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L’Italia ferma al palo e sempre più povera:
davanti al grande flop del PNRR bisogna imboccare un’altra strada

 

Sembra passato molto tempo, ma in realtà non è molto più di un anno fa che sentivamo esaltare le virtù taumaturgiche del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Che, non solo ci avrebbe fatto uscire dalle difficoltà economiche emerse con la pandemia, ma addirittura avrebbe disegnato un nuovo sentiero di forte crescita economica.

Qualcuno, con un po’ di imprudenza, si era spinto fino a prevedere che l’Italia avrebbe conosciuto un nuovo boom economico, paragonabile a quello dei primi anni ‘60 del secolo scorso, basato su un ciclo alimentato da significativi investimenti pubblici e ripresa delle esportazioni.
Ci ritroviamo, invece, oggi a parlare di un nuovo rischio di crisi economica. Nei giorni passati, l’Unione Europea ha rivisto al ribasso tutte le previsioni economiche relative al 2022 e al 2023 di tutti i Paesi dell’area euro, Italia compresa.

Ciò che emerge è un dato tutt’altro che tranquillizzante: per quanto ci riguarda, il tasso di crescita reale del PIL dovrebbe attestarsi al +2,4% nel 2022 e + 1,9% nel 2023, con un’inflazione pari rispettivamente al 5,9% e 2,3%. Ora, a parte la stima dell’inflazione che, in particolare nel 2023, potrebbe essere ancora più alta, il dato che va visto non è semplicemente il ribasso delle previsioni avanzate ancora qualche mese fa, ma soprattutto che il +2,4% nel 2022 in realtà significa crescita zero, visto che a quel risultato ci si arriva come puro trascinamento del forte “rimbalzo” del 2021 ( +7,5% di aumento del PIL).
Ancora, la crescita modesta del 2022 dovrebbe derivare dal saldo tra andamento negativo delle esportazioni ( che avrebbero dovuto essere una delle leve fondamentali della ripresa) e, invece,  risultato positivo dei consumi interni, sempre che l’inflazione non li deprima.

Infine – e qui sta il punto di ulteriore preoccupazione, perché parliamo di un elemento strutturale – le stime dell’UE dicono che il PIL dell’Italia a fine 2023 supererà solo dell’1,3% il livello del 2019, il dato peggiore di tutti i Paesi dell’area euro, ben inferiore a quello medio dell’Eurozona stessa fissato a +3,4%.

Non si può davvero sostenere che questo scenario sia unicamente uno dei tanti frutti malati della guerra in Ucraina, che ha certamente aggravato la situazione, ma che era già presente nella fase della tanto strombazzata ’uscita’ dalla pandemia, precedente alla guerra stessa.
Infatti, i fenomeni di sconvolgimento delle catene produttive, aumento della domanda di energia e conseguente fortissimo incremento del prezzo delle materie prime, rallentamento del commercio mondiale, ricomparsa di un balzo inflazionistico (che non si registrava da decenni), aumento dei tassi di interesse costituiscono un’eredità di un processo di parziale e rivisitata ‘deglobalizzazione’, non solo congiunturale, che ci consegnano gli anni della pandemia.

Gli apologeti del mercato e gli estimatori acritici del ruolo del PNRR dovrebbero peraltro interrogarsi non solo sull’ennesimo errore delle previsioni formulate a suo tempo, avendo l’onestà intellettuale di non ascriverlo al ‘destino cinico e baro’, leggi pandemia e guerra, che non sono catastrofi ‘naturali’ e imprevedibili. Anch’esse, infatti, sono inscritte dentro una logica di espansione mercatista e aumento della competizione capitalistica e tra gli Stati, che sono state la cifra del modello neoliberista di sviluppo degli ultimi decenni e che oggi è irreversibilmente in crisi e che da economica diventa anche sociale ed ecologica.

Si producono e amplificano potenti disuguaglianze sociali.
Per stare all’Italia – ma lo sguardo sul mondo non è da meno, se si pensa alla crisi alimentare che si profila – basta mettere in fila alcuni dati, non necessariamente omogenei, ma comunque fortemente indicativi.
Sul piano della distribuzione del reddito, i salari reali dal 1990 ad oggi sono diminuiti del 2,9%, il peggior risultato in Europa, dove Germania e Francia, ma anche la Grecia, li vedono crescere di circa il 30%. Altre stime parlano di un incremento salariale, in Italia, dal 2008 ad oggi, del 3% a fronte di una media europea del +22%.

Non va meglio considerando quello che è successo per quanto riguarda l’occupazione: secondo l’ISTAT, nel 2022 appare che abbiamo recuperato i livelli precedenti alla pandemia, ma tra marzo 2020 e marzo 2022, i posti di lavoro creati in più sono 535.000, ma ben il 97% di questi sono contratti a termine!
I lavoratori precari sono arrivati a più di 3 milioni, rappresentando quasi il 15% della forza lavoro
. E, ovviamente, la gran parte di questi sono lavoratori ‘poveri’, quelli che non riescono a superare la soglia di povertà relativa. Lavoratori poveri che, complessivamente, assommano a circa il 13% di tutti i lavoratori, ma sono circa il 20% sugli occupati nel Mezzogiorno. E’ questo solo uno degli indicatori che ci dice che in questi anni il divario territoriale tra Sud e Centro-Nord è ulteriormente salito.

Infine, il caro bollette e la ripresa dell’inflazione generano una vera e propria “povertà energetica e alimentare”. Uno studio di Banca Intesa-S. Paolo ci avverte che il loro impatto si traduce in un aggravio di spesa annuo di 1462 € per la famiglie a basso reddito (fino a 15.000 €), pari ad un aumento del 10%  rispetto al proprio reddito, mentre, per le fasce alte l’aumento è di circa il 3%, sempre sul proprio reddito. E ciò fa sì che, per chi si trova nella prima di queste condizioni, le spese energetiche e alimentari incidano per circa il 48% sul proprio reddito, mentre per le seconde, esse contano solo per il 20%.

Insomma, è questo il contorno dell’ ‘economia di guerra’ cui ha fatto riferimento il Presidente del Consiglio Draghi. Destinata ad aggravarsi nei prossimi mesi, quando la politica delle grandi banche centrali, dalla FED alla BCE, introdurrà ulteriori provvedimenti, dall’aumento dei tassi di interesse alla diminuzione degli acquisti di titoli di Stato, che spingono verso una fase recessiva (e alll’aumento dello spread).
A cui si aggiunge politica regressiva per quanto riguarda le fonti energetiche, allontanando la prospettiva dell’utilizzo di quelle rinnovabili per puntare ancora su quelle fossili, dal gas alla stessa riabilitazione del carbone.

Si conferma così una verità antica come il mondo, e cioè che, come la guerra e la sua continuazione significano produrre sempre più vittime innocenti e distruzione, così l’economia che dalla guerra deriva scarica il peso della crisi sui ceti più deboli e sui lavoratori.

