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Guerra in Ucraina: niente di nuovo sul fronte occidentale?

Dopo 4 mesi di guerra, alcuni fatti oggettivi emergono:

La Russia sta conquistando, seppure con fatica, tutto il Donbass.

Le armi all’Ucraina non riescono a fermare l’avanzata dei russi.

Le sanzioni colpiscono i cittadini russi, la reazione russa anche tutti noi, ma non Putin (il rublo è sempre più forte).

Più la guerra procede, più aumentano distruzioni e morti (200-300 soldati ucraini al giorno, 26mila civili fino ad oggi e 38mila soldati russi, secondo fonti inglesi).

Cresce l’ inflazione (che durerà) e la de-dollarizzazione, cioè un Nuovo Sistema Monetario Internazionale che indebolirà il dollaro in un mondo che da global diventa bi-polare (prevalentemente).  Si profila una lotta in cui le conseguenze sono, sia per russi che per occidentali, un crescente impoverimento e una “gara” a chi cederà prima per arrivare a una pace.

La guerra porta a una recessione globale molto pericolosa per i fallimenti a cui potrebbe portare. Il debito (privato+pubblico) è salito dal 200% del 1999 al 350% del Pil mondiale e alcuni analisti (tra cui Nouriel Roubini, che spesso ci prende) prevedono un crollo di tutte le ricchezze reali e finanziarie e un’esplosione delle bolle (immobiliari, criptovalute, azioni e obbligazioni) anche del 50%.

Alle ultime elezioni amministrative italiane ha votato solo il 28% dei cittadini a basso reddito (63% di quelli a medio, 79% ad alto reddito): dal voto ideologico passiamo a quello economico.

Più la guerra avanza più si riducono le risorse della UE per il periodo fino al 2027, che servivano per rilanciare il welfare, l’occupazione e la “transizione ecologica”.

Il Governo italiano, per contenere le bollette stratosferiche, ha già speso 30 miliardi (metà del budget di Scuola e Università), inclusi i 200 euro che arrivano con le pensioni e stipendi dal 2 luglio, ma se l’inflazione sarà -come si stima- del 10% gli italiani perderanno nel 2022, in termini di potere d’acquisto, circa 88 miliardi (2.900 euro medi per famiglia).

Chissà quando arriverà la “pace”. Alcuni dicono mesi, altri anni, ma prima o poi un dopoguerra dovrà esserci. Dalla durata della guerra dipenderà il livello di impoverimento mondiale a cui andremo incontro. In estate il caldo e le vacanze faranno percepire la guerra più lontana, ma in autunno gli effetti andranno crescendo anche da noi. Al di là della benzina e di tutto il resto, a ottobre arriveranno le nuove bollette del gas. Dal 1° luglio Arera ha comunicato che non ci saranno aumenti per il trimestre luglio-settembre, in quanto saranno sterilizzati con 3 miliardi di altro debito pubblico, ma la stangata rischia di arrivare in ottobre-dicembre quando i consumi decollano. L’incremento dipenderà dal prezzo del gas alla borsa di Amsterdam perché a quello sono agganciate le bollette dei clienti del mercato cosiddetto “tutelato” (12 milioni nell’elettricità  – erano 24 milioni nel 2011;  7,675 milioni nel gas  – erano 17 milioni nel 2011). Gli aumenti ci saranno anche per chi ha contratti nel “libero” mercato. In questi giorni il prezzo del gas è 1,46 euro per metro cubo (era 0,80 in febbraio). In ottobre sapremo se sarà possibile mettere un “tetto” (pare di 0,90) al prezzo del gas russo, ma è molto improbabile che la Russia accetti e poiché il prezzo alla borsa di Amsterdam è legato al mercato (che per definizione è speculativo) in presenza di riduzione del gas russo, il prezzo internazionale potrebbe anche salire. A quel punto non rimane che fare ulteriore debito pubblico per evitare ulteriori aumenti.

Il Governo dopo aver tassato del 25% gli extraprofitti, ha chiesto un aiutino del 10% alle Utility e importatori (Snam,…) che ci stanno guadagnando tra il prezzo che hanno pagato all’import e quello che applicano ai clienti e pagheranno il 10% su questa differenza. Il 90% è invece un extraprofitto che si tengono loro (circa 40 miliardi). A parte qualche utility che ci sta perdendo (come le poche che hanno fatto contratti a prezzi fissi lo scorso autunno per un anno), per tutte le altre è un periodo d’oro.

Chi ha un contratto a “libero mercato” ha avuto un incremento dei prezzi di gas e luce molto forte negli ultimi 9 mesi (come molti sanno). Il prossimo trimestre gli aumenti, come detto, sono sterilizzati dal Governo ma le bollette rimangono alte (anche se non crescono); servono solo 3 miliardi perché i consumi in estate sono bassi. Cosa succederà invece in ottobre-dicembre? Si spera in un tetto al gas europeo o in una nuova sterilizzazione (ma siamo già a 30 miliardi di debito), ma anche con questa le bollette rimarranno altissime rispetto agli inverni passati. Per avere un’idea basta considerare come varieranno i prezzi di quei pochi fortunati (circa il 10% di famiglie) che avevano fatto un contratto annuale a prezzo fisso e non hanno avuto fino ad oggi alcun aumento. Le utility hanno mandato le lettere dei nuovi contratti unilaterali del gas (non puoi farci nulla, salvo disdettare e trovare un’altra utility che più o meno fa un prezzo simile). Così chi consuma 480 metri cubi all’anno passerà dal 1° ottobre da 230 euro a 750 euro, chi ne consuma 700 mc. da 300 a 1.050, e la “famiglia tipo” che consuma 1400 mc. da 500 a 2.000 euro, infine chi consuma 2mila mc. da 680 a 2.700. Un artigiano che consuma 5mila mc. pagherà 6.700 euro anziché 1.500. Per ora gli aiuti di Stato si limitano fino a consumi di 5mila m.cubi/anno. Più o meno idem per la luce.

Come si può capire, si tratta di un impoverimento significativo se si considera che anche il resto dei consumi sarà in forte aumento. Se la guerra procede le stime dell’inflazione variano dal 10% al 13% nei prossimi 2 anni. Significa una riduzione del potere d’acquisto in 2 anni del 25%, che si avvicina a quanto hanno subito i Greci nella crisi del 2008 (perdendo dal 25% al 35% del potere d’acquisto e per le pensioni dal 30% al 50%). Se poi ci sarà il razionamento del gas, saranno le famiglie a subirlo per prime (si stima mancherà il 20% del gas), in quanto quando vengono colpite le imprese si determina anche un calo dell’occupazione.

A confronto con gli ucraini queste sono piccolezze, se si pensa che già oggi metà degli abitanti delle zone in guerra hanno perso casa e lavoro e la devastazione del territorio e l’inquinamento in corso sono enormi; inoltre alcune decine di milioni di africani, insieme all’inflazione altissima, forse non avranno proprio il cibo. Le sanzioni colpiscono anche i cittadini russi che però sono abituati da decenni alle ristrettezze, mentre la Banca centrale russa e lo Stato hanno, paradossalmente, proprio da quando sono in atto le sanzioni, più risorse di prima. Le aziende russe che riducono la produzione hanno l’ordine di non licenziare e offrire alternative di lavoro in altre imprese o in agricoltura. Ciò rassicura la popolazione delle grandi città, che sono le uniche che Putin teme. E poiché le sanzioni occidentali sono percepite dall’83% dei russi come ingiuste, esse rafforzano l’adesione a Putin che si è liberato con la forza di ogni opposizione. L’idea che Putin sia defenestrato da un golpe interno o da una opposizione (messa a tacere) è quindi molto azzardata.

L’Europa con una mano dà le armi all’Ucraina e con l’altra paga Putin. E’ il paradosso di una Europa che ha acquistato 30 miliardi di gas e altri 30 di petrolio dalla Russia nei primi 100 giorni di guerra, molto più del periodo precedente per via degli alti prezzi innescati dall’invasione. Inoltre la Russia vende sempre più petrolio a Cina e India in quanto il greggio russo Ural costa (con lo sconto ai due paesi amici) 40 dollari al barile in meno di quello degli arabi (anziché i 10 di norma) e già oggi (l’embargo sul petrolio russo scatterà il 1° marzo 2023) Cina e India hanno completamente sostituito gli acquisti europei. Ora si pensa di vietare l’import dell’oro dalla Russia (che ha il più grande giacimento al mondo) e si vieta alla Svizzera di commerciarlo, ma per Cina e Russia avere più oro significa anche avere un “collaterale” che rafforza le proprie monete e se non c’è la Svizzera, ci sarà sempre un Dubai che le commercializza nel mondo.

Inutile, in un mondo diventato bi-polare le sanzioni contano pochissimo. L’Europa compra il costoso gas liquefatto dagli Usa anche perché la Cina ora lo compra dalla Russia e la costruzione in corso dei gasdotti Power Siberia sposterà il gas russo dall’Europa alla Cina. L’effetto di lungo periodo per noi europei sarà un gas ad un prezzo maggiore, una minore dipendenza dalla Russia ma maggiore dagli Usa e da altri Stati dispotici. La Russia invece dipenderà dalla Cina.

Ciò spiega la rivalutazione del rublo (+30% sul dollaro rispetto al pre-guerra), dopo che si era svalutato moltissimo nelle prime settimane dell’invasione. Gli analisti finanziari pensavano nelle prime settimane dell’invasione che la Russia avrebbe pagato un conto salatissimo ma, ora pensano che ciò non solo non sia più vero, ma che il conto salato lo potrebbero pagare gli Europei. Così si va indebolendo l’euro sul dollaro svalutatosi del 10% negli ultimi mesi (e anche sul rublo):le sanzioni funzionano”, come ha detto Draghi sembra, pertanto, più un desiderio che la realtà.

Procede il progetto di fare dello yuan una moneta internazionale alternativa al dollaro sostenuta, oltreché dalla Cina, da Russia e dai Brics (Brasile, India e SudAfrica). Il progetto si basa sugli scambi crescenti tra questi paesi e di Cina e Russia verso Nigeria, Senegal, Sudan, Costa d’Avorio, Togo, alcuni paesi Arabi e soprattutto India e Turchia, le quali (come avevamo già indicato in un precedente post) raffinano il greggio russo e lo esportano poi verso i paesi europei aggirando le sanzioni (la Turchia fa parte della Nato…).

Ciò spiega perché gli Stati Uniti siano preoccupati del dinamismo cinese, che si traduce nel prestare soldi ai vari paesi a medio reddito in giro per il mondo (africani, ora il Pakistan,…), sapendo che esso è uno strumento eccezionale di strategia geopolitica per portare questi paesi nella sfera d’influenza cinese. Usa ed Europa rispondono così alla Cina con una propria strategia da 600 miliardi verso i paesi poveri (speriamo che la “concorrenza” faccia bene).

C’è chi pensa che da metà luglio con le nuove armi occidentali l’Ucraina possa riconquistare il Donbass. Il timore è che il prolungarsi del conflitto mandi in tilt più l’Occidente che la Russia. L’Occidente ha cittadini meno avvezzi a sopportare pesanti disagi, e questi cittadini votano. Negli Stati Uniti l’inflazione ha superato il 9% e un grave incidente alla produzione del gas liquefatto ha ridotto del 17% l’estrazione. Cresce così la preoccupazione che l’inflazione potrebbe alzarsi in piedi ben oltre il 10%, nonostante il rialzo dei tassi di interesse della Fed Usa che potrebbe avviare una recessione prima delle elezioni di novembre di mid term. La cosa terrorizza Biden che ha un consenso ai minimi termini e fatica a defiscalizzare la benzina perché fa perdere preziose entrate per le infrastrutture già avviate. Queste “grane” hanno messo in allarme Biden e potrebbero portare ad una “svolta”, in cui, insieme al formale sostegno di sempre all’Ucraina, si adotti un approccio più morbido e si giunga così ad un negoziato in autunno. Certo che se ci fosse un’ Europa tutto sarebbe più semplice, ma purtroppo non c’è nessuna Europa.

La nuova Cortina di ferro
la Nato si allarga contro il “Regno di mezzo”

Il vertice NATO in Spagna ha raggiunto tutti gli obiettivi americani per l’attuazione del new order europeo. L’alleanza militare atlantica stava perdendo significato dopo la caduta del muro di Berlino e qualche Paese aveva avanzato l’idea di poterla sostituire con qualcosa di diverso, tipo una forza di intervento europea. Il pericolo di una simile evoluzione sarebbe stata la perdita di presenza e quindi di potere da parte di quelli che ci avevano salvato da Hitler e dal nazismo. Pericolo rientrato.

In Spagna si è riaffermata la missione difensiva della NATO grazie al rinvenimento di un nemico che la storia aveva già allontanato verso Est di qualche migliaio di chilometri. Si è creata una nuova cortina di ferro che include i confini finlandesi che, con la Svezia, vanno a rinforzare quella che qualche analista ha chiamato la “NATO Baltica”, con il conseguente accerchiamento di Kaliningrad, e ad aumentare le tensioni nei mari freddi del nord Europa.

In Polonia sarà inaugurata una nuova base militare permanente USA, la prima in un paese ex Patto di Varsavia, a sottolineare l’importanza crescente di questo Paese che sta prendendo la guida dell’Est contro l’invasore russo allontanando dalla prima linea Germania, Italia e Francia.

Svezia e Finlandia sono state invitate nella NATO grazie al fatto che Erdogan ha tolto il veto dopo aver ottenuto da loro, come lui stesso ha precisato, “quello che voleva”, cioè che i curdi siano definitivamente considerati terroristi e quindi uno stop alla tolleranza nei loro confronti da parte dei paesi nordici. Insomma, oppositori e dissidenti curdi saranno i primi a pagare a caro prezzo gli accordi per la nuova NATO. Ma la Turchia ha ottenuto anche altro, nuovi armamenti dagli USA come gli F16, di rientrare nel programma F35 e di poter anche liberamente comprare missili dalla Russia. Tutto questo fa di Erdogan un grande negoziatore, rafforza l’idea di una presenza nell’Alleanza Atlantica strumentale agli interessi nazionali e ne accresce l’importanza come potenza e interlocutore privilegiato degli USA, anche a discapito del ruolo che dovrebbe ricoprire l’Italia nel Mediterraneo e nei Balcani.

