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Un piccolo e solitario globo sullo sfondo delle stelle

 

Continuo a pensare a come un astronauta vedrebbe le nostre guerre dallo spazio. Un astronauta capisce bene come la minuscola, miracolosa, infinitesima esistenza di ogni essere umano dipenda da una stella abbastanza vicina da non farci congelare all’istante, nel buio, e abbastanza lontana da illuminarci e scaldarci senza bruciarci tutti. Tutti siamo vivi perchè siamo scaldati dalla medesima stella, che è essa stessa un minuscolo astro nell’universo infinito di stelle. Invece di ringraziare ogni giorno per essere beneficiari di questo inaspettato prodigio, ci distruggiamo a vicenda per affermare la superiorità della nostra Nazione. Immaginiamo di osservarla dallo spazio, come un astronauta, quella Nazione. Vediamone le nubi delle esplosioni che ne coprono i contorni, come minuscoli sbuffi di fumo già patetici al confronto della vastità del nostro piccolo pianeta; immaginiamoli al cospetto dell’immensità dello spazio cosmico.

Non è facile capire come le forme più estreme di nazionalismo possano continuare a sopravvivere quando si osserva la Terra nella sua vera prospettiva, come un piccolo e solitario globo sullo sfondo delle stelle.”
(Arthur C. Clarke)

colazione

Albertino Canali e le poesie di Costanza

Questa mattina mi sono alzato presto, mi sono lavato, vestito con jeans e  una polo color ruggine e sono sceso a fare colazione. Mia sorella Ginevra (Gina), che abita in via Terra Grigia, a circa cinquecento metri da casa mia, era già arrivata e aveva preparato la colazione. Caffè, latte e pane con la marmellata. La marmellata è fatta in casa da Gina e il tipo di frutta che contiene dipende dalle disponibilità del periodo in cui è stata confezionata. Questa mattina c’era la marmellata di fichi, dolce e buona. Il pane al latte lo compriamo da Camilla, la fornaia che ha il negozio sull’angolo di via Santoni.
Dopo colazione, mi sono lavato i denti, messo gli stivali e sono uscito sotto il portico e poi da lì ho aperto il portone che permette di passare dal cortile alla strada. A lato del portone corre un muretto basso che separa qualche metro di carreggiata privata dalla strada provinciale.

Esco e mi fermo sul mio muretto. Vedo Costanza Del Re sulla sua porta:
“Ciao Albertino Canali” mi dice.  E’ come se Canali fosse il mio secondo nome. Sono cinquant’anni che mi chiama regolarmente Albertino Canali. Una volta ho provato a dirle di chiamarmi solo Albertino ma, non so per quale motivo, lei si è messa a ridere.
“Solo Albertino è peggio di Albertino Canali per esteso”.  Mi ha risposto.
Che gioia, considera Albertino un brutto nome, sicuro.
Ma perché, Costanza è bello? A me non piace un gran che. Penso sempre che Ortensia le sarebbe stato molto meglio. Una volta le ho chiesto se le sarebbe piaciuto chiamarsi Ortensia e lei mi ha risposto senza pensarci nemmeno un secondo “No”.
“E come ti piacerebbe chiamarti?”
“Alba” mi ha risposto “Alba di Pontalba”.

Alba di Pontalba è orribile, altro che Albertino. La guardo, c’è poco da fare, è sempre bella. Ha gli occhi un po’ verdi e un po’ nocciola. Ricordano le foglie d’ottobre e i ricci delle castagne e gli stagni dove vivono le rane e anche le divise militari che le starebbero sicuramente bene.
“Caro il mio Albertino Canali, oggi sono proprio stanca, ed è solo mattina” mi dice.
“Perché? cosa ti succede?”
Il punto non è quello che succede, il punto è quello che non succede”. Figurarsi se lei risponde in maniera normale.
“Allora cosa non succede?”
“Non succede che il Covid-19 se ne vada, non succede che la democrazia recuperi la sua vera identità, non succede che la solidarietà varchi le soglie delle case  e non esiste tolleranza se non per merito di qualche rarissimo illuminato. La collaborazione che dovrebbe riguardare tutti gli esseri viventi è un naufrago senza speranza. I bambini Siriani muoiono sotto le bombe, i bambini africani annegano, quelli brasiliani sniffano colla a cinque anni. I politici … . lasciamo stare”.
Accidenti oggi Costanza si è alzata male, certe volte lo fa.
Comincia di mattina a dire cose tristi e va avanti così tutto il giorno. Se la rivedi la sera la ritrovi con i suoi strani occhi bui, esattamente come quando si è alzata. E’ come se certe volte si sentisse addosso tutti i guai del mondo.
Non esiste l’amore. Non esiste più!

Adesso perché mi ha detto questo? Non esiste più l’amore? Ma certo che esiste. Altrimenti come farebbero a nascere i bambini? E’ vero che ultimamente ne sono nati molto pochi. Forse si riferisce a questo.
“Ti riferisce al fatto che quest’anno sono nati pochi bambini?”
“Ma no Albertino Canali! Mi riferisco all’amore, all’eros, alle attese col cuore che palpita, a due mani che si stringono e si scaldano, ai baci dati per affetto, agli abbracci sulle rampe delle scale e in ascensore. Mi riferisco all’innamoramento sincero e spassionato che travolge il cuore e riempie le mani”.
“Riempie le mani?”
“Ma sì! E’ un modo di dire: un amore che riempie le mani”.
Io non so cosa sia questo amore che riempie le mani. Forse è meglio che non glielo chieda. Che sia qualcosa che ha a che fare con i suoi cespugli di Ortensie?. Se è così sono fregato, lei comincia a riparlare delle sue ortensie e a me va di traverso la marmellata di fichi fatta da Gina.
Poi mi faccio coraggio: “Riempie le mani in che senso?”
“L’amore che riempie le mani è quello che ti appaga nel profondo, che arriva alla radice dell’anima. Raccoglie l’esistenza e la rende polvere d’oro che può coprire e riscaldare tutta la terra. Una polvere d’oro che può essere regalata tanto è bella. Tanto splende. L’amore dovrebbe essere così: una notte di stelle e le mani piene di luce. Tu regali questa luce a qualcuno ma lui non la vuole. Guardi le sue mani e capisci. Anche lui ha la stessa polvere d’oro e le sue mani abbagliano la terra.”