Per evitare questa deriva, occorre imboccare tutt’altra strada.
Per stare ai provvedimenti immediati, sarebbe necessario reintrodurre prezzi amministrati e calmierati rispetto ai costi energetici, facendoli rientrare a pieno titolo nei Beni Comuni.
Bisogna  tutelare il potere d’acquisto dei salari con meccanismi adeguati
(qualcuno si ricorda ancora della scala mobile?), anziché  ricorrere a pannicelli caldi, da capitalismo compassionevole, come il bonus da 200 € per alleviare il forte incremento dei prezzi del gas e dell’energia elettrica.
E spingere ancor più verso una conversione ecologica, trainata dal ricorso alle fonti rinnovabili e da un modello di produzione e    consumo energetico decentrato e democratico, anziché riproporre approcci vetusti e peggiorativi, che rispondono unicamente agli interessi delle grandi aziende pseudo-pubbliche, a partire dallENI.

Soprattutto ci sarebbe bisogno di trasformare il forte dissenso della maggioranza degli italiani nei confronti della guerra e della sua alimentazione con l’invio delle armi e l’aumento delle spese militari, come testimoniato dalla gran parte dei sondaggi, in conflitto aperto e organizzato rispetto alle scelte di politica economica, sociale e ambientale di questo governo. Proviamo ad occuparcene.

PER CERTI VERSI
Le spese militari

LE SPESE MILITARI

Le spese militari
Crescono
Le spese militari
Si fanno
I loro affari
Crescono
In nome della pace
Che strana
Questa pace
Le spese militari
Servono
Anche morire serve…
Tutto serve
Persino il niente
Dipende a chi
Serve
Per cosa
Ma quante domande
Mia mariposa
Fosse danza
Il pavone
L’albatro
La luce in vacanza
Non si vedrebbero
Gli spettri

Le spese militari
Ritornano sempre
A fare affari
E tu piccolo uomo
Marcia
E muori

Ogni domenica Ferraraitalia ospita ‘Per certi versi’, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio.
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AUMENTO SPESE MILITARI
104 (milioni) di motivi per gridare: Vergogna!

 

di Renato Sacco, Consigliere Nazionale di Pax Christi

Il 18 marzo 1935 nasceva don Tonino Bello, Vescovo di Molfetta e Presidente di Pax Christi.
La tentazione è quella di dire: “Se fosse qui oggi don Tonino sicuramente direbbe…”
Oggi sono a Molfetta, la sua città. Questa sera ci sarà una marcia della Pace, sullo stesso percorso di quella Marcia nazionale voluta da don Tonino il 31 dicembre 1992, di ritorno da Sarajevo.

No, non chiediamoci cosa direbbe don Tonino oggi. Ma riscopriamo le sue scelte, i suoi gesti le sue parole, perché siano di stimolo di forza per noi oggi. Per non tacere, noi, qui e adesso.
Pax Christi è già intervenuta in questi giorni per denunciare la pazzia di questa guerra, e di tutte le guerre. Non aggiungo nulla. Solo dolore.
Ma sento il dovere, e con me credo tutta Pax Christi e tante donne e uomini di pace, di gridare forte, proprio da Molfetta la parola VERGOGNA! davanti alla decisione della nostra Camera dei Deputati che ha approvato, il 16 marzo, a larghissima maggioranza un Ordine del giorno che impegna il Governo ad avviare l’incremento delle spese per la Difesa verso il traguardo del 2 per cento del Prodotto lnterno Lordo. Come si legge sul sito www.milex.org “significherebbe passare dai circa 25 miliardi l’anno attuali (68 milioni al giorno) ad almeno 38 miliardi l’anno (104 milioni al giorno)”.

              Sì, è una vergogna!

E non si può accettare una decisione così folle. La guerra è pazzia, e questa decisione ne è la conferma. Con quello che il mondo sta vivendo perché una scelta del genere? Verrebbe da pensare, ma non si può scrivere perché non ci sono le prove, che la lobby delle armi sia cosi forte, da poter allungare anche qualche tangente. Ma… non si può dire.

Faccio mie le parole di un amico di don Tonino Bello, Tonio Dell’Olio, che nel suo Mosaico dei giorni scrive: “Tra la massa di coloro che hanno votato a favore (391 voti favorevoli su 421 presenti, 19 voti contrari) ce ne sono moltissimi di quelli che gridano “Viva il Papa” ogni volta che ripete di ridurre la spese delle armi a favore di quelle sociali. E ci sono pure quelli che dicono che bisogna creare un clima di fiducia tra le nazioni con la cooperazione e il dialogo. Di cosa stiamo parlando esattamente? … Avete letto bene: 104 milioni di euro al giorno. E adesso pensate a quante cose si potrebbero realizzare in questo nostro Belpaese con 104 milioni al giorno.” (www.mosaicodipace.it).

E così il numero 104, finora legato ad una legge che riconosce la possibilità ai lavoratori di dedicare tempo accanto persone anziane o disabili, viene spazzato via da questa valanga di milioni spesi per la morte. Da una 104 per la vita, a 104 milioni di morte di cui vergognarsi!

E Mario Draghi a fine settembre lo aveva detto: “bisognerà spendere molto di più nella difesa di quanto fatto finora…”
Detto. Fatto. Ci prepariamo alla guerra? Anzi no. Oggi non si usa più la parola guerra, ma in Tv si sente spesso dire: ‘Un lungo confronto’. È più soft.

Don Tonino, morto di tumore il 20 aprile 1993, ha sofferto molto per la guerra in Somalia, Iraq, Sarajevo ma anche per le tante e pesanti critiche ricevute. In fondo era un po’ un impallinato della pace…
Ora la Chiesa ce lo indica come Venerabile: dovremmo prenderlo ad esempio. Rileggere le sue parole nel cinema Radnik di Sarajevo, il 12 dicembre 1992: “Allora io penso che queste forme di utopia, di sogno dobbiamo promuoverle, altrimenti le nostre comunità che cosa sono? sono soltanto le notaie dello status quo e non le sentinelle profetiche che annunciano cieli nuovi, terra nuova, aria nuova, mondi nuovi, tempi nuovi… Gli eserciti di domani saranno questi: uomini disarmati!”.

Concludo con le sue parole al ritorno da Sarajevo la sera del 13 dicembre: “Poi rimango solo e sento per la prima volta una grande voglia di piangere. Tenerezza, rimorso e percezione del poco che si è potuto seminare e della lunga strada che rimane da compiere. Attecchirà davvero la semente della nonviolenza? … Fino a quando questa cultura della nonviolenza rimarrà subalterna?… E quale è il tasso delle nostre colpe di esportatori di armi…? Sono troppo stanco per rispondere stasera. Per ora mi lascio cullare da una incontenibile speranza: le cose cambieranno, se i poveri lo vogliono.”.             

Renato Sacco, Consigliere Nazionale di Pax Christi

In copertina: Tonino Bello

articolo originale:  https://www.paxchristi.it/?p=19513

No War!

Dal 30 luglio 2020 al 30 luglio 2021 il nostro Pianeta ha vissuto quasi 100.000 situazioni di conflitto, tra sommosse, scontri armati, proteste, violenze contro civili, attentati. Per l’Italia, l’ACLED ha registrato 184 scontri totali, ma nessuna vittima. Ben diversa la situazione in altri Paesi, come il Myanmar, dove oltre 3.200 situazioni di conflitto hanno causato quasi 3.500 morti dopo il colpo di stato della giunta militare, o il Messico, dove la violenza è di casa e nell’ultimo anno ha causato oltre 8.000 morti” (Fonte: Focus Storia Qui).

