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Il Papa pazzo, il Partito della Difesa e la stampa con l’elmetto

 

Papa Francesco ha appena dimostrato che anche un Papa può essere vicino a Cristo. Ha detto infatti che i paesi che hanno manifestato l’intenzione di aumentare l’investimento in armamenti fino al 2% del loro PIL sono “pazzi”. E che lui si vergogna per loro. Tra questi paesi c’è l’Italia, del keynesiano-per-una-notte Mario Draghi. E il principale partito che sta appoggiando questa scelta in Parlamento è il Partito Democratico, il cui acronimo PD può essere ormai declinato come Partito della Difesa.

La pazzia italiana “di sinistra”, tuttavia, non è una patologia dalla genesi oscura. Viceversa, è l’ effetto coerente di una causa talmente lampante da essere lancinante: il PD gestisce con i suoi uomini tutti i principali gangli della Difesa e del blocco istituzionale ed economico che ad essa fa riferimento, o di cui è emanazione.
Lorenzo Guerini (PD) è il ministro della Difesa. Su sua proposta, Nicola Latorre (PD) è diventato direttore generale di Agenzia Industrie Difesa, ente controllato dal ministero che si occupa delle forniture di armi e logistica al medesimo. Difesa Servizi, società diretta emanazione del ministero incaricata di gestirne il patrimonio immobiliare, ha come amministratore delegato Pier Fausto Recchia (PD).
Leonardo (ex Finmeccanica), decimo produttore di armi e sistemi di difesa al mondo, terzo in Europa, partecipata al 30% dal Ministero delle Finanze, ha come amministratore delegato Alessandro Profumo (tessera PD), cavaliere del lavoro condannato in primo grado a sei anni di carcere per aggiotaggio e falso in bilancio durante la sua presidenza in Monte Paschi (null’altro che tacche del curriculum per un top manager italiano).

La Fondazione Leonardo ha come presidente Luciano Violante (PD). La Fondazione Med-Or, anch’essa costola di Leonardo, ha come presidente Marco Minniti (PD), che si reca – pure lui – in Arabia Saudita a organizzare partnership nel campo dell’istruzione con quel regime (sospetto, vista la provenienza della fondazione, che il “do ut des” non sia confinabile all’interno delle aule universitarie).

Non ho la minima intenzione di denigrare le persone citate, alcune delle quali (dico Violante per dirne una) hanno un cursus di tutto rispetto e prestigio. Voglio solo dimostrare che la decisione bollata come “pazzia” da Papa Bergoglio e l’orientamento bellicista del PD sono perfettamente coerenti con l’occupazione capillare, da parte sua, dei ruoli di potere che fanno capo alla Difesa. Mi sarei meravigliato del contrario: piuttosto bisognerebbe chiedersi perché, tra i vari rami dell’amministrazione dello Stato, il PD abbia scelto di ‘occupare’ proprio la Difesa con modalità che Enrico Berlinguer (capo di quel PCI di cui il PD rivendica l’eredità: non aggiungo altro) così definirebbe, avendolo fatto già nel 1981: “I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai TV, alcuni grandi giornali.”(per leggere l’intervista integrale clicca qui).

Siccome la corsa al riarmo non ha nulla a che vedere con l’opinione se sia giusto o sbagliato inviare armi ai civili ucraini – argomento che spacca anche l’opinione pubblica di sinistra, e sul quale non entro – mi domando cosa pensino di questa decisione non tanto i simpatizzanti ed elettori, ma i molti esponenti del PD che lo rappresentano nelle istituzioni, anche del nostro territorio. Mi stupirei molto del fatto che non si levasse nessuna voce critica, ed infatti attualmente il mio stupore è grande, perché non mi sembra proprio che si stia innescando un dibattito su questo. L’unico che si è esposto tra i vertici è Graziano Delrio, che si è astenuto nel voto sull’aumento delle spese militari.

L’art.11 della Costituzione recita: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.”

Siamo in uno di quei casi in cui la Costituzione (tranne per l’inciso sulle limitazioni della sovranità: quelle ci sono, ininterrotte, dal 1945) viene derubricata a tesina dei buoni propositi, come se non si trattasse della legge fondamentale dello Stato. Siamo anche in uno di quei casi in cui le parole del Papa, che di solito campeggiano in prima pagina di ogni notiziario della tv pubblica, privata, dei principali giornali, come moniti della nostra massima autorità morale, vengono nascoste in qualche trafiletto a pagina quattordici, come se fossero le esternazioni folkloristiche di un mitomane.
Manca solo che qualcuno tra i nostri grandi e liberi direttori di giornale gli batta una mano sulla spalla, a Bergoglio, sussurrandogli “ma chi ti credi di essere, il Papa?”

giustizia giudice tribunale

CONTRO VERSO
Per la giustizia “minore”

 

Per la giustizia “minore”

Ogni tanto mi capitava di distaccarmi da questa o quella storia per concentrarmi sull’insieme, o proprio sulla cornice, sul funzionamento della giustizia minorile. Immagino sia simile a ciò che si vive in un servizio territoriale, e non solo quelli rivolti all’infanzia. Sporgersi oltre il bordo è uno sport estremo che mette a confronto con se stessi attraverso le vite degli altri.

Benvenuto in tribunale:
qui inizia il tuo viaggio
che non si può fermare.
Procedi con coraggio.

Che tu abbia o no la toga
urge cintura di sicurezza.
Ti travolgerà la foga
e crudeltà e bellezza

della vita che t’inonda,
esce fuori dalle carte,
potente ti circonda
e non arriva e non parte

Ma poi dovrai difenderla
da innumerevoli agguati,
cercare di proteggerla
per tutti i nuovi nati.

Il giudice ha certezza
di tenere la briglia:
ci sia amore e sicurezza
con o senza famiglia.

A volte tutto rotola,
non ti ci raccapezzi
la vita scorre a rivoli
e ha mille ed altri mezzi

però ci sono i giorni
che qualcosa hai realizzato
e subito ritorni
al perché hai incominciato.

Il senso del cammino
è tessere la rete
che accoglie un bambino.
Milioni di comete

su case e grotte e ville
a destar la meraviglia
con milioni di scintille,
ed è la vita che brilla.

Ti dice l’esperienza
e il cervello e il cuore
che questa è un po’ l’essenza
della giustizia “minore”.

Si sa poco o niente della giustizia minorile italiana. Quando se ne parla in tv o sui giornali, quasi sempre si dicono strafalcioni, inesattezze più o meno dolose, generalizzazioni che hanno il solo effetto di approfondire il solco tra le aule giudiziarie e le famiglie. La giustizia minorile italiana non è esente da errori ma è molto diversa da come viene rappresentata di solito. Sarebbe bello che un giorno o l’altro si trovasse il modo per offrirne un’immagine aderente alla realtà.

CONTRO VERSO, la rubrica di Elena Buccoliero con le filastrocche all’incontrario, le rime bambine destinate agli adulti, torna su Ferraraitalia  il venerdì. Per leggere i numeri precedenti clicca [Qui]

La bufala: “In borsa bruciano i risparmi degli italiani”

Ogni volta che in borsa c’è una flessione i giornali gridano al disastro. La borsa brucia soldi e i risparmi degli italiani, questo il film che è andato in onda anche sabato 3 agosto e a cui i politici, soprattutto delle opposizioni, si sono aggrappati per addossare le colpe del presunto crollo alla maggioranza di turno. Del resto è uno schema che si ripete, si presume infatti che anche l’attuale maggioranza avrebbe utilizzato la notizia nello stesso modo a parti invertite. Nessun politico riesce a fare a meno di una buona fake news quando si tratta di aumentare il proprio consenso o screditare l’avversario.
In realtà, come sempre, si tratta proprio dell’ennesima bufala perché le borse sono per loro natura altalenanti. La flessione iniziata la prima settimana di agosto e proseguita parzialmente nella seconda, è stata causata solo in parte dalle faccende di casa nostra, basti pensare al susseguirsi dei tweet di Trump sul tormentone dei dazi alla Cina. Ma poi ci sono ogni giorno notizie che hanno il loro peso, dagli indici di crescita della produzione industriale in ogni paese del mondo a quella della pioggerellina che anticipa l’autunno in Giappone.
Di fatto la flessione della borsa di Milano è stata superiore al 3% ma non è stata l’unica. Ha interessato altri indici come il Dow Jones – 1,02, Msci World -3,05, Stoxx -3,35, S&P500 -0,83 e un po’ tutte le borse del mondo.
Siamo in crisi dunque a causa della borsa e si abbasseranno le nostre difese immunitarie? I dati dicono altro. La borsa di Milano ha aperto l’anno a 18.408 punti per salire (in maniera … altalenante) fino ai 21.250 punti proprio a ridosso di quel fatico venerdì 2 agosto. Un guadagno da inizio anno di oltre 2.840 punti, ovvero più del 15% senza che gli italiani ne fossero messi al corrente, si presume. Del resto i giornali non spiegavano come mai i loro risparmi erano diminuiti del 3% in un solo giorno senza essere però cresciuti del 15% nei sei mesi precedenti. Come mai, insomma, non abbiamo traccia del nostro 12% di guadagno uscito indenne dalla flessione delle borse di inizio agosto?
Torniamo alla realtà. C’è stata una flessione fisiologica che riguarda le borse e non i nostri risparmi che, tra l’altro, è già parzialmente in fase di recupero visto che la chiusura del 18 agosto era a 20.347 punti. Si torna dunque sopra quota 20.000 punti, il che fa ben sperare in una nuova onda al rialzo.
Dietro ogni titolo in borsa ovviamente c’è gente che lavora, aziende che producono e anche tanti speculatori che comprano azioni solo perché si attendono dei guadagni, cioè di fare soldi investendo altri soldi. E questo qualche volta li rende ricchi, come ha fatto con Warren Buffett o Soros, il più delle volte li impoverisce, ma sempre ed entrambi alterano l’economia reale.
Economia che come sappiamo è interconnessa, la produzione di un’area geografica si interfaccia con il consumo mondiale, i capitali circolano liberi e tutto questo rende i prezzi volatili, soggetti all’umore ballerino. In particolare è volatile il prezzo delle azioni che è stimolato in molti casi proprio dalla speculazione, dai tanti operatori che comprano o vendono per i più svariati motivi. Ci sono aziende che comprano migliaia di azioni proprie per non farne crollare il prezzo (buy back), oppure le rivendono per farlo crollare, a seconda dei loro interessi del momento. Poi ci sono aziende quotate in borsa che producono beni reali ma realizzano guadagni maggiori proprio dalla borsa e per questo vi dedicano maggiore attenzione. Più che a creare fabbriche per impiegare metalmeccanici.
Le borse mondiali, da inizio anno e al pari della borsa di Milano, hanno realizzato ampi margini di crescita, ad esempio in Europa Stoxx +10,98%), negli Stati Uniti S&P500 +16,84%; Dow Jones +12,80%. Ogni tanto lo si legge, ma a che serve del resto pontificare? I guadagni non sono per tutti, il risparmio degli italiani non aumenta quando la borsa cresce e allora lo si lascia correre. Meglio amplificare le flessioni, gli inciampi, per ricordare a tutti che il nostro destino è legato alla finanza e al denaro e che, se le cose dovessero andare male per qualcuno, noi tutti saremo chiamati a rimetterle a posto con i nostri risparmi.
Ma poiché in borsa si fa tanta speculazione e si crea denaro dal denaro, quindi dal nulla, se le cose andassero male ciò che noi dovremmo eventualmente ripagare, più che le perdite, sarebbe il mancato guadagno di pochi.
È solo il caso di ricordare, poi, che in borsa si “scommette” al rialzo (buy) ma anche al ribasso (sell), per cui, se gli indici di borsa vanno giù, perde solo chi ha puntato al rialzo mentre gli altri incassano. Di conseguenza in borsa c’è sempre chi vince e chi perde, i soldi si spostano e non si bruciano.

Etica, politica e stampa: considerazioni a margine della vicenda Lodi-Estense.com

La buona informazione è come l’ape: punge senza guardare in faccia a nessuno, agendo per istinto naturale. “Cane da guardia della democrazia”, come la definì John Stuart Mill, o “Quarto Potere” come la etichettò Orson Welles, a sottolinearne il ruolo di vigilanza sui tre massimi vertici istituzionali (Governo, Parlamento e Magistratura), la funzione della stampa è quella di tenere d’occhio il comportamento di coloro che la comunità designa come propri rappresentanti, delegati protempore all’esercizio delle funzioni politiche e amministrative; osservarne i comportamenti e le azioni e rendere conto di tutto alla pubblica opinione, del bene e specialmente delle nefandezze, poiché le cose positive sono logicamente promosse e sbandierate dai fautori, mentre i peccati tendono a essere negati e occultati sotto le pietre della vergogna.

La vicenda innescata in questi giorni a Ferrara dall’eccellente servizio pubblicato da Estense.com e firmato dal direttore Marco Zavagli (al quale va l’apprezzamento e la piena e affettuosa solidarietà dei colleghi di Ferraraitalia e mia personale) è in questo senso esemplare, e ha causato vivaci e scomposte reazioni.
L’articolo documenta le cinque condanne penali inflitte al candidato delle Lega, Nicola ‘Naomo’ Lodi, da lui sempre negate e sino ad ora non emerse semplicemente perché tutte hanno beneficiato della non menzione nel casellario giudiziale. Bravi i colleghi a scoprirlo e segnalarlo.

Il diretto interessato ha reagito scompostamente, definendo (secondo quanto pubblicato da Estense) “il collega ‘un verme’” e promettendogli “di aspettarlo sotto lo scalone del palazzo comunale dove davanti a migliaia di ferraresi sarà deriso”, per una sorta di pubblica gogna, dunque, di antica nefasta memoria. Lodi quindi assomma alla precedente menzogna (inaccettabile da un politico), l’aggravante dell’intimidazione.

Il candidato sindaco della Lega, Alan Fabbri, dal canto suo, rivolgendosi a Estense, replica che “agli inutili e insensati attacchi politici rivolti al segretario della Lega di Ferrara Nicola Lodi rispondiamo con un sorriso”. Ma non si tratta di “attacchi politici” quanto della segnalazione di fatti finora ignoti che il cittadino-elettore ha il diritto di conoscere soprattutto ora, al momento delle scelte, in cui va al voto per scegliere i propri delegati. E ben poco c’è da ridere, perché l’evenienza di essere rappresentati da un pluricondannato, a molti riteniamo appaia una fosca prospettiva. E Fabbri, che oggi aspira al ruolo di vertice dell’amministrazione comunale e quindi di rappresentanza della città tutta, di questa sensibilità dovrebbe tener conto. Qui non c’entra la politica, ma la moralità di chi è chiamato a rendere un pubblico servizio alla collettività.

Andrebbe inoltre considerato, con il dovuto rispetto, il ruolo della stampa e la sua insostituibile funzione: nel caso specifico le cose scritte dai colleghi sono fatti documentati e circostanziati. E non si tratta certo di faccende private, come Fabbri lascia intendere per sminuirne il rilievo, parlando di “mezzucci” e tirando in ballo la “privacy”: chi si dispone a far parte di una pubblica istituzione non può pretendere, sotto questo profilo, il rispetto normalmente dovuto a qualsiasi altro cittadino, ma deve disporsi a rendere trasparente l’attività svolta nell’ambito pubblico e nello spazio collettivo, e accettare di essere scandagliato dai riflettori, poiché liberamente si offre come pubblico rappresentante.