Costanza è unica, è diventata improvvisamente poetica. Questa è la Costanza che mi piace di più. E’ come se dalla sua bocca uscisse direttamente della bellissima musica. Non so come faccia, non me lo sono  mai spiegato. In realtà non se lo spiega nessuno. Nemmeno i suoi amici che quando lei comincia a fare così si zittiscono tutti. Li ipnotizza parlando.
Devo provare a farla continuare sulla stessa lunghezza d’onda.
“Ma cosa dici? Quale luce nelle mani?”
“Luce che abbaglia e consola, è questo che vogliono tutti! La luce del tramonto!”
“La luce del tramonto?”
“Sì! lo dice anche Zucchero in una sua canzone: “… luce che cade dagli occhi sui tramonti della mia terra”.  L’amore deve essere luce, un manto che copre la stanchezza. Deve essere una veste che addolcisce ogni forma, una stella che brilla tra le foglie e tra le mani di chi sa cogliere il momento, il sorriso più bello. Come frutto maturo che qualcuno trova, mangia e assapora. L’amore è un grande dono, è speranza di carità, un bagliore che investe tutto. Riempie le mani”.

E questa è Costanza del Re. Dovrebbe fare la scrittrice invece di coltivare Ortensie. Credo che con tutte queste stranezze che ha nella testa scrivere le verrebbe benissimo: scriverebbe di come vedere le cose al contrario, dirle al contrario. Potrebbe scrivere di ciò che la fa  terribilmente soffrire, di tutti i drammi che la intristiscono.  Poi  potrebbe scrivere  dell’amore e improvvisare favole che consolano il cuore. Potrebbe scrivere una nuova poesia  sull’alba a Pontalba. (meglio che ometta che lei vorrebbe chiamarsi proprio così).
Dovrebbe fare la scrittrice a tempo pieno. E non fare null’altro.
Scrivere, scrivere, continuare a scrivere.
Rebecca, sua nipote, mi ha confidato che in realtà lei la scrittrice la fa già. Scrive per una rivista conosciuta, ma non lo fa con il suo vero nome (Costanza del Re) ma con uno pseudonimo: Alba Orvietani. Adesso che lo so, ogni tanto leggo i racconti di Alba Orvietani e devo dire che mi fanno impressione. Scrive le stesse cose che mi dice quando ci incontriamo sulla sua porta o sul mio muretto.
Siamo luce che cade dagli occhi sui tramonti della nostra terra …”

trebbiatura, agricoltura

Albertino Canali e il canarino

Pubblichiamo questo bellissimo articolo/racconto con un po’ di ritardo, scusandoci con l’autrice.

Siamo a fine Agosto il periodo più impegnativo per i trebbiatori.
Lavoriamo dalle cinque di mattina fino alle nove di sera. A volte mangiamo un panino sulla macchina e non ci fermiamo nemmeno per pranzo. Tutti i campi di granoturco devono essere sistemati adesso. A Pontalba si trovano enormi distese di granoturco che va raccolto e sgranato. L’agricoltura è l’attività prevalente di questo paese. Una volta all’anno il prete benedice tutte le macchine agricole, dopo la messa del ringraziamento.

Sono le otto di sera e miracolosamente sono riuscito a finire di lavorare tutti i campi che vanno dalla cascina dei Faverini fino alle rive del Lungone. Scendo dalla raccogli-sgranatrice e salgo sulla mia jeep. non vedo l’ora di tornare in via Santoni Rosa, andare in casa e farmi la doccia.
La strada dai campi a casa è breve, viaggio per circa un quarto d’ora e poi giro a desta sull’angolo dove c’è la forneria di Camilla, ed ecco via Santoni in tutto il suo splendore. Una via corta in cui abitano poche famiglie, le case sono basse, qui non esistono i condomini. Li ho visti in città e li ho trovati bruttissimi. Le case di campagna hanno tutte cortile, portico e orto. Nei cortili ci sono spesso cani e gatti che convivono pacificamente, bambini che giocano, donne che stendono i panni sui fili che vanno da un pilastro all’altro del portico, attrezzi, macchine, vecchi mobili, casse per la legna e cespugli.

Parcheggio sul pezzo di carreggiata privato che si trova davanti al mio portone. Scendo dalla macchina con la tuta sporca e appiccicata alla mia pelle come se ci avessi messo del Vinavil. Infilo la chiave nella toppa del portone per aprirlo e poi mi fermo perché sento uno strano rumore. Viene dal cortile dei Del Re. Ma chi c’è nel cortile dei Del Re a quest’ora? E cosa sta facendo?.
Invece di entrare in casa, salto il muretto, attraverso la strada e entro nel portone della casa di fronte.