La situazione in Ucraina è molto difficile se non drammatica, la guerra è alle porte, anzi è iniziata, e la popolazione spaventata e pronta alla difesa armata. Il discorso di lunedì sera di Putin era prevedibile visto che aveva già definito l’Ucraina “Colonia dell’Occidente” e affermato che in realtà i suoi governi sono solo governi-fantoccio. Con quel discorso il presidente russo ha riconosciuto le regioni separatiste di Dontesk e Lugansk, che sono aree cuscinetto tra Ucraina e Russia.

In passato Putin aveva già inviato soldati nel Donbass in “missione di peacekeeping” e impresso una inevitabile accelerata all’escalation della crisi ucraina. Nel Donbass il conflitto fra ucraini e filorussi è aperto senza sconti (sono già morti due soldati di Kiev).

I mercati azionari sono crollati, mentre l’Occidente spera di indurre la Russia a maggior cautela, giocando la carta delle sanzioni. Intanto l’Ucraina è pronta alla “resistenza”, i carrarmati russi si stanno spostando per circondarla e la NATO sta inviando le sue truppe nelle basi militari dei paesi confinanti.

La crisi tra Russia e Ucraina non è scoppiata all’improvviso, ma è il risultato di un contrasto che dura da otto anni, da quando nel 2014, dopo la Rivoluzione di Euromaidan, culminata con la cacciata dell’allora presidente Janukovyč, Mosca ha invaso la penisola di Crimea e sostenuto i movimenti separatisti nella regione del Donbass, in Ucraina orientale.

Un clichè già visto, una escalation di soprusi e violenza già visto, la guerra con tutto il suo orrore già vista. Eppure siamo ancora lì, tutti attoniti di fronte a un conflitto armato che sembra inevitabile quanto incomprensibile, che sembra decisa all’ultimo momento in maniera verticistica e, di fatto, non voluta da nessuno. Sicuramente non voluta dalla gente di quei territori che non riesce nemmeno più a dormire di notte.

Sta aumentando in maniera esponenziale la vendita di psicofarmaci, che aiutano a riposare, a non cadere vittima di disturbi nervosi, che diminuiscono drasticamente la possibilità di sopravvivenza in quelle terre di nessuno, dove i potenti della terra giocano con i loro arsenali mortali.

Nella Seconda Guerra Mondiale sono morti in Russia 8.000.000 di militari e 17.000.000 di civili, per un totale di 25.000.000 di persone. È morto quasi il 15% della popolazione totale, che era di 168.500.000 individui (Fonte: Wikipedia Qui).

Sono cifre esorbitanti che fanno pensare alla atrocità della morte per scontri armati, al fatto che la guerra non risparmia nessuno, che la deprivazione e la paura che da essa si genera riguarda tutti e che il numero di civili morti è sempre altissimo. Bambini dilaniati dalle bombe, la cui sepoltura nella terra non potrà dar pace a nessuno. Né a chi quella guerra l’ha voluta, né a chi l’ha solo subita.

La spesa militare mondiale è raddoppiata dal 2000 ed è in aumento in quasi tutti i paesi del mondo, ci si sta avvicinando ai duemila miliardi di dollari l’anno. I governi si sentono obbligati ad aumentare le proprie spese militari perché altri governi, percepiti come avversari, aumentano le loro.

Questo “tenersi testa” causa una continua corsa agli armamenti, con un costo immenso. Nello scenario peggiore, è un percorso che porta a conflitti devastanti.
Nello scenario migliore, è un colossale spreco di risorse.

Secondo il SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute), l’istituto che stila la classifica di tutti i paesi in base agli investimenti fatti nel campo della Difesa, nel 2020 la spesa militare nel mondo è aumentata del 2,6%, arrivando a 1.981 miliardi di dollari. In Italia la spesa per le armi ha superato i 25 miliardi di euro l’anno.

Faccio fatica a farmi un’idea di quanti siano tutti quei soldi, se non provando a paragonarli a qualcosa di simile e mi viene in mente Microsoft. La “capitalizzazione di mercato” di Microsoft è vicina al traguardo di 2.000 miliardi di dollari, mentre Amazon è sulla buona strada per diventare tra un anno la prossima azienda a raggiungere l’obiettivo dei duemila miliardi di dollari di capitalizzazione.

Secondo L’International Institute for Sustainable Development (IISD), che è un premiato think-tank indipendente che lavora per creare un mondo in cui le persone e il pianeta prosperino, con 12,5 miliardi di dollari l’anno (un terzo di quello che si spende ogni anno per le armi), sparirebbe il problema della fame nel mondo.

La corsa agli armamenti fa paura, il nostro pianeta è pieno all’inverosimile di armi fatte apposta per uccidere. Quando le armi per uccidere sono così tante, qualcuno sicuramente le userà. La nostra povera terra è popolata da mostri di metallo, che noi chiamiamo comunemente “carri-armati”, pronti ad invadere territori etichettati come nemici e a distruggere tutto quello che trovano sul loro cammino: vegetazione, animali, acqua e aria, persone e futuro di tutti.

L’unica strategia possibile per uscire da tutto ciò è lo stop della corsa agli armamenti, è un accordo fra tutti i potenti per diminuire la produzione e l’uso delle armi, a favore di coltivazioni, allevamenti e relazioni sostenibili, a favore dell’uso verde e pacifico di tutte le risorse, compresi i cervelli umani che usati bene possono fare tanto bene e, usati mali possono fare tanto male.

Credo che a questo proposito non si possa che citare Don Milani e la sua disputa con i cappellani militari. Si può riassumere il suo pensiero riportando una delle sue frasi più celebri:

Non discuterò qui l’idea di Patria in sé. Non mi piacciono queste divisioni. Se voi però avete diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri. E se voi avete il diritto, senza essere richiamati dalla Curia, di insegnare che italiani e stranieri possono lecitamente anzi eroicamente squartarsi a vicenda, allora io reclamo il diritto di dire che anche i poveri possono e debbono combattere i ricchi. E almeno nella scelta dei mezzi sono migliore di voi: le armi che voi approvate sono orribili macchine per uccidere, mutilare, distruggere, far orfani e vedove. Le uniche armi che approvo io sono nobili e incruente: lo sciopero e il voto.”
(Tratto dalla Lettera ai cappellani militari – L’obbedienza non è più una virtù)

Se i potenti della terra vogliono continuare a produrre armi, devono anche trovare il modo di venderle, e per trovare il modo di vendere così tante armi tutti i mezzi possibili devono essere legittimati.

Le armi servono per la difesa? La difesa che uccide è una difesa che verrà uccisa. Se spari l’unica cosa che ti puoi aspettare è che qualcuno sparerà a te. Se offendi qualcuno lui ti offenderà, se abbandoni una persona l’avrai persa per sempre … la catena deve essere spezzata, e per fare questo bisogna partire dai comportamenti quotidiani, dalla capacità che abbiamo tutti di essere altruisti e comprensivi oppure egoisti e indifferenti.

