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Vado in Vietnam e mi porto una Rosa

 

Vado in Vietnam tra pochi giorni e mi porto un viatico piccolo piccolo fatto soprattutto di parole. Parto con la decisione a rinunciare alle mie amate abitudini per due settimane, a sovvertire orari e attività. A non incominciare la giornata con l’adorato caffelatte.

E in cambio? Avrò la conoscenza di un altro luogo di questo pianeta, almeno in qualche sua parte. Parto armata di curiosità e di un po’ di parole.

Oggi navigando in Internet ho guardato l’alfabeto della lingua vietnamita, in attesa di sentire i suoni dei parlanti una volta arrivata a Hue, la città a cui è diretto il nostro gruppetto di sei amici. Il nostro è un viaggio a scopo benefico, andiamo alla inaugurazione della nuova ala di un orfanatrofio gestito dalle suore cattoliche dell’Ordine della Santa Croce in quella bella e antica città.

introduzione alla linguistica teoricaHo anche ripreso in mano il manuale di linguistica generale su cui ho studiato all’Università, il famigerato manuale di linguistica teorica di John Lyons [Qui], per scoprire che la lingua vietnamita più ancora di quella cinese è una lingua agglutinante, vale a dire che le sue parole sono per lo più invariabili. Dovrò scoprire quale relazione intrattengono con le cose.

Per ora ho scoperto che il sistema di scrittura è basato sulla lingua latina e che vi sono segni aggiuntivi per dare i toni di ogni parola o per creare suoni in più. Allora non posso vantarmi di conoscere nemmeno quelle tre o quattro parole apprese finora perché potrei pronunciarle malamente: sono il nome di donna Huong, che significa ‘Rosa’; la strada in cui alloggeremo di passaggio ad Hanoi, la celebre Hang Gai o strada della seta; alcune belle località del Vietnam centrale tra cui Hoi An, dove la –o reca sotto e sopra i segni diacritici di cui parlavo prima: come si pronuncerà?

Come d’abitudine prima di ogni viaggio ho consultato una guida turistica e ora mi ballano nella mente immagini e nomi che aspettano di diventare esperienza. Pronuncio a voce alta le località che interessano il nostro itinerario, ma sono di nuovo incerta, forse non ho emesso i fonemi giusti.

Tuttavia mi fido della Letteratura come fonte di conoscenza e nel dirlo faccio contenta Michela Murgia, che anni fa al Festivaletteratura a Mantova ha bene argomentato questo suo invito rivolto al pubblico e in me ha trovato una porta aperta.

quando le montagne cantanoMi fido delle storie raccontate nei libri e ritengo di avere cominciato a entrare nell’universo della storia vietnamita con la lettura di Quando le montagne cantano, l’opera prima della giornalista e poetessa Nguyen Phan Que Mai [Qui], uscita in Italia nel 2021, che ricostruisce la storia del Novecento vietnamita attraverso le vicende di una famiglia e delle sue figure femminili.

Ero al liceo nei primi anni Settanta durante la guerra per antonomasia, la guerra del Vietnam, che tanti reportage e articoli e film hanno raccontato dal punto di vista degli USA e un po’ meno da quello vietnamita. Cosa che fa questo bel romanzo, in cui la nonna Dieu Lan e la nipote Huong affrontano con forza interiore guerre e verità una più difficile dell’altra sui destini individuali e sulla storia del loro paese.

Il-nuovo-libro-Garzanti-della-geografia-volume-treHo rispolverato anche un vecchio manuale di Geografia che risale all’inizio della mia carriera alle scuole medie e ci ho ritrovato delle comode schede dedicate alla cultura religiosa del paese e un approfondimento sul periodo coloniale francese, durato dalla fine dell’Ottocento al 1954.

Ma voglio ritornare al nome Rosa, cioè Huong, che fa da filo conduttore in questa carrellata di pensieri. Deve essere un nome di donna abbastanza diffuso pure in Vietnam, difatti porta questo nome anche la guida che nei primi giorni di luglio ci farà visitare la Cittadella di Hue e ci accompagnerà verso sud a Danang e dintorni.

E siccome non c’è il due senza il tre, Rosa è il nome di una delle due protagoniste del libro scritto a quattro mani da Pif [Qui] e da Marco Lillo[Qui] che è uscito nel maggio 2021. Ho appena finito di leggerlo e l’ho appoggiato sui due volumi vietnamiti, la guida turistica Mondadori e il romanzo in cui le montagne cantano. Alla fine, pur nella loro diversità, li lega strettamente uno all’altro un nome odoroso di donna.

io possoLe sorelle Savina e Maria Rosa Pilliu sono, come recita il sottotitolo, Due donne sole contro la mafia e sono le protagoniste di Io posso, uscito presso Feltrinelli, che racconta la storia trentennale della loro resistenza ai soprusi subiti dalla mafia.

Due sorelle coraggiose che a Palermo negli anni novanta del secolo scorso hanno subito un grave danno alla loro casa a causa della costruzione abusiva di un vicino palazzo di nove piani e che fino ad ora non hanno ancora ricevuto un equo indennizzo dalla giustizia italiana. Di più: quello stesso stato che non le ha mai riconosciute come vittime di mafia ha di recente chiesto loro il pagamento delle tasse sulla somma loro dovuta come risarcimento, che però non è mai arrivato.

“Se Kafka conoscesse questa storia direbbe che è troppo”, è il commento di Pif.

Aggiunge Marco Lillo: “Nel palazzo tirato su a danno della casa delle Pilliu hanno abitato i pezzi grossi della vecchia e della nuova mafia, per esempio c’è stato Giovanni Brusca, colui che ha schiacciato il telecomando nell’attentato di Capaci”.

E loro intanto, le due sorelle, imperterrite a dire no in tutti questi anni: non vendiamo la nostra proprietà al costruttore colluso con la mafia, non lasciamo il nostro negozio né la nostra città.

Anche di un libro-inchiesta come questo, il cui taglio giornalistico nulla toglie al racconto dei fatti e sa essere venato di ironia e di anche di emotività, mi fido.E mi piace che il ricavato delle vendite sia destinato a coprire quei 22 mila e 842 euro di tasse che gravano sulle sorelle.

La motivazione è spiegata molto bene dai due autori nella penultima pagina del libro: “In fondo abbiamo pensato che lo Stato non è solo la prefettura che ha detto no alla loro richiesta di risarcimento. Non è solo quel giudice amministrativo che ha dato ragione a Pietro Lo Sicco nel 1995. Non è nemmeno quell’assessore che ha concesso la licenza a un costruttore sapendo che non ne aveva diritto. Lo Stato alla fine siamo noi. Noi che scriviamo questo libro e voi che lo state leggendo”.

Nota bibliografica:

  • Nguyen Pan Que Mai, Quando le montagne cantano, Editrice Nord, 2020 (traduzione di Francesca Toticchi)
  • Pif, Marco Lillo, Io posso. Due donne sole contro la mafia, Feltrinelli, 2021
  • John Lyons, Introduzione alla linguistica teorica, Laterza, 1975
  • AAVV, Il nuovo libro Garzanti della geografia, vol.3, 1980

Per leggere gli altri articoli e indizi letterari di Roberta Barbieri nella sua rubrica Vite di cartaclicca [Qui]

Vaccini e Covid: la fiducia non si cripta

E’ curioso vedere che certi “rappresentanti eletti dal popolo” gridano contro l’attacco alle libertà solo quando la libertà di fare il cavolo che gli pare è la loro.
E’ di questi giorni la “rivolta” di alcuni europarlamentari (sei dei quali hanno indetto una conferenza stampa da guerriglieri, manco fossimo nel Chiapas) contro l’obbligo di Green Pass introdotto anche per loro dall’Europarlamento. L’episodio potrebbe essere rubricato come una manifestazione di folklore, se non fosse che il finale della dichiarazione ha richiamato un problema reale e niente affatto folkloristico: a fine conferenza,
i “ribelli” hanno mostrato le pagine, quasi completamente oscurate, che mostrano le clausole dei contratti stipulati tra Unione Europea e case farmaceutiche per la commercializzazione dei “vaccini” anti Covid-19. Ovviamente le clausole criptate non consentono di sapere quasi nulla delle condizioni economiche alle quali sono stati conclusi gli accordi, né sulle eventuali clausole di esonero da responsabilità delle case stesse per danni a lungo termine da vaccino.

Manon Aubry, copresidente del gruppo europarlamentare della Sinistra, già nel marzo scorso aveva puntato il dito contro l’esecutivo guidato da Ursula Von der Leyen (vedi qui), ipotizzando che la mancata trasparenza sul contenuto dei contratti celasse condizioni capestro per gli Stati (quindi la collettività) e favorevoli per le case farmaceutiche. Peccato che le case stesse abbiano ricevuto ingenti sovvenzioni pubbliche per le loro ricerche, che abbiano applicato prezzi differenziati e conseguenti forniture di favore agli Stati che pagavano di più (es.Israele) e di sfavore per gli Stati poveri.
Per non parlare dei brevetti, che continuano a non essere temporaneamente liberalizzati, nonostante la più grave crisi sanitaria mondiale dai tempi dell’epidemia di Spagnola. In questo modo si è autorizzati a pensare che lo Stato impone ai privati cittadini (ai privati “deboli”) le restrizioni delle libertà individuali più massive di sempre, almeno in regime di democrazia, e lo stesso Stato si fa imporre dai privati (i privati “forti”) le condizioni di utilizzo dei loro prodotti “salvavita”. E i cittadini non ne devono sapere nulla.

Il danno più grave che questa condotta omertosa produce nell’opinione pubblica è la sfiducia.
Sfiducia nelle dichiarazioni ufficiali, nelle notizie di fonte governativa, fino alla sfiducia nei confronti delle notizie provenienti dalla comunità scientifica. Non fidarsi del potere è sempre un buon esercizio critico, ma ci sono frangenti della storia in cui il “potere” dovrebbe capire che non può continuare ad essere opaco, pena la trasformazione dello spirito critico in complottismo.
Se qualcuno ti nasconde una cosa, pensi immediatamente che quello che ti racconta (coprendo il resto con una pecetta nera) siano un mucchio di balle. Questa non è una giustificazione per l’estremismo allucinogeno di alcune frange di invasati che giocano oscenamente coi parallelismi tra green pass e nazismo. La testa di costoro non la cambi, ci sarebbe voluta un’altra famiglia, un’altra scuola, forse un’altra testa. Quello che spaventa è la sfiducia delle persone perbene.
Ci sono individui preparati, dalla cultura strutturata, che non si fermano agli slogan, che sono cresciuti nutrendo lo spirito critico ma che sanno distinguere tra una fake new e una notizia vera: molti di costoro sono preoccupati per la piega che hanno preso le cose.

La radicalizzazione delle opinioni tra coloro che disprezzano gli scettici, e coloro che disprezzano gli ortodossi, accusandosi reciprocamente di attentare alla salute pubblica o di essere ciechi di fronte alla dittatura sanitaria, è un fenomeno di imbarbarimento del dibattito pubblico che produce solo veleno. E la causa è la sfiducia generalizzata nei confronti di quello che ci racconta il “potere”.

E’ appena stato pubblicato dalla rivista New Scientist (e ripreso da Internazionaleleggi qui) un interessantissimo articolo sulle possibilità che le tecniche basate sul Rna messaggero (tecnica utilizzata nella maggior parte dei vaccini contro il Covid) possano, in futuro, far produrre i medicinali al nostro corpo, con prospettiva di cura per tutto, dalle infezioni batteriche alle malattie autoimmuni, fino ai rari disturbi genetici e al cancro.

Quando il potere politico appone il “segreto di Stato” sui contratti stipulati con la cosiddetta Big Pharma, non fa altro che minare la credibilità di tutto, compreso quanto di buono viene dal mondo della ricerca scientifica.
Se questa epidemia mondiale (come abbiamo sentito ripetere fino alla nausea in uno stucchevole lockdown mediatico) deve far modificare alcuni paradigmi di relazione con i problemi, uno di questi paradigmi deve essere la fine della “ragion di Stato” come paravento per nascondere le cose ai cittadini.

Se si vuole che i cittadini accettino le restrizioni imposte dallo Stato, lo Stato deve essere autorevole, e la sua autorevolezza passa anche attraverso la trasparenza dei suoi atti, soprattutto quando vanno ad incidere sulla vita quotidiana dei cittadini.
Per far rispettare alla collettività con autorevolezza, e non con autoritarismo, i doveri legati ad uno stato di emergenza pubblica, i cittadini di questa collettività devono avere il diritto di essere informati in maniera trasparente e completa.
Solo in questo modo si può ricostruire un rapporto tra cittadini e autorità pubblica basato sulla fiducia.

Sfatiamo il mito:
Il debito pubblico giapponese non è diverso da quello italiano

Ciò che fa la differenza non è tanto la nazionalità del debito (l’essere giapponese piuttosto che l’essere italiano) ma la volontà di gestirlo bene e il mantenimento degli strumenti per farlo.

Ma andiamo per ordine. I dati ci dicono che nel 2019 il debito pubblico giapponese ha superato il 240% e che per l’Italia si prevede il superamento del 166% entro la fine del 2020.

Nonostante una differenza a nostro favore di circa 100 punti percentuali, per il Giappone non sembra essere un problema, la sua credibilità non vede crisi all’orizzonte. L’Italia invece da giornali e tv è data sull’orlo del baratro. A questo punto la domanda è: cosa sfugge ai commentatori ‘seri’?

Chi ha letto l’articolo apparso sul Wall Street Journal il 4 settembre scorso ha già capito che questo articolo seguirà esattamente il filo di quel ragionamento per dimostrare, ovviamente, l’esistenza di un diverso punto di vista. Per dimostrare, sostanzialmente, che nulla, nel mondo dell’economia, è così oggettivo come si vuol far credere. L’economia vive di decisioni politiche come il consenso vive di televisione e di repubblica.it. Il debito pubblico può essere un debito oppure una risorsa, dipende da quali interessi si vogliono difendere.

E’ giustamente vero che il debito pubblico italiano non è sostenibile, o è meno sostenibile di quello giapponese, ma solo alle condizioni attuali. Ed è di queste condizioni che si dovrebbe discutere, di chi e perché le ha create. Se queste siano immutabili oppure frutto di decisioni politiche e, quindi, se queste decisioni abbiano tutelato i cittadini oppure li abbiano esposti a rischi e sacrifici inutili.

Chi scrive ritiene che l’Italia, potendo utilizzare gli stessi strumenti di politica economica e monetaria del Giappone, potrebbe arrivare a gestire anche gli stessi livelli di debito e che già oggi si potrebbe parlare di falso problema semplicemente applicando gli stessi criteri di chiarezza contabile utilizzata per il Giappone.

Con il Wsj siamo comunque d’accordo su un punto: non è solo questione di sovranità monetaria. Si può avere infatti la capacità di stampare la propria moneta ma ci possono essere condizioni internazionali sfavorevoli (si pensi a Weimar), incapacità di gestione della cosa pubblica (si pensi allo Zimbawe) o i due fattori che si manifestano insieme (si pensi all’Argentina oppure al Venezuela). Tolti questi ci sarebbero poi, a volerli vedere, tutti gli esempi in cui comunque la sovranità monetaria funziona e qui andiamo dagli Stati Uniti fino alla Svezia, dalla Corea del Sud, al Giappone, al Canada fino all’Australia e alla Norvegia. Dalla Gran Bretagna fino al Sud Africa ed oltre.

La diversità del debito giapponese sembra risiedere, come fa notare anche Cottarelli, nel fatto che il settore pubblico ne detenga una grande fetta, talmente grande che se la eliminassimo il debito scenderebbe al 153%, meno di quello italiano. Chiarezza contabile dunque. Il debito pubblico giapponese è più al sicuro perché una parte è comprata dallo stesso settore che lo emette, il 37% lo ha acquistato la Boj, poi ci sono i fondi pensione, le pensioni pubbliche e le assicurazioni. Insomma un debito solo formale, una “partita di giro”, un modo per finanziarsi con la propria moneta senza creare problemi. Ovviamente gli interessi che si pagano sul debito detenuto dalla banca centrale ritornano allo Stato generando anche un circolo virtuoso dovuto al signoraggio. Il mondo, e Cottarelli, lo sa e addirittura apprezza.

Se applicassimo lo stesso ragionamento per l’Italia potremmo constatare che attualmente la Banca d’Italia detiene una quota del debito pubblico pari a circa 400 miliardi mentre circa 700 miliardi sono detenuti da istituzioni finanziarie nazionali. Il che ci metterebbe già sullo stesso piano contabile del Giappone, se solo il mondo e Cottarelli se ne accorgessero. Allora la domanda giusta potrebbe essere: “perché non se ne accorgono?”

Poi ci sarebbe la quota detenuta dalla Bce e quindi (cumulativamente), come per il Giappone, ci sono interessi che ritornano allo Stato italiano, il che potrebbe far pensare che questi interessi con i futuri titoli del Recovery Fund andranno persi. Non dico che ciò sia fondamentale, solo che a volte le nostre autorità ci dicono ciò che vogliono dirci omettendo ciò che non vogliono dirci o non vogliono che notiamo, sembra una banale considerazione ma è meglio considerarlo se poi si vuole comprendere davvero le grandi questioni nazionali.

(fonte: statistiche della Banca d’Italia – 15 gennaio 2020)

C’è poi il punto relativo al debito comprato dalle famiglie e quindi del reddito da interesse che rimane all’interno del circuito contrapposto a quello comprato dall’estero, che ovviamente impoverisce finanziariamente il paese che emette il debito (gli interessi vanno all’estero e il capitale è più a rischio perché meno controllabile). Ebbene qui il Giappone fa meglio di noi, infatti solo il 6% del suo debito va all’estero mentre l’1% va alle famiglie, dimostrando quindi di volerlo pienamente gestire sia dal punto di vista di attacchi valutari che inflazionistici. E’ lo Stato, in Giappone, che tiene sotto controllo la politica fiscale e monetaria. Anche qui il mondo osserva e apprezza.

L’Italia ha avuto l’evoluzione come dal grafico seguente, è passata dall’avere un debito estero del 4% nel 1988 al 32% nel 2018 per arrivare a superare i 700 miliardi alle soglie del 2020 (fonte: Statistiche della Banca d’Italia).