L’Italia non ha mai saputo ritagliarsi nessun ruolo oltre all’essere pronta ad intervenire a chiamata dove, come e quando le viene chiesto. Questo fa di noi esclusivamente un fedele gregario. Siamo il Paese che subisce più di tutti le pressioni delle sanzioni contro la Russia, ma invece di pretendere qualcosa in cambio o tutelare in primis i nostri interessi strategici ed economici, come hanno fatto la Turchia e l’Ungheria, oppure bilanciando meglio dichiarazioni di prassi e acquisti di gas seguendo l’esempio della Germania, accettiamo e mettiamo in atto pedissequamente; salvo poi andare in giro per il mondo cercando di rimediare altrove “il gas perduto” e chiedere interventi concertati dell’Europa unita.

Insomma, dei bravi scolaretti, decisamente poco furbi.

Se si guarda la nuova cartina europea si vede quanto siano diventati importanti, nell’ottica di difesa russa, i confini bielorusso e ucraino, ad oggi gli unici che la dividono da installazioni e basi americane o NATO. Con l’ingresso della Finlandia si concretizza quel senso di accerchiamento che ha sempre caratterizzato l’immaginario russo. Le grandi potenze nella storia, e l’impero romano insegna, avevano sempre degli stati cuscinetto che contribuivano a rendere i loro sonni più tranquilli. Oggi abbiamo creato dei blocchi pericolosamente confinanti con una trincea moderna fatta di battaglioni rotazionali e aerei in grado di trasportare armi nucleari tattiche per attacchi veloci ad alta intensità.

In ogni caso sembra che nessuno voglia fare davvero la guerra a Putin, stando alle dichiarazioni che si concentrano su difesa e deterrenza. Di conseguenza si capisce che l’intenzione è quella di approfittare della guerra in Ucraina, da molti vista come la conseguenza di una vera e propria provocazione da parte americana e inglese, per ottenere una serie di risultati strategici.

Gli Stati Uniti hanno un impero da difendere basato su una moneta che è moneta di riserva e che oramai è sostenuta più dalla potenza e presenza militare che dall’economia. Per mantenere lo status quo per qualche altro decennio e allontanare nel tempo il declino (la storia degli ultimi 500 anni insegna che fu lo stesso per il fiorino e l’Olanda, poi per la sterlina e la Gran Bretagna) hanno bisogno di aumentare il controllo sulla colonia più importante, l’Europa. Quindi devono aumentare la presenza militare e ribadire l’influenza che cominciava ad essere messa in dubbio, e per farlo stanno utilizzando le ragioni e le paure dei paesi dell’Est. Per compattare un’alleanza militare serve trovare un nemico, una minaccia oppure rinvigorire un vecchio nemico che in questo caso è lì, pronto al bisogno e allo scopo. Nel nuovo concetto strategico della NATO si legge che la Russia è “la minaccia più significativa e diretta alla sicurezza dei suoi Paesi membri” e che la Cina è “una sfida sistemica”, non tanto sul piano militare, quanto su quello tecnologico.

Quindi la vera strategia prevede che la Russia debba indebolirsi consumandosi dietro a questa guerra per indebolire, di conseguenza, il potenziale asse sino-russo. Una volta sistemato questo fronte, si potrà tornare a occuparsi a pieno titolo della sola Cina, la vera sfida all’impero dominante. Zhongguo, “il paese di mezzo”, come la chiamano i cinesi. 

L’Europa e le tensioni che aumentano il prezzo del gas e diminuiscono il PIL

 

Mentre Mosca non sta perdendo introiti dalla diminuzione delle vendite di gas in quanto compensate dall’aumento dei prezzi, l’Europa annaspa per gli stessi motivi: riceve meno gas e lo paga molto di più. Vittima di se stessa e delle sue fragilità, incapace di affrontare in maniera autonoma la crisi ucraina per mancanza di una seria politica estera comune e per la decisione di acquistare il gas russo con contratti spot invece di fare affidamento su accordi a lungo termine.

In pratica una parte dell’Europa è vittima delle sue improvvide ed astruse strategie: sdoganarsi dal gas russo senza avere prima cercato una valida alternativa. Oltre a questo, ovviamente, ci si è messa la crisi Ucraina e le sanzioni imposte dagli Stati Uniti sul nuovo gasdotto baltico Nord Stream 2, tra l’altro già concluso e potenzialmente operativo, che avrebbe comodamente trasportato tutto il gas necessario ai bisogni europei di questo periodo. Il tutto direttamente dal suolo russo alla Germania, superando tutte le problematiche di paesi problematici come la Bielorussia e la stessa Ucraina, per arrivare poi anche alle nostre caldaie a prezzi ragionevoli.

In questi giorni le tensioni non sembrano attenuarsi: l’incontro del presidente francese Macron con Putin non ha prodotto risultati di rilievo neanche in merito alle esercitazioni militari russe in Bielorussia, ai confini settentrionali dell’Ucraina. La Francia non ha motivi particolari di tensione con Mosca e un eventuale risultato positivo di questi colloqui avrebbe indubbiamente giovato a Macron in vista delle prossime elezioni, ma si è registrato un nulla di fatto.

Il premier britannico Boris Johnson interviene ovviamente a gamba tesa e a sostegno di qualsiasi cosa facciano o pensino gli americani, avendo anche la necessità di placare le polemiche interne con interventi forti all’esterno. Quindi sostegno alle operazioni Nato a Bruxelles, dopodiché è volato a Varsavia per ribadire altresì sostegno alla Polonia nel mentre la sua ministra degli esteri Liz Truss era impegnata a Mosca in un faccia a faccia con il suo omologo russo Sergei Lavrov.

Lavrov ha avuto modo di accusare la Truss di “dilettantismo” e di “mancanza di preparazione” per aver chiesto il ritiro tout court delle truppe russe dai confini ucraini. Un po’ una seconda puntata rispetto a quanto si era visto la settimana precedente quando era stata derisa dal ministero degli Esteri russo dopo aver detto che il Regno Unito avrebbe inviato aiuti “agli alleati baltici attraverso il Mar Nero”. “La sua conoscenza della storia, signora Truss, non è nulla in confronto alla sua conoscenza della geografia”, aveva scritto la portavoce del ministero degli Esteri, Maria Zakharova, aggiungendo: “Se c’è bisogno di salvare qualcosa da qualcuno, ebbene quello è il mondo dalla stupidità e dall’ignoranza dei politici britannici”.

Venti di guerra che frenano anche l’economia, il PIL italiano che era visto in crescita del 4,3% sembra si fermerà invece al 4% complice anche la previsione sull’inflazione che, causa l’aumento del costo delle materie prime, continua a salire.

Nessuno vuole veramente fare la guerra ma nello stesso tempo nessuno sta realmente dimostrando di voler fare la pace e tutti si stanno cimentando in uno sport pericoloso. La gara è a chi fa la voce più grossa, a chi promette peggiori conseguenze ad una ulteriore provocazione. Si susseguono atti che aumentano la tensione come richiamare i propri concittadini dall’Ucraina dando l’impressione di un imminente attacco, oppure si continuano ad ammassare truppe ed armi ai confini, che diventano sempre più caldi. Anche il Mar Baltico si sta infiammando con protagoniste le Repubbliche nordiche, normalmente sornione e brave a tenersi a distanza dai guai. Svezia e Finlandia si avvicinano alla Nato e armano le isole strategiche come mai in passato ed è di questi giorni la notizia dell’accordo di Helsinki con gli USA per l’acquisto di 64 F-35.

Allo stesso tempo ci sono esercitazioni Nato nel Mediterraneo a cui partecipa anche l’Italia, mentre navi russe attraversano lo stretto di Gibilterra direzione Mar Rosso tenute d’occhio dalla marina americana e scortate da una nave norvegese. Un affollamento pericoloso, un mostrare i muscoli che, si spera, i militari sapranno gestire meglio di quanto stanno facendo i loro politici, visto che in queste condizioni una scintilla potrebbe innescare un fuoco difficile poi da spegnere.

vaccino_Sputnik

Pandemia e geopolitica:
l’Italia sceglie i vaccini privati USA (meno efficaci di quello russo e cubano)

 

Il 26 gennaio in Gran Bretagna la pandemia “finisce”, nel senso che il Governo ha deciso di togliere tutte le restrizioni, incluse le mascherine al chiuso e nelle scuole (sono solo raccomandate nei luoghi chiusi se affollati), in quanto la variante Omicron è ormai considerata una “influenza”.
Nei Paesi nordici le misure sono da mesi molto modeste, mentre in Italia, e ora anche in Austria, si introducono maggiori restrizioni come l’obbligo vaccinale per gli over 18 dal 4 febbraio.
Anche la Francia introduce il pass vaccinal per over 16 anni per accedere a cinema, teatro, musei, bar, ristoranti, treni ed eventi sportivi e per quei lavoratori che operano in questi settori. Viene però tolta la mascherina all’aperto e lo smart working è facoltativo, inoltre dal 7 marzo saranno alleggeriti i protocolli nelle scuole a differenza dell’Italia dove, inspiegabilmente, uno studente in classe di un positivo deve stare a casa 10 giorni anche se è asintomatico, mentre un adulto no anche se a contatto col pubblico.

L’Italia è quindi ancora il Paese con le maggiori restrizioni in Europa, nonostante i suoi decessi siano negli ultimi 50 giorni sotto la media europea.
Nel frattempo continua il silenzioso (nel senso che nessuno ne parla) successo di Svezia, Cuba e Giappone che registrano (e di gran lunga) la minore mortalità per Covid negli ultimi mesi.

La Svezia aveva scelto la via delle minori restrizioni ed anche nel confronto con i cugini nordici (Danimarca, Norvegia e Finlandia) ha meno morti sia nel 2021 che negli ultimi mesi.

Per quanto riguarda i vaccini, ha fatto scalpore il fatto che il vaccino russo (Sputnik) mostri una copertura maggiore di quello Pfizer e di Moderna (studio Spallanzani e Gamaleya: 70% di copertura dopo 3-6 mesi, mentre Pfizer scende a circa il 40% dopo 3 mesi).

Ricorderete come i nostri media come abbiano sempre deriso e sminuito il valore di Sputnik, così come un blackout informativo c’è stato su Soberana, l’altro vaccino di Stato (quello Cubano) che ha invece anch’esso ottime performance, al punto che negli ultimi 3 mesi Cuba registra una delle minori mortalità al mondo.

In Italia e in Europa questi 2 vaccini di Stato, frutto di una ricerca pubblica sono fuori legge  San Marino che lo aveva acquistato, dal gennaio 2022 deve fare la 3^ dose con Pfizer, se i suoi cittadini vogliono circolare come vaccinati in Italia ed Europa.

Se a questi indizi si aggiunge l’accordo bilaterale che il nostro Ministero della Salute ha fatto il 12 ottobre 2020 (e riconfermato il 3.9.2021) con gli Stati Uniti [Vedi qui] in cui l’Italia si impegna ad acquistare con priorità terapie relative alla salute provenienti dagli Usa anche in relazione a Covid-19, compresi vaccini e trattamenti (anche se nel testo in italiano non c’è la dizione “vaccini”, presente invece nell’accordo originale in inglese “surveillance, control, and research on infection diseases, and related vaccines and treatments”), è difficile resistere all’idea che ci sia più politica che scienza nel contrasto alla Covid-19.

E’ del tutto evidente che, sotto la copertura della “scienza”, delle “evidenze scientifiche” e della “salute pubblica”, ci sono rilevanti interessi di geopolitica che condizionano le scelte dei singoli Paesi e, in questo caso, non solo dell’Italia, ma anche dell’Europa. L’Italia si conferma ancora una volta, il paese più disponibile (tra gli europei) a seguire le strategie americane.

In passato le questioni di geopolitica (e di modello di sviluppo), pur evidenti, erano rimaste ai margini degli interessi degli italiani, in ben altre faccende affaccendati, ma dal prossimo marzo, quando arriveranno le bollette di gas e luce, forse crescerà l’interesse per come l’”effetto farfalla” (che colpisce tutti) della globalizzazione, che si è trasformato in “effetto elefante” con la pandemia, riguardi tutti.

L’ha spiegato molto bene l’attore Marco Paolini e il filosofo della scienza Telmo Pievani nella trasmissione di Rai 3 La fabbrica del mondo, uno dei rari esempi di informazione pubblica degli ultimi 2 anni, in cui si spiega che ambiente, deforestazione, pipistrelli, allevamenti intensivi, alimentazione, disuguaglianze e, naturalmente salti di specie e pandemia, sono tra loro connessi
E’ di questo che si dovrebbe discutere davvero: guardando alla luna anziché al dito.

Cover: Immagine tratta da:https://www.aibi.it/ita/

Julian Assange

Giornalisti per Julian Assange
(Speak up for Assange)

Lidia Giannotti
https://www.peacelink.it/

Il 27 ottobre, provato da anni di cattività e abusi che un inviato ONU considera ormai torture, Assange potrebbe essere consegnato agli USA. La speranza è nella mobilitazione dei giornalisti e di chiunque si opponga a un futuro di menzogne e di violenza

Julian Assange, il fondatore di WikiLeaks che ha reso possibile la conoscenza di centinaia di migliaia di fatti e documenti, altrimenti nascosti, si trova ancora in un carcere di massima sicurezza in Inghilterra. Le ultime notizie non sono buone.

Il rischio che dopo il 27 ottobre Assange venga consegnato agli USA

Iniziativa internazionale di giornalisti a favore di Assange

Non sono buone le notizie sulle condizioni di detenzione e di salute di Assange (descritte anche dall’inviato speciale delle Nazioni Unite contro la tortura Nils Melzer, che ha preso espressamente posizione per la sua liberazione). E non lo sono le anticipazioni sulla probabilità che, nella prossima udienza del 27 e 28 ottobre a Londra, Assange venga estradato negli USA per reati di spionaggio e cospirazione.

L’Alta Corte, infatti, dopo l’Appello degli Stati Uniti, ha messo fortemente in discussione la decisione della giudice Vanessa Baraitser che aveva negato l’estradizione (udienza del 4 gennaio 2021), ritenendo inaccettabili il trattamento e i rischi che Assange si troverebbe ad affrontare, anche per la sua vita.

Le ragioni dell’arresto a Londra nell’aprile 2019 risalgono al giorno in cui Assange, recatosi nel giugno 2012 presso l’Ambasciata del Nicaragua per chiedervi asilo politico, non fece ritorno al proprio domicilio, come avrebbe dovuto poiché indagato dalla magistratura svedese e libero dietro cauzione.