Triste è che ad alimentare la campagna di denigrazione web – attraverso una macchina del fango ingrassata da commenti infamanti postati sotto l’articolo di Zavagli secondo un preordinato piano – si sia prestato un giornalista, Michele Lecci, ora responsabile della comunicazione della Lega: un incarico che evidentemente gli ha fatto dimenticare i suoi primari doveri etici e professionali.

Roboante, al riguardo, è apparso anche il silenzio del presidente della locale associazione stampa, Riccardo Forni, e peggiori ancora sono risultate le sue tardive e farfugliate giustificazioni. Il fatto di essere capolista in corsa per un posto in Consiglio comunale a sostegno del candidato Alan Fabbri evidentemente condiziona la sua azione e conferma la necessità delle sue dimissioni, o quantomeno di una sua autosospensione dal ruolo di presidente che tuttora – inopportunamente – riveste. Si tratta di una elementare forma di rispetto nei confronti dei colleghi che già da tempo avrebbe dovuto attuare. Ma qui, in tanti, sembrano avere perso la testa e il senso della misura. Oltre che quello della decenza. E nulla più può esser dato per scontato.

I profeti dello spread

Forza Italia (almeno quel che ne resta) e Partito Democratico (almeno quel che ne resta) a far fronte comune contro questo governo di irresponsabili e fascisti.
Allarmi! Allarmi! La democrazia è a rischio! Tutti sull’Aventino per protesta… anzi no!
“Anzi no… Perché mai tacer quando tutti i media stanno dalla nostra parte? Quando ogni santo giorno, da mattina a sera, televisioni, radio e giornali ospitano e pubblicano fior di esperti e opinionisti e politici e giornalisti a parlar male e a criticare ogni azione e ogni parola di questo infausto governo?
Anzi no… stiamo sul pezzo! Non sia mai che la gente – e pure quegli stupidotti (tanti) che questa assurda maggioranza l’han votata – finalmente si convinca. Si renda conto del tremendo rischio che sta correndo”.
Bene, di quale rischio stiamo parlando?
Rischio per la democrazia? Capirei che si parlasse di rischio per la democrazia se adesso fossimo in democrazia.
Ma è vera democrazia un paese in cui il governo non possa decidere in piena autonomia la propria politica economica e sociale perché posto sotto ricatto dai mercati finanziari internazionali?
Rischio di fallimento del paese?
Ma come può l’Italia fallire se tuttora siamo uno dei paesi più ricchi al mondo. Un paese in cui, nonostante tutto, il risparmio privato (contrariamente rispetto all’estero) è uno dei maggiori al mondo.
E allora, con queste premesse, perché l’Italia è finita nell’occhio del ciclone? Perché è diventata bersaglio dell’Unione Europea? Perché lo spread sale minacciosamente?
Ma poi, cosa diavolo è questo spread, e perché le agenzie di rating ci stanno prendendo di mira?

Esponenti illustri di Forza Italia parlano di rischio per la democrazia e di deriva sovranista. Intanto il buon Silvio va a trovare il suo caro amico russo Vladimir, che proprio democratico non è, e un po’ sovranista sì.
Quelli del Pd, renziani in testa, si augurano che questo governo mandi in malora il paese. Se lo augurano per rinfacciarlo poi al popolo ignorante e beduino, colpevole di non aver capito nulla. Se sapessero, quelli del Pd, che sono proprio loro a non aver capito nulla della gente.

Il fatto, a me pare, è che in questo marasma generale nessuno voglia sprecarsi per cercare di capirci qualcosa. È più facile fare il tifo. Prendere per buono ciò che ci fa più comodo.
Lo fanno i partiti, i politici, lo fanno le persone. Ma la cosa più grave è che lo fanno pure i giornalisti. Non dubito che molti di loro siano in buona fede, questo però non aiuta, anzi.

Tutti noi guardiamo sempre la tv e qualche volta leggiamo i giornali. Ascoltiamo con attenzione ciò che ci dicono e leggiamo ciò che scrivono. Adesso cerchiamo di ripassare le informazioni che ci arrivano e con esse proviamo a immaginare questa scena: un tizio che arringa la folla sul pericolo rappresentato da barboni e mendicanti, mentre tutto intorno la gente intenta ad ascoltare non s’accorge che distinti signori in doppio petto e scarpe firmate stanno sfilando a ognuno dei presenti il portafogli. Il paradosso è che anche quelli che se ne accorgono fanno finta di niente perché indotti a credere che, se i soldi te li porta via uno che veste elegante, certamente dietro ci deve essere un motivo ragionevole e inevitabile.
Ebbene, se i signori distinti ed eleganti fossero le banche?

Chiediamoci anche il perché, nei vari dibattiti che tutti i giorni infiammano i talk show televisivi, esperti economisti, giuristi, sociologi, e chi più ne ha più ne metta, che dissertano e pontificano su economia e finanza, non pongano mai in discussione i criteri di calcolo dei tassi d’interesse sul debito, men che meno i meccanismi reali che stanno dietro il fenomeno dello spread. Ovvero non si chiedano mai quale sia la sua vera ragion d’essere, o perché debbano esistere le agenzie di rating.
Ciò che costantemente si sente sono continue discussioni sullo spauracchio del suo innalzamento e delle conseguenze che questo comporterebbe sulla gente. Terrorismo istituzionalizzato.
Si dà per scontato che il meccanismo dello spread sia lecito e inevitabile. Che non sia invece frutto di speculazioni della finanza. Che sia normale che queste famose agenzie di rating, col potere di declassare l’economia di un intero paese e, guarda caso, appartenenti a grandi multinazionali finanziarie private, abbiano di fatto il diritto di influenzare le decisioni politiche di un governo.

Le parole sovranista e populista sono diventate bestemmie da scandire in ogni dibattito. Si pensa ai vari Le Pen, Orban, fino al Salvini nostrano. Disprezzabili esempi di politiche di chiusura e isolamento, di tendenze antidemocratiche, di ideologie razziste? Probabilmente sì, o forse non esattamente. Questi tizi non stanno simpatici neanche a chi scrive, ma dobbiamo seriamente preoccuparci? Davvero crediamo all’approssimarsi di nuovi Hitler o Mussolini? Davvero siamo così condizionati da decenni di asservimento al modello corrente da non vedere che già da tempo non godiamo più delle nostre libertà?

Ma concettualmente cosa significa il tanto temuto sovranismo? Magari riappropriarsi della sovranità del proprio paese, del proprio potere decisionale. Senza rendere conto a enti stranieri privati che tutto hanno a cuore fuorché il benessere del cittadino.
E cosa significa il tanto vituperato populismo? Magari rivendicare una politica più attenta al suo popolo, alla sua gente, quindi alla risoluzione dei suoi problemi e dei suoi bisogni. E magari non ossequiosa di banche estere e nemmeno sotto ricatto di speculatori finanziari stranieri. Cosa c’è di così sbagliato in tutto ciò?
Dall’Enciclopedia Treccani.
“Sovranismo: posizione politica che propugna la difesa o la riconquista della sovranità nazionale da parte di un popolo o di uno Stato, in antitesi alle dinamiche della globalizzazione e in contrapposizione alle politiche sovranazionali di concertazione”.
“Populismo: movimento culturale e politico sviluppatosi in Russia tra la fine del diciannovesimo e l’inizio del ventesimo secolo. Si proponeva di raggiungere, attraverso l’attività di propaganda e proselitismo svolta dagli intellettuali presso il popolo e con una diretta azione rivoluzionaria, un miglioramento delle condizioni di vita delle classi diseredate”.
Tutto questo merita davvero lo sdegno e l’insofferenza del mondo intellettuale? Non sarebbe forse meglio capirne le ragioni profonde senza preconcetti?

Nasce il sospetto che certa intellighenzia, quella con il pass d’accesso ai principali media istituzionali, si sia definitivamente appiattita all’establishment. Che il modello dominante e ormai straripante, quello dell’economia finanziaria globale, sia considerato sempre più un totem inattaccabile e imprescindibile. Che quei pochi pensatori – di fatto relegati ai margini, se non addirittura esclusi da ogni dibattito pubblico – che osano metterlo in discussione siano soltanto poveri utopisti, sognatori patetici, come tanti Don Chisciotte, o magari pericolosi sobillatori anti-sistema alla Guy Fawkes. Tutto fuorché gente con cui confrontarsi e discutere.
Così assistiamo come degli intrusi – e con un misto di fastidio e apprensione – alle performance dei primi, quelli pro-sistema, che dialogano comodamente tra loro dalle poltrone dei salotti televisivi, amabilmente accolti da giornalisti compiacenti, tutti intenti a mettere a proprio agio i loro ospiti.
Intanto, il solco tra questi autorevoli esperti, convinti portavoce del modello dominante, e la gente semplice diventa sempre più profondo e incolmabile.

Paragonano l’Italia alla Grecia, senza considerare il fatto che l’Italia è un paese ricco, mentre la Grecia era ed è rimasto un paese povero. Lo fanno senza denunciare l’assoluta ingiustizia subita dai greci, depredati da un giorno all’altro dei loro risparmi per ingrassare le casse già grasse di banche estere ‘amiche’ e dei loro azionisti (soltanto speculatori spacciati per benefattori).
Ci mettono in guardia da catastrofi imminenti, ci minacciano e ci impauriscono riempendosi la bocca con lo spettro di uno spread alle stelle e di una condanna senza appello delle agenzie di rating. Lo fanno con aria saccente e si sognano bene dal mettere in discussione l’eticità e la legittimità di codesto spread e di codeste agenzie. Lo fanno senza chiedersi assolutamente se questi meccanismi voluti e generati da una finanza speculativa in netto contrasto coi bisogni del cittadino non siano invece una forma di vera e propria aggressione all’autonomia decisionale di un paese. Tutto ciò non fa onore a questa genìa d’intellettuali, politici e giornalisti trasformati in sibille dell’Apocalisse, in profeti dello spread.

Per capirci qualcosa:
Di seguito gli approfondimenti di Guido Grossi (giurista esperto di economia e finanza), Marco Bersani (filosofo esperto di dinamiche sociali), Nando Ioppolo (avvocato ed economista).

Il furto del debito pubblico
Perché non ti fanno ripagare il debito
Cos’è lo spread?

La libertà di stampa non è una fake news

“Per fortuna ci siamo vaccinati anni fa dalle bufale, dalle fake news dei giornali, e si stanno vaccinando anche tanti altri cittadini tanto è vero che stanno morendo parecchi giornali […] nessuno li legge più perché ogni giorno passano il tempo ad alterare la realtà e non a raccontare la realtà”. Parole del vice-premier Di Maio in una diretta facebook del 6 ottobre 2018.
Verrebbe istintivo ricontrollare la data, perché argomentazioni di tale contenuto rappresentano rigurgiti di un passato tristemente noto, che evoca controllo, limitazione, censura nei confronti delle voci fuori regime. Ci si sta avviando verso una china che preoccupa e si intravvede un atteggiamento ossessivo verso il mondo dell’informazione e della stampa che squalifica i giornali e suggerisce di imbavagliare coloro che dell’informazione e della comunicazione hanno fatto una seria professione. Il Governo sta già pensando a provvedimenti penalizzanti come la prospettiva di aumentare l’iva per la stampa e la pubblicità viene passata per immorale, suggerendo velatamente che non è altro che un escamotage delle aziende per comprare i giornalisti, chiaro monito a quelle aziende a partecipazione statale che potrebbero trovarsi a fare i conti con tutto questo. Una forma di nuovo oscurantismo che rifiuta le linee di pensiero delle opposizioni e nega la possibilità di dialogare a più voci.

Ma si può cominciare a parlare di limitazione della libertà di stampa già ai tempi di Johannes Gutemberg (1394-1468), quando si assiste a un eccezionale aumento delle pubblicazioni e della loro circolazione, sottoposte a controllo da parte delle autorità. Nel 1501 papa Alessandro VI (1431-1503) introduce con bolla la ‘censura preventiva’, decretando il divieto di stampare senza autorizzazione delle autorità religiose e nel 1564 il provvedimento viene completato con un Indice dei Libri proibiti. In Inghilterra la censura preventiva è istituita nel 1531 da Enrico VIII e superata solo nel 1644, con la Seconda Rivoluzione, rendendo giustizia alla libertà di pensiero e alla sua divulgazione. Il primo quotidiano della storia viene pubblicato a Lipsia nel 1660, epoca in cui i periodici esistenti erano semplici strumenti in mano ai potenti, che attraverso essi esaltavano la propria immagine. Cronaca e politica erano del tutto assenti e gli argomenti a contenuto culturale erano appannaggio di un pubblico elitario. Occorrerà arrivare alla Rivoluzione francese per riservare al diritto di stampa il posto che merita e riconoscerlo nell’art. 11 della Dichiarazione dei Diritti dell’uomo e del Cittadino (1789). Due anni più tardi, la stessa dichiarazione verrà pronunciata nella Costituzione degli Stati Uniti d’America, dove la stampa libera viene identificata dai leader rivoluzionari come uno degli elementi prioritari di lotta.

In Italia la libertà di stampa viene riconosciuta nell’art. 28 dello Statuto Albertino del 1848 e le lotte per il pieno diritto a questa libertà continuano per tutto il diciannovesimo secolo, mentre il numero dei quotidiano e dei lettori cresce. Questo percorso si interrompe nel ventesimo secolo con i regimi totalitari di triste memoria. Il rapporto tra stampa, informazione e potere conserva in questi regimi un carattere ambivalente: se da un lato la stampa rappresenta un utile strumento di raggiungimento e conquista delle masse, dall’altro può essere fonte di critiche e quindi va controllata e manovrata. Mussolini mette fuori legge i giornali di opposizione e irregimenta le principali testate. Nel 1930, per ordine di Hitler, in Germania vengono messi al rogo i libri definiti ‘culturalmente distruttivi’ e si assiste all’esilio di molti autori. Anche nell’Unione Sovietica viene istituita una censura ferrea che mira al controllo da parte del regime e all’eliminazione di ogni traccia di dissidenza. Nel 1929 viene creata una lista nera delle pubblicazioni e degli autori nemici del popolo e nel 1935 si contano più di 24 milioni di libri distrutti e dati alle fiamme.

Al termine della Seconda guerra mondiale la libertà di stampa è solennemente sancita dall’Onu nell’art. 19 della Dichiarazione universale dei Diritti dell’Uomo (1948): “Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione, questo diritto include la libertà di sostenere opinioni senza condizionamenti e di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo ai confini”. Una descrizione chiara, precisa e inequivocabile, frutto di tante lotte e conquiste, presente anche nell’art. 21 della nostra Costituzione Italiana. Attualmente, le ombre gettate sull’informazione ripropongono il dibattito sulla libera circolazione delle idee e delle manifestazioni di pensiero, fondamento dello Stato di Diritto e di una società democratica. “Dove la stampa è libera e tutti sanno leggere, non ci sono pericoli” affermava Thomas Jefferson. Preferisco condividere senza esitazione quest’affermazione che trovare accettabile quanto Benito Mussolini espresse sul ruolo della stampa: “ La stampa più libera del mondo intero è la stampa italiana. Il quotidiano italiano è libero perché serve soltanto una causa e un regime; è libero perché nell’ambito delle leggi del Regime può esercitare, e le esercita, funzioni di controllo, di critica, di propulsione.”