Le famiglie passano dal detenere il 57% nel 1988 al 6% del 2018. Quindi sale l’esposizione con l’estero e diminuisce con le famiglie. Una scelta pessima, alimentata dal fatto che in molti casi c’è stata una chiara volontà nello spingere queste ultime all’acquisto di obbligazioni e azioni bancarie allontanandole dai sicuri risparmi assicurati dai Titoli italiani, con le conseguenze che abbiamo visto tutti. Lo Stato, continuamente e secondo gli osservatori nazionali, sull’orlo del baratro ha continuato a tenere fede ai suoi impegni, mentre le banche fallivano lasciando disastri e disperazione. Oggi, costretti a combattere contro il Covid 19, torniamo ai “Bot people” per necessità.

Scelte sbagliate che nell’immaginario comune sono stranamente patrimonio dell’Italia tutta e non solo di quella parte politica che le ha fatte ed imposte, a volte senza neppure passare per il Parlamento. Tanto vero questo che quando, ad esempio, un Draghi qualsiasi fa una considerazione da studente di Liceo viene osannato invece che essere messo di fronte alle sue responsabilità politiche trentennali.

Draghi ‘avverte’ infatti che esiste un debito buono e un debito cattivo. Cioè non vanno bene le mancette ma ci vogliono investimenti, magari in ricerca e infrastrutture, geniale.

Noi però lo sospettavamo e qualcuno addirittura lo sapeva. Si era a conoscenza dell’esistenza di debito buono e debito cattivo, non per particolare bravura ma semplicemente perché bastava ascoltare altri economisti come ad esempio Richard Werner, per rimanere all’oggi, ma potremmo arrivare persino ad aver letto Silvio Gesell per scoprire che i riferimenti alla logica in economia partono da lontano. Ma di più alla portata, in fondo, c’erano anche Keynes e la Costituzione italiana a parlarci della bontà dell’intervento e del controllo statale, in particolare nei momenti di crisi, e degli investimenti e poi del lavoro e della ricerca. La spesa di oggi, diceva Milton Friedman (niente di meno!), farà raccogliere gli interessi alle generazioni future.

Invece la politica italiana ci ha voluto dare altro, l’indipendenza dei mercati, della finanza e delle banche centrali nonché uno stato spettatore più che attore, tranne poi chiamarlo a gran voce quando si è voluto convertire debiti privati in pubblici (per non far fallire banche e istituzioni finanziarie), trasferire gli errori dei singoli alle comunità (per non fargli perdere i bonus milionari) e ridare stabilità al sistema (cioè perché continuasse a trasferire ricchezza dal basso verso l’alto). Il tutto, ovviamente, dando fondo a i nostri risparmi.

La conclusione è che non serve confrontare ciò che non si può confrontare. Il Giappone ha un sistema totalmente diverso dal nostro, ha la possibilità di controllare l’emissione monetaria e la successiva immissione di denaro nel sistema, ha il controllo delle banche commerciali attraverso la sua Banca Centrale che ovviamente è controllata a sua volta dallo Stato, ha la possibilità di decidere autonomamente delle sue politiche economiche. Può quindi riformare ciò che ritiene di dover riformare e indirizzare fondi dove ritiene di doverli indirizzare, può stimolare oppure frenare, può dare soldi alle sue aziende per lo sviluppo e la ricerca, può finanziare le sue università e i suoi ospedali.

Ha, inoltre, dei politici che hanno probabilmente onore, senso dello Stato e del dovere verso i cittadini. Facile governare con tutti questi strumenti a disposizione.

Da questo elenco, cosa ha a disposizione e cosa può fare autonomamente l’Italia? Forse è di questo che si dovrebbe discutere per scoprire che non è semplicemente vero che loro sono bravi solo perché sono giapponesi ma sono bravi perché hanno scelto di essere e rimanere giapponesi pur accettando la complessità del mondo, mentre noi siamo cattivi perché non riusciamo ad essere italiani e inseguiamo il mondo senza capirlo. Nel tempo abbiamo preferito essere un tantino inglesi, francesi, americani e adesso persino tedeschi per avere una direzione. Abbiamo ceduto tutti gli strumenti di natura politica e decisionale per l’incapacità di essere semplicemente noi stessi, convincendoci che la mancanza di capacità dei nostri politici fosse quella di un intero popolo.

La politica non funziona, ma tutti vogliono i titoli italiani

Tutti vogliono i Bot e i Btp italiani. Successo nelle aste di ferragosto nonostante la politica continui a non funzionare.

Questa settimana ha visto interessanti spunti di riflessione dal punto di vista dell’emissione di Titoli di Stato. Il dodici agosto il Tesoro ha offerto sette miliardi in Bot annuali venduti in asta ad interesse negativo del -0,192% in calo rispetto al -0,124% offerto nell’ultima emissione del dieci luglio. Il rapporto di copertura è stato del 1,74 in quanto la domanda è stata di 12,2 miliardi, quindi ben superiore rispetto all’offerta.

Giovedì 13 agosto il Tesoro ha invece offerto dei Btp con scadenza a tre, sette e trent’anni, per un importo complessivo di 6,75 miliardi. Il rapporto di copertura è stato anche qui interessante e precisamente del 1,63, 1,43 e 1,39, di nuovo insomma la domanda di Titoli è stata superiore all’offerta.

Ancora una volta è dimostrato il fatto che l’Italia non ha problemi nel trovare finanziatori desiderosi di comprare il suo debito, anzi. Ma sullo sfondo di queste emissioni c’è ancora il Recovery Found e lo Sure e, di certo, non è sparito il Mes con il quale prima o poi ci indebiteremo, visto anche il nuovo posizionamento di Mario Monti all’Oms.

Certo qualcosina in più la paghiamo sugli interessi dei Btp rispetto a spagnoli o inglesi ma questo è dovuto al fatto che l’Italia ha un investment grade bbb-, quindi al fatto che le agenzie di rating, già riconosciute incapaci di dare giudizi seri dal 2008 in merito alla qualità dei debiti, continuano ad avere più credibilità di quanta ne meritino.

Agenzie di rating ma anche Banca Centrale Europea e coordinamento con le politiche fiscali dei Paesi intralciano il corretto andamento degli eventi economici e, di riflesso, condizionano negativamente le aspettative dei cittadini.

Le Banche Centrali “espandono” i loro bilanci e la Bce supera i seimila miliardi seguendo la Fed che ha superato i settemila. Tale espansione è dovuta soprattutto alle politiche di acquisto di Titoli sovrani con lo scopo di immettere liquidità nei sistemi economici in modo da aumentare la capacità di spesa dei cittadini (famiglie e imprese). Acquisti che regolano anche lo spread che si mantiene basso quando c’è in giro la certezza che lo farà davvero o in caso servisse farlo (memo: il “whatever it takes” di Draghi).

Purtroppo le news parlano ancora di recessione, segno che qualcosa non sta funzionando probabilmente perché la moneta da sola non basta. C’è necessità di piani, strategie e unità d’intenti soprattutto nell’eurozona dove le politiche monetarie non trovano il necessario supporto nelle politiche fiscali degli Stati, ognuno segue le sue idee e gli obiettivi non si incontrano. La Bce “produce” soldi mentre gli Stati non li controllano e non decidono correttamente come impiegarli, probabilmente perché non esiste un coordinamento chiaro tra le diverse politiche nazionali che tendono a tutelare interessi particolari piuttosto che quelli della comunità dei cittadini europei.

Insomma, il debito oscilla tra serio e falso problema perché i finanziatori ci sono sempre stati, e continuano ad esserci, dato che l’Italia rimane un buon posto dove investire (un Paese non è fatto di soli politici che ‘discutono’ e giornali che denigrano ma anche di persone che producono, inventano, crescono). Del resto gli investitori sanno che gli interessi dipendono dalle farlocche agenzie di rating americane e non realmente da possibilità di default, quindi mentre comprano sorridono sapendo che non le sostituiremo con serie agenzie europee.

Dietro (o davanti) rimane fondamentale il comportamento (nonché gli Statuti) delle banche centrali che andrebbero rese più dipendenti dalle necessità delle comunità e meno da quelle dei mercati. Per finire, la comunità degli stati europei dovrebbe lavorare seriamente per… la comunità e quindi adeguare le esigenze di spesa (politica fiscale) agli interessi comuni piuttosto che preoccuparsi degli spread e di imporre metodi di indebitamento graditi alle élite finanziarie.

DIARIO IN PUBBLICO
Nel parlamento dantesco non c’è posto per lo Sgarbi vociante

Il malizioso criceto mi sussurra all’orecchio di commentare il ‘fatto’ per eccellenza avvenuto in Parlamento il 25 giugno. Esito, mi schermisco, ma il mio spirito dantesco prende il sopravvento e decido di rifarmi agli anni gloriosi in cui per tre giorni alla settimana mi lanciavo nell’esegesi del sommo poeta.
Il IV canto dell’Inferno si apre con questa ambientazione: una valle nella quale si erge un nobile castello. Ci troviamo nel luogo che ribadisce la condanna spirituale del maestro di Dante, Virgilio, in quella valle del Limbo ove s’erge il castello degli Spiriti Magni. Un luogo nobile dunque che Dante così descrive:

Di lungi n’eravamo ancora un poco,
ma non sì ch’io non discernessi in parte
ch’orrevol gente possedea quel loco.

La gente onorevole potrebbe frequentare il Parlamento? Certamente. Qui infatti:

Genti v’eran con occhi tardi e gravi,
di grande autorità ne’ lor sembianti:
parlavan rado, con voci soavi.

Come si sa nei luoghi del potere e soprattutto alla Camera si discute con garbati modi; mai s’alza la voce e, Parlando cose che il tacere è bello, si opera per il bene della Patria! Sono loro, gli “Spiriti Magni”, a cui è stato affidato la conduzione dello Stato che, nell’alternarsi delle diatribe, riescono a regolare e ad approvare le difficili leggi della politica. Talvolta però s’alzano cartelli irridenti, si mangia appetitosa mortadella, ci si azzuffa, si strepita. Ma solo per il bene della Nazione.

Certo, chi come nel caso dell’onorevole di cui si parla,  nel suo modus operandi è investito dalla nobile causa per cui, possedendo un eloquio superiore e volendo far prevalere le sue tesi deve e può, con evidente funesta ira, o minaccioso richiamo alle regole della somma auctoritas, arrivare a trascendere. Ecco allora l’arringa si fa urlo. Il guardiano, anzi in questo caso la guardiana, del loco minaccia, strepita, ammonisce. Nulla da fare, finché in un impeto di punizione si arriva all’estremo castigo e l’oratore è trascinato da quattro commessi a braccia fuori dai ‘bank(s)y’. [La boutade ovviamente non è mia]. Così si conclude la dantesca vicenda, anche se le conseguenze ancora palpitano nei commenti, nei social, nelle discussioni a viso aperto cioè senza l’invisa mascherina.

Resta un interrogativo senza risposta (per ora): Quali cose si saranno detti tra loro i reggitori dello stato, qui alla Camera, o in Senato, o nella delizia della palazzina della Algardi a Villa Pamphili, il Bel Respiro. Cose di cui il tacere è bello?
Il criceto mi lancia un’occhiata di cautelosa approvazione e si ritira nel suo angolo pronunziando parole gaudiose, dove riesco a sentire un continuum di frasi che ripetevano in continuazione un solo nome: Parigi.
E sì! perché, mentre lentamente s’apre l’estate portatrice di gioia e mentre conto i giorni che mi separano dalla partenza per Vipiteno, arriva la notizia inattesa. Parigi mi aspetta. Mi vuole nell’autunno, si spera non più funestato dal covid. A lui, al mio Cesarito si dedica una giornata di festa europea, a cui sono chiamato a partecipare: Parigi e Pavese. Che si vuole di più?

Allora, dopo essermi consultato con il mio Saint-Laurent sulla necessità di riparare ancora una volta il capriccioso e vetusto portatile, ne compro uno nuovo in cui riversare le mie noterelle estive e attendo fiducioso di partire per noti lidi (anzi montagne).
Buone vacanze ai miei 5 lettori!!!

 

Arresti domiciliari anche ai boss mafiosi del 41 bis? No grazie

La proposta di mandare i boss mafiosi ai domiciliari mentre si trovano al 41 bis, in un momento in cui tutto il paese è “agli arresti domiciliari”, è incomprensibile e scellerata. Mentre migliaia di persone muoiono in assoluta solitudine, migliaia di cittadini non hanno più un lavoro, un reddito, un futuro, lo Stato si preoccupa di liberare delinquenti e mafiosi assassini? Scarcerare i mafiosi con la scusa dell’epidemia del coronavirus equivale ad assassinare ancora una volta Falcone, Borsellino e tutte le altre vittime. Trasferire a casa, per esempio, il criminale mafioso Spatuzza, che si è macchiato del terribile assassinio di un bambino di 11 anni, Giuseppe Di Matteo, rapito, strangolato e sciolto nell’acido come ritorsione nei confronti del padre, Santo di Matteo, collaboratore di giustizia, è inconcepibile. E’ questa la legge?
Spero non sia vero! Mai come in questo momento il ricordo dell’amica Agnese Borsellino, moglie di Paolo Borsellino, scomparsa nel maggio 2013, mi angoscia ancor di più. A noi amiche del gruppo confidava che non aveva paura di morire, ma aveva paura della consapevolezza che non sarebbe riuscita a vedere la fine del processo sulla strage di via D’Amelio del 19 luglio 1992, che le aveva strappato vigliaccamente il marito e il padre dei suoi figli. Da quel giorno, fino alla morte, causata da un tumore, ha trascorso gli anni della sua vita assieme ai figli e al cognato Salvatore Borsellino, alla ricerca della verità. “Borsellino e Falcone avevano capito da tempo che è la mafia che materialmente uccide, ma il mandate è qualcuno di molto in alto…”.
Molti di noi ricordano quell’intervista televisiva in cui Agnese dichiarò: “Mio marito, Paolo, dopo l’incontro con Mancino a pochi giorni dall’attentato, tornò a casa sconvolto, gli chiesi il motivo e lui mi rispose “oggi ho sentito odore di morte”.
In questi giorni, un altro amico, Giuseppe Giordano (Pippo), ex poliziotto ed Ispettore della Dia (Direzione Investigativa Antimafia), autore de Il sopravvissuto, collaboratore in prima linea alla lotta alla mafia, con Falcone, Borsellino, Cassarà e Montana e particolarmente coinvolto nella vicenda del rapimento e uccisione del piccolo Giuseppe Di Matteo, sin dal giorno del suo sequestro, si dice sconcertato.
Da anni Giordano si reca nelle scuole di tutta Italia per far conoscere ai giovani i crimini mafiosi. “Questo Stato, al quale giurai fedeltà, mi sta facendo riaprire ferite mai emarginate. Questa Italia che dimentica il passato concedendo la libertà ai mafiosi è la stessa che ad ogni anniversario porta le corone per ricordare i martiri della violenza mafiosa. Fatemi un gradito favore, il 23 maggio (Giovanni Falcone) e il 19 luglio (Paolo Borsellino) state lontani da Capaci e da via D’Amelio, ci fate più bella figura. In questi giorni sono anche disgustato dal silenzio di alcune organizzazioni antimafia che non intervengono sull’avvenuta liberazione anticipata di mafiosi e di quelli che potrebbero beneficiarne. Zitti! Non comprendo questo silenzio. Se chi ha avuto l’idea di liberare anzitempo i mafiosi, con la scusa del coronavirus, avesse visto i corpi maciullati dei carabinieri, dei colleghi di Polizia, dei magistrati, come ha visto il sottoscritto, allora capirebbe tutta la mia amarezza e disgusto per questa scellerata decisione”.
Quaranta mafiosi stanno per uscire: è già uscito dal carcere Bonura (boss di mafia) per motivi di salute, come il boss Zagaria, e potrebbero beneficiare del ‘rischio coronavirus’ altri boss che oggi sono al 41bis, come il mandante della strage di Capaci (Bagarella), il mandante (Santapaola) dell’omicidio del giornalista Pippo Fava (per quest’ultimo giunge notizia che il giudice della Sorveglianza di Milano ne ha bocciato la richiesta proprio in questi giorni), il mandante (Pippo Calò) dell’omicidio del generale Dalla Chiesa e alcuni boss della Nuova Camorra Organizzata. Si tratta di una possibilità che ha generato polemiche e sconcerto nel mondo dell’Antimafia, negli italiani onesti e nei parenti delle vittime innocenti.
Anche l’amico giurista, il prof. Giuseppe Musacchio, presidente presso l’Osservatorio Antimafia del Molise e professore di diritto in varie università italiane e straniere, si dice sconvolto perché se dovessero uscire boss mafiosi del calibro di Cutolo, lo Stato avrà perso la sua credibilità e nessuno avrà più fiducia nelle giustizia. Nessuno avrà più il coraggio di denunciare e la mafia soffocherà definitivamente lo Stato. “Qualora si dovessero aprire le porte del carcere per gli autori delle stragi di Capaci e via D’Amelio si certificherebbe la sconfitta dello Stato e il trionfo delle mafie. Uno Stato responsabile non può”.

Vanno a ruba i Btp in dollari. Ecco a chi conviene…

L’Italia ha appena emesso Bond in dollari americani, con scadenze varie e interessi allettanti, per un totale di 7 miliardi di euro. Le tre tipologie di Btp sono state collocate al 2,4% per i titoli a 5 anni, 2,9% per il quelli di durata di 10 anni, fino al 4,02% per il Btp trentennale. Interessi che hanno stimolato … l’interesse degli investitori, abituati a ricevere molto di meno sui bond europei emessi oramai, per la maggior parte, a tassi negativi.

I comunicati del Ministero dell’Economia e Finanza specificano che “I proventi derivanti dall’emissione potranno essere impiegati dall’emittente per necessità generali dell’emittente, ivi incluse finalità di gestione del debito”. In altre parole i soldi raccolti, che sono ovviamente nuovo debito, potranno essere utilizzati per saldare vecchi debiti, a dimostrazione del fatto che la più improduttiva delle spese dello Stato è proprio il pagamento degli interessi sul debito. Si fa debito per pagare altro debito.

Gli interessi sul debito pubblico che la comunità si è dovuta accollare negli ultimi due anni sono stati all’incirca 130 miliardi (dati Def e Nadef) che mentre da una parte rappresentano un’esigenza per la moderna economia, dall’altra dimostrano una specifica volontà politica di finanziarsi nel modo peggiore, ovvero vendendo Btp alle condizioni più favorevoli al mercato e meno vantaggiosi per chi li emette (aste marginali invece che aste competitive, conteggio nel debito dei Btp già ricomprati dalla Banca d’Italia, necessità di vendere tutto nella medesima asta a tutti i costi, nessun supporto di una banca pubblica ed ora Btp in valuta diversa dall’euro).