Chi ti vedo? Costanza che sta trascinando un grosso vaso verso la parte più a nord del cortile. Le ortensie! Avrei voluto scappare, Costanza si sta di nuovo dedicando alle sue ortensie. Ha appena fatto una grossa fatica per trascinarne un vaso con un cespuglio nel punto del cortile che lei ritiene più adatto.
Me ne sarei andato volentieri, ero anche sporco e stanco, ma ormai era troppo tardi.
“Ciao Albertino Canali, hai finito di lavorare per oggi?”
“Si” le rispondo e non aggiungo altro.
“Potresti aiutarmi a spostare le ortensie? Mi manca un vaso, è quello laggiù. Prendilo e portalo qui.”
Vado  a prendere il vaso e lo porto vicino all’altro.
“Non devono stare troppo vicini! Si ibridano”.
E poi comincia a tirare il vaso un po’ avanti e un po’ indietro e ripete la stessa operazione più volte.
“Ma cosa stai facendo?”
“Sistemo le ortensie”.
Sono su una brutta strada, devo cambiare argomento subito, prima di soccombere sotto il peso di queste piante.
“Oggi ho lavorato i campi dei Faverini, sono arrivato fino al Lungone”.
Lei si ferma e mi guarda. “Hai per caso visto un cadavere?”
Un cadavere?” forse il cambio di argomento non è andato a buon fine, ma di quale cadavere sta parlando?
“Luisa ha detto che hanno trovato un cadavere in un campo, c’era un morto vicino alla riva di un fosso. Suo marito l’ha visto, ma non ha detto nulla. Aveva paura di finire in qualche guaio.”
Oddio. Poi prosegue: “Il corpo era pressochè intatto, doveva essere morto da poco.”
“Io non ho visto nulla, l’avranno già portato via.” Dico.
“Già, allora non c’è più.”
“Ma ti dispiace?”
“Si.”
“Perche?”
“Perchè magari era un senza tetto, un barbone e allora lo si poteva seppellire là dov’era morto e farci una bella lapide. Io non tralascerei l’importanza del luogo dove uno muore. A maggior ragione se è vicino a un fosso. Magari è andato là perché voleva morire proprio là. E allora perché non lasciarlo dov’era?”
Ma io che ne so, oltretutto non mi sembra molto da serata estiva parlare di un cadavere.
“Molto sereno stasera” dico.
“Si, si vedranno le stelle”.
Smettiamo di parlare e pensiamo entrambi alle stelle.
Ma quanto sono belle, lontane e misteriose le stelle. Ma quanto brillano qui a Pontalba dove di notte c’è poca illuminazione artificiale.
“Forse si vedrà qualche stella cadente, in Agosto è facile, prepara un desiderio da esprimere” le dico.
“Vorrei un canarino.”
Questo  è il desiderio di Costanza, tra tutti i desideri possibili lei vorrebbe un canarino.
“Perché un canarino?”
“Perché è vivo e canta e salta e vola e ti riconosce pure. Cosa vale di più? un milione di dollari o un canarino? “
Alla fine non so mai quale sia la risposta giusta. La saluto, torno verso casa, poi mi giro e la guardo. Ha ripreso a manovrare il vaso di ortensie.

PRESTO DI MATTINA
SIAMO TUTTI CLAUDICANTI, TUTTI MIGRANTI:
Non cerchiamolo in cielo, è sulla Terra che troviamo Cristo

Anni fa, quando m’imbattei nell’opera pittorica di Georges Rouault (1871-1958), ne rimasi sorpreso. Le sue tele ‒ pensai ‒ riflettono bensì la disumanità dell’uomo, ma testimoniano al contempo anche il volto umano di Dio nel mondo. È nella realtà del suo tempo, segnata da profonde disuguaglianze sociali mascherate da un’ipocrisia dilagante, che egli trova la sua ispirazione, intrecciando il tutto con una spiritualità incarnata. Emerge così nella sua narrazione pittorica un carattere sacro generato da una duplice polarità: fede e vita, spiritualità e realtà, si fondono assieme inducendo lo stesso autore a definire la propria opera come un’ardente testimonianza della compassione di Dio per gli uomini. Con gli occhi della sua pietà, il pittore ritrae questa vicinanza di Cristo agli uomini e alle donne del proprio tempo sull’orlo di un abisso esistenziale; una prossimità che lo porta a condividere con loro, tanto l’esclusione e il rifiuto, quanto la speranza di un riscatto che proviene dalla Sua stessa vita.
Domani è l’ottava di pasqua. La settimana vissuta come fosse un solo giorno, quello di Pasqua, in cui facciamo memoria dell’incontro di Gesù Risorto con Tommaso: un episodio dipinto più volte proprio da Georges da Rouault in quadri che egli intitolò “Seigneur, c’est vous, je vous reconnais”. Vi si ritrae il riconoscere di un altro irriconoscibile, uno straniero del quale, come a Emmaus, il Risorto assume le sembianze. «Sei tu Signore, ti riconosco»: da allora questa frase risale in me ogni volta che accade un incontro, specie se difficile, l’incontro con il dolore e la sofferenza. Perché ormai queste parole si sono inestricabilmente intrecciate alle altre ‒ che parimenti tengono insieme fede e vita riflettendo l’opera di giustizia su cui riposa la benedizione del Signore ‒: «ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto…».