La fine della storia non è la democrazia liberale

A chi spettano le decisioni in una comunità di persone organizzate in Stato? Sono le considerazioni economiche o quelle di carattere politico a determinare la necessità umana? La decisione sovrana deve rispettare l’esigenza dei popoli o l’urgenza e i tempi del ricavo finanziario?
L’economia è solo una conseguenza delle azioni umane e lo è esattamente come il progresso scientifico che il politologo Francis Fukuyama vede come traino per il raggiungimento della democrazia liberale, il massimo a cui l’essere umano può aspirare come ha scritto nel suo saggio “La fine della storia e l’ultimo uomo”.
Io parto dall’idea che le aspirazioni di base e di necessità primarie degli uomini sono uguali ma poi, a differenza di tutte le altre specie viventi che a quel punto si fermano, divergono quasi su tutto e per questo abbiamo bisogno di un arbitro. Ne abbiamo bisogno per contemperare le pulsioni e per far sì che queste non diventino troppo distruttive.
Tutti abbiamo bisogno di mangiare, avere un riparo e allevare dei figli ma poi ci sono la poesia, l’ingegneria, la tecnologia, i viaggi, il vino del nonno e lo spumante di classe. Quindi c’è la legittima pretesa della distanza, dello spazio vitale e di crescita individuale, del rispetto. Ma c’è anche l’ingordigia e il desiderio della sopraffazione, dell’approfittare dello spazio e delle libertà altrui.
La democrazia liberale rappresenta il governo di coloro che riescono a far prevalere le proprie esigenze su quelle di tutti gli altri e plasmano l’economia in maniera tale che questa conduca e non segua le vicende politiche, perché l’economia è il mezzo attraverso il quale essi riescono a porsi in posizione di vantaggio e lo fanno anche con il continuo tentativo di superare le Costituzioni. Troppo impregnate, queste sconosciute, di giustizia sociale e di quella forma di organizzazione umana che potremmo chiamare socialismo illuminato, che nulla ha a che fare con il totalitarismo o la dittatura di qualcuno (popolo o élite) ma vuol dire semplicemente poter immaginare un mondo realmente democratico e governato dalla politica.
I periodi storici in cui è stata usata la politica economica Keynesiana potrebbe essere chiamata indistintamente capitalismo o socialismo di Stato. I vantaggi furono equamente e naturalmente distribuiti tra chi deteneva i mezzi di produzione e chi offriva forza lavoro, cosa pretendere di più?
Erano momenti in cui l’economia era appunto politica economica e funzionava. Fino a quando i pochi sono riusciti a togliere l’aggettivo e trasformare l’economia in un treno senza conducente e senza freni ma che, secondo la dottrina liberale e liberista, è guidato dalla logica della “mano invisibile” che persino il suo creatore, Adam Smith, riteneva imperfetta e bisognosa di controllo pubblico.
Nelle vicende di questi giorni il Ministro Di Maio sta facendo la Politica, cioè sta interpretando il bisogno di giustizia sociale che si leva dal popolo e il Ministro Salvini sta parlando alla pancia del Paese, cioè a coloro che hanno bisogno di pane e di soddisfare i loro bisogni primari tra i quali c’è quello di sentirsi tutti considerati allo stesso modo, di essere uguali nel loro diritto alla sicurezza e alla vita.
Il mercato e la borsa in questi giorni stanno riprendendo il posto che gli spetta nella storia, quello di venire dopo la “decisione sovrana” che spetta allo Stato rappresentato dai suoi ministri che, a loro volta, devono rappresentare i cittadini.
Ed è questo che mi è sembrato di vedere nell’ovazione ai rappresentanti di questo governo ai funerali di Genova, un’ovazione alla politica che per una volta e dopo tanti anni, sta mettendo loro, le persone, davanti agli interessi del denaro.
E finalmente sui giornali, dal fatto quotidiano al sole24ore, vengono riportate le vicende relative all’assegnazione delle concessioni delle autostrade che dovrebbero cominciare ad aprire uno squarcio di luce su tutta l’opera di privatizzazione e di (s)vendita di beni pubblici (cioè di beni di proprietà dei cittadini, dato che non siamo in una dittatura medievale).
Operazione che forse potrebbe aiutare a capire che la situazione di debolezza attuale dello Stato italiano è una diretta conseguenza di tutte le scelte scellerate che sono state fatte a partire dagli anni ’80 e ’90 da quel filone di pensiero a cui appartengono anche le persone che nonostante i funerali di questi giorni continuano a difendere a spada tratta le borse e i mercati, cioè l’economia. A difenderla come se questa fosse un essere soprannaturale che vive di vita propria e non una conseguenza delle scelte umane e una concessione della politica.
Paesi come la Germania o la Francia funzionano (apparentemente almeno) meglio di noi perché hanno mantenuto vivo un barlume di politica, con l’influenza sul credito (banche) per percentuali che vanno dal 55% al 35% mentre noi, a seguito della legge Amato degli anni ’90, passavamo dal 75% a zero partecipazioni nel settore bancario e contemporaneamente vendevamo aziende e autostrade.
Mentre loro tendevano al controllo di se stessi (e degli altri) attraverso la politica, noi facevamo dell’Italia una vera nazione a democrazia liberale, quella abbracciata dal PD, da Forza Italia e ovviamente dal potentissimo partito Radicale di Pannella e della Bonino (che nonostante striminzite preferenze da parte dei cittadini è stato più influente e vincente di partiti con consensi del 20% o 30% solo perché promuovevano la supremazia della BCE, dei mercati, delle politiche sovranazionali, delle privatizzazioni e del liberissimo mercato – insomma dei poteri forti – ed erano ben lontane dai reali bisogni della maggioranza del popolo).
Paesi come il Giappone, la Corea del Sud, Singapore o Taiwan non si sono evoluti e non hanno fatto faville in economia perché si sono affidati alla forza del mercato, come dice qualcuno che evidentemente ha studiato poco o finge, ma perché hanno diretto credito e investimenti, hanno sovvenzionato negli anni del boom le loro aziende nascenti facendo anche uso di protezionismo, hanno mantenuto asset strategici e hanno vinto mentre noi continuiamo a perdere.
L’Inghilterra della rivoluzione industriale, poi gli Stati Uniti ma anche la Svezia, oggi campioni di civiltà e sviluppo, sono passati attraverso il protezionismo sfrenato e hanno mantenuto la possibilità del controllo politico dei mercati attraverso il controllo delle loro banche centrali.
Come potrebbe uno Stato prosperare se non aiuta le proprie aziende e le famiglie a prosperare, quindi attuando politiche di credito agevolato, di protezionismo iniziale, di indirizzo e di controllo? Lo facciamo con i bambini, gli forniamo cibo, li facciamo crescere sani, studiare e solo dopo li lanciamo alla libera concorrenza. Come mai i fautori del libero mercato che solitamente confondono a piacere Stato e famiglia oppure Stato e azienda non utilizzano anche questo esempio?
Lo Stato deve essere presente, a difesa e ad attuazione dei dettami costituzionali, perché la democrazia deve essere costituzionale oppure non è democrazia. Nelle Costituzioni c’è scritto quello di cui i cittadini hanno bisogno e quello che vogliono dallo Stato, alla politica il compito di dare vita a quelle parole.
Il socialismo ha bisogno dell’unione dei lavoratori perché i lavoratori sono sfruttati allo stesso modo in tutto il mondo dai capitalisti, cantava l’internazionale socialista, ma ciò che la sinistra ha fatto è stato creare un lavoratore senza volto e senza anima che fosse ugualmente sfruttato in ogni luogo ma non direttamente dal capitalista bensì degli intermediari: la finanza, il mercato, le borse. Quindi i diritti dei lavoratori sono stati confusi ed identificati con la globalizzazione che alla fine glieli ha tolti, togliendogli anche un nemico visibile e attaccabile.
In questo modo siamo tutti finalmente e fintamente uguali, sfruttati e sfruttatori, operai a 1.200 euro al mese e concessionari di autostrade con terreni in Argentina più grandi di tutta la provincia di Treviso. Tutti uguali perché le regole le detta il mercato e non il capitalista o i sindacati né tantomeno la politica, relegata al ruolo di osservatore.
E invece non è così, non può esserlo, ma dovrà svegliarsi dal torpore chi ancora accarezza l’idea di essere al di sopra degli altri perché ha qualche soldo in più in banca, che vive della certezza che se c’è qualche milione di poveri in Italia è perché questi non sono in grado di cogliere le opportunità o non si impegnano abbastanza. Il torpore di chi si ritiene classe media, quella che piano piano sta scomparendo, è uno dei pericoli più grandi di questo tempo.
Le opportunità sono create dalla politica e sono opportunità senza mezze misure, dettate dai nostri bisogni reali e senza le indicazioni dell’economia che invece dovrà venire dopo. E si può fare rispettando anche le leggi della natura, del biologico, della prossimità, dell’accoglienza e del rispetto dei diritti di tutti.
Messa in sicurezza delle strade e delle autostrade, tante piccole opere di miglioramento dei territori, ricostruzione post terremoti e opere di ammodernamento e messa a norma anti sisma di edifici e strutture, quanto lavoro potrebbe dare? E non è forse attraverso il lavoro che dovrebbe misurarsi il benessere e il raggiungimento degli obiettivi di un documento programmatico? Non sembra lo sia in questo mondo, visto che invece viene misurato tutto in termini di rispetto di vincoli di bilancio.
Un approccio volto alla tutela delle persone e al rispetto della dignità umana porterebbe a investimenti continui, alla creazione di posti di lavoro, ad un ciclo virtuoso che potrebbe dare di più a tutti ma già si leva, forte, l’opposizione che agita le bandiere del 3%, del debito al 60% e rilancia i dubbi sulla reazione delle borse e dei finanziatori esteri. In realtà l’opposizione (solo di sinistra perché gli altri sono al posto giusto) dovrebbe passare più tempo a chiedersi: ma cosa c’entrano Salvini e Di Maio con il socialismo, le Costituzioni, la dignità del lavoro, la supremazia della politica sull’economia?

Marchionne: requiem di un A. D.

Marchionne è morto. Viva Marchionne! È quanto la vulgata corrente va ripetendo da giorni con un eccesso di lodi. Appena appresa la notizia delle gravi condizioni di salute dell’ad Fca, con una velocità che svela perfettamente il cinismo di questo sistema di produzione, è immediatamente stato sostituito ai vertici aziendali. Ormai alcuni giorni fa prima della sua morte avvenuta ieri. Ed impressiona questa velocità tanto che ci si chiede: se ciò avviene ai livelli alti figuriamoci nell’ultimo anello della catena! E vien fatto di pensare che nonostante la nostra individualità, la nostra insostituibile unicità siamo tutti pezzi di ricambio di un meccanismo che non ammette inciampi. Perché non si perda un attimo, perché la catena di comando deve essere sempre in perfetta efficienza, perché il governo dei flussi finanziari non ammette incertezze. E i mercati hanno bisogno di sapere, di avere notizie sullo stato di salute dei top manager affinché le fluttuazioni di borsa non ne risentano. E così ecco le postazioni fisse delle Tv di tutto il mondo davanti l’ospedale svizzero che hanno trasmesso servizi giornalistici quotidiani ad ogni edizione di tg. Non c’è spazio per un fatto intimamente ed esclusivamente privato come la morte. Forse il più privato di un’esistenza umana. Non c’è spazio per la pietà, per la compassione. Business is business. A questo modo di procedere si sono accodati tutti i mezzi di informazione. Fin dal primo giorno, con un corpo ancora pulsante seppur in condizioni irreversibili, tutti i tg hanno mandato in onda i cosiddetti “coccodrilli” sulla figura del manager italo-canadese, che di solito si fanno a babbo morto. Un cattivo gusto con pochi precedenti nella storia del giornalismo. Tanto che il primo giorno, di primo acchito, accendendo la Tv l’impressione è stata che la notizia fosse la già avvenuta scomparsa di Marchionne. Altrettanto ha fatto la carta stampata pubblicando spaginate a go go. E poi servizi giornalistici quotidiani. Tutto diventa spettacolo. Eclatante in modo artificioso, perché occorre vendere i giornali e le inserzioni pubblicitarie negli stessi e nelle tv. Tutto diventa sensazionale. Come se mai nessuno morisse ogni giorno, ogni istante nel mondo. Dall’immigrazione alla morte di Marchionne tutto è spettacolo con una finalità economica.
Non c’è tempo da perdere. Le borse reclamano certezze. La morte di una persona non può, non deve interferire con i mega flussi finanziari. È un dettaglio insignificante. E qui sta la parabola di Sergio Marchionne. Lui che ha portato Fca con tutti i suoi marchi (da Ferrari a Alfa Romeo) a Wall Street. Sapeva perfettamente che queste sono le regole del gioco del mercato globale che non si sarebbe commosso più di tanto per la sua scomparsa quando fosse giunto il momento che non immaginava così presto. Siamo noi comuni mortali che restiamo attoniti difronte a tanto cinismo, a questa rapida sostituibilità.
Da più parti si sono sprecate le lodi al manager, come se noi italiani avessimo ancora un’industria automobilistica da difendere. Abbiamo solo degli stabilimenti (quelli sopravvissuti, Termini Imerese ha chiuso e Pomigliano non è in ottima salute) di un’impresa che ha sede legale ad Amsterdam, sede fiscale a Londra e un cervello strategico a Detroit. È bene saperlo per non illudersi. Questo è quanto è avvenuto in questi anni in estrema sintesi. Con la politica che è rimasta a guardare impotente, come oramai avviene per tutti i processi di globalizzazione, e a subirne le conseguenze. Le decisioni di politica industriale, di assetti politico-economici, non le prendono più i parlamenti, ma i mercati globali. E questo è quanto è successo anche a noi con Fiat. Non mi dilungherò sulla democrazia interna all’ex Fiat (esiste una letteratura corposa in merito alla quale ho dato un piccolissimo contributo col mio libro Rappresentanza sindacale, rappresentanza politica e tutela del bene comune. Cgil e Pci nella Fiat degli anni ’80, Festina Lente edizioni). Marchionne in questo è stato in perfetta continuità con la storia ultra centenaria della Fiat di discriminazione politico-sindacale e di negazione dei diritti. Nulla di nuovo da questo punto di vista. Di nuovo c’è stata la rottura con Confindustria nel 2012 e l’uscita dall’associazione degli industriali con conseguente disdetta dei contratti nazionali di categoria.
Cosa sarà adesso della produzione automobilistica in Italia è presto per dirlo. Marchionne credeva nei marchi di alta gamma, quelli che potevano garantire un margine di profitto più alto (Alfa Romeo, Maserati, Ferrari) tutti prodotti in Italia. Vedremo cosa sarà del nuovo assetto dirigenziale. Di certo la notizia di martedì scorso delle dimissioni di Alfredo Altavilla, responsabile per l’Europa di Fca, indicato da alcuni come il successore di Marchionne, e che avrebbe simbolicamente rappresentato la permanenza in mani italiane del massimo vertice aziendale, non promette nulla di buono. Altavilla è considerato uno degli artefici del distacco da General Motors e della fusione con Chrysler e indicato come “ministro degli esteri” di Fca. Manley, attuale ad di Fca nominato all’indomani del peggioramento delle condizioni di salute di Marchionne, ha assunto ad interim le funzioni di Altavilla. Cosa ciò significhi in termini di ricadute strategiche, anche nel nostro paese, lo scopriremo nei prossimi mesi.
In questa globalizzazione dei mercati in un settore come quello della mobilità individuale, alla politica forse resta il compito fondamentale di definire le linee strategiche di quale tipo di mobilità dei cittadini si vuole nelle nostre città per i prossimi decenni. Forse questo è un terreno in cui la politica può riappropriarsi del ruolo che le è stato sottratto dalla globalizzazione. Semmai questo ruolo volesse giocarlo, ma ho dei dubbi ce ne sia la consapevolezza. Perché parlare di automobili significa parlare di mobilità che è un tema strettamente politico. Dietro la parvenza di scelte manageriali e di mercato su quali modelli sfornare e con quali caratteristiche in realtà c’è un’idea precisa di società, una società basata sul trasporto individuale, dunque sull’individualismo, sulla massima libertà nell’uso delle risorse e degli spazi urbani (si dimentica troppo facilmente che le auto private occupano uno spazio che è collettivo, per non parlare della qualità dell’aria e dell’incidentalità), in cui queste risorse e questi spazi sono usati in primo luogo da chi ha il potere economico per farlo a cui le case automobilistiche principalmente guardano. E tutti gli altri restano a piedi. In senso letterale. Sul tipo di mobilità, collettiva o individuale, si gioca un pezzo importante della partita della democrazia poiché la mobilità ha a che fare con la possibilità di partecipare alla vita democratica sociale ed economica del proprio paese e delle proprie città. E allora puntare sul trasporto collettivo vuol dire scommettere sulla partecipazione delle fasce più deboli della società, sull’inclusione e non sull’esclusione. Un tema questo, ovviamente, che non si può imputare a Marchionne o a chi per lui, ma che attiene al ruolo della politica se non vuole essere un’ancella dell’economia.

