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LE PAROLE PROIBITE:
Tassa Patrimoniale

Ci sono alcuni temi, addirittura alcune parole, che in questo Paese, per il pensiero unico mainstream, sembra non si possano neanche pronunciare. Una è la parola tassa patrimoniale. E’ bastato che alcuni parlamentari, in testa Fratoianni e Orfini, presentassero un emendamento alla legge di bilancio su un’ipotesi di tassa patrimoniale, che peraltro si potrebbe discutere dal punto di vista tecnico e politico, per far venire giù l’ira di Dio.
Lasciamo stare le destre, per cui ogni imposizione fiscale è una bestemmia, ma qui non c’è da stupirsi, visto il blocco di interessi che rappresenta. Anche Renzi occhieggia a quel mondo, o perlomeno – diciamo così – è decisamente sensibile alle sirene confindustriali. Ma sentire Di Maio affermare che così si danneggia la classe media – esempio fulgido di ignoranza o di tentativo di intorbidire le acque – e il PD, che dice che loro non c’entrano niente con quest’estemporanea iniziativa, lascia un po’ interdetti. Comunque, almeno in questa fase, l’obbiettivo di bloccare il tutto non è riuscito, visto che dapprima la Commissione Bilancio della Camera dei Deputati aveva dichiarato l’emendamento inammissibile con una motivazione incredibile, “per carenza o inidoneità della compensazione”, ossia sostenendo che esso avrebbe prodotto una scopertura finanziaria, per poi doverlo riammettere.

Mi sono chiesto da dove deriva quest’accanimento pregiudiziale contrario anche solo a voler discutere dell’imposizione patrimoniale. Una prima risposta è che non si vuole neanche minimamente togliere il velo alle spaventose e crescenti disuguaglianze esistenti nel Paese. S
Sempre per stare alla ricchezza, che riguarda il patrimonio immobiliare e finanziario degli individui e non va confuso con il reddito degli stessi, al 1° semestre del 2019 essa ammontava a ben 9.279 miliardi di €.  Secondo i dati della Ong Oxfam, Il 20% più ricco degli italiani deteneva quasi il 70% della ricchezza nazionale, il successivo 20% era titolare del 16,9% del patrimonio nazionale, mentre il 60% più povero possedeva appena il 13,3% della ricchezza del paese. Il 10% più ricco della popolazione italiana (in termini patrimoniali) possiede oggi oltre 6 volte la ricchezza della metà più povera della popolazione.
Guardando il vertice della piramide della ricchezza, il risultato è ancora più sconfortante: il patrimonio del 5% più ricco degli italiani (titolare del 41% della ricchezza nazionale netta) è superiore a tutta la ricchezza detenuta dall’80% più povero.
E non è tutto: tra gli inizi dei primi anni 2000 e il primo semestre del 2019, le quote di ricchezza nazionale netta detenute dal 10% più ricco degli italiani e dalla metà più povera della popolazione hanno mostrato un andamento divergente. La quota di ricchezza detenuta dal 10% più ricco è cresciuta del 7,6%, mentre la quota della metà più povera degli italiani è lentamente e costantemente scesa, riducendosi complessivamente negli ultimi 20 anni del 36,6 per cento. Ancora: nel 1995, nel nostro Paese, il 10% più ricco della popolazione concentrava nelle proprie mani circa la metà della ricchezza netta, mentre nel 2016 questa quota ha superato il 60 %.

La seconda ragione di quest’occultamento risiede nel fatto che il PD, peraltro in compagnia della gran parte dell’esperienza socialdemocratica europea, di fronte alla crisi del Welfare State, si è lasciato ammaliare ed egemonizzare dal pensiero neoliberista degli ultimi decenni, provando al massimo a temperarne i suoi eccessi più estremi. Che, in tema di tassazione, ha predicato con successo che il livello della tassazione era troppo alto, che ciò ingenerava inefficienze nel sistema economico, e che lasciare ai ricchi risorse importanti avrebbe comportato un suo ‘gocciolamento’ ( il famoso trickle-down) verso la popolazione più povera, per cui i benefici economici elargiti a vantaggio dei ceti abbienti avrebbero favorito l’intera società, comprese la classe media e le fasce di popolazione meno abbiente.

In realtà, per fortuna, in altri Paesi, si discute, eccome, dell’imposta patrimoniale. Il governo spagnolo, seppure con una modalità discutibile,  l’ha introdotta nella recente legge di bilancio, fissando un prelievo dell’1% sui patrimoni superiori a 10 milioni di €.
Persino negli Stati Uniti, si ragiona sulla proposta di Sanders. Essa è una proposta radicale: far pagare l’1% a chi possiede più di 32 milioni di dollari di patrimonio, con un’aliquota crescente fino all’8% per chi possiede più di 10 miliardi di dollari. Secondo le stime tratte dal sito di Sanders, la misura consentirebbe di accumulare oltre 4.000 miliardi di dollari in 10 anni, riducendo in modo sostanziale la concentrazione della ricchezza negli Stati Uniti.
Per stare all’Italia, un semplice e grezzo calcolo matematico ci dice che, applicando un prelievo con un’aliquota dell’1% sul 5% più ricco della popolazione ( altro che ceti medi!), si potrebbe arrivare ad un gettito molto consistente, superiore ai 30 miliardi di €. Un bel contributo per ridurre le disuguaglianze, ottenere risorse senza indebitarsi per finanziare un Piano straordinario per il lavoro, trainato da investimenti pubblici, provare a costruire una traiettoria positiva per uscire dalla crisi sanitaria ed economica che ci affligge, uscire dai politicismi e dagli interessi di bottega che sembrano essere la natura più profonda del dibattito politico in corso.
Ma forse è chiedere troppo: ci basterebbe, più modestamente, sviluppare una discussione trasparente, impegnata e capace di stare al merito delle questioni, senza demonizzazioni o silenzi imbarazzati.

