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San Pietro Fontana lato nord

PRESTO DI MATTINA
Il battito in ogni cosa

Chi sei tu?

«Chi è lo Spirito santo?» Non mi pare questa la giusta domanda da porre a Pentecoste. Sa troppo di ‘catechismo’, di dogmatica, finendo per indurre a una risposta impersonale, magari impeccabile, ma da manuale di teologia, che non quieta l’attesa di chi interroga né riesce veramente a dischiudere il segreto nascosto nel nome. Fatalmente, chi la pone si fermerà a metà strada, senza arrivare al cuore e sentirne il battito. La strada è un’altra.

A Pentecoste, al compiersi della Pasqua e al venire dello Spirito, una più congegnale domanda potrebbe essere: «Chi sei?», senza dimenticare di ripetere con ardente desiderio: «Chi sei tu per me?».

Solo quest’ultimo interrogativo rivela l’esperienza, come diceva Isacco il Siro (VII secolo) [Qui], senza accontentarsi di una risposta fors’anche erudita e ornata di bellezza, ma impersonale. Non è raro che si pongano domande prive di un contatto con la realtà. Ecco perché un interrogativo che suscita e proviene dall’esperienza è un tesoro in cui possiamo confidare.

In questa audace e ad un tempo confidente domanda: «Chi sei tu per me e chi sono io per te?» solo chi è amato e a sua volta ri-ama giungerà a conoscerne la risposta. Nel tu per tu della relazione, di una libertà che ad un tempo si fa accogliente e si affida all’altro, può venire alla luce la parola, il nome sempre conosciuto e nominato sempre in modo nuovo di colui che Riccardo di San Vittore [Qui] chiamava il «condilectus, amor debitus et donum», un amore condiviso che si riceve (debitus) e che si dona a sua volta oltre sé stesso.

«Con-dilectus» esprime la gratuità dell’accoglienza, il darsi di una comunione reciproca di un amore a due, quella del Padre e del Figlio. Lo Spirito è sì il luogo vivente del loro amore, dove entrambi dimorano; ma questo luogo è reso permanentemente aperto dallo Spirito santo.

È costui infatti amore in uscita, che non trattiene gelosamente ciò che riceve. È passione di amore che non resta passivo, ma diviene a sua volta azione di amore che permanentemente fluisce, sorgente che zampilla in ogni dove, anche dentro di noi: «l’acqua che io gli darò – dice Gesù alla samaritana riferendosi allo Spirito – diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna» (Gv 4,14).

Il tutto a dimostrazione che la perfezione dell’amore non è esclusiva, ma inclusiva. Estasi di amore è lo Spirito, irruenza, dolcemente fluente, fuoco di amore, mite ardore di amore, che a Pentecoste mette sottosopra il cuore, e sparpaglia gli araldi del vangelo riunendo i linguaggi degli uomini, sino a renderli consonanti gli uni gli altri al loro messaggio, concordi come fratelli: «Mandi il tuo spirito, sono creati, e rinnovi la faccia della terra» (Sal 103, 30).

Lo Spirito è così tanto libero amore da lasciare anche in dono la libertà di nominarlo in molti modi, in moltissime lingue. Tutti infatti lo conosceremo, dal più piccolo al più grande, nel modo in cui anche noi saremo da lui conosciuti.

Ad ispirarmi questi pensieri è stato un inno di Pentecoste scritto nella sua ultima esperienza di questa festa da Edith Stein [Qui], Teresa Benedetta della Croce carmelitana, prima di essere deporta ad Auschwitz. È Edith a domandarsi: «Chi sei?».

«Chi sei, dolce Luce/ che ricolmi il mio essere/ e rischiari/ l’oscurità del mio cuore. Inafferrabile, inconcepibile e incontenibile in un nome» e tuttavia «più vicino a me/ di me stessa/ e più intimo/ del mio stesso intimo. Eppur nessun ti tocca/ o ti comprende/ e d’ogni nome infrangi le catene. Mi conduci per mano/ come una madre/ e non mi abbandoni,/ altrimenti non saprei muovere/ più nemmeno un passo./ Tu sei lo spazio/ che circonda/ il mio essere/ e lo prende con sé».

 

Sussurri e battiti d’amore

«Ogni sussurro/ e battito d’amore,
ogni sussurro che acconsenta amore».
(G. Ungaretti [Qui])

Lo Spirito è il battito in ogni cosa, pietra o albero o sabbia o acqua che sia, in ogni vivente e in ogni parola soffio di vita. È «murmure tra gli ulivi saraceni». Un “murmure di mare” è la nostalgia di amore, che risveglia nel poeta il ricordo di lei, dell’amata, e in me – «come l’acqua delle fontane di san Pietro, murmure liturgico» – la «Dulcis Jesu memoria, vera cordis gaudia», affinché il Cristo continui ad essere anche per me dimora e cammino, e il suo vangelo sia giogo dolce e carico leggero.

Eco di Dio in ogni cosa è il suo Spirito: «Eco d’una voce chiusa nella mente/ che risale dal tempo; ed anche questo/ lamento assiduo di gabbiani: forse/ d’uccelli delle torri, che l’aprile/ sospinge verso la pianura. Già/ m’eri vicina tu con quella voce;/ ed io vorrei che pure a te venisse,/ ora, di me un’eco di memoria,/ come quel buio murmure di mare» (S. Quasimodo [Qui], Tutte le poesie, 101; 585; 141).

A Pentecoste lo Spirito santo sta proprio nel buio della notte come luce promessa. Come l’aurora, affioramento di luce, è già una promessa presente; già una preghiera esaudita: «Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga con voi per sempre. Lo manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto» (Gv 14, 16-26). Preghiera che continua a compiersi nel tempo: lo Spirito stesso prega con insistenza in noi, con gemiti inesprimibili» (Rm 8, 26).

Lo Spirito, come l’aurora, è il battito del germinare della luce, chiarore che crea un varco nell’oscurità, battito del riposo nella fatica, tocco di rugiada nella calura, conforto di prossimità nel pianto.

 

Sulla soglia della decisione

Paraclito/Ad-vocatus = colui che è chiamato a sé, che è in-vocato per sostenerti nell’ora della decisione, confortarti nell’ora della prova. Tutta la vita – cristiana diceva san Serafino di Sarov [Qui] – è con-seguire lo Spirito santo, divenirne discepoli. Da lui viene il dono del consiglio, del discernimento spirituale, come pure del discernimento comunitario che è esercizio di sinodalità. È lo Spirito che guida al pensiero di Cristo, che è generativo del con-senso della fede dei battezzati nella comunità cristiana: sinfonia dei differenti battiti dei credenti.

Paolo ricorda ai Corinti che: «Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano. Ma a noi Dio le ha rivelate per mezzo dello Spirito; lo Spirito infatti scruta ogni cosa, anche le profondità di Dio.

Chi conosce i segreti dell’uomo se non lo spirito dell’uomo che è in lui? Così anche i segreti di Dio nessuno li ha mai potuti conoscere se non lo Spirito di Dio. Ora, noi abbiamo ricevuto lo Spirito di Dio per conoscere tutto ciò che Dio ci ha donato. Chi infatti ha conosciuto il pensiero del Signore in modo da poterlo dirigere? Ora, noi abbiamo il pensiero di Cristo» (1Cor 2, 9-16).

Pentecoste continua ad essere così il tempo della decisione. Lo Spirito santo ci attende sulla soglia, quella della decisione della libertà: abita in essa, per farci fazione, dalla parte del vangelo, consorti suoi. La soglia della decisione è anche il luogo dell’indecisione: luogo certamente comune dell’incredulità e della fede. È la soglia presso la quale egli ci attende.

È don Primo Mazzolari a dirci che lo Spirito ci fa essere «con la volontà e il cuore di fazione per il Regno del Padre. Troppa gente ha fretta di smobilitarci dai nostri ideali e dai nostri ricordi, per nuovamente intrupparci dietro interessi, che non sono neanche interessi: troppa gente ha premura di renderci gravosa la libertà così faticosamente guadagnata per disporci al baratto. Ancora una volta la nostra libertà cristiana per un piatto di lenticchie!» (Il Compagno Cristo, 42).

E in un’omelia, lo stesso Mazzolari ricorda le tentazioni del cristiano: «La Parola di Dio l’ho dentro di me, non la posso più rifiutare e adattare ai miei gusti, imborghesirla. Nel ‘lontano’ la ricerca è un istinto naturale; nel credente è istinto e grazia.

C’è poi il confronto continuo fra ciò che mi splende nella visione e nel desiderio e ciò che riesco a fissare. Penso in eternità e avanzo lentamente nel tempo. Ho ricevuto tanto e di tanto devo rispondere: anche davanti agli uomini. Sono creato testimonio davanti agli uomini. Dipende da me se Cristo sarà accolto o giudicato nella mia luce o nella mia tenebra. Sono di fazione per Lui fino all’ultimo respiro» (Domenica prima di Quaresima Mt c. IV, v. 1 –11).

L’espressione iniziale del capitolo 2 degli Atti degli Apostoli: «mentre il giorno di Pentecoste stava per compiersi», quello “stare per compiersi” esprime il venire a maturazione della decisione degli apostoli, intuito dello Spirito e sua grazia, che a Pentecoste li farà testimoni del vangelo.

La stessa locuzione la troviamo anche nel vangelo di Luca al cap. 9, che narra il momento in cui Gesù manifesta la sua decisione di andare a Gerusalemme annunciando così la sua prossima passione: «Mentre stavano per compiersi i giorni in cui sarebbe stato tolto dal mondo, Gesù indurì la sua faccia e partì direttamente verso Gerusalemme».

È l’inizio del grande viaggio e lo Spirito, urge in lui e lo sospinge a salire con i suoi verso Gerusalemme, sapendo che là lo attenderà la croce; quella decisione lo porterà a raggiungere tutti e a dare compimento all’amore: «quando sarò elevato da terra attirerò tutti a me», ad abbracciare tutti, anche i nemici e nel luogo del suo innalzamento, da quel legno pure lui dai chiodi trafitto, colpo su colpo battuti, battito di un cuore morente e dopo aver preso l’aceto, reclinando il capo, avrebbe alla fine reso su tutti lo Spirito.

Lo Spiritus Principalis o Pneuma hegemonikon è l’energia di amore sorgiva che il Padre ha dato al Figlio e che questi ha rimesso nelle sue mani e donato anche a noi. È colui che conosce l’ordito dell’amore, l’ordo amoris, perché ne è il principio, la tessitura che regge e intreccia l’insieme dei fili di ogni amore fino al loro compiersi. È principalis, che inizia sempre, regge e guida ogni cammino, attacco e arrivo ad ogni movimento, filo dopo filo, battito dopo battito in ogni cosa, in ogni vita che acconsenta amore.

Spiritu principali confirma me (Salmo 50 [51], 14)

Tu esci
come da ferita del legno,
lavacro battesimale.
Tu sgorghi
come da cuore trafitto,
acqua e sangue,
vita nascente
da compiuta morte,
sigillo di un amore risorto.
Goccia a goccia dapprima,
fiume che travolge poi,
inondazione feconda
per l’arida fede
e per gli Undici,
sementi disperse
dal battito della paura.
Tu, primo battito
di un cuore di Chiesa
su cui accordarci
sempre di nuovo
perché si sia
cuore indiviso.

 

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Cover: Roma, p.zza San Pietro, fontana lato nord – Foto Wikimedia Commons

 

 

 

rosa bocciolo amore fiore

PRESTO DI MATTINA
Liturgia come poesia

“Amor dammi l’Amore!”: un mormorio
Di gente in pena. L’Ostia, in alto, casta
Attrae i cuori: “Sì, vivere è Cristo”
(C. Rebora [Qui], Le poesie, Milano 1988, 271).

Quale liturgia per il cambiamento d’epoca? Una liturgia come poesia.

Nella poesia come nella liturgia c’è qualcosa che ha la forza di risvegliare la coscienza, di farla uscire dall’oblio e portarla in presenza del reale. Anzi l’immerge in esso, facendola poi riaffiorare fuori dalle nebbie romantiche e dalle forme senz’anima, estetizzanti, come di chi si guarda allo specchio e poi se ne va, spettatore smemorato della vita.

Liturgia e poesia aprono gli occhi della coscienza al mondo. Sono soglia che introduce alla presenza dell’Altro/d’altri come realtà viventi, concretissime. Esse ridestano lo spirito dal letargo dell’indifferenza, smuovendo la cenere nichilista, che spegne la brace fumigante, che spezza la canna incrinata, che rinchiude nei concetti e nei ruoli la persona rincorrendo fantasmi.

Vocazione di entrambe è strutturare legami, dare forma alla personalità, risvegliarla alla decisione della libertà di prendere parte ai destini umani con cui ci si intreccia.

«Risveglia la tua potenza e vieni» (Sal 80), sembrano allora dire con il salmista anche la liturgia e la poesia al mistero che portano in grembo. Mistero di povertà e ricchezza, di forza e debolezza, di dolore e gioia, perduto e sempre ritrovato, celato ma sempre risorgente: portatrici dello Spirito che abita ovunque la realtà.

L’azione dello spirito non impone, non sequestra la libertà, ma la libera, dischiudendo in essa una sorgente che nasce da lei e perciò le appartiene. Scrive Romano Guardini [Qui]: «Egli tutto scruta, è lo Spirito della disciplina e della pienezza. Tutto è affidato a Lui, Egli è la Luce e l’Amore; risveglia l’Amore e solo l’amore vede con chiarezza; ordina l’amore e fa sì che diventi verità in cui luminosamente si scorgono le esigenze di Cristo e del Regno; opera l’essere veri nell’amore», (Il senso della Chiesa, Brescia 1960, 101-102).

Cade così il muro, l’individualismo che si frappone tra le persone. Ritorna a farsi sentire il mondo interiore dell’altro, l’interiorità della storia come concretezza, come dato: non già come idea o visione, ma come realtà effettiva e affettiva, risvegliata dall’esserci in presenza d’altri, rendendo così possibile nella comunanza la piena socialità delle personalità.

Lo spirito della liturgia e quello poetico sono in noi con un venire sempre nuovo, determinano al nostro fianco una crescenza, un sempre nuovo avanzare.

Di più. Entrambe risvegliano «l’aspirazione per l’altro, la nostalgia di scoprire un altro uomo anche “di là”. Si risvegliava il desiderio di comprensione e di colleganza… La comunanza rettamente intesa non rende comuni né volgari, come accade con quella falsa. È felicità, è fonte di forza; mette alla prova la forza di resistenza e insieme la docilità del nostro essere personale. La nobile comunanza è nobile compito e opera elevata» (ivi, 107; 109).

Guardini scrive questo testo per una conferenza nel 1922, proprio cent’anni fa. Eppure già allora egli percepiva con la sua sensibilità di credente «il risveglio della chiesa nelle anime» − espressione divenuta famosa − indicando la consapevolezza d’una nuova stagione nella storia della Chiesa.

Il credere e il suo pensarsi sbilanciato sul versante intellettualistico, individualistico e pietistico nella controversia illuministica si risvegliava in quello dell’esperienza dello spirito, dellaffectus che convoca in presenza dell’amore la comunità per rinnovarla.

La fede tornava a comprendersi come accoglienza di una realtà amabile e amante: «ciò che si presenta alla coscienza del credente non è propriamente una ‘verità’, o un ‘valore’, bensì l’accoglienza di una realtà, quella del Dio santo nel Cristo vivo», (Il Signore, Brescia 2005, 264).

Si risvegliava la coscienza della Chiesa come realtà vivente, Corpo di Cristo, di cui ogni singolo credente è chiamato in quanto battezzato ad avere parte al triplice dono/compito profetico sacerdotale e regale di Cristo, e a misurarsi di nuovo con la realtà del mondo in un’attiva e amorosa partecipazione.

Per questo il Concilio dirà della liturgia essere culmine e fonte della vita della Chiesa, luogo di una «actuosa partecipatio» al mistero pasquale/eucaristico, «sacramento di amore, segno di unità, vincolo di carità», (SC 47-48).

Liturgia: l’opera che appartiene a tutto il popolo, opera sua e per tutti dice l’etimologia, un azione trasformante, a partire dalla realtà stessa posta in relazione.

