. E chi il consolato? Chi non rinuncia a consolare. Non stupisce allora che il termine ‘bontà’ sia reso in ebraico con hesed, fedeltà, come amore che scaturisce da viscere di compassione materne. Quell’amore Consolatore che a Pentecoste scenderà con l’impetuosità del vento e si dividerà in tante lingue come di fuoco; e posandosi sui discepoli infonderà loro vita, così da generare una ‘moltitudine di consolatori’, composta da tutti coloro che, come Lui, non rinunceranno a ‘stare vicino’ (parakaléin) e a ‘lasciarsi coinvolgere quando chiamati’ (ad-vocati). Tra essi, v’è sicuramente don Alessandro, che prima di ricoverarsi in ospedale scriveva ai suoi parrocchiani di Malborghetto invitandoli a non rinunciare “all’occasione di ritrovare uno sguardo di amore vero, sincero, buono verso il nostro prossimo… ‒ e continuava ‒ il nostro prossimo”.

Pensavo in questi giorni a una riflessione di Don Milani che sento molto mia. Più o meno era così: “Caro Signore, a voler essere sincero, mi rendo conto di averti amato e voluto un bene immenso, ma è molto di più quello che ho avuto per la mia gente e i miei ragazzi. E mi consola la certezza che Tu non dai peso a questi dettagli, che valuti come sciocchezze, perché il tuo sguardo sa dilatarsi e tutto comprendere, tutto discernere, in niente e in nulla si lascia sporcare dai sentimenti feriti, ma sa gioire dove, anche senza saperlo, l’amore lo accoglie, lo comprende, lo serve, lo cura“. E non dimentico, tra la moltitudine di consolatori, neppure il mio parroco don Piero e la sua consolante benedizione. Ricordo che, una mattina in ospedale, avevamo parlato insieme, a tratti. Don Piero faceva fatica a esprimersi, ma io avevo continuato a incalzarlo con alcune domande sul modo in cui comprendere una riforma nella chiesa. E lui, che era di poche parole, mi rispose che il cristianesimo doveva umanizzarsi, volgersi verso l’uomo, perché è attraverso gli uomini che Dio si mostra e vuole essere incontrato da noi. È la strada di un ‘umanesimo essenziale’; poi aggiunse: “La chiesa deve centralizzarsi», centrarsi” ‒ si corresse – e io gli chiesi: “In che senso?”. Rispose: “il centro è Cristo“. Quella volta, la penultima che lo vidi tra noi, gli chiesi di benedirmi. Lo fece con mano tremante e poi, in silenzio, toccò stranamente le cose attorno a lui: il suo braccio, il mio, la coperta, indicò gli oggetti sul comodino, poi sollevò lo sguardo verso di me e, dopo un momento di incomprensione, capii il linguaggio dei suoi occhi, che sembrava mi dicessero: “Ma come, don Andrea, dopo tanto tempo che ci conosciamo non hai ancora capito che già tutto è benedetto? In ogni cosa è racchiusa la benedizione di Dio, perché ogni cosa è suo dono, perché Lui è in tutte le cose”.

La rubrica di don Andrea Zerbini Presto di mattina torna tutti i sabati su Ferraraitalia.
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PRESTO DI MATTINA
La fratellanza e le dodici stelle dell’Europa

La Pasqua è un evento generativo di fraternità. Nel perdono del Crocifisso, che spezza la spirale di vendetta e rivalsa sui nemici, si origina un processo nuovo di riconciliazione nelle relazioni umane. Si spiega anche così la ragione per cui, a partire dalla Pasqua, i discepoli inizino a chiamarsi e sentirsi ‘fratelli’: tanto che negli Atti degli Apostoli sono ben 27 le ricorrenze di questo termine. D’altro canto, a Pasqua si svela la paternità di Dio. Un Dio che non ha lasciato nella tomba colui che, pur di rivelare la sorgente inesausta di un amore estremo – un amore all’eccesso –, non si è sottratto agli insulti e agli sputi, scegliendo di lasciarsi defraudare di questo amore, pur di manifestarne l’irreversibilità e la smisuratezza.