TERZO TEMPO
Fischio d’inizio: la SPAL ospita il Cagliari di Zenga

La ripresa del campionato di serie A è ormai alle porte. La SPAL ricomincia la sua lotta per non retrocedere contro il Cagliari di Walter Zenga, subentrato a Rolando Maran pochi giorni prima della sospensione del campionato.

La squadra arriva al match con la vittoria ottenuta a Parma, la seconda del 2020 dopo quella contro l’Atalanta a gennaio, entrambe le quali hanno visto andare a segno Andrea Petagna, giocatore che si sta rivelando sempre più decisivo per i colori biancoazzurri. L’ultimo successo dei sardi invece risale addirittura a dicembre: un pirotecnico 4 a 3 contro la Sampdoria dove il goal vittoria è stato segnato nei minuti di recupero da Alberto Cerri, ora in prestito proprio alla SPAL. Inutile dire che i tre punti servono di più alla squadra ferrarese, ma anche il Cagliari, dopo un inizio da prime della classe, si è stabilizzato nelle zone di metà classifica, ridimensionando i suoi obbiettivi di stagione puntando ad una salvezza tranquilla.

In serie A la SPAL contro il Cagliari non vince dalla stagione 1967-68, l’ultima prima del lungo periodo in  ‘purgatorio’, dove allo stadio Comunale di Ferrara (all’epoca Paolo Mazza era presidente della società biancozzaurra) il Cagliari si piegò ad un gol di Giovanni Brenna. La SPAL deve vincere sperando che la storia non si ripeta.

Ma noi non siamo Numeri

Numeri che inondano le nostre giornate, sciorinati con una scansione regolare e puntuale che noi attendiamo. Numeri che hanno sostituito il linguaggio verbale consueto con una repentinità a cui ci stiamo ancora abituando, e chissà se ci abitueremo fino in fondo. Hanno assunto in queste settimane un ruolo di protagonisti assoluti delle nostre esistenze e rivendicano rispetto reverenziale, primaria attenzione e credibilità indiscutibile.
Ma i numeri da soli non parlano, anche se il loro potere rappresentativo nella descrizione di questo momento storico può scatenare pensieri, associazioni e reazioni in tutti noi, con immagini e scenari che elaboriamo a modo nostro; a volte li interpretiamo come sensati e verosimili, altre fuorviati e distorti oppure catastrofici o veritieri, realistici, attendibili, approssimativi, indicativi.
Ciascuno di noi si approccia a quei numeri con il proprio bagaglio di emotività e conoscenza che attribuisce loro un peso e un valore. Ma dietro i numeri ci sono i nomi, le vite, le esperienze di ciascuna persona rappresentata, di ciascun evento che la riguarda, di ciò che è in grado di fare o ha lasciato dietro di sé, del suo mondo e dei suoi sentimenti, dei suoi errori, tentativi, successi e insuccessi, lacune e valori, delle sue sofferenze. Ogni persona col suo percorso, la sua evoluzione, le aspettative, i programmi, le proiezioni, le realizzazioni.
I numeri non possono raccontare tutto questo, possono solo indicare quantità. Numeri ufficiali, numeri presunti, numeri di contagi giornalieri, di tamponi fatti, di pazienti in terapia intensiva; numeri di respiratori di cui si ha urgenza, numeri di guariti, delle rsa in situazioni drammatiche. E poi ancora, i numeri delle equipe di medici e personale sanitario e assistenziale, quelle internazionali che arrivano a soccorrerci, dei volontari, di esercizi e aziende chiuse, di famiglie in difficoltà. I numeri dei paesi delle zone rosse, più rosse delle altre; i numeri dei miliardi necessari per far fronte alla crisi e ricostruire il ‘post’.
Siamo numeri anche per quella Comunità europea in cui abbiamo sempre creduto. Il linguaggio del conteggio è quello che prevale sul linguaggio della vera narrazione dove solo le parole, una di fila all’altra, possono parlare di vita e di morte, possono esprimere il dolore di non aver potuto accompagnare i propri morti nel momento finale e stringere loro la mano, la gioia di avercela fatta, il timore del contagio, il disagio di questa inaspettata e pesante virata nelle nostre salde abitudini e pseudo-certezze.
Ma non saranno i numeri a toglierci la voglia di confrontarci, raccontarci, esprimerci liberando parole cariche di significati e sentimenti che vanno aldilà del freddo calcolo dei camion militari che trasportano i nostri poveri defunti, degli ammalati aldilà del vetro della rianimazione, dei positivi in quarantena e, fortunatamente, di coloro risultati guariti.
Non perdiamo la nostra umanità, la voglia di quella libertà che fa correre parole di compassione, comprensione, vicinanza, propositività, progettualità, speranza, determinazione e voglia di futuro.

I conti con l’Europa e gli interessi di pochi

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Questo grafico, di cui è indicata la fonte, arriva fino al 2014 e mostra in maniera inequivocabile il nostro rapporto finanziario con l’Unione Europea. In totale dal 2000 al 2014 abbiamo versato 72 miliardi in più di quelli ricevuti indietro. Un po’ come dire che per la ricostruzione post terremoto chiediamo il permesso all’Europa di spendere 4 miliardi di euro dopo che a loro ne abbiamo già dati circa 6! Interessante non vi pare?

Intanto finanziamo gli altri Paesi dell’Unione che magari hanno più bisogno di noi, non è bello del resto chiudersi in egoismi nazionalistici e nemmeno piangersi addosso. Spendere per l’accoglienza dei migranti, ad esempio, è un chiaro dovere di ogni buon cittadino italiano e anche addossarsi responsabilità che altri fratelli europei stentano a prendersi. Il fatto che in Italia ci sia un livello di disoccupazione pari al 11,4% e quella giovanile al 39,2% (fonte: Il Sole24ore e Istat di luglio), che il 2015 è stato l’anno record per il calo delle nascite (segnale di un peggioramento di prospettive per il futuro?) e che sei giovani su dieci sono costretti a vivere con i genitori è un dettaglio che i nostri economisti di governo non sentono la necessità di mettere in relazione. E pazienza anche se non abbiamo potuto salvare le banche ultimamente fallite per mancanza di 4 miliardi, che non abbiamo potuto ricostruire l’Aquila per mancanza della stessa cifra e poi chissà cosa succederà nel prossimo futuro per i terremotati del Centro Italia.