Ricordiamo che nei confronti di Assange – che nel 2010 stava per ottenere la residenza in Svezia, dove si sarebbe avvalso delle leggi più avanzate al mondo a tutela della libertà d’informazione – fu all’improvviso aperta un’indagine per stupro che nel giro di poche ore compromise tutto; una vicenda, a detta di una stessa denunciante, andata oltre le intenzioni e la portata delle accuse (rapporti sessuali non protetti), trascinatasi in lungaggini irrisolte per anni.

L’iniziativa internazionale dei giornalisti a favore di Assange

Ogni giornalista, come chiunque consideri inaccettabili comportamenti degli Stati come quelli denunciati da cittadini di vari paesi, grazie ad Assange, e le persecuzioni a cui assistiamo (dirette solo contro chi rivela la verità, e mai contro i responsabili di morti e violenze), dovrebbe reagire e difendere le ragioni della verità e dell’umanità.

Oltre 1700 giornalisti si sono mobilitati al momento in 107 paesi, in difesa di Julian Assange, riconoscendo il suo contributo straordinario al giornalismo e alla trasparenza e la possibiltà che ci ha dato di richiamare i governi alle loro responsabilità.
Proprio per avere diffuso informazioni prima sottratte al giudizio dell’opinione pubblica, è stato minacciato e perseguitato insieme alla sua organizzazione, vittima di gravi violazioni dei diritti umani da 11 anni per aver aiutato chi non riusciva a tacere davanti a crimini di guerra, torture e menzogne (basti pensare alle immagini del trattamento inumano dei prigionieri trattenuti nella base americana a Guantanamo, o al contenuto dei “War Diaries”, che anticipava anni prima le notizie emerse in questi giorni sulle manipolazioni di dati e informazioni sulla gestione e sui risultati della missione in Afghanistan). Se gli USA potranno applicare la legge del 1917 sui cui reati fondano la domanda di estradizione, d’ora in poi giornalisti di ogni parte del mondo potranno venire accusati di spionaggio e di arrecare rischi alla sicurezza di altri Stati, e quindi venirvi estradati, colpiti certamente anche da campagne infamanti da cui è difficile difendersi.

L’appello si conclude con la richiesta di liberare Assange e l’esortazione a tutti i giornalisti, “in questi frangenti decisivi…. a prendere posizione in difesa di Julian Assange. Tempi pericolosi richiedono un giornalismo senza paura“.

Per la firma dell’appello, ci si rivolge a giornalisti e organizzazioni e persone con ruoli correlati al giornalismo: editorialisti, commentatori, editori, fotografi, cameraman, produttori ed editori di media, registi di documentari, informatori, professori/formatod

Dal sito di "Italiani per Assange"

Riproduciamo qui il link all’elenco dei  giornalisti firmatari, il link all’appello e il suo testo integrale, in italiano (nel file PDF allegato):

L’elenco dei 1740 giornalisti (al 28 settembre 2021) che si sono mobilitati in difesa di Assange: https://speak-up-for-assange.org/signatures/  

Leggi la dichiarazione e firmala (se sei un giornalista, studioso, operatore ecc.  dell’informazione): https://speak-up-for-assange.org

 

 

Qui puoi firmare la petizione di “Italiani per Assange” diretta alle istituzioni italiane, per la sua liberazione: https://www.change.org/p/british-government-prime-minister-boris-johnson-libert%C3%A0-per-julian-assange-freedom-for-julian-assange?redirect=false

La petizione sui social network: https://www.facebook.com/groups/italianiperassange/posts/746854146199978/

La patria della democrazia e il cortile di casa

 

Un fiume di bandiere bianche, azzurre e rosse sfila sul lungomare de L’Avana. Biciclette, moto, motorini, sventolano l’orgoglio cubano manifestando contro il bloqueo di cui soffre il grande alligatore da sessanta anni.
Sei decenni, da nove anni prima della mia nascita. Un embargo sostenuto e promosso da dodici presidenti americani, democratici e repubblicani, tutti uniti contro l’avamposto del terrore bolscevico, una piccola nazione a galla nel cristallino mare dei Caraibi.

Ovvio, le sanzioni ai tempi del “simpatico” dittatore Fulgencio Batista, mica c’erano. Allora no, il massacratore e affamatore del suo popolo era un amico, l’isoletta era un ottimo bordello a buon mercato, quattro bracciate da Miami, l’attraversata la si poteva fare sul pattino. E poi i diritti umani, sono scritti sulla carta dal ’48, mica poi valgono per tutti. Ma cosa avevate capito?

Cioè uccidere svariate decine di propri connazionali durante delle azioni di polizia, mica è reato dappertutto, ma che credete? L’occidente è democratico, loro sono comunisti, noi siamo per la libertà, che importa se non tutti se la possono comprare. Abbiamo pure una statua di donna con una costituzione sotto braccio, e una torcia sul pugno, davanti al mare che inneggia al nostro sogno.

Che c’entra se la sanità da noi è pubblica solo per chi ha un lavoro, una assicurazione, un conto in banca, mica possiamo curare tutti. Abbiamo i campus, dove menti eccelse hanno creato, inventato, portato alla luce tutto lo scibile umano, quei figli di nessuno di europei sono immigrati a frotte nel secolo scorso e noi li abbiamo accolti. Magari non tutti sul tappeto rosso, abbiamo fatto due corsie: coi soldi a destra, senza a sinistra. Che importa se la scuola non tutti se la possono permettere, c’è sempre quella pubblica, quella dove non ci si annoia mai e ogni settimana c’è un mattacchione che spara. Una colt per ogni americano, non siamo mica dei banditi barbudos come loro. Anche noi abbiamo i nostri martiri per la libertà, spesso li abbiamo pure uccisi noi stessi, ma che vuol dire?

Loro avevano il terrorista Che Guevara e quel loro leader (che quei barbari chiamano lidér), che abbiamo provato ad ammazzare alcune centinaia di volte.

Come non si può? Noi siamo la patria della libertà, uccidendolo cercavamo di rendere il mondo un posto migliore, così come abbiamo fatto qualche altro migliaio di volte.

Da loro non c’è dissenso, c’è gente in galera per le proprie idee. Il fatto che da noi il partito comunista fosse fuori legge non è un caso. Inutile andare indietro di un secolo e rivangare ancora la storia di quei due anarchici italiani. Se in galera da noi il novanta per cento dei detenuti è latino o afro americano, sono loro che delinquono, che colpa abbiamo noi.

Loro volevano fare la rivoluzione, pensate bene, che orrore. Che c’entra se l’abbiamo fatta anche noi due secoli prima. Loro sono dei guerrafondai, quel loro Che Guevara era un sobillatore, in Africa, in Bolivia e poi manco era cubano.

Come? L’abbiamo ucciso noi? E chi lo dice? La CIA. Ma sì, un errore, un piccolo processo lo abbiamo pure fatto. Gli abbiamo tagliato le mani e le abbiamo inviate alla casa Bianca. Ma era per capire se aveva le unghie pulite.

Siamo stati in guerra 222 anni in 239 anni di storia? Si ma per liberare il mondo e per esportare la democrazia, che credete, mica ci fa piacere. Non ci siamo divertiti nemmeno a far ammazzare Allende, ma era un marxista a due passi da casa nostra. Perchè loro invece? Nessuna guerra? Come nessuna! E la Baia dei porci? Ah, siamo stati noi a tentare di invaderli… del resto erano talmente vicini, voi che fareste con un ladro nel cortile di casa vostra?

Guantanamo è una nostra base sull’isola, qual è il problema? Come un campo di concentramento? E chi l’ha detto? L’ONU. Il solito branco di cazzoni.

E cosa c’entrano gli indiani adesso? Non andiamo a rivangare storie vecchie di secoli.

Noi siamo morti per liberare l’Europa.

Come? Non saremmo entrati in guerra se il Giappone non ci avesse bombardato la baia? Cazzate messe in giro dai soliti musi gialli. Tutti uguali, coreani, vietnamiti. Comunisti. Il napalm? E’ un defogliante, a volte in un campo bisogna disinfestare per poi raccogliere.

Insomma basta, mi avete stancato. A Cuba non c’è né libertà né democrazia, i diritti umani non sono rispettati (cazzo c’entra Floyd, quello era negro).

Un omicidio al minuto. E’ per ringiovanire la popolazione, noi siamo la patria di Rambo.

Medici non bombe”, come non l’abbiamo detto noi. E chi l’ha detto? Fidel Castro?

Il servizio sanitario nazionale migliore di tutta l’America? Come, quello cubano? Come, l’ha messo in piedi quel terrorista di Guevara? Come, il tasso di mortalità infantile è più basso a Cuba?

Ma noi stiamo sconfiggendo il Covid. Abbiamo avuto solo cinquecentocinquantamila morti.

Noi il vaccino lo paghiamo e ce lo teniamo pure. Soberana2 è gratuito e lo cederanno gratis alle nazioni del terzo mondo? Non hanno mai avuto fiuto per gli affari.

I dannati cinesi e palestinesi hanno preparato una mozione per eliminare il blocco e le sanzioni a Cuba, quelle sacrosante sanzioni che il nostro caro ex presidente con 242 nuove misure ha pure rafforzato. . La mozione è passata con 30 voti a favore, 15 contrari e due astenuti, ma a noi che ce ne fotte, noi siamo democratici, l’ONU è solo un branco di fannulloni. Per fortuna che i nostri cari alleati, come la Giovine Italia, hanno votato per noi.

Sì, quegli stessi cubani che un anno fa fecero sbarcare una brigata di medici per aiutarli durante la pandemia.  Ma che gli frega a loro della solidarietà, gli italiani sono allineati, sono cari amici nostri. Sono un popolo libero. Abbiamo solo cinquantanove basi in quel paese del sole, del mandolino e della mafia, con tredicimila nostri valorosi marines. Mica li abbiamo occupati, anzi li abbiamo liberati.

I partigiani? E che c’entrano. Noi li difendiamo dal pericolo di una invasione. Di chi? Ma dei sovietici.

L’Unione Sovietica non c’è più? E che significa? Comunque li abbiamo liberati dai comunisti. Abbiamo anche chiesto l’aiuto di amici all’interno della loggia Propaganda 2. Care persone.

E comunque con voi comunisti non ci parlo più, volete sempre avere ragione voi. Manteniamo le sanzioni anche se la mozione è passata, perché noi siamo democratici.

 

Guantanamo

AMERICA, CHIUDI GUANTANAMO!
Firma la Lettera Aperta al Presidente del Consiglio

Firma anche tu la lettera al presidente del Consiglio Mario Draghi.
L’Italia chieda agli Stati Uniti la chiusura della prigione americana di Guantanamo dove si torturano i prigionieri e dove vengono violati sistematicamente i diritti umani.
La tua firma apparirà pubblicamente sul sito web di PeaceLink [Vedi qui]

 

 

 

Al Presidente del Consiglio Mario Draghi

Gentile Presidente,

in questo delicato momento in cui si invoca il rispetto dei diritti umani in Afghanistan, noi crediamo che sia importante dare il buon esempio chiedendo al tempo stesso che venga posta fine alla violazione dei diritti umani nella prigione di Guantanamogestita dagli Stati Uniti a Cuba.
E quindi le scriviamo affinché lei richieda formalmente al Presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, un gesto importante e altamente significativo come la chiusura della prigione di Guantanamo.
Amnesty International non solo ne chiede la chiusura ma chiede che vengano processati i responsabili di quella vergognosa e criminale esperienza di sospensione del diritto umanitario. Noi concordiamo con tale richiesta di Amnesty International.
Non si può essere credibili nel chiedere ai talebani il rispetto dei diritti umani se poi noi quel rispetto non lo chiediamo agli Stati Uniti.
Quella prigione è come la Bastiglia e non ha più ragione di esistere. È il simbolo odioso delle torture e degli abusi, in aperta violazione delle Convenzioni di Ginevra, compiuti in nome della lotta al terrorismo. Quell’orribile prigione, quella vergogna della storia non ha più alcun appiglio per restare in piedi.
Le chiediamo pertanto di rispondere a questa nostra richiesta di giustizia internazionale. Oggi – in questo contesto di grandi cambiamenti – la chiusura del carcere di Guantanamo ha molta più possibilità che in passato di avvenire. Farebbe onore all’Italia, a cui tra l’altro era stato affidato il compito di riformare il sistema giudiziario in Afghanistan, farsi promotrice, anche in seno all’Unione Europea, di un passo verso la giustizia e il rispetto dei diritti umani.
Per essere credibili in Afghanistan bisogna dare il buon esempio a casa propria.

Distinti saluti
Vittorio Agnoletto, Gianni Alioti, Lino Balza, Angelo Baracca, Mauro Biani, Patrick Boylan, Annamaria Bonifazi, Tiziano Cardosi, Chiara Casella, Adelmo Cervi, Marcella Costagliola, Fabrizio Cracolici, Giorgio Cremaschi, Massimo de Magistris, Adriana De Mitri, Alessio Di Florio, Irma Dioli, Antonino Drago, Domenico Gallo, Lidia Giannotti, Agnese Ginocchio, Fulvia Gravame, Francesco Iannuzzelli, Mimmo Lucano, Linda Maggiori, Gianfranco Mammone, Fabio Marcelli, Alessandro Marescotti, Aniello Margiotta, Francesco Monini, Moni Ovadia, Elio Pagani, Domenico Palermo, Maria Pastore, Gaia Pedrolli, Enrico Peyretti, Maurizio Portaluri, Olivier Turquet, Laura Tussi, Alex Zanotelli

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Campagna promossa dalla Associazione PeaceLink

Cover: Prigionieri incappucciati nel Carcere Speciale di Guantanamo (Flickr – licenza Creative Commons) 

BUFALE & BUGIE Condannati a morte in Corea del Nord, ma senza prove e verifica delle fonti

Riassumere in poche righe le innumerevoli fandonie, in un primo momento sbattute in prima pagina, poi smentite dalle evidenze emerse, a cui i tradizionali canali informativi ci hanno abituato, relativamente alla Corea del Nord, non sembra affatto possibile. Ma questo non preclude ai nostri media lo scivolamento in periodici casi di recidiva. Naturalmente, non è nostra intenzione entrare in merito a questioni che esulino dalla segnalazione di notizie non verificate, come esprimere giudizi sul regime governativo presente in Corea del Nord: diffondere notizie senza citare prove e fonti non serve alla causa della verità.