In tale quadro, ovviamente e chiaramente politico prima che economico, il debito pubblico italiano è un enorme contenitore che è arrivato alla astronomica cifra di 2.410 miliardi di euro al 31 luglio 2019. L’ultimo bollettino del Mef sulla composizione dei titoli di stato in circolazione al 30 settembre 2019, rende noto che del totale del debito pubblico 2.015 miliardi e 558,09 milioni sono titoli di stato. Di questi il 71,43% sono Btp, ovvero titoli a più lunga scadenza e sui quali si concentra la speculazione.

E’ ovvio che in un contesto di numeri di questo genere anche il senatore Bagnai, a capo della Commissione Finanze del Senato, abbia ridimensionato la portata degli spiccioli emessi in dollari. Quale danno potrebbero fare 7 miliardi di euro di bond emessi in valuta straniera rispetto ai già oltre 2.000 miliardi emessi in euro?

In realtà non è così semplice, soprattutto quando ci viene detto continuamente che il debito oggi accumulato graverà sulle future generazioni, affermazione che ovviamente non solo contesto io (poca cosa) ma che ha contestato persino Milton Friedmann, padre dell’attuale politica economica neoliberista.

E se dunque la spesa pubblica è a carico nostro, allora mi sembra giusto pretendere la miglior gestione possibile. Se persino i posti letto negli ospedali ed i tetti che coprono le scuole dei nostri figli sono soggette al buon risultato del bilancio statale, allora anche l’emissione di pochi “spiccioli” dovrebbe seguire la logica della buona amministrazione e della lungimiranza politica.

Gli esempi di default che vanno per la maggiore in tv fanno sempre riferimento sempre a stati che hanno emesso debito in valuta straniera, ovvero valuta che gli emittenti non potevano poi controllare. L’Argentina rappresenta l’esempio classico ma anche la Russia della fine dell’ultimo secolo si era indebitata in dollari prima del default.

Certo, se si parte dal presupposto che in ultima analisi non possiamo controllare nemmeno l’euro in quanto abbiamo demandato alla Bce la politica monetaria staccandola dalla politica fiscale e dai vari ministeri del Tesoro, allora cambia poco, siamo d’accordo. Anche l’euro è sostanzialmente una moneta straniera, presa a prestito. Ed a riprova di questo, e se si spulciano le voci del debito pubblico, si scopre che vi sono conteggiati anche i 179 miliardi di debito corrispondenti alla liquidità del Paese. Cioè alla moneta cartacea che utilizziamo, che appartiene alla Banca Centrale Europea e che ad essa devono essere restituiti.

Tornando al punto, le ultime emissioni di Btp in euro non hanno mai raggiunto il livello di interesse che invece dovremmo pagare per quest’ultima emissione. Anzi, nel comunicato stampa n° 173 del 03/10/2019 si legge che “Il Ministero dell’Economia e delle Finanze comunica i dettagli dell’emissione del nuovo Btp€i a 10 anni, con scadenza 15 maggio 2030 e cedola reale dello 0,40%”. Cioè emettere Btp in euro ci costa infinitamente di meno rispetto all’emissione in dollari che oltretutto è anche più rischiosa.

Ovviamente il Sole 24 ore ha spiegato che è solo “un effetto ottico” perché grazie alla stipula di derivati, ovvero di assicurazioni sul debito emesso, alla fine andremo a spendere la stessa cifra in interessi rispetto ad un indebitamento in euro. Una spiegazione con un po’ di buchi intorno e che non dice, ad esempio, che le assicurazioni vanno pagate, quindi ulteriori costi a nostro carico.

E nemmeno abbiamo voglia di andare a leggere le clausole, visto che di derivati qui a Ferrara abbiamo esperienza e che è storia il fatto che i contratti per derivati siano talmente complicati da essere ostici persino a chi li predispone.

La realtà è che vendere titoli in Btp conviene agli investitori e a noi, in fondo, piace far felici gli investitori tanto che dagli anni ’80 gli abbiamo già versato in interessi più di 3.000 miliardi di euro. Perché smettere?

L’impronta patriarcale nella condanna ai leader del governo catalano

Tutti ricordiamo le lunghe fila ordinate di catalani, intere famiglie, più di 2 milioni di cittadine e cittadini che si sono presentati per il voto del referendum indipendentista nell’ottobre 2017. Un referendum voluto con tanta determinazione dal governo catalano di allora e direi dalla popolazione catalana, considerando la imponente partecipazione sia al voto che nel mettersi al servizio della comunità per renderlo possibile. Un referendum osteggiato dal governo di Madrid e dichiarato illegale dalla corte suprema spagnola. Ricordiamo anche l’imponente schieramento di forze di polizia che hanno tentato di impedire il voto anche ricorrendo all’uso della forza e della violenza, violenza alla quale i catalani non hanno pur restando in file ordinate. Insomma un esempio di disobbedienza civile straordinario [leggi].

La severissima condanna dei 12 rappresentanti del governo di allora, dopo due lunghi anni di reclusione preventiva per nove di loro (un accanimento giudiziario davvero inspiegabile), obbliga tutti noi che viviamo in paesi democratici a porci delle domande. Davvero non si spiega tale durezza da parte della giustizia! Ai giovani maschi di Pamplona che stuprarono ripetutamente in gruppo una giovane ragazza è stato riservato un trattamento molto meno severo, almeno nella prima condanna!
Per me è evidente la radice patriarcale di questa condanna. Sanchez dichiara che lo Stato di diritto ha vinto. Io credo invece che sia la volontà di pochi, una manciata di uomini, a a voler reprimere qualsiasi aspirazione all’autodeterminazione. Chiamare in causa lo Stato di Diritto, quando lo Stato siamo noi, significa avere in mente solo uno Stato metaforicamente assimilabile alla figura del Padre e non certo rappresentativo della comunità. Appare lampante l’associazione: un padre di famiglia che non riesce più a farsi ascoltare e invece di interrogarsi sui perché della perdita di tale autorità diventa dispotico e violento. La scusa della legge che regna sovrana sopra la testa dei cittadini e che impone a tutti una obbedienza remissiva non è più accettabile. La distanza tra questa decisione giudiziaria, l’arresto di Jane Fonda perché manifestava sulle scale del Campidoglio di Washingthon, l’accanimento mediatico contro Greta, e l’orribile assassinio di Hevrin Khalaf in Siria si assottiglia sempre di più.
Il reato per il quale sono stati condannati è sedizione. La definizione di sedizione è “sommossa violenta contro il potere costituito”. Ma questo è agli occhi di tutti falso… Abbiamo seguito le riprese trasmesse via facebook in diretta di quel giorno, riprese che arrivavano da diverse fonti e dagli stessi cittadini. La ordinata disobbedienza civile dei catalani di allora e del periodo di persecuzione politica che ne è seguito, ci ha tutti impressionati. Sembra che la condanna serva da monito a tutti i cittadini democratici. Il diritto all’autodeterminazione di un popolo viene cancellato, in Spagna, con una condanna che sa più di vendetta che di giustizia.
Oggi il sistema democratico mostra le sue grandi falle! Io sto con i catalani e il loro desiderio di poter essere padroni delle proprie scelte.

Per crescere all’Italia servono meno letterine e più spesa pubblica

Calo del Pil e aumento degli interessi sul debito pubblico. Questo in sintesi il motivo per cui il debito non scende e l’Europa manda letterine.
Nel primo caso è presto detto. Per fare un bel matrimonio devi spendere, per rendere felici gli invitati e magari per ricevere bei regali in cambio. Perché ci possa essere crescita bisogna spendere in investimenti, opere pubbliche, assunzioni e magari incentivare aumenti di stipendio.
Ovviamente, quando si lanciano i semi sul terreno poi bisogna aspettare che l’albero cresca ed è inutile nel frattempo piangere sui semi versati. I frutti ci saranno ma bisognerà aspettare. Quindi l’investimento oggi, sotto qualsiasi forma si decida di farlo, produrrà frutti tra qualche anno ma nel frattempo il debito crescerà perché quegli investimenti saranno il risultato di una spesa dello Stato.
Ciò che serve è allentare la borsa, aumentare i deficit per fare investimenti e fare in modo che le persone abbiano più soldi da spendere. Poi si aspettano i risultati che non potranno arrivare prima di due o tre anni almeno.
Impossibile contabilizzare annualmente gli investimenti e stupido pretendere di fare questi conti anno per anno. Quindi quello che non funziona, come sempre in questa Europa, è il metodo e l’ossessione per il debito e la spesa dello Stato conteggiata anno su anno e nelle previsioni per gli anni a seguire. Il problema non è certo il governo di turno, soprattutto se si pretende che l’unica cosa che debba fare e accondiscendere i mercati e controllare se i bilanci siano in linea con le attese dei fantomatici investitori. L’impedimento alla crescita viene dalle regole economiche che si pretende debbano essere in posizione privilegiata rispetto alla politica.
Il secondo caso contempla gli interessi che annualmente si pagano sul debito pubblico. Anche qui si guarda al dito e non a quello che il dito mostra. Il debito cresce perché non migliora il rapporto con il Pil, cioè se è vero quanto abbiamo detto ai precedenti punti, sarà vero anche che il debito è destinato a crescere.
Si potrebbe però abbatterlo in tanti modi. Vendendo i btp attraverso aste competitive piuttosto che aste marginali (vedi precedente articolo qui I continui autogol nella partita degli interessi sul debito), oppure si potrebbe non considerare nel conteggio del debito i btp già riacquistati e in possesso della Banca Centrale. Ancora, si potrebbe incentivare l’acquisto dei btp da parte delle famiglie e aziende italiane seguendo il modello giapponese oppure si potrebbe concordare con gli altri paesi dell’eurozona un efficace e costante intervento a sostegno dei debiti pubblici da parte della Bce, sul modello giapponese, americano, coreano, svedese, ecc…
E si potrebbe soprattutto pensare seriamente alla crescita. Ma bisognerebbe rilanciare gli investimenti. E per rilanciare gli investimenti potrebbe seriamente intervenire una Banca comune europea che lo faccia “senza scopo di lucro” perché agirebbe come una banca pubblica e quindi si dovrebbe preoccupare che gli investimenti vengano effettivamente fatti sui territori, e non certo di riavere indietro gli interessi su quanto prestato.
E poi si potrebbe aumentare la liquidità in giro con l’idea dei mini bot, oppure con i certificati di credito fiscale. Ovvero strumenti che potrebbero essere paragonati ad una moneta parallela. Strumenti che permetterebbero l’aumento degli scambi all’interno della Nazione senza creare debito perché funzionerebbero come una moneta complementare e non si toccherebbe l’euro. Ma anche qui parte la litania dello spaventare i mercati e gli investitori.
Siamo all’isteria. Non è più nemmeno possibile immaginare delle soluzioni che, ancor prima che qualcuno si spaventi realmente, ci pensa Ilsole24ore a mettere in guardia, a frenare qualsiasi possibilità di scostamento dalla linea tracciata dai padri fondatori della gabbia neoliberista.

Il consiglio è sempre lo stesso. Provare a capire chi si sta difendendo quando si rifiuta di prendere in considerazione strade diverse, quando si attacca chi propone qualcosa di nuovo e si impone la strada vecchia. La stessa che sta distruggendo la nostra economia e costringe uno Stato a programmare l’esistenza dei suoi cittadini affinché siano in grado di pagare dai 50 ai 70 miliardi di interessi all’anno, quando non ce ne sarebbe alcun bisogno.
Tutti i modi per aumentare il benessere dei cittadini passano da decisioni politiche e non da regole tratte dal manuale del piccolo economista. Tante soluzioni o strade che sarebbe possibile seguire, o tantomeno discutere, affinché la crescita sia non solo possibile ma anche equa e costante e che si basi su cooperazione e condivisione piuttosto che su mercati finanziari, borse, guerre commerciali, competizione e letterine dei soliti noti.

Capaci, ventisette anni fa

Ci sono immagini che non smettono mai di provocarci un’emozione, sia essa positiva o negativa.
Non sbiadiscono con il tempo, che non riesce a posare nessuna patina di assuefazione sugli eventi raffigurati.
Un chiaro esempio di questo, per quanto mi riguarda, è la foto che ritrae l’autostrada sventrata da 500 chili di tritolo, azionati a distanza, per uccidere il giudice Falcone.
Nell’esplosione morirono insieme a lui la moglie Francesca Morvillo e i tre uomini della scorta Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani.
E’ una foto che pur raffigurando qualcosa di terribile, come la morte di persone innocenti ed un’apparente vittoria di chi vorrebbe costruire un mondo irretito nella paura e nel malaffare, trasmette un forte messaggio di fiducia e di speranza nei valori di giustizia ed onestà che più si tenta di schiacciare e più sprigionano la propria potenza contagiosa.
Coglie l’attimo in cui è stata fermata per sempre la vita di persone coraggiose, perbene, rispettose dello Stato, del prossimo ed oltremodo desiderose di contribuire al miglioramento del proprio paese.
E’ un’immagine che ci restituisce la loro grandezza che si moltiplica per ogni sguardo che si posa su di essa, per ogni persona che si sofferma a riflettere sul suo senso profondo, per ogni volto che non si gira dall’altra parte.

Ripoliticizzare l’economia passando per la sovranità popolare e statale

Al dibattito pubblico su “euro sì – euro no” mancava una base di dati, uno studio su cui elucubrare, o magari fare acrobazie sul trapezio delle ipotesi, e finalmente … ’20 Years of the Euro: Winners and Losers’.
Ma, nonostante i dati e come ricorda l’economista Giovanni Zibordi, in economia non esiste una metodologia standard come nelle scienze per cui ai report, ai paper e agli studi econometrici “si possono trovare approcci totalmente diversi e da qui discussioni infinite che lasciano il pubblico perplesso”. E allora ben vengano i prospetti e gli studi sull’argomento per aiutare la discussione, l’importante però è tener presente che le ipotesi restano ipotesi.
Del resto che l’euro abbia funzionato male e continui a farlo è la vita reale a dircelo, ma questo è tanto vero quanto è vero che è tutta l’impalcatura dell’eurozona a funzionare male e non sarà certo ad uno studio concentrato sul dato finanziario che cederemo l’onere di dimostrarlo.
A dirci che l’impianto non funziona è l’alta disoccupazione, le aziende che chiudono, i giovani che emigrano, il sistema pensionistico che viene messo in discussione, i salari che ristagnano da vent’anni, la disuguaglianza che cresce insieme al conflitto sociale e persino il fatto che la gente è costretta ad affidarsi alle promesse della Lega e del M5s per sentirsi meno sola. Un partito liberista da una parte, e quindi naturalmente contrario al primato politico rispetto all’economia, e dall’altra un movimento che confonde la democrazia popolare con il voto on line.
Fatti gravissimi nel loro insieme, e già di per sé sufficienti a dimostrare che le cose proprio non vanno nel verso giusto, aggravati dal fatto che la sinistra è incapace di ritrovare il suo spirito anti capitalista e soprattutto di antitesi all’attuale costruzione finanziaria e globalista.

I dati (finanziari)
È appena uscito il report del think tank tedesco CepStudy intitolato ’20 Years of the Euro: Winners and Losers’ che prova a quantificare quanto hanno guadagnato o perso gli stati che hanno aderito all’euro. Ebbene la Germania avrebbe complessivamente guadagnato dal 1999 al 2017 ben 1.893 miliardi di euro, ovvero 23.116 euro per abitante mentre quella che una volta avremmo chiamato “l’economia dei puffi”, ovvero i Paesi Bassi, che con l’euro sono diventati persino più influenti dell’Italia, avrebbero guadagnato 346 miliardi ovvero 21.000 euro per abitante.
L’Italia è, invece, quella a cui è andata peggio. Avrebbe perso, in questi 18 anni, qualcosa come 4.300 miliardi e 73.605 euro pro capite e l’effetto grafico è il seguente:

Le considerazioni politiche e di politica economica
Se l’economia fosse una scienza esatta, o anche solo una scienza, allora queste sarebbero le prove di un disastro. Ma, come dicevamo in premessa, nell’economia non c’è niente che non sia opinabile, tranne ovviamente in eurozona dove esistono addirittura le sacre tavole che impongono un tetto al deficit e uno al debito pubblico. Disastro di sicuro c’è stato, ma non per colpa dell’economia, che è incapace di far male se non lasciata agli impulsi primordiali del profitto, né per colpa della valuta euro, che come tutte le valute esiste se qualcuno decide che debba esistere.
Keynes diceva che l’economia va pianificata e a farlo deve essere lo Stato. Cioè lo Stato deve fare quello che un individuo non può fare. Cioè, appunto, pianificare l’economia in maniera democratica e che possa dare frutti per tutti.
La ratio dell’affermazione di Keynes, spiegata anche dallo stesso economista, è che lo Stato deve tenere in mano i controlli centrali per modificare e plasmare l’ambiente in cui deve operare l’individuo perché, se decide di non intervenire, allora l’economia perde la sua parte politica e quindi prende il sopravvento e la società comincia rincorrere la concorrenza, la privatizzazione e il profitto. Quindi una struttura in cui il più forte inevitabilmente vince. Tesi ripresa magistralmente anche dal prof. Ha-Joon Chang dell’Università di Cambridge per spiegare che l’economia funziona se è politica, cioè se è controllata e pianificata.
Sulla spoliticizzazione dell’economia e sui riflessi sulla società e sulla democrazia ha scritto, magistralmente e senza andare troppo lontano, anche il prof. Alessandro Somma dell’Università di Ferrara nel suo libro ‘Sovranismi‘ che avrò il piacere di presentare, insieme ad altri, il prossimo 12 marzo presso l’Ibs+Libraccio di Ferrara.
Ma ritorniamo al nostro report. I dati mostrano che nella struttura liberista dell’eurozona emergono i più forti, a danno dei Paesi che hanno modelli di sviluppo più partecipativi e improntati al “sociale”. Questi dati in realtà, e a ben vedere, non parlano di euro, di valuta, ma di un disastro sociale che viviamo tutti i giorni nella nostra quotidianità. Parlano di scelte che hanno portato all’abbandono delle persone a vantaggio di una élite disposta a vivere di esportazioni e vogliosa di plasmare le élite degli altri paesi europei sulle proprie linee guida.
Parlo di élite e non di stati perché il pil non mostra realmente o necessariamente il benessere di una nazione, perché il pil non è democratico né tantomeno il suo rapporto percentuale con il debito. Ed infatti in Germania, e nonostante il pil, il welfare non è più quello di una volta che è stato sacrificato alla competitività e alla deflazione salariale. L’export non porta benessere per tutto il paese ma solo alle aziende che lo praticano e agli operai che vi lavorano per il tempo che ne possono usufruire, perché l’export, si sa, dipende dalla domanda estera che per definizione non è controllabile dallo stato esportatore.
E forse per questo la Germania ha fortemente voluto il progetto europeo, per avere una domanda costante dagli stati satelliti (cioè dall’Unione Europea) e una domanda accomodante mondiale grazie al fatto che il valore dell’euro viene tenuto basso dai PIIGS (maiali) del sud. In pratica vendono almeno al 20% in meno rispetto ad un ipotetico marco, cioè la Bmw e la Mercedes costano almeno il 20% in meno ad un acquirente americano o italiano.
L’Italia in questo studio è stata paragonata a paesi ritenuti simili, Uk e Australia in primis.