I dati sopra finiscono però nel 2014 e cosa sarà mai successo nel 2015? Ci sarà stata un’inversione di tendenza? Lo andiamo a vedere direttamente dal sito dell’Unione Europea (www.europa.eu) che opera con totale trasparenza, del resto chi mai andrebbe a leggere tali dati. Il cittadino segue di più gli urli e gli isterismi del momento, la ricerca dei dati la lasciamo sempre agli altri.

“Bilancio e finanziamenti
Qual è il contributo dell’Italia al bilancio dell’UE e quanti finanziamenti riceve?
I contributi finanziari degli Stati membri al bilancio dell’UE vengono ripartiti equamente, in base alle rispettive possibilità. Più grande l’economia del paese, maggiore il suo contributo, e viceversa. Il bilancio dell’UE non mira a ridistribuire la ricchezza, bensì si concentra sulle esigenze di tutti i cittadini europei in generale.
Rapporti finanziari dell’Italia con l’UE nel 2015:
• spesa totale dell’UE in Italia: 12,338 miliardi EUR
• spesa totale dell’UE in % del reddito nazionale lordo dell’Italia (RNL): 0,75 %
• contributo complessivo dell’Italia al bilancio dell’UE: 14,232 miliardi EUR
• contributo dell’Italia al bilancio dell’UE in % del suo RNL: 0,87 %”

Anche per il 2015 niente di nuovo, una perdita di poco più di 2 miliardi rispetto alle risorse tornate in patria.
Questo modo di scrivere potrebbe sembrare duro, sarcastico, anche fastidioso. Bene è l’intento di chi scrive!
Andiamo in giro a cercare spiegazioni sul perché le cose non funzionino, sul perché c’è la crisi, perdiamo tempo a decidere se votare si oppure no a uno stupido referendum che non avrebbe nemmeno la legittimità di essere proposto. Facciamo questo leggendo i titoli dei giornali e forse il finale, ma non ci fermiamo a cercare di capire e interpretare le righe in mezzo.
Su internet c’è tutto e questo è oramai un problema. Perché c’è anche il contrario di tutto e allora non c’è verso, bisogna lavorarci un po’ per arrivare alle fonti giuste e ci hanno abituati a ragionare sempre di meno perché si è saputo abilmente inserire tra l’informazione e le persone la Gruber, i talk show, gli ufo, il calcio e i politici fuorvianti.
A volte si parla del fatto che l’1% della popolazione possiede di più del restante 99% e che tutto il sistema funzioni per quell’uno. In realtà tra queste due percentuali c’è dell’altro, a differenza di quello che dice la logica, ci sono quelli che operano perché tutto sembri fatto per il benessere collettivo, che l’interesse dei pochi si confonda con l’interesse dei molti, ad esempio che distruggere tutte le piccole banche territoriali sia interesse sia dei finanzieri sia della gente comune e quindi sia giusto tendere agli accorpamenti e ai grandi gruppi.
In quel solco non segnalato dalle statistiche e dalle percentuali operano molti nostri politici, economisti di governo, universitari scarsamente preparati che confondono il prosciutto con la mortadella ma operano benissimo per togliere le scelte.
Ma i grafici, i dati, se interpretati per quello che sono, lasciando i commenti ai commentatori della domenica, i mestieranti della mistificazione, dicono la verità. Un esempio:

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È un grafico tratto dai lavori di Giovanni Zibordi, economista indipendente, (www.cobraf.com) che mostra come tra i fatti economici c’è sempre una relazione, niente succede per caso. Svalutare aiuta a controllare il costo del lavoro. Se non puoi, devi farlo usando altro. E allora anche in questo caso la domanda è: perché ci hanno tolto questa possibilità? Conveniva al 100% degli italiani?

La criminalità in città aumenta, ma gli esperti dicono che è solo “percezione”

In occasione della Festa della Legalità, l’incontro avvenuto all’Arengo la scorsa settimana getta le basi per una riflessione su ciò che viene detto e ciò che viene invece trascurato dell’argomento criminalità. Ecco un’ulteriore interpretazione legata al nodo, oggi più delicato che mai, dell’immigrazione.

Il crimine si può tradurre come un delitto grave, ovvero un reato, un illecito che provoca conseguenze particolarmente rilevanti e nocive alla vittima che lo subisce. Per capire di cosa parliamo occorre spiegarsi e chiarire bene le cose che diciamo, pertanto se parliamo di crimine, criminalità e affini dobbiamo sapere cosa significano e soprattutto come influenzano le nostre vite: è a questo che servono le parole. Anche se all’Arengo si è scelto di privilegiare i numeri.

Quando vado all’incontro pubblico tra gli addetti ai lavori e la cittadinanza sul tema della sicurezza nel nostro territorio, mi trovo in mezzo ad una platea di giornalisti in attesa dei relatori che arriveranno di lì a poco.
Così, mentre la deliziosa saletta dell’Arengo si riempie di gente, mi sistemo in prima fila ad armeggiare col registratore e a controllare il mio taccuino. Sono insolitamente puntuale, tanto che ho scelto il posto migliore che potevo, subito dopo un collega seduto al mio fianco apre il suo portatile e un giovane tecnico del comune accende il proiettore delle slide puntandolo sullo schermo alla mia sinistra. Poi finalmente arrivano.
Sono quattro: c’è l’addetto stampa del comune, Alessandro Zangara, che precede il responsabile regionale alla sicurezza Nobili, li seguono il vice questore Crucianelli e l’assessore ai lavori pubblici Modonesi. Quindi, a parte l’ospite, ci sono un funzionario della regione, un funzionario di polizia e un politico. Quale parterre più adatto per parlare di crimine e criminalità? Magari un commissario (e quello più o meno c’era), un sociologo, un antropologo, uno psicologo, un criminologo, un giudice… chissà.