Un ‘amore all’eccesso‘: lo stesso sperimentato dai mistici che non hanno esitato a dare la vita; l’amore di cui sant’Ambrogio dice: “considera oggi l’eccesso della divina carità, e fin dove osò questo amore incomparabile”. Un amore disarmato – egli continua – in perdita, svuotato di sé stesso. Un amore per cui sant’Ignazio negli Esercizi scrive: “Come mai un Dio di tanta maestà sia giunto a tale eccesso di amore da ritrovare il modo con cui stare continuamente dal cielo a trattare e conversare con noi sì miserabili su questa terra”. La stessa ostinazione di amore che Paolo ricorda ai cristiani di Filippi, usando un termine ormai noto a molti, kenosis (svuotamento), pensando al quale mi viene sempre in mente l’immagine di un masso che precipita in un recipiente pieno d’acqua, e tale ne è la forza d’impatto che lo svuota completamente. È con analoga potenza che m’immagino questo Spirito di amore, questa ‘pesantezza di amore’, questa invadenza di amore, che ama per primo. Amore eccedente e sempre risorgente del Padre nel Figlio, amore che è esondato completamente fuori, senza tenere nulla per sé, per inondare l’intero genere umano e liberarlo dal male e dalla morte. Simile, se si vuole, all’amore di un padre e di una madre per un figlio in pericolo.

Apparentemente un ‘amore a perdere’; e nondimeno, come ricordava il cardinal Henry Newmann, generativo di un rapporto di fraternità. Il Figlio, nel dono di sé, diviene il “Primogenito di una moltitudine di fratelli” (cfr. Rm 8,29; Col 1,15); entrando nel mondo e resosi in tutto simile ai ‘fratelli’, egli non si è mai vergognato di chiamarci ‘fratelli’ (cfr. Eb 1,8; 2,18.11). Quando si ama, si accetta il limite, si rimpicciolisce, per amore dell’altro, per fare spazio all’altro, per poi ritrovarsi arricchiti, cresciuti nell’incontro che fa rinascere e aggiunge fratelli.

Ciò vale, beninteso, anche per noi, che aprendo le porte ai fratelli, è come se le aprissimo al Risorto. Sicché, contagiati anche solo un poco da quell’eccesso di amore che è la Pasqua, riusciremo a risultare ospitali verso l’inatteso, lo sconosciuto che chiede di entrare. Scopriremo così che tra i tanti nomi attribuiti a Dio, quello che più gli si addice è Agape, esplicitato in quel gesto del Risorto che spezza il pane nella taverna sulla strada di Emmaus e lo moltiplica per tutti senza chiedere contropartita in cambio. Questo amore è il sacramento della Pasqua, è il grande segno della Pasqua.

Lo celebra il vangelo di domani, che ci racconta di discepoli inizialmente tristi e delusi, in cammino verso Emmaus, che diventano fratelli gioiosi nell’incontro con lo straniero rivelatosi a loro nello spezzare il pane. Don Primo Mazzolari sottolinea che i due discepoli non conoscevano in anticipo – come noi lettori – l’identità dello straniero che si accompagnava loro. Eppure era rimasto in loro qualcosa di quell’amore all’eccesso che Gesù aveva trasmesso in vita, come un frammento eucaristico, un resto di quella dolce e fraterna amicizia che li aveva incantati, tanto da deciderli a divenire suoi discepoli. Così quella santità ospitale del Maestro che non rifiutava nessuno, li apre quanto basta per invitare lo straniero: “Resta con noi perché viene la sera e il giorno reclina nella notte”. Cresce così in loro, lungo il cammino, la capacità di farsi responsabili dell’altro, di dialogare con lui per ricevere la sua novità. Essi passano dall’estraneità alla comunione, che rimette in cammino; sono vivificati da un’amicizia, perduta e ritrovata, che fa nuove tutte le cose. Per questo da quell’incontro, essi scoprono un nuovo inizio e vanno ad annunciare ai fratelli che Lui è vivo, è tra noi ed è destinato a restarvi per sempre.