Già lo aveva preconizzato Romano Guardini quando scriveva: «La liturgia è integralmente realtà. Si distingue da qualsiasi pietà di solo concetto o di sentimento, dal razionalismo e dal romanticismo religioso. Il fedele vede in essa realtà terrene, uomini, cose, azioni, oggetti – e insieme il Cristo reale, la Grazia reale. La liturgia non è solo pensiero, né solo sentimento; è prima di tutto un addivenire all’essere, un nascere, maturare, essere. La liturgia è un divenire fino al compimento, uno svilupparsi fino alla maturazione», (Il senso della chiesa, Brescia 1960, 36-37).

La liturgia e la poesia ci sono date «per vivere sotto lo sguardo di qualcuno», che ci risveglia e ci fa crescere: esse ci mettono in presenza dell’altro per poter vivere e dimorare in esso.

L’azione liturgica è come fare «un gioco dinanzi a Dio, non creare, ma essere un’opera d’arte, questo costruisce il nucleo più intimo della liturgia… Essere artista significa lottare per esprimere la vita profonda, affinché, espressa che sia, essa possa esistere. E null’altro: ma non è già molto questo?

È niente di meno che un’imitazione della creatività divina, della quale si dice che abbia fatto le cose ut sint, perché semplicemente esistano. La stessa cosa fa la liturgia. Anch’essa ha cercato con cura infinita, con tutta la serietà del bambino e la coscienziosità rigorosa del vero artista, di dar espressione in mille forme alla vita dell’anima, vita santa alimentata da Dio, mirando a null’altro se non a che essa vi possa dimorare e vivere…

La liturgia ci è data per vivere sotto lo sguardo di Dio. Agire liturgicamente significa diventare, vivente opera d’arte dinanzi a Dio, con nessun altro scopo se non d’essere e vivere proprio sotto lo sguardo di Dio… La liturgia non è, nella sua essenza, religione di spiriti colti, bensì di popolo», (Lo spirito della liturgia, Brescia 1996, 80-81).

Per Paul Ricoeur [Qui] «il linguaggio poetico cambia il nostro modo di abitare il mondo. Dalla poesia noi riceviamo un nuovo modo di essere nel mondo, di orientarci in questo mondo», (Cit. in M. Campedelli, Un incontro sulla soglia: poesia e liturgia, RTL 274 2009, 61).

Vivere la liturgia significa allora abitare poeticamente la realtà, proprio come il poeta che si libera dalla visione ordinaria delle cose, al fine di essere libero per accogliere un nuova presenza, il formarsi di una nuova realtà che lo plasma e la cui parola poetica porta alla luce.

Nella poesia come nella liturgia accade e si esprime uno stato d’animo tale da disarticolare la realtà abituale, il suo orizzonte monotono e impenetrabile, aprendo un varco in essa per far passare un altro modo di vivere nel mondo, di pensare, di sentire, di vedere la vita: una nuova immagine si dà a vedere e toccare, un mondo altro in cui entrare e dimorare.

Il poetico sta alla liturgia come le acque di un fiume carsico. La poesia, intesa come poiesis è abilità a fare, creatività dello spirito dentro la liturgia stessa, generativa dell’esperienza di essere creati e ricreati attraverso le sue parole e i santi segni.

In essa si fa esperienza di quanto riferisce Giovanni nelle lettere: «Quel che era dal principio, quel che abbiamo udito, quel che abbiamo visto con i nostri occhi, quel che abbiamo contemplato e che le nostre mani hanno toccato della parola della vita (poiché la vita è stata manifestata e noi l’abbiamo vista e ne rendiamo testimonianza), quel che abbiamo visto e udito, noi lo annunciamo anche a voi, perché voi pure siate in comunione con noi».

Il cuore poetico della liturgia è il mistero pasquale. Da questa nuova creazione la vita, il mondo, il cosmo vengono riaperti, generati a vita nuova. Nella risurrezione viene disarticolata la morte e proprio da essa l’orizzonte di una nuova vita è donata e fatta partecipe a tutti.

Gli scritti del poeta e teologo ortodosso Olivier Clément [Qui] sono stati decisivi per aprire a nuovi orizzonti il mio vivere e pensare la fede. Egli parla della poesia e del suo compito di risvegliare la coscienza alla realtà, quale compito profetico che fa breccia nel conosciuto, nel prevedibile, facendo affiorare l’imprevedibile, il mistero nascosto nell’ordinario, nel feriale orizzonte un orizzonte festivo, parola sempre nuova rivelatrice di una alterità nascosta, ma che invocata si fa presente:

«È compito del poeta − e attraverso questo indubbiamente egli profetizza − provocare un risveglio. I vecchi asceti dicevano che il più grande dei peccati è l’oblio: quando l’uomo diventa opaco, insensibile, talora indaffarato, talaltra miseramente sensuale; quando diventa incapace di fermarsi un istante nel silenzio, di meravigliarsi, di vacillare davanti all’abisso, per l’orrore o per il giubilo; quando diventa incapace di ribellarsi, di amare, di ammirare, di accogliere lo straordinario negli esseri e nelle cose; quando insomma diventa insensibile alle sollecitazioni segrete, anche se così frequenti, di Dio.

Allora interviene il poeta… Perciò la poesia − più in generale l’arte – ci risveglia. Essa ci cala più in profondità nell’esistenza. Fa di noi degli uomini e non delle macchine. Rende solari le nostre gioie e laceranti le nostre ferite. Ci apre all’angoscia e alla meraviglia».

Di seguito poi O. Clement cita un testo poetico di una liturgia nella vita: «L’Umiltà dell’ultima rosa in Achmatova: “Signore, tu vedi quanto sono stanco/ di risuscitare, di morire e di vivere./ Prendi tutto, ma di questa rosa rossa/ possa sentire ancora la freschezza”, In memoria di Bulgakov, 1940», (Il potere crocifisso. Vivere la fede in un mondo pluralista, Mangano [Bi] 1999, 69-71; 73).

Questo per me è lo spirito della liturgia, così è viverla, perché queste parole risvegliano in me quelle umilissime parole, ma traboccanti fiducia, del Figlio amato: “Padre nelle tue mani affido il mio spirito”. Come rosa rossa che mai appassisce sono le mani del Padre che profumano della grazia fragrante del Risorto dai morti.

Termino così come ho iniziato, con una poesia di Rebora che fa risuonare, ancora oltre, le parole di Anna Andreevna Achmatova [Qui]; a lei grato per continuare a sentire, di quella rosa rossa che per me è la liturgia, ancora oggi, la freschezza.

«Bocciòlo di rosa reciso!
Ma ecco nell’acqua si schiude:
l’effluvio si effonde: il sorriso
dei petali casto si indora.
Nel freddo angusto vasetto
da poca inerte acqua che affiora
donde hai tratto il getto e il vigore?
Come vesti tanto splendore?

Oh cuore del mondo reciso!
Ma ecco la Grazia ti irrora,
l’Amore infinito dilata
il tuo nulla: palpita grande
il Signore, circola il Sangue,
lo Spirito buono ti sana,
con te piange, e in pace t’irradia:
nel mondo ti dà il Paradiso.»
(Le poesie, 412)

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palloncini cielo gioia unità

PRESTO DI MATTINA
la gioia nell’unità

«Gaudium unitate»: la gioia nell’unità, dove il sostantivo unitas è declinato all’ablativo unitate, anziché al genitivo unitatis onde sottolineare, non già una determinazione della gioia che la specifica, la gioia dell’unione, ma per evidenziare ciò che ne è la causa, uno stato in luogo figurato, là dove essa si origina, l’ambito in cui se ne fa esperienza al vivo.

Frutto di quel ‘convenire insieme per vedere, valutare, ed agire insieme’, affinché la gioia del Signore – che è là dove due o tre sono riuniti nel suo nome – sia forza per tutti, gioia di entrare tutti per la stessa soglia, quando si celebra e quando si riflette e si vive insieme.

Ho pensato così che l’espressione In unitate gaudium potrebbe essere un buon titolo di una esortazione di papa Francesco ai cristiani in sinodo, al fine di focalizzare il rapporto fondamentale tra sinodalità e liturgia.

L’invocazione dello spirito nella storia e nella celebrazione liturgica fa si che la celebrazione eucaristica, come lo è la liturgia per l’agire della chiesa, sia fonte e culmine pure del processo sinodale, punto di arrivo, origine e meta del cammino dei cristiani.

La sinodalità non è infatti un metodo, una strategia pastorale come pensano alcuni, ma «l’ordine sinodale è un modo di esprimere il primato dell’amore a livello stesso della Chiesa» (Ghislain Lafont [Qui]), primato dello Spirito di amore così come viene celebrato e vissuto nell’assemblea liturgica che poi deve traboccare nella storia e nelle relazioni tra le persone.

La celebrazione eucaristica costituisce così il paradigma fondamentale dell’evento e del processo sinodale. Come l’eucaristia deve continuare nella vita, così la sinodalità è esercizio permanente, affinché non si abitino solo i luoghi ma le relazioni, non si vivano gli eventi ma i processi.

È lo Spirito Santo che invocato sul pane e sul vino rende presente il Signore Gesù nell’assemblea domenicale, ed è lo stesso Spirito poi che abita le nostre relazioni, suscitando nell’atto del convenire processi che maturano verso il consenso e stili di vita e forme istituzionali più evangelici.

«È il primo attore del sinodo – ricordava il papa al Sinodo amazzonico – per favore, non lo scacciamo; dobbiamo consentire allo Spirito di esprimersi». La sinodalità è così ascolto dello Spirito che parla alle chiese e ai singoli battezzati per attuare convergenze: «Dove lo Spirito è presente, c’è sempre un movimento verso l’unità, ma mai verso l’uniformità», (Ritorniamo a sognare, 75).

In questa prospettiva l’eucaristia diviene atto educativo e performativo: una mistagogia, iniziazione ad un tempo al mistero pasquale e al camminare insieme; essa introduce nel mistero del pane spezzato lungo il cammino condiviso.

Come nella liturgia eucaristica così nel processo sinodale si compie la stessa «dinamica evangelica di un Dio che si avvicina, ascolta, vede e risponde. L’obiettivo di un processo sinodale è annunciare il Vangelo in un dato contesto per andare incontro alle particolari sfide delle persone che vivono in quel luogo. La sinodalità permette alla Chiesa di incarnare ciò che proclama», (Mario Grech [Qui], nuovo segretario generale del Sinodo dei vescovi).

L’ultimo scritto dello storico Giuseppe Alberigo (1926-2007) [Qui], che fu segretario e anima dell’Istituto per le scienze religiose di Bologna (Fscire) fondato nel 1953 da Giuseppe Dossetti [Qui], è come il suo lascito testamentario alla Chiesa italiana e ai suoi collaboratori. Egli diresse e coordinò l’équipe prevalentemente internazionale dalla quale sono usciti i cinque volumi della Storia del concilio Vaticano II.

«Sinodo come liturgia» è il titolo del suo testo pubblicato su Regno-doc. 13, 2007, 443. L’invito e la consegna dell’allievo di Hubert Jedin e di Delio Cantimori è stato quello di proseguire la ricerca sul rapporto tra momento eucaristico-sacramentale dell’assemblea liturgica e il momento sinodale della vita ecclesiale, al fine di arrivare a dare un autentico carattere assembleare alla chiesa come pure alla celebrazione dell’eucaristia.

Così Alberigo scriveva nell’articolo: «A quasi mezzo secolo dalla conclusione del Vaticano II, occorre riconoscere che la conciliarità ha ottenuto maggiori consensi a livello dottrinale che istituzionale e, tanto meno, ha inciso sulla vita delle comunità. Infatti quasi tutte le forme di organizzazione delle Chiese cristiane provano difficoltà e resistenze a darsi istanze stabili di comunione e di partecipazione generalizzata, alle quali sia riconosciuta anche un’effettiva, operante autorità decisionale.

La tenace resistenza dell’egemonia “clericale”, concentrata nelle rivendicazioni romane, costituisce un ostacolo verso un rinnovamento conciliare, altrettanto quanto la – simmetrica – radicata passività del popolo credente.

È diffusa la convinzione che sia necessario ripensare la concezione della Chiesa a partire dai dati certi ed elementari della fede oggi e che si debba ridisegnare un’ecclesiologia istituzionale coerente. Sembra opportuno un ripensamento tanto fedele alla Tradizione, quanto libero e creativo.

Insistere a ritenere adeguato per la comprensione della Chiesa lo schema centro/periferia pone ormai al di fuori della realtà e costituisce un ostacolo alla realizzazione della comunione. Troppo frequentemente l’esasperazione di un’ecclesiologia insensibile sia alla centralità della comunità eucaristica, sia alle identità culturali delle diverse aree, insiste a esaltare il modello del “capo”.

Ne è frequentemente conseguito l’azzeramento – o quasi – dello spazio e del riferimento all’azione dello Spirito Santo, nonché la marginalizzazione del popolo fedele. Sembra necessario riconoscere che la ricerca – pure legittima – della certezza e della stabilità nelle strutture della Chiesa e nella sua vita concreta esige di essere composta con delicato discernimento col riconoscimento dell’imprevedibile soffio dello Spirito e con la correlativa dinamica dei carismi e, pertanto, richiede nuovi paradigmi» (ivi, 443-444).

«Non soltanto comunità, ma comunità assembleare, comunità tutta gravitante verso il suo porsi in atto e manifestarsi nell’assemblea, in un atto assembleare organico», così concludeva Alberigo ed è questo il cammino che papa Francesco ripropone anche oggi alla Chiesa.

Per la settimana mariana, lo scorso ottobre in diocesi, le riflessioni alle messe infrasettimanali tenute dai celebranti hanno inteso fare memoria e ridestare alla coscienza delle persone provenienti delle parrocchie cittadine l’operosità che le nostre comunità hanno mostrato nell’ultimo Sinodo (1985-1992) promosso e guidato dal vescovo Luigi Maverna.

A me era stato affidato il tema: “Eucarestia pane per il cammino”. Si trattava di mediare la riflessione attraverso le letture bibliche del giorno: Giona 4,1-11; e il Padre nostro in Lc 11,1-4.

Pane in cammino è la parola profetica. Essa cammina innanzi, battistrada che apre la strada verso gli altri; è portatrice di perdono, perché animata dallo Spirito, colui che è la remissione stessa dei peccati, parola generatrice di inclusione e di condivisione senza misura: questo ci dice la parabola di Giona profeta.

Egli non fa che tracciare confini, marcare la differenza, attestare la diversità tra lui e i pagani, rifiutarsi di seguire la Parola, escludersi per escludere e invece i marinai nella nave in tempesta fanno di tutto per riconoscere la sua diversità anche religiosa e accettarla, anziché buttarlo a mare per calmare la tempesta.

La parola di Dio tutte le volte lo riporta sulla strada verso l’inclusione; essa rimane aperta in attesa della sua conversione, anche quando lui resta chiuso in se stesso. Pane in cammino è la parola di Dio, non solo per i destinatari di questa parola, gli abitanti di Ninive, ma anche per colui che la porta. Anche per Giona, anche per la chiesa, la parola di Dio, è pane in cammino, pane di conversione che reimmette sulle strade di Dio.

Pane del cammino è la preghiera del Padre nostro. Si chiede il pane quotidiano, per arrivare a nutrirsi del pane della Parola e imparare che non si vive di solo pane, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio.

«Ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto, per farti capire che l’uomo non vive soltanto di pane, ma che l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore», (Dt 8, 3-4).

Il Padre nostro è viatico, pane per il viaggio, nel nostro esodo verso il Padre, che nutre la nostra fraternità in Cristo. Proprio perché posto nel cuore della celebrazione liturgica, il Pater noster pone nel cuore di ogni preghiera il mistero pasquale e diventa così pane per una chiesa in cammino sinodale.

Pane del camminare insieme è allora l’eucaristia. La chiesa fa l’Eucaristia e l’Eucaristia apre sempre di nuovo il cammino della chiesa. Nel segno del pane condiviso l’eucaristia diventa pane sinodale, per nutrire i fedeli nel consenso della fede e nell’impegno a perseguire la comunione.

La descrizione della Didaché dell’assemblea cristiana convocata alla mensa domenicale può allora essere presa come immagine della sinodalità: «Nel modo in cui questo pane spezzato era dapprima grano sparso qua e là sopra i colli e raccolto divenne una sola cosa, così si raccolga la tua Chiesa nel tuo regno dai confini della terra; perché tua è la gloria e la potenza, per Gesù Cristo nei secoli», (9, 4).

La gioia nell’unità è simile alla ‘nostalgia del mare’, propria dell’uomo che solca i mari, lontano dalla patria, o di chi migrante rafforza in lui l’istinto di vita, e la nostalgia diventa lotta per il futuro. Chi l’ha sperimentata una volta è sempre pronto a prendere il largo e ripartire.