Dopo le presentazioni capisco subito che la serata si tradurrà molto probabilmente in una lunga elencazione di numeri e statistiche, di tabelle e percentuali, il tutto puntualmente condito di considerazioni su ciò che è stato in passato e su ciò che è nel presente. E per il futuro? Non si sa, non ci sono i dati…
Vabbè, ma almeno qualche previsione potevano azzardarla però!
Comunque, plaudo all’onestà intellettuale dei tecnici che, non avendo sfere di cristallo, generalmente evitano per mestiere di parlare di cose che non siano comprovate da dati certi. Evviva le certezze dunque!
Ma di quali certezze stiamo parlando? Ebbene ve lo dico subito: la più eclatante è che l’Italia è il paese più mite e sicuro del mondo!
Proprio così. L’ha fatto intendere Nobili, l’ha confermato con tanto di tabelle luminose e illuminanti Crucianelli, l’ha ribadito alla fine Modonesi, aggiungendo che il vero problema sta nella “percezione”.
Ma “percezione” è comunque una parola e delle parole tratterei alla fine, concentriamoci pertanto sui numeri (che in ogni caso non trascriverò).

Da qualche anno, in Europa, così come in Canada e Stati Uniti, i crimini più violenti contro la persona, ovvero gli omicidi, sono in calo. L’Italia segue il trend di tutti gli altri paesi occidentali, col pregio di essere tra i paesi a più basso indice di violenza d’Europa. Se a questo aggiungiamo che l’Europa è il continente col più basso indice di violenza di tutti e cinque i continenti, l’equazione dei nostri esperti “Italia uguale isola felice” non fa una grinza.
La questione si fa più delicata e complessa quando spostiamo lo sguardo su altri tipi di crimini, come gli stupri e le lesioni gravi, ma soprattutto sui crimini contro la proprietà, come i furti e le rapine.
In questo caso, purtroppo, il panorama appare invece preoccupante: i numeri infatti ci dimostrano che sono in costante aumento i furti commessi nelle proprietà private (appartamenti, ville, luoghi di lavoro), ed è soprattutto il fenomeno delle rapine effettuate all’interno delle abitazioni che desta più sconcerto. Si tratta ormai di una pratica criminosa sempre più frequente che prende di mira le case isolate di campagna, magari abitate da persone anziane che hanno scarse possibilità di reagire e difendersi. Lo sconcerto aumenta quando al furto si aggiunge il pestaggio delle vittime inermi, spesso gratuito, immotivato e inferto con inaudita violenza, che qualche volta ha provocato la morte dei rapinati.
Questa generale tendenza al rialzo dei reati di tipo predatorio (termine usato dagli esperti), ossia contro la proprietà, inizia e prosegue costante da vent’anni ad oggi e, dai dati evidenziati, la prospettiva di un’inversione di tendenza non lascia molto margine all’ottimismo. Quindi, a metà serata, la domanda che mi pongo è se l’Italia sia davvero un’isola felice, o forse si profili l’ipotesi di qualcosa simile alla rassegnazione ad accettare un progressivo peggioramento delle proprie sicurezze con l’idea (ribadita con insistenza dalle istituzioni presenti) che altrove sia stia decisamente peggio.

E Ferrara? La nostra città e il nostro territorio rispecchiano sostanzialmente l’andamento nazionale con una “piccola” differenza in controtendenza, ovvero l’aumento degli omicidi: nella nostra provincia, nel 2015 ci sono state quattro uccisioni! Il dato è comunque del tutto eccezionale poiché, si affretta a dire Crucianelli, la casistica di omicidi nel nostro territorio resta talmente bassa (in media zero o un omicidio all’anno) che quest’ultimo dato non può rappresentare un valore di tendenza utile a fini statistici. In pratica, nel nostro futuro, la possibilità di essere più o meno ammazzati lo scopriremo solo vivendo.
In aggiunta a queste considerazioni e grazie alle domande di alcuni giornalisti meno annoiati di altri, è poi emerso che, restando sempre in ambito ferrarese, è avvenuto un progressivo spostamento degli equilibri nelle attività di smercio e spaccio della droga, mercato che da qualche tempo è passato nelle mani della comunità nigeriana, relegando al secondo posto gli spacciatori magrebini che ne detenevano il controllo da anni. Resiste qualche outsider italiano che spaccia facendo concorrenza a proprio rischio e pericolo agli africani. Risulta, tra l’altro, che gli stessi nigeriani gestiscano il racket della prostituzione delle ragazze di colore, all’interno di un apparato organizzativo che allunga le sue maglie ben oltre i confini del nostro territorio.
A questo punto, all’esplicita richiesta di qualcuno di poter avere qualche informazione più precisa sulla provenienza della droga che viene smerciata nelle nostre strade, Crucianelli si trincera in un ben collaudato “Non posso rispondere perché sono informazioni riservate e le indagini sono tuttora in corso”, che personalmente ho inteso in questo modo: “Accontentatevi di quel poco che vi ho detto perché lì in mezzo ci sono nostri infiltrati che rischiano la pelle”.
Con tutto ciò, resta da dedurre che il mercato della droga è e rimane un affare tra extracomunitari, e questo già si sapeva.

Ma c’è dell’altro. Sempre negli ultimi anni, per quanto riguarda le lesioni personali, gli stupri e altri reati come scippi e borseggi, i dati oscillano tra alti e bassi in un sostanziale equilibrio verso l’alto, cioè in una generale tendenza ad aumentare. Anche se i fattori che portano a questo risultato sono diversi e necessitano di approfondimento. In altre parole, se il tendenziale aumento delle aggressioni e delle violenze personali viene motivato da un aumento della litigiosità tra le persone (a questo punto sarebbe stato opportuno capirne pure le cause, magari coinvolgendo sociologi e antropologi, o no?), l’aumento degli stupri e delle molestie sessuali ai danni delle donne viene spiegato con una maggiore sensibilità al problema che è all’origine di un aumento delle denunce, come dire: siccome sappiamo che spesso in passato tali stupri non venivano denunciati, non possiamo affermare con certezza che rispetto a prima ci sia stato un oggettivo aumento dei reati oppure solo un aumento delle denunce.
Viene poi fatta un’ulteriore considerazione che delinea un generico identikit di chi commette questi crimini: sono giovani maschi di età compresa tra i quindici e i trent’anni circa!
Ebbene sì, avete letto bene, sono giovani maschi… Io mi sarei aspettato che dicessero che erano vecchiette psicopatiche o casalinghe frustrate, o mariti cinquantenni in piena crisi di mezza età. In pratica una rivelazione sorprendente!
Nonostante il generale clima di ottimismo e buona volontà che si respira all’Arengo, posso dire, a mio modesto e insignificante parere, che le prospettive per il futuro appaiono desolanti.