E non a caso questi paesi dopo il 2008 hanno fatto una enorme spesa in deficit, cosa che gli ha permesso di risollevarsi prima e meglio dalla crisi post Lehman Brothers e senza cadere nella superstizione di problemi quali il debito pubblico e i limiti al deficit, superstizioni tutte da eurozona e in particolare italiane. Mentre noi perdevamo il 20% della produzione industriale e, secondo questo studio, un 40% di pil, i paesi “simili” agganciavano la crescita del debito semplicemente facendo crescere il pil che a sua volta cresceva perché si pompavano soldi nell’economia.
In questo studio si scopre che la Spagna è un loser meno perdente dell’Italia avendo lasciato sul terreno “solo” 224 miliardi di euro per 5.000 euro pro capite. Insomma la Spagna ha reagito molto meglio dell’Italia e quindi per qualcuno potrebbe essere la controprova che se l’Italia perde è semplicemente perché è poco competitiva rispetto agli altri. In realtà, come riportato anche da Giovanni Zibordi in un suo articolo che riprende a sua volta argomentazioni di economisti spagnoli, questo (molto) parziale successo è dovuto all’aumento della spesa per consumo. Infatti gli spagnoli hanno aumentato il loro debito privato fino ad un picco del 260% del pil, tornando poi al 210%, mentre l’Italia ha contenuto il debito privato intorno al 160%.
La contromossa spagnola alla crisi è stata di aumentare il debito pubblico che nel 2008 era al 45% fino al 100%. Questo per non aumentare le tasse e permettere alle banche di continuare a fare credito. Quindi se non puoi permetterti un surplus germanico delle partite correnti dovresti quanto meno permettere ai cittadini di spendere di più in altro modo evitando politiche recessive in un momento di crisi generale.
La Spagna, inoltre, ha mantenuto per anni deficit molto alti e ben al di sopra del fatidico 3% permesso dai trattati europei, almeno lì la ragion di stato ha evidentemente un senso.

Le conclusioni logiche
Quindi se le cose vanno male la colpa non è dell’euro, come non è delle bombe se esplodono o dei proiettili se uccidono. La colpa del disastro economico è la mancanza di attivismo politico da parte dei nostri rappresentanti e della perdita della visione dell’interesse primario della politica stessa: l’essere umano.
Un report interessante, ma vietato fermarsi alle considerazioni finanziarie. Da utilizzare per ravvivare il dibattito politico e un argomento in più per auspicare un allargamento alle ragioni dei cittadini, del sovranismo democratico come cornice e confine per la difesa dei primi 12 articoli della costituzione italiana (per iniziare) e per superare i limiti imposti dai Trattati Europei ad una sana, generale e reale ripresa economica.

in copertina illustrazione di Carlo Tassi

Ultimi bagliori degli Anni Dieci

Siamo all’ultimo passo degli anni ’10. Anni degni di storia ma non di memoria… Perlomeno, rispetto al secolo scorso, ci siamo risparmiati la tragedia della guerra. Ma in guerra, forse, siamo ugualmente: una guerra strisciante, diffusa, non dichiarata come sostiene Papa Francesco; una guerra intestina, fomentata dalla reviviscenza del terrorismo, la cui matrice – a differenza di ciò che avvenne in Europa mezzo secolo fa – non è interna ma esogena; eppure, anch’essa in un certo senso frutto di un dogmatismo ideologico. Stavolta non sono le falangi estremiste (e talora deviate) delle nuove generazioni che si battono per il ribaltamento dello Stato, ma i fanatici seguaci di un culto, quello islamico, che seminano morte e terrore per le strade delle nostre città… E forse anche loro in parte manipolati. Per contrappunto, truppe statunitensi, sovietiche e milizie di altri Paesi del nord del mondo combattono e seminano morte in Africa e in Oriente.
D’altronde, di odio questi anni 10 si sono alimentati. Sono stati gli anni della grande crisi, scoppiata – ma inizialmente non compresa come tale – già nel 2008; e poi divampata come una folgore, che tutto ha incenerito e rivoluzionato… Anni in cui l’insicurezza, che sovrasta le nostre esistenze, ha riesumato quei ferini istinti di sopravvivenza che credevamo vinti dalla civilizzazione: così, è rinato l’odio dell’uomo verso il proprio simile, sol che abbia a contrasto il colore della pelle, o il modo di pensare, o le abitudini di vita… Sono stati, questi, gli anni del rifiuto, dell’intolleranza e del razzismo, del respingimento, del “ciascuno a casa sua”… E’ sempre la diversità a spaventare (anziché incuriosire).

La comunità si è disgregata, gli ammortizzatori sociali che lo Stato del welfare aveva garantito, sulla spinta delle lotte sociali di mezzo secolo fa, sono svaporati. E oggi in tanti gridano, come pappagalli, le parole d’ordine dei regimi che ci addomesticano: fra questi, il “basta tasse” mostra la sciagurata inconsapevolezza del fatto che sono proprio le tasse che garantiscono i servizi ed è la proporzionalità dell’imposta rapportata al reddito a garantire che la leva del prelievo operi con equità: chi più ha più paga, come è giusto che sia! Altro che aliquote semplificate e flat tax (che generano esattamente il risultato opposto). Le tasse vanno pagate allo Stato secondo questo meccanismo di perequazione da Passator Cortese, in maniera che i ricchi garantiscano un po’ di benessere anche ai meno abbienti… Banale ricordarlo, ma necessario ripeterlo: perché le persone sembrano oggi ignare di ciò.
Anche questo è frutto dell’impazzimento attuale. Assistiamo, inermi, alla disgregazione del soggetto collettivo, al respingimento dal noi all’io, all’affermarsi di un individualismo sovrano che ha disintegrato la capacità di organizzazione e di resistenza della maggior parte delle persone, atomizzate e – nel frattempo – declassate da cittadini a consumatori, quindi a ingranaggi funzionali al sistema produttivo capitalistico basato – appunto – sul consumo. E addio all’idea di individui da rispettare in quanto tali, ciascuno legittimato a svolgere una propria significativa funzione all’interno del contesto sociale, politico e comunitario.
Ci siamo risparmiati l’onta della guerra, sì, ma il disfacimento è avvenuto ugualmente: del legame sociale, della consapevolezza del sé, dei diritti e dei non meno importanti doveri. Siamo ormai ridotti a esseri disgregati e perciò più facilmente controllabili e malleabili…

Il quadro è fosco e drammatico. Grandi luci all’orizzonte non si vedono, come non si vede più neppure il baluginare di un’utopia, di una significativa stella polare verso la quale abbia senso orientare il cammino e per la quale valga la pena affrontare qualche sacrificio.
Non è facile immaginare come si potrà uscire da questa situazione. Speriamo non servano trent’anni, come fu nel secolo scorso, per rinsavire e ricominciare a vivere…

 

Sarà un buon anno se ciascuno di noi si impegnerà per renderlo tale, per tutti e non solo per sé. Auguri a chi, con abnegazione, si cimenterà in questa impresa.

ARCHIVIO DELLA MEMORIA
La commedia macabra del terrorismo e il nero lenzuolo della fine

Stavo scendendo dalla collina, il clima era splendido, se avessi dovuto scegliere il giorno perfetto, ecco ci ero dentro. Così ragionavo tra me e me facendo attenzione a dove mettevo i piedi, le zolle erano ancora un po’ sollevate e mi capitava, affrontando la discesa ripida, di inciampare, scivolare e capitombolare giù. Ma non ci furono incidenti, la mia mente, di solito abbastanza confusa, tentò di fregarmi facendomi immaginare asini che volano o, peggio, facendomi tornare alla memoria il tentativo poetico che la sera prima avevo composto per cercare il sonno prefigurandomi una notte tranquilla, per favore senza sogni: “Saliamo – avevo scritto, nel pensiero – saliamo ogni giorno sul Golgota della nostra vita, guidati da una cultura incosciente e la sera scivolo giù da quel monte per finire nel pattume della società”: sul monte ora c’ero davvero, sicché, inciampando qua e là, mi ritrovai sotto un albero di ciliegie marasche e ai miei piedi il corpo immoto di una ragazza. Uno straccio pareva. Mi fermai di botto, quel corpo sconosciuto, le braccia così bianche sulla terra bruna, mi aveva trasferito in un altro mondo, chissà quale e chissà dove, l’aria muoveva soltanto la maglietta, i jeans – mi pare che quell’essere indossasse i jeans – erano aderenti alle gambe e l’aria della pur splendida primavera non era in grado di scompigliare gli indumenti.

E tu chi sei?, chiesi al sole e al vento, ma nessuno rispose. Un filo di sangue aveva formato una macchia sul petto della ragazza. Allora cercai di ricostruire la piccola popolazione che aveva preso possesso della cascina Spiotta lassù in alto: sapevo che doveva esserci o esserci stato il capo della banda di terroristi, comandati da Renato Curcio, poi Massimo Maraschi, quindi il sequestrato Vallarino Gancia, chiamato anche il “re dello spumante”. Non ricordavo altri. Una sola donna: lei, rivoluzionaria della prima ora, Margherita (Mara) Cagol, fondatrice delle Brigate Rosse, figlia di noti intellettuali altoatesini.

Avevo la bocca arsa dalla sete, c’erano le ciliegie, chiesi scusa al cadavere e cominciai a mangiare i frutti vermigli; finalmente arrivò una pattuglia formata da due carabinieri. Chi è?, chiesi indicando il cadavere. E lei?, fu la risposta. Giornalista, dissi piano, non si sa mai, pensai: ero già in disaccordo con la mia santa professione. C’era stata una furiosa sparatoria, mi informarono i carabinieri, erano morti due militi, era morta la Mara, Curcio era scappato, il rapito era stato liberato, ma, insomma, non era stata una grande operazione di polizia. Il magistrato inquirente mi disse che aveva richiesto l’intervento di una pattuglia consistente, non di pochi uomini, “ma non lo scriva”, si raccomandò, “sapevamo che nella cascina Spiotta c’era il commando brigatista”. Capii allora che esistevano ordini superiori. E il brigatista catturato, chiesi, che fine gli fate fare? “Quello lo incrimino per il sequestro e per l’omicidio”. Ma alla fine dell’iter giudiziario il brigatista fu liberato. Costume italiano. Mi accorsi così che l’affare Brigate rosse era veramente una faccenda di Stato sulla quale il cittadino-pantalone non doveva mettere occhio, nemmeno dal buco della serratura (quello usato da noi giornalisti).

La commedia macabra era appena cominciata, per anni ci sarebbero stati ammazzamenti brutali, quando non selvaggi, giudici inquirenti pilotati dall’alto, spie, ladri di Stato, assassini assoldati per tenere in ebollizione questa nostra società dominata da loschi figuri, loschi figuri quasi sempre di volgare ignoranza: “No – pensai parlando al cadavere – questa non è la Rivoluzione, è una violenta scazzottatura”. Di giorno in giorno aumentavano i motivi di odio, lo stato di polizia non aiutava certo a rappacificare una società pronta sempre a farsi iniqua, a condannare i più deboli, a mandarli al macello con un’indifferenza sconcertante, a fare guerre per l’onore del principe e tutto al fine di costruire un Paese sempre più ignorante, la gente, o il popolo se vuoi, soffocato da stupide burocrazie in cui non rimane che annegare, naturalmente con la benedizione di un porporato: come comanda la società di oggi. Era questo il Paese che volevamo?
Non so, quel giorno di primavera ero preso da quel cadavere che guardava il cielo, sinceramente io guardavo le marasche, mi faceva pena quell’essere che aveva scelto di uccidere ed essere ucciso per ricominciare dal nulla… Siamo dominati da un sordo rancore, la poesia è stata cancellata e con essa la bellezza che pur esiste, abbiamo dilaniato la nostra intelligenza, che è il nostro Dio, ci hanno gettato addosso un nero lenzuolo, ci hanno asciugato le poche lacrime rimaste. Andiamo pur avanti. Si fa per dire andiamo avanti. Non era questa la rivoluzione.

La fine della storia non è la democrazia liberale

A chi spettano le decisioni in una comunità di persone organizzate in Stato? Sono le considerazioni economiche o quelle di carattere politico a determinare la necessità umana? La decisione sovrana deve rispettare l’esigenza dei popoli o l’urgenza e i tempi del ricavo finanziario?
L’economia è solo una conseguenza delle azioni umane e lo è esattamente come il progresso scientifico che il politologo Francis Fukuyama vede come traino per il raggiungimento della democrazia liberale, il massimo a cui l’essere umano può aspirare come ha scritto nel suo saggio “La fine della storia e l’ultimo uomo”.
Io parto dall’idea che le aspirazioni di base e di necessità primarie degli uomini sono uguali ma poi, a differenza di tutte le altre specie viventi che a quel punto si fermano, divergono quasi su tutto e per questo abbiamo bisogno di un arbitro. Ne abbiamo bisogno per contemperare le pulsioni e per far sì che queste non diventino troppo distruttive.
Tutti abbiamo bisogno di mangiare, avere un riparo e allevare dei figli ma poi ci sono la poesia, l’ingegneria, la tecnologia, i viaggi, il vino del nonno e lo spumante di classe. Quindi c’è la legittima pretesa della distanza, dello spazio vitale e di crescita individuale, del rispetto. Ma c’è anche l’ingordigia e il desiderio della sopraffazione, dell’approfittare dello spazio e delle libertà altrui.
La democrazia liberale rappresenta il governo di coloro che riescono a far prevalere le proprie esigenze su quelle di tutti gli altri e plasmano l’economia in maniera tale che questa conduca e non segua le vicende politiche, perché l’economia è il mezzo attraverso il quale essi riescono a porsi in posizione di vantaggio e lo fanno anche con il continuo tentativo di superare le Costituzioni. Troppo impregnate, queste sconosciute, di giustizia sociale e di quella forma di organizzazione umana che potremmo chiamare socialismo illuminato, che nulla ha a che fare con il totalitarismo o la dittatura di qualcuno (popolo o élite) ma vuol dire semplicemente poter immaginare un mondo realmente democratico e governato dalla politica.
I periodi storici in cui è stata usata la politica economica Keynesiana potrebbe essere chiamata indistintamente capitalismo o socialismo di Stato. I vantaggi furono equamente e naturalmente distribuiti tra chi deteneva i mezzi di produzione e chi offriva forza lavoro, cosa pretendere di più?
Erano momenti in cui l’economia era appunto politica economica e funzionava. Fino a quando i pochi sono riusciti a togliere l’aggettivo e trasformare l’economia in un treno senza conducente e senza freni ma che, secondo la dottrina liberale e liberista, è guidato dalla logica della “mano invisibile” che persino il suo creatore, Adam Smith, riteneva imperfetta e bisognosa di controllo pubblico.
Nelle vicende di questi giorni il Ministro Di Maio sta facendo la Politica, cioè sta interpretando il bisogno di giustizia sociale che si leva dal popolo e il Ministro Salvini sta parlando alla pancia del Paese, cioè a coloro che hanno bisogno di pane e di soddisfare i loro bisogni primari tra i quali c’è quello di sentirsi tutti considerati allo stesso modo, di essere uguali nel loro diritto alla sicurezza e alla vita.
Il mercato e la borsa in questi giorni stanno riprendendo il posto che gli spetta nella storia, quello di venire dopo la “decisione sovrana” che spetta allo Stato rappresentato dai suoi ministri che, a loro volta, devono rappresentare i cittadini.
Ed è questo che mi è sembrato di vedere nell’ovazione ai rappresentanti di questo governo ai funerali di Genova, un’ovazione alla politica che per una volta e dopo tanti anni, sta mettendo loro, le persone, davanti agli interessi del denaro.
E finalmente sui giornali, dal fatto quotidiano al sole24ore, vengono riportate le vicende relative all’assegnazione delle concessioni delle autostrade che dovrebbero cominciare ad aprire uno squarcio di luce su tutta l’opera di privatizzazione e di (s)vendita di beni pubblici (cioè di beni di proprietà dei cittadini, dato che non siamo in una dittatura medievale).
Operazione che forse potrebbe aiutare a capire che la situazione di debolezza attuale dello Stato italiano è una diretta conseguenza di tutte le scelte scellerate che sono state fatte a partire dagli anni ’80 e ’90 da quel filone di pensiero a cui appartengono anche le persone che nonostante i funerali di questi giorni continuano a difendere a spada tratta le borse e i mercati, cioè l’economia. A difenderla come se questa fosse un essere soprannaturale che vive di vita propria e non una conseguenza delle scelte umane e una concessione della politica.
Paesi come la Germania o la Francia funzionano (apparentemente almeno) meglio di noi perché hanno mantenuto vivo un barlume di politica, con l’influenza sul credito (banche) per percentuali che vanno dal 55% al 35% mentre noi, a seguito della legge Amato degli anni ’90, passavamo dal 75% a zero partecipazioni nel settore bancario e contemporaneamente vendevamo aziende e autostrade.
Mentre loro tendevano al controllo di se stessi (e degli altri) attraverso la politica, noi facevamo dell’Italia una vera nazione a democrazia liberale, quella abbracciata dal PD, da Forza Italia e ovviamente dal potentissimo partito Radicale di Pannella e della Bonino (che nonostante striminzite preferenze da parte dei cittadini è stato più influente e vincente di partiti con consensi del 20% o 30% solo perché promuovevano la supremazia della BCE, dei mercati, delle politiche sovranazionali, delle privatizzazioni e del liberissimo mercato – insomma dei poteri forti – ed erano ben lontane dai reali bisogni della maggioranza del popolo).
Paesi come il Giappone, la Corea del Sud, Singapore o Taiwan non si sono evoluti e non hanno fatto faville in economia perché si sono affidati alla forza del mercato, come dice qualcuno che evidentemente ha studiato poco o finge, ma perché hanno diretto credito e investimenti, hanno sovvenzionato negli anni del boom le loro aziende nascenti facendo anche uso di protezionismo, hanno mantenuto asset strategici e hanno vinto mentre noi continuiamo a perdere.
L’Inghilterra della rivoluzione industriale, poi gli Stati Uniti ma anche la Svezia, oggi campioni di civiltà e sviluppo, sono passati attraverso il protezionismo sfrenato e hanno mantenuto la possibilità del controllo politico dei mercati attraverso il controllo delle loro banche centrali.
Come potrebbe uno Stato prosperare se non aiuta le proprie aziende e le famiglie a prosperare, quindi attuando politiche di credito agevolato, di protezionismo iniziale, di indirizzo e di controllo? Lo facciamo con i bambini, gli forniamo cibo, li facciamo crescere sani, studiare e solo dopo li lanciamo alla libera concorrenza. Come mai i fautori del libero mercato che solitamente confondono a piacere Stato e famiglia oppure Stato e azienda non utilizzano anche questo esempio?
Lo Stato deve essere presente, a difesa e ad attuazione dei dettami costituzionali, perché la democrazia deve essere costituzionale oppure non è democrazia. Nelle Costituzioni c’è scritto quello di cui i cittadini hanno bisogno e quello che vogliono dallo Stato, alla politica il compito di dare vita a quelle parole.
Il socialismo ha bisogno dell’unione dei lavoratori perché i lavoratori sono sfruttati allo stesso modo in tutto il mondo dai capitalisti, cantava l’internazionale socialista, ma ciò che la sinistra ha fatto è stato creare un lavoratore senza volto e senza anima che fosse ugualmente sfruttato in ogni luogo ma non direttamente dal capitalista bensì degli intermediari: la finanza, il mercato, le borse. Quindi i diritti dei lavoratori sono stati confusi ed identificati con la globalizzazione che alla fine glieli ha tolti, togliendogli anche un nemico visibile e attaccabile.
In questo modo siamo tutti finalmente e fintamente uguali, sfruttati e sfruttatori, operai a 1.200 euro al mese e concessionari di autostrade con terreni in Argentina più grandi di tutta la provincia di Treviso. Tutti uguali perché le regole le detta il mercato e non il capitalista o i sindacati né tantomeno la politica, relegata al ruolo di osservatore.
E invece non è così, non può esserlo, ma dovrà svegliarsi dal torpore chi ancora accarezza l’idea di essere al di sopra degli altri perché ha qualche soldo in più in banca, che vive della certezza che se c’è qualche milione di poveri in Italia è perché questi non sono in grado di cogliere le opportunità o non si impegnano abbastanza. Il torpore di chi si ritiene classe media, quella che piano piano sta scomparendo, è uno dei pericoli più grandi di questo tempo.
Le opportunità sono create dalla politica e sono opportunità senza mezze misure, dettate dai nostri bisogni reali e senza le indicazioni dell’economia che invece dovrà venire dopo. E si può fare rispettando anche le leggi della natura, del biologico, della prossimità, dell’accoglienza e del rispetto dei diritti di tutti.
Messa in sicurezza delle strade e delle autostrade, tante piccole opere di miglioramento dei territori, ricostruzione post terremoti e opere di ammodernamento e messa a norma anti sisma di edifici e strutture, quanto lavoro potrebbe dare? E non è forse attraverso il lavoro che dovrebbe misurarsi il benessere e il raggiungimento degli obiettivi di un documento programmatico? Non sembra lo sia in questo mondo, visto che invece viene misurato tutto in termini di rispetto di vincoli di bilancio.
Un approccio volto alla tutela delle persone e al rispetto della dignità umana porterebbe a investimenti continui, alla creazione di posti di lavoro, ad un ciclo virtuoso che potrebbe dare di più a tutti ma già si leva, forte, l’opposizione che agita le bandiere del 3%, del debito al 60% e rilancia i dubbi sulla reazione delle borse e dei finanziatori esteri. In realtà l’opposizione (solo di sinistra perché gli altri sono al posto giusto) dovrebbe passare più tempo a chiedersi: ma cosa c’entrano Salvini e Di Maio con il socialismo, le Costituzioni, la dignità del lavoro, la supremazia della politica sull’economia?