Esiste un sito sudcoreano, il Daily Nk – specializzato nella diffusione di “notizie veloci e accurate sulla Corea del Nord”, e più spesso di vere e proprie notizie non verificate [vedi qui] – , che fonda la propria missione giornalistica su un bias cognitivo esplicitato dal suo stesso presidente: obiettivo della testata non è l’informazione oggettiva nei riguardi di un Paese sovrano, ma il tentativo di promuovere un cambiamento all’interno di “uno dei regimi più repressivi della Storia”. Tale framing guida l’interpretazione delle comunicazioni fornite, come è accaduto l’11 settembre scorso. L’articolo in questione annuncia l’uccisione, da parte del Governo, di cinque funzionari del Ministero dell’Economia, ma solo nel corpo del testo si chiarisce la natura ipotetica dell’avvenimento. La ricostruzione presentata dal sito non mostra alcuna prova, bensì si appoggia solamente ad affermazioni pronunciate da fonti anonime – proprio come nella maggior parte delle bufale di tutti questi anni – . La colpa da scontare sarebbe stata l’espressione di alcuni dubbi nei riguardi delle politiche economiche di Stato; Kim Jong-Un, venuto a conoscenza del fatto, avrebbe così ordinato l’esecuzione, determinando un impellente trasferimento delle famiglie coinvolte in un campo per dissidenti politici. Nonostante l’assenza di fatti verificati, anche stavolta l’eco mediatica non si è fatta attendere: il 16 settembre l’astrologa Caterina Galloni titolava su Blitz Quotidiano “Corea del Nord, giustiziati 5 funzionari: avevano criticato Kim Jong-Un”, mentendo appunto sull’entità dell’accaduto. La vera notizia è che la sparatoria sarebbe avvenuta secondo una fonte, non che è avvenuta e basta. Una precisazione, questa, che necessariamente deve occupare il primo posto all’interno di un titolo, per non far incorrere chi legge nel già citato framing effect: se anche il testo dell’articolo specifica la natura speculativa della notizia, chi legge è comunque portato a dar più peso a ciò che ha già appreso dal titolo.

Cosa impedisce a una testata l’onestà intellettuale di presentare i fatti per come realmente sono? Certamente gli opposti interessi politici. Degli USA in primis: uno dei maggiori finanziatori del Daily Nk è il National Endowment for Democracy, ente statunitense creato per “supportare la libertà in giro per il mondo”. Solo nel 2019, ha ricevuto in dono 400.000 dollari, ma la somma è da aggiungere ai finanziamenti complessivi [vedi qui] destinati all’intervento in Corea del Nord. E nulla più dell’opacità giornalistica ostacola una seria ricerca della verità su un Paese tanto sconosciuto, ma ancora tanto oscuro come la Corea del Nord.

BUFALE & BUGIE, la rubrica di controinformazione di Ivan Fiorillo esce ogni mercoledì su Ferraraitalia. Per leggere le puntate precedenti clicca [Qui]

In ginocchio, preghiera

IN GINOCCHIO
Per George Floyd. Contro la violenza del potere.

Migliaia di figure genuflesse, uomini, donne, anziani e giovanissimi, raccolti a testa china in un pensiero, un ricordo, una muta indignazione, una preghiera, una supplica, una speranza.

Minesota USA: marcia di protesta contro la violenza della polizia: giustizia per George Floyd

Da Washington a Los Angeles attraverso gli Stati Uniti, dalla Corea del Sud ai Paesi dell’Unione Europea, dal Giappone al Canada, dall’Australia alla Tunisia… Manifestazioni di solidarietà con il movimento ‘Black Lives Matter’ che pesano, fanno sentire la voce di chi non ci sta, di tutti coloro che convintamente rifiutano il violento, inumano gesto razzista che ha accompagnato in modo eclatante la morte di George Floyd ma serpeggia anche viscido e subdolo in molte altre situazioni e circostanze.
“I can’t breathe”(Non riesco a respirare), sono le ultime parole dell’uomo per quegli interminabili 8 minuti e 46 secondi prima del nulla; non c’è solo il flagello del Covid che toglie aria vitale, c’è anche la spietatezza dettata dall’odio di un essere sull’altro.
Nel significato più nobile e nella gestualità del genuflettere c’è profonda riverenza, alto rispetto: un atto rituale che esprime fedeltà, fiducia nell’affidarsi a chi sta davanti, riconoscimento e riconoscenza. E’ un atteggiamento di devozione che, in termini di credo e fede, si assume dinnanzi a una reliquia, all’altare, alla croce e a tutti i simboli portanti di molte religioni. Ricordando George Floyd diventa consacrazione del principio di equità, del rispetto dei diritti umani, della proclamazione e difesa della giustizia per tutti, della conferma che le distinzioni razziali non devono trasformarsi in discriminazione razzista.
Negli Stati Uniti è consuetudine che l’ufficiale preposto si genufletta sul ginocchio sinistro davanti ai familiari seduti, durante le esequie dei loro congiunti caduti in servizio militare. Le salme vengono onorate e ricordate, mentre la bandiera nazionale a stelle e strisce che le avvolge verrà consegnata piegata alle famiglie. Un cerimoniale solenne, in cui stato e cittadini si riconoscono in quel simbolo potente che contraddistingue ogni nazione. Ed è così che Floyd è stato accolto: una lunga e partecipata genuflessione reggendo i vessilli dell’America, alzando il pugno, recitando quell’unica sua frase, l’ultima, finchè l’aria nei polmoni glielo ha permesso, povero eroe in una guerra impari.

Minneapolis. (USA) Un milione di persone in marcia: Giustizia per George Floyd

La Storia è piena di genuflessioni davanti all’autorità religiosa, davanti ai potenti che governavano il mondo, gesto liturgico ma anche secolare. Nel 328 a.C., Alessandro Magno la introdusse come etichetta di corte, già in uso in Persia.  Nella cultura ebraica le ginocchia erano simbolo di forza e piegarle a terra raffigurava la sottomissione incondizionata a Dio.
L’inginocchiarsi è presente nella liturgia di molte religioni e ne è una delle rappresentazioni più ricche di significato. Negli avvenimenti storici, proverbiale è la genuflessione dell’imperatore Enrico IV che, per ottenere la revoca della scomunica da parte di Papa Gregorio VII fu costretto a rimanere inginocchiato col capo cosparso di cenere, per tre giorni e tre notti davanti al portone del castello di Matilde di Canossa. Un gesto che doveva esprimere pentimento e obbedienza.
E di una genuflessione tanto attesa ma mancata si parla in “Napoleone – vita del generale che volle conquistare il mondo” dello scrittore e giornalista tedesco Emil Ludwig (1881-1948), autore di molte biografie di straordinario successo.
Scrive: “[…] Ed ecco che, quando giunge il momento prestabilito e tutti sono in attesa della genuflessione di colui che nessuno ha mai veduto inchinarsi, egli col massimo stupore di mille e mille sguardi, afferra da sé la corona, volge la fronte alla chiesa e, col Papa alle spalle, tenendosi ritto come sempre in vita sua, incorona se stesso in faccia alla Francia. Poi incorona la donna inginocchiata. […]”
Una genuflessione rifiutata palesemente, ignorata, disprezzata come gesto insostenibile per se stesso ma non per sua moglie, futura imperatrice, sottoposta agli obblighi di procedura senza possibilità di sottrarsi.
La parola ‘genuflessione’ assume un significato metaforico in “Mussolini e Hitler: Storia di una relazione pericolosa” di Christian Goeschel.
L’autore scrive: “[…] Gli insoddisfacenti risultati militari dell’Italia in Grecia portarono ulteriore discredito per il Paese presso la gente comune in Germania, secondo i rapporti dell’SD (Sicherheitdienst-Servizio di Sicurezza) sull’opinione pubblica alla fine del 1940. Tipico sotto questo aspetto è il rapporto del 21 novembre 1940 secondo il quale i tedeschi avevano reagito con sentimenti misti, al discorso di Mussolini, visto largamente come una genuflessione  davanti a Hitler. […]”
Un piegare le ginocchia, in questo contesto, descritto e avvertito come abbandono della dignità e mancanza di forza, un comportamento che sottende arrendevolezza e sudditanza davanti al potere prevaricatore. In questi giorni inginocchiarsi nelle strade e nelle piazze con la foto di George Floyd in mano non assume particolari significati religiosi o celebrativi: è diventato un linguaggio che inneggia alla richiesta di giustizia, ai diritti per tutti, all’equità sociale per essere contemporaneamente un tributo a chi “è caduto in guerra”.
Riconosce sacrosanto il diritto alla vita per tutti senza discriminazioni e rifiuta la violenza. E in una Nazione, gli Stati Uniti d’America, dove si sta riaccendendo il dibattito sul libero accesso alle armi da fuoco e circolano più armi che persone, dove le comunità afroamericana e ispanica vivono situazioni di forte disagio, c’è bisogno di ricordarlo.

Foto nel testo: di Fibonacci Blue from Minnesota, USA – Protest march against police violence – Justice for George Floyd, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=90744811

L’israeliano Yoram Hazony sostiene “Le virtù del nazionalismo”.
Ma la storia d’Europa ci insegna l’esatto contrario

In tempi di costrizione in casa da pandemia, mi sono preso il tempo di leggere Le virtù del nazionalismo, il libro di Yoram Hazony presentato fresco di stampa a Ferrara lo scorso 12 dicembre 2019.
Dico subito che sono tante le cose che non so, per avere la pretesa di fare il pelo e contro pelo a chi è ritenuto fra i più vivaci intellettuali israeliani contemporanei: filosofo, pensatore politico, biblista, presidente del The Herzl Institute di Gerusalemme. Eppure qualche osservazione si può osare, rispetto a uno studio che entra senza giri di parole in un tema di bollente attualità.

Per quel poco di sintesi che si può fare di 323 pagine, Hazony sostiene che il miglior ordinamento politico sia un ordine mondiale di stati nazionali e indipendenti, mentre il peggiore è quello che si vuole basare su istituzioni internazionali: dall’ONU fino all’Unione Europea. Il motivo di fondo è che questo secondo modello è la costante riedizione di un potere imperiale che, inesorabilmente, finisce sempre per soggiogare e umiliare i legittimi interessi nazionali. Questa convinzione si fonda a partire dalla Bibbia ebraica (la TaNaK, sigla delle iniziali delle raccolte di libri che la compongono: Torah,  ossia i cinque libri del Pentateuco – Genesi, Esodo, Levitico, Numeri e Deuteronomio -, Neviim, i Profeti, e i Ketuvim, tutti gli altri Scritti).
Secondo Hazony, la storia biblica è un lineare e costante anelito alla fondazione dello stato (regno) nazionale d’Israele, contro le brame imperialiste del tempo (dalla schiavitù e della fuga dall’Egitto, con il celebre episodio del passaggio del Mar Rosso, alla cattività babilonese). Le radici religiose delle ‘virtù’ del nazionalismo proseguono con la Riforma protestante, in opposizione, ancora, all’imperialismo della Chiesa di Roma, incarnato nel principio espansionista della sua cattolicità, cioè universalità. Anche il milieu protestante viene ricondotto alle sorgenti del testo sacro d’Israele, dal momento che la Bibbia (in volgare), unitamente alla rivoluzione della stampa, per Lutero fu il cardine della sua svolta.
A sostegno di questo secondo movimento della storia, l’autore legge lo scontro tra Elisabetta (figlia di Enrico VIII) e l’Invincibile Armada di Filippo II di Spagna (1588), ossia contro l’imperialismo cattolico stile Sacro romano impero. Così presero le mosse le storie nazionali d’Inghilterra (con una chiesa nazionale), cui l’autore aggiunge altri paesi come l’Olanda e la nascita degli Stati Uniti d’America. Esattamente come la Bibbia ebraica sarebbe all’origine anche del peculiare itinerario del cattolicesimo nazionale francese, “testardamente resistendo – scrive – a papi e imperatori”.

Già questo primo basamento nella tradizione biblica a sostegno della causa nazionalista, merita una prima riflessione. Piero Stefani  nel suo Il grande racconto della Bibbia (2017) ricorda che, nonostante le aspirazioni, fu breve l’unità d’Israele, divisosi poi nei regni del Nord e di Giuda, non certo a causa di un’aggressione esterna.
Silvia Zanconato, biblista ferrarese, fa inoltre notare come la Torah, ovvero la Legge al cuore dell’identità e fedeltà ebraica, si chiuda con la visione della Terra promessa, non con la sua conquista e il suo possesso. In altre parole, nella Bibbia convivono e discutono chiavi di lettura in tensione: quella nazionalista, certo, ma anche quella che s’interroga sulla iineliminabile presenza dell’ ‘altro’, compagno, fratello, amico, straniero o nemico, ma sempre imprescindibilmente in rapporto.

Universalismo uguale Imperialismo

Continuando a seguire le tesi di Hazony, si arriva al pensiero liberale-illuminista (da Locke a Kant), messo sul banco degli imputati perché reo di essere anch’esso imperialista. Vediamo perché.
Non convince il filosofo israeliano nemmeno la teoria classica del contratto sociale, in base alla quale dallo Stato Naturale di libertà, l’uomo si emancipa, dando vita alla società per via del consenso, cioè facendo appello alla ragione. Una teoria che sfocia in un universalismo, perché accomuna tutti gli uomini nella cifra della ragione che ne fonda la libertà e, quindi, l’uguaglianza.
Anche in questo caso, universalismo viene letto come imperialismo, al quale Hazony oppone il principio del “patto di mutua fedeltà”, ossia il senso di appartenenza dell’uomo alla famiglia, clan, tribù e, infine, alla Nazione. Un ragionamento che si basa sulla sfera del sé, nel senso che ciascuno sente ogni minaccia come rivolta a se stesso, ai propri genitori, fratelli, parenti, nonni, comunità (clan, tribù) e alla Nazione di cui si sente parte, per cultura, tradizione, educazione e religione.
Viceversa, l’uomo non sentirebbe la medesima intima appartenenza verso una astratta comunità internazionale. Un’analisi che trae forza dalle lezioni filosofiche dello scetticismo ed empirismo anglosassoni, in opposizione all’astrattismo illuminista. Da qui il senso della Nazione che, tradotto, pare l’espressione della triade dio, patria, famiglia. E in difesa della Nazione, ogni uomo sarebbe disposto a qualsiasi sacrificio, mentre non proverebbe alcuna temperatura morale per un universalismo percepito come un’imposizione. E, come tale, imperialista.
Gli esempi storici di Napoleone e di Hitler, sarebbero, secondo questa lunghezza d’onda, compresi nel novero dell’imperialismo, perché intimamente connotati da un espansionismo estraneo al nazionalismo, più tendenzialmente geloso di tutelare-conservare i propri confini, innanzitutto culturali. Il fatto stesso che il Terzo Reich nazista fosse un richiamo esplicito al Primo Reich, si concepisse cioè come la riedizione del Sacro romano impero, è portato come conferma del ragionamento.