Certo è vero, rispetto agli altri paesi occidentali, il nostro rimane tuttora in una condizione privilegiata a basso indice di criminalità violenta, è un fatto indiscutibile. Guardando però meglio quali sono gli altri paesi con cui ci confrontiamo, alcune cose mi appaiono più chiare: se lasciamo da parte il caso di Stati Uniti e Canada che hanno contesti storici e sociali assai differenti dal nostro (e che comunque stanno registrando negli ultimi anni, a differenza di noi, un repentino calo del tasso di criminalità), vediamo che in Europa al primo posto tra i paesi più violenti c’è il Regno Unito (che peraltro, come oltre oceano, sta avendo anch’esso un notevole calo di criminalità), seguito da Francia e Germania. Paesi dunque con una componente multirazziale assai più radicata e diffusa della nostra, ma anche con un’economia più stabile e florida di quella italiana.
All’incontro si è pure accennato ad una maggiore devianza giovanile di questi paesi rispetto al nostro, fenomeno ad esempio testimoniato dall’incredibile divario del numero di giovani attualmente nei riformatori inglesi rispetto a quelli italiani (circa quarantamila in Inghilterra contro gli appena millecinquecento in Italia), certo occorre anche dire che l’ordinamento giudiziario britannico è assai diverso rispetto al nostro e simili differenze andrebbero analizzate in modo più serio e approfondito.

A questo punto mi assale una serie di dubbi e quesiti, il guaio è che ho la spiacevole consapevolezza che gli esperti interlocutori che ho di fronte non possano soddisfare le domande che mi faccio e vorrei far loro, semplicemente perché rispondere a tali domande non rientra nelle loro competenze. Per cui non mi resta che esporle adesso, sperando che qualche lettore più illuminato di me abbia le risposte.
Per quanto ancora resteremo un paese a basso indice di criminalità violenta se il nostro apparato statale persevera nella sua politica di accoglienza d’emergenza, senza cioè un serio ed accurato programma d’inserimento sociale e lavorativo duraturo dell’immigrato? Voglio dire: è logico accogliere fiumi di disperati, ospitarli in strutture provvisorie (spesso creando contrasti con le popolazioni che entrano forzatamente in contatto coi rifugiati), accudirli, affidarli a organizzazioni di assistenza sociale per un periodo di tempo limitato, e, scaduto il tempo, abbandonarli a se stessi, senza lavoro né soldi, in una società che li vede come degli intrusi? Accogliere persone e sistemarle come pacchi qua e là senza un programma di inserimento sociale serio e complesso a lungo termine non genera il rischio di aumentare malcontento e frustrazione sia tra coloro che arrivano che tra coloro che già abitano nel territorio? Non è forse questo modo di concepire l’accoglienza che ha causato il proliferare di enclave etniche chiuse, terreni fertili per la criminalità, come l’esempio della comunità nigeriana di Ferrara starebbe a dimostrare? Non è forse vero, ad esempio, che gran parte dei furti e delle rapine nelle ville sono commessi da persone originarie dell’est europeo?

Credo che abbiamo di fronte un problema serio: ovvero la tendenza da parte delle istituzioni a mettere in conto un progressivo innalzamento del livello di criminalità come un fatto inevitabile e fisiologico. Fatto generato da un contingente mutamento sociale in direzione di quel melting pot previsto e preventivato da certa parte politica. Se a questo aggiungiamo la difficoltà del paese ad uscire da una crisi economica che si trascina da anni e, contrariamente ai proclami di ripresa occupazionale che puntualmente vengono annunciati dal governo per essere poi subito smentiti dalla realtà, continua a rilasciare per strada migliaia di disoccupati, si comprende quanto questa compressione sociale stia evolvendo in un potenziale e pericoloso teatro di nuovi conflitti tra poveri.
E ribadisco il concetto di “guerra tra poveri” che di implicazioni razziali ha poco o nulla, poiché, a proposito di percezioni più o meno motivate dai fatti, è un fatto che molti pregiudizi si siano concentrati in comunità come quelle slave e rumene che, almeno da un punto di vista “razziale”, sono assolutamente identiche agli italiani. In effetti un italiano non è più razzista di un rumeno, di un albanese, di un serbo, o di un nigeriano, di un pakistano, di un cinese, eccetera. E nigeriani, tunisini, filippini e tutti gli altri non sono più violenti di noi italiani.
Da sempre, la tendenza è di guardare agli individui e alle comunità giudicando le loro azioni e i loro comportamenti per etichettarli e trasformarli in strumenti di propaganda ideologica in un senso o nell’altro. E da sempre l’errore è quello di trascurare le cause profonde all’origine di tali comportamenti che sono uguali per tutti, a prescindere dal colore della pelle e dalla provenienza.
Se creiamo le basi per generare malessere sociale, ovvero un abbassamento generalizzato della qualità della vita (l’aumento della disoccupazione e della soglia di povertà, la concentrazione nel territorio di altri gruppi etnici percepiti come possibili minacce, un sempre più diffuso sentore comune di ingiustizia sociale seguito da una conseguente mancanza di fiducia nel futuro), corriamo il grave rischio di trasformare la nostra società in una polveriera di conflitti e violenze dalle conseguenze inimmaginabili.