Bambini: i nuovi ostaggi della comunicazione

di Roberta Trucco

 

Il 10 luglio su Repubblica è apparso un articolo di Vittorio Zucconi dal titolo ‘L’estate Terribile dei Bambini’. In quell’articolo Zucconi tracciava un filo rosso che unisce vicende apparentemente lontane che hanno come comune denominatore la sofferenza, la vulnerabilità e a volte la morte dei bambini e cita fatti che sono assurti alla cronaca proprio per la loro drammaticità: i bambini annegati nel mediterraneo con le magliette rosse, unico segno visibile per i soccorritori, i bambini messicani strappati violentemente dai loro genitori a causa delle scellerate politiche estere dell’amministrazione Trump, i bambini thailandesi, guidati incautamente da un allenatore, un irresponsabile, a suo dire, “salvati come piccoli Lazzari dalla spelonca”. La tesi di fondo del suo articolo era che quando i bambini diventano protagonisti della cronaca è un brutto segno, segno che invece di correre felici e spensierati durante le vacanze estive, in modo anonimo, sono invece ostaggi di scelte scellerate di chi ha potere su di loro. E in parte ha ragione, ma solo in parte perché il punto è che i bambini sono, in realtà, ostaggi di una cultura che li ha confinati ovunque nel mondo, in particolare e grazie alle “illuminate” democrazie occidentali, in recinti dove correre felici e spensierati non è più lecito, a meno di non fargli correre qualche rischio come nel caso, un po’ estremo, ma del tutto naturale (nel senso che li abbiamo sfiorati tutti quei rischi) dell’allenatore di calcio thailandese. In quel correre felici, nelle avventure, ci sta tutta la palestra che fa dei bambini dei futuri adulti abili a rispondere alle difficoltà. Ma questo non si può più fare, nelle città, nelle stazioni balneari, nelle campagne. Per noi adulti oggi, ogni spazio libero, ogni prato, ogni marciapiede è popolato di mostri dai quali difenderli (i mostri li abbiamo creati noi e sono i nostri privilegi) e non li mandiamo in giro in modo autonomo a meno di non avere altra scelta, come nel caso delle madri/donne disperate che per sfuggire alla morte li imbarcano su bagnarole vestiti di rosso. Io, al contrario di Zucconi invece, credo che sia un bene se i bambini tornano ad essere i protagonisti delle cronache, se occupano spazio nelle prime pagine, anche se alcune loro storie sono drammatiche, perché abbiamo l’occasione di tornare a ripensare le nostre attitudini nei loro confronti, a ripensarci come loro guide. E credo che i buoni giornalisti dovrebbero interessarsi di più alle loro storie, raccontarle, approfondire le straordinarie risposte abili (etimologicamente responsabili) di cui sono capaci (penso al ragazzino thailandese che per primo ha risposto in inglese al soccorritore) se sono bene guidati ma non controllati. Sarebbe bene renderli dei veri protagonisti invece che riservare pagine e pagine a “semidei” (così lo definiscono per lo più i maschi) a un campione di calcio che oltre a far rotolare bene una palla in un recinto sicuro e a guadagnare una cifra spropositata e non eticamente accettabile, non sembra sappia fare molto di più. Penso alle scelte redazionali della maggior parte dei giornali in cui la figura di Ronaldo, che compare sempre in prima pagina, diventa, grazie e solo al dissertare degli adulti su di lui, una figura da emulare quando in realtà è uno sciagurato, molto di più del giovane allenatore thailandese. Perché Ronaldo non ha molto da insegnare ai nostri figli anche perché dei bambini non ha alcuna considerazione se non quella di acquistarli come fossero oggetti: li ha infatti commissionati a una madre surrogata, contribuendo ad arricchire il mondo d’affari che gira intorno a questa pratica aberrante (la surrogazione di maternità fa delle donne e dei bambini merce di scambio ed è un business in continua crescita). O alle prime/seconde pagine, di questi giorni in cui campeggia un Salvini sorridente con un fucile in mano, e che di certo è tutto tranne che educativa. Credo che i giornalisti in primis dovrebbero promuovere nuovi modelli, non piegarsi al potere della propaganda e del soldo, mettersi stampato sulla scrivania quanto diceva Maria Montessori “il bambino non è debole e povero; il bambino è il padre dell’umanità e della civilizzazione, è il nostro maestro anche nei riguardi della sua educazione. Questa non è un’esaltazione fuori misura dell’infanzia, è una grande verità” e coraggiosamente provare a ripartire da lì per costruire nuovi immaginari e nuovi simboli.

Le incredibili gesta di Igor… tra giornalisti fantasiosi e investigatori confusi

C’era una volta Igor il Terribile (o era Ivan?)… Comunque c’era una volta, perché adesso non c’è più.
Ebbene sì cari miei, pare che i nostri baldi eroi delle forze dell’ordine abbiano gettato la spugna. Giorni fa un portavoce delle autorità inquirenti ha dichiarato la cessazione delle ricerche ammettendo che il pericoloso latitante, che tutti conosciamo come “Igor il russo”, alias Norbert Feher (che a dire il vero proprio russo non è), non si troverebbe più nel nostro territorio, per tre mesi setacciato in lungo e in largo dai reparti speciali dell’esercito, dai carabinieri, da unità cinofile e quant’altro per un totale di oltre mille uomini, con incredibile dispendio di mezzi e soldi pubblici ovviamente. E tutto questo per non ottenere nulla, solo una gran figura di… (lascio a voi la scelta della parolina).

Tutto ha inizio la sera di sabato primo aprile: anche la data sembra uno scherzo del destino. Uno sconosciuto col volto coperto da un passamontagna e armato di un fucile da caccia fa irruzione in un bar tabaccheria di una località nei pressi di Budrio, minacciando alcuni clienti e intimando al titolare di consegnargli i soldi della cassa. Le telecamere di sicurezza del locale riprendono tutto in un video che sarà poi diffuso da stampa e tv. L’aggressore, avvolto da impermeabile e mimetica, sembra muoversi in modo impacciato mentre punta il fucile contro il tabaccaio Davide Fabbri. Tant’è che Fabbri, per niente intimorito, reagisce riuscendo a strappargli di mano l’arma per poi brandirla come un bastone contro lo stesso rapinatore. Segue una breve colluttazione in cui lo sconosciuto estrae una pistola e spara al povero barista uccidendolo, per poi darsi alla fuga. La settimana dopo, vicino a Portomaggiore, Valerio Verri, una guardia ecologica del posto, sarà la seconda vittima del killer. Marco Ravaglia, collega di Verri e ferito a sua volta, se la caverà con una prognosi riservata di tre settimane e parecchie operazioni, che serviranno comunque a salvargli la vita.
Le testimonianze delle vittime e le prove del dna confermano, già dopo pochi giorni dai delitti, che il fuggitivo omicida è senza dubbio proprio Norbert Feher (il nostro Igor), che da quel momento in poi farà perdere definitivamente le proprie tracce.
Potrebbe trattarsi di un fatto di cronaca criminale come ce ne sono tanti, purtroppo, puntualmente ogni giorno, con vittime e morti ammazzati. Ciò che lo ha reso diverso non è stato il fatto in sé, ma tutta la costruzione mediatica che ne è seguita e che, ahinoi, trova tra i maggiori responsabili proprio i media giornalistici. Innanzitutto perché Igor? Da qui nasce l’assioma del ‘russo’, e tutto ciò che ne consegue: il suo passato di “reduce dell’Armata Rossa” (per cui, avendo oggi una quarantina d’anni, deve aver militato da bambino), oppure di “veterano della guerra dei Balcani”, per poi finire in descrizioni “leggendarie” di gesta da Rambo dell’Est, super addestrato, implacabile, freddo, maestro nell’arte del travestimento, certamente un elemento pericoloso (e su questo siamo d’accordo).

Tutti questi ingredienti sono senz’altro serviti allo scopo, cioè attirare un pubblico sempre più curioso e inquieto, che per tre mesi ha fagocitato notizie su notizie sulle incredibili capacità di adattamento del misterioso Igor, alle prese con la natura ostile delle nostre campagne. E sì perché è noto che le nostre campagne sono piene di insidie, con animali feroci come i gatti mannari che, a quanto pare, Igor affrontava a mani nude uccidendoli e mangiandoli crudi per sopravvivere alla fame. Oppure come le nostre grandi volpi-orso che il fuggiasco dell’Est scacciava dalle proprie spaziose tane per ricavarci rifugi per la notte. Mentre la tremebonda popolazione, ossessionata dalle frequenti incursioni dell’affamato criminale nelle loro proprietà, lasciava fuori dalla porta ceste colme di viveri, sperando così di ammansirlo. A tal proposito mi viene in mente la fantasiosa narrazione di quei villaggi, proprio dell’Est, nei quali di notte venivano esposte fuori dagli usci trecce d’aglio come deterrente per vampiri… spicchi d’aglio contro salami all’aglio, sempre lì siamo.
A nulla sono valsi i cani molecolari, i droni telecomandati e i satelliti (?), e nemmeno le puntuali incursioni dei nostri corpi speciali tra i tanti casolari abbandonati disseminati nel territorio, nella speranza di sorprenderlo nel sonno, adagiato vampirescamente in un angolo buio, al riparo dalla luce diurna.
Abito nella periferia sud-est di Ferrara, ma per qualche tempo ho creduto di vivere ai margini della foresta amazzonica, col timore che qualche notte Igor potesse spuntare dal boschetto di pioppi di là della strada per sbranare la mia gatta Margot, che non è mannara e si fa ingenuamente avvicinare dagli sconosciuti, poi sono rinsavito…

In realtà, il leggendario Igor delle cronache nostrane è soltanto un balordo malavitoso di nazionalità serba e con un nome, Norberto, diciamolo, alquanto da sfigato (non si offendano gli omonimi). Uno sfigato criminale che non aveva nulla da perdere: già in galera per rapina e sospetto omicidio e una fedina penale lunga un chilometro, tra furti, violenze e aggressioni, tornato poi in libertà nel 2015 grazie al buon cuore dei nostri magistrati, assai sensibili alle disgrazie giudiziarie di simili personaggi e sempre prodighi nell’elargire nuove opportunità di redenzione. Ebbene, questo perfetto esempio di straniero felicemente inserito nella nostra società non ci ha messo molto a riprendere il suo vizietto di far soldi estorcendoli preferibilmente con le cattive al malcapitato di turno.
Ma siccome spesso la realtà supera la fantasia, al di là delle bizzarre e intriganti narrazioni russofobe dei giornali, si scopre pure che Norbert (sempre Igor naturalmente) è un frequentatore stanziale delle nostre campagne e che per oltre dieci anni ha importunato, aggredito e derubato decine di persone aiutandosi con armi di fortuna come accette e coltelli, e soprattutto minacciando le sue vittime con arco e frecce. Igor o Robin Hood?
In questo chiacchierato caso di cronaca molti giornalisti, esagerando e spesso inventando di sana pianta, hanno fatto comunque il loro mestiere, anche se in modo discutibile e pure eticamente scorretto.

La vera perplessità, ma è pur sempre una mia opinione, nasce andando a vedere le scelte strategiche delle forze dell’ordine, che per mesi si sono intestardite impegnandosi nella ricerca di un balordo in un territorio circoscritto di campagna piatta e spoglia, fatta di campi coltivati e canali, priva di foreste, grotte e nascondigli inaccessibili (tane di volpe a parte), ma ricca altresì di paesi e borghi densamente abitati, quindi facilmente sorvegliata e sorvegliabile.
Per quanto se ne sa, la domanda è: perché non si è allargata la ricerca oltre questo territorio, indugiando oltremodo e fuori da ogni logica a insistere a presidiare un fazzoletto di terra in cui sarebbe difficile nascondersi anche per una mosca?
Forse la questione è sfuggita di mano, confondendo realtà e fantasia, credendo seriamente che un uomo potesse essere in grado di resistere per settimane e mesi senza un riparo sicuro, sopravvivendo alla fame e al freddo e restando sempre invisibile a chiunque. Capace di restare immerso nell’acqua dei canali o sepolto nella terra per ore, immune alle malattie e al deperimento fisico. Magari aiutato da alcuni fiancheggiatori del posto, peraltro mai identificati.
La sensazione (mia) è che, più che cercare il latitante in sé, si cercasse ostinatamente una giustificazione per continuare a crederlo ancora e sempre lì.
Una quantità di uomini e mezzi senza precedenti per un’operazione rivelatasi un fiasco clamoroso. Situazione quasi paradossale degna di un film di John Landis, come la sequenza dell’inseguimento dei fratelli Blues da parte di polizia e esercito per le strade dell’Illinois, con la differenza che almeno nel film le centinaia di macchine impiegate (e distrutte), e persino i carri armati, alla fine riescono nell’intento di catturare i malcapitati Elwood e Jake.
Il lato comico della faccenda ci sta tutto, e se non fosse per rispetto alle povere vittime ci sarebbe persino da ridere. E tutte le volte che ho letto l’ennesima perla giornalistica sulla vicenda mi è venuto da sorridere e un’idea per una nuova vignetta. Però il sorriso si spegne quando penso che in questo caso non si tratta dei Blues Brothers, fuorilegge maldestri e innocui, ma di un vero assassino, probabilmente maldestro anch’egli, ma sufficientemente in gamba da farla in barba ai mille uomini sulle sue tracce, addestrati ed equipaggiati di tutto punto.
Scommetterei pure che in questo momento Igor-Norbert, molto probabilmente ormai da diverso tempo al sicuro e lontano dall’Italia, si stia facendo una grassa risata alla faccia nostra. Ma questo, decisamente, non mi mette di buon umore.