Una tesi di destra che non convince

Non convince, almeno me, come si possa trascurare che la follia nazista si sia compiuta nel nome di una ‘tedeschità’ sacralmente investita di dominare il mondo, sulla scorta di una degenerata superiorità razziale, verrebbe da dire, della tribù germanica. Come, del resto, il disastro bonapartista non è stato perpetrato tanto nel nome dei principi illuministi, quanto di un’esondante grandeur tutta francese.
Non sarebbe il caso di ammettere che il verme dell’odio espansionista e oppressivo ha abitato (e abita) sia il pensiero nazionale che quello sovranazionale?
Le nazioni che Hazony annovera virtuosamente alla tradizione della Bibbia ebraica, non hanno forse un passato (e un presente) colonialista: Gran Bretagna, Olanda e Usa?
Non esiste forse una linea tragicamente sottile nel nazionalismo, fra le legittime istanze di liberazione dall’oppressione imperialista (il Risorgimento italiano), e le tentazioni di dominio (la Serbia di Milosevic e di Mladic)?
E quanto la spietata pulizia etnica messa in opera da Tito con le foibe, è da attribuire all’imperialismo marxista,e quanto è invece riconducibile a un nazionalismo slavo?

La parabola autoritaria dittatoriale di Viktor Orban e il 

Arrivando alla cronaca di questi giorni, cosa dire della parabola dell’Ungheria di Orban che, approfittando cinicamente dell’emergenza pandemica, invoca e ottiene i pieni poteri mettendo sotto chiave libertà e garanzie democratiche, tanto che la stessa destra magiara ha gridato al colpo di Stato?
Gli organismi internazionali dovrebbero astenersi dallo stigmatizzare questa pericolosa e inquietante deriva, solo perché sarebbe ‘un’indebita intromissione imperialista’ negli interessi inviolabili di quella nazione?
E sarebbero imperialiste le tante voci che, in tempi di contagio pandemico, lamentano la mancanza di organizzazioni internazionali autorevoli per fare fronte comune ed evitare che ogni Paese vada per conto proprio, ripetendo i tragici errori del passato?
Resto dell’opinione che l’Unione europea, per quanto oggi onestamente inguardabile, debba la sua nascita non alla mai sopita tentazione imperiale, ma al desiderio di prevenire i disastri di un egualmente pericoloso nazionalismo, anch’esso tutt’altro che immune dal virus dell’odio razziale e dell’oppressione. Esattamente come, all’opposto, nell’opzione sovranazionale sarebbe il caso di riconoscere diritto di cittadinanza alla libera e pacifica collaborazione tra i popoli, come possibilità di ordine internazionale e non come voce esclusiva e necessaria della tentazione imperiale.

 

Le stagioni della pena di morte

Una nuova svolta di Papa Francesco che ha modificato la dottrina ufficiale della Chiesa cattolica sull’ammissibilità della pena di morte, che risale al maggio scorso ma resa pubblica solo in questi giorni. Il Pontefice riscrive il catechismo riformando il punto 2267, stabilendo che la Chiesa “si impegna con determinazione per l’abolizione in tutto il mondo” della pena di morte, perchè essa attenta all’inviolabilità e dignità dell’uomo. Il precedente, testo valido fino ad ora, risale al pontificato Wojtyla e recitava: “L’insegnamento tradizionale della Chiesa non esclude, supposto il pieno accertamento dell’identità e della responsabilità del colpevole, il ricorso alla pena di morte, quando fosse l’unica via praticabile per difendere efficacemente dall’aggressore ingiusto la vita di esseri umani”.

Una svolta, quindi, sostanziale, significativa e categorica in un’epoca in cui, davanti alla frequenza ed efferatezza di certi comportamenti, affiorerebbe istintivamente anche solo il pensiero dell’esecuzione capitale come esemplarità ma anche come deterrente. Nella storia la pena di morte sancita con processo era ritenuta la risposta valida e adeguata alla gravità di alcuni delitti e mezzo legittimo per la tutela dell’ordine pubblico e del bene comune. Oggi si sposta l’attenzione sull’aspetto individuale e si è più consapevoli che l’esecuzione capitale contiene una decisione e un’azione definitiva: togliere deliberatamente la possibilità di esistere a un altro essere umano. Toccare la tematica sulla pena di morte nel mondo significa aprire uno scenario controverso, tanti sono gli aspetti particolari, le differenze e una casistica tutt’altro che lineare, esauriente e limpida. Dati e segretezza di stato sulle morti per esecuzione in Cina, Malesia, Tailandia, Vietnam; dati parziali in quei Paesi dove la pena di morte era stata soppressa e successivamente reintrodotta; dati inesistenti nei casi di esecuzione sommaria non ufficiale e dati parziali non attendibili provenienti da quei territori in cui la pena di morte è stata sospesa solo recentemente, come in Mongolia e Guinea, dove il provvedimento risale al 2017. Una jungla di informazioni che ci pervengono ma insieme non riescono a comporre una panoramica certa e sicura. Il report di Amnesty International del 2017 ci dimostra come in Africa Subsahariana il decremento della pena capitale sia un dato visibile ed apprezzabile: il Kenya ha cancellato la pena di morte per omicidio, il Burkina Faso e il Ciad stanno lavorando a nuove leggi per modificare quelle in vigore sulla pena di morte, mentre solo in Somalia e Sudan le esecuzioni continuano anche in questi ultimi anni. In Botswana è stata ripresa la pena capitale. Nel report compaiono anche dati preoccupanti tra cui l’applicazione dell’esecuzione per traffico di droga in diversi Paesi come l’Arabia Saudita, la Cina, l’Iran e Singapore. Gli Stati Uniti rappresentano uno dei 76 stati al mondo e unico Paese occidentale dove persiste la pena di morte che continua a sollevare e incrementare un costante dibattito acceso nell’opinione pubblica su questa pratica. 37 degli States applicano la pena con modalità diverse: iniezione letale, camera a gas, sedia elettrica, impiccagione (New Hampshire), fucilazione (Oklahoma e Utah). Ultimo sperimentale provvedimento, l’uso dell’azoto per facilità di reperibilità ma dagli effetti non ancora accertati.

Non mancano nella cronaca fatti di atrocità inaccettabile come il caso del condannato a morte Lamont Reese, nel 2006 in Texas, che ha lottato fisicamente fino alla fine mentre veniva trascinato nella camera a gas gridando la sua innocenza e benedicendo gli esecutori, oppure un condannato morto dopo 40 minuti di incredibili sofferenze anziché i 7 minuti previsti dalle procedure. Assolutamente da deprecare l’esecuzione del 2007 in Ohio, durante la quale il boia non trovava le vene del condannato perché obeso. L’uomo è morto dopo 10 tentativi in due ore di agonia. E l’elenco sarebbe ancora lungo. La pena di morte in America, trova le radici storiche nelle colonie dei Padri Pellegrini, dove omicidio, adulterio, sodomia, stregoneria, alto tradimento erano i capi di imputazione. La letteratura ci fornisce molti spaccati dell’epoca come il tristemente famoso processo alle streghe di Salem (Massachusetts) nel 1693, conclusosi con tre condanne a morte per stregoneria. Il ricorso alla pena capitale perse di interesse nel corso dei secoli ma negli Anni ’70 l’opinione pubblica cambiò atteggiamento portando gli USA tra i massimi sostenitori delle esecuzioni letali, ritenendo la morte del condannato un atto definitivo che pone fine al dolore dei familiari della vittima, una sorta di risarcimento non solo alle famiglie ma alla società intera. Un atteggiamento mentale che diverge fortemente dalle tendenze abolizioniste europee ma che attualmente è nuovamente controtendenza. Oggi i reati previsti dalle sentenze sono: alto tradimento, omicidio plurimo, omicidio aggravato, spionaggio, attentato alla sicurezza nazionale, omicidio di agenti federali, poliziotti, militari e pompieri, terrorismo, stupro e tortura della vittima, abuso sessuale dei minori. Lo Stato con il più alto numero di esecuzioni è il Texas. Più che mai infervorata rimane la discussione sull’assegnazione della sentenza di morte con molte più probabilità ai poveri e meno abbienti, i relitti, la componente più debole della società, rispetto i ricchi, coloro che possono permettersi una difesa solida e accreditata. E le polemiche sul caso eccellente O.J.Simpson erano volte proprio a dimostrare come assassini ricchi non finiscono mai nel braccio della morte. O.J. Simpson, il famoso giocatore di football accusato negli anni ’90 di assassinio della moglie e di un amico, dopo anni di detenzione ha lasciato il carcere l’1 ottobre 2017 ed ora gode del regime di libertà vigilata.

Allo stato attuale le esecuzioni di morte nel mondo sembrano essere in stagnazione e l’impegno si moltiplica per contrastarle. In “Dei delitti e delle pene” (1764) di Cesare Beccaria, pilastro dell’abolizionismo, troviamo un’asserzione sempre attuale e più che mai vera, che ci inchioda davanti all’irrazionalità della cultura della violenza: “Parmi un assurdo che le leggi che sono l’espressione della pubblica volontà, che detestano e puniscono l’omicidio, ne commettano uno esse medesime, e, per allontanare i cittadini dall’assassinio, ordinano un assassinio pubblico.”

Fake news, troll e bot: quando i governi ‘contaminano’ le elezioni

Southlonestar. Texas Lone Star. PeterMagLob. United Muslims of America. La lista potrebbe continuare. Questi sono solo alcuni dei migliaia di account fake, cioè falsi, che sarebbero stati creati per scopi precisi, da agenzie filogovernative russe. Il loro compito: creare astio, aumentare i sentimenti razzisti e xenofobi, dare credito ai partiti populisti. Sono saliti alla ribalta nel 2016, con le elezioni di Donald Trump, che sembra essere stato ‘sponsorizzato’ dal governo del Cremlino.
Purtroppo le ingerenze non si sono limitate alla sola campagna elettorale americana: basti pensare che Southlonestar ha commentato una foto fatta dopo l’attentato sul ponte di Westminster che mostrava una donna musulmana che se ne andava ‘ignorando’ quello che stava accadendo. In realtà la spiegazione del fotografo Jamie Lorriman fu chiara, attribuendo il comportamento alla paura di quei momenti, al non voler essere di intralcio e, soprattutto, come lei, molta gente scappava via cercando di non guardare, impressionata dagli avvenimenti. L’odio scaturito dai commenti di Southlonestar non si è fatto attendere e soprattutto questa foto con il suo commento diventò virale. Era il marzo 2016. Sono passati mesi e ora è venuto fuori che questo sarebbe uno dei 2700 troll del governo russo. Un problema evidente, spesso banalizzato da Putin con un “Non ne sappiamo nulla. E’ tutto falso”. Ma qui di falso ci sono solo i migliaia di utenti creati per scopi precisi.

Nelle ultime ore anche un altro scoop, che sembra infittire ancor di più la trama del cosiddetto ‘Russiagate‘ è venuto a galla: sembra infatti che Trump jr. abbia avuto uno scambio di messaggi con Wikileaks, scrive The Atlantic, e che quest’ultima abbia addirittura consigliato un post da pubblicare al padre che era candidato alle presidenziali.
Un quadro losco, che si insinua nei meandri del deepweb, una rete di falsi nomi, account nati con lo scopo di impaurire, destabilizzare. Governi che giostrano i marchingegni di quello che sembra essere un copione di un film alla 007 e non la realtà dei fatti. Si perché di questo si tratta: la realtà dell’incertezza. La nuova era della ‘post-verità’. Questa nuova fase dove, purtroppo, i governi hanno capito la forza delle notizie, soprattutto se false, sul web. Non può di certo rincuorare il nuovo rapporto del think tank ‘Freedom House’ sulla libertà online. In questo resoconto si accerta che i governi di almeno 30 Paesi, tra i quali spiccano Russia, Cina, Turchia, Venezuela e Filippine, avrebbero usato manipolazioni di informazioni sul web con commentatori a pagamento, troll, bot e fake news. Purtroppo ciò non si ferma solo al mondo online perché le elezioni in almeno18 Stati, continua il rapporto, sarebbero state manipolate con questi mezzi. Il report segnala che anche in Italia ci sarebbero state questo tipo di ingerenze. Una situazione che appare sempre più drammatica e che non lascia ben sperare per il futuro soprattutto per noi in vista delle elezioni governative del 2018.

Una domanda a questo punto sorge spontanea: saremo realmente liberi di votare oppure saremo stati vittima dell’ennesimo troll?

Donald Trump

Futuro incerto, ma la vittoria controcorrente di Trump dimostra che cambiare si può

Con Trump sono a rischio i fondamenti della civiltà occidentale.
Questa forse la frase che mi ha colpito di più questa mattina. Perché mi ha fatto pensare a Platone, Aristotele, la civiltà greca, le Termopili, all’Impero Romano che disegnava il limes e piantava le radici comuni dell’Europa, a Carlo Martello che fermava gli arabi e a Carlo Magno, al Mediterraneo mare nostrum, al cattolicesimo, all’illuminismo, alla rivoluzione francese, alle bandiere tricolore che colorarono l’Europa dopo Napoleone.