Soledad-Saudade dicono i brasiliani, un ardente desiderio che è nostalgia di una presenza che spezzi la solitudine, di un incontro che riaccenda la gioia del ritrovarsi insieme; uno stato d’animo non passeggero e non futilmente sentimentale, caratterizzato da ricordo che infonde speranza; un sentire congenito alla solitudine in cerca di solidarietà.

Antoine de Saint-Exupéry [Qui] ci ricorda: «Se vuoi costruire una barca (e la Chiesa è una barca), preoccupati sì di avere il legname, i carpentieri, i fuochisti e i mozzi di bordo, ma più ancora, se vuoi costruire una barca, preoccupati di dare a tutti la nostalgia del mare infinito”: Gaudium unitate.

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PRESTO DI MATTINA
“In lumine fidei”: Filippo Franceschi, il vescovo traghettatore del Concilio

 

Filippo Franceschi: un vescovo con stile sinodale.

«Cerchiamo di annunciare e servire il Vangelo, il quale solo ha la forza di aprirsi un varco nel cuore dell’uomo e di far crescere la nostra Chiesa»: queste parole sintetizzano la coscienza e l’agire pastorale del vescovo Filippo Franceschi [Qui], che per brevi ma intensissimi anni, dal 1976 al 1981, ha esercitato il suo ministero episcopale nella nostra diocesi e in quella di Comacchio.

Fu il vescovo che mi ha ordinato sacerdote nel 1977. Ma non è solo per questo che desidero ricordarlo in benedizione e rinnovata gratitudine nell’anniversario della sua morte il 30 dicembre di 33 anni fa a Padova.

Fino all’ultimo, al culmine della sua malattia, ha reso al vivo il suo motto episcopale, “Nella luce della fede”, incarnando le parole che dicevano la forma essenziale del suo credere: «credere nel Signore, nella Chiesa, nei compagni di strada chiunque essi siano».

All’omelia esequiale il patriarca di Venezia Marco Cè [Qui] disse: «In questi dieci mesi di sofferenza mons. Franceschi ha sperimentato l’abitazione del corpo come “esilio lontano dal Signore”, testimoniando l’attesa. “Docebat a ligno”. Come Gesù ci è stato maestro dalla Croce. In quel momento egli impugnò la candela del suo Battesimo ed entrò “solus” nella notte della prova, sostenuto dalla preghiera della sua Chiesa, fino al giorno in cui gli venne incontro Gesù stesso, “luce vera che illumina ogni uomo che viene in questo mondo”».

Il suo magistero fu un magistero tutto conciliare, proteso a far sviluppare sempre di più quei germogli del Concilio Vaticano II, che, diceva, non sarebbero germinati senza la nostra cooperazione, senza il nostro “camminare insieme di chiesa, il nostro «farsi prossimo” e “pellegrinare con la storia” per poter dare frutto».

Un pastore pellegrino con i laici”, così lo ha ricordato l’Azione cattolica di cui fu assistente nazionale dei giovani. E in quella transumanza della recezione dell’evento conciliare dalla chiesa universale alla nostre chiese locali di Ferrara e Comacchio, egli seppe declinare l’orizzonte profetico aperto dallo Spirito al Concilio, mantenendosi entro il solco della viva e autentica tradizione ecclesiale.

Per essere veramente «cattolica infatti la chiesa è chiamata a spingersi oltre le barriere di razza, di lingua, di cultura, di spazio, di tempo; essa come diceva san Bernardo “deve essere ante et retro oculata”. La sua tradizione non è solo “memoria”; è anche cammino in avanti».

In sintonia con lo stile conciliare fu aperto al dialogo anche con i lontani e con chiunque avesse a cuore l’umano. Promosse il dialogo tra fede e cultura, sperimentando il legame profondo che unisce pastorale e cultura: «la pastorale, quanto la cultura tendono ad un medesimo oggetto e, sotto certi aspetti, ad un medesimo fine: la dignità e la libertà della persona umana, la storia che, per garantire e rendere evidente tali dignità e libertà, deve essere piegata e volgersi al fine e alla totale vocazione dell’uomo».

Incoraggiò e sostenne con grande determinazione il coinvolgimento del popolo di Dio e dei battezzati per far crescere la coscienza comunitaria, attraverso l’impulso dato alla ministerialità nel pensare e nell’agire pastorale a servizio dell’evangelizzazione e della carità per una chiesa non solo “tutta ministeriale”, ma tutta missionaria.

Il vescovo Filippo è stato il traghettatore dell’evento conciliare. Egli ne ha accompagnato il cammino di una prima recezione, raccogliendo con amicizia e sollecitudine attorno a sé il suo presbiterio in questo processo di riforma ecclesiale.

Ci incoraggiava rammentandoci le parole di sant’Agostino, l’alleluia del camminare insieme: «“canta, come il viaggiatore, canta, ma cammina. Canta e cammina senza deviare, senza indietreggiare, senza fermarti. Qui canta nella speranza, lassù nel possesso”. Questo è l’alleluia della strada, che percorrerò con voi».

Non ho potuto non pensare alle parole di papa Francesco, ritrovando tra i testi del vescovo Filippo questo pensiero: «Nella Chiesa si vive e si opera docili allo Spirito, lasciandoci da lui guidare al servizio del Vangelo, con e per gli altri, per l’avvento del Regno di Dio, mistero di grazia e di pienezza».

Un pensiero che si specchia in quello recente del papa per il quale «il Sinodo non è un’indagine di opinioni, ma un momento ecclesiale il cui protagonista è lo Spirito Santo… è un evento di grazia, un processo di guarigione condotto dallo Spirito Santo, soffia in modo sempre sorprendente, per suggerire percorsi e linguaggi nuovi»,

Ma sono rimasto ancora più sorpreso scoprendo come gli interrogativi da lui posti alla nostra chiesa di allora siano ancora significativi oggi, che stiamo intraprendendo un nuovo cammino, quello sinodale, al fine di attuare quegli orientamenti ancora inespressi e inattuati dal Concilio.

Si domandava: «Ma verso quali prospettive si muove la nostra Chiesa, a quali obbiettivi orienta la propria azione pastorale? Il punto di partenza resta sempre quello della “unità di missione”. Nella Chiesa i ministeri sono diversi, ma anche le modalità, le forme con cui partecipa alla missione».

«Gli stessi interrogativi ritornano oggi: «Una Chiesa sinodale, annunciando il Vangelo, “cammina insieme”; come questo “camminare insieme” si realizza nella vostra Chiesa particolare? Quali passi lo Spirito ci invita a compiere per crescere nel nostro “camminare insieme”?».

Come a dire che il bene della comunione ecclesiale attraverso la partecipazione di tutti i battezzati, secondo la molteplicità dei ministeri suscitati dallo Spirito, deve caratterizzare anche oggi il nostro cammino.

Quale sintonia, solo incipiente allora, primi passi verso uno stile nuovo di comunione; sintonia pure con il tema proposto da papa Francesco per la prossima assemblea dei vescovi: «Comunione, partecipazione e missione».

Nella sua relazione il segretario generale del sinodo il card. Mario Grech [Qui] ricorda: «Per lungo tempo si è parlato della comunione come elemento costitutivo della Chiesa. Oggi appare chiaro che tale comunione, o è sinodale o non è comunione. Sembra uno slogan, ma il suo senso è preciso: la sinodalità è la forma della comunione della Chiesa-popolo di Dio.

Nel camminare insieme del Popolo di Dio con i suoi Pastori, nel processo sinodale in cui tutti partecipano, ciascuno secondo la propria funzione – Popolo di Dio, Collegio dei Vescovi, Vescovo di Roma – si determina una reciprocità dei soggetti e delle funzioni, che muove la Chiesa nel suo cammino in avanti, sotto la guida dello Spirito.

Non bisogna nascondersi che forse in passato si è tanto insistito sulla communio hierarchica: l’idea che l’unità della Chiesa si potesse fare unicamente rafforzando l’autorità dei Pastori. Per certi aspetti quel passaggio è stato anche necessario, quando, dopo il Concilio, erano apparse varie forme del dissenso.

Ma quella non può essere la modalità ordinaria di vivere la comunione ecclesiale, che domanda circolarità, reciprocità, cammino insieme nel rispetto delle rispettive funzioni nel Popolo di Dio. La comunione dunque non può che tradursi in partecipazione di tutti alla vita della Chiesa, ciascuno secondo la sua specifica condizione e funzione».

Nelle indicazioni Verso un piano pastorale (1979) il vescovo Filippo individuava quattro obbiettivi da perseguire insieme, per rivitalizzare le comunità cristiane di allora, che possono essere valide anche per il cammino di oggi.

Così, oggi, egli ci direbbe che quello sinodale dovrà essere «un itinerario verso la maturità di fede, verso una più chiara coscienza ecclesiale, verso una chiesa tutta ministeriale e più attenta a tutto ciò che avviene nel mondo».

Intendendo per maturità di fede «una fede consapevole, più personalizzata: una fede vissuta, che illumini ed orienti la condotta della vita, si esprima in scelte coerenti sul piano della esperienza personale, famigliare, sociale… Il problema “fede e vita”, “fede e storia” è un problema vero ma la sua soluzione, se può essere favorita e illuminata da un approfondimento dottrinale, deve essere ricercata nel concreto della esperienza cristiana, nel vissuto delle nostre comunità».

E aggiungeva questa maturità si riscopre solamente a partire dal senso genuino della “gratuità”: «Può sembrare una parola astratta; ma non lo è, viene assunto qui con un significato preciso. La “gratuità” richiama lo stile dell’azione di Dio; è il segno della sua benevolenza: rimanda alla parola “grazia”: dono gratuito.

La nostra azione deve conoscere la generosità di chi opera nel nome del Signore, cercando non ciò che può giovare a se stessi, ma quello che giova alla salvezza dell’uomo, alla crescita nella fede e nella carità dei fedeli».

Ricordava poi che «”coscienza di chiesa” è termine che il Concilio ha riproposto nella pienezza del suo significato. Compendia in sé non solo la conoscenza della Chiesa, come popolo di Dio, corpo di Cristo, sacramento di universale salvezza, ma anche il “senso di appartenenza”, il sentirsi membra vive di questa comunità riunita nel nome di Cristo il Signore, di questa comunità, animata dallo Spirito e gerarchicamente costituita: “l’esser consapevoli del posto che a ciascuno è assegnato nella Chiesa” per vocazione e per dono dello Spirito che di continuo l’arricchisce con diversità di carismi, di funzioni e di ministeri. Comporta inoltre ilpartecipare attivamente la vita e la missione della Chiesa”: ognuno secondo le proprie capacità e nelle condizioni di vita in cui di fatto si trova; e, quel che più vale, comporta infine che “l’essere Chiesa” diventi un criterio orientativo del proprio operare».

La ministerialità si vive come “una gara” nel senso paolino del termine: “gareggiate nello stimarvi a vicenda”, «nel servizio reciproco della carità capace sempre di testimoniare la privilegiata attenzione agli umili e ai poveri».

I segni dei tempi” è stato pure un tema conciliare molto caro a mons. Franceschi. Il concilio ha voluto una chiesa “rivolta” all’uomo – basti rileggere il discorso conclusivo di Paolo VI al Concilio – una chiesa chiamata pertanto ad essere attenta agli avvenimenti e alla vita degli uomini soprattutto dei poveri e dei sofferenti.

Esattamente quanto ci ricordava il vescovo Filippo: «non solo per capire le loro esigenze emergenti, il quadro sociale e culturale nel quale vivono, ma anche per leggere nella trama, spesso confusa, degli avvenimenti quei segni che rivelano tempi nuovi, (un cambiamento d’epoca direbbe papa Francesco), il modificarsi delle situazioni con possibili riflessi nella coscienza stessa dell’uomo, al quale la Chiesa stessa si rivolge.

Per questo sarà necessario che in qualche caso si rimettano in questione certi modi di vedere, (“si è sempre fatto così” è ancora papa Francesco) ritenuti certi, spesso solo perché si esita a prendere atto che molte cose sono modificate, altre in via di trasformazione in una società che ha come sua legge non la stabilità ma il cambiamento».

I segni dei tempi scriveva Franceschi sono quelli generativi della speranza che risvegliano la responsabilità per agire evangelicamente nell’oggi; essi «hanno rilevanza per una intelligenza del disegno di Dio nella storia, sollecitano un approfondimento della fede e la ricerca di modi per esprimerla, suggeriscono prospettive di azione pastorale, reclamano l’impegno dei cristiani».

Per riconoscerli egli indicava tre criteri: «il profondo senso di fede del Popolo di Dio – come suggerisce il Concilio – inteso come luce proiettata sui fatti della vita e della società, ed in costante confronto con la parola di Dio; poi il senso della storia come mistero di salvezza per il genere umano, o ancora come luogo del conflitto tra le forze del bene e del male.

Sono così fuorvianti e sono da rifiutare sia l’atteggiamento di nostalgia, cioè la fuga a ritroso nel tempo che fu, che è fatalmente una evasione dall’impegno nell’oggi; e sia l‘avvenirismo come fuga in avanti, nel futuro, che non conosce la pazienza di operare nell’oggi; il terzo criterio è la interiore disponibilità al nuovo inteso come superamento del vecchio».

In un’omelia in Cattedrale dell’aprile del 1978, dopo l’uccisione di Aldo Moro ricordava: «Portiamo dentro di noi la sofferenza di tanti nostri fratelli e quella del nostro paese. La Chiesa è nella storia e condivide il dramma dell’uomo: la Chiesa è nella storia per ripetere agli uomini che anche nelle ore buie c’è sempre una luce: la luce del Cristo che la notte e le tenebre non possono soffocare: la Chiesa è nella storia per ripetere, anche quando più arduo è sperare, la Buona Novella: l’evangelo di Dio. Dobbiamo avere viva coscienza di questa nostra missione. A noi non è consentito cedere allo sconforto e alla sfiducia».

Una pastorale dal volto profetico quella del vescovo Filippo, che spronava non solo a mettersi al passo col presente, ad attuare quell’“aggiornamento” – termine emblematico e qualificante del Concilio, chiesto da papa Giovanni XXIII – ma capace anche di indicare prospettive per il futuro, generative di una pastorale della speranza:

«Il cristiano e la comunità cristiana non sono arroccati a tutela di memorie, di tradizioni: altro è la tradizione, altro sono le tradizioni; altro onorare la memoria, altro è restarne prigionieri. La chiesa celebra la memoria, non la nostalgia.

Una comunità cristiana — è vero — sarà sempre preoccupata di fare riferimento alle radici della propria storia: «chi non ha passato, non ha futuro. Eppure la fecondità del passato si rivela nel presente e si proietta nel futuro da decifrare e da progettare a misura del benessere dell’uomo e della comunità umana.

Oggi le chiese sono chiamate a essere profetiche. Il profeta è colui che sa leggere nel presente, spesso complicato e contraddittorio, i segni del passato e i germi del futuro. In un tempo come il nostro che ha riproposto progetti per il futuro ed elaborato nuove utopie, ma che soffre per il cadere delle speranze, occorre saper annunciare la speranza».

Che dire di più? Il di più resta come un lievito nascosto che continua a fermentare in chi ha camminato con lui ed è stato segnato dal suo stile pastorale, restando a lui legato per quel vincolo indissolubile del sacramento che lo ha reso partecipe del suo ministero episcopale ora tutto raccolto nel suo motto: In lumine fidei.

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PRESTO DI MATTINA
Un andare nascendo

«Si richiede all’Aurora, anche senza saperlo, questo seguitare a nascere. Si richiede all’assoluto dell’essere, e alla pienezza della luce, e al dispiegarsi del tempo, di non cadere mai più» (Maria Zambrano [Qui], Dell’Aurora, Genova 2000, 54).

Si domanda loro di restare aurorali, senza tramonto: «L’aurora si reitera», si rinnova, pur restando nella propria notte «avanza a ogni apparire delle sue luci molteplici». Un camminare nascendo è l’aurora. Un andare nascendo è pure quel camminare insieme che ha nome sinodalità. Esperienza del vivere e del ri-cominciare insieme, cum-re-initiare.