Concludo tornando all’argomento criminalità: secondo gli esperti della serata quindi, il nodo non sarebbe tanto nel pericolo concreto corso dal cittadino, ma nella “percezione” che quest’ultimo ha del pericolo. In altre parole trattasi più di pericolo paventato che reale! Vuoi vedere che siamo tutti diventati dei timorosi visionari, palesemente insicuri e pure un po’ vigliacchi? Può darsi, ciò non toglie che quando si “percepisce” qualcosa, spesso e volentieri ci si azzecca.

Onde anomale nel mare dei big data

Tutti sono convinti di vivere nella società dell’informazione, pochi riescono a coglierne le caratteristiche profonde, pochissimi sono in grado di capire fino a che punto potrà spingersi il processo di informatizzazione e quali conseguenze potrà comportare per la società e la cultura del futuro. Fatto è che, parlando di informazione, quasi tutti pensano ai contenuti che vengono trasmessi dai vecchi e dai nuovi media, pochi riflettono sugli scopi che gli attori sociali perseguono nel produrli e nel diffonderli, e ancor meno pensano ai significati che essi veicolano e generano nell’interazione con i fruitori. Certo è che viviamo immersi in un mare di informazioni e che la soglia da superare per catturare l’attenzione delle persone diventa sempre più alta proprio perché ognuno elabora meccanismi di selezione e di difesa indispensabili per dare senso al proprio ambiente di vita. Vivere in questo ambiente ci mette di fronte per esperienza diretta al rumore e all’ambiguità caratteristica della società dell’informazione; ci rende consapevoli nostro malgrado dei limiti che abbiamo come sistemi biologici di elaborazione di informazione nell’affrontare questa complessità caratteristica dei nuovi ambienti di vita.
In tale situazione possiamo pensare il mondo come un’enorme biblioteca, un archivio che si autoalimenta per le azioni stesse dei suoi utilizzatori, un deposito culturale che contiene in forma digitale infinite informazioni che nessuno potrà mai attingere e dominare completamente. Contrariamente all’inquietante biblioteca fisica di Borges la digitalizzazione consente a tutti e ad ognuno di essere sia produttori che consumatori in un processo che ne fa aumentare esponenzialmente l’ampiezza. In linea di principio la mega biblioteca digitale che si alimenta è un prodotto collettivo su scala planetaria, un potenziale bene comune di cui allo stato attuale si ignorano ancora i limiti e i reali utilizzi. E’ un bene utilizzabile allo stesso modo del linguaggio che ognuno di noi impara quando viene al mondo.

Questa prospettiva rappresenta tuttavia solo una piccola parte del problema e, a ben vedere, neppure la più importante. Accanto e dietro a questi flussi di informazioni palesi (almeno potenzialmente) esistono giganteschi depositi di informazioni incorporate nei manufatti, nelle tecnologie, nelle organizzazioni, nelle istituzioni, nei reperti storici ed archeologici, nelle istituzioni deputate alla scienza e alla conoscenza, nelle grandi burocrazie. Soprattutto esistono e crescono esponenzialmente le informazioni che noi stessi produciamo senza averne precisa coscienza: ogni interazione che abbiamo con qualsiasi dispositivo digitale, ogni clic sulla tastiera del pc, ogni uso della carta di credito, ogni fotografia o videoclip, è informazione che viene restituita al sistema tecnologico: in internet nulla va perduto e si sta creando dunque un enorme deposito dinamico di informazioni che continua a crescere e a svilupparsi in seguito alle azioni quotidiane svolte da miliardi di persone, milioni di aziende e Amministrazioni, decine di miliardi di dispositivi connessi nel cosiddetto internet delle cose (Iot) che è in grado di raccogliere informazioni in modo automatico. Non si tratta più dei meri contenuti ai quali siamo abituati a pensare ma di bit, tracce, processi, segni, localizzazioni, data point granulari che consentono di qualificare e posizionare nel tempo e nello spazio ogni tipo di contenuto, in grado di gestire qualsiasi tipo di processo: è il tipo di informazione che consente il funzionamento del navigatore dell’auto, il riconoscimento automatico delle nostre preferenze in qualsiasi negozio digitale, la precisione micidiale di un missile militare…
In quest’ottica possiamo immaginare il mondo come un’immensa matrice digitale alimentata da una enorme e crescente rete di connessione materiali che, poco alla volta, si sovrappone e per certi versi sostituisce l’ambiente naturale.

Questa colossale disponibilità di informazioni è davvero rivoluzionaria anche se l’impulso dal quale scaturisce ha radici molto antiche. L’esigenza di dati è nata con l’affermarsi dei grandi imperi e con le necessità di controllo delle burocrazie statali; con l’età moderna e la nascita della scienza fondata sull’osservazione, l’esperimento e la matematica, l’importanza dei dati è andata crescendo: proprio la difficoltà e il costo della raccolta di buone informazioni rappresentava (e in molti casi rappresenta ancora) un vincolo sostanziale per la produzione scientifica, l’amministrazione statale e la gestione di grandi imprese. Non a caso per aggirare questa difficolta i primi statistici avevano messo a punto le tecniche di campionamento che consentono a tutt’oggi di individuare pochi casi, studiarli ed estendere le conclusioni all’intero universo con un ristretto e prevedibile margine di errore.