Bandiere e rivoluzioni molto diverse da quelle arancioni dei giorni moderni.
Ma forse questa frase non era rivolta a questi valori, a questa parte di storia. Forse si riferiva a una storia molto più recente. A quella che ha insegnato la globalizzazione, la deregolamentazione dei mercati e dei capitali, al liberismo più sfrenato, alla perdita dei valori non solo occidentali, alle contrapposizioni tra nord e sud, tra est e ovest, tra poveri e ricchi, tra interessi di chi vive di grano, di pomodori freschi, di patate e di vita reale e quelli che invece giocano in borsa, fanno affari, creano soldi dai soldi e sono in pericolo quando qualcosa cambia.
E queste persone, che in fondo sono poche, hanno disegnato la nuova cultura occidentale, ne hanno gettato le nuove basi e hanno poi convinto tutti gli altri che questa grande illusione fosse vera. La crisi del 2007 – 2008 che tante pene ha dato all’intera umanità è stata figlia anche delle scelte di Bill Clinton che ha definitivamente abbattuto l’ultimo margine tra la finanza e la gente con l’abolizione del Glass-Stegall Act, in piena sintonia con il nuovo modello propinato di cultura occidentale. Trump vuole ripristinare quella barriera ma noi pensavamo che la moglie di Bill fosse più presentabile solo perché magari è donna o perché gli scandali dei Clinton fanno meno paura alla grande finanza.

Come per la Brexit protestano i grandi interessi, i gestori di fondi fanno ricorsi perché difendono le borse, i capitali e la gente è confusa lì nel mezzo, senza gli strumenti per capire realmente se il suo interesse reale sia la sua vita quotidiana o i titoli gestiti in quei palazzoni della city.

Trump è stato schietto, chiaro in quello che voleva fare. Forse troppo, e ha spaventato e di certo non è il meglio che il mondo si sarebbe aspettato da un Paese con 300 milioni di abitanti. Il mondo si è dovuto schierare tra due personaggi dubbi, ma di sicuro antagonisti, che avrebbero dato un futuro diverso e ha scelto. Per il cambiamento, perché il presente non piace più, ora è più chiaro a tutti.
La Clinton avrebbe lasciato il mondo com’è adesso. Ma a chi piace questo mondo? Un mondo dove contro ogni interesse logico, commerciale e di interesse nazionale siamo costretti a d inviare soldati ai confini con la Russia, a erogare sanzioni economiche contro gli interessi dei nostri imprenditori, accettare invasione del nostro mare e bombardare paesi in aperto contrasto con i nostri interessi commerciali e di buon vicinato.

Calano le borse, hanno paura e si spera in tutta sincerità che possa essere un inizio del ribaltamento dei valori reali, che si possa tornare a ridisegnare i fondamenti della cultura occidentale. E non credo che questo voglia farlo Trump, forse non ne è capace, forse nemmeno lo capisce. Lui ci sta’ dicendo solo che è possibile cambiare, il resto tocca a noi farlo, adesso potrebbe essere più facile.

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Stabilite le date del Ferrara film festival. “Il segreto è crederci”

Si terrà dal 31 maggio al 5 giugno il Ferrara film festival, primo festival a tema “grande cinema americano”, inteso come azione, effetti speciali, trame ad alto tasso di suspence e alta qualità. Ideato da Maximilian Law, attore e produttore di origine ferrarese e americano d’adozione, il progetto ha avuto il grande sostegno della Ferrara Film Commissione e del Comune di Ferrara.

Da vedere il trailer “Believe“, che pubblicizza e racconta la nascita di questo primo festival internazionale dedicato al cinema hollywoodiano.

Per saperne di più clicca qui e visita il sito del Ferrara film festival.

Per leggere il comunicato stampa a cura degli organizzatori clicca qui.

Il Ferrara Film Festival è ideato e organizzato dalla casa di produzione Perpetuus di proprietà di Maximilian Law. Partner e collaboratori del Ferrara Film Festival sono Ferrara Film Commission, Comune di Ferrara, Stileventi, Teatro Nucleo, Fondazione Carlo Rambaldi, ASCOM e Comune di Vigarano Mainarda. Patrocina la manifestazione l’Ambasciata Americana in Italia.

L’OPINIONE
Le mani sul petrolio e la profezia di Gheddafi

E ora? Confusione, paura, morte, terrore… Qualcuno di noi, europei coalizzati con gli Stati Uniti, si è mai chiesto che potrebbe essere stato un errore “pianificare” l’uccisione di Saddam e Gheddafi? Sono state dimenticate e sottovalutate le parole di Gheddafi: “Senza di me vi invaderanno, milioni di immigrati illegali, i terroristi salterebbero dalle spiagge di Tripoli verso Lampedusa e la Sicilia. Sarebbe un incubo per l’Italia e l’Europa, svegliatevi! Questi non credono al dialogo, ma pensano solo a combattere e a uccidere, uccidere, uccidere”.
A quattro anni di distanza, dalla sua morte, queste parole suonano come una sibillina profezia.

Stesso errore con Saddam Hussein, dittatore dell’Iraq, giustiziato nel 2006 e che ora, i suoi ex ufficiali, una cinquantina, sarebbero a capo del califfato. Con l’insana idea di eliminare questi due “capi” ci siamo puniti con le nostre stesse mani… La strage di Nassirya non ci aveva insegnato proprio nulla? Il messaggio che hanno voluto inviarci non è stato ben recepito?

Sappiamo benissimo che gli interessi in ballo, più che religiosi, sono di natura economica. Si tratta di controllo territoriale e strategico delle risorse petrolifere.

A questo punto sarebbe logico distruggere il sofisticato business sotterraneo dell’Isis, fermare ogni attività terroristica, ogni rifornimento di denaro e di armi a questi criminali. Andare a bombardare la capitale della Siria, come hanno appena fatto i francesi, si rischiano solamente uccisioni di civili innocenti e poco più di niente.

Si dice che siano una quarantina gli Stati che li finanziano: l’Arabia Saudita, Qatar, Kuwait, Turchia e tantissimi altri: una pazzia! Si devono bombardare i pozzi petroliferi, non le città! Ma questo non lo si vuole… Abbiamo “combattuto” a prezzi umani altissimi per il petrolio e non vogliamo e non possiamo mollarlo…

In questo delicato periodo la Ue invece di perdere tempo nel “boicottare” i prodotti israeliani, con la bugia dei territori occupati, casomai “contesi”, l’avesse impiegato a combattere il terrorismo, avrebbe fatto cosa buona e giusta. Però a qualcosa è servito l’atroce attentato a Parigi, a far comprendere come vive Israele ogni giorno nel difendersi dai continui attentati e accoltellamenti. Ha detto giusto Vittorio Sgarbi:”C’è un Paese che oggi siamo noi. Si chiama Israele che deve difendersi con la forza dell’intolleranza che Israele sia lì. Allora quello che è capitato a Israele oggi tocca a noi. Tutta l’Europa è Israele, dobbiamo abituarci a vivere come loro. Sono stato a Tel Aviv, se vai al cinema ti controlla no quattro ore”.

Netanyahu, il primo ministro israeliano aveva avvisato la Francia, mesi fa, tramite i servizi segreti israeliani, che qualcosa di brutto si stava muovendo e non gli hanno creduto…

Ci sembra di aver compreso che l’Europa occidentale intende vivere nelle medesime condizioni in cui vive Israele, bene, però bisogna tener presente che in Israele quando i terroristi palestinesi compiono attentati contro la popolazione israeliana dopo poche ore o al massimo dopo qualche giorno li trovano, non se li fanno scappare…

UN’ALTRA ECONOMIA
Europa, Stati Uniti e la Guerra delle Banane

Certamente meno devastanti dei tanti conflitti militari che si sono consumati e si stanno consumando tuttora nel mondo, le guerre diplomatiche con a oggetto principale i mercati internazionali possono avere risvolti altrettanto determinanti sul futuro delle popolazioni. Un’aspra contesa commerciale è recentemente avvenuta fra le due superpotenze di Stati Uniti ed Unione Europea ed ha avuto come campo di battaglia figurato quello del commercio del frutto tropicale più consumato al mondo: la banana.
La motivazione potrebbe sembrar ridicola, ma l’ironia viene meno se si considera il giro d’affari che è in grado di muovere il mercato in questione: dal 1996 al 2011 la principale multinazionale statunitense produttrice di banane in America Latina ed esportatrice nei Paesi europei ha dovuto sborsare in media 200 milioni di euro annui in dazi sull’importazione imposti dall’Ue per far arrivare sulle tavole del continente in media 57 milioni di tonnellate di banane all’anno.

D’altra parte il “libero commercio” tanto auspicato da Adam Smith nel suo celebre “Wealth of Nations” è da sempre stato un ideale formalmente perseguito ma spesso rinnegato a livello pratico dalle due potenze continentali che sin dal secondo dopoguerra hanno vissuto fasi alterne fra grandi aperture reciproche e ricadute nel protezionismo. Se le cose sarebbero dovute andare meglio con l’istituzione del Gatt (General Agreement on Trades and Tariffs) avvenuta nel 1960, è anche vero che l’Europa ha, oltre alla salvaguardia dei diritti umani, fra i suoi scopi principali la libera circolazione di merci e lavoratori all’interno dei propri confini, mentre per il commercio estero ha tradizionalmente adottato una politica protezionistica, in particolare per la propria agricoltura. Perfino la mitica “Land of Freedom” non ha sempre concesso il libero mercato: il caso più eclatante di barriere protezionistiche erette dagli Usa si ebbe quando, nel 1971, il presidente Nixon, dopo aver sganciato il dollaro dalla convertibilità in oro, per porre freno al grave deficit di bilancio di cui lo Stato Federale soffriva, impose non solo una forte svalutazione competitiva, causando disordini monetari in tutto il mondo, ma organizzò anche un grande sistema di dazi sulle importazioni e di detassazione sulle produzioni interne.

Tornando alle banane, tuttavia, la situazione sembra essere più complessa rispetto alla semplice volontà di porsi in maniera più competitiva sui mercati internazionali. Nel 1996, infatti, gli Stati Uniti hanno addirittura chiamato in causa il Wto (World Trade Organization), arbitro delle dispute internazionali riguardanti il commercio, denunciando la disparità di trattamento che l’Unione Europea riservava loro rispetto ai più avvantaggiati paesi Acp nel commercio del frutto tropicale.
La sigla Acp sta ad indicare quei Paesi dell’Africa, dei Caraibi e del Pacifico, che furono fino all’inizio del secolo scorso colonie del Vecchio Continente e che ancora soffrono di sottosviluppo economico. Fra i diversi piani per lo sviluppo di tali aree vi è anche l’iniziativa del 1975 dell’allora Comunità Europea di offrir loro condizioni favorevoli per quanto riguarda l’esportazione in Europa di prodotti locali tramite l’azzeramento o la minimizzazione dei dazi, rendendo così meno costoso per gli Acp commerciare diverse merci, fra cui le banane oggetto della contesa, nell’Unione rispetto a quanto non sia per gli Stati Uniti e il resto del mondo.

Nel 2009 le due potenze sono giunte ad un “accordo di pace” sulla diatriba: l’Unione Europea avrebbe progressivamente ridotto le proprie tariffe sulle importazioni delle banane da 176 euro a 114 euro a tonnellata ottenendo in cambio dagli Usa la rinuncia alla causa intentata contro l’Ue presso il Wto. Difficile in quest’occasione definire chi si trovi nella veste del vincitore e chi in quella dello vinto: per i consumatori europei probabilmente non cambierà molto, almeno fino ad ora non si sono viste rilevanti variazioni al ribasso del conteso frutto tropicale; probabilmente la situazione migliorerà per le multinazionali americane, prima fra tutte la Chiquita, che riescono così ad accedere al mercato pagando meno tasse pur mantenendo gli stessi prezzi ottenendone un guadagno maggiore. La speranza è che questo maggior margine possa essere distribuito ai lavoratori nelle grandi coltivazioni dell’America Latina, dove hanno sede operativa le suddette multinazionali. Coloro che più hanno di che preoccuparsi sono invece i coltivatori e i proprietari delle piccole-medie imprese agricole presenti negli Acp: questa semiliberalizzazione del mercato con gli Usa altro non fa che costringerle a competere con una protezione decisamente inferiore al passato contro un avversario ben più grande di loro. Se per il momento, come detto, il mercato è rimasto stabile, vi è il concreto rischio che gli esportatori americani decidano di avviare una guerra di prezzi contro gli Acp. Si tratterebbe di una situazione di breve periodo vantaggiosa per i consumatori, ma tutt’altro che auspicabile per gli Acp i quali, non avendo una produttività ed un’efficienza paragonabile alle multinazionali statunitensi, uscirebbero indiscutibilmente sconfitti da una simile competizione. Se ciò avvenisse, potrebbe portare ad effetti perversi sul lungo periodo sia per gli Acp che per l’Unione Europea: i primi sarebbero probabilmente costretti ad uscire dal mercato, con un gravissimo danno alla loro economia, la cui esportazione agricola è ancora traino della crescita, i secondi potrebbero trovarsi a pagare banane a peso d’oro, visto che gli Stati Uniti verrebbero così a dominare un mercato privo di concorrenti.

Il fatto che l’Unione Europea commerciasse a condizioni favorevoli con gli Acp, anche se dal punto di vista giuridico si possa configurare come una discriminazione nei confronti di alcuni rivenditori, altro non era che uno squilibrio creato con uno scopo etico: avvicinarsi quanto più possibile a saldare un debito insaldabile facilitando lo sviluppo di Paesi in cui il colonialismo ha lasciato ferite non ancora rimarginate e forse non rimarginabili.
Che sia giusto o no l’accordo a cui sono pervenute Ue e Usa è un quesito difficilmente risolvibile e che si presta a infinite discussioni. La speranza è che per il futuro possa prevalere il buonsenso soprattutto da parte delle multinazionali: il riequilibrio delle condizioni contrattuali attuato in loro favore non deve portare ad una guerra di prezzi. Notoriamente, purtroppo, l’etica non è esattamente ciò per cui le multinazionali si sono distinte nel tempo, sarebbe dunque necessario, almeno in questo caso, un intervento del Wto non negli interessi esclusivi delle uguali condizioni di mercato a tutti i costi, ma negli interessi delle persone e dei popoli che da quel mercato, la cui storia avversa ne ha condizionato la competitività fino ad oggi, ricavano una delle pochissime fonti di reddito. Una soluzione etica è l’unica strada percorribile se si vuole evitare che la guerra delle banane, che dovrebbe essere finita, a breve cominci a mietere vittime.