Ogni giorno della nostra vita è così, ogni momento della nostra vita è così. In tutto questo c’entra l’educazione alla pace e al rispetto, un senso di comunità allargata e tollerante come strada primaria verso la crescita, come tramite per il confronto.

Per continuare a vendere armi bisogna trovare il modo di fare la guerra (guerre piccole tra ragazzini, guerre grandi tra generazioni, guerre enormi tra Stati), altrimenti non si riescono a mantenere gli standard di produzione e vendita attuali.

Mi chiedo quanta consapevolezza ci sia sul fatto che, fino a quando si continuerà a produrre armi, si continuerà a fare la guerra, si troverà sempre il modo di innescarne di nuove, sempre più aggressive e pericolose per intere popolazioni se non per l’intero pianeta.

Attualmente la Russia è il paese con la maggiore dotazione di carri-armati militari: 15.398. Questo si spiega col fatto che la Russia, uno dei più grandi paesi al mondo, ha oltre 12.000 miglia di confine da proteggere, tutto su terra.

La forza MBT del paese è attualmente in stato di guerra, i T-90 avanzati, i T-54, i T-64 e i T-72 sono in servizio. Il nuovo MBT della Armata Universal Combat Platform ha una torretta di cannoni telecomandata. (Qui). Con questa dotazione, la Russia ha enormi potenzialità di invasione via terra.

Con vicini come il Messico e il Canada, gli Stati Uniti non sono preoccupati della minaccia di una possibile invasione di terra. Non è utile e nemmeno pratico, per un Paese come gli USA, mantenere una MBT grande come quella della Russia, mentre è più strategico allargare e continuare a potenziale la forza aerea.

Ciò non significa che gli USA non siano ben equipaggiati con veicoli militari, gestiscono infatti ancora migliaia di carri armati in tutto il mondo. Con 8.850 mezzi a disposizione, gli Stati Uniti hanno un terzo della MBT del mondo. Il paese è dotato del pauroso M1-Abrams e di molte sue varianti. Il carro armato più recente è l’M1A3-Abrams, che può rivaleggiare con l’ MBT più avanzata al mondo, quella della Corea del Sud, nota per i suoi K2-Black-Panther.

Solo pensando ai Black Panther mi vien da piangere e credo ci siano tutti i motivi per essere da una parte molto preoccupati e dall’altra consapevoli di quanto sia necessaria una inversione di rotta e una strategia di disarmo, che possa salvare il mondo.

Appello di 60 Nobel : ridurre le spese militari al 2% del Pil

Appello di 50 Nobel : ridurre le spese militari al 2% del Pil

A cura di Giustino Di Domenico

La spesa militare, a livello globale, è raddoppiata dal 2000 ad oggi, arrivando a sfiorare i duemila miliardi di dollari all’anno. Inoltre, è in aumento in tutte le aree del mondo. I singoli governi sono sotto pressione e incrementano la spesa militare per stare al passo con gli altri Paesi.
Il meccanismo della controreazione alimenta una corsa agli armamenti in crescita esponenziale
, il che equivale a un colossale dispendio di risorse che potrebbero essere utilizzate a scopi migliori.

In passato, la corsa agli armamenti ha spesso condotto a un’unica conseguenza: lo scoppio di guerre sanguinose e devastanti. Noi vogliamo presentare una semplice proposta per l’umanità: che i governi di tutti gli Stati membri delle Nazioni Unite si impegnino ad avviare trattative per una riduzione concordata della spesa militare del 2 per cento ogni anno, per cinque anni.

La nostra proposta si basa su una logica elementare:

  • Le nazioni nemiche ridurranno la spesa militare, e così facendo rafforzeranno la sicurezza dei rispettivi Paesi, pur conservando l’equilibrio delle forze e dei deterrenti.
  • L’accordo siglato servirà a contenere le ostilità, riducendo il rischio di futuri conflitti.
  • Enormi risorse verranno liberate e rese disponibili, il cosiddetto «dividendo della pace», pari a mille miliardi di dollari statunitensi entro il 2030.

La metà delle risorse sbloccate da questo accordo verrà convogliata in un fondo globale, sotto la vigilanza delle Nazioni Unite, per far fronte alle istanze più pressanti dell’umanità: pandemie, cambiamenti climatici e povertà estrema. L’altra metà resterà a disposizione dei singoli governi. Così facendo, tutti i Paesi potranno attingere a nuove e ingenti risorse, che in parte si potranno utilizzare per reindirizzare le notevoli capacità di ricerca dell’industria militare verso scopi pacifici nei settori di massima urgenza.

La storia dimostra che è possibile siglare accordi per limitare la proliferazione degli armamenti: grazie ai trattati Salt e Start, gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica hanno ridotto i loro arsenali nucleari del 90 percento dagli anni Ottanta ad oggi. I negoziati da noi proposti avranno una buona possibilità di successo, perché fondati su un ragionamento logico: ciascun attore sarà in grado di beneficiare dalla riduzione degli arsenali del nemico, e così pure l’intera umanità. In questo momento, il genere umano si ritrova ad affrontare pericoli e minacce che sarà possibile scongiurare solo tramite la collaborazione. Cerchiamo di collaborare tutti insieme, anziché combatterci

  1. Hiroshi Amano (Nobel per la fisica)
  2. Peter Agre (Nobel per la chimica)
  3. David Baltimore (Nobel per la medicina)
  4. Barry C. Barish (Nobel per la fisica)
  5. Steven Chu (Nobel per la fisica)
  6. Robert F. Curl Jr. (Nobel per la chimica)
  7. Johann Deisenhofer (Nobel per la chimica)
  8. Jacques Dubochet (Nobel per la chimica)
  9. Gerhard Ertl (Nobel per la chimica)
  10. Joachim Frank (Nobel per la chimica)
  11. Sir Andre K. Geim (Nobel per la fisica)
  12. Sheldon L. Glashow (Nobel per la fisica)
  13. Carol Greider (Nobel per la medicina)
  14. Harald zur Hausen (Nobel per la medicina)
  15. Dudley R. Herschbach (Nobel per la chimica)
  16. Avram Hershko (Nobel per la chimica)
  17. Roald Hoffmann (Nobel per la chimica)
  18. Robert Huber (Nobel per la chimica)
  19. Louis J. Ignarro (Nobel per la medicina)
  20. Brian Josephson (Nobel per la fisica)
  21. Takaaki Kajita (Nobel per la fisica)
  22. Tawakkol Karman (Nobel per la pace)
  23. Brian K. Kobilka (Nobel per la chimica)
  24. Roger D. Kornberg (Nobel per la chimica)
  25. Yuan T. Lee (Nobel per la chimica)
  26. John C. Mather (Nobel per la fisica)
  27. Eric S. Maskin (Nobel per l’economia)
  28. May-Britt Moser (Nobel per la medicina)
  29. Edvard I. Moser (Nobel per la medicina)
  30. Erwin Neher (Nobel per la medicina)
  31. Sir Paul Nurse (Nobel per la medicina e presidente emerito della Royal Society)
  32. Giorgio Parisi (Nobel per la fisica)
  33. Jim Peebles (Nobel per la fisica)
  34. Sir Roger Penrose (Nobel per la fisica)
  35. Edmund S. Phelps (Nobel per l’economia)
  36. John C. Polanyi (Nobel per la chimica)
  37. H. David Politzer (Nobel per la fisica)
  38. Sir Venki Ramakrishnan (Nobel per la chimica e presidente emerito della Royal Society)
  39. Sir Peter Ratcliffe (Nobel per la medicina)
  40. Sir Richard J. Roberts (Nobel per la medicina)
  41. Michael Rosbash (Nobel per la medicina)
  42. Carlo Rubbia (Nobel per la fisica)
  43. Randy W. Schekman (Nobel per la medicina)
  44. Gregg Semenza (Nobel per la medicina)
  45. Robert J. Shiller (Nobel per l’economia)
  46. Stephen Smale (Medaglia Fields per la matematica)
  47. Sir Fraser Stoddart (Nobel per la chimica)
  48. Horst L. Störmer (Nobel per la fisica)
  49. Thomas C. Südhof (Nobel per la medicina)
  50. Jack W. Szostak (Nobel per la medicina)
  51. Olga Tokarczuk (Nobel per la letteratura)
  52. Srinivasa S. R. Varadhan (Premio Abel per la matematica)
  53. Sir John E. Walker (Nobel per la chimica)
  54. Torsten Wiesel (Nobel per la medicina)
  55. Roberto Antonelli (Presidente dell’Accademia Nazionale dei Lincei)
  56. Patrick Flandrin (Presidente dell’Académie des Sciences, Francia)
  57. Mohamed H.A. Hassan (Presidente della World Academy of Sciences)
  58. Annibale Mottana (Presidente dell’Accademia Nazionale dei Lincei)
  59. Anton Zeilinger (Presidente dell’Academy of Sciences, Austria)
  60. Carlo Rovelli and Matteo Smerlak, organizzatori.
per firmare la petizione:  https://peace-dividend.org/