Anche taluni libri, dopo che li si è letti, paiono destinati a rimanere sempre con noi: si nascondono in qualche piega dell’anima e poi, ogni tanto, si ripresentano, riaffiorano e chiedono di risorgere attraverso una nuova lettura. Uno di questi è per me il libro di un grande biblista gesuita, padre Luis Alonso Schökel (1920-1998), dal titolo Dov’è tuo fratello. Pagine di fraternità nel libro della Genesi, nel quale peraltro, all’inizio del volume, l’autore racconta la parabola del ‘fratello-libro’, di un uomo in solitudine che incontrò un libro, lo lesse, incominciò a rivolgergli domande e a riceverne, tanto che venne a instaurarsi tra i due un legame spirituale così forte, come di fratellanza (è un’evidente metafora che l’Autore utilizza per indicare la relazione di fraternità che dovrebbe legarci ai libri della Bibbia). Ebbene, con questo lavoro padre Schökel si prefisse di indagare le molte relazioni familiari, e tra fratelli, nella Genesi il termine ricorre ben 38 volte. Relazioni spesso macchiate dall’esperienza traumatica e delirante della violenza omicida, fratricida. E tuttavia, l’autore sottolinea come, sin dagli inizi della creazione, accanto alla presenza di questa violenza omicida, si coglie la presenza di un percorso parallelo tracciato dal Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe volto a riaprire e far ripartire nuovamente la vita e l’alleanza creaturale. Per quanto abortita proprio nel suo sorgere con il gesto di Caino, Dio non manca di rinnovare la speranza (un arco di pace), dando avvio nella storia a una nuova alleanza, che lo indusse a porre la sua tenda in mezzo a dodici tribù nomadi per farne un popolo solo.

Si intravede così un ‘passante’ che va oltre il male; una ‘variante di valico‘ per così dire, o un ‘argine’ sotto altri profili, volto a contenere l’altra storia oscura, tumultuosa, di acque torbide, fragorose, irrefrenabili di conflittualità e sopraffazione tra fratelli. Il tutto ancora una volta alimentato dalla disponibilità amorosa e sempre risorgente di Dio, da cui presero ispirazione i molti patriarchi che non si rassegnarono al male. Tra cui mi piace qui ricordare Isacco, il quale, di fronte agli uomini che chiudevano i pozzi da lui scavati per il suo clan, non scelse di vendicarsi, né di muovere guerra, ma decise di scavarne altrove di nuovi. Recobot è il nome di uno di quei pozzi, in relazione al quale nella genesi si legge: “Si mosse di là e scavò un altro pozzo, per il quale non litigarono; allora egli lo chiamò Recobòt e disse: ‘Ora il Signore ci ha dato spazio libero, perché noi prosperiamo nella terra’”.

Vedete: c’è sempre un’alternativa alla violenza e attraverso le storie dei patriarchi, storie di fratelli quasi sempre in competizione e in conflitto (Isacco e Ismaele, Esaù e Giacobbe, Giuseppe e i suoi fratelli, ecc.), riaffiora la speranza, che altro non è – come ci ricorda un proverbio africano – se non una strada di campagna formatasi perché taluno ha iniziato a percorrerla. Per questa ragione padre Schökel, commentando il versetto di Gen 33,10 (in cui Giacobbe, dopo avere temuto la vendetta del fratello Esaù, scopre il suo desiderio di riconciliazione), sostiene che si tratti di un versetto capitale: nella fraternità si riflette il volto stesso di Dio. “Esaù disse: ‘Ho beni in abbondanza, fratello mio, resti per te quello che è tuo!’ Ma Giacobbe disse: ‘No, ti prego, se ho trovato grazia ai tuoi occhi, accetta dalla mia mano il mio dono, perché io sto alla tua presenza, come davanti a Dio, e tu mi hai gradito'”.

La fraternità – si badi – nasce pur sempre dalla differenziazione, e non esige omologazioni, ma chiede di essere riconosciuta e perseguita tramite la ricerca di punti di incontro, trattando, adattando, riprovando sempre di nuovo, senza disperare. Un esercizio, questo, che assomiglia a un gioco: ma non a quello del bambino con la palla, o del gatto con il topo. Un gioco paritario, intrapreso da compagni in posizione di eguaglianza fraterna, non antagonistica, tale da generare un’amicizia profonda, in grado di svelare la realtà buona dell’altro come portatore di benedizione, un’amicizia generatrice di creatività e responsabilità per il bene comune.