Colpisce il fatto che nel Tommaso di Rouault alla fine le ferite non vengono toccate; il riconoscimento accade prima, senza dipendere dal vedere le piaghe nelle mani e nei piedi del Cristo o nel mettere la mano nel suo costato. Il riconoscimento del Risorto scaturisce dalla pietà, da quella compassione, da quell’amore verso la condizione umana calpestata  che supplisce ogni vedere e toccare ed è generativa del credere. L’amore come forma di fede, propria di quei credenti cui si rivolge la beatitudine finale di questo brano del vangelo: «beati quelli che non hanno visto ‒ e potremmo anche dire: amato ‒ e hanno creduto!».
Ecco l’invito della Pasqua: quello di vedere con il cuore, di riconoscere nell’altro noi stessi, e in lui vedere anche la nostra fragilità, il nostro dolore. Nel Risorto convergono, in fondo, il suo e il nostro destino, così come quello di ogni uomo. Per questo, come narrato ne La leggenda del Grande Inquisitore (il manifesto del pensiero religioso di Dostoevskij ndr.), Egli non è da cercare in cielo. Lo ricorda anche l’evangelista Luca negli Atti degli apostoli.«Essi stavano fissando il cielo mentre egli se ne andava, quand’ecco due uomini in bianche vesti si presentarono a loro e dissero: “Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che di mezzo a voi è stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo”». È qui, dunque, sulla terra, che Cristo va cercato e incontrato, perché egli è già qui e viene sempre. È da cercare claudicante con chi zoppica, sulle strade della nostra quotidianità, che egli percorre per rialzarci e così disvelare il valore della nostra claudicanza.
Pasqua è un essere rialzati: o meglio innalzati proprio perché, prima, ci si è abbandonati, come Gesù, nelle mani del Padre. Innalzati perché siamo stati amati e perché riusciamo ad amare nonostante la nostra fragilità, comprendendo che cercare le cose di lassù significa cercare il Risorto tra noi.

Alzarsi è il verbo della risurrezione; non più disteso ma in piedi, libero dalle bende, perché liberato dai legami della morte. Colui che si è abbassato fino alla morte e alla morte di Croce è stato innalzato dal Padre, che gli ha dato il nome sopra ogni altro nome, affinché in Gesù ciascuno di noi venga rialzato e rimesso in cammino.
La fede a Pasqua non è una fede trionfante ma claudicante: cammina zoppicando. Parola nuova per dire la nostra fragilità, il nostro farci e divenire, progredendo nella vita come nella fede. E se ci pensate bene, anche l’amicizia ‒ che «è metà della vita» come mi disse una volta don Ones , parroco prima di me a S. Maria in Vado ‒ è esperienza di claudicanza. Perché l’amicizia autentica ci rende consapevoli che senza l’altro si è zoppicanti. E parimenti anche la fede è zoppa senza uno a cui affidarsi.
Ma questa debolezza del credere è anche la nostra forza, rendendoci capaci di distogliere lo sguardo da noi stessi per rivolgerlo oltre, al di fuori, vero l’incontro con l’altro.
È nella relazione, nella compagnia della fede, scoprendo che l’altro mi manca e non posso vivere senza, che avviene la crescita che ci trasforma. Come la pasta in compagnia del lievito, il cibo del sale, il seme in compagnia della terra, così anche noi in compagnia della dolce amicizia del Cristo che come uno straniero si accompagna mentre siamo in cammino, trasformiamo la nostra vita. Nella nostra condizione umana sta fortunatamente una claudicanza che ci impedisce di esistere da soli, come una torre senza porte e finestre, una vita vuota in solitudine.

Lo constatiamo anche in questa situazione di quarantena: cosa saremo senza gli altri? I malati senza i medici, noi senza farmacie e alimentari aperti, senza i vicini che ci rivolgono una voce. La nostra realtà più profonda, quella di esseri incompiuti ma orientati, in trasformazione verso una pienezza, in movimento verso un compimento, ci viene allora manifestata proprio dalla claudicanza: essa ci spinge a cercare sempre di nuovo e oltre, in profondità e fuori, in avanti e al di sopra. Ci distoglie dal nostro io, e se in apparenza ci sottrae a noi stessi, in realtà ci completa nella relazione, come il seme che diventa spiga, o il fiore frutto.
In fondo, siamo pellegrini e ospiti anche in questa città, di cui pure siamo responsabili. Lo sguardo resta però rivolto alla città di lassù, nella consapevolezza ‒ altro aspetto della nostra claudicanza umana ‒ che non abbiamo qui una città definitiva. Una condizione che ci rende per definizione precari, tutti indistintamente migranti, ridimensionando la nostra illusione di onnipotenza, scalzata dal desiderio di condividere e moltiplicare con gli altri il pane della Pasqua, che è pane per tutti, anzi pane di tutti.

Spezzate il pane alla vostra tavola oggi, e ricordate che così ha fatto anche Gesù condividendo con chiunque desiderasse stargli accanto. Forse che non ci si restringe quando nasce un figlio? E quando vien un ospite, non ci si rimpicciolisce e gli si lascia il posto più bello? Il tutto senza sacrificio, perché la loro presenza ci completa, ci fa evolvere, ci darà la stessa gioia che emozionò i due di Emmaus nel riconoscere il Signore. Vedete che si può rimpicciolire senza diminuirsi.
I discepoli a Pasqua sono come i bambini che hanno appena iniziato a vedere o a camminare, che stanno in piedi a malapena. È l’esperienza di Pietro e Giovanni: uno corre e arriva prima, ma si ferma e lascia entrare il secondo claudicante che lo segue. Vedete: la fede di uno aiuta la fede dell’altro, e così si completano. Per questo dobbiamo pensare  che anche la Chiesa è una realtà claudicante.
Ce lo ricorda il Concilio che paragona la Chiesa alla luna. Cosa sarebbe infatti la luna senza la luce del sole; resterebbe buia, non diminuirebbe ma non crescerebbe nemmeno, rimanendo spenta e invisibile. Così anche la Chiesa, senza rimpicciolirsi e far posto a Cristo e ai fratelli, non potrebbe riflettere colui che è la luce delle genti; non sarebbe più inviata né missionaria; non sarebbe più niente.