Cover: il nuovo missile ipersonico cinese definito di tecnologia “impossibile” (foto su licenza Creative Commons)

apocalisse

APOCALYPSE NOW: POSSIAMO EVITARLA.
Riparte la campagna per l’obiezione alle spese militari.

 

Rete Lilliput Ferrara anche quest’anno diffonde  in città l’OSM (obiezione alle spese militari), campagna nata con l’obiettivo di denunciare e contrastare il continuo aumento delle spese militari e promossa da Associazione per la Pace – Gavci- Comunità Papa Giovanni XXIII° – Lega Disarmo Unilaterale – Lega Obiettori di Coscienza – Pax Christi ; una voce quanto più possibile forte di cittadini/e che, dichiarandosi obiettori alle spese militari, vogliono esprimere un NO alla guerra  e percorrere una strada alternativa: quella della   difesa non armata nonviolenta.

Sempre di più, in ogni parte del mondo, la presenza di  conflitti porta a cercare soluzioni armate a scapito della via negoziale. Oggi  la crisi pandemica ci insegna che le risorse vanno utilizzate  per risolvere i problemi urgenti  della  popolazione e che le spese militari globali sono uno spreco vergognoso

La spesa militare nel mondo ha raggiunto cifre inaccettabili. Nel 2020, secondo l’Istituto Internazionale ricerche sulla pace (Sipri), il mondo ha speso in armamenti  ben 1.981 miliardi di dollari, con un aumento del 2,6% in termini reali dal 2019 L’Italia nel 2020 risulta al quinto posto in Europa e all’undicesimo nel mondo con 28,9 miliardi di dollari (+ 7,5% rispetto al 2019) .

Diecimila Hiroshima

Va inoltre sottolineato che, nel silenzio dei media  e nell’indifferenza generale, sta riprendendo la corsa agli armamenti nucleari. E’ bene soffermarsi su questo aspetto per ricordare gli effetti devastanti di questi ordigni: la prima bomba atomica sganciata su Hiroshima in un solo istante uccise ottantamila persone e altre centoventimila avrebbero perso la vita nei mesi successivi a causa delle ustioni e dell’avvelenamento da radiazioni.

Oggi nove paesi possiedono circa diecimila testate atomiche e la forza distruttiva di queste armi  è pari a cinquecentomila  bombe di Hiroshima capaci di portare all’estinzione dell’umanità e addirittura della vita sulla Terra.
Contro ogni logica, secondo la Federazione degli scienziati americani “anziché pianificare il disarmo, gli Stati dotati di armi nucleari sembrano pianificare il mantenimento di grandi arsenali per un futuro indefinito, aggiungendo nuove armi nucleari al loro arsenale “.

Ci sono ordigni nucleari anche nel territorio italiano. Sono testate nucleari americane presenti nella base statunitense di Aviano, in Friuli Venezia Giulia (cinquanta ordigni) e nell’aeroporto di Ghedi, vicino Brescia (venti ordigni).

L’Italia viola non solo il Trattato di non proliferazione che essa stessa ha ratificato, ma anche la sua Costituzione – che si fonda sul ripudio assoluto della guerra, e la volontà dei suoi cittadini, che si sono chiaramente espressi in un referendum per il NO al nucleare.

La situazione è talmente allarmante che nel 2020 gli scienziati atomici hanno posizionato le lancette del loro Orologio dell’Apocalisse a soli 100 secondi dalla mezzanotte (limite raggiunto il quale scatta l’utilizzo delle armi atomiche). Mai avevano dichiarato una tale situazione di pericolo nemmeno al culmine della Guerra Fredda.
E’ un quadro tanto drammatico che richiede risposte forti da parte di chi ha a cuore la pace per fermare un escalation senza fine.

La campagna OMS

aSostenere la campagna OSM è una delle risposte possibili; nata nel 1982, la Campagna offre l’occasione di manifestare il proprio dissenso al continuo aumento delle spese militari  e di impegnarsi a sostenere un progetto di pace con un contributo in denaro.
Aderire significa compilare un modulo per sostenere gli obiettivi della Campagna:

  • riduzione delle spese militari a favore di quelle sociali;
  • Istituzione di un modello di difesa non armato e nonviolento (Difesa Popolare Nonviolenta)

Si vuole portare alla piena attuazione l’art 11 della nostra Costituzione là dove afferma che l’Italia ripudia la guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali. Un’affermazione che non  si è realizzata pienamente perché esiste un’organizzazione militare in grado di pianificare un intervento armato, ma non c’è una struttura in grado di organizzare un intervento di tipo civile.

Per colmare questa lacuna si prevede una struttura permanente (Il Dipartimento per la difesa civile, non armata e nonviolenta). Una struttura dotata di fondi propri (in buona parte forniti dall’opzione fiscale), creata per lo studio, la ricerca, la sperimentazione concreta di interventi capaci di affrontare le controversie con mezzi di pace. Su questo obiettivo esiste già, inascoltato, un disegno di legge di iniziativa popolare.

  • Autorizzare l’opzione fiscale: dare la possibilità ad ogni cittadino (in sede di dichiarazione dei redditi) di destinare alla Difesa non armata e nonviolenta la propria quota di imposte che lo stato destinerà alle spese per la difesa.

Per far sì che l’adesione alla campagna rappresenti davvero un gesto concreto di pace, si chiede un contributo in denaro da destinare ad un progetto di pace.
Anche quest’anno, si è deciso di sostenere il progetto “Adopt Srebrenica”.