Sarebbe bene che lo ricordasse di questi tempi anche l’Europa, cui non guasterebbe ripensare alla propria storia alla luce della fraternità narrata dal libro Genesi. Del resto, le dodici stelle che compaiono nella bandiera europea non rappresentano, come taluni credono, il numero degli Stati fondatori – ed è per questo che rimangono sempre le stesse anche se gli Stati aderenti aumentano. Le dodici stelle furono scelte, semmai, proprio perché in alcune culture nazionali, tra cui la nostra, debitrici di quella ebraica, questo numero simboleggia la perfezione e la completezza nella complessità. Furono dodici, infatti, i figli di Giacobbe da cui originarono le tribù di Israele; dodici le stelle sulla corona della Donna dell’Apocalisse, dodici le porte della città futura, sulle quali stanno dodici angeli e i nomi delle dodici tribù dei figli di Israele (Ap 21, 12). E le dodici porte (aperte) sono dodici perle; ciascuna porta era formata da una sola perla (Ap. 21, 21).

Le stelle nel fondo blu dell’Europa fanno pensare al passaggio del Mar Rosso nel midrash a commento dell’Esodo: “le acque del mare si unirono a formare sopra le loro teste delle volte tracciando dodici sentieri – uno per ciascuna tribù –, e diventarono trasparenti come vetro, per cui ognuna di esse riusciva a scorgere le altre durante il cammino”. Come non leggervi nel numero dodici, che si trasforma in tre (1 + 2) il significato di una trasformazione profonda nel tempo, il passaggio ad una nuova età, ad un cambiamento d’epoca? Le tribù diventano nella loro diversità un unico popolo, non si perdono d’occhio anche se percorrono sentieri differenti, ma trasparenti. La stessa unione nella differenza che attraversa molta della storia biblica si coglie, per esempio, anche dal racconto del sogno di Giacobbe, in fuga da un passato conflittuale, in ricerca di una nuova realtà ancora sconosciuta e soltanto promessa.

“Giacobbe prese allora dodici pietre dall’altare sul quale suo padre Isacco era stato legato per il sacrificio, e disse: ‘Benché fosse nel disegno di Dio far sorgere dodici tribù, né Abramo né Isacco le hanno generate. Se ora queste dodici pietre si uniranno e diventeranno una sola, questo sarà il segno che sono io il predestinato a divenire il padre delle dodici tribù’. Ed ecco il prodigio: le pietre si unirono in una sola, e con questa Giacobbe si fece un capezzale, che a contatto col suo capo divenne morbido e soffice come un cuscino di piuma” (L. Ginzberg, Le leggende degli ebrei, vol. I, Dalla creazione al diluvio, Milano, Adelphi, 1995, p. 156 ss.). Quando si addormentava le dodici pietre si univano, quando si alzava le dodici pietre si separavano di nuovo, quasi a dire il dono e la responsabilità di una unione nella differenza.

L’AUGURIO DI ANGELA VOLPINI, L’ULTIMA MISTICA:
Come trasformare la pandemia in opportunità.

Si dice che una volta, durante le grandi epidemie, la gente trovasse rifugio nelle chiese e cercasse ristoro dall’angoscia della morte nella preghiera, nella penitenza, nella celebrazione religiosa e nel rito. Oggi molte chiese sono chiuse, le celebrazioni interrotte per non alimentare il contagio e, per chi è più devoto, l’unica partecipazione liturgica concessa è quella a distanza, resa possibile dalle tecnologie della comunicazione. Anche oggi però l’inquietudine, che fa emergere lo spettro della morte con modalità inattese per i tempi, si diffonde e si sviluppa man mano che i numeri del contagio e delle morti aumentano.