La saga di Igor nelle vignette di Carlo Tassi 

La fine dei giornali di carta e i rischi di appiattimento dell’informazione

Il derby fra carta stampata e media digitali è in corso. La partita si sta giocando ma l’esito è scontato: i giornali così come li abbiamo conosciuti dal diciassettesimo secolo in poi sono destinati a scomparire. E’ solo questione di tempo. Vari sono i fattori che incidono: immediatezza nella diffusione dei contenuti e nell’accesso (la notizia arriva subito e ci raggiunge ovunque noi siamo), multimedialità (immagini, filmati, audio si integrano), interattività (produttori di informazione e fruitori dialogano), archiviabilità (ognuno può costruire e conservare la propria banca dati)… Ma l’elemento decisivo è quello economico: i giornali online hanno una matrice elettronica replicabile all’infinito senza costi incrementali, quelli cartacei devono sopportare le spese di stampa, distribuzione, gli appannaggi dei rivenditori e sobbarcarsi financo gli oneri dei resi…

Già ora in Italia si leggono poco i giornali cartacei e la tendenza oltretutto è in calo. Le copie di quotidiani distribuite nel 2000 erano superiori a 6 milioni, nel 2015 sono risultate inferiori a 3 milioni per una popolazione che sfiora i 61 milioni di persone. Questi dati peraltro vengono normalmente drogati dagli editori che, per aumentare la diffusione, regalano copie attraverso vari circuiti (hotel, treni etc) pur di gonfiare i rendiconti e risultare attrattivi per il mercato pubblicitario, sempre più orientato verso altri media: tv e web in primis. Pure questo espediente, però, ormai segna il passo. Guardando ai ricavi si nota infatti non solo il calo relativo alle vendite, con gli introiti che si riducono da 1.232 milioni a 1.024 milioni, ma un vero e proprio crollo si registra nei proventi pubblicitari che passano da 1.303 a 821 milioni (mentre quelli del settore online fra il 2010 e il 2015 passano da 1.177 milioni a 1.708).

Restando ai numeri, i lettori di quotidiani in Italia sono complessivamente stimati in 18,5 milioni, un terzo della popolazione (ma parliamo di ‘lettori da bar’, non di acquirenti, dato che le copie vendute come abbiamo visto sono meno di tre milioni).
Per quanto riguarda i dati di vendita dei vari quotidiani, aggiornati a giugno 2016, il giornale più letto resta il Corriere della Sera con 248 mila copie diffuse, ben 52mila in meno dell’anno precedente. Segue Repubblica con 241mila (e a sua volta 40mila copie in meno rispetto a dodici mesi prima), quindi la Gazzetta dello Sport (sostanzialmente stabile a 199mila), la Stampa a 160mila (meno 25mila), il Sole 24ore a 133mila (meno 20mila).
Si conferma dunque la tendenza a un forte calo, pari circa al 20% annuo, in un mercato già in crisi.

Quanto ai ricavi delle imprese che operano nel settore dei media, nel 2015 sono stati di 2.011 milioni nel comparto quotidiani (con un calo del 4,7%), 1.987 milioni per i periodici (-10%), 1.708 milioni per internet (con un incremento del 5,2%, in un segmento che però non abbraccia solo l’informazione in senso stretto).

Il progressivo passaggio dal cartaceo all’online, al di là degli aspetti economici, avrà però una significativa serie di implicazioni anche dal punto di vista della funzione che il giornale tradizionalmente svolge.
Fra i suoi principali compiti, oltre ad informare, c’è – forse meno scontato – anche quello di agevolare la comprensione del mondo. La “preghiera laica del mattino”, a cui allude Hegel racchiudendo in questa immagine “il rito della lettura del giornale”, esprime in metafora la richiesta di rassicurazione del lettore, bisognoso di una credibile guida che lo aiuti a districarsi nelle spire di un mondo complesso.

Per assolvere a questa funzione, il giornalista seleziona – nel limitato novero di avvenimenti di cui viene a conoscenza, fra i miliardi di quotidiani accadimenti – i fatti che considera significativi, li gerarchizza (cioè dà loro un ordine di preminenza) e poi ne trae notizie, sintetizzando gli elementi salienti di ciascuno.
I processi di selezione e sintesi restano elementi peculiari anche dei media online. Ma la gerarchizzazione rischia di sfumare quando, per esempio, il supporto di lettura è un tablet o uno smartphone, nei quali gli articoli si accodano l’uno all’altro spesso sulla base di un criterio banalmente cronologico.
Così, mentre la messa in pagina tradizionale all’interno della gabbia grafica del giornale cartaceo accentua o sminuisce il rilievo delle notizie (e dunque degli avvenimenti ai quali fanno riferimento, attribuendo loro un certo grado di importanza coerente con la valutazione redazionale) e focalizza in tal modo una mappa concettuale attraverso la quale è possibile leggere la realtà, soppesando il significato di ciò che accade e desumendone le connessioni più ampie, sul giornale online tutto rischia di appiattirsi.

In questo senso, la scelta del giornale è paragonabile a quella degli occhiali: le lenti devono adattarsi ai nostri occhi. I lettori si fidelizzano a una testata proprio perché avvertono una comune sensibilità. E’ il giornale che colora il mondo e gli dà un senso. E dalla sintonia fra chi scrive e chi legge scaturisce l’intesa fiduciaria che rende credibile l’eloquente immagine del mondo in scala ridotta che quotidianamente il giornale propone. Ed è sulla base di questa riproduzione che il lettore riesce a comprendere la realtà in cui vive.
Ma se tutto si riduce a una insignificante sequela di fatti, senza evidenti connessioni né specifico rilievo, il mondo si appiattisce e si opacizza. E tutto diventa più oscuro e incomprensibile.

E’ un problema che i media online attualmente scontano. Un limite certamente superabile, ma al momento insoluto.

Equivoci mediatici: il Prozac per combattere il terrorismo

Continuando a ribadire che non esiste il “terrorismo ma esistono solo squilibrati” si rischia una pericolosa criminalizzazione nei confronti di chiunque abbia problemi di natura psichiatrica o psicologica.
Basta seguire i Tg e gli approfondimenti politici immediatamente successivi agli attentati, per notare la tendenza a “privilegiare” l’indicazione “psichiatrica”, dimenticando troppo spesso che il terrorismo ha le sue basi nell’ideologia, non nel disagio.
Il voler difendere gli estremisti musulmani a scapito dei malati mentali è allucinante! Basterebbe semplicemente ammettere la verità, senza voler “sdrammatizzare” a tutti i costi. Non è possibile negare che coloro che commettono crimini o violenze credono che “Dio è dalla nostra parte” e mai “dalla parte dell’altro”. La religione, rappresenta una copertura o una causa? La cittadinanza, l’appartenenza politica, lo status economico, ecc. possono cambiare, ma raramente cambiano le proprie credenze religiose.
Non si possono ignorare alcuni dei fattori nella politica globale, di oggi, che hanno generato forti sentimenti contro l’Occidente, tra i molti musulmani nel mondo. Per esempio, la cosiddetta ” guerra al terrore” di Washington, in base alle quali furono condotte invasioni e attacchi militari che portarono all’uccisione di decine di migliaia di innocenti in Iraq, Afghanistan e parti del Pakistan, ha fornito un pretesto ai gruppi estremisti islamici per lanciare attacchi terroristici.
Insistere sulle malattie mentali, anche la più innocua e diffusa come la depressione, non serve a combattere il terrorismo ma ad emarginare ancor di più soggetti affetti da questi problemi.
Stiamo vivendo una difficile situazione economica che porta spesso alla disoccupazione: molti perdono il lavoro e non riescono a trovare un’alternativa e quindi diventano a rischio di depressione, e questo ne farebbe dei potenziali criminali o stragisti?
Vi è il rischio di dirigersi oltre la legittima esigenza di capire a fondo il problema del terrorismo, finendo per diffondere ulteriori pregiudizi traslandoli dal campo religioso a quello della salute mentale. A quanto pare, siamo in balia di un’epidemia di malati mentali travestiti da Jihadisti. Sarà il Prozac l’arma definitiva contro il terrorismo?

IL PERSONAGGIO
Pio D’Emilia, l’inviato Sky che racconta con umanità l’odissea dei migranti

E’ diventato per tutti un volto noto e familiare. Pio D’Emilia ha scardinato la maniera tradizionale, un po’ impettita e distaccata, di fare informazione televisiva. Inviato da Sky alla frontiera fra la miseria e la speranza per raccontare l’esodo dei migranti, è riuscito a trasformare la loro vicenda da un fatto a una storia. Nei suoi servizi traspaiono le emozioni. Il suo modo di narrare questa epopea è fuori dagli schemi e richiama la sensibilità di grandi reporter quali Ryszard Kapuscinski o Tiziano Terzani.

Si ritrova nella loro concezione di giornalismo?
Assolutamente sì – replica convinto D’Emilia, che ha accettato di raccontarsi a Ferraraitalia -. Non ho conosciuto il primo, mentre ho avuto il piacere – e talvolta lo ‘spiacere’ – di incrociarmi spesso con Tiziano. Ma ce ne sono tanti altri, che ammiro e rispetto, sia italiani che stranieri. Purtroppo sempre di meno: scarsa preparazione umana e professionale, pigrizia fisica e mentale, censura e soprattutto autocensura stanno uccidendo un certo tipo di giornalismo…

Di Kapuscinski condivide l’idea che il giornalista non possa essere neutrale ma debba schierarsi e dare voce a chi voce non ha?
L’obiettività nel senso di neutralità non esiste, né nelle parole, né tantomeno nelle emozioni. Pensiamo solo all’Afghanistan, a quando gli attuali terroristi e ‘tagliagole’ erano chiamati, dalle grandi agenzie, “combattenti per la libertà”, eccetera eccetera. Certo, bisogna sempre cercare di essere il più possibile precisi nel fornire dati e descrivere situazioni, ma poi l’analisi e anche il giudizio – perché no – deve esserci e deve essere sincero. Poi da che parte stare dipende: io preferisco, da sempre, stare dalla parte del ‘torto’…

Prima di decidere se rendere pubblica un’informazione valuta sempre l’effetto che la notizia sortirà? E, nel caso, questo condiziona la sua scelta?
In genere no. Solo in alcuni casi di cronaca nera, in cui per esempio sono coinvolte famiglie, bambini… Ma per fortuna non mi capita spesso di dovermene occupare.

I suoi servizi su Sky evidenziano una grande preparazione e insieme una forte empatia nei confronti dei migranti di cui riporta vicende, storia personali, speranze, delusioni, drammi. Qualcuno in redazione o nell’ambiente professionale ha espresso critiche per questo sue essere partecipe?
Beh, la ‘preparazione’ dovrebbe essere uno dei doveri dei giornalista, tenuto a documentarsi prima di affrontare un argomento o vicenda e poi, se si occupa di un particolare settore (nel mio caso, l’Asia orientale) aggiornarsi continuamente. Io dei migranti sapevo poco o nulla, ma appena sono partito ho cercato di documentarmi attraverso letture e contatti personali. Nello stesso tempo cerco di restare aggiornato sulla ‘mia’ materia: in questi giorni ad esempio sono successe delle cose in Cina e Giappone di cui ovviamente non mi sono potuto occupare (anche se me l’avevano chiesto!) ma mi sono sempre tenuto aggiornato. Ma non è un peso, è una cosa che fai volentieri, di cui senti il bisogno, e di cui ahimè si sente sempre più la mancanza. Lo vedo in molti colleghi, che prendono questa professione come qualsiasi altra: dalle ore alle ore… E quando sono ‘fuori turno’ o in vacanza, staccano la spina. Io non riesco mai, a staccarla.
Quanto all’empatia e alle eventuali critiche: su Facebook e sul sito di Sky ricevo quotidianamente centinaia di commenti. Diciamo che per l’80% sono positivi, 10% negativi e 10% veri e propri insulti. Mi sta più che bene. Per quanto riguarda i pareri all’interno di Sky – una redazione dove si tende a dare una immagine di neutralità – debbo dire che la stragrande maggioranza dei colleghi mi sta esprimendo, almeno a parole, grande sostegno e solidarietà. Direttora compresa. La quale pare che un giorno, durante la riunione di redazione, mi abbia additato a esempio di “Inviato” e di come si possa prendere posizione. Ma per farlo, pare abbia detto, occorre avere una certa età e sopratutto credibilità. E Pio le ha entrambe… (ride di gusto)

Qualcosa che ha letto o sentito sui media, in relazione ai fatti di cui è testimone, l’ha particolarmente infastidita?
In questi giorni non ho davvero avuto tempo di leggere la ‘concorrenza’. Confesso di non aver molta stima per la stampa italiana, tranne rare eccezioni. C’è molto pressappochismo, superficialità, per non parlare di plagio e molta fantasia. Mi dispiace dirlo perché conosco molti colleghi in gamba che ci lavorano, ma Repubblica è il simbolo di questa dilagante cialtroneria

Quali risposte auspicherebbe dalla politica e dalle istituzioni?
La creazione immediata di una task force. Uomini e risorse da inviare sul luogo per creare un corridoio umanitario efficace e logisticamente sostenibile. L’Europa dovrebbe europeizzare la vicenda, toglierla dalle mani dei singoli Paesi e approvare immediatamente il famoso “asilo politico europeo”. Chi ci sta ci sta, gli altri fuori, a cominciare dai neo-unni ungheresi.

Riesce a tracciare un sommario affresco dell’umanità che si muove intorno a lei in queste settimane?
La cosa più importante è uscire dal concetto di “rifugiato”, “profugo” etc etc e puntare su quello di “migrante”. Non so se si è notato, ma io cerco sempre di usare questa parola. Migrare è un sacrosanto diritto umano: un diritto esercitato nei secoli da vari popoli, compreso il nostro. Il resto sono chiacchiere, strumentalizzazioni, banalizzazioni. Tra la gente che ho visto e frequentato in queste settimane c’è un unico elemento in comune: quello di voler/dover andarsene dalla propria terra/casa/paese e andarsene in un altro. Le motivazioni sono varie, ma l’obiettivo è comune. E va compreso e rispettato. Chi si esce con frasi come “ci possono essere potenziali terroristi” o è idiota o è in malafede. Spesso, entrambe le cose. Uno non abbandona la propria casa, la propria ‘terra’, le proprie radici senza un valido motivo. Chiediamolo ai nostri nonni.