Il progetto “Adopt Srebrenica” 

Srebrenica è stata per molto tempo una città internazionale, con una vita culturale intensa, con relazioni tra etnie diverse che si svolgevano quotidianamente.

Poi a Srebrenica è stato consumato un genocidio, un crimine di guerra; un massacro di migliaia di musulmani bosniaci nel luglio 1995 da parte delle truppe serbo-bosniache guidate dal generale Ratko Mladić nella zona protetta di Srebrenica che si trovava al momento sotto la tutela delle Nazioni Unite.

E’ considerato uno dei più sanguinosi genocidi avvenuti in Europa dai tempi della seconda guerra mondiale: secondo fonti ufficiali, le vittime del massacro furono 8.372. Sono ancora visibili le tracce della guerra sulle case, la divisione persistente tra i gruppi, il dolore ancora impresso sui volti delle persone, dei bambini ….

Per intervenire su questa situazione è nato Il progetto “Adopt Srebrenica”, è un’iniziativa avviata nel luglio 2005 dalla Fondazione Alexander Langer di Bolzano e dalla Associazione Tuzlanska Amica.

Si è costituito un gruppo di giovani di circa 30 persone di diverse etnie, che è impegnato nella ricostruzione di una convivenza pacifica e del tessuto sociale, attraverso la rielaborazione delle vicende del passato.
Le ferite da ricucire sono ancora vive e grandi, pertanto il lavoro incontra molte difficoltà, ma va avanti puntando soprattutto sulle iniziative relazionali che danno risultati a lungo termine. In particolare è stato realizzato un Centro di aggregazione interculturale per i giovani che opera per una gestione nonviolenta dei conflitti.

Come fare a  contribuire

Nel 2020 a Ferrara ci sono stati 147 aderenti e sono stati raccolti 3540,00 Euro destinati al progetto “Adopt Srebrenica”

(Davide Scaglianti – Rete Lilliput Ferrara)

Chi volesse aderire, o comunque saperne di più, può chiamare il numero 333.4985319

ciechi Peter Breugel

IL SANGUE DI KABUL
La missione dei ciechi e il disastro annunciato

 

Vedere Joe Biden su tutti gli schermi del mondo mentire e contraddirsi, cercare di difendersi (senza successo) per il disastro combinato in Afghanistan è stato uno spettacolo pietoso. E istruttivo. Questa volta quella americana non passerà agli annali come una ‘figuraccia’, ma come una totale, rovinosa, colpevole sconfitta. Che riesce a far impallidire perfino la scioccante avventura in Vietnam. Che non riguarda solo il precipitoso quanto improvvido ritiro delle truppe degli ultimi mesi o settimane, ma una dine della storia che era già tutta scritta, dal principio, dalla folle reazione americana al folle attentato alle Torri Gemelle.

Una sconfitta storica, memorabile, che le immagini crude e le drammatiche testimonianze che giungono di ora in ora da Kabul rendono più sempre irrimediabile, talmente incredibile da diventare epica – è di ieri l’ultima immagine che non riesco a levarmi dalla testa: le donne ormai condannate che gettano i loro figli oltre la rete dell’aeroporto per salvarli dal regime dei talebani.
Se è vero che è la quantità di sangue versato l’unico vero metro per misurare la “grandezza” di una sconfitta, allora la tragedia di Kabul può aspirare ai libri di storia.
Il sangue inutile dei soldati (anche i soldati italiani) mandati a fondare in Afghanistan uno “stato democratico”. Sbarcavano dall’aereo le loro bare coperte dalle bandiere, e li chiamavano eroi, mentre erano solo da piangere come vittime. Vittime della ideologia tardo-imperialista e di una strategia fallimentare dettata dai governi e dai comandi militari dell’Occidente.
Ma soprattutto il sangue che sta scorrendo ora a Kabul e in tutto il paese. Un fiume di sangue che continuerà a scorrere. Il terrore di un popolo illuso per anni e oggi lasciato solo. Il terrore davanti alla sicura vendetta talebana (altro che “nuovi talebani moderati”), la corsa inutile verso l’aeroporto, i manifestanti uccisi a fucilate, le donne chiuse in casa aspettando la morte o un sicuro destino di schiave.

La storia è solo questa: abbiamo sbagliato tutto, punto e a capo. Ora tutti l’hanno capito, e tutti (Biden a parte) lo ammettono pubblicamente. Perfino l’Europa, la più fedele alleata, l’eterna gregaria, prende le distanze dal presidente americano. Dice Josep Borrell, l’ Alto rappresentante dell’UE: “Quello che è accaduto in Afghanistan solleva molte questioni sull’impegno occidentale, e su quanto siamo stati in grado di raggiungere. Il primo obiettivo era combattere Al Qaeda. Il presidente Biden ha detto che costruire uno Stato non è mai stato ‘un obiettivo’,  questo è discutibile. Abbiamo fatto molto per costruire uno Stato che potesse garantire lo stato di diritto ed il rispetto delle libertà fondamentali. Siamo riusciti nella prima parte. Abbiamo fallito nella seconda missione. Anche se c’è da chiedersi se fosse una missione”.

Tremenda la chiusa di Borrell: “c’è da chiedersi se fosse una missione”, una immagine plastica del gran caos che deve regnare nella gloriosa alleanza atlantica. Quel che è sicuro – e che nessuno lo dice –  è che le guerre, anche questa guerra, è anche, forse soprattutto,  il frutto delle pressioni delle potentissime  lobbies dei comandi militari e dei produttori e commercianti di armi.
La guerra, la missione, il ritiro precipitoso, il baratro finale – quello a cui oggi stiamo assistendo – mi ha ricordato La Fila dei ciechi, lo straordinario dipinto di Pieter Bruegel. In testa alla fila c’è (sempre lui) il cieco americano, e attaccato a lui il cieco inglese, poi il cieco francese, il cieco italiano… Tutti destinati a seguire il primo della fila, nello stesso buco.

Da quasi un secolo l’America è il ‘paese guida’ di tutto l’Occidente. Lo Sbarco in Normandia e in Sicilia, i soldati americani che regalano cioccolata e sigarette, il Piano Marshall, la Guerra Fredda e il Patto Atlantico, la Nato che ha riempito l’Italia e l’Europa di basi militari e missili atomici. E poi il rosario di guerre e “missioni di pace” (sic!) per sistemare un dittatore (come GheddafiSaddam Hussein, prima grandi amici dell’Occidente, diventati improvvisamente pericolosi terroristi). Guerre per esportare la civiltà o riportare la democrazia in questo o quel paese selvaggio.
In cima c’è sempre l’America. Gli Stati Uniti decidono, comandano, sparano il primo colpo, gli altri –  prima l’Inghilterra, poi la Francia, l’Italia e via tutti gli altri seguono in fila indiana.
Il risultato? Pessimo, invariabilmente disastroso! Guardate oggi l’Iraq, la Libia, l’Afghanistan.
Dopo il fuoco e il furore della guerra, dopo il passaggio dei contingenti alleati, la situazione è ancora più disperata e disperante: peggiore di quando gli Usa & company decisero di intervenire. Il terrorismo non è vinto. E ancora profughi, ancora fame, sangue, violenze sulle donne.