Riflessioni sul ruolo del debito pubblico

Un grafico elaborato dalla Deutsche Bank ci regala degli spunti di riflessione molto interessanti:

Agli estremi dei Paesi presi in considerazione ci sono, e non a caso, il Giappone e la Grecia. Il primo è considerato tra i più affidabili al mondo nonostante un debito pubblico che è arrivato al 240%, ovvero per una cifra monster di 8.200 miliardi di dollari, mentre l’ultimo è da tempo considerato un Paese sull’orlo del default con un debito pubblico che sfiora il 180% del rapporto debito / pil, che equivale a circa 320 miliardi di dollari.
Perché il primo è affidabile e non rischia il default mentre nel secondo si grida al crollo un giorno si e uno no? Motivi tutto sommato abbastanza semplici, propaganda a parte, ovvero: diversa distribuzione o allocazione del debito e possibilità di controllarlo.
In nero, nel grafico, appare la quota di debito pubblico detenuta dalle rispettive banche centrali, Enti e privati nazionali, mentre i restanti colori indicano la dipendenza dall’estero, la quota detenuta da operatori di varia natura residente all’estero.
Il Giappone è considerato Paese sicuro perché il suo debito non è molto soggetto a investitori esteri, anzi è detenuto dalla Boj e da residenti il che significa sostanzialmente due cose: che è un debito solo nominale, e che quindi potrebbe anche essere in parte cancellato, e che rappresenta un investimento, un piccolo reddito per i cittadini giapponesi, un debito “buono” che aumenta il benessere del Paese senza comprometterne la stabilità.
La Grecia invece ha la maggior parte del suo debito nelle mani rapaci dei fondi di “salvataggio” europei, soldi che quindi deve restituire a entità estere che possono condizionarla, costringerla vendere i suoi beni nazionali e imporle determinate politiche economiche e sociali. Il grafico di seguito mostra la distribuzione del debito sovrano greco.


Grafico elaborato dalla fefacademy

Efsf sta’ per Fondo europeo di stabilità finanziaria che non nasce per dare solidarietà reale ma solo per rendere possibile quello che è stato reso possibile in Grecia, l’impoverimento di un intero sistema sociale.
Quindi, distribuzione e allocazione del debito il primo punto. Per il secondo, cioè in merito al controllo, la differenza tra i due estremi sta nel fatto che il Giappone controlla emissione monetaria e tassi di interesse, possibilità recluse al mercato, mentre la Grecia è alla mercé dei mercati, delle banche europee e della finanza internazionale.
Quello che produce è quindi un vero debito “cattivo”, senza controllo e che la impoverisce sempre di più mettendola anche a rischio di un default continuo, come l’Argentina o la Russia degli anni ’90 o come tutti i Paesi che scelgono di legare la propria economia ad una moneta che non possono controllare.
Andando oltre con l’analisi del grafico, in rosso possiamo apprezzare anche il fatto che l’Italia ha meno debito verso l’estero della Germania il che, messo insieme al livello del nostro risparmio privato, dovrebbe far vergognare chi continua ad impaurire le massaie sulla possibilità di un default italiano.
I fondamentali dell’Italia sono dunque innegabilmente buoni, ma torniamo al ragionamento fatto sopra per evidenziare le differenze tra Giappone e Grecia. Quando si parla di controllo della moneta, del credito, dei tassi di interesse si allontana il rischio Argentina che solitamente viene evocato proprio per il motivo contrario alimentando confusione sul funzionamento di Stati e banche centrali. Cosa comprensibile quando lo fanno i presentatori TV ma difficile da digerire quando a farlo sono laureati in economia, giornalisti economici ed economisti di varia estrazione. Quanto meno diventa difficile credere che lo facciano in buona fede.
Un debito pubblico ben gestito rappresenta la ricchezza dei suoi cittadini, il suo tenore di vita, la sua posizione nel mondo in termini di potenza industriale e di qualità della vita.


Questa infografica mostra la distribuzione del Debito Pubblico per Paesi

Il debito che uno stato produce viene tramutato in servizi e in surplus per i cittadini. Cioè lo Stato spende attraverso la spesa pubblica e questa spesa diventa guadagno e risparmio per i cittadini mentre se è lo Stato a risparmiare e a non spendere, i cittadini possono contare solo su se stessi e molti o i più, ovviamente, non ce la fanno. Del resto in un mondo dove la ricchezza è soprattutto ricchezza finanziaria, è necessario che qualcuno metta a disposizione la materia prima (il denaro) e questo può farlo solo uno Stato.
Pensiamo alla possibilità di essere curati, di poter usufruire di un’assistenza, di poter avere una bella auto ma anche una buona strada sulla quale guidarla, di avere dei diritti, una pluralità di sindacati, di informazione, scuole, salari minimi, ecc.. La possibilità di trovare tutto questo è molto alta dove c’è spesa dello Stato, intervento nella struttura sociale ed economica. E la troviamo proprio in quei Paesi che hanno una percentuale di debito pubblico alta.
E’ chiaro però che insieme alla spesa dello Stato che arricchisce i cittadini devono esserci anche quei due elementi di cui si è parlato prima: capacità di controllarlo, quindi moneta e tassi di interesse controllati dallo Stato e non dai mercati e, di conseguenza, anche la capacità di decidere come allocarlo.

in copertina illustrazione di Carlo Tassi

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Cittadinanza italiana alla laicità

Voglio coniare un nuovo termine, mi si perdoni, il “lourdismo”, in nome dei treni di malati che ogni anno si recano a Lourdes credendo più ai miracoli che alla scienza.
Ora che Alfie Evans non c’è più a noi non resta che la tristezza di essere un paese alfiere del “lourdismo”.
Pro-life non è la linea di probiotici per mantenere l’equilibrio della flora intestinale. Pro-life è l’Italia vaticana che si cela, sempre latente, dietro ogni facciata politica che governi questo paese. Così, coerente con la battaglia contro l’eutanasia, questa Italia, codina e clericale, ha pensato bene di concedere al piccolo Alfie Evans la cittadinanza italiana pensando di impedire al governo britannico di staccare la spina per porre termine a una esistenza che nessuno mai augurerebbe ad alcun bambino.
Da noi la scienza non ha cittadinanza ma i miracoli sì, ti danno diritto alla cittadinanza italiana, non si capisce perché non quella vaticana, che è pure una città stato, come quelle di una volta, ma quando c’è da pagare è consigliabile che in nome della povertà della chiesa, siano gli altri a tirare fuori i soldi, a fare la carità cristiana, e, poi, in Vaticano stanno ancora facendo la colletta per saldarci l’Ici.
Non c’è vita che possa essere presa in ostaggio da alcuno, né in nome della fede, del papa o del Vaticano. Ma il governo del nostro paese ha deciso di farlo, violando la Costituzione e il rispetto della dignità umana, calpestando umanità e scienza insieme, in nome di un “lourdismo” che evidentemente è nel Dna degli italiani.
Non resta che chiederci quando in Italia sarà data la cittadinanza alla laicità.
È un vecchio vizio questo di essere la longa manu del Vaticano e di non farcela proprio ad essere una nazione laica, a vedere le cose a prescindere dal cattolicesimo masticato nell’infanzia con il catechismo, le prime comunioni e le cresime, che ancora rendono.
Un governo, incapace di dare lo ius soli ai figli degli immigrati nati in Italia, decide però di militare dalla parte dei movimenti pro-life, i più integralisti. Concede in tutta fretta la cittadinanza ad un piccolo che per compagna non ha altro che la morte, vivo o morto che sia, perché a chiederlo è il Vaticano con la sua corte dei miracoli, in nome di una concezione della vita che fa il paio con la croce, il calvario e la sofferenza, che non appartiene alla cultura laica di questo paese e che è un affronto ad ogni sensata, razionale concezione scientifica.
Non si trattava di salvare una vita, perché la vita di Alfie era già morte, per lui e per chi gli stava vicino, non sarebbe stato salvabile in alcun modo da una via crucis di dolore a cui nessun bambino può essere condannato in nome di un egoistico affetto dei genitori e di una fede religiosa che, anziché essere grazia e redenzione, è sacrificio crudele a quel Thanatos che tanto piace alla Chiesa, alla sua cultura, alle sue liturgie.
Vita e sofferenza che solo una sadica immaginazione religiosa possono giustificare come imperscrutabile disegno divino, come olocausto offerto al dio in espiazione del male prodotto dagli uomini nel mondo.
A raccontarlo ci sarebbe da vergognarsi, ma alla notizia ha dato risalto perfino il Corriere della Sera: mancano gli esorcisti, così a Palermo, sempre il Vaticano, che avrà pure a capo papa Francesco, ma che non abbandona il suo retrogusto di sagrestia, madonne lacrimose e barocchismo, ha aperto un corso per esorcisti con esperti di satanismo. La domanda di chi ricorre all’opera dell’esorcista è in aumento, una stima di mezzo milione di persone che ogni anno ne chiede l’aiuto.
Un paese che ha accettato di farsi complice della condanna di un bambino, fin dalla nascita, al dolore, senza altro orizzonte che una non vita crudele per lui e per gli altri, per sublimare nella sofferenza una mal concepita sacralità della vita.
Siamo al primitivismo dei cervelli, ai cervelli rettili che abitano le religioni, che rendono mortifera l’aria che respiriamo e che continuano ad avvelenare i pozzi di ogni conquista nel campo delle scienze, della cultura e dei diritti civili.
Preoccupa un paese che persevera a vivere in questo ibrido, che lo usa per punire il diritto e la libertà delle persone di decidere della propria vita e della propria morte, che se per caso dovessero appartenere a qualche dio, sono comunque cose che riguardano solo noi e nessuna altra coscienza suppletiva, Stato o Chiesa che sia.
Questa laicità semplice, elementare, nel secondo decennio del terzo millennio ancora spaventa, cosa, dunque, dovremmo pensare di noi stessi, delle nostre cittadinanze, arretrati come siamo dal punto di vista culturale e dell’evoluzione sociale su questi temi, che fiducia possiamo nutrire nel futuro nostro e del paese, quali rivoluzioni promettono i piazzisti del cambiamento dell’ultima ora?

Rapporto Censis 2017: cresce la rabbia sociale

Il 51° Rapporto sulla situazione sociale del Paese del Censis edizione 2017 ci dice molte cose e, come ovvio che sia, si presta a molteplici interpretazioni. La ripresa c’è, ma lascia indietro i giovani, il ceto medio oramai appare come un ricordo dei tempi che furono, il Sud è sempre più indietro e la gente trova i suoi nemici negli immigrati e negli omosessuali e persino tra coloro con meno istruzione.

Il primo spunto di riflessione possibile, in un quadro del genere, è che negli ultimi tempi tutti gli indicatori non fanno altro che puntare il dito sulla crescente disuguaglianza. Quindi sarebbe ora che cominciassimo a riflettere un po’ più seriamente sui fenomeni che investono la nostra quotidianità.
Il primo passo: analizzarli nel complesso e non per singoli comparti. Per esempio, se l’export cresce dovremmo chiederci perché riusciamo a essere più competitivi, a cosa stiamo rinunciando in nome della concorrenza globale, se questo ha dei ritorni per il sistema Paese e quindi se la nostra società, nel complesso, cresce o fa passi indietro. Insomma, dovremmo chiederci se insieme ai nostri prodotti non stiamo mandando via più ricchezza di quella che poi ci ritorna indietro, in termini di salari reali, di sicurezza e di diritti sul lavoro.
E del resto se in questo Report si rileva che industria ed export crescono in maniera sostanziosa, che anche il manifatturiero cresce così come il turismo, allora perché “l’84% degli italiani non ha fiducia nei partiti politici, il 78% nel Governo, il 76% nel Parlamento, il 70% nelle istituzioni locali, Regioni e Comuni. Il 60% è insoddisfatto di come funziona la democrazia nel nostro Paese, il 64% è convinto che la voce del cittadino non conti nulla, il 75% giudica negativamente la fornitura dei servizi pubblici”?

L’insoddisfazione monta perché sostanzialmente i proventi di questa crescita non sono distribuiti equamente, la crescita non è per tutti (a questo proposito leggi QUI) e proprio per questo aumentano le differenze di classe: “non si è distribuito il dividendo sociale della ripresa economica e il blocco della mobilità sociale crea rancore. L’87,3% degli italiani appartenenti al ceto popolare pensa che sia difficile salire nella scala sociale, come l’83,5% del ceto medio e anche il 71,4% del ceto benestante. Pensano che al contrario sia facile scivolare in basso nella scala sociale il 71,5% del ceto popolare, il 65,4% del ceto medio, il 62,1% dei più abbienti. La paura del declassamento è il nuovo fantasma sociale”.
Cresce allora la rabbia, l’insoddisfazione di un popolo che si vede sempre più ruota di scorta di una ripresa per pochi, ma sbandierata come un grande successo per tutti. Ma poiché ancora la rabbia non ha uno sbocco definito, per adesso si indirizza al diverso, all’immigrato, all’omosessuale, a chi non sembra sufficientemente istruito: “il 66,2% dei genitori italiani si dice contrario all’eventualità che la propria figlia sposi una persona di religione islamica, il 48,1% una più anziana di vent’anni, il 42,4% una dello stesso sesso, il 41,4% un immigrato, il 27,2% un asiatico, il 26,8% una persona che ha già figli, il 26% una con un livello di istruzione inferiore, il 25,6% una di origine africana, il 14,1% una con una condizione economica più bassa. E l’immigrazione evoca sentimenti negativi nel 59% degli italiani, con valori più alti quando si scende nella scala sociale: il 72% tra le casalinghe, il 71% tra i disoccupati, il 63% tra gli operai”.
Ma chi alimenta la distanza tra ricchi e poveri e tra classi sociali? Forse qualcosa si trova sempre tra i dati del rapporto, laddove viene segnalato un -32,5% di investimenti pubblici. Cioè lo Stato spende sempre di meno e quindi abbiamo meno ammortizzatori sociali, meno intermediazione tra il sacrosanto diritto all’investimento privato, e i suoi utili altrettanto privati, e chi invece non è capace di ergersi, per tante ragioni, a difensore di sé stesso. Non tutte le persone sono, infatti, in grado di fare industria o possono interessarsi di borsa valori o di export, anzi, tanti ne subiscono solo gli effetti negativi.