«Si accende nei cieli l’Aurora come fosse una cosa della terra: come un fiore che, per la sua purezza e il suo ardore, ha raggiunto il confine dove terra e cielo si schiudono e si abbracciano. Quasi fosse l’abbraccio senza eguali tra cielo e terra, un abbraccio che perdura e non si scioglie facilmente. Non è un miraggio: è un’azione, o meglio un atto unico e, quindi, un essere. Un essere che in quell’atto vive insieme – nello stesso istante – la propria nascita e la propria trasfigurazione», (ivi, 148).

La sinodalità come l’aurora delinea l’orizzonte da cui il sole sorge: lo fa lievitare nel mondo. Lo ha ricordato anche papa Francesco ai cristiani della chiesa di Roma (18 settembre 2021): «Camminare insieme scopre come sua linea piuttosto l’orizzontalità che la verticalità. La Chiesa sinodale ripristina l’orizzonte da cui sorge il sole Cristo: innalzare monumenti gerarchici vuol dire coprirlo. I pastori camminano con il popolo: noi pastori camminiamo con il popolo, a volte davanti, a volte in mezzo, a volte dietro. Nel cammino sinodale, l’ascolto deve tener conto del senso della fede, ma non deve trascurare tutti quei “presentimenti” incarnati dove non ce l’aspetteremmo: ci può essere un “fiuto senza cittadinanza”, ma non meno efficace. Lo Spirito Santo nella sua libertà non conosce confini, e non si lascia nemmeno limitare dalle appartenenze».

Come l’umanità, così la chiesa e il suo vissuto che chiamiamo tradizione, assomigliano ad «una pasta lievitata, una realtà in fermento dove possiamo riconoscere la crescita, e nell’impasto una comunione» che si attua nel movimento. La sinodalità realizza la vera comunione perché è esperienza dello Spirito che, come lievito fa lievitare la pasta non in un punto, ma tutta insieme, nell’interezza: Spirito di crescenza nel suo abbassarsi umile, stabilità fedele che muove tutto, trasformante mitezza, esondante intimità.

Se nascere è per tutti l’accedere all’umano e rinascere è ritrovarlo ed accrescerlo ogni volta che lo si assume come dono e compito del vivere, allo stesso modo la sinodalità costituisce, nella forma di una responsabilità per tutti, la sfida ecclesiale dell’ora presente, uno spirito e un’azione da assumere per ritrovare e far rinascere il vangelo in mezzo a noi.

È reale opportunità di accedere di nuovo all’umanità di Dio fattasi incontro nell’umanità delle persone e rivelatasi nell’umana carne di Gesù di Nazareth nato da Maria, l’adombrata dallo Spirito, disceso poi in modo permanente sui credenti a Pentecoste.

Sinodalità è allora l’esperienza da viversi nel Corpo di Cristo, che è un popolo in cammino verso gli altri popoli; “vessillo” ricorda pure il concilio e anche papa Francesco attorno al quale i figli di Dio dispersi possano raccogliersi in unità (SC 2), cercando così di incontrare quel Gesù nascosto negli uomini e nelle donne del nostro tempo, al fine di testimoniare e di confermare, insieme allo Spirito del risorto, l’affidabilità della promessa contenuta nel Padre nostro e nelle Beatitudini: per tutti è il vangelo, per tutti la Pasqua, per tutti il Regno dei cieli.

Ricorda papa Francesco con una notevole arditezza di pensiero che «il Vangelo è disordine perché lo Spirito, quando arriva, fa chiasso al punto che l’azione degli Apostoli sembra azione di ubriachi; così dicevano: “Sono ubriachi!” (cf. At 2,13). La docilità allo Spirito è rivoluzionaria, perché è rivoluzionario Gesù Cristo, perché è rivoluzionaria l’Incarnazione, perché è rivoluzionaria la Risurrezione» (Discorso all’Azione cattolica del 30 aprile 2021).

Sinodalità dice lo scompiglio dello Spirito che sparpagliando riunisce; da lui viene il cambiamento che rivoluziona la vita ecclesiale. Sinodalità: perenne giovinezza dello Spirito suscitatrice del pensare e dell’agire cattolico, che papa Francesco traduce con l’espressione del “farsi prossimo”:

«La parola “cattolica” si può dunque tradurre con l’espressione “farsi prossimo”, perché è universale; “farsi prossimo”, ma di tutti. Il tempo della pandemia, che ha chiesto e tuttora domanda di accettare forme di distanziamento, ha reso ancora più evidente il valore della vicinanza fraterna: tra le persone, tra le generazioni, tra i territori».

Il farsi prossimo del cammino sinodale dovrà così iniziare «dal basso, dal basso, dal basso», iniziando dall’ascolto, insieme: «in ascolto dello Spirito e di quella voce di Dio che ci raggiunge attraverso il grido dei poveri e della terra».

In questo orizzonte di senso mi sembra che vada anche l’orientamento della chiesa italiana con la Carta d’intenti per avviare il cammino sinodale proposto nell’ultima assemblea della Conferenza episcopale italiana del 23-27 maggio 2021 che titola: Annunciare il Vangelo in un tempo di rinascita e nella Lettera alle donne e agli uomini di buona volontà, del fine settembre scorso si legge: «Sogniamo una Chiesa aperta, in dialogo. Non più “di tutti” ma sempre “per tutti”»; un cammino che comprende tre fasi temporali: narrativa (2021-2023); sapienziale (2023-2024) profetica (2025).

Si tratterà di far venire di nuovo alla luce ciò che era rimasto in ombra, lasciato dietro le quinte, al V° Convegno ecclesiale nazionale di Firenze, dal tema In Gesù Cristo il nuovo umanesimo, che si svolse nel 2015: l’ascolto delle narrazioni negli ambiti del vivere (vita affettiva, lavoro e fragilità, tradizione, cittadinanza); il discernimento comunitario poi e le scelte profetiche, evangeliche infine per una riforma anche strutturale del vivere ecclesiale.

Papa Francesco, allora, entrò in quell’assemblea in “punta di piedi”, parlando solo alla fine e ricordando che la comprensione dell’umanità di Gesù andava fatta a partire dall’Ecce homo, dal suo volto.

Disse quella volta: «Possiamo parlare di umanesimo solamente a partire dalla centralità di Gesù, scoprendo in Lui i tratti del volto autentico dell’uomo. È la contemplazione del volto di Gesù morto e risorto che ricompone la nostra umanità, anche di quella frammentata per le fatiche della vita, o segnata dal peccato. Non dobbiamo addomesticare la potenza del volto di Cristo. Il volto è l’immagine della sua trascendenza. È il “misericordiae vultus”. Lasciamoci guardare da Lui. Gesù è il nostro umanesimo».

Francesco al termine del convegno aveva pure invitato tutte le comunità ad un esercizio di sinodalità, riprendendo in mano gli orientamenti dell’esortazione apostolica Evangelii gaudium, dicendo ai presenti come lui vedeva e desiderava la chiesa italiana, il suo modo di sentirla viva, il sogno di vederla rinascere:

«Mi piace una Chiesa italiana inquieta, sempre più vicina agli abbandonati, ai dimenticati, agli imperfetti. Desidero una Chiesa lieta col volto di mamma, che comprende, accompagna, accarezza. Sognate anche voi questa Chiesa, credete in essa, innovate con libertà. L’umanesimo cristiano che siete chiamati a vivere afferma radicalmente la dignità di ogni persona come figlio di Dio, stabilisce tra ogni essere umano una fondamentale fraternità, insegna a comprendere il lavoro, ad abitare il creato come casa comune, fornisce ragioni per l’allegria e l’umorismo, anche nel mezzo di una vita tante volte molto dura. Sebbene non tocchi a me dire come realizzare oggi questo sogno, permettetemi solo di lasciarvi un’indicazione per i prossimi anni: in ogni comunità, in ogni parrocchia e istituzione, in ogni Diocesi e circoscrizione, in ogni regione, cercate di avviare, in modo sinodale, un approfondimento della Evangelii Gaudium [Qui]».

Si tratta ora di togliere dall’archivio i pensieri e gli affetti, gli intenti e le pratiche generati a Firenze nel 2015. Si tratta di tornare a declinare quei verbi di allora, di cui sembra si siano troppo presto perse le tracce: uscire, annunciare, abitare, educare, trasfigurare, riappropriandosi di quel metodo sinodale.

Un mettere mano a quel sogno incarnandolo nella realtà di oggi, in nuove storie di chiesa. Sono passati cinque anni da allora e Francesco chiede di lasciarsi coinvolgere in un “sinodo globale”, universale a partire dalle chiese locali e da ogni battezzato per «ascoltarsi, parlarsi e ascoltarsi; non si tratta di raccogliere opinioni, no. Non è un’inchiesta, questa; ma si tratta di ascoltare lo Spirito Santo, come troviamo nel libro dell’Apocalisse: “Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese”» (2,7)».

Egli domanda di ritrovare nello spirito profetico l’“eloquenza dei gesti”: «una Chiesa del dialogo è una Chiesa sinodale, che si pone insieme in ascolto dello Spirito e di quella voce di Dio che ci raggiunge attraverso il grido dei poveri e della terra. In effetti, quello sinodale non è tanto un piano da programmare e da realizzare, ma anzitutto uno stile da incarnare.

E dobbiamo essere precisi, quando parliamo di sinodalità, di cammino sinodale, di esperienza sinodale. Non è un parlamento, la sinodalità non è fare il parlamento. La sinodalità non è la sola discussione dei problemi, di diverse cose che ci sono nella società… È oltre. La sinodalità non è cercare una maggioranza, un accordo sopra soluzioni pastorali che dobbiamo fare.

Solo questo non è sinodalità; questo è un bel “parlamento cattolico”, va bene, ma non è sinodalità. Perché manca lo Spirito. Quello che fa che la discussione, il “parlamento”, la ricerca delle cose diventino sinodalità è la presenza dello Spirito: la preghiera, il silenzio, il discernimento di tutto quello che noi condividiamo. Non può esistere sinodalità senza lo Spirito, e non esiste lo Spirito senza la preghiera. Questo è molto importante», (ivi, Discorso Ac).

“Un luogo aperto, una Chiesa dell’ascolto, una Chiesa della vicinanza” sono le tre “opportunità” che il sinodo deve cogliere secondo papa Francesco, le tre parole chiave sono comunione, partecipazione, missione; i tre rischi che si corrono sono il formalismo, l’intellettualismo, l’immobilismo e citando il padre Yves Congar [Qui], uno dei teologi al concilio Vaticano, ricorda che «non bisogna fare un’altra Chiesa, bisogna fare una Chiesa diversa».

Come «l‘aurora non è il preludio, [alla luce] bensì il centro stesso del giorno nel mezzo della notte, il giorno-notte, la luce-tenebra che poi si separano senza perdersi l’una nell’altra. La vita stessa», così la sinodalità non è premessa, preludio alla comunione, ma ne è lo svolgimento, la sua forma sinfonica, la vita stessa della chiesa in movimento.

Il camminare insieme non è ouverture alla consonanza, ma la sua narrazione esistenziale, il suo pluriforme e permanente attuarsi e rinascere: è fede pulsante di tutti, è intelligenza e sentimento del credere in relazione con tutti, che spera per tutti che, quando è ancora notte, mette in cammino verso levante: una luce nascente: «Ho sempre camminato verso l’alba, non verso l’occaso; e ho sempre sofferto per tante albe precipitate nell’occaso!», (Zambrano, ivi, 53; 157).

Il sinodo è dei poeti e di chi prega” ho letto nel giornale del papa, forse perché la preghiera e le parole originarie sono luoghi di umanità, di rinascita e creatività perché privilegiati dallo spirito, il confine dove terra e cielo si schiudono e si abbracciano come poesia e preghiera si abbracciano in questo inno liturgico del mattino.

L’aurora inonda il cielo
di una festa di luce,
e riveste la terra
di meraviglia nuova.
Fugge l’ansia dai cuori,
s’accende la speranza:
emerge sopra il caos
un’iride di pace.

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PRESTO DI MATTINA
Identità narrabili

Identità nascoste.

«”La gente, chi dice che io sia?. Ed essi gli risposero: “Giovanni il Battista; altri dicono Elìa e altri uno dei profeti”. Ed egli domandava loro: “Ma voi, chi dite che io sia?” Pietro gli rispose: “Tu sei il Cristo (Messia)”. E ordinò loro severamente di non parlare di lui ad alcuno.» (Mc 8,27).

La buona notizia di Gesù, il segreto nascosto nella sua identità, ciò che il suo nome rivela e cela allo stesso tempo, strada facendo nell’intreccio e nel dispiegarsi della vita, viene alla luce poco alla volta nelle narrazioni dei vangeli, nel manifestarsi del suo agire, di un fare continuamente in relazione alle persone che incontrava.

È il principiarsi, l’accadere di una storia narrante e sempre di nuovo narrata, in cammino e facentesi nell’intreccio con altre storie, di cui forma la trama, il disegno delle libertà, in un ri-gioco narrante.

Ogni volta, ogni incontro, un giorno dopo l’altro, è qualcosa della sua identità che affiora per nascondersi subito dopo, perché la ricerca del “chi sia lui” non si fermi, ma continui oltre, persino quando è lui stesso a dire di sé e della sua missione di essere il “Figlio dell’uomo“, ispirandosi alla figura nella visione del profeta Ezechiele. Identità questa ad un tempo solidale con noi in umanità e con Colui che lo ha mandato a fare grazia, a inaugurare il tempo ultimo della grazia che va scoprendo, vivendo tra la gente.

L’altro, lo Spirito del Signore, l’ispiratore delle storie di Dio tra gli uomini, sceso di nuovo su Gesù nella sinagoga di Cafarnao, come al battesimo, gli rivelò la sua identità filiale, di unigenito così ora, nelle scritture aperte, gli racconta le storie che lo hanno preceduto, l’identità nascosta in quella sua storia nuova di umanità, iniziata a Betlemme e disvelata in un nuovo capitolo a Cafarnao: «Lo Spirito mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi» (Lc 11,18).

Il segreto del suo bel nome si saprà solo alla fine nel vangelo narrante di Marco: un nome fatto di diversi nomi susseguenti fino all’ultimo (‘titoli cristologici’ li chiamano i biblisti; come sementi dolcissime nell’unica melagrana cristologica – penso io – del bel nome di ‘Gesù’).

Altrettante identità nascoste scopriranno i suoi discepoli interrogando le scritture alla luce dello Spirito del crocifisso-risorto, dopo la Pasqua, iniziando proprio dalla confessione di Pietro, nel versetto citato sopra.

Egli vorrebbe fermarsi a quello che ha scoperto: il ‘Messia vittorioso’, perché dell’altra identità quella di ‘Figlio dell’uomo’ – che rivela il modo di Gesù di attuare la sua messianicità nella forma del ‘Servo sofferente di Jahvé’ preconizzato nei canti di Isaia – proprio non ne voleva sapere, né lui né gli altri, perché rivelativa di debolezza, dolore, rifiuto, consegna di sé, accettazione di un ingiusto destino. Non era ancora pronto a narrare di Gesù: «il Giusto mio servo giustificherà molti e si addosserà la loro iniquità» (Is, 53, 11).

Il suo buon nome si manifesterà solo alla fine, dopo aver percorso l’itineranza esistenziale, storica e narrativa dei canti del Servo di Jahvé inscritte nelle vicende del suo popolo e degli altri popoli. Il nome, tenuto nascosto come un segreto in quello messianico di Cristo, sarà pronunciato con fede proprio da un pagano, il centurione romano, di fronte alla morte di quel giusto: in quella desolazione egli confesserà anche a noi la sconcertante verità nascosta in quel condannato crocifisso: «Vere hic homo Filius Dei erat» (Mc 15, 39).

Il segreto dell’identità di Gesù si esprime anche per noi facendosi strada attraverso un divenire che è insieme esistenziale e narrativo. Il vangelo ci fa essere parte di ciò che esprime attraverso la sua storia narrante. Ci fa entrare nelle vicende della “buona notizia di Gesù” e così dà forma anche alla nostra identità attraverso la sua identità, che è al tempo stesso ereditata e già scritta nel passato, ma ancora da creare nel tempo a venire.

Scrive Giovanni in una lettera: «Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è» (1Gv 3,2).

Il «lieto fine è nascosto» direbbe Margaret Atwood [Qui], la scrittrice canadese di narrativa sociale e di racconti anche per bambini; così l’identità di ciascuno è nascosta anche a lui stesso: essa si rivela nelle storie che ci verranno raccontate e in quelle che narreremo strada facendo.

Realizzare l’identità significa così esprimere ciò che di irrepetibile è nascosto nella propria umanità, il cui tragitto è paragonabile al dispiegarsi di una narrazione. Senza la narrazione essa rimane indecifrabile: il racconto è il modo di rispondere alla domanda “chi sono”.