Anche in questi contesti la digitalizzazione irrompe con una potenza devastante e rivoluzionaria: per la prima volta nella storia il problema non è più solamente quello di produrre direttamente le informazioni che servono strappandole con fatica dai contesti naturali ma, piuttosto, quello di selezionare e combinare informazioni già esistenti per generare qualcosa di nuovo. La straordinaria quantità di dati disponibili cambia radicalmente il panorama: le scienze sociali per prime sono messe in crisi da questi sconvolgimenti che aprono grandi opportunità e per certi versi ne mettono in discussione l’utilità se non proprio il fondamento. Questo passaggio dall’analogico al digitale, dal qualitativo al quantitativo, dai chilogrammi ai bit, è una rivoluzione paragonabile a quella di Gutenberg che passa incredibilmente sotto silenzio; big data è il termine con cui si etichetta questo fenomeno di abbondanza informativa assolutamente nuovo nella storia umana. Con tale termine si designa da un lato l’infinita disponibilità di dati utilizzabili direttamente attraverso i calcolatori e, dall’altro, le operazioni che si possono fare su di essi attraverso potenti algoritmi di calcolo. Queste operazioni consistono nell’applicare la matematica e la statistica ad un universo di informazioni in crescita esponenziale per estrapolare tendenze e probabilità, scoprire strutture sottostanti ed eccezioni, individuare regolarità e storie ricorrenti, trovare nicchie e casi estremi, generare e testare ipotesi e teorie, in modi inaccessibili al costoso campionamento e sicuramente molto più rapidi ed economici.
Potenzialmente non c’è limite alle informazioni che possono essere estratte attraverso gli algoritmi di calcolo; queste possibilità mettono in discussione il nostro modo di vivere e di interagire con il mondo, creano nuove indicazioni o nuove forme di valore con modalità che vengono a modificare i mercati, le organizzazioni, le relazioni tra cittadini e governi, il lavoro. Armati delle interpretazioni prodotte dagli algoritmi digitali possiamo rileggere il nostro mondo con modalità che si stanno appena cominciando ad apprezzare.

Tutti i dati raccolti per uno scopo si prestano ad essere utilizzati anche in altri modi e in questa flessibilità risiede la loro capacità di generare valore. Proprio su questa possibilità si regge la sfida centrata sulla competizione per scoprire il valore intrinseco non ancora espresso dei dati, nel farli parlare. Un valore economico e commerciale enorme che risiede in potenza negli archivi digitali che proprio in questo momento stiamo contribuendo ad alimentare: un valore che attualmente spetta in via quasi esclusiva ai proprietari dei contenitori digitali (basti pensare a Facebook o Google) che possono usare a titolo gratuito i contributi dei miliardi di persone connesse in rete direttamente (ad esempio tramite i social) o indirettamente (tramite i comportamenti rilevati dai sistemi di sensori, i chip etc.).

Nel mondo di big data la noiosa statistica diventa improvvisamente sexy e l’analista di dati (data scientist) diventa la nuova figura di scienziato costantemente impegnato nella ricerca di correlazioni e nella messa a punto di algoritmi matematici sempre più potenti e raffinati. Nel paradiso degli statistici ognuno potrebbe esplorare la matrice digitale per inventarsi un nuovo modo di vivere e di dar senso alla propria vita.
Ma anche gli statistici più visionari già vedono il loro successo minacciato da nuove generazioni di macchine molto più “intelligenti” di loro…

INTERNAZIONALE
Data journalism, quando la notizia incontra la statistica

Il modo di fare giornalismo è sostanzialmente cambiato negli ultimi anni, è noto a tutti. Fra le competenze richieste alle emergenti figure giornalistiche c’è la capacità di destreggiarsi nella miriade di informazioni che il web propone, individuando le fonti giuste e distinguendosi perciò dai semplici ‘megafoni’ della rete.
È in questa prospettiva che si colloca il profilo del data-journalist, moderno giornalista che correda alla notizia mappe, grafici ed elementi interattivi. Un facilitatore, un creativo con il preciso compito di rendere la notizia il più appetibile e originale possibile.
Alberto Nardelli del Guardian e Jacopo Ottaviani, due affermati esempi italiani di questa nuova pratica, sono stati protagonisti dell’evento “Perché le storie hanno bisogno di dati” del Festival di Internazionale.

Ecco che la notizia riguardante l’aumento del salario minimo in Portogallo, invece che essere raccontata nel modo più tradizionale, può prendere vita: analizzando l’indice dell’Economist che registra il costo del Big Mac (sì, quello di McDonalds) per ogni singola città, si può comparare la situazione del salario minimo del Portogallo con la situazione di altri Paesi sulla base di quanti Big Mac ci si può permettere in vari luoghi con salari minimi differenti. Un progetto creato e spiegato da Nardelli, il quale precisa che “l’importante sia il cambiamento dell’originalità della notizia, proporla in modi differenti dal normale”.
Ma gli esempi di questi progetti si sprecano: dalle mappe interattive che indicano l’andamento delle elezioni politiche per ogni distretto votante dell’Inghilterra, calcolate in base al numero di seggi, trend elettorali e possibili coalizioni sempre illustrata da Nardelli, si passa alla possibilità di visualizzare una mappa dinamica che registra la dispersione scolastica in Italia comparandola con altri Stati europei, o ancora il numero di investimenti cinesi in Africa e l’importo in miliardi di dollari che circola in ogni singolo Paese. Questi ultimi due esempi sono stati proposti da Ottaviani, il quale ha spiegato che “le mappe sono una miniera d’oro di storie, possiamo analizzare interi fenomeni nei minimi dettagli semplicemente ‘zoomando’ sulle mappe geografiche interattive”.
Ma come lavora un data journalist? Entrambi gli ospiti hanno indicato l’estrema importanza della collaborazione redazionale e del team di lavoro, necessario per coprire ogni ambito che richiede un lavoro di qualità come designer, sviluppatori, esperti di statistica e di ricerca, oltre ovviamente alla scrittura. Allo stesso modo, il data journalist deve sempre tenere in considerazione la riproducibilità del proprio lavoro anche su dispositivi mobile (oramai i più utilizzati dagli utenti) rendendo il prodotto multi-piattaforma.
Sulla questione dei troppi dati della rete e dei possibili errori che si potrebbero commettere nella creazione di mappe statistiche, Nardelli ha ricordato come “l’errore ci sta sempre, l’importante è tuttavia fare moltissima attenzione ai numeri e alle loro origini, e trattare i dati senza pregiudizi con un approccio  il più oggettivo possibile. Le situazioni emotive – ha continuato – sono già insite nei complessi fenomeni che consideriamo, come per esempio l’immigrazione, la bravura del data journalist sta nell’unire queste situazioni alla parte statistica”.
Alla luce di ciò, Ottaviani ha affermato inoltre che “finalmente questo fenomeno sta prendendo piede anche in Italia. Oggi il data journalist è veramente un giornalista a tutti gli effetti”. Dai dati una boccata d’ossigeno in un settore come quello giornalistico spesso restio ad accogliere l’innovazione.