Oggi i gruppi industriali sono figli di un sistema di sviluppo che si nutre di assenza di controllo statale e propensione ai mercati internazionali. Sono ad azionariato diffuso e gli azionisti devono essere remunerati a prescindere dai costi e dalle ricadute sociali, così come i compensi degli amministratori delegati vengono prima della pausa pranzo degli operai della ex Fiat o dell’aria respirabile di Taranto. Stare in questo mercato, come ci insegna il prof. Monti, impone bassi salari interni per poter competere con le nazioni che pagano poco e male i propri operai in giro per il mondo oppure con quelle più vicine che hanno già fatto le riforme strutturali, cioè che hanno già impoverito il futuro delle loro prossime generazioni.
Tutto questo imporrebbe un ripensamento sulla scala dei valori, ripensare proprio e subito il nostro modello di sviluppo, decidere insieme come costruire e distribuire un reale e diffuso benessere. Decidere se abbiamo bisogno davvero del mondo globalizzato oppure di uno sviluppo locale e territoriale. Se vogliamo crescere come società umana oppure come società per azioni. Quindi basta sprecare energie e tempo per fare la lotta alla calotta dei rifiuti o su quanto gli immigrati siano maltrattati in Libia dopo aver votato a favore dei bombardamenti in Iraq o venduto le armi impiegate per bombardare lo Yemen.

Dovremmo renderci conto che non abbiamo tempo per discutere se siano più giuste le occupazioni di destra o di sinistra, c’è da riprendersi in mano il futuro, che è un lavoro molto più serio oltre che più duro. E questo possibilmente prima che la nostra società sia definitivamente divisa in due gruppi, chi ha il potere e la ricchezza e chi non lo ha ma non se ne accorge perché occupato a combattersi per questioni marginali.
Ma per fare questo lo Stato dovrebbe tornare ed investire. Con sua e nostra consapevolezza che lo Stato è l’unica entità tendenzialmente democratica nel mercato a conduzione privata e alla mercé del più forte. L’unica entità che possa distinguere tra giungla e convivenza, che possa investire nel sociale per attutire i conflitti, nella sanità, per gli anziani e per i giovani, per il lavoro dignitoso attraverso la promozione del giusto salario e dei diritti garantiti, che possa fare da arbitro tra le pulsioni egoistiche dell’attività privata e quelle della condivisione, della distribuzione di risorse a quella fetta di popolazione che chiede una mano.

Il superamento della legge della giungla avviene solo con qualcuno che faccia da arbitro. E un primo e imprescindibile passo sarebbe di far ritornare in positivo quello che oggi è negativo per il 32,5 per cento, perché la spesa dello Stato non è debito per le future generazioni ma ricchezza per quelle presenti ed investimento in benessere per quelle future.

Info
http://www.censis.it/9

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Scuola-famiglia, una relazione da ritrovare

Mi scrive l’amico Andrea Strocchi di Promeco per segnalarmi il convegno che si terrà ad Argenta al teatro dei Fluttuanti la mattina dell’8 settembre dal titolo, volutamente provocatorio, ‘La guerra dei trent’anni: scuola-famiglia, una relazione da ritrovare’.
E intanto, non contento del titolo ‘provocatorio’, mi piazza lì una domanda formato extralarge, aggiungendo che era tempo che covava l’idea di farmela: “Come è stato possibile che dai decreti delegati siamo passati alla situazione attuale?”
Non sono un sociologo, sono un uomo di scuola ed è da questa prospettiva che posso tentare di rispondere.

Nel caso del rapporto scuola-famiglia non c’è richiamo più attinente di quello ai Decreti delegati del 1974 che hanno dato vita agli organi collegiali con l’intento, dichiarato dall’articolo 5 della legge delega del 30 luglio 1973, n. 477, di dare alla scuola stessa “i caratteri di una comunità che interagisce con la più vasta comunità sociale e civica”.
Questo ritengo sia il tema intorno al quale meriti interrogarsi. Mi sembra anche l’obbiettivo che in gran parte è stato mancato. Si trattava di vincere la strutturale separatezza tra scuola e società, “in modo da sconfiggere fino in fondo la vecchia concezione della scuola come corpo chiuso, che gelosamente si difende, in nome di una ambigua autonomia, dagli influssi progressivi della società” (G. Napolitano, ‘Scuola, lotta di classe e socialismo’, Editori Riuniti, Roma, 1971, pp. 55-56).
Il problema del rapporto scuola-società, che oggi andrebbe inteso con il respiro dell’istruzione permanente e della società della conoscenza, è un problema di democrazia nella vita e nel governo della scuola che non può essere ridotto al deformante binomio scuola-famiglia, è il processo, riassunto nella formula della gestione sociale della scuola, che avrebbe dovuto essere sollecitata continuamente attraverso molteplici iniziative e interventi.
Ancora oggi non è sopita, o comunque sempre latente, la polemica sul significato da dare alla istituzione degli organi collegiali di governo della scuola, perché diverse sono le interpretazioni sugli sviluppi da dare alla gestione della scuola.
Le frange del mondo cattolico, quelle più integraliste, vedi l’AGe, l’Associazione Italiana Genitori, da sempre sostengono che il logico sviluppo del concetto animatore dei decreti delegati avrebbe dovuto portare alla restituzione della scuola alla comunità dei cittadini in modo che ogni ideologia possa darsi la scuola che preferisce.
È in questo contesto che assistiamo ai richiami alle cosiddette scuole libere, oggi alle homing school, alle charter school e altro ancora, dove il libero sta per privato in opposizione a statale perché “lo Stato non deve educare nessuno”.
In questo senso parlare di guerra dei trent’anni a proposito del rapporto scuola-famiglia non è poi così provocatorio, visto che di guerra di religione si tratta.

Nel frattempo altre ideologie si sono andate affermando che nello spirito della libertà di scuola brandiscono il diritto al No vax, No mensa, No gender, No compiti, No handicappati e No immigrati che ritardano l’apprendimento della classe.
Non era questo lo spirito dei decreti delegati il cui sforzo fondamentale è stato quello di liberare l’organizzazione scolastica dal burocratismo e dall’autoritarismo che avevano portato al movimento studentesco e alla Lettera ad una professoressa dei ragazzi di Barbiana alla fine degli anni sessanta e che negli anni successivi produrranno una più matura richiesta di rinnovamento da parte di tutte le componenti della società.
Che la scuola fosse un corpo separato non è una affermazione estremistica, valga come esempio dei rapporti scuola-famiglia, precedenti i decreti delegati, l’art. 354 del Regolamento Generale del 1928: “Intorno al portamento, allo studio e alle assenze degli alunni il maestro informa i parenti quando lo crede opportuno o quando ne sia richiesto, e, in ogni caso alla fine di ciascun trimestre con la pagella”.
“Quando lo creda opportuno o quando ne sia richiesto” era la norma, in caso contrario alla fine di ogni trimestre e alla fine dell’anno con la pagella.
Con i decreti delegati la scuola si è liberata dei vecchi atteggiamenti che volevano insegnanti arbitri assoluti della vita scolastica dei loro allievi, unitamente a genitori timorosi, passivi spettatori di una serie di riti che si concludevano alla fine di ogni anno scolastico con i promossi e i bocciati.

Che dire? La relazione scuola-famiglia non è mai stata delle migliori. L’esperienza dei decreti delegati osteggiata e abortita. Le promesse di correggere errori e storture mai mantenute e intanto si sono persi importanti pezzi come i distretti scolastici e i consigli scolastici provinciali, che in altre parti del mondo funzionano e svolgono un ruolo importante.
Le ragioni non hanno bisogno di essere ricercate molto lontano, semplicemente perché siamo un paese che non ha mai imparato a prendersi cura della Scuola, perché la religione prevalente di questo paese è sempre stata antistatalista, fino a divenire una cultura diffusa, inoculata con l’aria che si respira.
Scuola e famiglia sono microcosmi che, nonostante gli appelli alla collaborazione e alla firma dei patti di corresponsabilità educativa, non hanno mai trovato un equilibrio. Le diffidenze reciproche non sono mai venute meno.
Penso inoltre che meriti sottolineare come all’indomani dei decreti delegati l’evoluzione della famiglia, dei suoi modelli e delle sue culture sia stata molto più veloce di quanto la scuola sia stata in grado di adattarsi ai cambiamenti imposti dalla società e dall’autonomia scolastica, spesso accolta con resistenza più che come grande opportunità per procedere al proprio rinnovamento e rispondere ai bisogni formativi degli allievi e del territorio.
La scuola non ha mantenuto la promessa di essere un ascensore sociale, né è stata in grado di modellare la sua offerta sui bisogni dei singoli, come ormai ciascuno di noi rivendica nell’accesso ai servizi.
Eppure anche sondaggi recenti ci dicono che le famiglie credono nella scuola pur essendo critici nei suoi confronti, tanto che per un italiano su due il problema più grave della scuola è la qualità dell’insegnamento, in particolare “i metodi di insegnamento” (incoraggiare a fare domande, spiegare bene, interessare l’allievo) e “l’adeguatezza degli insegnanti”. Non c’è, dunque, da stupirsi delle difficoltà di relazione tra scuola e famiglia se non la pensa così il 78% degli insegnanti, per i quali i problemi più gravi sono il precariato e gli stipendi troppo bassi.

Come ritrovare una “relazione” tra scuola e famiglia? Sarei tentato di rispondere descolarizzando la scuola e ‘defamigliarizzando’ la famiglia, ma il discorso a questo punto si farebbe troppo lungo. Mi limito ad una ricetta che farà arrabbiare qualcuno: avere professionisti di alta qualità, credibili, capaci di motivare e coinvolgere. Mi sembra il suggerimento più ‘donmilaniano’ a cinquant’anni dalla sua scomparsa.

Sfaccettature della disuguaglianza

Che la disuguaglianza stia diventando il problema principale e che vada affrontato nell’immediato mi sembra evidente almeno quanto il fatto che la nostra classe politica non abbia intenzione di metterla al bando.

I governi sembrano concentrarsi molto di più sulla crescita piuttosto che sulla distribuzione delle risorse e a fronte di Pil che si alzano (ultimamente poco in verità) e guadagnano le prime pagine dei giornali insieme alle politiche di abbattimento dei debiti pubblici confusi con il diavolo del XXI secolo, il muro delle divisioni sociali trova grandi spazio su Oxfam o su altri studi di settore, come se la cosa non avesse possibilità di suscitare grande interesse pubblico.

I Pil delle nazioni potranno pure crescere ma, come diceva Bob Kennedy, ex senatore statunitense e fratello di John, “il Pil misura tutto, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta”. Di sicuro non è un indice reale del benessere diffuso e i debiti pubblici, come quelli privati, non verranno mai veramente abbattuti perché sono per i mercati finanziari come la farina per il fornaio.

Il debito pubblico potrebbe essere estinto in ogni momento semplicemente monetizzandolo, cioè facendo ricomprare alle Banche Centrali i Btp emessi. Quando questo succede, infatti, il debito non è più un problema. E che sia possibile lo dice chiaramente anche chi di finanza vive, ad esempio Guido Maria Brera, tra i fondatori del Gruppo Kairos, che sulle pagine del Corriere della Sera (intervista di un paio di anni fa) dice: “…abbiamo un avanzo primario che ci permette di vivere alla grande, noi ristrutturiamo il debito, facendolo ricomprare agli italiani…”, cioè in pratica quello che fa la Boj, la Banca Centrale Giapponese, riuscendo in questo modo a tenere bassi i tassi di interesse e direzionando quest’ultimo verso i propri cittadini, un piccolo premio produzione piuttosto che un grande problema.

Invece qui da noi si preferisce combatterlo con l’austerità che come effetto, fino ad adesso ed oltre, ha avuto quello di aumentare la povertà, la disoccupazione, bloccare gli stipendi per anni e, quindi, non solo ci ritroviamo con redditi più bassi o bloccati, ma, manco a dirlo, ad aumentare è ancora sempre il debito pubblico (e molto di più quello privato), insieme alla disuguaglianza e ai guadagni di chi usa l’economia di mercato come un bancomat.

Le disparità sociali sono diventate addirittura macroscopiche e pochi ricchi hanno più ricchezza di interi Paesi. Il lavoro, ancora oggi, mezzo principe di inclusione sociale e acquisizione di potere democratico di partecipazione, è reso scarso attraverso il concetto di disoccupazione strutturale (in particolare nei paesi occidentali), e della precarizzazione, che rappresenta l’ingiusta compensazione al fatto di aver ceduto il potere ai mercati finanziari.

Lo Stato non ha svolto il suo compito di difesa del benessere dei suoi cittadini attraverso il rafforzamento delle politiche di difesa del lavoro né nell’offerta di congrui ammortizzatori sociali. Attraverso i suoi politici e le loro relative politiche continua a relegare la giustizia sociale a rappresentazioni grafiche satiriche o ai libri per pochi mentre di fatto rende impossibile il soddisfacimento dell’art. 1 della nostra Costituzione derubricandone quanto stabilito dai Padri Costituenti a mera e ingombrante statuizione di principio. Nei fatti continua a togliere diritti ai lavoratori.

Una delle ultime frontiere a cui si è lanciato l’attacco è il settore pubblico. Continua la diffusione delle statistiche che mostrano la differenza nelle assenze per malattie e personaggi come Giannino, dalle onde di Radio24, ne fanno una bandiera. Il diritto all’assenza per malattia diventa come l’art. 18, ultimi avamposti di civiltà da abbattere al più presto e non, invece, scarni esempi di tutele lavorative da estendere a tutti i cittadini lavoratori.

L’esempio da seguire dovrà essere il lavoratore che dopo una seduta di chemioterapia si precipiti al lavoro per tenere bassa la statistica delle assenze oppure la neo mamma che rifiuti i mesi spettanti di maternità. Dunque assistenza e figli ancora una volta sacrificati al totem della competitività, l’unica che ci potrà condurre nel secolo dell’abbondanza e del benessere. Sarebbe da chiedersi: “benessere di chi?”.

Sono esempi altri di disuguaglianza crescente e di come essa si crea. Si insegna alle persone ad essere competitive tra di loro e li si distrae dal fatto che le categorie sociali stanno diminuendo come gli scaglioni irpef, limitandosi ai grandi ricchi da una parte e tutti gli altri dall’altra. Si confondono gli interessi e persino il diritto alla malattia o alla maternità diventa motivo di dibattito assurdo “sono diritti buoni o cattivi?”.

L’occasione della scoperta di un dipendente infedele serve spesso per far fare un tuffo nel passato a tutta la categoria di lavoratori, sempre nel nome degli interessi della globalizzazione e dell’economia di mercato, che in se non è una cosa brutta ma che attualmente è afflitta da una presenza, o virus, ingombrante come pochi: quella del mercato finanziario.

In Italia l’1% della popolazione possiede più del 40% della ricchezza nazionale e di conseguenza ha più capacità di influenzare la politica e soprattutto di intorbidire le acque e confondere le prospettive e gli interessi in gioco. A chi conviene veramente che in Italia operino più multinazionali che piccole imprese locali? A chi conviene che lo Stato non intervenga nell’economia? a chi conviene che tutto ciò che è pubblico, compresi i dipendenti, divenga privato?

Alla maggioranza delle persone e ad un po’ di uguaglianza servirebbe semplicemente che le cose funzionassero bene. Purtroppo il concetto di “funzionare bene” è stato monopolizzato da una ristretta fascia di persone, il che dimostra un’alta percentuale di disuguaglianza già nella base decisionale, a favore dell’1% di cui sopra. Il risultato è che nel XXI secolo il grosso cruccio dei rappresentanti del popolo è quello di come riuscire a togliere diritti, più che aumentarli. E la cosa tragica che in questo riescono a farsi aiutare dallo stesso popolo che alla fine si ritroverà sempre più in fondo alla scala sociale.

Il fenomeno sociale del partito dei 5 Stelle, altro esempio, funziona perché dicono alla gente che una volta al governo del Paese “toglieranno”, “abbasseranno”, “cercheranno risorse nei rivoli degli sprechi”. Quindi usano verbi che sembrano funzionare a tutti i livelli: quello più alto, che non vuole interferenze nel suo mercato e nell’imposizione della legge dell’accentramento delle risorse, non vuole che si tolga alle alte sfere ma concede che si ridistribuisca tra il popolino senza infastidire il vero potere. E quello più basso, che oramai si è quasi convinto che il male sia lui stesso e quindi deve essere curato anche attraverso l’austerità, che è meglio essere governato che democratizzato. Cioè che ha bisogno di auto flagellarsi per redimersi da peccati che forse non è nemmeno sicuro di aver commesso.

E cosa fa l’Italia? si sta dimostrando incapace di prendere decisioni autonome, anche se si tratta di ricostruire dopo i terremoti, sempre alla ricerca di giustificazioni sovranazionali e di avalli dai Paesi più decisionali come Stati Uniti, Germania o Francia. Una linea che sta aumentando le differenze tra ricchi e poveri anche grazie alle scelte che favoriscono l’ingresso indiscriminato delle merci straniere, meno controllate, meno buone e ad uso di chi vive di concorrenza e di competizione (caratteristica animale). Abbiamo appena introdotto, fieri e inflessibili, il Ceta che ancora di più relegherà lo Stato in un angolo dando il potere alle aziende di regolare da se i propri rapporti a spese dei cittadini che saranno sempre di più indifesi di fronte alle esigenze di guadagno di potenti privati oramai autorizzati a disconoscere la superiorità dello Stato. Che in base a questi accordi non potrà bloccare l’importazione di prodotti scadenti e se lo facesse sarebbe soggetto a giudizio come una normale azienda, rappresentanza dei suoi azionisti e non più rappresentativo dell’interesse generale.

E grazie a questo il mondo sarà ancora un po’ più disuguale perché ci sarà meno Stato e più mercato e quest’ultimo, si dovrebbe sapere, non ha tra i suoi compiti la difesa dei più deboli.