Scrive il filosofo e accademico canadese Charles Taylor [Qui], che «noi non possiamo fare a meno di concepire la nostra vita in termini narrativi, come una ricerca… L’immagine che ho di me stesso è quella di un essere che si muove e diviene, fenomeno che, per sua natura, non può essere istantaneo.
Ciò significa non solo che ho bisogno di tempo e di molte traversie per sceverare ciò che, nel mio carattere, nel mio temperamento e nei miei desideri, è relativamente fisso e stabile da ciò che è, invece, variabile e mutevole; ma anche che, come essere che si muove e diviene, io posso conoscere me stesso solo per il tramite dei miei progressi e dei miei regressi, delle mie vittorie e delle mie sconfitte. La mia immagine di me stesso necessariamente ha uno spessore temporale e una struttura narrativa» (Radici dell’io. La costruzione dell’identità moderna, Milano 1993, 73; 71).

L’altro narrante svela noi a noi stessi. Ulisse si commuove pur conoscendo le sue origini per il canto dell’aedo Demodoco che, alla corte dei Feaci, canta la sua storia e le sue imprese e così egli riconosce se stesso, in un modo nuovo e singolare, tanto che a quel racconto egli si commuove profondamente e piange.

Nell’assemblea domenicale, mi piace pensarlo, Gesù stesso, presente e vivo nel suo Spirito e nel suo corpo che sono le scritture, il pane eucaristico e anche noi che siamo membra del suo corpo spirituale, sentendo di nuovo raccontare da noi, raccolti attorno a lui, la sua vita e quella dei suoi discepoli e udendo di nuovo sentirsi chiamare Figlio dell’uomo, Figlio di Dio, Servo e Messia sofferente, Gesù Signore e Maestro non credete che non si commuoverà ancora oggi allo stesso modo in cui provò compassione davanti alle folle stanche e sfinite come pecore senza pastore o presso il sepolcro di Lazzaro?

Nella liturgia e ogni volta che si legge il vangelo è un accrescimento di identità narrativa per i credenti e per la chiesa; una nuova tappa nella coscienza di sé, un’apertura del già, verso il non ancora “di chi saremo”.

Pure la Chiesa assume un’identità in progress, narrativa. Se resta aperta all’appello dell’altro scoprirà sempre più se stessa, la sua vocazione iniziale, e potrà continuare ad interrogarsi come ha fatto Papa Paolo VI al Concilio quando disse: “Chiesa che dici di te stessa, chi sei? Saprà così comprendersi confrontandosi con l’identità del suo Signore ogni volta che lo incontrerà affamato e gli darà da mangiare, malato e in carcere e si recherà a visitarlo, straniero e lo ospiterà”.

Nell’ultima enciclica, Fratelli tutti, Papa Francesco ricorre alla parabola del Samaritano: «un estraneo sulla strada: … Uno si è fermato, gli ha donato vicinanza, lo ha curato con le sue stesse mani, ha pagato di tasca propria e si è occupato di lui. Soprattutto gli ha dato una cosa su cui in questo mondo frettoloso lesiniamo tanto: gli ha dato il proprio tempo. È stato capace di mettere tutto da parte davanti a quel ferito, e senza conoscerlo lo ha considerato degno di ricevere il dono del suo tempo. Con chi ti identifichi? Questa domanda è dura, diretta e decisiva. A quale di loro assomigli? … La narrazione è semplice e lineare, ma contiene tutta la dinamica della lotta interiore che avviene nell’elaborazione della nostra identità, in ogni esistenza proiettata sulla via per realizzare la fraternità umana. Una volta incamminati, ci scontriamo, immancabilmente, con l’uomo ferito. Oggi, e sempre di più, ci sono persone ferite. L’inclusione o l’esclusione di chi soffre lungo la strada definisce tutti i progetti economici, politici, sociali e religiosi». Inclusione o esclusione danno forma anche alle nostre identità.

E in un omelia sulla formazione dei presbiteri del 2008, quando era ancora in Argentina, Francesco disse: «La nostra identità… non è fatta per mantenere un integrismo sdegnoso e conservativo, ma tutto il contrario: la Chiesa custodisce l’integrità del dono per essere in grado di darlo e comunicarlo intero a tutti gli uomini nel corso di tutte le generazioni. Non è identità autoreferenziale, ma identità d’amore che ci spinge verso la periferia, consapevolezza di ciò che siamo per grazia, identità che riferisce tutto a Cristo. Identità inviata, identità in missione», (Nei tuoi occhi è la mia parola, Milano 2016, 608).

L’identità del samaritano resta nascosta finché non è chiamata fuori dall’incontro con l’umanità dell’altro: è il suo agire che la rivela a lui stesso e a noi; essa ci dice chi egli sia e la qualità dell’umano in lui fatto di compassione e responsabilità, essa si manifesta attraverso il dispiegarsi del racconto fino alla locanda con la promessa di ritornare.

L’identità e la storia restano così aperte verso un’ulteriorità narrativa ed esistenziale che possono prolungarsi e continuare anche attraverso e dentro le nostre storie di oggi. Chiuse invece le identità degli altri due, il levita e il sacerdote, esse rimangono congelate, fossilizzate nel ruolo fatto valere e posto al di sopra della coscienza stessa di umanità; è il personaggio e non la persona a dettare l’agenda delle priorità e dei valori facendo così regredire l’identità, privata dei legami, nel nulla dell’irrelazione e determinando l’immediata uscita di scena dei personaggi.

Se il ruolo, la funzione anche ecclesiale, prevalgono e prendono il sopravvento sul cammino della persona che è essenzialmente relazionale, in cerca della sua identità nell’incontro dialogico con gli altri, allora questa si chiude su se stessa, viene fissata a quel dato momento e quasi sempre rinsecchisce irrigidita.

Così l’identità germinale sarà come una gemma bruciata dal gelo o l’incipit di una storia, di un libro chiuso prima che si arrivi alla fine. L’identità vocazionale di ciascuno è itinerante ed insieme claudicante. Non si giunge alla fine senza l’altro, come una storia senza racconto. È dunque esistenzialmente identità narrativa, in cerca del suo narratore e del suo nome, della sua posizione tra tanti personaggi e altri nomi che gli rivelano il suo: chi egli sia.

L’immagine usata da Paul Ricoeur [Qui] per dire una tale identità è quella della promessa fatta, che rimane anche quando mutano le situazioni e gli avvenimenti; si resta fedele a quanto promesso anche nei cambiamenti. «Mantenere una promessa, infatti, significa in qualche modo sfidare i mutamenti del tempo e opporre un diniego al cambiamento. Promettendo, la persona in qualche modo si “distende” nel tempo e mantenendo la promessa crea una continuità con se stessa nonostante i possibili mutamenti nel tempo. In questo senso, a differenza del carattere, si tratta di una permanenza mantenuta attivamente: Quand’anche il mio desiderio cambiasse, quand’anche io dovessi cambiare opinione o inclinazione, “manterrò”», (Sé come un altro, Milano 1993, 213).

Come in una narrazione noi interagiamo in una trama e sfondo stabili, oltre ogni cambiamento di scenario, di accadimenti positivi o negativi, gioiosi o dolorosi, vittorie e sconfitte. Bivi della vita segnati da ciò che ci rende unici e irripetibili, come quando diciamo “io ti prometto”, “ti perdono”, “ti amo”.

Nonostante situazioni ed eventi, e malgrado io stesso sia sottoposto a mutazioni e cambiamenti nel tempo, resto e mi mantengo identico pur nel diversificarsi delle relazioni e degli eventi. Tale identità risulta così insostituibile, ma non nel senso che io non possa essere sostituito, bensì per il fatto che nessun altro può vivere per me, promettere al posto mio, né può nascere, amare, morire per me.

Si scopre la propria identità proprio come si nasce, si promette, si ama sempre in relazione a qualcun altro che narra il nascere il promettere, l’amare: “Chi mi vede, mi racconta”.

«Lo statuto relazionale dell’identità postula infatti sempre l’altro come necessario: sia questo altro impersonato da una pluralità di spettatori che colgono gli atti che lo manifestano, sia esso impersonato da colui che narra la storia di vita risultata dagli atti medesimi. Al contrario dello spettatore, il narratore tuttavia non è presente agli accadimenti e ha perciò su di essi, come lo storico, uno “sguardo retrospettivo”. Egli conosce meglio degli altri ciò che è accaduto proprio perché non partecipa direttamente al contesto delle azioni da cui è risultata la storia…. Se ognuno è chi nacque, sin dall’inizio e con una promessa di unità che la storia eredita da quell’inizio, nessun racconto di una storia di vita può infatti tralasciare quest’inizio da cui la storia medesima è cominciata. Il racconto del suo inizio, il racconto della sua nascita, non può tuttavia che venire all’esistente nella forma della narrazione altrui», (Adriana Cavarero [Qui], Tu che mi guardi, tu che mi racconti. Filosofia della narrazione, Milano 1997, 38; 55).

Questo inciso testuale mi rammenta una poesia armoniosa di Vivian Lamarque [Qui]:
«Se sul treno ti siedi
al contrario, con la testa
girata di là,
vedi meno la vita che viene,
vedi meglio la vita che va
».

Da un rimando all’altro, alla fine, un breve racconto che ci rimetta di nuovo per strada, alla ricerca di identità ancora nascoste e riapra una storia che sembrava finita e una pace che si era smarrita:

«Rabbi Zusia, viaggiava molto spesso in incognito, come un mendicante; una volta capitò in una locanda e uno sconosciuto dall’aspetto ricco lo prese per uno straccione e lo trattò, molto male con disprezzo. Più tardi però nella sinagoga venne a conoscenza della sua identità e si mise a urlare i suoi rimorsi e a correre dietro Zusia dicendo: “Perdonatemi, Rabbi, altrimenti non ritroverò mai più il sonno né la pace”. Allora Rabbi Zusia gli sorrise scuotendo la testa: “Perché chiedi a Zusia di perdonarti? Non gli hai fatto niente! Non è Zusia che hai offeso ma un povero mendicante; va’ e chiedi dunque ai mendicanti, ovunque tu vada, di perdonarti”».

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rosa rossa

PRESTO DI MATTINA
Pentecoste, la Pasqua delle rose

 

“Una rosa, solo una rosa”: questo chiese Belinda al padre che partiva per un viaggio in pieno inverno, nella fiaba scritta da Jeanne-Marie Leprince de Beaumont (1711-1780) [Qui] e poi inserita, nella sua versione toscana, da Italo Calvino nella raccolta di fiabe italiane. Anziché un gioiello o una veste splendente, come reclamarono le sorelle, Belinda, la Bella, domandò il folle dono di un’unica rosa, un dono all’apparenza impossibile, fuori tempo, fuori stagione, fuori di questo mondo. Chiese non già qualcosa che la migliorasse dall’esterno, ma un dono per la sua interiorità: un aiuto a vedere in profondità, quello che fa percepire, oltre la facciata, l’intimo di ogni cosa, lo spirito di attenzione: unzione penetrante. Una rosa appunto, una e molteplice, intima e manifesta, una pluralità unita, inscindibile nei suoi petali e nell’unzione del suo profumo, integra nel suo centro che è recondito e dovunque. L’interiorità, come la rosa, è custode del multiforme mistero della gioia, quello che scaturisce dall’esperienza dell’amicizia e della comunione.

Così lo spirito è l’ospite che ci ospita, e l’interiorità è la dimora in cui accade una metamorfosi non diversa da quella che si sviluppa nella fiaba di Belinda. Una metamorfosi dall’insipienza, dall’inconsapevolezza, dall’insensibilità ai sensi spirituali, che diviene passaggio dall’oscurità al chiarore, dalla chiusura all’ospitalità: il riconoscimento e l’accoglienza dell’altro, del quale scoprire, al di là delle apparenze, il dono nascosto. Restituita alla chiaroveggenza dello spirito che svela in profondità il vero, il bene e il bello che apparirà solo alla fine, Belinda esclamerà «non mi sembra più un Mostro e se anche lo fosse lo sposerei lo stesso perché è perfettamente buono e io non potrei amare che lui». È la metamorfosi così giunta a compimento, rotto l’incantesimo che oscurava la visione.

Scrive acutamente Cristina Campo «La metamorfosi del Mostro è in realtà quella di Belinda ed è soltanto ragionevole che a questo punto anche il Mostro diventi Principe. Ragionevole perché non più necessario. Ora che non sono più due occhi di carne a vedere, la leggiadria del Principe è puro soprammercato, è la gioia sovrabbondante promessa a chi ricercò per prima cosa il regno dei cieli. Per condurre a tale trionfo Belinda, il Mostro sfiorò la morte e la disperazione, lavorò con la pervicacia della perfetta follia notte dopo notte, apparendo alla fanciulla reclusa, rassegnata ed impavida nell’ora cerimoniale: l’ora della cena, della musica. Chiuso nell’egida dell’orrore e del ridicolo («oltre che brutto purtroppo sono anche stupido») rischiò l’odio e l’esecrazione di quella che gli era cara: discese agli Inferi e ve la fece discendere. Non meno – e non meno follemente – fa [lo Spirito di] Dio per noi: notte dopo notte, giorno dopo giorno».

Come ogni fiaba ‒ ha osservato Cristina Campo ‒ anche questa «ci narra l’amorosa rieducazione di un’anima affinché dalla vista si sollevi alla percezione, per riconoscere ciò che soltanto merita di essere apprezzato. Percepire è riconoscere ciò che soltanto ha valore, ciò che soltanto esiste veramente. E che altro veramente esiste in questo mondo se non ciò che non è di questo mondo? L’amicizia del Mostro per Belinda è una lunga, una tenera, una crudelissima lotta contro il terrore, la superstizione, il giudizio secondo la carne, le vane nostalgie», (Imperdonabili, 11-13).

Belinda ‒ ho pensato tra me e me ‒ chiedendo quell’unica rosa, non ha forse domandato la chiaroveggenza, il dono dello Spirito “il dolce ospite dell’interiorità”, “la beatissima, luce che invade nell’intimo”? È così che lo invoca l’inno liturgico nella festa di Pentecoste. Dono dell’attenzione profonda, quella generata dal desiderio dell’incontro con l’altro; dell’intimità aperta, capace di sviluppare l’esercizio della contemplazione senza la quale ‒ direbbe Simone Weil ‒ la bellezza invocata e ricercata non può rinascere. Dono che unisce differenziando, che scruta le profondità dell’umano in cui ospitare l’altro; unzione che fa splendere e porta in piena luce i volti; rugiada che impreziosisce e rinnova la faccia della terra: “Emitte spiritum tuum et creabuntur et renovabis faciem terrae”.

Invocare la venuta dello Spirito è chiedere di poter riconoscere e accogliere uno spirito di sapienza e di intelligenza, di conoscenza e di pietà, uno spirito di tenerezza e di resilienza, spirito fiducioso che crede invincibilmente all’amore e così genera speranza. È domandare di vedere con gli occhi interiori la potenza e la bellezza spirituale della Materia, del bene e del vero imprigionati nella sostanza informe o deforme, inanimata e spenta, per accorgersi dello sprigionarsi in essa del fuoco. È dello spirito sconcertare, scompigliare rimescolare, riplasmare, perché è forza e movimento di trasformazione e trasfigurazione. Egli “irriga ciò che è arido”, “sana ciò che sanguina”, “lava ciò che è sordido”, “piega ciò che è rigido”, “scalda ciò che è gelido”, raddrizza ciò che è sviato”.

«Spirito ardente, Fuoco fondamentale e personale, Termine reale di un’unione mille volte più bella e desiderabile della fusione distruttrice ideata da un qualsiasi panteismo, degnaTi di scendere, ancora questa volta, sulla fragile pellicola di materia nuova in cui oggi si avvolgerà il Mondo, per darle un’interiorità. Ancora una volta, il Fuoco ha compenetrato la Terra. Non è caduto fragorosamente sulle cime, come il fulmine nella sua violenza. Ha forse bisogno di sfondare la porta il Maestro che vuole entrare nella propria casa? Senza scossa, senza tuono, la fiamma ha illuminato tutto dall’interno. Dal cuore dell’atomo più infimo all’energia delle leggi più universali, essa ha invaso, uno dopo l’altro e nel loro insieme, ogni elemento, ogni meccanismo, ogni legame del nostro Cosmo in modo così naturale che questo, potremmo credere, si è spontaneamente incendiato», (Teilhard de Chardin, Inno dell’Universo, Milano Brescia 1992, 11; 13).