La quarantena, ancora unico antico rimedio alla diffusione del virus, con la forzata inattività e la privazione di alcuni diritti fondamentali dati per scontati nel tempo normale, obbliga comunque a riflettere, forse oggi come e più di allora. In questi periodi, colorati di disagio e di paura per molti, si aprono per altri, forse per tutti, spazi inattesi dove riprendere contatto con sé stessi, con la propria interiorità e con quella che potremo chiamare la componente spirituale della vita; essa sale alla coscienza di molte persone, proprio ora; ora che sono ridimensionati gli obblighi del lavoro, che sono cambiati i riti del consumo, che sono minati i presupposti della libertà obbligatoria cantata da Giorgio Gaber; ora che l’ansia egoistica per il domani è un poco sostituita da un certo affanno e da un’incertezza sconosciuta e di più vasta portata.
Proprio in questi giorni, le parole di chi ha vissuto esperienze spirituali autentiche, possono risuonare con esemplare chiarezza nelle anime liberate dal peso dello scontato quotidiano così caratteristico di un mondo troppo veloce, troppo competitivo, troppo impersonale, troppo materialista: il mondo in cui siamo vissuti fino a pochi giorni fa. Esperienze spirituali che nella forma della mistica – con la sua millenaria, concretissima tradizione che abbraccia tutti i popoli – mostrano vie di conoscenza sorprendenti, percorsi capaci di suscitare il senso del divino nel cuore, traiettorie di crescita personale che non di rado portano copiosi frutti nella società e nella cultura, danze che sembrano connettere le più estreme acquisizioni scientifiche con le più antiche sapienze tradizionali; sentieri infine, percorrendo i quali si può vivere la pienezza della felicità,  finalmente indifferenti alle manipolazioni di una propaganda martellante che ha fatto della vita comune un deserto spirituale, una prigione soffocante e non di rado triviale.

Angela Volpini, nata nell’Oltrepò Pavese nel 1940 fu protagonista negli anni 1947-1956 di una straordinaria sequenza di esperienze mistiche, che per anni riempi le pagine di riviste e giornali dell’epoca. Tra le rare donne, giovanissima, a partecipare ai lavori del Concilio Vaticano II, più volte accolta all’Accademia di Francia, ha avuto modo di conoscere e frequentare personaggi notissimi che vanno dal Vescovo Romero a Padre Pio, da Edgar Morin a don Zeno Saltini; è stata amica di protagonisti anche controversi quali Pier Paolo Pasolini, Raimon Panikkar, Gianni Baget Bozzo, Autrice di numerosi libri ha dedicato la vita a diffondere in modo originalissimo un messaggio d’ispirazione mariana estremamente innovativo e quanto mai attuale: una visione profetica, che si radica nella responsabilità  dell’autocreazione e che delinea la possibilità concreta di una comunità umana fondata sull’unicità di ogni persona, sulla incoercibile libertà  personale e sulla creatività umana che si manifesta incessantemente nella storia.
Ecco quel che ci dice Angela di questa pandemia globale che, toccando tutti in varie forme, interroga ognuno personalmente.

“Sento la paura collettiva del morire come il grido di un bambino quando è tolto dal suo gioco preferito.
Tutti vivono nella speranza di trovare il senso della propria vita, e questo è quanto basta alla vita stessa, quando la morte è lontana.
Ma quando questa si avvicina, soggettivamente e collettivamente, ci prende la disperazione del nostro fallimento.
Forse tutti abbiamo intuito che potremmo vivere diversamente e che questa possibilità l’abbiamo toccata molte volte, ma mai afferrata come nostra vera opportunità.
La mia speranza è che quanto sta accadendo ora, ci convinca che siamo un’unica famiglia umana che vive in un piccolo mondo, e che il comportamento di ogni singolo può trascinare il mondo intero.
Se però uniamo la nostra creatività per il bene comune, forse potremmo vincere ciò che oggi sfida la nostra convivenza, e potremmo vivere ancora a lungo su questo pianeta, facendolo ancora più bello e più giusto.
E’ la condivisione che deve motivare le nostre singole creatività, per fare di questo mondo, non una pattumiera, ma il giardino di tutti i viventi.
Approfittiamo di questo male comune per comprendere che, o ci si salva insieme, oppure non ci resta che lottare gli uni contro gli altri per difendere il nostro piccolo spazio ammalato di egoismo e di violenza.
Ricordiamoci sempre che ogni persona, nel suo profondo, desidera essere amata.
Abbiamo l’occasione per incominciare a farlo, e questa scelta ci aprirà il cuore, non solo alla speranza, ma anche alla felicità”.