Debito e moneta, le leve per sbloccare la crisi

Uno dei fenomeni più rilevanti degli ultimi decenni e che ha determinato la situazione attuale di crisi perdurante, sia in termini prettamente economici che anche di valori, è la privatizzazione dell’emissione monetaria con la quale si è sostituita la moneta con il debito. Cioè lo Stato ha rinunciato sempre di più al suo potere di emettere moneta e bilanciare così il rapporto tra i beni in circolazione e lo strumento per farli girare. Oggi siamo un po’ alle strette per cui potrebbe essere logico cominciare a fare un discorso inverso, cioè sostituire il debito con la moneta.
All’atto pratico quanto sta facendo la Bce di Draghi va in questa direzione, infatti sta comprando Btp, cioè debito degli Stati, dietro moneta che però non è direttamente destinata ad attività economiche reali e per questo non ce ne stiamo accorgendo più di tanto.
Questa operazione portata avanti per un certo numero di anni potrebbe persino portare alla sparizione dei debiti pubblici con conseguente fine dello stress a cui siamo sottoposti per rispettare uno dei parametri di Maastricht, Psc e Fiscal Compact ovvero che il debito pubblico di uno Stato deve essere compresso fino a raggiungere il 60% del rapporto con il Pil.
Considerando che la Bce, in realtà Bankitalia, sta ricomprando circa 8 miliardi di euro di debito pubblico sotto forma di Btp al mese che vuol dire poco meno di 100 miliardi all’anno e considerando ancora che i Btp da ricomprare sono circa 1.700 miliardi, possiamo facilmente calcolare che se questa operazione durasse 17 anni sparirebbe il nostro debito pubblico, quella parte diciamo così “pericolosa” per i motivi spiegati in uno dei miei ultimi articoli (la speculazione sui Btp).
In tutto questo per avere chiara la situazione bisogna considerare che una Banca Centrale non può finire i soldi, come ha detto lo stesso Draghi, ed è un’istituzione che può operare in negativo, senza obblighi, perché i soldi che crea non deve ridarli a nessuno.
Il punto è che se togli qualcosa senza immettere niente si è al punto di partenza. Convergere al 60% del debito pubblico o eliminarlo non crea di per sé più moneta e non aumenta la sua quantità in circolazione rimettendo in moto gli scambi, quindi ci sarebbe bisogno di spesa reale dello Stato, un abbattimento dell’altro parametro, quello del 3%.
E come riferimento ci dovrebbe essere la crescita e non il rapporto deficit-pil, crescita al 3% o al 6% al quale fare riferimento e quindi spendere fino a quando si raggiunga quel livello. Per ulteriore chiarezza, quando lo Stato commissiona un’opera pubblica immette moneta nel circuito perché paga quel lavoro, se abbassa l’Iva aumenta gli scambi con conseguente necessità di aumentare la produzione dei beni in circolazione e soprattutto lascia più moneta in circolo e quindi non frena lo sviluppo e l’economia in generale.
Togliendo debito si tolgono dalla circolazione anche un po’ di interessi sui quali contano i vari fondi e anche le famiglie che detengono titoli di Stato e in generale chi lavora su questo. Il tutto però sarebbe benefico per l’economia reale in generale grazie alla conseguente crescita e ad una migliore distribuzione del benessere non più legato al debito e agli interessi di pochi. Perché questo sia possibile, ovviamente, necessità di controllo e l’unico che possa farlo è uno Stato nel pieno delle sue funzioni, sovrano e che utilizzi democraticamente i suoi poteri nell’interesse generale.
In questo contesto probabilmente l’informazione sulle dinamiche macroeconomiche sarebbe di importanza basilare. I giornali dovrebbero amplificare al massimo tali informazioni, una su tutte: l’intervista a Mario Draghi in cui sorridendo ammette che la Bce non può finire i soldi (leggi). Ma anche quella in cui Ben Bernanke (Governatore Federal Reserve) ammette che per salvare l’Aig non si sono usati i soldi dei contribuenti ma si è semplicemente cliccato su un tasto (leggi), e poi Sir Marvin King (Governatore Banca Inghilterra) che informa che la maggior parte della moneta in circolazione è creata dalle banche commerciali, quindi moneta privata per scopi privati.
Tali informazioni dovrebbero trovare più spazio sui media in modo da creare consapevolezza rispetto a frasi del tipo: non ci sono soldi! e aiutare poi anche a comprendere che il problema è come è stato disegnato il sistema monetario attuale che dopo aver abbandonato come collaterale l’oro nel 1971, cioè dietro una moneta non c’è più oro ma aria fritta, ha cominciato ad usare come collaterale il debito.
Ogni moneta in circolazione rappresenta il debito di qualcuno e prima o poi deve ritornare alla base, per comprenderlo bisogna sempre guardare il sistema in grande, non al proprio portafoglio. Ragionare per un momento macro, in modo da spiegarsi il perché ci sono le crisi e perché la vita in fondo è tanto problematica. Capire il sistema nel suo insieme aiuta a migliorarlo mentre affrontare i problemi in maniera separata e parziale aiuta la confusione e a far sì che le crisi persistano.

Il “vaffa” dell’economia al cittadino: crisi pilotate, schiavitù monetaria e dulcis in fundo… reimpasto di governo come piace all’Europa

Come ha avuto modo di dire lo stesso Monti, per fare riforme strutturali hai bisogno di una crisi, altrimenti diventa difficile farle accettare. Del resto, quando ti dicono che dovrai andare in pensione a 70 anni con la metà della retribuzione non la prendi proprio bene. Quindi si crea il problema della crisi e poi in piena emergenza si presenta la soluzione che, guarda caso, è sempre sfavorevole al cittadino. Soluzione, ovviamente, da attuare in fretta e senza pensarci troppo, altrimenti questi ultimi potrebbero avere il tempo di ragionarci su e capire che magari ci sono altre strade a loro più favorevoli.

I 5 miliardi necessari al Monte Paschi Siena, per esempio, diventano una delle ragioni alla base dell’affidamento al Ministro Gentiloni di un incarico pieno a Presidente del Consiglio. Il perché si arriva a questo, ovviamente, è relegato agli esperti o ai soliti catastrofisti antisistema e antieuro. Quindi non se ne parla o si rende la strada alla comprensione troppo tortuosa.In realtà basta fare un po’ di considerazioni per mettere le cose al posto giusto e farlo serve anche a capitalizzare il no al referendum. Ovvero di capitalizzare la pretesa di non essere continuamente ignorati e che il popolo non è un’entità astratta da manipolare a piacere da un gruppo di politici che si ritiene insostituibile.

Attualmente il sistema prevede che lo Stato non debba intervenire nei salvataggi delle banche, anzi bisogna affidare il tutto ad azionisti, obbligazionisti ed eventualmente risparmiatori. In un sistema del genere piano piano non sarà possibile neppure più garantire i correntisti fino a 100.000 euro perché saranno troppe le banche a fallire e perché l’Unione Bancaria non prevede la necessaria liquidità. Ma del resto bisogna comprendere che i risparmiatori non sono nei pensieri di chi sta scrivendo le regole (almeno non quanto lo sono i loro risparmi).

Regole che:
– affidano tutto al mercato e non prevedono interventi statali, gli unici che possono stabilizzare il sistema. E’ utile ricordare che per i mercati sono un affare anche i crediti deteriorati e che questi guadagnano sia quando la borsa va giù che quando va su. La speculazione non dorme mai, come invece fanno risparmiatori e onesti cittadini;

– invece di alzare un muro, come ci si aspetterebbe, a difesa del risparmio e contro i mercati finanziari e la speculazione, abbattono le barriere e lo rendono sempre più attaccabile, con l’aggravante delle dichiarazioni di chi ci dovrebbe difendere che descrive tutto questo come interventi a nostro favore;

– deregolamentano il sistema bancario in nome della concorrenza libera e spietata, dove vince il più forte e il più debole perisce, i reali responsabili di crack si salvano e i risparmiatori pagano i danni, la mano invisibile del mercato crea boom e crisi. Dove in piena filosofia neoliberista si legittima un sistema per cui, semplicemente, i cittadini saranno i pagatori di ultima istanza, sostituti di una banca centrale e stabilizzatori di un sistema monetario privatizzato;

– prevedono la scomparsa delle piccole banche territoriali a favore di poche, enormi istituti “too big to fail” che possano decidere a chi fare credito, quando farlo e come condizionare le scelte degli Stati. Ricordiamoci sempre che chi controlla il denaro controlla tutto il resto. Meno persone lo controllano, meno persone sono al comando.

Purtroppo da questo non si uscirà finché troppi continueranno a credere che non vi sono altre soluzioni, che bisogna fare in fretta, senza fermarsi a ragionare e che bisogna invece pretendere come prima cosa la partecipazione e quella democrazia, quel potere decisionale che Padoan e soci non vogliono proprio concederci.
Una banca non fallisce se ha delle regole chiare e sostenibili, se ha delle leggi alle spalle che le vietino di investire i soldi depositati in operazioni rischiose e quando ha alle spalle uno Stato che si sia dotato di leggi in grado di intervenire e punire chi le violi. Non fallisce se in ultima istanza esiste una Banca Centrale, di proprietà dello Stato, che non solo controlla e agisce, ma che ha mandato di intervenire a sostegno della liquidità in caso di imprevisti. Una Banca Centrale che non permetta gli oligopoli, l’accentramento bancario, ma al contrario permetta e sostenga la proliferazione di piccole banche territoriali, gestibili in termini di liquidità e che si faccia carico, quando serve, di acquistare i crediti deteriorati in maniera tale da salvare subito la banca e poter anche guadagnare sull’acquisto di tali crediti.

Questo è l’ordine naturale delle cose. Un ordine naturale che mette al sicuro sia le banche che i risparmiatori. Perché la logica dice che uno Stato non dovrebbe preoccuparsi di dove andare a trovare 5 miliardi se ha una ricchezza privata stimata di 9.000 miliardi di euro, immobili di proprietà dello Stato, artistici e non, demanio inestimabile, ecc. ecc.. Siamo un Paese solvibile e con garanzie di tutto rispetto, che altri Paesi si sognano. Dire che abbiamo un problema in tal senso è strumentale alla volontà di farlo credere per gli interessi di qualcuno.
Chi ha interesse a che le banche diventino mercato aperto e in preda a fallimenti facili? Forse gli stessi che ignorano i voti e le richieste popolari?

Il nostro Parlamento e la maggioranza di cui godrebbe Gentiloni in fondo è lo specchio della realtà, per chi vuole vederla ovviamente. Il Pd si rimescola in quanto principale imputato della disfatta referendaria ma si ripropone come se stesso, come se nulla fosse accaduto, Ncd è inamovibile con i suoi ministri e il suo centro di potere, supera governi e maggioranze e permette al Pd di continuare il suo piano fino a quando non si metteranno in discussione le sue poltrone. Verdini per adesso viene messo da parte perché i suoi numeri non servono, altrimenti pur di rimanere al comando Gentiloni gli avrebbe offerto un ministero di sicuro. Anche a tutto questo siamo indifferenti? Pensiamo non ci sia soluzione e che sia l’unica possibilità?

Un esecutivo dunque nel pieno delle sue funzioni che gioca sull’ineluttabilità dei problemi economici e delle richieste dell’Europa. Per questo anche Padoan diventa inamovibile. L’uomo che ha lavorato per il Fmi e per l’Ocse, che ha avuto responsabilità per la Grecia e il Portogallo (che probabilmente gli sono molto grati per la loro situazione attuale fatta di lavoro precario, salari al ribasso e pensioni ridotte al lumicino).
Ma di sicuro anche qui, per la Grecia, non c’era altra scelta che colpevolizzare i cittadini e renderli partecipi al risanamento dei disastri creati da altri. E questo resta ineluttabile. E’ l’unica via riconosciuta ufficialmente, anche dopo che televisioni e giornali hanno reso pubblico il fatto, per esempio, che le centinaia di miliardi pagati dagli Stati per risanare i problemi greci sono serviti invece a risanare le banche tedesche e francesi.

Questo grafico tratto dal Sole24ore mi sembra abbastanza chiaro

grafico-pisapia

Fino al 2009 i cittadini (Stato) non avevano esposizione nei confronti dei titoli greci ma i problemi erano solo delle banche, dopo gli interventi europei il problema è passato dalle banche ai cittadini (Stati). Il bello è che l’Italia è passata da un’esposizione delle sue banche di poco meno di 7 miliardi ad un’esposizione dei suoi cittadini (Stato) di quasi 41. Di questo dobbiamo ringraziare i governi Monti, Letta, Renzi che hanno operato nel pieno “interesse dell’Italia”.

Ma torniamo ai ministri che non lasciano mai, tantomeno quando dichiarano di farlo, e ai messaggi inascoltati dei cittadini, e vediamo che addirittura è rimasta Boschi come Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio e che Vittoria Fedeli diventa ministro dell’Istruzione, dopo che aveva dichiarato poche settimane fa che una vittoria del no sarebbe stato un messaggio chiaro di sfiducia. Si sa il ‘Gattopardo’ insegna, cambiare tutto per non cambiare nulla.

Quindi non è un problema che i cittadini abbiano richiesto un cambiamento che non viene concesso. Ma sono un problema i 5 miliardi di euro per MPS. Un problema così grande, insieme ai soldi per la falsa accoglienza dei migranti e per la messa in sicurezza del territorio, che consente di sovvertire per l’ennesima volta la volontà popolare (come per il referendum per l’acqua o per il finanziamento pubblico ai partiti). Al grido degli impegni europei, del “ce lo chiede l’Europa”, tutto è permesso e tutto viene prima.
Quindi anche la possibilità di dover chiedere soldi al Mes (fondo salva-stati) con conseguente e previsto commissariamento.

Anche qui si vede tutta l’assurdità del costrutto: non è stato un problema aderire a questo meccanismo che ci costa la promessa di pagare 125 miliardi di euro, se richiesti, in quanto per adesso ne sono stati versati solo 80 divisi per quote tra gli aderenti (quindi diamo dei soldi che se richiediamo indietro ci costa interessi a usura e sovranità). Ma accettiamo l’idea che ci potrebbero costringere ad altre manovre lacrime e sangue se gliene chiediamo indietro 5 oppure 15! E sarebbe anche il caso di ricordare che abbiamo versato dal 2000 ad oggi circa 75 miliardi in più all’Unione Europea di quello che abbiamo ricevuto indietro.
Insomma, come si diceva, è un problema tutto quello che si vuole lo sia. Diamo soldi a Unione Europea e vari fondi che dovrebbero salvarci in caso di bisogno ma se ne chiediamo indietro ben meno di quelli che abbiamo dato, allora siamo poco seri, poco affidabili e deve venire qualche commissario europeo a sospendere la nostra democrazia (in ogni caso arrivano in ritardo perché ci hanno già pensato i nostri governanti….).
A quale scopo tutto questo? Ancora qualche dubbio? Ovviamente togliere ai cittadini qualsiasi tipo di protezione statale, consegnarli alle bizze dei mercati in pieno stile neoliberista e far sì che tutti i loro patrimoni siano attaccabili. Basti osservare quello che succede nella realtà, quindi banche che falliscono, imprese che vengono assimilate da gruppi stranieri e sovranazionali, totale impunità di chi crea i disastri e responsabilizzazione di cittadini e risparmiatori, leggi sempre più a favore della parte alta della società, privatizzazioni e calo costante delle tutele sociali.

La Riforma Costituzionale, che sanità sarà?

Ne parliamo con Cesare Brugiapaglia, presidente della Commissione Albo Odontoiatri presso l’Ordine dei Medici-Chirurghi e degli Odontoiatri di Ferrara

Dottore, prima di parlare con Lei, ho chiesto qualche parere ad altri medici sull’impatto sulla sanità di un’eventuale vittoria del sì al prossimo referendum e la sensazione che ho avuto è che in realtà si preoccupassero più dei tagli indiscriminati, delle differenze tra prestazioni offerte dalle varie Regioni, della mancanza di controllo e della mancanza di persone competenti a dirigere il tutto che del sì o del no. Cioè, come dire, se il controllo della sanità l’hanno lo Stato centrale o le Regioni comunque c’è bisogno di razionalità e controllo, distribuzione equa delle risorse e attenzione al cittadino, al malato. E controllo e razionalità probabilmente non hanno funzionato prima del 2001 e non stanno funzionando adesso. Mi è sembrato, come dire, prima di cambiare il sistema ragioniamo bene su cosa non funziona e su come potremmo agire per farlo funzionare. La soluzione in questo momento non è nella riforma della Costituzione, è un messaggio sbagliato.
Guardando solo alla Riforma penso che questa leda i diritti delle autonomie. Essa abolisce le competenze concorrenti Stato-Regioni, riportando allo stato una serie di decisioni che, dal 2001, spettavano alle Regioni. Il motivo? Si dice che ci sono troppi conflitti tra stato e regioni, ma, per tornare a quanto diceva lei, le cause stanno davvero nel fatto che la Costituzione dà troppo potere alle Regioni? In realtà, nella legislazione concorrente lo Stato stabilisce i principi da rispettare, come i Livelli essenziali di assistenza in sanità e legifera riservandosi la tutela dei diritti legati a quei principi, ma entro la cornice della legge ordinaria fissa le competenze per le quali le regioni valorizzano la loro autonomia. Per sanità, servizi sociali od altro, lo Stato, in 15 anni, quali leggi quadro o cornice ha fatto? Oggi toglie autonomia alle Regioni – solo quelle a statuto ordinario, peraltro – ma ricordo che l’articolo 5 della Costituzione riconosce e garantisce le autonomie ed adegua i metodi della legislazione alle esigenze di queste.
Ministro della Salute e viceministro nei convegni sono ottimisti, con la riforma miglioreranno i diritti degli “ultimi”, ma io non ne sono assolutamente convinto: si parla di centralizzazione per rispondere alla lamentela secondo cui le regioni non sono tutte allo stesso livello nell’offerta di cure, ma si dimentica che le disparità e gli sprechi nascono più da fattori ambientali che dalle regioni come amministratrici della sanità.
Lo Stato ha forse una più alta tradizione di governo dei servizi sanitari? Per migliorare l’efficienza al centro e in periferia si deve responsabilizzare, dire alla regione: questi soldi hai e hai la massima autonomia nello spenderli, ma poi ne sei responsabile di fronte ai cittadini. La centralizzazione purtroppo tende a deresponsabilizzare.