Domani è Pentecoste; la beata Pentecoste. Le celebrazioni dell’anno liturgico si sono sviluppate gradualmente secondo le esigenze delle comunità cristiane che all’inizio, la domenica, celebravano il giorno del Signore, la sua Pasqua. La celebrazione annuale della Pasqua era considerata la “grande domenica”, perché si allargava, moltiplicava i giorni come fossero un unico giorno. Essa incluse così i giorni del triduo pasquale e la settimana dell’ottava di Pasqua, per poi allargarsi in una cinquantina di giorni fino al culmine della Pentecoste: la grande domenica del Cristo risorto asceso al cielo e datore con il Padre dello Spirito. Da questa “domenica distesa” inizia il «giorno nuovo», che i Padri della Chiesa han chiamato «l’ottavo giorno» perché in esso confluiscono e trovano compimento i sette giorni della creazione e tutti i giorni del mondo a venire.

Come ricorda Alfredo Cattabiani in due suoi testi (Calendario, Milano 1993; Florario, Milano 1997) Pentecoste è chiamata anche “Pasqua delle rose”. Per questo, volendosi rappresentare visivamente la discesa dell’unico Spirito in multiformi fiammelle sui discepoli radunati con Maria nel cenacolo, in molte chiese durante la messa di Pentecoste si facevano piovere rose, fiori e talora addirittura batuffoli di stoppa accesa dal soffitto al canto della sequenza Veni, Sancte Spíritus,  emítte cǽlitus lucis tuæ rádium. Così le rose diventavano raggi di luce, simboli della discesa dello Spirito che, come narra l’evangelista Luca, quel giorno si manifestò sui discepoli come lingue di fuoco che si dividevano e si posavano su ciascuno di loro: tanto che, pieni di Spirito santo, essi cominciarono a parlare in altre lingue come lo Spirito dava loro il potere di esprimersi.

Doveva essere uno spettacolo unico la Pentecoste celebrata nel Pantheon a Roma nel rione Pigna durante il medioevo. Costruito come tempio dedicato a tutte le divinità pagane dell’impero, fu trasformato in chiesa cristiana con il titolo di Sancta Maria ad Martyres. Mentre il papa benediceva la gente raccolta in preghiera, dal lucernario della cupola cadevano sui fedeli una pioggia scrosciante di petali di rose.

La rosa è classificata da Cattabiani tra i “fiori dell’assoluto”: tant’è che insieme al fuoco ben si presta a simboleggiare lo spirito e la sua audacia che spera contro ogni speranza. Non diversamente dal fuoco infatti, sensibile a ogni cosa, anche lo Spirito tutto attraversa senza mescolarvisi, tutto abbraccia senza che nulla lo possa comprendere. Ma non meno pregnante è l’analogia dello Spirito con la rosa, in cui tutto converge verso il centro, un’unità che, a sua volta, si irradia ed è irradiante di una pluralità differenziata e multiforme, delicata, odorosa, dipinta nei suoi petali che sprigionano, affrettandosi lentamente, da essa come ad intenerire perfino le spine dello stelo che la sorregge.

Lo Spirito a Pentecoste è audace, coraggioso, osa l’impossibile, ardisce là dove tutto sembra perduto. Si spinge fin dentro la morte di acque putride; riapre i giochi e le sorti che erano stati decretati chiusi con sentenza definitiva: quale illusione, mi viene da pensare al cartiglio (il titulus crucis) fatto scrivere in più lingue da Ponzio Pilato e appuntato alla sommità della croce.

Non viene meno lo Spirito alla sua missione, quella di inoltrarsi intrepido e consegnarsi all’oscurità muta e ambigua dell’Avvenire, penetrando in esso «con olio di letizia invece che con l’abito del lutto, con un canto di lode al posto di un lamento» (Is 61, 1-9). Non indietreggia in questo esodo cosmico. Precorritore e ‘cursore’ nell’infinitamente piccolo, ‘vettore’ nell’infinitamente grande, ‘errante’ nell’infinitamente complesso. Egli avanza, indicando sempre la posizione di inserimento o quella del raccordo, il punto di incontro, l’arrivo e la partenza, l’orientamento e le prospettive che si irradiano da essi. Questo lo fa e rifà anche con noi, come un vasaio al tornio che non getta l’argilla deformata, ma la riplasma sempre di nuovo, con la stessa determinazione ardente con cui spinse Mosè ed il popolo ad attraversare il Mare Rosso e ad abitare per quarant’anni il deserto prima di approdare alla terra promessa; con la stessa risolutezza con cui spinse Gesù nel deserto per poi discendere su di lui come dono di consolazione, di liberazione, di perdono, di gioia trasformandolo nel Vangelo del Regno, buona notizia per le genti.

E così, è ancora lui che genera l’audacia della nostra fede, di quella fede che opera come libertà che si affida, resa capace di praticare l’abisso dell’alterità per scoprivi anche Dio: «Se uno dicesse: “Io amo Dio”, e odiasse il suo fratello, è un mentitore. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede», (1Gv 4,20). Scrive ancora quel “pellegrino dell’Assoluto” che fu Teilhard de Chardin: «La Fede cristiana vi sembra lavorare nell’irreale, costruire nelle nubi? È perché, precisamente, non avete tentato di ‘lanciarvi’, sorretti da essa, nello spazio in cui, sola, essa vi permette di ‘vedere avanzando’. Il legame misterioso che correla, nella nostra anima, le facoltà di vedere e di agire, è questo: la realtà si rivela solo a coloro che sono abbastanza audaci per ‘deciderla vera’ e mettersi a edificarla in se stessi. Il Cristo ‘si sperimenta’ come tutti gli altri oggetti con l’operazione della Fede, è il Cristo stesso che appare, che nasce, senza nulla violare, nel cuore del Mondo… Ma ripetiamolo ancora una volta: “In verità, in verità vi dico, soltanto gli audaci accedono al Regno di Dio nascosto, sin d’ora, nel cuore del Mondo. Colui che, senza porre la mano all’aratro, penserà di averle intese, è un illuso. Bisogna tentare. Di fronte all’incertezza concreta del domani, bisogna esserSI abbandonati alla Provvidenza. Nella penombra della Morte, bisogna essersi costretti a non volgere gli occhi verso il Passato, ma a cercare, in piene tenebre, l’aurora di Dio: “più ci sentiamo affondare nell’Avvenire infido e oscuro, e più penetriamo in Dio, (La fede che opera, in La vita Cosmica, Milano, 423; 425).

Domani quando pregherò con le parole del nuovo messale sul pane e sul vino dicendo «Padre santifica questi doni con la rugiada del tuo Spirito» cercherò di ricordare questo frammento poetico di Th. S. Eliot: «E tutto sarà bene, e/ tutte le cose saranno compiute./ Quando le lingue di fiamma si avvolgeranno/ nel coronato sviluppo di fuoco/ E il fuoco e le rose saranno uno», (Quattro Quartetti, Book ed. Ferrara 2002, 76).

 

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ascensione spirito cristo croce nuvola

PRESTO DI MATTINA
Ascensione, quando la parola vola

 

«Surrexit Pastor bonus qui animam suam posuit pro ovibus suis, et pro grege suo mori dignatus est, alleluja!»: sono queste le parole di un’antifona liturgica, musicata dal compitore e organista Giovanni Pierluigi da Palestrina (1525/6-1594), per il canto di comunione alla messa di Pasqua, prendendo spunto dal testo di Giovanni 10 sul Buon pastore. Lo ascolterò ancora una volta domani, prima di salire all’altare, per la festa dell’ascensione del Signore. Un’armonia capace di far rivivere spiritualmente un distacco e un’assenza che tuttavia si fa presente in altro modo, restando un’intima compagnia nel cammino.

Nell’esperienza dell’abbandono affiora più forte anche per Montale una presenza nell’assenza, almeno così ho inteso: «Ecco il segno; s’innerva/ sul muro che s’indora:/ un frastaglio di palma/ bruciato dai barbagli dell’aurora./ Il passo che proviene/ dalla serra sì lieve,/ non è felpato dalla neve, è ancora/ tua vita, sangue tuo nelle mie vene», (Tutte le poesie, 146).

Così, se gli occhi rincorrono il Signore fino a perdersi, e vanamente lo cercano mentre egli scompare dietro la nube dell’esodo in cui cela la sua presenza, i piedi riprendono invece di nuovo il cammino ricalcando le orme dello Spirito: come una luce per i nostri passi ‒ o meglio, riprendendo un verso di Mario Luzi ‒ una «non disabitata trasparenza».

È quanto accadde anche allora. Gesù nell’ascensione si allontanò visibilmente dai suoi discepoli, ma essi lo sentirono ancora presente, in modo nuovo, nello Spirito che si riversò su di loro con un’urgenza di amore, una spinta ad essere testimoni del Risorto ‒ «caritas Christi urget nos» (2Cor 5,14) ‒ che li indusse a spingersi fino agli estremi confini della terra.

Del resto, la Pasqua è tutto un saliscendi, un susseguirsi di salite e discese. Un abbassarsi che sarà innalzato e un innalzarsi che si abbasserà. Un andare e venire, tra cielo e terra, fuori e dentro il cuore del mondo. Come Cristo è risalito dagli abissi della terra risorgendo dopo esservi disceso con la morte ‒ culmine di incarnazione ‒ così ora nell’ascensione si compie in pienezza questa risalita che pone la sua umanità, il suo volto d’uomo, le sue mani, il suo corpo, nella piena comunione col Padre. Con la Pentecoste, poi, e la discesa dello Spirito, il movimento discendente sarà preludio di un nuovo unanime cammino di risalita: quello dell’intera famiglia umana attirata dal Risorto. «Quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me», dice Gesù in Giovanni, con un’espressione che unisce in sé definitivamente l’abbassamento di colui che fu innalzato sulla croce e l’innalzamento di tutti noi, ora confitti su questa terra, nella gloria del Risorto.

«È asceso il buon pastore alla destra del Padre, veglia il piccolo gregge con Maria nel cenacolo». Così inizia l’inno dei primi vespri e poi di quelli solenni dell’ascensione. E così pure inizia, consonante, quasi corrispondente ad esso, una poesia di Mario Luzi dedicata alle “ascensioni della parola poetica”, del suo allontanarsi e sottrarsi, seguito dal suo misterioso ritorno nella coscienza del poeta ove essa permane come lievito del suo “crescere in profondità”. Quasi una supplica che chiede alla Parola/parola un distacco che non tolga la presenza; che essa non arrivi da sola alla pienezza del senso, a «quel celestiale appuntamento» per cui il poeta l’ha lasciata andare; che non giunga in quell’altrove «senza il caldo di me o almeno il mio ricordo». Ma non è forse questo ciò che chiederà domani l’assemblea liturgica con l’orazione di colletta al Padre, una preghiera in cui diverrà una volta di più consapevole che «nel tuo Figlio asceso al cielo la nostra umanità è innalzata accanto a te, e noi, membra del suo corpo, viviamo nella speranza di raggiungere Cristo, nostro capo, nella gloria»?

Per nulla diverso l’auspicio del poeta: «Vola alta, parola, cresci in profondità,/ tocca nadir e zenith della tua significazione,/ giacché talvolta lo puoi – sogno che la cosa esclami/ nel buio della mente – /però non separarti/ da me, non arrivare,/ ti prego, a quel celestiale appuntamento/ da sola, senza il caldo di me/ o almeno il mio ricordo, sii/ luce, non disabitata trasparenza/ La cosa e la sua anima? o la mia e la sua sofferenza?», (Tutte le poesie, 591).

Qui la parola è intesa come forma e comunicazione dell’umano, protesa verso il confine estremo del senso, al limite del mistero che nasconde e porta dentro, insieme, afferrabile e indicibile. In questo volo alto in cui accade che l’amore “cresca in profondità”, la parola è spinta a toccare i poli dell’orizzonte celeste: “nadir e zenit” e tentare l’incontro tra il segno e il suo contenuto, il significato con ciò che lo rappresenta. Si chiede così alla parola che in questa elevazione non si separi dalla corporeità, dal sentire dei sensi e degli affetti, dai ritmi della vita. La si prega che l’ascensione sia abitata dalla profondità, che la parola dimori nel silenzio e la luce nell’oscurità; che la gioia non cancelli la testimonianza dell’aver sofferto (il risorto mostra ai discepoli le ferite del suo corpo) e che il manifestarsi dell’altro non gli impedisca il suo nascondersi, perché è dall’assenza che germina una nuova presenza, ed è dal corpo del risorto che si sottrae che spira il soffio creatore dello Spirito.

Nell’evento dell’Ascensione Gesù crea uno spazio di autonomia e libertà per l’altro; il suo ritirarsi fa partire i discepoli e li rende protagonisti e responsabili del vangelo; il suo nascondersi li porta alla luce, il suo innalzarsi li radica ancor più alla terra e la vita dei credenti, il loro corpo, diviene la dimora dove lui si nasconde; egli li rende autorevoli: non servi ma amici: egli non fa, ma fa attraverso di loro.

Nel vangelo di Luca leggiamo che Gesù condusse i discepoli fuori dal luogo in cui erano rinchiusi, verso Betania (la casa dell’amicizia) e, alzate le mani li benedisse. Mentre li benediceva si separò da loro e veniva portato verso il cielo (Lc 24,50-51).
Benedire ed essere benedetti è come abitare ed essere abitati dall’altro: è abitare in lui e abitati da lui. La benedizione, anche nell’assenza, dischiude e fa riaffiorare una presenza.

«All’Ascensione – scrive Michel de Certeau –, quando questa partenza tante volte annunciata si rivela definitiva, gli apostoli sono meno presi da stupore che dà gioia. Dopo che Gesù fu sottratto ai loro occhi, sparendo nella Nube che manifesta loro il Mistero divino, essi rientrano a Gerusalemme per lodare Dio, con il cuore “tanto lieto”, dilatato dall’azione di grazia. Gioia apparentemente inspiegabile. Ma la loro fiducia in lui, purificata da tante meraviglie, li aveva fino ad allora disabituati di loro stessi e accordati alla sua persona. Probabilmente non sapevano ancora fino a che punto il loro desiderio era la sua presenza in loro; bastava che egli fosse lì e lo seguivano. Anche, quando si realizza la partenza, che compie il disegno di Gesù e dona alla sua umanità la felicità del faccia a faccia con il Padre, la sua gioia riecheggia fino al fondo di loro stessi.

Il mistero che era già presente nello smarrimento del loro cuore si svela infine nella loro gioia. Tra noi la presenza di un altro si misura non dalla sua prossimità fisica, ma dalla trasformazione che egli opera e che apre in noi delle profondità a lungo insospettate. Egli ci “abita”, letteralmente, sebbene la vita in comune nasconda questo lavoro oscuro. Ma, quando si interrompono questi incontri quotidiani, lo sguardo scopre improvvisamente la coabitazione interiore e vi riconosce colui che tanti ricordi e speranze designano. La stessa cosa avviene del Cristo, ma quanto più profondamente! Senza che essi se ne rendano conto, egli abita già i suoi con la sua presenza, dal momento che egli era con loro e che le sue parole e le sue azioni formavano già in loro il suo volto. La sua partenza rivela questa presenza. Ma i ricordi che ormai parlano loro di lui escludono del tutto la nostalgia: Gesù è eternamente vivente, e ritornerà; consacra, con la sua potenza divina, tutto ciò che la sua presenza umana ha misteriosamente suscitato in loro; egli trasfigura questo passato nella vita e nell’attesa», (L’ascensione, in Humanitas, 2012, 4, 655).

Una “non disabitata trasparenza” anche per me. Ne ritrovo traccia in una lettera che scrissi al vescovo Luigi Maverna, dopo che ebbe lasciato la diocesi. Una corrispondenza che è traccia delle “nostre ascensioni spirituali”.