Infine una nota personale: vivere in Giappone, ormai da molti anni, è una scelta di vita o professionale? E come mai proprio lei, dal Lontano Oriente, è stato chiamato a seguire questa epopea dei migranti nel cuore antico dell’Europa?
Personale inizialmente, poi anche professionale. Ci sono andato nel lontano 1979, appena laureato in legge, con una borsa di studio per un master di procedura penale internazionale. All’epoca ero avvocato, avevo conosciuto una donna giapponese (che poi scoprii essere una terrorista…) e volevo entrare in uno studio penale internazionale. Ma sul posto ho cambiato idea e professione. Ho cominciato a scrivere degli articoli per l’Espresso e… da cosa è nata cosa. Troppo lungo per raccontarlo qui, ma se vuoi e se ci sarà occasione di una mia visita lo farò volentieri (raccogliamo al volo l’opportunità e gli rivolgiamo l’invito a Ferrara per un incontro pubblico). Ho avuto la fortuna di vivere una vita molto interessante. E sopratutto di fare – più o meno ben pagato (in passato non sempre) – un lavoro che avrei fatto gratis. Lo dico sempre ai miei figli: vi auguro di poter fare altrettanto, ma la vedo molto difficile.
Quanto al perché abbiano mandato proprio me, beh è stato per caso. Anche se un po’ me la sono cercata. Io ero in vacanza a Misurina, dove ho il mio buon ritiro montano, e vedendo in tv gli improvvisi sviluppi della vicenda e non vedendo un nostro inviato, ho spedito un messaggio alla direzione dicendo che forse era il caso di mandare qualcuno. Erano tutti in vacanza, anche loro e chi era al ‘timone’, in quei giorni forse aveva sottovalutato la cosa. Il giorno dopo mi chiama il capo degli esteri, ringraziandomi per la segnalazione e dicendomi: “Perché non te ne occupi tu? Sei il nostro inviato delle catastrofi”, riferendosi al fatto che in passato mi sono occupato di guerre, tsunami, emergenze nucleari, tifoni vari e rivolte. A me le sfide piacciono e ho accettato, anche se francamente pensavo fosse una trasferta di qualche giorno. Ora è quasi un mese che sto in giro. E confesso di essere anche un po’ provato, fisicamente. Ma poi penso ai migranti, e mi vergogno di sentirmi stanco.

(intervista originale pubblicata su Ferraraitalia il 21 settembre 2015)

IL DOSSIER SETTIMANALE
Un mondo a rischio – Il Polo Nord si squaglia ma noi pensiamo allo spread

Il quotidiano La Stampa, nella sua edizione digitale, ogni mattina accanto alla testata, quindi nella posizione di maggior risalto, pubblica con tutta evidenza il dato relativo allo ‘spread’, a significarne evidentemente la presunta importanza. Ma c’entra davvero qualcosa, quel numero, con la nostra quotidianità e le nostre vite?
Il cronista finanziario di Sky, nel suo collegamento a chiusura della contrattazioni in borsa, informa che il prezzo del petrolio al barile è sceso a tot dollari e commenta che “si tratta del peggior risultato degli ultimi mesi”. Ma peggiore per chi? Non certo per me, che domani al distributore pagherò verosimilmente meno la benzina…

Al mondo, però, capita anche altro: “La regione polare del Mar Glaciale Artico potrebbe risultare pressoché libera dai ghiacci già nel settembre di quest’anno o – al più tardi – nello stesso mese del prossimo anno. Sebbene la maggioranza delle stime siano più prudenti, posticipando la completa scomparsa del ghiaccio marino attorno al 2030, nella comunità scientifica c’è consenso sul destino del Polo Nord”, scrive lo scorso 10 giugno l’autorevole National Geographic.

La notizia lanciata anche dall’Ansa, è solo sfiorata dai quotidiani. La Stampa, tre giorni prima, l’aveva anticipata – con l’eloquente titolo “Il Polo Nord? Potrebbe svanire già quest’anno” – relegandola però nelle pagine della cultura… Eppure ciò che riporta è terrificante: “Sembra l’inizio di un film catastrofico”, scrive il quotidiano torinese facendo riferimento alle ricerche di “un acclamato docente dell’Università di Cambridge, il professor Peter Wadhams”, che studia da anni i mutamenti climatici nell’Artico. E riporta: “In pochissimo tempo è scomparsa un’estensione di ghiaccio pari a cinque volte l’Italia e questo significa una sola cosa: la catastrofe può essere molto vicina (…) Per avere un’idea delle conseguenze del riscaldamento in atto nel Mare Artico, dice Wadhams, basta guardare qualunque tg. Gli eventi meteorologici estremi sono quotidiani: cicloni ‘bomba’ e tornado fuori stagione, inondazioni negli Usa e in Europa, tempo sempre più violento e imprevedibile. Ma il peggio deve ancora arrivare (…) Il livello dei mari s’innalzerà e l’acqua dolce immessa negli oceani modificherà il ciclo delle correnti, con conseguenze devastanti”. “L’ultima volta che è accaduto è stato 100 mila anni fa, quando l’uomo di Neanderthal viveva sulle montagne dell’Altai, in Siberia”.
I suoi colleghi sono più cauti, ma solo nella datazione: “Secondo Gleick, lo scenario ipotizzato dal collega di Cambridge è realistico, ma non si realizzerà prima del 2030-2050. Ma nemmeno lui si fa illusioni sulla possibilità che il processo possa essere fermato: ‘Siamo come su un treno impazzito – ha detto – sul quale gli scienziati azionano continuamente il fischio, mentre i politici gettano carbone nella caldaia del motore’. Ma nessuno ha commentato. E di questo, in seguito, non si è letto più nulla…

E allora – domandiamoci – cosa conta veramente? Lo spread? A quali valori facciamo riferimento, quali fatti sono significativi e quali invece ci fanno credere siano importanti? E qual è il nostro punto di vista, da che parte vogliamo stare?

Il nostro pianeta è in pericolo proprio perché i principi guida che orientano le scelte dei governanti e le conseguenti azioni da loro intraprese di norma non tengono primariamente conto dei reali bisogni delle donne, degli uomini e di tutti gli esseri viventi che popolano questo nostro mondo, ma si definiscono e si conformano in prima istanza sulla base delle logiche economicistiche che garantiscono gli interessi e il profitto di chi attende la remunerazione del proprio capitale.
Non dunque la salvaguardia del benessere e la propugnazione dell’istanza di progresso, ma la tutela degli appetiti e della brama di ricchezza sta in cima ai pensieri di chi muove le leve che regolano i rapporti fra individui e comunità. E’ una logica, però, che non solo penalizza la maggioranza delle persone e non tutela i soggetti deboli d’ogni specie, ma pone addirittura a serio repentaglio la vita stessa del pianeta e delle creature che lo popolano.

A questo tema, attraverso la segnalazioni di una serie di significative ed emblematiche emergenze (che ampliano lo sguardo dalle insidie all’ambiente al livello comunitario, con il deterioramento del senso del legame sociale, la prevalenza dell’egocentrismo e dell’egoismo proprietario o per converso di un diffuso sentimento di anomia), Ferraraitalia dedica il proprio dossier settimanale. Buona (ri)lettura.

Un mondo a rischio – vai al sommario

IL DOSSIER SETTIMANALE
Top 20: ecco gli articoli più letti di Ferraraitalia

Per quest’ultimo dossier settimanale di agosto facciamo uno strappo alla regola: deroghiamo dal criterio tematico in base al quale abbiamo selezionato e assemblato gli articoli dei precedenti numeri e riproponiamo invece i venti ‘pezzi’ più letti, quelli che maggiormente hanno incuriosito o appassionato. Abbiamo così composto la ‘Top20 di Ferraraitalia’ inserendo nel mosaico di apertura i ‘magnifici 4’: “La vita sotto un treno e la gioia dei vigliacchi” relativo alla tragica vicenda del suicidio in stazione di un ragazzo di colore risulta in assoluto quello con il maggior numero di letture, ben 81.304 da gennaio a oggi. Il nostro articolo, a firma di Ruggero Veronese, venne a suo tempo citato anche da Massimo Gramellini nel ‘Buongiorno’ della Stampa.

testi stampati

Aldo Manuzio. Il Rinascimento di Venezia

da: organizzatori

Fino al 19 giugno 2016, alle Gallerie dell’Accademia, la mostra Aldo Manuzio. Il rinascimento di Venezia, curata da Guido Beltramini, Davide Gasparotto, Giulio Manieri Elia, ripercorre, attraverso oltre cento opere d’arte in prestito da grandi musei italiani e stranieri e più di trenta rarissime edizioni stampate tra la fine del XV e i primi anni del XVI secolo, una stagione unica e irripetibile nella storia della cultura europea e occidentale. Una vera e propria Età dell’Oro, durante la quale il libro si rivelò capace di trasformare il mondo dando vita al rinascimento di Venezia, città effervescente – superando i 150mila abitanti è nel Cinquecento tra le più ricche e popolose del continente – dove ogni tipo di linguaggio artistico riesce, nello spazio di pochi decenni, a trovare la sua più efficace espressione.
È in questo periodo storico che Venezia conquista e afferma definitivamente il ruolo di cerniera tra l’Oriente e l’Occidente, passando da essere semplice piattaforma per scambi di natura commerciale a luogo dove si mescolano culture, tradizioni, saperi. Una ricchezza di spunti davvero straordinaria, rappresentata in mostra da una grande varietà di linguaggi espressivi: pittura, scultura, incisione, arte suntuaria, cartografia. Per arrivare naturalmente alla stampa, con alcuni tra i più preziosi esemplari attribuiti all’attività di Aldo Manunzio, come le edizioni finemente miniate giunte da Manchester o il rarissimo Aristotile del 1496 in prestito dalle collezioni dell’Escorial.

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Aldo Manuzio

Sfruttando l’imponente rete logistica della quale solo una città mercantile come Venezia poteva disporre, Manuzio riuscì a immaginare e realizzare il suo straordinario programma che per la prima volta prevedeva di rendere disponibile al pubblico degli studiosi e di letterati del suo tempo i grandi classici della cultura greca, da Omero ad Aristotile, da Sofocle a Euripide a Tucidite, per poi raccogliere i testi latini da Virgilio a Cicerone, da Orazio a Ovidio, a Catullo a Properzio, Lucrezio, Giovenale, Marziale, e ancora ebraici e italiani della nuova letteratura in volgare.
Proprio grazie a Manuzio e alla sua collaborazione con Pietro Bembo, il volgare si affermava, accanto al latino, come la lingua della contemporaneità in tutta Europa, confermandosi tale secondo il canone che elesse Dante, Petrarca e Boccaccio come modelli.
La circolazione di questo patrimonio di testi e di idee non solo contribuì a creare una cultura comune europea, capace di integrare l’ambito classico greco-romano al mondo moderno e contemporaneo, ma favorì l’emergere di temi e motivi assolutamente nuovi anche nel campo delle arti figurative; maestri quali
Giovanni Bellini, Cima da Conegliano, Jacopo de’ Barbari, trassero decisa ispirazione dai testi della classicità greca e latina, ora finalmente fruibili con facilità anche da un pubblico laico.
Al seguito della riscoperta della poesia greca e latina, la pittura rivolge ora un nuovo sguardo anche sulla natura: abbandonate le suggestioni medievali che dipingevano una natura ostile, dura, popolata da fiere feroci, l’arte si apre a una rappresentazione del paesaggio inteso come culla della civiltà, come paradiso terrestre nel quale l’uomo è destinato a vivere.
La mostra testimonia questo passaggio attraverso i modernissimi paesaggi di Giorgione, i disegni del giovane Tiziano, le incisioni di Giulio Campagnola, i bronzetti di Andrea Briosco.

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Un’importante sezione del percorso espositivo è dedicata all’intenso rapporto che legò Aldo alla cultura del nord d’Europa e a Erasmo da Rotterdam. Il filosofo olandese – che per pubblicare la nuova e definitiva edizione del suo Adagia visse a Venezia, ospite della famiglia di Manuzio per quasi un anno – oltre ad apprezzare la cura delle edizioni aldine, riteneva che fosse di importanza fondamentale, per la circolazione del suo pensiero in tutta Europa, che i suoi lavori fossero stampati proprio da Manuzio. Il rapporto di stima tra i due simbolizzato, in mostra, dalla presenza della copia dei Poeti Cristiani stampata da Aldo nel 1504 e appartenuta allo stesso Erasmo.
La mostra non manca di proporre altri tesori di grandissimo valore culturale: come la Hypnerotomachia Poliphili, il libro illustrato più celebre e raffinato di Aldo Manuzio con fantasiose xilografie forse approntate su disegno del miniatore Benedetto Bordon; ma soprattutto uno degli unici due esemplari rimasti al mondo di aldina non rifilata dopo la stampa. Un libro dal valore storico inestimabile, (un Euripide di proprietà della Morgan Library di Washington), per la prima volta esposto in Europa) capace di dimostrare nella sua purezza e linearità l’idea di armonia e il senso di composizione che aveva Aldo nel progettare l’architettura grafica delle diverse pagine, prima che queste finissero per essere riquadrate dai rilegatori. È proprio questo pezzo a mettere in luce la raffinata cultura di Manuzio, la sua conoscenza delle teorie prospettiche canonizzate da Luca Pacioli e diventate chiave di volta per ridisegnare il mondo nel corso del Rinascimento.

Aldo Manuzio

Pietro Bembo, quando intorno al 1503 scrive il De Virgilii Culice, immagina un dialogo fra Pomponio Leto ed Ermolao Barbaro, nel giardino della residenza romana di quest’ultimo davanti a una statua mutilata, lamentano la crudeltà con cui il tempo ci ha trasmesso non solo l’arte, ma anche i testi letterari, e il dovere di restaurali.
L’amore per la “cultura”, l’amore per il “libro” come trasmissione al mondo della nostra storia.Questo universo di entusiasta ricerca culturale, nel contemporaneo è stato travolto da drammatici episodi come i molti furti nella Biblioteca Girolamini di Napoli, la più antica della città, aperta al pubblico nel 1586, il cui patrimonio è ormai irrecuperabile. La Biblioteca di Casa Cini a Ferrara, dono di illuminati mecenati, destinata ai giovani e alla città ed ora un magazzino triste di “morte”.
Qui, la straordinaria raccolta di volumi conservata nella casa natale del conte Cini, per una triste congiuntura del sapere della diocesi estense per cui la cultura non evoca il futuro ma un universo di conflitti di miserabile speculazione economica, sostenitori della cessione tout court secondo modelli di privatizzazione mai esisti e tanto cari al commercio più avvilente e bieco.
Resta la memoria e il “patrimonio” di Aldo Manuzio che nella mostra veneziana racconta tutto il suo amore per la pagina scritta e la volontà di donare al mondo il suo “universo culturale” vissuto nella continua ricerca. (Maria Paola Forlani)

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L’INTERVISTA
Pio D’Emilia, l’inviato Sky che racconta con umanità l’odissea dei migranti

E’ diventato per tutti un volto noto e familiare. Pio D’Emilia ha scardinato la maniera tradizionale, un po’ impettita e distaccata, di fare informazione televisiva. Inviato da Sky alla frontiera fra la miseria e la speranza per raccontare l’esodo dei migranti, è riuscito a trasformare la loro vicenda da un fatto a una storia. Nei suoi servizi traspaiono le emozioni. Il suo modo di narrare questa epopea è fuori dagli schemi e richiama la sensibilità di grandi reporter quali Ryszard Kapuscinski o Tiziano Terzani.