Quindi favorevole alle autonomie. Pensa che dal 2001 le cose siano migliorate?
Non vorrei essere scambiato per uno favorevole ai vari carrozzoni regionali, ma mi domando come mai, in 15 anni, non è stato fatto nulla.
Prima della 833/78 (cioè 38 anni fa!) la sanità passava tutto a tutti; c’era un deficit, ma era di gran lunga minore di quelli che si sono accumulati negli anni successivi. Dovevano fare l’aziendalizzazione, allo scopo di contenere il deficit e con l’idea di riuscire ad avere, addirittura, un utile. Tutto è fallito; ma quello che è peggiorato – ed è la cosa più grave – è la qualità delle cure e dell’assistenza. Ma la politica è entrata pesantemente nella sanità, condizionando le scelte dei Direttori generali che hanno avuto quasi sempre il mandato di impartire le direttive sulla durata delle terapie, per cercare di conseguire una riduzione dei costi. Quanto sta accadendo a Ferrara proprio in questi giorni a causa della riduzione/condivisione degli spazi operativi e il disagio dei medici che operano nel reparto di medicina d’urgenza è una dimostrazione della palese miopia della Dirigenza a scapito della operatività dei medici di cui fanno le spese, in primis, i cittadini.

E torniamo al vero problema: controllo e responsabilità chiare. Sia che vengano dallo Stato centrale sia che siano affidate alle Regioni.
Quello che penso della questione attuale, è che si stiano facendo le solite promesse che non saranno mantenute o solo parzialmente attuate.

Diciamo che una soluzione ottimale potrebbe essere che lo Stato controlli e diriga il quadro generale, che la regione amministri con un budget definito e rendiconti. Responsabilità chiare per cui se lo fa male lo Stato interviene.
O meglio, dovrebbe intervenire. Adesso cosa succede, le regioni si mettono a piangere e convincono lo stato a dargli più soldoni, con la scusa che altrimenti non potrebbero più andare avanti e si vedrebbero costrette a ridurre prestazioni e qualità; alla fine, dopo trattative, la spuntano sempre.
Dopo il 2001 la legislazione in materia non ha funzionato o non è stata fatta (sempre per ritornare a quanto si diceva prima: non sono stati affrontati dall’inizio i problemi, si pretende di riformare ma non si pensa ai futuri problemi) per cui ha creato disfunzioni, spese superiori a prima e inefficienze.

Quindi, per sintetizzare, sostanzialmente ritiene giusto che le Regioni si occupino della sanità ma dovrebbero essere sottoposte a controlli più efficaci e stringenti (responsabilità nei confronti dei Cittadini chiare insomma). Ma cosa dice sulle differenze che si sono venute a creare tra le varie Regioni. La sanità dovrebbe essere uguale per tutti, come si evita che un federalismo sanitario provochi differenze nel l’erogazione dei servizi, voglio dire se lo Stato assegna un budget e dice agli amministratori che devono fare del loro meglio qualcuno farà meglio e qualcuno peggio. Si crea diciamo la concorrenza, bravi e meno bravi con in mezzo il cittadino. Personalmente nella sanità, come nell’istruzione, il principio di base non penso dovrebbe essere la concorrenza.
Vero, ma le regioni sono “gelose” e cercano di ridurre o evitare la migrazione perché ci rimettono in immagine e in soldoni; ma viene leso anche il diritto della libera scelta da parte del paziente e, alla fine, tutto resta all’incirca come prima: perché la sanità del veneto è meno burocratica della nostra? Avrà sicuramente sentito dire che il nostro SSN è il migliore o tra i migliori del mondo; sulla carta è anche vero; ma nella pratica…

Se invece tutti fanno bene allora lavorano tutti per lo stesso fine e allo stesso modo, quindi a che serve dare alle regione autonomia, può decidere lo Stato con indirizzi unici e obiettivi comuni. In che modo facciamo funzionare l’autonomia senza creare concorrenza interna e a chi o cosa serve? Non al cittadino credo.
Giusto!

Per concludere, se le dicessi che invece di fare questa specie di ping-pong delle riforme – nello specifico oggi a colpi di maggioranza, ieri per accontentare la Lega – sarebbe stato più serio affrontare serenamente i problemi sedendosi a un tavolo e discutendo con tutti? Partendo dagli operatori del sistema sanitario, magari. Voglio dire, oggi questa riforma sta bene solo a una parte del Paese come nel 2001 stava bene ad un’altra. Seguendo questo iter tra 10 anni possiamo prevedere una nuova riforma.
A essere in discussione è l’articolo 117 titolo V che recita: “Lo Stato avrà potere di dare disposizioni generali e comuni per la tutela della salute e le Regioni saranno incaricate della programmazione e dell’organizzazione dei servizi sanitari e sociali”.
Traduzione: niente cambierebbe con la riforma costituzionale, né sarebbe diverso dalla realtà che siamo costretti a vivere oggi. Attraverso i LEA, lo Stato individua già adesso i campi di intervento sanitario che dovrebbero essere garantiti a livello nazionale e attraverso le Finanziarie e le Leggi di Stabilità decide già ora quanti fondi stanziare per il sistema sanitario in tutto il Paese. La fumosa centralizzazione poi non riguarderà le modalità di assegnazione dei ruoli dirigenziali e di potere a livello locale, come non cambierà nulla nelle modalità di assegnazione praticate ad oggi dalle Regioni, per cui la corruzione, il clientelismo, l’incapacità gestionale e gli sprechi che abbiamo imparato a conoscere continueranno come prima.
I sostenitori del sì, ci dicono che le Regioni e le autonomie locali, però, potranno far valere le proprie ragioni direttamente in Senato, il “nuovo” Senato. Anche qui non si capisce quale sarebbe lo spazio di manovra dei senatori, dato che quanto atterrebbe alla discussione e all’approvazione delle Leggi di Bilancio non sarebbe più di loro competenza, se passasse il sì. Dunque neppure il Senato sarebbe lo spazio in cui discutere il finanziamento dei nostri servizi!

Va bene, grazie Dottore. Direi che la chiusura potrebbe essere che è inutile accapigliarsi tanto per il sì o il no, ma sarebbe molto più saggio ragionare su come migliorare i servizi e su cosa realmente si vuole ottenere. Mettere al centro il cittadino, il paziente e i suoi bisogni e questa riforma non da le necessarie garanzie perché si possa sperare in un reale miglioramento in tal senso.

PUNTO DI VISTA
Dimenticare Keynes: l’abdicazione della politica a Sua Maestà l’Economia

La crisi del ’29 e la grande depressione che ne seguì lasciarono due insegnamenti che cambiarono la storia economica del mondo:
– la legge di Say che aveva imperversato nelle università per circa 120 anni fu messa in discussione, l’offerta non creava più la domanda, si potevano produrre tutte le merci che si voleva ma serviva qualcuno che le comprasse altrimenti sarebbero rimaste invendute
– la politica doveva governare l’economia, servivano leggi che tenessero a bada banchieri, finanziari e speculatori.

Si cominciò allora a invertire il paradigma e a studiare la domanda relegando a microeconomia tutto il dibattito sulla produttività delle aziende e la determinazione di prezzi e salari. Keynes inventò finalmente la macroeconomia. E figli di questa intuizione furono il new deal roosveltiano, che prevedeva anche la svalutazione dell’oro, e nel secondo dopoguerra il piano Mashall che gettò le basi per la ripresa post bellica europea. Gli americani infatti capirono che per riavere indietro i prestiti fatti durante la guerra c’era bisogno di ricostruire, spendere, creare le basi del benessere.

Il processo di miglioramento delle condizioni della domanda andò avanti fino agli anni ’80 quando forze opposte e che guardavano al passato non riuscirono a trovare degli uomini che potessero invertire di nuovo il processo e li trovarono, da Reagan a Khol, da Ciampi e Amato a Junker, da Monti a Obama e Draghi, ognuno ha fatto la sua parte e continua a farla. Bisognava abolire leggi come il Glass-Steagall Act e tutte quelle leggi che limitavano la capacità della finanza di guidare le scelte dell’economia nella direzione del profitto a scapito della produzione e del progresso reale. Fu fatto un gran lavoro per promuovere prodotti derivati e di finanza sfrenata che portò guadagni miliardari ad una ristretta cerchia di persone mentre le università furono invase dalla propaganda neoliberista perché venissero accettate pratiche medievali di libero mercato.
Bisognava far arretrare lo Stato dai processi decisionali, ritornare al potere dei privati e soprattutto fare in modo che tutte le energie degli economisti di mestiere fossero dirette non a correggere il sistema ma ad intavolare discussioni di microeconomia che lasciassero intatto il sistema in modo da distrarre il pubblico.

Oggi più nessuno stato applica politiche keynesiane o forse no. C’è un Paese che fa dell’intervento statale la sua forza ed è non a caso la seconda economia mondiale: la Cina.
La Cina oggi è un competitor con cui bisogna fare i conti sempre, ed ha un grande vantaggio nei confronti degli Stati Uniti e soprattutto dell’Europa. Oltre ad utilizzare le armi della moneta di proprietà statale attraverso il controllo della sua Banca Centrale e la direzione politica dell’economia, non ha mai applicato quei criteri di giustizia sociale che i paesi occidentali avevano imparato a difendere e quindi procede a suon di bassi salari e poco stato sociale. Ultimamente alcune riforme si sono imposte a causa della crisi e del calo della domanda esterna, quindi stanno procedendo ad un innalzamento dei salari e delle condizioni di lavoro, nonché all’abbandono della regola dell’unico figlio, al fine di aumentare la loro domanda interna. Insomma l’esperienza cinese ci dovrebbe far riflettere sull’importanza del controllo della moneta e del governo dell’economia keynesiano, che indubbiamente sta funzionando meglio del nostro orientamento liberista, ma anche sull’importanza del nostro stato sociale e delle nostre conquiste salariali che non possono essere sacrificate sull’altare della competizione.

I Paesi occidentali quindi si sono indeboliti perché hanno abbandonato ogni controllo statale e lasciato tutto in mano ai privati, che quindi hanno guardato a ciò che ovviamente guardano i privati: il loro interesse.
Se guardiamo alle aziende italiane che hanno fatto del piccolo e familiare la fortuna della loro nazione e sono state sempre più lasciate a se stesse, vediamo tanti Davide combattere da soli contro Golia. Ma il racconto biblico dà la vittoria a Davide mentre nella vita reale la seconda economia mondiale supportata da una Banca Centrale statale ha già vinto.

Oggi la Cina sta investendo miliardi in Italia e sta comprando tante aziende che lo Stato italiano ha lasciato senza tutela. Le acquisisce e inizialmente magari paga stipendi più alti e impiega qualche persona in più perché ha bisogno nell’immediato di acquisire soprattutto il know how italiano, la genialità, il saper fare e innovare. Ma cosa succederà poi? Hanno forse qualche obbligo i cinesi di lasciare le loro conquiste in Italia e di dare benessere al nostro Paese? Non credo proprio, quando avranno acquisito ciò che avranno voluto potranno spostarsi in qualsiasi altra parte del mondo aumentando i loro profitti.
Potrebbero mai fare quello che stanno facendo se non avessero un piano statale di aiuti, di direzione economica alle spalle? E altrettanto avrebbero potuto farlo se da questa parte ci fosse stato un Paese pronto a difendere le proprie aziende e i propri lavoratori?

Lo smantellamento delle istituzioni occidentali è proseguito persino dopo la crisi del 2007-2008, paragonabile per intensità a quella del 1929. Agli inizi del ‘900 gli Stati capirono il pericolo e agirono di conseguenza, in questa invece non si è fatto assolutamente nulla. Ci sono state interrogazioni, audizioni al parlamento statunitense dove sono stati chiamati ed ascoltate agenzie di rating, amministratori di grandi banche ed è venuto fuori in tutta la sua chiarezza che il sistema economico era stato manipolato, falsato ad uso degli operatori di finanza e contro i cittadini che persero soldi e case. Ma niente. Nessuna conseguenza, anzi i contribuenti sono stati chiamati a ripagare i danni provocati dalle banche mentre coloro che avevano causato il disastro furono impiegati nella nuova amministrazione Obama a continuare la loro opera di controllo della politica.

L’Europa segue e si impoverisce sempre di più. Il continente che ha inventato il mondo ora è diventato terra di conquista, ha ceduto qualsiasi arma di difesa aderendo a trattati che ne impediscono qualsiasi forma di difesa dagli interessi finanziari eliminando ogni tutela e intervento statale. E non solo aziende ma vendiamo anche pezzi di storia, come l’antico Palazzo della Zecca che diventerà un albergo di lusso a guida ovviamente cinese. E mia figlia di 11 anni mi ha chiesto se arriveranno a comprare anche il Colosseo, domanda alla quale non ho saputo rispondere ma forse se ne dovrebbe occupare il mondo accademico se non fosse, purtroppo, che è stato plasmato per lasciare tutto com’è e forse, quando il politico di turno chiederà a loro consiglio su come trattare una eventuale richiesta di acquisto, risponderanno che sì: data la crisi, la mancanza di soldi, il debito pubblico, potrebbe essere una buona idea farlo. Venderlo alla Cina o alla McDonald’s non farà differenza, l’importante sarà far quadrare i conti e non una questione di dignità o di etica. L’importante sarà rimanere all’interno delle regole e dei trattati, del fatto che siano sbagliati non si può discutere.

Insomma, per essere politicamente corretti ed economicamente accettati, dobbiamo continuare a pensare a che colore dare alla tende in un palazzo con le fondamenta di cartapesta.

BENI COMUNI
il problema non è ’pubblico o privato’ ma l’equo accesso per tutti

“Così facilmente s’acquisterebbe il vivere, se il desio di accumulare denari non impoverisse gli altri.” (Utopia, Tommaso Moro)

Beni comuni e bene comune: beni comuni come risorse naturali e patrimoni immateriali inalienabili della collettività umana, bene comune come fine della politica e della società: di questo si è parlato lunedì pomeriggio alla Sala Agnelli della biblioteca Ariostea con Barbara Diolaiti nel primo incontro del 2016 del ciclo “Viaggio nella comunità dei saperi”.
Ragionare dei e sui beni comuni, ha messo subito in chiaro Diolaiti, “dovrebbe interessare tutti i cittadini”. Prima di tutto perché quella della comunità e della collettività e la dimensione con-naturata (appunto) a ciascun essere umano, secondo perché significa interessarsi della “qualità della vita, nostra e di ogni altro essere umano nel mondo” e, da ultimo ma non meno importante, perché il tema riguarda “la cessione di sovranità” da parte dei singoli cittadini davanti agli Stati, ma anche da parte di questi ultimi davanti alle grandi multinazionali. Insomma “difendere i beni comuni significa difendere noi stessi” sottolinea Diolaiti, e come darle torto.

È sotto gli occhi di tutti quanto, nella comunità nella quale ognuno di noi vive ogni giorno, siano aumentate le disuguaglianze, le tensioni individualistiche e (di conseguenza mi verrebbe da dire) le solitudini. Credere ancora nella possibilità della crescita infinita in un pianeta in cui le risorse sono finite è come minimo ormai controproducente, eppure ci ostiniamo a ragionare soltanto sul ‘qui e ora’, in un eterno presente, rinnegando il passato e rinunciando a progettare un altro futuro possibile, più giusto ed equilibrato.
Sì perché il modello economico, sociale e culturale, non è sempre stato quello della scelta fra pubblico e privato, fra Stato e mercato: un dualismo che si crea in epoca moderna, spazzando via tutte le consuetudini comunitarie dell’Antichità e del Medioevo. E perché un altro futuro è possibile, o almeno sempre più persone in diverse parti del mondo credono che sia possibile: lo dimostrano le due Costituzioni di Bolivia ed Ecuador, che tutelano esplicitamente nei propri articoli i beni comuni, e la stagione dei referendum per l’acqua, per venire a realtà più vicine a noi.

Non è una questione di scelta fra pubblico e privato, è una questione di accesso uguale e condiviso a beni e diritti essenziali per una vita dignitosa: l’acqua, l’aria, la terra, ma anche il sapere, la cultura, il paesaggio e la salute. Si tratta di decidere se vogliamo davvero continuare a costruire la nostra società sull’individualismo e la dimensione quantitativa o sul mutualismo e la dimensione qualitativa. Dovremmo finalmente uscire dal paradigma pubblico-privato e “restituire i beni comuni alla comunità” ha affermato Diolaiti citando il giurista Ugo Mattei, ma soprattutto dobbiamo pensare a “nuove forme di gestione partecipata da parte dei cittadini”, che da parte loro devono essere in grado di riconoscerli e avere la volontà di impegnarsi a difenderli. Scrive Mattei sul suo “Beni comuni. Un manifesto”: “Quando lo Stato privatizza una ferrovia, una linea aerea o la sanità, o cerca di privatizzare il servizio idrico integrato (cioè l’acqua potabile) o l’università, esso espropria la comunità (ogni suo singolo membro prò quota) dei suoi beni comuni (proprietà comune), in modo esattamente analogo e speculare rispetto a ciò che succede quando si espropria una proprietà privata per costruire una strada o un’altra opera pubblica”. E il peggio, come spiega Diolaiti, è che “poi non si può più tornare indietro”.

Purtroppo però – e questa è una riflessione che nell’incontro di lunedì mi pare sia rimasta solo in nuce – questo cambiamento di paradigma richiede sostenibilità e quindi sobrietà e responsabilità, il che significa sacrifici rispetto all’attuale tenore di vita, soprattutto da parte nostra, il mondo cosiddetto ‘sviluppato’.
Citando nuovamente Mattei: “Moderazione e giusto mezzo sono idee intimamente connesse alla questione della giusta distribuzione delle risorse, un tema che sottopone a critica radicale proprio l’ideologia della crescita e l’insieme degli apparati coercitivi e culturali che la sostengono. Solo con la giustizia nell’accesso alle risorse potrà esserci futuro. Una buona politica deve mettere al centro la distribuzione, mentre la questione della produzione (che cosa produrre e come) deve essere resa funzionale proprio al raggiungimento di una tale società giusta e fondata su moderazione, sobrietà, senso del limite e responsabilità”. In altre parole la battaglia sui e per i beni comuni è forse la base per un pensiero politico e istituzionale nuovo e radicalmente alternativo fondato sulla qualità dei rapporti e non sulla quantità dell’accumulo. Il dubbio con cui sono uscita lunedì dalla biblioteca Ariostea – per inciso uno di quei beni comuni ai quali prestare attenzione – è non solo e non tanto se siamo pronti a questa alternativa, ma soprattutto se la maggioranza di noi è interessata.

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