Per concludere, una piccolissima parabola nella quale ci si ricorda che chi si rimpicciolisce, come la luna, per fare spazio agli altri, ascoltarli ed aiutarli, e donare anche la vita, avrà la gratitudine di molti e la vita per sempre nel Signore risorto.
Si racconta che quando il Creatore fece i due grandi luminari del cielo, la luna protestò: “Due sovrani non possono fregiarsi della medesima corona.”
“Hai ragione”, rispose il Creatore, “non ci avevo pensato, vai e rimpicciolisciti.”
La luna rimase a dir poco mortificata, allora il creatore riprese. “Vai, la tua incompiutezza ti darà una moltitudine di sorelle e fratelli. Rimpicciolirsi non significa diminuirsi ma aprirsi e fare spazio all’intero universo.”
La luna esitò un momento e in quell’attimo, come ogni chicco di grano che sta per essere gettato nella terra od ogni uomo che sta per morire, sentì una grandissima solitudine ed ebbe paura. Ma fu solo un attimo, perché subito ricordò quella parola, “Sia la luce”, che aveva illuminato ogni cosa, e senza più indugiare si tuffò nella luce. In quel momento l’oscuro denso orizzonte del nulla si aprì all’infinito, e una moltitudine di stelle, pianeti, galassie si dispiegò a perdita d’occhio, senza fine, sotto il suo sguardo, incredulo per la gioia.
Sono i mistici, i genitori e i poeti i più sensibili al dovere di rimpicciolirsi davanti al mistero della vita, al mistero di Dio e al mistero della parola generatrice di senso. La scrittrice Lalla Romano così ci racconta la fede: “Fede non è sapere / che l’altro esiste /  è vivere dentro di lui / Calore / nelle sue vene / Sogno / nei suoi pensieri / Qui aggirarsi dormendo / in lui destarsi.”.
Destarsi in lui: questa è la Pasqua.

Dalle stelle alle…

Succede che fino a qualche ora prima ti senti il padrone della tua nazione e, per certi versi, lo sei. Succede che fino a qualche giorno fa potevi decidere della sorte di tutto ciò che riguardava i tuoi confini. Succede che il nemico ti vedeva come un mostro inarrestabile, e la tua forza non trovava ostacoli lungo il suo cammino. Succede che ti spingi troppo in alto, peccando di “ὕβϱις” (hybris – trad. “Tracotanza”) e così, dall’oggi al domani, l’unico che poteva sconfiggerti si rivela davanti a te e riesce nell’impresa: te stesso. Ora è proprio il caso di dirlo, visto l’esempio, come lo avrebbe detto un celebre latino nel suo De spectaculis. In pratica “dal cielo nel brago” o, per dirlo più semplicemente “dalle stelle alle stalle”.

“De caelo in caenum”
Tertulliano

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

PER CERTI VERSI
Tu Madonna di Monterchi

Ogni domenica Ferraraitalia ospita ‘Per certi versi’, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio, all’interno della sezione ‘Sestante: letture e narrazioni per orientarsi’

TU MADONNA DI MONTERCHI

Le stelle cadenti
Si vedono per caso
Io sono la tua Stella fissa
Tu lo sei per me
La mia luce plana su di te
Fresca grazia del cielo
Apre il tuo libro
E lo annusa
Profuma di nettare
Di petali seccati
Densi di essenze
Appoggia le labbra
Sui fogli
Esce il vento
Si apre la metà del libro
E anche tu
Apri la tua vita
La metti
Tra le mie dita
Di nocciolo
Le porti sulle tue pagine
Le accarezzo
Le sfoglio
E tu mi accerchi col tuo nutrimento
Profondo
Madonna di Monterchi

PER CERTI VERSI
Quando le stelle dormono

Ogni domenica Ferraraitalia ospita “Per certi versi”, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio, all’interno della sezione “Sestante: letture e narrazioni per orientarsi”.

 

RUSSANO LE STELLE…

Russano le stelle
Sul crinale del giorno
Nel guado di un silenzio
Dimenticato
Poi al buio espanso
Aprono gli occhi
Violando la morte
mistero infinito
Come mi abbracci
E il dolore cala
La vita si fa più forte

UN GIORNO VIVREMO…

Un giorno vivremo
Come mai abbiamo vissuto
Non so quando
Dove
Non lo so
Il cuore se penso a te
Mi coglie di sorpresa
Sento il fanciullo che è in me
Uscire sulla pelle
Per unirsi alla tua
Per stare come pesci tropicali
O uccelli fermi
In volo
Sarà un assolo
Di bellezza e candore
Un fiore azzurro
Cresciuto in cielo

E le stelle stanno a guardare…

di Maria Luigia Giusto

A volte bisogna svegliarsi presto, ingollare il caffelatte bollente, inforcare la bicicletta dopo aver dato uno sguardo sgranato al cielo e scivolare veloce per le strade deserte. Le stelle disposte in disordine apparente nel cielo profondo segnano la strada e guardano insistenti lo scorrere delle ruote. Accompagnano discrete i passi dei lavoratori notturni, gli sbuffi di chi rientra dopo la notte di veglia. La luna sorveglia paziente lo sfumare della notte, trepidante d’attesa per il suo riposo.