«Carissimo vescovo Luigi, mi sono “acceso” davvero all’incrociarsi dei nostri pensieri con la Parola che salva. A volte la lontananza e il silenzio sembrano diluire l’intensità e l’immediatezza, sembrano relegare nei bei ricordi l’entusiasmo delle nostre conversazioni spirituali. Poi, d’improvviso, complice lo Spirito, quelle gioie di un tempo ritornano in tutta la loro bellezza e nuove, non ripetizione, ma nuova incarnazione dei nostri spiriti come se, irrorati dalla pioggia della Parola, generassero nuovi germogli insperati nel tempo dell’esilio. Mihi enim vivere Christus est (Phil. 1,21) Sì davvero per me è così, ho come paura a dirlo ma è tutta la mia vita, il suo senso, la sua gioia. Quante volte si fa grande il desiderio di vedere il Signore e maestro nel suo vero volto e abbracciarlo quasi fisicamente. Sento che è lui che mi conduce giorno per giorno, il desiderio più grande è quello di essere trovato alla “fine” dopo la “lotta”, fedele: Acceso! Acceso, anche se con piccolissima e pallida luce o almeno, – e forse sarà più vero così, – come fumo che sale da uno “stoppino” appena spento, che si mescola al velo profumato dell’incenso, segno della fede e della preghiera di tutta la chiesa, di domenica alla fine del vespro solenne. E mi piace pensare che Lui vedendo quell’ascensione di bianco fumo, che contorto sale, dapprima corposo, poi come un leggero filo, sappia la fatica e il dolore del credere, ma soprattutto odori il crisma ancora profumato, che ha segnato e la fronte e le mani ed intriso di struggente nostalgia di Lui ed ispirato, per tutto il tempo della mia vita fino ad ora, il desiderio e l’intenzione di piacergli, di compiacerlo, nel tentativo di realizzare quella figura di discepolo che il vangelo racchiude: «Il discepolo non è da più del maestro; ma ognuno ben preparato sarà come il suo maestro» (Lc. 6,40).

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PRESTO DI MATTINA
Aperuit illis sensum: se apri l’occhio del cuore, puoi vedere l’invisibile

ice un proverbio iraniano: «Se apri l’occhio del tuo cuore, potrai veder cose altrimenti invisibili».

Aperuit illis sensum. Come poco prima aveva fatto ad Emmaus apparendo a due di loro, anche a Gerusalemme Gesù risorto aprì il cuore dei discepoli, la loro mente, i loro occhi. Di più: riaprì loro il cammino del vangelo, rinvigorendo quella buona notizia nascosta come un seme nelle scritture sante, «nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». A quei discepoli turbati e dubbiosi nel cuore, ridonò un’esultanza indicibile, tanto che stentavano a credergli proprio per la gioia di quell’incontro. Quella stessa irrefrenabile gioia, che il vangelo riporta, contornava l’agire salvifico del Signore: come quella volta che in terra straniera, nella Galilea delle genti in pieno territorio delle dieci città (Decàpoli), egli guarì un sordomuto. Proprio come allora, sul punto di lasciare loro il suo Spirito, «guardando verso il cielo, emise un sospiro e disse: “Effatà”», cioè: «Apriti!». E subito anche agli Undici si aprirono loro gli orecchi, si sciolse il nodo della loro lingua perché a Pentecoste potessero comunicare a tutti il buon annuncio della sua passione, morte, risurrezione e del suo ritorno: il vangelo del suo amore.

Venne poi un uomo mandato da Dio il cui nome era Giovanni e, nei pochi anni del suo pontificato, aprì il cuore della gente alla gioia, sino a scardinare anche quello della Chiesa, quando aprendo solennemente il Concilio pronunciò il suo discorso dicendo: «Gaudet mater ecclesia, la santa madre chiesa gioisce, poiché, per singolare dono della Provvidenza divina, è sorto il giorno tanto desiderato in cui il concilio ecumenico Vaticano II qui, presso il sepolcro di san Pietro, solennemente si inizia con la protezione della Vergine santissima, nel giorno stesso in cui si celebra la sua divina maternità… Nell’esercizio quotidiano del nostro ministero pastorale ci feriscono talora l’orecchio suggestioni di persone, pur ardenti di zelo, ma non fornite di senso sovrabbondante di discrezione e di misura. Nei tempi moderni esse non vedono che prevaricazione e rovina; a noi sembra di dover dissentire da cotesti profeti di sventura, che annunziano eventi sempre infausti, quasi che incombesse la fine del mondo. Nel presente momento storico, la Provvidenza ci sta conducendo ad un nuovo ordine di rapporti umani, che, per opera degli uomini e per lo più al di là della loro stessa aspettativa, si volgono verso il compimento di disegni superiori e inattesi; e tutto, anche le umane avversità, dispone per il maggior bene della chiesa», (11 ottobre 1962).

Fu alcuni anni prima, il 25 gennaio 1959, nella basilica di San Paolo fuori le mura, ricorrendo la festa della vocazione/conversione dell’apostolo, in occasione della quale Giovanni XXIII aveva celebrato anche la messa di chiusura della “Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani” (18-25 gennaio), che il Papa rivelò l’intenzione di indire un concilio. Nello stesso giorno, un breve articolo di stampa diceva che il concilio voleva essere anche un invito alle comunità separate per la ricerca dell’unità. Un concilio, dunque, desiderato soprattutto per promuovere l’unità nella famiglia cristiana e umana, ritenendo come un dovere suo proprio «adoperarsi attivamente, perché si compia il grande mistero di quell’unità».

Aperuit illis sono pure le parole di apertura della lettera apostolica con cui Papa Francesco istituisce nella chiesa la “domenica” della parola di Dio, che cade, non a caso, in prossimità della Giornata di dialogo tra Ebrei e cattolici e della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. Una scelta che intende segnare un ulteriore passo nel dialogo ebraico-cristiano ed ecumenico, facendo della Parola di Dio il cuore stesso di questo impegno, il progetto già scritto del cammino verso l’unità.

Scrive papa Francesco: «Aprì loro la mente per comprendere le Scritture» (Lc 24,45). È uno degli ultimi gesti compiuti dal Signore risorto, prima della sua Ascensione. Appare ai discepoli mentre sono radunati insieme, spezza con loro il pane e apre le loro menti all’intelligenza delle Sacre Scritture. A quegli uomini impauriti e delusi rivela il senso del mistero pasquale: che cioè, secondo il progetto eterno del Padre, Gesù doveva patire e risuscitare dai morti per offrire la conversione e il perdono dei peccati (cfr Lc 24,26.46-47); e promette lo Spirito Santo che darà loro la forza di essere testimoni di questo Mistero di salvezza (cfr Lc 24,49). La relazione tra il Risorto, la comunità dei credenti e la Sacra Scrittura è estremamente vitale per la nostra identità. Senza il Signore che ci introduce è impossibile comprendere in profondità la Sacra Scrittura, ma è altrettanto vero il contrario: senza la Sacra Scrittura restano indecifrabili gli eventi della missione di Gesù e della sua Chiesa nel mondo».

Il “logo” della giornata è dato dalla raffigurazione di Gesù che si accompagna ai discepoli di Emmaus. È la Parola di Gesù che apre le scritture e traghetta i due discepoli dall’incredulità alla fede, dalla tristezza a un cuore ardente, dal trovarsi accompagnati a uno sconosciuto a un ritrovarsi familiari a lui, discepoli attorno alla sua mensa. Mi piace pensare che in quella celebrazione liturgica itinerante che fu la strada di Emmaus, prima alla mensa della parola e poi a quella del pane, Gesù fu per loro omileta: spiegò e interpretò loro (interpretabatur illis in omnibus scripturis) ciò che lo riguardava nello stile dell’omelia rabbinica, che consiste nell’intrecciare legami non scontati e spesso ancor meno evidenti, tra un testo e l’altro, tra un passo della scrittura ‘vicino’ che si sta leggendo e un altro testo ‘lontano’ ma vivo, che all’improvviso affiora alla memoria. O partendo da un salmo, per arrivare a un passo della Torah, e da questo ai profeti, o ad un altro salmo o dai profeti per arrivare ai salmi. Non è forse accaduto questo lungo la via al termine della quale i discepoli lo riconobbero allo spezzare il pane?

Scrive Alberto di Mello introducendo le letture dal midrash sui salmi: «Molto spesso, anzi di preferenza, poteva accadere che l’omelia sul brano settimanale scelto si aprisse proprio con un versetto dei salmi o degli altri scritti sapienziali. Per meglio dire: il testo dei Salmi “apriva” quello della Torà. L’“apertura”, nell’omelia rabbinica, non è semplicemente l’inizio, l’esordio dell’omelia, ma questa abitudine di illuminare un testo con un altro, un testo povero con un testo ricco, o anche viceversa, fino talora a inanellare tutta una serie di testi, a farne una collana, passando dalla Torà ai Profeti agli Scritti», (Un mondo di Grazia a cura di A Mello http://www.atma-o-jibon.org/italiano7/un_mondo_di_grazia1.htm).

È la parola di Gesù che apre il senso delle scritture, e le scritture rivelano il senso del suo destino e della sua storia alla comprensione dei discepoli. Le parole della scrittura sono sempre aperte su Gesù e Gesù ne è l’esegeta, l’interprete e chiave di lettura. Esattamente come si canta nelle antifone e nella novena di Natale che ricalcano il testo di Isaia 22,22: «Chiave di Davide, e scettro della casa di Israele, che apri e nessuno chiude, chiudi e nessuno apre: vieni e fa uscire dal carcere il condannato, che siede nelle tenebre, e nell’ombra della morte». Un testo, quello d’Isaia, commentando il quale Antonio da Padova diceva nel sermone di Natale (§ 13): «Dice il Padre, per bocca di Isaia: “Porrò sulla sua spalla la chiave della casa di Davide”. La chiave è la croce di Cristo, con la quale egli ci ha aperto la porta del cielo».

Sulla stessa linea è il testo particolarmente suggestivo del monaco benedettino Ruperto di Deutz (1075- 1129), in cui egli sovrappone i gesti dello spezzare del pane eucaristico e dello spezzare il pane della Parola di Dio: «Gesù prese il libro e lo aprì, cioè ricevette da Dio tutta la Santa Scrittura per adempierla in se stesso… Il Signore Gesù dunque prese il pane delle Scritture nelle sue mani quando, incarnato secondo le Scritture, subì la passione e risuscitò; allora egli prese il pane nelle sue mani e rese grazie quando, adempiendo le Scritture, offrì se stesso al Padre in sacrificio di grazia e di verità» (In Jo VI). Come a dire che c’è una “presenza reale” di Cristo anche nella Parola di Dio, come del resto sostiene il Concilio nella Sacrosanctum Concilium: «il Cristo è presente nella sua parola, giacché è lui che parla quando nella chiesa si legge la sacra Scrittura» (§ 7) e più avanti, afferma che attraverso la Bibbia «Dio parla al suo popolo, Cristo annunzia ancora il vangelo» (§ 33). La parola di Dio dona un’energia di grazia, una potenza interiore che è certamente misteriosa ma realissima: perché è il Cristo stesso nel suo Spirito che parla in noi.

Per questo, domani, la domenica della parola di Dio, ricorreremo un a segno per sottolinearne la centralità: l’intronizzazione del vangelo sulla cattedra, sul seggio di colui che presiederà la celebrazione. Il primato, nella celebrazione, spetta al Cristo, unico Signore e maestro della sua comunità convocata tramite la sua Parola.

Nella storia ecclesiastica raccontata da Teodoreto di Cirro, riferendosi alla chiesa di Antiochia degli anni di poco antecedenti al concilio costantinopolitano del 381, che avrebbe riconfermato il concilio niceno circa la questione trinitaria, egli ci riferisce di una chiesa antiochena ancora lacerata da divisioni; non solo per via della crisi ariana, ma per una molteplicità di lacerazioni interne alla stessa comunità ortodossa. Tanto che i vescovi orientali avevano eletto Melezio e quelli occidentali il vescovo Paolino. Vi era contesa e divisione tra le due comunità, pur essendo quella di Paolino molto più ridotta rispetto all’altra, ed entrambe professassero il credo niceno. In questo contesto, per nulla concorde e comunionale, emerge la grande figura di Melezio che incarna nelle sue scelte pastorali lo stile sinodale e rende “al vivo” la prassi del cammino verso l’unità capace di ricomporre le divisioni: «Melezio, il più mite di tutti gli uomini, in modo amabile e insieme benevolo, disse a Paolino: “Poiché il Signore diede anche a me la cura delle sue pecore e tu ti sei dato pensiero delle altre e il nostro pio gregge è in reciproca comunione, uniamo, o caro, le nostre pecore e componiamo le nostre contese per il primato. Pascolando insieme le pecore, diamo loro una comune cura. Se, poi, è la divisione del seggio a generare la contesa, io tenterò di rimuoverla. Io consiglio che, avendo posto su di esso il santo Vangelo, ci sediamo ai lati di esso. Se sarò io ad accogliere per primo la fine della vita, allora tu avrai da solo la guida del gregge; se, invece, sarai tu, allora secondo le mie forze ne avrò la cura io”» (Teodoreto di Cirro, Storia ecclesiastica, Città nuova, Roma 2000, libro V, 3, 13-16).

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PRESTO DI MATTINA
Credo, l’aurora…

Credo l’aurora: la veniente dalle tenebre, l’avvolta dal silenzio, sentiero che porta alla luce e ridona spazio e chiarore alle cose, luminosità al volto dell’uomo.

Credo l’aurora: soffio perenne e spirazione del vento di Dio sull’oscurità di caotiche acque, che apre una via tracciando orme invisibili nella notte, ampio respiro dopo l’indescrivibile affanno che serrava la gola.

Credo l’aurora: nata dal cuore di Dio e, per questo, luogo di cominciamento; momento di risveglio e plasmazione, che rialza e fa ripartire di nuovo ogni giorno finché non sia compiuta l’opera dei giorni. È come una madre che rimette in piedi il figlio caduto dopo i primi passi. Come il vasaio di Geremia che ricomincia da capo quando l’opera non prende la forma voluta: «Questa parola fu rivolta a Geremia da parte del Signore: “Prendi e scendi nella bottega del vasaio; là ti farò udire la mia parola”… ed ecco, egli stava lavorando al tornio. Ora, se si guastava il vaso che egli stava modellando, come capita con la creta in mano al vasaio, egli rifaceva con essa un altro vaso, come ai suoi occhi pareva giusto» (Ger 18, 1-4).

Credo l’aurora: risveglio della creazione nel quotidiano; annuncio della nuova creazione nel mattino di Pasqua, fenditura sempre aperta da cui transitò e continua a irradiarsi la luce del Risorto. «Allora – dice Isaia – la tua luce sorgerà come l’aurora» (Is 58, 8)

Tensione verso la luce è, dunque, l’aurora, perché attesa e al contempo rivelazione della parola per cui tutte le cose sono fatte e ricreate in un processo generativo continuo. È sosta e scoperta pure del Verbo venuto ad abitare la nostra storia legando il suo destino al nostro, per sempre. Verbo che muta le sorti; che fa risorgere dall’oscurità e ripartire verso un cammino sconosciuto qual è, all’aurora, l’aprirsi di un nuovo giorno. È lei che dice all’homo viator con le parole di un poeta: «Viandante, sono le tue impronte/ il cammino, e niente più,/ viandante, non c’è cammino,/ il cammino si fa andando./ Andando si fa il cammino,/ e nel rivolger lo sguardo/ ecco il sentiero che mai/ si tornerà a rifare./ Viandante, non c’è cammino,/ soltanto scie sul mare» (Antonio Machado).

Crede all’aurora anche il poeta del salmo 129 e pure quello del salmo 63. Il primo, nell’oscurità della notte, attende l’aurora più delle sentinelle di guardia alla città: «Sono rivolto al Signore e attendo la sua parola più che le sentinelle all’aurora». Il mistico del secondo salmo, cercatore di Dio, la brama dopo una notte di turbolenta attesa: «O Dio, tu sei il mio Dio, dall’aurora io ti cerco, ha sete di te l’anima mia, desidera te la mia carne in terra arida, assetata, senz’acqua. Sul mio giaciglio penso a te nelle veglie notturne…  A te si stringe l’anima mia: la tua destra mi sostiene». E come non pensare alla notte nella quale Giacobbe lottò con l’angelo di Dio sino al sorgere dell’aurora, in cui lo scontro si mutò in benedizione: alba di un nome nuovo.

Credo nell’aurora: e non sembri eccessivo e indelicato dirlo, pensando al ‘credo’ proclamato nella messa, al termine dell’omelia, quale sintesi e conferma della fede degli apostoli, simbolo, trasmissione di una comune attesa che diviene risposta orante dell’assemblea dopo la proclamazione della Parola di Dio.