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La Casa della Libertà

Presumo di sapere a cosa state pensando, ma vi sbagliate. Berlusconi e la sua Casa delle Libertà, non c’entrano nulla. Ma quando si dice che il mondo è piccolo! Guarda questi dove sono andati a pescare l’idea.
‘Freedom House’ è una organizzazione non governativa internazionale, fondata a Washington nel 1941, con lo scopo di condurre attività di ricerca e di sensibilizzazione su democrazia, libertà politiche, e diritti umani. Ogni anno pubblica un rapporto relativo al grado di libertà democratiche percepito dai cittadini di ogni Paese. Per il 2014 l’Italia occupa il 64° posto nella classifica internazionale della libertà di informazione, perché Freedom House giudica l’Italia un Paese semi-libero.
Allora cerchiamo di capire questa “Casa della Libertà” d’oltreoceano cosa intenda per ‘libertà’ e ‘democrazia’. A leggere i testi, consultabili nel sito [vedi], non c’è ombra di dubbio. La definizione di democrazia si focalizza sulle forme di governo rappresentativo, come opposto ad altre forme che enfatizzano la demagogia e la partecipazione diretta delle masse, definita con il termine inglese ‘mobocracy’, che non ha il suo corrispettivo in italiano, se non in ‘oclocrazia’, dal greco, appunto, governo delle masse.
La democrazia come mobocracy fu un’idea largamente diffusa negli Stati Uniti d’America con l’edizione del 1798 dello “Spelling Book” di Noah Webster, che conteneva il “Catechismo Federale” e, in particolare, le possibili deformazioni della democrazia, che i lettori erano invitati a memorizzare.
Per farla breve, tutti i movimenti e le organizzazioni politiche che in qualche modo cavalcano l’idea della demagogia e del governo diretto delle masse, non rientrerebbero nella definizione né di libertà né di democrazia per i fondatori della Freedom House.
Si fa presto a dire democrazia e libertà, più difficile è comprendere l’implicazione che la democrazia rappresentativa ha per la vita, non di un paese in generale, ma per le singole persone.
Da questo punto di vista è interessante dare un’occhiata agli studi condotti da Ronald Inglehart dell’Istituto di ricerche Sociali dell’Università del Michigan e da Hans Dieter Klingemann del Centro di Ricerche Sociali di Berlino.
I due ricercatori hanno usato la definizione di democrazia, fornita dalla Casa delle Libertà, per determinare la relazione tra democrazia e benessere come percepito individualmente. E i risultati sono davvero sorprendenti. Dai loro studi transnazionali emerge la mancanza di relazione tra democrazia e felicità personale, tanto che ad esprimere il maggior grado di soddisfazione personale sono oggi i cittadini di paesi con governi autoritari come la Cina e Singapore. Per cui, relativamente al benessere individuale, il livello di democrazia di una società sarebbe marginale, se non insignificante. Il problema non è che democrazia e benessere non siano strettamente collegati, ma che piuttosto non sta in piedi l’interpretazione secondo la quale la democrazia determina il benessere e la felicità dei cittadini. Altri fattori giocano un ruolo ben più rilevante, a partire dal livello di sviluppo economico di un paese.
Ce n’è quanto basta per riflettere sulle vicende di casa nostra, in particolare su come l’acuirsi della crisi economica metta sempre più a repentaglio la pratica della democrazia così come definita dalla Casa della Libertà, per dar sfogo a spinte verso quella mobocracy che sarebbe il suicidio della democrazia stessa.
Poiché la democrazia è collegata allo sviluppo economico, il quale contribuisce alla felicità, può accadere che ad essere più felici siano proprio i cittadini di stati a regimi autoritari, ma con un sostenuto sviluppo economico, come è dimostrato dal caso della Cina e di Singapore.
Le istituzioni democratiche, dunque, non necessariamente rendono le persone più felici, da questo punto di vista non mancano esempi convincenti da parte della storia. È sufficiente pensare alla Germania di Weimar, o alla Russia all’indomani delle libere elezioni del 1991, dove il benessere delle singole persone non è cresciuto rispetto a prima.
Anche Ruut Veenhoven, sociologo, docente alla Università Erasmus di Rotterdam, fondatore del ‘World database of happiness’, usando la definizione di libertà politiche offerta dalla Casa della Libertà, è giunto alle stesse conclusioni dei ricercatori precedentemente citati. Tuttavia, se la libertà non sempre contribuisce alla felicità, da questa non si può prescindere.
La definizione di libertà di Veenhoven include l’economia, la politica e le libertà personali, la libertà di impresa, tasse basse, e la circolazione dei capitali. La lista delle libertà personali enumera le pratiche religiose, la libertà di viaggiare, di matrimonio e sessuale.
C’è un interrogativo inquietante che emerge da tutto questo. Ed è il peso che il benessere economico, la civiltà dei beni di consumo hanno assunto nella vita delle persone, tanto che saremmo disposti a rinunciare a parte delle nostre libertà politiche pur di possedere.
La mente mi corre a quella economia, materia di studio che il governo Renzi, con il progetto della Buona scuola, intende implementare nel curricoli di studio del nostro sistema scolastico.
Di fronte alle politiche di austerità che oggi ci vengono imposte, il tema vero, se non vogliamo mettere a repentaglio le fondamenta della Casa della Libertà che abitiamo, è indagare la relazione tra organizzazione economica, libertà e istituzioni democratiche. Ci sono altri modi possibili di pensare l’economica per accrescere la felicità umana, che non mettano a repentaglio le libertà personali, il diritto di voto e i principi della democrazia rappresentativa?
Le scuole dovrebbero affrontare, a partire dalla loro organizzazione, la più democratica possibile, l’insegnamento di come le istituzioni politiche possono contribuire alla crescita della felicità umana.
Sono tempi questi nei quali, se non si riflette attentamente su tutto ciò e non si attrezzano i giovani ad affrontare il futuro, ne può andare a rischio il loro domani, oltre al nostro.

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SGUARDO INTERNAZIONALE
“L’economia mondiale è in crescita. Sono Europa e Stati Uniti che vanno indietro”

“Non è vero che la crisi è mondiale come ci raccontano. L’economia del pianeta nel 2012 segna un più 3,9 per cento. E’ il vecchio mondo che è in crisi. E il vecchio mondo siamo noi: Europa, Giappone e Stati Uniti. A trainare lo sviluppo sono quei Paesi che ci ostiniamo a definire emergenti: Cina in primo luogo e India. Non so cos’altro dovranno fare per convincerci di essere ampiamente emersi, mentre noi sprofondiamo…”

Per oltre un’ora di lezione, avvincente come un thriller, brillante come una commedia, il professor Lucio Poma dell’Università di Ferrara ha tenuto inchiodati alle sedie il pubblico di Internazionale, che ha riempito l’aula magna e altre due sale approntate per l’occasione, spiegando ciò che di norma gli altri economisti non dicono. “Tutti i modelli che abbiamo utilizzato finora non funzionano più”, ha affermato. Ecco in pillole la sua analisi.

La crisi parte da lontano, non dal 2008 come si tende ad affermare, è strutturale e non congiunturale. E’ dal 1999 che la forbice fra import ed export si è ribaltata a danno di Europa e Stati Uniti. Da allora il divario è costantemente cresciuto a vantaggio dalla Cina sino alle attuali impressionanti proporzioni.

Con una crescita annua costante del 14 per cento dal 1986, la Cina ha ormai quasi raggiunto il livello del Prodotto interno lordo degli Stati Uniti, se continua così fra 7 o 8 anni lo supererà. Ma cresce anche l’Africa, dove i cinesi stanno investendo.

La Cina, oltretutto, dal 2004 è creditrice degli Stati Uniti, questo la pone in una posizione di forza. Ha acquistato parte del debito americano e come ogni creditore può chiedere in ogni momento la restituzione del prestito. Se ciò dovesse succedere l’economia americana si troverebbe in grandissima difficoltà. Perciò la Cina è in grado di condizionare le scelte degli Stati Uniti e di conseguenza di controllare le mosse sullo scacchiere internazionale nel quale gli Stati Uniti restano principali attori.

In Europa, la politica della Bce, che ha ridotto a zero il costo del denaro, non funziona poiché – spiega il prof con un esempio calzante – gli imprenditori, se hanno già in casa 10 macchinari e tre sono fermi per mancanza di lavoro, non prendono l’undicesimo nemmeno se glielo regalano, perché poi la manutenzione costa.

Il problema non sono le banche, il debito o il tasso di interesse. La produzione ristagna perché non riusciamo più a competere a livello di costi, le incidenze da noi sono tali da squilibrare il mercato dei prezzi. Il nostro prodotto costa troppo e non è appetibile. I cinesi ci hanno copiato come negli anni Sessanta facevano i giapponesi. Irrisi gli uni e gli altri. Poi s’è visto come è andata.

Pensiamo anche all’impatto esplosivo, in termini di consumi, di oltre un miliardo e 300 milioni di persone, finora sempre escluse dal benessere, che si stanno avvicinando ai livelli minimi di comfort. Moltiplichiamo per quel numero il semplice fabbisogno di pavimenti, pneumatici, pannolini…

Funziona la manifattura cinese che si alimenta di grandi squilibri economici e sociali. I vantaggi competitivi della Cina derivano da un mercato del lavoro privo di tutele. Ma se Obama alza la voce per imporre alla Cina il rispetto dei diritti dei lavoratori o protesta per lo sfruttamento dei minori si sente rispondere: non c’è problema però tu ridacci il nostro prestito. E allora deve subito spiegare che stava scherzando. Questa è la situazione.

Noi occidentali siamo vecchi, vecchi dentro. Sopraffatti dai monopoli che non hanno interesse a innovare perché dominano i mercati. Dal 1989, dopo il crollo del muro, si è sopita la competizione internazionale e la concorrenza, lievito dell’innovazione. L’innovazione si fa in Oriente e negli Emirati, dove si investe perché c’è ansia di riscatto e di affermazione di status.

Come se ne esce allora? C’è una speranza, in particolare per noi italiani? Sostanzialmente non abbiamo risorse minerarie, non siamo produttori, ma operiamo da sempre nel segmento della trasformazione. La nostra forza è la conoscenza, coniugata alla cultura del fare. Dobbiamo valorizzare questa leva. Abbiamo le università più antiche del mondo, dobbiamo mettere il sapere e la ricerca al servizio dell’industria e della produzione. Ciò che ci ha sempre reso grandi è stata la capacità di tramutare un bene in un manufatto a forte valore aggiunto. E’ indispensabile ritrovare la capacità di fare fruttare il nostro talento e il nostro genio.

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SGUARDO INTERNAZIONALE
Creazionismo e apologia del capitalismo nel Texas ultraconservatore

Il Texas fa spesso parlare di sé. Secondo stato più popoloso degli Stati Uniti, dominato dai repubblicani – tra cui i presidenti Johnson, Bush padre e Bush figlio –, ha un’economia legata al petrolio e alla relativa industria. Il grande stato del Sud è inoltre molto importante per essere uno dei poli nazionali dell’ingegneria aerospaziale, perché vanta la sede della Nasa.
Record negativo, il Texas è il primo stato dell’Unione per esecuzioni capitali, ed è conosciuto anche al di fuori dei suoi confini per la disinvoltura dei suoi abitanti a maneggiare le armi, causa delle molte assurde stragi avvenute sul suo territorio.
Il Texas confina con il Messico, di cui sfrutta la manodopera a prezzi ridicoli, ma combatte con metodi disumani l’immigrazione illegale dei tanti ‘indocumentados’ che si introducono con qualsiasi mezzo sul suolo americano, a volte a costo della vita.
Il Lone Star State, Stato della stella solitaria, soprannome con il quale il Texas è conosciuto – è anche il più grande baluardo del protestantesimo evangelico degli Stati Uniti, e conta il più alto numero di praticanti del paese. Non a caso i testi scolastici recepiscono questa devozione tutta americana, che discende in linea diretta dal fondamentalismo cristiano sviluppatosi nel Paese tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. Oggi, molto forti sono i movimenti religiosi di stampo conservatore che credono nell’infallibilità della Bibbia e mettono in discussione il concetto costituzionale della separazione tra Stato e Chiesa, al punto che i libri di scuola texani sono infarciti di informazioni storiche distorte e idee scientifiche alquanto discutibili.
Il Texas freedom network (Tfn), un’organizzazione non profit che difende la libertà religiosa e combatte la diffusione di idee ultraconservatrici nella società texana, ha preso in esame i più recenti manuali scolastici e ha rilevato gravi imprecisioni in materie quali la storia, la geografia, la religione, l’educazione civica.
In alcuni testi si afferma che Mosè ha ispirato la democrazia americana, o si liquida la questione della segregazione razziale nelle scuole pubbliche del secolo scorso come un fatto occasionale. Vari libri di storia mostrano una visione ostile all’Islam e ai musulmani, con un’operazione piuttosto discutibile in un momento storico delicato come quello che stiamo vivendo.
In generale, i testi tendono ad amplificare l’influenza della tradizione giudaico-cristiana sulla fondazione della nazione e sulla storia politica dell’Occidente, e a descrivere con caratteri enfatici e acritici la società capitalistica odierna.
Provocazioni di questo tipo hanno fatto crescere la tensione in uno Stato dove il mercato dei libri scolastici è talmente ampio da condizionare l’intera industria editoriale nazionale. Voci critiche lamentano il fatto che un manipolo di attivisti religiosi – o semplicemente di conservatori – abbia acquisito un potere così forte in grado di plasmare ciò che quasi 5 milioni di studenti delle scuole pubbliche texane si apprestano a studiare.
Le battaglie più violente si giocano sulle questioni riguardanti le cause del cambiamento climatico e sul binomio evoluzionismo-creazionismo, da anni al centro di un aspro dibattito. Mettere in discussione la responsabilità umana sui mutamenti climatici, chiedere agli studenti di valutare se le Nazioni Unite possano minare la sovranità degli Usa, o sostenere che gli esseri viventi e l’universo sono frutto della creazione divina, e non di un processo evolutivo da forme primitive a forme più complesse, oltrepassa i confini dell’ambito scolastico – peraltro fondamentale per la formazione delle coscienze di futuri adulti e cittadini consapevoli – e sconfina nel grande mare della politica.
Dietro a queste idee fa capolino l’Heartland Institute, un centro studi di Chicago attivo nell’ambito della salute, dell’ambiente e dell’istruzione, ‘think tank’ di posizioni conservatrici e in controtendenza rispetto al pensiero scientifico condiviso dalla comunità internazionale, finanziato da imprenditori della destra americana contrari all’amministrazione Obama.
A novembre una commissione esaminatrice locale dovrà decidere se approvare i nuovi testi. Il rischio, per le future generazioni, è quello di approcciarsi alle scienze sociali sotto la lente del revisionismo e dell’ideologia, e di alimentare oscurantismo e nuovi fondamentalismi.

america

C’era una volta ‘Lamerica’

di Emiliano Trovati

Buon compleanno America. Ma all’alba del terzo millennio il prestigio del Nuovo Mondo sembra essere in declino. Nella ricorrenza del 4 luglio gli Stati Uniti d’America festeggiano la propria dichiarazione d’indipendenza dall’impero coloniale inglese. Quell’evento ha scatenato, non solo nei rapporti tra corona e colonia, un terremoto politico internazionale.
Le idee di libertà maturate oltre oceano, alle quali anche l’Italia, grazie al contributo del medico e filosofo pisano Filippo Mazzei, aveva dato un grande contributo, permearono all’interno dell’Europa monarchica e assolutista, trovando terreno fertile fra le masse e portando ai moti rivoluzionari dai quali nacquero gli Stati nazionali moderni. Dal secondo dopoguerra in poi, l’America, grazie al suo paradigma economico, sociale e culturale – l’American way of life -, affascinerà l’immaginario collettivo del vecchio continente, e del mondo intero, arrivando a ricoprire il ruolo di Paese guida, in una posizione di preminenza rispetto ai partner internazionali. Preminenza però che sembra aver imboccato la via del declino, soprattutto dall’ultimo trentennio dello scorso millennio in poi. Responsabili di questo arretramento le forti contraddizioni sociali interne, dai problemi etnici al sistema socio sanitario, che discrimina le fasce più deboli della popolazione, l’avanzata economica di Paesi come la Cina e politica dell’Unione Europea, e dal ruolo a dir poco controverso con cui l’America gestisce la sua politica estera. Di tutto questo abbiamo parlato con la professoressa di storia ed istituzioni delle Americhe, al dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Bologna, Raffaella Baritono.