Suoni d’estate

di Maria Luigia Giusto

Il loro frinire fa pensare subito al caldo. Il loro canto rumoroso significa estate. Accompagnano i pomeriggi roventi dei solitari passanti o dei sonnolenti che si riparano dietro le tende. A volte preferiscono le ore buie, al riparo dagli sguardi: devono richiamare la loro metà, fare in fretta, godere del caldo. E mentre cantano, in attesa, guardano le stelle, gli aghi di pino immobili protesi verso la luna, gli sprazzi di luce dalle case accaldate: la visuale dall’alto è più bella.

“Cicale, sorelle, nel sole con voi mi nascondo nel folto dei pioppi e aspetto le stelle.”
Salvatore Quasimodo

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

barca-notte

A vela in notturna: il luccichio del cielo stellato sopra un mare nero petrolio

Nell’elenco delle emozioni fissate nella memoria, a esclusione di quelle attinenti alla sfera affettiva e dei sentimenti, non esiterei a inserire l’incanto della navigazione notturna a vela. Una suggestione antica, che nei millenni ha coinvolto mitiche civiltà che attraverso la navigazione commerciale e militare hanno determinato il loro futuro e sono passate alla storia: Fenici, Cartaginesi, Greci, Romani, Vichinghi e tante altre in ogni mare del globo terracqueo, fino ad arrivare con un balzo di secoli alla navigazione moderna di Cristoforo Colombo. Tutti con il naso all’insù da secoli per osservare e comprendere costellazioni e stelle. Così con i mezzi sofisticati della contemporaneità, anche gli eredi in solitario, i pluri circumnavigatori del mondo come lo scomparso Ambrogio Fogar o Giovanni Soldini o il compianto Bernard Moitessier, scrittore e romantico erede della grande navigazione francese, Eric Tabarly o altri ancora. Non è necessario aver solcato i mari caldi del sud e gli oceani, circumnavigato Capo Horn o partecipato alla Transat per provare quel brivido, possiamo navigare più semplicemente in altura e in acque domestiche, come nel medio-alto Adriatico fra Ravenna e la croata località di Lussino.
Impostazione del carteggio e rotta di 90 miglia per 90° est.
Condizione ideale e premessa fondamentale è avere compagni di viaggio con i quali condividere appieno ogni accadimento nella navigazione, dalla routine all’impredivilità di alcuni possibili imprevisti di navigazione. Ma andiamo con ordine.

Come d’abitudine arrivati alla banchina di ormeggio dell’imbarcazione nel tardo pomeriggio del mercoledi vi sono prioritari i controlli fondamentali: vele, carburante per il motore ausiliario, batterie, acqua in stiva, carta nautica e accessori, gps, dotazioni di bordo come prescritto dalle norme vigenti, documenti regolari da presentare in un eventuale controllo durante la navigazione e per le autorità portuali d’arrivo, cambusa di soddisfazione. Il servizio meteo-mare consultato ci tranquillizza e ancora un rapido controllo a più mani e occhi delle attrezzature per la navigazione, àncora, luci regolamentari, parabordi, cime varie e infine spinta liberatoria per distaccarsi dal molo.
Vento e moto ondoso ci consentono di uscire in mare aperto rapidamente di bolina larga e al traverso, dopo aver acceso le luci di navigazione. Il buio sta prendendo il sopravvento con il tramonto alle spalle, il cielo è sgombro da nubi e i primi luccichii tremolanti sopra le nostre teste si percepiscono anche se debolmente.
Il comune denominatore dell’equipaggio è l’intercambiabilità fra di noi e una dose di buona conoscenza delle regole che disciplinano l’andar per mare (l’essere tutti patentati senza limiti non ci pone al riparo dal prestare sempre attenzione a ogni istintivo segnale di pericolo o di cambiamento della situazione).
Turni di tre ore in coperta per due membri dell’equipaggio consentono di far riposare gli altri quattro compagni di navigazione; rigorosamente assicurati alle cinture si governano le vele e la timoneria, si chiacchiera, ma soprattutto si scruta il mare e il cielo. La notte è sufficientemente calda, il mare appare nero petrolio, ma qui saremmo nel pieno nelle atmosfere di un romanzo di Joseph Conrad o di Herman Melville. Il Mare Adriatico effettivamente appare oscuro, poca onda e il rilevamento radar mette in rilievo solamente qualche piccola increspatura. La paura per chi naviga in notturna sono i corpi galleggianti semi sommersi, si racconta vi siano anche containers galleggianti che non si vedono, ma si sentono in chiglia o in deriva o sull`elica o sulla pala del timone e si spera nel caso peggiore si possano contenere i danni. La luna minimale a falce illumina pochissimo il mare, e fortunatamente direi: se fosse al massimo bagliore, a malapena si vedrebbero le stelle e le costellazioni. Come si favoleggia, “un mare di stelle” sulla testa e questo è il lato romantico e indimenticabile della traversata: lo spettacolo è di quelli che lasciano senza fiato, ci si deve concentrare, ma a occhio nudo si vedono nitidamente fra le altre l’Orsa maggiore a nord ovest e Cassiopea a nord est, fra tanto brillare.