Si dichiara di fronte a tutti ciò in cui crediamo, ciò che ci fa vivere, per aderire con l’intero vissuto della nostra testimonianza alla fede apostolica passata di generazione in generazione, di chiesa in chiesa, sino a noi. È lo stesso sì, il credo confessato con il martirio dagli apostoli e poi trasmesso ai loro successori. Una risposta custodita con fedeltà e creatività al Cristo proclamato nel vangelo appena udito. Il credo è l’adesione alla Parola ri-pronunciata anche oggi, vincolo sostanziale tra i credenti, abitato dallo Spirito che attualizza la Tradizione antica, trasmessa dai, Padri nella professione dell’unica fede con una rinnovata epiclesi, una nuova ‘invocazione dello spirito’ nell’atto della celebrazione e nella storia che ricompagina la compagnia della fede di oggi con quella delle origini.

La professione della fede non è appena un pronunciamento dottrinale: è un credere a quello che crede Dio, la famiglia umana, la sua famiglia e noi figli nel Figlio. Risveglia così la coscienza a una responsabilità e prassi interna ed esterna all’ekklesia: l’impegno a una conversione totale del vivere cristiano nel servizio dell’uomo e del vangelo.

Una volta, distraendomi nella recita del credo, mi sorprese un pensiero impertinente, e mi domandai: «Ma Dio crede? Che cosa crede?». Rimasi senza risposta quella volta. Ma una fredda mattina d’inverno, era domenica dopo una nevicata, andai a vedere il sorgere del sole dalle parti di Cona, sulla via della Ginestra. È bello, sapete, vedere rinascere gli alberi, le case, la strada; il loro passare lentamente dall’oscurità alla luce, dalla morte alla vita. Raggiunsi così un piccolo lago nei pressi che era tutto gelato, come del reso lo era anche la strada, e lì attesi l’aurora. Quella volta vidi il sole sorgere per ben tre volte all’orizzonte: tra gli alberi spogli sulle sponde del laghetto, riflesso sulla superfice ghiacciata dell’acqua e infine, facendo alcuni passi indietro, lo vidi di nuovo specchiarsi, e risorgere, dalla strada gelata. Fu allora che arrivò la risposta a quella domanda che si era perduta.

Dio crede l’aurora! Perché egli viene a noi come l’aurora, e come l’aurora la sua venuta è sicura (Os 6,3). Ma non è forse vero che le sue storie e quelle del figlio, iniziano all’aurora? “Uscì il seminatore a seminare…; il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna… Dopo il sabato, all’alba del primo giorno della settimana, Maria di Màgdala e l’altra Maria andarono a visitare la tomba… E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell’alba, li troverà così, beati loro!”

Dio crede nell’aurora perché crede nel Figlio, l’amato, è detto nel salmo 110, 3: «dal seno dell’aurora, come rugiada, io ti ho generato». Ma il suo credo l’aurora, Dio lo dice pure con le parole del Cantico dei Canti: «chi è costei che sorge come l’aurora, bella come la luna, fulgida come il sole,/ terribile come schiere a vessilli spiegati?». Non è forse costei l’umanità in cammino verso il suo compimento in Dio? Per Gregorio Magno è la stessa assemblea dei credenti, l’ekklesia, che come sposa va incontro al suo sposo: «Il primo albore o aurora fa passare dalle tenebre alla luce; per questo non senza ragione con il nome di alba o aurora è designata tutta la Chiesa degli eletti» (Commento a Giobbe).

Credo nell’aurora – dice Dio – questa mia figlia dello stato nascente, che attraversa la soglia del nulla e fa passare dal buio alla luce, dalla morte alla vita. Essa precede sempre, cammina innanzi a me e ai miei figli e il pensiero di lei risveglia a entrambi il cuore come è detto nel salmo: «svégliati, mio cuore, svegliatevi, arpa e cetra, voglio svegliare l’aurora» (Sal 57,9).

In questi giorni, ascoltando per caso una canzone di Marco Mengoni dal titolo Essere umani, mi è tornata alla mente la domanda: «Dio crede?». E la risposta è stata quasi immediata, ricalcata dalle strofe di quella canzone («Credo negli esseri umani,/ Che hanno coraggio/ Coraggio di essere umani»). Sì, Dio crede negli uomini resi fratelli da suo figlio; egli si affida così nelle mani di coloro che spezzano il pane con l’affamato, accolgono in casa i senzatetto e vestono coloro che sono spogliati della loro dignità. Così mi piace pensare che quando Dio creò la donna, dopo aver addormentato l’uomo, le consegnò le parole da sussurrare al cuore di ogni uomo che viene in questo mondo al sorgere dell’aurora, parole simili a questa canzone: «Ma che splendore che sei/ Nella tua fragilità/ E ti ricordo che non siamo soli/ A combattere questa realtà». Allo stesso modo, il mattino di Pasqua, il Risorto parlò al cuore impaurito delle donne, parole da riferire poi ai discepoli e penso assomigliassero a queste: «Prendi la mano e rialzati/ Tu puoi fidarti di me/ Io sono uno qualunque. Uno dei tanti, uguale a te».

La Lettera agli Ebrei ci chiede di tenere ferma la professione della nostra fede in colui che ha attraversato i cieli, Gesù Cristo, il figlio di Dio. Colui che, salvo nel peccato, ha saputo prendere parte alle nostre debolezze, condividere ogni prova, incluso la sofferenza più atroce e la morte, che attende l’uomo. L’invito è allora quello di avvicinarci con piena fiducia a questa «notte calma molto vicina al sorgere dell’aurora», come canta Giovanni della Croce pensando all’umanità di Dio nascosta in Gesù: «Dove ti nascondi? … L’amato è le montagne, le valli solitarie e ricche d’ombra, le isole remote, le acque rumorose, il sibilo dell’ aure amorose. È come notte calma molto vicina al sorger dell’aurora, musica silenziosa, solitudine sonora, è cena che ristora e che innamora», (CA 13-14). Il Concilio Vaticano IItantum aurora est, “è appena l’aurora” disse papa Giovanni XXIII – ha recepito questa mystica lectio in dialogo con il mondo di oggi quando afferma che «con l’incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo. [Egli] ha lavorato con mani d’uomo, ha pensato con mente d’uomo, ha agito con volontà d’uomo, ha amato con cuore d’uomo. Nascendo da Maria Vergine, egli si è fatto veramente uno di noi… ci ha anche aperta la strada: se la seguiamo, la vita e la morte acquistano nuovo significato… perché anche noi, diventando figli col Figlio, possiamo pregare esclamando nello Spirito: Abba, Padre!», (Gaudium et spes, 22).

Coltiviamo il bene comune e l’interesse per gli altri, Perego cita don Milani

Testo dell’intervento del vescovo Giancarlo Perego pronunciato a Comacchio (da ufficio stampa Arcidiocesi di Ferrara)

Non posso iniziare queste mie parole senza prima dire un grazie per la vostra accoglienza, cari fratelli e sorelle, della comunità di Comacchio. Saluto il Sindaco e le autorità presenti, che rendono questo nostro incontro e questa nostra celebrazione l’inizio di una relazione di stima e di collaborazione per il bene comune. La Pentecoste significa per me affidare l’inizio del ministero episcopale nella Chiesa di Ferrara-Comacchio all’azione dello Spirito.
Ma chi è lo Spirito Santo? È la prima domanda che desideriamo porci insieme. Lo Spirito Santo è il principio guida, che accompagna le azioni della Chiesa e di ogni cristiano nel rispetto della libertà, ma che agisce con originalità (sono i ‘segni dei tempi’ ricordati dal Magistero recente) nella storia e nella società. Lo Spirito Santo “ha riempito l’universo” (Sap. 1,7) e “rinnova la faccia della terra” (Salmo 104). L’importante è aprire gli occhi, riconoscere la sua presenza. Lo Spirito non è assente oggi, ma in questa società segnata anche da situazioni di degrado continua a suscitare energie, conversioni, coraggio, sacrificio, dedizione, vocazioni. Indurire il nostro cuore, rimanere indifferenti, chiudersi significa non aprirsi alle sorprese dello Spirito. Guidati dallo Spirito impariamo l’amore, il dono, le opere di carità, con quella gioia che i santi ci insegnano, anche in questa terra e città di Comacchio.

Cosa fa lo Spirito Santo? È la seconda domanda che ci poniamo. Le caratteristiche della sua azione le riconosciamo distintamente nel brano degli Atti degli Apostoli che descrivono la vita della prima comunità, frutto del ‘vento’ dello Spirito. Lo Spirito unisce, aiuta a riconoscersi, costruisce una nuova comunità, nata su una nuova alleanza con Dio. La Pentecoste è come un nuovo Sinai, dove si rinnova l’alleanza tra Dio e l’uomo. Infatti, voce e fuoco caratterizzano la Pentecoste come hanno segnato l’episodio del Sinai, il monte del dialogo tra Dio e Mosè. Possiamo anche dire che la nuova alleanza che lo Spirito a Pentecoste inaugura ha come riferimento non più e non solo i comandamenti, ma una coscienza nuova. Il segno di questa rinnovata condizione saranno i sacramenti dell’iniziazione cristiana. In secondo luogo, l’azione dello Spirito Santo sarà quella di rendere gli apostoli capaci di testimonianza, capaci di missione, capaci di andare. Lo Spirito Santo – scrive papa Francesco nell’esortazione ‘Evangelii Gaudium’ – “può guarirci da tutto ciò che ci debilita dall’impegno missionario… non c’è maggior libertà che quella di lasciarsi portare dallo Spirito, rinunciando a calcolare e controllare tutto, e permettere che egli ci illumini, ci guidi, ci orienti, ci spinga dove Lui desidera”.

Una capacità di ‘attrazione’ più che di ‘proselitismo’ che sarà permanente nella Chiesa e ne costituisce – come ricorda anche papa Francesco nella esortazione Evangelii gaudium – una caratteristica permanente nella vita della Chiesa, di ogni Chiesa, anche nella Chiesa di Ferrara-Comacchio. Non è forse vero che il patrono di Comacchio S. Cassiano testimoniò con la vita la sua fede? E i monaci di Pomposa non raggiunsero e morirono martiri in Ungheria, in Polonia, a Kiev? S. Maurelio, primo vescovo di queste terre, non morirà martire a Edessa? Fino ad arrivare a S. Maria Chiara Nanetti, suora francescana che perderà la vita a 28 anni martire in Cina nel 1900: anche da questa terra la Pentecoste ha suscitato testimoni del Vangelo fino al dono della vita. “Cominciarono a parlare altre lingue”. Il passaggio della pagina degli Atti indica che gli apostoli diventano mediatori della salvezza per tutti, la destinazione universale della salvezza, di cui la Chiesa diventa segno e strumento, sacramento.
Lo Spirito, infine, tocca ognuno in maniera originale, unica, carismatica. Tutti, però, operiamo “per il bene comune”.

E’ interessante come questa locuzione “bene comune” sia diventata, anche grazie al Magistero sociale, una categoria della politica, della democrazia. Lo Spirito genera anche ‘communitas’, educa al vivere insieme, a un ‘interesse’ per gli altri – come diceva don Milani – alla ricerca del bene dell’altro. In questa direzione meritano di essere ripetute le parole di papa Francesco nell’esortazione apostolica Evangelii gaudium: “Il Vangelo invita prima di tutto a rispondere al Dio che ci ama e che ci salva, riconoscendolo negli altri e uscendo da se stessi per cercare il bene di tutti. Quest’invito non va oscurato in nessuna circostanza! Tutte le virtù sono al servizio di questa risposta d’amore. Se tale invito non risplende con forza e attrattiva, l’edificio morale della Chiesa rischia di diventare un castello di carte, e questo è il nostro peggior pericolo”. Non esiste Pentecoste nell’individualismo, nell’egoismo, nella chiusura. Non solo. Nello Spirito che genera fraternità, cresce anche l’uguaglianza, il rispetto, qualunque sia la condizione sociale o il credo religioso. E’ la ‘rivoluzione cristiana’ di cui parlava il filosofo personalista Mounier, ripresa da papa Benedetto nei suoi discorsi si giovani nella Giornata mondiale della Gioventù di Colonia, ma su cui ritorna frequentemente anche papa Francesco.

Infine lo Spirito, come ricorda la pagina evangelica di Giovanni, dona la pace e il perdono, la gioia e la speranza. Pace e perdono richiamano la necessità di rivedere le categorie del nostro pensare e parlare che talora sembrano ritornare alla legge del taglione, alla contrapposizione sociale, alla violenza, ritenendoli strumenti necessari di sicurezza sociale. In realtà, violenza, scontro sociale, vendetta minano le basi della sicurezza di una città e rendono più precaria la vita delle persone. Gioia e speranza, spesso ripetute da papa Francesco, sono categorie che sollecitano dialogo sociale, pace, oltre che la capacità di non chiudere le decisioni sul presente, ma aprirle a un progetto educativo, che rende le persone capaci di una ‘vita buona’.

Cari fratelli e sorelle di questa illustre comunità di Comacchio, lasciamo che lo Spirito ci raggiunga e ci aiuti a costruire una comunità diocesana unita, dove “tutti sono responsabili di tutti”, aperta alla pace e al perdono, con lo sguardo al futuro. Diffidiamo di chi esclude, chiude, allontana, abbandona, tradendo così i doni della Pentecoste. Lasciamo che lo Spirito ci illumini, curi le nostre ferite e ci accompagni ad essere testimoni della fede ‘pescatori di uomini’. San Cassiano, vescovo e martire, patrono della città, illumini il nostro cammino e la nostra comune preghiera: Veni Creator spiritus”, vieni tra noi Spirito Creatore.

L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

L’occhio di periscopio

Il giornalismo online in questi ultimi anni ha innescato una profonda trasformazione del nostro modo di informarci. Le notizie sono immediatamente disponibili attraverso la rete, continuamente aggiornate, facilmente reperibili. L’informazione è abbondante, la cronaca è ampiamente garantita. Quel che risulta carente è una chiave di interpretazione dei fatti, uno strumento di analisi capace di fornire una lettura che si spinga oltre la superficie degli avvenimenti. FerraraItalia ha questa ambizione: offrire commenti, analisi, punti di vista che contribuiscano alla formazione di una più consapevole coscienza del reale da parte di ciascuno e a vantaggio di tutti, come imprescindibile condizione per l’esercizio di una cittadinanza attiva e partecipe. Ferraraitalia è un quotidiano indipendente globale-locale che sviluppa un’informazione verticale tesa all’approfondimento, perseguito con gli strumenti giornalistici dell’inchiesta, dell’opinione, dell’intervista e del racconto di vicende emblematiche e in quanto tali rappresentative di realtà più ampie, di tendenze, di fenomeni diffusi (26 novembre 2013)

Redazione

Direttore responsabile: Francesco Monini
Collettivo di redazione: Vittoria Barolo, Nicola Cavallini, Simonetta Sandri, Ambra Simeone, Carlo Tassi, Bruno Vigilio Turra
Segreteria di redazione: Paola Felletti Spadazzi

I nostri Collaboratori: Sandro Abruzzese, Francesca Alacevich,Alice & Roberta, Catina Balotta, Fiorenzo Baratelli, Roberta Barbieri, Grazia Baroni, Davide Bassi, Benini & Guerrini, Gian Paolo Benini, Marcello Bergossi, Loredana Bondi, Marcello Brondi, Sara Cambioli, Marina Carli, Emanuela Cavicchi, Liliana Cerqueni, Ciarìn, Riccarda Dalbuoni, Roberto Dall'Olio, Costanza Del Re, Jonatas Di Sabato, Anna Dolfi, Laura Dolfi, Francesco Facchiano, Franco Ferioli, Giovanni Fioravanti, Giuseppe Fornaro, Maura Franchi, Riccardo Francaviglia, Andrea Gandini,Sergio Gessi, Pier Luigi Guerrini, Sergio Kraisky, Francesco Lavezzi, Daniele Lugli, Carl Wilhelm Macke, Beniamino Marino,Carla Sautto Malfatto, Fabio Mangolini, Cristiano Mazzoni,Giorgia Mazzotti, Paolo Moneti, Francesco Minimo, Alice Miraglia,Corrado Oddi, Fabio Palma, Roberto Paltrinieri, Valerio Pazzi,Carlo Perazzo, Federica Pezzoli, Gian Gaetano Pinnavaia, Mauro Presini, Claudio Pisapia, Redazione, Francesco Reyes, Raffaele Rinaldi, Laura Rossi, Radio Strike, Gian Pietro Testa, Roberta Trucco, Federico Varese, Ranieri Varese, Gianni Venturi, Nicola Zalambani, Andrea Zerbini

Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

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