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Nuovi parametri nella stima del benessere. E qualcuno vuole rottamare il Pil

Anche le città sono entrate nelle indagini statistiche dell’Istat che ne ha valutato il benessere equo e sostenibile. UrBes, è infatti un interessante studio che ha analizzato un campione di città con l’obiettivo di progettare una politica nazionale per le città tale da prevedere azioni e governance orientate all’incremento della qualità urbana. Ho ritenuto il progetto interessante da proporre.

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Copertina del rapporto

In premessa dello studio, attuato in collaborazione con il Cnel, si dice che “La riflessione su quali siano le dimensioni del benessere e su come misurarle è, infatti, una riflessione sui fenomeni che è necessario prendere in considerazione per migliorare una società, su come definire obiettivi di breve e lungo periodo e su come valutare i risultati dell’azione pubblica. […] UrBes può servire a rafforzare il dialogo tra amministratori e cittadini e a promuovere una rendicontazione periodica sullo stato della città da parte degli amministratori al fine di promuovere lo sviluppo di esperienze di partecipazione e di democrazia locale basate sul principio di accountability. Ciò può consentire ai cittadini di valutare i risultati dell’azione di governo e, al tempo stesso, di partecipare con maggiore consapevolezza ai processi decisionali locali. Il progetto UrBes è un lavoro in progress il cui set di indicatori potrà continuare a migliorare grazie alla collaborazione già assai proficua tra Istat e Comuni.”
A mio avviso non sono importanti i risultati che in fondo propongono aspetti conosciuti (le differenze tra nord e sud, la spaccatura tra realtà metropolitane e comuni capoluogo, molto altro ancora), ma un metodo che inizia a rilevare questioni prioritarie per la vita del cittadino, dalla sicurezza al paesaggio, al patrimonio culturale, al benessere soggettivo, ma anche la banda larga, la presenza di non profit, la quota di donne nei consigli comunali, il verde pubblico, la scolarizzazione, il lavoro, il reddito, etc. i dati raccolti sono tantissimi e sono consultabili nel rapporto [vedi].

urbes-rapportoL’approccio di una pianificazione strategica marketing-oriented è però un principio innovatore che sta alla base di questo approccio e che concepisce la città come centro che scambia valori con l’esterno attraverso un attività di importazione e di esportazione sia di beni e servizi tradizionali sia di altre attività rilevanti. Queste strategie riguardano in particolare l’assetto urbano, le infrastrutture, i trasporti, le comunicazioni, le aree attrezzate, i servizi pubblici e sociali, la sicurezza, l’istruzione, la sanità, il patrimonio storico e artistico, i parchi e i giardini, le attrazioni culturali e sportive, strategie di attrazione del turismo e delle attività economiche, il coinvolgimento di soggetti esterni (finanziari, commerciali, produttivi, etc.), strategie di comunicazione e di promozione, infine è importante, per non dire fondamentale, aggiungere le strategie di miglioramenti nei servizi pubblici che determinano in maniera spesso rilevante il consenso e comunque il grado di benessere offerto dalla città.

Su questi riferimenti si potrebbero valutare le città inserendole in specifiche categorie di appartenenza. Proviamo a giocare. Ci sono le città metropolitane che definirei ‘le leonesse’ caratterizzate dal potere economico (e dunque anche politico) con un buon livello di benessere, ma anche di complessità sociale. Ci sono le città ‘castoro’ produttive che si basano sul lavoro dei tanti artigiani, ma che hanno anche una forte caratterizzazione industriale. In queste due la popolazione aumenta e l’incremento demografico è una risorsa. Poi ci sono le città nobili ‘i cigni’ del benessere maturo, con economia statica e rivolta all’auto soddisfazione, ma che non hanno molta inventiva, al contrario dei poli innovativi ossia le città in rincorsa ‘le gazzelle’ ancora fragili, ma che fanno strada. Poi ci sono le città operaie, ‘le mucche’, che cercano di pascolare, ma che faticano ad allinearsi per una assenza di solidità di fondo e le città arretrate ‘i polli’ che rappresentano l’anello debole del sistema e operano solo in allevamento. Ci sono tanti altri animali e tante altre città. Poi ci sono ‘gli elefanti’ lenti e burocrati, ‘le lepri’ che corrono a zig zag e poi si fermano. Ferrara chi vi ricorda? Il gioco è aperto.

A parte le battute, è in elaborazione una proposta di legge a cura di una schiera trasversale di deputati che sono convinti sia ora di considerare nuovi indicatori di benessere al posto dell’ormai superato Pil. Chissà che almeno una volta la Camera ci stupisca con una legge equo sostenibile e soprattutto utile ai cittadini.

L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

L’occhio di periscopio

Il giornalismo online in questi ultimi anni ha innescato una profonda trasformazione del nostro modo di informarci. Le notizie sono immediatamente disponibili attraverso la rete, continuamente aggiornate, facilmente reperibili. L’informazione è abbondante, la cronaca è ampiamente garantita. Quel che risulta carente è una chiave di interpretazione dei fatti, uno strumento di analisi capace di fornire una lettura che si spinga oltre la superficie degli avvenimenti. FerraraItalia ha questa ambizione: offrire commenti, analisi, punti di vista che contribuiscano alla formazione di una più consapevole coscienza del reale da parte di ciascuno e a vantaggio di tutti, come imprescindibile condizione per l’esercizio di una cittadinanza attiva e partecipe. Ferraraitalia è un quotidiano indipendente globale-locale che sviluppa un’informazione verticale tesa all’approfondimento, perseguito con gli strumenti giornalistici dell’inchiesta, dell’opinione, dell’intervista e del racconto di vicende emblematiche e in quanto tali rappresentative di realtà più ampie, di tendenze, di fenomeni diffusi (26 novembre 2013)

Redazione

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Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

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