Professoressa, oggi è il 4 luglio, ricorrenza della dichiarazione d’indipendenza americana. Più di due secoli dopo la sua nascita, cos’è l’America oggi?
Interessante l’utilizzo del termine America. Non è in realtà un errore così strano. Quando noi utilizziamo il termine America oppure Usa, in maniera più o meno consapevole, ci rapportiamo ad un diverso contesto. L’America evoca nell’immaginario, un’idea, una rappresentazione, è un insieme di miti e metafore, prodotte dallo sguardo europeo verso il nuovo continente. Stiamo parlando di un processo secolare avviatosi dopo la sua scoperta, che produsse un terremoto nelle coordinate mentali degli europei e quindi la necessità di dare un senso, di inserire questa cosa, di cui nessuno aveva il sentore, dentro la cultura, il modo di pensare, le coordinate geografiche e lo spazio europei. L’America prima di tutto è una proiezione, un immaginario europeo.
Quando dalla rivoluzione delle 13 colonie si produsse un nuovo Stato, gli Usa cominciarono a costruire una rappresentazione dell’America in antitesi col vecchio mondo: “Noi siamo ciò che non è l’Europa”. Si è creato così uno Stato ben preciso, con una storia significativa, costruita proiettando l’idea di essere differenti e faro della libertà, rispetto alla tirannia, all’autoritarismo o all’intolleranza del vecchio continente. Questa idea, poi, s’è caricata di valori universali e propagata man mano che gli Stati Uniti, da realtà marginale, divenivano potenza mondiale.

E allora, cosa sono gli Stati Uniti d’America oggi?
Senza dubbio sono una potenza mondiale. Una potenza di tipo globale, con interessi geopolitici non solo nel contesto Atlantico – com’è stato per il periodo della guerra fredda -, ma soprattutto nel Pacifico, dove si concentra la loro strategia di politica internazionale.
Sono ancora un Paese in grado di proiettare una visione dinamica, perché demograficamente in crescita, e mobile, se guardiamo ad esempio alle dinamiche generazionali, etniche e razziali.
Un Paese sempre meno bianco, ma fatto di minoranze che diventano piano piano maggioranza: cosa questa che costituisce un elemento significativo, soprattutto se guardiamo alle dinamiche politiche. La presidenza di Obama, infatti, non si spiega soltanto dalla sua capacità innovativa, che indubbiamente ha avuto, o dalla sua strategia, che ha saputo intercettare volontà di cambiamento radicate nella popolazione, ma si inserisce dentro questa modifica significativa della popolazione americana in termini etnico-razziali. Anche per questo l’America è un Paese sempre meno europeo e sempre più globale.

Obama a gennaio nel suo whish list ha parlato di America come di opportunity per l’Europa e per il mondo. È ancora così?
Per certi versi sì e per altri no. L’economia e la società americana sono ancora un modello aperto, è una terra d’immigrazione, nonostante i suoi problemi con l’America latina e le paure o le ansie dei conservatori. Il modello economico e sociale americano sta diventando troppo diseguale e la politica di Obama non è stata in grado di risolvere, a causa di una forte contrapposizione e polarizzazione ideologica, e politica che sta rendendo il sistema americano un sistema immobile. Lo vediamo ad esempio in merito alle battaglie sulla sanità, lavoro o alle scelte sull’ambiente.

Prima ha detto che l’America è nata sull’idea “noi siamo ciò che non è l’Europa”. Vuol dire che c’è una cesura tra i due continenti oltre quella geografica?
I due continenti hanno vissuto di relazioni molto strette ma anche molto conflittuali. Durante la guerra fredda i rapporti tra i Paesi europei e gli Stati Uniti sono stati raramente rapporti pacifici, anche se naturalmente alcuni conflitti di fondo venivano sopiti. I paesi europei hanno sempre avuto bisogno dell’ombrello di sicurezza americano, ma allo stesso tempo perseguivano interessi nazionali che spesso entravano in conflitto con quelli americani.
L’Unione Europea oggi è potenzialmente un competitor economico degli Stati Uniti, ovviamente non militare. Anche la sua configurazione politica è competitiva, per non parlare dell’Euro, che continua ad essere una moneta molto forte.
Si è molto parlato, negli anni passati, soprattutto da quando è più forte il conflitto tra Stati Uniti ed Europa – vale a dire dopo l’11 settembre e la decisione americana di intervenire in Iraq – di un presunto modello sociale europeo da contrapporre a quello sociale americano. Questo è un tema molto dibattuto: il modello di welfare europeo, ad esempio, è molto più inclusivo ed apparentemente più democratico e capace di generare sicurezza e tutele, rispetto a quello americano.
Negli ultimi anni le politiche portate avanti da Obama, mettono in evidenza come negli Stati Uniti temi come la giustizia sociale o le disuguaglianze siano un elemento chiave nel dibattito politico.

Per modello sociale americano cosa intende?
Il Novecento viene definito il secolo americano, proprio per la grande capacità degli Stati Uniti di modellare gli stili di vita e l’immaginario collettivo. Basta pensare al cinema, alla musica, all’arte, ai prodotti del consumo di massa e alla loro commercializzazione. Pensiamo ad esempio ai Walmart e ai centri commerciali.
L’America ha creato una struttura in grado di essere esportata e ha costituito un modello di riferimento. Va capito, però, come questo modello non sia mai stato biunivoco: gli Stati Uniti propongono e gli altri recepiscono passivamente, come il termine “americanizzazione” lascia intendere. Questo processo è sempre stato una elaborazione strategica: per cui venivano prese alcune questioni e rifiutate altre, o alcuni concetti e rifiutati altri, o assorbiti alcuni stili di vita o modalità culturali. Ogni scambio, comunque, veniva tradotto a seconda del contesto in cui agiva.
La grande capacità seduttiva degli Stati Uniti è stata quella di non aver proposto un unico modello egemone, dal punto di vista delle strategie culturali. Nel momento in cui veniva proposto qualcosa, ad esempio la cultura di massa, del Mall o della società dei consumi, per cui il cittadino è soddisfatto perché consumatore; allo stesso tempo lavorava su più piani, ad esempio negli anni cinquanta, dentro le strategie di diplomazia culturale americana, proprio perché ci si rendeva conto delle contraddizioni sociali – in primis il razzismo -, che avrebbero potuto metterne in discussione la capacità seduttiva, venivano organizzati concerti e i tour dei grandi jazzisti neri in Europa e in Africa. E il tutto all’interno delle strategie di guerra fredda. In modo da poter dire, anche questa è l’America. Il Jazz noi lo consideriamo espressione dei valori americani e della sua cultura.
Questo fu un progetto interessante portato avanti da Eisenhower, un presidente moderato e conservatore. Quindi l’America non è soltanto la proiezione egemonica della super potenza, ma anche altro.

Da quando questo processo ha iniziato a scricchiolare?
La capacità seduttiva del modello americano, come dicevo, s’interrompe con la guerra in Iraq. Da quel momento in poi l’America non è più stata un riferimento, soprattutto per le nuove generazioni. Negli anni sessanta i giovani guardavano ai suoi campus universitari, al movimento femminista, a quello del Black Power. Tutto questo ha risvegliato immaginari sia in Europa che nel terzo mondo: pensiamo ad esempio alla considerazione che molti leader dei movimenti anti-coloniali dei Paesi africani o asiatici avevano della dichiarazione d’indipendenza americana.
Con l’Iraq questa situazione cambia, quel modello solido, quasi incontaminato, viene meno e l’America non è stata più capace di offrire alternative. Ricordo qualche anno fa un sondaggio, fatto da un network di ricerca europea, che dimostrava come nelle generazioni giovani europee, anche dal punto di vista delle condizioni materiali di vita, gli Stati Uniti non costituiscono più un modello di riferimento. Gli Usa non sono più il modello preminente, ancorché continuino ad offrire un modello a cui guardare.

La visione che si ha dell’America però è quella di una potenza imperialista?
Si parla molto di America e sembra che sia dappertutto, accendiamo la radio, leggiamo i giornali, guardiamo un film o la televisione. Ma in realtà, soprattutto in Italia, noi conosciamo pochissimo di America. Non sappiamo quasi niente di storia americana. Le opinioni si basano molto più sui pregiudizi che sulla conoscenza vera e propria. Sono pochissimi i corsi di storia americana nelle università italiane e sono pochissimi i docenti di storia o di politica americana. Esempio, ci si può laureare in un corso di storia contemporanea e non sapere niente di Stati uniti d’America. Eppure se ne parla tanto. Tutto è basato su pregiudizi, sul sentito dire o su stereotipi, anziché sulla realtà.

Qual è il più grosso stereotipo che sente in giro?
Innanzitutto la visione onnipotente dell’America. Quando parliamo di Stati Uniti ci interessiamo quasi esclusivamente alla politica estera, sapendo pochissimo di quella interna. Non sappiamo com’è organizzato il loro sistema politico, facciamo difficoltà addirittura a distinguere il partito repubblicano da quello democratico. Non sappiamo che la loro è una cultura politica molto mobile, rispondente ai cambiamenti e alle trasformazioni sociali.
Parliamo di politica estera convinti che se ne occupi il presidente, senza conoscere le dinamiche che ci sono dietro e le complesse strategie di negoziazione. Quando parliamo di governo, non riflettiamo sul fatto che non parliamo solo di Obama, ma di un complesso meccanismo che lo vede confrontarsi con il Congresso e la Corte Suprema, che ha un peso politico molto significativo: pensiamo per esempio a tutta la questione legata ai matrimoni same-sex e al ruolo avuto per le battaglie che vanno dalla segregazione all’aborto, dai diritti sociali alle libertà civili. Inoltre la visione dell’onnipotenza non considera che, molto spesso, alcune strategie di politica estera non sono molto diverse da quelle adottate da altri Paesi. Ovviamente cambia la dimensione della potenza.
Un altro stereotipo è quello dell’individualismo e del materialismo della società americana. È vero che la cultura democratica americana è incentrata sull’individuo, che interagisce con la sua comunità però. Questo intreccio – tra individuo e comunità – dà specificità al concetto di democrazia in America. Non a caso dopo l’11 settembre, uno dei libri che fece più eco anche in Italia, scritto da uno scienziato politico, Robert Patman, che aveva studiato anche la mancanza di società civile in Italia, intitolato Bowling alone (al bowling da solo), mette in luce come l’americano, da Tocqueville in avanti, è sempre stato dentro una moltitudine di associazioni, gruppi civici, dall’università alla scuola, alle comunità di vicinato. Questo è un elemento molto significativo della partecipazione politica. Le associazioni sono state il luogo di costruzione di forme partecipative, molto più che il partito politico. L’individualismo, quindi, deve essere interpretato come un soggetto capace di autogovernarsi e di autodeterminarsi nel suo rapporto con lo Stato.

Quindi, mi sembra di capire che il ruolo di paese leader l’America è uno stereotipo?
Questo ruolo ce l’ha avuto. È tuttora un Paese leader, ma è una leadership sempre più soggetta a processi di negoziazione e meno di accettazione acritica rispetto al passato. Una leadership che deve fare i conti con un mondo che sta cambiando, con altre potenze in grado di sfidarli, soprattutto nelle strategie di carattere economico. Pensiamo alla Cina e ai Bric. C’è un enorme dibattito sul declino e fine del secolo americano: se siamo o meno in transizione verso il secolo cinese. Coloro che non ci credono, a mio avviso a ragione, ritengono che la Cina sia sì un Paese superiore economicamente all’America, ma senza un modello socio politico in grado di costruire un’egemonia culturale. È stato proprio il modello, non solo economico, ma politico e culturale americano ad aver caratterizzato il suo primato e la sua capacità di penetrare società e suscitare desideri, aspettative e bisogni.

L’avanzata di questi Paesi può portare a uno scontro culturale?
Nel Pacifico si sta già combattendo uno scontro di carattere geopolitico interessante tra Stati Uniti e Cina. Gli Usa sono presenti nella regione, non soltanto perché la Cina è il rivale più importante e perché buona parte del suo debito pubblico è in mano cinese – cosa che determina interdipendenza tra le due potenze -, ma anche perché vengono chiamati dagli altri Stati del contesto asiatico che vedono negli Usa l’unico argine ad una avanzata egemonica della Cina. Come dicevo, comunque, l’interdipendenza tra i due Paesi rende i rapporti molto più dinamici e flessibili di quanto fossero quelli tra Usa e Urss. Non si ripresenterà oggi un contesto da guerra fredda.

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