Poche parole, che parlano al cuore, espresse con la semplicità di chi ha avuto un’esperienza autentica travolgente che ne ha plasmato la vita.  Frasi su cui riflettere con calma, da leggere e rileggere
Parole che ci ricordano la potenzialità che si cela in questo periodo che può e deve essere occasione di cambiamento: personale innanzitutto e poi collettivo.
In questi giorni possiamo provare a prendere coscienza, a lavorare sullo spazio di quel potere interiore che ci consente di ritrovare la nostra qualità e regolare, valorizzandola, ogni tipo di pressione che viene dall’esterno; non siamo affatto meri individui fungibili, ma siamo invece – tutti, e lo ribadisce con forza Angela Volpini – esseri unici; in questa unicità, della quale ognuno può e deve  scoprire personalmente la cifra e la qualità, risiede il nostro valore: un valore che possiamo gustare quando, scopertolo in noi, riusciamo a riconoscerlo nell’altro e farne dono reciproco. Qui ed ora e proprio con chi abbiamo fisicamente vicino.
In questi giorni possiamo e dobbiamo prendere coscienza che non siamo necessariamente e non dobbiamo più essere in balia di un potere esteriore che ci domina in tutto e ci rende impotenti; questo potere abbiamo invece la responsabilità di capirlo prima, e di provare poi a cambiare un assurdo modello di vita basato sulla competizione ad ogni livello; è un sistema che non è in grado di creare un mondo giusto ed umano, un modello di sviluppo che non è più sostenibile su questo magnifico pieneta dalle risorse limitate.

Siate realisti: chiedete l’impossibile” recitava un famoso aforisma di Albert Camus; dunque, quello che vogliamo in esito a questa pandemia, è nulla di meno che un salto di coscienza, un passaggio di livello, laicamente parlando (in periodo di settimana santa che prepara la strana Pasqua dell’Anno Domini 2020) una resurrezione.  Per questo, per dare speranza al futuro e dar voce al nostro desiderio di felicità, dobbiamo cogliere tutte le nostre risorse e metterle in gioco, come dice Angela porgendo misticamente a tutti e ad ognuno gli auguri di Buona Pasqua alla fine del suo ultimo videomessaggio [Qui].

In copertina: elaborazione grafica di Carlo Tassi

PRESTO DI MATTINA
La Terra di Mezzo della Domenica delle Palme

Chissà perché il pensiero della Domenica delle Palme evoca in me la ‘Terra di mezzo‘ ideata e descritta con insuperabile creatività e realismo da J.R.R. Tolkien. Una terra abitata da figure antiche e nuove. Un luogo per un verso pacificato dalla mancanza di ombre, verso il quale convergono in alleanza diversità non oppositive, ospitali, generative di quell’amicizia che nasce dall’avere uno scopo comune. Ma al tempo stesso una zona minacciata dall’oscurità caotica, che se custodisce una promessa di vita amabile e dunque capace di nutrire la speranza nel bene che vince sul male, è nondimeno messa alla prova da una moltitudine di ombre inquietanti di tenebra e di morte.

L’immagine non è estranea al realismo della storia biblica nella tradizione giudeo-cristiana. Tanto che in un’analoga ‘terra di mezzo’, si gioca anche la sfida, l’agone della domenica (“Dov’è, o morte, il tuo Pungiglione?”). È il ‘Giorno del Signore’ che intacca la ferialità, che si fa strada nella ombrosità dei giorni. Arginando un tempo senza qualità, la domenica reca con sé un tempo qualificato dalla novità dell’incontro con il Crocifisso risorto, che riapre il sepolcro come un seno materno ed esce fuori, lasciandolo vuoto. Vuoto dalla disperazione e dall’angoscia, così da mandare i Suoi sino ai confini della terra ad accendere un fuoco, quello di Pentecoste, e ad offrire il Battesimo di nuova nascita, perché nell’incontro con il Risorto chi perde la propria vita la ritrova. “Anima mia – scrive padre David Maria Turoldo – non pensare male di Lui: gli è impossibile fare altro. E vedrai il male non vincerà!”.