Certo, suggerisco anche un buon libro intriso di fantasia e avventura “Isolario arabo medioevale” di Angelo Arioli, un orientalista della Sapienza di Roma: “Isole che appaiono e scompaiono, abitate da donne solamente, isole delle scimmie…Sono autori di varia provenienza, Iraq, Persia, Marocco, musulmani, mercanti, viaggiatori che raccontano di isole mirabili, dal Mar di Cina all’Oceano Indiano, piccoli universi dagli ambigui confini in un arco di tempo che va dalla metà del IX secolo al XV secolo”.
Dal buio della notte spunta un’enorme sagoma già vista al radar, ma che avrebbe dovuto darci la precedenza: un cargo, un condominio a motore navigante, con dodici piani di luci accese che ovviamente non si ferma e ci consente solo la libertà di commentare, visto che non ci ha speronato.
Il vento che all’inizio spirava da sud-est, come abituale in tempo stabile, si è fermato. Si ammainano le vele in attesa di qualche refolo e si accende il motore. La notte non solo si vedono stelle e costellazioni brillare in cielo, ma sul mare si scorgono diverse luci immobili o in movimento bianche rosse e verdi che identificano le imbarcazioni, le direzioni di navigazione e la loro attività non sempre in chiaro. Dopo dodici ore di navigazione sempre vigile, in compagnia di alcuni “ferri da stiro”, yacht a motore che si divertono a farci ballare, siamo in vista di Lussino. Documenti all’autorità del Paese ospitante e scendiamo a terra. Il resto è normale navigazione da diporto per qualche giorno su una costa, quella croata, ricca di isole e di piccoli ristoranti dove il pesce è quello che nuotava qualche ora prima.
Da non dimenticare per la volta successiva di Bernard Moitessier: “Un vagabondo dei mari del sud”.
Il ritorno la domenica mattina riaccende la competizione con il vento e con il moto ondoso. Si naviga di giorno, le stelle e le costellazioni non si vedono e il mare, il nostro Adriatico, per fortuna non è nero petrolio.

Stelle

Gabriel Garcia Marquez
Gabriel Garcia Marquez

Come dipingereste le stelle?

Sulle stelle dipingerei una poesia di Benedetti con un sogno di Van Gogh e una canzone di Serrat sarebbe la serenata che offrirei alla luna. (Gabriel Garcia Marquez)

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la giornata…

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IMMAGINARIO
Cielo stellato
La foto di oggi…

Occorre il buio per vedere la luce: quando a splendere è lo sfondo.

“Il chiaroscuro risulta nella realtà dalla diversa posizione delle varie parti di un corpo rispetto alla sorgente luminosa” – si legge sull’enciclopedia Treccani -, e nella storia dell’arte noi italiani siamo stati i maggiori a riprodurre il gioco di luci e ombre, con Leonardo, Michelangelo e Caravaggio.

In foto: Ferrara, all’ombra di un albero del Parco Pareschi.

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LA RIFLESSIONE
Quando i fiori sfidano il cemento

Tre cose ci sono rimaste del Paradiso: le stelle, i fiori e i bambini.
I fiori non guardano ai confini, ai luoghi in cui crescere, ai cieli sotto i quali stare, ai volti che li ammirano, alle mani che li coglieranno. Se il muro intorno a loro è bucherellato dalle pallottole, istintivamente e quasi maternamente, cercheranno di coprire quei fori, di nasconderli agli occhi dei bambini. Se il muro è bianco, sfodereranno i loro colori potenti e intensi per esaltarne la chiarezza. Se il muro è scuro, sbocceranno bianchi e immensi, per farsi notare, svettando, sicuri e forti, verso il nitido cielo azzurro. Se è antico, ne esalteranno la storia, se è moderno e vuoto lo riempiranno festosamente, adornandolo di tenui boccioli delicati.
I fiori profumano le strade, qualunque esse siano, ovunque si trovino. Spargono petali nell’aria leggera, avvolgono gli asfalti duri, provati e calpestati da orme che, diligenti, sfilano verso l’ignoto.
Non fanno caso al profumo del pane appena sfornato o all’odore acre di una serpentina di fumo che, improvvisa e inquietante, sbuca da un edificio. Non distinguono la mano che li coglie da quella che li strappa. Purtroppo. Non comprendono cattiveria e odio, anche se le sentono, le percepiscono, tremando nelle loro foglie di un verde intenso quanto gli occhi di una dolce e bella sirenetta delle favole.
I fiori vivono, il loro profumo intenso arriva, come una tempesta di mare, nella vita di coloro che gli passano accanto, che li guardano, estasiati, anche per un solo e fugace momento. Quelle creature divine sono lì per riscaldare gli animi tristi, per cullare i pensieri che vogliono prendere il volo e, spesso, scappare lontano. Per non farci dimenticare che la vita è bella, che può essere meravigliosa, che il destino può essere inclemente ma che possiamo almeno provare ad accompagnarlo e a guidarlo verso il bello. I fiori sono fatti per essere accarezzati, come la testa delle persone amate che dormono.
Belli questi fiori, allora, fiori di una città calda sulle sponde del Mediterraneo che ho amato e amo ancora molto. Una speranza in più?

Fotografia di Simonetta Sandri, Tripoli, 2012

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L’INTERVISTA
Vincenzo Spampinato: ‘venditore di nuvole e sogni’ con Dalla, Battiato e i Rondò

Vincenzo Spampinato è presente sulla scena artistica sin dagli anni Settanta in qualità di autore, musicista, interprete, cultore di discipline quali danza (ha alle spalle anni di studio di mimo), teatro e ogni forma artistica che gli possa creare stimoli e interesse. Tra i suoi tanti successi ricordiamo “E’ sera”, “Battiuncolpo Maria”, “Voglio un angelo”, “L”, “Napoleone”, “I separati”, “L’amore nuovo”, “Milano dei miracoli”, “Bella don’t cry”, “Campanellina” e “La tarantella di Socrate”.