Si ritrova nella loro concezione di giornalismo?
Assolutamente sì – replica convinto D’Emilia, che ha accettato di raccontarsi a Ferraraitalia -. Non ho conosciuto il primo, mentre ho avuto il piacere – e talvolta lo ‘spiacere’ – di incrociarmi spesso con Tiziano. Ma ce ne sono tanti altri, che ammiro e rispetto, sia italiani che stranieri. Purtroppo sempre di meno: scarsa preparazione umana e professionale, pigrizia fisica e mentale, censura e soprattutto autocensura stanno uccidendo un certo tipo di giornalismo…

Di Kapuscinski condivide l’idea che il giornalista non possa essere neutrale ma debba schierarsi e dare voce a chi voce non ha?
L’obiettività nel senso di neutralità non esiste, né nelle parole, né tantomeno nelle emozioni. Pensiamo solo all’Afghanistan, a quando gli attuali terroristi e ‘tagliagole’ erano chiamati, dalle grandi agenzie, “combattenti per la libertà”, eccetera eccetera. Certo, bisogna sempre cercare di essere il più possibile precisi nel fornire dati e descrivere situazioni, ma poi l’analisi e anche il giudizio – perché no – deve esserci e deve essere sincero. Poi da che parte stare dipende: io preferisco, da sempre, stare dalla parte del ‘torto’…

Prima di decidere se rendere pubblica un’informazione valuta sempre l’effetto che la notizia sortirà? E, nel caso, questo condiziona la sua scelta?
In genere no. Solo in alcuni casi di cronaca nera, in cui per esempio sono coinvolte famiglie, bambini… Ma per fortuna non mi capita spesso di dovermene occupare.

I suoi servizi su Sky evidenziano una grande preparazione e insieme una forte empatia nei confronti dei migranti di cui riporta vicende, storia personali, speranze, delusioni, drammi. Qualcuno in redazione o nell’ambiente professionale ha espresso critiche per questo sue essere partecipe?
Beh, la ‘preparazione’ dovrebbe essere uno dei doveri dei giornalista, tenuto a documentarsi prima di affrontare un argomento o vicenda e poi, se si occupa di un particolare settore (nel mio caso, l’Asia orientale) aggiornarsi continuamente. Io dei migranti sapevo poco o nulla, ma appena sono partito ho cercato di documentarmi attraverso letture e contatti personali. Nello stesso tempo cerco di restare aggiornato sulla ‘mia’ materia: in questi giorni ad esempio sono successe delle cose in Cina e Giappone di cui ovviamente non mi sono potuto occupare (anche se me l’avevano chiesto!) ma mi sono sempre tenuto aggiornato. Ma non è un peso, è una cosa che fai volentieri, di cui senti il bisogno, e di cui ahimè si sente sempre più la mancanza. Lo vedo in molti colleghi, che prendono questa professione come qualsiasi altra: dalle ore alle ore… E quando sono ‘fuori turno’ o in vacanza, staccano la spina. Io non riesco mai, a staccarla.
Quanto all’empatia e alle eventuali critiche: su Facebook e sul sito di Sky ricevo quotidianamente centinaia di commenti. Diciamo che per l’80% sono positivi, 10% negativi e 10% veri e propri insulti. Mi sta più che bene. Per quanto riguarda i pareri all’interno di Sky – una redazione dove si tende a dare una immagine di neutralità – debbo dire che la stragrande maggioranza dei colleghi mi sta esprimendo, almeno a parole, grande sostegno e solidarietà. Direttora compresa. La quale pare che un giorno, durante la riunione di redazione, mi abbia additato a esempio di “Inviato” e di come si possa prendere posizione. Ma per farlo, pare abbia detto, occorre avere una certa età e sopratutto credibilità. E Pio le ha entrambe… (ride di gusto)

Qualcosa che ha letto o sentito sui media, in relazione ai fatti di cui è testimone, l’ha particolarmente infastidita?
In questi giorni non ho davvero avuto tempo di leggere la ‘concorrenza’. Confesso di non aver molta stima per la stampa italiana, tranne rare eccezioni. C’è molto pressappochismo, superficialità, per non parlare di plagio e molta fantasia. Mi dispiace dirlo perché conosco molti colleghi in gamba che ci lavorano, ma Repubblica è il simbolo di questa dilagante cialtroneria

Quali risposte auspicherebbe dalla politica e dalle istituzioni?
La creazione immediata di una task force. Uomini e risorse da inviare sul luogo per creare un corridoio umanitario efficace e logisticamente sostenibile. L’Europa dovrebbe europeizzare la vicenda, toglierla dalle mani dei singoli Paesi e approvare immediatamente il famoso “asilo politico europeo”. Chi ci sta ci sta, gli altri fuori, a cominciare dai neo-unni ungheresi.

Riesce a tracciare un sommario affresco dell’umanità che si muove intorno a lei in queste settimane?
La cosa più importante è uscire dal concetto di “rifugiato”, “profugo” etc etc e puntare su quello di “migrante”. Non so se si è notato, ma io cerco sempre di usare questa parola. Migrare è un sacrosanto diritto umano: un diritto esercitato nei secoli da vari popoli, compreso il nostro. Il resto sono chiacchiere, strumentalizzazioni, banalizzazioni. Tra la gente che ho visto e frequentato in queste settimane c’è un unico elemento in comune: quello di voler/dover andarsene dalla propria terra/casa/paese e andarsene in un altro. Le motivazioni sono varie, ma l’obiettivo è comune. E va compreso e rispettato. Chi si esce con frasi come “ci possono essere potenziali terroristi” o è idiota o è in malafede. Spesso, entrambe le cose. Uno non abbandona la propria casa, la propria ‘terra’, le proprie radici senza un valido motivo. Chiediamolo ai nostri nonni.

Infine una nota personale: vivere in Giappone, ormai da molti anni, è una scelta di vita o professionale? E come mai proprio lei, dal Lontano Oriente, è stato chiamato a seguire questa epopea dei migranti nel cuore antico dell’Europa?
Personale inizialmente, poi anche professionale. Ci sono andato nel lontano 1979, appena laureato in legge, con una borsa di studio per un master di procedura penale internazionale. All’epoca ero avvocato, avevo conosciuto una donna giapponese (che poi scoprii essere una terrorista…) e volevo entrare in uno studio penale internazionale. Ma sul posto ho cambiato idea e professione. Ho cominciato a scrivere degli articoli per l’Espresso e… da cosa è nata cosa. Troppo lungo per raccontarlo qui, ma se vuoi e se ci sarà occasione di una mia visita lo farò volentieri (raccogliamo al volo l’opportunità e gli rivolgiamo l’invito a Ferrara per un incontro pubblico). Ho avuto la fortuna di vivere una vita molto interessante. E sopratutto di fare – più o meno ben pagato (in passato non sempre) – un lavoro che avrei fatto gratis. Lo dico sempre ai miei figli: vi auguro di poter fare altrettanto, ma la vedo molto difficile.
Quanto al perché abbiano mandato proprio me, beh è stato per caso. Anche se un po’ me la sono cercata. Io ero in vacanza a Misurina, dove ho il mio buon ritiro montano, e vedendo in tv gli improvvisi sviluppi della vicenda e non vedendo un nostro inviato, ho spedito un messaggio alla direzione dicendo che forse era il caso di mandare qualcuno. Erano tutti in vacanza, anche loro e chi era al ‘timone’, in quei giorni forse aveva sottovalutato la cosa. Il giorno dopo mi chiama il capo degli esteri, ringraziandomi per la segnalazione e dicendomi: “Perché non te ne occupi tu? Sei il nostro inviato delle catastrofi”, riferendosi al fatto che in passato mi sono occupato di guerre, tsunami, emergenze nucleari, tifoni vari e rivolte. A me le sfide piacciono e ho accettato, anche se francamente pensavo fosse una trasferta di qualche giorno. Ora è quasi un mese che sto in giro. E confesso di essere anche un po’ provato, fisicamente. Ma poi penso ai migranti, e mi vergogno di sentirmi stanco.

L’APPELLO
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Mi rivolgo a te. A te che ci leggi e ci conosci. A te che apprezzi il nostro lavoro. A te che ritieni che l’indipendenza e la libertà di stampa siano valori preziosi da praticare e difendere. A te che ci hai incontrato, che ci hai scritto, che hai partecipato alle nostre iniziative… Questo giornale si regge sul volontariato, ma vuole ora strutturarsi e diventare una realtà solida e stabile. Il punto di partenza è il lavoro svolto finora. Due mesi fa abbiamo avviato una raccolta di fondi per favorire la costituzione di una cooperativa di gestione e l’acquisizione di una sede redazionale che immaginiamo come luogo di produzione giornalistica e al tempo stesso di incontro e di confronto con i nostri lettori. Cioè con te. Manca un mese al termine del crowdfunding, il cui esito rappresenta per noi una fondamentale opportunità e insieme un banco di prova del tangibile interesse dei lettori per il lavoro che svolgiamo. In tanti hanno già aderito, abbiamo raccolto finora la metà della cifra necessaria. Per arrivare al traguardo serve ora uno slancio decisivo. Diversamente tutto lo sforzo prodotto risulterà inutile, l’impegno dei sostenitori sarà vanificato e le somme versate verranno restituite ai donatori. Ecco perché abbiamo bisogno di te per il buon esito dell’operazione. E allora aderisci anche tu, contribuisci al mantenimento e al consolidamento di Ferraraitalia. Donare è semplice. Per versare il tuo contributo apri questo link [clic qua]. Se dovessi avere difficoltà per il pagamento on-line scrivici a interventi@ferraraitalia.it e ti diremo come fare. Ci conto. Ci contiamo tutti.

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La comunicazione politica ai tempi di Twitter

Arrivo, arrivo! Era il 21 febbraio 2014 quando Matteo Renzi, futuro primo ministro, faceva sapere con un tweet che stava salendo al Quirinale per presentare a Giorgio Napolitano la lista dei ministri. L’hashtag #lavoltabuona metteva un ‘suggello’ all’entusiasmo di quel momento e inaugurava moltissime altre comunicazioni future sotto lo stesso slogan.
La comunicazione politica è, negli ultimi anni, decisamente cambiata nei tempi, nei modi e nei contenuti. Il politico apre una pagina facebook, crea un profilo twitter, interviene sui fatti del giorno, li commenta e li anticipa. Si fotografa e diffonde, si mette a disposizione nella rete, che, per definizione, amplifica e moltiplica.
La battuta del presidente del consiglio Renzi sul Rolex indossato da una ragazza durante le devastazioni di Milano all’apertura dell’Expo, ha creato una reazione a catena che ha investito il web e i media, incrociando gli interessi di un’azienda internazionale alla società dei consumi e aprendo una nuova lettura del fatto di cronaca in sé. Il teatro dello scontro è andato oltre le vie di Milano, è diventato quello dei media, dove l’azienda ha acquistato uno spazio per chiedere un intervento riparatore da parte del presidente del consiglio.
L’agenda quotidiana del giornalista viene ormai dettata da come e cosa scrive chi ha un ruolo istituzionale e lo fa attraverso canali che di istituzionale hanno ben poco. E nella rete anche il giornalista deve esserci perchè il tweet arriva prima di un comunicato stampa ufficiale, una foto può arrivare a dire molto di più di una conferenza stampa. Per quanto la politica non rinunci agli strumenti tradizionali, il web e i social network primeggiano. È cambiato, infatti, il sistema dei media, la convergenza fra più piattaforme dà modo, al giornalista e alle testate, di attingere a più fonti scritte e visive che, tuttavia, vanno maneggiate con cura.
Sul desk giunge di tutto senza nemmeno andarlo a cercare ed è per questo che la verifica delle fonti vale oggi più che mai, soprattutto perchè la troppa informazione può rischiare di diventare, per il cittadino, disinformazione. Il ruolo del giornalista, pertanto, rimane quello di intermediazione tra l’istituzione, la politica, il fatto e il destinatario della notizia. I media sono, appunto, ancora medium, mezzo di connessione e agorà pubblica privilegiata per la formazione della pubblica opinione.
La velocità e l’immediatezza di internet o la sintesi a effetto di un tweet, per quanto utili e pervasive, non potranno mai sostiuire la ricerca, la selezione e l’approfondimento che devono continuare a distinguere la professione giornalistica dal chiacchiericcio, che nulla ha a che fare con la notizia e i suoi inderogabili valori.

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LA RECENSIONE
Il bello dell’Italia, finalmente!

“Chi non vede nulla di buono nell’Italia deve cambiare occhiali, oppure Paese. C’è bisogno di speranza e vitalità. Gli italiani hanno molti problemi ma anche grandi risorse. Devono quindi essere più ottimisti sul proprio futuro”.

Finalmente un libro che rende merito a un’Italia spesso bistrattata, maltrattata e criticata dalla stampa estera (e non solo), centocinquanta pagine di angoli segreti della penisola visti dai principali corrispondenti della stampa estera. Angoli con le loro peculiarità, con l’esaltazione di quei luoghi comuni sul Belpaese che diventano pregi e riflessioni affettuose, con il cuore nei rioni dei quartieri e le parole dei fornai e degli artigiani.
L’autore di questo libro, “Il bello dell’Italia. Il Belpaese visto dai corrispondenti della stampa estera”, è un olandese, Maarten van Aalderen, da quasi vent’anni corrispondente del maggior quotidiano olandese, De Telegraaf, per l’Italia e la Turchia. Le pagine contengono 25 interviste a colleghi che da anni vivono e lavorano fra Roma, Napoli e Milano, per citarne alcune. Un vero e intenso atto d’amore da parte di chi, l’Italia, la vive ogni giorno.
Così, la brasiliana Gina de Azevedo Marques, corrispondente per Globo News, che vive a Roma dal 1987, esalta l’ironia, l’autoironia, la satira e il senso dell’umorismo degli italiani, capaci di ridere di sé stessi, di sorridere dolcemente ma anche amaramente su loro difetti e vite; la turca Esma Cakir, che lavora per l’agenzia Dogan Holding, elogia la convivialità di un popolo che trasforma cibo e bevande in un’arte, che si delizia di un’alimentazione consapevole ed eccellente, come sottolinea lo spagnolo Rossend Domenech di El Periodico do Barcellona; la giornalista romena Mihaela Iordache, corrispondente di Antena 1 e 3, rimane colpita da solidarietà e volontariato, così come lo è Nacera Benali, dell’algerino El Watan. Nella sezione “Made in Italy”, il finlandese Petri Burtskv ammira la buona e intelligente ricetta di Eataly, capace di coniugare sapientemente cibo e marketing; sua eccellenza Loro Piana affascina la moscovita Elena Pouchkaraskaia, corrispondente per il quotidiano Kommersant, una storia antica di sei generazioni che spopola in Russia. Interessanti le considerazioni, nella parte intitolata “Lo splendido stivale”, sul ruolo strategico italiano nel Mediterraneo, fin dai tempi di Enrico Mattei, con particolare riferimento all’Egitto (Mahdi El Nemr); sulla bellezza di Stromboli (Peter Loewe, Svezia) o di Pantelleria (Jesper Storgaard Jensen, Danimarca). E poi ci sono le sorprese, quelle che meravigliano Elena Llorente, corrispondente dell’argentino Pagina 12 e collaboratrice di France Presse, che incrociano in ogni momento e luogo, perché in Italia, “non c’è nemmeno bisogno di viaggiare, basta camminare per le strade”; o i tesori, come il cinema colto e raffinato, passato e presente (Carmen Cordoba, Colombia) e la creatività dell’arte contemporanea (Agnieszka Zakrewicz, Polonia). La lingua, secondo l’iraniano Hamid Masoumi, è un’altra grande bellezza dell’Italia, bella di per se’, melodica e avvolgente. “Cartoline da Roma”, la città eterna che se ore si muove, se pur lentamente, chiude la serie di incontri, con bei dipinti dell’australiana Josephine McKenna sull’archeologia romana, che, come un privilegio, si regala ai più fortunati, con i colori della tipica trattoria della capitale (Tetsuro Akanegakubo, Giappone) e del parco di Villa Ada (Megan William, Canada) e, infine, con la vita di popolo della Garbatella (della giovane olandese Sarah Venema), dopo si possono ammirare giardini e persone che brulicano in case e strade. Sorte di piccoli alveari creativi che trasmettono vita. Voci, sulle colline, che chiamano a raduno una felicità che si respira in ogni angolo. Perché questo quartiere, concepito come città giardino, rappresenta la vera Italia, un giardino fiorito un po’ decadente ma sempre vivo e profumato. Una meraviglia fra le meraviglie.
Un invito, dunque, agli italiani a esser ottimisti, a vedere i propri pregi, smettendo di lamentarsi e di piangersi addosso, ritrovando la speranza, grazie alla propria forza e vitalità, come “L’Icaro caduto” di Igor Mitoraj della copertina, che sempre avvolto dagli angeli e con le loro ali, cerca, in essi e in quelle stesse ali, un po’ di pace e di serenità.