Forse più di ogni altra, la Domenica delle Palme sta in mezzo come un Vado: tra la domenica della risurrezione di Lazzaro e quella della Pasqua; tra l’arrivo di Gesù al sepolcro dell’amico per farlo nascere di nuovo, e la venuta dell’Angelo di Dio. Angelo inviato dal Padre a riaprire gli occhi del Figlio amato, ripetendo per lui quelle parole che egli, il Nazzareno, già rivolgeva a tutti per le vie della Palestina: “Alzati e va , perché il pungiglione della morte nulla ha potuto e le si è rivoltato contro ripagandola della sua stessa moneta: “dov’è o morte la tua vittoria”, si dirà nella Veglia Pasquale: inghiottita dalla Risurrezione.

È questa pure la domenica dell’ ‘Osanna‘ del popolo che accoglie festante Gesù con rami di ulivo e che grida “osanna, oh sì salvaci”. Del Messia accolto nella città santa e riconosciuto come colui da cui dipendono le sorti: anzi, il ribaltamento della sorte minacciosa del male: “spezzerà le loro spade e ne farà aratri, delle loro lance farà falci” (Is, 2,4). Questa domenica vede l’alleanza tra il mondo degli alberi, la creazione tutta e quello degli uomini di fronte al pericolo del bene comune.

Ma è anche la domenica più umile: quella della gioia umile. Lo sfidante, come già vittorioso, entra nella città santa cavalcando un puledro d’asina e non su carri da guerra. Così lo descrive il profeta Zaccaria (il cui nome significa ‘Dio si ricorda’) invitando all’esultanza: “Esulta grandemente, figlia di Sion, giubila, figlia di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino, un puledro figlio d’asina. Farà sparire il carro da guerra da Èfraim e il cavallo da Gerusalemme, l’arco di guerra sarà spezzato, annuncerà la pace alle nazioni, il suo dominio sarà da mare a mare e dal Fiume fino ai confini della terra. Quanto a te, per il sangue dell’alleanza con te, estrarrò i tuoi prigionieri dal pozzo senz’acqua. Ritornate alla cittadella, prigionieri della speranza!” (Zc 9,9-12).

La domenica delle palme è proprio la piccola Pasqua, la piccola risurrezione che abita la ‘terra di mezzo’ della nostra coscienza. E non diversamente dalla piccola Speranza di Charles Peguy che tiene tra le sue mani le due sorelle, Fede e Carità, è lei, la più piccola, una bambina da nulla, che le traina entrambe, perché senza di lei non si va da nessuna parte. Ma lo stesso può dirsi di ogni domenica, che – come la piccola Speranza – ci accompagna di settimana in settimana e s’intreccia alle nostre giornate affinché nel passaggio da un giorno all’altro, da una settimana all’altra ci ricordiamo di colui che è passato oltre; che ha attraversato la morte; che ha aperto un varco nella morte: “Lui, il capofila, il pastore grande delle pecore che il Dio della pace ha ricondotto dai morti” – dice la lettera agli Ebrei 13,20 – che anche noi seguiremo nella Pasqua. Passando dal cammino quotidiano.