In queste ore c’è un gran viavai di aerei per portare in salvo migliaia di afgani, quelli che avevano collaborato o che erano comunque venuti in contatto con il personale dei contingenti stranieri. Sono loro i soggetti più a rischio, il primo bersaglio della sicura vendetta talebana. Ma nel mirino ci sono TUTTE le donne. C’è un popolo intero. Ed è ovvio, non è possibile mettere in salvo tutto un popolo, aviotrasportare 40 milioni di afgani.

Intanto, in tante città d’Italia, cresce uno spontaneo movimento di protesta e di solidarietà al popolo afgano. Si moltiplicano le iniziative delle donne italiane  per salvare le sorelle afgane, per chiedere a Draghi di organizzare più viaggi, di ampliare il più possibile il numero dei fuggitivi a cui dare accoglienza in Italia.
Possiamo sperare che il governo si smarchi dalle posizioni oltranziste di Matteo Salvini? Possiamo sperare di salvarne 100 o 1.000 in più del previsto? Non sarebbe un risultato di poco conto. Anche solo salvare una vita in più, una donna, un bambino, è un motivo sufficiente per scendere in strada.

Alla fine, rimane comunque la colpa incancellabile – una responsabilità diretta, documentata, incontestabile –  della Nato, degli Stati Uniti e dei suoi alleati, per aver consegnato il popolo afgano alla follia ideologica dei talebani. E’ su questo che mi pare non ci sia da parte del governo e dei partiti italiani (anche del Centrosinistra) nessun ripensamento di fondo.
E proprio questo servirebbe: un’analisi coraggiosa e un uguale coraggio di domandarsi se non sia venuta l’ora di cambiare strada. Di cambiare paradigma. Di mettere finalmente in discussione la nostra adesione alla Nato – in compagnia, tra l’altro, con la Turchia di Erdoğan. Di sloggiare dal territorio nazionale tutte le basi Nato e americane, le testate nucleari, i carri armati. Di riconvertire la nostra industria bellica, smettere progressivamente di produrre e vendere armi a tutto il mondo.

Capisco il sorriso di qualche smaliziato lettore. “Fuori dalla Nato” è sempre stato uno slogan extraparlamentare e comunista, E la campagna contro le spese militari continuano a farla gruppetti di pacifisti incalliti e di reduci nonviolenti. Tutto vero, questi obbiettivi non hanno mai attecchito nei sindacati e nei grandi partiti, non hanno mai varcato la porta delle aule del parlamentari. Ma sono queste ‘utopie estremiste’ che oggi indicano un’altra via da imboccare. E’ da qui che dobbiamo necessariamente ripartire. Se non vogliamo ritrovarci incastrati in un’ennesima guerra, diventare complici di un altro fiume di sangue innocente.
Oppure resteremo sempre come siamo in queste ore, a guardare le immagini che passano veloci sul video, accesi da una rabbia impotente o sorpresi da una inutile lacrima.

In copertina:  Pieter Bruegel il Vecchio, Parabola dei ciechi, 1568, Galleria Farnese (su licenza Creative Commons)

david-armi

Zaki, Regeni, profughi libici:
ma quali Draghi, siamo straccivendoli.

 

Il ministro degli Esteri Di Maio, con la sobrietà che gli è propria, si intesta il merito del ritiro del contingente militare Nato (compreso quello italiano) dall’Afghanistan.
Lo stesso ministro degli Esteri, assieme al Governo di cui fa parte, non riesce a far uscire dal carcere egiziano non un contingente, ma un singolo studente trapiantato a Bologna, Patrick Zaki, detenuto da un anno e due mesi a forza di detenzioni preventive, per un’accusa priva di qualunque fondamento.
Mario Draghi, alla domanda su come il Governo si atteggi di fronte alla richiesta di concedere la cittadinanza onoraria a Zaki, se la cava pilatesco dicendo che è una “iniziativa parlamentare”.

Mario Draghi è lo stesso che, la settimana scorsa, in visita al nuovo premier libico, ha lodato il contributo della Libia nei “salvataggi in mare”. Cito cosa ha scritto Paolo Pezzati di Oxfam (una delle più famose Ong) a proposito di questi ‘salvataggi’: “6.700 persone sono morte in mare e almeno 55.000 sono state intercettate e riportate in Libia dalla cosiddetta Guardia Costiera, di cui quasi 12.000 nel 2020 e la cifra record di oltre 5.900 da inizio 2021. Uomini, donne e bambini finiti in quei centri di detenzione (e non di “accoglienza”, come li chiama l’ex ministro Marco Minniti) dove abusi e torture da anni sono sotto gli occhi dell’opinione pubblica mondiale”.

Mario Draghi, infine, è lo stesso che, ripetutamente richiesto di dire la sua sullo sgarbo che il premier turco Erdogan ha fatto a Ursula Von Der Leyen, facendola prima stare in piedi, poi seduta in posizione defilata e a debita distanza dai due statisti uomini (tra cui il presidente del Consiglio Europeo Michel), si è lasciato sfuggire che Erdogan è un dittatore, ma che bisogna trattarci perchè “ne abbiamo bisogno”.

Nessuno è così idealista, o stupido, da pensare che Mario Draghi debba proclamare ai quattro venti che in Libia e in Egitto i diritti umani sono calpestati dalle istituzioni al potere così, solo per il gusto di farsi dire “bravo” per un filotto di dichiarazioni politicamente corrette, dopo quella sulla Turchia.
Si sa che la diplomazia agisce, non parla. Infatti non si pretenderebbe che parlasse come se fosse il portavoce di Amnesty International: Amnesty può utilizzare solo l’arma della denuncia e della pressione mediatica per perseguire i propri obiettivi, uno stato sovrano invece (sedicente ottava potenza industriale del mondo) dovrebbe avere altri mezzi per persuadere i “dittatori con cui bisogna trattare”  che, appunto, è il caso di trattare non solo su quante armi gli vendiamo, ai dittatori, ma anche su come devono rispettare i diritti di libera opinione senza incarcerare o ammazzare i presunti “oppositori”, che spesso sono ricercatori e studenti formatisi alle nostre università, come Giulio Regeni e Patrick Zaki.

“Bisogna trovare l’equilibrio giusto”, afferma Draghi. Quale sarebbe l’equilibrio giusto da raggiungere nel caso di Zaki, nel caso Regeni, nel caso Libia? Vendere all’Egitto un’altra nave da guerra, la Fremm, frutto della coproduzione Fincantieri e Leonardo, ex Finmeccanica? (a proposito, sapete cosa fa adesso Marco Minniti, ex ministro degli Interni dei decreti sicurezza che lo hanno fatto lodare da Salvini e Meloni? Il responsabile della fondazione che fa capo a Leonardo). Quale sarebbe l’equilibrio giusto con la Libia? in nome della ripresa di grandi contratti di politica energetica, per la costruzione di grandi infrastrutture, chiamare le torture “salvataggi”? Far intercettare, come ha fatto la procura di Trapani, i giornalisti che facevano inchieste sul traffico di esseri umani in Libia (e non solo, si badi, i colloqui con indagati, ma anche tra i giornalisti e i loro avvocati)?