Il bello dell’Italia. Il Belpaese visto dalla stampa estera“, di Maarten van Aalderen, Albeggi Edizioni, 2015, 151 p.

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LA RIFLESSIONE
Un ‘Doppio taglio’ che si rimargina cambiando il punto di vista

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La locandina dello spettacolo

Cambiare il punto di vista. E’ questo il monito più forte sortito dal potente spettacolo “Doppio taglio” messo in scena venerdì sera al teatro Off (leggi la nostra recensione). Degli stravolgenti effetti sulla comprensione determinati dalla mutazione dell’angolo visuale in letteratura è maestro Pirandello, in sociologia Goffman. Il professor Keating (quello dell’Attimo fuggente, magistralmente interpretato dal compianto Robin Williams) lo insegnava ai suoi ragazzi: guardando il mondo da un’altra prospettiva cambia la percezione, cambia il senso delle cose, cambia la realtà, cioè quell’idea che ci facciamo del mondo e che impropriamente chiamiamo verità.

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Marina Senesi, un’interpretazione intensa

Così è anche per la violenza che tragicamente si consuma ogni giorno sulle donne, vista, analizzata, fotografata, scandagliata dalla stampa sempre nella considerazione della donna-vittima guardata dal punto di osservazione del carnefice. E’ questo che testimonia la ricchissima documentazione antologica di testi giornalistici serviti da base per lo spettacolo teatrale allestito e interpretato da una convincente Marina Senesi e nato sulla scorta del certosino lavoro svolto dalla ricercatrice Cristina Gamberi. Un progetto realizzato con il patrocinio di ‘Pari opportunità Rai’, a cui hanno dato il proprio contributo anche Filippo Solibello e Marco Ardemagni per le voci fuori campo, Lucia Vasini per la regia e la musicista inglese Tanita Tikaram che ha regalato allo spettacolo l’inedito “My Enemy”.

il dibattito dopo lo spettacolo Doppio Taglio (foto di Giorgia Mazzotti)
il dibattito dopo lo spettacolo Doppio Taglio (foto di Giorgia Mazzotti)

‘Cambiare la prospettiva’ in questo caso vale in prima istanza come esortazione agli operatori dell’informazione, ma anche come linea di condotta da seguire per le prossime attività formative rivolte ai giornalisti stessi. Erano loro i destinatari privilegiati dello spettacolo di venerdì, non solo perché è il loro lavoro che ha originato la stesura del testo, ma perché la rappresentazione rientrava nel novero delle attività di aggiornamento professionale da un paio d’anni rese obbligatorie per la categoria. Il ricorso a una modalità di comunicazione non tradizionale ha costituito una riuscita innovazione rispetto ai canoni usuali. Raramente, nei precedenti incontri, si era registrata tanta partecipe attenzione: il messaggio teatrale ha una forza di coinvolgimento superiore a una comunicazione ordinaria. Così il pubblico dei giornalisti ha riguardato il proprio lavoro allo specchio, scoprendo ciò che nel trantran quotidiano normalmente non si coglie come peccato di superficialità: l’essere schiavo di stereotipi.

Marina Senesi
Marina Senesi

È stato utile a tutti questo spettacolo. E potrà contribuire a migliore la qualità dei nostri giornali se aumenterà la sensibilità di chi li scrive. L’auspicio è che possa entrare anche nelle scuole, per fungere da antidoto con cui vaccinare le nuove generazioni. E al contempo la speranza è che questo riuscito esperimento induca l’Ordine dei giornalisti a contemplare fra le sue attività formative – in via continuativa e non estemporanea – anche iniziative con modalità di comunicazione originali ed eterodosse come questa.

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L’INTERVISTA
Michael Sfaradi: “Io, scomodo reporter di guerra svelo le mistificazioni dei vostri giornali”

Reporter di guerra e romanziere, Michael Sfaradi israeliano originario di Roma, ha fatto tappa a Ferrara per raccontare la sua esperienza al fronte israelo-palestinese nei periodi più caldi degli ultimi anni. Torna in Italia un paio di volte l’anno per promuovere la sua attività di romanziere e di analista di uno dei più strategici e controversi scenari di conflitto senza soluzione di continuità, quello che più di ogni altro può determinare il destino dell’occidente e dell’Europa in particolare. Nel corso di un seguito dibattito alla Galleria Mario Piva – moderato dal nostro direttore Sergio Gessi e partecipato dallo storico ferrarese Andrea Rossi – Michael Sfaradi ha puntato il dito su quella che definisce una campagna mediatica diffamatoria nei confronti di Israele. L’informazione ufficiale, sostiene, è sbilanciata a favore dei palestinesi, non tiene conto della realtà dei fatti ma tende a mistificare gli eventi nell’interesse di un’unica parte. Un’azione che non giova né al giornalismo né al lettore, ma favorisce la disinformazione. Sfaradi non solo né è convinto, ma si batte attraverso il suo scomodo e pericoloso lavoro – che certo non gli garantisce lo stipendio – per riportare notizie vissute in diretta. E’ questione di professionalità.
Gli abbiamo rivolto alcune domande per cercare di indagare una professione difficile che coinvolge umanamente, obbliga al confronto con una realtà cruda e impone rigidi confini al proprio scrivere.

Michael Sfaradi (primo a sinistra) durante la conferenza tenuta a Ferrara alla galleria Mario Piva, con Andrea Rossi, Sergio Gessi, Monica Forti
Michael Sfaradi (primo a sinistra) durante la conferenza tenuta a Ferrara alla galleria Mario Piva, con Andrea Rossi, Sergio Gessi, Monica Forti

Il lavoro ti porta periodicamente in Italia per raccontare la tua esperienza di free lance. Quali sono i motivi che ti spingono a farlo?
Vengo a smontare pezzo per pezzo ciò che dicono e scrivono di Israele, nella maggior parte dei casi si tratta di diffamazione di un intero Stato. Lo faccio con prove alla mano, studiate da specialisti volontari che passano al setaccio filmati e immagini più visti nel mondo. Si tratta di materiale spesso costruito a tavolino o attraverso montaggi sporchi che illustro durante le mie serate. Il giornalista deve raccontare quanto vede, non deve dedicarsi alla narrazione né tanto meno deve assecondare il pubblico alimentandone convinzioni errate, più è scomodo più è fedele al suo lavoro. Lo deve fare con maggior convinzione soprattutto ora che la libertà di stampa è minata dai poteri forti intenzionati a orientare l’informazione a seconda dei propri interessi

Cosa è cambiato nella tua vita da quando hai conosciuto la guerra in diretta?
Sono cambiati i parametri di rapportarsi con la vita, cose prima fondamentali passano in secondo piano, gli orizzonti diventano diversi anche per quanto riguarda il proprio privato.

Di recente hai realizzato una serie interviste particolarmente significative, tra cui quelle a Israel Hasson dello Shin Bet, i servizi segreti di controspionaggio israeliano oggi deputato del partito Kadima; a Noam Shalit, padre del caporale dell’esercito Gilad Shalit sequestrato da Hamas poi liberato; a Bat Ya’or, autrice dei libri “Eurabia” e “Verso il califatto universale” nelle quali descrive le strategie islamiche nei confronti delle democrazie Rahel Frenkel, madre di uno dei tre ragazzi rapiti e uccisi dai terroristi di Hamas in giugno.
Quali si sono trasformate in un vero e proprio incontro?
Ognuna è un incontro, c’è sempre un contatto umano indispensabile per mettere a proprio agio l’intervistato e liberarne le risposte permettendogli di raccontare la sua verità, un’intervista ben riuscita sta nella completezza delle risposte. Ovviamente ci sono interviste ostili, in quel caso finisce in una litigata.

Quali sono i limiti del reportage di guerra?
E’ rappresentato dalle redazioni, da come adattano le notizie, per questo il reporter non solo deve esporsi il più possibile durante il suo lavoro, ma deve assicurarsi sia pubblicato senza tagli, altrimenti può anche stare a casa. Chi sente l’odore di cordite, vede i luoghi degli scontri, i morti, chi suda nel giubbotto antiproiettile, che è blu e non verde come si scrive erroneamente, deve pretendere la salvaguardia dell’integralità dei propri articoli.

Tra gli analisti dello scacchiere mediorientale chi è il più vicino alla tua visione dei fatti?
Maurizio Molinari de ‘La Stampa’ è quello che certamente ha capito come stanno le cose. I suoi report dalla striscia di Gaza sono i più onesti anche se non mancano piccoli adattamenti su alcune specifiche notizie.

Come pensi evolverà la crisi mediorientale e cosa comporterà?
A Gaza nel peggiore dei modi. Gli aiuti concessi, 5 miliardi e mezzo di dollari, finiranno con il finanziare una nuova guerra contro Israele. Da Hamas non si è preteso nulla in cambio, non è stato chiesto né il rispetto del cessate il fuoco, né di sospendere gli atti terroristici, anzi è ripresa la produzione di missili e si continuano a scavare tunnel per fare irruzione in Israele. Anche se la trattativa politica dovrebbe essere la cosa migliore per cercare di imboccare la via della pace, la possibilità è sempre più remota: Hamas e Fatah non sono disponibili, l’indipendenza della Palestina prevede per loro stessa ammissione la distruzione di Israele.

Pochi giorni fa in Gran Bretagna è stata approvata una mozione laburista con cui si chiede il riconoscimento dello Stato Palestinese cosa ne pensi?
La notizia è uscita parzialmente, si è omesso di riferire l’intero contenuto della richiesta che prevede degli obblighi dei palestinesi verso la comunità internazionale tra cui la rinuncia alla distruzione di Israele. Tra l’altro la mozione è passata alla presenza di soli 270 dei 646 membri del Parlamento britannico, se i numeri fossero stati diversi le cose, con tutto probabilità, sarebbero andate in un altro modo. Queste iniziative non fanno bene alla diplomazia, si dimentica che mancano le condizioni previste dall’Onu affinché possa nascere uno stato palestinese. Quella britannica è stata una decisione dannosa per le trattative di pace, l’Europa dovrebbe fare da garante, essere super partes, invece rischia di perdere la sua affidabilità mostrandosi più incline verso una parte degli attori. Dispiace assistere alla mancanza di analisi politica e dei fatti, non si può ignorare che in mezzo a tanti fuggiaschi dalla guerra ci sono anche terroristi in erba diretti in Europa, non è un bel sintomo. Le prove generali di quello che succederà lo abbiamo già visto in Francia con la ribellione delle banlieux l’Europa sarà colta impreparata perché non sa o non vuole vedere le cose come stanno.

Per info: www.michaelsfaradi.it

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IMMAGINARIO
Internazionale Festival
La foto di oggi…

Parte oggi “Internazionale a Ferrara”, il festival del settimanale che pubblica i migliori articoli della stampa di tutto il mondo. Tre giorni con giornalisti, scrittori e artisti da ogni continente. Tra gli incontri quelli con Daria Bignardi, Laura Boldrini, Goffredo Fofi, Gad Lerner, Diego Marani, Luca Sofri. Il festival, nato nel 2007, è organizzato da Internazionale con Comune e Provincia di Ferrara, Università di Ferrara e Regione Emilia-Romagna. Fino a domenica 5 ottobre.

OGGI – IMMAGINARIO EVENTI

Festival-Internazionale-Ferrara-ottobre-2014-piazza-Municipale
Festival Internazionale a Ferrara dal 3 al 5 ottobre 2014 (foto di un incontro in piazza Municipale)

Ogni giorno immagini rappresentative di Ferrara in tutti i suoi molteplici aspetti, in tutte le sue varie sfaccettature. Foto o video di vita quotidiana, di ordinaria e straordinaria umanità, che raccontano la città, i suoi abitanti, le sue vicende, il paesaggio, la natura…

[clic sulla foto per ingrandirla]

Ariosto-liceo-Orlando-furioso-dipinto-murale-street-artist-Mambo

IMMAGINARIO
L’Orlando si stampi
La foto di oggi…

Terza edizione di “Orlando Furioso” dell’Ariosto, a Ferrara 482 anni fa. Il poema revisionato e ampliato viene pubblicato il 1° ottobre 1532 nella tipografia ferrarese di Francesco Rosso da Valenza. La revisione mira a un modello linguistico nazionale, basato sui canoni teorizzati da Pietro Bembo. Al liceo di Ferrara che porta il nome del poeta, intanto, viene inaugurata una spettacolare parete ispirata all’Orlando nell’ingresso di via Spartaco. I murales sono opera degli street artist Psiko, Human Alien, Mambo e Tgm.

OGGI – IMMAGINARIO POESIA

Ariosto-liceo-Orlando-furioso-dipinto-murale-street-artist-Mambo-selfie-prof-Cristina-Corà
Selfie degli studenti del liceo Ariosto di Ferrara con la prof Cristina Carrà davanti al murales dedicato all’Orlando Furioso degli street artist di Articiok

Ogni giorno immagini rappresentative di Ferrara in tutti i suoi molteplici aspetti, in tutte le sue varie sfaccettature. Foto o video di vita quotidiana, di ordinaria e straordinaria umanità, che raccontano la città, i suoi abitanti, le sue vicende, il paesaggio, la natura…

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L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

L’occhio di periscopio

Il giornalismo online in questi ultimi anni ha innescato una profonda trasformazione del nostro modo di informarci. Le notizie sono immediatamente disponibili attraverso la rete, continuamente aggiornate, facilmente reperibili. L’informazione è abbondante, la cronaca è ampiamente garantita. Quel che risulta carente è una chiave di interpretazione dei fatti, uno strumento di analisi capace di fornire una lettura che si spinga oltre la superficie degli avvenimenti. FerraraItalia ha questa ambizione: offrire commenti, analisi, punti di vista che contribuiscano alla formazione di una più consapevole coscienza del reale da parte di ciascuno e a vantaggio di tutti, come imprescindibile condizione per l’esercizio di una cittadinanza attiva e partecipe. Ferraraitalia è un quotidiano indipendente globale-locale che sviluppa un’informazione verticale tesa all’approfondimento, perseguito con gli strumenti giornalistici dell’inchiesta, dell’opinione, dell’intervista e del racconto di vicende emblematiche e in quanto tali rappresentative di realtà più ampie, di tendenze, di fenomeni diffusi (26 novembre 2013)

Redazione

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