Tutto ciò mi ritorna in mente talvolta quando passo nel chiostro di Santa Maria in Vado davanti a una scritta di saluto rivolta ai pellegrini in cui li si chiama viatores (viaggiatori). Perché la Pasqua – sapete – è proprio questo ‘Vado’, un attraversamento che ci fa uscir fuori. O meglio nascere di nuovo. Anche per nascere infatti bisogna passare oltre, attraversare la soglia che divide il buio dalla luce, che separa l’asfissia soffocante dal soffio che ti riempie i polmoni e li apre, come vele distese al vento della vita. Pasqua è veramente un venire alla luce. Nel racconto di Lazzaro egli è richiamato fuori, alla vita. Ed è Gesù la levatrice di questa nuova vita, che grida a Lazzaro di uscire fuori, che fa slegare le bende del sudario che gli avvolgevano il volto, le mani e i piedi, così da poterlo lasciare andare. Anzi, di più. Gesù agisce, al contempo come una levatrice, favorendo la venuta alla luce dell’amico Lazzaro, ma anche come una madre che vive nel suo corpo le doglie del parto. Per questo Gesù piange l’amico Lazzaro, e con ciò la nostra umanità dolente e mortale. Come una madre, egli si strugge per infondere la vita, per far uscire dall’oscurità e far venire alla luce tutti noi, per condurci dalla morte alla Pasqua di risurrezione. È questo che ci prefigura il racconto di Lazzaro: vi si anticipa la Pasqua del Signore, tramite le quale è dato a tutti noi il dono inestimabile di poter nascere di nuovo nella sua vita.
Del resto, è Gesù stesso – nel Vangelo di Giovanni 16, 21 – che si immedesima nella donna e nell’esperienza del generare; nella madre che è nel dolore perché soffre le doglie del parto, rivelandoci così la consapevolezza che egli avvertiva del suo futuro patire per darci la vita, ma anche la consapevolezza della gioia che ne segue. La donna – dice Gesù – quando partorisce è nel dolore, perché è venuta la sua ora, ma quando ha dato alla luce il bambino non si ricorda più della sofferenza in ragione della gioia per la nascita di un uomo. Così anche voi – riferendosi ai discepoli – siete nel dolore, ma vi vedrò di nuovo, mi sentirete e il vostro cuore si rallegrerà, e nessuno, proprio nessuno, potrà togliervi la vostra gioia. Forse per questo un tempo in campagna, nella mattina di Pasqua, la gente usciva fuori e si bagnava gli occhi con la rugiada della notte. Rugiada memoriale del battesimo. Un gesto simbolico, che diceva della felicità di riaprire gli occhi, rivedere la luce, il cielo, gli alberi, il volto delle persone care.

Un’altra nascita a cui ebbi il dono di partecipare me la regalò Gloria, catechista in parrocchia. La incrociai infatti nel corridoio del vecchio ospedale Sant’Anna, mentre facevo un giro per visitare i malati e mi riferì che Agata, la mamma di Sofia e di William, stava per partorire. Mi disse, però, che Paul, il papà era un po’ in pensiero, perché la situazione sembrava più difficile del previsto. Così Gloria mi disse “vai, vai a trovarlo al reparto maternità”. Arrivai da lui, trovandolo seduto un po’ rannicchiato su una panchina. Era solo e mi sedetti accanto a lui in silenzio, dopo averlo salutato solo con un cenno della testa. Ogni tanto ci guardavamo, come chi non sa cosa dire, e ci stringevamo nelle braccia. Passò molto tempo, e le infermiere andavano e venivano con alcuni bambini in braccio, ma non erano il nostro. Dopo oltre due ore di attesa, iniziai a pensare a una frase di augurio e conforto con cui congedarmi da lui. Ma proprio mentre gliela stavo per dire, lui mi anticipò dicendomi: “mi fa proprio piacere e mi tranquillizza che sei qui con me”. Così io non ebbi più il coraggio di lasciarlo e rimasi con lui. Aspettai come un qualunque altro papà lasciandomi contagiare dalla sua ansia.
Finalmente dopo molto tempo uscì un’infermiera. Guardava verso di noi con lo sguardo interrogante tenendo in braccio un fagottino. Paul fu più veloce di me e prese quel fagottino tra le braccia commosso. Anzi commosso è dire poco, ma non saprei descrivere quel momento di infinita felicità che contagiò anche me. Poi all’improvviso Paul si girò, mi venne incontro di slancio, tanto che io indietreggiai mentre lui avanzava. A un certo punto però mi fermai e allungai il collo per vedere dentro la coperta, da lontano. Ma lui, accostandosi sempre di più, sollevò quel fagottino e me la mise in braccio. Nemmeno io saprei dirvi la grazia e l’emozione che ho provato nel tenere quella vita nuova appena nata tra le braccia. Fu come un nuovo battesimo: una nuova vita che mi era stata donata in quel gesto, e pensai sorridendo dentro di me che ‘ero nella gioia’ come aveva detto Gesù perché era venuto al mondo… una donna, Gloria Marica.

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