Per trovare soluzioni a problemi enormi bisogna spesso sporcarsi le mani, ne convengo. Sono tutti bravi a dividere la realtà in bianco e nero dalle pagine di un articolo, ne convengo. Però una domanda me la faccio: a cosa serve la politica? Se la politica non opera delle scelte che possano modificare uno stato di cose in senso nemmeno umanitario, ma umano, e si occupa solo (solo) di mettere le mani sulle grandi commesse, sacrificando totalmente sull’altare degli affari qualunque altro diritto umano, e lasciando che la violenza e il sopruso financo verso propri cittadini regnino indisturbati, a cosa serve?
A cosa serve la diplomazia?
La diplomazia non è la capacità di convincere con educazione dei dittatori sanguinari che devono essere meno cattivi. Non è mica questo. La diplomazia è la capacità di esercitare, con discrezione e fermezza, il peso delle proprie armi economiche per ottenere il rispetto dei diritti della persona. Invece noi, la realpolitik sembriamo interpretarla solo in maniera subalterna: siccome dobbiamo fare affari con loro, allora dobbiamo evitare di rompere i coglioni. Ma anche loro devono fare affari con noi, diamine. Possibile che la nostra diplomazia non riesca ad imporre mai alcune delle proprie condizioni alla conclusione di affari che si immaginano profittevoli anche per i dittatori?

Dispiace rilevare come anche sotto il premierato di un uomo che si è guadagnato una statura internazionale, come Draghi, la politica estera del nostro paese dimostri la statura di uno straccivendolo che cerca di convincere un cliente capriccioso e stronzo a comprare i suoi stracci.

FERMATE LE ARMI!
L’Italia spende ogni giorno 72 mln di € per la Difesa:
come Obiettare alle Spese Militari

di Davide Scaglianti

Nel suo Rapporto annuale il SIPRI, l’ istituto svedese di ricerca sulla pace e il disarmo, comunica che nel mondo, nel  2019 sono stati spesi quasi 2 mila miliardi di dollari (1.917 per la precisione) per le armi e la difesa; in un anno la spesa è cresciuta del 3,6% in termini reali, il più alto livello dal 1988 al netto dell’inflazione.

Nello stesso tempo il bilancio dell’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità)è di poco superiore ai due miliardi di dollari, lo 0,11% di quanto si spende per le armi. Nel nostro Paese dal 2008 gli esecutivi che si sono succeduti in questi anni hanno depotenziato il Servizio Sanitario Nazionale. Lo certifica in queste ore l’Istat.  Negli ultimi 9 anni, alla sanità italiana sono state sottratte risorse pari a 37 miliardi di euro; ciò ha determinato la perdita di 43.000 posti di lavoro, la chiusura di ospedali, di reparti e la riduzione di posti letto con una percentuale di 3,2 posti letto ogni mille abitanti contro la media di 5 ogni mille dell’Unione Europea, ma con punte di 8 ogni mille della Germania..
Negli stessi anni sono aumentate le spese militari. La spesa militare italiana, al 12° posto mondiale, ammonta a 26,8 miliardi di dollari nel 2019, in aumento di oltre il 6% sul 2018, equivalenti a una media di 72 milioni di euro al giorno. In base all’impegno preso nella Nato, essa dovrà continuare a crescere fino a raggiungere una media di circa 100 milioni di euro al giorno. La crisi del Coronavirus  rende evidenti le priorità necessarie alle popolazioni e rivela come le spese militari globali siano uno spreco vergognoso e una perdita di opportunità. Ora c’è bisogno di concentrare le risorse per rispondere alle necessità fondamentali: condizioni di vita sane per tutti, che derivano necessariamente da società più giuste, verdi e pacifiche. L’apparato militare non può fermare questa crisi. La pandemia si sconfigge potenziando la sanità e le altre attività di sostegno alla vita, non con forniture di mezzi e soldati finalizzati alla guerra. L’utilizzo di risorse militari durante la crisi in atto non ci deve ingannare; ciò non giustifica spese stellari né significa che la crisi possa così avere soluzione. E’ vero piuttosto il contrarioabbiamo bisogno di meno soldati, cacciabombardieri, carri armati e portaerei e più medici, ambulanze e ospedali. Occorrono enormi risorse per fronteggiare le conseguenze socio-economiche della crisi del coronavirus e mantenere condizioni economiche e sociali dignitose per le persone.
È tempo di spostare buona parte delle voci del bilancio militare verso i veri bisogni umani. Le reti e movimenti italiani per la Pace e il Disarmo chiedono da tempo una drastica riduzione delle spese militari, a favore di quelle sociali. Importanti riduzioni nelle spese militari libererebbero risorse non solo per fornire assistenza sanitaria universale, ma anche per far fronte alle emergenze climatiche e umanitarie che ogni anno uccidono migliaia di persone, specialmente nei paesi del Sud del mondo che stanno subendo le peggiori conseguenze di un modello economico che è stato loro imposto.
Oggi, nel nostro Paese è possibile recuperare miliardi di risorse dalla riduzione delle spese militari e dei nuovi sistemi d’arma: si deve bloccare il programma F-35, evitando di spendere altri 12 miliardi nei prossimi anni. Si deve fermare una legge che ci farebbe spendere 6 miliardi di euro in carri armati e mitragliatrici; le spese per la difesa non dovrebbero superare l’1% del Pil. Inoltre si dovrebbe procedere ad una riconversione dell’industria a produzione bellica verso aree produttive più utili per la vita, la salute, la sicurezza di tutti gli italiani. Oggi le urgenze sono quelle di un servizio sanitario nazionale pubblico che funzioni, di un welfare che dia diritti a tutti, di una scuola che non cada a pezzi, di sostegno al lavoro. Queste sono le vere priorità del Paese.

Ognuno di noi può dare una mano per favorire la realizzazione di questo processo; a Ferrara è presente un nucleo importante del Movimento nonviolento ed è possibile sostenerne le attività visitando il sito www.azionenonviolenta.it  e abbonandosi al periodico Azione nonviolenta [Qui] 

Inoltre, dal 2005 è stata rilanciata nella nostra città la campagna OSM (Obiezione alle spese militari): nata nel 1982, offre l’occasione di manifestare il proprio dissenso al continuo aumento delle spese militari e per sostenere economicamente un progetto di pace. A chi aderisce si chiede di compilare un modulo di adesione alla campagna(indirizzato al Presidente della Repubblica e al centro di coordinamento nazionale della campagna), ai suoi obiettivi (riduzione delle spese militari a favore di quelle sociali; elaborazione di un sistema difensivo non armato e nonviolento; approvazione di una legge per l’opzione fiscale) e di contribuire con una somma in denaro a sostenere il progetto “Adottare Srebrenica”, che ha per obiettivo la ricostruzione di un tessuto sociale e la creazione di relazioni pacifiche e non violente in una città che è stata teatro di uno degli eccidi più efferati del secolo scorso. La raccolta delle adesioni avviene nei mesi di settembre e ottobre.

Davide Scaglianti è Referente locale per Ferrara della Campagna Obiezione alle Spese Militari (OSM)
Chi volesse aderire, o comunque saperne di più, può chiamare il numero: 333. 4985319

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