Contemporaneamente alla sua carriera di cantante, lavora come autore per Viola Valentino, Riccardo Fogli, Patrizia Bulgari, Fausto Leali, Irene Fargo e Milva. Tra i tanti successi: “Torna a sorridere”, “Sulla buona strada” (Sanremo 1985) e “Per Lucia” (Eurofestival 1983), portate al successo da Riccardo Fogli, “Sola e Arriva”, “Arriva” (Sanremo 1983), eseguite da Viola Valentino, inoltre, con Maurizio Fabrizio ha scritto la sigla degli spot televisivi del settimanale Sorrisi e canzoni.
A partire dalla fine degli anni ’80 ha pubblicato numerosi album raffinati e innovativi, coinvolgendo artisti quali Lucio Dalla, Franco Battiato e i Rondò Veneziano.

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Locandina dello spettacolo

Attualmente è in tour nei teatri con “Venditore di nuvole” e con lo spettacolo musicale “Il canto antico delle stelle”, accompagnato dalla Piccola Orchestra del Sole, che recentemente è stato rappresentato nello splendido scenario del Teatro Garibaldi di Modica (RG). Spampinato, in questo nuovo spettacolo, interpreta alcune tra le più belle melodie del Natale, dai classici italiani a quelli stranieri fino alle canzoni in lingua siciliana. L’obiettivo è quello di ritrovare la magia della festa, il senso religioso e spirituale del Natale di qualche tempo fa, tra giochi di luce, elementi scenici e suggestioni musicali.

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Locandina del tour

“Venditore di nuvole” è il titolo dello spettacolo che da quattro anni stai portando in giro per l’Italia, dove tra citazioni, filmati, aneddoti e racconti inediti, proponi il tuo vasto repertorio in una sorta di percorso artistico e umano.
Ognuno di noi è (se vuole) “il venditore di nuvole o sogni”. Una vendita metaforica, dove si chiede soltanto di sognare in compagnia, in un Paese dove ormai tutti si credono creatori o padroni dei sogni degli altri. L’idea nasce dall’esigenza di presentarsi in maniera semplice e sincera al pubblico, che a parer mio è stanco dell’arroganza che si vede in giro e nei media.

Un musicista che vende nuvole e sogni ha ancora la possibilità di farsi apprezzare in una società sempre più chiusa ed egoista?
Credo che ogni essere umano, dunque anche noi suonatori, viva sempre in bilico sulla bilancia della qualità o quantità. Io spero sempre, di divertire gli ascoltatori con intelligenza. Non per fare il saputello, ma semplicemente perché la gente non è così stupida come ci vogliono far credere i reality.

intervista-vincenzo-spampinatoHai scritto brani per cantanti importanti, tra cui “Per Lucia” interpretata da Riccardo Fogli (Eurofestival ’83), cosa provi ad ascoltare le tue canzoni interpretate da altri?
Una grandissima gioia! Oggi si potrebbe spiegare o paragonare a quando condividono su Facebook una foto o un tuo pensiero. Per Lucia è stato il primo colpo di “piccone” sul muro di Berlino. Nonostante fosse ancora lontana l’ipotesi del crollo di quella vergogna di cemento e mattoni, ho voluto credere che (senza retorica) l’amore non si ferma davanti a niente. Ho voluto cantarla perché appartiene profondamente al mio vissuto musicale.

Hai detto che le canzoni una volta create camminano con le loro gambe, ma cosa si prova quando le si incontra all’improvviso?
Forse un effetto Dorian Grey. Non so perché, ma credo che le canzoni non invecchiano… sono immortali.

Lucio Dalla, Franco Battiato, due incontri importanti culminati con la loro partecipazione a “L’amore nuovo”, l’album della rinascita…
Ci è dato sempre di rinascere… in musica naturalmente. Ricordi la celeberrima song dei Beatles “With a little help from my friends”? Due cari Amici, mi hanno dato un piccolo grande aiuto.

Nel 1987 il tuo brano “Il mio grande papà” si classificato secondo allo Zecchino d’oro, quale è stata la genesi di quella canzone?
Visto che ero ormai grande per parteciparvi come cantante, non avendo altra scelta… beh diciamo la verità: l’ho scritta per mio figlio e per dirla come Gianni Rodari, un po’ anche per i figli degli altri.

Sino a qualche anno fa era normale entrare in una rivendita di dischi e interagire con altre persone. Cosa abbiamo guadagnato e cosa si è perso in cambio di un download da iTunes?
Anche la musica risponde ai sensi, a tutti i sensi: manca il tatto… col disco avevi sempre qualcosa di tangibile. Sarò un nostalgico ma mi manca tantissimo il vinile.

Hai vinto l’11 edizione del Festival della nuova canzone siciliana, con “Muddichedda muddichedda”, qual è la motivazione che giustifica la scelta del dialetto?
Quando ho paura, nostalgia, insomma sentimenti decisamente più forti, ho bisogno di parlare e cantare nella mia lingua, il Siciliano.

Quali progetti per il 2015?
Ho ripreso finalmente la scrittura e le registrazioni del nuovo album, che riuscirò a fare uscire quest’anno, senza spiegarti i mille problemi che ormai la discografia crea. Farò presto dei tour all’estero e un cd per il mercato internazionale. Attualmente non ho altri progetti, bisogna accontentarsi…

Video di “Muddichedda, Muddichedda” [vedi]

Leggi l’approfondimento: Dei e dintorni: gli album di Vincenzo Spampinato

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